Il linguaggio è la “casa dell’essere”

radiazioneCaro lettor della domenica,

mi va di andare a concludere questa lunga giornata autunnale con alcuni pensieri di Martin Heidegger, controverso filosofo del nostro tempo, che commento breviter

Heidegger afferma che la verità dell’essere è, in greco, a-lètheia, cioè non-obliamento o disvelamento che si manifesta tramite il linguaggio umano: «Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora» [Sein und Zeit, Essere e Tempo, 157]. La questione dell’essere [Seinfrage] come linguaggio [sapere ontologico] differenzia la questione dell’essere come esistere [sapere ontico o esistentivo], che va considerato nel tempo. Ancora Heidegger: «Ciò che determina ambedue, essere e tempo [Sein und Zeit, 198], in ciò che è loro proprio, cioè nella loro coappartenenza, noi lo chiamiamo Das Ereignis [l’Evento]”. Vale a dire che è-in-ciò-che-accade che avviene la conoscenza della verità. E in ambito etico: «Se in conformità al significato fondamentale della Parola ethos, il termine etica vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno [terreno] dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere […] è già in sé l’etica originaria” [Sein und Zeit, 203]. Il filosofo tedesco vuol dire che l’uomo è valore-in-sé, non valore derivato, come vogliono altre prospettive. Infatti, secondo lui Genesi [1, 27] conferma ciò con più forza, presentando l’uomo come immagine del divino.

E, in questo contesto, è la parola che be-dingt, rende cosa la cosa [Ding].[1] Le cose, i fatti, ogni evento [Ereignis] appaiono dunque attraverso la parola, trascendendo ciò che si intende correntemente, e dunque risalendo a ritroso per le rive del significato originario, dell’etimo, fino al fonema fondante.

Il pensiero è ermeneutica pura, perché è in ascolto del linguaggio. E lo è, almeno a partire dal significato che diede a questo termine Schleiermacher. L’interpretazione, dunque, in questo senso, altro non è che risalire dal segno al significato. È l’ermeneutica che permette in qualche modo di superare [forse perché siamo consapevoli dell’enorme debito cognitivo e riflessivo che dobbiamo al sapere metafisico classico], quello che dice principium reddendae rationis, e di collegare gli spazi vuoti che si aprono fra l’essere e il nulla, o fra l’ente e il ni-ente, posti ai limiti della percezione e delle possibilità di conoscenza.[2] Specialmente quando questa conoscenza approccia il linguaggio, sia come detto sia come scritto. Heidegger chiama questo tipo di interpretazione Er-örterung, cioè il luogo-dove-la-Parola-risuona

Dunque, l’uomo deve porsi davanti all’essere rispettando e coltivando il linguaggio, rifuggendo la sciatteria e l’approssimazione, il pressapochismo e l’illazione, ponendosi in una situazione di ascesi [gr. àskesis, che vuol dire letteralmente “esercizio”], di raccoglimento-che-lascia-essere [Gelassenheit], ma avendo presente il rischio di un ottundimento che oggi può essere causato dalle tecnoscienze e dalla sottovalutazione della crisi cognitiva ed etica in atto.

[1] Cfr. In Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, 96.

[2] Sia essa di tipo analitico, o sintetico, o dialettico, o analogico.

Credere non credere

Tommaso d'AquinoSento di una polemica tra il professor Umberto Veronesi e altri sui giornali, e ne cerco tracce sul web. Trovo questa sua pacata e dignitosa dichiarazione:

Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato una prova della non esistenza di Dio“, dice Veronesi. “Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del «non so». Perché accade — e per i bambini oggi succede sempre più spesso — che il dubbio diventi concreta speranza e poi guarigione, e quando questo avviene, è pura gioia”.

Leggo poi più o meno affannose contestazioni da parte di giornalisti come Giordano, Gennari e altri che, quasi novelli Tommaso d’Aquino, che si misurò con le cinque prove dell’esistenza di Dio (moto, causalità efficiente, contingenza-necessità, gradi dell’essere, finalismo), o Sant’Anselmo d’Aosta, capace della sua sublime mostrazione metafisica “Deus est id quo maius cogitari nequit” (Proslogion), Dio è ciò di cui nulla di più grande si può pensare.

