Skip to content

Categories:

Passa la scena di questo mondo, I Corinzi 7, 31b

Quando Paolo nella Prima lettera ai Corinzi spiega ai fedeli di questa grande città della Grecia, con toni che sembrano echeggiare il Qoèlet, che è inutile affannarsi sulla scena di questo mondo, perché esso passa, mi conferma nell’esigenza di continuare a riflettere su tutto ciò che ci lega a questa vita con legami di possesso.

Ognuno di noi possiede qualcosa, chi molto, certo, chi molto poco o quasi nulla come il barbone, eppure nessuno è felice per quello che possiede, se la gioia non sorge da una pace interiore. Non serve alla felicità, incerto lampo di equilibrio gioioso, possedere, potere, dominare, controllare, crogiolarsi nella possibilità di decidere sulla vita degli altri.

La pace interiore non proviene da queste situazioni. Proviene dalla consapevolezza del limite, del continuo procedere delle cose, del cambiamento ineluttabile che ci riguarda, della preziosità di ogni istante, di ogni scambio compiuto senza interessi di potere, di ogni dono gratuito, di ogni imprevisto incontrato nella ventura del mondo, di ogni sguardo incrociato e sorpreso, di ogni dolce serenità consegnata all’oblio del sonno. 

Da tempo mi chiedo come ordinare alcuni pensieri in una struttura adatta a richiamare il limite, che è fondamento e anche orlo oltre il quale non si vede … forse può esserlo una specie di Filosofia del Transito, eraclitea nel suo delinearsi, ma grata ai maestri Eleati per la sua costituzione. Meglio: passa la gloria del mondo, fondata solo sull’immagine di qualcosa che conta, ma l’unica cosa che conta è l’inizio, il fondamento semplice di ogni nascita, di ogni venire-alla-luce, che è manifestazione dell’essere; e poi il termine, che abbiamo chiamato orlo, oltre il quale sembra ci sia il nulla, ma solo in quanto non conosciuto. Il nome “morte” qui non sembra sia adatto.

A volte cerco degli interstizi, dei cunicoli, wormholes li chiamano in astrofisica, per comprendere, cioè prendere-dentro, ciò che accade … e spesso li vedo, ma fuggono, come fantasmi o illusioni ottiche.

Sempre cerco ciò-che-sta-in-mezzo, tra l’inizio e l’orlo, ed è per me un  incanto constatare ogni giorno un cammino inter-cedente nella vita di ognuno, e la novità di ogni alba che sorge, di ogni risveglio, di ogni nuovo “buongiorno” detto all’altro, di ogni nuovo respiro o desiderio, mai scontato.

Posted in Pensiero. Tagged with , , .

I cancelli dell’Eden, o della via pulchritudinis

In Genesi (1, 4.10b.12b.21b.25b.31) un termine unico, tov, sta a significare “buono e bello“, come per dire che la bontà e la bellezza coincidono: “… e Dio vide che era cosa bella e buona …”. 

Si può dunque dire che secondo le Sacre Scritture l’estetica, intesa come fondamento, precede e illumina addirittura un’etica fondata sull’uomo.

Infatti, anche nel linguaggio corrente si è soliti dire, ad esempio, della restituzione di un portafogli perso da qualcuno: “è un bel gesto“. Si dice bello per dire che il gesto è stato buono, “ordinato” secondo un sentimento originario di giustizia.

Se i cancelli dell’Eden sono stati fatti chiudere da Dio stesso dopo il peccato di superbia, fra’ Angelico ci fa intravedere nella stessa meravigliosa opera, l’Annunciazione del Convento di San Marco a Firenze, come, accanto alla scena della cacciata dei progenitori, vi è la promessa della salvezza, e un raggio dorato illumina Maria che meravigliata e sorpresa accoglie l’angelo del Signore.

Caro lettore, se ti capita di passare o decidi di andare a Siena, visita il Palazzo Pubblico e gli affreschi trecenteschi di Ambrogio Lorenzetti, che rappresentano il “Cattivo governo“ e il “Buon governo“. La sapienza dell’artista e la bellezza dell’opera è più eloquente di qualsiasi discorso politico.

La via pulchritudinis, come ben sapeva Dostoevskij, può salvarci.

Posted in Pensiero. Tagged with , , , .

