Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Il rifugio di Montale

hotel-annalenaTra Ponte Santa Trinita, Palazzo Pitti e Boboli, verso la Porta Romana, a Firenze, c’è la “Pensione Annalena”.

Un palazzo nobiliare del ‘400, come racconta Machiavelli ne Le Istorie Fiorentine. Riferisce una bella brochure dell’albergo:

“(…) Annalena, figlia della Contessa Orsini e di Galeotto Malatesta, signore di Rimini, rimasta orfana di ambedue i genitori, venne affidata, prima al Conte Attilio Vieri dei Medici e poi adottata, insieme al suo immenso patrimonio, dal cugino Cosimo dei Medici, che con la moglie, Contessina dei Bardi, la accolsero come una figlia, dandole la migliore educazione e istruzione possibile. La giovane Annalena, che si narra esser stata di una bellezza straordinaria, si innamorò del capitano di ventura Baldaccio d’Anghiari, che sposò nel 1439, con una solenne cerimonia nella basilica di San Lorenzo. Cosimo dette in dote ad Annalena il Palazzo di via Romana, dove la coppia si trasferì. Baldaccio, prode condottiero, si fece apprezzare difendendo la Signoria di Firenze nell’epica battaglia di Anghiari nel 1440, contro l’esercito milanese, conquistando l’ammirazione della corte medicea. Cosimo gli rese merito con ogni onorificenza e trasformò il Palazzo di Annalena in una delle più belle case fiorentine, arricchendola con affreschi, dipinti e arredi magnifici. Alcune opere del Beato Angelico e Filippo Lippi sono oggi custodite nella Galleria degli Uffizi e nel Museo di san Marco. Si narra anche di uno splendido affresco di Paolo Uccello celato sotto intonaci più recenti del Palazzo. Rimasta vedova a seguito di una congiura di palazzo ordita contro Baldaccio, oramai divenuto troppo popolare e quindi pericoloso per il potere mediceo, Annalena trasformo la preziosa dimora in un Convento e Casa di Accoglienza per giovani donne e vedove. Nel palazzo venne nascosto anche Giovanni dalle Bande Nere per proteggerlo dalle famiglie nemiche.

Dal 1530 il Convento è sotto l’Ordine di San Vincenzo di Annalena e trascorre un lungo periodo di apparente (?, ndr) tranquillità, almeno fino al 1808, quando le leggi napoleoniche sopprimono l’ordine (…)”.

In seguito vi abitano il generale francese Mac Donald e sua moglie Carolina Bonaparte, vedova di Gioacchino Murat. Vengono in seguito ospitate le Suore Francescane del Sacro Cuore, che vi fondano nel 1880 una Scuola-Convento per educare le signorine delle più nobili e facoltose famiglie fiorentine. Nel 1919 il Palazzo diventa una casa di tolleranza di lusso, ospitando viaggiatori, poeti e musicanti.

Negli anni ’30 ospita per diversi anni Eugenio Montale, la cui camera è ancora disponibile (eccomi lì l’altrieri!), dove poetò ispirato da Irma Brandeis. Carlo Levi vi soggiorna  negli anni ’40, e lì scrive diversi passi del suo “Cristo si è fermato a Eboli“.

Più avanti negli anni ivi “scendono” Vittorio Gassman, Tognazzi e Luigi Dallapiccola.

E in questo maggio anch’io, a Firenze per l’assemblea nazionale della cura/ consulenza filosofica. Comincio da ora a chiamare la modalità pratica della filosofia “cura”, in senso platonico e heideggeriano, non medicale, terapia dell’anima e della mente, maieutica umile e rispettosa dell’irriducibile unicità di ciascuno.

Pensavo l’altra sera, disteso nel piccolo appartamentino riservatomi dall’agenzia viaggi, dove l’anima del Poeta aleggiava e pareva ispirarmi buoni pensieri, mentre di prima mattina, stavo affacciato guardando il verde intenso del Giardino di Boboli.

Alcuni versi scritti lì da Montale per la Brandeis, tratti da “Interno/ esterno“:

…e perciò che ti vedo/ volgerti indietro dall’imbarcadero/ del transatlantico che ti riporta/ alla Nuova Inghilterra/ oppure siamo insieme nella veranda/ di “Annalena”/ a spulciare le rime del venerabile/ pruriginoso John Donne/ …”

Come non gestire il personale

fordismoA guisa di Achille Starace, nomen omen, Francesco, amministratore delegato di ENEL, alla LUISS di Roma lo scorso aprile. Anzi peggio, perché Achille era un omino fascista fanatizzato (cf. De Felice), mentre Francesco è un “intellettuale” dei nostri tempi.