Sia Tommaso sia Anselmo, menti probabilmente più dotate dei sopracitati giornalisti, avevano bene presente il limite razionale del loro tentativo di individuare prove inconfutabili dell’esistenza di Dio, sapendo che di ben altra natura è l’atto di fede, come fiduciosa adesione intellettuale e del cuore.

Se vi è una debolezza nel ragionamento di Veronesi, che comunque, dopo avere affermato che il “grande male”, come la Shoah o il cancro, specie quando colpiscono degli innocenti, è “prova dell’inesistenza di Dio”, alla fine dice di “preferire il silenzio o il sussurro del non so”, è quella di pensare che si possa cercare una prova assolutamente convincente solo su basi conoscitive e logico-argomentative, e che questa sia inficiata radicalmente dalla presenza del male nel mondo. Certamente, se l’esistenza di Dio è razionalmente plausibile, ciò non significa che si possa riuscire a dimostrarlo indefettibilmente come si dimostra la correttezza  e la “verità” del teorema di Pitagora.

Un altro elemento di debolezza nel suo ragionamento, che è figlio involontario della dottrina medievale della “retribuzione” proporzionata per il male commesso, è quello che si riferisce all’incomprensibilità del male degli innocenti: ebbene, il male non è retributivo, perché se  così fosse, i crudeli, gli assassini, i perfidi, i “cattivi” dovrebbero essere puniti in proporzione al male fatto, ma non è così.

Se sta in piedi il ragionamento, specularmente non è neanche ammissibile poter dimostrare l’inesistenza di Dio, perché non vi è una retribuzione per il male fatto, per cui sul piano della pura ragione intellettuale non si può né dimostrare l’esistenza, né l’inesistenza di Dio.

Interessante, invece, il ricordo di Veronesi per don Giovanni, un suo amico prete, che gli chiese di evitargli inutili sofferenze, da malato di cancro, dicendogli che vi può essere anche una “carità senza fede”.

San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi  (13, 1-13)  scrive:

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,/   ma non avessi la carità,/   sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante.

Se avessi il dono della profezia/   e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza/   e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne,/   ma non avessi la carità,/   non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri,/   se dessi il mio corpo per essere arso,/   e non avessi la carità,/   non mi gioverebbe a nulla.

La carità è paziente,/  è benigna la carità;/ la carità non invidia, non si vanta,/  non si gonfia, non manca di rispetto,/  non cerca il proprio interesse, non si adira,/  non tiene conto del male ricevuto,
ma si compiace della verità;/
tutto tollera, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta.

La carità non verrà mai meno./ Le profezie scompariranno;/   il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà;/   conosciamo infatti imperfettamente,
e imperfettamente profetizziamo;/   ma quando verrà la perfezione, sparirà ciò che è imperfetto.

Quando ero bambino, parlavo da bambino,/   pensavo da bambino, ragionavo da bambino./   Da quando sono diventato uomo,
ho smesso le cose da bambino.

Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro;/   ma allora vedremo faccia a faccia./   Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente,/   come perfettamente sono conosciuto.

Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità;/   ma la più grande di esse è la carità.”

E’ una lettura buona, per me, per te caro lettore, e anche per il professor Veronesi.

Tassonomie senza discernimento

landiniDai tempi di Aristotele, Democrito e Lucrezio, passando per i filosofi-scienziati del Medioevo, e poi fino a Linneo, Buffon, Mendeleyev, e ai biologi, geologi, chimici e fisici contemporanei, l’uomo ha sempre cercato di classificare le forme minerali e quelle dei viventi. Le scuole di medicina e psicologia degli ultimi trecent’anni addirittura i caratteri degli esseri umani, dallo schema a quattro temperamenti dei fisiatri settecenteschi (il nervoso, il sanguigno, il flemmatico e il collerico), ai quattro “colori” di Hermann (il giallo che corrisponde al creativo, il blu al razionale, il verde al metodico e ordinato, e il rosso all’emotivo), e alla pletora di altre suddivisioni caratterologiche odierna. Un’esigenza insopprimibile, l’espressione di un desiderio di conoscenza e chiarezza che, soprattutto quando tratta di umani, è ben lontana dal mostrarsi tale. Jung infatti, non certo l’ultimo di questi scienziati, suddivideva le persone tra tipi introversi e tipi estroversi, sapendo che poi la declinazione caratteriale e di personalità è assolutamente e irriducibilmente unica e individuale

