Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

L’abbaiare alla luna, l’abbaiare di alcuni giornali come il travagliesco Fatto, e l’abbaiare alla Russia (di tale Stoltenberg, nomen omen), per contrastare, sbagliando, l’aggressione del fanatico-autoilludentesi-csar (“di tutte le Russie”)

L’immagine dei latrati della Nato verso la Russia, evocata (e attuata da Jens Stoltenberg, che non mi rappresenta) da papa Francesco in questi giorni, è potente. E opportuna. Così come è stata opportuna la smentita al segretario generale della Nato da parte del cancelliere Scholz (Macron consenziente).

Per nulla opportuni sono, di contro, i titoli travaglieschi de Il Fatto Quotidiano, che trasudano un compiacimento eticamente incomprensibile, oltre che maligno, per i problemi del mondo, quasi che il male diffuso possa dare maggior respiro alla sua lettura giornalistica. Una vergogna quotidiana per quel giornalaccio, di cui cito l’ultima stupidaggine: “Draghi solo” in una immagine con Salvini, Conte, Macron e anche Letta distanti da lui: un arbitrio concettuale e controfattuale, perché se Conte e Salvini sono anti-draghisti per gelosia, Letta e Macron la pensano come Draghi e viceversa, anche se si esprimono con parole diverse, in ruoli diversi, ma con i medesimi obiettivi: a) aiuto all’Ucraina, b) ogni sforzo diplomatico per ottenere prima una tregua e poi la pace.

I racconti e le favole sugli animali tramandano l’abbaiare alla luna dei coyotes della prateria, ma anche figure poetiche come quelle leopardiane (Il tramonto della luna) alla fine della sua vita, o felliniane (La voce della luna), alla fine del suo lavoro.

La metafora di papa Francesco sull’abbaiare della Nato verso la Russia è una metafora efficace. Non si comprende se non tramite una lettura di politica interna l’alzata verbale di Biden contro Putin, di cui non c’è bisogno di dire ogni giorno le sue caratteristiche di violenza antidemocratica e guerrafondaia.

Ma anche i vertici attuali della Nato si stanno rivelando improvvidi e scarsi sotto il profilo comunicazionale. Già ebbi modo di dolorosamente scherzare sul nome “paolino” di Stoltenberg qualche settimana fa, scherzo teologico che qui confermo. Sembra che alcuni capi dell’Occidente siano proprio stolti.

Come sempre, il dovere dell’onestà intellettuale impone di non essere manichei, cioè di non assegnare la patente di malvagità a un solo soggetto, ma di riconoscerla in ogni soggetto, nella misura razionale di un’analisi seria e competente. Che il leader della federazione russa sia il generatore assolutamente principale del male attuale è fuori dubbio, ma che questo male sia alimentato – nel tempo – anche da altri, è altrettanto fuori dubbio.

Né, altrettanto, si deve mettere in dubbio, che gli ex Paesi del Patto di Varsavia che hanno aderito all’Unione europea e alla Nato, l’abbiano fatto in assoluta libertà ed esercizio democratico. Nessuno li ha obbligati a un tanto. Il fatto è, come sosteneva Enrico Berlinguer fin dal 1973, che Bulgari, Romeni, Cechi, Slovacchi, Ungheresi, (Lituani, Estoni, Lettoni non ancora formalmente) e Polacchi, vorrei dire anche Valacchi e Moldovi, si sentono più sicuri sotto l’ombrello della Nato, cari pagliarulo, e orsini vari (uso le minuscole in questi cognomi, perché sono diventati nomi di una specie umana).

Però una delle idiozie legate alla guerra è l’aver tagliato fuori per sanzioni anche gli atleti russi da tutte le manifestazioni internazionali. Non tagliare fuori gli sportivi russi potrebbe essere un piccolo contributo al dialogo, visto che questi ragazzi e ragazze non peggiorano di sicuro il clima fra i contendenti.

Si prenda ad esempio la collaborazione spaziale, che non è stata fermata all’improvviso, ma sta continuando pure se tra dubbi e difficoltà.

Sono indignato verso due esagerazioni: la prima è quella di chi pretende di interpretare il diritto del popolo ucraino, frapponendo difficoltà e inciampi a una possibile trattativa diplomatica; la seconda è quella di sostenere di fatto il criminoso tentativo del presidente della federazione russa di decidere del destino dell’Ucraina, e forse di altre nazioni.

I primi sono gli arroganti dell’Occidente del mainstream, che non sbaglia mai, e che può fare-qualsiasi-cosa, anche sulle ali dei cacciabombardieri; i secondi sono i re-interpretatori della storia, i falsificatori, i sostenitori del falso in tutta la sua evidenza (perché anche il falso è evidente quanto il vero, quando è certo): nostalgici del sovietismo e della sua doppiezza, autoritari di ogni genere e specie, antidemocratici incalliti, patriarca “di tutte le Russie” compreso. Privi di cultura antropologica e storica,

che, in modo significativo, manca – però – anche ai primi.

Mi chiedo quali studi, che formazione abbiano avuto Putin (lo so, legge e servizi segreti) e Biden (lo so, legge), ma anche i capi dell’Intelligence Usa e dei Servizi segreti russi. Sono però certo che non hanno alba dei fondamenti filosofici della filosofia greca e delle dottrine cristiane, solamente (queste ultime) orecchiate, il primo da un blando protestantesimo metodista, il secondo da un’ortodossia formalista e stantia. Niente filosofia, niente religione sana, democrazia prepotente e democratura autocratica.

Male, maggiore a oriente, ma a occidente non latita.

Informazione, fonti, analisi, opinioni, certezze, evidenze, verità

I sei termini sono anche sei concetti che hanno a che fare con la verità. Vediamo distinguendo bene. Aggiungo: nel rapporto dialettico fra certezza e verità, si deve aggiungere anche l’evidenza.

Che cosa intendo? Noi umani conosciamo razionalmente le cose in due modi, o per evidenza ovvero per comunicazione di notizia: a) l’evidenza è ciò-che-sta-davanti-a-me in modo ineluttabile; b) la comunicazione di notizia è un qualcosa di fededegno (se del caso), che mi viene detto, quando chi mi dice una cosa è credibile e la cosa stessa è credenda (gerundivo di necessità, vale a dire da credersi). L’esempio classico è quello che concerne il credere che esistano l’Australia, o il Borneo, o l’Antartide, anche se non ci si è mai stati: gli Occidentali seppero del continente australiano solo dopo i viaggi e le relative cronache del capitano James Cook, mentre invece noi del XXI secolo, anche se non siamo mai stati in Australia, sappiamo che esiste dai racconti degli emigranti e dai mezzi di comunicazione.

La linea filosofica aristotelico-agostiniano-tommasiana propone la coincidenza di verità tra la cosa e il pensiero (che la descrive) con l’espressione adaequatio intellectus et rei, che supera logicamente (a parer mio, ovviamente) due altre posizioni, quella materialista che recita adaequatio intellectus ad rem, e quella idealista, che recita adaequatio rei ad intellectum. I due grandi pensatori realisti ritengono che la realtà vera sia un adeguamento della cosa predicata al modo lessicale con il quale la si predica.

Cambiamo ambiente e tempi filosofici: proviamo a interpellare, ad esempio, un Emanuele Severino, che in tema di verità richiama Hegel così sintetizzando:

Ludwig Wittgenstein
  • dapprima il pensiero filosofico è affermazione immediata dell’identità di verità e certezza;
  • poi è affermazione dell’opposizione di verità e certezza;
  • e infine è il superamento di questa opposizione, ossia è l’affermazione mediata dell’identità di verità e certezza.

Secondo Hegel per certezza si intende ciò che è saputo, ciò che è pensato, vale a dire la nostra percezione delle cose: in quanto pensiero, la certezza è una determinazione soggettiva, uno stato del pensare. Per verità, invece, si intende ciò che è, le cose in sé: in quanto determinazione oggettiva, la verità è uno stato delle cose, è l’essere.

Anche Severino, assieme a Hegel, ammette, come i grandi realisti sopra citati, che il senso comune obbedisce al realismo: la filosofia realistica non è altro che la riflessione sulla corrispondenza diretta tra certezza e verità, corrispondenza che l’uomo comune, prescindendo da una visione filosofica, dà per scontata. Il realismo filosofico è dunque affermazione dell’identità immediata di verità e certezza, e il senso comune, poiché reputa ovvia e sottintesa tale identità, esprime un realismo ingenuo, ma ciò non significa che tale realismo sia solo… ingenuo

Scrive Emanuele Severino: “Il realismo – ingenuo o filosofico che sia – presuppone che il mondo in cui viviamo sia esterno alla nostra mente ed esista in sé: noi siamo convinti, allora, che le cose esistono a prescindere dalla percezione e dalla coscienza che ne abbiamo, cioè indipendentemente dal fatto che le pensiamo (“Non è il pensiero che crea la verità, esso solo la scopre: la verità esiste quindi in sé anche prima che sia scoperta”, dice Agostino). Non abbiamo dubbi, inoltre, sul fatto che, pur non conoscendo tutto del mondo, ciò che conosciamo appartiene effettivamente al mondo che osserviamo e sul quale riflettiamo: il «mondo è sì indipendente ed esterno alla nostra mente, ma si mostra alla nostra mente, ossia è conoscibile in certi suoi tratti» perciò è per noi ovvio «che la realtà, indipendente dalla mente e ad essa esterna, sia peraltro accessibile alla nostra conoscenza».

In prevalenza, la filosofia greca e quella medioevale erano filosofie realistiche, basate sugli stessi presupposti, sulle stesse convinzioni espresse, anche oggi, dal senso comune, dal modo di pensare ordinario, non filosofico. Sulla base dell’identificazione immediata tra certezza e verità, le filosofie antiche affermavano che il pensiero (certezza) può conoscere la realtà (verità): la ragione umana può, superata l’opinione ingannevole (doxa), essere illuminata dall’episteme e riconoscere il vero (aletheia). La realtà coincide con il contenuto del nostro pensiero, con l’idea che della realtà abbiamo; la certezza combacia quindi con la verità. Il mondo vero, cioè esistente in sé, è ciò che il pensiero pensa; la cosa percepita e pensata dall’uomo corrisponde alla cosa in sé.

Poi arriva Cartesio.

Cartesio si domanda: se è vero che la realtà in sé delle cose, l’essere del mondo, è indipendente dal nostro pensiero, allora come possiamo essere sicuri dell’identità di certezza e verità? Per primo, separa la certezza dalla verità, le pone in opposizione problematica e, in atteggiamento critico verso la tradizione realistica, ingenua e filosofica, si chiede: come essere sicuri che le cose pensate siano le cose stesse? Pur negando la corrispondenza immediata tra certezza e verità, però, non ne esclude la possibile affermazione mediata e, contro la negazione scettica di qualsiasi verità, riconosce una verità originaria da cui partire: cogito, ergo sum. Dubito di tutto, quindi penso perché, proprio nel rendermi conto che certezza e verità potrebbero non coincidere, verifico che il mio pensiero esiste e, assodato che penso, io esisto e quindi sono.

Conviene qui soffermarsi sul concetto di idea, e sulle differenti sfumature che lo caratterizzano nella prospettiva realistica e nella visione moderna.

Per il realismo, l’idea (il pensiero) è ciò con cui si conosce (id quo conoscitur), è una certa determinazione della realtà che alla realtà nulla aggiunge – per il senso comune, infatti, un’idea esiste solo nella nostra mente, non è realtà –, e tuttavia corrisponde direttamente, immediatamente alla realtà, alle cose che, fuori e indipendenti dal nostro pensiero, esistono in sé.

A partire da Cartesio, invece, e in generale per la filosofia moderna fino a Kant, l’idea è il contenuto immediato del pensiero, è ciò che è conosciuto (id quod conoscitur). Cioè a dire: la filosofia moderna afferma che l’uomo può conoscere solo la rappresentazione, il pensato, l’immagine soggettiva della realtà (per Cartesio, l’“essere oggettivo”), ciò che corrisponde – solo mediatamente – alla realtà in sé (l’“essere formale”). Le cose che stanno davanti e intorno a noi, le cose che costituiscono il nostro mondo, per la filosofia da Cartesio a Kant, sono pertanto tutte idee – e perciò le cose in sé costituiscono un problema –; e sono sempre idee, ma di tipo diverso, la realtà e l’idea (cosa non reale) in senso realistico.

Per la filosofia moderna il “mondo esterno” è la verità opposta alla certezza; per il senso comune il “mondo esterno” è il contenuto immediato della certezza. Ormai è chiaro che il “mondo esterno”, così inteso (inteso cioè come questo mondo che ci sta davanti), è interno alla coscienza, sì che il vero mondo esterno è ciò che sta al di là delle nostre rappresentazioni, e la cui struttura si pone dunque come un problema.

Quindi la scoperta di Kant era che, invece di esperire il mondo come esso realmente è là fuori, noi esperiamo la nostra versione personalmente elaborata di quello che si trova là fuori. Proprietà quali lo spazio, il tempo, la quantità, la causalità sono dentro di noi, non là fuori: noi le imponiamo alla realtà. Ma, allora, qual è la realtà pura, non elaborata? Che cos’è realmente là fuori, quell’entità grezza prima che sia elaborata da noi? Quella rimarrà sempre inconoscibile per noi, affermava Kant.

Per la filosofia antica, anche, ma non lo dà per scontato: i filosofi antichi riflettono sulla questione e la approfondiscono, ma arrivano alla stessa conclusione. Certezza e verità coincidono immediatamente.

Per la filosofia moderna, invece, certezza e verità sono in opposizione. Cartesio si accorge che non c’è modo di verificare la corrispondenza tra la nostra percezione della realtà e la realtà in sé, e il loro rapporto si rivela pertanto problematico. In breve, l’opposizione problematica tra certezza e verità non arriva ad annullare l’identità tra la nostra percezione delle cose (rappresentazione) e le cose in se stesse, ma ne smentisce l’immediatezza. Certezza e verità coincidono mediatamente.

Come per Aristotele e Cartesio, per Kant è indiscutibile che, indipendentemente dalla conoscenza dell’uomo, esista il regno delle cose in sé: «Anche il fenomenismo kantiano è dunque un realismo – ossia è affermazione che la res, la cosa, è indipendente ed esterna rispetto al conoscere». L’idealismo, però, si configura come superamento (“oltrepassamento”, dice Severino) del realismo, perché rileva che la “cosa in sé”, in quanto concetto, è concepita, cioè pensata e conosciuta, e dunque, proprio perché pensata e conosciuta, non può essere in sé. Il concetto di “cosa in sé” è perciò contraddittorio, e la cosa in sé congetturata da Kant è un assurdo: le cose in sé non esistono.

Quanto importanti sono queste riflessioni di questi tempi quando ci sentiamo raccontare ogni cosa e il suo contrario.

Quelli che concionano in tv e sul web sul Covid e sulla guerra portata dalla Russia in Ucraina dovrebbero almeno provare a pensare.

Un esempio: come potrebbero fare a dire il falso in pubblico i giornalisti filoputiniani se accettassero di ammettere che il rapporto tra realtà e verità è quello spiegato sopra, sia nella versione realista classica, laddove non vi è mediazione fra realtà fattuale e realtà pensata, ovvero laddove, come nella filosofia moderna da Descartes in poi, la mediazione del pensiero è l’elemento veritativo della realtà.

Hanno idea di questo processo persone presuntuosamente autoreferenziali come Orsini, Santoro e compagnia cantante?

Adaequatio intellectus et rei, adeguamento dell’intelletto e della cosa: se lo si ammette non si può transigere sul senso delle cose per come si sono svolte: la Russia ha aggredito l’Ucraina.

Nello stesso modo si può procedere se si analizzano le complesse vicende dei rapporti di potenza tra Usa, Russia, Europa, Cina e resto del mondo, per scoprire anche i tragici altarini dell’Occidente e del Dragone.

Di babbei e di criminali: idiozia, cretineria, stupidità o malvagità? Tutte e quattro, caratteristiche morali / comportamentali molto diffuse in varie situazioni: 1) i fatti di Braies, 2) come si racconta la guerra, 3) lo spettatore c.ne della Roubaix, 4) Isis, 5) Anpi, 6) i “premiati” di Bucha e, 7) il mainstream idiota dell’esclusione dai tornei dei tennisti russi

A volte mi prende una collera tremenda, per ragioni diverse. Ne elenco alcune, relative a fatti o comunicazioni di questi giorni.

Sul fatto di Braies. Oooh, almeno ora un Procuratore della Repubblica si è mosso, aprendo un fascicolo su quei due miserabili genitori che sono andati sul ghiaccio con il bimbo di tre mesi: spero che li condannino almeno a pagare il costo dei due elicotteri che si sono mossi per la loro idiozia: mi pare costino almeno 20.000 euro. E a approfondire l’adeguatezza delle patria e matria potestà.

Su alcune scelte editoriali di Rai24. La rubrica mattutina di chi sale e chi scende (chi è + e chi è -) è del tutto idiota: ad esempio, come si fa a dire che la coraggiosa presidente della Banca centrale russa Irina Nabiullina scende? Forse scende nella considerazione del dittator criminale, perché non gli dà ragione. E altre idiotaggini, quotidiane. Forse questi redattori dovrebbero chiarire a sé stessi se il positivo è ciò-che-è-logico-e-moralmente-lecito o se-è-legato-al-successo-o-meno di ciò che i citati protagonisti fanno. Ove valga questo principio, mi potrei aspettare che un giorno o l’altro mettano in positivo il generale Dvornikov et similes homines. Caro Lettore, controlla chi è costui, se vuoi…

Sui rapporti di certi inviati in Ucraina. Alcuni sono bravissimi come Piagnerelli, la Fernandes e la Tangherlini: sintetici, mai piagnoni, capaci di formulare ipotesi non cervellotiche, vista la situazione e l’abbondanza di notizie false di cui sono certamente ogni giorno destinatari. Poi ve ne sono alcuni che farebbero bene a chiedere di essere destinati dall’azienda Rai ad altro; di costoro non faccio nomi, descrivo solo un profilo: c’è uno che ogni volta in cui appare collegato sembra lì per caso, quasi annoiato, lento del proferire verbo e assai poco preciso. Insopportabile.

Sul far rivedere Al Bagdadi, anche se è morto da anni. Siccome l’Isis, o ciò che ne resta, si sta facendo vivo approfittando dello stato di guerra in giro, i nostri bravi redattori, non so se per pigrizia o per altre ragioni, quando parlano di questa struttura terroristica, rifanno vedere l’omelia di Mosul del 2014 di quel criminale, che grazie a Dio è crepato. Cari redattori di Rai24 non avete altre immagini meno inappropriate?

Sul premio agli assassini di Bucha da parte del criminale del Cremlino. Occorre dire e ridire più e più volte di questa orrenda premiazione? Non basta una o due volte, con le opportune critiche a corredo? No? (Sto riferendomi sempre ai redattori di cui sopra)

Delle contorsioni concettuali promulgate da Pagliarulo, presidente dell’Anpi. Sono socialista fin da bambino, turatiano e nenniano, ma mi chiedo se non serva oggi che una associazione come l’Anpi inizi a parlare con la contemporaneità in modo più adeguato, per evitare che ci si chieda: visto che i partigiani sono tutti morti, che senso possa avere… Delle contorsioni dialettiche di Conte dei 5S evito dire, per non citarlo troppo.

Sullo spettatore che fa cadere Lampaert alla Parigi-Roubaix della Pasqua scorsa. Sulle pietre della grande corsa, i corridori sono impegnati a non cadere, a respirare polvere per 50 sui 250 km della gara. Bene: c’è un grandissimo c.ne che se ne sta a braccia larghe sul ciglio e fa cadere il valoroso corridore belga, che fa una tremenda carambola per aria e poi atterra sul culo, senza rompersi il coccige (spero), si alza e riparte. Fossi stato in lui mi sarei alzato, sarei andato dallo spettatore, gli avrei rotto il naso con un pugno e poi mi sarei ritirato. Troppo buono Lampaert. Spero che qualche Procuratore, sempre impegnato a cercare anche reati insistenti, inquisisca quel c.ne.

I tennisti russi esclusi dai tornei in giro per il mondo, a partire da Wimbledon. Danil Medvedev e Andrej Rublev sono il numero due e il numero quattro del tennis mondiale, cioè atleti che possono vincere qualsiasi torneo ai massimi livelli. Sono russi e sono stati esclusi con decisione per me incomprensibile se non alla luce di un pensiero che non pare permettere di deflettere da una linea unica. Mettiamola così: se un ingegnere russo lavorasse a Londra dovrebbe perdere il lavoro? Evidentemente no, perché non è un oligarca filoputiniano. I due campioni si sono espressi contro la guerra in Ucraina ma non stanno quotidianamente militando con il loro dittatore. Non basta. Fuori. Sono contento che un bravo signore e un ex grande tennista italiano come Adriano Panatta la pensi come me e non come Malagò, che è il capo dello sport italiano.

E quante altre cose potrei citare, tra le quali la peggiore è il parlare a vanvera della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, come fanno diversi giornalai e anche docenti, oltre che molti scrittori casuali sul web, sine arte parteque. Ma andate a scopare il mare, che è l’unica attività che vi si confà.

Eresie e scomuniche

Le eresie sono delle scelte, dal verbo greco airèo: e dunque àiresis, che significa scelta, come sostantivo. Pertanto, ogni volta che facciamo una scelta siamo – formalmente – eretici rispetto alla scelta di un altro che invece, in democrazia, è libero di scegliere diversamente da noi; diversamente avviene se si sceglie in modo contrario alle scelte ufficiali in un sistema che impone con leggi, regole e relative sanzioni per chi violi le leggi stesse, come gli assolutismi di ogni genere, tempo e luogo, e le dittature moderne e contemporanee.

Alcuni primi esempi: eretici erano (?) i cristiani che nei primi secoli credevano o meno, a seconda di chi “vinceva” il dato concilio o sinodo, nella doppia natura di Gesù Cristo, oppure, in tempi a noi più vicini, cinque o quattrocento anni fa, quando frate Martin Lutero si staccò dal cattolicesimo romano e abolì la mediazione ecclesiastica tra i fedeli e Dio, proponendo, in sostituzione, sola Scriptura, sola Fides, sola Gratia (gratis data), cioè un rapporto diretto dell’uomo con la Divinità.

O, sempre per offrire qui una prima sintesi che approfondirò più avanti, quando nel 1956, Nikita Chruščëv , primo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica denunziò i crimini di Stalin, e in questo modo fu “eretico” rispetto alla linea guida che per quarant’anni aveva caratterizzato il pensiero rivoluzionario di sinistra mondiale. Ma andiamo per gradi.

Nelle antichità cristiane, dopo secoli di confronti e conflitti teologici per stabilire i principi metafisici della SS. Trinità e la teandricità (divino-umanità o doppia natura umano-divina) di Cristo, colui che si poneva fuori dalla retta dottrina (orto-dossia, dal greco orthòs, cioè retto, e dòxa, dottrina) era dichiarato eretico e come tale trattato, e veniva scomunicato

Ci vollero diversi Concilii ecumenici per trovare una sintesi teologica sui due temi fondamentali e fondativi del Cristianesimo, sulla Persona di Cristo e sulla SS. Trinità. Nel frattempo, chi sosteneva una tesi, se vinceva un concilio scomunicava gli avversari, salvo poi essere scomunicato da costoro quando “vincevano” e quegli perdeva.

Il Concilio di Calcedonia del 451 riuscì in qualche modo a fermare i conflitti e a calmare gli animi con il cosiddetto Consensus christologicus… sulla persona e le due nature di Cristo, ma solo per un periodo, perché nei sei secoli seguenti, tra la cristianità orientale e quella romana- occidentale accadde di tutto, tra concilii e sinodi, fino al fatidico 1054, quando fra il legato del papa Umberto da Silva Candida e il patriarca bizantino Michele Cerulario, vi fu lo scambio di reciproche scomuniche scritte e depositate in specifici libelli nella basilica di Santa Sofia, con l’esplicita accusa di eresia. Eccoci!

Il tema dello scontro era ed è rimasto – di fatto fino a oggi – e vedremo più avanti quanto sia ancora importante, quello della SS. Trinità, per cui nell’oriente cristiano, da allora, anzi da molto prima, dal IV, V e VI secolo, dagli scontri il prete Ario e il patriarca Atanasio, e poi fra il patriarca alessandrino Cirillo e quello costantinopolitano Nestorio. E nel IX secolo fu la volta di Fozio, coltissimo patriarca di Bisanzio, per tre volte assurto al vertice della chiesa del’oriente e per tre volte accusato di eresia, scomunicato, sostituito e poi… reintegrato nelle sue funzioni patriarcali.

Mille anni fa o poco meno si separò l’oriente dall’occidente cristiano, non solo sull’accidente del pane azzimo eucaristico, scelto dall’occidente cristiano, ma soprattutto sulla questione trinitaria delle processione dello Spirito santo, che per gli occidentali procede dal Padre e (parimenti, ndr) dal Figlio “et de Patre Filioque procedit Spiritus sanctus“, non “per Filium“. Tutti i lettori sanno che si tratta dell’incipit fondamentale del Credo cristiano.

E siamo ancora qui a parlarne, addirittura distinguendo in queste settimane e mesi di guerra, fra gli ortodossi di Kijv e gli ortodossi di Mosca, tra Epifanij e Kirill.

Vediamo altri esempi.

1521, alla Dieta di Worms, Martin Luther, convocato dall’imperatore Carlo V per dar conto delle sue tesi esposte con il famoso testo di Wittenberg, con le quali di fatto sconfessava il modo-di-essere-cristiani propugnato dalla “Chiesa di Roma e del papa”. Frate Martin non cedette e fu condannato all’esilio. Protetto dal Principe Elettore Federico III di Sassonia, riuscì a continuare nella sua “eresia”, e a svilupparne la diffusione.

Nel frattempo Jean Cauvin, Calvino a Ginevra, e Ulrich Zwingli a Zurigo, facevano quasi altrettanto, cioè ereticando portavano su un altro sentiero, rispetto a Roma, intere popolazioni. Il prosieguo del luteranesimo e del calvinismo ha contribuito primariamente a costruire la cultura moderna anglosassone con le conseguenze che Max Weber ha ben descritto tre secoli dopo nel suo “Il Protestantesimo e lo spirito del capitalismo“.

L’acme di quello scontro tra Roma e la Germania fu la Guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa centrale dal 1618 al 1648, e finì con l’accordo detto della Pace di Westfalia, in base alla quale i popoli avrebbero seguìto la scelta religiosa dei loro principi, con il motto cuius regio eius religio , vale a dire:”di chi [è] il regno, di lui [sia] la religione”, Quella era la libertà intesa al modo europeo del tempo!

Eretici religiosi che cambiano la storia del mondo. Sono definibili “eretici” dunque Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone e soci?

O Jan Hus, finito sul rogo a Costanza un secolo prima, per aver professato quasi le stesse idee dei due grandi riformatori, che però morirono nel proprio letto?

Non possiamo dimenticare i grandi eretici italiani. Lo fu il frate domenicano Girolamo Savonarola, che si oppose alla chiesa di Leone X, papa Medici, che riuscì a liberarsi di lui quando il frate si espose con troppo fanatismo purificatore dei costumi in Firenze. Lo furono i frati domenicani Tommaso Campanella e Giordano Bruno: il primo scampò al rogo perché ebbe la capacità politica di tenersi buono un cardinale cui dedicava i suoi libri evangelico-comunisti come La città del sole, mentre il secondo, più filosoficamente coerente e rigoroso nel distinguere tra scienza e fede, finì sul rogo in Campo de’ Fiori a Roma, nel febbraio del 1600.

A fine ‘500 anche in Friuli vi fu un famoso caso di eresia, quello del mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella, detto Menocchio, che mori sul rogo, dopo avere molto insistito a fare l’eretico (il frate francescano che lo inquisiva non voleva proprio condannarlo), al modo di Giordano Bruno (in proposito si legga il libro, edito da Einaudi, dell’antropologo Carlo Ginzburg Il formaggio e i vermi). La dico così, per non dover entrare in dettagli che qui non ho tempo di proporre.

Ma il più famoso degli eretici, che rischiò veramente la condanna a morte fu Galileo Galilei. La scampò, anche lui in qualche modo “aiutato” da un cardinale intelligente, il gesuita Roberto Bellarmino, che gli consiglio di considerare i suoi scritti rivoluzionari come mere ipotesi, non come verità che contraddicevano direttamente la cosmologia biblica. Scrisse Galileo, a un certo punto, alla granduchessa Cristina di Lorena: “La Bibbia non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in Cielo“.

E, per attestare come quando l’uomo raggiunge il potere, qui ricordo l’eretico Calvino che, quando fu al potere a Ginevra, non esitò a far condannare Michele Servetus, medico e filosofo, che stava criticando la nuova teocrazia protestante instaurata. Come dire che quando gli eretici prendono il potere, trovano sempre – a loro volta – eretici da condannare.

La scomunica, nella storia, dopo l’accusa di eresia è stata sostanzialmente questo: essere cacciati fuori dalla comunità, dalla possibilità di comunicazione e di dialogo, di partecipazione alla vita collettiva, etc. E a volte peggio, come descritto in alcuni dei casi precedenti.

Un altro clamoroso esempio di accusa di eresia e conseguente scomunica fu quello del filosofo portoghese-ebreo-olandese Baruch Spinoza, di cui molti sanno l’importanza nella storia del pensiero umano. Ebbene: il 27 luglio 1656 ad Amsterdam il ventiquattrenne Baruch Spinoza, titolare di una ditta commerciale, viene convocato dai collegio dei rabbini nella sinagoga della città.

È stato accusato, su delazione di due suoi ex amici, di non credere nell’immortalità dell’anima individuale e di ritenere Dio un essere corporeo. Baruch (Benedictus), “Bento” per i familiari, alla richiesta di una formale abiura, che lo avrebbe completamente riabilitato, ribadisce integralmente le sue tesi in un discorso, purtroppo perduto, intitolato “Apologia”.

Come un nuovo Socrate Spinoza, detto dai suoi accusatori “l’uomo più empio del secolo”, riceve solenne scomunica (cḥerem). Il verdetto, durissimo, lo esclude per sempre dalla sua comunità, imponendo a ogni suo membro di interrompere qualunque rapporto con il condannato, a pena del medesimo trattamento.

Nell’isolamento più completo, odiato da tutti, ebreo rinnegato dalla sua gente, eretico temutissimo da tutta l’Europa cristiana, nel ristretto recinto di libero pensiero dell’Olanda dei lumi, Spinoza, uno dei filosofi più influenti della storia, porrà le basi ideologiche dello Stato moderno.

Un altro esempio, questo di carattere socio-politico, per chiarire ancora il tema qui proposto delle eresie e delle scomuniche.

Nikita Chruščëv , nel 1956, al XX Congresso del Pcus, in un documento prima secretato e nell’occasione esposto, criticò Stalin, cioè Iosif Vissarionovič Džugašvili, e le sue politiche, denunziandone il tradimento del marxismo più puro con la pratica del “culto della personalità”, che il dittatore georgiano aveva promosso fin dalla sua ascesa al potere assoluto verso la fine degli anni ’20, e la politica di distruzione politica e fisica di ogni dissenso, con quelle che sono state chiamate “purghe”, una tragicissima serie di accuse e conseguenti esecuzioni capitali di persone di altissimo profilo e meriti rivoluzionari come Nikolaj Bucharin, Zinoviev e Kamenev, fino all’ordinato omicidio di Lev Davidovich Trotskij, suo massimo contraltare rivoluzionario, eseguito da sicari stalinisti (Ramon Mercadèr etc., e chissà che non ci fosse nei paraggi anche qualche comunista italiano o italiana, friulo-giuliani? Non lo so, chissà…) a Ciudad de Mexico nel 1940. Oltre che di migliaia di “oppositori”, anche solo sospettati di non aderire alla linea del capo. In proposito una utile lettura può essere il libro del grande leader sloveno comunista Milovan Gilas “Conversazioni con Stalin“. E anche le note autobiografiche di Palmiro Togliatti, che con Stalin ebbe una lunga e pericolosa frequentazione.

Una lettura “stalinista” della vicenda la si può trovare nella “Storia del Pcus e dell’Unione Sovietica” della cultrice di questa disciplina storica, la dottoressa Adriana Chiaia (peraltro laureata in fisica), mancata da qualche anno, che ho avuto la ventura di conoscere. Questa simpaticissima studiosa, amava porre in nota nelle biografie che proponeva, se si trattava di un dirigente processato e fucilato negli anni dal ’35 al ’39 circa, la formulazione “deceduto nel...”, semplicemente. Quando le facevo notare che i decessi erano causati dalla fucilazione, mi rispondeva “Ovvio, si trattava di traditori della Patria“. Ecco, traditori rispetto alla visione staliniana e stalinista (della Chiaia), e qui siamo alla distorsione più patente della verità, un po’ come sta succedendo in questi giorni, se ascoltiamo le narrazioni di un Vladimir Solovev, che giustifica i missili nucleari a Kaliningrad ma non l’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia (che preferirei sia ritardata e di molto, per il momento), oppure di un Toni Capuozzo, o di Alessandro Orsini, che sostiene come “i bambini starebbero meglio sotto una dittatura che in una situazione di guerra“.

Nel rapporto del ’56, Chruščëv elencò numerose illegalità di Stalin, denunciò la sua violazione del principio leninista della guida collettiva, e fece i nomi di molti di coloro che erano stati irregolarmente processati e giustiziati prima della Seconda guerra mondiale. Si può dire che la relazione del Primo segretario, evitando di attribuire anche al Partito le responsabilità dei crimini, che invece intestò completamente a Stalin, non andò fino in fondo con la sua critica, perché avrebbe dovuto cogliere le contraddizioni intrinseche al modello marx-leninista, cosa che invece fu nelle corde e nelle azioni di Michail Gorbacev una quarantina di anni dopo, quando tramite un percorso di chiarimento, la glasnost, propose il cambiamento radicale del sistema in un senso progressivamente democratico, la perestrojka.

Bene, ora Putin, da quando ha dichiarato che la più grande tragedia del XX secolo è stata lo sfaldamento dell’URSS, cioè dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non vuol altro dire che il destino della Russia non può essere individuato se non nella sua tradizione autocratica, zarista e stalinista. Più asiatica che europea, ortodossa nel senso letterale del termine, verticistica, monarchiana

Ecco, dunque, che qui torna l’elemento teo-logico delle divisioni, contrasti e scontri dei primi secoli cristiani. L’oriente cristiano non accettò mai la “parità” fra le tre Persone della Santissima Trinità e fu perciò definito “monarchiano”, perché il Padre ha – dall’eternità – sempre maggiore dignità divina del Figlio e soprattutto dello Spirito Santo, Che, secondo loro, procede dal Padre attraverso il Figlio, e non dal Padre e dal Figlio, Che, a sua volta, è eternamente generato dal Padre. Putin, senza essere un teologo, ma non credo lo sia (scientificamente) neppure Kirill, è un “monarchiano”, per cui permane il conflitto millenario tra Costantinopoli, la Seconda Roma, e Roma, ora che il vertice ortodosso si è spostato a Mosca, non a caso chiamata con gusto tutto russo “Terza Roma”, come città che più di tutte, più di Roma e dell’attuale Istanbul, difenderebbe il Cristianesimo.

Per gli orientali quello che conta è il Padre, per il tramite del Cristo pantocratore (cioè “creatore del tutto” apò katabolès kòsmou, fin dalla fondazione del cosmo, come scrive Giovanni nell’Apocalisse), lo csar, il Primo segretario, il Presidente, tutti primi assoluti. Non primi-inter pares à là premier di tipo occidental-europeo, ma primi e basta, come Vladimir Vladimirovic Putin.

Anche questo è un racconto, che viene da molto lontano, nel tempo.

Se osserviamo la cina, dopo Mao-ze-dong, la vicenda comunista ha tentato delle riforme con Deng hsiao ping, confermate nel modello-Shangai, ma ora il bi-presidente (aspirante tri) signor Xi (non signor Ping, caro ministro Dimaio!), desidera il trono a vita. Vedremo. E chi non sta con lui, è un eretico e viene scomunicato. Come Navalny in Russia. Uguale.

E ora termino tra poche righe, altrimenti non mi fermo più.

Che dire del nostro occidente pasciuto e imbelle?

Che cosa direbbe Baruch Spinoza se avesse accesso al web e ai social di oggi? E anche Wittgenstein? Che cosa direbbe anche sant’Agostino di fronte a cristianesimi così declinati? O che direbbero san Basilio Magno, o san Gregorio di Nazianzo, o san Gregorio Palamàs, o san Benedetto da Norcia?

Ascolto l’Utrecht Te Deum di Georg Friedrich Haendel per ristorarmi lo spirito, che è esacerbato, e ha bisogno di pace.

La Via Crucis di papa Francesco

Venerdì Santo.

Il giorno del Sacrificio di Cristo sulla croce, il giorno dell’esecuzione capitale di quest’uomo, dell’Uomo-Dio secondo la nostra dottrina cristiana. La truce vicenda è raccontata nei quattro vangeli canonici secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni con toni e modi differenti, sui quali qui non mi soffermo. E’ ricordata da san Paolo nelle sue lettere alle varie città e territori che si andavano “cristianizzando”. E’ commentata da migliaia di autori: teologi, esegeti, biblisti, catechisti, scrittori e divulgatori di vario genere con libri e articoli, nel corso dei due millenni che ci separano da quell’evento. E’ ripresa da una lunga tradizione cinematografica di diverso valore teologico e artistico, dal discreto Re dei re, all’orrido The passion diretto da Mel Gibson, pretenziosamente “filologico”

La data di quel supplizio atroce, ma soprattutto la data di nascita di quell’uomo, hanno determinato il conteggio degli anni nei due millenni successivi per quasi tutta l’umanità. Anche l’Islam ne tiene conto, perché il 622 dopo Cristo, data del viaggio da La Mecca a Medinah di Mohamed (l’Egjra), da cui parte il conteggio del tempo cronologico dei muslim, si riferisce alla data cristiana della nascita di Gesù Cristo. Vi è solo una differenza nel calendario in ambito cristiano, che comunque considera le vicende di Cristo come centrali: nel mondo cattolico e riformato la data del Natale è condivisa il 25 dicembre, peraltro data simbolica, corrispondente alla ricorrenza mitraica del Sol Invictus, mentre nell’Oriente ortodosso, che ha mantenuto il calendario giuliano, non riconoscendo la riforma del calendario gregoriana, il Natale è spostato a gennaio di circa una dozzina di giorni. La Pasqua di una settimana.

Il Colosseo, fatto costruire dall’imperatore Flavio Vespasiano negli anni ’70 per celebrare le vittorie militari di suo figlio Tito proprio in Palestina, e per pascere il popolo che amava panem et circenses (un po’ come ai giorni nostri con il gioco del calcio), è il luogo eponimo del sacrificio e del dolore. E’ il monumento più visitato d’Italia e del mondo.

Ebbene, gli ultimi papi hanno deciso di celebrare la liturgia del Venerdì Santo proprio lì, con la processione e la recita delle quattordici stazioni dello Stabat mater dolorosa/ iuxta crucem lacrimosa/ dum pendebat Filius/ … (Stava la madre addolorata/ in lacrime presso la croce/ alla quale era appeso il Figlio/ …), scritta da frate Jacopone da Todi. E’ il simbolo del dolore umano di ogni tempo e luogo.

E’ la rievocazione del sacrificio di Cristo sulla croce, la pena capitale più atroce di quei tempi, eseguita sui peggiori criminali, perché i cittadini romani potevano avere l’onore di essere decapitati. Un colpo e via, senza (quasi) soffrire. Come accadde a san Paolo, che rivendicò il suo essere Civis Romanus presso il procuratore dell’Impero che lo aveva giudicato e condannato a morte in Roma verso il 65 d.C..

Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret (qui utilizzo il nome civico del Rabbi) fu condannato per sedizione politica e blasfemia, da un cinico funzionario dell’Impero tiberiano, Pontius Pilatus, militare e uomo di mondo di quei tempi e di tutti i tempi, che aveva lo jus capitis (il potere di condannare a morte) tra i suoi poteri e non aveva voglia di storie con il Sinedrio dei maggiorenti politico-religiosi di Gerusalemme e con il popolo che tumultuava in piazza, istigato dai capi.

Il valore teologico e morale di quella morte e di quel sacrificio è incommensurabile. Si dice nella buona teologia che la morte in croce di Cristo ha un valore talmente grande da “coprire” tutto il peccato del mondo, come recita l’Agnus Dei: Agnello di Dio, tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi“. Anche i Peccati attuali di Putin e dei suoi vilmente imbelli (paradossale, vero?) soci, ma anche quelli di Biden etc. Ma vi è una condizione diversa tra questi due peccatori attuali, evidente, che non ripeto. Non mi si urli che Biden non ha attaccato nessuno, perché lo so. Sto parlando di “Biden”, simbolicamente per dire dei peccati dell’Occidente, innumerevoli, nel tempo e nella storia. E che comunque non compensano né tantomeno “giustificano” l’attuale peccato di Putin.

Vi sono uomini di chiesa (o giù di lì) come don Ciotti, che reclamano il disarmo totale. In altre parole: se io cerco di parlare con te e tu mi punti un’arma contro e mi spari, io continuo, rantolando, a chiederti di parlare. Insensato.

L’analogia del sacrificio della Croce è un altro, non è quello di “porgere l’altra guancia”, come sostengono i pacifisti a prescindere dal comportamento di chi ti aggredisce. Il detto gesuano significa, per analogia metaforica (cari pacifisti-a-prescindere, sapete che cosa sono un’analogia, una metafora o un’allegoria? Sono “figure logico-retoriche”), che l’uomo offeso non deve vendicarsi, ma deve cercare di trovare un modo per accordarsi con l’altro, se è possibile.

Gesù ha anche detto di essere venuto a portare tra gli uomini non fiorellini di prato ma la spada (mia ermeneutica un po’ colorita), cioè contraddizione, per cui la buona teologia e un’etica semplicemente umana ammettono anche la legittima difesa, come atto moralmente lecito e perfino doveroso se si tratta di difendere familiari e persone deboli. L’Ucraina, proprio in base alla morale cristiana, ha il diritto di difendersi, anche con le armi, e pertanto è legittimo, per la morale cristiana stessa, aiutarla in ogni modo e anche militarmente (cf. mie citazioni in articoli precedenti di Tommaso d’Aquino in Summa Theologiae).

E ora, differentemente dall’opinione che avevo un paio di mesi fa, mi sembra non solo eticamente accettabile, ma anche razionale e previdente, che Finlandia e Svezia chiedano di essere inserire nel sistema di difesa della Nato, cari pacifisti-a-prescindere.

Ho scritto qui qualche giorno fa che il papa a volte in queste settimane ha fatto un po’ di confusione, ma ora mi pare che si sia chiarito. Il senso teologico, ma anche la simbologia relazionale e pedagogica, di far portare la Croce della Via crucis del Venerdì Santo a due famiglie, una russa e una ucraina, è teologicamente corretto, quasi segno e strumento sacramentale, perché anche per i Russi ora e in futuro c’è una Via crucis, una via della croce. Quando queste ostilità finiranno, quali conseguenze vi saranno anche per il Popolo russo, che in parte è disinformato e manipolato?

Le critiche ucraine a questa decisione di Francesco sono fuori luogo

In realtà la Via crucis ha a che fare con le vite di tutti, anche in Occidente, pur essendo cruentemente celebrata in queste settimana soprattutto in quella grande Nazione dell’Europa, che è l’Ucraina.

Qui taccio delle altre Via crucis in corso nel mondo, dallo Yemen a varie zone dell’Africa e del Vicino Oriente, per evitare il detto della compensazione esemplare tra mali diversi, perché tutti mali, sono.

Chi era “Jesus ben Joseph ben Nazaret”, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret, era durissimo con ipocriti (che definisce “sepolcri imbiancati”) e formalisti, e dolce con i bambini e con le prostitute? Forse un uomo un po’ strano per il mainstream odierno? Anche Putin dovrebbe rileggere questi due passi evangelici e meditare sul loro senso teologico e morale, e il patriarca Kirill, pure. Visto che tutti e due sono (si dicono) cristiani…

L’immagine di Gesù edulcorata da “santino” che ricordiamo dalla nostra infanzia, biondo, occhiceruleo con la barba fluente bipartita, non corrisponde per nulla al Gesù vero, quello che la ricerca storica, assai approfondita e sempre più ricca di particolari, sta rimandandoci da qualche decennio.

Innanzitutto Gesù di Nazaret era un ebreo, di etnia semita, e quindi simile alle genti che ancora popolano la Palestina: era un ebreo palestinese, e quindi quasi sicuramente con i capelli e la barba scuri e la pelle olivastra. Probabilmente non era di alta statura, ma nella media dei maschi del tempo.

Per capire che tipo di uomo era, non considerando qui i complessi aspetti teologici della sua natura, che ci porterebbero sul versante arduo della metafisica, leggiamo questi pochi versetti di un passo del Vangelo secondo Marco (13-16).

(omissis) Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Tra Gesù e i discepoli a volte c’è qualche, diremmo oggi, disallineamento, e il maestro si indigna, li rimprovera, li corregge, senza giri di parole edulcorate o “delicate”. Va al sodo, arrabbiandosi, perché pretende da uomini adulti una capacità di comprensione delle cose veramente importanti.

Gesù capisce bene la psicologia di quei bimbi, che sono uguali a quelli di oggi, pieni di vita e di energia. Va oltre il formalismo del rispetto umano, rimproverando i suoi, perché non manifestano la sensibilità che si deve avere per piccoli esseri umani che crescono.

Il verbo indignarsi [in greco aganakteō] descrive una situazione interiore di collera, un atteggiamento deciso, forte. Gesù va in collera con gli adulti, perché costoro hanno in mente solo la loro stessa modalità di guardare le cose del mondo, anche se sono padri, nonni e zii. Gesù non ha donne da rimproverare, ma solo uomini maschi. Mi viene da osservare ciò, che conferma la diversa capacità dei due sessi di comprendere la psiche dei bambini. Le mamme, le zie e le nonne non avrebbero rimproverato i bambini.

(Lasciate che i bambini vengano a me. Anche quelli di Bucha e di Mariupol!)

…nel senso, si può intendere, che i piccoli, essendo puri di cuore, possono comprendere meglio degli adulti l’ammaestramento del rabbi nazareno.

E aggiungo: il pensiero, la riflessione, il raziocinio dei “grandi”, a volte mal si concilia con l’intuizione dell’atto di fiducia, cioè di fede. Gesù non diffida dell’intelligenza umana, ma invita, implicitamente, a utilizzare anche gli altri sensi, quelli spirituali, per comprendere meglio i valori che la vita pone davanti agli occhi del copro, che a volte sono ciechi. Egli invita a usare di più gli “occhi dell’anima” o “del cuore”.

Nel Vangelo secondo Luca (18, 10-14), leggiamo quest’altra parabola:

« Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato »


A quei tempi i farisei erano un gruppo politico molto importante e popolare. Si potrebbe dire di “centro-sinistra”, perché il “centro-destra”, per modo di dire, era occupato dai Sadducei, religiosamente e socialmente più tiepidi, e rigorosamente attenti alla legge mosaica.

I pubblicani, invece, erano ebrei che collaboravano con l’amministrazione dell’Impero romano, riscuotendo a loro nome le tasse, e godevano di una fama pessima. Venivano ritenuti pubblici peccatori.

La parabola inizia con lo spiegare che nessuno può dirsi giusto solo perché osserva formalisticamente le leggi. Occorre altro.
Occorre essere convinti della correttezza morale delle leggi che si osservano.

Un esempio pratico connesso a queste, ore, giorni, settimane…

Le tv e il web, oltre alla immagini della guerra vergognosa, danno anche Putin che si propone come fedele cristiano. Candela accesa in mano va ad ascoltare il sodale patriarca Kirill che benedice ciò che sta facendo la grande Nazione governata da quell’uomo.

Il Presidente russo è come il fariseo di cui Gesù racconta la vicenda.
Formalisticamente sta con la “legge”, ma umanamente la viola.

Gesù rimprovererebbe duramente l’uomo che ritiene di essere nel giusto, ma non lo è, e gli chiederebbe conto dei suoi ordini che vanno contro i princìpi primi di una morale semplicemente umana.

Due leader – in modo diverso – un po’ confusi: il papa e Conte (Giuseppi), “leader” si dice, il primo per posizione oggettiva (è il “Papa”), il secondo tra virgolette, cioè secondo il “segno logico” delle virgolette, per modo di dire: “leader”, perché contrastato al suo interno da uno che è più “leader” di lui, Dimaio, e quindi non-leader

Papa Francesco è un po’ confuso sulla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Probabilmente è anche un problema linguistico: pensando lui in lingua spagnola, non riesce a cogliere le sfumature dell’italiano, per cui il suo linguaggio, il suo codice espressivo è a volte impreciso e quindi confuso. Secondo: ho l’impressione che la sua preparazione culturale sulla storia contemporanea e sulla storia dell’Europa sia un pochino carente. Attenzione, non sto “parlando male del papa”: sto solo cercando di individuare i limiti dei suoi ragionamenti, che poi gli suggeriscono errori di valutazione etico-politica, creando così problemi alla stessa diplomazia vaticana.

Mi spiego: a distanza di due o tre giorni, questi ultimi dei primi di aprile 2022, in sei o sette interventi, tutti ampiamente mediatizzati, gli sentiamo dire, quasi contemporaneamente: a) la guerra è colpa di tutti (più o meno), b) la guerra è sacrilega (ok, ma non si esprime su chi la ha scatenata, questa guerra), c) l’aumento degli armamenti è moralmente inaccettabile (dove lo mette, Francesco, il diritto alla legittima difesa, tema chiarito con autorevolezza alta da sant’Agostino e da Tommaso d’Aquino), d) si dice disponibile a fare tutto per la pace, ma che cosa è questo tutto? e) del patriarca Kirill dice che loro due hanno condiviso sulla necessità di fermare la guerra (mentre si sente ancora una volta il patriarca moscovita benedire le truppe russe)… e potrei continuare.

Francesco è confuso e, siccome è sovrano assoluto non solo della Città del Vaticano, ma anche, di fatto, della Chiesa cattolica (cioè universale), questa confusione può generare ulteriore confusione teologica e, ciò che è più grave, morale. Penso che qualcuno dovrebbe aiutarlo di più e meglio, soffermandosi con lui sul senso e sul significato delle espressioni – che lui usa – sulla guerra, in italiano, anche se l’italiano e il castellano sudamericano, che costituisce il suo sostrato linguistico, pur essendo due lingue neolatine molto simili e, nella verbologia, quasi identiche tramite la comune matrice latina, a volte non danno il medesimo senso e significato alle espressioni. Francesco pensa in spagnolo e parla in italiano: ciò non è banale e necessita di una interpretazione di ciò che il papa desidera dire, un po’ più sofisticata. Qualcuno lo dovrebbe aiutare, ripeto.

Un esempio tra centinaia che si possono proporre: in spagnolo l’aggettivo “rico”, cioè ricco, che si può utilizzare, ad esempio, per apprezzare un cibo assai succulento, ha un campo semantico che “allarga” il concetto di “ricchezza” degli ingredienti, dal significato di quantità (il “molto”) anche alla loro qualità (il “buono”) intrinseca.

Circa le affermazioni di Francesco sopra riportate, non posso non osservare criticamente la sua (volontaria?) ritrosia a citare la Russia e Putin come responsabili indubitabili dello scatenamento del conflitto armato (altro termine linguistico-letterario per dire guerra). Forse che lo fa per non ampliare la distanza esistente con la “teologia” del patriarca Kirill? Forse che lo fa per avere un ruolo più credibilmente pratico per favorire una mediazione con la Russia putiniana? Forse. Ma, vale la pena essere ambigui, sia per carenze linguistiche, sia per scelta “politica”, in una situazione oramai così tragica? Non riesco a crederci, per cui a mio pare il papa sbaglia. Per il momento.

Conte (Giuseppi): chi mi legge su questo blog e altrove, sa bene che non ho stima “tecnica” per questo politico, fin dal suo affacciarsi alla notorietà, dal nulla. Ammetto che vi sono aspetti di questa disistima che precedono il mio giudizio sulla qualità politica delle sue prese di posizione, come il timbro vocale (che mi dà fastidio, specie quando urla, come in questo ultimo periodo), come il look, a mio parere eccessivamente “leccato” (ciuffo troppo corvino?, pochette, e altre piccole cose ridondanti), come l’esibizione di una cultura politico-giuridica che non poche volte ha mostrato qualche zoppìa e imprecisione (non alla Di Maio, ma ancora meno accettabile perché proveniente da un signore che si vanta di una certa cultura, a differenza del citato parvenù), come la faticosità dell’eloquio, che non è scorrevole, ma sempre il risultato di una laboriosa (ed evidente) ricerca del termine più adatto, peraltro con scarsi risultati, e altro…

Se veniamo alla dimensione politica, l’uomo mostra ancora maggiori difficoltà: non essendo un grillino della prima ora, si vede a occhio la-fatica-che-fa-a-fare il grillino. In realtà Conte è un democristiano fuori tempo massimo, perché non ha l’allure, lo slancio e l’entusiasmo presuntuosamente sgangherato di un Dibattista (ebbene sì, anche l’allure, non importa se fa un pochino ridere), o l’occhio pulito di un Dimaio o della Raggi (oddio!).

Ora, essendo lui incazzato nero per essere stato sostituito, con la soddisfazione dei più, da una persona di uno spessore incomparabilmente maggiore del suo, Draghi, ma dovendo mostrarsi leale al governo di unità nazionale, pare non saper come fare per caratterizzarsi e diversificare la sua posizione da quella di Mario Draghi.

In aggiunta, oramai lo fa anche perché la campagna elettorale è iniziata da tempo, e durerà tutti i prossimi sedici mesi (non dimentichiamo che i 5S hanno accettato Draghi per non andare a votare subito, e così dimezzare seggi e stipendi, sapendo di non poter pretendere di raccattare più del 15/ 16% di suffragi, contro il 33% del 2018, e dunque la truppa si sarebbe scagliata contro lui e contro gli altri maggiorenti se si fosse andati a votare dopo il “Conte 2”).

Sul tema degli armamenti e dei relativi maggiori investimenti anche da parte dell’Italia, che dice di non vedere come Draghi, si è barcamenato e si barcamena come può, per non smentire l’appoggio al Governo, mentre non vota quanto il Governo propone in tema, o lo vota solo se il voto è “di fiducia”, per non farsi sbattere fuori dalla maggioranza. Incauto e miserello.

Potrei continuare su tutti e due ma mi fermo qui, sperando che almeno il primo trovi una maggiore lucidità, per l’importanza che può avere la sua persona e il suo ruolo al fine di far terminare la tragedia in corso.

Del secondo homo confuso men che un fico secco mi cale.

SHAME!!! Una GRANDE VERGOGNA: titoli e articoli su omicidi, guerra e pandemia

Non so più come esprimere la mia critica, lo sconcerto, il dissenso e perfino uno stupìto dispregio per molti titoli e articoli che si leggono sui giornali e sul web, che si ascoltano in tv e su quasi ogni medium (pronunzia mèdium, santoiddio!).

Grande rispetto e ammirazione, invece, esprimo per gli inviati speciali, che raccontano le cose umane, spesso le più orrende, rischiando la vita.

Degli omicidi: molti cronisti stanno raccontando l’omicidio e lo sfregio della signora Maltesi, definendola “porno attrice”, come se fosse indispensabile così qualificarla per il “diritto di cronaca” (infame, in questo caso), o piuttosto perché è più “sfizioso” (aggettivo abusato e noioso) scrivere dell’attività pomeridiana e notturna della donna, invece che dire con semplicità della sua condizione di giovane madre di una bambina.

Per i media, in genere, e ciò è squallido per non dire spregevole, quello che conta è soprattutto la vendibilità della notizia, non la sua essenzialità e verità. Vergogna!

Altro tema, più generale: quando i media riferiscono di un “femminicidio”, che – alla lettera – è un omicidio, (omi-cidio da homo caedere, vale a dire “uccidere un essere umano”), aggiungono subito che si è trattato di un delitto generato da una insopportabile (per l’assassino) gelosia, ma evitando accuratamente di focalizzarsi sull’assassino, oppure citandolo quasi solo en passant, come se
il focus morale e sostanziale dell’atto non sussistesse nell’omicida. Tra l’altro, se dovessimo accettare la dizione “femminicidio”, per coerenza linguistico-semantica, quando viene ammazzato un uomo-maschio, dovremmo prevedere e utilizzare il termine “maschicidio”. O no?

Un racconto mediatico eticamente accettabile dovrebbe invece sottolineare innanzitutto la malvagità dell’omicida, e l’eventuale ragione-causa del suo atto, magari una gelosia malata o altro. Attenzione: un caso del genere pone immediatamente il tema dell’insopprimibile e inesorabile responsabilità morale personale di chi ha ucciso, e, dopo una approfondita analisi del fatto, di una sanzione proporzionata, certa e rapida. Se si dovesse pretendere di “spiegare” (nel senso di dare ragione o causa di) un crimine, specialmente se efferato, con la malattia mentale, tutto il Diritto penale della cultura occidentale, dal Codice di Hammurabi ai giorni nostri, risulterebbe, sarebbe insensato.

Così funziona di questi tempi, ed è insopportabile che nel 2022 si possa riscontrare nel retro-pensiero di questi cronisti, quasi ancora fossero condizionati dalla teoria e prassi giuridica e dalla legislazione penale, che è stata cambiata in Italia solo nel 1981, la cultura (si fa per dire) del delitto d’onore, per il quale l’omicida prendeva sette o otto anni di condanna, spesso ridotti fattualmente alla metà. Non è il caso dell’orrendo delitto citato qui sopra, ma i narratori lo hanno trattato, in qualche modo, con gli stilemi socio-etico-linguistici di trenta/ quaranta anni fa.

C’è da essere furibondi e quasi increduli per il fatto che esistano ancora modi di concepire e raccontare questi crimini in modo da mettere alla berlina la vittima, mentre quasi si tacciono le responsabilità del suo carnefice.

Che ne dite cari giornalisti e titolisti? Mi sbaglio? Perché non modificate il vostro modo di raccontare queste tragedie? Non vi accorgete di quello che voi fate, e fate pensare?

Della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina.

Anche su questo tema partiamo dai titoli e dalle espressioni più usate: bombardamento a tappeto, rischio di guerra nucleare, stragi di centinaia, anzi di migliaia di persone, di cento o duecento bambini, con dati e numeri che appaiono scarsamente verificati nelle loro fonti. Penso questo, perché la medesima notizia viene data spesso in modo differente nello stesso articolo/ servizio/ giornale/ programma. Così non sai a chi prestare fede e finisci con non credere a nessuno.

Di recentissima fama mediatica, tale professor Orsini, della Luiss (quando nel sottopancia tvdel parlante si cita una università prestigiosa, in ragione della proprietà transitiva di base, il prestigio passa direttamente al soggetto lì presente), che ad osservarlo bene nel linguaggio para-verbale sembra depresso, i giornalisti Travaglio e Santoro, la docente Di Cesare, altri (pochini, per la verità, quasi nessuno (evangelicamente) puro di cuore, a differenza del povero compagno internazionalista Edi Ongaro morto nel Donbass mentre combatteva per la libertà del popolo russo, poverino), raccontano balle sesquipedali, facendo della realtà di fatto, strame.

Mi piacerebbe che frate Tommaso dei conti d’Aquino potesse oggi apostrofarli con il suo magistrale “Contra factum non valet argumentum” (contro un fatto non si dà argomentazione contraria), per zittirli una buona volta.

Altro tema: consideriamo la mediatica enfasi, assai generalizzata, sul tema lgbtq e diritti civili correlati. Esagerata, un mainstream falsamente vestito da rispetto per il diverso, ed è, invece, piuttosto, la proclamazione e l’esaltazione di un particolare modo di vivere. Non condivido l’enfasi, mentre sulla scelta individuale di sentirsi sessualmente a, b o c, ovviamente, nulla ho da dire. E comunque il sentirsi è discutibile, pur non ritenendo (più) alcuno di noi l’omosessualità essere una malattia o un peccato morale.

E qui ora scrivo una cosa politicamente scorrettissima, rischiando di attirarmi critiche e reprimende da parte di qualche anima bella: non sopporto più il profluvio di scene di sesso omosessuali filmate e trasmesse, provando per esse un mio schifo naturale insopprimibile, e neanche sopporto quelle di sesso etero, che sono ancora più abbondanti, perché quasi sempre inutili, ridondanti e, non raramente, volgari. Sono di mentalità arretrata? Può darsi. Chiedo solo di non essere continuamente obbligato a subirle, con il massimo rispetto per le scelte di ciascun altro.

Si faccia sesso come ci si sente, ma non me lo si sbatta in faccia, anche se posso spegnere o cambiare canale.

L’ultima cosa, ma non meno delle altre citate vergognosamente FALSA o scorretta! Proprio oggi leggo questo seguente titolo su un quotidiano nazionale, a proposito del Covid: “Ospedali pieni”. Ma come? Sono pieni, se le percentuali di occupazione dei posti letto sono, rispettivamente, del 12% per quanto concerne le terapie intensive e del 15% nei reparti ordinari? Da quando in qua il 12% e il 15% (anche sommati) sono uguali al 100% del tutto?

Ok, anche facendo venia sulla “metaforicità” dell’aggettivo “pieno”, e sul suo utilizzo markettaro, che cosa può pensare l’ascoltatore/ spettatore/ lettore di una così clamorosa balla?

Che pietà, oltre che vergogna per questi mestieranti, che sono, o intellettualmente disonesti, oppure tecnicamente ignoranti.

Tertium non datur.

Del tirannicidio: basi teoretiche, consonanze e contrasti fra le teologie cristiane, quella cattolica occidentale di fra’ Tommaso d’Aquino e quella ortodossa orientale dell’egùmeno Gregorio Palamàs; alcune considerazioni sul tema, dall’antichità al dibattito odierno

Il ridicolo equivoco interpretativo dei concetti proposti da Domenico Quirico su La Stampa di Torino – qualche giorno fa – sul tema del tirannicidio, derivante da una traduzione non so se volutamente scorretta o dalla volontà di cercare un casus belli per litigare con l’Italia, ha convinto l’ambasciatore russo in Italia a denunziare alla Procura di Roma una sorta di incitamento al delitto tramite stampa, quando invece, se il titolo del pezzo ha posto in maniera ipotetica la plausibilità di uccisione del presidente Putin per fermare la guerra di aggressione in Ucraina, il contenuto era chiarissimamente contrario a quella scelta violenta.

Perciò mi pare utile parlarne qui ampliando il discorso ai fondamenti del pensiero teologico e filosofico, sia orientale, sia occidentale.

Partiamo dal termine: tirannicidio deriva dal termine greco tyrànnos.

Pisistrato

Il termine “tiranno” è di origine greca e significa letteralmente “signore”; Erodoto nelle Storie usa il termine τύραννος (týrannos) (cf. Storie III, 80-82), che vuol dire “signore della città”. In seguito le cose cambiano, anche alla luce del pensiero platonico e aristotelico, che pongono la questione della legittimità del potere e della sua costituzione.

Tiranno è innanzitutto il termine attribuito a qualcuno che conquista il potere e poi lo mantiene in maniera egemonica, in qualche modo dispotica, autarchica, e a volte anche con modalità repressive e violente. Un altro termine pressoché equivalente è “dittatore”. Con il termine “tiranno” nell’antica Grecia dei secoli VII e VI avanti Cristo si definiva chi colui che si impadroniva del potere con modalità rivoluzionarie, opponendosi al sovrano o al politico in carica per tradizione o per elezione. Spesso il nuovo “capo” era sostenuto dal popolo, che soffriva per una gestione del potere precedente divenuta insopportabile.

Il tiranno, dunque, a quei tempi non era un usurpatore tout court, perché talora governava senza stravolgere sostanzialmente le leggi e le istituzioni preesistenti. Inoltre ricopriva personalmente e affidava a suoi fidi le maggiori magistrature, promuoveva lo sviluppo dei commerci, delle opere pubbliche e dell’agricoltura, generalmente nell’interesse del popolo sottomesso ed in contrapposizione ai privilegi dell’aristocrazia. I nomi dei più noti “tiranni” intesi in codesto senso: Policrate di Samo, Clistene di Sicione, Pisistrato di Atene e Dionisio di Siracusa, che chiamò perfino Platone per avere da lui consigli. Storia che non finì molto bene, forse perché i tiranni di tutte le epoche preferiscono gli yesmen, non persone di cultura libera e più vasta della loro. Anche oggi è così.

Si può dire che il tiranno moderno non assomiglia più di tanto a quei tipi di tiranno. L’accezione del termine è molto cambiata nei secoli.

La tirannide come categoria politica e forma di governo è stata trattata nella cultura occidentale, per la prima volta in maniera rigorosa, da Platone nel dialogo Repubblica.

Proprio con il pensiero di Platone e di Aristotele inizia una riflessione sulla tirannide e sulla sua legittimità, laddove il potere del tiranno sia acquisito senza la ricerca di un consenso tra i cittadini, e quindi di una sorta, oggi diremmo, patto costituzionale tra cittadini, ovvero, di contro, sia acquisito a seguito di un processo di corruttela e di scorretto acquisto di consensi.

La tirannide era ritenuta ad Atene un disvalore assoluto e generava paura nei più, timorosi di non avere più la possibilità di discutere dell’esercizio del potere politico, in rappresentanza degli interessi generali. Si tenga sempre presente che gli “interessi generali” di allora non si riferivano a un suffragio universale, bensì al diritto di una significativa… minoranza di capifamiglia possidenti: da questo novero erano esclusi meteci ed iloti, cioè i capifamiglia poveri del contado e le persone pervenute dall’esterno.

Molto interessante è il fatto che il personaggio “tiranno” era oggetto di molta attenzione da parte dei tragediografi, che con il teatro riuscivano a trattare un tema molto arduo e pericoloso per la stessa vita di chi lo trattava.

È proprio sulla scena teatrale infatti che la paura e il disprezzo per il tiranno vengono vissuti con immediatezza, è sulla scena che la tirannide appare sempre meno una soluzione politica e si trasforma in una dimensione umana, in una caratterizzazione di una figura etica e psicologica.

La critica alla figura del tiranno aveva lo scopo di evitare che un singolo cittadino avesse nelle sue mani tutto il potere, dispoticamente. Durante la Guerra del Peloponneso, scoppiata tra Ateniesi e Spartani, il grande Aristofane pronunzia la seguente frase: “Per cinquant’anni non ne ho mai sentito il nome (del tiranno, ndr) e ora va più del pesce conservato.”

Si pensi che l’accusa di tirannide fu formulata anche a Pericle, ed è tutto dire. Tucidide scrive di lui in questo modo: “Era una democrazia a parole, ma di fatto si trattava del potere del primo cittadino“. Erodoto propone una delle prime descrizioni della tirannide (cf. Tripolitikòs lògos ), nella quale si esprime elogiando la democrazia (ovviamente intesa secondo l’idea dei tempi, cf. supra),e criticando la tirannide. Ecco le sue parole: “Come d’altronde il potere di uno solo potrebbe essere cosa conveniente se gli è lecito fare ciò che vuole senza renderne conto? (…) Dai beni che ha a disposizione gli nasce la prepotenza, mentre l’invidia è connaturata all’uomo fin da principio.

Il tiranno di cui si parla è empio, sfrenato, diffidente e sospettoso, avido, molto simile alla figura che descriverà Platone ne La Repubblica qualche decennio dopo. E’ molto interessante la descrizione erodotea, perché mette in evidenza anche gli aspetti psicologici della “nascita” del tiranno, il quale può anche essere, di per sé, un uomo buono e virtuoso, ma, messo nelle condizioni di esercitare un potere inusitato e grandioso, può cambiare radicalmente diventando arrogante, prepotente, protervo fino all’esercizio della violenza come metodo di agire quotidiano.

Non si possono non riconoscere in questa descrizione i tratti psico-morali dei tiranni che abbiamo storicamente conosciuto nell’ultimo secolo, il XX. La disponibilità di ogni bene e di ogni potere produce in lui la prepotenza (hybris).

Platone, invece, va oltre. Egli vede nel tiranno l’esempio di un essere umano abbandonato dalla razionalità e quindi disponibile ad ogni sorta di eccesso e di agire negativo verso gli altri, i cittadini.

Inoltre, la rappresentazione del tiranno approfondisce anche altri aspetti di questa figura, che sono molto attuali! Si pensi al sentimento della paura, che non solo il tiranno provoca negli altri, ma che egli stesso prova, intuendo di poter in qualsiasi momento perdere la propria posizione ed essere abbattuto, anche perdendo la vita, magari ucciso da chi subisce la sua prepotenza, che può ordire complotti e congiure per liberarsi dal tiranno. Pisistrato e i suoi successori sono gli esempi eponimi della modalità di governo tirannica di quei decenni, in Grecia, una modalità che ha i tratti della tirannide autoreferenziale e finalizzata solo nel suo mantenimento, ma anche i tratti di una tirannide che potremmo definire paleo-populista, perché si opponeva all’aristocrazia dei “migliori” (àristoi) cittadini.

Forse che questo non echeggia qualcosa di contemporaneo? A me ricorda un pochino l’uno vale uno dei grillini, o il vociare scomposto del “salvinismo”. Lo scrivo neppure tanto sommessamente. Grillo (Conte no, perché troppo flaccido) e Bossi/ Salvini potrebbero anche assomigliare a controfigure del tiranno populista.

Aristotele nel V capitolo della Politica individuò tre tipi di tiranno:

  • il capopopolo o demagogo, che acquisisce il potere ergendosi a difensore degli umili; (un “salvini”?)
  • l’ex magistrato, che fonda il suo potere assoluto partendo da una base istituzionale; (un “di pietro”, meno male che non ce l’ha fatta)
  • il monarca o l’oligarca degenerato, che non sopprime ed anzi aumenta i privilegi dell’aristocrazia. (Putin, proprio lui!)

Aristotele ricorda che e prime due tipologie di tiranno furono molto diffuse nella Grecia continentale, mentre la terza invece, molto più rara, si sviluppò solo nelle città dell’Asia Minore, ad esempio i satrapi persiani e poi i diadochi di Alessandro il Grande.

Dimenticavo: nelle situazioni in cui nell’antica Grecia di discuteva di democrazia e tirannide, ebbe anche posto un concetto che cercava di descrivere una forma embrionale di democrazia: l’isonomia, cioè una forma di governo che potesse avvalersi di leggi equilibrate e giuste (ìsos nòmos).

Infine, solo per completare il lessico di questi temi ricordo un altro modo di dire una figura tirannica o dittatoriale, nella Grecia antica era autarca, dal greco àrkes, comando e àrkein, comandare.

GREGORIO PALAMAS

E ora vengo a Gregorio Palamàs (in greco Γρηγόριος Παλαμάς, Grigòrios Palamàs; 1296-1359), che è stato un monaco cristiano ortodosso, e in seguito arcivescovo.

Monaco del Monte Athos nella Penisola Calcidica, si può definire teologo e mistico, e fece carriera, diventando Arcivescovo di Tessalonica (che è la moderna Salonicco, come è noto ai miei lettori, ma non a diversi politici di alto ruolo e di basso livello).

L’esicasmo, cioè la “preghiera del cuore”, costituisce il fulcro della sua teologia mistica, che egli spiegò approfonditamente nell’opera Filocalia, titolo molto utilizzato tra i teologi dell’Oriente cristiano classico, a partire da Origene. E’ Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamàs), mentre è ricordato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

Iniziò i suoi studi di retorica e di filosofia con Teodoro Melchita, manifestando ottime qualità che gli avrebbero potuto aprire una brillante carriera nel funzionariato imperiale (ecco che già qui si può osservare come nell’oriente cristiano si coltivavano i talenti adatti a sostenere il potere civile), ma lui non si sentiva portato, in quanto vedeva nella vita monastica l’ambiente spirituale che sentiva più affine alla sua anima di credente.

Si ritirò, dunque, sul Monte Athos sotto la guida spirituale dell’egumeno (priore) Teolepto, che lo introdusse alla “preghiera del cuore”, di cui l’esempio classico così suona: “Gesù, Figlio di Dio Onnipotente, abbi pietà di me, peccatore“, da ripetersi come le avemarie del rosario e come i novantanove nomi di Allah nell’Islam, in sequenza instancabile, come un mantra buddista. Legàmi sovra-religiosi indubbi.

Gregorio non si è mai ritenuto un pensatore, un filosofo o un teologo in senso accademico. Per lui la cultura ha una sua funzione ma la pratica cristiana e la visione di Dio è qualcosa di assolutamente superiore. Gregorio scrive nella Filocalia:

«È una conoscenza più alta di quella sulla natura, dell’astronomia e di tutta la filosofia attorno ad esse, non solo sapere Dio e che l’uomo conosca se stesso ed il proprio ordine ma pure che il nostro intelletto sappia la propria debolezza. […] Infatti l’intelletto che conosce la propria debolezza ha trovato anche da dove può giungere la salvezza, avvicinarsi alla luce della conoscenza ed assumere una sapienza vera, che non si dissolve con questo secolo.»

Commenta scrivendo che avrebbe potuto scrivere in modo retorico per stupire i suoi ascoltatori ma, invece, ha ritenuto opportuno evitarlo. Leggiamo ancora, dalla sua opera citata:

«La conoscenza della sapienza profana come potrà cacciare fuori dall’anima tutta la malvagità creata dall’ignoranza, se a far questo non basta neppure la conoscenza dell’insegnamento evangelico? […] Neppure la conoscenza del Dio che ha creato queste cose [il mondo visibile e quello invisibile], da sola non può giovare a nessuno. […] Vedi che la sola conoscenza, senza l’amore, non purifica affatto l’anima ma l’uccide. […] L’educazione profana serve alla conoscenza naturale, ma non può mai divenire spirituale, a meno che non accompagni la fede e l’amore di Dio, o meglio ancora, a meno che non sia rigenerata dall’amore e dalla grazia che vi si manifesta.»

Gregorio fu un grande estimatore di Dionigi l’Areopagita, filosofo e teologo neoplatonico, ma lui non lo scrisse mai, perché non voleva confondersi con i filosofi di professione (potremmo dire, sulle tracce di Agostino, che pure era debitore di Platone in molti concetti filosofico-teologici, come nel concetto di Dio come Bene in-sé), anche se si trattasse di quelli a lui più affini. Leggiamo ancora:

«[…] con la filosofia i conoscitori della natura e gli scrutatori delle stelle, che si vantano di sapere tutte le cose, non possono accorgersi di nessuna di quelle su elencate [le verità rivelate]. Essi ritennero che il sovrano dell’oscurità intellettuale [il demonio] e tutte le potenze ribelli sotto di lui fossero non solo superiori a loro stessi ma dèi. Li onorarono con dei templi, offrirono dei sacrifici ed assoggettarono se stessi ai loro rovinosissimi oracoli, dai quali ovviamente furono quasi sempre ingannati, attraverso sacerdoti senza sacralità e sudicie purificazioni che ispiravano un’abominevole presunzione, e profeti e profetesse che erravano il più lontano possibile dall’effettiva verità.»

Gregorio, in questo sulle tracce di Platone (ricordiamo gli agraphà dògmata del grande ateniese, cioè i non-scritti che avrebbero contenuto, anche secondo Aristotele, le idee più alte del Maestro), iniziò a comporre le sue opere quando ne fu costretto. Il suo pensiero si può trarre dagli scritti a difesa del modello di vita monastico e dalle pratiche spirituali dei monaci atòniti (del Monte Athos).

Palamàs, inizia a scrivere anche per contrastare le idee di un monaco-filosofo da poco giunto a Costantinopoli: Barlaam di Calabria.

Barlaam giunse a Costantinopoli apparentemente per motivi di fede, ritenendo che i greci avevano conservato una purezza cristiana persa dai latini. Uno dei suoi primi trattati, infatti, riguarda proprio la difesa di alcune posizioni di fede greche. Appena giunto nella capitale imperiale iniziò ad insegnare filosofia ricevendo attenzione e plauso di un’élite che stava riscoprendo i classici greci. Giunto alle sue orecchie che alcuni monaci facevano strane pratiche d’orazione nel Monte Athos, volle recarvisi per scoprire di cosa si trattava. Nell’Athos, probabilmente, ricevette una pessima spiegazione riguardo a tali pratiche e ne fu scandalizzato. Fece ritorno a Costantinopoli col fermo proposito di denunciare come demoniaco quanto aveva visto. Iniziò subito a diffondere le sue opinioni attirandosi l’attenzione di Palamàs.

