il canto della terra

MahlerSe sono in grado di ascoltare, prima, la Settima di Bruckner e poi  Das Lied von der Erde, il Canto della Terra di Gustav Mahler, vuol dire che sto emergendo dallo stato di necessità energetico che mi ha costretto finora, da tre settimane, entro l’angusto confine del mio corpo.

Le voci si alternano a strumenti, in un delicato rincorrersi di temi, su uno sfondo armonico disegnato dai Berliner Philarmoniker diretti da von Karajan. E’ una sinfonia per contralto (Christa Ludwig), tenore (René Kollo) e grande orchestra. Si susseguono i campi sonori melanconici, a partire dal “Canto bacchico della desolazione della terra“… ma ben presto rivive la speranza ne “Il solitario in autunno“, e ancor di più ne “La giovinezza“.

Mahler presenta un climax emotivo che ci porta alla “bellezza“,  a “l’ubriaco in primavera“, e infine a un non desolato “addio“. La terra è viva, anche se geme e soffre come per  le doglie del parto (san Paolo, Romani 8, 19-23).

Gli strumenti erompono tra il canto come turbine, corni e timpani, legni e ottoni… e il canto fugge, s’interrompe, sembra quasi vaneggiare e vincere sullo sfondo sonoro. La lingua tedesca marca con forza lo scorrimento del canto. Il contrasto è continuo tra le voci umane e i suoni strumentali… mah, ecco che dal web ricevo una chiamata. Dalla bellissima e amata terra d’Ucraina.

Il mio amico Andrea mi guarda sorridente da Dnipropetrovsk (dove fui per una rapida visita tre anni fa). Ci aggiorniamo, lui molto interessato alle mie traversie sanitarie, insieme parliamo di lavoro, di lavori da fare, di passione per il fare, ché è anch’esso un Canto della Terra. Ci comprendiamo bene dai comuni genomi furlani e ordiamo ancora un piacevole complotto per cose da fare, forse, ma sì, chissà, sì.

Gli chiedo se il Dniepr è ancora così immenso e se si sentono fin lì i rumori della guerra. No, solo echi, l’Ucraina è una grande nazione, e una grande nazione è anche la Russia, la Santa Madre Russia, che tutti amiamo come una possente sorella in Cristo. E non in Stalin.

Ci salutiamo mentre finiscono le ultime note del Canto della terra, e la giornata declina dolcemente verso sera, qui da noi, mentre colà la sera ha già avvolto d’ombra ogni cosa.

Notte caro amico Andrea.

giorni d’estate

monte Creta Forata…inesorabilmente giunti, anzi è la terra che li ha raggiunti con il suo movimento attorno alla stella, mentre rotando enumera i giorni del solstizio. I colori nitidissimi del temporale hanno lasciato spazio ai grandi mattini e ad albe senza romore (Cardarelli).

All’improvviso irrompe la luce infinita del giorno, nelle domeniche silenti della pianura, dove il cielo altissimo del confine si perde oltre i tetti e le fronde più alte… appena iniziata l’estate accorcia di un niente i grandi giorni sereni, e affida ai rintocchi delle campane il segnale del tempo, dove garriscono rondini freneticamente volatrici… e poi le cicale frinenti nascoste tra le ramaglie.

Giorni d’estate variopinti e dolenti, ma già colmi di una quieta speranza, appesa al filo delle parole e alla rete dei sogni. Care persone che siete a questo mondo, nell’albero dei miei affetti, e che in queste giornate vi siete fatte vive in voce e  in ispirito, sono con ciascuno e ciascuna di voi ad annusar la vita che vince.

Non ho progetti feriali, mi basta questo lento migliorare del corpo, mi basta questo senso di amicizia che sento tutt’intorno, è già moltissimo in questa estate calda. Vado a raccogliere le mie giornate a mano a mano che vengono dal turbinare regolato del mondo. Ora qui è quasi notte, ma in Polinesia è domani, pieno giorno azzurrissimo sul Pacifico. Oggi, domani, ieri, un’ora fa, tra due ore, pochi istanti fa, domani per me, per te che leggi, per Bea che studia storia un po’ ansiosa, tutto lì, tutto qui, in questo piccolo mondo immenso.