Eccolo: “Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”…“Creare malessere all’interno di questi”, e poi “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”.

Alla domanda di uno studente che chiedeva: “Qual è la ricetta di successo del cambiamento in un’organizzazione come Enel?”, Starace ha risposto così come sopra. Caro studente, sai che non esistono ricette?

E soprattutto non si migliora facendo paura, creando malessere, fidelizzando pochi contro molti e punendo crudamente gli oppositori. So che le idee di Starace sono abbastanza diffuse fra alcuni manager. Ma non tra i più, almeno spero.
Non condivido una parola di questa violenza di fatto, assolutamente contrastante con l’intelligenza e con la relazione tra le persone, fondamento di ogni organizzazione. Ecco l’intervento integrale tratto dal web (suggerimento dell’amico Franco):

Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce perchè alla gente non piace soffrire. Quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. È facile”.

Questa cultura manageriale è spaventosa, strumentale, irrispettosa e mobbizzatrice, fredda, che non tiene in nessun conto la dignità e l’unicità irriducibile di ogni persona, di ogni lavoratore.

Il mondo è cambiato dai tempi della cultura meramente padronale, vi sono stati momenti profetici ancora mezzo secolo fa con Adriano Olivetti, e oggi vi sono aziende come alcune che conosco e frequento, e anche tra le più importanti aziende americane del high tech odierne, da Facebook a Google.

Grazie a Dio sono in condizione in molte interessanti situazioni di operare diversamente da quello che insegna Starace, proprio all’opposto.

Fratello laico, “Marco” Giacinto da Teramo, angelo necessario

IMG-20160518-WA0004Come sempre, quando qualcuno muore, si tessono lodi e si intonano salmi e peana. Anche stavolta, un profluvio di interviste, articolesse, elzeviri su Marco da Teramo, “eroe civile”, e altri sintagmi spreconi. E insopportabili laudationes post mortem.

In questa congerie di noiosissimi prevedibilissimi scritti, ricordo soprattutto un aspetto: Pannella, uomo testardo, arrogante, perfin superbo e vanesio della sua figura, voce bellissima, intelligenza e cultura non poco affilate, si è occupato della res publica con generosità e disinteresse personale, quasi solo, o in compagnia di assai pochi, in un contesto di interessi intrecciati e di roboanti proclami democratici raramente rispondenti alle reali intenzioni dei parlanti o bofonchianti proposte politiche e amministratori.

Un altro suo merito, in mezzo a svarioni macroscopici (come la candidatura di quel vigliacco di Toni Negri), è stato quello di sottolineare l’importanza dell’individuo/ persona, in un mezzo secolo in cui contava, a destra-sinistra-centro quasi solamente il “collettivo”, fosse nazione, classe o comunità.

Liberale e libertario, ha recuperato tra John Locke e un afflato teologico cristiano mai dimenticato, la nozione dell’unicità di ciascuno, tra i molti, della sua dignità irriducibile e dei diritti correlati a questo valore fondativo, ma quasi come un “angelo laico”, necessario a segnalare l’ottundimento di ogni clericalismo, compreso quello comunista.

Non ho condiviso alcune sue battaglie, come quella sull’eutanasia, ma molto quelle sulla fame, sulla distribuzione dei beni, sul diritto alla conoscenza, per lo stato di diritto, per la giustizia giusta, unico a difendere Enzo Tortora quando magistratura e stampa lo crocifiggevano, innocente, contro la pena di morte, per i diritti umani dei carcerati, per l’esilio di Saddam Hussein ad bellum vitandum, inascoltato, asceta e mistico a modo suo, quasi un frate laico, capace di peccare e di credere, protestante e luterano in corde, però non pessimista, ma realista sulla natura umana, forse lettore delle agostiniane Retractationes, ultimo pensiero del vecchio vescovo-filosofo.

Il suo tempo, come amava dire, non era quello della politica spicciola, ma, un poco presuntuosamente, quello della storia, delle sue lunghe derive, ampie come l’onda oceanica che si spegne dentro la baia di San Francisco lambendo Alcatraz. Aveva ragione.

Sui diritti civili ha combattuto battaglie aspre, corpore vili animaque, forse non spiegando sempre bene, ed era nelle sue corde, che divorzio e aborto sono due mali, due dolori, non solo questioni da regolamentare con la legge. In qualche occasione lo ha detto, e chiaramente, a differenza di ciò che fanno i rètori dei diritti su tutto e a tutti i costi, quelli che scambiano i loro desideri e a volte i loro capricci per diritti (cf. Vendola e c.).

