Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Ersilio

…non l’ho mai conosciuto, ma ho un suo quadro in casa. E’ mancato a questa vita terrena qualche settimana fa, ma solo a questa vita terrena, ché il suo spirito è ben vivo nella visione dei beati, anima immortale. Si tratta di un monocromato geometrico che si armonizza benissimo con le Nympheas di Monet, stampa dal Musée Marmottan, Paris. Quadrato su compensato, sfondo bleu, à la francese, quadrato grigio-celeste e cerchio con sfumature delicate. Secco, essenziale, logico, ma pieno di un pathos misterioso e calmo, quasi presago di luminose lontananze, espresse nelle gradazioni tendenti al grigio del cerchio centrale, che appare in rilievo, una sorta di luna dentro la finestra che dà sullo spazio infinito.

Me l’ha regalato un severo dirigente dell’azienda pedemontana, quella che fa le pizze per tutto il mondo, per gratitudine e amicizia. Faranno una mostra dei quadri di Ersilio a Polcenigo, nell’incanto viridescente della Liquentia. Ci sarò.

Non so perché ma il quadro mi rammemora una ballata capolavoro di Lucio Battisti, “Anche per te”, anche se il testo non c’entra con il ricordo di un padre mancato troppo giovane, e vivo nel cuore e nelle opere, ma vivo nell’essenza divina che tutto comprende, e a tutto dà vita. Un testo che commuove e io non posso ascoltarlo tanto spesso. Questo ho veduto negli occhi di Alessio quando mi ha donato il dipinto di Ersilio, un “anche per te” vorrei…

Il testo meraviglioso di Mogol mi aiuta a comprendere meglio il senso del dono e dell’affetto, unico, irripetibile, che puoi provare per una persona.

“Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè/ Che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te/ Che poi entri in chiesa e preghi piano/ E intanto pensi al mondo ormai per te così lontano/ Per te che di mattina torni a casa tua perché/ Per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te/ Per te che metti i soldi accanto a lui che dorme/ E aggiungi ancora un po’ d’amore a chi non sa che farne/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì

Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi/ Lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai/ Per te che un errore ti è costato tanto/ Che tremi nel guardare un uomo e vivi di rimpianto/ Anche per te vorrei morire, ed io morir non so/ Anche per te darei qualcosa che non ho/ E così, e così, e così/ Io resto qui/ A darle i miei pensieri/ A darle quel che ieri/ Avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi/ Al vento avrebbe detto sì”

Così, anche se differentemente, Alessio continua ad avere suo padre Ersilio con sé, nella pura luce del ricordo, che è un riportare attraverso il cuore la memoria di tante ore passate insieme, tante parole scambiate, tra un bimbo e un uomo all’inizio, e ultimamente tra due uomini, neanche tanto distanti di età.

E’ un rendere immortale una storia, cogliendone l’unicità, e semplicemente constatando che nulla finisce mai, perché tutto è eterno dal punto di vista di Dio, dove vivono gli eterni essenti, come Ersilio, caro amico Alessio. Buona notte.

Evoluzionismo e coglionaggine, ovvero della solitarietà benefica

…vanno di pari passo. Circa il tema dell’evoluzione sono con Lamarck e Darwin, ma talvolta mi viene la tentazione di stare anche con i famosi “fissisti” del secolo scorso, che sostenevano una immutabilità delle creature viventi. A livello neuro-scientifico vi sono diverse scuole di pensiero, come sappiamo, da quelle più a quelle meno biologiste. Chi frequenta questo sito sa che talora sono tentato da un certo lombrosismo grezzo, positivista, per cui potrebbero esserci ancora degli ergaster-erectus con 800cc di cervello e quindi in via di ominazione. Ogni tanto ne ho il sospetto. E’ chiaro che scherzo, ma amaramente, perché invece vi sono dei sapiens in giro che hanno poco o nulla del sapiens, ma moltissimo dell’insipiens, ovvero dello stronzo, tout court. Questi soggetti talora fanno danni, un po’ perché sono poveri di spirito (non “in spirito”, come insegna la beatitudine matteana), un po’ perché sono stronzi.

Tra Adrian Raine che sostiene l’origine anatomica della violenza, parlando di carenze dei lobi orbito-frontali, e Steven Pinker che teorizza in un suo opus magnum, il “declino della violenza”, mi viene da stare un po’ a metà strada, perché se avesse ragione del tutto, o di più, Raine il diritto penale di quattromila anni andrebbe a farsi benedire, ma se avesse ragione Pinker, mi verrebbe da prendere un randello e usarlo sul cranio di qualche stronzo.

Di questi ne ho incontrati e ne incontro, direttamente o indirettamente in tutti i settori, da quello lavorativo a quello privato, sono inevitabili, perché numerosi, troppo numerosi, ahimè.

Che fare, si chiederebbe in questo caso Vladimir Ilic Ulianov? Non so: forse distinguere tra quelli che non ci arrivano e quelli che ci arrivano e ci provano e bastonare questi. Che ne dici caro lettore? Sempre che non sia possibile, con le buone, dal dialogo alla filosofia pratica, al counseling, in qualche modo aiutarli a rimediare, loro però umilmente d’accordo di farsi aiutare.

Epperò vi sono anche molte cose buone, pensieri opere intuizioni, che tengono in piedi questo mondo. Accanto alle penose assurdità che con dire incerto e impreciso proferisce la Boldrini, troppo ochetta per sapere di essere strumento nelle mani di decisori occulti, quando teorizza processi di sostituzione delle mancate nascite di bimbi italiani con bimbi migranti, vi sono persone che lavorano fuori delle ribalte mediatiche, ogni giorno, ogni notte, ogni mattina, ogni sera, magari a turno, negli ospedali, nei trasporti e nelle fabbriche, per produrre servizi e beni in grado di far andare avanti questa nostra carissima Italia, nazione bellissima e un poco stupida, a volte.

