Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Viaggio notturno

20160416_093608Il treno ondeggia e mi culla, caro lettore. Dormo. Cuccetta da solo. Riposo dopo la giornata a 36°, nella Roma infuocata dall’estate esplosa all’improvviso. Mi dicono dopo l’evento che ho fatto un grande show e che potrei fare l’attore, attori professionisti. Sorrido, rispondendo che nella vita ho fatto tante cose, come qualcuno in sala sa, ma che non ho mai cercato le luci della ribalta, o che queste luci sono state spente dalla gelosia altrui. Ma che mi basta la luce della mia terra, come canta Elisa, e la luce interiore dell’anima.

Due ore di fermata nottetempo a Firenze per manutenzione della linea ferroviaria, e il sonno si fa più profondo. Sogno e non ricordo il sogno. Il sogno è realissimo come ciò che accade nello stato di veglia. Gli alberi di Villa Borghese, ricordo, mi hanno difeso dalla calura e ora l’aria condizionata suggerisce una coperta. La giornata che viene sarà di lavoro e quella che seguirà, pure, anche di sabato, con l’intervallo ciclistico che mi dà salute e vita.

Svegliandomi ho appreso della “Brexit” e, a fronte di uno stracciarsi di vesti generalizzato, dico: ponti d’oro a chi se ne va, dall’azienda come dall’Europa. In questo caso, è come se se ne fosse andato di casa un giovanotto viziato, a cui non basta mai niente. So che molti voti pro-uscita appartengono alle classi popolari che la politica in questi anni ha dimenticato, ma non è solo così. Anche in Italia, dove la crisi della classe politica non ha trovato una soluzione nello “sbrigativismo” superficiale del capo del Governo. Ah, in Italia, dove soliti noti “intellettuali”, vale a dire i “saviani”, i” servergnini” e i “fazi”, hanno criticato il voto del Popolo britannico perché non corrispondeva ai loro desiderata politically correct, beoti! Forse questi non sanno che le cose cambiano e bisogna rifuggire dalle confort zone, che istupidiscono e rallentano i riflessi. E questo deve valere per tutti, come principio morale.  Piuttosto mi auguro che questa uscita aiuti il resto delle nazioni europee a ripensare alla stessa Unione, che è diventata un elefante (absit iniuria verbo) burocratico sgradevole agli stessi cittadini europei, e incomprensibile in molte sue decisioni.

A Roma ho ritirato un meritatissimo premio per un grande imprenditore friulano, che è stato riconosciuto, insieme con artisti e uomini/ donne di cultura, meritevole di attenzione per aver, come si dice, “illustrato” in modo eccellente il lavoro e la creatività friulane. Mi sono trovato bene in un ambiente  a me noto, come il Fogolâr Furlan di Rome, in mezzo a tante persone piene di riconoscenza per la Terra lasciata e mai dimenticata.

La Picjule Patrie a no mour mai.

Mi è sembrato di ringraziare anche tutte le persone che hanno meritato per questa nostra Terra, con sobrietà e discrezione, senza squilli di tromba, ma con la consapevolezza del limite di ogni azione umana, in sé preziosa e insostituibile, se buona, perché costituente l’armonia logica dell’essere.

Felicità versus tonteria/ consapevolezza

la_grande_arte_europea__una_montagna_di_caccaSono sempre più convinto che la sensazione di felicità sia sempre più direttamente proporzionale alla tonteria e inversamente alla consapevolezza. Uno tanto più è ottuso tanto più pensa di essere felice, come gli stupidini che si affrettano ad intasare il lago d’Iseo, di cui magari prima non conoscevano neppure il nome. Pur di esserci, svengono perfino, e poi sono contenti di essere svenuti essendo venuti dove si doveva venire.

E allora gli artisti e anche gli “artisti” fanno bene a prendere per il culo chi si fa prendere per il culo, perché se lo merita. Si potrebbe pensare che sono un poco crudele e insofferente verso alcuni, ma non è vero, dico solo che vi è una stupideria colpevole, non solo una carenza di neuroni oggettiva, e perciò non colpevole.

Anche l’ignoranza può essere colpevole, e allora è “area mentale” nella quale si possono evidenziare tendenze verso la commissione di reati o di peccati, a seconda se si intenda l’ambito laico o religioso. Vi è senz’altro un’ignoranza incolpevole e questa non prevede conseguenze di tipo etico. Chi ha conosciuto la filosofia greco-latina può essere più colpevole di chi ha vissuto nella foresta pluviale indonesiana, lui e i suoi avi. In altre parole, tanto più una persona è acculturata o vive in zone “colte”, tanto più è colpevole di ignoranza e di stupidità.

