I tigli di Rivinius

con AndreaA maggio per tutta la piazza si effondeva il profumo dei tigli, e noi ragazzi si stava sulle panchine per interminabili chiacchierate fino al botto di mezzanotte e oltre. Sotto i tigli.

Stamani rimembravo ricordi arcani e anticamente nitidi, seduto di fronte alla schiera dei grandi alberi secolari, in quel del prediale di Caius Rivinius, a Rivignano, strano paese delle acque smeraldine, il mio paese. E’ probabile che il nome sia derivato da quello di un centurione cui l’imperatore Augusto duemila anni fa assegnò un podere, che prese il nome del veterano.

Eravamo ragazzi, Marco, Andrea, Alessandro, Giambenito, Cesare, Fabrizio, Gianni 1 e 2, Luciano talvolta, e altri il cui nome ora mi sfugge, rigorosamente maschi, ché le ragazze non potevano stare nei nostri discorsi di politica e di sport, di musica e di grandi speranze.

Tra la fine dei ’60 e quasi la fine dei ’70, un decennio fragile, violento e favoloso: il decennio di Hendrix e dei Cream, di Paolo VI, di Moro e delle BR, di Mennea e Moser, di Thoeni e Ingemar Stenmarck.

Il decennio del terremoto in Friuli: 5 maggio 1976, ero lì, dopo cena, verso le nove, con Cesare, solo noi due, quando si è scatenato. Nessuno di noi aveva memoria, né racconti. Il terremoto era un fatto lontano nello spazio, e soprattutto nel tempo. Tutto è accaduto quella notte, le case che tremavano e le notizie radio che diramavano i primi numeri della catastrofe. L’indomani (a quel tempo studiavo e lavoravo in fabbrica a Udine) non siamo andati al lavoro o a scuola. Ho riempito la mia Alfa Giulia 1300 Super e siamo andati su, ad Artegna dove c’era il nostro amico don Angelo, e a Moggio Udinese da mia zia, che era salva, con tutti i suoi, la casa crollata.

Per qualche giorno ho dato una mano lassù da qualche parte, la nostra vita era cambiata per sempre. In Friuli c’è un prima e un dopo terremoto.

I tigli stamani mi ricordavano, stormendo leggermente le fronde e le foglie ingiallite dal tempo ottobrino, che loro sono ancora lì, testimoni viventi del tempo che passa, dei cosacchi che, dopo la profezia di mio nonno Toni (lui aveva detto decenni prima, che sarebbero arrivati i “Mongoli”, e mio padre me lo ricordava sempre), si erano abbeverati alla fontana della piazza.

Ho salutato un paio di quei vecchi amici, trovati davanti a un bicchiere di vino, in attesa della Fiera dei Santi e dei Morti, carissima al Nievo, sì quelli dei tempi andati. Quasi non mi riconoscevano con gli occhiali da ciclista e la bardatura antivento.

Ah Renato, sempre uguale, bastardo, vai a c., viene a bere un bicchiere. Sì carissimi, speriamo un giorno di vedere qui con noi anche chi è andato via in un paese lontano.

La piazza e la stazione

Anversa-Centraal_Station_of_Middenstatie_2Ciò che mi disturba, ovviamente (anche per la mia biografia), non è la piazza San Giovanni piena di gente e bandiere, che nella storia italiana, come tante altre piazze del mondo per le diverse nazioni, è stata molto importante, ma la sua presunzione e il potenziale illusorio. Non sto parlando del milione di persone (di più, di meno? non importa) che ieri hanno sfilato per Roma, chiamati dalla Cgil a protestare contro le misure sul lavoro impostate dal Governo. Sto parlando dei gruppi dirigenti, sia di quel sindacato (gli altri sindacati non navigano in acque di consapevolezza molto migliori, e questo non è “mal comune mezzo gaudio”), sia dei politici pidini presenti, lasciamo stare quelli di Sel, che stanno su una nuvoletta di noiose narrazioni.

