Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Verità ed Eternità, o di dove riposano gli “eterni essenti”

Caro lettore,

qui accanto trovi un’immagine di Cà Foscari a Venezia, dove ha insegnato per tanti anni il professor Emanuele Severino, che per molte sue idee filosofiche apprezzo molto, come quelle di cui tratto qui.

Che esistano verità e eternità è domanda che l’uomo si fa da millenni, in Oriente e in Occidente, dal Siddharta Gautama (cioè il Buddha, l’Illuminato) a Platone e Aristotele, da Shankara a Plotino, a Origene, a Severino Boezio, a sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury, e soprattutto a sant’Agostino, con la sua nozione sul tempo che sembra pre-dire Einstein (cf. Confessiones, libro XI). Nel nostro tempo, prima Nietzsche e Henri Bergson, e poi più recentemente Emanuele Severino e Gustavo Bontadini, suo maestro, hanno pensato a lungo a questi concetti, e scritto. E anche il mio amico e docente di metafisica il domenicano padre Barzaghi. E io pure.

Che significa?

Probabilmente che i due concetti sono talmente universali e importanti da coinvolgere da tanto tempo le persone pensose in ogni ambiente e cultura.

La verità talvolta viene declinata al plurale, oppure viene intesa in senso molto relativistico, e non precisamente in-relazione, cosa molto diversa. Il mio amico filosofo Stefano Zampieri ha coniato il bellissimo sintagma “verità locali”, pur non essendo assolutamente un relativista, ma un pensatore cosciente che tutto-e-ogni-cosa–è-in-relazionecon-tutto-e-ogni-cosa. I relativisti, specialmente quelli dediti alla ricerca gnoseologica ritengono che A possa tranquillamente e immediatamente essere sostituita da B, senza alcun rispetto per il principio di identità e di non contraddizione. E questo non funziona, come vedremo nel successivo post che dedicherò a Wittgenstein. Noi umani dobbiamo avere l’umiltà di rispettare le convenzioni linguistiche e i nomi-che-diamo-alle-cose, non violare questo patto sacro per ragioni ideologiche, come accade di questi tempi quando si vuol talora chiamare le cose con nomi impropri, come chi insiste a definire “matrimonio” una legittimissima “unione civile”. Si può dire che non è vero che un matrimonio coincide con un’unione civile, poiché matrimonio significa etimologicamente “ufficio della madre”, e non sempre nelle unioni civili vi è una madre. O no? Ecco come si trova la verità, che possiede una sua inconfutabile eternità, o perennità, se vogliamo dire in un altro modo.

Che la caratteristica di verità di ogni ente presupponga la sua eternità va però mostrato, per quanto possibile. Prima però occorre fondare in qualche modo l’eternità degli enti-che-sono o, come preferisce chiamarli Severino, a differenza di Aristotele e Tommaso d’Aquino, “essenti”. Proviamo così, senza scomodare ragionamenti troppo astrusi, visto che si tratta di metafisica.

Se immaginiamo di metterci “dal punto di vista di Dio”, possiamo ipotizzare di sospendere la credibilità di ogni realtà transeunte secondo il “prima e il poi” di aristotelica memoria, e di proporre una sorta di sguardo dal “nunc aeternum” (un ora eterno) sulle cose e sul mondo. di modo che la realtà appaia come un continuum senza inizio né fine o, come si dice nel linguaggio classico “(aeternitas) est tota simul et perfecta possessio“, significando un contemporaneo essere di tutte le cose per sempre, perfettamente, completamente.

E dunque l’eternità è a-temporale, si può dire, come tempo di Dio, che l’uomo può solo tentare di de-finire con parole sempre insufficienti, essendo presso a poco l’eternità della stessa natura di Dio. E di Dio, come sanno i filosofi musulmani sufi e i mistici cristiani à la Meister Echkart si può solo dire negandolo, cioè dire ciò che non è, e dunque un qualcosa di simile al nulla, alla negazione di qualsiasi altra cosa. Dio non è… altro che… non sappiamo bene cosa e come. Sappiamo forse chi è, ma solo per come ce lo ha insegnato fin da bambini il venerando catechismo di san Pio X, papa Sarto: “Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore di tutte le cose“.  L’eternità è dunque un attributo di Dio, e ciò per il momento basti, visto che né i più grandi fisici, né i maggiori filosofi e teologi ce lo sanno dire in modo convincente.

Poche parole o poco più ora, sulla verità.

La verità, per i Greci era l’alètheia, (alfa privativo innanzi al nome del corso d’acqua infero Lete, il fiume della dimenticanza), cioè il non-nascondimento, definizione riproposta con efficacia nel secolo scorso da Martin Heidegger.

Il primo immenso pensatore occidentale che se ne occupò fu il “terribile” Parmenide di Elea, il filosofo dell’essere, che riteneva essere e pensiero coincidenti, e il nostro contemporaneo Karl Jaspers, medico e psichiatra condivideva questo asserto a duemilacinquecento anni dalla sua esposizione. Platone e Aristotele seguirono Parmenide, arricchendo ulteriormente questa prima grande intuizione. “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è, è vero” (Metafisica, IV, 7, 1011 b). Affermazioni apparentemente banali, ma solo a una prima lettura, ché se ci pensiamo bene attestano convenientemente e razionalmente tutti i giudizi sulla realtà che possiamo dare. Infatti, se crediamo a queste semplici definizioni, fondiamo nientemeno che la coincidenza assoluta tra verità e realtà.

Poi, nella vita sappiamo che non è così: basti pensare che nell’ambito del diritto vi è una differenza tra verità di fatto e verità processuale, per cui si può condannare un innocente e assolvere un colpevole!

Tornando al pensiero filosofico e poi fisico e matematico troviamo: Aristotele con la sua logica sillogistica, per cui date certe premesse, conseguono necessariamente (obbligatoriamente) certe conclusioni, ad es. “L’uomo è razionale/ il razionale è libero/ l’uomo è libero“. Inconfutabile. Lasciamo stare qui le neuroscienze di taglio positivistico che tendono a negare il libero arbitrio, in nome di un biologismo quasi assoluto.

Agostino d’Ippona ritiene che la verità segua l’illuminazione dell’intelletto da parte di Dio, come dono di grazia, seguito in questa linea da sant’Anselmo; Tommaso d’Aquino chiosa ammettendo che la verità deve poi occuparsi, aristotelicamente, dell’oggetto da conoscere “Idem est actus cognoscentis et cogniti“, cioè  l’atto di ciò che è conosciuto è lo stesso di quello del conoscente, che Descartes porterà alle estreme conseguenze di un dualismo assoluto, platonico, tra la verità delle cose e quelle dello spirito che conosce le cose: il suo “penso dunque sono, cogito ergo sum“. Io direi forse “cogito quia sum, penso perché sono“. Ma Cartesio è più autorevole di me.

Vi sono poi diverse teorie sulla verità che possono essere così sintetizzate: a) quella corrispondentista, che lega strettamente la verità con la realtà; b) quella coerentista, caratterizzata da una sorta di omogeneità autosimilare all’interno di una serie di affermazioni; c) quella del consenso, connotata dalla coincidenza di opinioni su un dato; d) quella pragmatista, tipica di un pensiero utilitarista, come quello anglosassone, per cui è più vero ciò che serve di più; e) quella costruttivista, sociologica e politica, in qualche modo utilitarista anch’essa.

Autori contemporanei come  Rorty e Tarski sostengono che a volte il discorso su certe cose è ridondante e si potrebbe semplificare molto. Un esempio: non occorre dire che “la neve bianca è vera“, poiché basta dire che “la neve è bianca“, in quanto proposizione implicitamente capax veritatis, cioè veritiera, ok no? E io aggiungo: perché aver bisogno di dire “assolutamente sì, assolutamente no“? Che cosa aggiunge all’affermazione e alla negazione l’avverbio modale? Non è che il “sì” e il “no” non siano di per sé già chiari e chiarificatori? E dunque perché sprecare fiato ed energie con avverbi inutili? La verità a volte è semplice.

E a volte è terribilmente complessa e quindi non direttamente afferrabile, come nel caso delle cose relative alla trascendenza, al divino, all’immortalità dell’anima, alla vita eterna, al rapporto della verità stessa con l’eternità.

Tornando alla storia del pensiero in tema, troviamo che, dopo la lezione greca classica il concetto è stato studiato con passione e rigore da pensatori successivi, come l’islamico Averroè, che sulle tracce di Aristotele provò a sintetizzare l’idea che la verità potesse essere trovata nell’armonioso concerto di ragione e fede, in qualche modo opinione non distante dalla più alta teologia cristiana come quella di Tommaso.

In ambito evangelico la verità si fa persona, quella di Gesù Cristo (Gesù di Nazaret detto il Cristo, per essere precisi), come racconta ad esempio Giovanni (cf. 18, 37-38): “Allora Pilato gli disse, dunque tu sei re? Rispose Gesù: Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità?. (…).

Per la fede cristiana il criterio di verità è dunque il maestro nazareno, senza che ciò significhi che l’uomo non debba ricercare, con il suo intelletto, le verità terrene, quelle scientifiche, conseguite con i criteri dell’induzione e della deduzione così come proposti da Galileo e da Descartes all’inizio della Modernità.

In logica matematica troviamo le tesi di Kurt Gödel che sostiene la non coincidenza tra verità e dimostrabilità (cf. Teoremi dell’Incompletezza, Vienna 1925), garantendo così un ruolo fondamentale all’intuizione (retaggio platonico-agostiniano), Prima di lui Gottfried Leibniz aveva distinto tra verità di ragione e verità di fatto, là dove le prime si basano sul principio di identità e di non contraddizione (cf. supra Aristotele, Metafisica, V, etc.), mentre le seconde possono fondarsi semplicemente sul principio di ragion sufficiente, come spiega con un esempio: “Colombo scoprì l’America“, dove la veridicità della proposizione è mostrata dalla credibilità dei navigatori e dalla credendità delle loro cronache. Io di solito dico così: “Non sono mai stato in Australia, ma credo che esista“. Infatti non metto in dubbio le cronache a partire da quella del viaggio settecentesco del capitano inglese James Cook, e le testimonianze di emigranti in quel continente che conosco personalmente.