L’antropologo politicamente corretto potrebbe rimproverarmi una sorta di qual razzismo indiretto, ma rintuzzo volentieri l’accusa, perché sto semplicemente mettendo in ordine il pensiero: chi ha più mezzi conoscitivi od economici ha più doveri verso sé e verso gli altri. Mi sembra semplice.

Pensa, gentile lettore, all’immagine messa sopra, la “merda d’artista” di Piero Manzoni. Opera d’arte, come la passerella gialla di Christo sul Lago d’Iseo. Siamo d’accordo?

No, per nulla! Ho appena visitato i Musei Capitolini, in quel di Roma per lavoro, ma con un ritaglio di tempo estetico.

Ho visto il Marco Aurelio in bronzo, statuaria greca di allievi di Fidia, Caravaggio, Tiziano, Van Dick, Rubens, Palma il Vecchio, il Guercino, e la Piazza indescrivibile di Michelagnolo, e poi le chiese barocche lungo il Corso, e Piazza del Popolo, ancora Caravaggio, Raffaello e Bernardino di Betto (Pinturicchio).

Non scherziamo. L’opera di Manzoni resta una merda, come la passerella di Christo. Per me. Soggettivamente, è ovvio. Ma anche oggettivamente, ché la bellezza abita da un’altra parte, ai Capitolini e nel paesaggio lacustre, incontaminato, del lago, nelle sue acque iridee, nei piccoli borghi punteggiati di piccole luci notturne, nei grandi boschi lungo le rive, nel cielo stellato e silente. Oh Natura, maestra insuperabile di ogni immaginazione d’artista!

Christo e Gauss

GaussGauss è noto come uno dei maggiori matematici moderno/ contemporanei, Christo come un artista contemporaneo, quello che ha fatto le passerelle gialle sul lago d’Iseo, frequentate in pochi giorni, pare, da almeno cinquantamila persone, che di solito vanno alle Seichelles o a Sharm el Sheik. Il dibattito si è acceso in modo furibondo. C’è chi ha proclamato l’area camminabile sospesa sulle acque dell’artista bulgaro un capolavoro, e chi l’ha definita una schifezza, a seconda della sofisticazione del critico, più o meno politicamente corretto.

A me pare invece che l’idea, in sé originale, abbia colto nel segno della curiosità popolare per la quale l’importante è esserci, non nel senso heideggeriano di una presenza a sé nell’essere del mondo, ma di una presenza sociale, quella più superficiale che ci possa essere. Come nella piazzetta di Capri si va per essere visti, come raccontano le cronache mondane, così sulla passerella di Christo si va per dire di esserci stati.

Per molti funziona così: le cose valgono perché si può dire a qualcuno “io c’ero, io ci sono stato”, come quando stai per raccontare un tuo viaggio e vieni immediatamente zittito da chi vuole raccontare il suo. La partecipazione all’evento dell’Iseo è proprio un’esplosione di gregariato sociale, manifestazione di quel grosso delle persone, la famosa ggente, che ama fare le cose che fanno tutti, come intasare il sabato pomeriggio super e ipermercati, oppure andare a un concerto all’estero, perché è importante mandare i selfie con qualcuno, magari il frontman del gruppo.

Lo capisco nei più giovani, di meno nelle persone in età, ma trovo, come sempre, la spiegazione antropologica nella forma della “campana di Gauss”, così panciuta al centro, otre contenitore dei più, e così sfuggente ai lati. Ecco quelli che si trovano ai lati, o non sapevano della passerella di Christo oppure non gliene è fregato una mazza. Io sono tra questi, e spero che l’orrendo oggetto sia tolto dalle acque quam celerrime. Non mi dispiace solo per i ristoratori dell’Iseo, che certamente avranno fatto affari.

Il senso di tutto ciò è nel debordare di una cultura sociale sempre più massificata e generica, dove lo spazio per le scelte personali, pensate e deliberate con criterio si sono ridotte di molto, specie da quando televisione e web sono diventati così pervasivi.

L’importante è discuterne, rendersi conto, avere attenzione per i rischi che la nostra mente corre se non resta vigile, autonoma, auto-decidente, incondizionata, per quanto possibile, dal pensare collettivo, istupidito e annoiante. Anche Gustave Le Bon ha studiato questo fenomeno, che si applica a tutti i grandi assembramenti, dalle popolazioni tifose degli stadi, alle manifestazioni politiche e sindacali, dai cortei alle processioni. Che cos’era se non una processione senza la Madonna il profluvio di persone sulla passerella lacustre?