Tra Umiltà e Superbia

Umiltà e Superbia sono la virtù e il vizio che stanno ai due estremi dell’organismo spirituale dell’uomo.

L’Umiltà è frutto di una paziente conquista dell’anima, quando l’uomo riesce a uscire da se stesso e a guardarsi come oggetto, rilevando così le proprie pecche e limiti. Dall’interno, invece, ci si può solo specchiare narcisisticamente compiacendosi di se stessi. Ho in mente volti, modi e frasi di “non-umili” o falsi modesti, modalità esistenziali che spesso concettualmente coincidono. Avete presente il personaggio di Uriah Heep in David Copperfield di Charles Dickens? Il suo stomachevole “fregarsi le mani” davanti al suo capo? Ho presente la maschera di alcune persone redivivi “uriah heep“, qua e là occhieggianti alla ricerca di una convenienza, di un vantaggio … e ti salutano senza alcun sentimento e ti chiedono “come stai” senza alcun interessamento, e vanno oltre, oltre, perché loro sono e vanno sempre oltre. 

Un altro aspetto è quello dell’elogio, che a volte viene rifiutato dal “falso modesto” o finto-umile, ma solo per averne di più, di elogi.

La Superbia è il vizio che fa ritenere superiori agli altri, cosicché tutto è concesso, perché il superbo fa la legge, non la rispetta: infatti ogni cosa che egli fa è giusta in quanto da lui stesso deliberata e compiuta.

Super humanam legem stant superbi, quia ipsissima lex se putant. Caput vitiorum est superbia in omni re.

Mi piace ricordare qui una frase di Jules Renard “Sì, lo so. Tutti i grandi uomini all’inizio sono stati ignorati; ma io non sono un grand’uomo, quindi preferirei avere successo subito“. L’ironia certamente aiuta, ma non basta.

Tito Maccio Plauto nel Miles gloriosus narra di Pirgopolinice, il “vincitore di torri e città“, ridicolizzandolo come merita, anche per mezzo del servo Palestrione.

Capitan Fracassa di ogni tempo e luogo, che mostra la sciocchezza della vanteria e della vanagloria, prima o tardi messe in mostra dallo stesso autoreferenziale pieno di sé, o falso modesto che sia, in attesa di elogi o di inviti a scrivere un’autobiografia.

Quanti ne conoscete voi gentili lettori, di “pirgopolinice“, “schettini” o “capitan fracassa“? o addirittura “don giovanni” in sedicesimi?

More solito non pochi, penso, poiché ciascuno è immerso nell’immenso pullulare di vite, ambizioni legittime e pretese esagerate, rigidità incrollabili e, per grazia di Dio, dubbi che nascono in molti, atti a rompere la corazza di certezze sulla propria supposta magnificenza e talora magnanimità, e perfino munificenza, magari con i soldi degli altri, quasi sempre fasulla e meritevole di un ordinato spargimento di cenere sul capo e penitenza proporzionata.

Posted in Pensiero. Tagged with , .

Chi è colpa di cosa?

Un po’ rarefatta psicologicamente l’emozione dell’accadimento e le esigenze della cronaca, occorre chiedersi se il comandante Schettino, additato al mondo come reprobo, sia il vero e unico vergognosamente responsabile della tragedia, o se si debba allargare e approfondire lo sguardo. Ferma restando l’inammissibile operazione compiuta e l’inetta vigliaccheria mostrata dal tristissimo protagonista, sono anche per questa seconda pista.

La riflessione poi non può non riguardare l’esercizio della guida, del comando, della leadership in una “situazione limite” (grenz Situazion), come la chiamava Jaspers.

Partiamo dalle responsabilità: dubito che Schettino sia stato solo un anfitrione vanaglorioso, infantilmente stupito per la perdita del “giocattolo”, incurante della sicurezza al punto comportarsi come abbiamo visto, senza sentirsi parte di un contesto “culturale” che gli potesse permettere un’operazione come quella che ha portato alla tragedia del Giglio. In altre parole, il famoso “inchino” all’isola è una qualche consuetudine o una mattana personale di Schettino?

E poi, se questo è vero, come si muovono e quanto tollerano di questi comportamenti le Capitanerie di porto?

