Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Villa Sulis e la grammatica dei volti

villa SulisTrovarsi con Gianni Colledani, culto umanista e cantore dei toponimi e delle terre alte, della Pedemontana, è bello. E con altri amici venuti per il libro. Villa Sulis si staglia sulla Costa avita, avamposto dei “castellani” e corpo di guardia dei “beltramini”, quelli di Spilimbergo che uccisero il Patriarca Bertrando un pomeriggio del 1350. Si parla di nomi e di lingue antiche, rimaste a dire il rispetto dei luoghi, dei sentieri, delle ancòne, delle pietre dove si riposavano i viandanti, delle antiche pievi.

Tardo pomeriggio d’inverno, silenzio e luce soffusa che cala rapida dalla montagna. Sembra incredibile, di questi tempi, riempir quasi mezza sala dal tetto di frassino, nella villa salvata da mani rapaci che avevan già pronti i bulldozer per spianare e “valorizzare”. Che cosa?

E mentre riposo ascoltando il collega, che come me si spende nel nostro gramelot friulo-italiano, gradito dagli astanti, osservo i volti, e ricordo, socchiudo gli occhi discretamente, e mi viene alla mente l’innumerabile schiera delle persone incontrate e, più o men conosciute, nella mia vita.

Ricordo le impressioni, i giudizi miei rapidissimi, la simpatia immediata o il suo contrario, le correzioni di rotta e di giudizio, rare però, ché quasi sempre, fin da giovanissimo “ci prendevo”, e ci prendevo anche gusto a guardare i volti, e a immaginare storie, mestieri, affetti, dolori, aspettative, parole, silenzi. E poi la scoperta del positivismo antropologico, con i nessi tra caratteri somatici e psicologici, e anche tutti limiti della dottrina. Ma.

Ma, caro lettor mio, a me pare ancora di sbagliar poco se mi affido allo sguardo che penetra la grammatica dei volti, e li analizza senza analisi, cogliendoli in un unico atto conoscente, induttivo, intuitivo e legge nel volto femmineo di una donna matura la bambina che è ancora, e mi sovvien l’evangelista, testimone del Rabbi nazareno:

In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.” (Matteo 18, 3). E allora?

Oppure il volto ingrugnito di chi mi disnuisce in faccia, anche se non in grado di contestar secondo logica quanto vado dicendo, ad esempio che il matrimonio (mater munus) è l’ufficio della madre, così come il patrimonio (pater munus) è l’ufficio del padre, per cui una coppia omosessuale non può etimologicamente, semanticamente, ontologicamente dirsi “matrimonio”, ma “unione” e, a fronte del cupo arrovellarsi del volto grammaticato nell’ira, gli propongo una similitudine “sarebbe come se io è lei ci mettessimo d’accordo di chiamare sedia questo tavolo, per un anno, e poi mai più“. E l’ira si fa più funesta, e il viso avvampa. Eccome se c’è la grammatica dei volti!

E guardo, volto per volto, persona per persona, la prima fila e la seconda e la terza. Una schiera espressiva dell’uman genere, che non avevo mai incontrato salvo il valoroso amico di cui sopra.

E poi, tornando, considero come l’evento si è già posto nell’eterno fluire dell’essere ed è diventato eterno, come  eterno è ogni atto, ogni parola, ogni pensiero che sorge dalla mente, ogni sogno notturno, ogni desiderio, ogni deliberazione, ogni sguardo, ogni benedizione.

Benedetta sia la vita che mi accoglie ogni giorno e mi presenta l’infinita grammatica dei volti e del destino.

Cumo tu poetis denant dal Pari, cjar amì, pre’ Meni, ora tu poeti davanti al Padre, caro amico, pre’ Meni

pre MeniCjar pre’ Meni,

ho saputo che te ne sei andato stanotte,  e io ti ricordo con affetto, le nostre conversazioni sul poetare come lavorare, come essere operai della parola. O anatomopatologhi… della parola, che è sacra, pregnante, densa, piena di verità, se la si rispetta. La parola, oggi strapazzata, negletta, che tu curavi con acribia amicale ed esperta. Tu scrivevis a man, cun cure e precision, e io leevi ce che o vevin di publicâ su le Agende Furlane, che si onorave de to presince.

Ricordo le serate dei tuoi compleanni sotto il ciliegio di casa tua, in quel di Casasola di Majano, a giugno, che era caldo ma non troppo, e a iere une schirie di amis di dut il Friûl. E i tiei poemas, e lis puisis che tu as scrit par l’Agende di Chiandet che o curi fin dal 2005 fin ue. Ogni an un tema, sonets, haiku, liricutis… E gli uccelli accompagnavano le conversazioni fino a sera tarda, anche con Ario Cargnelutti da Gemona, caro compagno di tante vicende in Friuli, ator pal Friûl, e fuori, magari a Roma al Fogolâr Furlan dal cjarissim ami Adriano Degano, che a clamavin ducj “dotôr”. Tu eri prete restando uomo normale, non eri clericale.

Non sto qui a dire della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura proposta dalle università di Innsbruck e Klagenfurt, meritatissima.