Quei signori e signore, non so quanto consapevolmente (a volte nutro seri dubbi sulla loro lucidità), hanno fatto rimbombare parole illusorie e menzognere, sia quando hanno espresso giudizi sulle ipotesi riformistiche del lavoro governative, sia quando hanno “minacciato” tuoni e fulmini (sciopero generale) per cambiare radicalmente la manovra, e per una ragione molto semplice: costoro stanno ormai rappresentando quasi solo se stessi, e poco e male anche quel “milione” di persone generose della piazza, le quali, ahiloro, sono una minoranza della minoranza dei lavoratori italiani.

Se i capi della manifestazione romana, a partire dalla tristissima, per voce, sguardi e concetti espressi, signora Camusso, sono in buona fede, li perdoniamo, ma sono inadeguati; se invece al contrario conoscono la situazione, sanno di mentire e recitano una parte in commedia, sono degli irresponsabili.

Il mondo e l’Italia stanno andando da un’altra parte.

E veniamo alla stazioncina dismessa di Firenze dove il capo del Governo ha riunito una convenzione. Non so bene che cosa è stato detto; ho sentito i toni, che non mi sono parsi radicalmente alternativi né ostili alla piazza romana, e neppur miracolistici o particolarmente guasconi. Mi sembra che si stia imboccando una strada ragionevole sulla quale perseverare.

Ora è tempo di tenere duro con tutti quelli che nulla vogliono cambiare, come i burocrati europei in dismissione (Barroso, hidalgo stagionato, grasso e borioso), come i burocrati italiani impauriti dal cambiamento, come le “bindi” e le altre madonnine infilzate di una sinistra spaesata e afona.

I ragazzi e le ragazze di oggi si aspettano che facciamo qualcosa per loro, smettendola di pensare solo a chi, bene o male, garanzie e diritti acquisiti, in tutta la loro dubbia valenza etica, lì ha già portati a casa.

Io lo debbo a mia figlia Bea e a tutti i ragazzi e ragazze che incontro nelle aziende che seguo, e nei corsi a me affidati.

Occhi pieni di speranza, più passione che virtù teologale, ma ora va bene così.

Rehyaneh Jabbari

Rehyaneh JabbariSi era solo difesa da uno stupro e aveva ucciso l’assalitore. Perfino le fonti della filosofia del diritto penale medievali, prevedono che chi, assalito,  si difende, possa anche uccidere l’assalitore (cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae,  II-II, q. 64, a. 7), per salvaguardare la propria vita o integrità fisica.

Nella modernità ciò è reso legittimo dai codici penali di quasi tutti gli stati del mondo. In Iran no, nella nobile antica Persia, no. Neppure sotto il presidente Rohani, meno bigotto del suo predecessore.

Ieri mattina, in una prigione di Teheran, è stata impiccata una ragazza di ventisei anni, nata nel 1988, poteva essere mia figlia, tua figlia, tua sorella, caro lettore. Solo perché non ha cambiato la versione dei fatti, la famiglia del suo assalitore morto non l’ha “perdonata”, e dunque la condanna è stata eseguita. Pare che lo sgabello che la sosteneva, lei già con la corda al collo, sia stato tolto dal figlio del suo assalitore morto. Un’impiccagione western (mi si passi la tristissima ironia) in una nazione che desidera rientrare nel consorzio del grandi interlocutori politici mondiali.

Rehyaneh Jabbari non c’è più, mentre i suoi giudici ed esecutori sono convinti di aver fatto giustizia, dopo un processo viziato da irregolarità secondo quanto denunciato da Amnesty International, ma è il contrario: essi hanno operato un arretramento nella crescita umana, un raccapricciante atto di vendetta insensata e crudele.

Quasi in coincidenza con le riflessioni di papa Francesco, che ha chiamato in causa gli stati e i governi delle nazioni del mondo sul carcere, sulla tortura, sulla pena di morte e sull’ergastolo, perché ancora in molti luoghi, Italia compresa, non c’è rispetto per i diritti di chi comunque, anche se colpevole di delitti, resta un essere umano.