Lavorerò, molte cose farò, leggerò e scriverò, al solito, moltissimo, misurando il mio ristabilimento, per riprendere a usare il corpo nella prova, dopo aver finito di zoppicare. Se oggi mi sento come il paralitico che va da Gesù a chiedere guarigione e si sente dire “Vai e pentiti dei tuoi peccati”, ebbene, proprio perché il Maestro è tra noi, mi pento, eccome, mi pento di tutte le volte che non ho saputo apprezzare gli immensi doni che ho avuto, la salute, la forza, l’assenza del dolore e della malattia. Ecco, oggi ringrazio Dio Padre-Figlio e Spirito di avermi provato, come legno fresco sul fuoco, o metallo da temprare, e ho fischiato, temprandomi, più duro e resistente di prima.

Distesa estate, stagione dei densi climi, dei grandi mattini (Cardarelli), ancora mi accogli, diversamente, ma con tutto il tuo amoroso e femminino intento di comprensione, di silenziosa compagnia, di infinita pietas, estate mia, stagione della mia vita.

rinascita

eagleCaro lettor mio,

vivo giornate di rinascita, dolorosamente. Stamani inutile aspirazione del ginocchio, che ora è affidato alla truce fisioterapia per i prossimi trenta quaranta giorni. Il giro coscia destro si è rimpicciolito di cinque centimetri, il tono muscolare è crollato, l’emocromo in lenta risalita (9,4) verso i miei picchi ematici vicino a 16.

Lavoro a scartamento ridotto nella solidarietà buona dei colleghi. Ambiente umano.

Scrivo, questo sì, scrivo molto, favorito dal rallentamento delle altre attività. Osservo, mi osservo, ascolto meglio di prima, già mi inquieto di nuovo: buon segno. Avere la forza di arrabbiarsi è cosa ottima.

Tutto dei miei programmi è stato rivisto al ribasso, ridotto, diminuito, a volte rinviato. Ma luglio già si prepara come il mese del rilancio: a metà mese sarò in Slovacchia per dei colloqui con il gruppo dirigente nuovo di un’azienda furlana che colà ben merita, occupando trecentocinquanta lavoratori, e l’ultima settimana tra Poppi e La Verna, terre francescane, al seminario estivo dell’Associazione filosofica.  Che bello! Ne avevo bisogno, emergendo da questo dolore continuo, cattivo, gestibile solo con un po’ di chimica. Insonne, nervoso, stanco, dimagrito.

Eppure il mio male è ben poca cosa a confronto con i mali più grandi che visitano gli umani. Ma ognuno sento il suo, quando c’è, che gli fa sgradita compagnia.

Mi chiedono come sto e rispondo stereotipatamente “meglio di ieri e peggio di domani… spero“, ma non tutti capiscono al volo il climax: li confonde il “peggio”, che non collocano immediatamente nell’ascesa verso una specie di rinascita.

Meglio e peggio sono sempre in relazione con un qualcosa nel nostro giudizio soggettivo.

Eppure son convinto che la nostra volontà cambia le cose, intervenendo sul possente plesso di concause determinate da vettori sconosciuti e dal cosiddetto “caso” (il vettore meno conosciuto). Cosicché mi impegno a guarire, senza lamentazioni e spirito vendicativo. Nel corpo porto i segni dell’errore e della debolezza, ma nell’anima ho già messo al vento le bandiere della rinascita. Ecco che garriscono al vento… gracias y buena suerte con Dios, que me regala un tiempo mas profundo en mi anima.

l’uomo che muore

in camminoHo incontrato Egidio Maschio una volta, poche parole tra altri interlocutori. Di lui molti racconti, di gente che gli ha lavorato vicino, di qualche sindacalista, voces populi, più che altro. Burbero, intrattabile, solitario al comando, un so-tuto-mi, generoso.

Quest’uomo se n’è andato una delle scorse mattine. Si è tolto la vita. Settantatré anni, un gruppo di aziende di rispetto, duemila dipendenti e un fatturato in proporzione tra Veneto e Friuli.

Quando un essere umano prende la decisione di togliersi la vita si entra in un ambito esistenziale impenetrabile. Certamente vi possono esser ragioni, cause, segnali deboli e meno, che aiutano o orientano un’analisi esterna del gesto, ma il punto, il momento, il cuore della deliberazione irrevocabile restano inaccessibili.

