In morte di una persona di solito se ne celebrano le lodi. Ma ciò è spesso solo un vezzo, una moda da pigri, scarsamente utile sotto il profilo della ricerca intellettuale.

Meglio allora procedere con un tentativo di analisi critica.

Il punto da cui mi muovo, per evitare sincretismi confusi, è la prospettiva cristiana e cristologica, nei confronti della quale la teologia di Panikkar pone alcuni problemi.

Panikkar propone una teologia “cosmoteandrica”, dove le tre radici: il cosmo (kòsmos) come ordine, dio (theòs minuscolo) e l’uomo (anèr) costituiscono un circolo virtuoso, mentre non spiega bene (io non capisco bene) che cosa li distingua, né che cosa “venga prima”. Poi conferma che Dio non è sostanza ma pura relazione, appunto, con l’uomo e il cosmo, assumendo sostanza solo da questo rapporto, come sostiene anche Spinoza.

Anche se chi lo presenta, di solito (come è accaduto qualche estate fa a Villa Manin) spiega che non si corre il rischio del sincretismo, né del panteismo, a me questa pare proprio una ”excusatio non petita”, con ciò che ne segue. Certamente non si deve confondere il pensiero di Panikkar con la “teologia” del New Age”, ma il suo pensiero resta abbastanza nebuloso, e non solo in una prospettiva di ortodossia cristiana.

Dire come si riferisce abbia detto il Nostro, anche in Friuli, dove è stato premiato a Percoto (2002?) con il Risit d’Aur, che “si nasce cristiani, di diventa induisti e ci si scopre poi buddisti restando cristiani“, richiede alcune spiegazioni ulteriori, altrimenti ciò è solo uno slogan.

Resta un poco problematico, infatti, in una prospettiva cristiana, concepire il rapporto fra Creatore e creato-creature in questo modo “circolare”, probabilmente influenzato da un certo plotinismo, da dottrine induiste, e fors’anche da un idealismo di matrice hegeliana, un po’ miscelati.

Il filone giudaico-cristiano, cui apparteniamo, distingue concettualmente in modo netto Dio, al quale vengono riconosciuti gli attributi assoluti e propri di onnipotenza, prescienza-onniscienza, santità, unità, unicità, semplicità, impassibilità (nel senso che Dio è propriamente inattingibile), dal creato, che è finis quo (fine per cui) Dio ha espresso tutto il Suo amore infinito per l’uomo in primis, e per il mondo in secundis.

Il cosmoteandrismo è dunque, di fatto, panteismo, (con-)fusione nel senso di fusione-con, eclettismo sincretistico. Faccio molta fatica a non vederlo come tale. Benissimo, anche questa visione ha una sua dignità filosofica.

Può essere invece, a parere mio, considerato un concetto come il teandrismo, laddove esso sia assunto in quanto rapporto fra uomo e Dio nella unione ipostatica Gesù/Cristo-Verbo (nel cristianesimo), o, se vogliamo, per non abbandonare una parte del terreno riflessivo di Panikkar, nella relazione fra un Avatar e il Brahman (nell’induismo) e nell’esperienza di possibile accesso al Nirvana di un Bodissathva (nel buddhismo).

Ma mi pare più appropriato ancora il discorso che pone il Cristo-Verbo al centro di tutto il cosmo, uomo compreso: il cristocentrismo cosmico.

Se il Lògos (come si dice nel Vangelo di Giovanni 1, 1 – 18, e in Paolo, inno della Lettera ai Colossesi 1, 15 – 20), si è incarnato in Gesù, è perché procede ab aeterno dal Padre, sussistendo in Dio Unitrino, ab aeterno è presente nella storia.

Nessuno nega che anche nelle altre religioni e visioni antropologiche vi siano mezzi salvifici soggettivi, ma se si ammette che tutte le visioni religiose si equivalgono, si corre il rischio di operare per un concordismo a tutti i costi, e perciò sterile. Dirsi o meno cristiani non avrebbe più alcun senso, perché si sarebbe “qualsiasi cosa”.

Che cos’è dunque il cristocentrismo cosmico, che mi pare essere proprio tutt’altro rispetto al cosmoteandrismo?

E’: l’umanità di Cristo intesa come principio ontologico, subalterno solo alla stessa essenza di Dio (Deitas), dell’intera creazione del cosmo (Col 1, 15-20), dove si dice “per mezzo … in vista di Lui… (il Verbo)”. Vediamo come: “per mezzo” è il greco dià, che dice strumentalità; “in vista” è il greco èis, che dice causa finale; mentre il “da” è il greco eks, che dice provenienza da Dio stesso Unitrino.

E ancora, come precisa il padre Giuseppe Barzaghi (2004): “Dio non ha consecutio temporum come il creato e l’uomo, e l’umanità di Cristo, Verbo incarnato che patisce, muore, risorge, ascende, siede alla destra del Padre, entra nell’eternità (“interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio” – Severino Boezio)”.

Forse bisogna tenere conto in tutto questo discorso anche di ciò che va visto “sub specie aeternitatis”, cioè dal punto di vista di Dio, anzi di un “dio” che solo può essere Dio.