Mi piace citare invece i titoli dei tuoi poemi in friulano, quasi cinquantamila versi: Anilusi, I Dumblis Patriarcai, La Gnot di Colomban, L’Ancure te Natisse, Colomps di Etrurie, Flôr pelegrin, Fanis, Crist Padan, che tu mi regalasti negli anni, con la ritrosia dell’umiltà vera, mite, carattere tuo schivo e un poco burbero, di uomo dei monti del Canal del Ferro. Non dimentico la tua prefazione a Il viaggio di Johann Rheinwald, mio strano romanzo semi-autobiografico, l’unico finora, pubblicato nel 2007. Già dieci anni fa!

E poi le tue parole essenziali a qualche presentazione dell’Agenda Friulana, ricordo una sera latisanese del 2010, con i canti di Ennio Zampa e mia figlia ancora piccola ma già capace di dialogare di poesia e musica.

Caro don Domenico, cjar pre’ Meni, o vuei onorati cun une to puisie che o vin publicât te agende dal 2017, dedicade a un grant Sant, che a mi a mi sta tant dongje dal cûr e da la ment: san Tomâs di Aquin

 

S’o cjantin l’Eucarestie/ Cui biei cjanz di prucission,/ Di Tomâs  a jê armonie/ e divine devozion.

Lui al ere teologâl,/ Filosofic di reson./ Al sclarive il mont normâl/ E i valors de Redenzion.

Pai studenz al è une mane,/ Se la ment’ e tegnin sane.”

 

Specie di questi tempi inordinati e pieni di confusione.

Graciis, grazie, gratias tibi ago frater meus, poeta!

 

 

Una vergogna lasciar morire di freddo la gente per strada

stazioneSembra sia un fatto ineluttabile, per la politica e l’amministrazione di questa grande e talvolta idiota nazione italiana che, con questo freddo, muoiano per strada esseri umani, italiani e non italiani. Non so quanti siano, poche centinaia, migliaia, forse la Caritas e sant’Egidio lo sanno, non so se gli uffici pubblici degli enti locali sono altrettanto informati.

Non sto qui a fare la comparazione tipica della pubblicistica di destra, che sottolinea come per gli extracomunitari, profughi, etc. vi siano i 35 euro al giorno conferiti dallo Stato italiano alle strutture che li accolgono più o meno bene, ché richiede un altro tipo di discorso, più ampio, di etica generale, di socio-economia e di politica, ma mi limito al dato, al fatto che i senzatetto o senza fissa dimora, in queste condizioni muoiono, e a volte muoiono perché non vogliono separarsi dal cagnolino che gli fa compagnia, cui è interdetto l’ingresso nei dormitori.

Stamani ho letto su Libero un reportage interessante di Noemi Azzurra Barbuto, il racconto del chihuahua bianco che non sa di essere una povera cagnetta di strada, ma è felice con il suo padrone, un clochard bulgaro che non la lascia sola e preferisce rischiare l’addiaccio sotto un portico o in stazione, per tenerla al caldo del suo vecchi pastrano.

Non voglio neppure fare pietismi lacrimosi, perché la povertà radicale non è una cosa nuova, e può capitare a chiunque di trovarsi in difficoltà, specialmente quando mordono crisi economiche epocali come quella iniziata nel 2008. Non stai tanto a trovarti a dormire in macchina o in un sottoscala se ti separi, se perdi il lavoro, se ti capita una sfiga grande, magari in contemporanea con altre. Ciò non significa che si devono accettare, in posti come l’Italia, che possiede uno dei maggiori patrimoni immobiliari di proprietà del mondo e imponenti strutture collettive ora dismesse (caserme, etc.), che persone dormano per strada o dove capita, rischiando l’assideramento come i nostri poveri alpini in Russia nell’inverno del ’42.

Può essere questo un tema politico, oppure la politica è troppo impegnata nelle sue autoriforme che non arrivano mai? Che cosa volete che importi del modello elettorale che sarà scelto a chi, cittadino italiano, è perforato da mille punture di gelo, sottonutrito, sotto-idratato, sporco e senza speranza?

Su questo anche la sinistra politica è in generale sorda e muta, occupata a medicare le sue ferite da strapazzi e insensatezze oramai quasi degenerate. E questo mi addolora. Dove sono le Anna Kuliscioff, medico e socialista esule russa, compagna di Andrea Costa e di Filippo Turati, che curava gratuitamente bambini e donne povere? Chi sono le sue emule attuali, le Boschi e le Boldrini? Ma andiamo!

Potrebbe essere un progetto politico urgente quello di destinare un investimento congruo per questo fine: abbiamo centinaia di caserme di dismesse, di appartamenti sfitti, di immobili utilizzabili proficuamente, basterebbe la famosa “volontà politica” di pensarci e progettare qualcosa.

Vien proprio da pensare di nuovo che siamo solo all’alba di una vera ominizzazione, ancora, nonostante le tecniche genetiche, nonostante la ricerca astronomica, nonostante l’esplorazione delle micro-particelle, dell’energia oscura, nonostante stiamo vincendo molte battaglie contro il cancro e si studino con un certo successo le cause delle malattie degenerative, per combatterle al meglio. Nonostante.