Il santo dapprincipio fu mite e consigliò al suo interlocutore di limitarsi alla sola filosofia, tralasciando d’invadere un campo che non era di sua competenza. Barlaam non desistette e, con argomentazioni filosofiche, ripropose le medesime accuse in modo ancor più incisivo e convinto. Solo allora la polemica s’infiammò.

La polemica tra Barlaam e Palamàs ha un interesse che supera di molto il contrasto d’idee tra i due personaggi. Barlaam si può in un certo senso considerare un umanista, il rappresentante di una nuova sensibilità, di un modo nuovo d’osservare il mondo e le idee religiose. Come tale, egli dava un notevole peso alla filosofia neoplatonica (nella quale leggeva in modo particolare lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita). Barlaam traccia una netta distinzione tra il regno increato (Dio) e la mente umana in quanto tale. Egli formula una specie d’ “agnosticismo” per quanto riguarda la realtà divina in se stessa.

Ad esempio, siccome per lui, in definitiva, il regno di Dio è inaccessibile all’uomo, non ha senso alcuno il contrasto dogmatico tra Oriente ed Occidente sul Filioque nel campo della conoscenza secolare, pone Platone e Aristotele al più alto livello, al pari della Bibbia e dei Padri della Chiesa per la teologia. Per Barlaam è possibile «conoscere Dio solo attraverso il mondo creato mentre le affermazioni negative su Dio, espresse dallo Pseudo Dionigi, servono unicamente a determinare ciò che Dio non è». Barlaam pensava che, alla fine, lo studio e l’apprendimento fossero più importanti della preghiera e della contemplazionee. Coerentemente con ciò, riteneva una perdita di tempo sottratto allo studio lo stile di vita dei monaci atoniti, completamente incentrato sull’orazione esicasta, ossia su quella preghiera che, includendo particolari tecniche, era fatta nella quiete o “esichìa”.

Barlaam ridicolizzò i monaci esicasti definendoli “omphalompsychoi”, ossia persone che situavano la presenza dell’anima nell’ombelico. Barlaam si oppose agli esicasti, accusandoli d’essere messalianii e cioè di pretendere di vedere l’Essenza Divina con gli occhi del corpo, cosa negata persino da Platone.

Gregorio iniziò col difendere l’esicasmo e passò, in seguito, a ribadire che i profeti hanno un grado di conoscenza del divino che non si può minimamente paragonare a quello di un filosofo, giacché solo i profeti potevano realmente vederLo e sentirLo nel proprio cuore mentre il filosofo Lo poteva solo congetturare. Ciò che l’uomo poteva vedere di Dio non era il Dio in se stesso (la sua sostanza) ma i suoi effetti. Inoltre, l’uomo non può risalire a Dio dalla realtà creata poiché non vi è alcun paragone tra il creato e l’increato (il regno di Dio) (È qui la differente lettura che Palamas e la tradizione orientale hanno dello Pseudo-Dionigi). Non è possibile instaurare tra i due alcun genere d’analogia. Nonostante ciò l’uomo, per grazia, è in grado d’avere esperienza dell’increato e di entrare in comunione con Dio che gli si rivela. Nel sistema palamita è escluso alla radice l'”agnosticismo” barlaamita.

Nelle seguenti parole di Palamàs, in risposta a Barlaam, notiamo la sintesi di alcune sue posizioni che lo oppongono a Barlaam:

«Non è affatto utile né opportuno, anzi è invece fin troppo dannoso per tutti cercare nelle parole le cose superiori alle parole, gettare i misteri in pasto al popolo, affidare questi temi all’ascolto ed all’intendimento dei bambini, incitare i laici contro i monaci ed offrire motivi di non poca confusione alla Chiesa di Cristo.»

Queste parole mostrano la profonda differenza nella formazione dei due uomini: il primo, il filosofo Barlaam, aveva grande fiducia nella ragione, che poteva risalire a Dio dalle realtà create. Il secondo, Gregorio, ravvisava nella ragione dei limiti quando si trattava di parlare di Dio, dal momento che Egli è oltre tutto il concepibile e l’umanamente immaginabile. Il primo riteneva utile coinvolgere tutti, il secondo comprendeva che certi argomenti hanno bisogno di prudenza e di profonda formazione spirituale per essere abbordati. Il primo creava una distanza tra il mondo dei laici e quello dei monaci, quasi che questi ultimi fossero il retaggio di un’epoca oramai sorpassata. Il secondo non faceva alcuna differenza tra i due, dal momento che i monaci altro non sono che dei laici i quali vivono radicalmente le esigenze battesimali.

In merito alla questione della possibilità da parte dell’uomo di maturare la conoscenza del Dio trascendente e sostanzialmente inconoscibile, Gregorio distinse fra il conoscere Dio nella sua essenza (in greco ousia) e il conoscere Dio nelle sue “energie” (in greco energeiai), che si possono tradurre con “effetti”, “manifestazioni” o “attività”, per sgombrare il campo da equivoci che le moderne connotazioni esoteriche della parola “energie” possono addurre. Gregorio mantenne la convinzione che fosse impossibile conoscere Dio nella sua essenza (chi sia Dio in e per se stesso), ma mostrò la possibilità di conoscerlo nelle sue “energie” (conoscere che cosa Dio faccia e chi Egli sia in relazione alla creazione e all’uomo), dal momento che Dio si è rivelato nel Figlio suo. Nelle sue argomentazioni Gregorio si rifece ai Padri della Chiesa che lo precedettero, in particolare ai Padri Cappadocii al punto che, per alcuni, compie una geniale sintesi di tutto il pensiero patristico fino ad allora.

Le idee barlaamite furono definitivamente rigettate in due sinodi: uno del giugno e l’altro dell’agosto 1341, entrambi tenuti a Costantinopoli. In seguito alla sua condanna, il Calabro tornò in Italia, fu fatto vescovo di Gerace dal papa e, in seguito, ambasciatore papale a Costantinopoli per preparare un’unione tra la Chiesa greca e quella romana. Le trattative fallirono. Per breve tempo fu pure maestro di greco del Petrarca .

Il pensiero teologico di Gregorio Palamàs è intimamente connesso con l’esperienza cristiana e, quindi, con la mistica. La sua non è teoria o semplice filosofia né, tantomeno, un pensiero di matrice “neoplatonico” come sostengono alcuni. Tra il neoplatonismo e Palamàs c’è quasi un abisso. Palamàs è categorico: solo l’uomo spirituale può essere il trasmettitore di una tradizione spirituale che ha profondi legami con la tradizione dogmatica e ad essa rimanda costantemente. Un uomo che, sulla base della pura logica, presume di farlo conduce fuori strada. Costui viene definito “psichico”, ossia intellettuale. Gregorio ne ha chiara coscienza:

«Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Per questo se uno insegna sulla sobrietà senza esichìa, senza la sobrietà dell’intelletto e senza l’esperienza dei suoi effetti spirituali ed ineffabili, ma invece conformandosi ai propri ragionamenti e cercando in tutti i modi d’indagare con la parola il bene superiore alla parola, è chiaramente caduto in un’estrema follia e, nella sua sapienza, è davvero divenuto pazzo, in quanto ha scioccamente supposto di poter esaminare con una conoscenza naturale le manifestazioni che sono superiori alla natura e le profondità di Dio conosciute solo dallo Spirito.»

Gregorio Palamàs non ha fatto dei trattati sistematici di teologia, divisi per temi specifici. Quando si trovava davanti ad un problema urgente in cui era richiesta la sua risposta, componeva degli scritti. In questo modo, per risalire alla sua visione dell’uomo, all’antropologia, siamo costretti ad esaminare l’insieme dei suoi scritti. Per Palamàs, l’uomo è una realtà composta di realtà materiali (il corpo) e di realtà spirituali (l’anima e lo spirito). La sua antropologia è strettamente biblica e patristica. Tuttavia, egli quando mostra che l’uomo è fatto per Dio, indica precisamente che ogni sua parte e realtà possono deificarsi, corpo compreso. Palamàs afferma a tal proposito:

«Il piacere spirituale che dall’intelletto giunge al corpo, per nulla peggiorato per la comunione con il corpo, trasforma il corpo e lo rende spirituale, ed esso respinge i cattivi appetiti carnali e non abbassa più l’anima, ma si solleva con essa, fino al punto che l’uomo intero è Spirito, com’è descritto: ‘Colui che è dello Spirito è Spirito’. Ma tutto questo diventa chiaro solo nell’esperienza.»

L’uomo non può giungere a Dio con il pensiero razionale (la cosiddetta “dianoia”) ed è per questo che Palamas si oppone a Barlaam. Tuttavia, l’uomo può intuire la presenza divina con la parte più elevata della sua intelligenza intuitiva (il cosiddetto “nouss“). Il “nous” è una specie di “occhio spirituale” che dev’essere purificato per potersi accostare al divino, intravvederlo e goderne. Il “nous”, o intelletto spirituale, dopo essersi staccato da tutti i legami che lo ottenebrano (le passioni e gli attaccamenti mondani) viene calato nel cuore, ossia nella realtà più intima dell’uomo ed è lì che, nella grazia divina, viene deificato e risplende. La preghiera esicasta ha un ruolo importante in questa discesa del “nous” nel cuore. Risplendendo l’occhio interiore, anche tutto il corpo si trova nella luce. In questo senso i monaci esicasti interpretano il famoso versetto del salmo in cui il salmista dice: «E alla tua luce, vediamo la luce» (Sl 35,10).

«In contrasto con Barlaam, che cercava d’eliminare completamente la passionalità dell’anima [influsso neoplatonico], st. Gregorio Palamas non ha cercato l’annientamento di ciò che è legato al corpo (l’irascibile e il concupiscibile), ma, piuttosto, porlo al servizio del bene e dell’amore.»
(Staniloae Dumitru)

Il santo atonita ha un’antropologia particolarmente dinamica: ha un aspetto legato all’immagine di Cristo, nuovo uomo, e un aspetto trinitario. Riguardo a quest’ultimo, «alla luce della Rivelazione», la natura umana è «natura trinitaria dopo la suprema Trinità, poiché al di sopra di tutte, è fatta a sua immagine, composta da un intelletto (nous), dalla parola (lògos) e dallo spirito (pneuma)». Questo è l’ordine che deve conservare. È in questo che consiste la “bellezza” propria all’uomo preservata «attraverso la fede, la propensione e la disposizione a Lui».

L’antropologia palamita, riprendendo i percorsi classici ascetici dei padri del deserto, è animata da un profondo ottimismo, dal momento che all’uomo è data la possibilità d’essere ontologicamente dio, nella sua Grazia. Palamàs riporta, adattandolo ai suoi tempi, il famoso adagio di Atanasio d’Alessandria in base al quale «Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse dio».

Questo genere di antropologia ottimista non è molto condiviso in chi si muove con presupposti filosofico-tomistici (qui, infatti, non si parla di “nous”) ed è escluso nei presupposti del pensiero luterano (per i quali l’uomo può essere solo giustificato in quanto inguaribilmente peccatore e quindi distante da Dio).

Per Palamàs la storia della salvezza è un processo in continua realizzazione: Dio opera in ogni istante nel mondo attraverso le sue divine energie. Sono le divine energie che mantengono il mondo in vita, agiscono nell’uomo, lo convertono e lo attraggono a Dio. All’interno di questo quadro generale si situa la vita sacramentale: il fedele nel momento in cui assume i sacramenti (o misteri) partecipa in modo particolare a quelle divine energie che pervadono la realtà. La vita che Dio infonde attraverso l’azione sacramentale procede da Lui stesso e quindi è un atto increato: “Tutte le cose che ci sono state date e concesse in grazia da Dio – dice Gregorio – non sono pari, né ciascuna di esse è una creatura”.

Dio da’ realmente se stesso, non un suo effetto creato, punto che lo divide dalla visione aristotelico-tomista. Inoltre, il misticismo palamita non è sganciato dalla Chiesa, come se fosse un’attività individualistica ma fa parte della storia della salvezza stabilita da Dio nella Chiesa. Il centro di questa storia è Dio stesso che infonde le sue energie all’intero cosmo.

«[…] grazie alla partecipazione di questo pane divino [quello dell’eucaristia], non solo siamo attaccati, ma anche mescolati al corpo di Cristo, e diveniamo non solo un solo corpo, ma anche un solo spirito con Lui. Vedi che la smisurata grandezza dell’amore di Dio verso di noi interviene e si mostra attraverso la distribuzione di questo pane e di questo vino?.»
(Gregorio Palamàs)

Ma è bene sottolineare che, per lui, i sacramenti non sono e non saranno mai dei fini ma puri mezzi per giungere a Dio. L’asceta che non ha la possibilità di accedervi frequentemente, può comunque purificare se stesso attraverso le “lacrime di penitenza”. Palamàs esorta il suo popolo nei termini seguenti:

«Quindi, vi prego, non tralasciamo d’invocarLo con digiuni, preghiere, lacrime ed in tutti i modi, finché non ci si avvicini e ci guarisca.»
(Gregorio Palamàs, Omelia IX)
«Con un intenso dolore e pentimento e con le lacrime, vale a dire con il più drastico farmaco per l’espiazione “Dio non disprezzerà”, dice, “un cuore contrito ed umiliato”; e l’afflizione che piace a Dio attiva un pentimento senza pentimenti per la salvezza, e «colui che semina la sua preghiera nelle lacrime mieterà il perdono nella gioia.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XXVIII)

La sua teologia, dunque, pone un accento tutto particolare sul bisogno di purificazione dell’uomo, attività previa e contemporanea a tutto il resto. Una vita sacramentale che prescinda da queste basi finirebbe per rinnegare se stessa. Sembra, perciò, che Palamas conoscesse le critiche che, in tal senso, esprimeva san Simeonee il Nuovo teologo, proprio qualche secolo prima (XI sec.).

«Ogni prete, diacono e pure monaco, se partecipa alla grazia divina con tutte le condizioni previe stabilite dai Padri, allora è un autentico vescovo, anche se non fosse ancora fatto tale dagli uomini. Al contrario, chiunque non fosse iniziato alla vita spirituale, verrebbe falsamente ordinato, pure se la sua ordinazione lo stabilisse al di sopra degli altri, lo dirigesse e lo facesse comportare in modo arrogante.»

È solo considerando seriamente questa preminenza carismatica che siamo in grado di comprendere i termini apparentemente “anarchici” dell’ecclesiologia di Palamàs:

«Poiché, dunque, in Cristo Gesù non c’è né maschio né femmina, né greco né giudeo, ma tutti sono una cosa sola, secondo il divino Apostolo, “così in Lui non c’è né chi comanda, né chi è comandato”, ma tutti, per mezzo della sua grazia, siamo una sola cosa per la fede in Lui, e formiamo il solo corpo della sua Chiesa, avendo Lui come unica testa.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XV)

Sempre la preminenza carismatica, che pone l’accento sull’esperienza, fa proclamare, ad esempio, la grazia sacramentale increata (mentre per il tomismo la grazia, pur soprannaturale, è definita “creata” coerentemente con i suoi presupposti filosofici)]. La Chiesa è veramente rappresentata da coloro che hanno esperito tale grazia.

È solo per questo, non per vana erudizione, che Gregorio ama citare le colonne della Chiesa: Dionigi Areopagita, Massimo il Confessore, Basilio Magno, Atanasio di Alessandria, Gregorio di Nissa e altri. Allora, scagliarsi contro i monaci (o ritenerli qualcosa di tutto sommato marginale o poco influente), per Gregorio, non è porsi contro un partito o una parte ma contro la Chiesa stessa poiché essi conservano, vivendolo, il deposito di fede di tutta la Chiesa. Il Tomo Sinodale di condanna a Barlaam, che risente dell’influsso gregoriano, dichiara significativamente:

«Se qualcun altro manifestasse di muovere contro i monaci una di quelle accuse dette o scritte da lui contro i monaci, “o meglio contro la Chiesa stessa”, o in generale di d’attacarli in tali questioni [sia] sottoposto alla stessa condanna […] anche lui sarà scomunicato e tagliato fuori dalla santa cattolica ed apostolica Chiesa di Cristo e dalla comunità ortodossa dei cristiani.»

La Chiesa, quale comunità dei santi divinizzati, rappresenta la garanzia del retto cammino. Gregorio afferma:

«Ho un nugolo di martiri insieme al quale sarò condotto all’incontro col Promesso; ho una squadra di giusti, coi quali otterrò la superiore resurrezione; farò parte della Chiesa con i confessori della fede; sarò nel numero dell’assemblea dei primogeniti; parteciperò di doni ed onori immortali.»
(Gregorio Palamàs)

La funzione sacerdotale, nella Chiesa, ha un ruolo medicinale. Il sacerdote, oltre ad amministrare le medicine della Grazia, ossia i sacramenti, dev’essere in grado di conoscere il cammino che porta a Dio, e precedere i fedeli in esso. In caso contrario, come affermerebbe pure Simeone il Nuovo Teologo, non trasmette il carisma apostolico.
Il suo ruolo non è, dunque, di puro insegnamento ma di testimonianza vivente.

«Nella sua omelia per il giorno di Pasqua, Gregorio Palamàs esorta ciascun cristiano, dopo aver partecipato alla divina liturgia domenicale, di cercare assiduamente qualcuno che, imitando gli apostoli, rinchiusi il giorno della crocefissione, viva per lo più isolato, nel silenzio con il Signore immerso nella preghiera esicasta e nella salmodia, conducendo una vita irreprensibile. Questo cristiano deve accostarsi a lui, entrare nella sua casetta come se fosse un luogo celeste pieno della potenza santificante dello Spirito Santo […] e interrogarlo su Dio e le cose divine imparandole con umiltà e richiedendo l’aiuto della sua preghiera”.»

Il concetto monastico e carismatico di Chiesa espresso da Palamas influisce fortemente ancor oggi nell’Oriente cristiano mentre l’Occidente esprime un concetto piuttosto istituzionale e legale.

E’ questo un dilemma etico/giuridico, che ci accompagna fin dall’antichità, col quale si sono cimentati filosofi ed artisti, laici e religiosi, massoni e gesuiti, santi e peccatori, rivoluzionari e lacchè del potere.

DEL TIRANNICIDIO

Da Luciano di Samosata a Cicerone, da S. Tommaso d’Acquino a Lorenzino dei Medici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, da Mazzini ai regicidi anarchici, da Tolstoi alle rivoluzioni del XX secolo, e fino ai giorni nostri, non si è mai smesso di ragionare sul tirannicidio, questo gesto di extrema ratio del “diritto di resistenza”.

Ma il tirannicidio è giustificato oppure no ? E’ solo da comprendere o è anche da condividere ? E’ sempre da condannare o dipende dai casi ? Serve a qualcosa o è inutile, o addirittura controproducente ? E’ sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno o è sufficiente non essere eletto per non diventarlo ?

La dottrina cattolica, ad esempio, distingue tra il “tiranno per usurpazione” (tyrannus in titula, cioè che ha preso il potere illegalmente) ed il “tiranno per oppressione” (tyrannus in regimine, cioè che abusa del potere che ha ricevuto legalmente).

Uno dei riferimenti più datati attribuito a Cicerone che oltre ad affermare che “chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade” dice anche che “Bellum est in eos qui Judiciis coerceri non possunt” ovvero “facciamo la guerra a coloro contro cui nulla può la legge” .

Ma il riferimento più esplicito sul vero significato del tirannicidio, uno dei testi che meglio spiega se sia lecito o meno uccidere un tiranno, o un dittatore, lo si trova nel Commento alle sentenze di Tommaso d’Aquino (cf. anche mio articolo del 3 marzo u.s.).

Ed è opportuno citare qui uno dei passi più significativi del testo, riferito all’oggetto del nostro approfondimento: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso ad una istanza superiore, costituisce una lode per colui che uccide il tiranno ”.

E quest’ultimo passaggio è spiegato così dal Prof. Aldo Vendemiati : “Se il tiranno è un feudatario, si può ricorrere all’imperatore per rimuoverlo. Ma se non esiste un imperatore, il tiranno va ucciso”.

Questo pensiero va ben oltre rispetto a ciò che scriveva il giurista e filosofo Ugo Grozio nel De Jure belli ac pacis : “Un re che si dichiara apertamente nemico del suo popolo, e che abdica così al suo potere, sia da combattere fino alla fine”.

Qualche anno prima Giovanni di Salisbury , ragionando sul diritto di tirannicidio, affermava che “non soltanto è permesso ma è anche equo e giusto uccidere i tiranni . . . e in quanto immagine di malvagità, il più delle volte va addirittura ucciso” potendosi sostenere il principio fondamentale della difesa sociale e che, per analogia, è “dunque possibile considerare come se fosse una legittima difesa personale ”.

Nel 1414 Claudio Fleury fa la “telecronaca” delle numerose sessioni di una Assemblea tenutasi in Francia a partire dal 30 Novembre, presso l’Università di Parigi, sugli scritti di Giovanni il Piccolo che citava tutti i casi di tirannicidio della Bibbia e sosteneva la tesi che “Ciascun tiranno deve e può essere lodevolmente e per merito ucciso da qualunque suo vassallo e suddito in qualunque forma ”.

E ancora: “E’ lecito a ciascun suddito senza niun mandato o comandamento, secondo la legge morale, naturale, e divina, di uccidere o far uccidere ogni tiranno . . . non solamente è lecito, ma è onorevole, meritorio parimente . . . ”

E sono citate dall’autore una serie di uccisioni a partire da quella di Lucifero a quella di Finees, figlio di Eleazaro, che uccise Zambri, di Giuditta che uccise Oloferne, di Joab che uccise Abner , e molte altre ancora.

Parole forti su questo argomento, sulla necessità di uccidere i tiranni, sono scritte dal gesuita Juan de Mariana nel 1599: “Riteniamo che si debbano tentare tutti i rimedi per rinsavirlo prima di giungere a un punto estremo e gravissimo. Ma se ogni speranza fosse oramai tolta e se fossero in pericolo la salute pubblica e la sanità della religione, chi sarà tanto povero di saggezza da non ammettere che sia lecito abbattere il tiranno con diritto, con le leggi e con le armi ?”

Ed infine non si può non citare quanto scrive Maximilien Robespierre : “Quali sono le leggi che la sostituiscono allora ? (ndr: la Costituzione) Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa . . . il processo al tiranno è l’insurrezione, il suo giudizio è la caduta della sua potenza, la sua pena quella che richiede la libertà del popolo”.

Ma è sorprendente ed inaspettato trovare, e leggere, quanto scritto in un documento relativamente recente, nella Costituzione conciliare del 1965 Gaudium et Spes : “Dove i cittadini sono oppressi da un’autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non ricusino di fare quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune e sia perciò lecito difendere i propri diritti contro gli abusi dell’autorità”. Autore: Paolo VI

Ma in una società complessa, di capitalismo avanzato, può esistere la figura del tiranno oppure il “potere” è spersonalizzato ed ogni membro della classe dirigente può essere subito rimpiazzato ?

Spesso il dibattito si è intrecciato e confuso con quello della lotta armata, la clandestinità, il terrorismo ma se teniamo distinti i due piani, come fece l’Alfieri , possiamo arrivare alla conclusione che, anche se talvolta può esistere una congiura, il tirannicidio, il più delle volte, è frutto di iniziative individuali ed occasionali; rientrano, invece, in una categoria “mista” gli attentati subiti da Luis Carrero Blanco nel 1973 e riuscito, da Anastasio Somoza Debayle nel 1980 e riuscito, da Augusto José Ramón Pinochet Ugarte nel 1985 e non riuscito.

Di solito il tirannicida va, o vorrebbe andare, a colpo sicuro, ammazza, o cerca di ammazzare, il tiranno o, al minimo, un suo strettissimo collaboratore.

Qualche anno fa il dibattito si è riacceso a proposito della “guerra preventiva” contro l’Iraq; qualcuno ha giustificato l’aggressione e l’invasione con la necessità di eliminare Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī ; tale interpretazione non è condivisibile perché il tirannicidio, oltre ad avere le caratteristiche sopra specificate, deve essere compiuto “dal basso”, da un suddito, dall’oppresso, comunque da una vittima del tiranno, da qualcuno che ha subito il suo potere.

Di solito si afferma che il “terrorista di oggi è lo statista di domani” .

Per l’impero britannico George Washington era un terrorista, per l’impero austro-ungarico terroristi erano i carbonari e la Giovine Italia, per gli occupanti tedeschi erano terroristi i partigiani, negli anni 1930-1940 Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, era un terrorista responsabile di attentati anti-arabi ed anti-britannici tra cui, nel novembre del 1944, l’omicidio del rappresentante inglese in Egitto Lord Walter Edward Guinness, barone Moyne.

Per buona parte della sua vita Nelson Mandela è stato definito “terrorista” anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher.

Allo stesso modo si può dire che il regicida/tirannicida all’inizio viene considerato un “folle” ed un “criminale” per poi essere ricordato come martire, eroe e precursore dei tempi.

A partire dal VI secolo a.C., ad Atene, diverse statue di bronzo celebrarono il tirannicidio compiuto da Armodio e Aristogitone a danno del tiranno Ipparco.

Gaetano Bresci, autore dell’attentato a Umberto I° , è celebrato come eroe e vendicatore dei proletari e viene commemorato da una statua a Carrara .

Sferzante e pieno di tragico realismo è quanto scrive James Connolly : “Per le vie di Milano cento donne della classe operaia vengono uccise con la baionetta o a colpi di arma da fuoco, stringendo al seno i loro bimbi affamati mentre la buona società riserva loro un trafiletto di giornale. Una imperatrice è pugnalata in una strada di Ginevra e, apriti cielo, l’Umanità ne è sconvolta ! Sarà forse l’impietosa mano della storia a rovesciare la procedura dedicando a quell’olocausto di lavoratrici un intero capitolo in quanto martiri dell’umanità e confinando l’assassinio dell’imperatrice in una nota a piè pagina”?

Dissacrante e cinico può essere giudicato quanto scritto da Lenin : “In verità quanto accaduto al re del Portogallo è solo un incidente sul lavoro legato al mestiere di re . . . Da parte nostra ci limitiamo ad aggiungere che una sola cosa ci dispiace: che il movimento repubblicano in Portogallo non abbia regolato i conti con tutti gli avventurieri in modo sufficientemente aperto e deciso”.

E restano distanti e contraddittori i giudizi, la “memoria divisa”, sugli avvenimenti di Piazzale Loreto e sulle diverse versioni e ricostruzione dei fatti che ancora oggi, nonostante i numerosi studi effettuati, restano ancora parzialmente dubbi e nel mistero.

Ed oggi ?

Oggi non esiste più il nuovo principe ma il nuovo despota collettivo, la casta; l’attentato al tiranno di ieri è cosa molto meno complessa della lotta alla casta di oggi, anche perché questa non ha una sola testa, ma mille teste e come una piovra estende i suoi tentacoli in ogni strato della società.

Non basta il complotto o l’atto isolato, ci vuole una complessa opera collettiva, articolata e ben organizzata.

Molto altro si potrebbe scrivere e tanto si potrebbe dibattere su questo argomento, anche riferito alle più quotidiane vicende della nostra vita spicciola e professionale, ovviamente solo metaforicamente e non riferibili a re o tiranni; lo scopo di queste poche righe era quello di offrire lo spunto per ulteriori riflessioni personali anche nell’ambito delle proprie vicissitudini.

Quanto da me scritto in questo saggio non ha la pretesa di costituire un itinerario teorico di verità, ma certamente di documentata riflessione. Ciò mi permette di rispondere a una domanda che mi è stata fatta e che probabilmente può essere nel cuore implicitamente di qualche lettore: “Chi sono quelle persone che ho citato nei vari ruoli per dire, affermare, decidere, etc…?”

E’ semplice: (ha titolo di essere citato in una ricerca scientifia) chi variamente opera nella storia umana, le cui vicende vanno analizzate con acribia e precisione documentale e non ideologicamente. Se si parla di teologia non si può applicare lo statuto epistemologico dell’ateismo militante, proprio perché l’ateismo è una ideologia. Lo statuto epistemologico dell’agnosticismo, invece, non si scontra con l’onestà intellettuale della ricerca. L’ateismo professato con astio, sì.

Concludo: la dottrina cattolica prevede il tirannicidio con chiarezza, quella ortodossa, no. E Putin che cosa è? Un tiranno? Conclusione retorica a una domanda retorica.

Il possibile ruolo di papa Francesco per la pace: se accettasse l’invito di Zelensky di andare a Kijv, sarebbe al sicuro? Una visita del genere sarebbe opportuna, efficace?

Circa la sicurezza personale di papa Francesco se accettasse l’invito del presidente ucraino Zelensky di andare a Kijv mi sento di dire che, in generale, nessuno avrebbe interesse a fargli del male, neppure, per dire, i Ceceni amici di Putin. I Russi certamente, no. Potrebbe essere solo vittima dell’azione folle di un militare che, contravvenendo agli ordini, cercasse di colpirlo con un’arma molto potente, per dire un missile ipersonico lanciato dalla Bielorussia, magari. Pure illazioni: nessuno colpirebbe il papa. troppo esposta e importante a livello planetario è la sua figura, perché qualcuno possa osare farlo.

Invece, circa l’opportunità e l’efficacia di una sua visita a Kijv, mi sento di approfondire e di discutere il tema. Cercherò di riflettere su tutti e due questi concetti, separandoli.

L’opportunità: ebbene, questa è legata a una riflessione molto complessa. Innanzitutto bisogna pensare che, da un punto di vista cristiano, cattolico (e anche ortodosso) e quindi ecumenico, i Russi hanno la stessa dignità umana degli Ucraini e lo stesso diritto di essere salvaguardati come esseri umani.

Di contro, gli Ucraini, che in questa tragica vicenda, sono gli aggrediti, hanno, non solo il medesimo diritto di essere tutelati in generale, nella situazione, hanno anche il diritto primario di sopravvivere e di vivere.

Nel contesto, il patriarca Kirill e i rapporti con l’ortodossia sono uno degli elementi caratterizzanti della situazione in Russia. Sappiamo che storicamente questa declinazione cristiana è stata sempre, con una certa fluida facilità, in una posizione di supporto al potere politico, dallo zarismo classico di una Caterina Seconda fino allo stesso Vladimir Vladimirovich Putin.

Ciò deriva da una Teologia assolutamente verticale, molto diversa da quella cattolica, Teologia che prevede la possibilità spirituale della divinizzazione dell’uomo, la quale è rappresentata e quasi simboleggiata dalle persone poste agli apici della società, ancora una volta, come Putin, esempio iconico. Nella tradizione russo-orientale l’antropologia del capo, oltre che la storia e la normativa politico-amministrativa generali, sono molto diverse da quelle occidentali, che sono profondamente intrise dei valori della democrazia elettiva a suffragio universale; un esempio: mentre il presidente degli Stati Uniti d’America può rimanere in carica al massimo otto anni, che corrispondono a due mandati, di contro, Putin è al potere da ventidue.

L’efficacia: non possiamo dire con certezza alcunché. Una eventuale visita di Francesco a Kijv, innanzitutto deve fare i conti con il fatto di trovarsi fisicamente nel pieno del mondo ortodosso come capo assoluto dei cattolici del mondo. Non solo, dobbiamo precisare che il mondo religioso ortodosso ex sovietico (per capirci) è spaccato tra il patriarcato di Mosca rappresentato da Kirill, che non si distingue per autonomia dal potere politico, e l’autorità religiosa di Kijv nella persona del metropolita Epifanij. Fatto tutt’altro che secondario. Da ciò segue che, sotto il profilo dell’efficacia in ambito culturale e religioso di una visita di papa Francesco, restano in me forti perplessità, mentre invece l’efficacia politica di una vista di papa Francesco, potrebbe essere più significativa. In questa situazione, Francesco è percepito più come un “politico” di altissimo profilo morale, che come un capo religioso.

Voglio dirlo chiaramente: il prestigio del papato, almeno da una sessantina d’anni, cioè da Giovanni XXIII e dagli esiti del Concilio Ecumenico Vaticano secondo, il papato ha assunto una visibilità e un’efficacia morale e politica sempre più grande. Sulla matrice di questo giudizio si ricordino, tra non pochi altri, almeno due eventi/ situazioni: il primo, il ruolo di papa Roncalli nello scongiuramento di una impellente possibilità di guerra tra le grandi potenze di allora, al tempo della “crisi dei missili” di Cuba; il secondo, il ruolo di papa Wojtyla nell’implosione del comunismo sovietico, che Gorbacev accompagnò sul piano politico, fino allo scompaginamento totale di quel mondo.

Aggiungo comunque qui, subito, che tale scompaginamento, oggi, ex post e a ragion veduta, forse è stata un pochino troppo frettoloso e poco attento alle sensibilità e agli interessi dei Russi “centrali” e “orientali”, quelli di Mosca, di San Pietroburgo, di Kazan, di Irkutsk, di Novosibirsk, di Rostov sul Don etc. In parole semplici, discuterei a fondo il tema della “russicità” dei territori, dal confine polacco di Brest Litovsk agli Urali, che papa Wojtyla vedeva un tutt’uno con il resto dell’Europa (ricordiamo il suo motto che recitava “l’Europa va dall’Atlantico agli Urali”), mentre invece, non solo l’attuale Russia putiniana, ma più in generale la Russia storica, si ritiene qualcosa di più e di diverso rispetto all’essere considerata solo la grande e massiccia propaggine orientale dell’Europa, che finisce geograficamente con la catena lunghissima dei Monti Urali e a sud con i monti del Caucaso e delle nazioni ivi insistenti.

Starei molto attento alla dizione wojtyliana perché, a mio parere, è incompleta, e non tiene conto di quanto e come la Russia sia e si senta anche “asiatica”, e non solo per l’immensità dei dodici milioni di chilometri quadrati che costituiscono la Federazione Russa extra-europea.

Ciò che sto scrivendo non deve comunque far equivocare il senso del mio stesso scritto. Non sto intendendo neppure surrettiziamente che vi sia un qualche diritto della Russia per attaccare l’Ucraina. No e no.

Ora, la priorità assoluta è la fine delle battaglie, dei bombardamenti e degli scontri che hanno come fine immediato di provocare vittime. Evito discorsi di mera pietà umana, che è implicita nei miei ragionamenti, per concentrarmi su ciò che mi pare essenziale.

In contemporanea occorre che si attuino trattative serie e sincere tra le parti con l’aiuto di chi-conta, la Nato, la Cina, gli Usa e, perché no, Turchia e Israele, per ragioni diverse.

L’esito non può che essere la condivisione di un ordine concordato che rispetti le volontà dei singoli popoli e nazioni. La Russia non può e non deve pretendere di ri-creare la situazione ex sovietica, esplicitamente o implicitamente, perché la Storia non può e non deve “tornare indietro”. Le nazioni dell’ex Patto di Varsavia hanno liberamente deciso di essere-Europa, di aderire all’Unione e alla Nato. Su ciò, è cosa saggia non prevedere che l’Ucraina possa entrare nella Nato, essendo invece plausibile e accettabile (anche dalla Russia), nell’Unione Europea.

Tornando all’ipotetica visita a Kijv di papa Francesco, mi sento di dire che potrebbe essere utile, fermo restando che sotto il profilo moral-religioso sarebbe gestibile in nome di una comune fede cristiana, sulla quale anche il patriarca Kirilli dovrebbe trovarsi d’accordo.

Circa il tema degli armamenti, suggerirei di tenere in considerazione due articoli della nostra Costituzione repubblicana, l’articolo 11 che spiega con chiarezza la scelta dell’Italia di ripudiare la guerra come mezzo per risolvere le controversie tra le nazioni, e l’articolo 52, che dice con altrettanta chiarezza i termini del dovere di difendere la Patria da ogni attacco esterno.

La Patria Ucraina è stata attaccata e penso, ragionevolmente e per la proprietà etico-politica transitiva, che debba difendersi in questa fase anche con le armi. Aiutarla in questo senso è semplicemente interpretare coerentemente l’articolo 52 della nostra Costituzione.

Se papa Francesco sostiene che non bisogna aiutare militarmente l’Ucraina, a mio parere si sbaglia.

Di contro, se si riesce a garantire la sua sicurezza personale, papa Bergoglio vada pure a Kijv a portare la sua potente testimonianza e rappresentanza cristiana. Sotto questo profilo, Russi e Ucraini sono Figli di Dio allo stesso modo spirituale, per cui la dedicazione e l’affidamento – decisi da lui stesso – delle due amate Nazioni al cuore di Maria, la Theotokos (la Madre di Dio) degli Ortodossi, presente in mille e mille icone, è una decisione meravigliosa di preghiera e di testimonianza cristiana.

Tra vigliaccheria, ignoranza, disonestà intellettuale e “dissonanza cognitiva”

Il 22 marzo 2022 Volodymyr Zelensky ha parlato al Parlamento italiano e molti deputati e senatori non sono stati presenti, in aula, per svariate ragioni o motivi o cause. Un piccolo elenco di ragioni, motivi, cause, tre termini non sinonimici, più o meno credibili: covidizzati (quanti? boh), malati “normali” (quanti? boh), attività politiche sui territori (quanti? boh), scelta politica da “filoputiniani” ufficiosi (quanti? boh), “anime belle” (quante? boh) etc.

Per “leggere” bene i fenomeni osservati occorre distinguere rigorosamente il significato di “ragioni”, che stanno per elaborati/ costrutti decisionali legati alla riflessione razionale, mediante la logica argomentativa; il significato di “motivi”, che stanno per spinte emozionali interiori; il significato di “cause”, che è legato al meccanismo di generazione di effetti dati mediante cause date. A volte, anzi spesso, molti utilizzano il termine “motivi”, che è molto psicologistico, per dire anche “ragioni” o “cause”. Scorrettamente.

Leon Festinger

E poi anche vigliacchi tout court. Ovvero, ignoranti o disonesti intellettualmente, oppure dissonanti cognitivi, che non sopportano di avere un conflitto interiore, e quindi preferiscono evitare la riflessione del loro proprio io con il sé.

Ieri ad ascoltare Zelensky mancava un terzo del Parlamento italiano, per ragioni e tipologie umane come sopra riportate. Solo tre o quattro nomi tra i trecento disonorevolmente assenti: Boldrini, che era presente ma non aveva votato per gli aiuti in armi (oh anima bella!), non capendo che le armi servono per la difesa, anche se, intrinsecamente, possono anche offendere: non è che un fucile funziona solo se devo contrastare un altro che mi aggredisce con un fucile, funziona comunque. Lo capisce anche un bambino: questi qua , no, non capiscono. Fratoianni, e non so neppure perché io spenda energie e a citarlo. Il fascio-leghista Pillon e lo stalinista cinquestelluto Petrocelli. Poveri, ma non in ispirito, bensì in patrimonio cognitivo. Senza parlare di Salvini, che si è intortato sulle sue confuse contraddizioni anche all’estero (leggasi tafazzesco viaggio in Polonia), e ora fa il mite contro le armi, quali che siano e comunque usate. Fuori di testa, oppure peggio.

Proviamo a vedere se vi sono ipotesi psicologiche caratterizzanti, anche se solo in parte, questo tipo di mentalità e di scelte, che sono così discutibili, se non assurde e irresponsabili. Eticamente vergognose. Ipotizzerei il costrutto della Dissonanza cognitiva, concetto sintagmatico studiato da Leon Festinger poco più di una sessantina di anni fa (1957).

Leon Festiger, sociologo e psicologo americano del XX secolo è il primo studioso che propone il concetto di Dissonanza cognitiva, con il quale ha messo alle strette la precedente prevalente “scuola comportamentista” americana di Watson e Skinner.

Per Festiger, allievo di Kurt Lewin, lo schema “stimolo-risposta” era insufficiente per comprendere e anche determinare il comportamento umano. I suoi studi empirico-laboratoriali hanno costituito un notevole incremento degli studi di psicologia sociale, senza però dimenticare l’approccio indispensabile ai fenomeni, agli atti individuali liberi presenti nella vita reale.

La dissonanza cognitiva non è altro che una sensazione scaturita da un conflitto fra idee, convinzioni, valori e atteggiamento dell’individuo. In poche parole, consiste nel sostenere due o più pensieri o idee che risultano in contraddizione tra loro, generando disagio e tensione nel soggetto stesso, oltre che sconcerto nell’interlocutore.

Leggiamo sul web: Nel suo trattato intitolato “Teoria della dissonanza cognitiva”, Festinger parla proprio di questo meccanismo psicologico, tipico di noi umani, che oltre ad attivare idee e informazioni che possono intensificare la contraddizione, può anche cercare di ridurla e, come diceva l’autore, fare in modo che i conti tornino. Con il termine dissonanza cognitiva si intende una dissociazione mentale tra la realtà e il proprio comportamento, nel tentativo di giustificare le nostre abitudini o i nostri atteggiamenti contraddittori con atteggiamenti razionali privi di fondamento. In questo modo si mente a se stessi, senza provare dolore psichico o delusione morale.

E’ una forma di manipolazione della realtà. Il suo contrario è la consonanza cognitiva, che fa funzionare la nostra lettura della realtà, senza contraddizioni. Un esempio: se Putin aggredisce l’Ucraina, il dissonante cognitivo non riesce a parlare di aggressore, il nuovo csar (troppo onore, Putin!) e di aggredito, l’Ucraina. Sembra semplice, ma per chi “soffre” di dissonanza cognitiva non lo è.

Si tratta di vedere quanto disagio psicologico genera la dissonanza cognitiva, anzi, primariamente, se lo genera, perché vi sono persone che non soffrono della propria ignoranza, anzi, a volte se ne vantano. Costoro non sono presenti dentro il “principio di realtà”, poiché se ne stanno bellamente fuori, e pare non ne soffrano neppure.

Festinger ipotizzò tre modi per diminuire l’incongruenza psicologica:

  • Il pensiero incoerente viene modificato per renderlo più somigliante all’altro: ad esempio, quando dobbiamo risparmiare, ma dobbiamo comunque spendere dei soldi, adeguiamo una delle due intenzioni all’altra, anche se nella condizione reale non potremmo farlo.
  • Moltiplicare le giustificazioni a favore dell’atteggiamento incongruente, ammesse anche a livello sociale: ad esempio, se beviamo troppo, anche se siamo consapevoli che non fa bene, potremo sempre affermare che “il vino fa buon sangue”.
  • Diminuire la dissonanza tentando di lasciare meno contrasti fra le risposte contraddittorie: ad esempio, sappiamo che mangiare meno grassi è indubbiamente più salutare, ma se non riusciamo a farne a meno, possiamo giustificare la nostra risposta affermando che è “meglio vivere felici piuttosto che tristi a causa dei troppi sacrifici”.

La dissonanza cognitiva struttura l’autogiustificazione, riducendo ansia e tensione che sono ineliminabili del tutto, perché la realtà si ribella alla cattiva interpretazione.

Tale condizione mentale si alimenta con la bassa autostima, che spesso convive con l’arroganza e la pretesa di essere sempre nel giusto.

Dunque abbiamo un circolo vizioso del tipo studiato a fondo da Watzlavick: a) bassa autostima, b) presunzione di sapere, c) arroganza/ prepotenza, d) dissonanza cognitiva. Un bel loop, vero? Un loop adattissimo ad inventare sia menzogne gravi sia bugie lievi, perché chi ne è affetto non si accontenta della realtà, se non gli piace, ma pretende di cambiarle i connotati, per pacificare la propria interiorità e continuare ad occupare spazi intellettuali nelle relazioni umane.

Pare, di contro, che talora la dissonanza cognitiva possa anche aiutarci, quando siamo nell’incertezza della scelta, quando il consilium, cioè la riflessione, non è sufficiente per la electio, vale a dire la scelta, ma dobbiamo comunque scegliere a) o b), oppure quando si deve affrontare un grande dolore o una grande perdita. In questi casi la dissonanza ci aiuta ad attenuare lo stress, ma dopo un po’ è preferibile ri-guardare e riconsiderare la realtà per quello che essa è, senza crearcene un’altra a nostro uso e consumo.

Dissonanti cognitivi o semplicemente ignoranti, o disonesti, o vigliacchi, i 300 parlamentari mancanti ieri ad ascoltare Zelensky?

Il male dell’individualismo e le sue origini, la guerra e l’eterogenesi dei fini

René Descartes e il suo cogito ergo sum sono, per certi aspetti, il punto d’inizio dell’individualismo moderno. il “penso dunque sono” rappresenta un modo icastico di dire che il pensiero precede l’essere, nel senso che senza pensiero neppure l’essere può darsi.

Mi permetto – sommessamente, senza iattanza – di dissentire da tanto pensatore, in questo flusso logico-deduttivo.

Sulla linea di Aristotele e Tommaso d’Aquino ritengo, piuttosto, che l’essere (di tutte le cose) preceda il pensare, non fosse che perché il mondo esiste anche prescindendo da ognuno di noi, che potrebbe non-essere-mai-nato o essere già defunto.

Il grande francese mio omonimo (…mi onoro di condividerne il nome) potrebbe obiettare che “se io non-ci-sono, che il mondo ci sia o meno, non me ne cale, poiché, appunto, non posso conoscerlo“. A mia volta rispenderei che non possiamo considerarci unici centri del mondo e ragion sufficiente per proclamarne l’esistenza, perché ci sono, vivono, esistono anche gli… altri. O no?

Wilhelm Wundt

Prima di Descartes, frate Martin Luther aveva staccato il fedele cristiano dalla mediazione della chiesa, offrendogli la possibilità di una relazione diretta con Dio, attraverso la lettura personale delle Scritture, con l’Atto di fede e la richiesta della Grazia santificante individuale. Nella versione calvinista ciò è stato ulteriormente accentuato, poiché, secondo tale teologia l’individuo può meritare, con il suo impegno e la sua lotta, ogni bene. Su questa visione del mondo ha molto e ben scritto Max Weber nel suo fondamentale “Il Protestantesimo e lo Spirito del capitalismo“.

Queste linee di pensiero hanno caratterizzato molto la modernità è il soggettivismo insito in essa, fino a far sviluppare una torbidaegolatria, quella del “tutto intorno a te”, tristamente riportato perfino dagli spot pubblicitari

I dittatori sono esempi di individualismo egolatrico, così come lo sono, per dimensioni diverse, anche minimali, tutti i pericolosi ciarlatani settari che imperversano in America, intesa come Usa.

Sembra incredibile che loschi e improbabili figuri riescano a condizionare, manipolare, spaventare, fino a coartare la volontà individuale di individui e di gruppi di persone. Figuri che a volte nascondono le proprie tracce dietro ipotesi religiose o morali, ingannando chi riescono ad avvicinare, specialmente le persone più deboli e condizionabili.

I dittatori del XX secolo, e i loro accoliti principali hanno eretto a scienza di malvagità il loro egoismo e i vizi di prepotenza, arroganza e protervia, tutti figli della superbia scelta come linea guida delle loro azioni, indifferenti a ogni etica elementare del rispetto cui ha diritto ogni essere umano come persona.

Convinti di essere “speciali”, hanno costituito esempi mali per tutti coloro che si sono trovati in posizioni di potere e non hanno mai ritenuto che l’esercizio del potere assunto in posizioni di comando fosse un esercizio di servizio agli altri, non di mera ed egoistica autoaffermazione di sé stessi. Mi sto riferendo a tutti, proprio a tutti gli esseri umani che esercitano un potere, qualsivoglia e in qualsiasi settore della vita umana.

Lo stesso si può affermare dei dittatori attuali, dei dittatori senza controllo che governano al di fuori di ogni verifica democratica. Ve ne sono molti, nel mondo. Non è neppure necessario nominare quello più in evidenza in queste settimana, perché noto a tutti. Non merita la citazione del suo nome, poiché il nome rappresenta qualcosa di individuo, di unico, perfino di sacro. Chi opera come quest’uomo infanga il suo stesso nome, e anche la sua attribuzione di umanità. Ma vi sono anche altri egolatri, che non necessariamente fanno la guerra con le armi, ma con altri mezzi che possono obbligare e schiavizzare il prossimo o i cittadini, o interi popoli: si pensi ad esempio agli emiri del petrolio o a certi improbabili gallonati generali africani…

Il dolore della guerra, di questa guerra come di tutte le guerre, è tanto vero quanto inaccettabile, e in qualche modo sarà pagato, nel senso che un contrappasso e una nemesi sono nell’ordine delle cose.

Uno dei modi di questa nemesi sarà senza alcun dubbio l’eterogenesi dei fini che questo dittatore crudele pensa di poter conseguire. La nemesi è una sorta di “vendetta” della moralità e della giustizia.

Questa guerra da lui voluta sta rinforzando l’Europa che, con tutti i suoi difetti, è il luogo dove si vive meglio al mondo, dove i diritti sono ragionevolmente rispettati e ogni cittadino può dire la sua senza temere di essere arrestato e portato in un luogo remoto.

Ciò però non deve farci dimenticare che molto vi è da cambiare anche da noi, nella politica e nella società, recuperando il pensiero critico attualmente un pochino in sonno, la cura e la bellezza della convivenza e della cultura vera che ha dialogato nel tempo con la natura, senza offenderla.

La guerra e il racconto

I racconti di guerra sono un antico genere letterario, dai tempi degli storici greci Senofonte, Erodoto e Tucidide, e di quelli latini come Tito Livio, Svetonio, Giulio Cesare (che narrò le sue proprie imprese militari) e Tacito, per citare solo i maggiori e più studiati fin dal liceo. Mi viene qui solo da ricordare il grande romanzo di Lev Tolstoj Guerra e Pace, che ricorda il fallito tentativo di Napoleone di impadronirsi della Grande Madre Russia, come la chiamano da due secoli e oltre zaristi, sovietici, putiniani e cristiani ortodossi. La posizione del Patriarca Kirill si comprende (senza in alcun modo giustificarla) anche da questo aspetto storico-culturale.

Tralascio tutto ciò che sta in mezzo per duemila anni e vengo al XX secolo, quando, dopo le due Guerre mondiali, se ne raccontarono gli eventi e le sorti.

Per quanto attiene alle guerre successive, tutte sanguinosissime, tutte non dichiarate, tutte informali e asimmetriche, da quella di Corea negli anni ’50 a quella del Vietnam nel decennio successivo, a quelle africane, asiatiche e sudamericane, per finire con le invasioni in nazioni europee dell’Armata rossa negli anni ’50/ ’60, e gli interventi Usa e Nato in Afganistan (già attaccato precedentemente dall’Unione Sovietica) negli anni 2000, in Irak, in Siria e in Libia (dove si manifestò la tragica insipienza politico-militare di due leader come il francese Sarkozy e il presidente Obama), nei Balcani insanguinati nell’ultimo decennio del secondo millennio, vi è solo da dire che le guerre non hanno mai smesso di insanguinare il mondo. Per tacere di quelle dimenticate o mai poste con chiarezza e costanza sotto i riflettori dei media, come le guerre/ stragi del Ruanda, della Somalia, del Sudan o dello Yemen.

Ora, la domanda che mi faccio è: come viene raccontata questa guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, per volere di Putin e della sua cricca (uso un termine del periodo sovietico, non a caso)?

Sento in giro molte analisi raccogliticce e disinformate/ disinformanti chi ne sa ancora meno del parlante a vanvera.

Chi, dopo avere brevemente deplorato, quasi per un obbligo morale, l’attacco militare dei Russi all’Ucraina, sente il bisogno di affrettarsi a dire che… “comunque nel Donbass da molti anni i cittadini russi sono angariati dagli ucraini, etc.”, forse non ha la benché minima nozione di ciò che realmente sta accadendo, perché anche se fossero vere le angherie di cui si parla, non c’è proporzione alcuna con ciò che sta facendo la Russia putiniana in Ucraina.

E questo dovrebbe bastare per non usare i due piatti della bilancia con gli stessi pesi, o quasi. Io non riesco più a discutere con persone che hanno questa posizione.

Leggo e ascolto “titoli” di articoli e servizi noncuranti della precisione nel racconto dei fatti e soprattutto noncuranti dell’effetto psico-morale sulle menti delle persone di narrazioni piene di un uso spropositato di aggettivi terrorizzanti. Rendo onore – di contro – a inviati in loco di varie testate, come Ilario Piagnerelli e Laura Tangherlini, persone coraggiose.

Che la guerra, le bombe, gli scoppi, i ferimenti, il sangue, la fame, il freddo creino terrore è fuori discussione, ma è sbagliato e sadomasochista “infierire” sugli ascoltatori/ lettori con particolari inutilmente raccapriccianti. Non è moralmente ammissibile fare ciò, e non è neppure utile alla correttezza e alla completezza dell’informazione. E’ come girare una lama in una ferita, invece di lenirla, perché ferita è, e va raccontata e possibilmente curata e guarita.

Osservo i giovani venti/ trentenni che sono confusi: cresciuti nella società dove tutto accade o sembra accadere in tempo reale, non si sono ancora ripresi dal disastro cognitivo ed etico della pandemia, che si prendono addosso lo spaventoso scenario della guerra. E sto parlando dei nostri giovani, che non andranno a combattere. Ci si figuri che cosa accade nelle menti e nei cuori dei loro coetanei ucraini, e anche dei militari di leva russi che sono mandati a combattere senza saperlo. E a morire.

Il ruolo e la responsabilità morale dei giornalisti è enorme. Tanto di cappello agli inviati in loco che non mollano, come chi sta in questi giorni a Kijv, a Karkijv, a Mariupol, e a chi attende a Odessa e a Lviv (Lvov, Lemberg, Leopoli: quattro nomi per un crogiolo d’immensa cultura europea!).

Non altrettanta gratitudine a chi redige titoli schiamazzanti di guerre nucleari, di guerre mondiali, di rischio atomico incombente, di bombardamenti a tappeto (costoro non hanno presente le due atomiche americane, la distruzione di Dresda da parte degli Alleati, e quella di Coventry da parte dei nazisti, l’uso del napalm in Vietnam… studiare, amici miei, studiare, prima di usare espressioni erratissime!), e via spaventando.

Questi scenari sono implausibili, non fosse altro perché Putin (o chi per esso), non potranno non fermarsi prima, pena la loro distruzione, perché si sono inimicati l’Occidente intero, che è molto più forte e attrezzato della Russia da sola, sotto ogni profilo, a partire da quello economico, che resta il più importante. Vi è la variabile-Cina, ma l’Impero del Sol levante, sempre quello che è da millenni, confuciano e taoista, sa che cosa fare per non interrompere la sua ambiziosa marcia sul mondo.

Ora, l’Occidente deve trovare un modo per dare garanzie alla Russia di non schiacciarla sugli Urali, con una Nato alle porte di casa, il dittatore del Cremlino deve avere una resipiscenza nell’accontentarsi di questo: una Ucraina sul modello austriaco-svizzero, neutrale, una tutela dei cittadini russi nel Donbass con opportune autonomie amministrative e culturali e, se si ritiene, la Crimea, come accesso al Mare meridionale (Nero e Mediterraneo), cui la Russia ha strategicamente bisogno di avere accesso.

Ogni grande nazione (che sia grande per territorio o deterrenza militare come la Turchia, o sia grande per ragioni etnico-culturali e militari come Israele) può avere un ruolo positivo, grandi madri d’Europa comprese, come la Germania, la Francia e l’Italia. Sperando che gli Usa stiano fermi con le mani, cioè non estraendo la Colt 45.

Russia vs Ucraina (e viceversa): una storia complicatissima da conoscere

Sul “prima”, cioè sulle vicende arcaiche della Russia ho già parlato quanto basta in precedenti articoli. Qui ricordo solo che, dopo l’arrivo di Cimmeri e Norreni, e quindi dei rematori Rus, il principe Vladimir di Kiev, già cristiano, allargò la sua Rus verso Mosca, mentre a Novgorod si attestava un altro principe, e Mosca doveva ancora assumere importanza primaria per le Russie.

Caterina II di Russia

Dello zarismo, pure, ho già scritto qualche giorno fa. Qui è utile solo ricordare che le dinastie, da Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, e poi con i Romanov, a partire da Pietro I e da Caterina II (che peraltro era una principessa tedesca), la monarchia imperiale allargò ulteriormente i domini moscoviti, ma sempre con un certo rispetto delle varie regioni e popoli. Non dimentichiamo che nel Tredicesimo secoli arrivarono in queste plaghe i Mongoli dell’Orda d’oro che nelle terre russe rimasero per oltre un secolo. Il loro retaggio rimase un pochino diffuso, soprattutto nel khanato di Crimea.

Nel 1917 la Rivoluzione Bolscevica fece cessare la dinastia zarista instaurando, metaforicamente, la dinastia leninian-staliniana, che durò fino a Gorbacev. Nel 1962 l’ukraino Kruscev “donò” la Crimea alla Repubblica socialista sovietica di Ukraina.

Nel 1991 finì il comunismo e si avviò un periodo confuso di democratizzazione “alla russa”, con Boris Eltsin.

E siamo a Putin, ben presto ammiratissimo dalle destre europee, che lo vedevano come vindice della tradizione dei “valori” popolari, contro la “deriva morale” dell’Occidente. Nel 2014 la Crimea russofona fu ri-acquisita motu proprio alla Russia da Putin. E’ di questi giorni la riproposizione mediatica ridicolmente penosa delle pregresse lodi a Putin da parte di Berlusconi e soprattutto di Salvini. Che figuraaa!

Lo sfaldamento dell’Unione Sovietica ha lasciato irrisolte alcune questioni fra Russia e Ucraina: la flotta sovietica del Mar Nero, la gestione delle testate nucleari dell’URSS colà presenti, le risorse minerarie del Donbass.

La presidenza ucraina di Kucma, dai primi anni 2000 è stata controversa e non priva di scandali e corruzione, al punto che il suo partito si rivolta e abbiamo la cosiddetta “rivolta arancione” nel 2004, con alla guida Julia Timoscenko (nazionalista europeista), del partito “Patria”.

Dal 2004 inizia un alternarsi di presidenza e di governi, tra quelli filorussi di Yanukovich e quelli filooccidentali di Yuschenko e Timoscenko

A un certo punto il gioco di fa duro, con l’avvelenamento di Yuscenko, accusato di nazismo, solita vecchia storia ancora attuale

Nel 2014, dopo alterne vicende, Yanukovich vince le elezioni e allora si scatena Piazza Maydan, con proteste tra le due fazioni , che si erano contrastate continuamente.

Nel 2008 era stato stipulato un accordo con l’Unione Europea per staccare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2014 Yanukovich fugge a est e poi in Russia, mentre in Crimea e a est nel Donbass scoppiano rivolte. Kiev dichiara l’ucraino come unica lingua

Il 13 marzo 2014 si celebra in Crimea un referendum, che a larga maggioranza è per l’adesione alla Russia. Altre rivolte accadono nel Donetsk e nel Luhansk (Donbass).

L’Ucraina reagisce e riconquista parte del Donbass (Mariupol), ma subito si scatena la controffensiva dei “ribelli” russofili.

Ed eccoci agli “Accordi di Minsk nel 2014 per soluzione mediata. Ancora a Minsk nel gennaio 2015 si aggiornano gli Accordi per raffreddare il conflitto a bassa intensità che nel frattempo continua nel Donbass.

In questi anni tutti ci si è dimenticati delle guerre a bassa intensità.

Ultime cose prima della guerra: nel 2019 Poroshenko è sostituito da Zelensky, attore teatrale e televisivo che in una sit com simula di fare il politico.

Una situazione complicatissima, dunque, dove la Federazione Russa si colloca su un versante nettamente oppositivo alla nuova Ucraina e alla Nato.

Non si può negare che il conflitto trasformatosi in guerra cruenta ha origini antiche ed ha origine in problemi irrisolti.

Vi sono i diritti dei due popoli, ma oggi, con chiarezza, vi è anche uno dei due che aggredisce e l’altro che è aggredito.

I due diritti sono i seguenti: a) non si deve schiacciare la Russia verso gli Urali; 2) l’Ucraina ha diritto di autodeterminare il proprio futuro.

Gli spazi per un accordo equilibrato ed equo ci sono, e non sto qui a ripetere quello che ormai tutti sanno. Ho solo da dire che la ragione deve tornare a prevalere sulle emozioni, come insegnava Aristotele, filosofi stoici come l’imperatore Marco Aurelio (cf. Pensieri), che ben conosceva il senso della guerra, e molti altri sapienti del nostro Occidente, e parimenti quelli dell’Oriente antico, come Lao Tzu, il cui adagio andrebbe studiato a memoria e introiettato, secondo il quale il miglior esito di un conflitto è quello di una saggia mediazione, tale da evitare il confronto fisico, che genera solo feriti, morti, fame, dolore e odio.

Dalle “signorine buonasera” degli anni ’60 ai conduttori di talk show, un continuo degrado

Non so se qualche mio caro lettore si ricorda di Marco Raviart, “lettore” di tg della Rai negli anni ’60. La sua voce era al livello di quelle dei migliori attori di prosa, come Arnoldo Foà, Alberto Lupo, Vittorio Gassman o Nando Gazzolo, che in questo novero era forse il fuoriclasse dell’arte del dire, la dizione, con quel timbro fermo e preciso nell’eloquio, e nel contempo pieno di echi virilmente fascinosi.

Si trovano senza problemi sul web interventi di Raviart, così come degli altri “lettori” dei telegiornali, ad e. di Piergiorgio Branzi, Sandro Paternostro, Ruggero Orlando, Demetrio Volcic, etc.

Confrontando le capacità professionali di questi antichi giornalisti con quelle degli attuali, questi ultimi fanno una figura barbina. Sarebbe interessante capirne la ragione. Mi verrebbe anche la tentazione di fare nomi e cognomi, ma evito, un po’ per evitare possibili guai e un po’ per caritas patriae.

In realtà, si possono notare errori nelle notizie, espressioni approssimative nel porgerle, l’uso di toni spesso inadeguati, urlati, oppure incongrui rispetto all’argomento trattato.

Un paio di esempi:

a) colei che sta conducendo attualmente Tg2Post, che va in onda ogni sera, dal lunedì fino a venerdì, alla fine del Tg2, non sempre utilizza espressioni corrette o sintesi in grado di semplificare senza banalizzare o allarmare; un esempio nell’esempio: parlare con leggerezza di “terza guerra mondiale”, quasi come fosse un’ipotesi ragionevolmente plausibile non va bene, perché io so che tale evenienza è quasi in assoluto implausibile, ma l’anziano/ a che ascolta, il bambino/ a potrebbero spaventarsi in modo esagerato e psicologicamente devastante. Ieri sera stessa, mi ha telefonato mia suocera, 91enne, spaventatissima, per chiedermi: “Renato, ma viene la guerra?”

Non va bene; altro esempio,

b) nell’ambito delle notizie e degli aggiornamenti sulla guerra in corso in Ucraina, come da modalità caratteristiche dell’annuncio di detti programmi, i modi, i testi e i toni degli annunci stessi, che riguardano una immane tragedia, sono molto simili a quelli dello spot promozionale di un dentifricio o di una linea di arredamento. Convivono, nello stile comunicativo dei giornalisti una eccessiva dose di sensazionalismo irrorato di scarsa cura lessicale. Mi pare che ciò sia inaccettabile, stonato, almeno per il mio orecchio e la mia sensibilità.

Possibile che nessuno dei dirigenti della Rai non si accorga di questo? Per quanto concerne il punto a), forse toccherebbe intervenire al presenzialista (o quasi) direttore del Tg2 Sangiuliano. Queste due cose le ho formalmente comunicate, con una telefonata e una e-mail, anche al citato sito Rai. Devo dire che qualcosa hanno fatto, o essendosi accorti di ciò che sto qui spiegando o, forse, anche della mia raccomandazione.

Torno al tema iniziale. E’ evidente che il degrado formale-professionale che sto denunziando, non dipende solamente dai gruppi dirigenti giornalistici della Rai, ma da ragioni o cause più ampie.

Si assiste indubbiamente a un degrado più generale del modo di parlare e di scrivere, registrando una progressiva banalizzazione/ semplificazione dei linguaggi, da un lato privilegiando i gerghi professionali, dall’altro impoverendo la platea delle scelte lessicali possibili, pur in presenza di una inesauribile ricchezza linguistico-espressiva della lingua italiana.

Condivido le tesi di quei linguisti che sottolineano la dinamicità delle lingue, che si formano nel tempo, anche mediante contaminazioni tra idiomi ed etimologie differenti, come è accaduto un migliaio di anni fa, con la formazione delle lingue romanze dal latino popolare, ma talora e in qualche caso si sta assistendo ad una esagerata acquisizione di espressioni “estere”, soprattutto dall’inglese, che potrebbero essere pacificamente evitate con l’uso delle equivalenti espressioni italiane. Un esempio: perché non dire “riunione breve”, invece di “flash meeting”, stesso numero di lettere, stessa “economia” energetica, stessa scorrevolezza ed efficacia.

Niente, si preferisce anche in questo caso l’inglese, perfino quando questo non è necessario come lo è nei colloqui interni nelle multinazionali che hanno stabilimenti in varie parti del mondo. Si vede che “fa figo”, e questo basta. Invece a me pare che faccia pietà.

Potrei continuare a lungo su questi argomenti, ma penso di avere già dato un’idea del mio pensiero critico, che qualcuno raggiungerà rendendolo pensoso.

Guerra e legittima difesa? Rispettivamente, Russia (Putin) e Ucraina

Leggo sulla stampa che, dando armi all’Ucraina, di fatto come Nazioni europee siamo in guerra con la Russia, anche se ciò non è vero. Da niuna parte, in nessuno scritto vedo citare il concetto di morale pratica di “legittima difesa”, che in ogni ordinamento etico-giuridico è prevista, fin dai testi legislativi archetipici, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Per sintetizzare, interpello in tema la morale di Tommaso d’Aquino, che ne trattò diffusamente nella sua Summa Theologiae.

Innanzitutto Tommaso distingue gli atti umani tra “buoni o cattivi in rapporto alla ragione; poiché, […], il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (Summa Theologiae I-II, 18, 5, co.).

Già questa secca definizione ci può trovare un po’ spiazzati, spiazzati perché noi moderni abbiamo forse perso il senso di ciò che sia conforme e di ciò che sia non conforme e contrario alla ragione, e il senso e il significato del termine “ragione”. Tommaso ci potrebbe aiutare molto anche a rischiarare concettualmente il significato di “ragione”, che per lui (e dovrebbe essere così pure per noi) è la recta ratio agibilium, vale a dire il “retto pensiero intellettuale per agire cose eticamente fondate sul rispetto dell’uomo” (traduzione ad sensum).

Per valutare un atto umano secondo ragione, Tommaso ci aiuta in questo modo, proponendo tre elementi costitutivi di esso: a) l’oggetto dell’atto, b) il fine e c) le circostanze.

L’oggetto è l’atto concreto, visibile, “ragionevolmente” scelto mediante il proprio libero arbitrio. Però, tale atto è da valutare anche in relazione alle caratteristiche di chi lo compie, poiché altro è ciò che può compiere una persona di potere, altro è ciò che può fare una persona che non ha potere. Nel caso dell’agire di Putin tale riflessione è molto interessante.

Il fine si definisce con il-perché un soggetto compie un tale atto, ed è costituito da due intenzioni: a) l’intenzione prossima, che definisce la specie dell’oggetto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere il blocco immediato di un allargamento della NATO all’Ucraina, che peraltro non era all’ordine del giorno), e b) l’intenzione ulteriore, che invece stabilisce il fine decisivo proprio di un atto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere l’intenzione di Putin di tentare di ristabilire i confini dell’influenza russa più o meno ai vecchi confini dell’URSS, non escludendo di riprendersi anche, del tutto o in parte, gli ex “Paesi satelliti”).

Ordinariamente, l’atto è più importante del fine, ma nell’intenzione (del cuore, direbbe Gesù di Nazaret) il fine è più importante dell’atto.

Le circostanze, per Tommaso d’Aquino, si possono suddividere in sette classi: chi, cosa, dove, con che mezzo, perché, come, quando. Vedi, caro lettore, come le 5 double W (who, which, what, when, where + how) dell’imperante, e per me fastidiosa, cultura aziendalistica inglese hanno antenati illustri! Aaah, cari guru dell’organizzazione aziendale, forse siete un pochino ignorantelli…, voi siete quelli per cui il termine “agile”, si pronunzia “agiail”. Incredibile dictu. Imbecille.

Le circostanze possono influire in tre modi sulla fondazione etica di un atto umano. Primo: alcune circostanze sono trascurabili, e perciò provocano conseguenze insignificanti per quanto concerne un giudizio morale sull’atto stesso. Secondo: alcune circostanze sono accidentali (o casuali, termine da prendere, però, con le pinze) sull’atto e rappresentano solo un indizio, che può essere di carattere aggravante o riducente.

Infine, terza ipotesi: possono sussistere delle circostanze molto importanti, al punto da modificare la natura stessa dell’atto.

Oltre a quanto sopra descritto, per ogni atto umano (la decisione guerresca di Putin), si devono considerare le conseguenze prodotte, a partire da quelle principali: nel caso della guerra in corso, morti uccisi, freddo, disagi di tutti i generi, ferimenti, dolore proporzionato alle condizioni di ciascuno, laddove i vecchi, i bambini e gli ammalati stanno peggio.

Gli effetti moralmente cattivi/ negativi di un atto sono da attribuire alla responsabilità dell’agente che lo compie (Putin), anche se non si può dire che l’agente stesso abbia precipuamente e primariamente voluto – come fine – uccidere vecchi, donne a bambini, ma tale effetto era tra le possibilità di un’azione militare, che non può mai essere, come si dice, con edulcorata e indecente retorica, “chirurgica”.

A questo punto, Tommaso, figlio del suo tempo, fa l’esempio di un Crociato che ammazza un nemico per difendere la Cristianità, e spiega come l’effetto dell’uccisione di un “infedele”, di per sé, moralmente negativo, non lo è primariamente e del tutto, perché il fine è quello di salvaguardare il bene maggiore, che per il Crociato è costituito dalla Cristianità. Per noi questo paragone, ovviamente, non regge, mentre per gli integralisti islamici regge ancora. Vedi, gentile lettore, come debba fare ancora molta strada la cultura giuridico morale di un certo islam!

Secondo la morale tommasiana, dunque, considerando il duplice effetto possibile di un’azione, uno buono e uno cattivo, si possono individuare quattro condizioni che rendono possono rendere un atto legittimo. In questo ci aiuta il filosofo domenicano Giovanni di San Tommaso (1589-1644):

  1. L’atto stesso è buono o quantomeno neutro, basta che non sia cattivo.
  2. L’effetto cattivo non è oggetto dell’intenzione.
  3. L’effetto buono non è prodotto tramite l’effetto cattivo.
  4. L’effetto buono è più importante dell’effetto cattivo.

Ovviamente, il frate domenicano si ispira al Doctor Angelicus, (magister multorum, etiamque mihi) che scrive:

«Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita» (Summa Theologiae II-III, 64, 7, co.)

San Tommaso è lucidissimo, quando afferma che un’azione che abbia per fine la difesa della propria vita non sia per sé stessa illegittima, nemmeno nel caso in cui abbia come effetto l’uccisione dell’aggressore; ma questa azione può diventare illegittima per eccesso di reazione (quello che nel diritto penale contemporaneo si definisce come “eccesso colposo di legittima difesa”). Non esiste dunque una difesa illegittima (in linea di principio l’autodifesa è sempre legittima), ma una difesa sproporzionata.

Un esempio: le guerre americane nel Medioriente portate avanti dall’amministrazione Bush con quell’imbroglione menzognero di Tony Blair, e in seguito dall’amministrazione Obama, sono un fulgido (fo per dir) modo di difendersi, offendendo in maniera sproporzionata Nazioni e Popoli, in relazione al fine con il quale dichiaravano di voler proteggere il proprio paese (leggasi interessi economici).

Ora, se riferiamo, per analogia, questa lezione morale alle vicende della guerra di aggressione in corso da parte della Russia (di Putin) all’Ucraina, non si pone, caro Domenico Quirico, che scrivi su La Stampa, il tema di una guerra contro la Russia da parte dell’Occidente (Italia compresa), poiché invia armi all’Ucraina, ma il tema – di altissima e inconfutabile Legittimazione Morale – di una LEGITTIMA DIFESA.

Nella fotografia, e – diversamente – nei video, vi è una “sovrabbondanza ontologica” dell’essere

Nunc aeternum“, o l’ora eterna… si ferma nello scatto della foto. Ciò è fondamentale mentre guardiamo le immagini che ci arrivano dalla guerra. Come per quanto concerne ogni altra immagine di cui prendiamo visione.

Diverso è il discorso che possiamo fare se consideriamo le figure in movimento del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere, e ora dei video che tutti auto-produciamo con il cellulare e condividiamo con il… mondo.

Ma restiamo sul tema della foto.

L’espressione video, ma ferma come in uno scatto fotografico, di Gerasimov, generale comandante di Stato maggiore russo in ascolto di Putin, che annuncia l’alert nucleare, non è entusiasta delle parole che sta ascoltando, anzi, il volto, denotano una grave preoccupazione e anche sconcerto. Il Presidente lo sta sorprendendo di bruttissimo. Forse.

Il militare “parla” stando zitto e dice – senza proferir verbo – cose molto gravi, che sente, percepisce e avverte come possibili: una defaillance politico-militare-economico-finanziaria della sua Nazione.

Proviamo a riflettere su una foto, come per esempio quella del film chapliniano del “Monello”, o quella che rappresenta la morte di un miliziano lealista (cioè anti-franchista) nella Guerra di Spagna del 1936, di Robert Capa.

Chaplin sta seduto, apparentemente senza pensieri particolari, con il bimbo vicino. Guarda fisso davanti a sé, l’obiettivo, il fotografo, un altro soggetto umano od oggetto? Non sappiamo. Già questo ci fa capire come la mera rappresentazione di un uomo seduto, con bombetta in testa e le braccia conserte, in cravatta e giacca, etc., apre i confini del senso su un mistero. Il mistero, come ci insegna la Teologia filosofica è un “che-che-si-disvela-lentamente“, dal verbo greco myo, myein.

Charlot trasmette silente un senso di muta preoccupazione per il futuro suo e del bimbetto che gli siede accanto. Riflette sul fatto che sono poveri tutti e due, su ciò che potrà fare, su dove potrà andare, su dove fermarsi, su come sostentarsi, su come parlare con gli altri, su, su, sulle… infinite possibilità della vita.

Il miliziano colpito a morte, colto dall’obiettivo del fotografo americano, non rappresenta solo l’archetipo della morte violenta per un colpo d’arma da fuoco in guerra. Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, ungherese americano, nato a Budapest nel 1913 e morto a Tay Ninh nel 1954, appena quarantenne, coglie l’attimo nel quale una vita si spegne e un uomo entra nella dimensione nulla-vivente.

Cosa racconta lo scatto? Non solo l’assurdità della guerra come strumento per dirimere i contrasti tra gli esseri umani, ma tutto, del soldato morente: che è nato, ha vissuto, ha amato ed è stato amato, ha riso e pianto, si è arruolato, che è morto. Nel mezzo ci sono le persone a noi sconosciute, che ha incontrato nella sua vita, a partire dai suoi genitori, forse ha avuto fratelli e sorelle, certamente parenti, amici, maestri, uomini di chiesa, datori di lavoro, militari, commilitoni… e, accanto alla sua, possiamo immaginare le vite di tutti questi altri, di tutto il suo mondo, che da quell’attimo dovrà fare a meno di lui.

Ecco, ora proviamo a trasfondere queste riflessioni sul volto del generale Gerasimov, su quello di Zelenski, e anche su quello di Putin che, dicono in queste ore, ha un volto senza sguardo. Un modo di dire, senz’altro, una metafora per rappresentarlo in tutta la sua cruda e feroce freddezza umana, che appare. Appare. Che cosa vuol dire “apparire”? forse che appare cio-che-non-è, perché è pura apparenza, vale a dire “esteticità”, non àisthesis, che è la manifestazione dell’essere? Ma è poi vero che dentro di sé, Putin ha solo un vuoto pneumatico di umanità?

Certamente in lui, come si dice con pessima espressione, “al netto” di un’analisi psicologica che potrebbe rivelare nevrosi profonde e forse altro, vi sono anche pensieri ed emozioni. Forse le seconde, in questa fase, prevalgono sui primi; forse Putin è talmente preso dal suo “genio”, nel senso dello jinn musulmano, o del dàimon platonico, patriottico, di cui in queste ore/ giorni non riesce a liberarsi.

