“Facoltà di  formare, comprendere e ordinare distintamente i concetti”, questa è la definizione di “intelletto” che troviamo nel grande dizionario della Garzanti.

Oppure: dal latino intellectus, da intelligere o intellegere, cioè intendere, composto da intus, entro, o meglio inter, fra e lègere, cioè raccogliere, scegliere: facoltà che ha l’anima di formarsi delle idee generali, dopo averle criticate e distinte mediante il giudizio; più concretamente Modo d’intendere; e anche Spirito, Concetto, Significato di qualche cosa, particolarmente d’un vocabolo di una scrittura (cfr. www.etimo.it).

Oppure ancora: l’intelletto è quella capacità che ha ogni essere umano di intendere e di farsi idee; la capacità di creare delle idee e di discernere, scegliere, confrontare, comparare, dissociare, associare, analizzare, sintetizzare, costruire idee più complesse partendo da idee più semplici, per cui, se l’insieme delle idee correlate tra loro con la memoria concettuale crea una sovrastruttura, l’insieme di queste funzioni viene  chiamata capacità intellettuale. (Cfr. Intelletto in Wikipedia)

La tradizione filosofica classica greco-latina (Cfr. Platone: Fedone e Repubblica, Aristotele: De anima, sant’Agostino: Confessiones, san Tommaso d’Aquino: La dottrina dell’anima e la teoria della conoscenza, Commento sul De anima di Aristotele), che comprendeva nei suoi interessi anche ciò che attualmente è studiato con rigore specifico dalla psicologia scientifica, propone il termine di “intelletto” per significare la più alta facoltà appartenente agli essere umani, quella che consente di costruire inferenze logiche, sia deduttivamente sia induttivamente, nell’ordinario procedere discorsivo del pensiero, anche scientifico. In Aristotele la diànoia è la ragione, cioè il sillogismo discorsivo che progressivamente conosce la realtà, mentre il noùs è l’intelletto che coglie immediatamente il lògos che guida il tutto. Tra l’altro, leggiamo in Plotino (Cfr. Enneadi) “L’Intelletto è la seconda ipostasi, il livello di realtà che possiede più pienamente pensiero ed essere. Esso è molteplice, in quanto composto da diversi intelligibili o archetipi, ma più unitario rispetto al livello successivo, l’anima, perché ogni intelligibile conosce se stesso unitamente agli altri. Possiede una forma di pensiero intuitiva e perfetta, non discorsiva e non legata alle categorie di spazio e di tempo” (da Intelletto in Wikipedia).

Agli albori della modernità Cartesio (Cfr. Meditationes metaphisicae) con la nozione unificante di intelletto e ragione nella res extensa, e Spinoza (Cfr. Ethica more geometrico demonstrata, Trattato sull’emendazione dell’intelletto), con la distinzione fra un intelletto che coglie il divino immediatamente e la ragione che opera discorsivamente, aprirono la strada a visioni molto diverse, dallo scetticismo empirista di stampo anglosassone (Locke, Berkeley e Hume), che giunse fino alla negazione del principio di causalità (l’hoc post hoc humeano), al criticismo kantiano e all’idealismo.

Per Kant, mentre la ragione coglie il mosaico del tutto, ma non l’incondizionato, il divino, l’intelletto (o forma mentis) è ciò che rende possibile la conoscenza dei fenomeni attraverso la sintesi a priori espressa dal concetto (begriff). In Kant è il soggetto che determina la conoscenza la cui corrispondenza con la realtà dei noumeni (le cose in sé) è messa in discussione.

Fichte, Schelling e Hegel, sia pure con accentuazioni diverse, si concentrarono sulla ragione assoluta come principio  soggettivo (dell’Io) della conoscenza. In Hegel addirittura vi è la coincidenza della logica e della metafisica, cioè del razionale e del reale, laddove il razionale ha la priorità.

Nella contemporaneità “Spearman ha dimostrato come si può determinare quali funzioni mentali sono più caratteristiche dell’intelligenza, ad esempio, la capacità di cogliere i rapporti, di compiere astrazioni, di risolvere problemi” (L.M. Sguazzi, 2006). Altri, come Resnick (1976) ritengono addirittura che il termine “intelligenza” sia superato perché ambiguo e controverso. Non condivido.

Se prima del ‘900 l’intelligenza era considerata una qualità ereditata geneticamente, a partire soprattutto dagli studi di psicologia dell’età evolutiva di Piaget, si è capito che essa è anche un prodotto dell’interazione tra organismo naturale umano e ambiente. La collocazione socio-economica e la cultura dei genitori ha sempre qualche rapporto con lo sviluppo mentale di bambini.

Gregory Bateson (1938) definisce la mente (mind, geist) come “un aggregato di parti in interazione, elicitate dalla differenza, laddove la differenza è una parte del territorio mentale che si produce nel tempo, causando il cambiamento”.

L’essere intellettuale o mentale agisce a livello in-tenzionale (dal latino intueor, vedo, intendo, intuisco), cioè contiene immagini di percezioni, sensazioni, forme, e usa successivamente i codici linguistici (linguaggi) per comunicare, mediante la parola o lo scritto. L’esercizio intellettuale è la facoltà più bella della mente umana, anche se molti sapienti, dai maestri del buddismo Zen al dottor Freud, hanno sottolineato l’importanza dei livelli inconsci e forse più arcaici.

E Meister Eckhart ha colto nel “fondo dell’anima” il livello più elevato della spiritualità umana, come punto che “tange-il-divino”.