Condizioni disumane e degradanti, torture dirette e indirette, pena di morte con esecuzione o differita (ergastolo) ancora sussistono, in un mondo a più velocità, a diverse sensibilità, con differenti modi di pensare il valore della vita. Chi commette reati e crimini deve pagare con pene certe e proporzionate, ma nella prospettiva di una possibilità di redenzione individuale (cf. Art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana), atto di speranza per chi, a volte disperando della propria vita, ha dato dolore ad altre vite. Non si tratta di perdonismo buonista, ma di un ragionamento lucido sull’imperfezione e difettosità dell’essere umano, e sulla necessità di lavorare per la sua crescita in umiltà, consapevolezza e responsabilità.

Magari la morte di Rehyaneh possa aiutarci a pensare anche a questo. Pace alla povera ragazza e silenzio nei nostri cuori.

 

La politica malata

Thomas JeffersonMio caro lettor del sabato,

qui non mi riferisco all’antica e nobile politèia di aristotelica o periclea memoria, né alla lezione moderna della filosofia demo-liberale anglo americana. Mi riferisco al tran tran nostrano, che si barcamena tra l’immarcescibile Silvio, l’inutile Vendola, il Grillo fritto, gli sterili bersandalemacuperlofassina e il guasconeggiante giovin fiorentino che, pur non piacendomi come persona e atteggiamenti, sostengo come minus malum et possibile, si vis, paucum bonum (direbbe Tommaso d’Aquino).

Ma ancor di più mi riferisco alla politica come concetto comune, come polisemia del comportamento organizzativo delle aziende, degli enti e delle chiese locali.

Mi riferisco all’idiozia del politicamente corretto e delle convenienze, per le quali, appunto, se conviene una certa scelta a chi comanda al momento, la si compie, indipendentemente dal merito della questione, dalle persone in campo e dai risultati attesi. Accade questo: se tu sei funzionale all’attuale conducator, vieni prescelto e messo lì, ma se non lo sei, neppure ti guardano, anche se sei un potenziale Nobel, premio comunque politicamente corretto, e quindi spesso iniquo: basti pensare al premio conferito ad Obama, rob de matt, direbbe Gianni Brera redivivo.

Un esempio: in un paese della Bassa furlana inventano un dibattito a trois sulle religioni monoteiste (termine oltremodo ambiguo) tra un imam, un rabbino e un… cattolico, per cui invitano -correttamente- un imam, un rabbino  e… un maestro elementare laureatosi in lettere in terz’età. Giusto: quest’ultimo è un esponente della Diocesi di riferimento, e di essa prode baluardo.

Come se a un convegno sugli stili architettonici contemporanei del mondo si invitasse Kenzo Tange, Le Corbusier e… un geometra o un perito edile italiano, invece di Vittorio Gregotti. Così vanno le cose del mondo, anche se, magari, dietro l’angolo, se non Gregotti c’è un altro architetto-ingegner esperto di costruzioni.

Meglio il geometra, se è politicamente corretto.

Ita mundus procedit.

Tempi difficili

Charles DickensCharles Dickens scrisse e pubblicò Hard Times, Tempi difficili, nel 1854. Aveva appena visitato alcune fabbriche a Manchester e verificato le condizioni di lavoro degli operai, ai limiti della sussistenza, e così aveva deciso di criticare il comportamento dei capitalisti industriali del tempo e le dottrine utilitariste à la Bentham, che riteneva egoiste e classiste. In quel periodo aveva dato anche una mano al nostro Mazzini, autoesiliatosi a Londra perché ricercato dalle polizie di mezza Europa.

Cito Dickens solo en passant, tanto per iniziare, poiché intendo dire che anche questi nostri sono tempi difficili.

Sono difficili per tante ragioni.