E allora, mentre penso all’evoluzionismo e alla coglionaggine di molti, di troppi, ho una sommessa speranza, che coltivo nella mia solitarietà silente, nel mio incedere e nel mio intercedere per chi ha bisogno di me.

E dico, che bello, che tutto evolva e, evolvendo, denunzi a volte la coglionaggine di alcuni, e mi suggerisca silenti passeggiate e amabili conversari con chi mi conosce e gradisce.

Il riccio e la pantegana

Caro mio lettor di fine settimana o, come si dice oggi, del week end (che pena questo ennesimo anglicismo!),

ero seduto a fine giornata ai margini del parco, stasera, con i miei pensieri in chiaroscuro, più scuri che chiari. A chi mi chiedeva al telefono che cosa stessi facendo ho risposto: “Sono seduto su un vecchio pneumatico ai margini del Parco delle Risorgive, e aspetto che compaia dalla macchia un riccio, o almeno una pantegana, per conversare un poco“. “Ah si?, certamente ho risposto, di questi tempi interloquire con un riccio o una pantegana può essere più interessante che con gli umani.”

Il riccio e la pantegana, che poi non si sono fatti vedere e io mi sono incamminato un po’ mestamente verso casa. Deluso che non sono venuti a trovarmi, nonostante io viva tutto il giorno in mezzo alla gente per lavoro… mi mancava il riccio e la pantegana. Come si può parlare al riccio o alla pantegana? Certamente con gli occhi, con lo sguardo, non occorrono parole, né concetti, non vi possono essere fraintendimenti né secondi fini. Il riccio e la pantegana non ti ingannano, non ti usano, non ti accusano, non ti tradiscono, non ti mettono da parte.

Il riccio e la pantegana forse ti annusano da qualche metro, perché giustamente ti temono, temono la tua ferocia di essere umano, scimmia nuda coltissima e pericolosa. Però, se non li disturbi quando ti fanno visita a rispettosa distanza, forse indugeranno un poco nei pressi, furtivamente, il riccio con la sicurezza dei suoi aculei, e la pantegana con la sua rapidità topesca. Se fosse venuta la pantegana a trovarmi le avrei chiesto come stessero i suoi cugini conigli o gli scoiattoli, anch’essi con lei apparentati, e lei, forse un poco sorpresa della domanda mi avrebbe fatto segno con il muso affilato “che stanno tutti bene“, in mezzo alla macchia, al fitto bosco che circonda i corsi d’acqua del parco.

Se fosse venuto il riccio, con il suo passo più lento e meditabondo, avrei potuto chiedergli come stesse la sua famigliuola nascosta nella più remota macchia del bosco di ripa lungo il rio principale.

E così fantasticavo sulla pantegana e sul riccio mentre lentamente, ma a fatica, cominciava a calare la sera. Sono stanco di questa estate calda e avara, umida e fasulla, ambigua e feroce, giro di stagione perfettamente inutile, come un dito nell’occhio.

Sono stanco che vengano week end umbratili, e ho nostalgia del lunedì, come sempre nella mia vita, anche se il nostro tempo, come ho cantato, è sempre il sabato, e il primo giorno dopo il sabato la tomba è vuota (Giovanni 20), perché il Signore è (stato) risorto, e così penserà un poco anche a me, mandandomi a colloquio queste due sue splendide creature, il riccio e la pantegana.

Grazia, gratuità e gratitudine

In questo saggio tratterò sia della grazia secondo le dottrine teologiche, sia secondo le dottrine poltiche e  giuridiche, sia della gratuità, sia della gratitudine.

Premessa

In teologia esiste il trattato classico “De Gratia“, sulla “grazia”, che varrebbe la pena leggere, se non studiare a fondo.

Storicamente nella cultura del diritto occidentale, il potere di grazia appartiene al sovrano (cf. stele di Hammurabi, XIX sec. a. C., specie per quanto riguarda la remissione dei debiti). Anche nel Codice biblico c’è qualcosa di simile, come vedremo.

La gratuità e la gratitudine fanno parte dei comportamenti solidali e dei sentimenti di condivisione empatica.

 

La grazia in teologia

La gratia gratis data è una grazia concessa alle persone grate a Dio, gratuitamente, come dono. La grazia è una sorta di benevolenza divina verso l’essere umano, così come un re concede doni a un suddito, non per obbligo, ma per libera scelta. A volte si esprime, specie nella Bibbia come “benignità”, o costanza della bontà di Dio. Nell’Antico Testamento sono in uso due termini ebraici per esprimerla, hesed, o misericordia (cf. Lamentazioni 3, 22) e chen (Genesi 33, 8.10.15; Geremia 31, 2). Vi sono personaggi biblici che hanno trovato grazia davanti a Dio, come Noè (Genesi 6, 8), Mosè (Esodo 33, 12-17), Davide (2 Samuele 15, 25).

La maggiore grazia, secondo il testo biblico, è stata la scelta divina dell’alleanza con Israele (cf. Esodo 34, 6; Isaia 63, 7-9; Salmi 103.8), nonostante le molte “trasgressioni” comportamentali e morali di questa nazione (cf. Salmi 51, 1, il famoso Miserere, canto di pentimento del re Davide). Allo stesso modo ogni uomo, che è peccatore, si pente del male fatto, e può ottenere la grazia divina. Dio non vuole distruggere, ma salvare sempre chi si pente.