Se come umani non riusciamo a mettere sul desktop delle nostre priorità la salvezza semplicemente di questi nostri simili, pari a noi in dignità, ma più sfortunati, allora vi è da pensare. E pensare, in sovrappiù, che qui siamo “cattolici”, cioè rivolti-al-tutto, secondo l’etimologia greca classica (katà òlon). Siamo storicamente secondo-il-tutto, nulla trascurando, e invece trascuriamo, trascuriamo molto della nostra umanità. Viene quasi da piangere.

pedalate di pensieri

inverno-in-biciPedalando, per vincere il freddo intenso di questo gennaio, penso, mentre il paesaggio nitido dell’inverno mi circonda. Non ci sono auto, nulla si muove, se non le ruote della mia bicicletta sotto lo sforzo della pedalata regolare. Neppure un alito di vento, quel burian sarmatico che ho sentito nelle scorse uscite, freddissimo, grazie a Dio, ma stamattina sono meno 6 o 7 sotto zero. Verso le undici incontro anche altri ciclisti allegri, forse a zero gradi o meno uno.

La sensibilità degli altri è difficile da comprendere, perché solitamente siamo concentrati su noi stessi, scimmie ancestrali che difendono il proprio territorio, bonobo più alti e forti, e pericolosamente intelligenti. Capaci di soffrire per la meta da raggiungere, o anche, come stamane, solo per mostrare che si può fare, che si può pedalare nel freddo pungente, proprio perché nessuno te lo ordina. Soffrire in piena libertà. La libertà di soffrire. Che bello.

Oggi il sole fa fatica a spaccare le nuvole, ma poi ce la fa, mi scalda di lato e poi la schiena, quando vedo la mia ombra lunga precedermi, la sagoma rannicchiata del corpo, e avanti sull’asfalto durissimo e vecchio della provinciale. Penso a chi conosco, sul lavoro e fuori, penso al viaggio di domani verso Milano, anzi a Monza per vedere di quel mignolo che mi disturba, micrortopedia della mano, ancora. I miei disturbi da uomo in età, niente cose di cuore, niente altro di impegnativo, ma piccole cose periferiche che mi esercitano al limite, al dolore pedagogista insigne.

E poi di nuovo al lavoro, giornate piene da martedì fino a sabato, formazione, incontri, valutazioni del lavoro altrui, pareri da esprimere, sguardi sulle persone e sul mondo, caro lettor mio.

E il libro sui simboli biblici che aspetto di correggere per la pubblicazione, e le serate filosofiche, e i dialoghi sui massimi sistemi… e anche sui minimi, per cercare di capire se abbiamo un destino, o se siamo qui quasi per sbaglio. Ma io voglio credere che siamo al mondo per qualcosa, magari a noi ignoto, e così procediamo in parte ignari a vivere i giorni innumerevoli e nel contempo finiti, e rimanenti. Ogni giorno è un miracolo, è nuovo, mai vissuto prima e mai più ripetibile, come questo sole che mi arriva di traverso, mentre scrivo nel silenzio. Ho messo a posto le migliaia dei miei libri e presto mi siederò dove li ho sistemati, solingo come un pettirosso che viene in visita al suo eremo.

Anacoreta di questo tempo, sono sicuro che qualcosa resta, se non eterno, immortale, di quello che facciamo, e anche di quello che diciamo e pensiamo, nell’energia propagantesi nel kòsmos e nel kairòs, nel tempo fisico e nel tempo spirituale, quel tempo opportuno che dice di più delle nostre vite.

Profeta del dire qualcosa, sono, a chi mi sta di fronte udente e ascoltante, e io reciprocamente in ascolto della pro-fezia dettami lì, davanti, come intuizione sapienziale, precedente ogni scienza umana, ogni statuto accademico, ogni presunzione.

Viandante senza meta e nel contempo con una meta nascosta, a me sconosciuta, visibile solo agli occhi del Padre, che tutto ha pre-visto senza informare nessuno di noi, mandando il Figlio suo in avanscoperta, Angelo del Padre, Messaggero del Tempo-che-tempo-non-è, ma solo parvenza dell’Eterno. Un attimo vale l’eternità quando folgore pensata ti fa intravedere negli interstizi dell’Essere la tua Verità, che presto, però, scompare obnubilata dal tuo limite.

Silenzio infinito degli istanti e del sonno ristoratore, caro lettor mio paziente.

E penso alle persone che mi conoscono e mi conoscono veramente, che son poche, e sono nella mia vita per sempre, finché vivrò, e oltre.

Alcuni limiti della filosofia di Jean Jacques Rousseau e suoi richiami contemporanei, più o meno appropriati

rousseauCaro lettore,

capita nella vita e anche nella storia delle idee, come in tutte le storie, che vi siano persone sottovalutate e persone sopravvalutate. Ecco, io sono convinto che, nella storia delle idee, un autore sopravvalutato sia Jean Jacques Rousseau, uno dei vati della Grande Rivoluzione del 1789 e, de minimis, considerato perfino ispiratore dall’attuale secondo partito italiano, i 5S.