Le mie, è ovvio, sono pure elucubrazioni, perché non conosco Putin, come peraltro non lo conoscono tutti quelli che ne parlano sui giornali e sul web, ma penso che, sotto il profilo umano, etico-filosofico e infine anche pratico, che avrebbe bisogno di aiuto, di molto aiuto. Paradossalmente questo killer di bambini e di civili ha bisogno di aiuto.

In questi giorni mi chiedo dove sia il Patriarca di tutte le Russie, sua santità Kirill… perché, fosse lui come Francesco il papa cattolico, sarebbe al Cremlino a proporre una direzione spiritual-filosofica a Vladimir. L’ortodossia solitamente e storicamente si adegua al potere. Ma la Russia, pur avendo conosciuto perfino Rasputin (viene bene anche il giochino verbale Ras-Putin), ora non ha consiglieri spirituali. Può avere, però, consiglieri economici, del genere di Roman Abramovich. Questi si devono muovere.

E L’Europa? Eccola qua, la-bella-addormentata-sugli-euri! Avrei tante cose da dire su questo nostro continente ricco e stanco, che ora pare svegliarsi in un sussulto di dignità, da un diuturno torpore.

Ma se guardo in faccia Charles Michel, quello che negli incontri ufficiali ignora frau Ursula Von der Leyen (perché se non specifico di chi si tratta, nessuno associa il volto di Michel al suo nome) il pessimo tra i peggiori, mi vien da sperare ben poco.

Ecco, che cosa mi fa pensare la sovrabbondanza ontologica di una fotografia.

La guerra paranoica e la cecità occidentale

Non nego una riga di quanto ho scritto e qui pubblicato sulla Russia e la sua storia qualche giorno fa.

La grande porta di Kiev

Oggi, però, dopo che Putin (non cito la Russia come Nazione), come capo autocrate dello stato, ha ordinato un attacco militare all’Ucraina che pochissimi hanno saputo prevedere, scrivo qualcos’altro. E non mi limito ad aggiungere la mia flebile voce alla richiesta di fermare le operazioni e di tornare a saggia trattativa. Provo intanto a parlare di Putin, guardandolo in faccia attraverso i video che arrivano ogni momento.

L’uomo appare furibondo, determinato nella sua sicurezza militare, ma solo. Solo. Anche se lo assistono militari e il volto vecchio di Lavrov. E qualche altra nazione, grande o piccola, anche se molto ambiguamente. Penso ai ventenni di Kazan e di Irkutsk obbligati a combattere contro ventenni di Lviv e di Karkiv, per decisioni che li sovrastano, perché non vi sono luoghi dove discutere, o Dume in grado di mettere in mora l’uomo del KGB.

Zelenski mostra coraggio e determinazione, e così appare anche la verità psicologica di un uomo messo in una situazione-limite (Jaspers), anche se è un ex comico.

L’Occidente, come a tempi dell’11 settembre, ha mostrato anche in questo caso la sua pasciuta nonchalance. E non mi metto a proporre dei “se” l’Occidente, “se” gli USA… Fare discorsi di politica e di storia attuale con i “se” è sempre inutile se non controproducente. Ma qualcosa s’ha da dire.

Perché i Paesi Nato non hanno smesso di incoraggiare l’Ucraina a un’adesione, sapendo che la Russia non lo può sopportare? E c’è qualcuno che osa farlo ancora in queste drammatiche ore! La Nato ha strutture militari importanti nei Paesi baltici: sarebbe come se la Russia li avesse a Guadalajara o a Ciudad Juarez, nel Messico settentrionale. Non ci ricordiamo dei missili russi a Cuba, 1962, quando forse solo l’intervento di papa Giovanni XXIII evitò al mondo qualcosa di irreparabile?

Putin non sembra meno determinato del Kruscev di quegli anni, con l’aggravante che la sua persona sembra meno in-controllo di quel capo comunista. Non voglio fare diagnosi a distanza, ma l’uomo non pare lucido nel gestire un potere che appare incontrastabile, in Russia.

E il popolo russo? Tutto il popolo, intendo. Intanto non dimentichiamo che il suo reddito pro capite è analogo a quello del popolo bulgaro, e il racconto di una Russia accerchiata prevale, in quelle contrade.

In estremo Oriente, la Cina pare sonnecchiare, ma ha in mente di fare altrettanto con Taiwan. Chi la fermerebbe? La flotta americana del Pacifico, quella che sconfisse i giapponesi 77 anni fa? Non credo. Se si leggono attentamente i testi dei recenti accordi politici stipulati fra Xi e Putin, si può osservare, accanto a uno scetticismo radicale nei confronti del sistema democratico parlamentare, una pessimistica e disincantata visione hobbesiana della politica, là dove il popolo affida totalmente il potere al gruppo di oligarchi che lo assume, in qualsiasi modo, senza alcuna possibilità di metterlo in questione.

Noi Occidentali non siamo disponibili a “morire per Kiev” e si capisce. Vogliamo finalmente studiare a fondo la storia, la politica e le paure delle nazioni grandi e piccole che si collocano ai confini della… storia? La Russia è la più grande di queste nazioni, ed è abitata da uomini e donne come noi.

Ovviamente non mi metto qui a fare il diplomatico senza titoli, ma resto sul ragionamento.

Questa situazione echeggia in chi possiede anche solo nozioni sommarie di storia contemporanea, due esempi contrapposti: il primo ricorda la questione dei Sudeti, pochi anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, quando le potenze occidentali non opposero alcunché alle pretese di Hitler su quei territori; la ragione/ scusa era la medesima di Putin, quella di proteggere i molti Tedeschi abitanti quella regione boema; il secondo, invece, può rinviare alla questione altoatesina o sudtirolese, che concernette la nostra Italia del secondo dopoguerra: allora, l’immensa saggezza di De Gasperi permise di evitare una possibile guerra civile di confine fra Austria e Italia, con il riconoscimento alle popolazioni tedescofone di tutti i diritti relativi alla loro cultura, modello scolastico e anche, in parte amministrativo. Da decenni, dopo il periodo delle bombe nei tralicci, a Bolzano, a Merano, a Vipiteno… si vive in un’Italia dove si parla tedesco e l’italiano non è obbligatorio, ma convive con la maschia lingua gotica.

Anche i Russi sono presenti variamente negli stati che si sono formati dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica: perché non è possibile imitare la saggezza del democristiano De Gasperi?

Ancora una volta i contendenti non si dividono (non si devono dividere) tra buoni e cattivi. Certo che i cattivi in questa fase sono i Russi e i buoni gli Ucraini e con questi siamo buoni noi Occidentali. Ma non è così.

Noi e loro abbiamo bisogno di risorse, di energia per vivere nelle nostre case e per far funzionare le nostre fabbriche. Nel nome di una comune presenza sul Pianeta e di una comune “humanitas”.

Putin ha trascinato la Russia in un’avventura dalla quale uscirà, speriamo presto (ma senza che noi ne godiamo), molto male. Dopo questa guerra che non durerà a lungo, la Russia non deve diventare un conglomerato di paria a livello internazionale.

E la Nato? L’Alleanza atlantica è stata istituita quando iniziò la “Guerra fredda” per difendere l’Occidente da Stalin, che si era già incamerato mezza Europa. E’ ancora il caso che sia gestita come settant’anni fa con un segretario generale i cui compiti nessuno capisce? Stoltenberg, chi è costui? Mi verrebbe da scherzare, con san Paolo, sul suo nome.

Ancora una volta, sul tema, noto l’inadeguatezza dei discorsi che fanno i nostri politici, tra i quali vi è chi non riesce a parlare chiaro, perché imbozzolato nel populismo (Salvini), e chi tuona (mi verrebbe da ridere se non parlassimo di una tragedia) roboanti proclami anti-russi, come Letta. Poca roba. Largamente insufficiente alla bisogna.

Mentre seguiamo quello che succede, anche se con un senso di impotenza, proviamo a studiare di più ciò che sta producendo questa fase tragica. La ragione e la cultura aiutano sempre.

Ferdinandus Ceschiae familiae, ex temporibus actis de medio saeculo misuratis memoria, Stellinianos juvaniles Fescenninos atque gaudiosas Festivitates domesticas – ipso facto – hic mihi nobisque narrat

TE LO DO IO IL FESTINO

Nei rari momenti di abbandono, quando il mio assiduo cogitare rallenta il passo, un tronco encefalico nodoso quanto un pino loricato, fa affiorare in me bagliori di inquietante consapevolezza. Sono trascorsi anni dal sospirato diploma al Liceo Stellini e l’odore delle rare pizzette da contendersi a suon di gomitate nell’angolo della bidelleria,  può dirsi ormai dissolto, come il ricordo del soffuso sciabordio della roggia, che il Regio lambiva tra i concitati ditirambi e l’ossessivo tamburellare della Venerina.

il da noi (da tutti i citati e da mia figlia Beatrice che ivi fu allieva decenni dopo di noi)
amatissimo Regio Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Il grande Vigevani ha raggiunto altri lidi non prima però, congedandomi, di avere fatto di me un dirigente imponderabile. Secondo i canoni del buon intendere dovrei sentirmi appagato, quanto uno scuoiatore di muli o un venditore di scorze candite, da sempre ritenuti solidi emblemi di successo e di entusiasmo, mascolino e propositivo.

Dovrei lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte e prendere il mare al largo, dove i totani brulicano, in una ridda frenetica di braccia, tentacoli e ventose. Ma nulla di tutto questo accade. Un grande peso sembra trattenermi, quasi premessa annunciata di un possibile conflitto interiore a lungo rimandato. Ad evitare devastanti smottamenti cerebrali in un equilibrio già provato da tanto confliggere, assume la forma di disadorne domande. “Nando – inizia subdolamente – non è che stai esagerando con questi racconti stelliniani ? Non è che stai proiettando al cielo il potenziale siderale della Sezione F nel campo della cultura? Capisco che la sua incidenza sia mostruosa, ma tutto quello studio furibondo, quel materno piegarsi sui libri, quella dedizione totale ai principi scolastici rinunciando a tutto il resto, non è forse eccessivo ? Possibile che nelle pieghe di un crudele immolarsi sull’altare del sapere, non ci fosse mai un attimo di respiro, un segmento diafano e incidentale per coltivare attimi di frivolezza? Possibile?” Questa voce, per quanto gentile e garbata, dovevo tacitarla se volevo continuare a leggere “Soldino” “Tiramolla” e “Il grande Bleck” senza perdere il filo.

Cercare note leggere laddove non sembrano esserci, in un pentagramma affollato solo di sinfonie vibrate ed irraggiungibili, non è certamente facile. Inaspettatamente tuttavia, poco per volta, agendo a guisa di un succhiello per il formaggio, emergevano profumi e sapori  pudicamente celati da tempo. Ectoplasmi vaganti, amalgami lattiginosi da medium squinternati, via via prendevano contorni sempre più distinti, sempre più prossimi ad abissi di intensa vacuità, di futile e spregiudicata leggerezza, di vuoto, spinto ai limiti dell’impossibile…

I FESTINI ! Ma certo, come avevo fatto a dimenticarli ??!!! Riti pseudo-pagani, salvifici dimenar di fianchi, saltellanti e grufolanti contorsioni in un esplodere colorato di ormonale gaiezza. Ecco cos’ erano ! Il perimetro permissivista di questa deroga era dettato da costanti fisse: quelli fuori Udine erano esclusi per via dei pullman (attenti solo agli orari di studio), mentre quelli veramente ricchi, sia di Udine che di fuori, prediligevano i Mocambo Club, i locali di lusso dove quasi tutto era consentito se non proprio dovuto. Io ed altri malcapitati fluttuavamo nel mezzo, favoriti dall’essere urbani ma non avvantaggiati da munifiche cornucopie. Le coordinate per questo limbo euforico erano grosso modo queste. Ci si presentava al domicilio eletto (quasi sempre di proprietà donzellesca) doverosamente agghindati secondo il conclamato genere di appartenenza. Eleganti e leggiadre le ragazze, tendenti al buttero noi ragazzi, tanto per l’abbigliamento che per il linguaggio. Sapevamo che la parte femminile della nostra classe prediligeva di gran lunga il macho adulto, non certo i diciassettenni. A nulla serviva tingersi le basette di bianco come Stewart Granger in “Le miniere di re Salomone” oppure mettere una ponderosa zucchina in tasca, come suggeriva scaltramente Checco.

E neppure vantare relazioni amorose con ignare amazzoni di altri istituti, consentiva di acquisire punti e fascino. Andavamo bene per fare delle prove, neppure tanto libere. Le madri delle donzelle ospitanti quando percepivano che qualche audace buontempone spegneva le luci durante i balli lenti (quelli languidi e galeotti) , si precipitavano per le scale come tigri, con fari aggiuntivi così luminosi da far sembrare la sala una spiaggia in pieno ferragosto. Il pass per essere accolti in questi templi del divertimento puro consisteva nel portare al festino l’ultimo 45 giri, quello talmente fresco da aver messo in imbarazzo persino i rivenditori del negozio di Via Vittorio Veneto. Colà potevi degustare l’esordio dei “Village people” spinti chissà perché ad elettrizzare palcoscenici già impropriamente affollati, oppure farti rapire dalle note di “Fernando” degli Abba CadAbba, amore limpido per un nome ricercatissimo ed intrigante.

Beatles e  Rolling avevano prodotto un salto vertiginoso non solo musicale, ma letterario. Il nostro inglese scolastico, talora raccogliticcio, si cimentava coraggiosamente in traduzioni magistrali e interpretazioni d’acchito liricamente encomiabili. “Yummi Yummi Yummi” degli Ohio Express era dato come napoletano autentico, mentre “Monday Monday” dei Mama’s & Papa’s era attribuito a coralità afro-carniche del Settecento. Dopo avvilenti “Binario triste e solitario” e “Papaveri e papere” erano venuti “Bittore ti voglio barlare mendre dibingi un aldare”; “Ancora una volta ho rimasto solo”; “ Cameriere lascia stare, camminare io so“, e addirittura (horribile auditu) “Ho soffrito per te”. Che robeeeee ! Altroché traumi infantili! Non c’è da meravigliarsi se la gioventù di allora, sottoposta a cotanto beccheggio si muoveva scomposta,  inseguendo le ali di balene notturne, magari alle note di scarpe birmane e di nerissimi oboe.

In Sezione F, senza ritegno alcuno Alberto aveva scelto  come sigla “Frank 84”, in onore del principe Maurizio Vandelli, mentre Enrico vantava il primato assoluto dei Rokes di Shel Shapiro, quello alto due metri e che dietro “Tu non puoi sempre vincere” seminava tentennamenti ideologici e sconfortanti abbandoni.

L’amico Durigon discettava dei Bipinazos, un complesso greco che forse solo lui aveva ascoltato, ma era così puntigliosamente competente che io gli credevo, senza remore e contrappunti.

Maila straparlava di Mal, dei suoi occhioni incantatori e della sua mascella volitiva.

Renato come sempre provava a mettermi sulla retta via in quel di Rivignano. Maneggiando centinaia di LP, dopo gli Animals o i Moody Blues, si arrischiava a propormi i madrigali del Monteverdi, ottenendo regolarmente da me fissità inquietanti da lobotomizzato.

Daniela studiava con serietà tutte le nuove uscite italiane o straniere, a qualunque genere appartenessero (fu lei a proporre per prima “E’ l’amore” di uno che sembrava un tucano e rispondeva al nome di Franco Battiato).

In questo tourbillon frenetico ed auto-propulsivo a me bastava “Foxy lady” del vecchio Jimi Hendrix, per dibattermi come Laocoonte e i serpenti, ma senza ombra alcuna di serpenti. Forse per l’effetto di sonorità inguaribilmente psichedeliche in uno di questi “festini” accadde un episodio imbarazzante, che mi fece arrossire non poco.  

Era l’anno 1969. Compiva gli anni Enrico e ci aveva invitati a casa sua, in Viale Tricesimo, affiancato dai giovani fratelli e dalle giovani sorelle. I compagni di classe si presentarono con i loro classici 45 giri mentre io, contravvenendo alle convenzioni, portai all’amico una cravatta da Carnaby Street, dai colori scombinati e peccaminosamente improbabili. Credo che Enrico non l’abbia mai indossata, ad evitare l’arresto per oscenità in luogo pubblico. Tra gli invitati alcune persone che non conoscevo. “Mi verranno presentate – pensai – magari più tardi”. Non conoscevo la lingua friulana e questo mi sarebbe stato fatale. Giovanni, il fratello di Enrico, continuava ad aggirarsi tra le coppie danzanti, con un elmetto della Wehrmacht graziosamente arresosi al flower power.

Farneticando accentazioni puntute in finto francese, lui ed Enrico, a un certo punto, indicandomi una ragazza grassottella ancora seduta, mi suggerirono : “Fai il cavaliere Nando, invita tu a ballare Pantiane”. La proposta mi parve   ragionevole. Mi avvicinai, accennai un inchino compito e sussurrai con la voce più suadente che mi era possibile mettere insieme : “Posso ballare con te Pantiane?”. Quella strabuzza gli occhioni, si alza di scatto e mi assesta il più cocente sberlone della mia vita. Grande sorpresa tra i ragazzi presenti, ad eccezione dei due fratelli che sembravano presi da tarantolate convulsioni, al punto che scontrando la fronte producevano più volte un suono di campana, rigorosamente Wehrmacht, senza curarsene più di tanto. La ragazza se n’era andata furibonda e a me, per tanto tempo era rimasta una domanda disarmante : “Perché l’ha fatto? Non intendeva forse ballare o non le piaceva il pezzo?

Aaaah puar pipinot.

Nando CESCHIA (testo calorosamente approvato dall’amministratore, assai divertito)

“Servi di scena”: Abubakhar Ogondo Yeye, un uomo indecente… anzi tre, il secondo è Charles Michel, e il terzo è il “president-ore” della Bielorussia Lukascenko, in questi giorni di guerra alla porta delle nostre case,

indecenti per maleducazione e inqualificabile sessismo. Un nero musulmano, e due europei cristiani.

il bianco maleducato e recidivo

Il primo è il ministro degli esteri dell’Uganda, il secondo, il belga Michel, ha sopportato che Erdogan non facesse accomodare Ursula von der Leyen. Ospite maschio in poltrona, ospite femmina sul divano.

In questi giorni, invece, sempre alla presenza dell’ineffabile Michel che neanche un baffo ha mosso per far notare al politico africano che c’era lì con loro anche la Presidente della Commissione europea, e del Presidente francese Macron, il citato politico ugandese ha a malapena degnato di uno sguardo la signora, solo perché glielo ha fatto notare quasi con veemenza Macron. Sessismo, machismo, maleducazione, di tutto un po’?

Di Lukascenko, president-ore della Belarus, non occorre dir altro che segue Putin come un fedele cagnolino.

Andiamo più a fondo.

Nella tradizione teatrale e anche in un film, dal titolo omonimo, il servo di scena non vive una vita propria, perché trasferisce costantemente se stesso, i suoi sogni, le sue aspirazioni, la sua personalità intera, nel suo “padrone e signore”, vive di luce riflessa e protegge e difende gelosamente il padrone, perché così facendo difende e protegge se stesso.

Non che i tre personaggi di cui sopra siano propriamente “servi di scena”, ma possono esserlo di fatto, e soprattutto negli effetti. Un esempio: se Erdogan non mantenesse l’impegno di tenere chiuso lo stretto del Bosforo alle navi da guerra russe, come in questi giorni sta promettendo, si mostrerebbe un vero “servo di scena” di Putin, pur facendo parte la Turchia della Nato. Di Michel meglio non dire, per non infierire. Vi sono persone che giungono ad alte cariche per ragioni quasi incomprensibili dal sapere comune concesso dai media.

Perché ne parlo qui? Mi sembra utile, proprio in questo momento pericoloso, ricordare il rischio del “servo di scena”. Persone poste in funzioni e ruoli importantissimi sono servi di scena, perché hanno rinunziato, o forse non possono (nel senso che non hanno i mezzi psico-morali cognitivi e volitivi), a gestire un flusso di detti e di atti in autonomia, perché dipendono da un “padrone”. Che a volte è tale anche dei loro flussi di pensiero.

I “servi di scena” sono presenti su tutti gli scenari umani. Io ne conosco parecchi. Il tema è che molti di loro sono inconsapevoli. Potrei fare nomi e cognomi di persone che lavorano in aziende dove ho ruoli di vigilanza etica. Ovviamente non lo farò. Non provo neanche a farglielo notare, o meglio, con qualcuno cerco di verificarne la consapevolezza (di esserlo), che è già qualcosa.

Mi chiedo quanti “servi di scena” circondino Putin, come è accaduto negli ambienti di ogni autocrate, nel corso della storia. Ecco: essere “servi di scena” è un dato psicologico, ma forse anche antropologico, e lo scrivo in senso non lombrosiano… ché non potrei farlo.

Questi “servi di scena”, sia che siano nell’entourage di Putin, sia che si collochino nei dintorni di una uomo di potere economico, non sono affidabili, né sono disponibili, solitamente, a mettersi in discussione. Fanno finta di ascoltare e sono addirittura impazienti, se qualcuno gli fa notare che le cose potrebbero essere anche diverse, non capisco bene se perché sono convinti che il loro padrone abbia sempre ragione, o perché non ce la fanno proprio, cognitivamente. Forse per tutte e due le ragioni in un dannosissimo combinato disposto.

Sarebbe importante che questi “servi di scena” fossero messi nelle condizioni di pensare alla loro umiliante condizione. Nel mio piccolo, sto cercando di contribuire all’aumento dell’auto-consapevolezza, almeno nei casi meno disperati.

Avanti, con forza e coraggio.

Dal principe Vladimir di Kiev a Vladimir Vladimirovich Putin di San Pietroburgo: lo “spirito” della Santa Madre Russia cristiana: vizi e virtù di una grande Nazione, ragioni e torti dello csar (zar) attuale

Gli Americani e Biden, tra questi il primo, nonché tutti gli studenti dei ridicoli licei americani, nulla sanno di Costantino-Cirillo e Metodio, del Principato di Kiev, e del principe Vladimir, che non è Putin, perché risale al X secolo dopo Cristo. Negli USA queste cose le sanno solo (forse) alcuni professori di antichità cristiane e bizantine.

Cirillo e Metodio, fratelli, erano due monaci basiliani che portarono il cristianesimo di Costantinopoli, in parte d’accordo con la chiesa di Roma, nella immensa “slavitudine” nel IX secolo d. Cristo. Inventarono lo slavo ecclesiastico antico, che divenne la terza lingua della chiesa universale, oltre al greco e al latino.

Il principe Vladimir Monomacos governava Kiev nel XI secolo, lui coltissimo, sviluppò il cristianesimo ortodosso sempre più largamente, dall’attuale Ucraina verso la Russia centrale.

Altro grande capo russo fu Aleksandr Jaroslavič Nevskij, che fu principe di Novgorod e di Vladimir nel XIII secolo, famosissimo per le sue epiche gesta militari, è considerato forse il massimo eroe nazionale.

Ivan IV Vasil’evic detto il Terribile, fu il primo csar (cioè il cesare) di tutte le Rus, nel XVI secolo, principe per diritto divino, secondo la tradizione autocratica che si stava formando, e che è durata fino a ora, attraverso gli zar, Vladimir Ilich Ulianov, cioè Lenin, Josip Vissarionovic Dgusasvilij, cioè Stalin, Nikita Kruscev, Leonid Breznev, Yuri Andropov, Konstantin Cernienko, Michail Gorbacev e Boris Eltsin. Vladimir Putin è l’ultimo di questa tradizione millenaria.

Pietro I Romanov volle fondare sulla Neva una grande capitale, che prese il suo nome, Pietroburgo, o San Pietroburgo, poi Pietrogrado, dal 1917 Leningrado, e infine, una venticinquina di anni fa, sindaco Anatoly Sobciak, riprese il suo nome imperiale di San Pietroburgo. Pietro il Grande chiamò per renderla magnificente i migliori architetti italiani dei primi del Settecento, il Quarenghi, il Rossi, il Rastrelli e il Fioravanti, che la fecero la più bella città “italiana” fuori dall’Italia. E San Pietroburgo, che suggerisco a ogni lettore di visitare, dove si respira proprio un’aria di bellezza, è una delle più belle città del mondo, affacciata sul Golfo di Finlandia, porta d’Europa a Nord, quando a luglio non viene mai buio, di notte.

Nicola II Romanov, l’ultimo csar, venne fucilato nel 1918 dai bolscevichi a Ekaterinburg assieme alla zarina Alexandra e alle quattro figlie. Così fu la fine dello zarismo, e l’inizio del comunismo sovietico. La Russia diventava Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’URSS.

Lenin, Stalin e l’URSS comandarono dal 1917 al 1990, più o meno, quando, prima Gorbacev, e poi Eltsin liquidarono l’enorme conglomerato statuale dell’Unione Sovietica, che non riuscì a realizzare il paradiso (marxiano) in terra, ma fu fondamentale per sconfiggere Hitler, fatto che nessuno che sia sano di mente può e deve dimenticare. Che il comunismo sovietico abbia anche fatto morire milioni di kulaki e di ipotetici nemici del popolo, dalle Solovki alla Kalima, dall’ovest bielorusso a Vladivostok, alla Lubianka per ordine di Berija e di Stalin e altro di orrendo, è fuori di dubbio, ma la storia russa non è tutta qui.

Il comunismo, ad esempio, non ha sconfitto il cristianesimo, che dopo la fine dell’URSS è tornato fiorente come ai tempi degli zar.

Ora siamo nel Terzo millennio e da trent’anni il grande impero dei Soviet è crollato. Gli stati satelliti europei, liberati da quello che era stato indubbiamente un giogo, e parlo della Germania Est, che è stata formalmente annessa (si studi almeno un po’ di diritto internazionale per capire il verbo che qui ho utilizzato) a quella Federale, della Polonia, della Cecoslovacchia, dei tre paesi baltici, della Romania, della Bulgaria, dell’Ungheria, etc. hanno scelto di associarsi alla Nato per poi entrare nell’Unione Europea, e su questo Putin ha torto, quando dice che queste nazioni sono state inserite nella Nato per forza e non per libera adesione.

La Russia da trent’anni a oggi ha cominciato a sentirsi scoperta sul fianco occidentale, e il suo presidente autocrate ha iniziato a lavorare militarmente per riavere spazi di controllo, e dunque la ripresa di controllo della Crimea e di alcuni stati caucasici, come l’Ossezia e la Transnistria.

Circa poi la “russicità” dell’Ucraina, si può pacificamente convenire che essa non è un elemento fasullo o implausibile, perché l’Ucraina, repubblica socialista aderente all’Unione Sovietica per volontà di Lenin nel 1922, appartiene alla pluralità culturale, storica e religiosa delle “Rus”, che sono più d’una, pur se diverse tra loro.

Anni fa girai in auto tutta la Russia Europea con l’amico Roberto. Partimmo da Rivignano il 1 agosto e tornammo il 30. Era il 1980. Il 2, quando vi fu la strage di Bologna eravamo a Cracovia e sapemmo dell’attentato al confine di Brest Litovsk, tra Polonia e URSS. Pensammo molto male. Solo a Minsk riuscimmo a parlare con l’Italia e mia mamma Luigia mi raccontò degli 85 morti della stazione di Bologna. Le tappe: Vienna, Cracovia, Varsavia, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado (così si chiamava allora), Turku e Helsinki in Finlandia, Stockolm, Copenhagen, Hannover, l’ultima notte, Rivignano. 8300 chilometri in tutto con una Renault 4 blu, di Roberto, quella da 1100 cc, più “potente” (figuriamoci) della 800 cc, che non ci ha mai tradito, salvo l’intasamento del carburatore in Finlandia. Andammo a casa di ragazzi russi, trovando nelle donne di casa, mamme e nonne (le babuske) una affettuosa cordialità, e “fermammo”, da buoni ragazzotti “Taliani” ragazze russe, belle e intelligenti, a Minsk e a Leningrado. Il viaggio più grande e intenso della mia vita, più “grande” di quelli, numerosi, fatti nelle Americhe per lavoro, in Argentina e negli USA.

Qualche anno fa invece fui in Ucraina, sul fiume Dniepr, a Dnieprpetrovsk, in visita a un’acciaieria per proporre un percorso di formazione.

Ora, siamo tutti d’accordo che le ultime decisioni di Putin sono pericolose (parlo del riconoscimento delle “repubbliche” di Lugansk e di Donetsk), per cui è indispensabile che lui fermi i tank e i Sukoj bisonici lì dove stanno, ma l’Occidente, USA in testa, devono ri-studiare o studiare ex novo la storia che io ho qui proposto in sintesi estrema, per comprendere il senso profondo dell’attuale situazione e delle decisioni fin qui prese dal Cremlino, per assumere, a loro volta, le decisioni più opportune e intelligenti.

E non dimentichiamoci che il gioco degli scacchi (qui si comprenda la similitudine) è un passatempo nazionale, coltivato nelle lunghissime e fredde serate della Grande Madre Russia.

AGGIORNAMENTO

Confermo la mia analisi, ma spero come tutte le persone ragionevoli, che le armi tacciano e si torni a parlare costruttivamente tra le parti.

L’Italia è anche “Sofia Goggia”?

Mi pare che la metafora del titolo sia chiarissima. Sento da quando ho l’uso di ragione che l’Italia è piccola, sfigata, inconsistente, inaffidabile, perfino traditrice degli impegni presi. E altro, a volte di osceno. Poi, molto presto, mi sono accorto che si trattava di fole, di omissioni, di falsificazioni, di menzogne, nella massima parte.

Epperò questo è un vizio che ritorna. Basta che vi sia qualche inconveniente che qualche giornalista inventa letteralmente che le cose non vanno, che “Draghi si eclissa sull’Ucraina”, per dire che non se ne occupa, e cose del genere. Mentre è vero il contrario. Vi sono giornali e giornalisti che vivono di interpretazioni “fantasiose” se non di artate menzogne, e potrei fare dei nomi e dei titoli, che dirò in privato a chi mi legge e vuole conoscere la mia opinione. Cito solo un nome, perché mi scappa “di penna”, Travaglio, tormentosamente omen.

Non che l’Italia, nelle sue numerose articolazioni sociali, economiche, politiche, territoriali e storiche, non sia a volte anche una “nazione” contraddittoria, ma non è mai “tutta lì”. Ricordo la copertina di un numero degli anni ’80 del prestigioso giornale tedesco “Der Spiegel”, che rappresentava lo “stivale” geografico italiano con sopra un piatto di “spageti” e una P38 sul piatto, per significare Italia-uguale-mafia.

Il fatto è che i Tedeschi sono storicamente combattuti tra un duplice sentimento verso noi Italiani, quello dell’invidia e di una sconfinata ammirazione verso un popolo e una terra unici e inimitabili per moltissime ragioni, ed era il sentimento che provavano il grande Goethe e Freud tra tanti altri, e quello della disistima per certe scelte politico-militari, come quelle del 1915 (l’Italia passa dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa) e quella del 1943 (l’Italia, dopo l’arresto di Mussolini, passa dai tedeschi agli Alleati).

Vorrei parafrasare l’ebraico “amèn, amèn”, cioè “in verità” (vi dico), con il quale iniziano diversi lòghia (greco, discorsi) di Gesù di Nazaret, così come riportano diversi evangelisti, per dire che l’Italia e gli Italiani sono una terra e un popolo fatto di terre e di popoli, vari e ricchissimi di differenze, anche radicali, anche contraddittorie, anche difficilmente comprensibili.

Che cosa accomuna antropologicamente e culturalmente un sudtirolese di Merano e un abitante di Misterbianco, il primo tedescofono e austriaco, il secondo siculo arabizzante? Entrambi italiani, entrambi esseri umani, strutture personali di pari dignità… chi lo può negare? ma, sotto il profilo dell’approccio alla vita, ai valori, alle priorità delle scelte etc., siamo di fronte a due “costrutti” psichici diversissimi. In Italia, nell’Italia che ha le spiagge del Salento e montagne che sfiorano i cinquemila metri, nell’Italia dove stava la capitale del mondo, Roma, e dove risiede il massimo capo spirituale del pianeta, nell’Italia dove sono presenti oltre il cinquanta per cento delle opere artistiche di tutto il mondo…

Continuo: nell’Italia che produce e rappresenta i beni per collocarsi al sesto posto nel mondo, nell’Italia che ha la seconda struttura industriale d’Europa e la prima nel settore manifatturiero. Potrei continuare ma mi fermo, perché potrei continuare con la primazia assoluta nell’arte, senza che elenchi l’incommensurabile patrimonio noto a chiunque e di dimensioni e qualità senza confronti. Ne propongo uno solo: si paragoni la coppia di grandi paesaggisti inglesi William Turner e John Constable, con l’interminabile elenco di artisti italiani che va da Giotto a Canova e De Chirico, passando per Piero della Francesca, Masaccio, il Beato Angelico, Andrea Mantegna, Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Donatello, Raffaello, Caravaggio… Basta così, perché taccio di Dante, di Galileo…

Avevo uno zio inglese, spocchioso e sprezzante come il Churchill della guerra contro i Boeri che, quando gli proponevo questo confronto, grazie a Dio si zittiva. Certamente, aggiungevo talvolta, i Beatles, i Rolling Stones, i Cream e i Pink Floyd sono incomparabilmente superiori a Rita Pavone, Massimo Ranieri (il cui vero nome è Giovanni Calone) e Gianni Morandi, ma nella musica classica gli Inglesi hanno dovuto anglicizzare Georg (diventato George, per loro) Friedrich Haendel per poter vantare un musicista che reggesse il confronto con i sommi Tedeschi (Bach, Beethoven, Mozart, Wagner, etc.) e anche con i grandi Italiani, da Claudio Monteverdi, Arcangelo Corelli, Alessandro Scarlatti e Giovanni Gabrieli fino a Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi.

A questo punto, possiamo allora dire senza tema di essere tacciati di vanità o di autoesaltazione, che l’Italia-è-anche-Sofia-Goggia, campionessa assoluta, anche se forse un po’ talvolta autoreferenziale in qualche tono della voce e dei concetti che esprime? Piccolissimo difetto tra immense qualità morali, atletiche e sportive.

Amiamola questa Italia, e smettiamola di autodenigrarci: questo mio invito va soprattutto a chi vive e lavora nei media e alla politica, spesso così inadeguata, nei suoi rappresentanti, ai valori grandiosi che esprime la nostra Patria.

E chiamiamola, una buona volta: PATRIA! Perdio. Un’esortazione che rivolgo, dopo averlo fatto per lettera, che lui ritenne di riscontrare gentilmente, anche al Presidente della Repubblica.

La “libertà” è un “andare oltre” camminando (possibilmente) sicuri nel quotidiano, con rispetto della… “giustizia”, ma, di contro, ancora una volta solo l’equità, o “epichèia”, permette di declinare umanamente il sintagma correlato “giusta-libertà” o “libera-giustizia”, perché una libertà senza un’equa giustizia è umanamente insensata

Chi mi conosce sa che la frase per me più rappresentativa del concettovaloresuggestione di “Libertà” è questa: “LIBERTA’-E’-VOLERE-CIO’-CHE-SI-FA“, non “Fare-ciò-che-si-vuole“.

Il verbo decisivo della mia tesi è “volere”, perché presuppone un esercizio, quello della volontà, che a sua volta deve essere messa in moto dall’intelligenza, cioè dalla capacità di leggere-dentro le cose, gli eventi, e di de-cidere (scegliere tra “a”, “b”, “c”, etc.) ciò che è meglio secondo la scalarità morale-pratica seguente: l’utile, l’opportuno, il necessario nelle relazioni inter-umane e inter-soggettice, e nei rapporti economici.

Il “fare” viene dopo, in quanto è subalterno al volere-intelligente.

Si può ben capire come questo flusso logico, anzi sillogistico, può creare problemi a chi ritiene che la libertà sia una specie di esercizio operativo privo di vincoli.

Libertà è anche il confine e il limite della giustizia, che a sua volta deve essere declinata nell’equità. Una giustizia senza equità è ingiusta, anche perché non-è-libera, per chi viene angariato dalla libertà altrui. Si pensi alla libertà assoluta d’impresa e di dominio sui lavoratori che vigeva nel XIX secolo e fino a oltre metà del XX, da parte dei “capitani d’industria”.

Però, anche la giustizia ottenuta con l’egualitarismo, si pensi al punto unico di contingenza concordato tra Sindacati (Luciano Lama in primis) e Confindustria (Gianni Agnelli, il Presidente) in Italia a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Tale decisione legislative generò, in meno di un decennio, un’ingiustizia morale nelle retribuzioni, poiché il peso del salario legato al costo della vita, aumentato vertiginosamente tra il 1975 e il 1985, condizionò tre quarti degli interi stipendi e salari. Un esempio pratico: nei primi anni ’80 si potevano registrare salari di 650/ 700.000 lire per un apprendista, e di 800.000 lire per un lavoratore specializzato, le cui cifre si raggiungevano con due addendi di cui uno era identico, le circa 500.000 lire della contingenza, mentre l’altro addendo era professionale: risulta evidente il diverso e – soprattutto – moralmente ingiusto peso dei due addendi nella costituzione dell’intera retribuzione.

Anche chi non è “del mestiere” può intuire come il giustizialismo insito nelle conseguenze di quella operazione politico-sindacale, non poteva costituire “giustizia”, in quanto il risultato non era equo.

Infatti: EQUITA‘ è RICONOSCERE, NON SOLO IL DOVUTO A CIASCUNO SECONDO I BISOGNI, MA ANCHE SECONDO IL MERITO INDIVIDUALE.

Mi spiego: se la giustizia si esprime nel mero egualitarismo, non tiene conto del soggetto, perché viola una libertà, che potrebbe e dovrebbe essere sussunta in “una” equità. Il tema è filosofico-morale, più che giuridico o sindacale.

Che cosa è dunque l’unicuique suum… attesa una giusta attenzione per il suum?

E’ un elemento “composto” da almeno due componenti: a) una componente di giustizia distributiva, che tiene conto delle esigenze di base della persona, in quanto valore, b) una componente di giustizia commutativa, nel senso che il committente, l’azienda, l’imprenditore, tiene conto del valore professionale soggettivo del lavoratore, che è – per ragioni e definizione antropologiche, direi – assolutamente (chi mi conosce sa bene che uso con ponderata misura questo avverbio di modo) e irriducibilmente unico per caratteristiche individuali-personali, di potenziale, di competenze e di vissuto.

In questo senso l’epichèia aristotelica introduce una possibilità di risposta a ciò che possa intendersi per libertà-giusta ovvero per giustizia-libera.

Queste riflessioni possono risultare fondamentali per riflettere sui tempi attuali, covidizzati, che pongono problemi inusitati alla prova del dialogo inter-soggettivo.

Possiamo cercare di superare la diatriba “manichea” vax/ no vax utilizzando il modello sopra proposto? A mio parere sì, e mi spiego, o cerco di farlo.

Se il confronto tra le due posizioni generalmente conflittuali avviene mediante l’accettazione dei nuovi paradigmi qui proposti, può darsi che la dimensione psicologica del conflitto a-dialogico possa venire progressivamente meno…

In realtà, anche questo conflitto dicotomico, manicheo, incapace di dialogo, potrebbe rendersi possibile, se i toni, i modi, i fondamenti logici dei sostenitori delle due posizioni riuscissero a declinarsi con rispetto reciproco e la pazienza necessaria per ogni tempo dell’ascolto e del dire.

Una libertà nella sicurezza potrebbe costituire il nesso civico di un obiettivo condiviso, laddove, se la libertà è concepita nella modalità sopra proposta, cioè di un “volere-ciò-che-si-fa”, la sicurezza può darsi nel convenire sulla sua priorità tra le diverse posizioni, anche se significasse una parziale rinunzia al libero arbitrio individuale, pure se inteso nei limiti relazionali qui proposti.

In altre parole, dovremmo riuscire a concordare su una libertà-in-relazione, su una giustizia-secondo-equità e su una sicurezza reciproca e collettiva come fine condiviso.

La politica come arte del “governo della città”, dall’antica Grecia ai nostri giorni, da Pericle di Atene all’evanescente cosiddetto “avvocato del popolo” Conte, e ai suoi travagliosi o travagliati (che dir si voglia) supporter, anziché no fegatosi e infelici

La pòlis era la città nell’antica Grecia e nei territori influenzati dalla cultura ellenistica, e la politica era, ed è rimasta, la teoria e la prassi del governo-della-città.

La politica è un’arte, Aristotele sosteneva che fosse la più alta nell’ambito dell’agire umano. Platone riteneva che il governo della pòlis dovesse essere affidato ai filosofi, perché più saggi e sapienti rispetto agli altri, artigiani o soldati che fossero. La politica, storicamente, è stata sempre un’attività richiedente qualità e conoscenze vaste e consolidate, in ogni tempo e luogo.

Pertanto, ragionando con la mentalità nostra, nella situazione odierna, chiedendomi se la proposta di Platone fosse oggi utilmente applicabile, resterei molto scettico, proprio per la conoscenza diretta che ho dei filosofi di oggi. Ovviamente di alcuni di essi, ma in un numero sufficiente per ritenere che non sia proprio il caso di “obbedire” a Platone.

Al governo devono dedicarsi persone che hanno dimestichezza con le esigenze sociali, dell’economia, della sanità, della formazione, non solamente della filosofia: piuttosto, la filosofia dovrebbe informare della sua modalità sapienziale e conoscitiva delle “cose dell’uomo” soprattutto la dimensione etica dell’agire politico, che è individuale e sociale nel contempo.

In particolare, la Filosofia morale dovrebbe sempre ispirare la Politica e il Diritto.

Certamente i filosofi della politica, à là Norberto Bobbio o Pietro Scoppola, sono indispensabili per suggerire il fare una buona politica, ma non gli farei governare un’azienda o un ente locale, sia d’accordo o meno su ciò un ex sindaco come Cacciari.

Un amministratore deve avere senso della concretezza, della praticità, dell’efficacia, pur dovendosi ispirare a valori, princìpi e virtù morali.

Si pensi che oggi, e fino alle nuove elezioni politiche (sperabilmente nel 2023), il partito di maggioranza relativa è una forza che sostiene come fondamento teorico-pratico, l’assurdo, insensato e pericoloso principio teorico-pratico dell’uno- che-vale-uno, in quanto nessuno potrebbe a giusta ragione ergersi a maestro o capo in luogo di altri, ovvero, per meglio dire, ciascuno, indifferentemente, quale sia la sua preparazione ed esperienza, potrebbe fare il leader in qualsivoglia situazione o temperie. Pazzesco!

Ora, se è vero che tale affermazione, cioè di uno-che-vale-uno, può avere senso se si pensa alla dignità di ogni persona, qualsiasi sia il suo stato personale, economico, sociale, etc., è estremamente folle applicarla all’agire concreto, all’assunzione o all’attribuzione di responsabilità, alla programmazione e alla gestione di grandi progetti politico-economici che richiedono un utilizzo intelligente e competente di risorse, conoscenze tecnico-organizzative e abilità gestionali di prim’ordine.

Solo a guardare il desolante e desolato panorama dei votanti-Mattarella di qualche giorno fa, vien da dire che l’abbiamo scampata bella a superare i cosiddetti governi guidati dall’avvocato del popolo (bum!).

Ciò che annoia al punto da intorpidire di stanchezza la mente è la permanenza di commenti e affezioni ai sopra citati.

Ma andiamo oltre, perché il su nominato “presidente” del Movimento 5S è stato nientificato da un tribunale civile in questi giorni, e ciò è per me un regalo di compleanno che si aggiunge a una sconfitta dell’Atalanta (che NON E’ una dea!) dell’antipatico Gasperini, sconfitta che spero si reiteri prossimamente. Due regali che valgono come una raccolta delle sinfonie di Beethoven dirette da von Karajan.

Restiamo sulla destituzione per legge del supposto “presidente” dei 5S Conte. Lui, pronto a sottolineare di essere avvocato (mi pare imprudentemente, stante la situazione), sostiene che la sua leadership non può essere abbattuta da carte bollate, perché essa si basa sui valori e sui princìpi. Ebbene, sì, caro avvocato, la sua leadership può essere resa nulla da una sentenza.

Un consiglio: se ne faccia una ragion giuridica, ma ancora prima una ragion logica, e politica, se ci arriva. E altrettanto rifletta, se vuole (gli sarebbe utile, penso, perché non so quanta audience ottenga ancora con questi modi aggressivi e insultanti, che usa sempre con tutti, come se lui fosse il maestro di vita e di pensiero, per eccellenza), il suo maggior supporto, cioè il direttore di un quotidiano, che non nomino, per pura noia e per fastidio insuperabile.

I tanti “pirla” della politica, i leader “babbalei” (una lezione retorica di “babbei”) dei partiti, le élite di inetti immeritatamente e scandalosamente troppo ben pagati, alla fine ce l’hanno fatta (a eleggere il Presidente della Repubblica), approfittando anche della pazienza “giobbesca” di un Popolo intero

Non ho parole diverse per un titolo, per esprimere la mia costante delusione con un giudizio negativo che continua da anni, da parte mia, sulla politica italiana e sugli uomini che la rappresentano ai più alti livelli.

Potrei fare una analisi dettagliata delle figure, ma la eviterò, salvo qualche citazione nominativa, che proprio mi… scappa dalle dita delle mani, restando su un giudizio generale.

Parto dai linguaggi, con degli esempi: “lavoro per, cerco un accordo, dialogo, incontro…” e via farfugliando generiche espressioni che nulla dicono, nulla producono, per nulla convincono. Su questo faccio, intanto, un nome, quello di Salvini, perché è il più esposto in questo bailamme mediocre. Suo malgrado, rappresenta questa mediocrità, ma gli altri non sono meglio di lui. Ne aggiungo un altro, quella di Meloni che ardisce affermare che l’Italia si trova in una “grave crisi economica”, cosa non vera, poiché è vero l’esatto contrario. Si vede che Meloni vive su un asteroide dal quale nulla si vede della Terra. Per equanimità ne aggiungo due appartenenti all’altra parte politica: innanzitutto Conte, il trumpiano “Giuseppi”, che ora ama leticar (aulico per “litigare”) con Di Maio, perché forse non sa fare altro, e lo fa con arrogante albagia, stile comunicativo che mi risulta evidente sotto la superficie della sua dandistica elegantia; e poi Provenzano, del PD (vice di Letta-il-giovine), un pochino sfortunato, sia nel cognome sia, mi pare, nella vis rationis et loquendi.

Vorrei dire, quasi “lombrosianamente”, basta guardarli/ e in faccia, o vederli camminare seguiti dallo stuolo di lacché e servitori, e inseguiti dai gelatoni dei cronisti e dai fotografi.

Sto parlando della elezione del Presidente della Repubblica. Osservo in particolare i cosiddetti “grandi elettori”, e mi chiedo, perché “grandi”? Perché sono pochi rispetto ai 47/ 48 milioni di elettori aventi diritto nel suffragio universale in Italia? O “grandi”, perché sarebbero “grandi persone”. Neanche rispondo a questa dimanda (non è un refuso, è lezione aulica, per mio divertimento) retorica, se non… BUM!

La famosa gggente non è lì, in mezzo a chi tira a campare per arrivare a quella specie di pensione che è garantita a chi fa almeno “quasi” una legislatura. Io faccio parte della gggente, ma non cambierei la mia situazione con l’ultimo “razzi” del Parlamento. Basta confronti. La gggente vera non può tirare a campare come quelli/ e, ma deve la-vo-ra-re, veramente, quotidianamente, indefessamente, instancabilmente, coerentemente, fedelmente, senza requie, fino (forse) a una pensione, o pensioncina, nella stragrande maggioranza dei casi.

…e hanno ri-eletto Mattarella Sergio. Io volevo che rispettassero la sua volontà, non l’hanno fatto perché non ci sono riusciti, incapaci.

E Mattarella ha accettato, perché non poteva fare altrimenti, vista la situazione, a lui ben nota da non poco tempo. A ragion veduta, è stato meglio così, perché sarebbe potuto andar peggio, se qualche irresponsabile dichiarato (Salvini) o qualche presuntuoso sprovveduto (Conte) avesse vinto la partita con un suo proprio azzardo.

Si è rischiato che fosse eletta una persona non adeguata al ruolo, a mio parere. In questo caso magari una donna, che già ricopre un ruolo importantissimo, o qualche altro/ a. Spero che tocchi a una donna per merito personale, non per genere, la prossima volta.

Ora si lasci lavorare il Governo che, con tutti i suoi limiti ed errori, è – leibnizianamente – il migliore dei governi possibili in questo momento storico.

Ma la politica vive una crisi la più grave dal dopoguerra, per la mediocrità dei suoi protagonisti e per la disaffezione della gggente, che è generata essenzialmente dalla mediocrità sopra richiamata, oltre che da altri fattori socio-culturali già qui ampiamente da me trattati nel tempo.

Lavoriamo ora, ognuno sul proprio, e per il proprio dovere.

La vita di Lorenzo

…è finita a diciotto anni, su questa terra. Finita nel dolore più grande dei suoi cari e nello sconfortato sconcerto delle persone che lo hanno conosciuto, sia a scuola sia nell’azienda dove svolgeva il suo tirocinio.

Il Friuli è terra di grandi lavoratori, storicamente. Di emigranti e di imprenditori. Il Friuli è una terra accogliente, nella sua durezza caratteriale di fondo. La nostra gente è abituata da millenni a essere visitata e percorsa da popoli in movimento e da potenze conquistatrici. E’ ancora oggi poco conosciuta anche a Roma. Capita che nel 2022 qualcuno in Italia (sentito da me), non sappia che Udine non si trova in montagna, e che il nome di questa terra sia sovente travisato nella pronunzia dell’accento: Frìuli, in vece di Friùli.

Queste due piccole cose danno la cifra di come l’estremo Nordest italiano sia poco conosciuto in Patria, e quindi si comprenda con difficoltà ciò che vi accade. Non sto dicendo che solo qui succedono infortuni mortali di giovanissimi, ma che lo spirito con il quale si lavora è molto diverso dal resto dell’Italia. E ciò affermando, non intendo dire che nelle altre regioni italiane il lavoro non sia sentito in tutta la sua importanza vitale, tutt’altro.

Qui da noi, però, il lavoro ha assunto, nel corso dei secoli, quasi una sorta di sacralità di tipo religioso. Addirittura nei modi e nel linguaggio della comunicazione inter-soggettiva. In Friuli è più facile sentirsi chiedere “che cosa fai?” piuttosto che “come stai?”, nella lingua madre storica, il Friulano, in così: “ce fastu?, espressione, peraltro, identica alla medesima in romeno, sia nella forma sia nel significato letterale.

Il che-cosa-si-fa è il come-si-sta, intrinsecamente, implicitamente, ontologicamente, filosoficamente!

Se in certe linee di pensiero l’essere coincide con il pensare (cf. Hegel, Heidegger…), qui pare che l’essere coincida con il fare. Esagero, ma solo per dare un po’ il senso del carattere profondo, nostrano.

Non voglio lasciarti ritenere, gentile lettore d’altre regioni e nazioni, che il Friulano non pensa, ma opera senza pensare, ma che il fare è essenziale, che il guardar fare è immorale, inaccettabile, inattuale, impossibile, se si vuole meritarsi la dignità di esseri umani, che vivono in un consorzio per la vita del quale si sono condivise le regole di ingaggio esistenziale e sociale.

In Friuli, quando ci sono eventi drammatici o disgrazie, del genere delle alluvioni (1966 e in altri anni, numerose), dei terremoti (1976, solo per citarne uno) o inondazioni da cataclismi di dighe mal progettate (1963), non si sente dire spesso (anzi quasi mai): “ma lo Stato dov’é?” E perorazioni consimili.

Qui, prima ci si chiede come intervenire, come operare immediatamente, come soccorrere, e poi si chiede aiuto allo Stato.

Ricordo per i non-Friulani e per i giovani nati dopo il 1976, che l’arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, quando la catastrofe di quel tragico terremoto colpì mezzo milione di abitanti, disfece 100.000 case, causò 1000 morti, 10.000 feriti e 200.000 profughi, pregò in questo modo: “Oh Signore, aiutaci a ricostruire prima le fabbriche, poi le case, e poi le chiese“. E così fu, esemplarmente.

Le lacrime furono tante, ma di più nel segreto di ciascuno.

Altrove, a fronte di casi analoghi, l’atteggiamento delle persone fu diverso, e non dico in quale senso, poiché è intuibile, tra queste mie righe.

Ora, il lettore potrebbe chiedersi che cosa c’entri questo ricordo con la morte tragica di Lorenzo… direttamente, nulla. Certo, ma fa pensare alla dimensione etica del lavoro per un popolo che lo ha sempre avuto e trovato a fatica, nei secoli, addirittura nei millenni, e perciò lo ritiene prezioso come un’espressione fondamentale dello stesso essere “umani”.

Il valore del lavoro, per Lorenzo e la sua famiglia era ed è questo. Pertanto, ancora a maggior ragione occorre indefettibilmente rispettare le regole, osservare le condizioni del lavoro per renderle sempre più sicure, valutando i rischi con razionalità e precisione, mettendo i giovani e tutti i lavoratori nelle condizioni di non subire la casualità della disgrazia, perché la casualità non esiste. Ovviamente, qui non mi riferisco ai movimenti delle micro particelle studiate dalla fisica teorica (Heisenberg, etc.)

Chi lo desidera, può cercare in questo sito la riflessione logica che mi ha convinto sull’inesistenza del caso e, invece, sull’esistenza e sulla tragica efficacia delle cause e delle con-cause. Causalità, non casualità: una metatesi della “u” cambia la lettura degli eventi delle vite in questo mondo.

“Gelosia” vs., oppure “invidia”? “Invidia” vs., ovvero “gelosia?”

Molti confondono e usano indifferentemente gelosia al posto di invidia e il contrario, ignorando o trascurando che non sono sinonimi. Vediamone l’etimologia e le accezioni.

L’ Invidia dal latino in-vidère, è un vizio gravissimo, secondo gli antichi Padri della Chiesa Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno, tra diversi altri, forse il secondo più grave dei sette, poiché il più grave resta la superbia, cioè il sentimento di superiorità che consente moralmente, nella coscienza (o assenza della) del singolo, qualsiasi azione e nefandezza sugli altri.

L’invidia è un “guardare contro”, un “guardare male”, cioè un augurare il male agli altri. Precede immediatamente l’odio, secondo logica pratica. Lo precede, perché ne è generatrice. Se tu sei invidioso di qualcuno che magari ha successo, se continua ad averlo puoi cominciare ad odiarlo, proprio perché il suo successo non finisce mai, e il tuo (successo) tarda ad arrivare (se mai arriverà). O no, gentile lettore?

Possono darsi numerosi esempi nella vita di ciascuno: professionali, parentali, amicali, che poi, proprio per la presenza di questi due vizi passionali, tali non sono.

La gelosia , etimologicamente dal latino zelosus, aggettivo di zēlus derivando dal termine greco ζήλoς (zélos), che vuol dire zelo, emulazione, brama, desiderio di imitare, è un sentimento umanissimo. Se la gelosia non viene controllata, può nel tempo assomigliare sempre più all’invidia, ma non è mai la medesima cosa.

La gelosia può comparire perfino nei bimbi, anche piccolissimi, e si può immediatamente affermare che è essa presente, peraltro come lo è l’invidia, in tutte le culture umane, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Basterebbe citassimo gli innumerevoli episodi, spesso terminati tragicamente, accaduti nelle corti e nei sistemi politici di ogni tempo e luogo (specialmente nelle autocrazie antiche e nelle dittature di ogni tempo), laddove chi comandava ha soppresso chi riteneva potesse insidiarne il potere, o, viceversa, chi insidiava il potere ha proceduto con crudeltà e celerità a complottare e poi a sopprimere chi lo aveva sovrastato fino a quel momento.

Padri e figli, madri e figli, con il contorno di nipoti e zii si sono mossi sui sentieri asperrimi e tremendi della gelosia fattasi invidia e su ciò che tale sentimento iniziava a dettare nei loro cuori. Gli Annales di Tacito e le Storie di Tito Livio, i racconti di Tucidide, quelli dei Basilei bizantini, le tragedie del gran Bardo inglese, fino a Stalin e ai nostri giorni, la cronaca storica sono colmi di delitti nati nel coacervo cupo della gelosia fattasi patologia e poi invidia.

Ad esempio, nei rapporti umani privati, l’ansia, la sospettosità, la possessività, il senso di umiliazione e di incertezza, sono fomiti primari di questo sentimento, anche quando si declina nel timore di perdere l’affetto della persona amata, oppure di non ottenerlo. E allora registriamo gli omicidi (o, nel caso dell’uccisione di una donna, i “femminicidi”, infausto e diffusissimo termine neo costituitosi nelle cronache giornalistiche).

Dicevamo prima del primo manifestarsi della gelosia, anche in età infantile, come quando nasce un fratellino o sorellina. Io, però, ricordo, che quando nacque, due anni dopo di me, mia sorella Marina, non ero geloso di lei che era venuta al mondo, e occupava spazi e dedizione da parte di mamma Luisa fino a quel momento dedita solo a me, come a un “Gesù Bambino” redivivo e unico (copyright di mia cugina Lucilla Morlacchi), ma degli estranei che volevano toccarla, e dicevo, in un friulano già espressivo: “no totà ì, no totà ì“, cioè non toccarla.

Vi è dunque, come sottolinea anche Sigmund Freud la gelosia verso terzi (come nel mio citato caso e come nei rapporti di coppia quando interviene una terza persona, amante, o altro che sia). Nel caso della gelosia adulta, a volte si declina perfino come retroattiva, rivolta, cioè, al passato dell’amato o amata, di cui non si tollera amori precedenti.

Gelosia e invidia sono definibili come emozioni complesse originate socialmente. Sussistono aree non piccole di sovrapposizione tra la gelosia e l’invidia, in quanto il soggetto è coinvolto dalla percezione di un confronto sfavorevole in un campo esistenziale o professionale molto importante rispetto a un’altra persona, fatto che contribuisce a determinare un certo scadimento dell’autostima del soggetto stesso. Lì inizia un danno individuale e anche sociale.

Si tratta comunque emozioni spiacevoli e a volte penose. Sotto il profilo cognitivo, in ambedue le emozioni si attivano processi cognitivi disfunzionali, soprattutto quando si accrescono nel rimuginio e nella ruminazione. Ben diverso è il tipo di ruminazione che si attiva nei processi ermeneutico-interpretativi di un testo antico o moderno, cui si pensa e si ripensa, al fine di trovarvi, o fallacie oppure nuovi sensi e significati.

Gelosia e invidia si differenziano anche per diversi aspetti generativi: ad esempio, la gelosia si manifesta se nel confronto sociale una nostra qualità viene minacciata, mentre l’invidia è maggiormente presente se e quando la persona viene messa obiettivamente a confronto con qualcuno che risulta pubblicamente possedere una qualità maggiore, oppure un bene o una condizione più significativi, nel confronto con l’altro.
La gelosia si manifesta nei rapporti affettivi, soprattutto per la paura di perdere la totalità o l’esclusività di un legame affettivo, mentre l’invidia riguarda di più il rapporto con i beni o con determinate condizioni (di successo, di potere, di status);
Abbiamo già osservato che la gelosia è spesso fomentata da condizioni mentali di sospettosità, sfiducia, autosvalutazione, paura, ansia e rabbia, ipersensibilità alle frustrazioni ma anche amore e desiderio verso la persona di cui si è gelosi; l’invidia sorge dalla percezione di una inferiorità (anche solo pensata) nei confronti dell’altro, ed è talora sostenuta da un forte senso di possesso, e da un desiderio di danneggiare l’altro, pur – paradossalmente -anche in presenza di forme di ammirazione e di emulazione verso l’altro invidiato.

A questo punto Gelosia e Invidia diventano patologiche.

(…segue dal web)

Sulla Gelosia

Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione.

Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione di gelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione nei comportamenti aggressivi e coercitivi.

Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà.

Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti “deliri di gelosia”.

Questa forma di gelosia si manifesta con le seguenti caratteristiche: paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; controllo di ogni comportamento dell’ altro; invidia ed aggressività verso i possibili rivali; aggressività persecutoria verso il partner; sensazione d’ inadeguatezza e scarsa autostima di se stessi.

Sostanzialmente, è una sintomatologia affine a quella della dipendenza affettiva. La gelosia, dunque, potrebbe essere la manifestazione di una condizione patologica di dipendenza affettiva. Si può affermare che la gelosia e la dipendenza affettiva sono due facce di una stessa medaglia: se è presente l’una è molto probabile sia presente anche l’altra . Infatti, il dipendente affettivo agisce sulla scia di un bisogno: non voglio rimanere solo. Di conseguenza, nel momento in cui si assume che l’oggetto d’amore, senza un dato di realtà, possa venir meno, si manifesta questa strana sensazione di estrema vulnerabilità in cui iniziano i comportamenti investigativi e di controllo, nonché gesti disperati nel tentativo di tenere legato a sé l’oggetto d’amore. La gelosia patologica può riscontrarsi ad esempio nei disturbi della personalità, oppure in tratti di personalità sotto-soglia, ad esempio nel disturbo dipendente, bordeline, paranoide, narcisistico, antisociale, etc.

A livello comportamentale, capita spesso che persone che soffrono di gelosia patologica possano controllare o spiare la persona amata e, in alcuni casi, possono persino esercitare forme di controllo molto aggressive sul partner per prevenire l’infedeltà (usare violenza verbale, fisica o addirittura imprigionare chi si teme di perdere). L’intensità della gelosia è direttamente proporzionale alle dimensioni immaginarie della catastrofe della perdita della relazione e dell’amato intollerabile.

Tra le conseguenze della gelosia sulla persona amata, possono a volte essere presenti veri e propri comportamenti distruttivi nei suoi confronti, come provare odio o abusarne fisicamente, fino a considerare la persona che si ama disturbante quanto il rivale: basti pensare ai numerosi casi di aggressioni fisiche, violenze efferate e omicidi a sfondo passionale. Anche verso il rivale ci si comporta proiettando su di esso quasi esclusivamente sentimenti di annullamento e odio.

Sull’invidia

Come già esposto nei precedenti paragrafi, l’invidia è un’emozione altamente stigmatizzata nella nostra cultura, è l’emozione di cui si parla meno e di cui si è meno consapevoli. La psicoanalisi ha dedicato grande spazio all’invidia, nelle sue teorizzazioni sullo sviluppo infantile. Già Freud parlava del ‘complesso di evirazione tale per cui la bambina nell’infanzia prova l’ ‘invidia del pene’ quando viene a conoscenza del sesso maschile. Secondo Melanie Klein l’invidia è un’emozione fondamentale per il successivo sviluppo emotivo-affettivo del bambino. Nell’infanzia, se l’invidia non è eccessiva ed é adeguatamente supportata ed elaborata può essere superata e ben integrata nell’Io attraverso sentimenti di gratitudine.

Nel momento in cui questa emozione è negata e non riconosciuta può indurre emozioni disfunzionali secondarie (ansia, colpa, frustrazione) che aumentano il livello di sofferenza e di disagio psicologico. In generale l’invidia può divenire patologica nel momento in cui i contenuti e i processi cognitivi disfunzionali sono rigidi e perseveranti: il confronto con l’altro innesca pensieri e credenze di autosvalutazione e senso di inferiorità, che spingono l’individuo verso comportamenti distruttivi e aggressivi, verso l’altro o verso se stesso; mentre in taluni casi prevale un quadro di evitamento e passività, in cui sono presenti stati di impotenza e autocommiserazione.

L’invidia patologica è caratterizzata da una elevata quota di rancore e astio, al punto che la persona oggetto dell’invidia è deumanizzata e odiata; spesso sono presenti esperienze infantili traumatiche, in termini di abuso, umiliazione, denigrazione, criticismo, biasimo e sabotaggio del valore personale. Nelle persone che presentano invidia patologica è compresente una acuta emozione di vergogna e senso di inadeguatezza del sé. A livello comportamentale e cognitivo possono attuarsi modalità di relazione evitanti, defilate e schive caratterizzate da diffidenza nei confronti dell’altro; in alternativa, la vittima di invidia patologica può identificarsi con l’aggressore (ad esempio un caregiver umiliante) e perpetrare il ciclo dell’abuso attraverso la denigrazione e la svalutazione dell’altro attraverso agiti intenzionalmente diretti a danneggiare l’altro. In entrambi i casi è presente una marcata sensazione di inferiorità e inadeguatezza del sè.

Spesso possono accompagnarsi all’invidia patologica, patologie legate alla sfera dei disturbi depressivi, in cui è centrale l’auto-svalutazione del sé e l’autocommiserazione, così come in alcuni casi di disturbi della personalità, come ad esempio nel caso del disturbo di personalità narcisistico.

La gelosia comporta un intero “episodio emotivo”, compresa una complessa “narrazione”: le circostanze che portano alla gelosia, la gelosia stessa come emozione, qualsiasi tentativo di autoregolamentazione, azioni ed eventi successivi e la risoluzione dell’episodio. La narrazione può provenire da fatti, pensieri, percezioni, ricordi, ma anche immaginazione, assunti e ipotesi. Più la società e la cultura contano nella formazione di questi fattori, più la gelosia può avere un’origine sociale e culturale. Al contrario, Goldie mostra come la gelosia possa essere uno “stato cognitivamente impenetrabile“, in cui l’educazione e la credenza razionale sono molto poco importanti.

Una possibile spiegazione dell’origine della gelosia proviene dalla psicologia evoluzionista: secondo questa prospettiva, l’emozione si è evoluta al fine di massimizzare il successo dei nostri genii: la gelosia sarebbe un’emozione basata biologicamente, selezionata per favorire la certezza sulla paternità della propria progenie. Un comportamento geloso, negli uomini, è diretto ad evitare il tradimento sessuale e un conseguente spreco di risorse e sforzi nel prendersi cura della prole di qualcun altro. Ci sono, in aggiunta, spiegazioni culturali o sociali sull’origine della gelosia. Secondo uno, la narrazione da cui deriva la gelosia può essere in gran parte prodotta dall’immaginazione. L’immaginazione è fortemente influenzata dall’ambiente culturale di una persona. Lo schema del ragionamento, il modo in cui si percepiscono le situazioni, dipende fortemente dal contesto culturale. È stato suggerito altrove che la gelosia sia in realtà un’emozione secondaria in reazione ai propri bisogni non soddisfatti, ovvero quei bisogni di attaccamento, attenzione, rassicurazione o qualsiasi altra forma di cura che altrimenti si supponeva sorgesse da quella relazione romantica primaria.

La gelosia nei bambini e negli adolescenti è stata osservata più spesso in coloro che presentano bassa autostima, e può evocare reazioni aggressive. Uno di questi studi ha suggerito che lo sviluppo di amici intimi può essere seguito da insicurezza emotiva e solitudine in alcuni bambini, quando questi amici intimi interagiscono con gli altri. La ricerca di Sybil Hart, Ph.D., presso la Texas Tech University, indica che i bambini sono in grado di provare e manifestare la loro gelosia a sei mesi]. I bambini hanno mostrato segni di sofferenza quando le loro madri hanno focalizzato la loro attenzione su una bambola realistica. Questa ricerca potrebbe spiegare perché i bambini e i bambini mostrano angoscia quando nasce un fratello, creando le basi per la rivalità tra fratelli.

Gli antropologi culturali hanno affermato che la gelosia varia da una cultura all’altra. L’apprendimento culturale può influenzare le situazioni che scatenano la gelosia e il modo in cui viene espressa la gelosia. L’atteggiamento verso la gelosia può anche cambiare all’interno di una cultura nel tempo. Ad esempio, l’atteggiamento nei confronti della gelosia è cambiato sostanzialmente negli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti. Le persone negli Stati Uniti hanno adottato opinioni molto più negative sulla gelosia. Man mano che uomini e donne diventavano più uguali diventava meno appropriato o accettabile esprimere la propria gelosia.”

E, per finire… possiamo dire che la gelosia ossessiva è una patologia mentale che porta a sospettare continuamente infedeltà fittizie del proprio partner, e viene chiamata anche Sindrome di Otello, come hanno porposto, prima William Shakespeare e in seguito Giuseppe Verdi.

bibliografia breve

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  • Girotti, G., Marchetti, A., e Antonietti, A. (1992). Tra il dire e il sentire, Cleup, Padova


“…troppi femminicidi, troppe violenze e abusi sui minori, troppi…”, parole che ho sentito pronunziare dal ministro di Grazia e Giustizia Marta Cartabia. Sì, lei. Mi sono subito chiesto “troppi”? Ma perché? “Pochi”, dunque, andrebbero bene? Sarebbero accettabili? Ancora una volta noto che si usano frasi e concetti linguistico-espressivi inadeguati, o almeno non vigilati. Può darsi che forse le persone parlanti in pubblico talora non riflettono prima di scegliere le parole e come dirle, ovvero, riflettono, ma non sempre sul significato completo, o logicamente deducibile, di ciò che dicono…

Se non ci si pensa su un pochino, espressioni come quelle del Ministro (che brutto “Ministra”!) della Giustizia citate nel titolo passano inosservate.

Proviamo a riflettere: dire “troppi femminicidi“, oppure “Non meritava di morire“, è quantomeno improprio, soprattutto la seconda espressione. Provo a proporre alcune considerazioni, partendo da un esempio letterario italiano classico.

In una delle novelle, la Quarta della Sesta giornata fiesolana, che Giovanni Boccaccio inserì nel Decameron, scritto ai tempi della peste del 1348, che decimò la città di Firenze e quasi l’intera Europa, troviamo la storia di Chichibio cuoco e di messere Currado Gianfigliazzi, il quale cacciò una bellissima gru con il suo falcone e la portò, affinché fosse opportunamente cucinata, al suo amico cuoco. Lascio al gentil lettore l’incombenza di cercare la novella per vedere come va a finire.

Ebbene, se noi volessimo riferire il discorso di Cartabia con il linguaggio “boccaccesco”, se pur temperato dalla successiva (e decisiva per la scelta della lingua italiana dal volgare fiorentino) lezione cinquecentesca del cardinal Pietro Bembo, magari consigliato, a sua volta da Pietro l’Aretino, come potremmo riferire il discorso del Ministro di Grazia e Giustizia? Ci provo.

“Havvi tanti omicidi di femmine, ché sempre inaccettabile sarìa uno solo, e quasi altrettante offese nell’età delicata degli infanti e troppissimo sarìa uno solo… che debbo dire a lorsignori, se non che ogni homo et femina est sacra et nissuno potest toccare, a pena di peccatum e di civile delitto?

Sarebbe molto meglio dirla in questo modo, che non parlare semplicemente di troppi femminicidi e troppe violenze sui minori, in modo tanto semplificato. O no?

Vengo poi all’adattamento giornalistico-sensazionalistico del linguaggio comune, anche se diverse volte in precedenza ne ho trattato: “femminicidio”, cioè uccisione di una donna. Ma, santIddio, si sa o non si sa che in latino il termine “homo” significa uomo/ donna? cui, nel sostantivo composto omi/cidio si aggiunge al de-verbale “cidio”, dal verbo latino caedere, vale a dire uccidere?

Bene, lo si sappia: basta dire omicidio, per definire l’uccisione sia di un maschio, sia di una femmina, sia di un bambino o di una bambina. Niente. Oggi, bisogna dire “femminicidio”, “ministra”, e fors’anche, fosse per l’on. Boldrini (da me tutt’altro che rimpianta ex “Presidenta” (?) della Camera dei Deputati), appunto, “Presidenta”.

E dunque, tornando alle abbastanza infelici espressioni sopra citate, quelle riferite all’aggettivo “troppo”, perché non si riflette un momento e ci si limita a considerare che vi sono, non “troppi”, ma tanti omicidi di donne, ripeto, uno solo dei quali è troppo?

E quivi mi fermo, per non suscitar un eccesso di nervosismo in me e, magari, anche in qualche gentil lettore, che ama indugiare come me, non da “precisino”, ma da rispettoso utente e cultore del nostro bellissimo idioma italico.

…morire scalza, assiderata, una persona, una donna

Come il bimbo approdato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia alcuni anni fa. Uguale. Quando ho sentito questa notizia mi sono sentito impotente, debole, senza forze, senza senso.

La foto di quel corpicino composto, delicato, ha fatto il giro del mondo del web. La tragedia dei migranti riportata in tutta la sua drammaticità dai media, in quel caso ha smosso non so quante coscienze, ma non parlo di coscienze come la mia, che nulla o pochissimo possono fare in tema, ma delle coscienze dei decisori economisti, finanziari e politici di tutto il mondo.

Quella foto oramai storica mostra il cadaverino sul quale cade lo sguardo e l’attenzione di un poliziotto turco che lo solleva per portarlo via dal luogo dove è morto annegato.

Ora abbiamo questa migrante morta assiderata per scaldare le mani dei suoi figli.

La tragedia è accaduta pochi giorni prima di Natale ed è stata confermata solamente nelle ultime ore. Un’emittente Demokrat tv la ha messa in onda, come fece a suo tempo un’altra tv con il bimbo annegato. Quella mamma è morta di freddo per dare un’ultima assistenza vitale ai suoi figlioletti, rinunziando lei a una copertura dal freddo che forse l’avrebbe ancora tenuta in vita.

Il fatto è accaduto nella provincia turca di Van, nei pressi dell’omonimo lago. La donna e i suoi bambini sta stava portando in Turchia, verso Ovest dunque, provenendo dall’Iran, quando è stata investita da una gelida tempesta di neve e vento ghiacciato. La donna si è sacrificata togliendosi i calzini per farli usare come guanti ai figli che stavano già manifestando gli effetti di una ipotermia. Per sé, invece, si era attrezzata con dei sacchetti di plastica per avvolgere i piedi, nel tentativo di camminare sulla neve. Ma non è bastato.

Parlo qui di questi due fatti, del secondo in particolare, per interrogarmi ancora una volta, e per interrogare te, mio gentile lettore, sulle ragioni che nel ventunesimo secolo, in presenza di tutte le comodità disponibili per la vita di qualche miliardo di persone, accadano ancora fatti del genere, inseriti in contesti del genere.

Sappiamo, per contro, che altri miliardi di persone vivono nel rischio della povera donna morta di freddo, magari non proprio in quel modo, ma potendo rischiare quel modo.

Basti pensare alla studentesse nigeriane o maliane che possono essere rapite in qualsiasi momento dai Boko Aram, oppure alle donne afgane, che sono tornate a ricoprirsi con il burka, o, ancora, ai bambini senz’acqua, cibo e medicine, che muoiono a grappoli in giro per l’Africa profonda e men profonda, come può essere nella immensa baraccopoli di Nairobi.

O in quelle brasiliane, che un tipo come Bolsonaro fa finta di non vedere.

E ogni volta riprendo in mano ciò che ciascuno può leggere nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo Cinque, il Discorso della montagna, le Beatitudini

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.

5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia

12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!…

Basterebbe questo, per riflettere dentro di noi, e cambiare, ognuno nel nostro piccolo, per far cambiare il mondo.

Leggo un titolo televisivo: “315 milioni di euro il business mensile (mondiale, ritengo) dei tamponi”, cui non fa seguito alcun testo. Alla mia ben esperita sensibilità comunicazionale si manifesta un sottile, surrettizio senso “tra le righe”: “pecunia olet”, in altre parole “il denaro puzza”, perché in questo caso la sua provenienza sarebbe (è) generata dalla pandemia. Altrettanto ho sentito sostenere circa i vaccini: “Pfizer fa guadagni astronomici, approfitta…” etc.

…ma, sant’Iddio, è possibile che questi moralisti da quattro centesimi non sappiano che il lavoro produttivo costa, si paga e remunera? Capisco la critica etica alla produzione di armi e la condivido, ma anche su questo, inviterei i “critici a prescindere” ad ascoltare il delegato Fiom-Cgil della Beretta Spa di Brescia, che produce le migliori pistole del mondo, difendere la sua fabbrica.

Io li ho incontrati, quei delegati, qualche decina di anni fa, ed erano ben consapevoli della contraddizione morale esistente tra il loro diritto al lavoro e la destinazione d’uso delle loro produzioni.

Sul discorso degli armamenti ci sarebbe da indugiare a lungo, perché l’essere umano, ancora, non ti garantisce che a fronte di un’aggressione “porga l’altra guancia”, e pertanto un uso controllato e moderato delle armi resta anche moralmente plausibile. E qui, ovviamente, non sto parlando della produzione delle bombe a grappolo (anche italiane, ma svedesi, norvegesi, svizzere, nazioni tutt’altro che bellicose o belligeranti), che hanno mietuto innumerevoli vittime civili negli ultimi anni, dove la vita umana vale meno di un Kalashnikov di seconda mano (3 o 4cento dollari).

