l’incredibile equivoco

uih uih uihCaro lettor paziente,

di questi tempi disarticolati e stanchi può capitare anche quel sto per raccontarti…

Consuetudine amicale ormai da tempo comporta talora il condividere un bicchiere sotto sera per conversari mai banali con l’amico. Di volta in volta ci si trova in vineria o si va in frasca alla campagna.

Iersera invece all’osteria vicina. L’amico mi precede e io lo seguo a minuti, entro chiedendo se qualcuno mi aspettasse… effettivamente sì, conferma la corputa ventenne banconiera, ma, aggiunge, “non ho capito il nome di chi quel signore aspetta”. Meravigliomi non poco, poiché non è che si dica il nome dell’atteso in questi casi, infatti… e Mario mi conferma, era seduto fuori dove un corso d’acqua mormora frescure, “le ho detto che aspetto una persona”.

Ecco, il “nome” che colei non ha compreso è “una persona”. Non ha colto che non era stato pronunziato un nome proprio, ma il nome comune con articolo indeterminativo: “una persona”!

Mario, indulgente, pensa ad un equivoco, a un’incomprensione fonica delle parole proferite. Io dubito che sia così.

A che punto siamo? Che istruzione basica possiedono questi ragazzi nuovi capaci di twittare ma non più di comprendere una delle parole più diffuse del lessico comune che padroneggiano, al più in duecento lemmi senza coniugazioni e distinti modi e tempi verbali.

Cos’hanno a casa, che insegnanti delle medie li hanno curati?

Interrogo allor la sventurata, e constato che effettivamente era confusa, non capiva, e solito more, animo il mio dire.

A quel punto Mario mi rabbonisce col racconto facebook (eccolo di nuovo) di un tale che, dopo aver postato un’immagine del regista Spielberg orgogliosamente sovrastante un Tyrannosaurus Rex defunto, fornito di un poderoso fucilone, riceve una miriade di insulti da “animalisti” urlanti tutto il loro doloroso disappunto per il “tirannicidio”. Alla risposta ovvia dell’autore che il TRex è estinto da milioni di anni, contrappongono un incredibile “Appunto, li ammazzano”.

E dunque, se A, allora B, in logica elementar-formale, bestia d’un mondo!

Ich-Du, o “in principio è la relazione”

Martin BuberCaro lettor agostano,

mi sbilancio in tedesco per dire il sintagma Io-Tu con il quale il pensatore e scrittore austro-ebreo Martin Buber ha segnato positivamente una parte importante della riflessione filosofica del ‘900, ispirando in qualche modo anche la ricerca di Emmanuel Lévinas, altro ebreo lituano di cultura francese, noto per la nozione forse complementare di quella buberiana (Io-Tu) del “Volto-dell’Altro”.

In un contesto tragico come quello del XX secolo il pensiero occidentale si è spinto a volte su crinali di solipsismo egotico spesso molto pericolosi, come certe derive soggettiviste-nihiliste (cf. Max Stirner, anche un po’ Heidegger e una certa declinazione politicizzata di Nietzsche, per il “superomismo” inteso erroneamente come conculcamento da parte del più forte della vita dei più deboli), il pensiero di Buber si rivela come fonte di saggezza profonda, declinandosi in “intensificazione solidale” della presenza-al-mondo-del-soggetto-come-relazione, non come un mero esser-ci (Heidegger). Se a quest’ultimo va riconosciuto il merito di aver recuperato la nozione di esistenza come supporto metafisico (nel senso concreto del termine) all’autenticità della vita (l’essere autentico dell’esser-ci), a Buber bisogna essere grati per la chiarezza con cui ha declinato la possibilità di comprendere la propria esistenza essenzialmente nella relazione autentica con ogni “Tu”, pensato come altro-Io.