Riflettendo sul processo decisionale psico-morale, mi chiedo se nel caso, dal concepimento dell’intenzione, alla deliberazione e all’attuazione di quanto deciso non vi siano stati momenti di interferenza o attimi di ripensamento, ovvero se, nel momento in cui si prende una decisione del genere, tutto concorre alla sua realizzazione ineluttabile, dal plesso emozionale ai neurotrasmettitori, a quanto altro interviene a livello mentale e biologico nella persona.

Ma, più importante ancora è chiedersi come un uomo possa trovarsi a decidere di andarsene in una solitudine silenziosa e muta verso gli altri. Che cosa è mancato che avrebbe potuto dissuadere Egidio Maschio, una parola, un colloquio, una riflessione condivisa? Forse cha a un certo punto si è reso conto di avere fatto il passo più lungo della gamba, e si è sentito perduto? Se sì, che cos’è questo “tutto”? Forse non un “tutto e totalmente”, cosicché la disperazione ha prevalso su una visione più alta e ampia… meno desolata e definitivamente conclusa.

E pensavo a tutte le arti umane che si occupano di questo, dalle psicoterapie alla consulenza filosofica alla direzione spirituale. Che cosa  avrei potuto dire e dare a Egidio se fossi stato in contatto con lui? Domande su ipotesi che abbiamo bisogno di farci per pensare sia sempre possibile recuperare qualcuno dalla disperazione.

Mi dispiace e mi chiedo se non sia il caso che le strutture di rappresentanza datoriale e sindacale organizzino qualcosa a supporto di queste situazioni, per fare tutto ciò che è umanamente e scientificamente possibile per osservare, accompagnare, aiutare chi rischia di trovarsi a mal partito con se stesso e con l’immagine che ritiene di aver creato, e di cui è bene non restare prigionieri.

la costruzione dell’essere

ombraNon indugerò qui secondo i dettami della metafisica classica, se non per cenni. Secondo quella dottrina l’esseresostanza o essenza all’esistere degli enti. E quindi anche a me, che sono un viv(ente) sensibile razionale.

Nella situazione limite (la grenz Situazion di Jaspers) che vivo ora, almeno nel senso concreto del “mio” limite attuale, è come se l’essere delle cose, il loro status quaestionis, si manifesti in un continuum di sensazioni, di sentimenti, di presenze-assenze emotive e di pensieri. Una sorta di essere-che-si-crea incessantemente, smettendo i panni del sostrato teoretico che attesta la presenza fuori dal nulla della tua persona: un essere, vorrei dire, più dinamico, e anche più convincente.

Provo la sensazione di un essere mobile, sensibile, attento, re-lativo, capace quasi di auscultare il movimenti del reale, la vita vera, il pulsare del cuore e il girovagare del sangue per l’immenso sistema cardiovascolare.

In qualche modo è come se mi si manifestasse una diversa verità su di me, una revisione di profili esistenziali  forse dati per scontati e immutabili, uno scenario inedito di vita e di valore.

L‘essere si crea costantemente come un apparire e uno scomparire, come un darsi e un ritrarsi, come il movimento del respiro e del cuore. L’essere si dà un po’ ritrosamente, come un angelo altezzoso, finché non si accorge di “essere” al servizio della vita, dell’esistere, di ciò che, essendo, fuori-esce irresistibilmente, come sangue a fiotti, vita vera, anima incarnata, consapevolezza dolorosa del farsi.

E così rimedito i sacrosanti principia methaphisica, adattandoli un po’ alla bisogna, come è d’uso fare con i concetti che servono a comunicare senso e significato a ciò che dici, nel mondo, tra gli altri, ri-creando sempiternamente discutibili verità locali, senza la pretesa di intercettare qualcosa di più definitivo.

