Le cause plurime del terrorismo islamista

la Torre di BabeleCaro lettore,

anche per fare un esercizio personale, stamani voglio con te fare una riflessione su ciò che succede nel Vicino Oriente e nel Nord Africa, con gli intrecci paurosi tra miseria, ignoranza, violenza terroristica e guerre, perché a volte c’è il rischio di rinunziare a ogni ragionamento razionale, per rifugiarsi in discorsi da bar sport, pericolosamente generici, banali e manicheisti.

Allora: facendo mente locale, mi sembra si possa dire che le fonti del terrorismo islamista, che è uno dei “terrorismi” contemporanei, sono di tre specie o “famiglie”: a) una di carattere antropologico, b) una derivante dalle conseguenze del colonialismo classico francese e inglese e dal neocolonialismo statunitense, c) una terza autoprodotta all’interno del “continente islamico”, come lotta endemica tra le due grandi correnti: il sunnismo e lo sciismo.

Tutto ciò avviene dopo lo scompaginamento del mondo bipolare pre-Berlino/’89, che ha liberato forze di tutti i tipi, prima trattenute dall’equilibrio del terrore atomico, o comunque della ormai tacita (post Yalta) divisione delle sfere di influenza tra USA e URSS, con il terzo -sempre più gigantesco- convitato della Cina. Dopo l’89 sono emersi poi altri centri di gravitazione economica e politica, come l’India (oramai popolosa come la Cina e avviata a diventare nell’arco di una ventina d’anni la prima potenza industriale del mondo, secondo le prospezioni di Economist, 2013).

Osserviamo dunque un mondo multipolare, non più caratterizzato dal confronto Est-Ovest, ma piuttosto dal contrasto Nord-Sud, con l’Africa sempre più drammaticamente coinvolta in sussulti di guerre, in rigurgiti di dittature  e povertà estreme, nel quale si innestano le tematiche di cui sopra.

E veniamo alle tre “fonti”. Abbiamo detto che la prima fonte è quella antropologica, che io dividerei in due dimensioni: la prima, più generale, che riguarda la struttura dell’essere umano tout court, a questo punto della sua evoluzione, struttura che conserva tratti significativi di ferinità bio-psichica difficilmente contemperabili con un uso prevalente della ragion politica (Aristotele), della discussione e della mediazione negoziata. Se un militante Al Shabab somalo non ha problemi ad uccidere in situazione, osservo che anche nei nostri sofisticati ambienti politici ed economici non si va tanto per il sottile se si deve “far fuori” un avversario politico. Vi sono persone, così fedeli, ma così fedeli al proprio capo che -in situazione- forse si comporterebbero come un killer di al Qaeda, anche qui da noi (parlo di italiani, beninteso). Direi così: il militante Al Shabab o Califfico che sia, si differenzia dal seguace di Lucio Cornelio Silla, o dell’imperatore Aureliano che agiva (III sec.) nella zona mesopotamica attualmente contesa, non per le sue operazioni militari (che sono abbastanza simili a quelle del grande console romano), ma perché prive dello JUS che caratterizzava quelle antiche. In altre parole, l’uomo di duemila anni fa e quello odierno sono estremamente simili, o l’evoluzione è stata impercettibile (professor Steven Pinker, che ne dice?): tant’è che il XX secolo è stato il secolo più violento di tutti i secoli e soprattutto ad opera delle grandi nazioni e civiltà europee (anche “cristiane”), con i picchi insuperabili di disumanità del nazismo e degli stalinismi. Ricordiamoci poi che nei primi anni ’90 abbiamo avuto nel cuore dei Balcani (Europa!) una guerra civile che ha fatto 200.000 morti. La seconda dimensione antropologica (quindi della prima “fonte”) concerne l’homo islamicus: uso questa definizione paleontologica senza offesa, ma solo per dire che in quella cultura, vi è ancora da dipanare un qualcosa di importante che concerne la separazione delle ragioni della politica e quelle della dimensione religiosa, passo difficilissimo che anche noi “cristiani occidentali” abbiamo superato solo un secolo e mezzo fa, e non del tutto. Le derive della storia sono a volte molto lente.