Orbene, questo vale anche per la politica e la morale. In questo ambito c’entra la suddivisione radicale tra buoni e cattivi, onesti e disonesti, veritieri e menzogneri, in uno scenario ancora fortemente manicheo, quasi che il sistema di classificazione binario, nella sua semplicità, sia quello naturalmente preferito. E ieri, nella piazza di Napoli, durante la manifestazione della Fiom, è capitato che il leader di questa organizzazione sindacale sia caduto vittima della più vieta delle semplificazioni manichee. E pensare che Landini, in fondo, mi è anche simpatico.

Insomma, ha detto che “Il governo Renzi non gode della fiducia degli onesti“. Mi piacerebbe che Landini leggesse questo post, anche se poi si è un po’ scusato arrampicandosi sugli specchi di una dannosa, se pur doverosa, excusatio non petita, perché forse lo aiuterebbe a comprendere la sesquipedale cantonata che si è autoinflitto.

Caro Landini, lei ha sbagliato, sia sul piano formale, sia su quello sostanziale. So che lei predilige il piano sostanziale, ma le mostrerò che quello formale coincide con quello sostanziale. Infatti il cosiddetto “piano formale” non ha nulla di formalistico (è questo che lei intende, vero?), poiché rappresenta ciò che dà senso a un discorso: se lei non si preoccupa di curare almeno un poco la forma comune (e classica) del discorso, che prevede di esplicitare o di far intendere un soggetto, che agisce su qualche oggetto (sia pure se stesso), il discorso stesso risulta incomprensibile, così come le frasi debbono essere correttamente concatenate in principali e subordinate, pena la babele dei significati percepiti. Infine, sul piano meramente sostanziale, le frasi debbono avere un senso e, possibilmente, una certa qual veridicità. Bene, ora veniamo alla sua affermazione sopra citata.

Essa è connotata da vari limiti, ma proprio limiti fondamentali, sorgivi. Vediamo quali: innanzitutto bisognerebbe condividere il significato corrente di “fiducia”, fatto non scontato, e immediatamente dopo il significato corrente di “onestà”, fatto altrettanto non scontato. Ma affidiamoci pure al senso comune e andiamo oltre: 1) come fa lei ad affermare che il governo non gode della fiducia degli onesti?; e 2) lei possiede un dato numerico statistico affidabile degli onesti e sa dove sono socialmente collocati?, 3) intende che sono tutti tra i lavoratori dipendenti?, 4) se lo sapesse, sarebbe in grado di stabilire, quasi ex cathedra o a guisa di “direttore spirituale” che la persona x o quella y è onesta, sapendo dunque rigorosamente distinguere le loro qualità morali e dei comportamenti?, 4) con quali criteri, soggettivi suoi (e qui casca l’asino), oppure oggettivi in base a quale “morale”, quella della Fiom, o quella della dottrina marxista, o aristotelico-tomista, o kantiana, o di Elizabeth Anscombe (una eticista presa a caso nostra contemporanea), e  via dicendo?

Tenga, inoltre, conto che il metro di misura poi da lei esplicitato scusandosi, non è solo quello dell’onestà nel pagare le tasse: vi sono lavoratori italiani non dipendenti, me compreso, talmente oberati di tasse che, pur avendo un reddito onorevole e  conducendo una vita morigerata, sono in ritardo nel pagarle e chiedono rateizzazioni, per certo intendendo pagarle quanto prima. Forse che queste persone, me compreso, sono disoneste?