Una cosa positiva è che durerà -indefettibilmente- solo fino al 3 di luglio.

Perfino un guru italianissimo si è visto, caftano bianco sporco, capelli e barba lunghi (e forse non pulitissimi), e un sollevarsi beato la veste dicendo al cronista “Vedi che energia si propaga qui, bellissimo!”

Eh eh, senza che appaia come snobistico pensiero, il mio, ma che cz dici, mona?

Due pericolose illusioni: la felicità e la perfezione

perfezioneQualcuno forse si scandalizzerà, ma io ritengo che felicità e perfezione siano due aspirazioni/ dimensioni pericolosissime. Altrove e prima di oggi ho parlato della felicità come ipotesi esistenziale e stato dell’anima, osservandone nella vita quotidiana degli esseri umani -in genere- l’improbabile continuità, e perciò stesso fomite di possibili frustrazioni, anche molto gravi. In realtà, giorno per giorno si alternano momenti di gioia e momenti di tristezza o di dolore. Anzi, la gioia spesso lenisce il dolore, intersecandolo e inserendosi in noi, quando quello diminuisce. Si può gioire,  cose provate, della dismissione delle stampelle dopo un guaio articolare, mentre si zoppica ancora, e si constata la differenza di condizioni rispetto a quando si era quasi paralitici.

La gioia è moderata e serena, realistica e perfin dolce, rispetto alla potente, ma fugace e a volte querula e ingombrante condizione, della felicità. La gioia insegna anche ad apprezzare il dolore, la mancanza di qualcosa, l’assenza di qualcuno, mentre la felicità pretende tutto, pretende per sé, pretende che non vi siano ostacoli, contrasti, altri vincitori, se non lei stessa dentro di noi, però sempre pronta ad abbandonarci nella delusione della perdita.

Anche la perfezione è pericolosa, direi proprio in sé: latinamente rinvia a un significato di completezza, di “fine-lavori”, di conclusione. Perfectum è ciò che è stato perfezionato, e quindi finito. Ciò che è finito è morto. La perfezione è dunque una condizione necessaria dell’agire umano, ma solo nel senso che le cose intraprese devono essere concluse, non nel senso che ciò che si raggiunge è il meglio del meglio, insuperabile. Se ciò fosse non resterebbero più spazi di crescita, si lavorerebbe per raggiungere solo delle mete, che spesso risultano effimere, volatili, come il nostro essere a questo mondo.

Criticando il concetto di perfezione, non intendo sminuire il valore del raggiungimento di risultati, nella vita, negli studi e nel lavoro, tutt’altro, ma una sua smodata enfatizzazione. Certo che è importante conseguire, con la giusta fatica, un titolo di studio elevato, come osservo fare ai giovani; certo che son personalmente orgoglioso di averlo fatto, nella mia vita, sempre lavorando, ma sono consapevole di essere solamente in cammino, e che la meta non è il fine per cui sono qui. Le mete sono passaggi intermedi, come tappe lungo il percorso, per fare il punto della situazione, per ristorarsi, prendere riposo e poi ripartire, riprendere -passo dopo passo- la strada del nostro destino, che viene costruito camminando, incontrando, nella relazione e nel confronto, nel successo e nella perdita, ma cercando un senso alle cose che si dicono e si scelgono.

Quanto è fastidiosa la perfezione estetistica oggi ricercata nel campo della “bellezza” fisica dove, se si riscontrano difetti, anche lievi, si ricorre alla chirurgia e a ogni rimedio artificiale o protesico per rimediare e ottenere il risultato di una falsificazione insensata del proprio aspetto, non accettando i cambiamenti del tempo e delle età, e infine tradendo la propria essenza umana.

Tutto è perfettibile finché è in corso d’opera, mentre ciò che è stato terminato non ha più spazi evolutivi. Forse è bene considerare il cammino umano come un tracciato di crescita, dal tema dell’ominizzazione a quello di ogni esperienza individuale, per conservare la speranza e la possibilità di un miglioramento continuo e di una paziente realizzazione del proprio potenziale, dei propri talenti, dei propri desideri.

In questo senso l’eros platonico come attività desiderante è una delle vie maestre per convivere e condividere la propria irriducibilmente unica storia con l’Altro che procede accanto a noi. Insieme con la lezione gesuana delle Beatitudini (cf. Matteo 5, 3-12, e Luca 6, 20-23).