Precarius, in preghiera, attivo e in attesa, vivo.

il coefficiente di gini

Gini_Coefficient_World_CIA_Report_2009Il tema della giustizia distributiva è presente all’uomo fin dalla stesura dei primi documenti legislativi  (XIX sec. a. C.), e a livello mentale da prima. La più importante trattazione antica della cultura occidentale di questo tema è presente nell’Etica Nicomachea, dove, nel Libro V, Aristotele tratta della virtù di giustizia e delle sue tre principali declinazioni. Dico subito che se la filosofia politica e le dottrine politiche successive e anche quelle più recenti (liberalismo, contrattualismo, marxismo, et varia alia) avessero tenuto in conto la lezione aristotelica, forse la storia umana… Ma i “se” non fanno la storia, e le frasi ipotetiche son da mettere in un cassetto.

Aristotele distingue tre tipi di giustizia: a) la giustizia generale o legale, che si occupa della legislazione degli stati da un punto di vista, appunto, complessivo; b) la giustizia commutativa, che si occupa della dimensione contrattuale degli affari e delle transazioni o negozi, centrale nella dimensione economica e produttiva (contratti di fornitura, contratti di lavoro, etc.), la quale deve far risultare un certo equilibrio nell’accordo tra le parti su una trattativa; c) la giustizia distributiva, che riguarda l’esigenza, prima di tutto di dare a ciascuno il suo (unicuique suum), ma anche di sovvenire ad esigenze specifiche che qualcuno possa avere per la propria sopravvivenza dignitosa.

Nei secoli successivi, nonostante la lezione evangelica cristiana e la successiva coranica (sostanzialmente il linea, con la virtù e la pratica dell’elemosina), le differenze reddituali e di condizioni di vita tra categorie, classi e ceti sociali, sono rimaste macroscopiche. Si dovette aspettare il ‘700, con l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese, per rimettere al centro il tema della giustizia distributiva. La Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo ne costituisce l’ossatura teorica. Nel frattempo, mentre nel mondo laico sorgevano iniziative filantropiche, a partire da metà ‘800, le varie chiese provvedevano con le loro filiere caritative e sociali (da saint Vincent de Paul a san Giovanni Bosco, etc.). Nel frattempo il socialismo si proponeva come ipotesi su due versanti, uno più riformistico (Bernstein, Turati), l’altro nettamente rivoluzionario (Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao, con le degenerazioni cambogiane) che si manifestò con tutta la sua forza nel ‘900 (Rivoluzione Russa, Cinese, etc.).

Nelle nazioni occidentali, nel frattempo, i governi liberaldemocratici cercavano, fina dalle ultime decadi del 800  di coinvolgere le masse operaie e popolari con iniziative di assistenza sociale, previdenziale e sanitaria, in modo discontinuo e differenziato: la prima operazione di attenzione concreta a una sorta di giustizia distributiva va fatta risalire alla decisione del Cancelliere tedesco Ottone di Bismarck, di istituire una sorta di sistema pensionistico (1880 circa).

Il resto è storia del secolo passato, storia recentissima. I sistemi di welfare si sono diffusi dopo la IIa Guerra mondiale (Legge Beveridge in Gran Bretagna), almeno in Europa (in modo differenziato), in Nord America e in Australia. L’Italia stessa ne è un esempio, possiamo dire nonostante gli sprechi, luminoso?

Nel frattempo anche la Chiesa cattolica si è messa in moto con le encicliche sociali, dalla Rerum Novarum (1891) di papa Leone XIII, alla Quadragesimo anno (1931) di papa Pio XI, nella quale per la prima volta viene posto il tema della solidarietà declinata insieme con la dimensione sussidiaria, alla profetica Populorum progressio (1967) di papa Paolo VI, che pre-vide da lontanissimo i tempi della globalizzazione e dei suoi rischi, alla Caritas in veritate (2009) di papa Benedetto, che riprende e riassume il tema di uno sviluppo solidale e di una più equa distribuzione tra tutti li uomini dei beni di questo mondo.

E ora veniamo al tema del titolo: il coefficiente di Gini. Dal web “Esso è opera dello statistico Corrado Gini e si configura come misura della diseguaglianza di una distribuzione. Si utilizza anche come indice per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equi-distribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.”

Se osserviamo la mappa del mondo soprastante, sapendo che i colori più accentuati rappresentano i divari maggiori, e che i colori più chiari le aree con i divari minori, notiamo come questi insistano molto sull’Europa germanica e scandinava, siano evidenti nel Canada, e poi via via trascolorano in tinte più scure (Africa, Asia, Sudamerica), dove ci sono molti ricchi infinitamente più ricchi di una miriade di poveri.

