Le due Conoscenze

 

“Fede è sustanza di cose sperate/ ed argomento delle non parventi,/ e questa pare a me sua quiditate/ (…)” così Dante risponde a san Pietro che lo interroga su ciò che sia la Fede come virtù teologale (Paradiso XXIV, 64 – 66). 

Leggendo e meditando questi versi sovviene come e quanto sia necessario, o almeno conveniente ricorrere sempre alle “due conoscenze”, quella che sussiste nella ragione e quella che sussiste nella fede. Un dibattito infinito fra le due dimensioni, le due prospettive fondamentali della conoscenza, ha impegnato l’uomo da millenni.

Partiamo dalla convenienza di considerare sempre tutte e due le prospettive. La ragione, il noûs degli antichi greci, è chiamata anche anima razionale (nella sua specifica “parte superiore” che presiede all’autocoscienza e agli atti liberi), o intelletto, e dagli psicologi moderni mente.

Lo stesso essere umano è definito dalla sua natura di animal rationale, cioè animale provvisto di ragione, per distinguerlo in modo radicale dagli altri animali, che ne sono sprovvisti. L’originalità, unicità e irripetibilità di ogni uomo è poi determinata dal principio di individuazione, che fa sì che ogni soggetto che sia “uomo per natura” sia quell’uomo specifico (Roberto, Giovanni, Caterina …), non la sua natura, la quale, senza il principio di individuazione rimarrebbe un concetto astratto, un’idea “platonica”.

Dunque, la ragione distingue l’uomo da tutti gli altri viventi visibili, dandogli la possibilità di conoscere per via di astrazioni successive tutti gli enti che lo circondano, compreso se stesso. Con i processi argomentativi dell’induzione e della deduzione elabora le leggi scientifiche verificabili e falsificabili; infine, se si rivolge alla filosofia può accedere all’indagine metafisica, che è la “metodologia gnoseologica prima” della conoscenza.

Ma in certi frangenti l’uomo incontra ostacoli insuperabili, almeno momentaneamente. E allora deve pazientare, riflettere, riprovare, finché non trova il bandolo di una soluzione a un quesito che si è posto: così procede l’indagine scientifica nelle sue varie specifiche branche e interdisciplinarietà.

Vi sono, però, dimensioni che non trovano risposte plausibili a livello intellettuale, come ad esempio la questione del male, soprattutto  quando si cerca la ragione del male degli innocenti. E’ il mysterium iniquitatis che ha tanto affaticato i pensatori di ogni tempo e regione della terra.

Del male non si dà una soddisfacente spiegazione razionale, o meglio, si possono considerare plausibili argomentazioni scientifiche o socio-politiche delle catastrofi che provocono morti e feriti, delle guerre, del male fisico individuale e, diversamente, anche del male psicologico, ma non vi sono spiegazioni soddisfacenti del male morale, quello provocato dagli atti liberi di un uomo libero.

Sant’Agostino ha ben spiegato che il male, in sé, non possiede l’essere perché dell’essere è un difetto, una mancanza, una mutilazione, defectio boni. Ma questa è una ragion metafisica, e dunque insoddisfacente sul piano pratico.

E dunque è altrove che l’uomo deve cercare una risposta. Pare che non la possa trovare che in una fede nel Trascendente, in un Divino o Signore che imperscrutabilmente, prescientemente, permette il male, anche quando è incomprensibile, come nei casi delle più grandi bestialità perpetrate dall’uomo sull’uomo.

Dio quindi non è, non può essere, in nessun caso l’autore del male, perché Egli è capace solo di Bene, essendo Bontà infinita, ma sostiene l’uomo nell’essere anche quando questi fa il male, senza annichilirlo all’istante, perché l’ha fatto e voluto libero nelle sue scelte comunque “responsabili”. Quel male fatto sarà prodromo di qualcos’altro che l’uomo non conosce.

Per questo è conveniente (se non necessaria) anche l’altra conoscenza, quella per fede, come Dante la definisce nella sua insuperabile sintesi poetica.

Come uomo conosco e comprendo le dimensioni che sono date alla capienza del mio intelletto mediante la ragione, ma conosco, senza comprendere, come per uno specchio ed un enigma (così san Paolo nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 13) invece ciò che supera infinitamente le mie possibilità tramite la fede, che è adesione intellettuale ferma a ciò che è presente, talvolta in modo confuso, nel centro del mio essere, e, se riesco e voglio crederci, a ciò che mi è stato rivelato.