La seconda fonte concerne il colonialismo classico, soprattutto anglo-francese (senza dimenticare quello italiano, anche se di dimensioni molto minori, e quelli spagnolo, portoghese e olandese), e il colonialismo statunitense, più recente, ambedue legati all’economia e alle sue dinamiche marxianamente prioritarie in ogni dialettica politico-militare. Circa il colonialismo classico, basti qui citare gli accordi segreti degli anni ’10/’20 tra il britannico Sir Mark Sykes e il francese Francois-Georges Picot, che suddivisero geometricamente, a tavolino, terre abitate da popolazioni etnicamente e religiosamente affini, e composero il mosaico su cui attualmente si consuma una tremenda guerra etno-civil-religiosa e petrolifera, componendo l’Irak e la Siria attuali, e lasciando i Curdi sparpagliati in queste due nazioni, nonché in Turchia e Iran. Circa il neocolonialismo, basti qui citare l’assurda, stupida, ingiusta, crudele, idiotissima guerra che Bush (il più cretino dei presidenti USA della storia) e il falsario Tony Blair, vollero intraprendere nel 2003, fino a far cadere quel cialtrone di Saddam Hussein, ma creando le condizioni per gli attuali tragici sviluppi e per i clamorosi errori di valutazione di Obama. Gli americani in un cul de sàc! E, se vogliamo,  possiam citare l’altrettanto stupidissimo intervento deciso e attuato da quella marionetta del presidente Sarkozy nel 2011 contro Gheddafi, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il colonialismo è -infine- il fomite di un odio diventato quasi ancestrale nei confronti delle nazioni che l’hanno praticato, da parte dei popoli dominati.

La terza fonte concerne il conflitto etno-interreligioso-islamistico tra sunnismo e sciismo. Senza qui addentrarci nella storia delle origini di questa divisione, spesso tragicamente sanguinosa, diciamo che in essa si giocano gli interessi e le ambiguità di due polarità, quelle rappresentate, sul versante sunnita dall’Arabia Saudita, e sul versante sciita dall’Iran, che coltivano diversi e contrapposti interessi. In qualche misura queste due nazioni si fanno la guerra “per interposta persona”, e utilizzando, di volta in volta fazioni e sette militar-religiose che esse finanziano sui vari territori, dall’Irak al Libano.

Che fare allora? Che cosa decideranno ora i lentissimi governi occidentali e i loro ambigui alleati del Vicino Oriente per cercare di fermare stragi e devastazioni? La bomba atomica? Un esercito di terra in grado di spazzar via i pazzoidi in nero in due settimane? Credo proprio di no, e per una ragione molto semplice: se trenta o quarantamila tagliagole stanno tenendo in scacco eserciti, sia pure sgangherati e poco motivati come quello irakeno e quello del non-galantuomo Assad in Siria, nonché droni e attacchi aerei della “coalizione”, è perché riescono, con le cattive certamente, ma anche parlando alla pancia profonda delle popolazioni locali e ai capi-tribù, con i quali gli americani (salvo il generale Petraeus) non sono mai riusciti a dialogare, a trovare acqua dove nuotare. La soluzione militare e poliziesca non può che essere un’integrazione di una iniziativa politica coesa delle grandi nazioni occidentali, della Russia e della Cina (che sono indispensabili), insieme con i governi guida delle nazioni islamiche, dove gli aspetti economici siano resi coerenti con un progetto di pacificazione e di reciproca comprensione, nell’ambito dell’islam e tra questo e il resto del mondo.

Il mio giro

Buysse e Bottecchia al Tour-de-France del 1924Il primo è stato quello di Adorni nel 1965, e poi tutti gli altri, fino a quello che finora sta vincendo Contador. Di quelli precedenti ho sentito i racconti di mio padre, letto le cronache, visto i filmati, fino ai tempi di Girardengo.

Per me il giro è maggio, è il profumo dei tigli della piazza grande di Rivignano, è il Rosario e le ragazzine che fiorivano, e crescevano come me che avevo tredici anni. La tappa finiva anche allora verso le cinque del pomeriggio e io andavo a vederla in televisione nell’osteria di fronte a casa, da Lino, insieme con altri come me e qualche adulto anziano. Le cinque erano ancora orario da lavoro.