Lo ricordo con l’immagine di un selvatico carpita nel Parco delle Risorgive, in quel di Codroipo, qualche dì orsono, perché mi ricorda la sua selvatichezza naturale, la sua verità.

Mi manca il raglio possente dell’asino

asino…per dire come occorre stare nella natura dei viventi, Robocop permettendo, o la possibilità di sintetizzare i geni della riproduzione umana. Mi manca il raglio dell’asino, quello potente, che scavalcava i cortili e i borghi rurali, fino alle strade polverose della campagna e alle provinciali asfaltate.

Il raglio dell’asino è il verso di un animale nobile, ingiustamente metaforizzato quale simbolo di stupidità: è piuttosto l’uomo, stupido, quando punisce un suo simile con le orecchie d’asino, ché l’onagro è forse più intelligente del destriero equino ammirato nei millenni della storia.

L’asino “si accorge”, l’asino si accorge se nei pressi suoi c’è un bambino autistico o “down”, e allora si fa vicino, si av-vicina avendo cura del disagio che lui percepisce anche meglio di un umano. L’asino è mite, silenzioso, salvo quando scuote le nari disturbato da qualche imbecille che pensa di essere più intelligente di lui, e raglia di stupore per tanta stupidità conclamata.

L’asino fa parte di un paesaggio interiore che è venuto meno con l’ultima post-modernizzazione di villettopoli diffuse e anonime, senz’anima e cuore, e servirebbe molto più dei cani latranti dietro le siepi dei cortili collinati della borghesia rincoglionita dal benessere.

Utinam il raglio possente dell’asino sostituisse i borborigmi miserandi delle tv, i titoli sguaiati del web e della carta stampata, la tuttologia dei conduttori e delle giornaliste in posa, spesso orridamente rifatte, futuri mostri della laguna,

utinam il raglio possente dell’asino zittisse i politicanti mestieranti eletti o nominati a sfrugugliare con la res publica, colpevolmente ignoranti,

utinam il raglio possente dell’asino riuscisse a consolarmi della delusione di tanti, troppi, incontri con umani molto meno meritevoli di attenzione di quanto non sia il nobile quadrupede,

utinam il raglio possente dell’asino avesse la proprietà di allontanare da me i falsi modesti e i mascherati di libido potestatis pecuniaeque di ogni tempo e luogo che debba o possa incontrare,

utinam il raglio possente dell’asino potesse accompagnarmi nelle logorree inutili di altrettali umani, di giravolte e piroette indecenti, di libidini incestuose, metaforicamente intendo, ed è perfino peggio.

Come il raglio dell’asino, mi mancano i cortili accessibili di un tempo, e anche l’odore del letame contadino, i carri agricoli e le vacche pacifiche nella prateria dietro la cascina. Ma io ho il coraggio di cercare altrove, fuori dai paesi neo-benestanti, quasi cittadine, o addirittura con nome di “città” (che ridere!): Città di Codroipo, ma andiamo! Civitas, certo, ma stiamo cauti: per me in Friuli etc. oltre a Trieste, Gorizia, Udine e Pordenone, solo Monfalcone e Cividale hanno titolo per il nome di “città”. Non abusiamo dei nomi, ché le cose si ribellano a nomi mal dati. Cf. Genesi 1!

Vado via nei borghi rurali in bici, e allora ritrovo il senso, il desiderio e i suoni veri della vita.

E l’asino mi sia testimone.

In dulci jubilo

samuel scheidtin dulci jubilo,
Let us our homage show!
Our heart’s joy reclineth
In praesepio;
And like a bright star shineth
Matris in gremio.
Alpha es et O!

“Nella dolce gioia ” è un tradizionale canto di Natale. La prima versione è in un tedesco/ latino o inglese/ latino del XIV secolo. Sulla melodia si basa il preludio corale BWW 729 di J. S. Bach.

In dulci jubilo appare per la prima volta nel Codex 1305, un manoscritto custodito nella biblioteca dell’Università di Lipsia. Nel 1533 venne stampato all’interno dell’innario luterano Geistliche Lieder di Joseph Klug. E’ presente inoltre nel Gesangbuch di Michael Vehe (1537). Nel 1545 venne aggiunto un altro verso (probabilmente da Martin Lutero stesso). La melodia era tuttavia popolare anche in altre zone d’Europa.