Nel Nuovo Testamento troviamo due parole greche fondamentali, soprattutto in san Paolo, èleos (Romani 9, 15-18), e charis (1 Corinzi 1, 4). Grazia significa anche favore, gentilezza, bontà, ma soprattutto misericordia divina verso l’uomo fragile e peccatore. Troviamo il concetto di grazia come favore divino nei testi di san Luca (2, 52; Atti 2, 47), di san Paolo (Romani 1, 7; 1 Corinzi 1, 3; 2 Corinzi 1, 12; Galati 1, 3; Efesini 1, 2; Colossesi 1, 2; 1 Tessalonicesi 1, 1; 2 Tessalonicesi 1, 2; Filemone 3), e qui la grazia è anche misericordia e pace data da Dio stesso. Come si può notare è soprattutto Paolo il cantore della grazia, con la specificazione dell’accettazione di Gesù come salvatore del mondo. Alcuni testi di seguito:

« (…) per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me. »   (1 Corinzi 15, 10).

Oppure in Pietro:

« Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il carisma che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. »   (1 Pietro 4, 10)

Ancora san Paolo:

« Noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia del Signore Gesù. »   (Atti 15, 11)

Anche nel vangelo di Giovanni, all’inizio troviamo parole sulla grazia:

« E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. (…) Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. »   (Giovanni 1, 14-17)

San Paolo sottolinea la fine del giuridismo-legalismo veterotestamentario, proponendo la fede in Gesù Cristo come “legge”:

« (… )ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù »   (Romani 3, 24)
« Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia. »   (Romani 4, 16)

 

« (…) mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio. »   (Romani 5, 2)

 

« La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata (…) Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? »   (Romani 5, 20. 6, 1)

Tutto, per san Paolo dipende dalla grazia divina:

« Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. »   (Galati 5, 4)

Lo scopo della grazia è quello di formare la creatura umana affinché si comporti secondo giustizia:

« (…) affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. »   (Romani 5, 21)

Si può, dunque, crescere nella grazia ed essere de-stinati alla visione beatifica di Dio nella vita eterna.

 

Nella dottrina cattolica la grazia  è elargita da Dio tramite lo Spirito Santo, prima di tutto attraverso il Battesimo (Grazia santificante), e successivamente con gli altri atti sacramentali, che sono segno e strumento della grazia divina, quando l’uomo accetta un rapporto filiale con Dio stesso, e quindi può vivere in stato di grazia (o grazia di Dio, o grazia abituale).  Chi erra ha a disposizione il sacramento della Penitenza o Riconciliazione, nel quale tutti i peccati commessi vengono perdonati da Dio. In questo caso si parla di grazie attuali, cioè interventi di Dio, che può anche concedere grazie materiali, come la guarigione da una malattia, o spirituali, come la cosiddetta conversione del cuore.

Teologicamente si può intendere la Grazia come Persona, cioè lo Spirito Santo stesso, che è Ruah, soffio, amore… La grazia si può chiedere attraverso la preghiera, l’intercessione dei Santi e soprattutto di Maria, la madre di Dio.

Nel mondo protestante il tema della grazia si rifà a sant’Agostino, contro ogni esaltazione delle opere umane di fronte alla gratuità della grazia divina (si ricordino le controversie del vescovo di Ippona contro Pelagio, sostenitore del valore primario delle buone opere umane rispetto alla grazia divina). Ancora san Paolo:

« (…) poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio »   (Romani 3, 23)

Ma Gesù, morendo in croce ha espiato per tutti i peccati del mondo con il suo sacrificio infinito, per cui chi ha fede in lui, come ancora Paolo scrive, avrà la vita eterna:

 

 

« Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, non per opere, perché nessuno si glori. »   (Efesini 2, 8-9)

 

La grazia secondo le dottrine giuridiche

Nel diritto penale la grazia è un atto di clemenza individuale, di cui beneficia soltanto un determinato condannato detenuto o internato, al quale la pena principale è condonata in tutto o in parte, con o senza condizioni, oppure è sostituita con una pena meno grave. (dal web)

La grazia si applica, dunque, individualmente, a differenza dell’amnistia e dell’indulto, che possono essere provvedimenti riguardanti categorie di condannati.

In Italia viene concessa dal Presidente della Repubblica (art. 87, comma 11 della Costituzione), con atto  controfirmato dal Ministro della Giustizia (art. 89 della Costituzione). Il procedimento relativo alla concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale, a patto che la sentenza sia passata in giudicato, cioè non più riformabile. La grazia può essere concessa su domanda presentata dal condannato stesso, da un suo congiunto o convivente o dal curatore o tutore legale o da un avvocato su proposta del Presidente del consiglio di disciplina (art. 681 codice di procedura penale, terzo comma) o anche, infine, in assenza di domanda o proposta (art 681 codice di procedura penale, comma quarto), d’ufficio, cioè d’iniziativa del Presidente della Repubblica o dello stesso ministro della giustizia. In questo caso la domanda di grazia prescinde dal consenso dell’interessato.

I provvedimenti di grazia possono riguardare: la pena principale (es. la reclusione), una pena accessoria (es. l’interdizione dai pubblici uffici), la pena principale e quella accessoria, una riduzione della pena principale (soprattutto in riferimento alle pene pecuniarie), la commutazione della pena.

Dal 1° gennaio 1948 al 31 gennaio 2016 i provvedimenti di clemenza individuale sono stati 42.320, di cui 3.651 per reati militari.

Vi sono stati conflitti di attribuzione dei poteri in alcune richieste di grazia (come tra il presidente Ciampi e il guardasigilli Castelli sul caso Bompressi), ma la Corte Costituzionale ha risolto il conflitto (sentenza n. 200 del 3 maggio 2006), riconfermando al Capo dello Stato il potere esclusivo ed incondizionato di grazia, ed assegnando al ministro guardasigilli il diritto di “rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento” ma non la possibilità di “rifiutarsi di dare corso all’istruttoria e di concluderla“.