Le chiedo un penultimo sforzo: vada a leggersi quel passo del vangelo di Marco (12, 35-44) dove Gesù racconta degli  scribi e dei farisei che fanno molte offerte al tempio, e di quella povera vedova che era stata in grado di lasciare al tempio solo due miseri leptòn (una monetina del tempo corrispondente dieci centesimi di euro nostri), e dice ai discepoli che la vedova è stata più gradita al Padre che è nei cieli, perché, a differenza dei primi che offrono il superfluo, lei ha offerto ciò che le era necessario. Forse vi è qualche riflessione da fare, vero? Forse occorre avere l’umiltà di ammettere che non si conosce per nulla il cuore dell’uomo, perché è imperscrutabile, e anche a lei, vero?

Vede, caro Landini, che la sua di ieri è stata una gaffe macroscopica, certo come “voce dal sen fuggita”, ma la invito a riflettere. In realtà quella “voce sfuggitale” è forse frutto di un secolare complesso di superiorità che caratterizza spesso chi milita a “sinistra”. Conosco bene questo “complesso”, ed è uno dei più limitativi di un possibile discorso che la “sinistra” potrebbe fare agli altri. Lei sa bene che uomini di sinistra hanno compiuto storicamente dei crimini efferati, e molti altri non sono stati esenti da pratiche di malaffare, come moltissimi altri di destra, e qui non li elenco.

Pensi, infine, che io le sto parlando “da sinistra”.

Parlar cinque lingue per nulla

aldaVi son persone poliglosse (o poliglotte) che tal capacità vantan ognora e in ogni luogo. Loro possono discorrer in lingue diverse, nobili e meno, e tradurre per gli incliti i detti di parlanti altri idiomi in un pubblico consesso. Quando lo fanno di profession quotidiana si conformano al ruolo degli interpreti-traduttori, per cui ci son scuole nominate e di non usurpata fama, anche nelle nostre contrade.

Esiston poi persone che non sono di profession interpreti, ma professionisti in proprio, che parlan più lingue di questo mondo e tempo. Ne conosco. Alcuni di questi son portatori di valide idee e pensieri originali, altri meno, ma sanno vender fumo con le parole.

Della prima specie ricordo esperti di commercio e insegnanti di quelle lingue vaghe e varie di cui qui facciam memoria; nella seconda annovero non pochi e vari rappresentanti dell’uman genere.

I primi solitamente son provvisti dell’umana, divinamente ispirata, virtù di umiltà, così come la insegnava ai suoi frati il Santo Benedetto da Norcia, Patron d’Europa; i secondi solitamente son più facondi che umìli, facondi come chi parla, anco per parlare, per far sentir la propria voce agli altri, e fors’anche e di più, a se stesso.

Spesso questi ultimi han parole a profusione, annovero tra loro, non solo gente d’azienda e di economia, ma fior di politici e scrivani di giornali. Di questi mi fa specie un genere (perdonino i puristi dell’aristotelismo), i radical chic, di cui abbondano esemplari come i quadrupedi nella savana. Qualche nome lo faccio, come i riottosi del PD (e lo dico da sinistra, non sentendomi in buona compagnia di costoro), come la Boldrini, Travaglio, Mineo, Padellaro e Vendola, come Scalfari, Saviano e Fazio, o sindaci radical chic e a volte gaffeur come Marino, Pisapia, De Magistris e Doria (acc. tutti di “sinistra”), come tutti color che son sospesi nella realtà virtuale di una sinistra che non morde alcunché del reale, se inteso come c’insegnan sanamente, da secoli, Democrito, Aristotele, Epicuro, Tommaso d’Aquino e Hume. Che nostalgia di Sciascia.

Poi, più da vicino potrei nomar quasi-colleghi, o forse, d’aziende insigni, alcuni che, appunto parlano più lingue per dire un nulla logico, cioè un qualcosa che s’avvicina al nulla, perché presume d’esser ciò che non è, incantando forse, e non è certo, qualcuno, ma solo la prima volta: la seconda siam già scafati e capiamo al volo il tentativo di riempir bottiglie con acqua millantando vino, ma non siamo alle nozze di Cana, dove parlava Colui la cui Parola valeva come la vita intera.