Qualche volta avevo il soldino per prendere una spuma, e intanto guardavo il video in bianco e nero, che mi mostrava le imprese di Anquetil, di Motta e di Gimondi, in quegli anni, prima che arrivasse Merckx a vincere tutto. Pietro, mio padre, mi parlava di Binda e di Bottecchia, di Bartali e di Coppi, come di quando, nel ’49, gli italiani -in maglia gialla con Magni- si ritirarono per essere stati attaccati e insultati dai tifosi francesi. Come canta Paolo Conte di Bartali, che aveva “il naso triste come una salita” e poi di come giravano le p., proprio ai Francesi che erano gelosi dei nostri grandi campioni. Come sempre.

E più tardi ho ammirato le imprese di Hinault, per me il più forte di tutti insieme con Merckx, ma non il più grande, ché tale resterà per sempre l’uomo di Castellania, quello che spesso si trovava “solo al comando”, con la maglia biancoceleste e si chiamava Fausto.

E poi Marco da Cesenatico, poche rapide dolorose eroiche stagioni, quello che andava su per i tornanti come nessuno prima, neanche Bahamontes e Gaul, neppure Bartali, e arrivava solo rapidamente, “per accorciare il dolore”, diceva, il tempo del dolore.

Il mio giro è maggio, è questo mese pieno di profumi e di promesse, dolce e gentile come un saluto. Maggio mi rimembra la mia ormai non breve vita, il tempo e gli anni andati, numerosi come i mesi di maggio, e presagio di altri che verranno, che forse vivrò, vedrò, forse, e nessun lo sa.

Calendimaggio e il Giro d’Italia, di questa nostra terra bella fino allo struggimento. Che bello vedere i ciclisti che la percorrono, che la fanno quasi vibrare nell’aria della corsa.

E l’anima mia ritorna sempre agli anni andati, a chi viveva con me e mi aiutava a crescere, e quando guardo la mia bellissima bici, marca Bottecchia, prima di inforcarla e andare nel vento, provo sempre lo stesso struggimento, per questo inspiegabile mistero, per la bellezza della vita.

Un vescovo

dom Helder CamaraMi ero affrettato molto verso la fermata dell’autobus per accogliere il nostro illustre ospite con la dovuta cortesia. Il parroco mi aveva pregato di andare con l’auto a prendere Monsignore, che arrivava da… Allora, tra i primi obiettori di coscienza prestavo servizio presso la Caritas diocesana e le parrocchie del capoluogo. Io ero di stanza a Rorai Grande con don Verdiano,…” così mi racconta l’amico Fabio di un qualcosa che l’ha segnato profondamente, accaduto ventisette o ventotto anni fa. E continua: “Lui era già lì, piccolino, un metro e sessanta, io ero allora già un metro e ottantatré come adesso. Con la tonaca benedettina e una croce di legno sul petto, sorridente. Aveva una borsa di plastica per mano, con le sue poche (povere) cose, alcuni indumenti di ricambio e libro canonico, per recitare le ore. Con un sorriso un poco imbarazzato lo avevo fatto salire sulla mia Uno di seconda mano e l’avevo portato in canonica. Sai chi era?, mi chiede Fabio. e poi esclama, era dom Hélder Camara, il vescovo di Recife!”

E poi mi racconta del suo arrivo in canonica, di chi lo stava ad aspettare per salutarlo, e tra questi nessun maggiorente (vescovo e sindaco della città), ma tanta gente del posto, che voleva vedere il piccolo vescovo brasiliano.

Il giorno dopo, grande assemblea popolare dove dom Hélder aveva raccontato la sua esperienza tra i poveri di quella terra immensa, del suo lavoro di pastore di Cristo, appassionando tutti con la sua capacità di stare lì, di dire la sua verità di uomo, solo con la presenza.

Poi quella notte, riprende Fabio il racconto, il parroco mi aveva pregato di stare con lui in una cameretta vicina  alla sua, allestita presso la scuola materna parrocchiale, per ogni sua esigenza. Quella notte dom Hélder si è alzato tre volte, una ogni due ore, per pregare sommessamente a bassa voce. Io l’ho sentito perché ho dormito molto poco, ma l’indomani tutto ciò mi era parso come un dono, quasi un miracolo.”

Salutato il parroco, Fabio l’aveva riportato a prendere l’autobus per Treviso dove avrebbe preso l’aereo per tornare verso l’America dopo alcune altre tappe europee.