E potremmo continuare trattando della verità nelle scienze del diritto, dove si distingue, come abbiamo visto supra tra verità di fatto e verità processuale, che possono (purtroppo) non coincidere. ma ci fermiamo qui per tornare al titolo del pezzo.

Si può dire che verità ed eternità appartengono al novero degli enti possono definire “eterni essenti” come sostengono Bontadini, Severino e il padre Barzaghi? Cioè, è plausibile, anzi vero che i due concetti rinviano a un qualcosa che non finisce, che dura per sempre, che non muore?

A mio parere sì, perché ciò che accade ed è accaduto non può essere fatto non-essere-accaduto, neppure da Dio, che è nell’eternità e da lì, con un solo sguardo, tutto sa e tutto contempla, amando le creature e il mondo, nella sua visione eterno e vero.

Quando uno dice “mi duole…”, o della fisio-patologia e della filosofia del dolore

Una delle prime accezioni dell’espressione del titolo è quasi un “mi dispiace“, cioè sono spiacente di aver causato questo disagio, o disappunto o fraintendimento. In questo caso il concetto di dolore, solitamente associato alla dimensione fisica o psico-morale, assume quasi un’accezione legata alla valenza del bon ton, dell’educazione o, come si diceva un tempo, del galateo, come insegnava nel ‘500 Mons. Giovanni della Casa nell’omonimo libretto o Baldassar Castiglione ne Il Cortegiano o, infine, Jonathan Swift nel suo aureo Istruzioni per la servitù.

Mi duole“. Però, mi può dolere anche un dito pestato, la pancia, la schiena, una parte del corpo per una ferita post-chirurgica dove agiscono i processi neuro-nocicettivi, etc..

Il dolore è così definito dalla IASP (International Association for the Study of Pain – 1986) e dall’Organizzazione mondiale della sanità «un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno». Ma non può essere descritto solo come un fenomeno sensoriale, perché anche un composto di:

  • una parte percettiva (la nocicezione) per quanto concerne i sensi, per cui avviene la ricezione e il trasporto al sistema nervoso centrale di stimoli potenzialmente lesivi per l’organismo;
  • una parte esperienziale (quindi del tutto privata, la vera e propria esperienza del dolore) che è lo stato psichico collegato alla percezione di una sensazione spiacevole.

Il dolore è fisiologico, un sintomo vitale/esistenziale, un sistema di difesa, quando rappresenta un segnale d’allarme per una lesione tissutale, essenziale per evitare un danno. Diventa patologico quando si auto-mantiene, perdendo il significato iniziale e diventando a sua volta una malattia (sindrome dolorosa).

Il dolore ha avuto e mantiene una funzione e importanza fondamentale nella sopravvivenza dell’individuo specialmente animale e dunque umano, come avviso dell’esigenza di reagire a una aggressione o a un danno all’integrità fisica. In tale prospettiva i recettori del dolore riescono a individuare vari tipi di stimoli pericolosi che siano meccanici, chimici, termici. Perciò i recettori nocicettoriali sono presenti in tutti gli organismi viventi non vegetali, proprio perché durante la selezione naturale la loro utilità ne ha preservato la funzione.

Indagini  epidemiologiche hanno dimostrato che, in Italia, il dolore cronico affligge 1 cittadino su 4 (circa 15 milioni di italiani), per un periodo medio di 7,7 anni e che 1/5 circa dei pazienti soffre di dolore per oltre 20 anni. Questi dati mettono in luce la dimensione del problema, causato da ogni tipo di malattia, con rilevanti conseguenze sulla qualità della vita, delle relazioni, del lavoro e così via. Il dolore è quindi una dimensione molto importante dal punto di vista generalmente esistenziale, cognitive ed esperienziali, fino a conseguenze psico-morali radicali quali: depressione, disperazione, esame della possibilità suicidiaria e dunque eutanasia, anche nelle sue dimensioni socio-culturali e legali, come mostra il recente asperrimo dibattito italiano sul testamento biologico e i casi estremi noti a tutti, come quelli di DJ Fabo, P.G. Welby ed Eluana, che anch’io ho spesso qui trattato.

Riporto dal web il seguente affidabile brano tecnico:

Il dolore, anche se sembra un controsenso, può avere due accezioni: utile e non utile; diventa utile quando esso rappresenta un campanello d’allarme e ci fa capire che siamo di fronte a un potenziale problema più o meno grave. Tutti i dolori che non fanno le veci di un campanello d’allarme sono inutili e devono essere soppressi; tali dolori sono rappresentati da tutti i tipi di dolore cronico, di qualunque natura essi siano, benigni o maligni. In alcuni rari casi patologici, il dolore può non presentarsi in alcuna delle due tipologie precedenti,e quest’assenza di dolore risulta essere molto pericolosa,in quanto esclude tanto il dolore inutile con gli annessi svantaggi quanto il dolore utile e i suoi numerosi vantaggi. Il dolore può risultare pungente, tirante, bruciante, pruriginoso, a sbarra, compressivo. Il fatto che sia una esperienza personale implica un valore soggettivo che non è facilmente quantificabile. In altre parole è assai difficile misurare e valutare un dolore nella sua completezza. Solitamente crea disagio fisico e psichico e compassione (o gioia maligna) sociale. Prima di giungere alla corteccia cerebrale lo stimolo muta in tre eventi: trasduzione, trasmissione e modulazione.
Dal punto di vista della durata temporale, il dolore è classificabile come:

Transitorio: vi è attivazione dei nocicettori, corpuscoli responsabili della trasmissione degli stimoli dolorosi, senza danno tissutale. Scompare con la cessazione dello stimolo;

Acuto: è un dolore nocicettivo, di breve durata in cui solitamente il rapporto di causa/effetto è evidente: nel dolore acuto, per effetto di una causa esterna o interna, si ha una fisiologica attivazione dei nocicettori. Si ha, in genere, un danno tissutale; il dolore scompare con la riparazione del danno.

Recidivo: come spesso in cefalgie.

Persistente: la permanenza dello stimolo nocicettivo o della nocicezione rendono il dolore “persistente”.

Cronico: associato a profonde modificazioni della personalità e dello stile di vita del paziente che costituiscono fattori di mantenimento indipendenti dall’azione dei nocicettori.

Il dolore è suddiviso in due tipi principali in base alla sua manifestazione temporale.

  • Il dolore lento compare entro un secondo o più dallo stimolo dolorifico e perdura a lungo.
  • Il dolore rapido compare entro un decimo di secondo dallo stimolo dolorifico e generalmente non viene percepito dai tessuti profondi.

Oltre a queste tipologie di dolore ne esistono molte altre che si basano sulla provenienza anatomica dello stimolo dolorifico (somatico, viscerale, misto) o sulla tipologia dello stimolo dolorifico (acuto, puntorio, urente, lancinante, elettrico, pulsante, cronico e altri).

Il dolore somatico è il dolore veicolato dalle fibre afferenti somatiche che trasportano le sensazioni dolorose dalla testa, dal tronco e dalle estremità. Rispondono a stimoli quali pressione, trazione, taglio, sfregamento, variazioni termiche, variazioni del pH, azioni enzimatiche.

Il dolore viscerale viene veicolato dalle fibre che decorrono nei nervi simpatici (di provenienza generalmente toracica) e parasimpatici provenienti dalle restanti strutture). Gli impulsi nocivi vengono evocati da stimoli quali distensione brusca dei visceri, contrazioni, irritanti chimici, infiammazione.

Il dolore misto si manifesta sia nelle strutture somatiche sia nelle viscerali: ad esempio l’estensione di un processo infiammatorio da un organo addominale al peritoneo parietale.

Il dolore riferito viene proiettato a distanza rispetto al viscere in cui origina lo stimolo nocivo, come ad esempio il dolore al braccio nel corso di un infarto miocardico. Sono state formulate tre teorie per spiegare questo fenomeno. La teoria metamerica sostiene che, dato che le fibre afferenti decorrono assieme, lo stimolo doloroso si propaga alle terminazioni vicine a livello corticale, che generano quindi la sensazione dolorosa nella sede periferica di loro competenza, differente da quella originale. La teoria della convergenza afferma che essendo il numero delle fibre nervose periferiche somatiche e viscerali molto superiore rispetto alle cellule nervose della sostanza grigia del midollo spinale, numerose fibre agirebbero sullo stesso assone spino-talamico che verrebbe in tal modo stimolato da fibre provenienti da zone anche molto lontane tra loro. La teoria della facilitazione sostiene l’esistenza di rapporti tra le fibre somatiche e viscerali. Ritiene che impulsi nocivi viscerali possano abbassare la soglia di attivazione delle fibre somatiche che provocherebbero quindi una percezione dolorosa nelle aree di loro competenza.

Il dolore idiopatico o psicogeno è un tipo di dolore riferito senza una causa evidente. Può essere riferito un dolore il cui livello di intensità non abbia corrispondente motivazione organica.”

Si possono, inoltre, distinguere varie forme di dolore: a)  nocicettivo collegato al sistema nervoso centrale; b) neuropatico in seguito a lesioni del sistema nervoso periferico e centrale, amputazioni, paraplegie, diabete, etc.; c) funzionale, come il mal di schiena; d) psicosomatico, connesso al sistema nervoso simpatico in stati d’ansia, al parasimpatico in stati di depressione, per aumento del tono muscolare in stati di stress emotivo.