Ahinoi, che dobbiamo talora sopportare chi parla cinque lingue per dir poco o meno ancora, magari sorridendo, ma ancor di più ahiloro, ché l’inganno o anche solo la millanteria duran non molto e poi finiscono, perché implodono in un ciuff, o in un’altra onomatopea dello sprofondo.

Noi ci salviamo, specie se sappiamo dare senso al tempo delle parole, che son pietre, son macigni, sono pura realtà che vive, respira, piange e ride e attende, e scruta nuovi sensi delle vite nostre e altrui.

“Bombe d’acqua”, alti lai e reciproche accuse

alluvionecaro lettor mattutino,

l’ennesima “invenzione” (fo per dir) giornalistica, il sintagma acutissimo “bombe d’acqua”, al solo sentirlo mi fa venire l’orticaria, uno strano prurito dietro le ginocchia e una dolenzia dispettosa alle gengive, al punto che mi piacerebbe mordere chi l’ha usata per la prima volta, e schiaffeggiare non tanto dolcemente chi continua ad usarlo, imperterrito. Espressione inutilmente terrorizzante e del tutto impropria, anche come metafora: in questo caso la metafora non è il respiro dell’anima, ma il raglio del coniglio. Un po’ come l’altro modo di dire lanciato nell’ultimo periodo: per dire che ci sono “tante ragioni per…” molti hanno cominciato a dire “tanta roba…”. Cretini.

In quest’Italia piena di pioggia in tutte le stagioni vi sono continue allerte, continue grida e reciproche accuse al cementificatore di turno, colpevole senz’altro di disastro, ma con una pletora di connivenze. basti vedere la Liguria: chi ha autorizzato certe costruzioni a ridosso di torrenti e fiumiciattoli, che stanno in sonno per anni e poi esplodono? Che maggioranze, che giunte, che sindaci, che assessori? C’è forse un partito che nel tempo è stato più responsabile? Domande retoriche: purtroppo no. Tutti dentro, direbbe Sordi.

In questa Italia (non “paese”, c.!) dal clima oramai monsonico-cambogiano, c’è un rimpallo di responsabilità tra enti e amministrazioni,

In realtà, queste alluvioni sono il segnale permanente, non solo dell’insipienza umana, ma di una natura che resta più forte di qualsiasi atto dell’uomo, la cui sola idiozia è più grande della forza stessa della natura.

Prevenire è indispensabile, non costruire nelle golene dei fiumi e a ridosso dei torrenti obbligatorio, ma non pensiamo, come le verginelle infilzate del pensiero politicamente corretto che ciò basti. Forse gli Austriaci gestirebbero Pompei meglio di noi, ma sono duemila anni che Pompei prende pioggia, qualcosa magari ogni tanto crolla, no? Oppure i manufatti umani sono indistruttibili? Via!

Tutta l’Italia è come Pompei, la mettiamo sotto una campana di vetro?

Ripeto: intelligenza e onestà intellettuale nella gestione del territorio, investimenti adeguati e utilizzo delle meravigliose scienze meteorologiche, geologiche e ingegneristiche-idrauliche, non chiacchiere e pietismi, neologismi cretini e accuse.

Quando la natura si scatena occorre mettere in sicurezza persone, animali e cose, per quanto possibile; il resto lo si deve fare prima e continuamente.

Ognuno lavori onestamente sul suo e per le responsabilità che ha, pena il ridicolo.

Mia cugina Lucilla è andata via

LucillaLucilla era l’unica figlia di Anna Pilutti (la zia Anute), sorella maggiore di mio padre Pietro, che aveva sposato l’Aldo Morlacchi, fabbro socialista milanese, tifoso scaligero del “Verdi” e non del “Wagner”, pronunciato da lui sempre all’italiana, senza la distinzione fonetica, tipicamente germanica, tra le consonanti “g” e “n”.

Lucilla era la mia cugina maggiore. Come voleva bene a mia mamma, che chiamava “zia Luisa”… e allo zio Pietro, mio papà! A me, a mia sorella Marina. Da ragazza veniva a Rivignano, in estate. Se n’è andata in silenzio, la mattina di giovedì scorso, io l’ho saputo poc’anzi. La sua urna riposerà nella sua casa, a Milano.