Un vescovo, cioè un supervisore, un discendente della linea apostolica, con due borse di plastica e il saio quasi da mendicante. Principe povero tra i poveri veri, non compiaciuto militante di una chiesa bisognosa della povertà altrui per spiccare agli occhi del mondo, come capita di veder accadere oggi, non raramente.

« Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista. »
(Dom Hélder Câmara)

cari professori

maestro-unico…con padri e madri siete nel centro dei processi educativi, e a volte rimediate, rinforzate, sopportate  comportamenti insopportabili, a volte non osate esprimere giudizi sui ragazzi, perché temete reazioni inconsulte da parte delle famiglie. La rivoluzione socio-morale postsessantottina vi ha dimezzato lo status, confondendo l’autoritarismo con il ruolo che la natura da sempre, e la cultura da tre millenni vi hanno consegnato. Siete  dei maestri, a volte non rispettati, pagati poco e trattati male.

Vi voglio bene, ma qualche volta non capite una mazza. In queste settimane vi state opponendo a una riforma imperfetta (ma la perfezione è come la morte), che mette al centro la responsabilità individuale e una scuola buona per tutti, ascensore sociale per chi ha meno epperò ha potenziale e talento. Ce l’avete con il potere dei presidi, ma sapete che nel privato i dirigenti si valutano, si confermano e si cambiano senza tanti problemi solo sulla base dell’efficacia della loro capacità di leadership? Perché non poter fare altrettanto con i presidi? Nel privato diventano capi quelli che sono disponibili ad assumere responsabilità nel contesto e nell’equilibrio delle strutture.

Il tema è quello della responsabilità, anche di chi agisce nella scuola, dove tutti operano con un minimo di questa dimensione del “rispondere-di-qualcosa-che-si-fa”, (cf. Tommaso d’Aquino, Kant, Max Weber) quasi mai verificabile e confrontabile. Bisogna cambiare per dare chiarezza e qualità alla formazione.

Voi non siete solo dei professionisti, ma anche degli intellettuali, dei cultori del sapere, e pertanto non temete il nuovo, suvvia. Ve lo dice uno che viene da lontano e dal basso, ed è ancora in basso con la stragrande maggioranza dei lavoratori, ma consapevole e vigile.

L’ideologia tecnicamente ignorante

ragion praticaCaro lettor cogitabondo,

leggo che l’esimio, emerito e mediaticamente omnipresente professore Stefano Rodotà (il cui nome e cognome trisillabico accentatamente piano/tronco, nell’esser detto, fammi addormentare da quando lo conosco: ta-ta-ta ta-ta-tà), intervenendo, more suo solito, sul tema pensioni, afferma: i diritti acquisiti vengono prima dei conti pubblici e del bilancio dello Stato, e bum. Naturalmente si parla della decisione del Governo di rispondere, quantitativamente solo in parte, al decreto Consultale sulle misure prese dal governo Monti/Fornero in tema di pensioni nel remoto 2012, decreto che ordinerebbe di riportare in pristino gli emolumenti dei pensionati al di sopra di tre volte la “minima”, bloccati per un biennio, per ragioni di bilancio dell’INPS e quindi dello Stato, in quei mesi terribili, resi ancora peggiori dalle lacrime della ministra sopra citata.

Se non fosse intervenuto sul tema e in quel modo avrei pensato che Rodotà comincia a perdere colpi e occasioni per farci la sua lezioncina sui diritti, tanto cara agli altri tre o quattro pavoni del politicamente corretto italiano, con i quali spesso manifesta, tra il contrito e il corrucciato, del tipo (come dicono i giovani) Zagrebelsko, don Ciotti, Travagli(at)o (da oscuri patemi) e poi Fazio(/so) con il c. degli altri, Saviano et universa pecora. Poi ve ne son altri, che qui non cito, al fine di provocar corruccio nel paziente lettore, o, più facilmente, sonno fuori orario.