Un’altra questione da non mai trascurare è relativa alla necessità di una seria terapia del dolore, proporzionato alla situazione e al soggetto interessato dal dolore stesso. A seconda che la sua intensità sia lieve, moderata o severa, i farmaci che devono essere impiegati sono diversi, cosicché il dolore si misura  in diversi modi e differenti tecniche, ad esempio con le seguenti “scale” (cf. web):

Scala VAS (soggettiva)

La scala VAS è una retta di 10 cm con due estremità che corrispondono a “nessun dolore” = 0 e il massimo possibile (oppure il massimo di cui si ha avuto esperienza) = 10. È uno strumento unidimensionale che quantifica ciò che il malato soggettivamente percepisce come dolore, oppure come sollievo. Al paziente verrà chiesto di segnare con una crocetta un punto tra le due linee; successivamente il clinico misurerà con un righello i millimetri che distanziano la X disegnata dal paziente dalla linea corrispondente a nessun dolore. Il dolore misurato tramite VAS viene espresso con un valore a 2 cifre (es 40, 60, 75, ecc.).

Scala verbale VDS (soggettiva)

La scala verbale semplice VDS è unidimensionale e ripropone il susseguirsi di aggettivi che quantificano il dolore. Al paziente verrà chiesto di indicare quale tra gli aggettivi proposti caratterizza meglio il suo dolore: NESSUNO; MOLTO LIEVE; LIEVE; MODERATO FORTE; MOLTO FORTE.

Scala numerica NRS

La scala NRS si basa sull’utilizzo di una scala costituita da 11 gradi da 0 a 10, dove 0 corrisponde alla totale assenza di dolore e 10 rappresenta il peggior dolore immaginabile dal paziente. La valutazione del dolore viene effettuata chiedendo al paziente di assegnare un punteggio corrispondente al dolore provato.

Scala di Wong Baker o delle espressioni facciali

La scala HFPRS è composta da disegni di faccine con diverse espressioni: da sorridente (che significa nessun dolore) fino al pianto disperato (che significa il peggior dolore possibile). È un sistema di valutazione che viene utilizzato nei bambini o nelle persone che hanno difficoltà espressive. Il bambino, o l’adulto, deve indicare quale espressione, in quel momento, rappresenta meglio la sua sensazione dolorosa.

Scala FLACC

La scala FLACC è utilizzata per la valutazione del dolore nei bambini tra i 2 mesi e i 7 anni d’età sulla base di cinque parametri: espressione facciale, gambe, attività, pianto, consolabilità. Il nome deriva dall’acronimo inglese dei cinque parametri (face, leg, activity, cry, consolability).

Le scale, tra di loro, non possono essere ufficialmente confrontate in quanto non ci sono evidenze scientifiche che ne dimostrino la corrispondenza. Proprio per questo motivo, negli ultimi tempi si sta cercando di utilizzare, almeno negli studi clinici, un’unica tipologia di scala che è la scala NRS. Questo permette agli studiosi di confrontare tra loro i risultati delle diverse ricerche per dare delle risposte cliniche valide ai malati di dolore. È importante che il dolore venga misurato con regolarità anche per poter capire se la terapia antalgica impostata ha effetto.

Il dolore, come propone l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), va trattato nei modi più opportuni, a seconda delle tipologie e della maggiore o minore acuzie, utilizzando farmaci caratterizzati da diversi principi attivi, dagli antinfiammatori, agli antalgici,  agli oppioidi più o meno forti. I farmaci devono essere somministrati preferibilmente per via orale, nella misura e nei tempi correlati alla tipologia del dolore e alle caratteristiche della persona sofferente, che è e rimane il protagonista principale della situazione, sia nel caso del dolore fisico, oggetto dell’arte medica, sia nel caso del dolore spirituale e morale, che è oggetto della filosofia antropologica e morale, nonché delle discipline psicologiche che negli ultimi decenni si sono sviluppate.

Correlato al concetto di dolore troviamo quello di sofferenza (dal latino sub-fero,  sopporto) come una condizione che nasce dal dolore fisico o morale e che mi accompagna nel tempo. In ogni caso i diversi tipi di dolore possono essere collegati nella dimensione unitaria dello psico-somatismo, poiché l’essere umano, come insegnava Aristotele, è una struttura complessa, ma unitaria.

La sofferenza può essere anche considerata come la dimensione soggettiva del dolore, cioè come lo sento “quando qualcosa mi duole…”.

 

Il Dolore in Filosofia

Le prime concezioni filosofiche sul dolore compaiono nei presocratici come in Democrito (460-380 a. C. ca). Questo pensatore ritiene che il dolore possa essere contrastato con la capacità  di euthymìa, ossia della tranquillità, della serenità dell’animo. Vero saggio dunque è colui che impronta la sua vita a regole di moderazione, di accorta misura e di equilibrio, rifuggendo i beni inferiori.

Platone (428-348 a. C.) ritiene che il dolore abbia origine non solo dal corpo, ma anche dall’anima, dove avvengono i fenomeni psico-morali, sostenuto in seguito dal suo allievo Aristotele (384-322 a. C.). Erofilo (335-280 a. C.) dimostrò fisicamente che il cervello faceva parte del sistema nervoso: una scoperta questa che venne dimenticata e riportata alla luce da Galeno (129-201 d. C.) quattro secoli dopo.

Lo stoicismo (III sec. a. C.- III d. C.) ritenne il dolore una sorta di dimensione mistica, capace di elevare l’uomo anche oltre al livello morale del divino, poiché egli riesce a sopportare anche i dolori più grandi senza avere la condizione di stato della divinità, che non può soffrire per limiti o manchevolezze fisiche.

Una cambiamento radicale avviene con Agostino d’Ippona (354-439 d. C.), quando la dimensione del dolore assume caratteristiche più universali: esso proprio, sia del corpo, sia dell’anima, sia nei comportamenti morali. Il dolore fa parte del male che è defectio boni, cioè peccato, mancanza di bene.

Nel Medioevo troviamo Tommaso d’Aquino (1224-1274)  il quale, sulle tracce di Agostino, sostiene che la stessa sofferenza dell’anima genera il dolore del corpo. Il dolore può essere alleviato dalla compassione reciproca tra gli uomini che così si spartiscono il peso della sofferenza. La concezione aristotelica del dolore durò per tutto il Medioevo corroborata dal pensiero del medico e filosofo Avicenna (980-1037) che classificò quindici tipologie del dolore che egli considerava sintomo di malattia e esso stesso malattia.

Da Renè Descartes la concezione metafisica del dolore ebbe fine, poiché si dette inizio agli studi di tipo deduttivo e dunque si scoprì come fosse il cervello la sede del dolore che ivi proviene attraverso i nervi da un’affezione periferica del corpo. Cartesio esclude, in nome del suo rigido dualismo (res cogitans o parte pensante e res extensa o parte corporea), che il dolore come fatto fisico possa essere associato a fattori psicologici che aiutino a capire l’evento doloroso.

Baruch Spinoza intuì la concezione psicofisica del dolore includendo in esso il fenomeno della melanconia, definendo come tristitia sia il dolore fisico sia il dolore morale.

Arthur Schopenhauer (1788-1860) riteneva che la stessa filosofia nascesse dalla cognizione del dolore: «Ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza… La meraviglia filosofica … è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell’intelligenza individuale: tale condizione però non è certamente l’unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l’impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio.» … aggiungendo che, se ognuno di noi non fosse che un puro soggetto sensoriale, “una testa d’angelo alata senza corpo“, non potremmo mai uscire dai fenomeni, ma poiché siamo corpo non ci limitiamo a guardarci dal di fuori ma ci sentiamo vivere, sentiamo che il corpo ci appartiene, che è l’oggetto con cui l’io tende a identificarsi e che tutto questo genera dolore inteso come un desiderio di vivere che non trova soddisfazione completa.

Alla ricerca dell’essenza della vita Schopenhauer la scopre nella presenza della “volontà di vivere“, una forza irrazionale e noumenica che spinge l’uomo a potenziare sempre più la sua esistenza corporea e ad arricchirla senza rendersi conto che in questo modo egli accresce il dolore di vivere.

La volontà di vivere produce dolore ma non per se stessa, per una sua connotazione maligna: il dolore infatti nasce quando la volontà di vivere si oggettiva nei corpi che volendo vivere esprimono una continua tensione, sempre insoddisfatta, verso quella vita che appare loro come sempre mancante di quanto essi vorrebbero. Quanto più si ha brama di vivere tanto più si soffre. Quanto più si accresce la propria vita arricchendola tanto più si soffre. Non esistono rimedi definitivi per uscire dal dolore poiché questo è connesso alla nostra stessa materialità.

L’unica via d’uscita sembra essere quella prospettata dalla filosofia orientale dell’ascesi intesa come volontaria e totale rinuncia alla corporeità. Nella mia attuale esperienza mi verrebbe da concordare con l’intuizione di Schopenhauer. Sto imparando a  moderare gli sforzi, caro lettore.

L’esistenzialismo, erede del pensiero di Kierkegaard, fino a Sartre e a Jaspers offre come prospettiva l’ipotesi della trascendenza come possibilità di pensare il dolore in quanto parte della vita, certo situazione-limite (grenz Situazion) , ma fulcro  necessario delle possibilità dell’esistente umano autocosciente e libero. Egli afferma:

« Situazioni come queste: io sono sempre in situazioni, io non posso vivere senza lotta e dolore […] fatalmente sono destinato alla morte…

Queste situazioni sono immutabili e definitive. L’impossibilità per l’individuo di comprendere l’origine ed il senso di queste situazioni e di affrontarle sul piano pratico fa capire che in esse sussiste la presenza misteriosa dell’Essere, ossia della trascendenza.

Ludwig Wittgenstein (1889-1951) sostiene che il dolore sconvolge l’uomo come un evento sordo e muto ma egli attraverso il linguaggio può esprimere il dolore dandogli un senso e raggiungendo così un sollievo alla sofferenza.

“L’espressione verbale del dolore sostituisce, non descrive il grido.”

Ecce homo, ecco l’uomo, caro il mio lettore.