Caro lettor domenicale, su You Tube ne troverai varie versioni, se vuoi.

Le ho ascoltate tutte per rifarmi lo spirito. La più elevata è forse la versione di Samuel Scheidt, che pare scendere e salire tra i cori angelici. In tempi nei quali la bruttezza è assurta a dominio, occorre ricercare le vene dorate della meraviglia, e la musica ne possiede in abbondanza. Dopo il Concilio Vaticano II nel mondo cattolico la liturgia, convertita alle lingue nazionali, ha dimenticato il latino, ma non in Austria e Germania.

Il canto si è fatto sciatto, debole, quasi debosciato, le omelie scontate, poco vigilate, prive dell’umiltà dello studio retorico.

Parlare in pubblico è una cosa seria, difficile. Papa Ratzinger aveva cercato di segnalare l’impoverimento impressionante delle musiche e delle celebrazioni, poco ascoltato.

Il sacro e il divino hanno bisogno di essere rappresentati dalla bellezza, non in qualsiasi modo.

E’ una considerazione e un invito alla riflessione che faccio, in questo sabato pieno di pioggia.

Che paio di c.oni

20160416_171302quando cammino per le strade dei miei paesi costeggiando le villette e i cancelli mi vengono incontro latranti i cani, piccoli, grandi, medi, di razza e meticci, ognuno con la sua voce battente ossessiva, che cz. che paio di coglioni, un pincher sarebbe un buon pasto per un alano, o anche un vegano

quando corro in bici per le infinite strade della mia terra mi fanno rifili pazzeschi i motociclisti sulle potenti due ruote protesiche, poveri imbecilli che stanno su cento cavalli, anchilosati, senza muovere i glutei, invecchieranno male, come meritano, nell’idiozia allo stato puro in cui si trovano i loro piccoli encefali

ora c’è anche la “festa di chi ti vuole bene“, non più la festa della mamma, non lo sapevo, l’idiozia che sta raggiungendo l’assoluto, questo in una scuola dell’infanzia di Cordenons (Pn), non solo più la dizione idiotissima “genitore 1 e genitore 2” o “matrimonio gay”

ora alcuni vogliono regolamentare l’utero in affitto, magari chiamandolo, con un eufemismo un po’ ridicolo “maternità surrogata”; come si fa a parlare di surroga della maternità? mi chiedo se sia possibile surrogare un atto umano, che forse è il più elevato, anche eticamente, se per “etica” intendiamo, non solo “usi e costumi” come da etimologia classica, ma anche “giudizio morale sull’agire libero (per quanto possa esserlo) dell’uomo”: mi sembra difficile surrogare un atto umano così pregno di moralità insopprimibile e personalizzata, né mi convincono coloro che sostengono la teoria che genitori buoni e cattivi si trovano tra i naturali e gli adottivi e che due maschi o due femmine possono tirar su un figlio anche meglio di una coppia maschio/ femmina comunque declinata; come si fa a dare un figlio concepito e generato a un’altra? il bisogno? la generosità intra-femminile? che altro?

non bastano le stronzate del gender, dell’appiattimento terminologico e cognitivo in fase di diffusione, con sparute opposizioni quale la mia (nel suo piccolo con milletrecento visitatori alla settimana, e qualcosa resta)

altri dati: in Italia ci sono
- 24 casi di morte sul lavoro per ogni milione di abitanti
- 80 casi di suicidio su ogni milione di abitanti
- 56,2 casi di morte per incidente stradale su ogni milione di abitanti
- 4000 casi di mortalità infantile ogni milione di nati
ci preoccupiamo di più delle cose "paurose" che di quelle "pericolose" . 
Ci sono molti più morti per strada che in aereo...

e

nel 1980 accadevano 2000 omicidi all’anno, in Italia, di cui un quarto di donne, nel 2015 meno di 700 di cui un quarto di donne, stessa percentuale del 1980, e i cretini hanno coniato il termine di “femminicidio”

nel 1980 c’erano 12.500 morti all’anno per incidenti stradali, in Italia, nel 2015 sono stati circa 3.000 e rotti con tre milioni di auto in più

sempre nel 1980 c’erano stati circa 2000 morti sul lavoro in Italia, nel 2015 circa 700…

le morti violente stanno diminuendo, mentre forse i lobi prefrontali del cervello umano, insieme con le tecnologie stanno aumentando