Rousseau, come altri pensatori post-cartesiani, ha buttato via “il bambino con l’acqua sporca” della filosofia classica, cioè, insieme con i tardo-scolastici stantii del ‘600, ha rigettato anche l’Aristotele immortale e Tommaso d’Aquino, forse non avendoli neppure bene studiati. Si comprende ciò dalla sua dottrina antropologica dello “stato di natura” (cf. Discorso sulle Scienze e le Arti, Discorso sulla Diseguaglianza, e Contratto sociale), in base al quale si convinse che l’uomo stesse meglio prima della civilizzazione tecnologica, quando sarebbe stato in grado di convivere con i propri simili e nella natura, sostanzialmente senza egoismo, egocentrismo e così via. Lezione che ha contaminato in seguito, non tanto Kant, da alcuni ritenuto suo debitore, quanto Marx, che pensava alla possibilità di una riforma dell’animo umano al punto da potersi configurare una sorta di homo novus, solidalis et fraternus, in una trasformazione radicale dell’antropologia psicologica, smentita sia dagli autori classici sia dalle neuroscienze contemporanee. Il dottor Karl Marx, laureatosi in filosofia con una tesi sull’atomismo greco di Democrito e Leucippo, fu in realtà un mediocrissimo filosofo, nel mentre diventava un eccelso economista e sociologo, cui ancora oggi dobbiamo essere sempiternamente grati.

La parte peggiore dell’eredità roussoiana può essere considerata il cosiddetto Terrore degli anni ’93-’95 della Rivoluzione francese, in quanto il moralismo del filosofo ginevrino ne poteva ben costituire l’ossatura. Si dia uno sguardo al seguente testo, tratto dal citato Discorso sulle scienze e le arti: “L’astronomia è nata dalla superstizione; l’eloquenza dall’ambizione, dall’odio, dall’adulazione, dalla menzogna; la geometria dall’avarizia; la fisica da una vana curiosità; tutte, persino la morale, dall’umana superbia (cf. E. Cassirer, Il problema Jean Jacques Rousseau, in E. Cassirer, R. Darnton e J. Starobinski, Tre letture di Rousseau a cura di M. Albanese, Roma-Bari, Laterza 1994, p. 188)”. E non si dica che… essendo estrapolato dal contesto e bla e bla, perché è chiarissimo nella sua assurdità.

Il fatto è che il ginevrino non si è accontentato di esporre il suo pensiero con aforismi e detti, come hanno fatto umilmente altri pensatori a-sistematici e non, da Epicuro a Wittgenstein, ma si è cimentato in ponderosi trattati, magari chiamati “discorsi”, neanche avesse avuto la tempra di un Aristotele, un Agostino, un Tommaso d’Aquino o un Hegel. Con presupposti filosofico-antropologici come quelli sopra citati si va poco lontano, perché si tratta, non di assiomi teorici di immediata evidenza come in logica o in matematica, dove la prima tesi è indimostrabile perché evidente, ma di pre-giudizi intrisi di un moralismo insopportabile.

Come si fa a sostenere che “l’eloquenza è nata dall’ambizione, dall’odio, dall’adulazione, dalla menzogna“? E se invece fosse nata dalla curiosità naturale dell’uomo, dall’evoluzione espressiva del linguaggio e dall’esigenza, prevalentemente umana (in natura anche le api e le formiche, oppure i lupi e i licaoni lo praticano), di trovare modelli di condivisione e di convivenza? Non si è mai accorto Rousseau che i cinque figli avuti con madame Levasseur erano tutti diversi l’uno dall’altro? Embè, anche se l’eloquenza nascesse da una qualche ambizione, che male ci sarebbe? Forse che l’ambizione, in sé e per sé, è un vizio, oppure dipende se sia vizio o no dall’uso che se ne fa? Ecco un esempio di come il moralismo e un’assenza pressoché totale di visione antropologica dei limiti umani, che tenesse conto, ai suoi tempi, delle evidenze scientifiche raggiunte, possa provocare risultati evidentemente implausibili e non condivisibili. Non occorreva attendere Wundt, Charcot, Freud e Jung per fare meno illazioni così assurde sull’essere umano.

In Rousseau, in nome di una revisione totale della filosofia classica che, prima in Descartes, e successivamente in Kant e Hegel, ebbe e avrà una buona ragion d’essere, perché fondata sulle debolezze di una ripetitività scolastica oramai estenuata, avviene… nulla, poiché questo pensatore non è stato assolutamente in grado di mettere in discussione i potentissimi apparati teorici dei modelli platonico e aristotelico, limitandosi a una rivisitazione piuttosto orecchiata di un certo stoicismo forse non ben digerito (un po’ di Seneca sì, ma di Marco Aurelio non saprei), di un naturalismo mutuato dai successori di Democrito, Leucippo e Lucrezio, e di un “cristianismo” intellettualoide e assai poco attento alla lezione evangelica.

Circa la sua politologia, espressa soprattutto nel Contratto sociale, se da un lato rappresenta veramente un prodromo del pensiero democratico moderno, dall’altro, con la sua teoria della “volontà collettiva” echeggia pericolosamente noti successivi totalitarismi, là dove questa volontà si è falsamente incarnata in uomini o èlites sole al comando, creando i peggiori disastri degli ultimi cent’anni (fascismi e dittature di sinistra, se pur declinabili e giudicabili anche diversamente, perché Hitler non è Castro!).