Veniamo al secondo punto: come fa una compagnia come Costa a controllare le condizioni psico-morali di un comandante, garantendosi aziendalmente che ciascuna di queste persone cui è affidata una responsabilità così grande, sia di solito, e si mantenga all’altezza del compito?

Dubbi che sopravvengono. Uno che comanda un organismo umano-tecnologico di più di centodiecimila tonnellate, mezzo miliardo di costo, e quattromila e trecento persone a bordo, può avere un attacco di megalomania, tale da mettere in questione il suo equilibrio?

Conoscendo l’animale umano questo può essere altamente plausibile, anche considerando ciò che sostiene Steven Pinker (pur se in contrasto con studiosi come Thomas Hills dell’Università di Warwick, in Inghilterra, e Ralph Hertwig, dell’Università di Basilea, i quali ritengono che siamo tuttora fermi al paleolitico) circa la regressione del cervello rettiliano, portatore di naturali istinti di sopraffazione altrui, e la progressione dei lobi pre-frontali della corteccia cerebrale, portatori di razionalità sempre maggiore.

A fronte di fatti come quello del Giglio, si può dire che a volte prevale l’irresponsabilità individuale e condivisa, invece di un’etica naturale, a salvaguardia del valore primario dell’uomo e dell’ambiente.

Posted in Lavori, Pensiero, Varia. Tagged with , .

Del Nulla e di … Dio

Altrove qui abbiamo ricordato Meister Eckhart, che leggo anche oggi di tanto in tanto. Nel profondo dell’anima, quando si fa silenzio, la riflessione e poi la meditazione hanno lasciato il posto alla contemplazione, si creano interstizi attraverso i quali si può intravedere il porsi di una domanda … lei cerca continuamente, senza pretendere risposte, ma nel frattempo si delinea attraverso un’autotrasparenza indicibile, epistemica, che lentamente si muove in uno spazio interiore, senza tempo. Oh Dio, dove sei? Domanda di molti, credenti e atei, diverse parole dicenti.

Oggi mi piace riportarne alcune…

di Giorgio Caproni, nato cent’anni fa:

Pensatina antimetafisicante

Un’idea mi frulla,/ scema come una rosa./ Dopo di noi non c’è nulla./Nemmeno il nulla,/ che già sarebbe qualcosa./ E allora, sai che ti dico io?/ che proprio dove non c’è nulla/ -nemmeno il dove-/ c’è Dio“.

E, da Il muro della terra

Dio di volontà, Dio onnipotente, cerca./ (Sforzati!), a furia di insistere,/ -almeno- di esistere”.

E, editi da poco

Dio di bontà infinita./ Noi preghiamo per te./ Preghiamo perché ti sia lunga e serena la vita./ Ma anche tu, se puoi, prega qualche volta per noi./ E rimettici i nostri debiti/ come noi rimettiamo i tuoi … ma che ho nel petto, / cos’è che mi spacca il cuore?/ Signore, Signore,/ quanta fame d’amore/ in me, sempre rimasto inetto/ a lenire un dolore”.

O di Mario Tobino, psichiatra e scrittore

O Dio, chiunque tu sia, o non esista, o trascorra solo come un concetto le nostre menti, benedici anche me“.

… mia

e me,/ e chi ha bisogno,/ a cui do quello che posso,/ come posso, nel tempo,/ che se non esiste veramente,/ almeno esiste nel mio cuore.

Posted in Pensiero. Tagged with , .

La Chiamata, dal I Libro di Samuele 3, 1-10

Samuele, figlio di Anna, era un ragazzo del Vicino Oriente antico e viveva presso Eli, vecchio sacerdote del Santuario di Sion dove era custodita l’Arca dell’Alleanza con il Signore Iahwe. Una notte udì una voce che lo chiamava “Samuele, Samuele“. Pensando fosse il suo maestro e ospite, si alzò e andò dal vecchio, il quale, svegliatosi, gli disse di non averlo chiamato e di tornare a dormire. Ancora una volta Samuele udì la voce che lo chiamava per nome, e alzatosi convinto fosse stato ancora Eli a chiamarlo, fu da questi invitato a tornare al sonno ristoratore. Accadde però che ancora una volta sentì la voce che lo chiamava con il suo nome “Samuele!”. Tornato dal vecchio Eli, questi comprese che Qualcuno stava certamente chiamando il suo giovane allievo e gli disse: “Se sarai di nuovo chiamato, rispondi: parla Signore, il tuo servo ti ascolta“. E allora Samuele tornò al suo giaciglio … finché fu di nuovo chiamato e rispose come gli aveva suggerito Eli.