E veniamo ai tamponi e ai vaccini. C’è qualcuno, pro o no vaccini che sia, che discute dell’importanza dei tamponi e non la riconosce? Mi pare siano ben pochi, perché anche i no vax, magari obtorto collo, accettano i tamponi. Ebbene: qualcuno li deve produrre o no, i tamponi? Sì. Per produrre i tamponi occorrono o no, strutture industriali, macchine, impianti, mano e mente d’opera, organizzazione e investimenti? Sì. C’è qualcuno che deve metterci del suo per tutto ciò? Sì. E allora, se tutto questo è vero – sillogismo logico inconfutabile (grazie ancora una volta, Aristotele di Stagira) – è o no “normale” che la produzione di tamponi sia un fatto economico, industriale e commerciale, perché chi li produce deve far sapere che li ha prodotti?

Ancora sì. E dunque, benedetti critici moralisti con la testa tra le nuvole, quale è il problema morale se chi produce i tamponi, incassa denari, prima per pagare gli investimenti, e poi i costi degli approvvigionamenti e di produzione e di commercializzazione? …nei quali costi, solitamente non meno del 30/40 % del totale, è costo del lavoro, vale a dire salari, stipendi, tasse e contributi?

Inoltre, e questo dovrebbe interessare anche ai “critici a prescindere”, che la produzione di tamponi, come di qualsiasi altro bene di consumo o durevole, necessita di occupazione di tutti i livelli, da quelli dirigenziali a quelli più operativi, tutti indispensabili e moralmente dello stesso valore.

Cosa da poco? Domanda retorica.

E vengo alla produzione di vaccini. In generale vale lo stesso discorso fatto sopra. Qui, però, è chiaro che il giudizio sull’utilità o meno dei vaccini cambia.

I no vax, nelle loro varie declinazioni, da quelle più rispettosamente colte e attente alle opinioni altrui, a quelle più sgangherate, tecnicamente ignoranti, e presuntuosamente aggressive. Djokovic e famiglia compresi. Per finire con i complottisti che vaticinano di mutazioni genetiche che sarebbero surrettiziamente predisposte da misteriosofiche associazioni segrete, di cui però non sanno dir alcunché.

Bene: qui deve prevalere, non tanto l’adesione per conformismo, che comunque è sempre presente nell’agire umano, ma le statistiche della scienza medica e della sociologia.

Mi pare inconfutabile che chi è vaccinato è molto più al sicuro di chi non lo è. Non occorre riporti qui gli ultimi dati e magari i dati da una anno a ora. Questo già basterebbe per far finire il discorso, poiché chi produce i vaccini, oltre ad avere avuto fiuto economico, ha anche dei meriti sociali e morali.

Invece propongo qualche altra riflessione, peraltro già da me sviluppata in questo sito più volte nell’ultimo periodo, quello pandemico.

Storicamente, nella contemporaneità, i vaccini, frutto della ricerca scientifica di cui va dato merito ai ricercatori, a chi li ha finanziati (ebbene sì, anche per fini di lucro industriale!) e alla politica che li ha promossi, sono stati indispensabili, prima per contrastare, e poi per distruggere terribili malattie.

Devo ricordare ancora una volta il vaiolo, la poliomielite, la tubercolosi, per citare solo le più letali e devastanti? Sono state sconfitte assieme a molte altre, dai vaccini.

Come genitori siamo abituati a vaccinare i nostri figli in età infantile e noi adulti ci facciamo antitetanica e richiami senza alcun patema. Se dobbiamo andare in paesi e territori a rischio, seguiamo le indicazioni del nostro Ministero degli Esteri e i protocolli indicati per le varie destinazioni.

In questo caso, invece no. E’ successo il pandemonio, un “”quarantotto”. Bene ha fatto l’amico professor De Toni a proporre sul Sole 24 Ore il tema della complessità, per cercare di spiegare questo “quarantotto”.

Il mondo è complesso, noi siamo complessi, il nostro cervello è complesso, e le componenti non sono “contabili” matematicamente, come può esserlo un tornio meccanico da un milione mezzo di dollari. I sistemi viventi sono caotici secondo… natura, e lo scopo della scienza è quelle di penetrarvi sempre meglio, per successive approssimazioni, sbagliando a volte fino a “cogliere nel segno”, come ci ha insegnato Galileo, filosofo e scienziato, quattrocento anni fa, a rischio della propria vita.

Faccio un solo esempio del concetto di complessità, che è filosofico ancor prima che fisico-matematico. Prendiamo il numero 10, numero principe di molteplici operazioni. Bene: in quanti modi si può ottenere il 10? In un numero infinito, che spiega bene come questo dato sia esplicativo del concetto di complessità. Ne propongo alcuni, con addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni: 10 è uguale a 8+2, 12-2, 2*5, 20:2., etc. Allora, caro lettore, come la mettiamo?

Vedi che la natura, con i suoi batteri, virus, a-tomi (in greco traslitterato: a-tomoi, cioè non separabili, che i filosofi greci, Democrito in primis, ritenevano essere le più piccole parti in cui potesse essere divisibile la materia) ed elementi sub-atomici, elementi visibili solo alla microbiologia e alla nuova fisica che studia le particelle subatomiche, particellari o ondulatorie che siano, come i fotoni, ha subito posto l’uomo – nel tempo – di fronte alla complessità della realtà.

L’uomo stesso, con la sua stessa struttura fisica e psichico-spirituale è l’esempio più evidentemente visibile di questa complessità: basti solo pensare al rapporto esistente e mai completamente conoscibile, tra i quasi 90 miliardi di neuroni e le sinapsi che li collegano, per cui ogni momento che passa della nostra vita e nello studio delle cose, questi collegamenti si moltiplicano e noi diventiamo più intelligenti.

Complessità, e dunque la ricerca possibile della verità delle cose, che avanza per prove ed errori.

I vaccini et similia sono stati (e lo saranno) il frutto di questa ricerca per prove ed errori.

Ora appare chiaro, ma non a chi non vuol vedere con onestà intellettuale, oppure è ottenebrato da una invincibile ignoranza tecnica che diventa anche morale, quando vi è la consapevolezza dell’ignoranza tecnica, che i vaccini sono stati e sono una grande conquista del sapere umano attraverso lo sviluppo delle scienze biologiche, fisiche e mediche, e interpellano, come ogni sapere umano, anche il sapere etico, che si deve pronunziare sulla bontà, cioè sulla liceità morale dell’uso di ciò che la scienza propone per migliorare la vita dell’uomo, fino a salvarne la salute e la vita stessa.

E vengo all’ultimo tema connesso, quello che fa dialogare il sapere etico, cioè quello che cerca di definire il bene e il male nell’agire e nella vita umana, e di sceverarli rigorosamente, con le decisioni dei legislatori e della politica.

L’Italia si è data, con merito, una Legge fondamentale, la Costituzione della Repubblica, che tratta il rapporto tra diritti umani individuali e doveri pubblici in modo molto equilibrato e tuttora attualissimo, soprattutto se consideriamo gli articoli 3 e 32, che qui ho già presentato e trattato, cosicché non mi ripeto.

Se la nostra democrazia liberale parlamentare prevede il suo funzionamento diretto, a suffragio universale, per quanto concerne l’elezione del Parlamento, dei Consigli regionali e comunali, e indiretto per ciò che attiene l’elezione del Presidente della repubblica e la nomina del Capo del Governo (cf. P. Calamandrei, N. Bobbio, et alii), ciò che sta decidendo l’attuale governo, è formalmente legittimo e plausibile. Inoltre, a mio parere, proprio tenendo conto della complessità della realtà, della novità di espansione e di contagio di questa pandemia e della ineludibile, e continuamente definentesi strutturazione del reale, anche condivisibile.

Più e meglio di così cosa potrebbe fare il Governo italiano?

E’ chiaro che ciascuno potrebbe avere dubbi e nutrire perplessità, perché toccato nella propria esperienza e nelle proprie esigenze (penso al turismo e alla ristorazione, ma anche ad altri settori), ma lo sforzo cui ciascuno è chiamato a fare riguarda il Bene comune, quel Bene indivisibile (ma non come quello del conteggio delle spese che si sostengono per gli spazi comuni di un condominio suddiviso in millesimi) che è stato deciso fin dai tempi nei quali l’Uomo ha definito con un Contratto sociale le Regole della convivenza.

Oserei dire, qui ripetendomi, fin dalla fondazione delle città di Gerico o di Matera, che sono tra le più antiche del mondo… tant’é che le questioni dei confini, siano tra due proprietà private, siano tra due territori nazionali, hanno storicamente creato conflitti giudiziari e perfino guerre.

Historia, hoc caso, docet!

Che dire, allora, del linguaggio di quel titolo da me citato più sopra? Che è intrinsecamente errato, poiché il guadagno conseguito con la produzione di tamponi e vaccini è, non solo legittimo, ma moralmente buono.

L’entropia sars-covidica

…un sintagma per dire quanti esemplari esistano, tra virologi divi, anestesisti, immunologi ed epidemiologi aspiranti tali, principi della cattedra petulanti, giornalisti dal sapere raffazzonato e dalla penna disonesta, titolisti impazziti, portuali impertinenti, filosofi malamente invecchiati, peraltro i più mediatizzati, e politici incompetenti, come l’attuale ministro della salute (aaah, dottor Girolamo Sirchia, quanti rimpianti!), tra altra abbondante fauna umana di urlatori e di mestatori di professione, insieme con la crassa e pericolosa ignoranza dei no vax, siamo nell’entropia sars-covidica.

Leggo il comunicato di un migliaio di professori universitari che protestano contro l’obbligo inappellabile del certificato verde (lo cito in italiano, ma chissà perché verde, siccome è grigio…), per lavorare. Il nucleo giuridico a supporto delle loro tesi è l’art. 3 della Costituzione repubblicana.

Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29. c.2, 37 c.1, 48 c.1, 51, c.1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Se però non lo si legge e non si considera tale articolo nel combinato disposto, come dicono quelli-che-sanno di diritto, con l’articolo 32, questo seguente:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

…il rischio è di non riuscire a contemperare due “diritti verticali-orizzontali”, che non possono e non debbono essere considerati, se non assieme, al fine di dare alla convivenza sociale il massimo di sicurezza e di tutela individuale e collettiva.

I due diritti sono: quello all’uguaglianza di trattamento di tutti i cittadini e il rispetto delle peculiarità di ciascuno, ma nell’altrettanto rigoroso rispetto dell’indivisibile diritto collettivo alla salute, in questo caso specifico. Questo diritto è fondativo dello stesso Bene comune, che non deve essere concepito e considerato come i millesimi delle spese condominiali, ma come un tutt’uno indissolubile.

Se non si ragiona come sto proponendo sopra, si rischia di non comprendere bene le sagge intenzioni politiche e sociali, nonché l’afflato etico ispiratore dei Padri costituenti che, 74 anni fa, pensarono a una Legge fondamentale che riuscisse a contemperare diritti e doveri dei singoli cittadini e gli interessi generali, in questo caso, il Bene comune della salute pubblica.

In altre parole, è più importante, plausibile e democratica la libertà di dire e di fare individuale oppure una decisione che, nell’interesse di tutti, limiti in parte quella libertà?

Dacché l’uomo ha deciso di con-vivere all’interno di norme che si chiamano Contratto sociale, cioè dalla fondazione di Gerico e dintorni e dalla legislazione caldeo-sumerica (di re Hammurabi nel XVIII secolo avanti Cristo), la considerazione primaria dell’interesse collettivo, specialmente in situazioni di particolare pericolo e drammaticità, come nei casi di guerre, carestie, alluvioni, terremoti, epidemie… appunto, DEVE (anche solo per buon senso popolar-kantiano) PREVALERE sull’interesse e le opinioni individuali.

Che vi siano contraddizioni ed errori nei famosi DPCM del Governo è ammissibile, anche se sgradevole e a volte sconcertante.

Anche il famoso perfin troppo “centrale” Comitato Tecnico Scientifico pare prenda talora topiche che danno da pensare. Di contro, non si può non considerare che la situazione attuale è, non solo inusitata e inaspettata, ma di difficilissima “lettura”.

Ciò che, però, si dovrebbe tenere in considerazione è l’esigenza di avere una maggiore linearità e coerenza nelle decisioni operative di tutela della collettività: in altre parole potrebbe non essere opportuno mettere una barriera invalicabile fra chi possiede il certificato verde e chi non lo possiede. Siccome i vaccini, se si fanno le comparazioni corrette tra vaccinati e non, e tra la situazione di un anno fa e l’attuale, stanno inesorabilmente migliorando la situazione generale (si smetta di proporre i dati day by day, anche solo per far capire meglio lo stato delle cose!), sarebbe meglio evitare di separare le due categorie, ri-valorizzando i tamponi per il prossimo periodo di un paio di mesi, per uscire dall’inverno.

Ma Draghi, quasi da solo, non riesce ad evitare tutti gli errori, circondato com’è dalla pletora di mal pensanti (nel senso di privi di capacità logica) della politica. Così è. Speriamo in bene.

Un omicidio e la umana “pietas”

A Natale tutti abbiamo sentito di questo caso: ad Amelia un medico in pensione, ottantenne, ha ucciso la moglie ammalata di Alzheimer, fermato un attimo dopo dal figlio mentre cercava di seguirla nella morte suicidandosi.

Non scomodo il freudiano sintagma eros & thanatos, amore e morte, argomento troppo specifico, perché mi fermo prima e vado già oltre.

Non sto neanche a ricordare qui quanto già riportato dal medium televisivo, che ha parlato di malattia senza rimedio, veloce e invasiva della vita familiare, al punto da diventare insostenibile per la psiche dell’uomo, e a farlo decidere per far “finire lo strazio” uccidendo la moglie.

Qui siamo sul terreno etico del valore di una vita umana, e dell’obbligo assoluto di rispettarla sempre, comunque e ovunque.

Ne ho scritto qualche giorno fa quando ho ricordato la morte tragica dei tre operai di Torino, e torno sul tema.

In questo caso, non so se i sostenitori del neologismo “femminicidio”, (ma non la statistica Istat generale annuale degli omicidi) annovererà il fatto di Amelia nell’elenco dell’uccisione di donne in quel modo denominato, che non condivido: in realtà penso che lo farà, ma sotto traccia, perché in questo caso rileva di più il fatto in sé, per come è avvenuto nel contesto dato, piuttosto del fatto che la vittima sia una donna.

Un uomo anziano, colto e stimato, che non ce la fa più a reggere lo stress, la fatica, il dolore di vedere sua moglie in quello stato, assolutamente inaudito, inaspettato, non plausibile, e molto altro, agisce per la morte.

Non conosco il dottor (XY) che ha compiuto il reato ai sensi dell’art. 575 del Codice Penale (1930) – Libro Secondo – Titolo XII – Dei delitti contro la persona – Capo I – Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale, che così recita:

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.” Fatte salve le attenuanti che sono considerate, o meno, dal giudice caso per caso.

Non posso sapere che persona sia quest’uomo, so solo che è un medico, quindi una persona colta, molto colta rispetto allo standard, e colta soprattutto su ciò che concerne la vita umana (del corpo).

Attualmente il medico, sempre tenuto al giuramento ippocrateo di salvaguardare la condizione di salute del paziente al massimo possibile, in scienza e coscienza, è certamente dibattuto anche da un’altra tematica: quella dell’eutanasia e del suicidio assistito. Il medico di cui parliamo era senz’altro al corrente, non solo del dibattito politico-morale in corso, ma era anche nella condizioni di riflettere sul tema nella sua coscienza morale, ambito che più segreto in natura non v’è, perché nel cuore dell’uomo legge soltanto Dio, e lo dico anche per gli agnostici e gli atei (o sé putanti tali). Tuttalpiù, psichiatria e psicologia clinica possono determinare una diagnosi ipotetica del suo stato mentale, essendo comunque tale diagnosi rilevante per la statuizione della pena legale.

Altrettanto non so se l’atto compiuto sia, per la Teologia morale cristiana, un peccato mortale, anche se sembrerebbe configurarne (oppure no) gli estremi, in quanto nell’accadimento sono presenti le tre condizioni “necessarie” a costituirlo ontologicamente e moralmente: a) la materia grave (un omicidio lo è per tutti, salvo che per ciò che pensano i sicari e i serial killer, ambedue le tipologie presenti sia in pace sia in guerra), b) la piena avvertenza (chi sa com’era lo stato psichico dell’uomo quando ha compiuto l’atto?), e c) il deliberato consenso (la decisione per l’atto è stata frutto di un percorso di discernimento, dalla riflessione sull’insopportabilità della situazione, all’atto omicidiario, passando per la deliberazione di compierlo?). E dunque, rimangono molti dubbi sulla presenza reale delle tre condizioni. Personalmente ritengo che la seconda (b) e la terza (c) non lo siano state.

Reato e peccato, sì, entrambi. Ma come giudicarli? Come raffigurarne la “colpa morale”? Come misurarla? Come decidere per il futuro di quell’uomo, che intanto è in carcere?

Mi auguro che la Procura lo ordini intanto ai domiciliari, e che poi si muova una giustizia proporzionata al caso e alle condizioni di quell’uomo.

Anche questo caso richiede una riflessione profonda sullo stato precedente, sulla situazione relazionale della coppia, sui rapporti con i parenti più stretti, con i figli.

Il ruolo della filosofia pratica si manifesta anche in questo caso come il percorso, come il metodo più utile ad affrontare un disagio esistenziale in modo preventivo e capace di cogliere i segnali, anche i più deboli, del male stare di un uomo, in questo caso, della persona in generale.

Altri due casi in questi giorni, analoghi, mostrano come e quanto sia necessario, fondamentale, raccontare questi fatti con la massima discrezione e con rispetto assoluto. I media hanno responsabilità decisive nella narrazione del male e del dolore. In realtà, spesso si nota un’insistenza che rasenta il compiacimento nel raccontare i fatti negativi. Per vendere spazi commerciali? Squallido. Come dice qualcuno (il prof Sapelli in particolare), ad esempio, le notizie sulla pandemia dovrebbero evitare il martellamento quotidiano ed avere una scadenza non più che settimanale, applicando al racconto dei dati, non i numeri assoluti, ma le proporzioni tra la situazione statistica di un anno fa e quella attuale, cosicché si potrebbe mostrare che oggi tutto va ed è molto meglio grazie alle vaccinazioni.

Le proporzioni le ho imparata in seconda media, ma questi che decidono i palinsesti non le conoscono, oppure vogliono terrorizzare le persone… per quale fine (se vi è un fine o solo insipienza) non so dire.

Il valore di una vita operaia secondo un’Etica del Fine

Se si condivide che la struttura di persona possa spiegare e attestare con i suoi tre elementi, fisicità, psichismo e spiritualità, che tutti gli esseri umani hanno pari dignità, il valore di una vita operaia è pari a quella del Capo del governo e del Presidente della Repubblica italiana, o di qualsiasi altra Nazione del mondo, USA, Cina e Russia comprese. Come quella del grande imprenditore e quella dell’attore o del calciatore carismatico da 100 milioni di euro l’anno.

Uguale. Ma il concetto di questa pari dignità non pare condiviso. Lo attestano i fatti, come l’ultimo di Torino, dove una enorme gru è caduta sui palazzi, sono morti tre operai, ma avrebbero potuto essere colpiti mortalmente anche passanti e abitanti dei palazzi sui cui la grande struttura metallica si è abbattuta.

In Italia è dalla metà degli anni ’50 che la legislazione si occupa della sicurezza del lavoro. Nel 1955 fu emanato il Decreto 547 sull’antinfortunistica e nel 1956 il Decreto 303 sull’igiene del lavoro.

Lo spirito di quei legislatori era improntato a due sentimenti e intendimenti: a) la necessità di rendere più sicuro il lavoro di una classe operaia che stava rimettendo in piedi l’Italia dopo le distruzioni tragiche della Seconda Guerra mondiale, e b) la fiducia che una normativa dettagliata e perfino pedante potesse non solo ridurre infortuni e malattie professionali, ma addirittura avvicinarli a zero.

Dovettero passare una trentina di anni prima che ci si accorgesse che in quella legislazione mancava il ruolo delle persone al lavoro. Già nel ’70, lo Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) all’articolo 9 ricordava la centralità della tutela della salute psicofisica del lavoratore. E’ stato con Decreto legislativo 626 del 1994 che si è compiuto un decisivo passo avanti nella tutela della sicurezza sul lavoro.

L’introduzione delle figure preposte, a partire da una responsabilizzazione del Datore di lavoro per la sicurezza, del Medico competente e del Procuratore della sicurezza, hanno contribuito a una significativa riduzione di infortuni e malattie professionali.

Ciò fece sì che il numero di morti sul lavoro, che in una prima fase conobbe una decrescita, dal 1980 circa al 2000, da 2000 all’anno a 1000 più o meno, e si ridussero ulteriormente fino a tre o quattro anni fa, quando si è invertito negativamente il trend.

Due immani tragedie, la morte dei sette operai alla ThyssenKrupp di Torino nel 2007 e il deragliamento di un treno con scoppio di gas nel 2011 che causò 33 vittime a Viareggio, fecero capire che occorreva altro. Nel 2008 con il D.Lgs 108, migliorato nell’anno successivo, si introdussero ulteriori rinforzi nel ruolo dei preposti, e si delinearono le figure del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e del Rappresentante del Lavoratori per la Sicurezza.

Inoltre, le aziende cominciarono ad applicare la normativa dei Codici etici (D.Lgs. 231 del 2001), che posero ancora di più al centro il tema della sicurezza del lavoro, con l’attività degli Organismi di vigilanza, Uffici autonomi con poteri di sorveglianza, controllo e facoltà di suggerire migliorie e riforme organizzative, composti da persone competenti nei vari aspetti della vita aziendale.

Di tali attività, come sa il mio lettore, ho una robusta esperienza diretta, presiedendo da un decennio diversi Organismi di vigilanza in aziende di tutte le tipologie e dimensioni, nazionali e multinazionali.

Questa attività mi sta dando una conoscenza diretta del tema sotto il profilo pratico, ma ciò che desidero sottolineare è un altro aspetto, quello morale e socio-politico.

Che cosa o quanto conta una vita operaia in una cultura come l’attuale? Ho l’impressione che conti pochino, per i più, perché, una volta svanito lo stupore e la partecipazione al dolore iniziale da parte di un pubblico facilmente distraibile, poi succede poco o nulla.

Scontati sono gli alti lai della politica, più o meno bipartizan, la cantilena presidenziale, sempre più afona, mentre poco o nulla cambia. Certamente la richiesta sindacale di aumentare i controlli è doverosa, ma ciò che deve veramente cambiare è l’approccio di valore al tema.

Una categoria che non porta alcun valore a questo dibattito è, in generale, quella dei giornalisti di ogni genere e specie. Così come stanno facendo, in generale, quando parlano della pandemia, invece di contribuire a chiarificare temi e situazioni, fanno il contrario: parlano in maniera spesso disinformante e sgangherata dei vari temi, enfatizzando i titoli e di fatto danneggiando il diritto di informazione del pubblico.

Questa categoria di professionisti che vivono essenzialmente di luce riflessa, salvo molto rare eccezioni, perché hanno un ruolo e si mostrano solo se succede qualcosa, dovrebbero rendersi conto dell’importanza di moderare i toni, di precisare detti e scritti, di non approfittare dei fatti.

E poi abbiamo una nuova altra categoria di divi dei media, i virologi, tra altre categorie mediche e biologiche, che fanno a gara nell’esercizio dello stupimento pubblico, se posso usare questo quasi-neologismo.

Una vita operaia ha moralmente un valore infinito, come qualsiasi altra vita, ma questo concetto dovrebbe essere introiettato da tutti, per cui non c’è valore superiore cui sacrificarla: non il reddito purchessia, non la velocità di esecuzione di un lavoro, non l’accesso a un finanziamento solo se si fa in fretta, nulla.

Non si può eticamente sacrificare una persona sull’altare del Moloch/ Mammona, come lo chiama la Bibbia e Carlo Marx nel Capitale, che è il denaro-come-fine. Il denaro, il guadagno è mezzo, non fine: Immanuel Kant lo insegnava con forza, mentre l’uomo è fine come lo stesso gran filosofo trasmetteva a i suoi studenti e scriveva nella sua fondamentale Critica della Ragione pratica.

Leggiamolo in parafrasi: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale” e “Fai in modo che l’uomo sia sempre un fine del tuo agire, mai un mezzo“.

E Tommaso d’Aquino: “Occorre tenere conto sempre della scelta per il bene maggiore e per il male minore“, che significa esattamente la superiorità della vita umana su ogni tipo di guadagno economico.

Ecco, l’insegnamento della sana filosofia classica, che anche molti filosofi del nostro tempo, soprattutto i più mediatici, dovrebbero non mai dimenticare.

E questo lo affermo con forza perseverante, come persona, come filosofo e teologo, e anche come Presidente nazionale di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica.

Vivo un mio tormento spirituale, più forte di quanto si potrebbe pensare, per: a) in molti ambienti si è messa in tristissima evidenza la cosiddetta “cancel culture” (culture?), che vuole abolire eventi storici e memorie ritenute politicamente scorrette come le statue e le effigi di Cristoforo Colombo, ritenuto un prodromo del colonialismo e dell’oppressione sui nativi; b) sui media (si pronunzia “mèdia”, è latino, non inglese! insisto disperatamente, con il gramsciano “pessimismo della ragione” e “l’ottimismo della volontà”, non-ossimorico mio impegno razionale e morale) leggo o sento altre stupidaggini, quisquilie vane, ridicole pinzillachere e imbecillità idiotiche (in tema di idiozie e imbecillità, ennesima puntata, qui di seguito…)

Molti, in Europa e in America vogliono fare tabula rasa di ogni ricordo iconografico e grafico del passato, in nome di un giudizio negativo sotto i profili etici e politici. Un esempio è stato il gesto iconoclastico compiuto qualche anno fa negli USA con l’abbattimento di statue ed immagini di Cristoforo Colombo.

Il sintagma cancel culture, cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio viene utilizzata e significa una forma di ostracismo (ricordiamo le modalità dell’òstrakon, la scelta di un sassolino nero o bianco dei capi famiglia, nelle antiche pòleis greche, che serviva – in specifiche votazioni – ad esiliare le persone sgradite o ritenute penalmente colpevoli), che rappresenta proteste furenti e il tentativo di estromettere qualcuno o qualcosa da reti sociali reali o anche – a volte – dai social.

Si tratta di qualcosa di diverso dalla call-out culture (call-out significa “richiamare”), in quanto in questo modo la stigmatizzazione sociale di un fatto o di una persona invita l’interessato, per ruolo o potere, a scusarsi pubblicamente per quanto rifiutato dalla pubblica opinione. Un esempio clamoroso e significativo è stata la dichiarazione di scuse da parte della Chiesa cattolica di papa Giovanni Paolo II, in merito alla condanna ecclesiastica delle tesi astronomiche di Galileo Galilei. Altri casi sono quelli legati a reati di pedopornografia di cui molti religiosi si sono macchiati, che hanno visto le ferme prese di posizione dei papi Benedetto XVI e Francesco.

Un altro modo di tenere o meno conto di un fatto o della storia di una persona, è la damnatio memoriae, cioè la rimozione di un ricordo che disturba i posteri per qualche ragione politica, culturale o morale. Questo fenomeno è certamente lesivo del diritto del pubblico all’accesso all’informazione e del principio di tolleranza, cioè uno dei puntelli giuridico-morali del moderno stato di diritto.

Un tentativo di damnatio memoriae è stato tentato negli anni scorsi dall’Onorevole Laura Boldrini (quando era in auge come Presidenta – lei avrebbe voluto chiamarsi in questo modo, femminilizzando un termine che ha già il suo “femminile”, cioè “presidentessa”, se proprio si vuole, della Camera dei Deputati della Repubblica), cresciuta come funzionaria dell’ONU, nei confronti di tutto ciò che ricordasse il periodo fascista, anche le migliori cose e i maggiori episodi di carattere culturale e artistico, che non mancarono, perché anche nel Ventennio non pochi creativi ebbero spazio (anche dal Duce) da parte di preposti e ministri di grande competenza culturale e capacità amministrative, come il Ministro Giuseppe Bottai e il Conte Dino Grandi.

La signora Boldrini avrebbe voluto togliere ogni riferimento storico all’EUR, meraviglioso esempio di quartiere moderno, razionale e accogliente e allo Stadio del Marmi. A questa fanatica (e, direi, incolta) dispregiatrice Temporis acti, solo perché appartenevano a un regime dittatoriale vergognosamente sconfitto, sarebbe piaciuto distogliere lo sguardo e la memoria anche da un Ungaretti, da Pirandello, dallo stesso Verga, e da altri di minor momento, ma di grande valore come Prezzolini, Papini, Marinetti, che era non tanto un fascista ma un futurista, ammirato anche nell’Unione Sovietica pre-Zdanov di Majakovskij e di Esenin e gli intellettuali de La Voce e di Lacerba, riviste eccellenti, che accolsero alcuni tra i maggiori intellettuali della prima metà del ‘900, e da pittori come Mario Sironi, un grandissimo, da Carrà, Boccioni, Balla, solo perché dialogavano con il potere del loro tempo.

Non ho notizie di ciò che avrebbe voluto “fare” di D’Annunzio ma, penso, nulla di buono.

Tornando alla cancel culture, possiamo registrare uno dei suoi momenti di rinforzo (anche se logicamente in senso improprio) nel 2020, quando George Floyd fu barbaramente (e inutilmente, perché era già stato immobilizzato) ucciso in strada da un poliziotto americano.

Il movimento Black Lives Matter, peraltro comprensibile, legittimo e moralmente condivisibile, ha forse sviluppato o contribuito a sviluppare nella coscienza storica americana una particolare sensibilità verso quegli eventi della storia che hanno generato ingiustizie, disumanità e l’applicazione tragica di un razzismo insito nella cultura occidentale, annebbiando o addirittura tendendo ad impedire una razionale comprensione dei fenomeni e degli eventi registrati dalla Storia, come ad esempio l’impresa marinara di Colombo e delle sue conseguenze (con, indubbiamente, almeno parziale eterogenesi dei fini).

La legittima protesta per fatti disumani si è dunque in seguito modificata in una sorta di iconoclastia contemporanea (si ricordi l’iconoclastia storica dell’VIII e IX secoli nell’Impero romando d’Oriente oramai Bizantino, che vide la distruzione delle icone sacre e l’uccisione di migliaia di monaci iconografi).

Si può anche trattare di un processo mentale e politico di tipo revisionistico, che si conobbe anche in altri frangenti contemporanei, come nel giudizio, maturato dopo decenni di condivisione totale, nel PCI, sul marxismo comunista, specialmente nella sua versione stalinista.

Dall’iconoclastia al revisionismo, il passo verso il politicamente corretto è stato breve, brevissimo. Il linguista americano Noam Chomski ha denunziato nel 2020 la stupidità suprema della volontà di questa incultura di ridiscutere addirittura le trame e i caratteri dei personaggi delle favole classiche, a partire da quelle di Esopo e Fedro, fino a quelle di Andersen, di Carlo Lorenzini (il Collodi) e dei Fratelli Grimm, ad e. la Bella addormentata etc., e perfino le trasposizioni cinematografiche di Walt Disney. E addirittura le omeriche Iliade e Odissea, e i loro personaggi perché, secondo queste “teorie”, sarebbero storie obiettivamente “colonialiste”, e di tali “politiche” intrinsecamente laudatorie.

E’ come parlare impropriamente e superficialmente del cosiddetto “socialismo” di Gesù di Nazaret, senza avere la minima contezza delle metafore teologiche contenute nel Capitale di Karl Marx, che seppe studiare le Sacre scritture giudaico-cristiane senza fare confusione tra i tempi e le culture rappresentate da quegli antichi testi e i tempi delle sue analisi moderne.

Ciò che filosoficamente preoccupa è l’aspetto euristico negativo che la cancel culture può rappresentare, poiché essa impedisce – come struttura epistemologica (ove ne possegga qualcuna) – ogni riflessione complessa e ogni dialogo condotto con rispetto e capacità di ascolto, nel tempo necessario al dialogo.

Un’altra preoccupazione, mi pare, è data dal fatto che chiunque, dal privato cittadino attivo su internet a gruppi editoriali o di un qualche potere economico-finanziario (scrivendo ciò non sto facendo intravedere alcuna plausibile teoria minimamente complottistica à là Qanon) può intervenire sul web e sui social con la medesima visibilità teorica, sostenendo anche “tesi” infondate, fuorvianti e perfino pericolose, senza ciò che costituisce l’essenza della ricerca culturale e scientifica, cioè il confronto dialogico tra intelligenze, che nella storia ha portato alle più grandi scoperte sull’uomo e sulla natura. Un esempio: è stato il lungo millenario dialogo, anche se – in questo caso – diacronico, dialogo fra Eratostene, Aristotele, Tolomeo, Roberto Grossatesta (francescano, tra i fondatori dell’Universitas Oxoniensis – Oxford), Copernico, Galileo, Einstein… fino ai tempi nostri, che ha permesso di capire come funziona l’Universo nel quale Terra e Umanità sono inseriti.

Un altro esempio che mi viene in mente è il testo del Disegno di Legge Zan, i cui intenti etici di rispetto di ogni essere umano, condivido in toto, epperò contesto là dove lascia in un campo semantico di pericolosa ambiguità il tema del diritto di esprimere opinioni e giudizi sulle forme e dizioni dell’espressione sessuale. Mi spiego meglio: se il testo in questione, ponendo il tema del gender (genere) in sostituzione del concetto di sesso, prefigura una sorta di limitazione espressiva e quindi di configurazione di ipotesi di reato penale se qualcuno (io stesso, ad esempio) si permettesse di affermare o di scrivere che la dizione genitore 1 e genitore 2 (in luogo di madre e padre), già inserita e già opportunamente tolta, dai documenti della pubblica amministrazione, è sbagliata, improponibile o addirittura “idiota”.

Grazie a Dio, contro il rischio di questa cultura della cancellazione si sono mosse persone di indubbio rilievo morale e intellettuale come il citato Chomski, J.K. Rowling (l’autrice della saga di Harry Potter, già fatta segno di insulti e minacce da parte di personaggi “politicamente corretti”), Salman Rushdie (da trent’anni oggetto di una fatwa di condanna a morte da parte dell’integralismo islamista), Margaret Attwood e Francis Fukuyama, tra molti altri.

Riconsideriamo qui anche il pericolo costituito dalla pervasività dei social, anzi dalla loro rapidità di funzionamento: Twitter et similia sono velocissimi, e così permettono interventi individuali semplicistici e contraddittori, modalità che impediscono ogni forma di confronto serio e documentato.

Un’altra idea di questo revisionismo “politicamente corretto” si può evincere dall’accusa a san Paolo di essere schiavista e razzista, nonché machista, per le sue indicazioni e istruzioni – sia pure di clemenza – al padrone di uno schiavo fuggito (non si dimentichi che il diritto penale romano del tempo prevedeva lo jus capitis a favore del padrone sullo schiavo), e sul sul matrimonio e il trattamento delle mogli, mentre – di contro – Paolo è l’autore, in assoluto, delle primissime tesi sull’uguaglianza tra tutti gli uomini (e donne). Basti citare i seguenti versetti: “Non c’è più giudeo né greconon c’è più schiavo  libero; non c’è più uomo  donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Galati 3,28).

Per finire, cito – in questo contesto generale – il degrado linguistico espressivo promosso dalla incultura e dall’uso massivo-generico dei media e dei social, diversi umani, Salvini tra costoro, che non usano più l’articolo come in espressioni del tipo “settimana prossima” invece de “la settimana prossima”, come nell’inglese “next week”. Non penso che ciò accada perché si ottiene un certo risparmio energetico evitando di pronunziare la sillaba-articolo “la”, ma per moda, per anglofilia, oppure per superficialità e ignoranza…

Un altro esempio: una persona muore tragicamente, uccisa, e il commento più gettonato è il seguente: “non meritava di morire“, ma che significa? che a fronte di un omicidio si può distinguere fra chi meritava e chi non meritava di morire? e qui non mi sto riferendo a uno che perde la vita perché viene ucciso per legittima difesa da chi ha aggredito, ma a una qualsiasi persona che perde la vita violentemente, magari nel corso di una rapina che – altra idiozia – poi viene considerata “finita male”, perché la rapina era destinata a rubare beni, non a uccidere chicchessia…

…quindi, una rapina “finita bene” è (sarebbe) una rapina riuscita ma senza omicidio. Finita bene per il rapinatore, ma male per il derubato… ridicolo…

…continuo: ogni tanto qualcuno, pensando di allietarmi esclama: “che belle le pillole di saggezza che scrivi“… “pillole di saggezza” ciò che scrivo, no no no, ma “pillole di veleno” per chi definisce come sopra ciò che scrivo, cz (non “perbacco!”)…;

…ancora: sento il segretario del PD Letta che, a fronte della solenne richiesta di Giorgia Meloni di eleggere un “Presidente della repubblica patriota”, specifica che secondo lui oggi, per patriota si deve intendere un “Presidente europeista”, altrimenti si tratterebbe di un cattivo patriota. Non apprezzo neanche la furbizia lettiana, facilmente “sgamabile”, che serve a titillare quanti fra i suoi ancora pensano che l’aggettivo patriottico sia sinonimo di “fascista”. Ovviamente, per i più, ritengo, ma non per il presuntuoso cattolico andreattian-prodiano, il termine “patriottico” nulla ha a che fare con fascista, visto che anche i partigiani anti-mussoliniani si definivano in questo modo, come il Presidente Pertini.

Ma, andando più indietro nel tempo, potremmo trovare il nobile sentimento di patria in Dante, che lo intendeva evangelicamente allargato all’Umanità intera, in Petrarca, nel Foscolo, e nei patrioti risorgimentali, che hanno pagato con la vita la ricerca di costruire la Patria Italia;

ancora: “il nostro partito si è sempre battuto per bla bla…”, ovvietà fastidiose perché ripetitive e non mai veritiere, ma ora mi sono stancato. Basta.

Il mio combattimento morale, esistenziale e culturale, però, continua, indefettibilmente, finché il Signore mi darà forza e vita.

Phrònesis (Prudenza) e Philìa (Amicizia), “utili” (why not?) per una vita “buona” (non è moralismo) e “vera” (non è presunzione)

Prudenza e Amicizia, in greco. Phrònesis, come Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, è già un progetto di filosofia pratica noto e attivo da vent’anni e passa in Italia, su tematiche e progetti di “Filosofia pratica e Consulenza filosofica”. Vanta già una tradizione cospicua di testi specifici e di filosofi operanti. Di Philìa parlerò brevemente in conclusione.

Phrònesis gode oggi di una fama positiva – ritengo – e meritata, in Italia, e raccoglie, con la fatica dell’impegno dei soci più attivi, “studenti” laureati provenienti da tutte le parti, e persone più in età che desiderano muovere dalla teoria che hanno studiato all’università e si sono laureati in filosofia o discipline equipollenti, alla pratica di una filosofia viva, vicina alle persone e ai loro vissuti, ma continuando a studiare, misurandosi con atti, fatti e pensieri… vite di altri esseri umani.

I nuovi iscritti provengono talvolta anche dai master di filosofia pratica di prestigiosi atenei, che forse non li hanno soddisfatti. Che significa ciò?

Significa che Phrònesis è credibile, che è ritenuta valida, come locus philosophicus e dialogico, pratico, non solo teorico. In vent’anni di vita questa Associazione ha conosciuto vicende diverse, distacchi e adesioni, cambiamenti. Nel 2013 ha avuto anche il riconoscimento di una legge dello Stato, la n. 4. che contiene gli indirizzi essenziali di una possibilità ulteriore nell’ambito delle professioni intellettuali.

Prima di dire e di proporre qualcos’altro, riporto di seguito l’articolo 1 comma 2 della Legge stessa: Oggetto e definizioni”: “(…) si intende una professione non organizzata in ordini o collegi, di seguito denominata “professione”, si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

L’attività di Phronesis è complessa, articolata, come si dice, e vera. Vive in un contesto generale nel quale si registra molta “filosofia”, di quella vera e di quella fasulla. Quella vera-buona e quella falsa-cattiva non si dividono tra filosofia accademica e filosofia pratica, ma tra “buona” e “cattiva”, come la musica. Bach e i Beatles appartengono alla buona musica, nella differenza di stili e “oggetti” musicali prodotti.

Infatti, vi sono delle analogie tra filosofia e musica: ambedue le arti (eh sì, perché anche la filosofia è un’arte, se vogliamo nel senso aristotelico, come un qualcosa che si conosce e si agisce con competenza).

Da qualche tempo la filosofia accademica sta vivendo difficoltà inusitate. Sembrava che fosse una disciplina in crisi, sotto il profilo universitario, e lo era, effettivamente, ma da qualche anno, per merito del web e dei talk show è tornata in auge, anche se, mi pare, non nel modo più auspicabile. Molti accademici di fama vivono una loro gloria inaspettata partecipando ai vari modelli di comunicazione, nati negli ultimi due decenni e sempre più pervasivi. Pare evidente che ciò non gli giova molto: basti osservare le performance di alcuni illustri accademici che si misurano con i talk show su tematiche come quelle della pandemia. Costretti dai e nei tempi televisivi, questi prof diventano apodittici e declamatori, poco inclini al… dialogo, di cui dovrebbero essere maestri. Non sopportano contraddittorio, che dovrebbe essere per loro, esperti di dialettica, platonica o hegeliana che sia, un must, come si dice, ma, vedi gentil lettore, non sono filosofi pratici, ma solo docenti, e quindi abituati a “insegnare”, più che a dialogare. Non faccio nomi, perché chi mi conosce sa a chi mi sto riferendo.

Forse può essere utile al lettore richiamare di seguito ciò che costituisce la consulenza filosofica, così come si è sviluppata nell’arco di due decenni pieni (dal 2000 circa) in Phronesis e come intende ulteriormente proporsi.

La consulenza filosofica, come insegna il professor Gerd Achenbach, iniziatore contemporaneo di questa modalità vivente della filosofia, si interroga (e interroga) sulle forme di pensiero, delle ragioni (non delle “motivazioni”, termine psicologistico assai abusato e usato molto spesso in luogo di “ragioni” e, a volte, anche di “cause”), dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo… di una persona (cf. cap. 3 della Perimetrazione della Consulenza filosofica, 20 Luglio 2012, Seminario nazionale di Phronesis – Firenze).

La consulenza filosofica ha l’obiettivo di rischiarare, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo dell’ospite, o consultante (cf. Pollastri 2016). Se ciò è vero, essa si distingue in modo radicale dalle psicoterapie di qualsiasi genere e specie, compresa la psicoanalisi.

Ogni modifica della propria visione del mondo, non può essere il fine della consulenza filosofica, ma la conseguenza estrinseca, quasi per eterogenesi del fine specifico, nonostante l’opinione circa la visione del mondo del filosofo consulente possa non essere estranea alla relazione tra i due soggetti. Perché tutti e due sono “soggetti”, in quanto nella relazione non si deve registrare passività, ad esempio, nel consultante, ferma restando l’asimmetricità del rapporto. Esso, dunque, non si configura nemmeno lontanamente – per comparazione – come il rapporto esistente tra medico e paziente. Lo spiegano molto bene negli anni diversi filosofi di Phronesis: tra essi qui mi piace ricordare, come esempio, per dire come la filosofia debba essere-vicina alla vita delle persone si propone il concetto di “Filosofia di strada…” (A. Cavadi, 2010).

La trasformazione dell’approccio analitico del mondo deve nascere dall’interiorità (cf. ad e. Agostino, Soliloquia) della persona e non può essere condizionata dalla scala di valori morali del filosofo. Il Valore di questo tipo di attività spirituale è proprio questo: di riuscire a mettere il consultante, che ha manifestato un disagio ed è ricorso al filosofo pratico, nelle condizioni di effettuare una metànoia, innanzitutto logica, e in seguito spirituale, cioè di conversione a una vita buona, e vera. La logica precede sempre l’etica, e la deve fondare, allo stesso modo nel quale l’etica deve fondare il diritto.

Perché uso l’endiadi buona e vera per definire la vita? Si può forse dare una vita non-vera, cioè fasulla? In senso proprio certamente no, poiché l’uomo è vivente, ma in senso figurato-morale, sì, in quanto vi possono essere vite non dedicate a qualcosa che possa essere considerato e definito “bene”, vale a dire vite dedite al vizio e al delitto, non solo, ma anche vite dedite (si fa per dire) all’anodino svolgersi di giornate senza senso, là dove il soggetto non ha la consapevolezza di un tanto, ovvero vite connotate da una pigrizia fondamentale e da un non-agire sistematico.

Ecco dove può muovere i suoi passi la consulenza filosofica individuale, il dialogo inter-soggettivo che può riuscire a far emergere le contraddizione logiche atte a creare un auto-pensiero critico. Come si vede non parlo di pensiero auto-critico, ma, rovesciando i termini, colloco la riflessività del concetto sullo stesso pensiero, che diviene un locus dove il soggetto si rivolge e se stesso quasi costituendosi come pensiero. La critica e la vita, dunque, diventano tutt’uno con il pensiero.

Vi sono situazioni di persone che ho incontrato, per le quali la convinzione di essere-nel-giusto, di essere moralmente irreprensibili, è talmente radicata e ontologicamente esistentiva, che risulta impossibile incrinarla, cioè porre dei dubbi tali da avviare il percorso di una metànoia, che metta in questione abitudini inveterate e convincimenti ferrei… fino a quel punto.

Per la consulenza filosofica il nucleo tematico centrale da individuare è il modo, l’impostazione del pensiero del consultante, e quindi la ricerca di crepe, di illogicità, di salti logici, per verificarne gli effetti e anche i… danni, che può generare nella vita della persona stessa.

Euristica ed eziologia sono due processi che ci interessano nella consulenza filosofica e nel dialogo che la costituisce: a) l’euristica perché filosofando assieme ci si propone di cercare qualcosa e possibilmente di trovarlo (questo qualcosa), b) l’eziologia in quanto ricercando si può risalire, se non si trascura il metodo logico-argomentativo, alle “cause”, oppure, meglio dire, alle “ragioni” che in qualche modo danno senso alla scoperta.

Proviamo ad esemplificare. Ammettiamo che il nostro ospite accetti di mettere in discussione, sotto il profilo teorico, o per meglio dire, intellettuale, le proprie scelte finora assunte e praticate nella vita concreta. Nel contempo egli è convinto che le scelte fatte siano state necessitate, od opportune, o utili, od obbligatorie. Entriamo nell’esempio: la persona è benestante fin dalla nascita e non ha contribuito in alcun modo e non ha profuso alcun impegno nella costruzione del patrimonio che la rende pacificamente benestante. Altre persone hanno prodotto le risorse di questo bene-stare, che sono essenzialmente risorse economiche e finanziarie.

Ora, le regole civilistiche attuali in tema di eredità offrono a chi eredita il diritto di… ereditare. A dirla in questo modo, sembra una quisquilia tautologica. La persona “fortunata” dà per scontato che la sorte, il destino, la bravura del padre o del nonno, un colpo di c. tale da aver vinto una grossa somma a una lotteria, siano da accettare senza riflettere sul merito o meno di trovarsi in quella condizione, a differenza dei più, che spesso stentano a tirare avanti.

Questo tipo di persona ritiene talvolta di essere un tipo speciale, e pertanto non obbligato a guadagnarsi il pane con il “sudore della fronte” (cf. Genesi, 3, 19), poiché non serve, tanto le risorse ci sono già, in quantità tale da garantire non una, ma sette generazioni di vita agiata. Oppure, ritiene che impegnarsi in qualche attività di vertice sia già “lavorare”, perché molti altri agiscono in questo modo (e qui gli esempi riguardano capitani d’industria, innovatori tecnologici e finanzieri cui si pensa di assomigliare).

Questo tipo di persona ritiene poi di avere quasi un diritto “naturale” (non oso dire “divino”, per non esagerare) a ferie speciali, e di potersi distaccare senza problemi dalle fonti che originano il proprio benessere.

Forse, utilizzando una terminologia giudicante le cose adeguata, si potrebbe smuovere qualche masso spirituale che sta occupando e ingombrando impropriamente la “struttura valoriale” del soggetto: ad esempio, si può proporre una lettura della realtà propria e generale alla luce del concetto di “verità locali” (Zampieri, 2009 e oltre), per evitare ogni arroganza propositiva da parte del filosofo consulente.

Posto che il carattere individuale si forma, come hanno ben spiegato Piaget et alii negli ultimi cent’anni, entro i quattordici anni più o meno, e che da lì in poi i comportamenti individuali sono costruibili e modificabili, in positivo e in negativo, si tratta di vedere se il soggetto esemplare di cui qui si tratta se la sente di scavare dentro la propria anima anche a costo di andare profondamente in crisi.

Eccoci al punto: il dialogo filosofico è qui che interviene, mentre ogni tipo di psicoterapia sarebbe inerte, perché solitamente ed essenzialmente destinata ad “andare a caccia” di nevrosi. Queste persone di solito non sono nevrotiche, se non in minima parte, ma sono moralmente anodine, amorfe, oppure hanno una moralità generica e applicabile solo e solamente agli… altri.

L’etica sociale, l’etica della vita umana, semmai esista per questo tipo umano, vale per gli altri. Questo tipo umano può essere rimosso dal convincimento di essere-speciali e di avere diritti speciali solo da un trauma, giammai dal thauma (in greco: la meraviglia, lo stupore, origine di ogni filosofare) del vivere, cioè la meraviglia del vivere, che per questi rischia di essere sempre banalmente noiosa, se non riesce a riempire le proprie giornate di sempre nuovi “giocattoli” (auto, moto, barche, vacanze, donne, se si tratta di un maschio…), di cui molto presto si stanca.

Oppure può riuscirci la filosofia, cioè la metodica del mettere in dubbio le proprie convinzioni mediante la riflessione e il dialogo, a partire dalle più rassicuranti.

Facendo un lavoro con un tipo umano del genere occorre mettere a tema mezzi espressivi, parole, etimologie, sistemi valoriali, idee “forza” dominanti nella psiche e nella storia della persona, elementi di coerenza e di incoerenza, e infine, decisamente, la struttura integrata di personalità sua propria.

Lavorando su questa batteria di elementi si può verificare se si crei qualche crepa, se appaia qualche insenatura nel suo modo di dare il flusso al pensiero, di individuare i verbi da apporre ai soggetti e il senso dell’operatività dei verbi stessi sugli “oggetti” sui quali le azioni verbalizzate terminano.

Riprendendo la fondamentale Perimetrazione (2012) di Phronesis qui riporto i concetti concernenti “le questioni etiche, relazionali, esistenziali, le decisioni complesse, i dubbi, le revisioni progettuali della propria vita, le scelte puntuali, le separazioni e le riprese affettive, gli interessi, i lutti e le malattie, i cambiamenti di qualsiasi genere e specie, etc.”.

Ebbene, lavorando su questo elenco cercherei di penetrare, non nella psiche come fanno altri e – nel modo peggiore – i manipolatori, nel suo modo di porsi i temi e di svolgerli. In altre parole nel rapporto che esiste tra le parole utilizzate dal soggetto, l’accezione di ciascuna che lo stesso ha nel tempo scelto e l’uso che ne fa nella vita quotidiana e nei rapporti umani.

Gli chiederei poi di valutare la qualità esistenziale e relazionale delle scelte fatte e di quelle fattibili, riflettendo sulla fatticità di quelle fatte e di quelle da farsi. Bona facienda (sunt), mala vitanda: la sintesi morale aristotelico-tomista, dopo questo lavoro potrebbe configurarsi come una suggerimento sommesso per un agire migliore rispetto al passato. Una sintesi morale che nel “dover agire” kantiano si rinforza, facendo coincidere dover fare e dover essere, e con ciò diritti e doveri.

Per produrre tale lavorìo intellettuale potrebbe essere necessario individuare testi e format particolari, adatti alla tipologia personologica dell’ospite, in modo da far emergere i “valori” intellettuali e cognitivi dello stesso, le sue “forme” mentali, e anche i tic, le ripetitività ossessive, le contorsioni linguistiche, i toni più o meno elevati delle vocalizzazioni, e infine il timbro vocale che si è formato negli anni, così come generato da una base genetica.

Se la persona è orgogliosa di un proprio genitore o avo e crede di assomigliargli, è forse il caso di valorizzare l’irriducibile unicità di ciascuno e dunque del soggetto stesso, che non può, né imitare, né pretendere di ri-creare chi lo ha preceduto con meriti imitandi ma irripetibili.

Razionalità ed emozionalità del soggetto possono allora iniziare a farsi in qualche modo “de-codificare”, senza la pretesa di comprenderli, capirli e spiegarli fino in fondo, poiché la mens umana resta sempre un “oggetto” complesso, e pertanto mai completamente de-scrivibile. Non pretendere di spiegare ogni cosa o fatto, ma cercare di comprendere il soggetto interpretando tutti gli elementi fisici e spirituali che lo compongono, può essere la strada per interloquire con le profondità dell’anima della persona di cui qui si sta esemplificando.

Per avere una qualche possibilità di cambiamento bisogna dunque procedere alla massima chiarificazione possibile, al fine di consentire una sorta di rielaborazione della visione del mondo del soggetto e all’ammissione che questa rielaborazione è diventata essenziale per una rinascita interiore e un ri-orientamento nel mondo e per delle scelte più “vitali”.

Questo processo non può essere “lineare” (Pollastri, 2016), ma necessariamente talora contorto, a-sistematico, scombinato – necessariamente – per poter prevedere le condizioni di possibilità di una nuova combinazione positiva, buona, vera.

In verità si sta sempre ricercando il buono e il vero, anche se non tutti e non sempre se ne è consapevoli. Bisognerà avere anche sempre il coraggio di improvvisare, in questo lavoro di ricerca spirituale e morale, senza temere di deragliare, perché ci pare manchino linee guida. Se si è onesti intellettualmente e ben preparati, come si usa in Phronesis, non vi è nulla da temere.

Questo tipo di consulenza si può dire anche, senza tema di essere tacciati da eresiarchi, è non solo filosofica, ma anche spirituale, poiché attiene al plesso totale/ diversificato di spirito-anima-mente, in tutte le sue accezioni filosofico-etimologiche della storia del pensiero occidentale greco-latino e delle lingue volgari moderne e contemporanee. Si tratta di una metodica-che-non-è-tale, in quanto è una continua ricerca che vive di contenuti facentesi via via metodo (cf. Giacometti, 2016).

Non un circolo vizioso ma virtuoso, perché capace di rinnovare il pensiero mentre il pensiero fluisce. Così come si può rinnovare una vita mentre la vita stessa fluisce nella sua naturalità esistenziale e morale.

Phronesis si muove su questo terreno, da oltre vent’anni. E io dentro essa. Da un anno ho la ventura di presiederla, e lo voglio fare con forza e dedizione.

Accanto a Phrònesis , proprio perché questo bisogno di pensiero rinnovatore esiste, mi piacerebbe nascesse – a latere – un’altra associazione, magari da chiamare Philìa, cioè amicizia.

Un’associazione a latere di “umanisti” di tutti i generi e specie, per riunire intelligenze e persone, ponendosi nell’agorà, anzi nelle agorài (caro PD, metti anche il sostantivo al plurale dove scrivi “democratiche”), e così intercettare i bisogni delle persone in molti modi: se Phronesis può agire in modo più profondo e professionale, Philìa potrebbe offrire uno spazio dialogico libero, come quello descritto in questo saggio, utile per qualcuno.

La prova dell’efficacia di questo doppio modello può consistere nella constatazione che alle varie pratiche filosofiche partecipano persone di tutti i generi e sensibilità, perché il sapere filosofico, nelle sue varie declinazioni apre la mente e il cuore, aiutando chiunque a scoprire di se stesso ciò che magari è rimasto finora inerte e latente.

Il VADEMECUM IDIOTA (grazieadio già cassato): oscuri funzionari/e brussellesi vogliono insegnarci a parlare, su precise indicazioni della signora maltese Helena Dalli, Commissaria UE all’eguaglianza (cara madame PhD, le propongo un corso intensivo gratuito, quattro o sei ore al max, a cura mia, di “antropologia filosofica” e di “morale sociale”) modificando il lessico comune: non più “buon Natale”, ma “buone Feste” (ma questo modo già lo usiamo dal 26 dicembre! idioti! e il “buon Natale” non dà fastidio a nessuno provvisto di un po’ di intelligenza); non più dire e scrivere “disabile”, ma “persona con qualche disabilità” (così nel frattempo chi ci ascolta o ci legge si addormenta); non più “Cari signori, care signore…”, ma “Cari colleghi” (è maschile, idioti di Bruxelles!); e, naturalmente “genitore 1 e genitore 2”, invece di “padre e madre”; non più “anziani”, ma “persone più adulte”. E poi aggiungono che non sarà un obbligo (ci mancherebbe!), ma solo un’indicazione…

Mi piacerebbe guardare in faccia i geni (che paghiamo noi) che trovano i tempo di proporre le idiozie di cui sopra, per vedere se hanno il lume dell’intelligenza negli occhi.

Costoro sono gli stessi che anni fa suggerirono ai politici di non accettare nella Costituzione europea che si citassero le origini generative dell’Europa stessa nelle culture ebraico-greco-latina-cristiana e, aggiungerei, illuminista, perché l’illuminismo settecentesco, quello inglese (J. Locke), francese (Diderot, Montesquieu, Voltaire, D’Alembert), tedesco (Kant) sono filiazione, anche se indiretta, dei valori evangelici.

Da dove vengono fraternité, egalité, liberté, se non dall’insegnamento gesuano delle Beatitudini? Eterogenesi dei fini? Sì, ma solo storicamente, perché Vangeli e Filosofie illuministiche sono state azioni diacroniche del pensiero umano. E potrei continuare ad libitum.

Proviamo a ragionare. Primo: hanno da fare così poco quei funzionari, da affaticarsi su tematiche inesistenti? Secondo: vorrei fare un’inchiesta breve, a campione, tra i cento musulmani che conosco sulla dizione “buon Natale”: ebbene, per la conoscenza che ho, sono certo che tale augurio non disturba nessuno. Infatti, io sono solito augurare anche a loro “buon Natale”, sapendo che loro conoscono Issha (cioè Gesù di Nazaret), che è per la tradizione islamica il più grande dei profeti ante Mohamed.

Agli stessi io auguro, quando è il suo tempo, “buon Ramadan”, e loro mi rispondono “grazie”, con un sorriso, perché vedono che sono sincero.

Altrettanto chiederei sui presepi, anzi lo ho già fatto qualche anno fa: lo chiesi almeno a una decina di genitori musulmani, che mi risposero, più o meno: “Ma per noi Maria e Gesù di Nazaret sono da venerare”.

Ricordo agli ignorantoni di Bruxelles che Maria di Nazaret è la donna più citata nel Corano, più di Kadijia e Fatìma (moglie e figlia, rispettivamente, di Mohamed). Con ciò non voglio minimizzare le differenze tra islam e cristianesimo. Chi mi conosce sa che sono un teologo che queste cose sa bene.

Altra cosa: forse che i londinesi sono stupidi, essendosi dati un sindaco anglo-pakistano, Sadik Khan, sindaco che si comporta come un baronetto della regina?

E allora, a che cosa serve un’iniziativa come quella del vademecum del “parlare politicamente corretto”? A cambiare, a migliorare qualcosa?

Infine, mi duole che anche su un tema del genere la politica si divida tra “conservatori” e “progressisti”: Lega contraria e PD possibilista. Ma che è? Forse che conservare qualcosa di bello, come le espressioni classiche della nostra lingua e cultura è di destra? Allora “conservare” il Foro romano, le antiche basiliche, le moschee di Gerusalemme, i buddha millenari, Michelangelo e compagnia è di destra?

Andiamo! La divisione tra le persone umane, da un punto di vista individuale è tra intelligenti e meno, tra colti e meno, tra laboriosi e meno, tra onesti e non onesti intellettualmente, in base alla “struttura di personalità” di ciascuno, mentre tutti, proprio tutti, hanno pari dignità, maschi, femmine, trans, alti, bassi, grassi, normolinei e magri, mangioni e anoressici, bambini, giovani, vecchi, ricchi e poveri, neri, gialli e bianchi. E tu, caro lettore, aggiungi chi vuoi che io abbia inavvertitamente dimenticato in questo elenco.

Per quanto mi riguarda, se fossi cieco, sordo e/o muto, vorrei essere definito “cieco, sordo, muto”, perché ciò che conta è come ci si rapporta con chi ha queste disabilità, senza paura dei termini propri delle stesse.

Bene: i funzionari di Bruxelles sono incolti, stupidi e vili. Oppure solo gente che teme anche la propria ombra. Minimi.

La fuga della bimba

Era scapata (con una “p”, perché non sempre curava le doppie, era un pochino dislalica), per una sgridata più forte di mamma Maria. Papà Cesare aveva detto di averla vista prendere la biciclettina e schizzare via per strada, scomparendo in un lampo.

Allora abitavano vicino alla stazione dei treni, nel paesone del Medio Friuli. Famiglia piccolo borghese, perché papà era impiegato agli Uffici finanziari e mamma casalinga, e grande ospite culinaria.

Aveva un fratello più grande, più giudizioso, lei frenetica, la piccola. E un fratellino nato da pochi mesi.

Si era offesa e così aveva deciso di andare via da casa. Aveva preso con sé un po’ di roba, due mutande e una canotta, non lo spazzolino da denti, e pedalava forte verso est, ma non sapeva che era est (conoscendola, mi verrebbe da dire che neppure oggi saprebbe di andare verso est). In dieci minuti si trovò davanti alla grande Villa, dove l’aveva portata la maestra qualche settimana prima. Tutta la classe era andata a piedi fino al paese della Villa. La maestra aveva spiegato per strada che era dei conti Manin e che l’ultimo Conte viveva ancora, ma non nella Villa, perché era diventato povero e viveva in un capanno in mezzo ai campi, sul fiume Corno.

La bimba si era molto dispiaciuta per le disgrazie del Conte, perché era di cuore buono e aveva raccontato a casa tutta la storia.

Papà, che sapeva molte cose, le aveva poi raccontato la storia di quella grande famiglia che aveva voluto costruire una villa in mezzo alla campagna del Friuli, anche se loro venivano da Venezia.

La bimba aveva ascoltato i due racconti silenziosa, e ora si era fermata davanti alla Villa, e si era seduta pensierosa sul da farsi.

Avrebbe dovuto ora anche lei cercarsi un posto dove dormire, visto che era scappata da casa e non aveva più un tetto e un letto dove dormire? Proprio come l’ultimo vecchio Conte. E le veniva un po’ da piangere. Ma non voleva tornare indietro, voleva andare avanti.

Si ricordava che oltre la grande porta nelle mura la strada continuava fino a un altro paese e poi a un altro ancora. C’era già stata con la macchina, e aveva guardato fuori dal finestrino.

Si ricordava di aver visto anche una grande chiesa con una cupola in mezzo ai campi e le pareva che si chiamasse con il nome della Madonna, ma poi non ricordava bene di quale Madonna si trattasse. Era una delle tante Madonne di quella grande campagna silenziosa.

Ed era arrivata alla chiesa con il colonnato, chiusa, solitaria. Aveva con sé una barretta che mangiò seduta sul prato.

Poi si era rimessa in strada ed era arrivata al paese. Aveva deciso di andare dalla zia, ma non si ricordava dove abitasse, ma stava anche passando il tempo, perché era pomeriggio, un pomeriggio di ottobre.

Paura. Ora aveva paura.

Cominciava anche a tremare, e le veniva da piagnucolare. Il tempo passava e non sapeva più cosa fare. Pensava che sarebbe morta, e fu allora che si sentì chiamare… e non credeva alle sue orecchie.

Si girò verso la strada, da dove era venuta e vide una figura in bicicletta… ma era… papà “Papà, papà, sono qui“.

E pianse.

La “miseria della filosofia” (attuale), o di come la pandemia sta tenendo in scacco la filosofia

…o la filosofia della miseria? Karl Marx scrisse un testo intitolato La miseria della filosofia per dire che quel sapere non bastava a cambiare il mondo secondo giustizia, e anche per rispondere al socialista francese Pierre-Joseph Proudhon, che aveva pubblicato un libello dal titolo La filosofia della miseria.

Il grande di Treviri era interessato alla miseria, alla povertà di milioni di operai, al suo tempo. Studiava il funzionamento dell’economia politica e delle sue conseguenze sulle vite degli esseri umani. La sua era una filosofia che si occupava della miseria.

Nell’800 la miseria era diffusa in tutta Europa, oltre che nel resto del mondo, e Marx la studiava a fondo. La filosofia era un sapere diffuso, quasi prioritario nelle università e Marx stesso era un filosofo. Si era laureato con una tesi su Democrito, ma aveva anche grande attenzione per i testi teologici giudaici e cristiani. Marx era ebreo. La sua era una ricerca del bene, della giustizia, della sicurezza anche per le classi popolari. La libertà gli interessava meno, perché riteneva che la giustizia sociale fosse più importante della libertà.

Il rapporto fra giustizia e libertà è sempre stato obiettivamente arduo, difficile, e lo è ancora oggi. Qualcuno ritiene che libertà e giustizia siano inversamente proporzionali: molto semplificando, i liberali per la libertà, i socialisti per la giustizia. E aggiungiamo anche il tema e termine della sicurezza, che dovrebbe equilibrare i due di cui sopra. Giustizia, sicurezza. libertà. Tre termini, tre valori che la filosofia può coniugare e accordare.

Di questi tempi, però, viene da pensare a un’altra miseria, rispetto a quella materiale studiata da Marx, e addirittura di rovesciare i termini proudhoniani, proponendo la miseria della filosofia. Una miseria della filosofia che parte dalla filosofia come sapere (pre-supposto) prioritario, nell’ordine dei saperi, e cardine degli altri saperi. Epistemologia di tutti i saperi.

Di questi tempi pieni di incertezza, molta filosofia, invece di aiutare a cercare risposte a domande complesse, pare talora aiutare l’aggravarsi del sentire comune per la comprensione del mondo e del senso della propria vita. Alcune volte, invece di aiutare la logica e l’argomentazione razionale, sembra operare in modo opposto, e dunque dannoso.

La filosofia dovrebbe contribuire a rischiarare le menti e il pensiero, a contrastare le prese di posizione ideologiche, che per loro natura sono spesso illogiche e non veritiere, e invece sembra che oggi – almeno parzialmente – contribuisca ad ottenebrarlo. Non ho mai sentito come in questo periodo valorosi pensatori e pensatrici letteralmente deragliare dall’a-b-c-della logica sillogistica, che resta quella più efficace per la vita quotidiana.

Ricordo ancora una volta, dopo averlo usato millanta nei miei scritti, il sillogismo aristotelico di primo tipo, dove ci sono due premesse correlate e una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero.

Ho ascoltato da valorosi colleghi e colleghe supposti sillogismi nei quali la conclusione è messa al posto di una premessa e una premessa in conclusione. Un esempio: a) il governo ci vuole rinchiudere in casa (dovrebbe essere la conclusione), b) il Covid non è sempre pericoloso (è una premessa, la prima), c) il pericolo va evitato (dovrebbe essere una premessa, la seconda, ma è la conclusione, sconclusionata). Incomprensibile, se non si colloca questo disturbo del ragionamento in una sorta di dislessia logico-argomentativa, la quale, se non fosse pericolosa, potrebbe addirittura essere comica, adatta a una gag.

Vi è da parte di alcuni, anche egregi filosofi come Agamben e Cacciari, un utilizzo strano delle statistiche, dico strano perché la filosofia dovrebbe utilizzare le scienze “dure” per ragionare, per riflettere in modo logico, ma così non è. Le statistiche, che non mentono, dicono che i vaccini, insieme con le altre misure di cautela intelligente, ci stanno salvando.

Costoro, a mio parere, dovrebbero ricordare il principio classico e aureo, di derivazione aristotelico-tomista del rapporto tra bene maggiore e minore e tra male maggiore e minore: tale principio va applicato quando si criticano le misure di contenimento del virus, anche a fronte di varianti quelle che siano (delta, omicron, …), ma proprio perché i vaccini comunque riducono i rischi e impediscono più contagi. Lo avrebbe capito anche mia nonna Caterina, che era una donna saggia, con la terza elementare, che è meglio meno che più contagi. Vivaddio!

Altro: anche la nozione di libertà, termine così “filosofico” viene bistrattata come se si fosse al Bar Sport di un paesino del Basso Friuli o dell’Alto Lazio.

Dopo duemilacinquecento anni di pensiero profondo sulla libertà come responsabilità, come essere-in-relazione, come esercizio razionale della volontà, sento inaccettabili semplificazioni che paiono pervenire dall’emozionalismo melodrammatico di una conduttrice di talk show come la famosa Barbara D’Urso (pseudonimo).

Che dire ancora? Che siamo in una democrazia parlamentare voluta da novanta sapienti 74 anni fa, in pieno vigore e vigenza, nella quale l’equilibrio e il contemperamento dei poteri è garanzia contro qualsiasi deriva autoritaria!

Chi si può immaginare, se non una persona delirante, Mario Draghi dittatore?

Si potrebbe pensare che troppa filosofia, se questo sapere è utilizzato in alcuni dei modi attuali, può essere dannosa, perché l’albagia sottesa a questo sapere, se adoperato nei modi di cui sopra, rischia di fare danni seri, soprattutto a chi non è abituato a maneggiare concetti, relazioni di causa/ effetto e flussi logici.

Non voglio insistere sul concetto di una certa pericolosità della filosofia, perché sarei auto-contraddittorio di una vita, la mia, che si è basata soprattutto su questo sapere, pur se in mezzo a mille difficoltà.

Continuo a credere nell’indispensabilità della filosofia per la vita, soprattutto della filosofia pratica. Ed è questo che cerco di fare, anche oggi stesso, sabato 27 novembre 2021, introducendo in quel di Mestre, il corso post lauream di Phronesis, che ha raccolto una decina di filosofe e filosofi di tutte le età, dai 24 a i 58 anni (con il docente professor Zampieri da Venezia, storico pensatore phronetico), bene intenzionati a utilizzare il bene prezioso del sapere filosofico con apertura generosa agli altri, per la ricerca inesauribile della verità sulla vita umana e sul destino dell’uomo, che va costruito senza rassegnazione accidiosa.

Ecco: mi pare che oggi si debba lottare contro l’antico e classico vizio morale dell’accidia, che è un non-credere alla possibilità che l’uomo ha di salvare se stesso con l’intelligenza e una volontà illuminata.

La scelta del signor “Mario”, un’etica della vita umana e la legge

Un signore, pseudonomizzato con il nome di “Mario”, rimasto tetraplegico da dieci anni dopo un incidente stradale, ha scelto di andare via da questo mondo chiedendo il suicidio assistito, non l’eutanasia. Lo ha ottenuto dalla giurisdizione prima di un parere espresso richiesto al Comitato etico dell’Asl competente. Comitato etico formato da medici e psicologi, e non capisco per quale ragione neanche da uno studioso di etica generale e della vita umana, cioè un filosofo. Non capisco.

Perché l’ordinamento non prevede la figura di un filosofo in quell’équipe, la qual cosa sarebbe normalmente plausibile e opportuna (io direi necessaria). Ma riformiamola, allora questa normativa! Quanto si sta a riformarla? E lascio perdere questo tema, per soffermarmi su ciò che è più importante.

Ai tempi della dolorosa vicenda di Eluana mi spesi molto a scrivere e discutere di quel caso. Avevo un’idea, allora, forse molto rigida, molto “scolastica”, nel senso di teologico-filosofica cristiana di stampo tommasiano, e questa idea mi portò a criticare quello che mi pareva il libertarismo del padre, e del Partito socialista che lo sostenne, il partito che era il mio, e lo è ancora. Allora, il papà di Eluana ottenne l’eutanasia per la figlia, e lei se ne andò, in una clinica di Udine. Ora è sepolta nel paese d’origine degli Englaro a Paluzza. Sono andato diverse volte a trovarla là, in mezzo alle montagne della Carnia, anche se non l’avevo conosciuta.

Torniamo a “Mario”. Lui ha chiesto di andarsene. Ecco: ora si tratta di capire in che modo, perché c’è una bella differenza fra il suicidio assistito e l’eutanasia, e non occorre che spieghi qui la differenza. Ora, la Chiesa dice che bisogna puntare sulla cure palliative. Certo, ma le cure palliative sono da mettere in campo sempre, e non solo in vista di queste due prospettive.

Circa il suicidio assistito, che pare essere la scelta di “Mario”, ho dubbi non da poco sulla sua autorizzazione, in generale, poiché intravvedo dei rischi di abuso. Ricordo la vicenda di Lucio Magri, che andò in Svizzera per morire “bene” di sua volontà, perché era depresso. Un suicidio assistito per una ragione che non si può accettare con superficialità, a parer mio. Mi sono infatti chiesto se Magri fosse rimasto così solo da non avere più alcuno con cui discutere sul senso o meno della sua vita, a quel punto della vita.

In questi frangenti la filosofia pratica può essere la “medicina” adatta. Intendo la metafora medica per la mente e il cuore

Si tratta di immaginare, se possibile, il sentimento reale di “Mario”, che nella sua profonda interiorità resta incomunicabile.

Il tema della vita pone diversi quesiti. Noi veniamo al mondo inconsapevoli di venire al mondo. Infatti, nessuno ci interpella, perché non esistiamo, prima di essere concepiti. Poi, una volta concepiti, passa un lungo periodo, costituito dai nove mesi della gravidanza e poi da vent’anni per diventare (almeno fisicamente) adulti. Un tempo lungo, lunghissimo, nel quale sperimentiamo la vita, con le sue gioie e i suoi dolori.

Sotto il profilo del concetto di proprietà, noi in origine non siamo proprietari di noi stessi, perché nasciamo inconsapevoli, abbiamo detto. Due gameti diversi sessualmente che si incontrano e formano in ambiente adeguato uno zigote, che poi si sviluppa. La coscienza di sé che arriva in seguito, peraltro non immediatamente, alla nascita, non mette in questione il fatto di essere a questo mondo.

Vivendo acquisiamo un sistema di valori e di ragioni per le quali vale la pena vivere: la conoscenza, la bellezza, il piacere, l’atto volontario, la capacità di negare e di opporsi, l’amore dato e ricevuto, e molto altro.

Finché godiamo di buona salute tutto procede bene, Ma quando arriva la malattia arriva il limite, arriva un modo differente di vivere, con il rimpianto per il prima.

Se il rimpianto non cessa, inizia la tristezza, che poi si può trasformare in accidia e infine in depressione, che una volta veniva chiamato esaurimento nervoso. Volumi a pacchi sono stati scritti sulla depressione, pochissime righe invece sull’accidia, nei tempi moderni, se non nei trattati di teologia morale, che sono libri per una élite di studiosi. L’accidia è un vizio, secondo lo schema dei filosofi antichi, fin da Platone, dei Padri della Chiesa, uno dei vizi capitali. E’ un vizio perché nasce dalla volontà umana, cioè da un’emozione, da un moto interiore, ovvero da un moto interiore che manca, dalla sua omissione. Si tratta di una specie di abdicazione alla propria umanità.

Nulla di moralistico in queste mie affermazioni. Ho vissuto la scoperta del male grande e del limite, ma non mi sono lasciato prendere dall’accidia, Ho reagito e la depressione non mi ha fatto visita, come sgraditissima ospite.

Con ciò non voglio giudicare nessuno che faccia diversamente, che cioè non riesca a re-agire, ad agire contro il limite, contro il male. Ognuno ha le forze mentali e fisiche che la natura mi ha dato. E’ noto a chi mi conosce, che a me la natura ha dato una fisicità molto robusta e una mente fortissima, e un’autostima cresciuta fino al punto nel quale sarebbe stata esorbitante e dannosa. MI auto-diagnostico senza paura. Potrei essere considerato un esempio, e lo dico astraendomi da me stesso.

Ora, è chiaro che “Mario” è in una situazione incomparabilmente diversa dalla mia: io faccio tutto quello che facevo prima della venuta del male, sebbene in misura minore. Lui ha scelto una strada tale da far finire un dolore insopportabile. Rispetto profondamente la scelta.

Ora si tratta di aiutarlo con pietà e senso di fraternità. La legge ha da creare il quadro per poter agire.

Il Comitato etico deve allargare la propria visuale, ma ne può essere capace senza un sapere filosofico compreso e integrato nei saperi del gruppo di esperti?