E’ stata una grande attrice italiana. Cito le sue “fonti” artistiche principali: Luchino Visconti (ne l’Arialda di Testori, ne Il Giardino dei ciliegi di Čechov, ne Il Gattopardo), Luigi Squarzina al teatro Stabile di Genova, e soprattutto Franco Parenti a Milano.

Mi onora elencare alcune sue interpretazioni teatrali: Uomo e superuomo di G. B. Shaw, Una delle ultime sere di carnevale di C. Goldoni, Il diavolo e il buon Dio di J.-P. Sartre, Madre Coraggio di B. Brecht, Il malato immaginario e Il tartufo di Molière, Questa sera si recita a soggetto di L. Pirandello, L’anitra selvatica di Henrik Ibsen, La palla al piede e Il gatto in tasca di G. Feydeau, l’Orestea di Eschilo, Cantico di mezzogiorno di P. Claudel, La sposa di Messina di F. Schiller, l’Alcesti di Euripide, I Turcs tal Friûl di P.P. Pasolini, Il dubbio

cinematografiche: I fratelli Corsi (1961),  Una storia milanese (1962), Il Gattopardo (1963), Un amore (1965), La bellezza del somaro (2010)

televisive: Romanzo di un maestro (1959), Ottocento (1959), Il cardinale (1960), Vita col padre e con la madre (1960), Il malato immaginario (1960), Chiamami bugiardo (1961), Giulio Cesare, di Shakespeare, con Luigi Vannucchi, Glauco Mauri e Raul Grassilli, (1965), Il fiore sotto gli occhi (1965), Addio giovinezza! (1965), La figlia del capitano (1965), La felicità domestica (1966), Il ventaglio di Lady Windermere (1966), I due rusteghi (1968), Dov’è finito Hermann Schneider? (1969), Una delle ultime sere di carnovale (1970), I giusti (1970), Tristi amori (1972), La porta sbagliata (1972), Stregoni di città (1973), La famiglia Barrett (1973), Esuli (1976), La commediante veneziana (1979), Tre anni (1983),

riconoscimenti: Premio San Genesio (1966), migliore caratterizzazione femminile ne Il giardino dei ciliegi), Premio Eleonora Duse, per l’interpretazione ne Le serve di Jean Genet, Premio Ruggero Ruggeri, Premio IDI, Premio Ennio Flaiano.

Ho scritto un elenco di cose, di fatti, di eventi che solitamente non curo, e l’ho voluto fare per la sua umiltà, per il suo impegno artistico e civile, per la sua coerenza morale quasi ascetica, per una della mia famiglia, Lucilla.

Riordinare il pensiero

pensando…ogni tanto, almeno ogni tanto, caro domenical mio lettore.

Rileggo di come sia utile tenere conto, sia dell’idealismo oggettivo di Platone, che ci suggerisce i trascendentali, il Bene, il Bello, il Vero e l’Uno, sia dell’idealismo soggettivo di Hegel, che ci insegna ad accettare la dialettica triadica di tesi, antitesi e sintesi, per discutere fino ad arrivare a prime conclusioni logiche, e per continuare indefinitamente la ricerca.

Il magno Ateniese, insieme con il suo pari, l’allievo gigantesco di Stagira, ci rassicura sulla possibilità di accedere a delle verità consolanti: affermare che la struttura corporea bronzea del Perseo di Benvenuto Cellini è “bella”, dicendo che risponde a delle proporzioni intuitive del Bello, non solo fa godere della Bellezza come Verità e come Bontà, ma consente agli incliti la sola opinione soggettiva del “mi piace-non mi piace”.

L’uomo di Jena e Berlino, ci insegna la pazienza (anche questa imparata da Platone) di una ricerca infinita delle verità locali consentite al limite conoscitivo dell’uomo.

In realtà noi umani abbiamo bisogno, come dell’aria che respiriamo, di cercare la verità, senza virgolette e senza maiuscola. Abbiamo bisogno di scrutare nei pertugi dell’essere delle cose, dei fatti che accadono, e dei nostri atti “liberi”, per comprendere, almeno un po’, il senso del nostro cammino nel mondo.