Che dire? Rousseau sembra quasi echeggiare Grillo, noto per la sua spaventosa presunzione improvvisatoria, potenzialmente nefasta, come ora che propone “giurie popolari”, come “comitati di salute pubblica”, per giudicare la qualità dei programmi mediatici e la veridicità delle notizie, come dire che un gruppo di chiunque si può mettere a discettare su vaccini sì vaccini no o su qualsivoglia altro argumento senza arte né parte, senza studi e senza specializzazioni. Da che pulpito, uno che nella sua errabonda vita di comico ha detto tutto e il suo contrario, come i suoi goffissimi emuli, che caracollano o cinguettano come chierichetti davanti alle telecamere, con ridicolo sussiego e quasi nessun contenuto logico e dialogico. Magari sarebbe bene che ognuno facesse il proprio mestiere e parlasse di ciò che sa, e su ciò che non sa tacesse (Wittgenstein).

Oh giovani e men giovani, piuttosto che questo filosofo un poco trombone, dilettatevi dei classici e, se volete venire a tempi più recenti, vi raccomanderei piuttosto Kierkegaard, Nietzsche, oppure il padre Cornelio Fabro, con le sue meravigliose riflessioni sulla libertà, innervate da un robusto pensiero metafisico e personalista.

Sensibilità, capacità di ascolto, interpretazione e feedback

occhialiSiamo esseri umani, animali sensibili e anche interpretanti ciò che sentiamo, leggiamo e che ci accade, o accade attorno a noi. Certamente anche un cane lo è, ma in modo diverso, perché non riesce a trasmettere chiaramente la sua interpretazione dei gesti umani o di suoi simili, non essendoci la condivisione di un codice linguistico ricco e ben definito. In altre parole anche il cane comprende l’affetto del padrone ed offre feedback (retro-azione, o risposta), ma non al punto da permettere approfondite o sofisticate deduzioni. Magari mi smentiranno gli etologi versati in “psicologia” animale.

In realtà, anche per noi esseri umani il rapporto tra sensibilità, capacità di ascolto, interpretazione e feedback è molto complesso, e mai scontato nei suoi esiti. Siamo diversamente sensibili: ognuno di noi sviluppa un grado diverso di empatia, modalità relazionale da considerare con molta attenzione, sia quando è assente, e allora sono guai immediati per tutti e due o tre o più interlocutori, sia quando è eccessiva, e in questo caso sono guai per chi la vive.

Nella vita quotidiana, in ogni situazione e specialmente sul lavoro le quattro nozioni del titolo sono indispensabili, poiché rendono possibile e fruttuosa una collaborazione rispettosa e sana. Chi non ci crede o non conosce l’importanza di questi quattro momenti, ignora l’abc dell’organizzazione e della gestione di gruppi di lavoro, in qualsiasi ambito operino.

Sperimento molti casi nei quali vi è una carenza di uno più di questi elementi, e allora ci si deve impegnare per una fatica supplementare, fatta di dialogo paziente, di ascolto più che attivo, di counseling/ coaching, dove personalmente utilizzo la metodica della ricerca dialogica, senza mai dare l’impressione di spingermi su terreni di condizionamento o, peggio, di manipolazione. Su questi terreni, invece, si spingono spesso prassi derivanti da dottrine psico-comunicazionali e relazionali assai discutibili, come certe forme di PNL (Programmazione Neuro-Linguistica) estreme, mentre invece forme di attenzione linguistica e di rigore terminologico, come ha insegnato il genio di Wittgenstein, sono non solo utilissime ma indispensabili.

Inoltre, vi sono comportamenti altamente disdicevoli sul piano morale, che rasentano e a volte includono forme di mobbing, come quando in certe strutture, anche aziendali, qualcuno si illude di risolvere i problemi mettendo in difficoltà colleghi o dipendenti (a seconda se il fattore stressogeno sia orizzontale o verticale), che a un certo punto diventano sgraditi o non-facenti-parte-del-progetto, modo di dire assai angusto e talvolta miserabile.

Costoro non sanno o non capiscono di stare mettendo a repentaglio l’equilibrio della struttura interpersonale, che invece ha bisogno di una continua intelligente “manutenzione”, per raggiungere, appunto, eventualmente nuovi equilibri (omeostasi) e più efficienti modalità operative. Inoltre non si rendono conto di rischiare qualcosa sotto il profilo legale, se venisse promossa una causa di lavoro.

In definitiva conviene a tutti curare il flusso regolare dei vari momenti, dalla capacità di sentire ascoltando, alla capacità di interpretare codici espressivi e linguistici diversi, e infine alla capacità di offrire feedback buoni, tempestivi e rispettosi. Se una persona, per varie buone ragioni non dovesse fare più parte del progetto, è preferibile contattarla, parlarle e cercare un accordo onorevole di separazione dei rispettivi destini.

Questa modalità è più rispettosa di un’etica generale, e meno costosa sotto il profilo del dispendio energetico ed economico. Ma ci vuole pazienza e saggezza, non improvvisazione presuntuosa, né ci si può inventare gestori di persone per tutte le situazioni e stagioni. Così sembra essere.

Il giorno del giudizio

i-piccoliLeggiamo insieme il brano di Matteo da 25, 31 a 46, dove l’evangelista racconta della scelta dei poveri, gli anawim, gli ultimi, cui il Signore offre particolare attenzione e misericordia, sentendo pietà per la miseria e il limite umano fin nei suoi visceri, detti in ebraico rahumin, cosicché il suo giudizio terrà conto soprattutto del “cuore”, cioè dei veri sentimenti, della autentica vocazione umana, quando, nella parusìa, la seconda venuta, evocata anche dal Corano (Sura 43, 59-61), verrà a giudicare i vivi e i morti.