In realtà, ognuno di noi fa fatica a pensare l’oggetto delle nostre attenzioni, che è l’Altro-da noi, il prossimo, amato o meno che sia, con il quale abbiamo un rapporto, talora ricercato (dimensione affettiva), talora obbligato (dimensione civile e professionale), come un “Io”, soggettivando ciò che intrinsecamente è “oggetto” delle nostre attenzioni, essendo “fuori di noi”, “altro da noi”…

La stessa dimensione religiosa, pur se ispirata a testi che fanno della fraternità la fonte di ogni rapporto con Dio stesso (ad es. il comandamento dell’amore cristiano: ama il prossimo tuo come te stesso, ma ama Dio con tutta l’anima, cuore forze, per cui i due comandamenti di fondano e si fondono reciprocamente), non ha per Buber una grande importanza se non è sorretta da un primigenio coglimento del rapporto Io-Tu come sorgente di ogni altro sentimento di fraternità e solidarietà. Per Buber, se non si coglie il “Tu” come soggetto, ogni dichiarazione religiosa di fraternità è fasulla, e falsa si rivela anche la “religione” stessa, come credenza in un Dio esterno alla “relazione”. Buber preferisce dire di Dio che è un “Tra”, prima e più ancora che Incondizionato, etc.. con tutti i nomi che la tradizione teologica gli ha voluto dare.

Dio come “Tra” gli “io” della relazione intersoggettiva, per cui si deve dare la giusta intensità e importanza a ogni momento del “qui e ora” della vita, a ogni relazione che abbia a che fare con chi non è noi stessi, lavorando sul superamento dell’azione transitiva del verbo: io “non accolgo l’altro”, ma “sono accolto accogliendolo”; io “non aiuto l’altro”, ma “sono aiutato aiutandolo”, in una circolarità che fa superare ogni azione egoistica, e soprattutto quelle che più sanno di altruismo, come il volontariato.

La relazione Io-Tu svela ogni ipocrisia legata alla generosità del dare, supera la dimensione del dono per realizzare ciò che di intrinseco avviene nella relazione stessa, la con-vivenza nel comune” stare” umano, di un “Io-Io”, in definitiva, senza confusione, ma con fusione di destino.

Le campane di San Martino

san Martino di CodroipoLa bici mi stava riportando a casa, quando uno scampanio festoso, all’altezza del borgo di San Martino, mi è penetrato nell’anima.

Lo scampanio tipico delle grandi feste religiose, o dei “perdoni” di paese, legati ad antichi voti di ringraziamento alla Madonna o a qualche santo per grazie ricevute, durante epidemie di peste o le frequenti alluvioni del grande fiume, in friulano si dice “scampanotà”, e richiede una particolare abilità da parte dei campanari: infatti, dopo aver lanciato a distesa la campana grande, bisogna lavorare a mano con il battacchio di due campane più piccole creando un concerto armonioso di rintocchi che si inseguono perdutamente nell’aria. Il timbro delle campane deve essere intonatissimo, e allora l’effetto è grandioso, potente, evocativo, per me, di feste lontane, lontanissime nel tempo, di quando ero bambino, mezzo secolo fa…

La freschezza del suono e la sua ritmica ti penetrano fin nei precordi arcani della memoria, se li hai già sentiti bambino, e non è un dejà udito, è proprio memoria, lavorio dell’ippocampo.

Pedalando mi sono spostato oltre la villa del conte Kechler, verso i grandi stradoni che portano verso casa, e lo scampanio si inseriva tra le mura della villa e gli alberi del parco, fino a me che mi allontanavo lentamente. Avevo anche rallentato per ascoltare i rintocchi a distesa più a lungo, e mi sono chiesto perché suonassero così le campane del piccolo borgo delle Terre di Mezzo, questa prima domenica di agosto. Ma non importa, quello che conta è che suonassero nella grande campagna silente, vincendo lo stridio dei motori.

Il dolore dell’arto, dopo oramai quaranta chilometri, mi accompagnava, eppure quasi non lo sentivo, nel pomeriggio declinante, caro lettore.

Il suono delle campane penetrava il mio spirito donandomi una commozione antica.

la vite di Bacò dell’Isola d’Oro

vite di Bacò a GradoCaro lettore,

in mezzo al castrum di Grado c’è un’antica vite di Bacò. In una calletta tra le case bianche.

L’uva è quasi pronta, asprigna e sana, ma nessuno la raccoglie, io sì allungo il braccio e ci arrivo, la gusto e poi cammino con gli uomini di Grado, con lo storico Bruno Scaramuzza, il Pigo Grego, poeta che è meglio di Marin, e Benito ospite squisito. A zonzo per sentieri spirituali, con echi graesàni dai locali scuri, dentro le mura vecchie dei pescatori, lasciando oggi le antiche chiese alla loro frescura.