E Samuele divenne un profeta d’Israele, testimone del cambiamento epocale di una storia tribale che divenne popolo e nazione. Samuele fu “chiamato” … come ognuno di noi.

Pensavo, appunto, stamani, correndo lungo un viottolo, un’interpoderale, nel freddo di questo gennaio limpido. Quale è stata la mia chiamata? E mi sono risposto: fin da quando, ero piccolo, vedevo mio padre partire per un paese lontano … era lontana la Germania, allora lui stava via dieci mesi, e così fu per quattordici stagioni.

E così il lavoro fu la mia vocazione, il lavoro che vedevo cercato, che vedevo agognato dalle decine di uomini che partivano ogni inizio di marzo con il pullman per i grandi boschi e le colline petrose dell’Assia, a cavar pietra.  E poi il ritorno, che era quasi inverno, e  poi qualcuno non ripartiva, e qualcuno si faceva male come Giovanni di Ariis, e qualcuno moriva, come il povero Beppino, ad appena vent’anni.

Tutta la mia vita, la scuola, il lavoro, gli studi universitari portati avanti con il lavoro, la cultura coltivata con assidua cura, i cambiamenti, la ricerca di crescere per non perdere le occasioni, per restare competitivo, e studiare ancora, ancora e sempre, guardando con attenzione il cambiamento, aiutando altri, esplorando i segnali deboli di ciò che rapidamente si avvicinava, si avvicina, rischiando di travolgerti … e quindi il timore di non farcela, di perdere l’onda che passa, sapendo di non avere coperture o protezioni, o guarentigie, o paracadute, esposto come un esploratore del nuovo, davanti le mille strade del deserto e dover sceglierne una, e poter sbagliare sempre, libero, ma come “libero di dover fare quello che devo fare”.Libers di scugnì là” (Liberi di dover andare), scriveva Leonardo Zanier, parlando anche di mio padre emigrante. Kantianamente attendo al devo perché devo. Libero di volere ciò che faccio, non di fare quello che voglio.

Il lavoro come identità di un sé dialogante con un io a volte incerto, ma che lentamente si sta convincendo della chiamata ricevuta. Ri-nato io molte volte e in molte stagioni, cosicché quando Pietro volle chiamarmi così, sentì forse una voce interiore che gli diceva “il nome lo aiuterà“, chiamato sul versante giusto della mia vita.

Grazie a Pietro e grazie a Luigia che mi guardano dall’Alto.

Posted in Pensiero. Tagged with , , , .

Grazie all’aria cristallina

… di questa mattina d’inverno.

Grazie alla profondità azzurra del cielo terso e alla cerchia delle montagne, che sembra di poter toccare allungando un braccio, con i vostri nomi … Sernio, Grauzaria, Chiampon, Cuàr, Cavallo, Crep Nudo, Cornaget, Raut, Canin, Amariana, Rombon, Matajur e oltre, forse lo Jalovec, grazie dei vostri colori che mutano nel cammino del giorno, e verso sera accolgono l’enrosadira, o il tenue inrosarsi della roccia.

Grazie agli scorci boscati oltre la ripa del Fiume, che anseggia da pochi chilometri, e già si ingrossa e scorre e mormora oltre i ponticelli del borgo, inoltrandosi nella campagna per accogliere altre acque, altre vite.

E allora, se questa è la gioia che provo, e che provano in tanti, che cosa passa per la mente di chi -invece- tratta questi luoghi, come altri luoghi probabilmente, alla stregua di immondezzai, lasciando cartacce sparse, sacchi di immondizia, bicchieri di plastica usati?Che riflessione guida le azioni di queste persone? O meglio, vi è una riflessione consapevole in queste persone? Vi è un pensiero? O solo un agire automatico, istupidito dalla pigrizia e dalla consuetudine, reso inerte da una sorta di sub-cultura della “pretesa”, ché tanto c’è chi pulisce, e allora … tanto vale sporcare. Forse sono gli stessi che lasciano nelle sale cinematografiche i bicchieroni delle patate fritte, del pop-corn e delle coca cola sulle poltrone. Forse sono gli stessi che gettano dai finestrini dell’auto scatole finite di sigarette e bottiglie di plastica, e lattine di birra. Forse.