Il cardinale Carlo M. Martini, in una sua meditazione proposta durante gli Esercizi spirituali ignaziani alla luce del Vangelo secondo Matteo (pubblicati da ADP, Roma 2006, pp. 33-47), riflette sul brano ponendosi molte domande, la prima delle quali è se la fede sia prevalente sulle opere, seguendo Paolo, Agostino e Lutero, oppure se le opere siano una specie di veicolo della fede, soprattutto le opere che riguardano il riconoscimento del prossimo, come oggetto d’amore disinteressato e libero.

In realtà, spiega Martini, non c’è contrapposizione tra fede e opere, perché l’una illumina e le altre esprimono la coerenza esistenziale e morale del fare il bene. Se uno fa il bene per “essere visto” dagli altri, scrive Matteo (6, 1-18), non deve aspettarsi un premio spirituale, poiché già gode del riconoscimento umano. Se uno invece fa il bene per essere dentro le cose è diverso, perché si mette in gioco, non limitandosi a osservare come un entomologo ciò che accade. Essere-dentro-le-cose significa non calcolare tutto, le convenienze o il loro contrario, il successo o lo schianto, ma rischiare di essere portati al largo dalle onde oceaniche della vita.

Il fatto è che spesso non ci riconosciamo come bisognosi di aiuto, come portatori di limite, come “poveri”, uguali a quelli che a volte aiutiamo, e a volte ignoriamo. Viviamo talora nel risaputo, nelle comodità concettuali, nell’ordine costituito dalle nostre pigrizie, e finiamo per ragionare con stereotipi, perseguendo la tranquillità di un’anima non più inquieta, ma chetata dalla consuetudine oppure ottenebrata dalla presunzione. Talvolta siamo onesti a-ore, oppure quando ci conviene, e qui non intendo l’onestà morale, ma l’onestà esistenziale, l’onestà di giudizio sulla propria vita. Forse abbiamo tutti bisogno a volte di farci bambini e di chiedere al Signore di tutto “che cosa devo fare?”

Ecco che, a questo punto, il capolavoro di Michelangelo inaugurato nel 1541 da papa Paolo III Farnese (morto era oramai il committente primo della Sistina, papa Giulio II della Rovere), il Giudizio Universale, diventa plausibile, concepibile, realistico, perfino.

E’ la fine della storia, è l’omega del mondo, il momento nel quale qualcuno, proprio Lui, tira le somme e vede dentro il cuore di ognuno, se abbia veramente amato, se abbia amato con calcolo, se non abbia amato per nulla… l’altro, l’altra, il piccolo e il grande.

Nel grande a-fresco del genio Buonarroti, i corpi sono nudi, prima che Daniele da Volterra, morto lui, ne coprisse discretamente le pudenda, perché nudi siamo di fronte alla nostra anima e di fronte a Dio, nudi alla meta, come re detronizzati, come alberi maturi, come canne al vento, anche se pensanti.

E questa nudità sarà ciò che ci salva, davanti al giudice severo del tempo, di ogni azione fatta od omessa, e di ogni pensiero pensato.

Il castello sulla collina

castello-darcanoTortuosi sentieri, carrarecce e interpoderali, costeggiate di boschetti di ripa intervallati da radure e corsi d’acqua, fattisi strade nel tempo, scavallano le colline dell’antica morena, e all’improvviso il maniero appare nella radura alta oltre le fronde del bosco. Ha un nome arcano, Castello d’Arcano. Già evocativo il suo nome, misterioso e solitario il percorso che ivi conduce il viandante, fatto di curve, ripide rampe e ariose discese, fino al borgo di Sopra.

Le anime dei conti ogni tanto lo visitano, dalla pace dell’eterno in cui stanno, ma solo i conti e le contesse buoni d’animo, ché gli altri sono separati dalla visione di Dio, nella solitudine di silenzio per antiche perfidie.

La mia corsa inizia al mattino, zero gradi e le dita si muovono per scaldarsi, il sistema cardiocircolatorio lavora forte e respiro, io respiro la profondità immensa del cielo. Ben presto la cerchia azzurrina delle montagne mi viene incontro, oltre le terre scure dei campi arati, e borghi si stagliano sulle colline, campane annunziano la domenica del primo gennaio, auspicio di un altro miracolo dei giorni a venire. Giorni che vengono nel tempo che si costruisce mentre costruisce lo spazio. Spazio-tempo come sintagma apparentemente ossimorico, ma in realtà metafora reciprocamente armonica, quasi proporzione di bellezza.

Oltre l’alta pianura inizia il saliscendi della morena, in mezzo a boschi fattisi d’oro e marrone nell’inverno.

La salita non facile mi porta al piccolo borgo d’Arcano superiore dove l’avito castello torreggia alto verso la bella San Daniele, nella piena mattina di sole.

Un gruppo di ciclisti mi chiama per delle foto reciproche. Cameratismo, la lieve fatica del pedalare, ritmico, costante, auscultante i piccoli dolori del muscolo.

E poi la discesa senza fretta dal picco arrotondato che dà sulle vallecole circostanti, nella solitudine mattutina, appena rotta qua e là da un abbaiar di cani o da un motore agricolo.