Il muro della matricaria

mederiaukaIl muro della matricaria era un po’ sbrecciato dal tempo nella vecchia casa di Hostne, il villaggio immerso nel verde delle Valli remote. Cresceva lì da tempi immemorabili e le donne si erano tramandate la sapienza dei suoi benefici. Curava i dolori premestruali, leniva i pensieri tranquillizzandoli in vista del sonno, era utile come calmante e decongestionante dell’intestino. Era usata anche come schiarente dei capelli e in molte altre circostanze. Una specie di cortisone dal profumo di mela “renetta”, e gratuità totale.

La mia frequentazione delle Valli scopre interstizi vitali sempre sorprendenti. Il mio interesse per piante e fiori si è sempre limitato agli alberi, di cui accolgo il potente fascino di esseri viventi, i più grandi e pesanti in natura: la sequoia è il più grande essere vivente mai apparso sulla terra.

Si vede che il tempo lavora su di me migliorando la mia sensibilità al reale, per cui perfino la Matricaria Chamomilla mi intriga: “matricaria” da “matrix”, utero femminile, cui dona il benessere di cui sopra; “chamomila”, dal greco kamài, terra, e mèlon, cioè mela. Mela della terra almeno come odore, che tonifica e rinforza. In slavo delle valli remote è la mederiauka.

Quanta abbondanza di varietà, di erbe ed essenze, di fiori e foglie, di alberi e cespugli, e l’erba profumata delle radure, e il sottobosco rasato sotto le conifere che rendono alcalino il terreno e l’erba non vi cresce.

Il muro della matricaria era luogo d’incontro per le donne della borgata, che lì si raccontavano storie del passato e del presente, con il lento e a volte strascicato timbro della lingua slava, ancestrale retaggio della loro storia e spirito condiviso del senso della vita. Le case erano state restaurate negli anni, dopo il terremoto, e anche se molte persone se ne erano andate, i villaggi conservavano la vitalità e i colori del tempo andato.

Racconti della krivapeta delle Valli, che non si mostra a tutti, anzi, solo a quelli che amano i boschi oscuri del confine, e lì indugiano senza fretta in ascolto delle campane dell’Ave Maria, di valle in valle un concento lieto, verso la sera che viene o nelle feste comandate da Deus. C’è una fede profonda che resta, nelle Valli, travalicante il tempo e le contrade, nelle preghiere mormorate a maggio, rosari e messe semplici nelle piccole chiese.

Di colle in colle si spande il richiamo della festa, e le nuvole attendono il suono per condurlo più in alto. La famiglia di aquile si leva dagli anfratti del Kolovrat per cogliere le correnti ascensionali provenienti dal Krn e dal Matajur, dove si porteranno con larghi giri a spirale, lo sguardo acutissimo sulle piante di mederiauka e sul sorriso della misteriosa krivapeta, immagine del divino incarnato nel tempo e nelle acque turchesi del Natisone.

Deus Deus meus

giovanni gabrieliSalmo 62 (3): Deus, Deus meus, ad te de/ luce vigilo./ Sitivit in te anima mea, quam/ multipliciter tibi caro mea./ In terra deserta et invia et/ inaquosa:/ sic in sancto apparui tibi, / ut viderem virtutem tuam et/ gloriam tuam./ Quoniam melior est misericordia tua/ super vitas:/ labia me laudabunt te./ Sic benedicam te in vita mea:/ et in nomine tuo levabo manus meas. 

L’invocazione a Dio (Deus in latino, caro Mancuso, tu che lo vuoi abolire, “Deus”) è struggente: l’uomo ha bisogno di Dio, con tutto se stesso, specie quando si trova nelle ambasce e nei pericoli della vita; è allora che  di più necessita della divina virtù e della gloria ineffabile… e della misericordia. Lode e benedizioni a Dio (Deus) da parte dell’uomo che umilmente si accetta nel suo limite. Ho preferito parafrasare il testo latino, invece che tradurlo, per rendere il senso, per quanto mi è stato possibile, secondo il sentire contemporaneo.

Ancora una volta, l’ennesima e in futuro quante Dio vorrà, ho ascoltato Giovanni Gabrieli veneziano (di padre carnico), che ha messo in musica l’antichissimo testo, attribuito al re Davide, ma forse di derivazione egizia. Un inno di invocazione al dio-unico Aton-Ra, e poi a Yahwe, e poi a Deus, a Dio, caro Mancuso, che è sempre quello, cui noi piccolissimi umani diamo titoli, ma sarebbe bene tacessimo, invece di scrivere tomi su tomi per vivisezionarlo. Illusi.