 

La gratuità e la gratitudine

La gratitudine è invece un sentimento buono verso una persona che ti ha aiutato, beneficato, salvato. Nella mia esperienza e grazie alla mia rete di conoscenze ho aiutato molte persone, e non sempre ho sentito gratitudine per il bene loro fatto, quasi sempre in modo gratuito. Conosco, e per ragioni lavoro frequento anche persone potenti e con grandi mezzi finanziari, così come persone con meno disponibilità e, nella mia esperienza, la gratitudine non è mai stata legata o proporzionata allo status del beneficato: vi sono stati casi di ingrati nei miei confronti da parte di ricchi e potenti, così come da parte di persone con meno o pochi mezzi, e casi di persone grate in tutte e due o più categorie sociali, e in tutte le classi di età, giovani e meno giovani. Sembra che aiutare qualcuno, a volte, paia a questo “qualcuno” una sorta di atto dovuto; altri invece si rendono conto della straordinarietà e del disinteresse dell’aiuto dato come dono puro, senza alcun secondo fine.

Ho aiutato persone a trovare un lavoro che avevano perso, persone in difficoltà familiari, famiglie colpite da tragedie come il suicidio di un proprio caro, giovani in difficoltà scolastiche o rischi di abbandono, sono stato orientatore e co-relatore di parecchie tesi di laurea, e via avanti. E lo farò ancora, perché lo ritengo un mio dovere morale, in questa fase della mia vita, nella quale ho i mezzi culturali e relazionali per poterlo fare.

La gratitudine è un sentimento del cuore, non dello stomaco o del portafoglio. E’ un respiro dell’anima verso l’altro e un ringraziamento all’altro per poterlo aiutare, facendosi aiutare. Nella gratitudine la reciprocità è il fondamento, come amore di benevolenza verso la fragilità nostra, di umani.

La sostenibile precarietà del vivere?

Venuti al mondo, e “nati a fatica“, come scrive Giacomo Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, siamo qua, inermi e abbandonati alla vita, “gettati“, secondo Heidegger, “condannati a essere liberi“, a parere di J.-P. Sartre. Incapaci di stare in piedi fino a un anno di età, precari per vent’anni e, oramai, oltre, perché bisognosi di essere sostenuti per poterci -a nostra volta- sostenere autonomamente. Eccoci: ecce homines, scriverebbe l’euangelista. Riina e Borsellino, Bill Gates e un piccolo bimbo del Darfur, Maria di Nazaret e Catherine Zeta Jones, Cristiano Ronaldo e un percettore di voucher a chiamata… Homines sumus.

Tutti precari, anche se in modi del tutto diversi, ma uguali nella mortalità necessaria, possibili vittime di malattie e infermità, certamente con diverse possibilità di cura, ma in fondo tutti fragili. Solo che a volte, ai ricchi e potenti viene meno la consapevolezza di questa comune fragilità e precarietà, questo stare in bilico sul crinale dell’esserci e del poter non esser-ci più. Quando manca questa consapevolezza nasce l’arroganza, quasi un senso di invincibilità, di perennità, stupido come un chiudere gli occhi davanti all’evidenza dei fatti e alla certezza della storia delle vite umane. Certamente non conosciamo il destino, né “il giorno e l’ora” (cf. Matteo 25, 13b), ma sappiamo che ogni cosa pre-vista della nostra natura verrà, avverrà.

Ossimoro anche in questo caso, il titolo del pezzo dice che ogni cosa, anche se precaria è sostenibile, perché solitamente abbiamo il potenziale e l’allenamento necessario per affrontare l’insicurezza, l’indecisione e la precarietà, sempre che queste non siano la conseguenza di una pigrizia insuperabile: in quel caso la situazione esistenziale diventa fastidiosa, e rende insofferenti, specialmente quando nelle relazioni interpersonali si indulge al rinvio, alla poca chiarezza, all’ambiguità, per timori del peggio, veri o presunti tali.

Teologicamente, nella cultura cristiana, si sostiene che Dio offre la forza necessaria per ogni prova, se la si chiede con umiltà. Nella realtà delle cose le situazioni possibili sono in-finite, con enne gradi di possibilità di sostenimento e superamento delle prove. Ogni persona ha una diversa soglia del dolore, una diversa sensibilità, una differente e irriducibile soggettività di giudizio sulle cose e sui fatti che gli accadono. Se questo è incontestabilmente vero, vero è altrettanto che tutti gli umani sono provvisti di ragione e di una logica argomentativa basica, che va conosciuta e coltivata. Nessuno si può rifugiare perennemente dietro il paravento delle emozioni e delle sensazioni dicendo “Ho la sensazione che…”. Bene, la sensazione può essere condizionata da un atteggiamento fondamentalmente viziato, quello di chi pensa e vede le cose quasi “con gli occhi degli altri”, invece che con i propri.

Si usa parlare spesso impropriamente di intuitività e sesto senso, attribuendo a queste “forme conoscitive” quasi una valenza assoluta, ed è sbagliato. Tutti dobbiamo fare i conti con la nostra psiche, la sua conformazione storicamente, geneticamente, ambientalmente strutturata, e perciò stesso, limitata.

Il passo successivo, oltre le emozioni sensitive è quello dell’uso razionale della logica argomentante, la facoltà superiore che ci permette di collocare le cose e i fatti nella prospettiva più giusta, nel contesto più completo e convincente. Non dobbiamo mai temere di non poter modificare le cose, se vogliamo modificarle e renderle più ragionevolmente plausibili per il nostro e altrui equilibrio esistenziale.