Ristoro, calma, silenzio, ancora salite e discese nell’ora che passa.

La stanchezza mi è dolce, e la calma di vento foriera di corsa.

Nostalghìa

kosakenlandCaro lettor paziente,

il brano seguente è tratto dal “Il viaggio di Johann Rheinwald“, pubblicatomi dall’editrice Libra di Pordenone nel 2007. Lo propongo qui per onorare il vecchio partigiano che me lo narrò, mancato qualche giorno fa a novantadue anni. Il funerale laico ascolta il silenzio della campagna e mi fa ricordare le poche parole dell’uomo, sobrio nel raccontare vicende di guerra e guerriglia, di anni crudeli, di schifo e di sangue. Nell’ora che precede il crepuscolo e il sole taglia di sbieco l’orizzonte.

Tra il sonno e la veglia di quella lunghissima notte, Johann fece memoria di un racconto che aveva ascoltato in un caldo meriggio sulle colline, narratore il vecchio partigiano, che di solito stava silente, e si commuoveva per poco, consapevole di avere a lungo vissuto, e che la vita gli stava lasciando ulteriori frammenti in cui riporre i ricordi e i dubbi sul dopo. Intanto, però, fra un sospiro che gli faceva aggrottare le sopracciglia ancora folte, e un colpo di tosse che gli sollevava il torace, amava raccontare. Il caldo talvolta gli faceva rallentare il flusso delle parole, ma la narrazione intanto fluiva in tutta la sua distensione, con i dettagli e i sentimenti antichi ben collocati e perfino debordanti dalle parole stesse. Talvolta il vecchio partigiano veniva rimbrottato dalla moglie, che non amava l’affabulazione letteraria, lei che aveva dovuto occuparsi concretamente di come far quadrare le giornate, il cibo e i tre figli, qualche volta in solitudine, quasi animale da soma aggiogato sotto la calura di quelle immense estati.

“I quattro stavano bighellonando per le colline fin dalla prima mattina. Uno di loro aveva solo vent’anni e lo sguardo di chi cercava una sua verità nello smarrimento della guerra, delle deportazioni e della precarietà. Gli altri tre erano un po’ più grandi, ma sembravano meno consapevoli che molto del futuro si stava giocando in quelle settimane, in quei mesi pieni di soprassalti e di paura. Non avevano con sè fucili di precisione o pistole militari. Un paio di loro solamente, ben nascosti sotto la giacca, che pendeva da una parte, avevano dei vecchi revolver carichi, forse di fabbricazione austriaca. La prima domenica di settembre voleva dire ancora, da quelle parti, in mezzo alle verdi colline della terra del confine, le feste del patrono e le sagre di paese, immancabilmente celebrate da tempi immemorabili. Significava anche il primo, discreto, impercettibile rinfrescarsi dell’aria, quasi un’anticipazione delle giornate a venire di primo autunno, quando l’aria si fa più limpida dopo i piovaschi, e l’odore di stoppie e di terra bagnata sale forte alle narici del viandante. In quell’anno, era il penultimo dell’ultima grande guerra, osservava il più giovane dei quattro, le macchine erano ancora pochissime per le strade: era un evento quando la Balilla del medico condotto risaliva la china erta della Rìve di Gambìn verso San Daniele, dopo avere girovagato per le borgate. L’auto del dottore, quando c’era siccità, sollevava un gran polverone che saliva, e si rendeva visibile oltre i boschetti della ripa, ma s’infangava tutta se era piovuto. A volte si piantava sull’ orma carrareccia lasciata dai pesanti carri agricoli con le ruote ferrate, e allora il vecchio medico tornava indietro in paese in cerca di aiuto. Approfittava della passeggiata per guardarsi intorno. I rilievi dolci delle colline facevano da supporto alla cerchia azzurrina dei monti, che erano così vicini nelle serate d’inverno, e più lontani nelle interminabili giornate estive. Poi, secondo la stagione, ammirava i crochi e le forsizie, e poi i papaveri e i fiordalisi, che gli ricordavano un amore non dimenticato della sua gioventù, una signorina della città, che veniva a villeggiare a Spilimbergo, e lui la andava a trovare di nascosto dai suoi, in bicicletta, oltre il grande fiume che risplendeva nel brillìo delle acque, verso il crepuscolo. Erano soprattutto i tigli a confonderlo, con il forte profumo delle infiorescenze a corimbo, procurandogli un moto di antiche nostalgie. Non ricordava precisamente il perché, ma tutto gli sembrava una sequenza di lodi, uno splendore di gloria, pensava, per l’uomo, e forse (per Dio). Ma su Dio non indugiava a lungo. Talora, in questo suo peregrinare in cerca di soccorso, finiva quasi per dimenticarsene il motivo, e allora si fermava a parlare sulle aie con i mezzadri, del raccolto, dell’ultimo nato nella stalla, e dell’ultimo nato alla nuora giovane.