L’impazienza e la presunzione

I due vizi o difetti del titolo spesso si accompagnano a presupponenza e arroganza, per sconfinare infine nella prepotenza. Bisogna stare molto attenti a questo climax comportamentale ché è molto rischioso per chi ne è “affetto”, soprattutto se di giovane età.

Lo insegnano i sapienti antichi cui spesso mi riferisco e che qui non cito. San Benedetto, di contro, elegge l’umiltà come virtù sicura per scongiurare i vizi di cui sopra. L’umiltà, come è noto, è virtù docente, poiché insegna a sentirsi vicini alla terra, all’humus da cui proveniamo e a cui torneremo, come dice la sapienza biblica: memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris, (Genesi 3, 19) cioè ricordati oh uomo che polvere sei e polvere ritornerai.

Il gran Santo di Subiaco e Montecassino e di settantamila altri monasteri, poi “agganciava”, nella sua Santa Regola,  alla virtù di humilitas, le virtù di silenzio e di obbedienza. La virtù di silenzio perché il monaco imparasse l’importanza di non dare importanza alle proprie parole e la virtù di obbedienza affinché comprendesse il fondamentale atteggiamento dell’ascolto di chi merita di essere ascoltato, perché autorevole, e poteva essere il decano o l’abate, e oggi può essere il mentore o il tutor sul lavoro, l’insegnante o comunque chi può vantare, senza vantarsene, una maggiore seniorità esperienziale e di studio.

Prima di continuare la riflessione, desidero però proporre al mio paziente lettore la poesia di un autore poco conosciuto, regalatami da una mia alunna del corso di antropologia filosofica contemporanea, che parla del nostro argomento, anche se in metafora, e sappiamo come a volte le metafore siano capaci di dire-la-verità più del discorso logico-argomentativo, come insegnava Paul Ricoeur. Eccola:

Non si può stare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere…/ A che pro, allora?/ Ecco: l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto./ Salendo, devi sempre prendere nota delle difficoltà del tuo cammino;/ finché sali puoi vederle./ Nella discesa non le vedrai più,/ ma saprai che ci sono, se le avrai osservate bene./ Si sale, si vede. Si ridiscende, non si vede più; ma si è visto./ Esiste un’arte di dirigersi nelle regioni basse/ per mezzo del ricordo di quello che si è visto/ quando si era più in alto./ Quando non è più possibile vedere,/ almeno è possibile sapere.” (da Il Monte analogo– René Daumal)

Dico subito che la tesi del poeta è solo in parte condivisibile, perché, chi come me sa abbastanza di montagna, sa che anche lo scendere presuppone di sapere di poter incontrare difficoltà diverse e a volte superiori di quelle della salita. E quindi salire e scendere una montagna, è diverso che andare e tornare da Atene a Maratona e viceversa, my dear Aristoteles!

In ogni caso la lirica in verso libero di Daumal ha il merito di focalizzare l’attenzione del giovane sull’esigenza di saper guardare alle difficoltà della salita, a registrarle per non mai sottovalutarle dicendo “ah, è facile, lo sapevo già“, perché quello può esser il momento dell’inciampo o dell’errore nella scelta del sentiero, e chi sa un poco di montagna ben comprende come sbagliare un sentiero può condurre a una situazione di difficoltà irresolubile e a un rischio mortale. Perciò è preferibile che chi non ha esperienza non si metta a pontificare sul meglio da farsi (secondo lui) e piuttosto si metta in ascolto attivo di chi più sa, perché ha più sperimentato e sofferto vivendo l’esperienza.

Sintomo di impazienza e sua conseguenza, in un circolo vizioso, direbbe Paul Watzlavick, è dunque la presunzione, con i suoi corollari della presupponenza, dell’arroganza e infine della prepotenza, magari ammantate di finta umiltà.

Se il significato di impazienza è noto come contrario della virtù di pazienza (dall’etimologia greca di pathos, e latina di passio, patimento, sopportazione e anche… passione) sinonimo di fortezza e coraggio, la presunzione è il vizio di pre-sumere troppo di sé, di credersi più bravi e più sapienti di quanto non si sia; la presupponenza è un porsi agli altri con una certa vanagloria o falsa consapevolezza del proprio valore, mentre l’arroganza denota una certa aggressività conseguente, anche se talora mal trattenuta, poiché spesso se non si dà retta all’arrogante, questi tende a diventare prepotente.

E il prepotente, se ha la possibilità, per status o per ruolo, di poter esercitare la prepotenza, è un bel guaio per chi gli sta attorno.

Se invece non ha né lo status né il ruolo, il bel guaio capita all’incauto.

Follia filosofica e visionarietà progettuale

Ho letto in questi giorni Nick Bostrom, fisico, filosofo e neuroscienziato svedese quarantacinquenne, PhD alla London School of Economics, direttore del Future of Humanity Institute di Oxford, nel suo Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, 2018, regalatomi per il mio compleanno da Alina e Stefano. Un libro furbamente intelligente-intrigante e socialmente pericoloso, se il lettore non possiede una buona cultura filosofico-scientifica e una sufficiente soglia critica.

Per esemplificare, forse un po’arbitrariamente una parte del suo pensiero, pur correndo il classico rischio della fuorvianza o devianza interpretativa dovuta all’estrapolazione di un brano dal testo completo, ma Bostrom me lo perdonerà perché leggo tra le righe che è uomo di spirito, ti propongo, caro lettore, quanto si trova a pag. 161, in una manchette a sfondo grigio, certamente scelta dal grafico per dare maggiore importanza al testo:

“(…) Per alcuni lettori il fatto che la capacità di eseguire 10 alla 85esima potenza operazioni computazionali sia molto importante potrebbe non essere ovvio, quindi è utile contestualizzarla. Potremmo, per esempio, confrontare questo numero con la nostra stima (box 3 cap. 2) che sarebbero necessarie 10 alla 31esima meno 10 alla 44esima operazioni per simulare tutte le operazioni neuronali che avranno avuto luogo nella storia della vita sulla Terra. In alternativa, supponiamo che i computer siano usati per far girare emulazioni globali del cervello umano che vivono una vita ricca e felice interagendo tra loro in ambienti virtuali. Una stima tipica dei requisiti computazionali per far girare un’emulazione è 10 alla 18esima operazioni al secondo. Per far girare un’emulazione per 100 anni soggettivi quindi sarebbero necessarie grosso modo 10 alla 27esima operazioni. Ciò significa che si potrebbero creare almeno 10 alla 58esima vite umane in emulazione anche con ipotesi abbastanza prudenti riguardo all’efficienza del computronium.

In altre parole, supponendo che l’universo osservabile non contenga civiltà extraterrestri, a essere in gioco sono almeno 10 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 vite umane (anche se il numero reale è probabilmente maggiore). Se rappresentiamo tutta la felicità provata (e qui viene il bello, ndr) nel corso di una di queste vite con una sola lacrima di gioia, la felicità di queste anime potrebbe riempire gli oceani della Terra una volta al secondo e continuare a farlo per 100 miliardi di millenni. E’ molto importante assicurarci che siano davvero lacrime di gioia.

Occorrono commenti logorroici? Non penso, perché basta solo chiedersi come le lacrime di gioia escono dalle celle lacrimali, per quale ragione, in che contesto, in chi, per risponderci che il mero esempio computazionale è uno sterilissimo gioco accademico statistico. Infatti, l’ultima domanda che si fa Bostrom fa crollare l’intero impianto argomentativo. Basti solo pensare che si potrebbe indurre la lacrimazione in millanta altri modi, o che l’espressione gioiosa del volto potrebbe essere bio-elettricamente stimolata fino alla stereo-tipizzazione. Et de quo satis.

… e poi quanto si legge a pag.197, dove Bostrom sviluppa il tema etico-morale della sua ricerca in un capitolo dal titolo “Crimine morale”, che significa come si renda perfettamente conto di quanto va scrivendo.

“(…) Non voglio dire che dal punto di vista morale la creazione di simulazioni senzienti sia necessariamente sbagliata in ogni situazione. Molto dipenderebbe dalle situazioni in cui vivono questi esseri, in particolare dalla qualità edonica (e che è? lo so bene ciò che è,  ndr) delle loro esperienze, ma forse anche da molti altri fattori. Anche se elaborare un’etica per questi problemi è un compito che esula dagli scopi di questo libro, un punto chiaro è che si potrebbe produrre una gran quantità di morti e sofferenze tra menti simulate o digitali e, a fortiori, di risultati moralmente catastrofici.

Una superintelligenza digitale potrebbe avere anche altre ragioni strumentali, oltre a quelle epistemiche, per eseguire computazioni che istanziano menti senzienti, o che comunque infrangono le norme morali: potrebbe minacciare di maltrattare simulazioni senzienti, o impegnarsi a ricompensarle, allo scopo di ricattare o incentivare vari agenti esterni, oppure potrebbe creare simulazioni per indurre incertezza indessicale negli osservatori esterni.”

Mi fermo qui perché il testo si commenta da sé.

Ma poi, andando avanti, quando Bostrom ipotizza di viaggiare al 50% o al 99% della velocità della luce, cosa ovviamente impossibile allo stato presente e futuro delle cose, cosicché potremmo intercettare pianeti abitati da intelligenze pari o superiori alle nostre, con visioni morali molto diverse, vien da pensare che si possono fare le ipotesi più strampalate, in onore del pensiero pensante e in quanto tale potenzialmente pensante qualsiasi cosa e mai stanco di pensare, perché si pensa anche quanto si pensa di non pensare, appunto, pensando di non pensare. Platone e Aristotele, in fondo, pensavano che la filosofia fosse un’attività beata, anche se non la si volesse finalizzare a nient’altro che al piacere di pensare in modo elevato, e perciò apportatore di gioia spirituale. Perché no? Anch’io, in fondo, ho un’idea della filosofia più legata al piacere intellettuale che alla sua funzionalità pratica, se non nella sua branca morale.