Possiamo sperare che, magari lentamente, si accenda un pensiero in quelle menti intorpidite? Chissà che qualcuno di costoro non legga queste righe e, magari dopo un primo moto di fastidio, ci pensi un po’?.

E grazie anche a Michael Dummet, che se ne va, con il suo pensiero profondo lasciato qui a noi che restiamo (per il momento): capace ancora di dirci che è possibile conoscere le verità, in questo mare magnum di incertezza, che vi sono pensieri in grado di attingere alla realtà perché veri come la realtà che è, non come quella che appare agli scettici. E grazie a Roberta De Monticelli, gentile pensatrice, che ce lo ricorda oggi.

Il limpido pensiero ci aiuta a comprendere quello che può essere compreso della persona, del libero arbitrio, delle sue contraddizioni e spaventi, delle incertezze e rovine interiori, e rinascite da cumuli di ordinarie tristezze, dalle nebbie dei concetti senza verifica, dalle marmoree ideologie.

Il pensiero che si libra, si infila nei pertugi del discosto, del nascosto, del non-detto, il pensiero che va e poi ritorna, come il vento, pnèuma, ruah, spirito che va dove vuole.

Tempo che scorre e tempo che si ferma nel fotogramma, anzi non-più-tempo, ma eterno istante che ti allena a ciò che non conosci, a ciò che pensi tu sia dopo … Dopo.

Io e Tu come persone che possono litigare sul nulla e ascoltare assorti i Concerti Brandeburghesi diretti da Karl Richter.

Assistiti dai lobi pre-frontali che ci rendono meno bestie di quello che siamo, che ci frenano nella vendetta veniente come sentimento ancestrale dai precordi della nostra natura. Come ci spiega Steven Pinker: noi riteniamo che i danni inflitti agli altri siano giustificabili e perdonabili, mentre quelli che subiamo sono immediatamente ingiustificati e terribili.

E così inizia la violenza, che connota tutta la nostra storia di animali autoconsapevoli. Ma la violenza diminuisce, nonostante i titoli urlati dei media. Diminuisce, perché lentamente, forse, l’uomo sta diventando sempre più uomo.

L’episodio più terribile (più delle immani tragedie del secolo breve appena trascorso) della storia, spiega Steven Pinker, fu la strage di An Lushan, avvenuta in Cina nel VI sec., che fece 36 milioni di morti, in proporzione come mezzo miliardo ai tempi nostri.

La ferinità diminuisce. 

Se oggi Platone, Aristotele e Agostino fossero tra noi, studierebbero neuroscienze e psicologia cognitiva.

E infine, per una giornata piena di luce, che cosa se non la consolatione philosophiae di Pierre Hadot, che si è perso/guadagnato la vita leggendo i grandi greci?

… per essere sempre pronti a seguire “il timoniere, se questi ti chiama, lascia perdere tutto, e corri alla nave senza voltarti indietro“, come spiegava Epitteto.

Grazie alla  dies dominica 8 di gennaio di questo 2012, così rotondo per la mia vita, e chi mi conosce sa perché!

Grazie al mio paese, pieno d’acque, che stamani mi ha accolto, anche se ero in incognito, non riconoscendomi, ma mi ha accolto con i suoi paesaggi e il suono delle sue campane. Memore di molti decenni or sono, quando con mio padre percorrevo i viottoli verso le acque.

Grazie.

Posted in Pensiero. Tagged with , , .

Le Beatitudini

1Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

(Matteo 5, 1-16)

Stamani desideravo condividere con il gentile lettore parole che forse più alte non sono mai state dette e scritte da uomo, e in  questo caso da uomo-divino.

