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Tra Umiltà e Superbia

Umiltà e Superbia sono la virtù e il vizio che stanno ai due estremi dell’organismo spirituale dell’uomo.

L’Umiltà è frutto di una paziente conquista dell’anima, quando l’uomo riesce a uscire da se stesso e a guardarsi come oggetto, rilevando così le proprie pecche e limiti. Dall’interno, invece, ci si può solo specchiare narcisisticamente compiacendosi di se stessi. Ho in mente volti, modi e frasi di “non-umili” o falsi modesti, modalità esistenziali che spesso concettualmente coincidono. Avete presente il personaggio di Uriah Heep in David Copperfield di Charles Dickens? Il suo stomachevole “fregarsi le mani” davanti al suo capo? Ho presente la maschera di alcune persone redivivi “uriah heep“, qua e là occhieggianti alla ricerca di una convenienza, di un vantaggio … e ti salutano senza alcun sentimento e ti chiedono “come stai” senza alcun interessamento, e vanno oltre, oltre, perché loro sono e vanno sempre oltre. 

Un altro aspetto è quello dell’elogio, che a volte viene rifiutato dal “falso modesto” o finto-umile, ma solo per averne di più, di elogi.

La Superbia è il vizio che fa ritenere superiori agli altri, cosicché tutto è concesso, perché il superbo fa la legge, non la rispetta: infatti ogni cosa che egli fa è giusta in quanto da lui stesso deliberata e compiuta.

Super humanam legem stant superbi, quia ipsissima lex se putant. Caput vitiorum est superbia in omni re.

Mi piace ricordare qui una frase di Jules Renard “Sì, lo so. Tutti i grandi uomini all’inizio sono stati ignorati; ma io non sono un grand’uomo, quindi preferirei avere successo subito“. L’ironia certamente aiuta, ma non basta.

Tito Maccio Plauto nel Miles gloriosus narra di Pirgopolinice, il “vincitore di torri e città“, ridicolizzandolo come merita, anche per mezzo del servo Palestrione.

Capitan Fracassa di ogni tempo e luogo, che mostra la sciocchezza della vanteria e della vanagloria, prima o tardi messe in mostra dallo stesso autoreferenziale pieno di sé, o falso modesto che sia, in attesa di elogi o di inviti a scrivere un’autobiografia.

Quanti ne conoscete voi gentili lettori, di “pirgopolinice“, “schettini” o “capitan fracassa“? o addirittura “don giovanni” in sedicesimi?

More solito non pochi, penso, poiché ciascuno è immerso nell’immenso pullulare di vite, ambizioni legittime e pretese esagerate, rigidità incrollabili e, per grazia di Dio, dubbi che nascono in molti, atti a rompere la corazza di certezze sulla propria supposta magnificenza e talora magnanimità, e perfino munificenza, magari con i soldi degli altri, quasi sempre fasulla e meritevole di un ordinato spargimento di cenere sul capo e penitenza proporzionata.

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