A far da controcanto al prode anziano professore ecco pure la Camusso, anche lei prode (di quel della Uil non cale parlar). Una domanda rag. Camusso: se lei dice che i due miliardi stanziati dal Governo per dare una risposta al decreto consultizio sono solo una prima azione di ripristino di “diritti acquisiti”, forse allora lei preferirebbe che i sedici miliardi mancanti andassero a chi ha pensioni da 2.800/3.000 euro netti e più, invece che alle famiglie povere, magari con qualche meccanismo di salario sociale? Siamo a questo punto del corporativismo sindacale dei già tutelati? Su via!

Mi meraviglio (perché non mi rassegno all’ideologia tecnicamente ignorante)  ogni volta che gli insigni di cui sopra danno una stura di tromba a queste noiose tiritere sui diritti (acquisiti). Possibile che costoro (soprattutto il profesùr) non conoscano la dottrina etica classica del bene maggiore che prevale sul bene minore? Mi spiego: si può dire che la salvaguardia dei conti dello stato, in situazioni di particolare gravità economica e sociale, hanno un’importanza valoriale (assiologica) e morale maggiore degli aggiornamenti al costo della vita delle pensioni non minime, cioè dei redditi di persone che comunque possono vivere dignitosamente? O no? Oppure il diritto dei singoli, spesso bardato di ingiustizie normative, come in tanti casi della giungla pensionistica italiana, sono intangibili? Perché, caro professore Rodotà e segretaria pro tempore (graziaddio)? Forse che i diritti di alti funzionari, generali, dirigenti centrali, politici in vitalizio permanente effettivo, boiardi vari del pubblico e anche del privato sono da considerare prevalenti sulle esigenze generali di uno Stato, anche se queste situazioni sono state generate da malgoverno e pressapochismo gestionale, peraltro spesso opera degli stessi che hanno creato le sperequazioni iniquitarie del sistema pensionistico?

Mi dicano, cari professore e segretaria, si può parlare di una ideologia tecnicamente “ignorante”, in questi casi?

Buon ripasso dell’Etica Nicomachea (libro V), e della Critica della Ragion Pratica, o, forse, buono studio!

L’utilità marginale

sceltaDal web: “L’utilità marginale di un bene è concetto cardine della teoria neoclassica del valore in economia, ed è definibile come l’incremento del livello di utilità, ovvero della soddisfazione che un individuo trae dal consumo di un bene, ricollegabile ad aumenti marginali nel consumo del bene, dato e costante il consumo di tutti gli altri beni. (…) Il “paradosso dell’acqua e dei diamanti”, più comunemente associato ad Adam Smith, sebbene riconosciuto a pensatori precedenti, è l’apparente contraddizione che l’acqua possiede un valore di gran lunga inferiore a quello dei diamanti, anche se l’acqua risulta essere vitale per un essere umano. Il prezzo è determinato sia dall’utilità marginale che dal costo marginale: la chiave per il “paradosso” è che il costo marginale dell’acqua è di gran lunga inferiore a quello dei diamanti. Questo non vuol dire che il prezzo di un qualsiasi bene o servizio è semplicemente l’utilità marginale che ha per un individuo, piuttosto, gli individui sono disposti a negoziare sulla base delle rispettive utilità marginali dei beni che hanno o che desiderano, dunque i prezzi risultano vincolati da tali utilità marginali.”

Questa dottrina economica ha anche una grande valenza antropologica e morale. Non vi è dubbio che le nostre azioni, connesse con i “beni” (materie prime, altre persone, etc.) che utilizziamo o con cui collaboriamo, assumono “valore” dal contesto nel quale si realizzano e in relazione ad ulteriori “beni” prodotti per vantaggi condivisi. In qualche modo, economizzare le nostre energie, il nostro tempo, il nostro impegno, altro non è che imitare intelligentemente e utilmente la natura stessa, che agisce secondo un senso intrinsecamente utilitaristico. Ma questo “utilitarismo” naturale è ben lontano dall’egoismo presente in molti “atti dell’uomo”, che tende a massimizzare soggettivamente i benefici del suo proprio agire, spesso senza curarsi del benessere altrui.

L’utilità marginale, dunque, si pone come un obiettivo nel quale si ricompongono gli interessi dei singoli e quelli comunitari (termine che preferisco a quelli del campo semantico di “collettivo”), contemperando i diritti tra eguali in valore e le aspirazioni legittime delle diverse personalità autoconsapevoli dei singoli soggetti umani.