Pertanto, la precarietà del vivere, ancorché inevitabile, può diventare un’opportunità di crescita umana e morale per ciascuno di noi e per chi ci sta attorno, in ogni ambito, dal lavoro agli affetti, dalla progettualità al consolidamento, da un oggi incerto e ondivago a un immediato domani consapevole e coraggioso.

Questo siamo chiamati a fare nelle conseguenze della nostra gettatezza inconsapevole, di ex zigoti in questo mondo.

L’insostenibile leggerezza dell’essere?

Sopra riporto il titolo del famoso romanzo di Milan Kundera al modo interrogativo… perché?

Forse perché la forma interrogativa si pone necessariamente se si passa dalla dimensione esistenziale dell’essere a quella metafisica.

Infatti, l’essere come struttura portante dell’esistere è altro rispetto all’essere sostanziale di ciò-che-è, cioè dell’ente in quanto ente, l’essere in-comune.

Faccio un esempio tratto da poesia suprema: in chiusura del Paradiso (vr. 115, 33o canto) Dante canta così “Ne la profonda e chiara sussistenza (…), riferendosi all’apparire della Santissima Trinità al Poeta e a Beatrice.

Ma ciò che si pensa di capire è poco, pochissimo, se ci si riferisce a una mera parafrasi del testo. Che cosa è la “sussistenza” profonda e chiara? che cosa l’essenza? Perché ha da essere leggera l’essenza?

La sussistenza è metafisicamente ciò che sussiste, come anche noi umani viventi sussistiamo esistendo, epperò non autonomamente, perché siamo dipesi da chi ci ha messi al mondo e dipendiamo dalla Natura o da Dio se si crede, ma nel caso della Trinità è ciò che sussiste in sé e per sé, senza bisogno di alcun’altro ente.

Che cosa intende Kundera e che cosa Dante usando una terminologia metafisica, cioè espressioni che vanno al di là della fisica?

Mi pare che il titolo dell’autore boemo ci offra un indizio, l’ossimoro costituito dall’aggettivo “insostenibile”: la leggerezza dell’essere è insostenibile, ed è insostenibile perché non è leggera, non è leggero l’essere. L’essere ha il pondus del tutto, sopporta il tutto, lo supporta, lo costituisce, ne è la natura e la forma.

E’ la physis, cioè la struttura portante delle cose dell’uomo stesso. Il grande problema, posto dagli antichi filosofi greci e modernamente soprattutto da Kant e poi da Heidegger, è “che cosa si possa sapere della vera natura-forma-essenza delle cose, che cosa di ciò che appare-all’essere corrisponde realmente alla struttura essenziale sussistente dell’ente stesso che appare“.

Io, in quanto ente-uomo, come sono realmente nella mia verità sussistente rispetto a ciò che sembro essere? Quanto di me risulta evidente e certo, e di cui si può dire “è-così”, e quanto invece resta dentro una nebulosità indefinibile e inconoscibile? E così di ogni altro essere umano?

Siamo veramente sorpresa a noi stessi, a volte in situazioni ordinarie, quando reagiamo in modo inopinato o nuovo, ma specialmente in quelle situazioni che Jaspers definisce come estreme, come quando siamo in pericolo, o quando è in pericolo un nostro caro. Siamo sempre noi, ma allora viviamo esplorando dimensioni che non si sono note, aspetti del nostro essere che potrebbero rimanere sempre latenti, se non su-scitate all’esistenza da un qualcosa di straordinario che accade.

A me è capitato. Ho scoperto recentemente aspetti della mia struttura esistenziale, della mia sussistenza, che non conoscevo, e il movente è stata una grenz Situazion, come spiega Jaspers, una situazione di estremo stress che mi ha rotto argini e difese che avevo costruito per anni, rivelando a me stesso aspetti nuovi e inaspettati. Chi mi conosce bene, in pochissimi, due o tre persone, sa di che cosa parlo. Altri forse possono intuirlo, se sensibili e intelligenti, anche se mi conoscono poco o poco mi frequentano, perché sono selettivo e solitario.

E dunque è vero che l’essere ha una leggerezza insostenibile, perché è nientemeno che la nostra stessa essenza umana o, meglio, ciò che la fa essere-ciò-che-è.

Non è un giro di parole, lettor mio caro, è un tentativo di esplorare la verità e la complessità del nostro stare-al-mondo, per quanto possibile.

E allora, caro lettore, scusiamoci per le nostre miserie ed errori, scopriamo la nostra coscienza ed esaminiamola, verificando le volte che abbiamo offeso noi stessi offendendo gli altri, e ringraziamo l’Incondizionato che ci fa esistere nel Suo Essere .

La pazienza e il perdono, l’offesa e la riparazione, tra pars destruens e pars construens dello spirito

La pazienza è virtù costitutiva della fortezza secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino. Ne è parte integrante e fondamentale come capacità di patire (pathos), di sopportare (subfero) anche dolore e avversità, e quindi di supportare sé e gli altri nei percorsi più faticosi della vita e del lavoro.

La pazienza edifica nel tempo e permette di discernere il valore delle cose. L’impetuosità e il moto temerario sono il contrario della pazienza: sono improvvisazione e rischio, come quando si guida un’auto ritenendo di essere i padroni della strada, e non si rispettano le regole e i diritti degli altri utenti.

La pazienza è anche un’ascesi e un codice: ascesi in quanto esercizio mentale e fisico, codice in quanto capace di indicare i tempi e i modi del comportamento.

La pazienza, nel caso di una situazione di ingiustizia subìta, non può durare sine die, perché rischia di trasformarsi in rabbia, quando il senso di ingiustizia vissuto nell’attesa supera le capacità di sopportazione della persona, e quindi la forza della pazienza disponibile.