Si parla dei tempi dei patriarchi e di Maria Teresa, si parla di Grado che viene dagli scismi aquileiesi, e si cammina tra l’ombra e il sole di un agosto primigenio. Soste inopinate nelle antiche osterie a sorseggiare tocai semplicemente sfuso, freschissimo e buono, alla faccia del vitigno d’Ungheria e dei politici infiacchiti. Discorsi tra noi naturalmente ossimorici, e satira ondeggiante a volte sul bonario e talaltra sul feroce.

Gentilissima Mercedes per il pranzo sulla terrazza da cui si indovina Punta Salvore, Lignano sembra a un passo oltre la laguna, e di sera, mi dicono i padroni di casa, si vede il faro di Umago. Terre come patria nostra. Il mare è turchese verso l’Istria cangiando colori a mano a mano che lo sguardo volge a occidente, mentre dona tutte le sfumature dei toni tra il verde cupo e l’azzurro, passandovi lentamente…

Gentilissima Valentina per un saluto e programmi comuni, ah le Terme dove indugerò per lavarmi il respiro.

L’Isola della Schiusa è oltre il canale, come l’isola dell’eremita Barbano, dove la prima domenica di luglio i Graesàni vanno con la Madonna per l’antico voto. E’ un onore per le famiglie dei pescatori fornire la barca per il trasbordo della statua, anche per i più miscredenti. La Vergine aveva vinto la peste, come tanti altri mali, perché lei è l’essere umano più grande che sia venuto tra noi, ed è tra noi, basta che le rivolgiamo uno sguardo.

Il rientro è pieno di pensieri buoni, viaggiando senza fretta lungo il ponte che separa dalla terraferma l’Isola d’Oro.

again, di gnûf, ancora qui, otra vez, nunc etiam, èti èntha

di nuovoCon la grazia del Padre misericordioso e la mia volontà razionale sono risalito in bici.

Dopo 50 giorni. Non è stato difficile, perché il pomeriggio di fine luglio era luminoso e la strada libera. La pedalata cauta per la debolezza dell’arto ferito, ma il ritmo buono verso la Bassa. Poche auto e tanta luce attorno a me.

Un saluto nel paese natale e poi il lento ritorno verso le Terre di Mezzo, un po’ di sali minerali in borraccia, magnesio e potassio. Lenta la risalita della mia emoglobina, ma certa. L’arto è ancora gonfio e dolorante, ma il muscolo comincia a riemergere dal nulla in cui era precipitato.

E perfino il tricipite inferiore. Comunico al mio mondo la gioia pura che mi prende e le risposte sono piene di musica. Tornerò quello che la natura mi aveva fatto. Con fatica ma certamente, capace di quella fatica.

Il tempo medica con lentezza i danni dell’uomo che agisce, talora sbagliando. Nel tempo bisogna trovare il rimedio e accettare il dolore. Ogni pedalata è una conferma: muovere se stessi è muovere il mondo, portando una piccola croce.

Le giornate di fine luglio non sono infinite, e già quasi si sente un annuncio remoto della stagione più matura. Il vento ha spazzato via le ali pesanti dell’afa e il calore dell’astro meridiano solletica inesauste energie sotto pelle.

Vi son scorci cristallini nei piccoli borghi che attraverso, borghi posti lungo la riva del grande fiume sonnolento, di questa stagione, nascosto nel fondo delle ghiaie, ma pronto a riemergere con formidabile possanza alla luce dell’autunno.

Viaggio pensando al percorso che faccio e al decorso della mia ripresa, lenti ambedue, ma certi dell’alea che ogni umana vicenda prevede.

E mi affido ancora a Chi può, sapendo tutto e totalmente, a Chi domina la complessità del Tutto, in silenzio, ma non muto, perché, se si sa dare ascolto al Suo agire, esso appare con delicatezza nel fondo dell’anima.

Quando arrivo, e la dolenzia dell’arto mi riporta al “qui e ora”, l’azzurrissimo cielo del pomeriggio tardo mi promette altre prove e la forza per accettare il tempo necessario della guarigione, dell’anima incarnata. Amen

Il sindaco, la noia e altri imaginifici pensieri

comune_romaCaro lettor di luglio,

parafrasando Ennio Flaiano si potrebbe dire che Marino Ignazio è il più grande sindaco “morente” d’Italia (il grande scrittore satirico definiva così il poeta Cardarelli, “morente”).