Il linguaggio, invece, da quando quel delinquente di Maurizio Costanzo e soci ha cominciato a imperversare in tv, sta declinato in fiotti di mormorigmi osceni

la volgarità è al potere nella politica dove il migliore dei protagonisti attuali non vale un alluce di De Gasperi, o di Togliatti, o di Nenni, o di Malagodi, e perfino di Almirante

dormi dormi bambiiin

La grande bellezza del mondo e l’ospite di Minoli

2016-04-10 18.46.31

Il mio gentil lettore si chiederà certamente che cosa c’entri l’un tema del titolo con l’altro. Una semplice “connessione del diverso”, sperando che sul web la citazione di Giovanni Minoli giunga alla sua interlocutrice di stamani, una signora che si è rifiutata di spiegare le sue condizioni familiari durante un colloquio di lavoro, venendo subito “sbattuta fuori” dal suo interlocutore. E così legga questo pezzo, ché le potrebbe servire in futuro per evitare di commettere lo stesso presuntuoso errore che l’ha messa fuori da un’opportunità di impiego.

Oramai la stagion di primavera avanza e le giornate son lunghe, lunghissime. Oggi ho profittato di un rientro prima del tempo per inforcar la bici ordinaria e spingermi giù verso la Bassa, passando i paesi popolati dal patriarca Niccolò di Lussemburgo nel XIV secolo dopo la grande pestilenza, di contadini croati. E allora i nomi dei villaggi suonano così: Jutizzo, Gorizzo, Gradiscutta, Belgrado, Santa Marizza,  echi evidenti di slavitudine.

Non so perché invecchiando vedo il mondo così bello, la mia terra, le montagne, il grande fiume alpino, il viridescente aprirsi della vegetazione, i grandi alberi della campagna. Non so perché. La luce è più intensa, i colori più brillanti, l’orizzonte più nitido. E sento una gioia profonda nel cuore, forse comprendendo un poco il privilegio di godere della grande bellezza del mondo.

Questa bellezza, che ha tratti inesprimibili, che rasenta l’ineffabile, si scontra con la stupideria umana, come quella dell’episodio citato qui sopra. Ne parlo un momento per poi chiudere come ho iniziato, lodando il Signore del mondo.

Stamani su Radio24  ascolto Minoli, sempre intelligentemente garbato: lui ospita una signora che racconta di essersi rifiutata di declinare la propria condizione familiare, sposata, convivente o meno, con o senza figli, e così ottenendo di essere cacciata in malo modo dal colloquio. E convinta di aver fatto bene e lo rifarebbe, perché, secondo lei, un intervistatore nel colloquio di lavoro non “deve permettersi” di violare la privacy. A nulla è valsa la paziente controdeduzione del giornalista, che ha cercato, anzi tentato, di spiegare alla zuccona che, anzi, dirsi madre di due bambini, e nel contempo professional con quattro lingue e una laurea magistrale depone assai bene, non l’incontrario. Idea confermata da un imprenditore lì presente che dice: “se mi si presenta in un colloquio di lavoro una professionista mamma la prendo subito, perché di sicuro ha una marcia in più“. Certo che è così, confermo per esperienza trentennale, io che ho visto a colloquio almeno tremila candidati e candidate e fatte/i assumere non meno di un migliaio. Si fida signora presuntuosetta?

E torno ai prati, alle distese di terra che aspetta la semina, al cielo cangiante verso la sera che viene, con il cuore colmo di gratitudine per la vita, per il respiro, per i pensieri, per la speranza, per la forza, per il sonno e la veglia, per il bene che riuscirò a fare, ancora, a questo mondo. Grazie.

Gli scherzi dell’ombra e il sentimento del contrario

2015-10-31 16.01.58Non mi sembra inutile considerare la vita umana come un doppio, la vita del corpo animato cangiante nel tempo, e la sua ombra, che lo segue… o, a seconda dell’ora del giorno, lo precede. Nella vita procediamo, a volte sicuri, a volte incerti, a volte indecisi tra sicurezza e timore. Così è per tutti, anche per chi esercita un grande potere, e spesso ha capogiri da altitudine, come sulla cresta di una grande montagna che dà su burroni profondissimi.