I quattro, all’improvviso, avevano intravisto i mustacchi scuri di un cosacco, sul tram che viaggiava dalla città al borgo arroccato sulla collina, che allora attraversa la morena arrampicandosi per il viottoli e lungo i declivi, costeggiando boschetti e piccoli rivi. “Disarmiamolo”, aveva detto uno di loro. Salirono sveltamente anche loro sul tram e si prepararono all’azione. Si accorsero subito che con il cosacco intravisto ve n’erano altri tre, due seduti per terra, a modo loro, e uno sul sedile. Erano stati chiamati nella terra del confine con la promessa di una terra per loro. Echeggiò nei loro cuori quasi un pensiero biblico, erano buoni cristiani dell’ortodossia e i pope li avevano istruiti nelle lunghissime sere dell’inverno, leggendogli le storie di Gògol e le Storie Sacre: la Terra Promessa. Avevano abbandonato, armi, cavalli, masserizie e famiglie al seguito, le steppe infinite che si trovano oltre i grandi fiumi. Avevano lasciato gli odori forti dei falò di betulla e di pino, e i canti e le danze al suono dei violini, che duravano fino a notte fonda, quando anche i giovani più forti cadevano stremati di stanchezza e pur sorridenti. Si raccontavano allora, nell’antico dialetto dei padri, di immani scorrerie, di popoli che vivono oltre la grande taigà, dove domina l’orso e la grande tigre bianca, che compare nella notte come uno spirito, e soffia la sua forza dalle narici.

A questo pensava il più giovane dei quattro quando intimò il “mani in alto” ai cosacchi. Uno di loro, il più massiccio, quello con i mustacchi, era un calmucco della Siberia. Per un lungo attimo rimasero tutti interdetti, spaventati gli uni e gli altri. I cosacchi perché non sapevano quale potesse essere la loro sorte; i partigiani perché non sapevano più che farsene, di quei quattro omaccioni odorosi di stalla e di cavalli. In silenzio, in un silenzio irreale, che aveva coinvolto anche gli altri passeggeri, due o tre vecchi che andavano a trovare i parenti, giunsero alla stazione successiva. Dettero una rapida voce ai prigionieri per farli scendere e si interrogarono con gli sguardi sul da farsi. Decisero subito, senza una parola. Li accompagnarono all’osteria della stazione e gli offrirono da bere. Poi, agli increduli ordinarono di andarsene, dopo averli disarmati. Uno solo dei cosacchi aveva timidamente accennato un moto di resistenza, impugnando la sciabola ricurva. Ma per un attimo. Quella sciabola fa ancora mostra di sé in una bacheca casalinga, muta, intoccabile, come il passato.

Dove andrete ora, poveri diavoli, pensò il più giovane dei quattro partigiani, dove?”

E il pensiero gli corse alla primavera del ’45, quando si seppe che molti di quei tristi cavalieri erano fuggiti dalle grandi montagne, per i tornanti scoscesi, scivolando nei burroni e morendo tra i flutti ghiacciati della Drava.

Forse ancora un canto lontanissimo li ricorda attorno a un fuoco di rami di betulla, e un violino, dove inizia o dove finisce il mondo.

Crepuscolo

campagnaEro dopo tanto tempo oggi in corteo ad accompagnare la vecchia insegnante che mi aveva ricordato prima di andarsene.

Dopo le quattro del pomeriggio a fine dicembre la luce diventa radente e il sole illumina accecante la piana. Sullo sfondo le montagne si fanno azzurre e il cielo attonito lascia che altissime scie d’aerei lo solchino verso l’infinito spazio.

I passi sono cadenzati al ritmo del Rosario che il sacerdote declama lungo il percorso verso il luogo del riposo, cimitero perso nella pianura. Ave Maria piena di grazia, kekaritoméne, participio perfetto passivo greco, per significare colei cui Dio si è fermato a chiedere se, nientemeno, fosse disponibile a ospitarlo.

Ripeto anch’io l’antico mantra mariano intercalato, oggi, dai misteri gloriosi, dal Requiem e dal Pater noster, la preghiera più grande.

Guardo il cielo e gli alberi spogli contro il nitore azzurro, e provo una grande pace, come se l’anima mia dialogasse con il tutto, e totalmente.

In chiesa nell’omelia il prete aveva ricordato l’eclettica, turbinosa signora, insegnante di lungo corso e musicologa fine. Le avevo pubblicato su una prestigiosa strenna che curo da una dozzina d’anni un pezzo di critica musicale di rara bellezza. E poi ci eravamo visti a convegni e letture poetiche. Aveva anche insistito un giorno affinché partecipassi a un concorso dedicato a una delicata poetessa furlana, mancata assai giovane, nipote del padre David M. Turoldo, Gioia Turoldo  Malnis. Avevo vinto il primo premio con un sonetto che il gentil lettore può leggere qui di seguito:

 

Mi sono familiari i lupi scuri.

Il dolore intride l’anima e perfino/ Rimuove il velo al vero dentro, e tace,/ Rispondendo, se non perdi la traccia./ A me sono familiari i lupi scuri,

Quelli che appaiono al confine/ Dei sentieri, dove escono dal bosco./ A me là sono familiari i rombi/ Dei temporali estivi, e la pioggia

Battente e fredda sui selciati grigi./ A me qui sono familiari i lampi/ Occhio di lupo al termine, più o meno,

Della notte, ma lontani dall’alba./ Mi sono familiari le lontane/ Frane sui monti e le valanghe atre.

 

Lo dedico a questa gentil signora del ’29, audace, colta e gentile, come l’anima della mia terra.

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