Mentre la più bella città del mondo è nel degrado, lui vara la terza giunta del suo corto mandato (che spero si interrompa presto). Incomprensibile nelle sue priorità (fu tra i primi sindaci a creare i registri inutili delle unioni civili), non si è accorto di avere ereditato da Alemanno (il peggior sindaco della storia romana, comprendendo anche i prefetti del pretorio imperiali) i rapporti con “mafia capitale”, cioè con quei gentiluomini che facevano affari a “destra” e a “mancina”; non si è accorto che la città è sporchissima e bucherellata; che i trasporti pubblici sono allo sbando: queste le priorità, caro (non nel senso confidenziale) Marino! Altro che i sorrisi sbilenchi nelle unioni civili celebrate con fascia tricolor in Campidoglio!

Si sarebbero vergognate perfino le oche  di Bruto e Collatino, vedendo le sue performance, sindaco!

Mi fermo, per osservare come anche una grande campionessa del politicamente corretto si stia spendendo, fuori delle sue prerogative istituzionali, a difesa di questo sindaco, la presidenta della Camera dei Deputati. Coerente con le sue ritmiche e immancabili gaffes,  Bodrini perora la causa di Marino sostenendo che bisogna lasciarlo lavorare. Conferma titolo!, dear presidenta, campionessa di interventi inopportuni.

Meno male che a Roma c’è il papa e il prefetto Gabrielli, cui è stata affidata la supervisione della Città in vista del Giubileo.

E intanto contemplo il verde intenso di queste giornate di piena estate, dopo che l’afa è finita e son tornate le brezze spiranti.

Basta prendere un’interpoderale qualsiasi dalle nostre parti, allontanarsi dalle strade trafficate, dai rumori non sempre necessari degli umani, dagli stridii insensati dei motociclisti, per riprendere a vivere, nonostante i campioni di cui sopra, ed altri simili a quelli, più vicini alle nostre contrade.

Ci si consola con poco, che è tantissimo, con la bellezza sempre nuova della natura gratuitamente data alla nostra ammirazione e al nostro rispetto. Non conviene angustiarsi più di tanto per le miserie umane, così evidenti in molti governi della cosa pubblica, perché altre cose umane destano meraviglia, come stamani quando nel grande ospedale, dov’ero per l’ennesimo controllo della mia salute, ho visto gentilezza e garbo, accoglienza e rispetto. Sono stato accolto e accompagnato fino alla saletta dove hanno effettuato il prelievo plurimo del mio sangue: lì non ho sentito neppure un piccolo dolore. Professionalità, umiltà, un sorriso, in mezzo a tanto male, non il mio, grazie a Dio: donne, ragazzi, con le cuffie per nascondere gli esiti indiretti delle cure severe.

Il sindaco e la baba come eccezione, la regola, invece, quello che è possibile contemplare con gratitudine, della natura e dell’essere umano.

Grazie.

il tour e la babbiona

Champs Elysees10 anni fa ero sul Galibier con Bea, 4° a 2650 metri, lei che saltella con la maglia a pois di Rasmussen per scaldarsi, ma da prima e dopo il 2005 seguo il Tour per tv, e quando avrò tempo andrò sui Pirenei, perché questo evento fa parte del mio spirito, fin da quando ero bambino.

L’ultima tappa che finisce sugli Champs Élysées sotto la pioggia, mi permette di lodare e dire ammirazione per tutti i corridori, che hanno lavorato, rinunziato, sofferto nei loro corpi la grande avventura.

Vedo i grandi campioni che pedalano insieme in prima fila, la leggenda di Contador che conversa con il meraviglioso indio Quintana. Intravedo Nibali sornione, che potrà ancora vincere molto, il magrissimo e forte Froome, il mio amico Sagan, il bell’hidalgo murciano Valverde. Vedo Romain Bardet e immagino Fabio Aru su queste strade.

Sono contento perché vedo nell’uomo la possibilità di superarsi, sempre, cercando di salire verso un’umanità più alta, autotrascenza e Übermensch

Una sola stonatura nelle cronache: una giornalista Rai che non parla, ma mitraglia, non dando spazio a nessuno nell’esagerazione delle parole, e straparla cretinando babbeismi nascosti nel dire troppi lemmi in unità di tempo. E con velleità letterarie.