La maschera/ persona è ciò che usiamo di solito, quotidianamente, un po’ per celia e un po’ per non morire, anzi, per necessità di sopravvivenza. Non possiamo “essere noi stessi” sempre, in ogni circostanza, modo e luogo, ma dobbiamo essere adattabili, se possibile, senza compromessi morali, o quantomeno senza rinunziare all’opzione fondamentale (cf. K. Rahner) di un’etica declinata secondo principi di tutela dell’uomo e della natura quae illum continet. Gli atti particolari, dunque, possono anche essere dubitabilmente “morali”, purché il fondamento etico sia rispettato, e ciò è chiarissimo, se a volte dobbiamo fingere un po’, piegarci un attimo, girare attorno a un ostacolo, rinviando od omettendo qualcosa, oppure controllando uno scatto d’ira. Se ogni atto particolare dovesse riflettere il nostro “autentico essere” potremmo anche fare dei danni. La collera incontrollata può anche essere frutto dell’autenticità. Si sente dire spesso “sono/ è fatto così“. Ebbene, possiamo dire che non abbiamo diritto di agire in qualsiasi modo perché “siamo fatti così“?

L’inautentico non è solo, dunque, un atteggiamento/ comportamento periclitante verso la menzogna, ma può essere dettato anche dalla prudenza. In questo caso più che di menzogna si può trattare di accortezza, saggezza, e perfino sapienza umana. Quante volte mi è capitato di volere essere autentico e sbottare “tutto quello che penso” di un fatto o di una persona, magari con la persona stessa, e sono riuscito, graziaddio, ad evitarlo! Mal me ne sarebbe incolto se fossi stato “autentico”.

Un’altra chiave di lettura e azione, suggerito da straordinari personaggi come Pirandello e Cervantes, è l’umorismo. L’umorismo permette di accedere a “luoghi” psicologici che altrimenti potrebbero non essere utili, o addirittura un poco pericolosi: non sempre infatti è il caso di restare sui “toni alti” nei discorsi che si fanno in ambiti decisionali, ma talora è preferibile sdrammatizzare, se non ricorrere all’autoironia e alla celia. Serve essere anche un poco “giullari” se il clima è pesante e le decisioni da prendere gravi. Ce lo insegna la storia medievale.

Un ulteriore ambito cognitivo ed emozionale è il sentimento della finitezza e del limite umano, che può essere anche collegato all’umorismo e all’autoironia. Siamo o meno credenti nell’anima immortale e in Dio, non possiamo non sentire continuamente il nostro limite, (anche fossimo Bolt nel massimo splendore o nel kennediano Obama di otto anni fa, o in Traiano, Napoleone ad Austerlitz, Solimano il Magnifico, Gengis Khan o Timur Lenk, o addirittura Renzi, eh eh).

Serve dunque la nostra ombra che cammina con noi, la contraddizione, il contrario, il contrasto, il serio e il faceto, il giorno e la notte, l’acqua e il fuoco, e ogni altra polarità, per la salute della nostra anima e la saggezza del nostro quotidiano agire.

Transit omnia mundi et nos etiam. Qua re Gratias agamus Deo Optimo Maximo.

Volesse il cielo che i colori… in questa stagione triste

2015-12-31 09.35.40…diventassero più nitidi, e i contorni definiti, sembra di cogliere nel vento. La pianura è battuta da raffiche urgenti, e la pioggia ricorda autunni passati  e ne preconizza di futuri.

I colori sono un sentimento del tempo e dello spirito. Si stagliano in fondo all’orizzonte e qui vicino, temperando la stagione di tristezza che viviamo. Questa Italia sembra non uscire dal mediocre lacerto in cui si trova, da tempo. La politica è squallore quasi ovunque, e chi rappresenta non rappresenta quasi che se stesso. Autoreferenze, maldicenze, banalizzazioni, nel linguaggio e negli scritti, lanci di notizie mai nate, falsi in bilancio e nelle relazioni. Sembra un deliquio, un declino, un’irreversibile muta follia di dentro, nei cuori, nelle menti, nelle vite.

Che pensare, dire, fare, si chiederebbe chiunque, non solo Vladimir Ilich Ulianov? Non voglio usare un verbo giudiziale come “resistere”, magari tre volte iterato, quasi a voler dire che solo una parte del mondo è buona, intrisa del “Bene”, come riteneva fosse Mani, il sacerdote antico. Ché il bene a volte è inestricabile dal male: faccio fatica, spesso a distinguerlo, più facile è la sintesi, di condanna o glorificazione, ma sarebbe una lode al “falso”, al parziale, all’inautentico, al servile. Pazienza e arte del discernimento, sillogismo logico e argomentazione, uniche vie per distinguere, sceverare, individuare, indicare, eventualmente accorgersi, e, dunque, correggere se si può, il male dentro.