Con i Gregg Smith Singers e The Texas Boys Choir, diretti da George Bragg. Vinili comprati negli anni ’70, quando i nati nei ’60 erano bambini.

Registrazioni veneziane in San Marco, il luogo per il quale quelle musiche ineffabili sono state scritte dal grandissimo Giovanni. Le voci cantano in latino, intrecciandosi e movendosi sotto le volte arcane di mosaici antichi. E cantano “Deus Deus meus“, Dio Dio mio, con un atto di fede che la musica espande fino al cielo, come insegnava sant’Agostino.

Solo e disteso in sul divan di casa, socchiudo gli occhi e lo spirito si espande. Allora comprendo come sia la nostra vita (in vita mea, canta Davide re) cagionevole ed esposta, cosicché il canto disteso dei cori, il salmodiare arcaico dell’invocazione mi prepara lentamente, mi apre la mente, mi irrora i sensi interni di luce e di frescura.

La musica e il testo si commettono come un intarsio indicibile, nei ritmi che cambiano, nell’allungamento delle vocali che si rincorrono di voce in voce, sotto le volte arcane di San Marco. E il tempo del canto si rinnova ogni volta, anche se fuori il controcanto è dei temporali di questa strana tarda primavera. Un cielo cangiante tra azzurrità e cupi cumulo-nembi, da cui immagino possa apparire al suono delle trombe angeliche il Figlio dell’Uomo, mentre la nostra povera invocazione “Deus Deus meus”, sale nell’empireo, oltre il tempo-spazio che ci affanniamo a studiare, nell’eterno nunc (qui e ora) di ciascuna vita.

Deus Deus meus, è un segreto che ho confidato a chi lascerò a questo mondo, non sola, sole, soli.

331.4etc.

snoopyCaro lettor domenicale,

ebbene sì, quello nel titolo è l’inizio di un numero di cellulare che non riporto del tutto per caritatem patriae.

Da quel numero, stamani (oggi è giornata di referendum popolare nel mio anodino paesone su un quesito concernente l’unione o meno con un più piccolo comune limitrofo), ho ricevuto la seguente imperativa ingiunzione:

“Oggi vota e fai votare NO, per dire sì a un progetto migliore, più grande, e che ci permetta un VERO RISPARMIO. Seggi aperti fino alle 23. Vota NO!”

Tre verbi al modo imperativo in una riga. A me solitamente basta molto meno per farmi andare su tutte le furie e scatenare l’embolo iracondo che riposa sotto il mio proverbiale autocontrollo. Darmi ordini!

Al che rispondo: “Chi sei?” e “Come ti permetti di usare l’imperativo con me?” Nessuna risposta, che però mi arriva su una chat line più maneggevole. In realtà avevo capito benissimo chi fosse il mittente, ma ho voluto sottolineare due aspetti inaccettabili della comunicazione politico-telefonica, pur comprendendo le esigenze della propaganda elettorale che oggi si fa con largo uso della telematica e dei social.

I due imperativi, così come sono, presuppongono che il destinatario, cioè io, in questo caso, sia un perfetto cretino, non in grado di discernere nel proprio foro interno che cosa votare, ma non basta, perché il cretino destinatario dovrebbe avere dimestichezza con uno stuolo di cretini di second’ordine che gli ubbidiscono seduta stante, basta che lui, il cretino di prim’ordine, dia un’indicazione in un senso o nell’altro.

Dimenticavo: verso le 19.00 mi è arrivato un nuovo messaggio del tipo “Sei andato a votare NO? Hai tempo fino alle 23”. Questi gaglioffi dovrebbero sapere che la campagna elettorale finisce alle 24.00 del venerdì, e quindi non dovrebbero rompere i peperoni fuori tempo massimo.

Ripeto, è chiaro che questi messaggi vengono rivolti a una miriade di persone in indirizzo, ma io faccio parte della miriade senza avere portato all’ammasso il cervello. Delicato? Sì. Antipatico? Forse, a qualcuno di più, specie a quelli che pensano di poter risolvere i problemi del consenso con indicazioni generiche e massicce a gruppi indistinti di umani, o indistinguibili come le vacche nella notte (Hegel), che risultano tutte nere.

Auguri a chi pensa di poter renzianamente dialogare con tweet o cinguettìì di qualsiasi genere, bypassando personalità e intelligenze individuali, irriducibilmente uniche, tì tode tì, direbbe Aristotele, quella cosa lì, e se non capite, nuovi capi e capetti presuntuosi, studiate, affaticatevi sui libri e salutate con rispetto i saperi che non possedete.