Gli INSENSATI, gli INUTILI e i NOIOSI: a) oh, signorina Thumberg (pronunziasi Thumbèri) G., ora che ha 18 anni, si impegni in politica, si iscriva a un partito, si candidi nel suo comune come consigliere di circoscrizione, e soprattutto studi, studi, studi, altrimenti sarà ricordata per un certo periodo – più o meno – solo per il suo ridicolo e sgradevole versaccio: blah, blah, blah. Badi bene, SUO, perché non sempre le “metafore onomatopeiche” (lei, signorina Thumbèri, sa che cosa significa questo sintagma? tradotto in lingua svedese, ovviamente, o almeno in inglese) funzionano; b) POLITICI ITALIANI IN GENERE: capi e gregari, capaci solo di lezioncine imparate a memoria davanti alla videocamera

Mi impegno a scrivere questo pezzo dopo avere esitato non poco, poiché già mi infastidisce che giornalisti privi di fantasia continuino a citarla per il suo versaccio, e, se mi ci metto anch’io…


La ragazza svedese mi ha (ha) stancato, con il suo presenzialismo amplificato dai media, con le sue banalità e i suoi slogan sgangherati, con la sua presunzione sicumerosa, con la sua iattanza da ragazzina ignorante, figlia di genitori avventurieri e un po’ degeneri, sfortunata per una sindrome neuro-psicologica. Ma quest’ultimo aspetto non ferma la mia critica, perché Asperger non le impedisce di intendere e di volere quello che fa.

Ciò che però mi stranisce e mi rattrista è il ruolo dei media sul suo mostrarsi senza pudore. Giornali, tv e web raccolgono ogni respiro e ogni starnuto della Thumbèri (scrivo come si pronunzia), senza il minimo accenno di critica.

Dicono che comunque è utile per la mobilitazione su un problema vero, soprattutto dei giovani. Perché allora la ragazzina ugandese non mi fa lo stesso effetto negativo? perché è credibile: una figlia dell’Uganda è credibile, una viziata figlia del pasciuto nord borghese e protestante, no!

La Thumbèri si mostra come un simbolo dei giovani e dell’ambiente, senza mai chiedersi se deve ascoltare altri e migliorare la propria formazione. E’problema a se stessa e seccatura per i pensanti.

E ora eccomi ai politici, capi e gregari. La loro insopportabilità estetica, etica e culturale sta raggiungendo – per me – livelli parossistici, sia quando fanno furbate “alla renzi”, sia quando balbettano lezioncine imparaticce su tutto, e parlano per trenta secondi davanti al video senza dire nulla, proferendo solo parole come suoni senza senso, specie quando millantano il valore delle iniziative politiche del loro partito.

Mi danno l’impressione di conoscere poco o per nulla l’argomento di cui stanno parlando, perché proferiscono sintagmi che – si capisce – non sono loro, non sono pensati da loro, ma tuttalpiù orecchiati, o schemi preparati da qualche consulente personale (ora se lo possono permettere), ovvero da un servizio di marketing del loro partito. Si vede che non sanno niente, o poco più di niente, vengono dal nulla e torneranno nel nulla, molti di loro, alle prossime elezioni politiche, specialmente quelli che si sono ritrovato eletti a 13.000 euro al mese, dopo non aver combinato nulla nella vita, né come studi né come lavoro.

Spiego questo concetto di “nulla”: con tale termine non intendo un nulla assoluto, metafisico (mentre in fisica il nulla non si dà), ma un nulla-logico, cioè un nulla-di-politica-e-di-cultura, saperi che essi non possiedono e che invece si conquistano in decenni di studio e di fatica lavorativa.

Il fatto è che questi mediocri assurgono anche a cariche istituzionali e amministrative di primo livello. Basti pensare all’ex ministro della giustizia dei 5Stelle, qualcosa (nel senso di qualcuno) di incredibile, peraltro con la poca grazia destinale di portare un nome che sembra uscito da un manuale di filosofia del diritto.

O l’attuale ministro degli affari esteri di cui ho già fin troppo parlato in questo blog negli anni scorsi. Ma anche il loro presuntuoso e già traballante “capo”, su cui non voglio più spendere mezzo rigo.

Né desidero spendere riflessioni sulla mediocrità, e talora sul masochismo, dell’indirizzo politico dell’attuale capo della “sinistra storica” (sinistra storica, solo per dire, senza offendere le sinistre storiche vere) attuale, Enrico Letta.

E a destra troviamo altri clamorosi esemplari di nullità politica e culturale, Salvini e i suoi portaqualcosa, Meloni e amici di lei, nella misura in cui sono aggressivi e arroganti, mentre è chiaro che non saprebbero fare nulla in un qualsiasi lavoro degno di questo nome.

Povera Italia politica. Meno male che ogni mattina 25 milioni di Italiani si alzano per andare al lavoro e producono il settimo PIL del mondo, nonostante – per mero esempio – i comportamenti attuali di molti degli operatori ecologici del Comune di Roma e di alcuni candidati a sindaco della Caput mundi. Luogo che, così come si presenta ora, i 25 milioni di lavoratori e di imprenditori e le loro famiglie non si meritano.

Il denaro è “lavoro morto”, è feticcio, è “anticristo”, e molti sono travolti dalla “libido pecuniae”. Non spaventarti mio gentil lettore, non sono diventato comunista maoista, ma sto solo cercando di trovare il bandolo filosofico-teologico di questo bene strumentale

Il titolo può essere l’inizio di un trattato di Morale medievale, ma è anche una frase parafrasata di Carlo Marx, che è stato – anche se solo implicitamente (o chissà…) – un gran teologo. Anche se pochi lo sanno, e ancor meno lo ammettono, per ragioni ideologiche. Molti militanti confondono la militanza politica con la cultura, in ogni area.

dal baratto al denaro

Lo studio che l’uomo di Treviri sviluppò sulla storia dell’Economia politica non può prescindere da tutto quanto il “filosofo e il moralista Marx” trasse dalle Scritture, sia nella versione luterana sia in quella cattolica, e dalla storia intera del Cristianesimo.

Il denaro è stato storicamente il modo con il quale nei negozi commerciali è stato sostituito il baratto, fin dalle antichità greco-latine e semitiche, per restare nell’ambito mediterraneo. Si trattava di uno scambio pacifico tra singole persone o tribù diverse, che presupponeva di aver stabilito rapporti di fiducia. E ancora oggi è così, se pensiamo al rapporto che i singoli hanno con le banche. Una regola allora aurea, oggi non ancora necessariamente tale, era quella della contiguità temporale dell’affare: marmi per granaglia, ad esempio, ma da scambiare nello stesso giorno, se possibile, o entro poco tempo.

Prima di arrivare al denaro contante, evidentemente in monete, vi fu una fase intermedia nella quale la merce del baratto era un oggetto metallico, solitamente d’oro, d’argento o di rame, cui veniva riconosciuto un valore di scambio, anche se solamente con l’oro era possibile comprare qualsiasi bene.

Il denaro successivamente fu utilizzato come valore-ponte nello scambio tra beni e servizi, scambio che poteva anche essere considerato a valere tra periodi diversi dell’anno: ad esempio anfore contro il vino che sarebbe stato prodotto, nella sua stagione, qualche mese più tardi.

Già però si teneva in considerazione la diversità temporale dello scambio di merce contro denaro, perché se lo scambio non era in contemporanea, sarebbe potuto variare il prezzo, per compensare la differenza di tempo nel quale tale bene sarebbe stato disponibile per il negoziatore, che accettava una diversa scansione temporale per la conclusione del negozio.

I primi casi di utilizzo del denaro furono oggetti che risultavano utili per il loro valore intrinseco. Ciò era noto come merce di scambio ed includeva qualsiasi prodotto di larga diffusione con un proprio valore; esempi sono stati il bestiame, le conchiglie rare o i denti di balena.

Oltre alla monete, in vari tempi, furono considerati merce di scambio anche il tabacco, e soprattutto il sale.

Un altro principio regolatore è stato l’abbondanza o la carenza di un determinato bene, il suo valore essendo inversamente proporzionale alla sua carenza o abbondanza. Una miniera d’oro in via di esaurimento faceva lievitare il prezzo di quel metallo man mano che la fine delle estrazioni si avvicinava.

Un altro vantaggio del denaro, come strumento di scambio è stato la sua volumetria sempre molto più bassa e conservabile rispetto a qualsiasi altro bene. Si pensi ora alla situazione in cui stiamo vivendo, nella quale il denaro è “fisicamente” (come oggetto) addirittura quasi scomparso, sostituito da scambi telematici sui conti correnti, dall’uso della moneta elettronica mediante i bancomat e le carte di credito e di debito. E ora, addirittura, dalla moneta virtuale come il bitcoin.

Bisogna tenere conto che il valore di tutti questi “oggetti” di scambio non hanno “tenuto” sempre il medesimo valore, che invece è cambiato nel tempo e presso le varie popolazioni, comprese le monete d’oro e d’argento. Infatti, gioca su questo la legge aurea della domanda e dell’offerta: se un governo stampa più banconote, il loro valore intrinseco diminuisce e si crea inflazione, cioè aumento del denaro circolante e anche dei prezzi, magari a parità di redditi da salari e attività professionali.

La Germania “sconfitta” (uso le virgolette, perché militarmente la Germania non fu sconfitta nella Prima Guerra mondiale), con la Repubblica di Weimar visse in modo tragico proprio il fenomeno sopra descritto, soprattutto dopo le sanzioni inflitte dalla iniquerrima “Pace di Versailles”, prodromo oggettivo del fenomeno nazista.

Traggo dal web la seguente nota specifica concernente un materiale naturale utilizzato come oggetto avente valore di scambio: “Il diaspro nero, comunemente chiamato “pietra di paragone”, è una delle principali forme cristalline della silice. L’uso del diaspro nero è ciò che ha aperto la strada al metallo come merce di scambio e moneta. Su una pietra di paragone può essere verificata la purezza di qualsiasi metallo tenero confrontando il colore delle tracce che si formano strofinandovelo sopra, permettendo di risalire rapidamente al contenuto in metallo prezioso. L’oro è un metallo tenero, che è anche difficile da trovare, denso e conservabile. Per questi motivi, l’oro come denaro si diffuse rapidamente dall’Asia Minore, dove venne inizialmente utilizzato, al mondoo intero.

L’utilizzo di questo sistema richiede di effettuare diversi passi e qualche conto. La pietra di paragone permette di stimare la quantità di oro in una lega, che deve essere poi moltiplicato per il peso del pezzo di metallo per trovare la quantità di metallo prezioso contenuto.

Per semplificare questo processo venne introdotto il concetto di monetazione standard. Il titolo delle leghe era prefissato, come il peso delle monete coniate, in modo tale che conoscendo l’origine della moneta non era richiesta l’utilizzo di pietre di paragone. Le monete erano tipicamente coniate dai governi con procedimenti rigorosamente protetti e poi marcati con simboli che garantivano il peso ed il valore del metallo.

Sebbene l’argento e l’oro fossero i metalli comunemente usati per coniare monete, non mancò l’utilizzo anche di altri metalli. All’inizio del XVII secolo, la Svezia si trovò in carenza di metalli preziosi e così produsse “piastre” che erano grosse lastre di rame di circa 50 cm di lato, che riportavano l’indicazione del loro valore. La scarsa maneggevolezza di queste piastre contribuì indubbiamente a far sì che la Svezia fosse il primo paese europeo a emettere banconote nel 1661.”

Ora il denaro ha un valore intrinseco molto più basso del suo valore di scambio, nel senso che possa essere fatto corrispondere a merci che hanno un valore molto più alto dell’oro e dell’argento, oppure dei metalli di cui è fatta una moneta, o, ancora, allo stesso modo della carta e inchiostro e insieme anche delle ore di lavoro delle persone e dei macchinari con cui è fatta la banconota che si adotta. Il primo sistema fu di garanzia da parte di un ente ritenuto stabile e terzo: Le valute di carta e le monete hanno ottenuto la manleva di governi e banche, fino all’accordo di Bretton Woods, che superò la convertibilità del denaro disponibile in oro. E qui mi fermo, anche perché sono andato ben oltre le mie conoscenze scientifiche.

Torno alle espressioni del titolo e alla loro valenza morale e socio-politica.

Con le espressioni riportate nel titolo, Marx voleva certamente rinforzare l’idea che ben riporta l’antico detto latino pecunia non olet (letteralmente “il denaro non puzza”, metaforicamente, il denaro non è né buono né cattivo, moralmente), perché è il suo utilizzo, secondo giustizia ed equità, oppure secondo il loro contrario ingiustizia ed iniquità, che ne segna il valore morale.

E su questo, anche se non siamo (io non lo sono) marxisti e men che meno comunisti, possiamo razionalmente concordare.

Pertanto, se il denaro, in sé e per sé è certamente feticcio e lavoro morto, se utilizzato secondo un fine di tutela dell’uomo e della natura, assume un valore morale altissimo, vitale, giusto.

Se non ci faremo travolgere dalla libido pecuniae, la nostra vita, anche se controllassimo una grande massa di risorse finanziarie, sarà virtuosa.

Fidel, Diego Armando, Francesco, Marco e Alì, ebbene sì, si tratta di Castro, Maradona, il Papa attuale, Pantani e Cassius Clay

Un politico, un religioso e tre sportivi, che mi stanno a cuore, per una qualche comun ragione. Proverò a spiegarmi, partendo da Maradona.

il 30 ottobre è il compleanno del mas grande jocador de futbol del mundo e de todos los tiempos. Non c’è Di Stefano, Pelè, Messi o Cristiano Ronaldo che tengano, anche se questi quattro hanno ciascuno segnato più reti di Maradona. In particolare, CR7 e Messi possono anche essere considerati calcisticamente più importanti del ragazzino di Villa Fiorito, una delle “villas miseria” de Santa Maria de Los Buenos Aires, ma la noia che mi comunicano li rendono talmente banali da non lasciarmi un et di emozione. Intendo, come persone, e non perché guadagnino da trenta milioni di euro all’anno in su. Di ciò non mi cale alcunché, e non perché non sono geloso, ma perché lo ritengo irrilevante ai fini di un giudizio sulla persona.

Fidel è stato un rivoluzionario. Un militare e un politico. Era colto di studi di legge e sperava di poter realizzare la giustizia terrena con un socialismo comunista. Diverso da quello sovietico, anche se ha usufruito dell’aiuto dell’URSS. Le contraddizioni della non-antropologia marxista non gli hanno permesso la riforma delle riforme, quella sull’egoismo dell’uomo. Glielo ha spiegato il papa polacco, che lui accolse con grande rispetto, perché in Sudamerica la fede cattolica sopravvive a ogni professione ateistica, come è sopravvissuta a Stalin l’ortodossia in Russia.

Gesù di Nazaret, il Cristo, è più forte e più grande di Marx e dei suoi emuli, anche se Marx, obtorto collo (si leggano le citazioni teologiche, numerose a migliaia, presenti nell’opera del Grande di Treviri), in fondo, si può dire fosse un millenarista apocalittico (un uomo che crede in cose e cambiamenti grandi) giudaico-cristiano.

A Cesenatico tutto parla di Marco Pantani, come le strade del Tour de France, il Tourmalet, il Galibier, l’Izoard, così come di Fausto da Castellania.

Pantani è morto solo e senza speranza nel 2004. Non lo si può dimenticare, perché il suo è stato un martirio di testimonianza contro la malvagità umana. Marco Pantani è stato unico su quello strumento di tortura (per mia esperienza da amatore) che è la bici da strada.

Chi non ha mai usato questo mezzo non immagina quanto si possa soffrire in bici, di dolori fortissimi alle gambe, di deliquio psicofisico. Ricordo ancora una volta, una ventina d’anni fa, mi fermai sull’ultima salita per Barcis, località lacustre delle Prealpi Friulane, con le gambe molli e il cuore agitato. Mi sedetti su un mucchio di ghiaia. Avevo esagerato, perché la distanza complessiva (andata e ritorno da Codroipo) di 140 km mi aveva condotto ai limiti.

Ricordo ben altro di Pantani, quando sotto la pioggia e nel freddo lasciò a nove minuti il grande Ullrich, uno dei più forti ciclisti del tempo, fuggendo sul Galibier, e scomparendo alla vista di tutti. Lo ricordo risalire il gruppo a velocità doppia nella tappa di Oropa in un Giro d’Italia, dopo un incidente meccanico, e ho ancora in mente lo sguardo sconsolato e ammirato di Laurent Jalabert che si vide raggiunto e superato da quell’uomo che spingeva un rapporto impossibile per lui.

Ma soprattutto ricordo le lacrime di Madonna di Campiglio quando tolsero a Marco un Giro d’Italia già vinto per un ematocrito superiore di poco a 50. E non si poteva. Ma ora pare accertato che la provetta su cui si fece l’esame non conteneva il suo sangue. Fu ingannato e lì iniziò la sua fine. Corse ancora e vinse ancora, al Tour de France superando anche il grande imbroglione Lance Armstrong.

Il mio amico Gigi, che da giovane batteva Saronni in pista al velodromo Vigorelli di Milano, mi spiega che nelle gare ciclistiche, posto che dai tempi di Coppi, tutti prendono “qualcosa”, cioè rinforzi chimici, governati da medici e direttori sportivi, vince sempre il più forte. Ogni tanto, però, c’è una resipiscenza generale, e allora si tolgono tutti e sette i Tour de France vinti da Armstrong.

Pantani è in questo elenco perché ha portato lo sforzo della bici alla pura poesia della fatica, e quindi della vita: lui rispondeva a chi gli chiedeva perché scattasse – sempre – in salita: “Lo faccio per ridurre il tempo del… dolore“. Ciao Marco, non ti dimenticherò mai.

Mario Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un argentino-italiano, come milioni di persone di quella grande Nazione, la più sorella della nostra. Lui era un vescovo che andava, e non per mostrarsi, alle villas miseria della Capital federal. Frequentava chi soffriva, senza privilegi vescovili o cardinalizi. Senza auto, saliva sui coloratissimi colectivos (i bus) con le porte aperte.

Da papa si è mosso sulle tracce francescane che ha voluto evidenziare con il nome scelto. “Chi sono io per giudicare?”, rispose a chi gli chiedeva un parere morale sulle unioni tra omosessuali. E’ rigido sull’aborto, ma questo fa parte di quella arte gesuitica che risulta indispensabile se si vuole governare una struttura che significa, dal suo nome greco, “secondo il tutto”, katà òlon, la Cattolicità mondiale, un miliardo e passa di uomini e donne. La più grande struttura religiosa monocratica della Terra, nella quale stanno marxisti e centristi, lefebvriani di rito latino e sacerdoti di rito greco, con moglie e figli. Di tutto, dell’umano. Il papa deve guardare al tutto, ascoltare tutti, decidere una linea morale comprensibile, se non da tutti, dai più.

Lo Spirito Santo, dopo la raffinatissima e umile teologia di papa Benedetto, nella rinunzia al ministero petrino mostrò la sua grandezza umana e religiosa, ha orientato la Chiesa universale su un uomo come Francesco. Che Dio lo aiuti con le nostre preghiere.

Mohammed Alì si chiamava da giovane Cassius Marcellus Clay. Era alto e forte. Bello. Molto. Vince le Olimpiadi di Roma nella categoria dei pesi mediomassimi: 190 centimetri per 88 kg. Poi, passato ai pesi massimi, per tre volte divenne campione del mondo, vincendo contro i più forti del tempo, Joe Frazier e George Foreman. A Kingshasa nel 1974, sotto il trucido Mobutu Sese Seko, abbattè all’ottavo round Foreman, mentre la folla urlava “Ali buma yè” (Alì, uccidilo). In questo incitamento c’era tutta la madre Africa, memore di secoli di schiavitù, che sceglieva di tifare per chi aveva affrontato il carcere per non andare a combattere in Vietnam “I Vietnamiti non mi hanno fatto niente“, spiegava, quando lo arrestarono per renitenza alla leva e perse il primo titolo mondiale dei massimi. E’ morto dopo aver contratto il Parkinson, ma nei suoi tremori si vedeva tutta l’infinita determinazione a testimoniare il valore di ogni vita umana, a partire dalla sua, di nero d’America.

Che il Signore Dio abbia in gloria chi di voi non è più qui con il corpo, e aiuti che ancora sta lavorando per il suo giardino.

Letta, quando era premier dava talvolta impressione di fiacchezza. Si poteva sperare avesse acquisito un po’ di assertività lavorando a Paris, invece solo arroganza… e masochismo

Che cosa gli sarebbe costato smetterla di proclamare ai quattro venti che il Disegno di legge Zan si sarebbe approvato così com’era, salvo una timida resipiscenza la sera prima del voto nel salotto “fazioso”, inutile e controproducente, perché il giorno dopo il Senato ha affossato il Disegno.

E lo ha affossato non per colpa della Destra, che è stata opportunista nel cogliere l’occasione, né per colpa di Renzi e dei suoi, ma perché nel voto segreto escono le vere intenzioni dei votanti, quindi anche di non pochi della Sinistra.

E non c’entra nulla neppure il Vaticano, che si è limitato, con il cardinal Bassetti, semplicemente ad esprimere la propria dottrina sulla famiglia.

Il fatto è che non si può far approvare una Legge che, oltre a definire giustamente come reato l’omotransfobia, in altre parti è ambigua e pericolosa.

Faccio un solo esempio: se io, che sono di sinistra, scrivo (e lo ho scritto più volte) che scrivere sui documenti pubblici “genitore 1 e genitore 2” è una stupidaggine insensata, contro la logica (devo spiegarlo ancora una volta?) e contro natura, potrei essere denunziato per violazione di una legge che abbia il testo che Letta e C. volevano far approvare. E anche condannato per delitto di opinione. Ma come?

Perché se scrivo che per fare un bimbo, basta un’ora d’amore tra due umani diversi per sesso, come cantavano i Nomadi mezzo secolo fa (e per fare un uomo ci voglion vent’anni, sempre i Nomadi), qualcuno mi può accusare di avere violato la legge che prescrive l’esistenza del gender. Ma dai!

E voi che manifestate in piazza al canto di We shall overcome e di Bella ciao, cosa mi rispondete?

Inoltre, Letta stai attento al monito di Bersani, ché se vai avanti così ti ritrovi Berlusconi presidente della Repubblica.

PUZZER S., CONTE G. (non Antonio, che comunque è tra i peggiori), GASPERINI G., sono (non tra, ma, a parer mio) i PESSIMI tra gli Italiani di oggi, emblematici, eponimi della mediocrità odierna, e della foto scellerata concernente l’illacrimata tomba (la ministra Dadone, sic, non si accorge che la foto del ricordo centenario del Milite ignoto non rappresenta un’immagine dei soldati italiani nella Prima guerra mondiale, né la geografia del Fronte, ma soldati Americani in Corea negli anni ’50 e un’area, forse del Sudamerica, non l’Isonzo o il Carso)

Sto parlando, per chiarire subito, di Stefano Puzzer, il capopopolo di Trieste, famoso per qualche dì, e tra qualche settimana di nuovo nemmen illustre sconosciuto; di Giuseppe Conte, il cosìautodefinitosi “avvocato del popolo” (ma va’); di Gianpiero Gasperini, allenatore dell’Atalanta, squadra di calcio bergamasca (squadra di calcio bergamasca, per chi non segue il calcio) che NON E’ UNA DEA, giornalisti del cazzolo! Ma una ninfasemidea, nella mitologia greca. Attenzione, studiate, benedetti, studiate, per non scrivere stupidaggini.

Puzzer, Conte, Gasperini, tutti nella prima categoria

Mi spiego. Puzzer (penso con la è accentata) è un “ignorante tecnico”, che sta scivolando verso l’ignoranza colpevole, perché più parla e più sbaglia. Richiamo il concetto di ignoranza che già ho analizzato più volte qualche tempo fa. Si tratta di un concetto duplice: vi è, a) un’ignoranza tecnica, che non è colpevole moralmente, se il soggetto non è tenuto a conoscere certe discipline o argomenti, e si dà b) un’ignoranza morale se il soggetto ha una conoscenza del valore morale del dire e del fare, e non opera una scelta responsabile.Nel caso del citato capopopolo, quando parla di “libertà” sarebbe tenuto a conoscere la complessità e tutte le implicazioni di un concetto filosofico tanto importante, mentre invece mostra di non saperne nulla, e di limitarsi a orecchiare quello che sente… e dietro a lui si muovono persone che gli somigliano, nell’insipienza, talora arrogante.

Conte G. è semplicemente un mediocre, portato su dalle circostanze, da un partito naif, nato per e nella miseria della politica italiana. Tanto, come si dice usualmente, “se la tira”, anche con lo studiato semiciuffo bruno, quanto esprime concetti facilmente dimenticabili, in questo imitato dai suoi, che suscitano spesso una gran pena specialmente quando declamano di improbabili riforme epocali. Se interpellati sul “reddito di cittadinanza” e sulla millantata sconfitta della povertà, si arrampicano su scivolose vetrate di insipienza; se chiamati ad esprimere un progetto politico annaspano come un animale che non sa nuotare (invero pochi). Il già citato leader, per contro, si affanna con voce un po’ adenoidica a promettere grandiose annualità politiche con la certissima asfittica truppa che si troverà a gestire tra qualche mese, forse una ventina (di mesi, intendo).

Gli gioverebbe un po’ di umiltà facciale e di parola.

Gasperini G., l’attuale allenatore dell’Atalanta è stato un calciatore di non strepitose annate, e ora è un allenatore piuttosto antipatico. Lo mostro, a partire dall’ultima uscita, quella di domenica scorsa 25 ottobre 2021, quando, dopo essere stato espulso con il cartellino rosso, ancora non si fermava nei commenti. Per lui, l’arbitro, un trentaseienne, sottufficiale alpino con esperienze in zone di guerra asiatiche (Gasperini tuttalpiù conosce la guerra tra un terzino e un attaccante esterno), è un “ragazzino” che non può permettersi di sanzionare un glorioso sessantenne. E solitamente, come si dice in Longobardia, fa il “piangina”, lamentando furtarelli e furbate da parte di avversari, società calcistiche e arbitri, tutto a danno suo, che di per sé non sbaglierebbe mai. Mi par che basti.

Circa questo sentirsi vilipeso e umiliato (dostoevskianamente) dai ragazzini, ricordo qualcosa di mio: a trent’anni ero stato eletto da quarantenni e cinquantenni segretario generale di un sindacato e nessuno mi considerava un ragazzino. Ora, che ho l’età di Gasperini, più o meno, presiedo diversi Organismi di vigilanza aziendali e un’Associazione di filosofi nazionale, tra le più prestigiose, e accolgo con piacere nei miei ambiti cultural-professionali venticinque-trentenni, affidando loro – con rispetto – incarichi sempre più importanti. Li tratto come sono stato trattato io alla loro età. Per Gasp (contrazione onomatopeica altamente rappresentativa del tipo umano che è: verifica, se vuoi, gentil lettore, tale mezza parola negli albi Disneyan-Topolin-Paperineschi), evidentemente, bisogna invecchiare per gestire.

Falso, perché non esiste un’età perfetta per il comando, ma le qualità singolari e irripetibili nella loro unicità, di ogni persona.

Potrei indicare altri esempi di non eccelsa umanità, ma qui mi fermo e riposo un po’…

…anzi, ho cambiato idea, di fronte alla scelleratezza indicibile della foto riportata sul memo governativo del centenario del Milite Ignoto, come scrivo nel titolo. Nel 1921, la Patria Italia del tempo decise di ricordare, in un solo Soldato morto in guerra tutti i morti sconosciuti e dispersi, sui corpi dei quali non è stata posta alcuna lapide, ragazzi senza nome, scomparsi, e allora la madre Maria Maddalena Bergamas, che aveva perso il figlio sulle cime della Carnia, fu chiamata a scegliere, a nome di tutte le mamme, vedove, sorelle dei soldati morti in battaglia, un soldato, il suo corpo, per ricordarli tutti.

E, nella Basilica di Aquileia, vestita di nero si fermò davanti a una bara, che fu posta su un affusto di cannone e partì per Roma su un treno speciale che ci mise tre giorni per arrivare alla meta, salutato da chi lo vedeva lentamente passare di paese in paese, di città in città, oltre fiumi e colline, ed essere tumulato nell’Altare della Patria, dove ogni anno è onorato come sconosciuto sacrificio per tutti noi, ultimo atto del Risorgimento.

E la Dadone ha permesso lo scempio citato, tramite tal Vicchiarello, 5stellino da 180mila euro annui. Eccoli, eccoli, quelli del nuovo. Tristitia maxima in animo meo suscitant!

Basta, veramente, un pensiero e una preghiera per quel soldato e per quella mamma Maria, Madre di tutte le madri.

Vergogna e pentimento

La spudoratezza e la proterva arroganza di comportamenti assai diffusi sembrano avere relegato in un canto buio e desolato sentimenti come la vergogna e il pentimento. Si assiste quotidianamente allo sbandieramento della libertà di dire e fare qualunque cosa, anche se patentemente menzognera e falsa: vi é il politico locale che, quasi vindice di diritti popolari conculcati, assurge a redentore della politica dalle incursioni degli “imperiali” romani, forse pensando che nessuno ricordi suoi comportamenti analoghi, anzi identici, perpetrati dallo stesso verso i vassalli.

Un altro politico, più altolocato, bercia i suoi sentimenti libertari dopo avere operato quanto sopra detto nei confronti del primo. C’è chi sbandiera, senza vergognarsi, la propria intransigenza morale, ma, già venduto al miglior offerente e, negatore dell’evidenza, persiste a dire che nulla e nessuno lo piegherà al volere altrui. Altri ancora, personaggi pubblici, non esitano ad esibire come una bandiera di gloria le trasgressioni a tutto, fregandosene di tutti, in nome della affermazione di un sé debordante e vanaglorioso: in questo novero troviamo politici, giudici, attori e attrici, giornalisti, scrittori e “sé-putanti” poeti, sportivi, stilisti, “maestri di pensiero”, lacchè, sindacalisti, padroni, medici, portaborse, mercanti e perfino preti. E tanti altri. C’è chi senza valutare bene ribalta la vita propria e quella altrui, urlando il proprio buon diritto a farlo, senza curarsi molto degli sconvolgimenti provocati.

C’è una specie di “superomismo” mal digerito in questi comportamenti, che nulla ha a che vedere con Nietzsche, una sottovalutazione del mondo e degli altri, gravissima, e una sopravvalutazione di sé, penosa, devastante. C’è come un senso prometeico di volontà di potenza in sedicesimi, avulso da una valutazione ragionevole della realtà. In questi casi, specie dove non c’è il calcolo freddo e anche omicida dell’uomo di potere, vi é quantomeno un allontanamento grave dalla nozione di realtà.

Questo principio, che si situa fra i primi assiomi indimostrabili del vero, comincia a sfuocarsi, perdendosi nelle nebbie vaganti del presso a poco, e rendendo così vano l’esercizio riflessivo, perché mancante di fondazioni plausibili. In sostanza, chi urla il proprio potere di fare ogni cosa, non si vergogna, né si pente. Pervicacemente sta nel castello di menzogne che si é costruito, orgoglioso, sogghignante, come inaccessibile. Ma lì comincia il suo calvario. Sorge lentamente una specie di vaga nozione di spaesamento, di straniamento, che progressivamente diviene più nitida e si trasforma in una forte impressione di fallimento.

Inizia un combattimento psicologico e spirituale i cui esiti sono fortemente incerti. Si scontrano due sé, armati di tutto punto: il primo che tenta di darsi di nuovo le ragioni delle scelte fatte, di giustificarle e fornire loro una specie di dignità ontologica, quasi fossero l’interpretazione vera del vissuto e di un futuro ragionevole; il secondo che pone dei dubbi, sempre più stringenti, sempre più dolorosi, sempre più fermi e decisi. La battaglia é lunga, incerta, silenziosa e ignota agli altri, che tutt’al più intravedono nella persona un oscuramento dei tratti, delle ombre che scompaiono presto, una incostanza d’umore, forse, in qualche caso, dei fiotti di sofferenza.

La mente, infine, é stanca per la fatica di dimostrare ciò che non sta in piedi: la dissociazione cognitiva e valutativa precede addirittura la frustrazione prima e il successivo senso di colpa. La ragione non vive in salute e la volontà é fiacca. E’ quello il momento nel quale occorre fare il massimo sforzo,  e spesso c’è bisogno di aiuto [e anche di preghiera]. Vergognarsi e pentirsi, a quel punto, é come un lavacro salutare. E chiedere perdono, chiedere in dono il per-dono non é umiliazione, ma dichiarazione di un’umanità dolente e vera. Chi può negare il perdono a chi si vergogna e si pente?

…della LIBERTA’, ne parlo ancora con il saggio sottostante, che mi augurerei leggessero politici, capi azienda, giornalisti e opinion leader-maker, compresi gli influencer, che spesso non hanno alba dei fondamenti

  • Determinismo e libertà degli atti umani. Il libero arbitrio

La questione della libertà, cui abbiamo fatto cenno all’inizio, è fondamentale nella discussione sulla morale, poiché ogni atto umano, se non è libero, non può avere rilevanza morale.[1] Si tratta di esaminare che cosa significhi “libertà”, sia da un punto di vista dell’atto stesso e della sua genesi psicologica, sia se essa possa essere attribuita totalmente all’autonomia del singolo decisore razionale.

Sotto il primo aspetto si può affermare che la volontà che guida gli atti è il luogo dove si esercità questa libertà, sotto la sorveglianza della ragione, che prudentemente ispira, corregge, cerca un’adeguazione, un equilibrio.[2] Questo nelle situazioni normali.

               Sotto il secondo aspetto si tratta di vedere se le azioni decise e guidate dall’intelletto e dalla volontà umani liberi, lo siano veramente, o siano condizionati da processi causali esterni. Se il libero arbitrio, dunque, sia veramente tale, o meno. La questione è complessa e, in assoluto, irresolvibile. Tra una prospettiva causalista e determinista e una prospettiva indeterminista, vi sono infinite possibilità, vale a dire, fra chi ritiene che l’umana volontà è necessitata, quindi non libera, da una catena di eventi esterni, cosmici, eterodiretti, i cui vettori causali sono e rimangono inaccessibili all’uomo, e chi ritiene che, in ogni momento, il singolo uomo possa decidere e fare qualsiasi cosa, in assoluta autonomia, vi è uno sterminato territorio da esplorare.

               Vi sono certamente condizionamenti oggettivi all’agire umano, di carattere fisico, temporale, spaziale, genetico e culturale, ma gli spazi di azione della libertà di decidere e di agire restano immensi. Kant sosteneva, paragonandolo alla creazione dal nulla dell’universo da parte di Dio, che l’atto umano libero fosse qualcosa comunque di inaudito e di originale.[3] Questo tipo di libertà nel mondo moderno e contemporaneo è però ritenuta indifferente alle scelte morali, è una specie di libertas minor, tipica del pensiero liberale classico.[4]

               Il problema resta arduo, poiché, se non si collega in modo organico il concetto di libertà con il concetto di bene e di verità, non se ne esce in maniera soddisfacente, restando appesi alle ipotesi del relativismo e dell’improvvisazione poietica,[5] e mutilando essenzialmente la dimensione razionale dell’agire umano. Per questo, anche parlando della libertà, non si può non fare riferimento alla libertas maior, quella che non è indifferente alle scelte morali, e che si esercita in funzione del fine che è la verità, e dunque il bene. Questo è il circolo virtuoso che propone, anche in questa prospettiva teoretica, l’eudemonismo teleologico.

               Si possono senz’altro anche ammettere seri condizionamenti alla libertà umana, come stanno progressivamente spiegando le più avanzate psico e neuro-scienze contemporanee.  Ciò nonostante, pur considerando tutti i condizionamenti filo e ontogenetici, ambientali ed educazionali, che riguardano l’uomo, resta un amplissimo “margine di manovra” per l’umano libero arbitrio. Lo stesso sviluppo dell’essere umano dimostra questa “potenza”,[6] questa capacità di progressiva autonomizzazione e liberazione dalla “necessità”,[7] [8] passando da una situazione nella quale prevale il “principio del piacere” ad una situazione nella quale prevale il “principio di realtà”. Si può dire quindi che non si dà oggettivamente un’autonomia assoluta della libertà umana, ma sempre un’autonomia condizionata da un qualcosa, che può anche essere molto rilevante, come si diceva sopra: dalle connessioni fisico-meccaniche cosmologiche, alle variazioni delle strutture bio-neurologiche, al peso della genetica individuale, alle sollecitazioni della cultura e dell’ambiente così come sono.

Siamo comunque, come essere umani, in una qualche cattività, captivi, cioè catturati, ma anche in buona misura capaci di divincolarci. Pensiamo non solo agli atti eccezionali di eroi e  santi, ma anche alla normalità di tanti eroismi quotidiani, che superano, con atti di volontà e di lucida intelligenza, le prove più ardue che si presentano, ovunque e in ogni tempo.

Se queste sono le premesse generali, cerchiamo ora di dare una specie di struttura all’atto volitivo libero.

San Tommaso, afferma in proposito “[…] totius libertatis radix est in ratione constituta“,[9] cioè la radice di tutta la libertà è costituita nell’intelletto razionale. Se ciò è plausibile possiamo stare abbastanza tranquilli, ma non del tutto: infatti, ciò sarebbe assolutamente vero solo nel caso avessimo nozione immediata e certissima di ciò che è il nostro bene. Ma non è sempre così. Dunque: il processo volitivo libero parte da un certo apprezzamento del bene, un’intentio, un pensiero-intendimento; segue una riflessione, un consilium, una riflessione, più o meno breve, una deliberatio, una decisione, e infine una electio, che è poi la scelta operativa.

Come si vede, l’atto volitivo libero può esser come scomposto in diverse operazioni, che lo comstituiscono e su cui segnano delle cesure, in ognuna delle quali è possibile una specie di intervento di una specie di metà-volontà e intelletto vigilante, la prudente[10] meta-valutazione del bene, come ritenuto tale.

Alla fine di questo processo risulta un poco più evidente, come fosse illuminata da un percorso i cui atti sono più nitidamente individuabili, la dimensione della responsabilità, nell’esercizio libero della volontà, con tutti i suoi corollari di moralità, diritto e sanzionabilità. In questo punto dell’atto emerge con chiarezza la soggettività ineliminabile, l’io che decide, nel senso etimologico del “tagliare” un qualcosa per qualcos’altro.

L’io-responsabile nel bene o nel male scelti, ma non di tutto il bene o di tutto il male [scelti], poiché restano quegli ambiti di condizionatezza di cui abbiamo già parlato. Si potrebbe, alla fine di questo ragionamento, quasi intravedere un certo primato della volontà sulle facoltà umane coinvolte, ma tale primato va condiviso con la prudenza ragionante, con la dimensione globale del plesso superiore dello spirito umano. Bisogna scongiurare il rischio del volontarismo, così come si è dispiegato storicamente e giuridicamente,[11] poiché esso, se non temperato da una solida dottrina sui “fini” dell’essere umano, rischia una deriva tendenzialmente autoritaria, meramente deontologica, o addirittura vessatoria e conculcatrice della dignità umana.

La libertà è dunque un processo, non un’esercizio aribitrario di singoli atti sconnessi, è un percorso nel quale l’uomo progressivamente si eleva in umanità e si autotrascende.

Scrive Renè Simon:

“[…] sarà quindi necessario distinguere tra libertà come [mero, n.d.r.] libero arbitrio e libertà come liberazione o libertà di perfezione, e della prima abbiamo parlato sufficientemente. Quanto alla seconda, essa è meno un dato che una conquista, minore all’inizio dell’esistenza che alla sua fine, poiché essa è il ‘dis-solvimento’ dei legami che la vita tende a riannodare, e la piena apertura o almeno l’apertura sempre più grande dello spirito ai valori e alla pienezza di azione”.[12]

L’esercizio della vera libertà, quindi, tende a “rompere”, a sconnettere l’abitudinarietà, la pigrizia, il sonno della riflessione e della contemplazione delle realtà più elevate. Esso è il libero arbitrio dell’uomo in ricerca, del soggetto pensante che non si accontenta [e forse dunque qualche volta non gode, come dice il banalissimo adagio], e, anche tormentandosi, e non rassegnandosi mai, cerca di riunificare il proprio essere con i valori, e questi con le azioni che compie, mai domo, mai stanco, se non psico-fisicamente, mai sazio di conoscenza di ciò che può rappresentare il bene vero, che è, in definitiva, lui stesso in tutta la propria umanità.

Parliamo anche, allora, di un cammino verso la libertà[13] del singolo uomo, che è una crescita originale e irripetibile, storicamente fondata, ma anche liberamente accolta e data, pista talora arcigna, ma necessaria, opzione fondamentale,[14] ma non disattenta agli atti “categoriali”,[15] linea guida intellettuale e morale di un vivere equilibrato e sano.

  • Libero nella verità

Fin da ragazzi diciamo spesso: “Faccio quello che voglio, perché sono libero”. Abbiamo già trattato il tema della libertà esaminandone le varie accezioni nella storia del pensiero, inteso come libero arbitrio [Agostino, Erasmo da Rotterdam, frate Martin Lutero, etc.], e dei costumi. Analizziamo ora proprio l’espressione sopra scritta. Cosa significa faccio quello che voglio, ed é poi vero che quello che voglio faccio? Si intuisce immediatamente che non é possibile in assoluto fare quello che si vuole, neppure Putin [anche se gli piacerebbe tanto] e Bezos e Gates, possono. La libertà di fare ciò che si vuole è dunque sottoposta a dei vincoli oggettivi, che sono costituiti da noi stessi, dai nostri limiti individuali, intellettuali, fisici, economici, logistici, e solo successivamente é regolamentata dalle nostre scelte morali.

Allora, intanto diciamo che non é possibile fare esattamente quello che si vuole. Ma, a questo punto si pone una domanda: che cosa si può o si deve volere? Già la domanda disvela un altro “limite” della libertà. Quando si dice “voglio”, in una psicologia sana  nasce il pensiero del “cosa”, e se ciò é possibile, o giusto. Dunque il “voglio” é come legato al “devo” e al “posso”. Proviamo a pensare ai doveri di un padre di famiglia. Forse che questi può liberamente [sic!] disporre delle proprie risorse, senza pensare ai suoi doveri verso le proprie creature? Se si tratta di una persona snaturata e degenere senz’altro, si. Ma se egli é semplicemente “normale”, no.

La libertà é strettamente quindi legata al dovere: “io voglio ciò che devo”, o meglio “devo volere ciò che devo”.  Possiamo fare un passo avanti: che cosa devo volere? Una morale naturale

mi suggerisce: “Quello che é giusto”. Che cosa é giusto, mi chiedo io? E’ giusto ciò che é conforme alla mia natura e al mio stato: cioé ciò che non stride con la mia vita come valore e come verità. Infatti la mia vita ha un valore e ha una sua precipua verità. Questo é il punto. Non c’è valore senza verità e la libertà vera si fonda sul dovere, sulla giustizia e sulla verità. Per un mafioso o un criminale incallito è buono e giusto ciò che ha imparato a fare fin dalla più tenera età, e quindi si pone il tema dell’educazione e dell’ambiente educativo, che co-costruisce ogni struttura di personalita, insieme con la genetica individuale, e conseguentemente il destino [ineludibile? vedemo] del soggetto umano.



[1] Si pone qui l’immenso tema filosofico, politico e culturale, nonché religioso e teologico della Libertà.

[2] E’ la proàiresis aristotelica, cioè “intelletto che desidera o desiderio che ragiona”, cf. Etica Nicomachea, VI, 2, 1139 b 4 – 5.

[3] Cf. KANT I., Critica della ragione pratica, parte I, cap. III.

[4] Cf. STUART MILL J., On liberty, Londra 1959.

[5] cioè, del fare.

[6] Intesa in senso sia metafisico sia fisico.

[7] Cf FORNARI F., Atti del XXVII congresso nazionale di filosofia sul tema “Libertà e determinatezza“, Roma 1980, pp. 33 – 63 e 65 – 81.

[8] Intesa soprattutto in senso fisico, ontogenetico.

[9] De veritate, q. 24, a. 2.

[10] Sarà introdotta più avanti una breve digressione sul plesso delle virtù morali, tra le quali la prudenza costituisce la connessione, la struttura portante.

[11] L’aspetto giuridico è qui inteso, sia nel senso civico-politico-giurisdizionale, sia nel senso teologico morale relativo al sacramento cristiano della penitenza.

[12] Op. cit.

[13] Pare che qui echeggino i canti di liberazione dei popoli oppressi di ogni tempo e luogo, come in “Hacia la libertad“, del popolo cileno dopo il golpe del 1973 di Pinochet.

[14] Concetto che si riferisce, oltre che all’accezione corrente, ad una concezione di teologia morale che fonda il giudizio morale degli atti umani su una sorta di opzione generale, apriorica, che ne caratterizzerebbe, in ultima analisi, l’intera pregnanza morale. Ne faremo cenno più avanti.

[15] In teologia morale sono classificati come “categoriali” i singoli atti umani.

Il “Valore” e la sua fondazione razionale

La nozione di valore nel pensiero classico, mentre in Platone si concentra sulla nozione di bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò che vale per se stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente nella scienza economica classico-moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx. Il termine  greco è [trasl.] àxia, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate.

Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, che sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili.[2] Lasciamo stare ulteriori approfondimenti concernenti gli sviluppi successivi apportati da Ricardo[3] e da Marx,[4] e fermiamoci qui.

Tommaso d’Aquino recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente, che è l’uomo. Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva considerato come valore primario la purezza della legge morale “a priori”,  autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo[7]: infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie tardo-positivista di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio [o meglio del Dio] che è morto”.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’esserein-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essereper-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura, e dunque anche nella natura umana, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare, non per la sua profondità di pensiero, ma per la capacità comunicativa il sociologo Francesco Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti  e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio, se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14]

Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore. Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una  manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello-in-sé, dai beni diversi al bene-in-sé, dalle azioni giuste alla giustizia-in-sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario.[16]

E’ però qui utile svolgere anche una breve digressione sui pensatori che non hanno condiviso questa linea teorico-pratica, a partire da Kant.  Il filosofo di Königsberg, fedele alla sua gnoseologia della prima Critica,[17] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[18] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[19] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber, con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[20]

L’esperienza del valore, infine, pur essendo anche di carattere emozionale ed affettivo, è soprattutto il risultato di un approfondimento razionale, tale da riconoscere l’evidenza, l’oggettività, la  forza cogente, come di una rappresentazione di un precetto indefettibile e imprescrivibile: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, etc..


[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: 1817 – 1881, 1838 – 1917, 1859 – 1932.

[6] HARTMANN N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cf. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cf. HEIDEGGER M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cf. sul concetto di natura M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, cit., Bologna 2004.

[11] Cf. ALBERONI F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cf. dizione tommasiana circa l’uomo: “[…] persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura”, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, Summa Theologiae, q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cf. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cf. MONDIN B., Il valore uomo, Roma 1983.

[15] Cf. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] Il termine “necessario” è da intendersi nell’accezione primaria, etimologicamente fondata, di “ciò-che-non-cessa” [nec-cessat], l’imperituro.

[17] La Critica della Ragione pura.

[18] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum,  non scioglibile, non modificabile.

[19] Cf. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi O.P., in Dialettica della Rivelazione, “[…] La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[20] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere [l’embrione], e al suo declinare

[eutanasia]

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Fascisti del 21o secolo (on.le Meloni!), non solo “cretini”, o “idioti” o “imbecilli”, anche se questi tre titoli si attagliano bene comunque a quei personaggi, e anche “ignoranti” e “facinorosi”. Il loro campione quel tipo nerboruto e un po’ grasso, tatuato e mezzo nudo davanti alla sede della Cgil in Corso d’Italia, e non evito di dire che questi “idealtipi” sono presenti anche in altri schieramenti estremisti…, uno dei campioni di questa crassa ignoranza (quasi incredibile) un po’ penosa, e dalla verbosità incagliata (non ha idea di che cosa sia la libertà e la responsabilità, ma dove è cresciuto?), è il capo dei camalli di Trieste Stefano Puzzer, che non sa neppure bene di stare a questo mondo, ma la situazione è comunque un po’ preoccupante a livello sociale e comunitario in questo momento della storia italiana, ingarbugliata e complessa

…e la Meloni fa pena quando dice che non ne conosce la matrice, mentre Lamorgese non si sa bene che capacità abbia. Pare scarsa, nel ruolo delicatissimo del Ministro degli Interni affari.

Tocca dirlo, perché i fatti non mentono. “Contra factum non valet argumentum“, cioè contro i fatti non servono chiacchiere, sosteneva Tommaso d’Aquino.

Ma qui il discorso non può fermarsi su un ministro che non riesce a fare quel “mestiere” grande e difficile. Sommessamente suggerirei al Presidente Draghi di invitarla gentilmente alle dimissioni. Salvini non c’entra neppure per un et nel formarsi di questa mia opinione. Come ti è noto, mio lettore gentile, non necessito di rinforzare le mie opinioni con quelle di Salvini. Mai. Quasi sempre è vero il contrario.

E vengo ai fatti. Un gruppo variegato non solo di facinorosi, ma di militanti violenti di estrema destra, nostalgici di fascismo e nazismo, aggregati alcuni sprovveduti e non della galassia no green pass e “io apro”, hanno attaccato alcune sedi della Cgil, tra cui quella nazionale di Corso d’Italia.

Ora il dibattito è anche sulla domanda se il Governo debba o meno spegnere Forza Nuova. Nella recente storia repubblicana si registra solo il caso di Ordine Nuovo, guidato dal dichiarato neo nazifascista Stefano Delle Chiaie.

Ci si deve chiedere se uno Stato, un Governo robusto dei crismi democratici, abbia bisogno di “abolire” un partitino violento, o meno.

Tra altro, tal deputato Pellini dei 5S afferma: “…noi sosteniamo che la violenza non debba stare al centro della politica“. Allibisco di colpo, e mi chiedo se per caso la violenza – di contro – possa stare alla… periferia della politica, siccome, secondo Pellini, non può stare al suo centro. Questi signori non si accorgono neanche di cosa stanno dicendo, e di quali effetti logici (e comici) provocano, in questo caso senza dubbio alcuno, involontariamente. Poverini.

Meloni invece, aggredendo una incertissima e ora chiaramente inadeguata ministra dell’Interno, letteralmente le urla intervenendo alla Camera: “Siamo di fronte a una strategia della tensione“, citando un archetipo notissimo della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, decisamente a sproposito. E poi insinua che la gestione dei tumulti sia stata studiata per mettere in cattiva luce la destra politica parlamentare.

Ora, io non saprei se si sia trattato di un diabolico disegno delle sinistre politiche coadiuvate dall’amministrazione della sicurezza pubblica, come ha sostenuto nel suo talk il giornalista Porro, oppure di grave dabbenaggine del Ministero degli Interni e della Polizia, ma ciò che è certo è che si è agito senza intelligenza e senza capacità di prevenzione del facinus della piazza.

I politici attuali hanno bisogno di studiare, perché sono tecnicamente e politicamente ignoranti.

Ciò che è successo e che cito nel titolo fa pensare però che la situazione sia in generale un po’ difficile e da prendere sul serio e per mano sotto tutti i profili, a partire da quello della formazione primaria.

Bisogna dare mezzi alle famiglie e all’insegnamento primario, perché negli ultimi decenni si è verificata una deriva che ha reso sempre più deficitaria la capacità pedagoggica delle due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola.

Il risultato lo raccogliamo ora, con la presenza sulla scena pubblica, e la sua amplificazione mediatica, di uno scenario di impressionante ignoranza, in parte incolpevole e in larga parte colpevole.

Potrei dire che i due esempi sopra citati, quello del deputato Pellini e quello di Meloni rappresentano esemplificazioni chiarissime dei due tipi di ignoranza, almeno in qualche modo: a) se Pellini, deputato semisconosciuto e, prima di essere eletto dal fiume in piena grillesco-dimaian-dibattistiano ora contiano (ahimè), anch’esso frutto (quantomeno in parte) di ignoranza diffusa, del 4 marzo 2018, rinvia al tipo di ignoranza incolpevole, anche se Pellini potrebbe essere laureato; b) Meloni (anche se non ha una laurea, o uno straccio di laurea, finché non se ne meriterà una ad honorem, che si conferisce a chiunque, più o meno) invece rappresenta un’ignoranza colpevole, perché non si può dare un capo partito del poco meno 20% dei consensi elettorali, come da analisi socio statistiche delle attuali intenzioni di voto, che non sappia che cosa fu realmente, in tutta la sua pericolosità, la strategia della tensione dei decenni ’60/’70 del secolo scorso.

Non ci credo, non può essere. E allora si tratta di una provocazione, che fa forse il pari con quella che potrebbe essere un disegno delle sinistre, cui non credo, perché troppo raffinato per le intelligenze, pour dire, che guidano attualmente quella parte politica. Ahimè.

Il fatto è, come mi sottolinea l’amico Cesare che si trova da troppo tempo in ristretti orizzonti, che la complessità cui è giunta la società contemporanea non trova ancora item analitico-sociologici in grado di tentare, dico tentare, di descriverla. Non vi sono più le strutture democratiche classiche, o quelle sovietiche, o del periodo delle dittature novecentesche. Tutto è fluido, o forse, meglio dire (caro Bauman) intrecciato, intersecato, segmentato, cosicché non si riesce a proporre discorsi convincenti per le masse di cui parlavo sopra, perché non ci sono più.

Oggi ogni discorso viene colto in modo diverso da target differenti, per cui, oso dire, anche l’80% di vaccinati in Italia è qualcosa di molto importante, che forse significa e attesta ancora la presenza di una ragionevolezza diffusa.

Misteriosi passi nel buio

La ragazza camminava svelta nella notte. Aveva fatto tardi in una riunione di lavoro nel Centro direzionale della Città. Aveva fretta di tornare a casa a vedere dei bambini e perciò si affrettava con un passo che le era caratteristico.

Anche il suo modo di fare era noto a chi la conosceva, svelto, perfino sbrigativo.

L’uomo zoppicava un po’, perché era visibilmente anziano, molto. gli camminava davanti di una quindicina di metri, quando cominciò a udire il ticchettio di un passo veloce, non immediatamente identificabile.

L’inverno incipiente aveva fatto scappare a casa gli ultimi passanti infreddoliti, che avevano anche rinunziato a passare al bar per un ultimo cicchetto con gli amici. Era una di quelle serate, non freddissime per gradi Celsius, ma fredde perché un po’ ventose, un po’ solitarie, un po’ strane. I rintocchi delle otto di sera erano giunti dal campanile di San Marco che svettava sulla città con i suoi settantotto metri. La ragazza non li aveva neanche sentiti, perché i suoi pensieri erano rivolti ai due bimbi che la aspettavano a casa.

Di solito la scena di quel marciapiede cittadino, pure se collocato quasi in centro, era tipico di certi telefilm di paura o di certi thriller che preludono a un omicidio, magari di una donna.

L’uomo non sapeva che fare… non sapeva se rallentare per farsi superare, o accelerare per distaccare quei passi che lo inquietavano. Nel dubbio continuò con il suo passo incerto e in pochi secondi i passi che lo seguivano lo raggiunsero.

Il cuore dell’uomo era in gola, temeva, aveva paura, eccome! Ma in un lampo una figura svelta lo affiancò e o superò. Al che sospirò: “Auff, credevo che fosse un male intenzionatomeno male che è lei“. Allora la ragazza si fermò, si voltò e gli sorrise. Era una biondina snella, dal volto gentile. Aveva un fare diretto e la voce squillante.

Gli disse subito: “Mi scusi, non pensavo di spaventarla“. L’uomo rispose: “Noo, non si dia pensiero, sono io impressionabile, da tanti anni, deve sapere, con quello che ho passato da giovane…”

La ragazza si incuriosì e si fermò, guardandolo con simpatia, e gli chiese di che cosa avesse ancora paura. L’uomo le chiese se aveva un minuto e lei disse di sì. Allora l’uomo le raccontò con voce un po’ incerta che nel ’44 era stato catturato in una retata delle SS, identificato come ebreo, e portato in Polonia, a Majdanek, in campo di concentramento, dove sapeva che moltissimi suoi correligionari venivano uccisi. Lo aveva capito subito, lo sapeva da quando lo avevano messo a forza su un carro ferroviario blindato, con altre decine di disgraziati destinati alla morte.

Allora, settantasette anni prima, lui allora ne aveva diciannove, sentiva ogni momento il passo delle guardie del campo, e di notte lo spaventavano di più, lo terrorizzavano. Ogni momento pensava che sarebbe stato l’ultimo, l’ultimo giorno della sua vita. In giro vedeva fantasmi affamati e abbruttiti. Ogni giorno una persona, due, tre, dieci, un gruppo, spariva e non tornava più. Gli era rimasta solo una speranza: siccome aveva conservato ancora delle forze, continuava a tenere duro e a darsi da fare nei lavori che lo portavano a fare fuori del campo, con altri. Nel freddo dicembre polacco del ’44. Neve ovunque, comandi strillati con voci metalliche e qualche raffica. Qualcuno restava nella neve, con poco sangue visibile, perché il freddo fermava l’emorragia.

Si augurava di non perdere le forze al punto da farsi sparare sul posto, perché così facevano le guardie quando qualcuno cadeva a terra per debolezza o per un infortunio. Non poter continuare a lavorare significava morte. Si accontentava della sbobba che era il pasto, senza lamentarsi.

E così gli passavano i giorni. Terribili.

Ma una mattina di fine marzo, sentì urla, rombi di motori e cannonate, vide aerei con la stella rossa a bassa quota che volavano verso occidente. Era arrivata l’Armata Rossa e la libertà. Il ritorno in Italia fu lungo, mesi.

Si rifece una vita, cercando di dimenticare il terrore, la paura e il puzzo di morte dell’inverno polacco nel campo di Majdanek.

E smise di parlare. Saranno passati quattro o cinque minuti al più, e i due, il vecchio e la ragazza erano ammutoliti. Lei sorpresa e travolta dal un tumultuare di pensieri, che le lasciarono, paradossalmente, un senso di pace e di gioia. Lei poteva vivere, con i suoi cari, in una vita senza pericoli, in salute, in amicizia.

E anche l’uomo anziano, che quasi si scusò per quella che lui chiamò “perdita di tempo”. Ma la ragazza rispose: “No, sono io che mi scuso… ora vado, buona notte signore“.

Buona notte cara, rispose l’uomo“, e si separarono con un reciproco sorriso.

Le CANAGLIE (non le “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni) a SAN SIRO, e SONNY COLBRELLI: 1) da un lato la grande metafora, la Parigi-Roubaix e, dall’altro, 2) il vergognoso spettacolo di San Siro dove un’accozzaglia di imbecilli idioti ha mostrato il volto peggiore dell’Italia, fischiando l’Inno nazionale spagnolo

Da anni mi riprometto di andarci, a vedere questa gara, che non è solo tale. E’ altro, molto altro.

Vorrei partire un paio di giorni prima, per visitare almeno Bruges, o Brugge, e poi andare nei pressi della cittadina del vélodrome dell’arrivo.

Noleggerei una bici per portarmi lungo la Foresta di Arenberg, il luogo per eccellenza, della gara, avendo in tasca un baedeker della sua storia, e magari andarci con qualcuno. Gigi? Si potrebbe partire in aereo per Bruxelles e poi in auto a Bruges e a Roubaix.

I discorsi verterebbero sui vincitori, da Garin, l’italo-francese, a Rossi, a Serse e Fausto Coppi, a Tony Bevilacqua, a Rik Van Looy, l’Imperatore di Herentals.

E poi a Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck, Johan Museeuw, a Andrea Tafi, Franco Ballerini, Francesco Moser, Fabian Cancellara, Tom Boonen, John Degenkolb, Peter Sagan, …, Sonny Colbrelli, l’ultimo uomo-del-fango.

Dicevo che questa gara ciclistica non è solo il principale evento del calendario mondiale delle corse di un giorno, assieme alla nostra Milano Sanremo, ma è anche molto altro. Per me è la super metafora della vita, come nel “suo” lo è qualsiasi corsa in bicicletta che richieda un sforzo continuo di ore e ore. Perché la bicicletta richiede proprio questo, di restare soli su un mezzo che pesa oramai sette-otto chili e di pedalare per qualsiasi strada, in piano e in salita, in discesa e sul falsopiano, di sentire il vento in faccia che ti frena e il vento sul dorso che ti lancia, di provare il dolore lancinante dell’acido lattico nelle gambe diventate come un pezzo di legno e di annusare il mondo, sentire il suono di campane e il latrare lontano dei cani, il fruscio della bici nel vento e la distanza, l’incontro di città e paesi, lo sfondo delle montagne, se non sei già in mezzo a esse, e speri che la prossima ascesa non ti tolga il fiato e ti costringa il piede a terra.

E’ come nella vita, dove incontri gioia e dolore, anzi spesso la gioia dentro il dolore e cerchi invano la pericolosa utopia della felicità.

Mentre i fischi di San Siro all’Inno nazionale spagnolo sono la manifestazione di una canagliesca incapacità di confronto, a volte millantati per tifo. Fischiare il più nobile simbolo degli avversari è idiota, imbecille, da stupidi dentro e fuori.

E’ la stessa canagliesca ignoranza dei fischi ai calciatori neri, che rimbomba ancora nei nostri stadi appena riaperti. Vorrei abbracciare Anguissa, Koulibaly e Osimhen del Napoli e fare una serie di conferenze nei bar sport e nelle sedi delle varie tifoserie (spesso schifoserie) con Lilian Thuram, guardando negli occhi spiritati e assai poco spiritosi degli aspiranti fischiatori-odiatori a comando. Sulle prime, dopo avergli chiesto perché fischiano bandiere altrui e giocatori neri, li ascolterei se hanno qualche spiegazione e poi gli chiederei se qualcuno di loro è disponibile a investire mezz’ora di tempo per ragionare in silenzio con me e con Thuram.

A costoro spiegherei che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e che fanno parte dello stesso medesimo genere. Tutti, bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore della pelle abbiamo una fisicità, uno psichismo e una spiritualità eguale, e che pertanto SIAMO TUTTI UGUALI IN DIGNITA’.

Purtuttavia abbiamo anche una genetica differente ognuno da qualsiasi altro, nasciamo in un ambiente diverso e abbiamo un’istruzione diversa, cosicché questi tre elementi ci rendono unici e irriducibili individui, cioè non-divisibili, ma sempre eguali in dignità.

A chi dare la colpa per queste canagliesche bestialità (absit iniuria verbis animalibus) da teppisti… forse a chi educa questi cialtroni, e poi dall’uso di ragione a loro stessi ma non dobbiamo arrenderci

Un’ultima cosa: i fischi a Donnarumma, portiere della Nazionale ed ex Milan, andato al Parigi per avere invece di sette milioni all’anno di ingaggio forse otto, guidato da quel gran furbacchione del suo procuratore, tale Raiola, che ha anche rilasciato un’intervista di cui, se fosse una persona normalmente “etica” (come si usa dire in modo impreciso e generico), si dovrebbe vergognare, evidentemente ragazzo ineducato a una normale moralità. Si liberi di quel signore, intanto, se vuole tornare a essere un ragazzo di 22 anni di successo, senza conflitti, mettendo in evidenza le sue grandi qualità di calciatore. Il portiere della Nazionale di calcio italiana non merita di fare questa fine mediatica.

22 anni, caro Gigio, svègliati, perché un po’ di quei fischi a San Siro te li sei meritati!

E infine: quale è l’Italia, quella di Mancini e Colbrelli o quella di un’accozzaglia di idioti, imbecilli e canaglia che fischia un Inno nazionale?

Spero che sia soprattutto e prevalentemente la prima. Viva questa Italia!

PENOSAMENTE RIDICOLI!!! Hanno “vinto” anche se hanno perso, Salvini e Conte, i due soci del (grazieadio) defunto governo gialloverde… ma ciò che ancora di più importa per le persone (ggente, popolo), e deve far riflettere anche chi un po’ si esalta per la vittoria, come Letta e Sala, che è andato a votare un elettore su due. Perché? tutti scontenti della destra, o anche scontenti della politica, del suo livello qualitativo e morale, che riguarda tutti, vincitori e vinti?

Incredibile come questi signori, che hanno clamorosamente perso questa tornata di amministrative usino la più vieta e acrobatica falsificazione paleo-democristiana per dire di fronte ai media (insisto, pronunzia mèdia) e al loro popolo che “non hanno perso”, perché le amministrative non sono le politiche. Ma dai.

E la Meloni, con la sua insopportabile sicumera, è lì che pontifica con toni quasi trionfalistici che la destra a trazione fratellitaliota è ancora in corsa, a Roma, cioè nella città più importante. E Salvini le fa eco perché ha vinto a Novara (!) e a Grosseto (!). Di quello che non è un centrodestra, ma un centro e una destra, solo Forza Italia dell’eterno cavaliere o ex che sia, mostra buon senso, tramite Tajani, vero democristiano anche virtuoso, e vince bene in Calabria battendo un presuntuoso bell’omo come De Magistris.

Letta si fa eleggere nella ben poco virtuosa Siena della tradizione picista e pidina. Fossi in lui non canterei le lodi, ma mi rimboccherei le maniche senza tanti rancori e ringrazierei perfino Renzi che lo ha fatto votare.

E Draghi può lavorare tranquillo, abbastanza tranquillo, perché chi lo vorrebbe promovêr ut amovêre ut alia facere posse è occupato a leccarsi le ferite. Lo vogliono al Quirinale per potersi giocare il Governo, più la destra che la sinistra. Meglio se invece resta dov’è fino al ’23 e oltre, secondo me. E si manda sul Colle un Casini o “roba” (absit iniuria verbis) del genere.

Il M5S ex Grillo, ora-Conte crolla con un tonfino, e ggente come dibattista scompare. Bene, benissimo. Ora spero che anche l’improbabile “avvocato del popolo” torni a studio, come si dice.

Certo, ci sono vincitori (centro sinistra, ma non i giuseppin-grillini) e vinti (centro destra, ma non i melonisti), ma scelti o non-scelti da un italiano su due.

Mi pare che questo dato debba essere in cima ai pensieri di tutti. Un elettore su due, per noia, rassegnazione, covid-paura e altro che vuoi tu, gentil lettore, non è andato a votare, non si è portato al seggio del suo quartiere, non ha esercitato il primo diritto in democrazia, ha lasciato perdere, ha scelto che decidano gli altri, i non-rassegnati, i militanti, gli speranzosi, i semper presentes, quia sunt boni cives .

Qualcuno negli anni passati sosteneva (tipo Casaleggio sr. e c.) che si stava ineluttabilmente andando verso il voto on-line e che i seggi sarebbero presto diventati storia museale, seguiti da altri soggetti che si inventavano creativi della politica.

Certamente, i mezzi informatici e telematici hanno progressivamente sostituito i precedenti strumenti di comunicazione, invadendo anche spazi democratici classici, ma ciò non significa che avverrà una sostituzione inevitabile di tutto il modello di consultazione che sussiste da quasi due secoli in Occidente. Si potranno utilizzare i nuovi strumenti, ma senza perdere di vista che la democrazia non può risolversi e definirsi in una serie di click.

La democrazia è un processo perfettibile, complesso, a volte anche contraddittorio, ma comunque garante della partecipazione di ogni cittadino avente diritto.

Vi sono detrattori della democrazia, oggi come ieri, chi per ragioni di commistione fra dottrina religiosa fondamentalista e vita civile, chi perché incontentabile delle riforme democratiche (l’estremismo di sinistra, ora in crisi), chi invece è nostalgico dei vari fascismi storici e anche dei nazismi, come quei “neri” orrendi che si stanno scoprendo a latere del partito della Meloni.

A mio parere, i politici farebbero bene a riflettere profondamente sulle ragioni per cui i partiti, tutti, anche quelli che hanno vinto in questa tornata elettorale, stanno letteralmente “subendo” la preparazione, l’attività, i successi nazionali e internazionali del presidente Draghi, che li consulta, ma poi decide e fa. Gradito, perciò, alla maggioranza degli Italiani.

Chi si è astenuto questa volta non è un nesci che non sa scegliere, ma una persona in attesa di vedere se questi signori che fanno di professione i politici (anche al femminile) sono in grado di guardarsi attorno per vedere ciò di cui veramente il “popolo”, da costoro tanto citato e beatificato, ma evidentemente non conosciuto, veramente necessita.

Per senso civico dovrei augurarmelo e augurarlo all’Italia, ma non e la faccio, pensando ai volti degli/ delle attuali capi/ e partito.

Attendo la nuova generazione, con necessaria fiducia.

Le “tre forme di riconciliazione”

Non tanto papa Giovanni Paolo II, quanto il filosofo Karol Wojtyla, studioso di Edmund Husserl, Edith Stein e Tommaso d’Aquino, in una memorabile giornata strasburghese nel 1988, ospite del Parlamento d’Europa, ebbe a richiamare l’esigenza di tre tipi di riconciliazione umana, al fine di recuperare una visione improntata a un umanesimo nuovo che il “Secolo breve”, il XX, mostrava di avere perduto, con i suoi eccidi, le sue guerre, i suoi deliri di onnipotenza, il crescere di molti tipi di egoismo individuale e collettivo.

Quella giornata fu ricordata forse più per la contestazione che gli rivolse violentemente il deputato fascistoide inglese Jan Paisley, che gli urlò in faccia “anticristo!” Ma, se vogliamo ricordare le cose per il loro valore, propongo questa memoria, forse sfuocata nella mente dei più.

Il grande Polacco elencò tre tipi di riconciliazione, richiamando il nome di uno dei sette sacramenti cattolici, ma utilizzandolo in modo laicissimo.

Più avanti fornirò al mio lettore qualche nozione sul sacramento, ma ora mi interessa sviluppare i tre concetti, diversi, ma necessariamente da integrare, pena la zoppìa dell’insieme.

RICONCILIAZIONE CON GLI ALTRI

Se vi è la necessità di riconciliarsi con un altro significa che c’è stato un contrasto, un litigio, un conflitto, perfino una… guerra.

La storia è piena di riconciliazioni, di armistizi, di trattati di pace, spesso talmente mal concepiti e mal scritti, come quello di Versailles nel 1920, che creò le condizioni per la Guerra mondiale del ’39-’45, ancora più devastante di quella appena conclusa. Se si osserva bene, vi sono sempre occasioni che possono generare conflitti fra popoli e nazioni, soprattutto di interesse, come mostrano con indiscutibile chiarezza le guerre “petrolifere” degli ultimi decenni.

A livello interpersonale, nelle relazioni inter-umane, la conflittualità è un fenomeno quotidiano, si può dire, poiché le relazioni stesse sono uno dei fenomeni più complessi che troviamo in natura.

Lo sono in quanto ciò che la natura umana presenta nel vivere è poi inevitabilmente immerso nella cultura, l’altro fondamentale elemento che costituisce la vita degli umani. Per “cultura” come concetto qui propongo non solo e non essenzialmente ciò che si intende comunemente, che è costituito da conoscenze e saperi, ma da ciò che rende le persone quello che sono, in ragione della loro età, di dove sono cresciuti e vivono (ambiente), e di ciò che hanno imparato nel processo educativo.

Tutto ciò accade nella normale quotidianità, figuriamoci quando intervengono ragioni ed elementi di contrasto, conflitto o litigio. Siccome le nostre società sono organizzate in gruppi, squadre, équipes, team, e, se non vogliamo distruggere ciò che è stato costruito, siamo “obbligati” a trovare una strada di accordo, anche rinunziando a qualcosa di nostro, che all’inizio del contrasto magari potremmo avere considerato irrinunziabile.

La scienza della negoziazione ci insegna che, dopo un contrasto e il dialogo concordato per superarlo, bisogna accettare di alzarsi dal tavolo – sempre – un po’ scontenti, perché si è dovuto cedere qualcosa per il FINE, che solitamente è il BENE MAGGIORE, costituito dal conseguimento dell’ACCORDO.

RICONCILIAZIONE CON LA NATURA

Da quando l’uomo ha iniziato, qualche migliaio di anni fa ad utilizzare fino a sfruttare, talora brutalmente, i beni della natura, ha certamente migliorato il livello qualitativo della propria vita. Basti pensare all’uso del legno, della pietra, dei metalli, e poi del carbone e infine del petrolio e dei gas naturali.

Ora, però, l’utilizzo delle ultime tre fonti energetiche sta provocando effetti molto evidenti e gravi sull’equilibrio climatico della Terra, che non è più ragionevole ignorare. Da decenni questi effetti sono conosciuti e sono stati segnalati, fino a che oggi molti stanno portando il problema nelle piazze con modalità sempre più drammatizzanti, come in particolare stanno facendo i giovani, che – di fatto – “erediteranno” la terra (cf. Matteo 5, 1ss – Il Discorso della montagna, le Beatitudini).

Anche se nel post precedente ho criticato la svedesina che si pone come mentore di questa lotta tra i giovani, ciò non significa che tale lotta sia, non solo legittima, ma necessaria e tempestiva. In ritardo sono i decisori, della politica e dei sistemi di produzione, in tutto il mondo, ma specialmente nelle grandi nazioni di più recente sviluppo, come Cina, India, Brasile, Africa e Russia, ma anche gli Stati Uniti e altri paesi di tutte le latitudini.

Riconciliarsi con la natura è allora necessario, indifferibile, drammaticamente obbligatorio.

RICONCILIAZIONE CON SE STESSI

La depressione è il grande male di questi anni. Fino a qualche decennio fa lo si chiamava esaurimento nervoso, e talvolta veniva curato con metodi violenti come l’elettroshock, terribile strumento irrispettoso della persona malata. Pionieri come Franco Basaglia ci hanno spiegato che la strada da percorrere per curare questi disagi, che occupano un’amplissima area psichica, dalla nevrosi alle più gravi psicosi, è un’altra. Ora vi sono molti farmaci, di cui spesso si abusa, anche con l’aiuto di medici psichiatri a volte poco inclini alla parola scambiata con il paziente. La depressione è il grande male della modernità, che fa implodere la persona, ponendola in conflitto con se stessa.

Essa è generata da mille fattori, dagli stili di vita, dai problemi individuali, familiari e sociali, che questi stili contribuiscono a generare. La depressione è effetto di un conflitto interiore ma, a sua volta, è sintomo di un disagio più generale, che deve essere affrontato tenendo conto di questo.

Il modello sociale prevalente negli ultimi decenni ha posto come obiettivo generale e individuale quello di avere successo, a tutti i costi, in ogni frangente, nonostante tutto, anche calpestando gli altri. L’obiettivo del successo diventa meta e fine esistenziale per cui, chi non riesce a perseguirlo entra in crisi, sentendosi inadeguato, o come si dice oggi, abbassando la propria autostima, e così imboccando la strada della depressione. Ho già scritto sopra che spesso il primo interlocutore cui ricorre la persona con questo disagio o la sua famiglia, è lo psichiatra, che è un medico. Negli ultimi decenni, nei curricula studiorum delle facoltà mediche non si è più di tanto curato il tema della cura (terapìa dell’UNO costituito da corpo e psiche-anima) globale dell’essere umano disagiato, ma, sull’onda di un positivismo meccanicistico che ha travalicato i decenni della sua nascita ottocentesca, esso è arrivato fino ai nostri anni.

Certamente la psicologia clinica, intervenuta da un secolo, più o meno, ha spostato l’attenzione della cura alla psiche e ha reso più “dolce” la cura del disagio interiore. Tale scienza, però, è progressivamente diventata un crogiuolo di scienze non sempre armonicamente coese, con derive talora pericolose come nel caso della Programmazione Neuro-linguistica, vero programma di condizionamento della psiche, prevalentemente a fini di marketing commerciale, e con il progressivo prevalere dei saperi psicometrici su quelli più propriamente psico-antropologici. Essere vincenti è diventato lo slogan di riferimento, psicologicamente e moralmente dannosissimo, anche se ciò non significa che ognuno non debba realizzare i propri talenti, anzi!

Anche la via psicoanalitica non sempre ha generato percorsi positivi, se talvolta non riesce a “liberare” l’ospite-paziente dalla necessità di frequentare il “dottore”, pena il ricadere nel vecchio “vizio” della depressione, che un tempo dalla dottrina cristiana era considerata, in certe sue declinazioni, come un grave vizio o peccato, l’accidia. A mio parere, si potrebbe recuperare la nozione di questo vizio, per non cadere nella rassegnazione della malattia.