Nella visione di Bostrom, per avviarmi a concludere questa breve e parziale esegesi di uno dei suoi testi, forse sarebbe addirittura preferibile un’etica declinata secondo l’AI, affidata a macchine che acquisiscono i connotati neuro-morfici delle reti corticali del cervello umano, un po’ come raccontato in film del genere Robocop, Terminator, Matrix e, appunto, lo spielberghiano AI.

L’umanesimo rimanente nella visione ipotizzata nel libro qui citato potrebbe essere, da un lato la ECG o ecografia cerebrale generale, e la VET, cioè la volontà estrapolata coerente. Ciò che resta dell’uomo biologico: what remains the human kind.

L’importante è che l’uomo pensi, ricerchi, scriva, comunichi, ma sempre con l’umiltà della consapevolezza del proprio limite.

A volte seguire le regole e fare la cosa giusta non è la stessa cosa, o della “giustizia giusta” (in greco antico si dice epicheia)

La giustizia giusta, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino è l’epicheia. Il doctor angelicus (Tommaso) la definisce in latino in questo modo: aequitas iustitia dulcore misericordiae temperata, cioè una giustizia temperata dall’equità misericorde, val inoltre a dire una giustizia che non tiene conto solo della norma scritta, ma anche delle circostanze particolari che, se non considerate, potrebbero rendere ingiusta l’applicazione della norma stessa.

Il termine e il concetto stesso di epicheia ha la sua origine nella Grecia classica, per cui bisogna partire da lì, colloquiando con autori come Gorgia e Aristotele, Tucidide e Plutarco, Esiodo ed Euripide, e con autori meno noti presenti su papiri del tempo (VI-IV sec. a. C.; I-II sec. d. C.).

Innanzitutto il termine epicheia è polisemantico, cioè propone diversi significati. Lasciando in questa sede da parte gli autori “minori” sull’argomento, mi soffermerei essenzialmente sui due padri “magni” del pensiero greco, Platone e Aristotele.

In Platone il termine assume vari significati come “equità”, “convenienza” o “moderazione”, come si può trovare nei testi seguenti: Politico 294 a-301 a, e Leggi, VI, 757 a ss. Nel Politico Platone, tra l’altro, afferma che «il perfetto monarca sarà sempre da preferire alla più perfetta legislazione, perché la legge irrigidita nella scrittura non si può adattare con sufficiente prontezza al mutar delle situazioni e non permette perciò di fare nel necessario momento ciò che è veramente necessario». Le leggi scritte sono dunque rigide, poiché  esse non possono «attribuire con precisione a ciascun individuo ciò che gli conviene»

In ogni caso Platone sa che non esiste il governante perfetto, come anche noi sappiamo, empiricamente, essendoci sempre il rischio di imbattersi in sotto il dominio di incompetenti e crudeli tiranni. Per questo, spiega, le leggi sono necessarie anche se imperfette, con queste parole «Io credo, infatti, che contro le leggi stabilite sulla base di una lunga esperienza e per consiglio di uomini che le hanno meditate con cura nei singoli particolari e che hanno persuaso la popolazione a promulgarle, chi osasse agire contro questi leggi, commetterebbe un errore, sconvolgendo ogni attività in misura ancora maggiore di quanto facciano le leggi scritte».

Un passaggio interpretativo non facile è quello contenuto in Leggi, VI, 757 a ss., dove si propone, forse per la prima volta in filosofia politica la questione dello “Stato di Diritto”, cioè ciò che attiene l’eguaglianza dei cittadini nei confronti dello Stato.

In ogni caso Platone propone l’idea di dare a ciascuno secondo i meriti e i bisogni (da chi ha copiato il dottor Marx quest’idea?), anche se ciò è molto difficile da realizzare, in quanto si configura come una sorta di eguaglianza proporzionale., vale a dire una forma di egualitarismo equo, che in parte ossimoro, in parte metafora di una verità morale difficilmente definibile, poiché fa correre sempre il rischio nel giudice/ legislatore di commettere parzialità a favore o a sfavore dei singoli.

In Aristotele l’epicheia diventa una virtù di enorme importanza, con conseguenze decisive nel successivo pensiero morale cristiano-cattolico, come si evince soprattutto dall’Etica Nicomachea, libro V, 1137 a 31-1138 a 3 e dalla Retorica, libro I, 1374 a-1375 b. Anche la Grande Etica, II, 1198 b -1199 a contiene un ampio riferimento, peraltro meglio sviluppato nello scritto a Nicomaco.

Occorre ricordare che il grande stagirita è il primo filosofo a credere che l’etica sia il sapere precipuo della vita buona e delle virtù, cioè di ciò che dal cristianesimo in poi si dice “Etica della persona”. Questo tipo di etica, a differenza di quanto sostengono pensatori contemporanei, figli dello scetticismo di tutti i tempi (nel prossimo post tratterò del pensatore svedese Nick Bostrom), afferma con chiarezza che è fondata su: a) una ragione pratica, dei suoi principi, delle sue condizioni e della sua attività; b) da una propria teoria dell’azione; c) e da un modo particolare di intendere il ruolo della norma e il suo rapporto con le virtù morali in quanto principi pratici, antropologici, ontologici e -in teologia morale- anche teologici.

Aristotele tratta dell’epicheia verso la fine del libro V dell’Etica Nicomachea, libro dedicato alla giustizia. E’ evidente che questa virtù è strettamente correlata alla giustizia, pur non essendo la stessa virtù, e comunque non è facile co-relarle, se si giustappongono in termini alternativi come nel seguente schema: infatti, appare strano che l’equo, che è qualcosa di diverso e ulteriore rispetto al giusto, sia tuttavia degno di lode: infatti, se sono diversi, o il giusto non è buono o l’equo non è giusto; o se entrambi sono buoni, essi sono la stessa cosa.

Ma non è così, come spiega Aristotele nel seguente brano: «Ciò che produce l’aporia è il fatto che l’equo è sì giusto, ma non il giusto secondo la legge, bensì un correttivo del giusto legale. Il motivo è che la legge è sempre una norma universale, mentre di alcuni casi singoli non è possibile trattare correttamente in universale. Nelle circostanze, dunque, in cui è inevitabile parlare in universale, ma non è possibile farlo correttamente, la legge prende in considerazione ciò che si verifica nella maggioranza dei casi, pur non ignorando l’errore dell’approssimazione. E non di meno è corretta: l’errore non sta nella legge né nel legislatore, ma nella natura della cosa, giacché la materia delle azioni ha proprio questa intrinseca caratteristica. Quando, dunque, la legge parla in universale, ed in seguito avviene qualcosa che non rientra nella norma universale, allora è legittimo, laddove il legislatore ha trascurato qualcosa e non ha colto nel segno, per avere parlato in generale, correggere l’omissione, e considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione. Perciò l’equo è giusto, anzi migliore di un certo tipo di giusto, non del giusto in senso assoluto, bensì del giusto che è approssimativo per il fatto di essere universale. Ed è questa la natura dell’equo: un correttivo della legge, laddove è difettosa a causa della sua universalità. Questo, infatti, è il motivo per cui non tutto può essere definito dalla legge: ci sono dei casi in cui è impossibile stabilire una legge, tanto che è necessario un decreto. Infatti, di una cosa indeterminata anche la norma è indeterminata, come il regolo di piombo usato nella costruzione di Lesbo: il regolo si adatta alla configurazione della pietra e non rimane rigido, come il decreto si adatta ai fatti. Che cosa è dunque l’equo, e che è giusto e migliore di un certo tipo di giusto, è chiaro. Da ciò risulta manifesto anche chi è l’uomo equo: è equo infatti chi è incline a scegliere e a fare effettivamente cose di questo genere, e a chi non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge. Questa disposizione, Hèxis,  (il latino habitus electivus, che sarà ripreso sistematicamente da Tommaso d’Aquino, ndr), è l’epicheia, che è una forma speciale di giustizia e non è una disposizione di genere diverso». (cf. parte finale dell’Etica a Nicomaco)

Aristotele intende dunque l’epicheia come una vera e propria virtù morale dell’uomo, una virtù della vita buona e del ben vivere, non una mera interpretazione soggettiva della legge. Ciò significa che essa non è l’interpretazione della legge positiva fatta dal legislatore o dal giudice quando i termini della legge sono oscuri. In ogni caso è un correttivo della legge, laddove essa è carente per la sua universalità e incapacità di interpretare i singoli fatti concreti, il giusto e l’ingiusto, ma quello lì, non quello generico o generale. La prima versione latina dell’Etica Nicomachea, dovuta a Roberto Grossatesta, rendeva, infatti, il termine greco con directio. Virtù direttiva come capacità di orientare la scelta verso ciò che è giusto, anche se legalmente non secondo la norma. Una frase aristotelica che illumina quest’ultimo passaggio è la seguente: “…è legittimo considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione.” E la seguente: “… non è pignolo nell’applicare la giustizia fino al peggio, ma è piuttosto portato a tenersi indietro, anche se ha il conforto della legge.”

 

In Tommaso d’Aquino troviamo alcuni commenti all’Etica Nicomachea

Egli tratta del testo aristotelico nella lectio 16 del libro V del suo Commento, che si può sintetizzare come segue. Intanto, Tommaso conferma che l’epicheia è un habitus, una virtù, e concretamente «est quaedam species iustitiae, et non est alius habitus a iustitia legali», cioè si tratta di una specie di giustizia, poiché altro non vi è altra virtù dalla giustizia legale. Secondo la traduzione latina su cui lavora, S. Tommaso spiega che il compito dell’epicheia è la directio iusti legalis, cioè la direzione della giustizia legale, poiché di certe materie non è possibile parlare in termini universali con totale esattezza.

Il punto in cui S. Tommaso sembra aggiungere qualcosa è il suo richiamo al diritto naturale, del quale parla Aristotele nello stesso libro V. «Verum est enim quod id quod est epiiches est quoddam iustum et est melius quodam alio iusto: quia, ut supra dictum est, iustum quo cives utuntur dividitur in naturale et legale: est autem id quod est epiiches melius iusto legali, sed continentur sub iusto naturali. Et sic non dicitur melius quam iustum, quasi sit quoddam aliud genus separatum a genere iusti. Et cum ambo sint bona, scilicet iustum legale et epiiches, melius est illud quod est epiiches».