Ascolto per radio l’inenarrabile: sfoghi più che belluini di vendette, turpiloquio senza sentor di eleganza (nessun di questi è lettor di Pietro l’Aretino), vaniloqui sulle creme solari per i cani. Si sa che la violenza è una modalità relazionale inter-umana, dai primordi; a un certo punto l’uomo l’ha dichiarata legittima solo in capo agli “stati”, creando la deterrenza (mai funzionante) della pena capitale. L’uomo infischiandosene di tutto l’ha sempre praticata in proprio. Da qualche hanno la si apprende in tempo reale, e sembra sempre più pervasiva, anche se statisticamente non è così.

Di fronte alla pedofilia omicida si sentono sentenze di morte per radio, fatte di vendette familiari, evirazioni e abbandoni ad bestias, sollecitate da compiacenti conduttori.

Non so a che punto sia la notte, sentinella, non so; tu continua la scolta, il tuo giro di guardia sulle mura di città.

E torno all’estetista dei cani, che suggerisce creme e protettivi solari per l’estate, per le zampine che altrimenti friggerebbero sulle sabbie roventi, o per cani e gatti bianchi e a pelo raso, esposti ai raggi feroci dell’astro meridiano.

Non so a che punto sia la notte, sentinella, non so; tu continua la scolta, il tuo giro di guardia sulle mura di città.

E poi i vegani fanaticamente sul pezzo della proibizione assoluta di nutrimento dal mondo animale: la più bella nel deliquio cognitivo è questa “mangerei del miele solo se sapessi che api lo producono per divertimento“.

Non so a che punto sia la notte, sentinella, non so; tu continua la scolta, il tuo giro di guardia sulle mura di città.

Confusione totale su ciò che la famiglia, declinata al plurale, sia diventata, non nei fatti, ma nella divulgazione mediatica: arcobaleno, due madri o due padri, tre gamberi e quattro peperoni, un cantante e uno stradino, un barbiere e due talpe, una sega e un pisello.

Non so a che punto sia la notte, sentinella, non so; tu continua la scolta, il tuo giro di guardia sulle mura di città.

Ma i colori persistono nella città, a illuminare gli androni, e nei borghi più lontani a inquadrare i portoni e i cortili e gli orti e la grande campagna silente che geme al pensiero (lei pensa) che la guardia prenda sonno quando arriva alla sua garitta solinga.

Non so a che punto sia la notte, sentinella, non so; tu continua la scolta, il tuo giro di guardia sulle mura di città.

La filosofia pratica come medicina dell’anima

2015-11-04 11.27.54La riflessione proposta nel titolo, di per sé, costituisce un amplissimo campo pluritematico cui si possono apportare contributi di natura e con obiettivi diversi, e pur tuttavia convergenti verso un fine unico, quello di un’applicabilità costante della ragione umana alla ricerca scientifica sull’uomo stesso, sui suoi detti e concetti (l’attività raziocinante), sulle sue scelte e sulle sue azioni.

E ciò anche in vista di un ulteriore fine condiviso: l’orizzonte di una umanizzazione rigorosa della ricerca, che non può e non deve mai (possibilmente) costituirsi come fine, ma deve rimanere un mezzo, sia pure di nobilissima grana, anzi la più nobile.

La nostra scelta, in questo caso, si è fatta guidare e quasi ispirare dalla constatazione di una profonda sconnessura nell’essere dell’uomo contemporaneo, che è afflitto da tensioni forti, immerso in situazioni confuse e talora perfino aporetiche, quasi come fosse relegato in una condizione spirituale connotata da un soggettivismo radicale ed egotico.[1] Questo soggettivismo radicale, non solo sta scardinando alcune strutture fondamentali del sé individuale, che abbisogna di una costante ricerca di equilibrio, ma sta anche rendendo sempre più difficoltoso l’esercizio dell’attenzione[2] all’Altro e un suo riconoscimento come tale.[3]