Giova, allora, anche riordinare il pensiero sul Bene e sul Male, senza pretendere di sceverarne con precisione i limiti e i confini, essendo noi umani costituzionalmente intrisi delle due dimensioni polari del Sapere etico, il Bene e il Male, appunto, anche se vi son pensatori contrari a una loro definizione, sia pur approssimativa. Un bel libro di Francesco Paolo Casavola (Bioetica. Una rivoluzione postmoderna, Salerno Edizioni, Roma 2014), ne parla.

La nozione di uguaglianza tra tutti gli uomini, precisa Casavola, nasce con il Giudeo-Cristianesimo (aggiungo io, sia con il Paolo di Galati 3, 28, dove l’apostolo scrive: “Non c’è uomo non c’è donna, non c’è greco né giudeo…”, sia con Genesi 1, 27: “E Dio creò l’uomo a sua immagine…”). E di lì lo ritroviamo nella Declaration of Indipendence del 1776 americana: “All men are created equal“, e nella Declaration des droits de l’homme ed du citoyen del 1789: “Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droit“.

Non vi son fini strumentali per la persona umana e per il mondo su cui ha “mandato” di consegna a chi verrà dopo, perché il fine è la realizzazione umana, rispettosa di ciascuno e di tutti. Non dunque utilitarismo e mera convenienza, non uso e consumo, non ubbidienza cieca, non allineamento acritico e irresponsabile, non pigrizia mentale, stereotipia e accidia morale, bensì presenza consapevole e uno sguardo responsabile sulle azioni che si compiono e, prima ancora, sui pensieri che si pensano.

Lo sciopero impotente

scioperatoPer il 5 dicembre prossimo la Cgil ha indetto uno sciopero generale, cui non hanno aderito Cisl e Uil. Lo sciopero è contro le politiche governative sul lavoro e su… tutto. La Cgil e la sua segretaria non sopportano Renzi, ricambiati.

Georges Sorel teorizzava lo sciopero generale come prova per l’insurrezione, ma oggi ci si può chiedere: di quale insurrezione parliamo, se almeno da trent’anni questo tipo di iniziativa è tutto fuorché generale?

Non è generale per varie ragioni, la principale delle quali è che vi partecipa, sempre, solo una minoranza di lavoratori, e di lavoratori dipendenti, che a loro volta sono solo una parte dei lavoratori italiani.

La prima domanda che farei alla signora Camusso se la incontrassi è: e poi cosa succede il 6 dicembre? Conosco bene la risposta, scontata e trita. Rattrista che ormai una grande Tradizione socio-politica come quella del sindacato italiano, si stia spegnendo in una diatriba senza fine con le altre sigle (a un quarto di secolo dalla fine della “guerra fredda”), in un progressivo distacco dalle dinamiche vere delle aziende, in una rappresentanza sempre più scarsa dei lavoratori attivi (aumentano i numeri dei sindacati dei pensionati, che NON sono sindacati!), in una incapacità di dialogare con le nuove professioni e i nuovi modi di lavorare, in un disinteresse di fatto per chi non ha lavoro, in una ignoranza tecnica nel comprendere le dinamiche economico-aziendali, che non sono più leggibili con categorie, non dico marxiane, ma neppure da “sindacati anni ’80″.

Mi chiedono spesso i sempre più numerosi laureati che entrano in azienda: ma io come posso farmi rappresentare da chi ha una cultura molto inferiore alla mia? Sappiamo che trenta-quarant’anni fa non era così, ma oggi è così. Parlavo con un sindacalista nei giorni scorsi di Age and Diversity Management, cioè la cura delle differenze di genere e del procedere anagrafico dei lavoratori, prospettive di cultura aziendale gestionale che un sempre maggior numero di aziende comincia a coltivare; mi ha chiesto: “E che cosa è?”.

Non parliamo poi del distacco sindacale da nuovi modi di gestire come i Modelli derivanti dai Codici etici, che un numero sempre maggiore di imprese sta mettendo in opera, allontanandosi sempre più da modelli di tipo padronale obsoleti e arcaici. Registro ogni giorno distanze abissali dalla realtà.