Può riguardare offese ricevute direttamente o da una persona cara, cui non si è reagito per ragioni di ordine logico e per opportunità nel momento dell’offesa, ma tale stato d’animo non può rassegnarsi a una immodificabilità senza fine, poiché ha bisogno di chiarimenti e a volte di scuse, affinché possa risanarsi un ambiente relazionale. Ciò avviene nella vita quotidiana e anche sul lavoro, ché il meccanismo mentale funziona sempre allo stesso modo.

Il perdono, come dice la parola stessa è un dono-iterato, cioè un dono ripetuto, più grande di qualsiasi altro, perché ha a che fare con l’offesa e la pazienza della sopportazione.

L’offesa, la fatica, la pazienza e il perdono sono nel flusso delle cose, appartengono al vissuto quotidiano e alle relazioni interumane. A volte non ci si rende conto di ferire con le parole, oppure ci si rende conto e si decide di farlo ugualmente, perché in preda alla collera o convinti di avere ragione. In quel caso la pazienza dell’offeso, che viene colpito da un’azione destruens, deve riuscire a razionalizzare i fatti non reagendo, se possibile, in modo vendicativo,  e quindi avviando una fase construens, di cui, però, il “distruttore”, deve essere informato per potervi partecipare, se umilmente ammette di essere stato “distruttore” e desidera rimediare.

Il tutto appartiene, tra le varie “etiche”, a un’etica del fine, dove il fine è proprio l’essere umano, nella sua integralità e integrità, che deve essere rispettata sempre e comunque, anche se carcerato per giuste ragioni e in ogni caso, distinguendo, nel caso del carcerato, l’espiazione della pena dovuta da indebite punizioni aggiuntive, come spesso accade anche in Italia. Nel caso della persona libera ogni angheria limitante la libertà individuale è inammissibile, illegale e profondamente immorale, da combattere, condannare ed eliminare.

Solo in quel caso il perdono per il male subìto ha ragion d’essere e produce buoni frutti, altrimenti è solo buonismo un poco evitante, per nulla coraggioso o formativo, e forse anche un poco vigliacco. Occorre far introiettare questi semplici principi morali ai ragazzi, fin dal primo sviluppo infantile e adolescenziale, o altrimenti cresceranno nell’ambiguità e in una forma di sottile accettazione della soperchieria e della sopraffazione, come accade nei noti contesti di familismo amorale, ma anche in situazioni definibili “normali”, ancora molto diffuse.

Le Vie dei Silenzi e Charlie Gard

Conosco l’Alta via dei Silenzi che attraversa le Alpi Carniche, dal Peralba al Lastroni ai Laghi d’Olbe, dal passo Elbel a Mimoias, dal Tudaio al Col Nudo e fino alla Cima Manera. Ne ho percorso parti nel tempo e ci tornerò. Vi sono ovunque “vie dei silenzi”, che tagliano campi e strade, percorrono i fondovalle e raggiungono gioghi e creste montane. Anche la mia vita è una via dei silenzi, quante corse, quante escursioni in solitudine, quanti viaggi in auto, quanti tremori per viaggi altrui e pensieri.

Le Vie dei Silenzi fendono le strade movimentate e rumorose della vita quotidiana, così intrecciando vicende e muovendo vettori causali, solo apparentemente casuali.

La via dei monti è aspra, i sentieri numerati stretti e perigliosi, soprattutto quando si fanno roccia nuda, bianca o grigia, dolomitica o basaltica. Camini ardui si presentano all’improvviso, e lì devi inerpicarti, lì cercando appigli sicuri e badando a non scivolare. Ricordo ascese di fatica e entusiasmo, come posseduti-dal-dio, al grande Sernio, interminabile, oltre il Foran da la Gjaline e la Forcella Nuviernulis. Oppure l’immensa foresta superata quasi in notturna per arrivare al Corsi verso lo Jof Fuart, in compagnia degli stambecchi. Lo Jof di Montasio, il Cridola, il Civetta, il Coglians, la Creta Grauzaria, magnifica e silente.

Mentre cammino in campagna, per le Risorgive del Friuli di Mezzo, progettando un’ascesa al Peralba, penso a Charlie, il bimbo di otto mesi, inglese, che deve e morire, perché non può vivere.

La montagna e la malattia incurabile di Charlie hanno qualcosa in comune, l’ineluttabilità, la sofferenza e il silenzio. Come quando si cammina per ardui sentieri e creste vertiginose si deve fare silenzio per concentrarsi sullo sforzo e sui pericoli che si incontrano, così si dovrebbe fare affrontando un tema come quello di Charlie, evitando la canea mediatica che si è scatenata, e le divisioni tra realisti e buonisti, laici e cattolici o d’altre fedi, liberal-radicali e integralisti di ogni genere e specie.

Trovo che il dibattito sia come al solito in questi casi sgangherato, come ai tempi di Eluana, di Dj Fabo, di Welby. Sarebbe bene che i militanti (spesso militonti) di tutte le scuole di pensiero prendessero esempio dai camminatori, dai viandanti, homines viatores, di cui mi onoro di far parte, e stessero un po’ zitti, rispettando il dolore di chi ama Charlie, e ne segue ogni respiro, finché vivrà.

Non sappiamo quello che la ricerca scientifica potrà produrre per rimediare a malattie genetiche come quella del piccolo, ma un tempo l’uomo non conosceva neppure la circolazione del sangue o il meccanismo procreativo che prevede l’unione di due gameti uno femminile e uno maschile. Una volta.

Un po’ di silenzio, via!