Concentrarsi sull’utilità marginale dell’agire umano dà risposte anche alla dimensione emotiva del cosiddetto “lasciarsi andare”, che in questo modo assume una denotazione armoniosa e convincente, ben lontana da un generico abbandono all’emozionalità del momento, fuori da ogni controllo ragionevole di una psiche equilibrata e connessa. Ragione e sentimento, allora, possono essere non tanto poli contrapposti, ma sponde in grado di contenere il flusso esistenziale che di essi si nutre, in essi respira, da essi si muove nel tempo e nel mondo.

Ho visto Dio di spalle, ma non aveva tempo per me

esodiNel racconto biblico di Esodo (3,6) vi è un passaggio in cui Mosè intravede Dio, ma non faccia a faccia, temendo di morire, e perciò si nasconde il viso con il mantello. La chiamata da parte del Signore si completa con la dichiarazione del Nome stesso di Dio (3,14) “Io-sono-colui-che-sono, …dì agli Israeliti che Io-sono ti ha ordinato…”.

Mi è stato raccontato un episodio di questo genere: “Ero lì tra il sonno e la veglia, sedato, in terapia intensiva, e mi è parso di vedere qualcosa o qualcuno che si muoveva nella penombra… e non capivo, poi in qualche medo mi è sembrato che quella figura fosse Dio stesso”. Quasi allibisco, perché il narratore, mio amico, è agnostico.

Vedere Dio e rimanere in vita non è possibile, perché Dio è inaccessibile ai nostri limitati sensi esterni, e anche a quelli interni, a meno che, facendo il vuoto dentro la nostra anima, operando la spoliazione di ogni desiderio, la smemoratezza di ogni pulsione, la dimenticanza del nostro stesso io, non riusciamo a percepire nel silenzio spirituale una sorta di pienezza inspiegabile, non di felicità, ma di gioia tenerissima e ardita.

Non so se lì, come spiega il Maestro Johannes Eckhart, si possa dire che indugia per qualche istante eterno Dio stesso, ma non saprei come provare a dire meglio. Forse la situazione descritta da F. è qualcosa che assomiglia allo svuotamento della meditazione profonda, che diventa contemplazione dell’indicibile, di ciò che non ha nome, se non lo stesso dell’ESSERE. IO SONO, dice a Mosè dal roveto ardente, “io sono” può dire a ciascuno di noi se ci mettiamo in ascolto.

La voce interiore non ha parole, ha solo un calore ineffabile, avvolgente, e qualche volta, rarissima, forse l’ho provato anch’io, ma solo quando sono riuscito a staccarmi dall’ansia di esser-ci (Heidegger), dalla pre-occupazione, e mi sono rivolto all’occupazione spirituale della consapevolezza, del limite, assaporando il bene semplice dell’amicizia, del fare il bene solo per il bene medesimo, dell’ascolto senza premura di ogni patema, di ogni inezia magari importante per un altro-come-me.

Allora una specie di luminoso sentimento mi ha accompagnato, se pure per brevi istanti: forse è proprio ciò che, di Dio immenso, solamente possiamo cogliere in questo stare terreno, in questo cammino infinito verso la verità.

 

Il vento di Samatorça

castello di VillaltaRicordo il vento di Samatorça.

Soffiava non si sa bene da dove nel piccolo cimitero, dove è sepolto nella terra Ladi Rebula, con una croce di legno e qualche fiore. Il muretto circostante è basso e lascia intravedere il bosco, nascondimento per animali e transito del vento.

Tra i rami degli alberi si attorciglia e si divincola il vento, come spirito delle anime salve lì seppellite, con varia pietà, con diversa memoria.

Ricordo il vento di Samatorça.

E poi le strade tortuose della bassa montagna petrosa, chiamata con l’antico indo-europeo kar (Carso), come Carnia, Carniola, Carinzia, Caravanche: kar, la pietra. Pochi viandanti e il sole della stagione che nasce, garruli uccelli nelle macchie profonde, verso il Vipacco e la grande Selva degli orsi.

Non vi sono che echi in lontananza di macchine e moto, incapaci di arrivare nel cuore della terra: i motori sfrigolano, girano, corrono distanti dal fremito di vita della campagna selvaggia: chi li pilota non ha tempo per l’anima, in ritardo evolutivo.