Questi cenni critici non vogliono in alcun modo criticare in modo denigratorio medicina psichiatrica e psicologia clinica, ma segnalano un’esigenza, quella di recuperare, proprio per “fare meglio” le professioni del medico e dello psicologo, un’antropologia globale, filosofica, dell’uomo. Il fatto che nelle facoltà mediche, e anche a psicologia, si siano quasi del tutto abbandonati gli studi filosofici, salvo qualche corso di etica della vita umana, è grave. Molto grave, perché tale carenza impedisce una visione d’insieme dell’uomo e della sua infinita complessità, che solo un’impostazione filosofica globale può tentare di dare.

Anche il Nobel al professor Parisi, pur se riconosciuto per studi di fisica teorica, ci dice che, studiando l’uomo, dobbiamo vederne la complessità, analoga a quello delle particelle elementari, del volo degli storni, e degli oggetti cosmici.

In altre parole, siccome l’uomo non è solo una bio-macchina, bisogna studiarlo in tutti i suoi aspetti, che sono fisici, psichici e spirituali. Ebbene sì. a mio parere dobbiamo forse riconoscere che aveva ragione san Paolo con la sua tripartizione antropologica in tre componenti: corpo, anima e spirito, cioè sòma, psyché e pnèuma. Opinione mia personale, che qualche pensatore non credente potrebbe non accettare. La filosofia, però, è una criteriologia e una metodologia che nulla trascura dell’uomo, che è fatto di una genetica, di un ambiente vissuto e di una educazione ricevuta o ricercata.

L’uomo non è meramente complicato come lo è una macchina, là dove le interconnessioni tra componenti sono tutte descrivibili, conoscibili e trasmissibili, ma è complesso (cum-plexum), cioè composto da innumerevoli componenti connesse tra loro in modo non mai del tutto descrivibile e prevedibile (cf. I. Prygogine in A.F. De Toni, Prede o Ragni). L’esempio più illuminante della complessità del vivente umano è il cervello, o encefalo (dal greco en-kefalè, cioè dentro-la-testa), la cui struttura è composta da miliardi di neuroni e di un numero imprecisabile e continuamente evolutivo ed evolventesi di collegamenti sinaptici.

Se le neuroscienze hanno compreso abbastanza bene come funziona questo organo, capendo le funzioni principali delle sue varie parti, sfugge ancora, indefinitamente, la comprensione di ciò-che-costituisce-la-coscienza, tema condiviso con la filosofia, la teologia e tutti i saperi che hanno a che fare con ciò che si chiama “spirituale”. L’impostazione “materialista” indica nelle attività bio-elettriche e chimiche la ragione della coscienza, collocando anche il libero arbitrio (cf. Libet) entro queste dinamiche, per cui, come estrema conseguenza, se questo fosse del tutto vero, l’uomo non sarebbe mai responsabile delle proprie azioni, anche le più efferate (cf. trama e conseguenze etiche proposte nei film Minority report e Interception). Se così fosse, il Diritto civile e penale di 4000 anni andrebbe a farsi benedire.

Tale impostazione conoscitiva pone problemi insormontabili, che non possono che essere affrontati allargando lo sguardo a dimensioni non del tutto misurabili con gli strumenti elettronico-informatici che si stanno approntando anche con le ricerche sull’intelligenza artificiale. Film e libri innumerevoli di registi e scrittori si occupano di questi temi. Che restano essenzialmente filosofici!

Ciò, dunque, impone un metodica conoscitiva che non può basarsi solo sulla spiegazione, criterio plausibile in ambito scientifico-deduttivo, ma deve ricorrere anche all’interpretazione, vale a dire una modalità conoscitiva confrontabile con i dati statistici delle scienze che storicamente se ne occupano, dalla biologia, alla medicina, alla psicologia, alla storia umana, all’antropologia culturale, alle religioni e alla sociologia dei popoli.

La filosofia è allora il “luogo”, cioè l’habitat conoscitivo primario e inevitabile che può aiutarci, prima con le sue teoresi generali sulla conoscenza dell’uomo e della natura, e sul sapere etico come sapere plausibile sulle scelte “libere” (nei limiti della libertà responsabile) per il bene o per il male, e poi anche nella sua declinazione pratica, cui mi sto dedicando da quasi tre lustri, in mezzo ad autorevoli colleghi che la praticano invece da tre decenni, recuperando lezioni antiche e immortali, quelle dei sapienti greco-latini e del cristianesimo antico, senza trascurare le varie e profonde dottrine sapienziali e antropologiche dell’Oriente. Cito in proposito Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, che attualmente presiedo, perché è un “luogo” nel quale queste ricerche avvengono, procedono, si misurano nel confronto e nel dialogo interno ed esterno, con fiducia e umiltà.

LA RICONCILIAZIONE COME “SACRAMENTO” CRISTIANO CATTOLICO

Dopo le riflessioni finora svolte, qui mi pare opportuno proporre anche qualche cenno sulla “Riconciliazione” nella storia del cristianesimo, che si declinò nel tempo, proponendosi con nomi vari, e fu “somministrata” in diverse modalità, sia pubbliche, sia private. Si chiamò, nel tempo, confessione dei peccati pubblica e privata, penitenza, e infine riconciliazione.

Per precisione e umiltà riporto il testo del Catechismo della Chiesa cattolica.

ARTICOLO 4 
IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
1422 « Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera ».3 I. Come viene chiamato questo sacramento? 1423 È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione,4 il cammino di ritorno al Padre5 da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. 1424 È chiamato sacramento della Confessione poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una « confessione », riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore. È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ».6 È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Colui che vive dell’amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all’invito del Signore: « Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello » (Mt 5,24). II. Perché un sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo? 1425 « Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio! » (1 Cor 6,11). Bisogna rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è fatto nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per colui che si è rivestito di Cristo.7 L’apostolo san Giovanni però afferma anche: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Gv 1,8). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: « Perdonaci i nostri peccati » (Lc 11,4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe. 1426 La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi « santi e immacolati al suo cospetto » (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, Sposa di Cristo, è « santa e immacolata » (Ef 5,27) davanti a lui. Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell’iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo.8 Si tratta del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci.9 III. La conversione dei battezzati 1427 Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo10 che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova. 1428 Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che « comprende nel suo seno i peccatori » e che, « santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ».11 Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito »12 attirato e mosso dalla grazia13 a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.14 1429 Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d’infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento15 e, dopo la risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui.16 La seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell’appello del Signore ad un’intera Chiesa: « Ravvediti! » (Ap 2,5.16). A proposito delle due conversioni sant’Ambrogio dice: « La Chiesa ha l’acqua e le lacrime: l’acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza ».17 IV. La penitenza interiore 1430 Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.18 1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] ».19 1432 Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo.20 La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.21 « Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione ».22 1433 Dopo la pasqua, è lo Spirito Santo che convince il mondo quanto al peccato,23 cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è Consolatore24 che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione.25 V. Le molteplici forme della penitenza nella vita cristiana 1434 La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiunola preghiera, l’elemosina,26 che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo,27 l’intercessione dei santi e la pratica della carità che « copre una moltitudine di peccati » (1 Pt 4,8). 1435 La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto,28 attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.29 1436 Eucaristia e Penitenza. La conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro sorgente e il loro alimento nell’Eucaristia, poiché in essa è reso presente il sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio; per suo mezzo vengono nutriti e fortificati coloro che vivono della vita di Cristo; essa « è come l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe di ogni giorno e preservati dai peccati mortali ».30 1437 La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della liturgia delle Ore e del « Padre nostro », ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati. 1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa.31 Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie). 1439 Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta « del figlio prodigo » il cui centro è « il padre misericordioso »:32 il fascino di una libertà illusoria, l’abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l’umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l’accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza. VI. Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione 1440 Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con lui. Nello stesso tempo esso attenta alla comunione con la Chiesa. Per questo motivo la conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa, ciò che il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione esprime e realizza liturgicamente.33 Dio solo perdona il peccato 1441 Dio solo perdona i peccati.34 Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: « Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati » (Mc 2,10) ed esercita questo potere divino: « Ti sono rimessi i tuoi peccati! » (Mc 2,5).35 Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini36 affinché lo esercitino nel suo nome. 1442 Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue. Ha tuttavia affidato l’esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18). L’Apostolo è inviato « nel nome di Cristo », ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Riconciliazione con la Chiesa 1443 Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l’effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio37 e, nello stesso tempo, il ritorno in seno al popolo di Dio.38 1444 Rendendo gli Apostoli partecipi del suo proprio potere di perdonare i peccati, il Signore dà loro anche l’autorità di riconciliare i peccatori con la Chiesa. Tale dimensione ecclesiale del loro ministero trova la sua più chiara espressione nella solenne parola di Cristo a Simon Pietro: « A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (Mt 16,19). Questo « incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo (cf Mt 18,18; 28,16-20) ».39 1445 Le parole legare sciogliere significano: colui che voi escluderete dalla vostra comunione sarà escluso dalla comunione con Dio; colui che voi accoglierete di nuovo nella vostra comunione, Dio lo accoglierà anche nella sua. La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile dalla riconciliazione con Dio. Il sacramento del perdono 1446 Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come « la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta ».40 1447 Nel corso dei secoli la forma concreta, secondo la quale la Chiesa ha esercitato questo potere ricevuto dal Signore, ha subito molte variazioni. Durante i primi secoli, la riconciliazione dei cristiani che avevano commesso peccati particolarmente gravi dopo il loro Battesimo (per esempio l’idolatria, l’omicidio o l’adulterio), era legata ad una disciplina molto rigorosa, secondo la quale i penitenti dovevano fare pubblica penitenza per i loro peccati, spesso per lunghi anni, prima di ricevere la riconciliazione. A questo « ordine dei penitenti » (che riguardava soltanto certi peccati gravi) non si era ammessi che raramente e, in talune regioni, una sola volta durante la vita. Nel settimo secolo, ispirati dalla tradizione monastica d’Oriente, i missionari irlandesi portarono nell’Europa continentale la pratica « privata » della penitenza, che non esige il compimento pubblico e prolungato di opere di penitenza prima di ricevere la riconciliazione con la Chiesa. Il sacramento si attua ormai in una maniera più segreta tra il penitente e il sacerdote. Questa nuova pratica prevedeva la possibilità della reiterazione e apriva così la via ad una frequenza regolare di questo sacramento. Essa permetteva di integrare in una sola celebrazione sacramentale il perdono dei peccati gravi e dei peccati veniali. È questa, a grandi linee, la forma di Penitenza che la Chiesa pratica fino ai nostri giorni. 1448 Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il Vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale. 1449 La formula di assoluzione in uso nella Chiesa latina esprime gli elementi essenziali di questo sacramento: il Padre delle misericordie è la sorgente di ogni perdono. Egli realizza la riconciliazione dei peccatori mediante la pasqua del suo Figlio e il dono del suo Spirito, attraverso la preghiera e il ministero della Chiesa: « Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».41 VII. Gli atti del penitente 1450 « La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione ».42 La contrizione 1451 Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».43 1452 Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta « perfetta » (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale.44 1453 La contrizione detta « imperfetta » (o « attrizione ») è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.45 1454 È bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli Apostoli: il discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici.46 La confessione dei peccati 1455 La confessione dei peccati (l’accusa), anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la nostra riconciliazione con gli altri. Con l’accusa, l’uomo guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole; se ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla comunione della Chiesa al fine di rendere possibile un nuovo avvenire. 1456 La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza: « È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo,47 perché spesso feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi »:48 « I cristiani [che] si sforzano di confessare tutti i peccati che vengono loro in mente, senza dubbio li mettono tutti davanti alla divina misericordia perché li perdoni. Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà perché sia perdonato per mezzo del sacerdote. “Se infatti l’ammalato si vergognasse di mostrare al medico la ferita, il medico non può curare quello che non conosce” ».49 1457 Secondo il precetto della Chiesa, « ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno ».50 Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale,51 a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore.52 I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima volta la santa Comunione.53 1458 Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa.54 In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come lui:55 « Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L’uomo e il peccatore sono due cose distinte: l’uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. […] Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla Luce ».56 La soddisfazione 1459 Molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige. Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e con il prossimo. L’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato.57 Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie colpe: deve « soddisfare » in maniera adeguata o « espiare » i suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche « penitenza ». 1460 La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale. Essa deve corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati commessi. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati58 una volta per tutte. Esse ci permettono di diventare coeredi di Cristo risorto, dal momento che « partecipiamo alle sue sofferenze » (Rm 8,17):59 « Ma questa soddisfazione, che compiamo per i nostri peccati, non è talmente nostra da non esistere per mezzo di Gesù Cristo: noi, infatti, che non possiamo nulla da noi stessi, col suo aiuto “possiamo tutto in lui che ci dà la forza”.60 Quindi l’uomo non ha di che gloriarsi; ma ogni nostro vanto è riposto in Cristo, […] in cui offriamo soddisfazione, “facendo opere degne della conversione”,61 che da lui traggono il loro valore, da lui sono offerte al Padre e grazie a lui sono accettate dal Padre ».62 VIII. Il ministro di questo sacramento 1461 Poiché Cristo ha affidato ai suoi Apostoli il ministero della riconciliazione,63 i Vescovi, loro successori, e i presbiteri, collaboratori dei Vescovi, continuano ad esercitare questo ministero. Infatti sono i Vescovi e i presbiteri che hanno, in virtù del sacramento dell’Ordine, il potere di perdonare tutti i peccati « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». 1462 Il perdono dei peccati riconcilia con Dio ma anche con la Chiesa. Il Vescovo, capo visibile della Chiesa particolare, è dunque considerato a buon diritto, sin dai tempi antichi, come colui che principalmente ha il potere e il ministero della riconciliazione: è il moderatore della disciplina penitenziale.64 I presbiteri, suoi collaboratori, esercitano tale potere nella misura in cui ne hanno ricevuto l’ufficio sia dal proprio Vescovo (o da un superiore religioso), sia dal Papa, in base al diritto della Chiesa.65 1463 Alcuni peccati particolarmente gravi sono colpiti dalla scomunica, la pena ecclesiastica più severa, che impedisce di ricevere i sacramenti e di compiere determinati atti ecclesiastici,66 e la cui assoluzione, di conseguenza, non può essere accordata, secondo il diritto della Chiesa, che dal Papa, dal Vescovo del luogo o da presbiteri da loro autorizzati.67 In caso di pericolo di morte, ogni sacerdote, anche se privo della facoltà di ascoltare le confessioni, può assolvere da qualsiasi peccato e da qualsiasi scomunica.68 1464 I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza e devono mostrarsi disponibili a celebrare questo sacramento ogni volta che i cristiani ne facciano ragionevole richiesta.69 1465 Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del buon pastore che cerca la pecora perduta, quello del buon Samaritano che medica le ferite, del padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore. 1466 Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio. Il ministro di questo sacramento deve unirsi all’intenzione e alla carità di Cristo.70 Deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore. 1467 Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, la Chiesa dichiara che ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato.71 Non gli è lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione, della vita dei penitenti. Questo segreto, che non ammette eccezioni, si chiama il « sigillo sacramentale », poiché ciò che il penitente ha manifestato al sacerdote rimane « sigillato » dal sacramento. IX. Gli effetti di questo sacramento 1468 « Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia ».72 Il fine e l’effetto di questo sacramento sono dunque la riconciliazione con Dio. Coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa conseguono « la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito ».73 Infatti, il sacramento della Riconciliazione con Dio opera una autentica « risurrezione spirituale », restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l’amicizia di Dio.74 1469 Questo sacramento ci riconcilia con la Chiesa. Il peccato incrina o infrange la comunione fraterna. Il sacramento della Penitenza la ripara o la restaura. In questo senso, non guarisce soltanto colui che viene ristabilito nella comunione ecclesiale, ma ha pure un effetto vivificante sulla vita della Chiesa che ha sofferto a causa del peccato di uno dei suoi membri.75 Ristabilito o rinsaldato nella comunione dei santi, il peccatore viene fortificato dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le membra vive del corpo di Cristo, siano esse ancora nella condizione di pellegrini o siano già nella patria celeste.76 « Bisogna aggiungere che tale riconciliazione con Dio ha come conseguenza, per così dire, altre riconciliazioni, che rimediano ad altrettante rotture, causate dal peccato: il penitente perdonato si riconcilia con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità interiore; si riconcilia con i fratelli, da lui in qualche modo offesi e lesi; si riconcilia con la Chiesa; si riconcilia con tutto il creato ».77 1470 In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa esistenza terrena. È infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della conversione che possiamo entrare nel regno di Dio, dal quale il peccato grave esclude.78 Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita « e non va incontro al giudizio » (Gv 5,24). X. Le indulgenze 1471 La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. Che cos’è l’indulgenza? « L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi ».79 « L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati ».80 « Ogni fedele può acquisire le indulgenze […] per se stesso o applicarle ai defunti ».81 Le pene del peccato 1472 Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la « pena eterna » del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta « pena temporale » del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.82 1473 Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’« uomo vecchio » e a rivestire « l’uomo nuovo ».83 Nella comunione dei santi 1474 Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. « La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona ».84 1475 Nella comunione dei santi « tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni ».85 In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato. 1476 Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non « si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre, offerti perché tutta l’umanità sia liberata dal peccato e pervenga alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo Redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione ».86 1477 « Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere della beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del corpo mistico ».87 Ottenere l’indulgenza di Dio mediante la Chiesa 1478 L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.88 1479 Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. XI. La celebrazione del sacramento della Penitenza 1480 Come tutti i sacramenti, la Penitenza è un’azione liturgica. Questi sono ordinariamente gli elementi della celebrazione: il saluto e la benedizione del sacerdote; la lettura della Parola di Dio per illuminare la coscienza e suscitare la contrizione, e l’esortazione al pentimento; la confessione che riconosce i peccati e li manifesta al sacerdote; l’imposizione e l’accettazione della penitenza; l’assoluzione da parte del sacerdote; la lode con rendimento di grazie e il congedo con la benedizione da parte del sacerdote. 1481 La liturgia bizantina usa più formule di assoluzione, a carattere deprecativo, le quali mirabilmente esprimono il mistero del perdono: « Il Dio che, attraverso il profeta Natan, ha perdonato a Davide quando confessò i propri peccati, e a Pietro quando pianse amaramente, e alla peccatrice quando versò lacrime sui suoi piedi, e al pubblicano e al prodigo, questo stesso Dio ti perdoni, attraverso me, peccatore, in questa vita e nell’altra, e non ti condanni quando apparirai al suo tremendo tribunale, egli che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen ».89 1482 Il sacramento della Penitenza può anche aver luogo nel quadro di una celebrazione comunitaria, nella quale ci si prepara insieme alla confessione e insieme si rende grazie per il perdono ricevuto. In questo caso, la confessione personale dei peccati e l’assoluzione individuale sono inserite in una liturgia della Parola di Dio, con letture e omelia, esame di coscienza condotto in comune, richiesta comunitaria del perdono, preghiera del « Padre nostro » e ringraziamento comune. Tale celebrazione comunitaria esprime più chiaramente il carattere ecclesiale della penitenza. Tuttavia, in qualunque modo venga celebrato, il sacramento della Penitenza è sempre, per sua stessa natura, un’azione liturgica, quindi ecclesiale e pubblica.90 1483 In casi di grave necessità si può ricorrere alla celebrazione comunitaria della Riconciliazione con confessione generale e assoluzione generale. Tale grave necessità può presentarsi qualora vi sia un imminente pericolo di morte senza che il sacerdote o i sacerdoti abbiano il tempo sufficiente per ascoltare la confessione di ciascun penitente. La necessità grave può verificarsi anche quando, in considerazione del numero dei penitenti, non vi siano confessori in numero sufficiente per ascoltare debitamente le confessioni dei singoli entro un tempo ragionevole, così che i penitenti, senza loro colpa, rimarrebbero a lungo privati della grazia sacramentale o della santa Comunione. In questo caso i fedeli, perché sia valida l’assoluzione, devono fare il proposito di confessare individualmente i propri peccati gravi a tempo debito.91 Spetta al Vescovo diocesano giudicare se ricorrano le condizioni richieste per l’assoluzione generale.92 Una considerevole affluenza di fedeli in occasione di grandi feste o di pellegrinaggi non costituisce un caso di tale grave necessità.93 1484 « La confessione individuale e completa, con la relativa assoluzione, resta l’unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un’impossibilità fisica o morale non li dispensi da una tale confessione ».94 Ciò non è senza motivazioni profonde. Cristo agisce in ogni sacramento. Si rivolge personalmente a ciascun peccatore: « Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati » (Mc 2,5); è il medico che si china sui singoli malati che hanno bisogno di lui95 per guarirli; li rialza e li reintegra nella comunione fraterna. La confessione personale è quindi la forma più significativa della riconciliazione con Dio e con la Chiesa. In sintesi 1485 La sera di pasqua, il Signore Gesù si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). 1486 Il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo è accordato mediante un sacramento apposito chiamato sacramento della Conversione, della Confessione, della Penitenza o della Riconciliazione. 1487 Colui che pecca ferisce l’onore di Dio e il suo amore, la propria dignità di uomo chiamato ad essere figlio di Dio e la salute spirituale della Chiesa di cui ogni cristiano deve essere una pietra viva. 1488 Agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato, e niente ha conseguenze peggiori per gli stessi peccatori, per la Chiesa e per il mondo intero. 1489 Ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri. 1490 Il cammino di ritorno a Dio, chiamato conversione e pentimento, implica un dolore e una repulsione per i peccati commessi, e il fermo proposito di non peccare più in avvenire. La conversione riguarda dunque il passato e il futuro; essa si nutre della speranza nella misericordia divina. 1491 Il sacramento della Penitenza è costituito dall’insieme dei tre atti compiuti dal penitente e dall’assoluzione da parte del sacerdote. Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione. 1492 Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede. Se il pentimento nasce dall’amore di carità verso Dio, lo si dice « perfetto »; se è fondato su altri motivi, lo si chiama « imperfetto ». 1493 Colui che vuole ottenere la riconciliazione con Dio e con la Chiesa deve confessare al sacerdote tutti i peccati gravi che ancora non ha confessato e di cui si ricorda dopo aver accuratamente esaminato la propria coscienza. Sebbene non sia in sé necessaria, la confessione delle colpe veniali è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. 1494 Il confessore propone al penitente il compimento di certi atti di « soddisfazione » o di « penitenza », al fine di riparare il danno causato dal peccato e ristabilire gli atteggiamenti consoni al discepolo di Cristo. 1495 Soltanto i sacerdoti che hanno ricevuto dall’autorità della Chiesa la facoltà di assolvere possono perdonare i peccati nel nome di Cristo. 1496 Gli effetti spirituali del sacramento della Penitenza sono: — la riconciliazione con Dio mediante la quale il penitente ricupera la grazia;
— la riconciliazione con la Chiesa;
— la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali;
— la remissione, almeno in parte, delle pene temporali, conseguenze del peccato;
— la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione spirituale;
— l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.
1497 La confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa. 1498 Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (3) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (4) Cf Mc 1,15. (5) Cf Lc 15,18. (6) Rito della Penitenza, 46. 55 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 51. 81. (7) Cf Gal 3,27. (8) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 5: DS 1515. (9) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1545; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS 57 (1965) 44-45. (10) Cf At 2,38. (11) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS 57 (1965) 12. (12) Cf Sal 51,19. (13) Cf Gv 6,44; 12,32. (14) Cf 1 Gv 4,10. (15) Cf Lc 22,61-62. (16) Cf Gv 21,15-17. (17) Sant’Ambrogio, Epistula extra collectionem, 1 [41], 12: CSEL 823, 152 (PL 16, 1116). (18) Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18. (19) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676-1678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289. (20) Cf Ez 36,26-27. (21) Cf Gv 19,37; Zc 12,10. (22) San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios, 7, 4: SC 167, 110 (Funk 1, 108). (23) Cf Gv 16,8-9. (24) Cf Gv 15,26. (25) Cf At 2,36-38; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et vivificantem, 27-48: AAS 78 (1986) 837-868. (26) Cf Tb 12,8; Mt 6,1-18. (27) Cf Gc 5,20. (28) Cf Am 5,24; Is 1,17. (29) Cf Lc 9,23. (30) Cf Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 2: DS 1638. (31) Cf Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 109-110: AAS 56 (1964) 127; CIC canoni 1249-1253; CCEO canoni 880-883. (32) Cf Lc 15,11-24. (33) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (34) Cf Mc 2,7. (35) Cf Lc 7,48. (36) Cf Gv 20,21-23. (37) Cf Lc 15. (38) Cf Lc 19,9. (39) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22: AAS 57 (1965) 26. (40) Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 14: DS 1542; cf Tertulliano, De paenitentia, 4, 2: CCL 1, 326 (PL 1, 1343). (41) Rito della Penitenza, 46. 55 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 51. 81. (42) Catechismo Romano, 2, 5, 21: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 299; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: DS 1673. (43) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676. (44) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1677. (45) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1678; Id., Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 5: DS 1705. (46) Cf Rm 12-15; 1 Cor 12-13; Gal 5; Ef 4-6. (47) Cf Es 20,17; Mt 5,28. (48) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680. (49) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680; cf San Girolamo, Commentarius in Ecclesiasten, 10, 11: CCL 72, 338 (PL 23, 1096). (50) CIC canone 989; cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1683; Id., Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 8: DS 1708. (51) Cf Concilio di Trento, Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 7: DS 1647; Ibid., canone 11: DS 1661. (52) Cf CIC canone 916; CCEO canone 711. (53) Cf CIC canone 914. (54) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 5: DS 1680; CIC canone 988, § 2. (55) Cf Lc 6,36. (56) Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 12, 13: CCL 36, 128 (PL 35, 1491). (57) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canone 12: DS 1712. (58) Cf Rm 3,25; 1 Gv 2,1-2. (59) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 8: DS 1690. (60) Cf Fil 4,13. (61) Cf Lc 3,8. (62) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 8: DS 1691. (63) Cf Gv 20,23; 2 Cor 5,18. (64) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 26: AAS 57 (1965) 32. (65) Cf CIC canoni 844. 967-969. 972; CCEO canone 722, §§ 3-4. (66) Cf CIC canone 1331; CCEO canoni 1431. 1434. (67) Cf CIC canoni 1354-1357; CCEO canone 1420. (68) Cf CIC canone 976; per l’assoluzione dei peccati, CCEO canone 725. (69) Cf CIC canone 986; CCEO canone 735; Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis, 13: AAS 58 (1966) 1012. (70) Cf Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum ordinis, 13: AAS 58 (1966) 1012. (71) Cf CIC canoni 983-984. 1388, § 1; CCEO canone 1456. (72) Catechismo Romano, 2, 5, 18: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 297. (73) Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 3: DS 1674. (74) Cf Lc 15,32. (75) Cf 1 Cor 12,26. (76) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48-50: AAS 57 (1965) 53-57. (77) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 31, § V: AAS 77 (1985) 265. (78) Cf 1 Cor 5,11; Gal 5,19-21; Ap 22,15. (79) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae, 1: AAS 59 (1967) 21. (80) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae, 2: AAS 59 (1967) 21. (81) CIC canone 994. (82) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Canones de sacramento Paenitentiae, canoni 12-13: DS 1712-1713; Id., Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820. (83) Cf Ef 4,24. (84) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11. (85) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 12. (86) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11. (87) Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 5: AAS 59 (1967) 11-12. (88) Cf Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8: AAS 59 (1967) 16-17; Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de indulgentiis: DS 1835. (89) Eulógion to méga (Atenas 1992) p. 222. (90) Cf Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 26-27: AAS 56 (1964) 107. (91) Cf CIC canone 962, § 1. (92) Cf CIC canone 961, § 2. (93) Cf CIC canone 961, § 1, 2. (94) Rito della Penitenza, Premesse, 31 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 30. (95) Cf Mc 2,17.  

Un tanto serva come documentazione, sia per chi sta nella fede cristiana, sia anche per chi sta semplicemente nell’umano, come essere umano, e davanti a Dio è figlio come chi crede in Lui.


Lascia stare il “bla bla bla” e il ditino accusatorio alzato, oh antipatica e ineducata svedesina, sig.na Thumberg!

e, piuttosto che cantare “Bella ciao”, canta il bell’Inno nazionale svedese, che qui di seguito propongo.

Du gamla, du fria

1.
Du gamla, Du fria, Du fjällhöga nord
Du tysta, Du glädjerika sköna!
Jag hälsar Dig, vänaste land uppå jord,
Din sol, Din himmel, Dina ängder gröna.
Din sol, Din himmel, Dina ängder gröna.

Tu vecchio, Tu libero, Tu Nord dalle alte montagne
Tu silenzioso, Tu gioiosa bellezza!
Io saluto Te, il paese più amichevole sulla terra,
Il Tuo sole, il Tuo cielo, i tuoi verdi prati.
Il Tuo sole, il Tuo cielo, i tuoi verdi prati.

2.
Du tronar på minnen från fornstora dar,
då ärat Ditt namn flög över jorden.
Jag vet att Du är och Du blir vad du var.
Ja, jag vill leva jag vill dö i Norden.
Ja, jag vill leva jag vill dö i Norden.

Tu troneggi sul ricordo di giorni grandiosi del passato,
quando la gloria del Tuo nome volò sopra la terra.
Io so che Tu sei e Tu rimarrai ciò che eri.
Sì, io voglio vivere io voglio morire nel Nord.
Sì, io voglio vivere io voglio morire nel Nord.

E con te, vadano a nascondersi giornalisti di tutte le risme, della carta stampata e della tv e del web, che ti danno tanto immeritato spazio, a fini meramente di bieco mercato comunicativo.

So molto bene come funziona il marketing mediatico, per cui tu, anche se così inconsistente da tutti i punti di vista, “buchi” in qualche modo il video. Il fatto è che nella campana gaussiana, che comprende la sì detta gggente, la parte centrale, occupante circa l’80% della superficie totale, è piena di encefali umani che si stupiscono per il tuo coraggioso militare, poiché non sono in grado di “guardare sotto” o di “leggere tra le righe” dell’operazione mediatica che furbescamente ti supporta, fin dalla tua infanzia.

Mi chiedo fino a che punto i tuoi genitori siano stati insensatamente strumentali (per ragioni che mi sfuggono) nei tuoi confronti, povera bambina!

Non abbiamo (non ho) bisogno delle tue stucchevoli e banali lezioncine di etica e di economia ambientale. Siamo a questo mondo da mezzo secolo più di te e abbiamo studiato, studiato, studiato, per non lasciarci sfuggire amenità banaleggianti, e stando al nostro posto, come tu non fai. Bambina poco umile.

Che la “politica”, vale a dire le politiche di pressoché tutti gli stati del mondo siano in ritardo colpevole su progetti efficaci di modifica dell’uso delle risorse del Pianeta a partire da quelle energetiche, è verissimo, e su questa strada bisogna andare senza indugio.

Noi, che abbiamo l’età per ragionare tenendo presente, a differenza di te, tutto lo scenario, e per decidere, intendo chi studia, chi consiglia e chi decreta e agisce facendo agire, muoviamoci, altrimenti occorreranno sempre delle “grete thumberi” col ditino alzato a farci presente che occorre svegliarsi.

Capire l’Italia profonda

Mi piace ascoltare la gente, guardarla come cammina, come veste, come parla e dialoga, o litiga. Per capire l’Italia bisogna soffermarsi in ascolto, senza dare nell’occhio come un discreto passante, non come un curiosone fastidioso e pedante.

Ero a pranzo in un paese del Veneto profondo, vicino a Vittorio Veneto, zone che frequento da qualche tempo, sia per ragioni di organizzazione dell’associazione filosofica Phronesis che presiedo, sia per una presenza appena avviata in alcune importanti aziende industriali, quando la mia attenzione fu attirata dall’animato colloquio tra due uomini di mezza età, che ho in breve battezzato come artigiani titolari di una piccola impresa.

Uno dei due, in particolare, era animato dal sacro fuoco del lavoro, l’altro si mostrava più pacato e accogliente. Il primo si lamentava con foga di non trovare fresatori e tornitori, dicendo peste e corna, tra altri improperi, del reddito di cittadinanza e dei politici in generale.

Probabilmente di fede leghista, come da queste parti è maggioritario. Leghisti sono diventati negli ultimi trent’anni molti democristiani d’antàn, ma anche vecchi comunisti. Gente del popolo, dunque, delle vecchie maggioranze o minoranze… maggioritarie.

No trove gnanca un tornidor, un cal sapie portar avanti una machina. Dele nostre, te sa. Mi go comprà un tornio cal xe costà un ocjo da la testa, quasi un milion. Mi ghe lo do a un bravo e lo paghe benon, anca domila e sinquesento, siesento euro al mese neti, ma no lo catonissun su la piasa, santa Madona

E l’altro, annuendo, fa presente che lui invece è riuscito a trovarne uno, ma lo ha robà a una fabrica pi granda… dandoghe tresento euri in pi al mese.

Il primo, ancora più agitato dice che il Governo, dove semo drento anca noantri, non capise ben come se dovaria far par da una man ale fabriche e fabrichete che gavemo sul teritorio

E via avanti, finché quest’ultimo, accorgendosi che li stavo discretamente ascoltando, mi si rivolge così: “e lu, sior, capiselo i problemi che vivemo? Me par che lu ca ni scolta cusita cun atension, el sia un sior cal sa ‘ste robe. Galo cualchi nominativo de bravo tornidor o fresador?”

Un po’ spiazzato, sul momento, ma non molto, gli rispondo che son Furlàn, ma che conosco il Veneto molto bene e che mi occupa anche un po’ delle cose di cui parla lui. Ci scambiamo i biglietti da visita e lui guarda con attenzione il mio (al contrario di molti – anche gente colta – che mettono via nel taschino il biglietto da visita appena ricevuto senza degnarlo di uno sguardo), e dice. “Ma lu xe un profesòr inteletual, un cal insegna, ma al frecuenta anca le fabriche?”

Alla mia risposta affermativa si illumina e si dice contento di avermi incontrato, e che mi telefonerà, “parché mi preferiso parlar de persona, no son amigo de tutte ‘ste trapole de computer e de smarfoni, ca no me le piase“.

Se ne va salutando cordialmente il suo amico, e sorridendo a me e all’oste, che lo teneva come un buon cliente.

Non so se mi chiamerà, magari il mio biglietto finirà nell’unto di una macchina utensile, o forse no. Certo è che il dialogo tra loro e con me mi ha fatto comprendere molte cose in più del lavoro attuale e di queste nostre terre dell’estremo Nordest italico.

Voglia di lavorare senza perdere occasioni, voglia di muoversi, voglia di cercare opportunità, perché, contrariamente a quello che può pensare un burocrate incistato nella Capitale, queste piccole aziende, il cui titolare ha a malapena la “tersa media”, sono collegate con il mondo, perché magari sub-forniscono componentistica prodotta a livelli tecnologici eccelsi, note multinazionali.

Questo, molte volte la politica, ma anche le parti sociali, e anche i settori della formazione scolastica e universitaria, non conoscono bene.

Un esempio: ricordo a me e al mio gentil lettore, che gli Enti bilaterali artigiani furono un’invenzione fantasiosa di chi guidava le forze sociali negli anni ’80 e ’90. In quegli anni, da segretario regionale di una confederazione sindacale mi mossi con i colleghi e in accordo con una parte del mondo artigiano, per creare un Ente che rispondesse alle esigenze dei lavoratori e dei titolari di quelle piccole imprese. Furono costituiti due fondi, uno per il sostegno del reddito (valido fino a 13 settimane, come per la Cassa integrazione ordinaria dell’Inps) e uno per portare in una sede neutra le eventuali conflittualità fra datori di lavoro e dipendenti. Veneto e Friuli Venezia Giulia, insieme con l’Emilia Romagna furono le regioni pioniere di questi progetti, che servirono ad affrontare i momenti di crisi riducendo fortemente la drammaticità di perdite certe di posti di lavoro.

Sono orgoglioso di scrivere qui che la mia firma è presente sugli atti notarili costitutivi di quei Fondi, e che fui il primo vicepresidente dell’E.bi. Art. (Ente bilaterale Artigiano) del Friuli Venezia Giulia. Non dimentico che fui anche l’autore dell’acronimo, che mi pare assai gradevole, perché echeggia qualcosa di rinascimentale. Non scordiamoci che MIchelangelo Buonarroti a volte si firmava Michelagnolus artifex! Artefice, artigiano… artista.

Posso dire tranquillamente che conosco quel mondo artigiano, così come quello industriale, conoscenza che ben pochi politici e alti funzionari pubblici possono vantare.

Riporto anche un altro esempio “storico”, risalente alla fine degli anni ’80. Un partito assai piccolo dell’estrema sinistra di allora, Democrazia proletaria, promosse un referendum per estendere integralmente i Diritti dello Statuto del lavoratori, L. 300 del 1970, e soprattutto l’articolo 18, che tratta dei licenziamenti individuali, fino alle aziende con un solo dipendente. L’iniziativa vide contrarie, non solo le associazioni degli artigiani, ma anche i grandi sindacati confederali. La mia sigla sindacale mi affidò l’incarico di rappresentarla nelle trattative nazionali. E’ chiaro che, se il referendum fosse stato celebrato, la proposta demoproletaria, in quanto assai popolar-populista, avrebbe facilmente vinto.

Si trattava allora, per scongiurare questo rischio, come prevede la Costituzione, di far redigere una Legge che superasse lo scoglio del quesito, dando una risposta soddisfacente allo stesso, al fine di evitare il referendum.

Si discusse in sede di Commissione lavoro della Camera, quando i funzionari legislativi proposero una legge formata da un solo articolo con il quale si sarebbe esteso quanto previsto dalla Legge 300/ 1970 a tutti di dipendenti delle imprese italiane, di qualsiasi settore, comparto e dimensione fossero.

Il risultato sarebbe stato questo: la vostra parrucchiera o barbiere, con un solo dipendente, non avrebbe più potuto licenziarlo, se non per giusta causa o giustificato motivo. Una autentica imbalsamazione dello status quo, assolutamente indipendente da ogni valutazione obiettiva di merito sullo stato reale dell’azienda.

La mia meraviglia fu somma, perché compresi come quei giuristi nulla sapevano e capivano dell’Italia delle piccole imprese, quella che annovera il 90% delle strutture produttive italiane, della loro cultura e dei loro delicatissimi equilibri relazionali interni.

Allora, si concordò, partiti e sindacati, insieme con le associazioni artigiane, di predisporre un Disegno di legge per regolamentare i licenziamenti nelle imprese con meno di sedici dipendenti, cosicché fu emanata la Legge 108 nel 1989, che prevedeva una tutela risarcitoria in caso di licenziamento, vale a dire una compensazione economica proporzionata all’anzianità del lavoratore, all’anzianità di servizio e ai carichi familiari. Non sto qui a ricordare che un collega di quei tempi, poi passato rumorosamente in politica (non si ricorda talk show cui non fosse invitato), si contraddisse clamorosamente patrocinando, nella nuova veste, un referendum analogo una decina di anni dopo.

Io sono per la coerenza come virtù, non per la sua de-formazione, che è il coerentismo, ma in quel caso si trattò di una svolta a 180 gradi, che attestò un certo opportunismo e una visione di etica del lavoro assai approssimativa.

Tornando al racconto iniziale, quello dei due artigiani veneti, ebbene, da loro ho tratto l’immagine di un’Italia sana e laboriosa che costituisce la spina dorsale di questa nostra Nazione così controversa e spesso contraddittoria nelle opinioni e nella prassi politica, ma così solida negli ambiti che contano di più, quelli del lavoro e della creazione di beni da distribuire in modo equo.

Viva l’Italia e viva questo Nordest pieno di buona volontà e di genialità operativa.

L’aghioterapia, come “cura della santità”, rimedio spirituale ai mali che affliggono l’essere umano, che però non toglie la responsabilità a ciascuno di operare per il bene proprio e degli altri

Santo significa “sancito”, ma anche “separato”, diverso, come diversi sono i “santi”, tra loro e dagli altri. Diversi in che senso? forse nel senso che sono dei superuomini o superdonne? Per nulla, perché, se ci si dedica a un opportuno approfondimento biografico di un qualsiasi santo o santa, ci si accorge che quelle figure sono persone normali, anzi, a volte molto normali, con difetti e con pregi, peccatrici e peccatori, generosamente solidali e/o egoisti, rabbiosi, scostanti…

Un esempio di santità umana, naturalmente speciale, o specialmente naturale, come avrebbe detto il santo che sto per nominare, è quella di sant’Agostino, che ebbe una giovinezza errabonda e strapazzata.

Il padre Tomislav Ivančič ha scritto per i tipi di Teovizija dell’Università di Zagabria un libro dal titolo L’Haghioterapia incontro all’uomo, con il quale spiega come si possa ricorrere alla dimensione spirituale, che si declina perfino con la santità, anche per rimediare ai mali che ci affliggono come esseri umani. Sappiamo che il male si manifesta all’uomo e nell’uomo almeno sotto tre specie e dimensioni, o forse quattro.

Il più tangibilmente immediato è a) il male fisico, che deriva dall’ammalamento del corpo, per ragioni (in estrema sintesi) genetiche e/o ambientali, o è causato da un incidente/ infortunio, e impone conseguenze più o meno gravi, che generano periodi di diversa lunghezza per la guarigione e/o la riabilitazione; b) il male psicologico, interiore, che può essere generato dal male fisico, ma può avere anche un’eziologia sua propria e derivare dallo stato d’animo della persona, dagli eventi che contraddistinguono la sua vita, etc., e può portare anche a gravi scompensi psichici, come la depressione e altre malattie dell’anima (psiche); c) il male morale, che nasce dalle scelte libere dell’uomo generanti mali e offese agli altri: e qui gli esempi sono noti e innumerevoli, tali e tanti che non occorre elencarli.  

A questo punto si potrebbe dare anche un altro tipo di male, che tutti i mali ricomprende: d) il male metafisico (come insegnava sant’Agostino), il quale consiste nella mancanza di un bene corrispettivo, che il grande teologo e filosofo africano definiva defectio boni, cioè mancanza di un bene, come può essere, ad esempio, l’amputazione di un arto.

A ben riflettere, però, si potrebbe dire che ogni male, fisico, psicologico e morale è un male metafisico, poiché, nel primo caso si tratta di una mancanza di salute, nel secondo caso si può dire che manca l’equilibrio mentale, e nel terzo è carente o assente il senso morale, ovvero la stessa coscienza morale, cioè il pilastro spirituale di ogni individuo umano.

Si vede, dunque, come l’aspetto spirituale, metafisico, dell’esistenza del male connette e sintetizza ogni genere e specie di mali presenti nella vita umana.

L’aghioterapia , termine alquanto strano per i nostri tempi, interviene a questo livello, ponendosi come medicina, terapìa nel senso e significato classici di attenzione e cura dell’intera personalità e persona umana. Vediamo il nome composto che la definisce: àghios, in greco antico significa santo, terapìa, nel senso classico appena citato, vuol dire prendersi cura di tutta la persona, ma non in termini di mera attività unidirezionale. In altre parole, l’aghioterapia, come ogni terapìa psico-spirituale non funziona se non vi è un dialogo connesso e continuo tra i due soggetti, colui che inizia da aiutare e colui che è disponibile a farsi aiutare. Nell’aghioterapia come, mi permetto di dire, nella consulenza filosofica individuale, di cui si occupa l’Associazione filosofica che di questi tempi presiedo, Phronesis, non funziona, se non vi è un coinvolgimento reciproco fra i due soggetto in dialogo, in quanto non è un insegnamento, ma una relazione.

Di solito, specialmente dalla modernità in poi, con un acme fortissimo nell’800 ai tempi della filosofia positivista, si è generalmente pensato alla medicina come a una scienza-tecnica oggettiva, in grado di correggere, estirpare, distruggere, se possibile, ogni male.

Propongo un esempio giuridico-contrattuale dei decenni scorsi, valido fino ad oggi: nel dopoguerra, la ricostruzione dell’Italia previde, non solo il rimettere in piedi infrastrutture e industrie, abitazioni e comunicazioni, ma anche di intervenire legislativamente in tema di sicurezza e tutela della salute sul lavoro. Furono perciò emanati due Decreti legislativi, il 247 nel 1955 sull’Antinfortunistica, e il 303 nel 1956 sull’Igiene del lavoro. Si tratta di normative estese e dettagliate, essenzialmente improntate alla fiducia che il progresso tecno-scientifico avrebbe ridotto fino ad annullare ogni pericolo e rischio per la salute dei lavoratori.

L’applicazione di tali misure fu importante e certamente calarono drasticamente infortuni e malattie professionali, pur in presenza di un aumento notevolissimo degli addetti, che da metà degli anni ’50 al 2000 passarono da 15 a 22 milioni di lavoratori, con uno spostamento epocale dall’agricoltura all’industria: su 10 milioni di lavoratori agricoli censiti nel 1955, già negli anni ’70 nove milioni erano passati all’industria e settori connessi del terziario.

Ciò che mancava in quella legislazione era l’intervento volontario e responsabile dell’uomo: nel senso comune, l’uomo al lavoro era pressoché quasi esentato da responsabilità in caso di accadimenti nefasti in fabbrica o ovunque si lavorava.

Un passo in avanti vi fu quando fu emanata la Legge 300/ 70, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che all’articolo 9 prevede l’obbligo di tutela e di auto-tutela della salute e sicurezza da parte del singolo lavoratore, perché si è capito che non si può affidare tutte le garanzie di tutela alla perfezione tecnica di macchine e impianti.

Fu però con il Decreto legislativo 626 del 1994, che si realizzò una svolta radicale in tema: i lavoratori divennero protagonisti della tutela della propria salute e sicurezza e di quelle dei colleghi, insieme con alcune figure bene individuate e responsabili: il Datore di lavoro in tema di sicurezza, il Procuratore aziendale speciale in tema, il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, il Medico di fabbrica, il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, ma con queste figure, tutti e ognuno furono chiamati a interessarsi di questi temi e problemi.

Nel 2008 un nuovo decreto, il 108, e nel 2009, il 106, perfezionarono ulteriormente l’amplissima area delle responsabilità individuali.

Gli infortuni, specie quelli mortali, e le malattie professionali, diminuirono in maniera significativa, ma negli ultimi e a noi prossimi anni, questa virtuosa tendenza si è capovolta, tornando a verificarsi un numero di eventi, anche infausti, come un decennio fa. Le ragioni sono molteplici: alcune si possono trovare anche nella riflessione che ho sviluppato nei post precedenti, e quindi non mi ripeto. Basti qui dire che, fondamentalmente, lo scambio tra mezzi e fini nella vita umana, nel senso che l’uomo non appare più chiaramente come fine, sta generando lo stato di cose attuale.

In ultimo, cito il tema della pandemia e delle misure per arginarla e possibilmente sconfiggerla. Ebbene, anche in questo caso, valgono le riflessioni sopra proposte. Il tema è quello di utilizzare la scienza e la tecnica contro questo male, ma soprattutto di essere responsabili individualmente verso se stessi e verso gli altri, favorendo e scegliendo gli strumenti di difesa personale e collettiva.

Si evidenzia qui il senso, il principio, il valore virtuosodella responsabilità individuale, che va posta al centro di ogni iniziativa: mentre la politica, le strutture sanitarie e quelle produttive debbono attrezzarsi per legiferare e regolamentare i comportamenti, gli individui devono dare il loro contributo personale, scegliendo per il BENE COMUNE.

Mi preoccupano soprattutto cognitivamente e poi eticamente coloro che si oppongono, minimizzando la portata di questo male, diffondendo idee sbagliate perché non fondate su dati (ad esempio che il 95% dei decessi coglie persone non vaccinate), e pericolose.

Tommaso d’Aquino, quando incontrava qualcuno che lo contraddiceva senza aver studiato l’argomento, e così avendone acquisito una conoscenza completa, soleva dire “contra factum non valet argumentum et memento: sutor nec ultra crepidas” (trad.: contro i fatti non valgono argomentazioni contrarie, e ricorda che ogni ciabattino non deve andare oltre il suo sapere nel costruire stivali).

Mi pare che il sapere di san Tommaso sia ancora attuale.

Che dire, dunque, infine, dell’aghioterapia in questo contesto? Che la santità non è roba-per-pochi, ma è per molti… quanti “santi” senza nome in questi 24 mesi di storia mondiale? Quanti e quante medici, assistenti, infermieri, autisti di ambulanze, operatori nel settore della sicurezza sociale, lavoratori di tutti i tipi, imprenditori, mamme, papà, collaboratrici familiari… hanno praticato, oltre ai loro saperi teorici e pratici, l’aghioterapia?

Il numero è ignoto, ma la certezza di una santità diffusa è incontrovertibile.

Non trovo più neanche un elettrauto, dove sono spariti tutti? A me, invece, il mio dentista ha disdetto l’appuntamento per l’igiene…, ma che cosa sta succedendo?

Il vaccino aveva evitato molti morti e la pandemia sembrava oramai in sonno. Aveva avuto il suo acme un anno e mezzo prima e aveva spaventato il mondo. Con un documento verdolino tutti avevano ripreso a girare dappertutto senza intoppi. Il lavoro e il reddito pro capite erano aumentati in modo inaspettato, perché tutti avevano acquisito una fiducia nel futuro che prima non c’era.

Sembrava che una società fino a un anno o due prima un po’ anchilosata si fosse risvegliata, e avesse ripreso di buona lena un cammino che ricordava i ritmi dei primi anni ’60 del XX secolo, quelli che vengono ricordati come anni del Boom Economico, che trascinò con sé anche uno sviluppo demografico superiore a ogni attesa, il cosiddetto Baby Boom.

Certamente il mondo aveva reagito in modo diverso al Sars-Cov2, si può dire secondo le possibilità: Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e… Cina se la erano cavata abbastanza bene, gli Stati Uniti un po’ meno, perché sono nazioni più o meno doviziose di soldi, di scienza e di logistica, ma la Namibia, il Sud Sudan, il Niger, la Somalia, l’Afganistan, lo Yemen, l’immenso alveare dell’India e altri posti lontani avevano avuto un numero imprecisato di infettati e di morti.

Se le statistiche relative a infettati, malati, guariti e vaccinati potevano essere abbastanza credibili per il primo elenco di paesi, per quelle citate in seguito, no.

Il mondo era cambiato, ma la gente non aveva ancora compreso in che misura e modi fosse cambiato. Ai più, anche ai media e ai politici, rimasti al livello mediocre di prima della pandemia, non era chiaro ciò che avrebbe provocato la terribile e subdola malattia infettiva, che aveva decimato città e campagna,e non solo nelle nazioni meno sviluppate. Anche civilissime città come quelle dell’arco prealpino italiano avevano sofferto malattie e morte. Era ancora negli occhi di tutti il lugubre spettacolo degli autocarri militari che portavano nottetempo o nella scarsa luce del crepuscolo mattutino le bare dei morti nei cimiteri.

Anche il lavoro era molto cambiato. Si era cominciato a praticare, specialmente nel pieno della pandemia, il lavoro in remoto, o in smart work, da casa, soprattutto da parte di chi aveva mansioni impiegatizie, amministrative o tecniche che fossero. Oramai i potenti mezzi informatici e telematici permettevano collegamenti in tempo reale tra le sedi delle compagnie industriali, logistiche e commerciali e i luoghi di effettuazione del lavoro, la casa dei lavoratori.

Si sparse l’idea che pian piano tutto il lavoro si sarebbe trasferito a casa propria, perché, ciò che era già possibile compiere in remoto oramai era acquisito, mentre le attività che avevano fino a quel tempo richiesto l’intervento manuale dell’uomo, si stavano trasferendo rapidamente, tramite una innovazione tecnologica, informatica e robotica, sempre più a macchine gestite da intelligenza artificiale o eseguite da programmati e instancabili robot.

Ciò era già praticato da almeno un decennio nelle aziende chimiche e meccaniche più evolute, e si stavano sempre più espandendo.

Qualcuno, però, aveva cominciato ad accorgersi che c’era qualche problema.

Con un lavoro sempre più distaccato dalla sua origine organizzativa e gestionale, stavano cambiando anche altre cose: ad esempio, il rapporto con i colleghi di lavoro, oramai già da un paio di decenni rarefatto dai collegamenti informatici (le mail e i messaggini telefonici) e dalla loro efficienza. I più accorti tra gli imprenditori e i dirigenti, ma anche tra i lavoratori, i più attenti fra gli studiosi, cominciarono a percepire una sorta di incrinamento della qualità relazionale tra colleghi e tra i leader e i loro collaboratori. Si cominciava a non ricordare più bene i nomi dei colleghi, i loro volti, le loro voci, le loro famiglie, i viaggi fatti assieme, le affettività, le antipatie e le simpatie. Le persone non erano più persone, ma ruoli, mansioni, posizioni, nient’altro.

Oramai la voce umana, prima percepita con l’apparato uditivo, si stava limitando a qualche telefonata, ma più ancora a dei comunicati “vocali” inviati nella messaggistica gratuita in tempo immediato (più ancora che reale, cui le persone si erano abituati dallo sviluppo del web, cioè dai primi anni 2000).

Si stava perdendo di vista quello che storicamente, almeno dai trentenni in su, era stato il rapporto inter-soggettivo e interpersonale tra colleghi, con i collaboratori, con i superiori. Ma vi è di più: oramai una schiera di misteriosi ed eleganti criminali del web stavano hackerando indifferentemente obiettivi generici e mirati, con i loro tremendi ransomware, che si prestavano a ricatti di tutti i generi verso le malcapitate vittime degli attacchi.

Vi fu un periodo di barcollante incertezza.

La politica non sapeva che pesci pigliare, come normare queste novità estreme del lavoro, se e come e dove considerare soggetto fiscale i grandi web player, che ormai guadagnavano più dei maggiori gruppi industriali e commerciali del mondo.

Ma vi fu ancora di più: questo abbandono progressivo del lavoro dalle sue proprie sedi, mediante l’uso dell’automazione e della telematica sempre più spinto, costrinse gli istituti tecnici superiori e le facoltà tecniche a progettare e a programmare corsi sempre più intrisi di saperi innovativi guidati dall’intelligenza artificiale. Nelle università si insegnava solo con la semplificata e impoverita koinè inglese oramai in uso da decenni in tutto il mondo.

I beni della Terra interessavano i decisori solo come elementi e fattori di energie rinnovabili, anche se i combustibili fossili erano ancora le fonti prevalenti di energia. Persi negli algoritmi e nei diagrammi progettuali, i leader non si guardavano neanche più in giro, non apprezzavano più il Requiem di Mozart, la Nike di Samotracia, la Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze di Michelangelo Buonarroti, gli idilli del conte Giacomo e le opere di Shakespeare o di Sofocle, il XXXIII Canto del Paradiso dantesco, ma nemmeno un tramonto d’autunno sulle Alpi o su una spiaggia amalfitana.

I giovani si iscrivevano a questi istituti formativi con sempre maggiore entusiasmo, quasi evitando, e certamente dimenticando, le facoltà di scienze umane, la filosofia, la psicologia, gli studi sull’uomo e per l’uomo, tutto l’uomo, corpo-anima-spirito dell’uomo, privilegiando la strumentalità e la mera efficienza, che diventavano da mezzo (indispensabile per ridurre la fatica delle persone…), fine. L’uomo non stava venendo – da… se stesso – più percepito come fine delle sue stesse azioni, ma come strumento reiteratamente destinato a innovare senza fine, in ogni settore, e senza alcuna domanda sugli effetti successivi di questa concentrazione sui mezzi divenuti fini.

L’effetto che, però, fece riconsiderare questa fanatizzazione del nuovo, fu un fenomeno inaspettato: comunque l’uomo, anche se ormai abitava in case caratterizzate dalla tecnologia domotica, non trovava più un manutentore, un elettricista, un elettronico, un idraulico, un barbiere, perché tutti gli strumenti per la vita casalinga erano (ritenuti) perfetti e esenti da ogni rischio di rottura.

Soprattutto coloro (ed erano ancora alcuni miliardi sulla Terra) che ancora non si erano troppo “domotizzati”, non trovavano più qualcuno che venisse ad aggiustare un rubinetto, a sbloccare uno scarico di cesso intasato,
un igienista dentale, non trovavano più un elettrauto, perché non tutti, anzi pochissimi, potevano disporre di Tesla da 65.000 dollari…

E allora scesero in piazza in tutto il mondo. I giornalisti si svegliarono dai loro beati sonni, seguiti dai politici. Gli studiosi riscoprirono Aristotele e Kant, e anche Freud e Jung, ma anche il capitolo Quinto del Vangelo secondo Matteo, quello delle Beatitudini, i Discorsi di Benares del principe Siddharta Gautama, L’arte della guerra (per non fare la guerra) di Lao-Tzu, e si fermarono a riflettere, perché forse avevano esagerato.

Il fatto è che questo racconto, nato da un sogno raccontatomi dall’amico Gianluca, si ferma prima che gli uomini e le donne (nel sogno) si rendessero conto che era un… sogno.

Meno male che era un sogno (premonitore).

STRESS, STRESS, STRESS! E’ ora di finirla con lo STRESS. NON ESISTE lo STRESS, ESISTE SOLO la FATICA se si LAVORA e si STUDIA tanto, COME è necessario!

Mio padre Pietro lavorava in cava di pietra dodici/ quattordici ore al giorno per pagare i debiti e per farmi studiare al liceo classico, la “scuola dei ricchi” che anche un ragazzo povero ma intelligente lui aveva capito che doveva frequentare.

falso stress da ricrescita

E parlo anche di me: dopo il liceo classico, quando durante le cinque estati delle superiori lavorai a portare bibite, poi, diplomato, andai a lavorare per sette anni in fabbrica come operaio, mentre studiavo scienze politiche. E poi nel sindacato e in azienda lavorai a tempo pieno continuando a studiare fino a raggiungere i risultati odierni, di 43 anni di lavoro e sei titoli accademici di cui due Dottorati di ricerca. Ora presiedo organismi di vigilanza di grandi aziende, presiedo l’Associazione italiana per la consulenza filosofica e sono docente in diversi corsi universitari. Ho scritto decine di libri e vinto premi letterari. Io, figlio dell’operaio cavatore Pietro Pilutti e della donna di servizio Luigia Bertoli.

Chi sono io? Lo Spirito Santo? Superman? No, un uomo friulano di volontà e forza incrollabili, ma non per dono gratuito, certamente per genetica, ma ancora di più per applicazione costante e abitudine alla fatica.

E ora veniamo al termine stress. Già in altri loci di questo blog ho parlato di stress, specie parlando di legislazione applicata del lavoro, ma sempre a partire dall’etimologia della parola.

Stress viene dal participio passato latino strictus, infinito del verbo stringere, cioè “co-stringere, obbligare”. Lo stress è dunque un qualcosa che ti lega, ti tiene stretto… va bene, ma che cosa significa? Significa l’impegno che ognuno di noi umani ha nella vita, se non vuole vivere di rendita e percepire il “reddito da divano di cittadinanza”, che significa prendere soldi senza lavorare.

Sono ben consapevole che, fin dall’esempio di mio padre, si può essere stressati, ma oggi si esagera con l’uso di questo termine. Mio padre non lo conosceva e neanch’io da ragazzo, per cui, né lui né io eravamo stressati, casomai eravamo stanchi, persino anche estenuati, da cadere nel sonno più profondo, ma non stressati.

Conosco bene la legislazione che si interessa dello stress lavoro correlato (art. 28 del Decreto legislativo 81 del 2008), sul cui tema ho anche diretto tesi di psicologia del lavoro, e quello stress, che può essere reale, va misurato con i sistemi psicometrici e statistici oggi a disposizione, ma cum grano salis, perdio!

Me ne occupo anche come Presidente di Organismi di vigilanza previsti dal Decreto 231 del 2001, mediante un’applicazione di una corretta Etica del lavoro e d’impresa. Figurarsi se non conosco la letteratura filosofico-giuridica e le prassi applicative delle dinamiche dello stress! Ma non esageriamo.

Oggi mi pare che questo tema si sia impadronito del linguaggio corrente, specialmente di giovani che non hanno ancora imparato la fatica obbligata dell’impegno dello studio e lavorativo, per cui occorre discutere, approfondire, per non favorire quello che mi sembra una specie di vittimismo dello stress.

Stiamo attenti: se non diamo i nomi corretti alle cose e ai fatti, rischiamo di essere vittime delle parole stesse, come se esse avessero un potere performativo negativo su noi. E’ un rischio.

E voi, ragazzi, smettetela di dire ai genitori e a chi vi vuole bene “Non stressarmi“, ma dite piuttosto “sono stanco, sono stanca, mi riposo un po’ e poi riprendo”… altrimenti lo stress può diventare un pericolosissimo alibi per non fare, e quindi per non crescere e non raggiungere alcuna autonomia, a partire da quella economica. Accettate, intanto, anche lavori precari e non rispondenti alle vostre aspettative, per allenarvi all’impegno e alla responsabilità. E alla fatica. Lo studio poi vi porterà a trovare le piste professionali che più sentite vostre, per le quali sentite una vocazione.

E voi genitori, educatori, non fatevi commuovere dalla richiesta impietosente contenuta nella espressione “Non stressarmi“, ma trovate il momento per riprendere a dialogare con i vostri giovani, figli o studenti che siano, per far comprendere loro che senza fatica non si raggiunge alcun risultato e, ciò che è più grave, non si realizza quel tanto di sé costituito dai talenti naturali che possono emergere e affermarsi solo accettando lo sforzo dell’allenamento e dello studio.

Nessun campione è mai diventato tale senza sforzo e autodisciplina, ma neanche alcun essere umano che abbia avuto la soddisfazione di realizzare i propri sogni, perché anche i sogni si realizzano solo e solamente con lo sforzo, la costanza, la perseveranza, accettando di stancarsi e di provare pena e perfino dolore.

La fatica e il dolore educano, lo stress conclamato ci rovina. Meditate ragazzi, meditate…

America, primi anni ’90, ero in Argentina e negli USA da segretario regionale del Friuli Venezia Giulia di un sindacato confederale, e componente della Direzione nazionale, dove incontrai sindacati locali in sedi loro a Baires, a New York e a San Francisco, e… in storiche logge massoniche italo-americane, non più operative, mi dissero (forse “in sonno”, pensai, come si dice in questi casi). Una di queste logge si chiamava “Giuseppe Garibaldi” (ecco!), et alia…

Ricordo che, prima di essere rieletto al ruolo dirigente del sindacato regionale all’inizio dei ’90, fui contattato da un massone abbastanza importante che mi “consigliò” di non dare troppo spazio alla stampa cattolica nel mio ruolo, anche se “loro” comunque mi avrebbero votato con convinzione, per stima politica e culturale nei miei confronti. E fu così, peraltro, senza (ovviamente) che io gli avessi promesso nulla.

In quei primi ’91/ ’92 fui anche in America, prima a Buenos Aires e dintorni e poi negli Stati Uniti.

Incontrai emigranti italiani e friulani. Da Santa Maria de los Buenos Aires a Cordoba, a Carlos Paz, a Rosario, a Salta… ma la visita più emozionante è stata a Colonia Caroja, friulanissimo paese perso nella pampa cordobense. Lì, sentii parlare friulano, come quando ero bambino a Rivignano e ascoltavo incantato i racconti dei nonni e dei vecchi della contrada alla “fine del mondo”.

Mi colpì la “Nazione sorella”, l’Argentina, in tutte le sue manifestazioni. Ricordo che, e lo dissi agli amici argentini, che provai grande dolore quando scoppiò la Guerra per le Malvinas (uso il nome argentino), o Falkland, dicendo che il regno Unito avrebbe avuto titolo e diritto di difendere la “inglesità” delle Orcadi, delle Ebridi, delle Shetland etc. se l’Argentina le avesse pretese, ma guerreggiare in fondo all’Atlantico per un arcipelago al largo del Paese sudamericano era solo un ultimo arrogante sussulto imperiale della (dissi sorridendo) “perfida Albione”. Riflessioni, queste, che non tengono essenzialmente conto della grande storia, dei suoi flussi, dei suoi equilibri e squilibri, ma prevalentemente dei sentimenti miei.

Non contesto i meriti della Gran Bretagna sul piano storico-politico, come prima Nazione al mondo a scegliere una forma democratica di governo, nei tempi moderni (non in assoluto, perché le pòleis greche la precedettero di duemiladuecent’anni), e come potenza decisiva nella lotta al nazismo, ma la critico per lo spirito di superiorità verso tutti o quasi che tende a manifestare in ogni occasione, anche se oramai con sempre minori velleità.

Lo fa ancora, infatti, nella politica (si pensi alla Brexit), nello sport (si pensi all’Europeo di calcio e alle corse veloci nell’Olimpiade di Tokio), nel militare (gli interventi di Thatcher e Blair in Irak e altrove, senza tornare ai tempi coloniali), solo per esemplificare. In realtà, mi pare di poter dire che gli Inglesi sono strutturalmente gelosi delle grandezze altrui, e se possono, le minimizzano. Ma della Brexit sono già pentitissimi.

In Argentina visitai Rosario, dove mi fu mostrato l’immenso Rio Paranà, di cui non si intravede l’altra sponda; Cordoba, dove potei parlare a un convegno tenuto nell’Università gesuitica, la più antica del Sudamerica; Salta, sulle Ande, in vista del monte Huascaran; Iguazù, le cui cataratas tuonano nell’immensa boscaglia tropicale. Fu lì che mi vidi transitare tra le gambe un’iguana curiosa.

Negli Stati Uniti ebbi modo di vivere New York per una settimana, e San Francisco per alcuni giorni. Conobbi i nostri emigranti sparsi in varie classi sociali, e parlammo della controversa fama degli Italiani negli Stai Uniti d’America. Ci compiacemmo delle attività positive e ci dolemmo delle attività delinquenziali della mafia di origine sicula.

Ricordo che parlammo dell’ingiusta condanna a morte di Sacco e Vanzetti e dell’impresa friulana co-autrice dei volti dei quattro Presidenti americano scolpiti sul monte Rushmore nel North Dakota. L’impresa dei fratelli De Candido, emigrata da Meduno, paesino delle Prealpi friulane.

Ebbi modo camminare nottetempo da Central Park alla “punta” estrema di Manhattan, e di osservare il tratto di mare che dava su Ellis Island e la Statua della Libertà.

Mi portarono anche a Brooklin, dove visitammo la “Loggia” in sonno, su una Buick da sei metri, cordialissimo Santo P., chissà che biografia aveva… E la bistecca alta quattro dita in Times Square, da solo, con due patatone da pelare e una patata bionda che mi guardava, ma senza ottenere da me particolare attenzione. Il Moma, dove mi soffermai sui modelli di sedia più famosi e sullo stetson di John Wayne, quello di Sentieri sevaggi. Al Celebrities Cafè feci colazione osservando le foto di Kevin Kline e Meryl Streep, spesso clienti, come anche Woody Allen, che abitava ai confini tra Central Park e la Sixt Avenue, mi diceva la banconiera, che mi aveva preso in simpatia dopo il primo giorno.

Passeggiai per Broadway e sotto le Twin Towers, che ritenni un po’ bruttine, più eleganti l’Empire State Building, che salii, e la Chrisler Tower.

A San Francisco passeggiai sui pontili dei pier, osservando i leoni marini e sentendone il loro olezzo. A Lombard Street mi sembrava di essere in Italia verso Amalfi, perché i giardini sono all’italiana.

Sausalito, oltre il Golden Gate, era come una memoria dei ’70, con negozi colorati e musiche, quasi come si fosse in attesa di Carlos Santana.

Altre mete solo promesse, come Yosemite o Carson City verso il Nevada.

Non sono più tornato negli USA, mentre fui invece, più volte, in anni recenti per lavoro nella grande repubblica centroamericana del Messico, a Querètaro, memore della morte di Massimiliano d’Asburgo e di Benito Juarez. Dall’immensa Città del Mexico mi portarono alle piramidi di Teotihuacan  e lì pensai che il pensiero umano è unico, anche a distanza di migliaia di chilometri.

Qui non ricordo il grande viaggio in auto nell’Unione Sovietica di Breznev, da Minsk a Leningrado (così si chiamava allora San Pietroburgo), passando per Smolensk, Mosca e Novgorod, né quelli per le Cattedrali gotiche di Francia, da Bourges a Chartres ad Amiens, Praga, l’Ungheria e la trasferta a Bucarest per assumere decine di infermiere per i nostri ospedali. Ne ho già parlato tempo fa, anche se il ricordo è sempre vividissimo, di ogni viaggio, di ogni incontro, come quando a Cracovia un ragazzino mi gridò in faccia “Paolorossi”, perché mi aveva riconosciuto come italiano.

Vorrei nella vita riuscire ancora a visitare un po’ di Grecia classica e i luoghi della vita del Maestro di Nazaret, ad altro non anelo, perché tutto il mondo è compreso nel pensiero che gli rivolgo, bene prezioso e indispensabile per ogni essere umano. Da difendere, se ne saremo capaci.

“Agorà”, in Greco antico, significa slargo, piazza: il plurale è “agorài” (piazze). Bene: vedo Letta del PD che troneggia su palchi dove la scritta è la seguente “Agorà democratiche”, quindi con il nome al nominativo singolare e l’aggettivo al plurale. Non mi si dica che in italiano i plurali greci non si mettono (come nell’inglese inserito in un testo italiano, perché sarebbe come dire che greco e latino stanno all’italiano come l’Inglese). Conclusione: Greco e Latino sono “papà” e “mamma” linguistici dell’Italiano e dunque, se non si conosce l’abc del Greco antico, si lasci perdere, per carità

Alle solite! Si usa una lingua antica e si fanno figure barbine. Chissà perché lo fanno… fa figo? E’ una cosa capalbiese, radical chic, snobistica? Mi par proprio di sì. Poi sono più o meno gli stessi che dicono mìdia invece di mèdia, plàs invece di plus, perché hanno deciso che la koinè inglese si è impadronita anche di un neutro latino della seconda declinazione, o di un avverbio comparativo di quantità.

Non è serio usare termini e concetti che non si conoscono per fare bella figura… con chi, poi? Chi non conosce il greco antico non si accorge dell’errore, e ci capisce poco o nulla del sintagma greco-italiano, a meno che il “colto” Letta non lo spieghi, mentre chi conosce il greco, può anche ridersela. Bel risultato.

Gli uomini e le donne di sinistra non avevano bisogno di grecizzare o latineggiare sbagliando, perché gli Amendola, i Pintor, i Macaluso, le Iotti, le Anselmi, i Chiaromonte, i Magri, le Castellina e le Rossanda, i Natta, i Bufalini, i Martelli, i Valdo Spini, et alii aliaeque (che Dio abbia in gloria chi non c’è più e protegga chi è ancora tra noi), pur potendolo fare, non indulgevano in inutili sfoggi di classicismi fuori luogo. Neppure Alessandro Natta che insegnava greco e latino al classico.

Ora, invece, seguendo la linea sub-culturale del web, che banalizza, semplifica e confonde cultura vera e raffazzonate citazioni, non pochi tra gli attuali politici di sinistra, come il sopra citato segretario, tra i quali tenta di galleggiare anche un Conte e il sempre parvenù Dimaio, abbozzano ipotetiche idee-forza e sintagmi markettari solo apparentemente colti e originali, in realtà scorretti, ma per nulla intelligenti ed efficaci.

Non parlo della destra, che offre – solo eccezionalmente – persone colte in posizioni di rilievo. Salvini e Meloni sono dei non-laureati al potere, ma questo non è il fatto più grave, perché, come chi mi conosce bene sa, io ho incontrato nella mia non breve e non da poco esperienza di incontri, diversi laureati non-colti e poco intelligenti, e non pochi “solo” diplomati, e anche con la terza media, di grande intelligenza e cultura. Un nome su tutti: Pierre Carniti, storico segretario generale della Cisl, che conobbi bene, aveva solo la terza media.

Salvini e Meloni (questa più di quello) sanno stare davanti a un microfono anche con grande efficacia, ma quando si spendono in ragionamenti che richiedono veri e seri fondamenti culturali, magari in storia, economia, temi sociali, mostrano tutta la loro inadeguatezza, anche qui evitando di citare la loro assoluta ignoranza in temi di filosofia del diritto e di etica generale.

A destra si trovano persone di cultura, certamente, e alcune anche molto visibili, come Marcello Veneziani oggi, e un Pino Rauti qualche decennio fa. La cultura è qualcosa di diverso dall’ideologia, ma quando manca, anche l’ideologia zoppica, come insegnava un grande Italiano, Antonio Gramsci.

Viaggiando ascolto spesso le cronache parlamentari di Radio radicale, emittente benemerita che i “grillini” qualche anno fa volevano costringere a chiudere, ma non ci sono riusciti; ebbene, il livello degli interventi dei DEPUTATI (o dei SENATORI), compresi i leader, a parte qualche eccezione molto rara, è caratterizzato da: 1) un linguaggio approssimativo, impreciso e a volte indecente, evidenza di un parlato in italiano di scarsa qualità e di una conoscenza delle lingue estere risibile (basti ascoltare le citazioni faticose degli anglicismi, che spesso sfiorano il ridicolo); 2) un’aggressività verbale che non sembra rivolta a degli avversari politici da confutare nel dibattito, ma a dei nemici da abbattere; 3) un’incapacità propositiva madornale, e mi fermo qui, per non infierire, perché questa mediocrità perfino pericolosa concerne tutte le aree politiche, di tutte!

La politica, comunque, è un “luogo”, un ambiente, con poca o punta cultura, oramai da decenni. In politica approdano figure e figuri di tutti i tipi, generi e specie, senza la selezione che fino a qualche decennio fa, funzionava, per impedire che “scappati di casa” diventassero sindaci o deputati o addirittura ministri, se non capi del governo.

Ora, invece, è possibile che uno arrivi al Governo della Repubblica Italiana senza avere prima percorso un lungo e non facile tratto di strada formativo ed esperienziale nella società, dentro i problemi, capendo pian piano di sanità, servizi, lavoro, occupazione riforme, e poi… di giustizia sociale, civile, penale, il ruolo delle parti sociali, la differenza e la necessaria integrazione tra diritti civili e diritti sociali, la relazione indispensabile fra declinazione dei diritti e osservanza dei doveri…

…per cui senti blaterare di diritti e diritti e diritti e, se gli chiedi che cosa intenda, una Lezzi, un Licheri, un Lollobrigida o una Cirinnà qualsiasi, non sanno risponderti altro che tautologicamente, senza conoscere nemmeno, beninteso, il significato del termine che ho appena usato.

Beatrice (Bebe) Vio mostra come la “gioia”, quel sentimento che in latino si dice “gaudium”, prevalga sulla “felicità”

Quando vedo o ascolto Beatrice (Maria-Adelaide-Marzia)-Bebe Vio, nata nel 1997, provo gioia. Provo la gioia che la ragazza mi trasmette con il suo entusiasmo, il suo sorriso, la sua eccelsa classe sportiva.

Pur essendo stata tormentata fin da piccola da una tremenda meningite che la ha mutilata, Bebe è una grande campionessa dello sport che si dice parolimpico, nella specialità della scherma, arma del fioretto, ma a mio parere si dovrebbe dire “dello sport”, e basta. Mi viene da pensare che se (uso l’ipotetica nonostante solitamente io rifugga da simulazioni a-storiche) avesse potuto usufruire dei suoi arti e di un corpo integro, avrebbe potuto imitare e seguire in grandezza sportiva l’immensa Valentina Vezzali.

Le sue performance mi offrono l’occasione di parlare della gioia, come sentimento positivo cui si anela sempre, anche se spesso si preferisce parlare di felicità… dopo di che ci si accorge che la felicità, intesa come stato di benessere gioioso continuo non si può mai dare, perché non c’è, non existe, cioè non sta dentro e fuori di noi.

Qualche giorno fa ho scritto dell’etimologia di felicità, che va fatta risalire alla radice sanscrita fe, che significa fecondità. Ecco, allora potrebbe darsi che l’etimo antico ci possa aiutare a darle un senso.

Nel caso della Bebe, dire che manifesta non solo gioia ma anche felicità di vivere, si può. Questa ragazza di ventiquattro anni, martoriata dalla sorte, da quello strano e incomprensibile (agli occhi e al sentimento) garbuglio di volontà umane, circostanze, genetica, ambiente… che a volte chiamiamo DESTINO, riesce a mostrare una felicità di vivere, almeno davanti alle telecamere, che fa provare ai lamentosi di ogni genere e specie, se riflessivi, un sentimento di vergogna e quasi di blasfemia, quando si lamentano, come si dice in Friuli, “di gamba sana”, che significa lamentarsi di inezie.

Devo dirti, caro lettore che, pur a volte soffrendo penosi dolori alle vertebre dorsali, lascito del tumore terribile che mi colpì quattr’anni fa, il pensiero di una ragazza coraggiosa come Beatrice Vio, mi aiuta a lamentarmi il meno possibile e mi ispira un po’ di vergogna se indulgo un pochino troppo nel lamentarmi, quando qualcuno mi chiede come sto.