E qui di seguito, per concludere, propongo alcuni passi latini di facile comprensione in tema.

Tommaso propone alcuni esempi, tratti dai commenti greci del testo aristotelico, e che sono diventati classici. «Sicut reddere depositum secundum se iustum est et ut in pluribus bonum; in aliquo tamen casu potest esse malum, puta si reddatur gladius furioso». Più avanti: «Sicut in quadam civitate statutum fuit sub poena capitis quod peregrini non ascenderent muros civitatis, ne scilicet possent dominium civitatis usurpare. Hostibus autem invadentibus, peregrini quidam ascendentes muros civitatis defendunt civitatem ab hostibus, quos tamen non est dignum capite puniri. Esset enim contra ius naturale ut benefactoribus poena rependeretur. Et ideo secundum iustum naturale oportet hic dirigere iustum legale». Si vede come l’epicheia, nel primo caso, evita qualcosa di moralmente negativo e, nel secondo, evita di andare contro il diritto naturale. L’applicazione della legge positiva va regolata secondo il diritto naturale. In questa ottica, l’epicheia non è qualcosa che si può benevolmente applicare, ma va necessariamente applicata. Ciò è richiesto dalla giustizia e dall’ordine morale.

Non manca il riferimento all’atteggiamento proprio del virtuoso: «et dicit quod talis non est acribodikaios, idest diligenter exequens iustitiam ad deterius, idest ad puniendum, sicut illi qui sunt rigidi in puniendo, sed diminuunt poenas quamvis habeant leges adiuvantem ad puniendum. Non enim poenae sunt per se intentae a legislatore, sed quasi medicina quaedam peccatorum. Et ideo epiiches non plus apponit de poena quam sufficiat ad cohibenda peccata». Neanche qui si può evitare l’impressione di duplicità. Si passa ad un altro argomento, specificamente ad una tematica di diritto penale.

Negli esempi prima riportati non si tratta di essere mite nel punire, o di non punire più di quanto basta per reprimere i peccati, ma di situazioni nelle quali punire sarebbe stato moralmente cattivo e intrinsecamente ingiusto, in quanto sarebbero state punite azioni che in realtà non rientravano nella legge che stabiliva la pena.

In ogni caso, San Tommaso propone riflessioni di notevole interesse per il diritto penale, specialmente quando il giudice valuta le attenuanti eventualmente rinvenibili nelle intenzioni dell’atto delittuoso detto reato.

Infine, anche in teologia morale cristiana, partendo dalle cosiddette “avversative matteane”, caro lettore, al cap 5 del vangelo secondo Matteo, dopo il vrs, 8 che conclude l’elenco delle Beatitudini, trovi la fonte originaria e originante di ogni commento teologico successivo, come quello sopra citato del buon Tommaso d’Aquino, mio maestro sopra tutti.

In questo 11 febbraio di pieno inverno Marco ci racconta (1, 40-45) una storia del Maestro, che consola

“Un giorno, in una città che stava visitando, un lebbroso gli si fece incontro lungo la via e, appena lo vide, gli si gettò ai piedi supplicandolo dicendo: “Signore, se tu lo vuoi, puoi guarirmi”. Gesù non vide colpa in lui, quindi, allungò la mano, lo toccò nella sua infermità, e gli disse: “Lo voglio, sìì guarito”.

Subito la lebbra sparì dall’uomo. Lo mandò in pace dicendogli di non dirlo a nessuno: “Recati, piuttosto, dal sacerdote e mostrati a lui perché ne dia testimonianza. Poi recati al Tempio e fa l’offerta del sacrificio, come ha stabilito Mosè, perché questa diventi per loro un’attestazione di guarigione”.

Il lebbroso non ascoltò quella raccomandazione tanta era la gioia per l’avvenuta guarigione. Infatti, appena Gesù fu partito da quel luogo, l’uomo si dette a divulgare il fatto a chiunque incontrasse. Così e anche per altri fatti la fama di Gesù si diffuse sempre di più nella regione.

Una folla numerosa accorreva a Lui da ogni parte dei villaggi e delle città. Si radunavano per ascoltarne la parola e per farsi guarire dalle malattie. Gesù, a sera, poi si ritirava in luoghi deserti a pregare e meditare ogni qualvolta vi riusciva.”

Il racconto si trova anche nei vangeli secondo san Matteo (8, 1-4) e secondo san Luca (5, 12-16) e, un po’ stranamente, vista la tendenza di san Marco a essere solitamente più sintetico degli altri evangelisti sinottici, questa volta, al contrario, indugia in un racconto più lungo, con dovizia di particolari che nei testi paralleli mancano, e mi riferisco soprattutto al dialogo tra il malato e Gesù. Si tratta del cuore del racconto ed è per questo che ho scelto la versione marciana. “Se tu vuoi, puoi“, dice il lebbroso, e Gesù decide e agisce, raccomandandogli di non fare propaganda all’evento straordinario, e piuttosto di andare dal sacerdote affinché questi attesti l’avvenuta guarigione.

Gesù tocca un immondo anche se la Legge di Mosè prescriveva la sua emarginazione. La visione arcaica, vetero-testamentaria considerava i lebbrosi reietti da Dio e dagli uomini, colpevoli sicuramente di gravi peccati, direttamente o indirettamente in ragione di peccati commessi dai genitori o dagli avi.

E’ chiaro che la medicina del tempo non aveva rimedi a quella grave e contagiosa malattia, e dunque la società si rivolgeva al diritto religioso per rimediare, inventando colpe immaginarie per giustificare la presenza della malattia e del dolore, quasi fosse una sorta di giustizia retributiva, che per il Maestro di Nazaret è manifestamente assurda, visto il suo intervento deciso.

Gesù viola la legge mosaica e diventa pure lui immondo, andando oltre la Scrittura e le regole ivi riportate, tranquillamente, e sapendo (Lui sa) di interpretare il volere divino. E anche il lebbroso ha capito la compassione del Maestro, che lui intuisce dicendogli “Se tu vuoi, puoi“, e Gesù, mosso fin nei visceri (rahumin) a compassione, vuole.

Ciò significa molto: che il dolore vissuto (dal lebbroso) e  compreso (da Gesù) è più istruttivo della gioia, è a talora fonte di sapienza profonda, paradossalmente.

La guarigione del tempio avviene fuori dal Tempio, e nonostante le norme dettate dall’autorità religiosa, cosicché è qualcosa di straordinario per quel tempo, ma anche per noi. Anche noi abbiamo bisogno di cercare al di fuori della norma, della consuetudine, di ogni confort zone che siamo tentati di coltivare nella nostra vita e nel nostro lavoro.

La comodità attrae chiunque, ma affloscia lo spirito, così come la desuetudine all’impegno, alla fatica e, posso ben dirlo, al dolore, che non auguro a nessuno, e scongiuro ogni giorno curandomi e pregando, ma comprendendo, forse, le ragioni dell’imperfezione, del divenire, del cambiamento, della vita, come esercizio e come accettazione.

“(…) Non mi avete fatto niente… con le vostre inutili guerre (…)”, nella “preistoria” attuale di questo mondo!

Caro lettor mio della domenica,

nel titolo è la Terra che parla agli Esseri Umani arrancanti lungo la china, non so se ascendente in termini di consapevolezza morale, della loro umanità.

Ecco il testo della canzone vincente il festival di Sanremo, a guisa di spunto riflessivo più ampio,

A Il Cairo non lo sanno che ore sono adesso/ Il sole sulla Rambla oggi non è lo stesso/ In Francia c’è un concerto/  la gente si diverte/ Qualcuno canta forte/ Qualcuno grida a morte/ A Londra piove sempre ma oggi non fa male/ Il cielo non fa sconti neanche a un funerale/ A Nizza il mare è rosso di fuochi e di vergogna/ Di gente sull’asfalto e sangue nella fogna/ E questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra/ Ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra/ Galassie di persone disperse nello spazio/ Ma quello più importante è lo spazio di un abbraccio/ Di madri senza figli, di figli senza padri/ Di volti illuminati come muri senza quadri/ Minuti di silenzio spezzati da una voce/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete tolto niente/ Questa è la mia vita che va avanti/ Oltre tutto, oltre la gente/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre/ C’è chi si fa la croce/ E chi prega sui tappeti/ Le chiese e le mosche/ l’Imàm e tutti i preti/ Braccia senza mani/ Facce senza nomi/ Scambiamoci la pelle/ In fondo siamo umani/ Perché la nostra vita non è un punto di vista/ E non esiste bomba pacifista/ Non mi avete fatto niente/ Non mi avete tolto niente/ Questa è la mia vita che va avanti/ Oltre tutto, oltre la gente/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre/ Le vostre inutili guerre/ Cadranno i grattaceli/ E le metropolitane/ I muri di contrasto alzati per il pane/ Ma contro ogni terrore che ostacola il cammino/ Col sorriso di un bambino/ Col sorriso di un bambino/ Col sorriso di un bambino/ Non mi avete fatto niente/ Non avete avuto niente/ Non mi avete fatto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non mi avete tolto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non mi avete fatto niente/ Le vostre inutili guerre/ Non avete avuto niente/ Le vostre inutili guerre/ Sono consapevole che tutto più non torna/ La felicità volava/ Come vola via una bolla.”

Meta e Moro, con la loro vibrante canzone ci fermano sul ciglio del marciapiede a pensare. Viviamo in un tempo che parla di IA, cioè intelligenza artificiale, cui pare potremo affidare, se pure con prudenza, tra pochi decenni alcune incombenze attualmente “umane”, e ciò nonostante registriamo nell’ultimo secolo o poco più il massimo di violenza tra gli esseri umani, con le guerre più sanguinose e il maggior numero di morti e feriti rispetto a ogni altro periodo storico.