Per finire, le tre perle di oggi: a) per lei Parigi è la “città eterna”, b) il ciclismo non si racconta ma si vive, però anche si racconta, c) definisce straordinario lo psicologo inglese che lavora per distruggere le emozioni dei corridori, così non sentono la fatica e il dolore…

Che? Sì sì, non occorre neppure la citi, una da non avere per casa.

la in-educación

ManiagoEcheggio Almodovar per dire che l’ineducazione è diffusa, e lo sappiamo tutti, ma qualche volta riguarda persone che hanno ruoli importanti e, forse, si credono chissà chi, non distinguendosi talora dalle più becere.

Location: Museo dell’Arte Fabbrile e  delle Coltellerie di Maniago. Ospiti il gentilissimo Sindaco e l’Assessore alle attività produttive, convegno sul cambiamento radicale nel lavoro e nella sua distribuzione nel mondo: personaggi e interpreti, un economista dell’Università di Trieste, un filosofo-teologo (me medesimo), un’esperta di mercato del lavoro e alcuni testimoni aziendali di start up e co-working, nuovi modi e approcci al lavoro. Un lavoro che si complessifica e si spezzetta, si eleva e si qualifica sempre di più, richiedendo di nuovo le mani e la testa degli artefices rinascimentali (Michelagnolus docet), non più solo la subalternità e a volte la ripetitività dell’operaio massa industriale.

Arrivo in leggero ritardo dovuto agli indugi appenninici e alle code sulla Serenissima, ma in tempo per ascoltare buona parte dell’intervento “di saluto” (di venti minuti) della presidente regionale Serracchiani , intervento di cui non ricordo una parola, un concetto, ma solo un profluvio di frasi e l’accento romanesco.

Finito l’intervento della politica di professione, prende la parole il bravo professor Venier, che spiega con dovizia di dati i mega-trend tecnologici e socio-occupazionali in atto, dove si evince che non vi sarà più stretta correlazione tra sviluppo e occupazione, a causa dell’innovazione e dell’automazione sempre più spinta. I dati e diagrammi sono aggiornati e interessantissimi, ma, dopo neppure cinque minuti, la presidenta si alza e se ne va, per altri impegni. Un saluto rapido che interrompe Venier, e poi un frullare via dell’imponente personaggio.

Ineducata.

Sì, ineducata, non mal-educata, perché non conosco i suoi genitori. Ricordo che spesso i politici della Prima repubblica arrivavano in ritardo, forse per farsi notare (come insegnava Nanni Moretti), questi invece arrivano puntuali ma se ne vanno subito, non appena le cose che si dicono potrebbero proprio servirgli, perché, a differenza delle ovvietà rimasticate che proferiscono loro, sono fondate su ricerche serie e probanti.

Se avesse fatto lo stesso scherzetto a me che ho parlato dopo, non avrei rinunziato a chiederle dove dovesse andare per un impegno che le impediva di ascoltare le brave persone non incompetenti che si stavano sforzando, gratuitamente, di dire qualcosa di interessante a duecento artigiani.

Scrivo queste righe mentre Thibaut Pinot e Nairo Quintana volano leggeri verso l’Alpe di Huez, seguiti da Froome  e dai grandi Contador e Nibali, ricordandomi altri voli favolosi, e il mio animo si rasserena, guardando la verità della fatica e la bellezza della verità contro la scontatezza di ogni dire per dire, tipico della politica.

Vive le Tour de France, luogo altissimo dello spirito.

filosofando tra i passi appenninici

calanchi a passo MandrioliDecido per la via romagnola, per andare al seminario filosofico di Poppi, e allora ecco il tortuoso passo dei Mandrioli, tra i calanchi stratificati, libro di milioni di anni che illustra l’Appennino, mentre al ritorno scelgo la Consuma, verso Firenze.

Caro lettore, ce la faccio, nonostante i miei limiti attuali. L’auto straordinaria, per agilità e potenza, mi aiuta. Lo spirito è libero, sono contento del seminario con i “nuovi” aspiranti al titolo di consulente filosofico. Ragioniamo insieme, costruiamo percorsi logici nella relazione, nell’ascolto.

L’albergo è sotto la collina dell’antico borgo, ha la piscina e scorci riposanti, il verde della piena estate prevale luminoso. La calura del luglio si stempera nottetempo nella modesta altitudine del Casentino.