L’incremento demografico da un lato e la divisione delle risorse mondiali non vanno di pari passo: un miliardo di persone (il 12/13% della popolazione del pianeta) soffre la fame e non ha accesso a una quantità d’acqua sufficiente ad una vita sana; vi sono guerre endemiche, complesse, storte, asimmetriche, con amici infidi che tramano alle spalle e nemici sempre cangianti; vi è un prevalere della finanza semi-anonima sull’economia d’impresa, che è foriera di conseguenze inopinate e dannose sul lavoro e sull’occupazione; la politica da tempo non assolve a quel ruolo primario di conduzione delle comunità verso un bene pubblico equilibrato e condiviso; si uccide in nome di un “dio” disumano e crudele; si reagisce talora come democrazie incerte e malate di cinismo (Tony Blair e la guerra bushiana dell’Irak); ci si illude che facili scorciatoie risolvano problemi secolari (primavere arabe); il  sistema massmediatico pervade le coscienze e le facoltà cognitive dei più deboli; una violenza amplificata si abbatte cotidie (mi viene da ridere nel ricordare la pronuncia di tale parola latina da parte di un’intellettuale friulana che se la tirava molto: cotidì, alla francese, umanista che ignorava la sua latinità, che significa ogni giorno) su di noi; vi è un indebolimento del pensiero pensante, ed è la più grande tragedia del nostro tempo.

Ma ciò che più (mi) amareggia è talora il comportamento di alcuni che ti sono vicini, con cui a volte lavori, sulla cui lealtà e trasparenza conti, irriducibilmente speranzoso, e invece non è così, perché la dissimulazione dovuta alla convenienza, ti fa scoprire altro.

Senza speranza, dunque, in questi tempi difficili? No. No, passerà anche questo tempo, anche per i vili, i violenti e i parassiti, per i disonesti e i finti, per i maldicenti e i presuntuosi, per i prepotenti e i vanagloriosi.

Passerà. Anche per i piccoli mestieranti della sopravvivenza e gli imitatori mediocri dei loro padroni.

Amen.

Ai confini

Filippo detto Giordano BrunoL’importante è sapere di stare sempre ai confini, siano essi dell’ignoto o delle nostre piccole vite terrestri.

Rotta verso l’ignoto è il sesto film della serie Star Trek, nel quale, quando sta finendo, si odono le parole del Comandante James T. Kirk: “Avanti, seconda stella a destra, e  poi avanti fino al mattino“.

Carlo Rovelli, oggi regala ai lettori un articolo bellissimo nell’inserto del Sole della Domenica, dal titolo quasi analogo a questo sopra, soprattutto quando cita Lucrezio: “(…) siamo tutti nati dal seme celeste, tutti abbiamo lo stesso padre,/ da cui la terra, la madre che ci alimenta, riceve limpide gocce di pioggia,/ e quindi produce il luminoso frumento, e gli alberi rigogliosi,/ e la razza umana, e le stirpi delle fiere,/ offrendo i cibi con cui tutti nutrono i corpi, per condurre una vita dolce/ e generare la prole...”.

Noi siamo curiosi e nello stesso tempo limitati, esploriamo il mondo senza tregua, finché abbiamo energie.

Guardiamo fuori e dentro di noi: se guardiamo dentro troviamo profondità inaudite, contraddizioni, incomprensibili spinte, istinto e ragione, passione e ragione, emozioni e controllo…; se guardiamo fuori di noi troviamo di tutto, orrore  e meraviglia, suoni e silenzi, contiguità e lontananze.

Se guardiamo dentro di noi troviamo praterie di insicurezza e talvolta forti motivazioni, quasi a onde, a volte con il profilo dei picchi dolomitici…; se guardiamo fuori di noi troviamo cose incomprensibili oppure meravigliose, troviamo cattiveria e ignoranza, e all’improvviso atti di grande umanità; troviamo il culto e l’inclito, il presuntuoso e l’umile, il falso modesto e il ricercatore di verità, troviamo specchi integri e specchi rotti, strade diritte e sentieri interrotti, orizzonti foschi e orizzonti lontani e luminosi…

Infine, se ci accontentiamo, comprendiamo come siamo sempre ai confini dell’ignoto, che si sposta continuamente verso l’infinito.