Ricordo il vento di Samatorça.

Il muretto è riscaldato dal sole, adatto ad accogliere il riposo e il silenzio di chi passa e vi si distende sopra, per farsi scorrere il soffio inatteso lungo i fianchi, e aspettare che venga il tempo del congedo, fino a diventare preghiera e consiglio.

E oggi ausculto e incontro un altro vento, quello delle colline. Mi sto inerpicando verso l’avito castellum dei conti di Villalta, mille anni di storia e di vicende oscure, perché perse nel tempo. La bici scollina silenziosa mentre il cuore batte regolare. Il ritmo della pedalata si adegua alla spinta, il respiro si regola, la mente si libera in pensieri, ricordi di eventi, memorie di volti, parole sonore e silenzi.

Ricordo il vento di Samatorça e i refoli di tra gli alberi verdissimi di questa mattina piena di luce.

Il testamento del capitano

il capitanoA pochi giorni dal centenario dall’entrata in guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali, rammemorare il più nobile tra i canti degli alpini ci aiuta a pensare.

Pensare che cent’anni fa qui da noi si sono ammazzati contadini e operai, artigiani e insegnanti in divisa di patrie diverse e confinanti. Nella mia terra il ricordo è vivissimo nei racconti e quasi nei genomi naturali che ci costituiscono.

Il canto deriva dal canto funebre cinquecentesco Il testamento spirituale del Marchese di Saluzzo, così come ci è stato tramandato da Costantino Nigra.

La storia è questa (dal web): “Michele Antonio, undicesimo marchese di Saluzzo, capitano generale delle armi francesi nel reame di Napoli, mortalmente ferito da un obice durante la difesa della fortezza di Aversa assediata dalla truppe borboniche, nel 1528, esprime le sue ultime volontà ai soldati riuniti attorno al letto di morte. E sarà forse proprio uno di quei soldati l’ignoto autore che riversò nel canto gli ultimi sublimi istanti del capitano, creando una fra le gemme più interessanti del patrimonio epico-lirico italiano, ereditata in seguito dalla tradizione alpina che, all’epoca della 1a Guerra Mondiale (1918), rese popolarissimo il canto in questa versione dove appare un misto tra il dialetto veneto e quello trentino.

Il testo del canto

El capitan de la compagnia
l’è ferito sta per morir
el manda a dire ai suoi Alpini
perché lo vengano a ritrovar.
el manda a dire ai suoi Alpini
perché lo vengano a ritrovar.

I suoi Alpini ghè manda a dire
che non han scarpe per camminar
O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua.
O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua.

Cosa comanda, siòr capitano,
che noi adesso semo arrivà?
E io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià.
E io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià.

Il primo pezzo alla mia Patria
secondo pezzo al Battaglion
il terzo pezzo alla mia Mamma
che si ricordi del suo figliol.
il terzo pezzo alla mia Mamma
che si ricordi del suo figliol.

Il quarto pezzo alla mia bella
che si ricordi del suo primo amor.
L’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior
L’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior.

Solo un breve pensiero, di questi tempi nei quali sembra che  l’abnegazione e il sacrificio personale siano fuori luogo. Io lo ricordo cantata da mio padre e dai suoi amici quand’ero bambino, ma in certe occasioni, come il 4 novembre. E mi colpiva quello che il capitano chiedeva ai suoi alpini, quasi fino a farmi piangere.

Il primo pezzo del corpo alla Patria, alla terra dei padri, per la quale si può anche morire; il secondo al battaglione, cioè ai compagni e camerati con i quali si condivide tutto: fame, freddo, dolore, morte; il terzo pezzo alla mamma e il quarto alla bella “che si ricordi del suo primo amor”, perché il capitano era poco più che un ragazzo; il quinto pezzo alle montagne “che lo fioriscano di rose e fior”.

La Patria, il battaglione, la madre, la donna, le montagne, cioè tutto ciò che ha valore, per il capitano e per i suoi alpini, ma anche per chi gli sta di fronte, di altra Patria, madre, donna, battaglione e montagne.

La bellezza di questo canto sta nel fatto che è speculare, e può essere cantato in coro al fronte dalle due trincee “nemiche”, dove la Patria diventa la comune umanità.