Da socialista democratico incallito mi viene da dire che il coefficiente di Gini conferma regimi di maggiore giustizia sociale dove le dottrine socialiste moderate e riformiste hanno attecchito da molti decenni, mentre invece, dove sono state o son presenti dittature, regimi autoritari (Cina, paesi arabi, etc.), o fortemente competitivi (USA) il divario registrato dall’indice è più dilatato.

Un altro modo per ragionare di giustizia, senza enfasi ideologica, da Aristotele a Corrado Gini.

 

che cos’è quello che c’è?

Madonnina del PeralbaDovremmo fare sempre lo sforzo di non buttare via niente di ciò che, come umani, comprendiamo del mondo, magari senza essere capaci di spiegarlo del tutto. Infatti “comprendere” e “spiegare” sono due fasi conoscitive che si completano, ma che a volte neppure si toccano. Non sempre è possibile spiegare ciò-che-si-è-compreso, o si pensa di aver compreso, perché una parte di ciò resta inaccessibile alla sua traduzione comunicativa, la eccede, rimanendo nell’implicito e nel con-fuso.

Se concepiamo la storia del pensiero filosofico occidentale come un processo progressivo della conoscenza delle cose, e basta, dovremmo dire che Aristotele ha -in fondo- smentito e smantellato Platone, spostando l’attenzione dalla centralità del mondo delle idee, alla centralità della sensazione del “reale” successivamente elaborata dalla metafisica dell’ente e dell’essere, proponendo una conoscenza oggettiva; e che Descartes ha fatto lo stesso con Aristotele, spostando radicalmente lo sguardo dall’oggetto al soggetto, per poi venire superato a sua volta dal soggettivismo di Kant e degli idealisti tedeschi, fino ai nostri giorni.

In realtà il pensiero umano, partendo dal Mito e approdando con i Greci al Lògos, cioè alla ragione, si è dipanato e declinato in modi diversi e originali, cercando sempre di interpretare l’infinito svolgersi e rivelarsi del reale, della verità delle cose.

E’ uscito un libro interessante che ci aggiorna su questo percorso “Methaphysics and Ontology without Myths“, scritti di Willard van Orman Quine (a cura di Fabio Bacchini, Stefano Caputo e Massimo Dell’Utri, Cambridg Scholars Publishing, Newcaste 2015).

Un libro che ci conferma l’attualità del sapere ontologico e di quello metafisico, anche dopo le rivoluzioni scientifiche del ‘600 e degli ultimi duecent’anni. L’ontologia, cioè la domanda “che cosa c’è?”, e la metafisica, cioè la domanda “che cos’è quello che c’è?”, sono ancora la premessa e il sostrato di ogni ulteriore interrogazione conoscitiva.

Aristotele e Tommaso, ma anche Platone e Agostino, Plotino, Gregorio di Nissa e Origene, sono ben presenti nelle domande basilari, che nessuno può evitare, secondo Quine, magari non allo stesso modo dei loro tempi, è ovvio, ma secondo un filo rosso che ne attesta il valore permeando il pensiero successivo.

Noi umani abbiamo bisogno di astrarre, di generalizzare, di creare famiglie, categorie, di inquadrare, classificare, tassonomizzare quello che studiamo e capiamo, proprio per com-prendere (prendere dentro) anche quello che ci sfugge: si pensi alla infinita espressività della parola così come è studiata dall’ermeneutica, all’intraducibilità sostanziale dei testi, di cui siamo in grado di offrire solo surrogati di senso e di significato nelle lingue in cui non sono stati scritti.

C’è un bisogno enorme di domande ontologiche e metafisiche, non solo nella ricerca, ma nella vita corrente, di ogni giorno, nel quotidiano scorrere delle cose che decidiamo e che facciamo o subiamo.

Que viva la ontologia y la metafisica, mi hermano don Quijote!

la nuova vita

sullo StellaIn certe culture, come in quella ebraica, il nome dato alle persone è “la persona stessa”, come se quel segno, quel suono assumessero un significato ontologico coincidente con quel “chi” porta quel nome.