Un politico ignorante

Erich FrommOra il sindaco di Roma mette il suo autografo su un registro comunale per attestare in qualche modo l’avvenuta unione tra due persone dello stesso sesso, addirittura sedici ieri. Non che tale atto abbia valore giuridico-legale, ma tanto è. Mi pare solo che non abbia avuto l’impudenza di chiamarli “matrimoni”, perché un residuo di etimologia classica gli alberga ancora nel capo.

Ripeto ancora: queste persone hanno diritto alle stesse prerogative civili e patrimoniali delle coppie etero, siano queste famiglie o “di fatto”, ma non alla dizione “matrimoniale” e, a parer mio, all’adozione di bimbi che non siano frutto di precedenti storie “feconde”: come dobbiamo chiamarle, “etero”? “normali”?, oddio no, altrimenti vengo fulminato dal  pervasivo “politicamente corretto”, e allora dico “naturali”, visto che la legge italiana ha superato i vincolo del concetto di “legittimità” (e condivido).

Ciò che invece stroppia sotto il profilo logico-concettuale è il suo richiamo al “diritto all’amore”, che tutti avrebbero.

Vediamo: che cosa è un “diritto”? Oltre ad essere topologicamente il contrario del “rovescio”, oppure un colpo del gioco del tennis, almeno dai tempi di Hammurapi (XIX sec a. C.), del Decalogo biblico (XII-X sec a. C.)  e delle Dodici tavole romane (V-IV sec a. C.) e fino alla giurisprudenza moderna e contemporanea, è un qualche cosa che afferisce alla vita dei singoli cittadini e delle comunità (città, stati, etc.) in termini di prerogative ispirate da una certa etica della vita e della umana convivenza, e da una cogenza, per conseguire il bene comune e quello individuale.

Ora, l’amore si può annoverare tra i diritti? Certo è che l’infante messo al mondo “ha diritto” ad essere accudito e amato, anche perché non è stato interpellato per decidere se farlo venire al mondo o meno, ma, detto questo, un adulto ha “diritto all’amore”, come alla casa, al lavoro e alla salute, così come prevedono i codici moderni, ma solo dalla Rivoluzione francese?

L’amore è un’altra cosa. L’amore è spirito di desiderio, è spirito di vita, è attrazione, è intensificazione solidale, è il motore del mondo, non un diritto, dottor Marino!  Legga, di grazia, il Simposio di Platone, e rifletta sulle parole di Diotima. Si degni di leggere il Commento al Cantico dei cantici del Maestro alessandrino Origene, legga legga, prima di parlare di “amore” come diritto.

O magari anche l’Erich Fromm de L’arte di amare (Mondadori 1963), o la dottrina dello “stato nascente” di Alberoni (in Innamoramento e amore, Garzanti 1979), che esplora l’amore giovane e iniziale dell’innamoramento… chieda ai ragazzi, ai giovani se pensano che l’amore sia un diritto. Chieda chieda. La guarderanno con occhi increduli e, forse, impietositi.

Non so perché si debba fare le cose giuste esagerando o, come in questo caso, in modo approssimativo.

Diamo, se si vuole, una sterzata verso la pazienza dell’apprendimento perenne, per combattere l’ignoranza che, come spiegavano i maestri classici (da Aristotele a Kant), in questi casi è colpevole.

un padre imbecille

imbecilliAd Aci Catena in Sicilia un papà oggi ha picchiato l’insegnante di educazione fisica della figlia di terza media, perché le aveva chiesto di smettere di usare il cellulare durante la lezione. Non basta, prima era successo un altro fatto: siccome la piccola (si fa per dire) stava telefonando al “fidanzato”, sentendosi ripresa dall’insegnante, ha bellamente passato la telefonata al professore che si è sentito minacciare dal giovinastro (si può dire?). Un insegnante con trentanove anni di scuola, e quindi un uomo di sessanta e passa anni!

Non è una novità che genitori ignoranti e violenti aggrediscano insegnanti “colpevoli”, secondo loro, di non adorare abbastanza i delicatissimi figli. Si sono rovesciate le cose. Se io avessi detto a mia madre (mio padre era in emigrazione in Germania) che il maestro o il prof mi aveva tirato le orecchie, lei avrebbe rincarato la dose.