Che dobbiamo pensare e fare allora, si chiedono i due cantautori? Rispondere con un sorriso agli schiaffi che riceviamo, direi, traducendo in linguaggio teologico cristiano, anche se semi-apocrifo: porgendo l’altra guancia. Aggiungo: chi ci riesce. Io stesso, che son provvisto di una qualche facoltà raziocinante, faccio a volte tanta fatica a comportarmi in modo aperto, alto, auto-controllato. Una fatica boia, e so che molti lettori mi capiscono e condividono.

Per tornare “dentro” un pensiero capace quantomeno di comprendere la -oso chiamarla così- plausibilità fattuale della violenza inter-umana, ho la necessità di interpretare le “scienze dure” dell’evoluzione, come le chiamava Wilhelm Dilthey (Naturwissenschaften), per distinguerle rigorosamente dalle Geistwissenschaften, o “Scienze dello Spirito”, la filosofia e la psicologia. I pazzoidi drogati dell’Isis o Luca Traini, per dire dell’ultimo, può darsi abbiano anche delle limitazioni nell’hardware cerebrale, e precisamente nell’area dei lobi orbito-frontali dell’encefalo. Non lo  so, lo ipotizzo -comunque da osservatore profano, ché un teologo-filosofo non è un neuro-scienziato-  in base alle scuole neuro-scientifiche più biologiste, come nel caso di Adrian Raine (cf. L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, edito da Mondadori Education nel 2016), già da me un paio di volte citato in questo sito.

Se ci orientiamo verso una progressiva “biologizzazione” delle “Scienze dello Spirito”, usando il linguaggio diltheyano, rischiamo di togliere ogni responsabilità morale all’agire umano e ogni plausibilità razionale al diritto penale, e quindi alle relazioni colpa-pena e responsabilità individuale-libero arbitrio-espiazione. Io non ce la faccio a “biologizzare” tutto. Ragionevolmente ritengo opportuno lasciare uno spazio importante anche alla libertà soggettiva, sia nella sua accezione moderna, che potremmo -agostinianamente- definire maior, sia nella sua accezione limitativa, quasi lombrosiana-rainiana, o forse, per meglio dire, luterana. Su quest’ultima citazione non dimentichiamo il durissimo dibattito che divise ai loro tempi frate Martin Lutero ed Erasmo da Rotterdam, rispettivamente sul servo o sul libero arbitrio.

Traini o qualsiasi Kouachi (strage al Charlie Hebdo) delle cronache nere del terrorismo recenti, non sono dei mutilati orbito-frontali, ma degli esseri umani deliberanti e responsabili delle loro azioni, che possiamo anche, giornalisticamente, definire “folli”, ma in qualche misura deliberate e “libere”. Folli e libere nel contempo, caro lettore.

Ecco, “giornalisticamente” scrivo qui sopra, e aggiungo subito “politicamente”. La politica e i media (si legge come si scrive, caro lettore, perché è latino non inglese) hanno in gran misura fallato e fallito anche questa volta, con rare, rarissime eccezioni. Non sto qui a distinguere troppo, ché la miseria analitica dei commentatori e l’opportunismo collocato tra afasia, ignavia ed ignoranza dei politici è sconsolante. I primi, ripeto, con rare eccezioni (forse Mauro su La Repubblica,  Ferrara su Il Foglio e L’Avvenire, quotidiano della C.E.I.), hanno semplicemente fatto da eco ai loro padroni editori o ai riferimenti partitici cui afferiscono o si piccano di condizionare (vergogna Travaglio!); i secondi, con l’eccezione del Presidente Mattarella, in questo caso meno inamidato di altre volte, sono stati, o afasici per ignoranza e opportunismo, come la setta di Grillo-Di Maio, o politicamente corretti (che noia!) come i Liberi e Uguali, o imbarazzati come il PD e Forza Italia (come vedi, caro lettore, qui li accomuno). La Lega attraversa un momento di nervosa e arrogante ignoranza, tecnica e politica (per avere sulla punta delle dita la nozione di “ignoranza tecnica” suggerisco lo studio di Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, tutta, 5.000 pagine in sei voll., Edizioni Dehoniane Bologna, circa 300 euro di costo, oh Salvini!). Amen.

Il silenzio di Beilstein

Era venuta la sera sulla cava di pietra di Beilstein, ditta Westerwaldbrücke, Assia, Deutschland. Gli operai italiani, in maggioranza friulani e abruzzesi più qualche veneto, erano in baracke ad aspettare o a preparare la cena, che toccava come corvèe a turno. Tutti sapevano far da mangiare, bene o male, i friulani meno bene. Ogni tanto qualcuno portava su dal paese una bottiglia di vino, ma solo di sabato. C’era chi tra gli operai friulani giocava a scopa, a briscola o a tressette fuori, sotto una specie di patio fatto di legno di abete come il resto della baracca, con un collega abruzzese. L’abitazione ricordava stranamente quelle che avrebbe visto a Dachau anni dopo, Pietro, che vi sarebbe andato con suo figlio, oramai grande.

Anche quell’anno, a fine febbraio, Pietro aveva portato su per la stagione un centinaio di operai friulani, due corriere piene della Ferrari, con il contratto di lavoro fino ai primi di dicembre, ché i due mesi più freddi erano interdetti al lavoro. Lassù veniva molto freddo e anche neve nei grandi boschi di conifere dove avevano aperto le cave di granito per fornire le dighe olandesi, i põlder, atti a recuperare terreno agricolo al Mare del Nord. Lavoravano a cottimo e c’era chi guadagnava molto, come Pietro perché era forte e stava in cava anche dodici o quattordici ore in piena estate, e chi guadagnava molto meno, e faceva tanta fatica, e l’anno dopo non sarebbe tornato. Allora Pietro cercava un sostituto in uno dei paesi poveri del Friuli di Mezzo o della Bassa. C’erano ragazzi di vent’anni che si erano stancati di lavorare a giornata nelle bonifiche, e padri di famiglia di quaranta che avevano bisogno di qualche certezza maggiore, di una paga più alta, e i tedeschi pagavano in marchi, una paga oraria non male. Il lavoro era durissimo, ma chi voleva e poteva, come Pietro, poteva guadagnare due volte e mezzo il salario che prendeva in fornace in un paese vicino casa, in Friuli.

La partenza per la Germania era di prima mattina, ancora quasi al buio a fine febbraio, all’aurora, quei brevi minuti che preludono all’alba e che, se la giornata è limpida e fredda, tinge l’oriente di tutti i colori della gamma dal rosa all’arancio, con venature di violetto che si perdono tra le nuvole. I pullman sono lì pronti, e le mogli e i figli stanno tutt’intorno in silenzio, in attesa di poter salutare mariti e papà che se ne vanno a più di mille chilometri a nord per guadagnarsi da vivere, pagare i debiti, mandare a scuola i ragazzi.

Ecco, quella sera gli operai erano lì, in silenzio, qualcuno fuori e altri dentro la baracca, era piena estate e la luce del sole del tramonto indugiava ancora tra i rami degli alberi. Il cane di Hans, uno dei colleghi tedeschi autista dei giganteschi camion che portavano fuori della cava i blocchi di pietra, un bastardo simpatico e girovago (il cane, naturalmente), era lì che aspettava il rimasuglio di un osso, un pezzo di pane intriso nel sugo, anche lui silenzioso. Sembrava avesse capito che quella sera era meglio non far rumore.

C’era stato tanto rumore, frastuono e paura verso mezzogiorno. Giovanni era rimasto sotto una pietra. I candelotti di dinamite avevano fatto il loro lavoro, spezzando un costone della collina rocciosa, che era precipitato a pezzi fino all’enorme spianata della cava, polverosa e biancastra. Ma Giovanni aveva indugiato, improvvidamente, in una zona pericolosa, non aveva seguito i compagni che erano scappati quando l’addetto aveva urlato di allontanarsi a distanza stabilita, come sempre. Anche allora, erano i primi anni ’60, c’era un minimo di cura della sicurezza del lavoro, perché il cancelliere Konrad Adenauer ci teneva a che la Germania Federale facesse la sua figura di grande nazione nel mondo, dopo i disastri del nazismo. Il suo successore, il cancelliere Ludwig Erhard, socialdemocratico, aveva fatto perfezionare le leggi del lavoro e qualcosa di buono c’era anche per gli emigranti.

L’urlo di Giovanni aveva lacerato la spianata. Non lo si vedeva, nel polverone causato dall’esplosione. Gli operai si erano guardati l’un l’altro attoniti e spaventati. Erano rimasti come paralizzati. Silvano e Pietro si erano fermati e Silvano aveva esclamato in friulano “Gjovanin a l’è muart“. Pietro non lo ascoltava più, era andato verso il turbinio di pezzi di granito e polvere sotto il costone della collina e l’aveva trovato subito, Giovanni. Svenuto, con le gambe insanguinate e una gamba, la destra, sotto una pietra che (fu pesata in seguito) superava il quintale. Pietro non stette a pensarci e  la spostò con uno sforzo che poi non sarebbe riuscito a replicare. Silvano lo aveva seguito e fu lesto a tirar fuori Giovanni.

Le ferite e le fratture erano gravi e Giovanni, dopo le cure, che durarono mesi a Frankfurt am Mein, non tornò più nella cava di Beilstein. Gli diedero un lavoro in Italia come invalido, e mancò qualche anno prima di Pietro, mio padre.

Stamane questo era il pensiero del risveglio, caro lettor mio paziente, il pensiero che era corso a quella sera d’estate di più di mezzo secolo fa, quando i nostri uomini andavano per il mondo a cercare un futuro, accettando la sorte, guardando negli occhi il destino. I miei studi, i miei saperi, la mia dignitosa carriera di ricercatore e di lavoratore sono figli di quella fatica, di quella paura, di quel dolore.

