Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Esiste il nulla?

 

 

Parlare del nulla è comune. Anche nel linguaggio quotidiano si dice “non è nulla”, “fa niente”, “non ho perso nulla”, e così via.

Sartre ha pubblicato nel 1943 un saggio intitolato “L’essere e il nulla“, argomentando come la vita umana si barcameni sulle e tra le fessure, le intercapedini che dividono l’essere e il nulla, l’essere dell’io e di un sé “in sè”, cioè ontologico, e un sé “per sé”, cioè pratico-operativo, e il non-essere nel contempo, e che proprio perciò si dia in ciascun umano l’angoscia esistenziale, il male di vivere, che deriva, appunto, dal senso di precarietà e dalla conseguente assurdità che esso genera nell’animo umano.

Duemilacinquecento anni prima ne trattò indirettamente il grande Parmenide, quando affermò che l’esistenza dell’Essere presuppone l’inesistenza del nulla. “L’essere è, il non essere non è“, dice l’eleate in quel suo marmoreo frammento rimastoci.

La metafisica platonico-aristotelica, così come fu rivista in ambito cristiano da Agostino, Tommaso, Bonaventura e altri, utilizzò il concetto (conceptum-concepito) di Essere per rappresentare l’Assoluto divino, e il concetto di non-essere per mostrare come si dia il male nella vita umana, come defectio boni, mancanza di bene: un qualcosa, dunque, che non ha consistenza ontologica, ma solo dimensione morale volontaria nell’ambito dell’umano libero arbitrio.

Per i fisici, di contro, il nulla non può darsi, e giustamente, in quanto la natura delle cose non sopporta il vuoto, abbisogna di essere riempita da un qualcosa, comunque. Galileo, infatti, che rivoluzionò il pensiero scientifico restando un buon cristiano che la chiesa del tempo non si meritava, scriveva a Cristina di Lorena che “(…) la teologia e la filosofia non insegnano come vadia il cielo, ma come si vadia in cielo.”

Si può dire allora che, filosoficamente, parlare del nulla è parlare di nulla. Ma questo è vero, incontrovertibile solo sotto il profilo ontologico (cioè relativo al discorso sull’essere) o metafisico, là dove si afferma che solo gli enti (participio presente di ciò che esiste) sono, e dunque non si possono dare enti che non esistono: fuori dell’ente c’è il nulla. Ma solo metafisicamente.

Infatti, a livello intenzionale, logico, di pensiero pensante (e pensato) il nulla si può dare: non è impensabile. E’ assurda invece la nozione di “impensabile”, così tanto oggi consueta. A ogni piè sospinto si dice “è impensabile”, nulla di più falso: tutto è pensabile. L’uomo riesce anche a pensare il nulla, oltre che ogni altra cosa. Come riesce a pensare agli infiniti matematici, come classi di infiniti (Cf. Russell e Withehead) contenute in insiemi di infiniti maggiori (i numeri pari, dispari, interi, razionali, frazionali, irrazionali, ecc.). Tutto ciò che non è nulla è reale. Anche se non “tutto è matematizzabile“, come sosteneva Gödel, perché quantomeno contradditorio nell’asserzione assiomatica testè detta.

Qualcosa, quindi, è “non matematizzabile” come i principi primi della metafisica, che sono giudizi incontrovertibili (soggetto più predicato nominale del soggetto dove la copula “è” è il medium demonstrationis, il medio dimostrativo: es. “l’uomo è libero“).

Il nulla è utile, perché aiuta anche l’essere, poiché se io ammetto che una cosa è, ed è quella che è, devo ammettere ne/cessariamente (la necessità è “ciò-che-non-cessa), pena la nullificazione del mio asserto, che essa cosa non è altro: dunque l’altro da essa è nulla, è il nulla (rispetto ad essa). In italiano nulla si può dire anche “niente“, che è la negazione dell’ente (ciò-che-è), n(on)ente, il ni-ente.

Circa dunque il reale, esso non è solo ciò che è materiale: lo è anche un sogno, un pensiero, un’idea, un concetto, una metafora (entrare nella nebbia con l’auto in autostrada è entrare in un “nulla”, certi edifici si dice che sono costruiti “in mezzo al nulla”). Dunque vi sono due piani del reale dentro l’essere: il reale materiale sperimentabile, e il reale mentale, non sperimentabile, se non a livello riflesso, bioelettrico e neurologico. Il nulla si insinua dentro ognuno  di questi due piani e vi lavora dentro, pur senza esistere realmente.

E, non dimentichiamo, ché è la cosa più importante, un nulla è considerato l’umano quando è maltrattato, vilipeso, oppresso, torturato, ucciso, dimenticato, ignorato, sbeffeggiato, … .

Nell’altrove assoluto (e divino) vi è una specie di stranezza di pensiero: (che) ama creare dal nulla, ama le nullità (vedi capitolo dodicesimo del vangelo di Marco, dove Gesù ascolta il tintinnio delle due monetine, due leptòn, pari a due centesimi di euro odierni, messi nella cassa del tempio da una vedova, e dice ai discepoli che quella donna aveva dato molto di più di quanto avessero donato i benestanti che l’avevano preceduta nell’offerta, perché lei si era privata non del superfluo, ma dell’essenziale, che è relativo all’essere in quanto sua essenza).

 

1 Comment

  1. contrariamente a quanto si pensa, il “nulla” esiste. Esiste a livello logico, perchè pensare l’essere implica immediatamente pensare, definire il nulla. Ma proprio la necessità dell’esistenza del nulla al livello logico, impone la sua inesistenza a livello ontologico, in altre parole, la sua esistenza reale. Infatti, se il nulla esistesse, avendo appunto l’essere, non sarebbe più il “nulla” che invece deve NECESSARIAMENTE essere. Conseguenze: se il nulla è inesistente (perchè esiste necessariamente nella dimensione gnoseologica) allora non solo niente può uscire dal nulla (dal niente non nasce niente), ma nemmeno può “entrarvi”; detto altrimenti: nessun esistente può “annullarsi”; il passare delle cose non equivale al loro “divenire nulla”. Seconda, possibile conseguenza: se il ragionamento è vero, avremmo dimostrato che una “prova ontologica” di esistenza/inesistenza è possibile, può essere veritiera. Ma allora si riaprirebbe la possibilità che anche la prova ontologica dell’esistenza di Dio di Anselmo, sia vera e valida…

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

© 2017 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