Consapevolezza e rallentamento

Non si può fare tutto. E poi che cosa è questo “tutto”? Ovviamente sotto il profilo umano è solo una “parte” delle infinite (indefinibili, non definite) cose che si possono fare in “una” vita. “Una vita”. E dunque si deve scegliere, limitando le cose da fare nel tempo, fisico, che è incomprimibile. C’è chi accelera l’eloquio per timore di non dire “tutto-quello-che-ha-da-dire” nel tempo che ritiene gli sia concesso, e stanca con la sua velocità gli astanti; c’è chi è sempre indaffarato e non ha mai “tempo” per un’altra cosa e, di rinvio in rinvio, la cosa muore lì.

Io avrei teoricamente un appuntamento con un politico da anni (!!!), ma anche ultimamente, dopo che era stata fissata una data  concordata, l’appuntamento è saltato. Poco male. Vi sono gli affannati perenni che non cavano un ragno dal buco, nonostante sia un problema trovare un interstizio nelle loro agende: i sindacalisti sono specializzati in questo, avendo scarsa dimestichezza con un ordo rationum delle cose da fare, cioè delle priorità, che sono sempre le loro, ombelichi del mondo. Almeno quelli di queste ultime generazioni, che ti trattano da loro pari anche se hanno solo la scuola dell’obbligo e vent’anni di meno, nonché un’esperienza di studio, lavoro e vita che è un’infinitesima parte della tua (la mia in questo caso). Del “tu” a piena bocca prima di esserci messi d’accordo, approcci del tipo “Senti un poco…”. Aah Signor.

Anch’io spesso “vado di fretta”, e mi stresso: a proposito invito fermamente chi mi conosce e frequenta in qualche modo, a non usare con me questo brutto verbo latino anglicizzato (stringo, ere vs. to stress), perché mi dà l’impressione di una strizzata di co.ni. Eppoi, come insegna più elevatamente Wittgenstein e più tera-tera (direbbero Venditti o Totti) la Programmazione Neurolinguistica, più ne parli e più esiste, lo stress. Dai, lasciamolo perdere, por favor!

Nel borgo selvaggio dell’Appennino dove appena ieri mi trovavo a parlare di “coscienza, tra principi etici e consapevolezza”, ho rivissuto il senso del rallentamento consapevole, ho visto il fornaio fornire un’anziana abbarbicata vicino al castello diruto, ho sentito parlottare vecchi sulla panchina, mi sono lasciato perdere per gomitoli di strade come le ungarettiane quattro capriole di fumo sul focolare. Senza meta ho gironzolato per vicoli e scalette, salitelle e discesuole, piazzette e slarghi sulla valle amena del fiume Taro, che scorre in fondo verso il Po.

Lentamente ho vissuto per meno di due giorni, ricordando il vecchio amico che non c’è più, Alex Langer, che predicava -altissimo- lentius, dulcius, suavius, invece che citius, fortius, altius. Più lentamente, più dolcemente, più soavemente, piuttosto che (qui il “piuttosto che” ci sta!) più velocemente, più fortemente, più in alto. Ah i convegni di Città di Castello, la Fiera delle Utopie Concrete (ossimoro suo, bellissimo), di Spello, di Bolzano, di Novacella. Nell’altra mia vita quando a qualche amico potevo confidare i miei patemi. Ora non più.

A Berceto mi sono fermato andando e ho camminato fermandomi, di tanto in tanto, come insegna sant’Agostino, che ama gli opposti, le contraddizioni e i dialoghi tra l’io e il sé, i soliloqui silenti del sentiero rupestre che finisce oltre la collina, quasi in cielo, di un azzurro lancinante. Ieri mattina, con pensieri miei vaguli, transfughi come colombe del diluvio.

A Berceto un festival del pensiero pensante e pensato

… in un borgo appenninico dove si è svolto il Primo festival nazionale della Coscienza, sull’onda di una ripresa filosofica italiana molto interessante. Modena, Sarzana e altre località già da anni offrono occasioni di pensiero pensante, quasi facendo a gara per riportare al centro il diritto alla conoscenza argomentativa e logica in un tempo di crisi del linguaggio e delle relazioni interumane.

Sono tra i relatori con illustri colleghi come Boncinelli e Galimberti, e ne sono onorato. Ospite invitato, mi dicono, per la mia presenza sul web e una biografia e bibliografia di studioso pratico, si vede, per loro interessante. In Friuli un poco meno (sorrido).

A oltre ottocento metri, sull’Appennino parmense che già odora di mare, lungo l’antichissima via Francigena, e il fresco dei boschi concilia il sonno e la riflessione. Son venuto solo, la filosofia è anche solitudine, anche se non sempre. A volte è condivisione, confronto, a volte ricerca della solitarietà e del silenzio.

Devo parlare della “coscienza morale”, di che cosa si intenda oggi e nella storia per coscienza, per quel luogo dello spirito dove si decide tramite un giudizio circa la bontà o malignità delle azioni umane. Parlare della coscienza oggi può apparire perfino inattuale, vista la confusione lessicale e teoretica in essere. Oggi sembra si possa ammettere ogni scelta purché possibile, alla volontà umana o alle tecno-scienze, superando sempre i limiti posti dai costumi etici e dal diritto di migliaia di anni.

Non so come andrà a finire, anche perché non “andrà mai a finire”, o almeno non siamo nelle condizioni di poterlo ipotizzare. Solo i media da strapazzo e i non-pensatori di ogni genere  e specie riescono a ipotizzarlo. Troppe sono le varianti, innumerevoli i vettori causali, imprevedibili le decisioni e le azioni umane, per poter ipotizzare come si porrà tra qualche tempo la dimensione etica e quindi la coscienza nella vita degli esseri umani.