Io sono e sarò sempre da un’altra parte.

L’orgoglio tra permalosità e difesa della dignità personale

presDiscutendo con amici e colleghi mi è stata chiesta una riflessione in tema.

Innanzitutto, secondo la dottrina classica, l’orgoglio è un amore disordinato ed eccessivo per il proprio “io”.

Ci sono due tipi di orgoglio, studiati fin dai tempi del pensiero greco latino e da Padri della chiesa come Agostino (cf. De Genesi ad litteram) e Gregorio Magno (cf. Moralia in Job e Dialoghi). Ne parlano anche Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano in alcune loro rispettive opere (cf. La scala del paradiso, Le istituzioni cenobitiche).

Il primo tipo è legato alla superbia, caput vitiorum, alla presunzione e alla permalosità: chi ne è afflitto è convinto di essere sempre nel giusto e non sopporta di essere contraddetto, pena lo scontro o l’eliminazione dell’avventuroso competitore, dialettico od operativo che sia.

Il secondo tipo di orgoglio è invece un sentimento che contribuisce a preservare la dignità personale, ed è, non solo legittimo, ma anche doveroso e necessario alla tutela della persona, in quanto valore indisponibile. Un orgoglio naturalmente moderato è utile per il rispetto che ognuno deve a se stesso e per il rispetto che gli devono gli altri in quanto persona. Ognuno è uguale in dignità a qualsiasi altro, sia esso Adriano imperatore od Obama, oppure uno schiavo trace o un bimbo sudanese.

Tornando al primo tipo di orgoglio, esso quasi si confonde, come dicevamo, alla superbia ed è fomite primario dell’invidia, orrendo e malevolo sentimento di ostilità distruttiva. Siamo già nell’area dei vizi spirituali peggiori, capaci di far morire l’anima. L’orgoglioso è un superbo che non tollera altri si avvicinino a lui, né per potere, né per capacità e, se può, cerca di eliminarli. A me è capitata qualche volta questa esperienza e mi sono tolto di mezzo dalla tenzone prima di farmi fare del male.

Una specie pericolosa di orgoglio è quella denominata “spirituale”, e riguarda specialmente coloro che ritengono di “avere ragione” sempre, quasi “messianicamente”, specialmente sulle tematiche di principio, sulle ragioni etiche e socio-politiche. Si pensi alle mentalità dittatoriali o dei rivoluzionari di professione. Costoro, sia pure per fini diversi, sono accomunati da un senso di assolutezza e di sicumera nelle proprie scelte teoriche, ma soprattutto pratiche ed operative. Quando Mao Ze Dong affermava che per educarne cento bisognava colpirne uno, aveva in mente anche di poter ammazzare questo “uno”, decidendo lui, indefettibilmente, della vita e della morte di quella persona, perché essa “aveva radicalmente torto”. Non parliamo poi di dittatori criminali come Pol Pot o lo stesso caporale Adolfo, i quali non nutrivano (probabilmente) il minimo dubbio sul da farsi, se si trattava di sopprimere vite umane, anche in quantità industriali.

Ricordo che quando ci fu l’attentato dei GAP di via Rasella a Roma nel ’44, che uccise 33 poliziotti del Battaglione Bozen della Wehrmacht, l’input pervenuto al generale Mackensen, superiore del colonnello Kappler, dal Quartier generale hitleriano di Rastenburg ,  era di fucilare cinquanta italiani per ogni tedesco ucciso in quell’attentato. Poi si optò per una soluzione “più clemente” (!!!) con dieci fucilazioni di italiani per ogni tedesco, più cinque, ché si erano sbagliati i conti. Uno più uno meno…

Anche gli attentati terroristici, siano essi ad personam, come nel caso del terrorismo politico vissuto in Italia nei decenni ’70/ 2000, siano di raggruppamenti anonimi (Bologna ’80) o quasi,  per target magari (Bata-Clan e Orlando, ad esempio), l’atto di uccidere è frutto di una concezione di sé e della vita umana propria e altrui altamente superbo, oltre che arrogante, presuntuoso e perfino stupido.

Il fatto che le persone umane siano reificate a meri simboli da abbattere, quasi per operare “pedagogicamente”, si fa per dire, verso moltitudini, intere nazioni o culture, non significa altro che è venuto meno l’abc della ragione umana, dell’equilibrio mentale, e dei principi morali primigeni.