Iersera, appena tornato dall’ospedale ricevo la gradita visita del mio medico dottor Gianni, facondo narratore e ascoltatore d’eccezione.

Parliamo di nomi e lui mi racconta delle difficoltà incontrate da suo padre per registrarlo in Comune, una specie di discussione allo Stato civile circa la congruità del nome proposto, che poi sarebbe diventato il secondo nome. Poi passiamo alla mia storia onomastica, meritevole di attenzione. Allora, racconto, in vista della mia nascita, Pietro e Luigia si erano accordati di chiamare con i nomi congiunti delle nonne se fosse nata una bambina (e questo accadde due anni dopo, con mia sorella Maria Caterina), e se fosse nato un maschio, Marco, perché era breve e suonava bene con il cognome.

Nasco io, in casa, come era d’suo allora, lungo e robusto (52cm * 3,6 kg), e mio padre si avvia in bicicletta verso il Municipio per adempiere ai suoi doveri civili. Giunto davanti all’Ufficiale di Stato Civile, questi si complimenta con lui dicendo: “alore Pieri, a ti è nât un biel frutin, cumpliments” “grazie, grazie” si schermisce mio padre, e aggiunge  “e ancje la Gjigie a sta ben“. “Ce mut vino di clama il frutin alore, Pieri?” “Bon, lu clamin Renato“, “Va ben Pieri, alore firme chi“.

Tornato a casa mio padre viene interpellato dalla mamma, e  allora le dice di aver cambiato idea per strada, volendo ricordare un suo fratellino morto a sei anni per una caduta dalle scale. Gjgie, come era abituata a fare, non polemizza dicendo solo “Va ben, Pieri, il frut a si clame Renato“.

E Renato son stato fino ad ora e fino in fondo. Al classico mi son poi accorto che il mio nome era parte participiale passata di un verbo deponente (renascor, eris, renatus sum, renasci, cioè rinascere). Io dunque sono il “rinato”, colui che nasce una seconda volta. Più avanti, studiando teologia e storia del Cristianesimo antico, “scopro” che il mio nome veniva dato a ogni catecumeno/ a che si battezzasse, che lo portava per un periodo accanto al suo proprio (es. Caius Rinatus), a significare la rinascita spirituale che avveniva con il Battesimo in Cristo. Fino ai tempi di Agostino (IV/V sec.) più o meno, venivano battezzati solo gli adulti, perché i bimbi non potevano avere la consapevolezza del sacramento dell’iniziazione cristiana, e fu proprio Agostino a proporre di cominciare a battezzare i bimbi, perché la Grazia divina fosse infusa in loro fin dai primi giorni di vita.

Mentre leggo Il Grande discorso catechetico di Gregorio di Nissa, rifletto che nel tempo il mio nome, determinato da mio padre all’ultimo momento, è stato una rappresentazione fedele di tutto il mio itinerario, sinusoidale per molti aspetti: caduto e rialzatomi più volte, anche in quest’ultimo caso, da completare, perché cammino con le grucce dei paralitici che invocano Gesù, il mio nome mi ha accompagnato e mi accompagna come una sinecura davanti allo Spirito che tutto conosce, e anche quel lontano giorno di febbraio era vicino a mio padre.

istorielle stupidelle

innamoramentiprima istoriella

personaggi e interpreti: un infermiere professionale e una operatrice sanitaria (os)

il fatto

cӏ da sostituire il barattolo del drenaggio, ma con un nuovo modello di contenitore

dialogo: “mai visto questo, deve essere di una nuova fornitura” risposta  ” eh sì, mai visto neppure io, come si fa?” “proviamo, io sviterei qui, cosa ne dici?” “non, credo di no, forse è meglio tagliare il filo del tubicino vecchio e inserirlo in quello nuovo, vado a rendere le forbici” “sì si, grazie”.

Si danno da fare per una decina di minuti e intervengo: “Allora, dopo questo interessante consulto, abbiamo combinato?” “Sì si adesso è tutto a posto”. Ciò che mi colpisce, oltre all’inopportunità del dialogo è l’incapacità di coglimento della mia ironia.

Commento? Verificare meglio i feedback della formazione professionale sia tecnica sia relazionale.