E ora, nella mia casa grande e confortevole, anche se in affitto, guardo il mio giardino che prelude già al tempo della primavera, gestisco i miei dolori attuali nella solidarietà di chi conosco e dove lavoro e studio e nella pazienza del miglioramento, un merlo maschio mi osserva, mia figlia, nipote di nonno Pietro che non ha mai conosciuto, dorme ancora questo sabato mattina, ed è alta e bella e intelligente e studia lettere e suona l’arpa, anche per il nonno, anche in memoria di quella lontana mattina d’estate.

Il caro professor Joseph Ratzinger così scrive al Corriere della Sera: “Nel lento scemare delle forze fisiche, interiormente sono in pellegrinaggio verso Casa…”

…perché molti lettori avevano richiesto come stesse Benedetto XVI, tramite il giornalista Massimo Franco.

Mi ha commosso il linguaggio del vecchio prete e professore agostiniano, e papa “emerito” che ha rinunziato al ministero petrino con parole echeggianti queste ultime, qui messe nel titolo. Allora Ratzinger disse in latino, fornendo le ragioni della rinunzia “ingravescente aetate, cioè essendo la mia età oltremodo avanzata... me ne vado, perché non ho più le energie necessarie, umane, per continuare nel mio compito”, così parafraso le sue precise parole che sorpresero il mondo, non solo cattolico. Bello. Sereno.

Ingravescente aetate: chi sa un po’ di latino può apprezzare l’ablativo assoluto che racconta uno stato d’animo e una condizione fisica, un’età avanzata raggiunta, una consapevolezza, una coscienza del limite delle energie che si hanno a disposizione dopo che il tempo è transitato, o forse, meglio, dopo che noi siamo-passati dentro il tempo, che è fermo.

In pellegrinaggio verso Casa. Pellegrinaggio come essere-viandante da sempre e per sempre, Casa con la maiuscola, dice quest’uomo. L’accettazione dello scorrere del tempo e del cambiamento è una gran lezione per chiunque sappia leggere dentro il garbo malinconico delle parole ratzingeriane. Forse adesso, che quest’uomo pubblico per nulla amante della fama temporale, si è ritirato, lo si comprende meglio. Quello che Il Manifesto, annunziandone l’elezione aveva chiamato spiritosamente con la sua copertina iconograficamente magistrale il “pastore tedesco”, giocando sull’equivoco espressivo della nota razza canina, sta facendosi capire con questo suo modo di porsi al mondo, oltre che alla cattolicità, in modo limpidissimo, nella sua semplicità e umiltà di uomo di studio e di chiesa che accetta la vecchiaia come un dato provvidenziale, tutt’uno con il suo stesso essere ed essere-stato, senza che il “prima”, costituito da prestigio e ruolo, in qualche modo compaia come rimpianto o recriminazione. Sto incamminandomi da pellegrino verso la Casa, scrive il teologo, verso la Casa del Padre, potrei aggiungere, perché così si dice in questi casi.

La cognizione del viaggio, dell’essere sempre homines viatores aiuta ognuno di noi, sempre, facendo pensare alla precarietà, cioè alla condizione naturale del porsi in preghiera, ognuno di noi precarius, consapevole della propria fragilità e di un destino da co-costruire insieme con tanti altri vettori causali, con gli altri che incontriamo, con chi sfioriamo, con chi evitiamo anche senza sapere di farlo, con chi camminiamo ogni giorno.

Ratzinger si è ritirato in preghiera e nell’umiltà del silenzio obbediente alla sua umanità, anelando a una patria comune dello spirito, alla quiete della contemplazione, meditando sulla bellezza e l’unicità della vita, di ogni vita.

Ascolto queste sue parole, a mia volta nel silenzio dell’esperienza attuale, nella fatica della scelta quotidiana, nel lavoro, nello studio, nell’ascolto della mia anima e di quella degli altri, che mi parla in mille modi, più profondamente se è di chi mi vuol bene, alternando gioia e dolore, respiro amoroso dell’unica vita donatami.

I fatti di Macerata, o di come poter dire finalmente evviva la Patria italiana!

Non mi ero mai accorto di essere così platonico, anche se ho studiato non poco la visione dell’eros del sommo pensatore ateniese come motore del mondo, in quanto e a guisa di attività desiderante che muove ogni cosa (cf. Simposio, Repubblica, Fedro). I miei studi presso i padri domenicani che sono, pur applicando in convento la santa regola agostiniana, aristotelico-tomisti, non mi impediscono ora di recuperare Platone, cioè il maggiore dei pensatori occidentali, se mi rivolgo al tema socio-politico della rappresentatività elettiva, qui ora, nel ventunesimo secolo, quando è stata ampiamente sdoganata e praticata la democrazia parlamentare liberal-democratica con il suo fondamentale corollario giuridico del suffragio universale.

Giustamente celebriamo questa conquista di civiltà, citando l’anno di grazia 1946 in Italia, quando nel referendum istituzionale votarono per la prima volta le donne.

Platone non credeva nella democrazia rappresentativa a suffragio universale, perché riteneva che non tutto il popolo fosse in grado di conoscere quanto è necessario sapere per decidere del bene comune. Peraltro, già la democrazia periclea non prevedeva che tutti i cittadini partecipassero al voto deliberativo in Atene, cui erano ammessi solo i capifamiglia residenti e in possesso di un certo reddito. Si trattava dunque di una democrazia a base censuaria, un po’ come si sviluppò anche nell’Europa moderna, e in Italia fino a Giolitti nel XX secolo. Una sorta di demo-aristocrazia, dove non è detto che gli “ottimati”, cioè i migliori ammessi a partecipare alle decisioni fossero i migliori sotto il profilo morale e intellettuale, ma essenzialmente i più benestanti, i più ricchi. Io invece sto pensando ai migliori, non sotto il profilo del reddito, ma sotto il profilo morale e culturale.

Da tempo pensavo che il suffragio universale non funziona per il bene comune e, benché socialista da sempre e per sempre, sono dell’idea che occorra ripensarci e valutare la possibilità di operare una selezione tra i decisori, sia pure in un sistema elettorale democratico. E quest’ultima campagna elettorale mi ha ulteriormente convinto circa l’esigenza di procedere in questo senso. Quando ascolto persone, politici di potere come Salvini o Di Maio, parvenu insipiente e pericolosissimo per la sua presuntuosa ignoranza, penso che bisognerebbe sottoporre costoro e i loro sostenitori a un severo esame di etica generale, di storia e di scienze politiche ed economiche.

Anche se quanto segue potrà sembrare irrealistico o addirittura utopico, non mi sembra peregrino pensare a rendere obbligatoria una formazione etica e  socio-politica fin dalla scuola dell’obbligo, dove si possa spiegare, anche ai giovani e giovanissimi “luca traini” da Macerata e da tutta Italia, che cos’è il tricolore, quanto sangue è costato dal Risorgimento in poi, fino alla Resistenza, quanto sacro sia e come nessuno possa impadronirsene come ha fatto il ragazzo di Macerata in quel modo. Di questo argomento bisogna parlare con cognizione di causa, anche collegandolo al pazzesco e pur comprensibile (purtroppo) movente della morte e dello strazio di Pamela.

Di tutto ciò è anche colpa della sinistra politica, che in questi anni, con l’onorevole eccezione del solo presidente Ciampi, il quale era in ogni caso un cattolico liberale, ha lasciato, abbandonato il termine/ concetto/ valore di Patria alle destre. Ciò è pazzesco, perché la Patria è di tutti, di qualsiasi colore politico siano. Non se ne parla, ed è perfin stupido preferire l’espressione “questo paese”, quando si parla dell’Italia, invece dell’espressione equivalente in termini di comprensibilità, ed assai più melodiosa e linguisticamente più economica come “l’Italia”. Mi si spieghi la ragione. Me lo spieghino la miriade di politici e giornalisti e pennivendoli che non riescono a dire “l’Italia” invece che “questo paese”, dai! Connesso a questo tema è quello del lemma “patria”, assolutamente da riprendere nell’uso, magari anche insieme con “matria”, come fanno i tedeschi che, se vogliono indicare la terra dei padri, la patria, appunto, dicono “Vaterland”, la terra dei padri, e se intendono indicare la terra dei sentimenti, dicono “Heimat”, cioè  terra delle madri, matria.

Bersaniii, Boldriniii, D’Alemaaa, Pegoreeer, Grassooo (Speranza, Fratoianni e Civati neppure li cito, perché preferisco, non condividendolo, il comunista vero Marco Rizzo) e la Patria dov’è nel vostro povero lessico, stantio e annoiante?

Altro tema, a modo di esempio: ma cari politici, riuscite a ragionare sui grandi flussi migratori in atto in termini non solo propagandistici, disinformando -come state facendo da anni- l’opinione pubblica in maniera a dir poco delittuosa, ma anche scientifici? Riuscite a spiegare, o non lo sapete fare, che il tema, essendo complesso, non può avere soluzioni semplici? Perché così è di ogni quesito logico che interpelli l’intelligenza umana.

Non esistono razze, ma solo pigmenti ed etnie, culture, tradizioni, storie diverse, diversissime, e la situazione economica e di distribuzione dei beni nel mondo è tale da rendere fisiologiche, cari mercanti di politica del presso a poco, le grandi migrazioni, così come è stato sempre, se si conosce anche solo un pochino la storia del mondo. Occorre approfondire questi temi in modo non semplicistico, e spiegare che sì, bisogna aiutare le popolazioni disagiate nei territori da dove provengono, ma non smettere di accogliere chi comunque cerca prospettive di vita migliori, lavorando su inserimenti proporzionati nelle varie nazioni di questo occidente demograficamente in declino. E allora diventa comprensibile anche l’astruso dibattito, tutto ideologico, su ius soli, culturae et sanguinis in corso. Tutti cittadini abitanti di questo piccolo meraviglioso pianeta, siamo: questo è certo e incontrovertibile.

E questo non è buonismo, oh inclito populista di qualsiasi genia, ma razionalità pura e semplice.

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