Torniamo al sentimento della gioia, che ritengo più realistico di quello della felicità. Tre lustri fa, più o meno, con la mia carissima amica, la psico-pedagogista Anita Zanin, scrissi e pubblicai un volume che si configurava come una sorta di contro-manuale di pedagogia dell’età evolutiva. Ebbene, decidemmo di intitolarlo “Educare all’infelicità”, proprio per sottolineare la problematicità del termine, e per segnalare tutti gli “errori” educativi che gli “educatori”, genitori e insegnanti in primis, rischiano di commettere, se non tengono conto che non si può insegnare dall’alto ciò che andrà a costituire la struttura di personalità dei bambini, ma che si deve piuttosto “accompagnarli”, nella loro crescita, rispettando in ogni momento le caratteristiche delle piccole persone in evoluzione, dando loro delle dritte generali, ma soprattutto orientandoli con l’esempio e con la coerenza comportamentale.

Il volume, presentato a suo tempo durante la rassegna Pordenonelegge, ha avuto un certo successo, ma, abbiamo pensato che ciò sia avvenuto soprattutto per la paradossalità del titolo, con il quale abbiamo inteso pro-vocare curiosità, ma anche sottolineare, proprio ponendo un termine dal significato contrario della felicità, come questa condizione sia un tema arduo e largamente simbolico nella vita umana.

In-felicità certamente significa mancanza di benessere e di gioia, ma può anche favorire l’acquisizione di una consapevolezza che lo star-bene è una conquista della mente, della riflessione razionale e morale sui valori essenziali e non volatili, della vita.

Si può essere “felici” (virgoletto per restare nella logica del pensiero che qui cerco di esprimere), anche quando manca qualcosa alla nostra vita, ad esempio una parte di agio, un pezzo di salute fisica, una parte di sicurezza, solo se riusciamo a declinare questo “essere-felici” come una capacità spirituale di cogliere la gioia di vivere in (di) ciò che vale veramente: un rapporto sincero con l’altro, un sentirsi utile in una comunità, una capacità di ascoltare e di farsi ascoltare, una accettazione del limite nostro e degli altri, che è la condizione esistenziale più vera della vita umana, e di (e in) questo limite, una volta esplorato e còlto, sapersi ac-contentare.

La Tecnologia tecnocratica (Tèkne + Lògos) crea un’Antropologia (‘Anthropos + Lògos) verso il “Trans-umanesimo”?

Nella storia , la tecnologia ha sempre modificato la vita degli esseri umani, a partire dall’invenzione della ruota e dalla scoperta dell’utilizzo del fuoco.

L’evoluzione della scienza ha accompagnato e assistito l’incremento della tecnica applicata a tutte le attività umane, da quelle economiche a quelle militari.

Si pensi alla tecnologia evolutissima che gli antichi Egizi utilizzarono per la costruzione delle piramidi, oppure ai sistemi di irrigazione realizzati dagli Assiri e dai Babilonesi, sfruttando le acque dell’Eufrate e del Tigri; si ricordi l’enorme lavoro che richiese la costruzione della Grande Muraglia ai Cinesi di tremila anni fa.

I Romani unificarono l’impero, certamente con le legioni, lo Jus e la lingua latina, nel rispetto di tutte le lingue locali che via via incontravano, ma anche con la costruzione di un reticolo di strade sistemate nel modo più razionale che si potesse pensare. Ancora oggi, grandi vie di comunicazione efficienti, specialmente in Italia, portano il nome dei Magistrati romani che le vollero costruire.

Nel Medioevo la scienza procedette spedita, nell’esame della Terra e del Cosmo. Ben prima di Copernico e Galileo, Roberto Grossatesta, francescano ricordato anche perché fu tra i fondatori della Universitas Oxoniense (Oxford) comprese l’eliocentrismo, sulle tracce di Aristarco di Samo che ebbe ragion teorica sulle opinioni di Aristotele, ma perse la partita per l’enorme prestigio del filosofo che, in questo ambito, errò.

Anche lo studio dell’anatomia, della fisiologia e quindi della medicina umana viaggiò nei secoli da Ippocrate e Galeno fino alla modernità, superando via via errori e pregiudizi sul funzionamento del corpo umano. In Oriente si procedette in modo diverso con le tradizioni olistiche, omeopatiche e psico-fisiche dei Cinesi e degli Indiani.

La psiche fu studiata dagli antichi filosofi greci, dando poi il nome alla scienza della mente, la psicologia, come branca della filosofia della natura, o della fisica, come la chiamava Aristotele.

Ebbene, non sto qui a ricordare gli studi dell’ultimo secolo e mezzo in tema, dai maestri di Freud ai nostri giorni, perché argomento noto ai miei lettori.

Mi soffermerò invece sul rapporto oggi sempre più pervasivo esistente ed operante tra tecno-scienze e mente-corpo umani, nella furente evoluzione delle tecnicalità e dei mezzi attuali di informazione, formazione e produzione. I famosi mèdia (pronunzia “mèdia“, latino, neutro plurale di medium, mezzo, checché ne dica quella valorosa giovin filologa di mia figlia Beatriz), sono il tramite di tutta questa radicale evoluzione.

La domotica (la casa automatizzata mediante elementi di intelligenza artificiale), la robotica, come strumento per ottimizzare le strutture produttive riducendo al minimo la fatica umana e anche la noia della ripetitività delle operazioni, la ricerca biomedica della genetica, per una anamnesi precoce di difettosità intrinseche della struttura corporea, la nuova fisica delle micro particelle, etc. sono solo titoli di un’immensa evoluzione scientifica e tecnica che sta avvenendo, in parte (molto piccola), sotto gli occhi non sempre attenti dei più, in parte senza che questi “più” se ne accorgano, al punto da far nascere anche improbabili teorie su complotti atti a governare, non solo le menti umane, ma anche le scelte individuali, da parte di non meglio identificati gruppi di potere politico-finanziario.

Si parla (e si straparla) di algoritmi oramai in grado di condizionare le scelte sui consumi e sugli orientamenti culturali e perfino sessuali delle persone. Vero è che, nel momento in cui si entra a far parte dell’immensa comunità del web e dell’online, si entra nella rete commerciale di chi questi sistemi ben conosce, usa e sfrutta. Certo è che, sulla base dei click che si fanno, si viene censiti, in modo da venire oggetto di promozioni commerciali di vari generi e specie.

Il sempre più ampio fenomeno degli hacker non fa che accentuare questo trend, a volte mettendo seriamente a rischio il lavoro, i collegamenti finanziari e commerciali, e l’economia in generale. Su questo tavolo giocano un risiko complesso e nascosto vecchie e nuove “grandi potenze”, le quali hanno capito molto bene che oggi più dei cacciabombardieri da due Mach e mezzo, sono necessarie sofisticate tecnologie informatiche, tali da intercettare e mettere in difficoltà competitor e avversari economici.

La vicenda di questa pandemia, di questo Sars Cov-2 (il fatto che sia così classificato già dice come sia stato prevedibile e già censito) sta mostrando elementi di ignoranza tecnica (di ritorno, ma anche di andata) pervasivi. Un laboratorio prezioso svolto nel corso del seminario estivo di Brescia della Associazione per la consulenza filosofica da me attualmente presieduta, Phronesis, proprio in questi ultimi giorni di agosto 2021, mostra come l’intera vicenda abbia connotazioni di complessità estrema, e vada analizzata con l’acribia filosofica che manca al dibattito pubblico.

Non si può parlare con faciloneria e banali semplificazioni di argomenti così complessi come il Covid e le misure per affrontarlo. Quello che è importante è, ancora una volta, l’informazione scientifica seria e fondata su elementi e dati onesti, e non solo sulla quantitatività dei numeri: quanti infettati, quanti guariti, quante terapie intensive, quanti decessi, etc., ma anche su ciò che questo stato di cose genera individualmente, socialmente, nelle famiglie, nelle scuole e nei luoghi dell’economia. Intendo dire: sullo spirito, sull’anima, sulla psiche delle persone e degli operatori che si occupano della malattia.

Oggi si assiste alla contrapposizione neo-manichea tra vaccinisti e no vax, derivante da due classificazioni ancora più ampie, quella dei negazionisti (ad e. sulla Shoah) o revisionisti (ad e. sulla Resistenza italiana ’43 – ’45), e quella di chi ritiene di dover rispettare le norme date dalla legislazione pubblica, in nome del bene maggiore della comunità.

Anche il tema della libertà è maltrattato e mal proposto. Più volte ho proposto qui e altrove di ritenere la libertà una dimensione legata, non all’arbitrio emotivo del “fare-ciò-che-si-vuole”, ma alla ragione del “volere-ciò-che-si-fa”.

In questa fase, nella quale la pandemia del Covid ha mostrato tutta la sua pericolosità e virulenza, un esercizio responsabile della libertà, come sopra intesa, è VACCINARSI, non confondendo la libertà responsabile con la licenza di poter infettare gli altri, infettandosi.

Tutto si sta modificando e il rischio di una disumanizzazione è forte, e non solo nel giudizio neo-manicheo degli avversari, che diventano nemici, ma anche nel non governo dell’innovazione tecnologica, quando questa interviene sull’umano, sul corpo e anche sull’anima.

Molti irresponsabili oggi straparlano di transumanesimo, che dovrebbe essere accettato in nome della tecnologia e della scienza, di una scienza separata dall’etica… e qui, per etica intendo, come ben sa chi mi conosce, un’etica declinata chiaramente secondo un fine, quello della salvaguardia dell’umano tutto intero e della natura nella quale l’umano stesso vive e può prosperare, se riprende a riflettere seriamente sull’impatto che la vita delle persone, dei popoli e delle nazioni ha sull’intero sistema del Pianeta Terra.

“Troppi morti…”, esclama un uomo politico parlando del terremoto del Centro Italia di cinque anni fa: un’altra occasione per criticare chi si schiera sempre e solo da militante per un simbolo politico di partito senza valutare le qualità morali e culturali delle persone che lo rappresentano

“Troppi morti…”, inizia in questo modo il ricordo di tale Legnini, che fu anche Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per ricordare il terremoto di cinque anni fa nel Centro Italia.

Troppi morti? Quanti? 299. Non ricordo bene, tutti indispensabili, tutti dello stesso valore, come persone. E se fossero stati 30, il 10%, che cosa avrebbe detto il Legnini? Beh, un numero equo, accettabile, non eccessivo, di morti, forse? Che ragionamento è quello che gli fa dire “troppi”? Aaah, certo, non è un ragionamento, ma una distrazione verbale: una distrazione dovuta a un fondamentale, essenziale, scarso interesse e poca empatia per la disgrazia. Mi domando: c’è un numero di morti-soglia per una disgrazia che cominci a far esclamare il politico che passa davanti alla telecamera “Troppi?”?

Chi avesse vera empatia non si “farebbe scappare” una parola come “troppi”. Ne sono convinto.

Ma che razza di pensiero mi viene in mente, vero, caro lettore? Sono troppo severo, e perfino “cattivo” con questi politici? Esagero? Bisogna essere più pazienti? Forse presumo troppo (questo aggettivo ci sta bene, qui) dalla qualità attuale del personale politico?

E’ che a me, al posto loro, non scapperebbe. Tutto qui. E non sono un “politico-puro”, ma conosco ciò che rende la politica un’arte (cf. Aristotele) nobile, forse la più nobile, perché si occupa del “Bene Comune”.

Non riesco più da tempo ad ascoltare alcun politico. Ogni volta che ne vedo uno (quasi tutti) aprire bocca, mi vengono brividi di noia (semmai la noia possa generare brividi) e un po’ di nausea, di qualsiasi partito sia, e non sopporto più neppure i militanti, quelli che “tengono” per qualcuno e criticano sempre gli “altri”. Non sopporto più neanche costoro, perché mi permetto di pretendere da questi, se hanno qualche competenza storico-politica e un po’ di cultura generale, un atteggiamento più equamente critico, equilibrato, emotivamente distaccato e scientificamente fondato. Militare si può sempre, quando è il momento, e si deve (pure) militare, pena l’affidamento del destino comune agli altri, ma il momento del ragionamento non può e non deve essere “militante”, altrimenti non-è un ragionamento, non ne ha le caratteristiche logico-argomentative, perché non può essere un sillogismo, e neanche un entimema, che è un sillogismo semplificato, del tipo “l’uomo è razionale, e dunque è libero”. Può essere solo un giudizio apodittico, e dunque pregiudiziale.

Al dunque. Non ce la faccio a sentire lodare Salvini da un leghista, o Letta da uno di sinistra perché Letta è (è? sarebbe?) di sinistra. Siamo arrivati al punto che i “di sinistra” hanno bisogno di lodare un democristiano, democristiano fin nel midollo. Fosse intelligente e capace come Aldo Moro, mi unirei a loro. Per Letta, no. E nemmeno per Orlando, Zingaretti e gli altri della truppa.

Evito di citare le Meloni, che insegna a Biden l’agire politico del Commander in Chief (se ci fosse LEI al suo posto, caro lei!), ben al sicuro della “sua” Roma romana e romanesca, e i suoi affini, oppure i Cinque Stelle, da Grillo in giù, o in su, non so. Conte lo cito solo perché mi è uscito di penna. Un disastro. Ripeto qui un giudizio sulla qualità politica attuale già da me espresso in questa sede qualche giorno fa: solo Draghi e Giorgetti, e forse Bonaccini, che poi non sono nemmeno tutti o del tutto politici “puri”, val la pena di ascoltare, a mio parere.

Le ragioni di questo declino qualitativo, a parer mio, si possono ricondurre a tre o quattro vettori generativi: a) la diffusione del Pensiero Unico, che rende problematico e faticoso il combattimento psico-cognitivo e intellettuale per contraddirlo con fondamenti diversi; b) la mancanza di un periodo di “gavetta”, che un tempo era “fisiologicamente” obbligatorio per chi volesse “fare politica”: in altre parole, non si poteva pretendere una candidatura, fosse pure a un consiglio comunale, non retribuita, se prima non si costruiva un’esperienza di sezione, di volantinaggio, di volontariato gratuito alle sagre e feste di autofinanziamento: ci si chieda da che parte sono venuti i centinaia di grillini che oggi siedono in Parlamento a 13.000 euro al mese, e non solo loro, perché la qualità scarsissima degli interventi è generalizzata; c) lo scadimento della cultura media generale, dovuta alla frequentazione di scuole superiori di livello spesso scarsino , ma soprattutto di corsi di laurea improbabili, tipo scienze della comunicazione o cose del genere, che rende i nostri neolaureati impegnati in politica abbastanza simili ai loro coetanei americani, che frequentano “licei” ridicoli, e si “laureano” a 21 anni, un disastro; d) la professionalizzazione mestierante, che gli permette di fare il mestiere del politico senza basi di formazione umana, spirituale e politica, non solo insufficiente, ma anche in qualche modo pericolosa per la delicatezza dell’attività politica.

Queste, a parere mio, le ragioni per le quali quasi tutti i politici e le politiche attuali sono quello che sono, e parlano e scrivono (quando scrivono) come parlano e scrivono.

Gli stivali di Re Vittorio

Toni, bundì, veiso timp?” (Friulano: Toni, buongiorno, avete tempo?)

Ai simpri timp par vo, sior sindic” (Ho sempre tempo per voi, signor sindaco)…

Toni zuet (zuet, in friulano, significava e significa zoppo, perché Toni aveva avuto in gioventù la frattura di una tibia mal curata, che gli aveva lasciato una zoppìa molto evidente) era il miglior calzolaio del paese, un vero maestro nel taglio della tomaia e nella sua applicazione alla suola.

Era metà luglio del 1915 e l’Italia era entrata in guerra contro gli Austro-Ungarici da un paio di mesi scarsi. Metà dell’enorme esercito italiano di un milione mezzo di uomini si era schierato sul fronte orientale, tra il Trentino e il Carso. Più di cinquecentomila soldati, ventenni, più o meno, di tutte le regioni d’Italia, si erano attestati nelle trincee friulane, dall’Alta Carnia alle Alpi Giulie meridionali.

Nel paesone poverissimo si era fermata una brigata di fanteria facente parte della III Armata, che era al comando di Vittorio Amedeo, Duca d’Aosta. C’erano due generali alloggiati nella Locanda al Cacciatore, con i rispettivi stati maggiori, mentre gli altri ufficiali, anche i sei o sette colonnelli comandanti di battaglione, erano stati collocati nelle scuole elementari, in piazza. I soldati, invece, erano alloggiati nelle tende piantate fuori dell’abitato, verso Udine, in una prateria fra i fiumi Taglio e Stella.

Il Sindaco, che era – al tempo – il Signor Conte di Codroipo, era arrivato nella botteguccia di Toni Pilutti insieme con un ufficiale, il colonnello Barresio, che il Sindaco stesso presentò, come aiutante di campo di Re Vittorio.

Toni si alzò con deferenza e ascoltò ciò che doveva chiedergli il colonnello:

Sua Maestà per questa notte resterà qui in paese… avrebbe bisogno che lei cortesemente gli costruisse un paio di stivali, si può fare? … per domattina.”

Era un ordine.

Toni, restando in piedi quasi sull’attenti, guardò il sindaco e poi il colonnello.

Annuì, dicendo sottovoce, rivolto al sindaco: “Ai di cjatà un corean bon, c’a no ai culì...” (Devo procurami del cuoio buono, che qui non ho).

Faseit ce c’al covente, Toni” (fate ciò che è necessario, Toni), chiuse il colloquio, sbrigativamente il Signor Conte, anche lui come il colonnello abituato a dare ordini.

I due signori si congedarono con un rapido “bune sere” (buona sera), mentre Toni già si guardava in giro per vedere se avesse a disposizione il materiale all’uopo per costruire la calzatura regale. Era stato prudente con i suoi interlocutori, perché il cuoio migliore era finito e doveva immediatamente provvedere a Codroipo. Attaccò l’asina al carretto e in un’ora scarsa era a Codroipo dal collega Fausto Bulfoni, con il quale da sempre si scambiava pareri e piaceri. Combinò. Era notte fonda quando si fece sull’uscio dove lo attendeva Mariute, sua moglie, con le mani sui fianchi e il grembiule nero sporco di polenta.

Eise chiste l’ore di tornà, on” (è questa l’ora di tornare, marito?). Toni brontolò qualcosa di incomprensibile e si si mise tavola. Mariute era al’ultimo mese della sua terza gravidanza, che pareva stesse andando a buon fine. Nel ‘9 era nata Enrica che sarebbe andata a marito con il Nobile possidente Massimiliano Gattolini, e nel ’10, era nata Anna che avrebbe sposato il fabbro milanese Aldo Morlacchi. Ora, Antonio Pilutti e Maria Biasutti aspettavano un bimbo, che volevano chiamare Pietro, come il nonno, che era morto a trentacinque anni in emigrazione, a Monaco di Baviera. E Pietro nacque il 5 agosto. Un bimbotto roseo e robusto.

La notte non fu di sonno per Toni, perché non aveva chiesto il numero dei piedi del Re. Schizzò fuori, come poteva, zoppicando, verso la residenza del sovrano e chiese di parlare con qualcuno che glielo sapesse dire. Il piantone, sconcertato, faceva resistenza, ma di lì, percependo la concitazione del dialogo, arrivò proprio il colonnello Barresio che, sentita l’istanza, si affrettò ad informarsi. Ed era tutto gentile con Toni.

Sentite, signor Toni… pardòn, il suo cognome?” e Toni disse in un soffio “Pilutti“, “sua Maestà porta il 39“. Era noto che Re Vittorio era alto (circa) un metro e cinquantatre, ma non lo si doveva dire in giro. Toni tornò alla bottega nella quale Mariute aveva provveduto a portare due ferȃrs (lampade a olio).

Toni non ebbe dunque modo di vedere i piedi del Re, come faceva di solito, quando riusciva a costruire scarpe e scarponi ai suoi clienti, solo con uno sguardo pieno di acribia calzolara. Toni era ritenuto uno degli uomini più intelligenti del paese, perché sapeva rispondere con saggezza ai quesiti che gli ponevano i molti frequentatori della sua botteguccia posta nella via principale, che portava il nome del papà di Re Vittorio, Umberto I, paesani, disoccupati e contadini, anche perché aveva una grande memoria. Vox populi sosteneva che conoscesse tutte le date di nascita e di morte di chi era sepolto in cimitero: in quegli anni circa tre o quattrocento persone.

Toni si premurò di mettere tutto il materiale necessario sul banchetto da lavoro e si mise all’opera. Prima di tutto iniziò a tagliare la tomaia, in misura abbondante, dopo avere segnato i bordi sul cuoio pregiato con una matita grossa; poi prese della gomma dura, del tipo “carrarmato”, cioè con tacche e sporgenze atte a grippare il terreno, e spessa due centimetri e cominciò a sagomare la suola. Poi si occupò del tacco che doveva essere più alto della suola di almeno un centimetro e mezzo. Per lui lo stivaletto avrebbe dovuto sopportare anche fango e pioggia, perché sapeva che Re Vittorio non era schizzinoso e si portava volentieri fino alle seconde linee della logistica.

Lentamente, ma con la precisione che gli era propria, gli stivali, più che altro degli scarponcini, prendevano forma. Quando il lavoro di aggiuntatura fu finito, ed erano già le tre del mattino, si diede da fare per la lucidatura, all’inizio con grasso di prima qualità,e poi con la crema da scarpe nera, fino a rendere la calzatura di un nero brillante.

Verso le quattro e mezza il lavoro era finito. Intanto Mariute si era alzata per andare a dar da mangiare al maiale e alle galline.

Cemut statu, femine, uè matine” (come stai, moglie, questa mattina?), chiese ruvidamente Toni alla moglie, e lei “Ce vutu, Toni, al è chi dentri e al scalze c’a mi pȃr c’al vueli vignì four subit…” (Cosa vuoi, Toni, è qui dentro che scalcia che mi pare voglia uscire subito…).

Mariute aveva portato al marito un caffè lungo fatto nel cardirin (pentolino), una fetta di polenta arrostita e una scodella di latte fresco. Nel cortile c’era qualcuno che teneva un paio di vacche, che producevano latte ad abundantiam. La famiglia Pilutti non pagava il latte mattutino, perché con i Parussini si erano accordati per “scambi in natura”: latte contro servizi di calzoleria e iniezioni che Mariute era brava a fare. Soprattutto al signor Giulio, diabetico fin dalla gioventù. Ogni giorno Mariute gli faceva l’iniezione, incombenza che tre decenni dopo sarebbe passata alla nuora Luigia, o Luisa, come la chiamavano le cognate Enrica e Anna, e la nipotina Lucilla, che veniva ogni estate da Milano, e voleva molto bene a “zia Luisa”, mia madre. Nel 1948 Luigia avrebbe sposato Pietro, mio padre.

Alle sette in punto, sentiti i rintocchi dell’ora dal campanile, Toni avvolse gli scarponi in un mezzo sacchetto di juta e si affrettò verso la “residenza” reale. Il piantone, che era cambiato rispetto alla sera precedente, provò a fare storie, ma piombò lì come fosse un falco di palude il colonnello Barresio che esclamò: “Signor Toni, benvenuto! Fatto tutto, allora? Mi attenda qui che vado da Sua Maestà per farli provare…” “Sì, si“, rispose pianamente Toni.

Un trafelato Barresio tornò all’ingresso in un paio di minuti esclamando mentre ancora doveva fare una rampa di scale: “Toni, Toni, signor Toni, sua Maestà vuole salutarla e ringraziarla personalmente. Venga, venga su…

Toni si incamminò per le scale, finché si trovo sul pianerottolo il Re in persona che volle dargli la mano. Gli disse solo un “grazie signor Antonio, Pilutti, vero?“, e Toni rispose “Sì, Maestà“, e percepì che quel “grazie” era sentito. Il fatto che avesse voluto ringraziarlo di persona lo aveva colpito, perché Toni aveva qualche conoscenza storica e sapeva che di solito i re e gli imperatori non si “abbassano” a parlare con la servitù, peraltro d’occasione, salvo le tate e le balie, ma questo era compito delle consorti. Toni era alto un metro e settantotto, un gigante per quegli anni, e sovrastava il Re di quasi tutta la testa.

L’incontro durò forse una ventina di secondi. Poi Toni prese a scendere seguito dal colonnello, che aveva già preparato il compenso, il cui importo non aveva chiesto a mio nonno. Lasciò in una busta una banconota da cinque lire, che potrebbero corrispondere a circa tre o quattrocento euro attuali.

Non aveva aperto la busta se non a casa, davanti a Mariute, che rimase senza parole, contenta, meravigliata. Le lasciò quasi tutti, quei denari, per sé tenne pochi centesimi per il tabacco da naso e per due sigari che si concedeva ogni domenica e duravano fino al sabato successivo.

Quel giorno Toni si mise al lavoro solo verso le dieci, ché doveva rabberciare scarponi militari e preparare anche un paio di scarpe da festa per la Signora Contessa.

Le due brigate si spostarono dal paese il giorno dopo, e Toni seppe che erano state schierate sul Monte Sabotino e sulla Bainsizza. Pensava che molti non sarebbero tornati a casa, e benedì la sua zoppìa che lo aveva reso inabile a vestire l’uniforme per la Patria.

Agli amici che lo venivano a trovare diceva: “A no mi plȃs nencje chiste guere, a mi sa che a vignaran plui indenant i Mongui a fa bevi i cjavai ta la fontane in plaze” (Non mi piace nemmeno questa guerra, sento che più avanti verranno i Mongoli ad abbeverare i cavalli nella fontana della piazza).

Ebbe quasi… ragione: trent’anni dopo, non i Mongoli, ma i cavalli dei Cosacchi dell’Atamàn Krasnov, si abbeveravano nella fontana della piazza di Rivignano.

Non mi piacciono queste parole: “perfetto”, “felicità”, “adoro, adorare” e, in genere, gli aggettivi al superlativo assoluto come “bravissimo”, “grandissimo”, “dolcissimo”, etc.

Le parole poste nel titolo sono molto diffuse e di uso comune e continuo. Le aborrisco.

Si pensi a “perfezione”: è una parola latinissima che deriva dal verbo perficere, che significa completare. Al participio passato fa perfectum, cioè completato, finito… perfetto, dunque. Vedi, mio caro lettore, che ciò che è perfetto è finito, e quindi… morto. Morto.

Come scrive Aristotele, che propone il paradosso di cui sopra, la perfezione è MORTE. E dunque, quando si sente dire “quelli hanno una vita perfetta, voglio la perfezione, se una cosa non è perfetta non mi interessa…” si potrebbe scrivere anche in questo modo: “quelli hanno una vita finita, voglio la fine, se una cosa non è finita non mi interessa“. Ecco, si vede che le prime due frasi sono preoccupanti , mentre forse solo l’ultima può starci, ma ha una sua dose di idiozia, perché ne deriverebbe che nei settori industriali un semilavorato o un oggetto finito solo nelle prime lavorazioni, si può gettare via.

Riflettere sulle parole e sui loro significati profondi è indispensabile per capire bene che cosa si dice e che cosa si ascolta. Il mio obiettore mi può contestare dicendo: “Ma quando si dice perfezione si intende una cosa fatta a regola d’arte, cioè perfetta“. Bene, d’accordo, anche i sistemi di qualità industriali richiedono “difetti zero”, ma se i difetti sono 0,0001, si lavora affinché i difetti si riducano a 0,00001, cioè 10 volte più vicini alla perfezione, e via dicendo.

Piuttosto si può (e si deve) pensare alla perfettibilità, cioè al miglioramento continuo, che è concetto sempre più presente nello sviluppo delle attività economiche, industriali, commerciali e dei servizi. La perfettibilità è logicamente collegabile alla figura matematica dell’asintoto, linea cui si può tendere all’infinito, senza mai raggiungerla (si ricordino i paradossi di Zenone di Elea, che hanno appunto questo senso contro-intuitivo!), così come l’unità (l’1) può essere divisa all’infinito (nel senso si senza-fine), continuando ad aggiungere numeri, anche dopo lo 0,9 per tendere all’1.

Discorso inutile, di lana caprina? Sì, per coloro che non si fanno mai domande su come parlano e su ciò che ascoltano.

Felicità è un termine talmente consueto e ab-usato da apparire noiosamente (almeno per me) pervasivo. “E vissero felici e contenti“: è il finale classico della favola occidentale, che abbisogna di aggiungere “contenti”, come se non bastasse “felici”. Ma allora felicità e contentezza non sono sinonimi… certo, quasi a vole significare che sono due stati d’animo bisognosi l’uno dell’altro. Ma poi si constata uno strano fenomeno semantico: se con “contentezza” si passa al verbo “accontentarsi”, ecco che il significato pare sfumare in una sorta di rassegnazione, o ri-segnazione (che è il significato etimologico di rassegnazione), cioè accettare una forma più debole di felicità.

Non sto qui ad approfondire la presenza del termine felicità in molti testi e perfino nella Costituzione americana del 1779. Mi e vi annoierei sine ullo dubio.

In realtà, il termine deriva da un antico etimo sanscrito fe, che richiama il significato di fecondità: felicità come fecondità, dunque, e ci può stare. Piuttosto, i fatti e l’esperienza comune non danno solitamente esperienze di felicità continuativa, ma di situazioni di una sorta di contentezza gioiosa che, in ogni momento, possono essere interrotti da eventi inaspettati e spesso dolorosi: si pensi all’insorgere improvviso di una malattia grave. Esperienza mia. Allora, siccome sono stato sano e sportivo tutta la vita, quando mi si è rivelato il grave tumore quattro anni fa, la mia “felicità” avrebbe dovuto morire. Nei fatti, siccome sono sempre stato molto scettico sull’uso e sul sentimento della felicità, il mio modo di vita non mi ha impedito di lottare con tutte le mie forze contro il male, riuscendo anche a bloccarlo (Dio mi aiuti sempre) e a vivere, se pure diversamente da prima, anche momenti di gioia.

Ecco, un altro termine: gioia. Io sarei dell’idea di utilizzare di più questo termine, perché dà l’idea di un sentirsi bene, sereni, anche nel mezzo di una prova dolorosa, ad esempio quando un farmaco funziona e tu riesci ad andare avanti, con rinnovate energie e sempre grande creatività. Ancora, biograficamente: ho raggiunto l’età della pensione un anno dopo il manifestarsi del male, e allora, stanti le mie forze non più integre, ho deciso di ridurre l’impegno del mio lavoro, avendo avuto la ventura di lavorare a temi e situazioni a me graditissime, almeno al 60%. Bene: per ragioni legate ai risultati raggiunti, senza che mi impegnassi in alcun modo, la percentuale del tempo lavorativo “mi è tornata” al 90%. Posso dire che sono contento? Pensionato e lavoratore sui temi a ambienti che mi sono più cari: etica d’impresa, docenza accademica, ricerca filosofica, scrittura di saggi e romanzi.

Ciò mostra con evidenza che la contentezza, la gioia, la soddisfazione non è data dal possesso di risorse materiali, che spesso generano preoccupazioni e cattivi sentimenti, e neppure da una salute senza difettosità, ma da quelle che sono le risorse morali, intellettuali, le risorse della coscienza e della mente.

Sono, perciò, felice? No, sono contento della mia vita, che comprende momenti di gioia commisti a momenti di dolore, come nella bella canzone di Carla Bissi, Alice: Il sole nella pioggia.

Il verbo adorare è un termine derivante, come in molti casi della lingua italiana, dal seguente sintagma latino ad os, cioè alla bocca, da cui ad osculum, cioè baciare. Ebbene, non ti pare, mio caro lettore, che l’uso del verbo adorare non sia esagerato quando lo si usa per una pettinatura, un capo di vestiario, un cagnolino, un cantante?

In Liturgia teologica cristiano cattolica l’adorazione è ammissibile solo verso Dio, mentre a Maria vergine e ai Santi spetta la venerazione. Anche questa distinzione spiega qualcosa, o no?

E vengo a tre superlativi assoluti di tre aggettivi: “grandissimo”, bravissimo” “dolcissimo”, trascurandone altri. Ebbene, se ne abusiamo per giudizi futili, come facciamo per definire cose o eventi veramente grandi?

Se è “grandissimo” ogni evento o fatto che supera l’ordinario quotidiano, come può essere un incidente stradale, anche grave, come facciamo a definire qualcosa di veramente grande, come un’eruzione vulcanica o un’alluvione che provoca migliaia di morti?

Si capisce che per chi vive quell’incidente nel quale magari ha perso la vita un proprio caro, l’incidente stesso è, non solo grandissimo, ma anche gravissimo. Ognuno applica la propria soggettività al proprio vissuto, per cui la percezione della grandezza o della gravità è correlata all’esperienza propria e al limite nel quale vive ogni essere umano.

Dunque, comprendo bene il senso e la ragione dell’utilizzo di codesti superlativi, ma non posso non rilevare che sarebbe meglio vigilare sul loro uso e abuso, per non rimanere senza parole quando si tratta di descrivere ciò che veramente merita la dizione superlativa, in termini anche oggettivi, non solo soggettivi.

Diritti e sovranità: la “lezione” dell’Afganistan

Il prof Strazzari della Scuola S.Anna di Pisa mi suggerisce una comparazione non consueta, quando si parla di diritti, quella fra diritti e sovranità. Di sicuro, una prospettiva riflessiva del genere non mi sarebbe mai arrivata da un’onorevole Cirinnà, o da Letta, Boschi, Dimaio, Fico, Guerini, Gelmini, Salvini, Renzi, Meloni, Letta, Di Maio, e tanto meno da Conte Giuseppe, etc. Questi signori e signore, professionisti/e della politica, non sono in grado di declinare concetti e riflessioni al di là della solita banale lezioncina che preparano per le interviste, campioni universali dell’annoiamento del prossimo. Immaginatevi una on.le Cirinnà che fa un discorso sui diritti non disgiunto dal tema della sovranità. Ipotesi per absurdum. Purtroppo, dico, ché non mi rende lieto la constatazione della povertà umana e culturale strutturali di questi soggetti dell’attuale politica italiana. Se dovessi elencare politici veramente degni di rispetto, in questo momento mi fermerei solo a Draghi e a Giorgetti, tra le figure più in vista.

Per tutti costoro, al “sicuro vitale” (vitalizio sicuro) costituito da stipendi faraonici e immeritati in quanto sproporzionati rispetto al loro valore professionale reale, al sicuro di uno Stato come l’Italia, dove funziona uno dei migliori welfare del mondo, e una legislazione costituzionale garantista e saggia, parlare di diritti&diritti è comodo e per nulla faticoso. Parlo del sintagma diritti&diritti, perché queste persone fanno fatica a declinarlo cambiandolo in questo modo, nobilmente mazziniano: diritti&doveri.

I doveri, come concetto politico-morale, sono stati pressoché silenziati – da almeno quattro decenni – nella dialettica politica e pubblicistica italiana, salvo che da qualche rara vox clamans in deserto come (umilmente) la mia.

Se nel ’70, in Italia, l’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) ha riequilibrato la qualità dei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, e nel decennio successivo si è sviluppata la legislazione che ha dato alle donne legittimi diritti finora negati, nei decenni che seguirono si è teso ad esagerare nella sottolineatura dei soli diritti, a volte confondendoli con bisogni soggettivi, anche fortemente voluttuari, i desideri e le aspettative. Mi spiego: io condivido che ogni persona possa manifestare e vivere la propria sessualità come la sua natura e cultura esprimono, e che nessuno possa permettersi di discriminarla, ma non condivido che si sviluppi, ad esempio, la maternità surrogata, perché qualcuno che non può o non vuole avere figli naturali, li possa comperare, perché non si dà, razionalmente ed eticamente (se vogliamo declinare un’etica scientifica e razionale semplicemente occidentale) un diritto di avere un figlio, ma un desiderio, un dono, una aspirazione.

Queste persone, se hanno forte il sentimento genitoriale, adottino bambini e bambine che abbisognano di una famiglia. E anche l’adozione, a parer mio, non può essere indiscriminatamente concessa a chiunque e qualunque tipo di coppia.

Sarò chiaro: ritengo inadeguata sotto il profilo pratico, e immorale sotto quello etico, l’adozione da parte di una coppia omosessuale, per ragioni evidenti di pedagogia sessuale della coppia e di qualità relazionale dei bimbi nei confronti dell’esterno. Ovviamente molti (spero non troppi) non la pensano come me, e mi piacerebbe poter dialogare con costoro evitando accuratamente gli ideologismi, ma penso ciò sia molto difficile. Mi fermo qui, perché ho parlato più volte di questi argomenti in precedenza. e vengo al tema proposto da Strazzari: il rapporto tra diritti e sovranità.

Anche su questo tema ci vengono in aiuto tre discipline filosofiche: l’antropologia filosofica e quella culturale, nonché l’etica o filosofia morale, il cui interpello non può essere evitato, pena il decadimento nell’ideologia militante à là Cirinnà (non si pensi che io ce l’abbia con questa signora, ma i suoi comportamenti e detti ufficiali di questi anni, mi portano a questa conclusione: la politica pidina non mostra attenzione o particolari conoscenze dei fondamenti delle tre scienze filosofiche citate, e con e come lei, moltissimi professionisti/e della politica).

E dunque parto dalla Filosofia morale. Analizzando le varie scuole di Etica sviluppatesi nei secoli, da pensatori greci in Occidente, e dalle filosofie religiose orientali del Buddhismo, del Confucianesimo e del Taoismo, si possono dare varie e diverse sensibilità nel giudizio sulla ricerca del bene: dall’utilitarismo all’edonismo, dall’emotivismo al prescrittivismo e deontologismo, dal culturalismo al finalismo, in ciascuna delle quali si sottolinea un particolare aspetto della qualità dell’agire umano nei confronti di se stessi e degli altri: dall’agire solo per la propria convenienza, all’agire solo per il rispetto della legge, all’agire nel rispetto di usi costumi e tradizioni (ogni lettore può attribuire la “scuola” sopra citata a ogni comportamento), all’agire per il rispetto integrale dell’essere umano (finalismo).

La cultura politica occidentale, partendo dal pensiero greco-latino, e poi evangelico-cristiano, che ha dato valore incommensurabile alla persona, è giunta, tramite l’illuminismo di Montesquieu, Beccaria e Kant in primis, alla nozione etico-politica di una giustizia che tenga conto dei diritti umani essenziali di tutti e di ciascuno.

Di contro, in Oriente, la persona singola non ha mai acquisito un valore comparabile a quello della cultura occidentale, perché il singolo essere umanoscompare sempre nel tutto, l’atman nel brahman, ad esempio nell’induismo.

Vengo dunque al tema afgano, ma che si può mutuare se si parla di altre zone critiche del pianeta, come la Somalia, il Sahel, il Niger…

Come è possibile che 75/ 80.000 miliziani taliban giungano a Kàbul (si pronunzia Kàbul, non Kabùl, così come si pronunzia Sinài, non Sìnai) in poche settimane, in una nazione di 35 milioni di abitanti e un esercito ufficiale nazionale di 300.000 uomini, se non ci fosse una sostanziale adesione della maggior parte degli abitanti? Si è trattato solo di rassegnazione, di stanchezza per decenni di conflitti? Non lo credo realistico, come condivide anche il citato collega pisano.

Si tratta dunque di fare un’operazione culturale e dialettica che metta in campo, non solo il tema dei diritti, ma anche quello della sovranità! Chi comanda in Afganistan, i portatori del verbo occidentale, o la popolazione locale, che non conosce la democrazia parlamentare? Come si conciliano questi due aspetti? Anzi, si possono conciliare tramite semplificazioni ed accelerazioni politico-militari? Domanda retorica. No.

Ovvero, si potranno conciliare solo con e dopo un paziente lavoro dialogico e collaborativo, dove filosofia, religioni, psicologia sociale, sociologia ed economia collaborino per trovare piste e metodi di riflessione comune, senza la frettolosità tipica dell’economia e soprattutto della politica attuali.

Sotto il profilo macro-politico occorre riformare profondamente e l’Onu e la Nato, attribuendo a questi due organismi prerogative che non siano, nel primo caso, di pressoché solo emissione di ottime perorazioni di principio, e la seconda al fine di costituire una forza militare veramente sovra-nazionale oltrepassando l’egemonia statunitense. Altro vi sarebbe da dire, ma qui non proseguirò, riservandomi di farlo in futuro.

Con e tra le varie culture e nazioni, occorre sviluppare un dialogo rispettoso ma fermo, prima che sui diritti, sui valori, poiché non sono concepibili diritti umani e civili se non sulla base di una adesione previa a valori condivisi. Vedi, mio gentile lettore, se non si conviene che l’etica deve riguardare il rispetto di tutti e tutte, in ogni senso, territorio e settore della convivenza umana, ogni discorso sui diritti resta privo dei fondamenti. Mi pare ciò sia di non poca importanza, per dirla con calma.

Ripeto: senza una condivisione sostanziale dei valori, i diritti scadono a una mera elencazione di desiderata, che cambiano nei momenti e nei vari territori. Anche qui un esempio fattuale di questi giorni: se non si concorda con i Taliban, ma anche con i pashtun di Massud jr., e con i Pakistani, i Cinesi, i Russi, gli Americani, i Libici, gli Irakeni, i Turchi, gli Egiziani, gli Inglesi, gli Israeliani, i Persiani, etc., anzi con le classi direzionali della politica di queste nazioni, che il valore primario è l’uomo e la sua tutela totale e integrale, ogni discorso sui diritti diventa fasullo e addirittura inutile e fuorviante.

…e poi, occorre coniugare diritti e doveri, sintagma indissolubile della condivisione umana della vita su questa Terra. I doveri sono lo specchio specchiante dei diritti; senza i doveri i diritti diventano meramente declamatori e scorciatoie retoriche di una moralità soggettivistica ed egoista. Altre strade non vi sono.

I Talebani mostrano l’ignoranza storica, antropologica e culturale dei politici e dei militari occidentali, anche se vent’anni di guerra e di presenza di americani, inglesi e italiani ha dato un contributo indistruttibile al cambiamento culturale di quel popolo

La prima domanda che ci si deve fare quando si approccia una cultura radicalmente diversa è. “Chi sono costoro? Come la pensano? Che valori hanno? Che priorità? Che storia hanno? Hanno di che vivere? In che cosa credono?”

Sono le domande “antropologico-filosofiche”, che attengono la dimensione più alta e profonda dell’antropologia scientifica.

Vi pare, cari lettori, che, prima gli Inglesi, poi i Sovietici e infine (parlo solo del’età contemporanea) gli Americani, si siano fatti queste domande in profondo?

Domanda retorica, con risposta incorporata: no. Né i “colti” Inglesi di Oxford e Cambridge, né i potenti Sovietici, né, infine, i grezzi Americani si sono fatti queste domande. Forse solo i militari italiani hanno una qualche formazione in tema, e difatti sono i meno sgraditi in queste e altre zone di guerra. Per noi sono lontani i tempi del nostro crudele e goffo imperialismo coloniale savoiardo e fascista.

Vengo al dunque: da decenni, almeno sei o sette, l’Occidente, con in testa gli USA, pensano che i popoli dell’ex Terzo mondo debbano essere istruiti alla democrazia parlamentare, con le buone o con le cattive (quasi sempre con le cattive).

Proviamo a capirci qualcosa.

La capitale Kabul è da sempre un crocevia dell’Asia centrale, un punto di snodo ineludibile per i mercanti e i viaggiatori. L‘Afghanistan da millenni è stato continuamente invaso da vari popoli, tra i quali si possono citare gli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci d Alessandro il Grande, i Maurya, gli Unni, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, e infine i tre potenti già citati. Nessuno di questi popoli e stati riuscì, però, nel tempo, a mantenere un costante e lungo controllo su quel territorio.

Si può ricordare che tra il 2000 e il 1200 a.C. giunsero gli Arii parlanti lingue del ceppo indoeuropeo, da cui la radice del nome Aryānām Xšaθra, o “Terra degli Arii”. Anche le dottrine filosofico-religiose di Zoroastro (o Zaratustra) pare abbiano avuto origine da queste parti, mentre gli antichi abitanti di quei secoli probabilmente parlavano la lingua avestica, come gli abitanti della Persia orientale, e a nord-est il battriano, probabilmente l’idioma con cui ebbe a che fare lo stesso Alessandro il Macedone. La sua Roxane pare fosse una principessa della Bactriana.

Poi, dal sesto secolo a. C. arrivarono i Persiani, prima di essere sconfitti da Alessandro. I Seleucidi seguirono, con lo sfaldarsi rapido del grande impero ellenistico. I Romani, invece, con Traiano, non superarono mai la linea che oggi divide l’Irak dall’Iran.

Il Buddhismo arrivò nella zona con i Maurya, ma nei secoli successivi, più o meno dal I secolo a. C., si succedettero Parti (i popoli con cui si scontrò proprio Traiano), gli Sciti, gli Unni fino ai Sasanidi, che ebbero molto a confliggere con l’Impero romano d’Oriente.

Nel VII secolo fu la volta degli Arabi che portarono l’Islam, facendo dipendere quei territori dal grande Califfato di Bagdad. L’Afganistan allora era diviso tra regioni con diversi nomi, come lo Zabulistan, il Badakhstan, il Khorasan, etc.

Con il tempo molta parte della popolazione si convertì all’Islam, anche se minoranze zoroastriane, manichee e buddhiste sono attestate fino a oltre l’anno 1000.

Successivamente l’Afghanistan fu retto da regni come quello Ghaznavide (962-1050 circa), che durò fino all’arrivo dei Turchi Selgiuchidi, colà giunti nel XIV secolo, per poi spostarsi a conquistare la penisola anatolica, fino a far terminare nel 1453 l’Impero romano d’Oriente, con la presa di Costantinopoli.

I Mongoli non trascurarono quelle plaghe e nel 1220 circa vi giunsero guidati da Gengis Khan, mentre Tamerlano (Timur Lenk, Timur lo zoppo) ivi giunse circa duecent’anni dopo.

Con i discendenti di Tamerlano si sviluppò il regno di Herat, che fu un centro di enorme importanza culturale, là dove si sviluppò una raffinata letteratura in lingua persiana e turca-chagatay, e una civiltà artistica notevole (arte miniaturista e architettura), nonché religiosa (misticismo sufi), tra le maggiori del mondo islamico dell’Asia centrale.

Agli inizi del Cinquecento i musulmani Moghul iniziarono a comandare, sia sull’India e l’attuale Pakistan, sia sui territori afgani

Altri gruppi come i Savafidi e i Durrani regnarono sull’Afganistan, finché, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo secolo si affacciarono i sudditi armati dell’Impero britannico. Da allora quelle terre, abitate da diverse nazioni, furono dominate dal potente imperialismo inglese.

Nel 1919 con il re Amanullah Khan, gli Afgani ripresero il controllo del loro territorio, finché, con alterne vicende si giunse ai decenni scorsi.

Mohammed Zahir Shah (1914-2007), regnò fino al 1973. Sotto il suo regno l’Afghanistan visse uno dei periodi più lunghi di stabilità. Durante questo periodo l’Afghanistan rimase neutrale. Non partecipò alla Seconda guerra mondiale, né si allineò con i blocchi di potere durante la Guerra Freddaa.

Nel 1973 il Re si trovava in Italia, e suo cugino Mohammed Daud Khan organizzò un golpe facendo finire la monarchia. Da allora, fu un continuo tourbillon di cambiamenti, più o meno drammatici, e a volte tragici fino a questi giorni. Nel 1978 un altro colpo di Stato (la Rivoluzione di Saur) fece nascere la Repubblica Democratica dell’Afganistan, sotto la guida di Nur Mohammad Taraki. Sembrava che le riforme strutturali democratiche avviate potessero dare un futuro di modernizzazione al paese, come l’abolizione dei rapporti semi-feudali tra latifondisti e braccianti, come il voto alle donne, come la statalizzazione dei servizi sociali, come l’ammissione delle attività sindacali e l’abolizione dei matrimoni forzati.

Si potrebbe dire che si trattava di riforme di tipo “occidentale” a tendenza socialista.

Ma ciò non durò a lungo, perché clero islamico e capi tribù, probabilmente (anzi certamente) sostenuti da forze occidentali, si opposero e guidarono un colpo di stato che riportò le cose allo stato quo ante.

Già questa è una “lezione” evidente, se si vuole comprendere lo strato del pensiero profondo afgano. Il nuovo presidente, però (non dimentichiamoci che siamo ancora in un periodo da “Guerra fredda”), fece insospettire l’Unione sovietica che vedeva nei cambiamenti introdotti da Taraki una sorta di via temporanea verso un socialismo su cui avrebbe potuto “mettere il cappello”. La sua uccisione fece pensare a un intervento della Cia per riportare l’Afganistan sotto l’egida statunitense. E Breznev decise per invadere militarmente quel paese, così strategico per gli equilibri asiatici.

L’Armata rossa fu a Kabul il 27 dicembre 1979, mettendo subito al potere il fedele Babral Karmak. E scoppiò una cruentissima guerra con i Mujaeddin e’Kalk, (sostenuti dagli Stati Uniti), finché i Sovietici, non riuscendo a venire a capo di una guerra troppo lunga e costosa in vite umane e risorse, lasciò l’Afganistan nel febbraio del 1989.

Altra lezione non compresa dal mondo.

Fu proclamato lo Stato islamico dell’Afganistan, che non riuscì ad unificare le varie componenti tribali e dei Mujaeddin, tra cui il più autorevole era Ahmad Shah Massud, chiamato “Il leone del Panshir”.

Nel 1996 comparvero sulla scena i “Taliban”, gruppo organizzato di studenti islamici formati nelle madrasse” da mullah ultra-ortodossi nella fede sunnita.

I Talebani, dopo avere ucciso Massud, che resisteva al nord, proclamarono l’Emirato islamico dell’Afganistan, applicando da subito con estrema ferocia la legge della shari’a. L’ultimo presidente della Repubblica Democratica afgana, Mohammad Najibullah, fu catturato, torturato e fucilato. Un altro episodio clamoroso a carico dei Talebani fu la distruzione dei Buddha di Bamyian nel 2001, segno violento di una cultura intollerante e totalitaria. Eppure, noi Occidentali dovremmo essere competenti in fatto di dittature!

Altro segnale importante per chi avesse avuto la cultura e l’umiltà per cercare di capire, senza giustificare quegli atti, quella gente. Comprendere non è giustificare.

In Occidente (e anch’io) vent’anni fa ci siamo limitati a deprecare l’accaduto e a denigrare i suoi autori.

Dopo l’11 settembre 2001, gli USA diedero il via all’operazione militare Enduring Freedom, invadendo l’Afganistan, per catturare i progettisti e gli autori degli attentati terroristici avvenuti in quella data negli Stati Uniti, di cui conoscevano le identità politico-militari e personali (la rete di al-Qa’ida guidata da Osama bin Laden), e per abbattere il regime talebano.

Il regime talebano venne sconfitto in poco più di un mese, nel novembre del 2001.

Altro evento, la rapida sconfitta, che non ha suggerito di riflettere profondamente, in Occidente, in tutti gli ambienti. I popoli abituati alla guerriglia, sono in grado di accettare le sconfitte, perché sono, come si dice oggi, resilienti, più di noi occidentali.

Il nuovo presidente è Hamid Karzai, che resta al “potere” fino al 2014.

Al gruppo di intervento militare, oltre agli USA, partecipano anche altre Nazioni, con la Gran Bretagna e l’Italia fornitrici dei contingenti maggiori, sotto l’egida della NATO. Nel 2013, presidente degli USA Barack Obama, Osama bin Laden viene ucciso in un attacco mirato nella città pakistana di Abbotabbad.

La situazione resta tesa per i continui attacchi dei Talebani, che approfittano dell’ambigua vicinanza del Pakistan. E siamo a un altro passaggio decisivo. Il Presidente Donald Trump nel febbraio 2020 decide per il ritiro militare degli USA, che viene confermato e attuato in questi giorni dal Presidente Biden. Con gli Americani si ritirano tutti gli altri contingenti.

Non occorre sottolineare, anche in questa vicenda, l’assoluta inefficacia dell’ONU, delle Nazioni Unite che, come sempre, si limitano a diffondere proclami, detti risoluzioni, peraltro numerate.

Eccoci, cari lettori, a queste ore.

Ora i Taliban che, nel frattempo, in questi ultimi vent’anni hanno stabilito rapporti utilitaristici (non si dimentichi che per quelle regione passerà un gasdotto di importanza strategica) con potenze moralmente più “ciniche” sui diritti umani come la Cina, la Russia, la Turchia e l’Iran, mentre con il Pakistan non avranno grandi problemi, perché sono al potere, anche anche a nome e per conto proprio del Pakistan, per rinforzare la massa critica sunnita della regione contro l’India, nemico storico.

Peraltro, non dimentichiamo anche l’intreccio etnico-culturale presente storicamente nella zona: tra i pashtun, sunniti, e gli hazara, sciiti, c’è inimicizia sotto molti profili: i primi sono prevalentemente pastori, i secondi piuttosto agricoltori. Poi vi sono i Tagiki, come Massud e gli Uzbeki. Un crogiolo complesso e in continuo movimento.

Ci sono gli aspetti economici da considerare che, anche se quasi sempre dissimulati dalle questioni ideologiche, sono sempre primari. Di che che cosa vivrà il Popolo afgano? Ancora essenzialmente di oppio, sostanza stupefacente di cui pare costituisca circa il 90% della produzione mondiale? O di minerali rari come il litio, il rame, le terre rare, l’oro, etc.? Non pare plausibile. Con i Taliban bisognerà trattare, come si è fatto in mille altre situazioni della storia.

Ci può insegnare qualcosa, dico, come Occidente, questo evento?

Riusciamo finalmente a capire (non tanto noi Italiani, ma gli Americani in primis, e in secundis Inglesi e Francesi) che la democrazia parlamentare NON si può esportare? Non bastano le lezioni irakena, siriana, libica e afgana, per capire questo? In questo contesto drammatico gli USA sono stati il protagonista peggiore (e mi dispiace che anche Obama si sia distinto in pejus).

La base di questi errori macroscopici è l’ignoranza antropologica. I gruppi dirigenti dell’Occidente non hanno finora avuto l’umiltà e la pazienza di studiare la storia, gli usi, costumi, cultura e tipologie religiose dei popoli del Vicino e del Medio Oriente. Non hanno capito che il “sindaco” di una comunità non viene eletto, ma “riconosciuto”, per leadership, vale a dire, storia personale, coraggio, saggezza e lealtà, e quel “sindaco” è il capo tribù. Un altro esempio: ci si scandalizza per l’inefficienza del cosiddetto “esercito afgano” forte (?) di 300.000 uomini. Ma sappiamo che, quando uno degli ufficiali impartisce un ordine, il subalterno telefona al padre per sapere se deve eseguirlo o meno? Così funziona la cultura tribale: non riconosce altra autorità che quella sua propria intrinseca.

Non si può mutuare l’Illuminismo francese di Montesquieu, quello inglese di John Locke, quello tedesco di Kant, quello italiano di Cesare Beccaria in territori che per millenni hanno scelto il modello patriarcale di vita e di gestione della famiglia, della comunità locale e dello stato. Di questo ambiente fanno parte anche le vittime attuali dei Talebani, anche il popolo.

Anche in tutto questo, oltre alla disastrosa gestione del passaggio di consegne militare tra Occidentali ed “esercito afgano”, si può collocare la demotivazione di soldati e ufficiali nella lotta ai Talebani. Questi assomigliano moltissimo a quelli, ancora.

E allora bisogna prendere atto che forse i tempi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità all’occidentale non possono maturare sulla traccia dei caccia bombardieri, ma su un mix di sviluppo della cultura (anche della nostra) e dell’economia di quei popoli e nazioni.

Forse l’occasione viene data dalla crisi ambientale planetaria, da quella del clima, da quella energetica, ma soprattutto da quella del pensiero critico, se ve ne sarà una consapevolezza più generale.

In ogni caso, la nostra idea di etica del rispetto totale e assoluto dell’integrità psicofisica degli esseri umani, non potrà non guidarci nei rapporti con questi nuovi padroni dell’Afganistan. Non solo le convenienze dettate dall’economia, che sono sempre primarie in ogni vicenda umana.

Messi, che lacrime ridicole! Jacobs sia umile. Tortu, che bel sorriso… e approfitto della visibilità del titolo per segnalare l’ultima idiozia vista su un quotidiano sportivo: parlando della staffetta vincitrice della 4 per 100 a Tokio, leggo che il primo frazionista, Lorenzo Patta, nato nel 2000, è un millennial. Ma, se si intende che “millennial” è chi è nato nel nuovo secolo, il XXI e nel nuovo millennio, il III, Patta NON E’ un millennial! Ancora, ancora c’è gente convinta che il 2000 sia il primo anno del III millennio e del XXI secolo, idioti!

Ciò che qui scriverò, caro lettore, non avrà nulla di moralistico, ma sarà semplicemente narrativo, realistico, forse solo un po’ attento agli aspetti finanziari, gestionali e di etica d’impresa, nei limiti che la mia limitata competenza in materia mi consente, incompetenza che, come sai mio caro lettore, non riguarda l’etica d’impresa.

Il signor Messi, gran calciatore e piccolissimo uomo, mi ha fatto solo malinconicamente ridere con le sue lacrime (?), mentre dalla sede della sua storica squadra di calcio, spiegava ai giornalisti le ragioni per cui dopo vent’anni se ne stava andando a Parigi, per un compenso biennale di settanta milioni netti (se ho capito bene)! Più o meno. Dal Barcellona ne aveva accettati appena (!!!) 20 (parlo di milioni all’anno, caro lavoratore medio, ma anche caro dirigente, caro Cfo, caro Ceo, caro imprenditore), ma la Liga spagnola non avrebbe ammesso un contratto del genere, vista la crisi (morale?) finanziaria ecc. ecc. del settore, e in considerazione delle regole attualmente in vigore negli organismi internazionali, come la UEFA, regole che comunque le società calcistiche di proprietà di emiri o magnati russi, come il PSG di Parigi, il Manchester City, il Chelsea e altre, stanno bellamente violando da oltre un decennio.

La dico così: oramai da oltre dieci anni la Coppa dei campioni, o Champions League, NON VIENE VINTA, MA COMPERATA!!! Diciamo, almeno dal famoso Triplete dell’Inter de Milan.

Qualche ingenuo (solo ingenuo?) scoltatore radiofonico addirittura si scandalizza perché Messi non abbia accettato di giocare agratis (così ha detto) per il club catalano. No comment. Alle radio aperte al pubblico telefonano quelli che hanno bisogno di sentirsi per radio e di farsi ascoltare dagli amici del barsport. Trattasi, solitamente, di fuoriclasse del pensiero umano contemporaneo.

Diego Armando Maradona, figura con la quale Messi non ha nulla a che vedere

Piangeva (ma senza lacrime vere, cioè acquose e salate), con il fazzolettino nascondente il falso pianto, el seňor Lionel Messi, convincendo sul suo reale dolore solo (penso) cinque o sei persone (o solo tre), in tutto il mondo. Che squallore!

Lui, come il grosso Lukaku, che pareva un eroe gladiatorio della ottima Inter dell’anno scorso (squadra tanto simpatica quanto sfigatella), e invece ha seguito il market anglo-russautocratica, che gli bonificherà 12 milioni netti (1 al mese) all’anno, invece dei (solamente) 7, poverino, che poteva confermargli la “sua” Inter. Big Rom, l’amatissimo condottiero se ne è andato dopo due anni, facendo seguito alla scelta del suo ex coach, che non poteva accettare neanche per 12 milioni all’anno, di rivincere (forse) solo lo scudetto, ma forse, ripeto. Che squallore! …cui si aggiunge anche quello del giovine portierone della Nazionale italiana, il fortissimo Gigio, governato da un grosso (di circonferenza addominale) mezzano, che mi ricorda proprio i mediatori di compravendita di buoi di paese di nonnesca memoria.

Non mi scandalizzo per gli stipendi abnormi dei calciatori, ma per la loro inconsapevolezza di vivere in una sorta di bolla esistenziale senza senso, in ragione di una vita pressoché scollegata dal resto del mondo.

Tortu Filippo, invece, è un bel ragazzone italiano, con una personalità timida ma spiccata. E’ già un campione notevole e lo diventerà ancora di più, se saprà mantenere le virtù morali che ha già mostrato in questi anni. Insieme con i suoi compagni della staffetta potrà fare grandi cose, ma soprattutto se Lamont Marcel Jacobs riuscirà a non montarsi la testa cedendo alla retorica fasulla dell’uomo più veloce del mondo. Affermazione non rispondente al vero (se non durante la finale olimpica del 100 metri piani di Tokio), perché 9.80 è un tempo già corso, anche più volte, negli ultimi vent’anni almeno da una decina di atleti (alcuni: Tim Montgomery, Tyson Gay, Johan Blake, Justin Gatlin, Travyon Borrel, Asafa Powell, Nesta Carter, etc.), che hanno spesso fatto anche meglio di Jacobs, e molto distante dal 9.58 di Usain Bolt che, nella stessa gara gli avrebbe dato almeno due metri e mezzo di distacco. Jacobs stia umile e lavori, come tutti quelli che sanno che il lavoro e la fatica pagano. Faustino Eseosa Desalù lo sa bene, e anche Lorenzino Patta, il primo frazionista ventunenne, nato nel 2000.

Patta non è un millennial, come scrivono alcuni giornalisti, che insistono nell’errore di propalare che il 2000 sia il primo anno del terzo millennio e del ventunesimo secolo. Ma diamine (per non dire di peggio)!

Possibile che non sia a loro chiaro che il 2000 è l’ultimo anno del ventesimo secolo e del secondo millennio? Non gli basta capire che la prima decina numerica, da uno a dieci, finisce con il 10 e non con il 9? Non ce la fanno a fare un’analogia tra il più semplice dei conteggi, quello da prima elementare da 1 a 10, con il rapporto che sussiste tra il 2000 e il 2001, capendo che il primo giorno del ventunesimo secolo e del terzo millennio è il primo gennaio 2021, non il primo gennaio del 2000?

Ma a Patta certo non interessa nulla di questa ignoranza colpevole dei protagonisti dei media.

A me interessa, perché costoro fanno danni a chi non sa leggere criticamente le loro fanfaluche e imprecisioni.

Rimedio nel mio piccolo, come posso, sempre sul pezzo.

“Impensabile”, “incredibile” (ovvero: non ci credo), “inimmaginabile”… (tre aggettivi che, pur se usati come modi di dire per significare cose grandissime e/o inaspettate, in realtà sono abbastanza idioti). Il peggiore di questi attributi è “impensabile”, mentre “invincibile”, “insuperabile” e qualche altro analogo, si possono anche accettare, sia pure con riserva. Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato”, “impossibile” (con qualche dubbio dato dalla soggettività), “inaccettabile” (idem come per il precedente), “impreparato”, etc., sono del tutto congruenti con realtà fattuali

Tre espressioni molto usate, ma non perciò, nonostante siano dei modi di dire per enfatizzare la grandezza o la difficoltà di qualcosa, meno idiote. Apparentemente filosofiche, ma in realtà abbastanza inutili.

Parto da una breve analisi della preposizione “in” che dà inizio a ciascuna di quelle parole. In latino “in” significa “contro” (non solo per la definizione dello stato in luogo), di cui l’esempio più forte è senz’altro il nome del secondo più grave dei vizi capitali, l’invidia, in-vidia, che significa “guardare male, augurare male all’altro”, “in-vidêre”, cioè guardare-contro. Viene subito da dire che l’invidia è non solo un vizio gravissimo, ma è anche un capolavoro di stupidità, perché, come è noto, la quintessenza della stupidità è il volere-il-male-dell’altro senza averne alcun vantaggio.

Come si fa a dire, infatti, impensabile? Chi lo può dire? Chi può affermare che un-pensiero-non-è-pensabile? Chi è così presuntuoso da osar affermare che, siccome per lui stesso una cosa è proprio eccezionale, è impensabile? Sarà impensabile per lui, magari, ma non per me e per molti altri.

Tutto è pensabile, perché nessuno sa che cosa può essere pensabile da altri o in futuro. Né conosce i propri possibili pensieri… futuri. Il pensabile è correlato alla non-misurabilità delle esperienze umane (lasciamo stare qui la psiche degli “animali”, esclusi gli umani) e del pensiero. Basti pensare alle opere del pensiero, dell’arte, della ricerca scientifica… Come si può dire che qualcosa non è pensabile, ripeto? Il pensabile è in-finito, cioè non-finito (sempre con la preposizione “in” che contrasta). O no?

Esaminiamo ora l’incredibile. Chi può affermare che una cosa è in-credibile? Solo un superbo, come quelli che pretendono di dire che l’esistenza di Dio è incredibile, ma anche come quelli che affermano l’esistenza di Dio è credibile perché dimostrabile con un atto logico di argomentazione. Nessuno può affermare che si può mostrare razionalmente l’esistenza di Dio o il suo contrario, l’inesistenza. La nozione del “divino” può essere solo intuita meta-fisicamente, in quanto essenza-sostanza di un dono: Dio, inteso come Uno assoluto e incondizionato, non si può collocare nel modo fisico, accessibile ai sensi esterni. L’Assoluto e l’Incondizionato si collocano in un Altrove non-fisico, ma di Stato-dell’Essere, non misurabile (in-commensurabile, e qui sì, ci sta la preposizione “in”!) e conoscibile fisicamente.

Incredibile lo si sente dire dopo un’impresa di qualche genere, sportiva ad esempio. Siamo alle solite: l’uomo non conosce tutti i vettori causali della realtà effettuale, per cui viene sorpreso da qualche fatto, e dunque esclama “incredibile!”. Ma cosa? Proviamo a pensare alle vittorie italiane nella velocità atletica alle Olimpiadi di Tokio: per i presuntuosi anglosassoni (inglesi e americani, ma di più gli inglesi) è incredibile che gli Italiani abbiano vinto. Perché? Perché il loro superiority complex, almeno dall’insopportabile Churchill in poi, non può ammettere che gli Italiani siano più forti di loro in una disciplina sportiva fondamentale.

E qui mi sovviene un’ira funesta, una collera invincibile (ecco! in-vincibile, come l’ignoranza di parecchi) e un disprezzo totale per la decisione di Mussolini di mettersi con Hitler contro di loro, perdendo l’Italia e la faccia, e facendo maturare in quei popoli una disistima profonda per noi. E aggiungo anche la vigliaccheria del re traditore Vittorio Emanuele III di Savoia.

Devo dire che mi infastidisce un po’ anche l’uso di questo aggettivo “incredibile” da parte dei nostri atleti vincenti, anche se comprendo come l’emozione gli detti questa espressione, che diventa trita se detta e ripetuta tre, cinque, dieci volte. Ma li perdoniamo, perché a volte possono mancargli le parole, i sinonimi per dire sorpresa e meraviglia per la grande prestazione.

Per il concetto di inimmaginabile vale presso a poco il medesimo ragionamento sopra svolto per l’impensabile. Come si può ritenere plausibile il concetto di inimmaginabile? Che ne sa chi lo afferma circa che cosa posso immaginare io, o tu, mio gentile lettore, o uno sconosciuto che tale sempre rimarrà?

Tutto è immaginabile, come è immaginabile che si possa migliorare il record del mondo dei 100 metri piani, dall’attuale 9.58 di Usain Bolt (a proposito, si astenga dal dire castronerie sulla vittoria di Jacobs!) a un numero che può ridursi sempre più, conteggiando, oltre i centesimi attuali (58), i millesimi, i decimillesimi, i centomillesimi, i milionesimi, i decimilionesimi e via dicendo fino al numero “n” asintotico, e sempre non-finito. Ecco: 9.57/ 913462…

Il concetto di invincibile può essere accettato, anche se con la riserva di alcuni limiti. In Filosofia morale si dice invincibile un’ignoranza etica non colpevole, come può essere il non-sapere che è male mutilare le bambine, come accade in una certa cultura tribale africana, dove vigono usi e costumi, che noi possiamo definire “culturalisti” (da Etica culturalista), i quali non tengono conto che il bene della salvaguardia dell’integrità psico-fisica dell’essere umano viene prima, è più importante del rispetto di usi e costumi locali, che nel crudelissimo esempio sono funzionali al dominio sessuale del maschio sulla femmina.

Anche nello sport “invincibile” è improprio: basti pensare al fatto che, ad esempio nel ciclismo, il più forte di tutti, spesso definito dai giornalisti “invincibile”, il belga Eddy Merckx fu battuto da Bernard Thevenet, che era semplicemente un ottimo corridore, al Tour de France, mi par di ricordare, in due occasioni. Anche il meraviglioso Luis Ocaňa, peraltro sfortunatissimo, batté nettamente Merckx, sempre al Tour, una volta. Quindi il grande Belga non era invincibile.

Alcuni aggettivi, di contro, come “inadeguato” o “impreparato” sono del tutto congruenti con realtà fattuali.

E ora, non posso non sottolineare che ancora una volta i principali utilizzatori dei tre aggettivi del titolo sono gli uomini e le donne dei media, dei giornali, delle tv, del web, i quali, afflitti da un’inguaribile pigreria (pigrizia accentuata), risolvono il problema di come definire una cosa eccezionale con uno dei tre aggettivi di cui sopra. Se utilizzi uno dei tre aggettivi “sei a posto” esercitando quel mestiere, perché hai già detto il massimo, più di così non si può dire, espressioni per rappresentare concetti così estremi non puoi trovare…

Ma no. Che ne dici, gentil lettore, se cominciassimo a non utilizzare più, ogni momento, “impensabile, incredibile, inimmaginabile” e li sostituissimo con attributi adeguati alla bisogna di definire un atto, un fatto, un’impresa, una vittoria, un evento accaduto per la prima volta come la prima ascesa al K2?

Basterebbe definire la prima ascesa del K2 “evento straordinario”, cioè non-ordinario, invece di “incredibile”, anche perché “è accaduto”. O no?

In questo periodo, compresi i lockdown mi sono sentito SEMPRE sostanzialmente LIBERO (alla faccia dei libertari a corrente alternata), perché ho fatto SEMPRE, dico SEMPRE, ciò che dovevo fare e nessuno me lo ha impedito. Aaah, dimenticavo, sono stato anche offeso da qualcuno che mi ha invitato “a svegliarmi”, un “pulpito” che si nutre di web e bugiardini, non di seri studi accademici, dove la tua competenza è verificata da terzi che hanno titoli per giudicarti, fino a che io stesso ho fatto parte di questi “terzi” (docenti universitari). Detto questo, qui parlo di quisquilie, per variare il menù. Ecco: parlo degli uomini politici e delle donne “politiche”: un ambiente di noiosi, tra pochissimi “ascoltabili”; giornalisti e titolisti: una piccola accolita di disonesti che rovina una categoria talvolta eccellente

Ripeto: nonostante gli alti lai dei libertari a corrente alternata, che ululano per piazze e sul web, anche durante i lockdown più rigidi, mi sono sentito e sono stato LIBERO di agire e di dire ciò che volevo dire e di fare ciò che dovevo fare, sempre nel rispetto delle norme prudenziali, atte a tutelare la legittima personalità e libertà degli altri. e l’altrui dignità. Due volte mi hanno fermato i carabinieri, ed è bastato che dicessi: “vado nell’azienda tale, perché sono il Presidente dell’Organismo di vigilanza ex Codice etico“, e non mi è stata chiesta neppure l’auto-dichiarazione. Oggi ho il green pass e lo porto con me, finora esibito solo in piscina. Quale è il problema? Detto questo, passo alla quisquilia del giorno: “parlare male”, con pieno diritto e nozione informata, di politici e giornalisti, due tra le peggiori categorie sociali di questi tempi un pochino oscuri, soprattutto per un utilizzo scarso dell’intelletto, e una sorta di intolleranza alla fatica di studiare.

Per me la noia è il peggior stato dell’anima, peggio della paura terrorizzante, che è la paura della paura. Per me.

Più volte mi sono speso a commentare la povertà-della-qualità-della-classe-politica, il cui livello è definibile come penoso, scadente, noioso.

Quando in tv vediamo apparire le faccette dei politici e delle politiche, anzi quando vedo, perché so di me e non di altri, so già ciò che stanno per dire. Lezioncine imparate a memoria, e non perdono un colpo solo perché imparate a memoria. Mi ricordano queste filastrocche da prima elementare: “Le ochette del pantano/ vanno piano piano piano/ tutte in fila come fanti/ una dietro e l’altra avanti“… oppure: “Il mio gatto Musotondo/ verdi ha gli occhi e il pelo biondo,/ ha il nasetto impertinente/ canzonar sembra la gente./ Proprio adesso il bricconcello/ s’è cacciato nel cappello,/ e da lì contempla il mondo/ il mio gatto Musotondo“. Anzi, no, non mi ricordano per nulla queste bellissime filastrocche elementari, che non sono noiose, ma bellissime. Noiosi sono loro!

In questo campo le donne non si differenziano dai maschi: la noia li unifica nell’insopportabilità. Il linguaggio è trito, scontato, il modo di affrontare i temi è apodittico e paratattico. Noioso.

Non ho ancora capito se i giornalisti li preavvertono (penso di sì) dell’intervista, cosicché il politico/ la politica si prepara una lezioncina da recitare a raffica, con piglio, non deciso, ma arrogante, che attesta come il/ la parlante sia convinto di avere ragione e tutti gli altri torto.

Mi si può spiegare che i “tempi televisivi” richiedono semplicità e chiarezza, per cui sono da evitare ragionamenti complessi e da proporre solo conclusioni, senza premesse logiche. Per me ciò risulta essere un orrore, immediatamente dopo che mi sono annoiato. Il fatto è che la loro è una recita a favore di telecamere, perché subito dopo, tra loro, fraternizzano.

Solo due nomi, tra moltissimi, come campioni dei maschi e delle femmine: Lupi e Serracchiani.

Se veniamo ai giornalisti e ai titolisti la disonestà intellettuale dilaga. La cura dell’attendibilità delle fonti latita, il linguaggio è spesso aggressivo e impreciso, i titoli fuorvianti e imbroglioni. Il web poi “fa il suo” con il metodo “specchietto per le allodole”, dove mette in evidenza solo una parte della notizia per dare l’impressione di un male devastante che poi magari si rivela spesso solo fuffa. Esempio calcistico: “Incredibile al Napoli (in evidenza, poi puntini… e il testo prosegue così… Insigne ritarda all’allenamento)”. Cosa c’è di incredibile? o di preoccupante? nulla. Intanto, però, il tifoso del Napoli è andato in ansia. Cosa poco importante? Sì, cosa da nulla, ma intanto si è creata una agitazione mentale nella persona semplice che è il tifoso.

Esempi non virtuosi, o fastidiosi: Travaglio-arrogante-Marco e Belpietro-nonmiviennulla-Maurizio per la carta stampata, Fazio-falsetto-Fabio, Hunziker-mossetta-Michelle, Litizzetto-bruttino-Luciana, Fiorello-nonsochediresenoninutile-Rosario, e Varriale-sosiadiclaudiovilla-boh, per la tv, Alessandra-beep beep-De Stefano per il ciclismo e Paola-sgrunt-Ferrari (grazie a Dio che se ne va) per il calcio, ancora in tv, inascoltabili, come un Martinelli-accentituttisbagliati-Maurizio (che pronunzia Màttarella, invece di Mattarèlla), e Parenzo-noiasinistro-David e Cruciani-sporcaccion-Giuseppe per la radio, più Parenzo che Cruciani, perché a parer mio il peggio e più disonesto è il politicamente corretto. Dimenticavo trasmissioni radiofoniche come Sportiva, dove senti conduttori che pronunciano male l’italiano e telefonate dal pubblico in proporzione di idiozia. Probabilmente, sia la politica, sia il giornalismo rappresentano la mediocrità gaussiana di quelli che telefonano per ascoltarsi. Che p.! E moltissimi altri, che non cito qui per non annoiarmi.

Mi consolo con la memoria che mi ricorda i nomi di Bruno Raschi e Montanelli, di Gianni Brera e Biagi, di Buzzati e Claudio Gregori, che del giornalismo hanno fatto un’arte. Come cantava Califano: “Tutto il resto è noia“, anzi, no, ho sbagliato… “Tutto il testo è noia“.

Su libertà e vaccini occorre tornare con chiarezza ad Aristotele, Tommaso d’Aquino e Immanuel Kant

Leggo in tema prese di posizione filosofiche provenienti da prestigiosi colleghi, come Cacciari e Galimberti, che in parte condivido, ma prevalentemente no, direi in particolare nella metodica comunicazionale.