 

Seconda istoriella

personaggi e interpreti: due tecnici di radiologia

il fatto

sala TAC in attesa ansiosa di angio-TAC

il dialogo: “…senti un po’, non tirare di lì il filo, se no si stacca e salta tutto (salta tutto?, cazzo ndr)”, risposta “no, non preoccuparti l’ho già fatto (eh, ci mancherebbe!). E così, un travaglio di ipotesi “tecniche” di una decina di minuti. “Tutto a posto?” “Spero di sì” (spero?). Per la cronaca l’esame era per scongiurare un sospetto di seri danni all’arto, non bruscoletti.

Commento? …

 

Terza istoriella

personaggi e interpreti: due ausiliarie

il fatto

sono venute a rifare il letto, mi alzo e mi siedo e loro rapidamente rifanno il letto, risalgo e chiedo di passarmi il cuscino per la gamba e una esclama: “ma dicono che per la gamba il cuscino non serve” replico chiedendo chi sia il soggetto di questo “dicono”, risposta “ah medici, infermieri”, “a me l’hanno prescritta proprio loro”. Chiudo lì perché stava per venirmi un attacco di lombrosismo acuto.

Mi sono limitato a pensare all’attualità di quel detto di Tommaso d’Aquino “sutor ne ultra crepidas, cioè ciabattino, non oltre le tue scarpe”.

Così tanto per raccontare da questo letto di relativo dolore.

notturno

oscar wildeInsonne contemplo la sagoma dell’ospedale stagliantesi nel cielo ancora buio; son le tre e mezza ma le due e mezza reali. Il pulsare della macchina sociale è basso, profondo, quasi silenziato, ogni tanto un richiamo da una stanza, che si spegne in breve, la mia finestra è aperta e sento il respiro della notte. La porta dà sul lungo corridoio illuminato, da cui verso mezzanotte avevo visto affacciarsi l’infermiera gentile con un medicamento per me. Da allora sonnellini brevi, e altrettanti risvegli con pensieri, e la speranza che questa notte non duri troppo.

Sono stato trattenuto ancora un giorno, dopo i patemi e le complicanze inaspettate, dopo gli studi sul mio sangue particolare, frutto di genetica e di perpetuo sport.

Penso alla “fortuna” che mi accompagnato fino ad ora, per la salute e il movimento inarrestabile della mia vita.

Penso alle persone conosciute e perse di vista, ai sentimenti che ciascuno prova dentro di sé, a chi mi vuole  bene e anche a chi mi detesta. Che cosa fa pendere il sentimento verso l’uno o l’altro polo? Quali misteriosi meccanismi elettrochimici o psicologici entrano in azione? Perché, se potessi, aboliresti dalla tua vita certe persone, e altre vorresti sempre abbracciare? Questo è il fluire silenzioso della mente in piena notte quasi estiva.

I prossimi giorni saranno di riabilitazione e lenta ripresa delle attività normali. Per una settimana mi porterà agli appuntamenti di lavoro, ridotti e selezionati, un buon amico, e poi vedremo, passo passo, senza buttare troppo in avanti lo sguardo, fermamente “agostiniani”.

Tra un’ora il cielo immoto trasalirà alle prime venature di luce orientale, filamenti di nuvole tracceranno il lento trascolorare. Tutto passa e tutto rimane, qui su questa terra e nella nostra mente, come verità da credere umilmente. Non auguro a nessuno notti di ospedale per pensare, ma di pensare. E so che c’è chi non ce la fa o che non vuole, perché ha paura del pensiero come di un male, o come fosse un disturbatore delle scelte elementari già fatte, quelle più egoistiche, senza discussioni.

E provo un poco di pena per costoro, non ne conosco pochi: in comune essi hanno il timore di essere presi in fallo. Cercano il potere come un taumaturgo che li metta al riparo dal pericolo, usano molte maschere al fine di non scoprire una disarmante fragilità. Non sanno mai bene se ciò che accade è opera loro o della fortuna.

Un refolo di vento mi raggiunge, vien giù dalle Prealpi vicine, dopo aver traversato i boschi e le radure, e forse ha già sentito in lontananza l’alba.

Sul Filo di Sofia