La verità, il linguaggio, le cose e i cretini laureati

non-troverai-mai-la-verita-se-non-sei-disposto-ad-accettare-anche-cio-che-non-ti-aspettavi-eraclitoCaro lettor serale,

con il termine verità (in latino veritas, in greco αλήϑεια) si indica il senso di accordo o di coerenza con un dato o una realtà oggettiva, o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso (preso dal web).

Il rapporto tra verità, linguaggio e cose stesse è la domanda che ognuno si fa vivendo, parlando, dialogando, ricercando, interrogandosi.

Non è possibile evitare questa domanda, poiché ne va della stessa salute mentale.

Gli antichi pensatori studiano la natura chiedendosi il principio primo di essa, o archetipo: acqua, infinito, essere, divenire, i quattro elementi, la mente (il nòus anassagoreo); e poi il lògos delle scuole platonico-aristoteliche e stoiche (lògos spermatikòs), ma subito dopo si chiedono come agisca e quale sia il principio veritativo della conoscenza fisica e pratica, la conoscenza della natura delle cose e dell’uomo stesso, quali siano le sue facoltà…

Tommaso d’Aquino, sulle tracce di Aristotele, ritiene che la conoscenza avvenga attraverso una adaequatio intellectus et rei, cioè un adeguamento dell’intelletto e della “cosa”, cosicché poi l’intelletto può dare-il-nome-alla-cosa, basandosi su un significato condiviso dall’accezione comune.

Heidegger definisce il linguaggio come “casa dell’essere”, ma forse è un’espressione troppo poetica.

Wittgenstein ne parla come della sola dimensione conoscitiva plausibile, fuori della quale tutto è “fuffa”.

Frege distingue rigorosamente tra senso (Sinn) e significato (Bedeutung), integrandone le funzioni nella logica semantica.

Il cardinale John Henry Newman distingue rigorosamente tra verità sintetica (quella intuitiva) e analitica (quella deduttiva e sillogistico-argomentativa), e quindi tra apprensione nozionale  e apprensione reale della verità, completando poi il suo teorema con l’elencazione dei modi della conoscenza in dubitativo, illativo-inferenziale e assertivo. E potrei continuare quasi ad libitum.

Dalla dimensione teoretica passerei un attimo al pratico, con un esempio: si può dire che è verità il fatto che il governo Monti e la ministra Fornero, quando nel 2012 hanno messo mano alla quarta riforma pensionistica degli ultimi vent’anni, hanno commesso errori sesquipedali di valutazione, sia politica, sia tecnica?  Si può dire che è vero che il numero degli esodati, sconosciuto (pazzesco!!!) alla professoressa Fornero costituisce un esempio di dilettantismo manifesto e perfin banale? Si può dire che è vero che ogni piccola azienda privata che si rispetti (non quindi una Fiat o FCA che si voglia dir, o una Danieli), prima di fare un investimento impegnativo o di iniziare un progetto oneroso, si informa presso esperti, consulenti, giuristi, economisti, finanzieri, finché non acquisisce una ragionevole certezza della bontà del suo agire?

Ebbene, quei due emeriti professori, Monti e Fornero, nulla di tutto ciò hanno fatto, e sono riusciti ad aver sbagliato anche dopo tre anni dalla loro non rimpianta uscita di scena, a seguito dell’ultima sentenza della Consulta (probabilmente sbagliata, ma non importa)  che ha ritenuto inammissibile e illegittima la loro misura di blocco delle pensioni superiori all’importo di tre volte la “minima”, per un biennio. Forse che, prima di prendere quelle cervellotiche decisioni, non era il caso che chiedessero discretamente un parere a chi ne sapeva più di loro, reputati esperti, in materia?

Ecco si può dire che in quel caso si è trattato del comportamento di due laureati (anzi Ph. D.) incompetenti, per non dire altro?

Si può dire, con il cardinale Newman, Aristotele, Tommaso d’Aquino, Hume, Frege, Heidegger, Wittgenstein e molti altri, che è vera la loro insipienza governativa? E ciò è vero, sia sotto il profilo analitico dei dati di fatto, sia sotto il profilo sintetico dell’impressione che di loro avrebbe potuto avere quella donna sapiente che era mia nonna Caterina.

Sul Filo di Sofia