In un certo linguaggio teo-filosofico si può dire che la coscienza è la persona stessa, non di più e non di meno.

La strada che conduce al paese è tortuosa come anche in certe zone delle nostre montagne furlane, tipo le Valli favolose, e chi mi conosce sa quanto mi sono care. La montagna è boscata con ampie zone di scisti scuri. Il paesaggio silente, due auto sole incrocio da Borgotaro a Berceto, e poi l’accoglienza amicale, mi riconoscono dalle immagini del blog, Renato, caro professore possiamo darci del tu? Come no?, giro per stradine, la Collegiata di San Moderanno, antichissima, VIII secolo, dei tempi del re longobardo Liutprando, il castello diruto su in alto. Cammino sugli spalti come un armigero e godo la brezza delle antiche montagne.

Mi presenta Mariangela dell’editore Guanda, che bello, dicendo due cose di me che mi fanno pensare come il lavoro paghi, sempre, la fatica, e il ricordo di chi mi ha dato la genetica e la forza per studiare. Chi, se non i miei genitori? E chi ha avuto pazienza di sopportarmi in questi decenni.

Ecco il pezzo clou del mio intervento, letto lentamente nell’attenzione degli astanti…

“—Nei giorni di ciascuno di noi, quando il silenzio ci aiuta nella riflessione interiore, quando si riesce ad abbandonare lo strepito quotidiano, sorge dalle profondità dell’anima un fiotto irrefrenabile, come una colata di lava incandescente, come un torrente reso turbinoso dalla piena. Pensieri, rimorsi, ipotesi, pentimenti, moti d’ira raffrenati, intuizioni … e poi é come se, su tutto questo materiale confuso, si ergesse un giudice pacato e severo: la nostra coscienza. Per giorni, settimane, mesi, a volte anni, essa tace, avvolta nell’oscurità dell’anima, nel torpore di una volontà ferita, ma a un certo punto essa riemerge, senza prepotenza, —senza iattanza, in punta di piedi, quasi per non disturbare. E allora lentamente illumina l’ombra profonda che c’è dentro di noi, prima con barlumi infinitesimi, che ci permettono di intravedere qualcosa, e poi con sempre maggiore vigore ci mostra la nostra condizione. —Fino a che non riusciamo a vedere con chiarezza ciò che prima era avvolto dalle caligini, avviluppato dalle panie della nostra cecità. Ci mostra il male che è dentro di noi, la nostra superbia e la nostra cupidigia, madri maligne delle cattive azioni che abbiamo compiuto. —Siamo stati superbi e dunque abbiamo smesso di ascoltare, di imparare, di avere attenzione per noi stessi e per gli altri, travolti da quella che pensavamo fosse una vera, sana attenzione per noi stessi. Siamo stati cupidi e dunque abbiamo desiderato per noi beni sbagliati, finiti, disordinati, pensandoli adatti alla nostra vita. Abbiamo messo la sordina alla retta ragione scambiando il male con il bene.

—Come impostare allora la vita, allorquando, alla fine di un lungo tunnel male o punto illuminato, si trova la via d’uscita? Non certo pensando di avere sconfitto tutta l’umana fragilità che è in noi, che ci costituisce, almeno parzialmente. Essa è parte non eliminabile della nostra struttura personale, e ci rende cagionevoli, bisognosi di aiuto. Essa è uno specchio nel quale ritrovare la via dell’umiltà, che si oppone alla superbia come il bene al male. Il problema che ci sta di fronte è come riuscire ad armonizzare ricomponendo le nostre straordinarie facoltà di esseri intelligenti, cioè come ricostruire la nostra identità creaturale.

—Lo sforzo è grande e non privo di incertezze, cadute, ripensamenti, stanchezza. La perseveranza è la virtù da invocare e praticare. Proprio quando sembra che non ce la facciamo, che l’impegno sia troppo grande, smisurato, allora capita che ci accorgiamo di avere fatto un passo avanti, magari impercettibile. Ciò che fino a qualche tempo prima ci pareva nebuloso e incerto, comincia a stagliarsi alla nostra coscienza con un certo nitore.

—Ecco: la cosa giusta da fare è questa. Lì mi stavo sbagliando… La coscienza non ha voce stentorea, più spesso fa fatica a varcare la soglia della nostra percezione interiore, perché siamo affannati a fare mille cose, frastornati da innumerevoli interessi e incombenze. E non ci mettiamo in ascolto.

—Ma la voce (la coscienza) è resistente. E capace di emergere nei momenti di silenzio, quando finalmente fermiamo il nostro attivismo e ci predisponiamo al riposo. Occorrerebbe andarle incontro ogni giorno. Donarsi momenti di contemplazione e di cura del nostro spirito, fermandoci a osservare le cose, gli altri, il mondo, ma da fermi. In silenzio. E valutare le nostre azioni, soppesarle, confrontarle, chiedendoci se sono state congrue con il nostro esistere, se sono state buone, per noi e per gli altri.

—I credenti di tutte le religioni e i seguaci di tutte le etiche dei valori lo chiamano esame di coscienza, o giù di lì, ciò che è il solo modo che permette a quella presenza avvolta nella nostra oscurità interiore, di uscire dalla latenza cui spesso la costringiamo, per illuminare finalmente la nostra via di una luce pura.”

E poi la declinazione delle varie etiche, tra libero arbitrio e cultura degli uomini, tra scienza e fede, dialogando con un pubblico attento e rispettoso.

Son venuto via dal borgo montano, leggiero, in fronte la brezza sottile del mistero e del vento. Dove tornare.

 

(di seguito i Power Point utilizzati, anche se solo in parte)

la Coscienza morale2

la Coscienza morale3

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