L’orgoglio di superbia è anche intriso di permalosità. Il soggetto orgoglioso e superbo è permaloso e rancoroso, e quindi anche, spesso, vendicativo. Ma la sua non è la vendetta per un grave torto o delitto subìto, come nella tradizione etico-giuridica mesopotamica e biblica, dove l’occhio per occhio, il dente per dente, la vita per vita, aveva la serietà e la gravità di un atto giuridicamente “lecito”, no, qui si tratta di qualcosa di più futile, terra terra, quotidiano, ma non perciò meno disturbante per il permaloso superbo orgoglioso.

Prima di questa volta ho scritto ancora sull’argomento, interrogandomi circa la presenza o meno di tali vizi in me medesimo. Ebbene: un po’ orgoglioso sì, lo sono, un tempo anche permaloso, ma non mai rancoroso e vendicativo. Pieno di difetti, e con qualche qualità, se non altro quella di considerare sempre il limite, la finitezza, lo stesso essere-qui-a-questo-mondo, che è la mia struttura esistenziale ed ontologica, come quella di ogni altro essere umano.

La bocca degli stupidi

IMG-20160602-WA0019…non sta mai chiusa , caro lettor mio!

Naturalmente nulla c’entrano (gli stupidi) con l’immagine a lato che, casomai, serve a sottolineare la distanza tra il nobilissimo rapace, cui sono affezionato, e loro.

Continuo la mia, oramai storica, raccolta con recenti esempi :

Zenga commenta Francia-Albania e usa la frusta e apparentemente metafisica espressione “attaccare gli spazi, attaccare la profondità” per dire il movimento senza palla degli attaccanti protesi alla rete avversaria. Oppure “fare a sportellate” per dire che un attaccante si oppone rudemente a un difensore che lo marca, e viceversa. Ma perché dire così? Imitazione di qualche giornalista che un dì ha iniziato a parlare in questo modo: il resto lo fa la povertà lessicale e la pigrizia. Addormentamento certo, da parte mia. Come mi piacerebbe rileggere ora le cronache sportive di Buzzati, o Brera, o Raschi sulla Gazzetta rosa, per ristorarmi lo spirito!”

Stamani, “bufera su D’Alema”, perché avrebbe dichiarato un’intenzione di voto per “Lucifero” piuttosto che per il candidato PD di Roma. Non mi interessa Lucifero, che magari ha il sorriso della  bellinuccia Raggi, ma il termine “bufera”, unico modo giornalistico per dire difficoltà, confusione, casino, problemi, conflitto, scontro, oppure addirittura disastro, catastrofe, cataclisma, ah no, perché per questi ultimi termini il giornalismo imperante usa “apocalisse”, facendomi infuriare di pietà, è ancora lì, ad annoiar mortalmente.

Brexit! Grexit! a dire “British Exit” o “Greek Exit”, cioè “uscita dall’Unione Europea”. Un acronimo abusato e stancante. Possibile che non sia possibile parlare diversamente?

Un altro sintagma consueto e tritamente ripetitivo, dopo ogni strage, è “mai più morti, mai più eccidi” etc, purtroppo anche di Francesco papa e di president Mattarella, che di suo ha anche timbri e toni vocali assopenti.

Manuel Valls, primo ministro di Francia, invece, rompe questo cliché con intelligente realismo: “Vi saranno ancora attentati e morti innocenti (l’unico aggettivo che si potrebbe risparmiare, perché se un attentatore uccide un delinquente è meno colpevole che se uccide un non-delinquente?”

Valls ha ragione: la violenza è intrinseca all’uomo in questa fase di antropo-ominizzazione, questo tipo di violenza, politico-religioso-economico-patologica. L’intelligence e le polizie possono ridurla, ma non eliminarla del tutto.

Caso Regeni: ferma restando l’ineluttabile esigenza di avere dall’Egitto informazioni complete ed esaustive sull’assassinio di Giulio, mi sembra una totale idiozia dichiarare quella grande Nazione “non amica”. Che  c’entrano gli ottanta milioni di egiziani con i servizi e gli ufficiali governativi collusi o autori del delitto orrendo?

Femminicidio: e qui la tontaggine si fa suprema, anzi superna, alta come l’Olimpo degli dei iracondi e umanissimi del mito antico. Ancora una volta: l’uccisione di una donna è un OMICIDIO. Punto.

E de quo satis, in hoc die, amice!