Certo, con alcune eccezioni: riconosco che vi sono sindacalisti e organizzazioni che non temono di confrontarsi con il mondo d’oggi, e cercano saperi e competenze al di fuori dei loro circuiti (la Cisl di Udine ad esempio, e non solo, la cito perché mi coinvolge spesso per le mie competenze ex sindacali ed extra sindacali). La stessa nuova segretaria Furlan sembra avere qualche idea del mondo, ma non so chi sia e che pensi, che formazione abbia il prossimo segretario della Uil. Mah.

Della Camusso invece sappiamo, e vediamo come opera. Mi auguro, non per lei, la cui sorte mi interessa come quella di chiunque altro, ma per la grande storia del suo grande sindacato, che qualcosa cambi, proprio nel senso che, in modo talvolta sgangherato, qualcun altro sta facendo in politica.

Mi dispiace scriverlo qui: buon sciopero inutile, anzi impotente.

Forse servirà ad accendere qualche lumino cognitivo in qualcuno.

Il gatto del Papa

il gatto di papa BenedettoJoseph Ratzinger è stato Papa della Chiesa Cattolica per otto anni (2005-2013). Un grande maestro di teologia (chi vuole dia uno sguardo alla sua “Vita di Gesù di Nazaret“, in tre volumi, o provi a  scorrere la prosa limpidissima delle sue tre lettere encicliche, la Deus Caritas est, la Caritas in Veritate e la Spe Salvi, e c’è del suo anche nella lettera sulla fede firmata da papa Francesco, la Lumen Fidei). Ed è anche un uomo mite e gentile, non mediatico come alcuni suoi predecessori, ma vero.

Mi sono fatto nel tempo un’opinione su di lui con notizie, posso assicurare, affidabili. ha anche altri due atout che lo possono fa apprezzare molto: ama i gatti e Mozart. Mi sembra che siano due segni evidenti di finezza umana.

Da ultimo, un fatto: la sua rinunzia canonica al pontificato per ingravescente aetate, e un trarne lucidamente le conseguenze. Un gesto, un modo silenzioso e umile di farsi da parte per lasciare spazi a chi può procedere nella missione ardua di condurre ancora avanti, nel Tempo della Salvezza, il Popolo di Dio, che annovera tutti gli esseri umani, compresi i lontani e i dispersi.

L’enorme idiozia

stupidi secondo EinsteinCaro lettor mio,

sento oggi per radio che in una scuola materna di Roma le maestre hanno raccontato la storia seguente:

In un paese sulle colline qui vicino, in una bella casetta vivono due giovani donne, come le vostre mammine,  e si chiamano Micia e Macia. Essendo due donne, possono anche diventare mamme, però hanno solo i loro “ovini”, perché i “semini” li hanno i papà. Ma con loro due, che si vogliono molto bene, non vive nessun uomo. Volendo tutte e due “diventare mamma”, ma una alla volta, hanno cominciato a cercare in giro se vi fosse qualche gentile signore in grado di regalare loro almeno un “semino”, ma non l’hanno trovato. Ascoltando la televisione, hanno saputo che, invece, in Olanda ci sono molti signori gentilissimi e ben disposti a regalare i loro “semini” a chi ne ha bisogno. In men che non si dica Micia e Macia sono andate a Amsterdam, dove in un ambulatorio pulito e lindo hanno ricevuto il “semino” richiesto che, per il momento si è preso Micia.

Bene, dopo nove mesi è nata Margherita!

Pensate bambini, che fortunata Margherita: lei ha due mamme!”

A quel punto ho cambiato canale, perché stavo per uscire di strada con l’auto, e dunque non so come sarebbe andato a finire il raccontino, né se i bimbi avessero chiesto di qualche eventuale papà, magari dopo aver sentito alla scuola materna qualche piccolo compagno che ne parlava. Se avesse chiesto del papà a Micia o a Macia, che cosa avrebbero potuto rispondere?

E’ il caso di commentare, o ci fermiamo qui?

 

Sul Filo di Sofia