Ora, se un insegnante corregge, rimprovera o proibisce qualcosa di assolutamente illegittimo, come l’uso del cellulare durante le attività scolastiche, deve mettere in conto di poter essere perfino aggredito o denunziato a qualche autorità.Aci Catena, rimprovera alunna: il padre della ragazza lo picchia

Questa la testimonianza dell’insegnante raccolta al Tg di Rai Tv: “Durante l’ultima ora ero in palestra e la ragazzina usava il cellulare da tempo con l’auricolare. Mi sono avvicinato e l’ho invitata a smettere di usare il telefonino, spiegandole che lo vieta il regolamento d’istituto. Dopo qualche minuto – ricostruisce il prof che insegna da 39 anni – la ragazza si avvicina e mi dice: “le vuole parlare il mio ragazzo”. Io ho preso il cellulare e lui mi ha minacciato. Ho chiuso la telefonata e ho restituito l’apparato alla ragazza e sono andato in vicepresidenza a fare presente l’accaduto, lamentandomi per l’atteggiamento della ragazzina perchè è un cattivo esempio per la scuola. Anche gli altri studenti sono stati testimoni di quello che è avvenuto”.

A quel punto la ragazzina è stata convocata dal vice preside. “Quando lascio la stanza – continua il racconto dell’insegnante – trovo il padre della ragazza che mi ha preso a pugni e calci, sbattendomi a terra. Sono riuscito a scappare e mi sono barricato in presidenza. Lui mi ha inseguito. Abbiamo chiamato i carabinieri. E’ davvero increscioso – osserva il prof – che avvengano queste cose. I genitori non capiscano che la scuola è un’istituzione educativa, noi i ragazzi li dobbiamo educare non si può difendere il figlio aggredendo un professore. Io – conclude – sono rammaricato perché vuol, dire che non abbiamo raggiunto gli obiettivi educativi per questi ragazzi che devono capire che non possono fare tutto quello che vogliono, ma che si sono regole che devono essere rispettate“.

Ora, vediamo di considerare la famiglia per quella che è, sia quando è sana, senza beatificarla, sia quando è “malata”, come in questo caso. Infatti la famiglia può “ammalarsi”, e anche gravemente. E qui non intendo il cosiddetto “familismo amorale” di cui esistono pregevoli studi sociologici, il familismo che si nutre di cultura mafiosa, di un malinteso rispetto e orgoglio, di una sordità quasi biologizzata ad ogni principio morale naturale; qui parlo della malattia relazionale, di una malintesa (e malintenzionata) difesa a oltranza del proprio “possesso” familiare, contro ogni evidenza del torto e contro ogni normale esercizio del buon senso.

Di contro, da qualche decennio, gli insegnanti, che un tempo erano tra le persone con lo status sociale più prestigioso, lo sono andati perdendo, in ragione di un decadimento della cultura antropologica, quella che era in grado di distinguere tra pari dignità tra tutti gli individui umani e irriducibile differenza soggettiva e di ruolo.

Una volta i professori, forse anche con tratti autoritari, erano pacificamente considerati dei “superiori”, come i genitori, i comandanti militari e i preti; oggi gli si può quasi impunemente voltare le spalle in classe con fare irridente (è successo molte volte, cronache tristi di questi anni sgangherati).

Bene avere superato l’autoritarismo, malissimo avere perso l’abc di una sana antropologia naturale.

Rendersi conto di questo è il minimo, così si potrà anche spiegare a quel padre la sua imbecillità, e forse qualche resipiscenza potrà maturare nella sua torpida coscienza.