Lo sguardo giusto

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Saper guardare le cose nel giusto modo è importante. Quante volte ci confondiamo sul reale significato di un gesto, di una parola, di un fatto, perché lo interpretiamo come fossimo l’ombelico del mondo, anzi l’unico ombelico!

In realtà ognuno di noi è un “ombelico del mondo”, perché non possiamo evitare di partire da noi stessi come soggetto, per conoscere ogni cosa. Anzi, le filosofie idealiste, fin da Platone e sant’Agostino, ma con più evidenza e in modi diversi, da Descartes in poi, passando per Berkeley, con i picchi estremi della potente stagione tedesca dei primi dell’800 (Fichte-Schelling-Hegel), hanno sempre posto il soggetto pensante, o l’io, al centro del processo della conoscenza, addirittura (con Berkeley) affermando che “l’essere delle cose è l’essere percepito” (non l’essere della cosa in sé e tantomeno l’essere stesso, dimensione metafisica classica), a differenza del filone realista che ha i suoi massimi esponenti in Aristotele e san Tommaso d’Aquino e, più recentemente in pensatori come la Anscombe e Ferraris. Personalmente mi iscrivo a questa seconda scuola, pur ammirando moltissimo il filone platonico-idealista.

In realtà, si può dire che “hanno ragione” tutte e due le “scuole”, perché il realismo considera la realtà in quanto tale, al di là della nostra percezione (la realtà delle cose esiste anche indipendentemente da noi, anche se non fossimo mai nati, e dunque la realtà non ci interessasse, ovviamente), mentre l’idealismo sottolinea l’importanza della percezione e della successiva elaborazione e interpretazione soggettiva della realtà stessa.

I due approcci, o “sguardi”, sono altrettanto necessari e, a parer mio, integrabili.

Un primo esempio: la foto sopra, ripresa nella Terra del confine, in me genera un sentimento di pacata malinconia, consentanea al mio temperamento, ma in un’altra persona può dare un senso di misteriosa inquietudine notturna. La notte rappresentata dal cielo viola-turchese è un dato oggettivo, mentre la percezione diversa esprime la soggettività irriducibile di ogni osservatore umano.

Un altro esempio pratico. Quante volte ci capita di interpretare male o scorrettamente la frase di un’altra persona e ci offendiamo, ma la persona non aveva intenzione di offenderci, eppure noi ci offendiamo. Che è successo? Che qualcosa nelle parole proferite dal nostro interlocutore, ci ha disturbato, sarà stato il tono, la scelta dei vocaboli o… altro, magari il nostro stato d’animo o i pensieri precedenti all’interlocuzione, che hanno costituito un contesto repulsivo per il discorso altrui. Può dunque succedere che si creino problemi relazionali perché non interpretiamo bene e quindi non comprendiamo le reali intenzioni di chi ci parla.

C’è sempre una distanza significante, uno iato tra ciò che si proferisce verbalmente e ciò che viene percepito, inteso, capito. Vi è una linea di pensiero, compresa nella filosofia ermeneutica che se ne occupa da almeno un paio di millenni, possiamo dire dal lavoro straordinario fatto nei primi secoli cristiani dai grandi esegeti, e dai Padri della Chiesa. Un nome su tutti, quello di Origene, interprete sommo delle Scritture bibliche ed evangeliche, ma anche Girolamo e Agostino, Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo, per arrivare fino all’Illuminismo, a Schleiermacher, e poi ai nostri tempi, con pensatori come Florenskij, Gadamer, Pareyson, Ricoeur, trascurando qui altrettanti nomi.

Origene parla di infinita ricchezza della “parola” e Pareyson di “interpretazione infinita”, mentre Gadamer proponeva la “fusione degli orizzonti” tra lo scrittore e il lettore, fossero (siano) pure distanti cronologicamente secoli e secoli; Ricoeur la “metafora infinita”, quasi a voler dire che si può dare, non solo una conoscenza realistica e logica delle cose, ma anche una conoscenza “metaforica”, che arricchisce la nozione di “verità” con le sfumature ineffabili di una “verità metaforica” che vive e irrora la verità naturale.

Meraviglioso. Così come è meravigliosa la realtà che viviamo, nella gioia e anche nel dolore, che ha un profondo significato, quello di ricordarci sempre il nostro limite e l’esigenza sapienziale di “essere pronti” (estote parati) con la bisaccia in spalla, e il bordone impugnato saldamente, per procedere, incedere, intercedere, camminare, lungo il percorso della nostra vita che è già, di per se stesso, meta che conduce più avanti e più in alto, nella comprensione della bellezza.

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