Gandhi stesso le riteneva tali, perché ubbidiscono a concetti sconvolgenti per il modo attuale di concepire la gioia, o la felicità, o (melius dicere) la beatitudine. Non quindi “beati” coloro che hanno, possiedono certezze, potere, denari, bellezza esteriore, ma beati sono coloro che soffrono per un qualcosa, che dunque sopportano, e dunque supportano la vita propria e quelle degli altri. Beati coloro che mantengono il cuore puro e non si rassegnano all’ingiustizia, beati sono quelli che operano la pace a partire dai loro cuori, beati quelli che comprendono, misericordiosi, che siamo tutti dei “poveri cristi” su questa terra, beati. E beati coloro che reggono anche le afflizioni del corpo e dell’anima, perché vi sarà per loro la consolazione della beatitudine.

Non dunque acmi di felicità derivante solo dai beni terreni,

ma gioia profonda del cuore, indicibile,

come un vuoto-pieno,

come un silenzio che canta le lodi,

come un gesto intravisto, benevolo,

come un dire che è un tacere nel contempo,

come l’aria immota del mattino d’inverno,

come acqua che sgorga dalle profondità della roccia,

come … abbiamo sempre bisogno di dire “come”,

perché non conosciamo il Volto,

la Luce pura, di cui tutti abbiamo nostalgia.

Posted in Pensiero. Tagged with , , .

Tra “giusto” e “naturale”

A volte capita di sentir dire “è giusto“, oppure “è naturale“.

Ma qual’è la differenza concettuale tra le due espressioni? Non sempre risulta chiaro dai contesti discorsivi e dalle intenzioni di chi parla.

Si potrebbe dire che “è naturale” ciò che attiene all’agire della natura generalmente intesa, ovvero, sia che intendiamo gli aspetti vegetativi, sia che intendiamo quelli istintuali, presenti anche negli esseri autoconsapevoli e raziocinanti come l’uomo.

Ciò che è naturale può essere dunque considerato al di fuori dell’area di competenza del sapere etico quando ha a che fare con l’anima vegetativa del mondo, ma non si può ritenerlo esente da un giudizio etico quando rientra nelle attività umane.

Ciò che “è naturale” può essere ingiusto, allora, se viola i principi morali che una determinata cultura condivide, e, più in generale, se offende i diritti e la dignità di ciascun uomo.

E’ “naturale“, infatti, la lotta e la competizione, ma se attuata senza il rispetto per gli altri diventa ingiusta e iniqua: moralmente riprovevole.

Per tutte queste ragioni è necessario distinguere rigorosamente tra “ciò che è naturale” e “ciò che è giusto“.

Posted in Pensiero. Tagged with , , , .

Che un’alba piena di luce

… ti accolga, caro Marco T.

Ho saputo che te ne sei andato stamani, e che tua figlia e sua madre non ti vedranno a questo mondo.

In un’alba fredda mentre andavi al lavoro.

Le foglie dei pioppi lungo la strada erano tutte cadute lasciando i rami nella nudità decembrina; la nebbia fredda usciva dai canali, specialmente da quel canale in fondo alla strada, dove sei uscito.

Abbiamo scritto una riga di telegramma a tua moglie dicendole il nulla che si può dire, ma assicurando che tu le guarderai dal cielo.

Quando la vita giunge al segnavia del destino, non si comprende il senso.

Eppure vi deve essere un senso all’assurdo, al dolore innocente che stamani è venuto a trovarti.

Eppure da qualche parte la Mente del mondo contempla il tuo passaggio dando ragione all’immensa bellezza della vita, che ha confinato con sorella morte alla soglia dei tuoi trentasette anni, caro Marco.

Non mi esci di mente, stasera, dalla mia piccola mente umana, che vede solo vicino, forse solo fino al primo orizzonte, mentre cammino lungo la mia strada.

E’ sempre la cosa più difficile, usare l’aratro che ci è dato per il podere su cui abbiamo solo un mandato, mentre pensiamo di esserne i proprietari, come diciamo talvolta, magari nell’implicito.

Oggi, la tua morte mi ha ricordato la caducità, non la vanità, del tutto, e mi ha invitato ad amare tutto quello che respiro, che è lì davanti al mio naso, anche quando non lo vedo, bellissimo, ed è la vita che scorre.

Il freddo del solstizio e la notte più lunga dell’anno mi hanno salutato dal terrazzo.

Siamo insieme, tu e io, da qualche parte dell’Essere del mondo, in attesa che questo mondo sia riconciliato con se stesso.

Allora vedremo la stessa alba chiara, piena di Luce.

Posted in Lavori, Pensiero. Tagged with , .