Sette, ciarlatani e sedicenti “guru”

cazzateCaro lettore,

questi sono tempi nei quali le sette (probabilmente dal latino sequor, o sector, cioè seguire, anche se qualcuno sostiene derivi da secare, cioè separare, a mio parere non implausibile, perché le sette separano: si pensi ai pericolosi ambienti di Dianetics) e strane forme di aggregazione proliferano come funghi nell’umidità. Ve ne sono di tutti i colori e per tutti i gusti: magari più per persone di bocca buona, perditempo e ingenui, numerosi in tutti i contesti sociali e, duole dirlo, di varia cultura formale (in altre parole sono adescabili anche diplomati e laureati, da guru senza scrupoli, maghi e sedicenti “maestri di vita”). Questo elenco di ambigui personaggi, che spesso Striscia la notizia smaschera, comprende figuri da Vanna Marchi al Mago Otelma, a… chi vuoi tu.

Vi sono sette di origine orientale, superficialmente ispirate a un pot pourrì di credenze hindu-buddiste o taoiste, portate in Occidente a fine ’800 da Vivekananda e altri; si annnovera tra queste la Società antroposofica di Madame Blavatsky e del colonnello Olcott (1875), capace di diffondere, come annota l’antropologa Cecilia Gatto Trocchi, “nozioni annacquate e fascinose di Induismo, Yoga e Buddismo“; Buddhismo tibetano e Zen, Arancioni seguaci di Bhagwan Shree Raineesh, che si faceva chiamare Osho, furbissimo e opportunista, dediti a una sorta di tantrismo libertino e confuso; psicosette come quelle che si richiamano alla New Age, miscuglio indefinibile di ambientalismo, world music ed esoterismi vari; di Scientology s’è  detto e scritto perfin troppo: una psicosetta religiosa fondata da uno scrittore di fantascienza, e che dire?

Meccanici che fanno i filosofi, ciabattini che si fingono medici, formatori improvvisati e presuntuosi… Abbiamo la nebulosa esoterica, l’occultismo, lo spiritismo, il neopaganesimo e il satanismo, spesso intrecciati e confusi in un pericoloso gioco di specchi che fa l’occhiolino al preternaturale, al parapsicologico, al magico.

Un pensiero debolissimo preda di emozioni superficiali e a volte pericolosamente fuori controllo, in certi ambienti apre la strada a derive di irrazionalità e fanatismo di cui essere consapevoli e diffidare.

In un contesto così torbido, si inseriscono personaggi di ambigua provenienza e di incerta formazione, che propongono corsi a pagamento, dopo avere tenuto conferenze gratuite.

Questa sera ho volutamente sperimentato a Portogruaro una di queste opportunità, e mi sono trovato davanti, tutt’intorno un pubblico silenzioso e, mi è parso, indifeso, un “guru” alto come me, più magro, aria sofferta e ieratica, rapato a zero come un Hare Krishna, abile affabulatore per gruppi di persone di un certo tipo, affascinate da un tono basso, un sapiente uso delle pause, e una ridda di “ricette” e “ricettine” sul “buon vivere”. Narrandosi, ha detto che “la psicologia è un sapere distante dalla realtà”, e altre facezie del genere, il pubblico sempre silenzioso e incapace di qualsiasi reazione.
Alla mia domanda sulle fonti, la bibliografia, gli “antichi” (che per lui sono i guru Indù fin dai Rig Veda o improbabili “studiosi” americani dove con i quali lui per decenni si sarebbe “formato”) e sull’esperimento psico-fisico con neonati, mi ha risposto evasivamente, ma con tono ispirato. Ho lasciato perdere, già prodigo di troppo del mio prezioso tempo per un’ora dedicato a banalità tanto disarmanti.

Sapendo che non esistono ricette per la buona vita, ma solo la riflessione intellettuale libera e soggettiva, nutrita dal confronto relazionale, mi sono sottratto alla pena di assistere alle iscrizioni a un corso sull’autostima. Il “vate” di cui qui parlo si configura come un personaggio capace di traccheggiare senza imbarazzi tra notevoli svarioni espressivi e concettuali, in un fluire discorsivo manipolatorio e, come si dice, “assertivo”, pur se spesso zoppicante nella consecutio temporum e nella logica argomentativa, all’inizio e alla fine della performance supportato da un mellifluo e generico presentatore.