Del primo non condivido la posizione pubblica sul green pass, che limiterebbe la libertà individuale: ciò mi sembra che sia un po’ come guardare il dito che indica la luna, non guardare la luna, vale a il dire che le regole anti-Covid sarebbero liberticide… D’accordo con lui quando commenta la povertà politica storica, mezzosecolare, dei preposti alla salute italica, ma ciò non significa che non si debba tener conto di ciò-che-è-meglio-fare qui e ora, per combattere l’insidioso male del Sars-Cov2, epidemia, se non si vuole dire pandemia, dimostratasi già in tutta la sua pericolosità.

Mi meraviglio che un pensatore del livello suo non riesca a comprendere come non sia il caso si esprimersi verso il grande pubblico con teoresi, anche condivisibili, ma eccessivamente articolate e sofisticate, per non mettere in allarme chi non è in grado di seguirle passo passo, mentre invece sia più utile accontentarsi di proporre ragionamenti semplici, essenziali, tali da aiutare a scegliere razionalmente la gran massa delle persone di farsi il vaccino, in questo frangente, dove il vaccino è – comunque la sia veda – il male minore, e nel contempo il bene maggiore. O no?

Del secondo non apprezzo per nulla la sua oramai solita – e già vetusta – accusa al cristianesimo di aver fomentato l’egoismo da duemila anni.

Non è semplicemente vero, come ho spiegato qualche settimana fa in uno specifico articolo qui pubblicato. Onde non ripetermi, qui ricordo solo che, se è vero che il cristianesimo ha posto al centro della riflessione sui valori morali la persona umana come individuo il cui valore, appunto, è incommensurabile, ha giustapposto al tema-persona, con altrettanta forza e priorità, il concetto di comunità, di comunione, di condivisione. Ne consegue che la persona e le persone, il bene e il male sono da considerare sempre in relazione al rapporto necessario esistente nell’umana convivenza.

Sarà poi la filosofia teologica cristiana, a partire da Agostino e soprattutto con Tommaso d’Aquino a precisare meglio, con estrema e insuperabile chiarezza, il valore primario della comunità, come insieme di figli-di-Dio, riassunto poi nelle forme più solenni nella recente (1965) Enciclica conciliare Lumen gentium, là dove la Chiesa stessa, cioè l’adunanza, la raccolta dei popoli, è definita “popolo di Dio”.

C’ è, di contro, un filo rosso tra i tre grandi filosofi citati nel titolo, Aristotele, Tommaso d’Aquino e Kant, un filo che spiega con chiarezza che cosa si debba intendere per libertà e bene comune, il filo rosso di una filosofia politica irrorata dalla sapienza greco antica, dalla morale cristiana e dall’apertura culturale dell’illuminismo.

Evitando in questa sede indicazioni bibliografiche e appesantimenti specialistici, mi limito a citare, innanzitutto Aristotele, che parla esplicitamente dei doveri specifici e ineludibili “di chi entra in città”: chi entra nella pòlis deve conformarsi alle leggi della pòlis stessa, deve accettarne leggi, usanze e modi di vita, ove desideri soggiornarvi, altrimenti se ne può anche andare. Evidentemente bisogna contestualizzare la dottrina socio-politica ed etica aristotelica, non prendendola per buona come esempio assoluto per i tempi odierni.

Tommaso d’Aquino, completa il discorso morale aristotelico e la dottrina cristiana, ponendo il tema del Bene comune, che ricomprende i beni individuali e li mette in relazione, sottolineando la primazia di ciò che è più utile alle comunità, piuttosto che al singolo individuo.

Il buon frate domenicano arriva addirittura a scrivere che la stessa proprietà privata non può essere assoluta, incondizionata, poiché ogni bene è dato da Dio, per cui ogni essere umano, con la sua intelligenza e volontà, su questi beni deve esercitare un mandato al fine di salvaguardare detto bene, anche in vista di chi verrà dopo, figli e nipoti. Ogni essere umano e ogni gruppo umano, sostiene il grande filosofo cristiano, ha la responsabilità della custodia dei beni, perché, come doni del Creatore debbono essere rispettati, tutelati e utilizzati per la realizzazione di una buona vita di ciascuno e di tutti.

Di più: per Tommaso, se un tiranno usa i beni dati all’uomo solamente per la sua convenienza, esercitandovi un potere assoluto e senza poter essere contrastato, mostrandosi nell’agire come tiranno, il popolo può avere diritto di ucciderlo, per liberare tutti dal sopruso. Anche il tirannicidio, dunque, in questa visione del “bene comune” può essere moralmente ammesso. Sono certo che non molti conoscono questa dottrina tommasiana, profondamente cristiana.

Avvicinandoci ai nostri tempi, non citando tutti i numerosi pensatori che dopo Tommaso hanno posto il Bene comune” al di sopra dell’interesse individuale, giungiamo a Immanuel Kant.

Ebbene, Kant spiega molto bene nella Critica della Ragion pratica, (siamo attorno al 1800), il suo testo di Filosofia morale, che vige l’obbligo di non considerare mai l’uomo come mezzo ma sempre come fine. In sostanza, l’Uomo deve essere inteso e rispettato come soggetto-in-relazione, per cui ogni dire e ogni agire deve tenere conto del bene altrui. Un altro suo detto fondamentale è il seguente: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale“. Non mi pare necessitino commenti interpretativi.

E, per concludere, cito umilmente… me stesso, riprendendo la breve sintesi teoretica che ho pubblicato in un post pubblicato qualche giorno fa, sul tema della Libertà.

LA LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive. Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essereumani.

Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

E allora, venendo al tema vaccini e libertà: come si fa ad affermare, come fanno in molti, che lo Stato ci tiene prigionieri, quando invece è il virus il soggetto da mettere nella frase che parla di prigionia. Proprio per liberare noi stessi e gli altri, per rispetto, ripeto, di noi stessi e degli altri, è utile, opportuno, necessario vaccinarsi.

Non dico obbligatorio, perché spero che il buon senso e l’intelligenza rendano superflua una normativa legalmente vincolante.

Giornalisti “villani” (senza offesa per i villani abitanti delle “ville” rurali), Marco Travaglio e David Parenzo, e i falsi liberal-democrat del non-vaccino

Qualcuno non ha limiti nell’insultare, e molti si improvvisano sapienti su ogni materia, di questi tempi. Ciò non si dovrebbe mai verificare, ma queste cose capitano. Probabilmente l’accessibilità dei nuovi media non solo favorisce, ma sollecita, interventi di tutti i generi in tutti gli ambiti su tutti gli argomenti.

In ragione di ciò, si leggono e si ascoltano facezie, stupidaggini, affermazioni azzardate, assiomi infondati, ricordi fasulli, relazioni inesistenti fra concetti inconciliabili, pretese di conoscenza senza fondamento, e altro del genere che, se non fosse talora pericoloso, potrebbe essere il soggetto di innumerevoli gag comiche.

Tornando al citato giornalista, misteriosamente innamorato di Conte, più che di Grillo, ora si è messo a parlare dei figli di papà al Governo, partendo da Draghi, cui riconosce solo saperi finanziari, mentre – a parer suo – non saprebbe un c. di socialità, sanità e molt’altro. Invece, sappiamo che Draghi si è fatto da solo, come me e molti altri.

Perché il soave giornalista non attacca due autentici “figli di papà” come Ciro Grillo e Davide Casaleggio? Potrebbe bastare, anche se questo tipo umano si meriterebbe altro di critico, che qui non gli concedo. Mi prenderebbe troppo immeritato spazio.

Un altro giornalista villano, che blatera arrogantemente per Radio e si mostra in tv, talora in compagnia di sodali che competono validamente con lui in beceraggine, ma non lo superano, come Giuseppe Cruciani, è David Parenzo, che non si perita di dare del cretino a chiunque non sia d’accordo con lui. E pensare che vi sono molti masochisti che continuano a telefonare a La Zanzara, trasmissione di Radio24, cioè di Confindustria. Ciò che mi meraviglia, ma forse sono ingenuotto, è come mai anche l’elegante presidente Bonomi accordi spazio a un format così degenerato. Ascoltare una volta, per capire. Sarà per l’audience, la maledetta audience che si nutre del brutto, del cattivo e dello sporco.

L’anima dell’uomo ha antri oscuri, forse sepolti tra l’amigdala e i lobi prefrontali, che non sono l’anima, ma l’encefalo del sapiens sapiens.

Non so se l’anima dei contemporanei sia più bacata di quella degli uomini di tempi andati: certo è che i media mostrano attualmente qualcosa di inaudito, anche rispetto al recente passato. Forse arriveremo al punto preconizzato da Spielberg in Minority report.

Io, più prudentemente, parlo di crisi del pensiero… critico e mi do da fare, nel mio piccolo, per svilupparne in giro la consapevolezza.

Un altro aspetto negativo di questi tempi è lo stalking telematico, pericolosissimo, soprattutto per i ragazzi. L’ignoranza e la volgarità incombenti rischiano di mettere a repentaglio non solo la sicurezza mentale dei giovani, ma perfino quella fisica. Si sono registrati anche casi di suicidio di ragazzini che non hanno retto la diabolica insistenza del bullismo informatico.

Altro capitolo: quello degli sguaiati falsi democrat del non-vaccino, che stanno ogni giorno superando se stessi in ignoranza colpevole (o forse no, si tratta solo di ignoranza-bestia e quindi incolpevole; cf. Tommaso d’Aquino Secunda secundae).

Se ricordi a uno di costoro che il 90% delle persone ricoverate in terapia intensiva in queste settimane sono non-vaccinati, ti risponde che è un… caso. Ma questi non sa nemmeno che cosa significhi la parola “caso”. Eppure urla, strepita, insulta, rivendica la sua libertà di infettarti. O, addirittura afferma, come certi sedicenti guru, che il Covid è un falso problema, perché ne muoiono più di malaria, o di tumore o di infarto.

Come sempre, chi non sa ragionare, perché non ha argomentazioni, e vagamente percepisce questa sua debolezza logica, cambia argomento.

Qualcuno mi ha detto che il paragone con la vicenda del fumo da me proposto in un post precedente non sta in piedi con la vicenda vaccini, perché in questo caso si viene relegati a casa se non si ha il green pass, e allora no, ho provato a spiegare che il paragone sta in piedi sul piano del rapporto che sussiste tra Bene (o supposto tale) personale e Bene comune, laddove quest’ultimo non può stare al secondo posto, mi risponde che “non gliene frega nulla del bene comune”. Mi fermo, perché dovrei dirgli che è quantomeno narcisista, egocentrico, egoista, se non vagamente affetto da un a forma abbastanza lieve di sociopatia. E taccio.

Ma continuo, con le mie limitate forze, a lavorare affinché la ragione argomentante, forte di una logica inoppugnabile, contrasti l’assenza di senno che molti in questo periodo propalano, ed esaltano con i loro comportamenti espressivi e di azione.

Sono convinto che ce la faremo.

I vaccini, la persona morta di Voghera, i referendum, la riforma della giustizia: tra un diritto eticamente fondato e giuridismi insensati, la libertà, nella “società dell’egoismo” e della “crisi del pensiero… critico”, vera e grave pandemia

…e pensare che Giuseppe Conte si propone come giurista di vaglia!

Di rientro dall’incontro con il Presidente Draghi afferma convinto che è possibile un accordo sulla “riforma della giustizia della ministra Cartabia, ma che i 5S (che lui vorrebbe dirigere ma mi pare già che non ci riesca) vigileranno onde impedire che maxi processi, come quello istruito contro i dirigenti di Autostrade Spa dopo il crollo del ponte Morandi a Genova vadano in fumo.”

E lo dice convinto. Il popolo che ascolta la tv, però, non ha né tempo, né voglia, né preparazione giuridica per andare a compulsare il testo della riforma Cartabia e si fida… pensando “ma come può dire una cosa falsa un avvocato che è stato capo del Governo?”

Invece no: la riforma scritta dalla nuova ministra, che grazie allo Spirito Santo che soffia dove vuole, a Draghi, al Presidente Mattarella e a qualche politico in questo caso accorto (e furbo, siccome si tratta di Renzi), salvaguarda assolutamente l’andamento e la conclusione di processi come quello citato, evitando ogni riduzione di tempi che ne limitino la celebrazione, fino a una legittima conclusione e auspicabili severe condanne. Ooh come mi piacerebbe vedere per un momento in manette, magari finalmente compunto, il superbo, arrogante e finora impunito ing Castellucci, di cui tutti ricordiamo l’atteggiamento insopportabile subito dopo il disastro! …anche se, come sa il mio gentil lettore, sono tutt’altro che un manettaro, nutrendo una stima “tecnica” per il giornalista Travaglio molto vicina allo zero assoluto, quello cosmico.

Costui, quando parla o scrive sembra che goda quando viene messo in galera qualcuno, e che auspichi si gettino via le chiavi, come si dice, con orrenda espressione popolare.

Fare confusione sulla prescrizione, cioè sul tempo limite per la celebrazione di un processo nei suoi tre gradi di giudizio (Primo, Appello, Cassazione), è un delitto concettuale e una mancanza di rispetto grave per l’intelletto di ogni Italiano, anche di chi non riesce a verificare la veridicità delle asserzioni (in questo caso) contiane.

A Voghera, un assessore leghista ha “sparato” (a) un marocchino trentanovenne uccidendolo. Il suo avvocato spiega che si è trattato di legittima difesa. Il Procuratore della Repubblica ha chiesto e ottenuto dal Giudice gli arresti domiciliari, intanto, con la causale di “eccesso colposo di legittima difesa”, l’indagato essendo stato aggredito con le mani dalla vittima. Deve stare rinchiuso in casa perché potrebbe essere in grado di “inquinare le prove” e di “reiterare il delitto”. Sono perplesso. Certamente il fatto che girasse con una pistola con il colpo in canna significa che la sua mentalità e visione politica è quella bronsoniana e americana del farsi-giustizia-da-sé. Naturalmente (e come poteva andare diversamente?) Salvini lo difende e quasi lo loda, mentre Letta diffonde urbi et orbi (neanche fosse un Pio Dodici) l’ennesima stupidaggine riflessiva da quando è tornato in Italia per guidare un ciondolante PD (ahimè): “Bisogna togliere le pistole ai privati”.

E subito dopo, non so se lo ha detto o se lo ha solo pensato: salvo (che) ai gioiellieri, ai tabaccai, agli autotrasportatori, ai… etc. etc. No, Letta, In Italia vi sono 7 milioni di armi da fuoco su 60 milioni di abitanti; negli USA circa 350 milioni di armi da fuoco su 330 milioni di persone, e non solo pistole, ma anche fucili d’assalto, l’uso esperto di uno dei quali può provocare (e provoca quasi ogni settimana) una strage. Gli USA hanno un problema enorme, ma in Italia è diverso: l’Italia, anzi gli Italiani e i politici che ne sono l’espressione peggiore (forse perché per avere successo in politica, di questi tempi, bisogna essere furbi, non-intelligenti, e senza remore, spregiudicati), hanno un problema legato alla debolezza preoccupante di un pensiero critico, riflessivo, e ciò è un problema di cultura sociale e morale. Ma gli Stati Uniti, e altre nazioni del mondo ce l’hanno al cubo, questo problema, senza che ciò, ovviamente, ci possa consolare.

Dei referendum sulla giustizia ho già scritto qui qualche giorno fa. Mi limito, pertanto a dire solo che è bene siano celebrati, perché non basta l’attuale riforma voluta dalla ministra Cartabia e dai Presidenti Draghi e Mattarella sulla prescrizione, circa la quale riforma già si vedono le reazioni della casta sacerdotale dei magistrati, ma serve anche altro, a partire dalla separazione delle carriere tra Pubblici ministeri e Giudici giudicanti. Anche se magari solo informati dai thriller polizieschi e avvocatizi americani, gli Italiani hanno capito che là, in America, sotto questo aspetto, funziona meglio. Mi viene in mente, tra altri, anche solo il processo ai coniugi Bazzi-Romano, quelli condannati per la strage di Erba, che probabilmente (o certamente) sono innocenti, oppure la ridicola condanna comminata alla freddissima e cinica assassina di madre e fratellino Erika De Nardo da Novi Ligure, che oggi, laureata in filosofia (mi piacerebbe verificarne la preparazione e soprattutto il rapporto che per lei esiste, se esiste, tra filosofia e vita), oppure, per ragioni ancora diverse, la vicenda del carabiniere Cerciello Rega, o quella di Meredith Kercher, dove l’americana signorina Knox Amanda se la è forse cavata a buon mercato.

Ripeto, con Calamandrei e, meglio ancora, con Tommaso d’Aquino e il padre gesuita Molinos, condivido la seguente tesi etico-giuridica che recita: “in dubio pro reo”, e dunque “meglio uno/ dieci/ cento colpevoli in libertà che un innocente in prigione”.

Infine: i vaccini tra “obbligo” e volontarietà. Immanuel Kant parlava e scriveva dell’imperativo categorico, come scelta libera ancorché necessaria (si noti l’ossimoro concettuale), spiegando che vi sono alcuni momenti e situazione nei quali si è tenuti a dover dire o fare qualcosa e non qualcosa’altro, ad esempio, in questa nostra attuale temperie e luoghi: “fare i vaccini”. Dispiace che per convincere i dubbiosi siano utili, anzi necessarie, le parole durissime, inequivocabili, del Presidente Draghi, che tutti hanno ascoltato e di cui molti pare abbiano già fatto tesoro.

Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino scrivevano di libertas minor, vale a dire di una libertà egoistica, scarsamente lungimirante e poco supportata dall’intelletto e dalla ragione… e di libertas maior, quella sì illuminata dalla riflessione e dalla logica argomentativa. Ecco, questi sono tempi che impongono ai cittadini di scegliere la Libertas maior!

La LIBERTA’

Molti non hanno alba di che cosa si possa intendere razionalmente per LIBERTA’ Ancora molti ritengono che sia “fare ciò che si vuole”, ma non è così, perché la volontà a volte è guidata da emozioni sbagliate o da ignoranza tecnica. Quelli che urlano per le piazze, sgangherati libertadores, o dicono in privato che sono per la libertà, non sanno ciò che dicono o urlano. Prima di decidere “liberamente” che cosa fare, bisogna informarsi, studiare certo, ma soprattutto valutare che cosa sia il bene maggiore e il coincidente male minore per tutti, per se stessi e anche per coloro con cui si con-vive.

Essere liberi è, dunque “volere ciò che si fa”, là dove l’intelletto cosciente e la ragione argomentante aiuta a decidere per il meglio, e dunque a essere veramente liberi, nei limiti consentiti dall’essere umani. Allora, se la decisione resta insensibile al BENE MAGGIORE COMUNE, quella che sopra abbiamo chiamato ignoranza tecnica, diventa ignoranza morale, e dunque eticamente rilevante e colpevole.

Un esempio? Si pensi al divieto di fumo nei locali chiusi legificato vent’anni fa circa dal benemerito ministro prof Sirchia. Ebbene, i fumatori di quel tempo, dopo avere un po’ brontolato, si adeguarono, capendo che la libertà di avere quel vizio era inferiore alla libertà di tutti gli altri che invece avevano deciso, per la propria salute, di non fumare. L’analogia è fortissima, l’esempio è quasi sovrapponibile… o no?

In una fase nella quale la crisi del pensiero critico, del pensiero-pensante è la prima “pandemia” su cui lavorare, e a questo tema si dedicheranno i lavori del Seminario estivo dell’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica, Phronesis, attualmente da me presieduta, in quel di Brescia a fine agosto, mi pare utile ricordare anche qui che la prima battaglia da combattere e da vincere è quella contro l’egoismo individualistico, che porta a confondere la libertà personale, che alcuni ritengono sia indebitamente conculcata, ad esempio con il green pass, con la libertà responsabilmente aperta alle necessità vitali di tutti, in un sentimento e atteggiamento comunitario e solidale.

Dispiace a me, da filosofo esposto sul piano nazionale come Presidente di Phronesis, ascoltare certe riflessioni del caro professor Galimberti, che ha-anche-a-che-fare con la nostra associazione, quando in tv “accusa” il cristianesimo di essere liberticida, in ragione della sua sottolineatura evangelica (di Gesù stesso) del valore della persona, a discapito della comunità. Di contro egli cita Aristotele che sosteneva come l’uomo che entra in una città deve sottomettersi alle sue leggi, altrimenti non può sottrarsi all’alternativa binaria, se essere definibile come “bestia” o come “dio”. Mi meraviglio della citazione, caro Galimberti, anche se capisco che i “tempi” televisivi impongono innanzitutto i rai fulminei delle frasi icastiche e, insieme, le sintesi nemiche dell’attenzione e della necessaria cura dell’analisi storico-filosofica.

La contraddico ricordandole che il cristianesimo è tutt’altro che anti-comunitario, come mostra tutta la sua storia, senza che qui riassuma la storia della dottrina, confermata con la massima solennità nel 1965 nella Costituzione conciliare Lumen Gentium, che al primo articolo afferma che la “Chiesa (e lei sa che tale lemma significa in greco, ekklesìa, adunanza, comunità, etc.) è il Popolo di Dio”. Popolo di Dio, tutti, dunque, nessuno escluso. Circa la citazione agostiniana là dove il grande Padre africano afferma che allo stato spetta di “togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima”, non di cercare il bene comune (peraltro valore citato in molti testi agostiniani che lei bene conosce), lei mi pare dimentichi che gli scritti di Agostino si caratterizzano per diversi sensi interpretativi, a seconda – potremmo dire – del target: i sensi allegorico e morale, per parlare ai fedeli spesso analfabeti, il senso anagogico per disquisire con i moltissimi interlocutori del suo livello culturale, cristiani e non, spiegando poi ai fedeli che “anagogico” significa “che ha a che fare con la salvezza dell’anima”.

Le sue tesi in tema, pertanto, mi sembrano, sia filosoficamente, sia teologicamente, sia storicamente non corrette, poiché, peraltro in presenza di interlocutori tutt’altro che all’altezza per discutere di questi temi, come il maleducatissimo giornalista David Parenzo (lo si ascolti per conoscerlo meglio, nella trasmissione di Radio24 “La zanzara”, dove fa a gara con i suoi colleghi Giuseppe Cruciani e tale Alberto Gottardo a chi è più volgare), non corrette e infondate circa quanto proposto dalla Teologia cristiana, dalla Tradizione dal Magistero sull’uomo e sul mondo in duemila anni. Potrei citarle mille testi a suffragio di un tanto, ma qui non lo posso fare.

Caro Galimberti, è proprio vero il contrario di quello che lei sostiene: il Cristianesimo è stato, insieme con l’etica platonico-aristotelica, che proprio Agostino, e dopo di lui papa Gregorio Magno e poi Tommaso d’Aquino, contribuì a inserire nella morale evangelica delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 1-15 ca) il fomite ideale e morale generativo del valore morale superiore del Bene comunitario, rispetto al Bene individuale, poi declinato dall’Illuminismo e fatto progredire dalle Rivoluzioni francese e nazionali (anche se non senza contraddizioni) e dallo sviluppo delle moderne democrazie fino al welfare contemporaneo.

Ecco dunque, anche se la pandemia Covid è un gran male, cogliamo l’occasione per parlare e combattere la pandemia della crisi del pensiero. Anche questa mia riflessione che la contrasta, caro professore, serve a questo. E dunque la ringrazio e la abbraccio, da filosofo e da essere umano, anzi viceversa.

“Lei, professore, ha affermato in una pubblica conferenza e ha più volte scritto sul suo blog che la dizione genitore 1 e genitore 2 è una idiozia imbecille? Bene, ne risponderà a un giudice”… è questo che si vuole, Letta e c.?

Gli articoli 1, 4 e 7, soprattutto il n. 4, del Disegno di Legge Zan in qualche modo rendono possibile questa incredibile fattispecie. Possibile che a sinistra non ci si accorga che si sta cercando di intervenire con una sanzione penale sull’espressione di una opinione filosofico-politica? No?

l’idiozia imbecille

Vediamo i testi di questi tre articoli.

Nell’articolo 1 del ddl Zan contro l’omotransfobia e la misoginia si stabilisce in premessa che per “sesso” si intende il sesso biologico o anagrafico; per “genere” qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; per “orientamento sessuale” l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per “identità di genere” l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Primo: la confusione che si ingenera con queste diverse dizioni è somma. Come si fa a pretendere che un articolo tipo questo possa chiarire il tema? Cosa può succedere se si intersecano le diverse definizioni nella vita quotidiana? Come si fa a mettere sullo stesso piano sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere? Mi paiono obiezioni sufficienti per semplificare il testo.

L’articolo 4 è una clausola di salvaguardia. Il DdL precisa: “Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Bene: proviamo a immaginare che un giudice ritenga che quanto io ho affermato e scritto più volte sul mio blog e in lezioni e conferenze, come riportato nel titolo, ritenga che tale giudizio sia o possa essere fomite di atti discriminatori e violenti (non si capisce contro chi), potrebbe chiedere per me una condanna ai sensi di quell’articolo. Non so neanche commentare una tale eventualità… Qualcuno può dirmi che non esistono giudici capaci di tali voli di fantasia giuridica, ma io non credo, perché la militanza ideologica a volte fa brutti scherzi. Non mi fido, e pertanto, occorre specificare meglio che cosa si intende per “(omissis) purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Non certo la dizione di cui sopra si tratta, penso, (che ne dici gentile lettore?), ma non mi fido lo stesso.

L’articolo 7 istituisce la “Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” per il 17 maggio, giornata che va celebrata anche nelle scuole.

Direi proprio di no: soprattutto alla dizione “nelle scuole”, che può significare dalla scuola dell’infanzia alle superiori. Se c’è la preoccupazione che il tema sia conosciuto e discusso dai giovani in formazione, si può decidere di dare indicazioni, come Ministero della Pubblica istruzione, che se ne parli nelle scuole superiori a cura degli insegnanti di filosofia, di cultura religiosa o di materie umanistiche, là dove non è previsto lo studio della filosofia.

Questi tre punti rappresentano l’attuale aggiornamento del politicamente corretto, povero surrogato di una cultura veramente aperta, perché basata sui fondamenti antropologici, sociali e storici della nostra specie, il genere umano.

Non so se la deriva di questo pensiero mono-orientato sia irreversibile, ma io, finché avrò forza, continuerò a spiegare che per parlare dell’uccisione di un essere umano (mi scuso per il triste esempio) basta dire “omicidio”, che è l’uccisione di una persona appartenente al genere “homo (sapiens sapiens)”, e quindi maschio o femmina che sia. Non occorre inventare il termine “femminicidio”, cavolo. E di questo sono responsabili i giornalisti, sempre più intellettualmente pigri e ansiosi di scoop.

L’ultima idiozia che qui mi vien da citare è la decisione di Lufthansa di modificare il “buongiorno signore e signori” con cui si salutano i viaggiatori imbarcati, con un semplice “buongiorno” (neutro), per non offendere eventuali appartenenti a qualche altro sesso/ genere/ orientamento sessuale/ identità di genere… basta così?

Modifiche dell’articolato di legge come quelle da me qui proposte riducono la tutela della personalità individuale dei cittadini italiani, secondo quanto prevede la Costituzione della repubblica italiana?

Non mi pare, caro Letta, ma mi sembra lei ora ci stia pensando. Era tanto difficile pensarci prima? Che tristezza questa sinistra.

Gli Inglesi, più ancora che sprezzanti verso gli Italiani, sono imbecilli. Sono questi i connazionali di Francis Bacon, Isaac Newton, John Locke, David Hume, Charles Dickens, G.B. Shaw e Bertrand Russel? Gli inglesi…

che pena. E che vergogna!

Per me solo una conferma, perché ho avuto un parente acquisito di stampo razzista, colonialista e incapace di ascolto, l’idealtipo dell’inglese che ritiene las Malvinas roba sua, e i “negri” esseri inferiori, da governare quasi come un gregge.

Ci sarà una ragione per cui tutto il mondo ha tifato per l’Italia agli Europei di calcio, compresi i loro cugini scozzesi e irlandesi, e contro la Nazionale inglese?

Forse più di una.

Gli Inglesi non piacciono per molte ragioni: per una tendenza ad impadronirsi di terre e mari cresciuta in tutto il mondo dai tempi del conflitto vittorioso con l’Impero spagnolo nel XVI secolo. Da allora, l’Inghilterra fu per trecento anni la prima potenza mondiale: solo Bonaparte ne mise a rischio la primazia. Dopo Waterloo Londra tornò la capitale del mondo, fino agli scontri del XX secolo, che la videro ancora vincitrice, ma segnarono l’inizio del declino, mentre cresceva la diarchia USA-URSS. Ora il mondo è multipolare e l’Inghilterra, che ha avuto l’idea distopica di uscire dall’Unione Europea, ha perso la sua centralità.

Il Commonwealth è l’ultimo retaggio formale di un impero che fu mondiale.

Come insegna Carlo Marx, accanto ai fenomeni strutturali della storia umana, vi sono i fenomeni sovrastrutturali, quelli culturali e giuridico-politici. Il retaggio del potere inglese è rimasto solo (e non è poco!) nella pervasività dell’uso della loro praticissima lingua, che è diventata una delle tre o quattro koinè del mondo economico, politico e sociale.

Il sentiment sugli Inglesi, però, è generalmente negativo. Di loro non si sopporta la spocchia, la presunzione, il superiority complex, che ha intriso la loro cultura e la loro anima.

Gli Inglesi, in qualche modo si sentono superiori agli altri popoli, almeno in questa fase storica… sarà perché sono stati decisivi, anche se meno dei Russi e degli Americani, nella sconfitta del Nazismo, nelle cui vicende, comunque, il loro capo, Churchill ebbe comportamenti tutt’altro che lineari e più che ambigui. Il regno Unito guidato da Sir Winston, prima di considerare la Germania hitleriana come un nemico mortale, le tentò tutte per scatenarla contro l’Unione Sovietica.

Peraltro, noi Italiani abbiamo non poco da recriminare per ciò che quell’uomo politico disse e fece a nostro sfavore. Dopo averci definito “ventre molle d’Europa e popolo senza carattere”, non ebbe nessuna remora a trattare con Tito l’eventuale cessione di Trieste, Gorizia e di mezzo Friuli. Non possiamo volergli troppo bene, agli Inglesi.

Tutto ciò viene insegnato nelle loro scuole, per cui anche un bravo ragazzo come Marcus Rashford, eccellente calciatore, si toglie la medaglia d’argento assegnatagli per il secondo posto ottenuto ai Campionati europei di calcio. Ecco, anche nel gioco del calcio, siccome loro se ne ritengono gli inventori (falso, perché questo gioco in qualche modo era praticato in Italia nel Medioevo, e in forme diverse dall’antichità romana), non giocarono con altre squadre nazionali fino al 1950, perché convinti che avrebbero facilmente battuto tutti, e quindi, magnanimemente, evitavano di far fare brutte figure a tutte le altre nazioni.

Poi, quando si rassegnarono a competere, persero la prima partita con gli Stati Uniti, non proprio una potenza calcistica. E, per quanto concerne le vittorie, l’Inghilterra può annoverare solo quella del mondiale giocato in casa nel 1966 (quello del gol-non gol di Geoff Hurst). In seguito non hanno vinto più niente, mentre l’Italia ha vinto sette manifestazioni europee o mondiali (quattro mondiali, due europei e una Olimpiade); la Germania più o meno altrettanto, il Brasile pure; anche la Francia, molto anche la Spagna, l’Argentina e l’Uruguay, ma loro no.

Amavo spiegare al mio parente inglese acquisito che gli Inglesi, di fronte alle centinaia di artisti sommi di cui può vantarsi l’Italia, loro possono presentare un Turner o un Constable. Il loro più grande musicista, prima dei Beatles, è stato un tedesco di cui si sono impadroniti, Georg Friedrich Haendel. Continuo?

E così, un uomo normalmente intelligente come il capitano inglese della squadra nazionale di calcio Harry Kane, si toglie la medaglia d’argento non appena ricevuta, imitato in questo gesto, più che sprezzante verso l’Italia, imbecille, imitato da tutti i compagni, maleducati e poveri in spirito.

Se poi esaminiamo il comportamento del premier Johnson e del principe William, che non ha neanche salutato il nostro Presidente della repubblica (sua nonna Elisabetta non l’avrebbe fatto), traiamo la seguente conclusione: una storia e una cultura in declino, che non accetta il cambiamento e il principio di eguaglianza antropologica e morale fra tutti gli esseri umani, come credevano fosse i grandi inglesi citati nel titolo, ha bisogno di riflettere profondamente su se stessa, per trovare il modo di rinascere in umiltà.

Parole dal carcere

Si discute, in una giornata di questo caldissimo luglio 2021, di quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere, in altre carceri, e di molto altro. Il sistema pare sia un po’ questo, così come si è visto in tv e sul web. Me lo fa capire chi si trova da decenni fra ristretti orizzonti e, se pure in modi differenti, due poliziotti.

Parto da costoro. Il primo mi dice esplicitamente che, se si registrano azioni pericolose da chi fa rivolte, prima o poi ci si vendica, perché questo è l’ordine naturale delle cose. A bestia, bestia più uno, gli scappa di dire.

Il secondo, che è un graduato, mi mostra una sensibilità politica e morale che – con rispetto per lui – non mi aspettavo del tutto, dicendo che non è ammissibile eticamente che uno “strumento dello Stato” si vendichi, peraltro di persone che magari c’entrano poco o nulla con precedenti manifestazioni.

Il mio amico invece, parla di un “sistema”, cioè di una metodica che è stata introiettata nei comportamenti di chi è di guardia, ed è in qualche modo quasi “asseverata” dall’alto, checché ne dicano coloro che stanno in alto.

Come orientarsi tra queste tre opinioni così differenti? Il carcere è una istituzione totale e totalizzante, come spiegava Michel Foucault già mezzo secolo fa, e perciò in qualche misura – di fatto – al di fuori del rispetto delle norme dello “Stato di Diritto”, come quello francese o quello italiano. Epperò, come può ragionevolmente darsi un “poter-essere” al di fuori delle norme dello Stato di Diritto? Pare una contraddizione in termini.

Se uno Stato si dice di diritto, riconoscendo che le proprie prerogative giuridiche non possono eccedere quelle di ogni cittadino, in modo da metterlo in una situazione minoritaria, non dovrebbe consentire eccezioni, ovvero situazioni nelle quali ciò che significa il sintagma etico-giuridico “Stato-di-Diritto” non “funzioni”. Ebbene, non è così… e per le ragioni in base alle quali tutto, nel mondo degli uomini e nella storia, è accaduto nel corso del tempo, e ancora accade sovente e in molti luoghi e situazioni.

Il tema dei diritti è centrale da quasi due secoli e mezzo, dai tempi dell’Illuminismo francese, tedesco, italiano e anglosassone, dai tempi di Voltaire, Beccaria, Jefferson e Kant. E’ all’ordine del giorno da questo lungo periodo, perché, nonostante la chiarissima lezione evangelica, una cultura politica generale non ha saputo introiettarne il valore. In questi due secoli e mezzo i diritti sono diventati un elemento centrale delle legislazioni e della politica nella maggior parte dei paesi del mondo, dopo le crisi sistemiche dei totalitarismi del ‘900.

Ancora, però, in molte nazioni i diritti umani non sono riconosciuti, come in Corea del Nord e in Cina, ovvero dove sono negletti, ad esempio in certi regimi autoritari del Sud America, dell’Africa e dell’Europa, come in Bielorussia.

Nei paesi giuridicamente più evoluti i diritti stanno riguardando anche aspetti della vita personale fino a sfumare in un confuso giuridismo dei bisogni e dei desideri, come sta accadendo in queste settimane in Italia con gli scontri politici sul Disegno di Legge Zan, che concerne la tutela delle varie declinazioni sessuali dell’umano.

Forse il momento critico dei diritti va di nuovo valutato per rapporto ai doveri, di cui da tempo si parla pochissimo. Dovrebbe essere posto al centro in combinato disposto fra diritti e doveri, per riprendere un discorso che equilibri questi aspetti regolatori della convivenza umana.

E torno al tema carcerario della prima parte.

Comunque stiano le cose, e specialmente se si trattasse di un sistema, come mi spiega l’amico ospite di quell’istituzione da troppo tempo, i diritti umani non vanno mai negati, e dunque atti e fatti come quelli accaduti e sopra richiamati non dovrebbero avere più la possibilità di accadere.

Ma, perché vi siano speranze per una prospettiva del genere, è necessario riprendere i fondamenti etico-filosofici della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 parla di diritto al recupero della socialità per tutti e per ciascuno che abbia sbagliato e abbia pagato la pena per i crimini compiuti.

Anche l’ergastolo ostativo, pur misura comprensibile in un certo momento storico, oggi mostra tutta la sua evidente incostituzionalità e immoralità. Diritti dei cittadini e doveri nei comportamenti devono coniugarsi in un mix là dove la libertà di ciascuno sia contemperata al diritto alla sicurezza personale di ciascun altro, reciprocamente.

Non si dà, infatti, una libertà plausibile, se non connessa con la giustizia e la sicurezza, sempre nei limiti dell’agire umano.

Le due cornacchie e altri “volatili” (in ambo i sensi)

Insisto. Siccome lo scontro fra Grillo e Conte continua, mi sembra interessante ricorrere alla metafora per continuare i miei commenti su questa per-nulla-fondamentale battaglia politica, anche se preoccupa molto il segretario del PD. Si tratta infatti del conflitto tra due uomini di non alta statura antropologica, di moralità quantomeno – mi permetto di dire – un pochino dubbia, almeno in uno dei due, e di albagìa certa, nell’altro.

Il paragone metaforico è interessante, perché le cornacchie sono due uccelli spazzini, molto resistenti, di indubbia intelligenza naturale, come ci spiegano fior di ornitologi. E forse questi specialisti della zoologia pennuta sono particolarmente adatti ad analizzare tipi umani come quei due.

Due notizie su questi interessanti corvidi, che per parenti hanno proprio i corvi, quelli neri neri, le gazze, le ghiandaie e anche il merlo indiano.
Come la più parte dei corvidi la cornacchia grigia è un onnivoro opportunista, molto attento alla disponibilità di esercitare la sua naturale saprofagia. Una gran varietà di cibi, prevalentemente di origine animale, ma anche vegetale, è a disposizione di questi pennuti. Anche l’urbanizzazione ha favorito il loro sviluppo, dando ampi spazi di esercizio della loro versatile intelligenza. Ad esempio, a Milano, a Roma, a Napoli, i corvidi fanno concorrenza per numero perfino ai passeracei.

In generale questi uccelli frequentano areali naturali come scogliere e coste marine, alla ricerca di molluschi e crostacei, piccoli pesci ed echinodermi, e anche ricci di mare che le furbe cornacchie aprono sollevandoli in volo e facendoli cadere dall’alto. Poi, non disdegnano di pasteggiare anche con uova di gabbiani, urie, procellarie e cormorani, adocchiando i nidi e aspettando che i genitori si allontanino per nutrirsi, oppure facendosi inseguire per favorire il lavoro di un collega corvide. Certamente uno scontro con un gabbiano non converrebbe a nessuna cornacchia.
Non manca alla loro dieta anche l’apporto di animaletti, come piccoli rettili, anfibi, insetti e invertebrati vari, larve e altro di simile.

Le cornacchie attaccano talvolta gli esseri umani, come ben documenta il noto film di Hitchcock… e, pare, anche i cani. 

Ora, anche scherzando, si tratta di vedere come possiamo individuare assonanze e similitudini fra i corvidi grigio-neri e i due marpioni cinquestellati… Sulle prime si potrebbe dire che i due umani ricordano i corvidi grigio-neri perché starnazzano molto, e qui converrebbe paragonarli alle anatre, ma queste ultime sono uccelli dediti completamente alla prole e alla ricerca di nascosti pertugi tra le acque correnti e la vegetazione per nidificare in santa pace, e non rompono le scatole a nessuno.

I corvidi no, quelli circolano per campi e piazze, per viottoli e radure, svolazzando da tetti a grondaie, dai fili della luce ai tralicci, ovunque. E ovunque tu guardi li ritrovi, con il becco teso e il vociare rauco.

Il primo dei due umani può ricordare l’uccello perché ha talmente tanto urlato che la raucedine potrebbe averlo colpito in malo modo; il secondo perché possiede un timbro vocale leggermente rauco e nasale. Questo sotto il profilo dei suoni.

Sotto quello degli atteggiamenti e del look, andiamo meglio: tutti e due deambulano con presupponenza, anche se il secondo la nasconde dietro una sorta di bonomia affabilmente esposta.

Le due cornacchie della politica. E gli altri? Potrei divertirmi ad accostare anche molti altri ad animali vari, i Salvini, i Letta, le Meloni, i Berlusc, i Renzi, i Leu e affini. Ognuno di questi può ricordare un animale tale che comunque absit iniuria verbis (cioè, nessuna ingiuria con le parole). Proviamo, anche se mi vengono in mente solo uccelli: allora, Salvini un pavoncello scherzoso, la Meloni una aggressiva gallinella d’acqua, Renzi un anatrone scalpitante, Berlusc un pappagallo curioso, Letta un tacchino che fa la ruota, ma un pochino spennacchiata. Di Leu e Sinistra italiana non saprei dire, chiederò un consiglio a un ornitologo.

Così, per sorridere, caro amico lettore.

La “dikaiusyne”, la giustizia, e i referendum per renderla più giusta

Essere giusti, dare a ciascuno il suo, l’unicuique suum, è uno degli aspetti della manifestazione della giustizia decisivi, ma non solo. La giustizia come principio di civiltà umana è uno dei capisaldi fin da primordi della civiltà scritta, come attestano i codici degli antici monarchi mesopotamici, come si evince dai libri più antichi della Bibbia e dalle iscrizioni dell’antico Egitto.

Fu poi la grande filosofia greca del V, IV e III secoli a. C. a codificarne la struttura formale, soprattutto con la lezione delle Etiche aristoteliche, che spiegano che cosa sia la Dikaiusyne. Seguirono i testi del Diritto romano, legificati in modo definitivo dall’imperatore Giustiniano a metà del VI secolo d. C.

Ne trattarono poi anche i grandi studiosi del diritto medievale, a partire dalla “scuola di Bologna”, se ne occuparono molti filosofi e politologi, come Machiavelli, gli Illuministi à là Montesquieu, gli Inglesi, che per primi proposero il modello democratico, fin da quando Cromwell governò in modo repubblicano. Anche il ripristino della monarchia inglese non impedì lo sviluppo di normative che cominciavano ad echeggiare lo “stato di diritto”.

La giustizia è dunque virtù umana radicale, riconosciuta come tale da millenni, ma è anche locus teorico-pratico dove si esercita l’equilibrio tra i diritti dei cittadini, il rapporto fra questi e lo stato e il mantenimento del rispetto delle leggi vigenti.

In Italia se ne parla da decenni. Negli anni ’80, una cultura democratico-sociale trasversale pose al centro dell’attenzione generale l’esigenza di una giustizia più giusta, con un apparente retoricismo, presente nell’aggettivo, che potrebbe apparire ridondante richiamando il sostantivo cui si riferisce. Infatti, come può darsi una giustizia-ingiusta? Gli Scolastici criticherebbero logicamente il sintagma definendolo contraddictio in adjecto, ma evidentemente può non essere così.

Anche teoreticamente può darsi una giustizia-ingiusta. Aristotele chiarirebbe l’apparente aporìa in questo modo, forse: “siccome gli uomini possono scrivere e approvare leggi che non rispettano l’umanità, il loro rispetto non potrebbe essere definito come giustizia, ma ingiustizia“. E qui mi sovvengono, tra molte altre, le leggi razziali del Duce e le scelte operate dai nazisti alla conferenza di Wannsee (per rendere operativo lo sterminio degli Ebrei), le leggi sull’apartheid del Sudafrica.

Ebbene, e in Italia che giustizia-ingiusta può darsi, ancora in questo 2021?

Si registrano atti e fatti che contraddicono da oltre un settantennio quanto previsto dalla Costituzione repubblicana del 1948. Basti solo pensare all’art. 27, che prevede il recupero sociale del detenuto per condanna penale. Occorre parlarne? ma che recupero e recupero, o redenzione! Di contro accadono fatti come quello di Santa Maria Capua Vetere.

La Costituzione stessa prevede il referendum abrogativo, se il popolo constata che vi sono leggi liberticide e anticostituzionali, Eccoci, dunque: due forze politiche, la Lega (cui mi “lega” pressoché nulla, ma che in questo caso ha il merito di mettere in campo la sua rilevante “massa critica”) e i Radicali, che invece hanno le carte in regola per tutta una storia politica in tema di giustizia-giusta, propongono con forza il tema della giustizia-giusta (sintagma molto caro al Ministro della giustizia del Governo Craxi nel 1985, Claudio Martelli).

L’esempio del pestaggio prima riportato è solo un triste episodio di giustizia ingiusta. Vi sono ben altri e più gravi aspetti che i referendum proposti intendono porre all’attenzione della politica per delle riforme efficaci. Vediamo quali.

  1. Il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno, è controllato dalle correnti legati a un mero spirito di appartenenza, dove non vige la centralità delle competenze e del valore individuale: basti pensare agli episodi emersi soprattutto nell’ultimo periodo. Una riforma di questo organismo si pone come urgentissima.
  2. I Magistrati, se sbagliano a sentenziare colpe e pene, si trovano in un regime esimente da ogni responsabilità. Ciò rende indispensabile porre come obbligatoria la responsabilità individuale di questi cittadini tutori della legge, così come è per tutti gli altri cittadini.
  3. I magistrati sono valutati solo da colleghi, ed è come se gli studenti fossero valutati da altri studenti e non dai professori: occorre mettere in atto un metodo che consenta di effettuare queste valutazioni a cura di giuristi accademici e di esperti di avvocatura.
  4. Occorre separare le carriere tra il ruolo di procuratore e il ruolo di giudice, che deve essere parte terza, non parte in causa, quasi sempre dalla parte della Procura: occorre evitare che un magistrato possa fare indifferentemente il procuratore o il giudice. In questo senso il modello americano può essere di esempio!
  5. Bisogna porre dei limiti agli abusi della custodia cautelare, poiché attualmente in Italia sono detenuti migliaia di “supponibili innocenti”, poiché il 30% dei detenuti è in prigione in attesa di giudizio. Ciò è, prima ancora che anticostituzionale, disumano!
  6. Con il cosiddetto “Decreto Severino”, un pubblico amministratore, un sindaco, può essere tolto dal suo mandato popolare solo avendo ricevuto un avviso di garanzia, che, come è noto, è solo un’informazione, un avviso, appunto, al cittadino che si stanno svolgendo indagini su di lui, e che, fino a una sentenza passata in giudicato, deve essere ritenuto innocente. Oggi, invece, chi riceve un avviso di garanzia è già ritenuto colpevole, in questo con un contributo asfissiante da parte dei media, a volte senza contraddittorio.

Mi pare che vi siano pochi dubbi sull’esigenza di intervenire su queste materie che, se non vi sarà la spinta dei referendum, rimarranno nel cassetto polveroso del Parlamento e nelle inesistenti intenzioni di politici di tutte le aree.

Ancora una volta qui segnalo, e mi dispiace, la flebile voce del PD che, tramite il suo fallace segretario, altro non ha da dire se non criticare Salvini. Mi pare un po’ poco.

I due soggetti più “sbagliati” che fanno politica oggi: Grillo e Conte G.,… e i “dintorni” della socio-politica

Non saprei chi individuare di più “sbagliato”, o stonato, tra i tanti protagonisti della politica attuale, fra Grillo e Conte, l’ex capo del governo (e anche l’altro Conte, l’ex dell’Inter, che è famoso è pure un po’ sbagliato). Ma forse il termine “sbagliato” è… errato, poiché bisogna sempre tenere conto del contesto sociale, politico e storico, aggiungerei. In altre parole, negli anni ’80 un “Grillo” non avrebbe avuto gli spazi per le sue piazzate del “vaffa…”. La politica di allora era talmente pervasiva e partiticamente orientata da non lasciare spazi ad espressioni di un populismo così teatrante.

Le piazze di Grillo non erano né una jacquerie à là Vespri siciliani o al modo dei Ciompi fiorentini, né una semi-rivolta qualunquista come quella dei “gilè gialli”, o delle “sardine” di un altro ambiguo personaggio come il loro capo Santori, né tantomeno una rivoluzione come quelle Francese e Russa. Citare queste ultime due vicende in coda alle altre è come citare Michelangelo e Raffaello dopo aver citato degli imbrattatele.

Le piazze grilline sono accadute negli anni “2000”, dopo il 2005, non prima. Intanto.

Circa Conte, che dire? Certamente che non è, sotto il profilo qualitativo, né migliore né peggiore degli altri politici, in considerazione della qualità media rilevabile in questi anni, epperò con grande pietas. Questo lo dico, per riconoscergli un certo valore relativo, anche se non è mai riuscito a toccarmi in qualche modo, né tantomeno a “emozionarmi”. Secondo me non è aiutato dal timbro vocale, dallo stile leccato e (sospetto) insincero, e dal suo sostrato avvocatizio, che gli ha ispirato dei modelli comunicazionali ed eloquio piuttosto stantii e noiosi.

Ho sempre pensato, sulle tracce del pensiero di Max Weber, che il carisma di un individuo si possa nascondere in una situazione di latenza, osservando nel concreto molti casi nei quali, inaspettatamente una persona – in una specifica situazione – si è mostrata capace in un determinato ruolo e posizione alla quale è “capitata” (come si dice, sbagliando) come per caso. Ho visto sindaci eletti da una posizione ante-elezioni da vice-outsider, essere molto migliori di carismatici predecessori. Altrettanto ho constatato accadere nel mondo economico e nelle aziende di produzione, commerciali e dei servizi, e perfino nella Chiesa…

Un’esperienza personale e non unica di questo tipo nel corso del tempo: ricordo quando, al di fuori delle aspettative, fui eletto segretario provinciale di un sindacato, l’immagine di due colleghi di altra confederazione che se ne andarono da quel congresso mettendosi le mani nei capelli, e qui ne voglio citare i nomi, perché magari qualcuno glielo riferisca: si trattava di Ennio Balbusso e di Giobattista Degano, rappresentanti della corrente socialista della Cgil. Se ne andarono come scandalizzati davanti all’elezione di un neanche trentenne, di sospette tendenze extraparlamentari (non sapevano niente di me) all’importante carica socio-politica.

Poi ebbero a ricredersi e diventarono con me quasi devoti, vista la mia acclarata capacità di trattare anche con la politica. In quegli anni i volantini “unitari” erano redatti da me e stampati spesso senza che li leggessero, tanta era la fiducia che oramai avevano riposto nella mia persona.

E torno a Conte G., autodefinitosi “avvocato del popolo” fin dai suoi primi vagiti di politico, ma già investito della carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Già questa auto-definizione non mi piacque, e lo scrutai con particolare acribia, notando nelle sue movenze, nel suo look, nel suo modo di parlare e di muoversi sempre qualcosa che mi disturbava, qualcosa di insincero, di artefatto, come “di risulta”.

D’altra parte, il suo cosiddetto “capo politico” era un ragazzetto di poco più di trent’anni senza arte né parte, di formazione raccogliticcia e largamente insufficiente (il mio lettore sa ben che parlo del signor Di Maio). E attorno a lui stava la pletora (oggi in larga parte terrorizzata dall’ipotesi non peregrina di sparire nel nulla della notorietà e di redditi da amministratore delegato di grande azienda) di parvenù e di idealtipi alla toninelli, che dalla disoccupazione erano stati catapultati nel 33% dei consensi degli Italiani a prendere 13.000 euro/ mese più rimborsi spese varie.

A otto (2013) e a tre anni (2018), rispettivamente, da quel crescente e inaspettato successo, li vediamo ancora, in larga parte, non sapere-che-cosa-fare, per evitare le elezioni anticipate, poiché ben sanno che rimanderebbero nell’anonimato almeno metà di loro, e con il problema di cercarsi un lavoro. Anche in un’Italia che trova sempre un angolino per i “trombati”, il loro numero è troppo elevato per una ragionevole e generale speranza di ricollocazione erga omnes. Come è moralmente giusto che sia. Magari potrebbero farsi aiutare dai navigator, altra loro penosa e costosissima e inutilissima invenzione!

Ancora, circa il rapporto fra i due “Giuseppe” (Beppe e Giuseppi), fatto eclatante notato dal mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda italo-germanica. Lui mi dice: “Come fa oggi Grillo a definire incapace e incompetente Conte, se per tre volte ce lo ha presentato quasi come un genio: la prima volta come capo del governo gialloverde, la seconda come capo del governo giallorosè e questa terza volta come capo del suo Movimento?” C’è qualcosa che non va in tutto ciò, eccome!

A questo punto mi torna alla mente un altro ricordo, concernente le conoscenze e le professionalità individuali, quello della ricollocazione dei sindacalisti, i quali, “usciti” in distacco sindacale ex articolo 31 della Legge 300 del 1970 a meno di trent’anni, abituatisi a vite da dirigenti, hanno sempre cercato, o di mantenere la loro posizione sindacale, o sono stati ricollocati nell’ampia area del terzo settore cooperativo, oppure, qualcuno più abile, nella politica regionale e nazionale. Pochissimi di loro si sono messi in gioco dopo l’esperienza sindacale, e solo coloro che avevano, o una preparazione adeguata, o un lavoro dove non gli dispiaceva tornare. Personalmente, dalla segreteria regionale generale di un sindacato e dalla direzione nazionale, sono passato alla direzione generale del personale di una multinazionale metalmeccanica. Una scelta simile a “gettarsi in acqua dove non si tocca”. Altri colleghi si sono incistati (absit iniuria verbis) nel sistema Coop: un po’ diverso, vero?

La mancata riforma dei sindacati dopo la fine del comunismo, simbolicamente datata al 1989 con la caduta del Muro di Berlino, che a cascata ha generato varie riforme politiche a livello internazionale e conseguenti dibattiti in ambito sociale e sindacale. Non tanto, però, da generare ciò che ci si sarebbe potuti aspettare da questa reale rivoluzione mondiale. In realtà era cambiato il mondo: non più la principale contrapposizione tra i blocchi, est-ovest, USA-URSS, ovvero capitalismo vs comunismo, con la variabile Cina e un’Europa che cercava (e cerca) di costituirsi come “massa critica” tra quei giganteschi competitor. Ora si trattava di comprendere come aggiustare molte cose della politica, e questo è accaduto in Italia, producendo anche ciò che è diventato il movimento grillino. In estrema e rozza sintesi.

L’oggi: Conte Giuseppe versus Grillo Giuseppe, il tema odierno. Due parole anche sul comico, che tale è restato anche quando ha deciso di riempire piazze che avevano bisogno di teatro, di vis comica, di frizzi e lazzi, urla e insulti, come in una “commedia dell’arte” di quart’ordine ed evidente sgangheratezza . Ce l’ha fatta alla grande, dal suo punto di vista, scandalizzando, provocando, urlando, sudando in mezzo a un popolo sempre più incazzato, finché il suo movimento delle Cinque Stelle si è presentato alle elezioni e ha ottenuto in breve risultati eccezionali: il 13% nel 2013, il 33% nel 2018, quasi, o poco meno, come la Democrazia cristiana e il Partito comunista dei tempi migliori negli anni ’75/ ’76.

Personalmente, e condividendo questa posizione con diverse persone con cui ho molte cose in comune, il movimento di Grillo non mi è mai piaciuto, qualcosa mi ha sempre disturbato, e anche offeso: le urla in piazza, che sono state anche la cifra della Rivoluzione francese quanto Luigi XVI fu catturato a Varennes, ma da quelle, direi, ontologicamente diverse; il disprezzo per le altrui opinioni; la tendenza all’auto-celebrazione e al narcisismo: la stessa auto-definizione di “elevato” mostra uno smisurato ego, che disturba assai, penso non solo me.

Da un lato, dunque, abbiamo l’attor comico immarcescibile di cui qualcosa abbiamo detto, e dall’altro, un avvocato d’impresa assurto ai fasti della grande politica. Ora, il loro conflitto rischia di spappolare il movimento diventato partito e di creare problemi al governo di Mario Draghi. Questo un po’ mi preoccupa, ma non mi dispera assolutamente. Se anche il partito-movimento si squagliasse, non verrebbero meno le convenienze dei parlamentari a non far cadere il Governo, e forse il numero dei voti ci sarebbero, anche se ne mancassero molti da parte del movimento stesso. E’ chiaro che personalmente mi dà da pensare un certo scivolamento “a destra” del baricentro della politica governativa.

Su questo, però, obietto a me stesso immediatamente: dire oggi “scivolamento a destra o a sinistra” va ridefinito in modo radicale, altrimenti significa assai poco. Un esempio: come può essere definita una deriva “di destra” l’iniziativa comune della Lega e del Partito radicale sul tema della giustizia, perché “a sinistra” si definisce tale iniziativa come un modo per rifiutare una qualsivoglia riforma. Non è così: che il sistema della giustizia sia in Italia in una profonda crisi istituzionale e morale, cosicché è indispensabile e urgente metterci veramente e rapidamente mano, per cui, in questo caso, la tradizione della cultura politica dei radicali, da sempre impegnati sul fronte della giustizia giusta, si è connessa con la potenza “da massa critica” della Lega per sollecitare, mediante un intervento del “popolo”, una vera e robusta riforma del settore.

Dire, come fa l’inaspettatamente assai debole segretario del PD Enrico Letta, che il referendum è qualcosa addirittura di dannoso, sarà di sinistra, ma, dico io, che sono di sinistra da prima di Letta (il quale è e resta intrinsecamente un democristiano), ma di una sinistra candidata alla sconfitta.

Torno, per finire, ai due personaggi principali di questo articolo, Grillo e Conte. Li ho definiti “sbagliati” e concludo ulteriormente motivando questo attributo. Se il tempo delle “piazze” grilline può dirsi finito, per ragioni di carattere sociologico (si pensi alla rapida esplosione delle “sardine” e alla loro altrettanto o più rapida scomparsa!): i fenomeni accadono per ragioni complesse e per concause spesso non evidenti, ma accadono, ci si deve chiedere dove Conte, se non si mette d’accordo con Grillo, possa “accasarsi” non solo politicamente, ché questo sarebbe facile (uno straccio di candidatura facile da qualche parte anche Letta gliela trova, vi ricordate quando Veltroni voleva candidare Di Pietro? Quante assurde stupidaggini nella storia della “sinistra”!). Il problema è quale possa essere una collocazione degna della sua autostima e del concetto molto alto che l’avvocato Conte ha di sé. Qui è il punto.

Un consiglio: e tornare allo studio legale? e/ o all’insegnamento cui ha titolo (anche se non occorre, caro Conte, inventare Dottorati di ricerca che non esistono o master americani altrettanto inesistenti)? Una scelta del genere è proprio un fallimento esistenziale? E’ una domanda che non rivolgerei mai a un “grillino medio”, perché ne trarrei una risposta assolutamente insufficiente e naturalmente colma di piaggeria di convenienza (basti ascoltare qualsiasi di costoro quando recitano la lezioncina del giorno davanti al microfono di un cronista); non la farei neppure a uno dei “capi” di quel partito, in quanto per varie ragioni tenderebbero a lodare Conte, riconoscendone qualità tendenti all’eccellenza, anche per non rischiare che trovi qualche altro modo per togliergli voti e ruoli. Ciò scrivendo, non voglio pessimisticamente affermare che nessuno di costoro sia, evangelicamente, un “puro di cuore” (Cf. Matteo 5, 8, delle Beatitudini), vale a dire semplicemente sincero. Tutt’altro. Se non altro per la statistica e perché le cose comunque vanno avanti, e non malissimo.

Tra i tanti altri, questi due signori sono “sbagliati” per la politica attuale, e lo dico sulla piazza mediatica dei miei lettori, sempre rispettoso delle scelte di ciascuno, in questo caso dei due citati, ma segnalando i miei dubbi, le mie perplessità e sperando scelgano di fare altro, nella vita. Per il bene dell’Italia. E non mi si dica che vi sono altri personaggi anche più perniciosi di questi due, perché lo so.

Una cosa alla volta.

…si scrivono e soprattutto si pubblicano troppi libri mentre si legge poco, pochissimo. Se dovessi dire il titolo di un volumetto un pochino furbicchio, tra i troppi pubblicati in questo periodo, non avrei dubbi a scegliere “Il senso della vita” del teologo Mancuso

Non capisco a che cosa serva la teologia, che è un discorso su Dio e sull’uomo per rapporto a Dio, se alla fine basta più o meno essere gentili, o giù di lì, per dare un senso alla vita. Ad esempio io spesso non sono gentile, e allora mi è negato di dare un senso alla mia vita? Andiamo!

Questo traggo dalla lettura di questo volumetto, che non ho comprato, ma mi è stato prestato. Anche Mancuso, come Saviano, è molto bravo nel fare la vittima, lui delle istituzioni ecclesiastiche, l’altro delle minacce della camorra. Parole dure le mie?

Non credo, perché non bisognerebbe dare spazio a chi approfitta della propria situazione, per costruirsi, in qualche modo condizionando la pubblica amministrazione, una sorta di sinecura a vita. Inviterei queste persone a considerare quanti esseri umani sono veramente in pericolo radicale, quello della vita, e sono lì, nel mondo, senza pretendere nulla da chicchessia. Di queste persone dovrebbero interessarsi i sopra citati, come cerco di fare io nel mio piccolo.

Il fatto è che la cultura sessantottina, oltre ad avere portato nel mondo necessarie modifiche nei rapporti interpersonali, politici e sociali, mettendo in mora le tre famose “p”, quella di figure arroganti consolidatesi nei secoli, il padre, il prete, il professore e il padrone, che hanno storicamente comandato a bacchetta, con arroganza e incrollabile protervia, agli altri, senza essere contrastati in alcun modo, ha indirettamente promosso lo sviluppo della “cultura della pretesa”. Una cultura fasulla e perniciosa, demotivante e ambigua.

Oggi, dopo decenni di dialettica fra diritti e doveri, si parla quasi solamente di diritti. Questo non-va-bene.

Ciò che rimprovero al teologo Mancuso, riferendomi soprattutto a un suo libro precedente, quello con il quale cercò di metter in mora il “dio della Bibbia”, che lui chiama “Deus”, per contrapporlo al “Dio dei vangeli”, quello di Gesù Cristo, è l’assenza di ogni accenno alla necessità di interpretare le Sacre scritture, al fine di dare un senso a testi scritti da tremila a duemila anni fa, che parlavano a popoli quasi del tutto analfabeti, con un linguaggio immaginifico e spesso violento e atroce.

In teologia fondamentale e in esegesi biblica si studiano i quattro sensi che aiutano a comprendere il testo: a) quello letterale che racconta i fatti, o le memorie dei racconti sui fatti, e che narrano i miti primordiali; b) quello allegorico che dà l’indirizzo di fede, per mezzo di passaggi linguistici di carattere retorico, là dove ciò che è scritto significa altro; quello morale, atto a dare un indirizzo virtuoso nei comportamenti; e infine quello anagogico, finalizzato a focalizzare la meta per l’anima spirituale.

Se le cose così stanno, come si fa a considerare “Deus”, il Dio-Signore-Iahwe, “dio-degli-eserciti”, così come citato nella Bibbia in modo letteralista, come se fossimo gli anawim, i poveri del Signore di quei deserti, di quelle pietraie assolate.

Lasciamo fare queste operazioncine a Odifreddi, che ama fare il teologo con una preparazione da professore di matematica. Ancora una volta dico, e ridico, mi dichiaro incolpevolmente ignorante tecnico di molte discipline, la medicina, la fisica, la geologia, ma non mi impanco a parlarne con il sussiego dell’esperto, cosicché invito a fare altrettanto chi non sa alcunché di teologia e filosofia o ne è solo un “orecchiante”. E torno al volumetto mancusiano. Da questo autore “pretenderei” di più, ma non trovo ciò che cerco.

Mi spiego: se devo trovare un senso alla vita, e mi pongo da un punto di vista teologico, cioè comprendente anche la dimensione del divino, non può bastarmi dire che il senso si trova anche solamente nella gentilezza dei tratti relazionali, nel respirare lentamente, nell’imparare a mangiare, nel provare sensazioni, nella lettura, nello studio, nella riflessione, nello scrivere appunti, nell’ascoltare gli altri, nell’essere sinceri, nel distinguere le bugie opportune dalla menzogna, nel diventare consapevole dei sentimenti, nel camminare nella natura, nell’apparecchiare con cura la tavola, nel curare il proprio corpo (di questo specifico elenco ringrazio gli amici Neri e Roberto, che mi hanno fatto avere l’articolo di Paolo D’Angelo pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Domani”, articolo che mi ha spinto a cercare il libro). Una buona estrapolazione dal volume citato.

…ma che senso ha un tipo di vita del genere? Abbisogna di Dio? Della teologia? della filosofia’ Non mi pare. Anche se conosco persone che proprio di quell’elenco costituiscono il senso della vita.

Posso dire che tutto ciò è solo banalmente piacevole?

Posso dire che nulla mi dice di ciò che la vita realmente è, con il suo carico di contraddizioni e di dolore, di gioia e di paura, di salute e di malattia…?

Con tutta la sua drammatica insensata sensatezza?

“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (dalla Lettera di san Paolo ai Galati 3,28). Caro onorevole Zan, almeno legga il testo indicato, suvvia!

Non so se l’onorevole Zan, del PD, sia a conoscenza di questo versetto che Paolo scrisse nella Lettera ai popoli della Galazia (regione dell’allora Asia Minore, oggi Turchia). Concetti ribaditi dall’uomo di Tarso anche in altre sue lettere.

Ecco. Il fondamento dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani nella cultura occidentale, dopo il versetto genesiaco 1, 27 “E Dio fece l’uomo a sua immagine…” si trova proprio in san Paolo, onorevole Zan, non certo nella sua proposta di legge.

Per quei secoli e quegli anni, quando la schiavitù era ancora ammessa e praticata (ammessa anche da Paolo, ma in un modo già diverso rispetto alle norme dello Jus romanum), una frase come quella della Lettera ai Galati sopra citata era più che rivoluzionaria. Ciò attesta come sia stato il cristianesimo a modificare culturalmente ed eticamente la visione dell’uomo nel mondo invalsa nella civiltà classica greco-latina, costituendo anche l’ispirazione principale per le conquiste morali successive, comprese quelle dell’Illuminismo e del Liberalismo sette/ ottocenteschi.

Il tema posto dal disegno di legge rischia di non essere la difesa dell’uguaglianza in dignità tra tutti gli esseri umani, che è mostrabile scientificamente sotto il profilo antropologico e psico-fisico. L’essere umano è fatto allo stesso modo nello spazio e anche nel tempo, salvo modifiche sulle lunghe derive dei millenni, come insegna la paleoantropologia, dall’homo naledensis (1,7 milioni di anni fa) a noi che viviamo qui e ora nel tempo e nello spazio.

Il tema sotteso è il tentativo di far passare una teoria confusiva sull’essere umano, corroborandola con misure vincolanti e repressive.

E non capisco neanche molto bene la posizione attuale della Chiesa cattolica (se è correttamente riferita dai media, mi documenterò ulteriormente) che pone la questione citando meramente l’articolo 2 del Concordato con lo Stato Italiano, stipulato nel 1929 tra il card. Gasparri e Benito Mussolini, e rivisto nel 1984 tra il card. Agostino Casaroli e Bettino Craxi. Fossi nel Segretariato di Stato il tema lo porrei, come ho fatto sopra, prima sotto il profilo teologico e teoretico, ma forse questa modalità è ritenuta troppo difficile e di non semplice comprensione generale.

In ogni caso, se si vuole ribadire il divieto di ogni discriminazione va bene, ma bisogna stare attenti a non scivolare su una deriva illiberale, se non liberticida. Non mi piacerebbe essere denunziato perché qui e in generale nei miei scritti prendo spesso a male parole, anzi – meglio dire – con riflessioni critiche, la dizione burocratica, presente da qualche anno sui moduli della burocrazia pubblica “genitore 1 e genitore 2”, al fine di non offendere le coppie omosessuali con figli.

Un’altra idiozia è quella di imporre una linea pedagogica alle scuola cristiane, che dovrebbero celebrare la giornata contro l’omotransfobia allineandosi a qualche diktat burocratico di oscuri funzionari ministeriali.

Su questo tema nulla c’entra la questione delle gravissime violazioni dell’integrità psicofisica di ragazzi e ragazze perpetrate da uomini di chiesa, che vanno individuati e perseguiti anche civilmente e penalmente, oltre alle misure (ad esempio, la sospensione a divinis che spettano alla Chiesa).

Più che violare il Concordato interstatale fra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, stati sovrani, il tema deve essere posto a partire dai suoi fondamenti.

Perdio, e questa è una giaculatoria, cerchiamo di non scherzare su queste cose!

Allargo il mio ragionamento anche al suo segretario, caro Zan, l’onorevole Letta, che da quando è sbarcato in Italia dopo l’ottimo esilio (per modo di dire) parigino, non smette di stupire, per quanto mi riguarda, negativamente.

Oltre alla ripresa del tema dello “Jus soli” proclamato sulla scaletta dell’aereo in arrivo dall’aeroporto Charles De Gaulle, tema che condivido ma posto in modo intempestivo, senza un cenno all’esigenza demografica di cui non l’Italia ma la Germania si sta accorgendo (nei prossimi dieci anni quella grande Nazione, mi suggerisce il mio amico Roberto, avrà bisogno di due/ tre milioni di lavoratori extra comunitari), negli ultimi giorni si è messo a bacchettare i calciatori della Nazionale italiana, perché solo in cinque hanno fatto il gesto dell’inginocchiamento contro ogni razzismo (è la proskìnesis cristiana!). Ma il dottor Enrico pensa forse che i giovani atleti abbiano bisogno di un severo precettore che gli insegni a vivere.

Mi auguro che nessuno di loro e nemmeno Roberto Mancini gli rispondano, in modo da far cadere la reprimenda di Letta in un fragoroso silenzio.

Paghiamo Erdogan perché fermi i siriani, gli afgani e altri in fuga da guerre e miseria, paghiamo i libici affinché trattengano il flusso dall’Africa verso le nostre coste; i profughi da est sono ammassati nei Balcani in campi profughi che ricordano i gulag, mentre in Libia, i viandanti vengono incarcerati, torturati, le donne violentate, tutti senza tutele minime di sopravvivenza, e l’Europa, Italia compresa, che fanno?

Chi mi conosce sa che aborro, per formazione e cultura filosofico-politica, ogni semplificazione e banalizzazione, nonché gli ideologismi pregiudizievoli della verità, e quindi i giudizi formulati a spanne, senza fondamento e fonti attendibili, per cui non sono qui a sparlare e a sparare su Merkel, Macron, Draghi (e prima Conte), Sanchez, e altri. So bene quanto sia difficile trovare soluzioni a questo tema epocale, quello delle transizioni di parti intere di popoli, perché la storia del mondo e dell’uomo ce lo mostra, se vogliamo informarci correttamente.

I popoli si sono sempre mossi nello spazio e nel tempo, e non è una sorpresa, se non per chi non conosce questi fatti, che in questo momento ci siano quasi ottanta milioni di persone (si tratta di oltre l’1% della popolazione mondiale!) che si stanno spostando, con famiglie e masserizie dalle terre di origine.

Noi che siamo abituati a spostarci con automobili affidabili e veloci, con le Frecce Rosse, gli Scin-Kan-Scen e aerei meravigliosi, non pensiamo certo a queste masse di persone che camminano a volte con delle ciabatte infradito nella neve, che dormono sotto tende raffazzonate, che si mettono in mare su carrette di legno o gommoni stracarichi, e corrono ogni giorno il rischio di morire di sete o di freddo, o annegate, a seconda delle latitudini e delle situazioni.

Costoro fuggono da guerre non dichiarate, oppure quasi dichiarate e comunque endemiche, dalla fame e dalla sete, dall’incertezza e da ogni rischio e pericolo possibile dato dalla natura, dalle condizioni di vita e da altri esseri umani.

Per fuggire da dove ci si trova in queste condizioni, siccome la natura umana è caratterizzata da due primari istinti primordiali, quello di sopravvivenza e quello riproduttivo, se molti scelgono di rischiare la vita per cercarne una migliore, significa che non partire per un qualche dove è peggio, più rischioso ancora che rimanere lì dove si è.

Non sto facendo del pietismo a buon mercato, qui seduto in un ufficio confortevole che una grande azienda mi ha messo a disposizione per vigilare sull’etica aziendale, no. Sto cercando solo di mettere pensieri logici uno dietro l’altro, per tentare un ragionamento plausibile su un tema così complesso e drammatico….

e mi chiedo: è proprio impossibile vincolare gli aiuti a Erdogan e ai Libici, imponendo un controllo vero su come questi aiuti vengono erogati? E’ tecnicamente impossibile, insieme agli aiuti materiali in denaro e infrastrutture (ad esempio le navicelle della Guardia costiera libica donate dall’Italia), che personale italiano ed europeo sovrintenda direttamente, in quei luoghi, in Turchia, nei Balcani, in Libia e in Tunisia, ma anche in Egitto e in Marocco, per non dire in Messico, da cui passano i disperati del Centro America anelanti di arrivare a San Antonio o a Dallas, o a Wichita o… negli USA?

Secondo: il tema che concerne la ragione per la quale molti paesi del cosiddetto Terzo mondo sono così poveri, nonostante le ricchezze naturali e minerarie insistenti sui loro territori: si pensi ad esempio al Congo, depredato, prima dai Belgi e in seguito da élites formatesi nelle università francesi e inglesi come molti dei sanguinari dittatori del secolo scorso (e qui cito tipi come Bokassa, ricevuto con onori da Giscard D’Estaing, o Idi Amin Dada, per tacere di Mobutu Sese Seko! et alii, multi alii).

L’ONU che fa? Perché assomiglia, nella sua impotente inconcludenza, sempre più alla vecchia Società delle Nazioni? Ti ricordi, gentil lettore, che cosa accadde nel 1995 a Srbrenica in Bosnia sotto gli occhi immobili dei caschi blu olandesi? Il generale Ratko Mladic ebbe modo di far fucilare più di ottomila uomini di religione musulmana senza essere in alcun modo fermato. L’Onu.

E gli interessi delle grandi Nazioni, G7 (appena riunitisi in Inghilterra) e G20 (che si troveranno a Catania fra qualche giorno sotto la “nostra” presidenza) come si declinano in presenza di questo retaggio criminale del colonialismo storico e dei nuovi colonialismi come quello dei “compagni” cinesi?

Dobbiamo assistere ancora a lungo a quante tragedie delle migrazioni, di fronte agli sguardi falsamente contriti di potentati d’ogni genere?

Intanto, mentre i governi erogano aiuti vediamo anche muoversi chi opera disinteressato per una semplice umanissima solidarietà tra uguali, anche qui con qualche furbesca eccezione. Vien da dire meno male che esistono Medici senza frontiere, le Caritas e le Mezzelune rosse, Save the Children et similia, ma non basta. Non basta il terzo settore, quello del privato sociale ad affrontare questi problemi ciclopici.

E’ tanto assurdo cominciare a pensare che, a partire dall’Europa dei 27 (povero Regno Unito già pentito!), con i nuovi leader (Draghi in primis, che ha portato nella politica non solo competenze insolite e sconosciute ai suoi predecessori, ma anche una freschezza relazionale e di linguaggio importante: Draghi non conosce e non parla in politichese!) si cominci a pensare e ad agire in modo differente, sia dal primo colonialismo, sia da quello attuale, costringendo anche i confucian-comunisti cinesi ad essere meno ipocriti?

Che retaggio lascerebbero questi “grandi” attuali, Biden, Putin, Macron, Trudeau, Sanchez, il capo del governo giapponese etc., se mettessero in atto ciò che forse con un po’ di ingenuità suggerisco nei primi capoversi di questo pezzo?

E un ruolo formidabile potrebbero avere anche i detentori dei grandi capitali, seguendo l’esempio (se fatto con cuore puro, ma ancora non l’ho capito) di Gates, intendo i Musk, i Bezos e compagnia, anche i fondi oscurati dall’anonimato della finanza internazionale.

Perché anche questi vivono una vita individuale, un tempo limitato, alla fine del quale li aspetta ciò che unifica e rende uguali tutti gli esseri umani. Anche costoro, siano o non siano credenti, possono lasciare una traccia, un ricordo buono nelle menti di chi resta dopo e di chi verrà dopo ancora.

Se costoro cercano l’immortalità certo non l’avranno dalla scienza, ma dalla memoria di figli e nipoti di tutte le coppie umane del mondo.

Adil Belakhdim, il tuo nome significa in arabo “giusto”