Per ordine, da est a ovest, si incontra la deviazione per La Verna, poi per Camaldoli e infine per Vallombrosa. Lo spirito di Francesco,  di san Romualdo e di san Giovanni Gualberto è nei boschi immensi e silenti che costeggiano la strada.

Tornare per indugiare in ciascuno di questi luoghi, mentre Nibali vince al Tour sulla montagna cattiva di La Toussuire, dandomi brividi. Ora è quarto in classifica: applicando la logica modale del “se”, (che a me non piace molto), che cosa avrebbe potuto fare senza le perdite nel vento di Zelanda e senza la caduta?

Vite possibili. Mentre scendo dall’antica montagna trovando 20° sull’Autosole appenninica e di nuovo 36 a Bologna, mi indigno dell’indignazione di Franceschini che si limita a deprecare l’assemblea sindacale di Pompei.

Il sindaco Marino si scusa con i romani per gli scioperi dell’Atac, quante traversie ancora nella disgraziata Roma. I sindacati dei trasporti di Roma e quelli di Pompei sono nemici feroci dell’Italia. Vergogna. Dove siete in vacanza signore Camusso e Furlan? State dormendo? Vi interessa? Sapete che cosa sta succedendo sotto i colpi di alcuni  dei vostri irresponsabili quadri?

Migliaia di turisti che attendono sotto il sole feroce e beoti inqualificabili che traccheggiano a discutere del nulla in assemblea: democrazia beota, democrazia scema, democrazia di scemi e di cretini.

Vergogna, lo scrivo io qui, ma lì non si prova questo sano sentimento, è morta come la pietà, l’è morta anche la vergogna, ed è peggio ancora. L’uomo senza vergogna è più simile ai suoi simili primati, che non hanno bisogno della vergogna, perché non hanno bisogno di vergognarsi.

Bisogna arrivare al cambiamento, al dolore, alla fatica della precarietà, per cambiare. E si cambierà, alla faccia dei fatalisti e degli umani capaci di guardare solo il proprio ombelico.

A questo penso tornando dalla trasferta della scuola filosofica, dove con volenterosi intelligenti abbiamo discusso della possibilità che l’uomo non sia quello di Pompei.

peter sagan

Peter Sagan…ha il nome di un principe slovacco del ‘500, evoca scrittrici francesi, sguardo guascone e gambe potenti, caro lettore.

Merita questo panegirico per come si sta muovendo nella Francia rovente del Tour 2015. Nessuna vittoria, solo piazzamenti, ma una presenza coraggiosamente eroica su tutte le strade, in salita, in discesa, sul piano, nel bosco e nelle curve (per altri) letali, Sagan disegna linee eleganti e improvvise sprezzature, lancia sguardi in tralice e osserva silenzi, esibisce senza vanagloria un battersi il petto per dire “ci sono sempre”, ecco il mio cuore di hidalgo che lavora per tutti voi che state sulla strada a farci pericolare, anche per i più coglioni che si mettono davanti un nanosecondo prima che passi la freccia frusciante.

Peter Sagan non ha uguali, non i noiosi velocisti da ultima curva e rettifilo, non i passistoni che non arrivano mai, piuttosto ricorda quelli che pedalano verso l’alto, e cercano il dolore come fosse un dono. E’ un corridore, un funambolo, un arrischia-la-fortuna, pedala seduto sprigionando potenza, con due colpi di pedale è su chi vuole sfuggirgli prima del torneo crudele dell’ultimo chilometro.

Tutti lo temono, molti lo battono, ma nessuno è come lui, con quel nome da antico cavaliero.

I capelli un po’ lunghi sul collo come un barbaro, biondo e leggermente irridente negli occhi chiari, Peter Sagan mi ricorda epopee lontane di fughe leggendarie di antichi eroi, perché pure lui lo è come i suoi avi che vivevano nelle boscaglie scure dell’Europa antica, goto o longobardo che sia. Parente pannonico e nordico dei nostri genomi, selezione di forza e di splendore.

Ti auguro lunghe corse e la vittoria che cerchi, caro Peter Sagan, fratello minore nell’ascesi ed esempio silente della bellezza.

Che le strade del Tour e delle infinite corse future ti siano sentiero di elevazione, tu che meriti di guardare le azzurrità oltre la linea delle montagne e gli orizzonti infiniti delle pianure.

Sul Filo di Sofia