Parlando del tempo e dello spazio gli è capitato di citare il Libro XI delle Confessiones di Agostino sul tema della soggettività e del sentimento kairologico, ignorando la fonte. E altro che qui taccio, di sgradevole. Così basti.

mago magò

Buona notte.

Col Quaternà

Col QuaternàQuota 2503, brullo e stepposo, il Col Quaternà ci accoglie tra le rocce più antiche del Comelico, le filladi, che risalgono fino a oltre 500 milioni di anni fa (Cambriano-Ordoviciano). Rocce scure e scistose, antichissime sabbie e limi, deposti in un mare poco profondo, che il tempo ha cementato trasformandoli in arenarie e siltiti.
300 milioni di anni fa, nel Carbonifero, esse subirono grandi trasformazioni a grande profondità, e furono coinvolte, poi, nella formazione di un’antica catena montuosa (Catena Ercinica), e pure soggette ad altissime pressioni. Il Col Quaternà “è un vecchio camino vulcanico (neck) formato da una roccia più resistente (lava vulcanica) rispetto a quello che lo circondava (il vulcano), che con il tempo si è smantellato essendo formato da rocce più alterabili, lasciando così la testimonianza del solo camino centrale.” (dal web sul Comelico).

E ancora, dalla stessa fonte: “Oltre alle rocce vulcaniche del Col Quaternà in prossimità del Passo di Monte Croce Comelico si può osservare uno degli affioramenti più belli ed estesi delle Arenarie di Val Gardena (sono arenarie rosse di origine fluviale che derivano dallo smantellamento delle piattaforme, prevalentemente vulcaniche, che emergono verso est; la colorazione rossa testimonia, oltre che l’origine continentale, anche un ambiente arido desertico.”

Ultima cima occidentale delle Alpi Carniche, ai confini con l’Austria, confini-non-confini, ora aperti, e per cui cent’anni fa morirono mezzo milione di soldati-contadini veneti, friulani, abruzzesi, siciliani, piemontesi, stiriani, croati, sloveni, bavaresi, toscani, calabresi, carinziani, ungheresi, su queste cime innevate e asperrime, in inverni interminabili, nel vento a raffiche feroci dei venticinque sotto zero.

Abbiamo camminato nella nebbia fino in cima, su una mulattiera militare dove sembrava di sentire ancora gli incitamenti ai muli degli artiglieri. Il ricordo dei morti è nelle trincee ancora visibili presso la vetta e nell’epigrafe dolente, e un po’ retorica, apposta sotto il grande crocifisso sommitale.

Filmiamo qualcosa, ringraziando di essere lì, Loris soddisfatto dell’ascesa, forse una delle più ardue mai provate.

Scendendo, le nubi di nebbia si allontanano, colorando d’autunno la visione: vallate immense verso l’Alpe di Nemes, uno scorcio mistico sulla Croda Rossa, un sentiero erto nel bosco di larici verdeggianti, ci accompagna fino alla Malga di Coltrondo.

Non molto dislivello, forse settecento metri in tutto, ma condivisione del cammino, che è la cosa più importante: adattamento dei ritmi di passo all’altro, alternando fitte discussioni ai silenzi, per dedicare alla struttura corporea in movimento ogni stilla di energia e di ossigeno trasportato ad irrorare l’organismo.

Anche il pranzo sobrio giova alla convivenza tra diversi, che la montagna impone. Il monte suggerisce di tornare all’essenziale, regala scorci interiori altrimenti lasciati alla sordina o a una quasi muta latenza.

La montagna istruisce sulle cose che veramente valgono, sul valore della fatica come ricerca del sé, talora zittito brutalmente nel confuso vorticare della vita d’oggi.

Vivere la montagna aiuta a collocare le cose nella giusta gerarchia, smorzando le ire della competizione e la rabbia della rivendicazione, semplifica, sintetizza, consola.

La montagna, con le sue solitudini inviolabili, pone la vita davanti a se stessa, senza velamenti e senza specchi, nella purezza dell’essere.

 

Sul Filo di Sofia