Se l’uomo viene progressivamente a perdere il senso della direzione nella quale si muove, si può dire che ciò è dovuto a ragioni e cause – ancor prima che determinato da un annebbiamento della coscienza – forse di più legate a una perdita di vista degli elementi denotativi della conoscenza. Come abbiamo detto sopra la crisi attuale è dunque primariamente individuabile nell’area cognitiva e logico-argomentativa, e solo successivamente in quella della scelta etica, che è spesso circondata dalle panie di un soggettivismo e relativismo dei più vieti.[4] Sembra infatti che la contemporaneità, specie negli ambiti della cultura occidentale, sia oggi connotata da un’aura di neo-scetticismo che poco o nulla ha a che vedere con lo scetticismo classico, ma che tragga le sue origini piuttosto dalle percolazioni carsiche di un illuminismo positivista di maniera, ossificato nella pretesa di una scienza capace di rispondere a tutti i quesiti che riguardano la struttura umana e le strutture cosmologiche. Un positivismo che si riflette, per quanto riguarda l’umano, anche nella proliferazione, fino alla costituzione di una epistemologia dominante, della dimensione emotivo – psicologica su ogni altra griglia di lettura (antropologico – filosofica, etico – valoriale, ontologico – morale, etc.) dell’umano stesso. Gli psicologemi e un biologismo-genetismo accanito[5] dominano i saperi sull’uomo, mentre le eterne domande sul senso logico-argomentativo delle scelte esistenziali, sulle visioni del mondo individuali, circa le scelte etiche fondamentali, vengono accantonate e affidate alla coscienza soggettiva, lasciata sola. Leggere su testi di insigni accademici[6] che il linguaggio umano e l’autocoscienza sono configurabili solo (e quasi sicuramente, a loro dire) come “incidenti congelati”[7] dell’evoluzione, pone qualche problema interpretativo e non solo nel senso semantico.

In questa situazione di abbandono e di disattenzione, può darsi come prospettiva plausibile, tra altre buone pratiche da farsi con l’uomo, la consulenza filosofica,[8] figlia ed erede di antichi saperi classici, socratici, maieutici, ma anche legati alla grande tradizione sapienziale della Bibbia, dei Padri della Chiesa e delle grandi esperienze monastiche,[9] dal Medioevo ai nostri giorni. Forse qualcuno può pensare che i tempi e il mondo siano talmente cambiati da non poter prestare più attenzione a strutture logico-argomentative come quelle che propone la filosofia come sapere e, in particolare la pratica filosofica della consulenza, ma da molti indizi si può arguire che ciò non è vero, poiché l’uomo, anche nei momenti e nelle condizioni di maggiore ottundimento della ragione e della volontà, mantiene un desiderio, una tendenza, una spinta al superamento del proprio essere-attuale, quella che classicamente veniva definita auto-trascendenza.

 

La Filosofia pratica

 

Proviamo a chiarire che cosa si possa intendere per “consulenza” in generale. La consulenza è un consigliare, sia se richiesti, sia se non, ove si ritenga sia necessario, come nella modalità di una specifica struttura aziendale o di una struttura organizzata in genere. Il consulere è un’attività intellettuale caratteristica delle relazioni intersoggettive e nei gruppi umani.[10] Quando richiesta in contesti non professionali intesi nel senso di un mestiere esercitato usualmente, la consulenza si configura come attività, non solo legittima, ma anche doverosa in base a un principio di solidale convivenza,

[11] Consilium è comunque da intendersi, a seconda dei contesti, o come deliberazione o come vero e proprio “consiglio” che si dà o che viene richiesto. Appartiene al processo di esplicitazione di un atto volontario.

In questa sede non si affronterà la consulenza professionale tout court, in quanto già implicita nella procedura, nella tecnicalità di una prestazione, e perché facente parte di un progetto di diverso respiro. Quest’ultima, infatti, consta di una presenza continuativa concordata, all’interno della quale si realizzano eventi, circostanze e momenti in cui si svolge la consulenza stessa. La presenza del “consulente” è in questi casi un elemento di supporto cognitivo, disciplinare, culturale ed esperienziale continuativo e concordato su varie tematiche di conduzione dell’attività del committente.

Il lavoro che ci prefiggiamo di fare qui, consiste in una riflessione sull’uomoinricerca[12] del senso delle proprie azioni, alla luce di una moralità naturale, sorgiva perché implicitamente presente, ma che necessita di esplicitarsi nei concetti del “discorso” logico-razionale, alla scoperta dei significati attribuibili al lessico che “dice” il dipanarsi del pensiero, degli scritti e delle azioni umane stesse.

Sarà toccato quindi anche il tema della libertà, del male, del sapere etico come sapere epistemologicamente fondabile e fondato, della coscienza e della colpa con il suo corollario etico-cognitivo e concettuale del senso di colpa.[13]

Ci interessa una tipologia di consulenza richiesta, come quella filosofica, che da alcuni anni ha ripreso una vitalità persa da secoli, essendo stata una delle prime manifestazioni della cultura classica, la quale ha dato origine all’Europa come contesto storico, socio-politico, economico e culturale. Dai tempi di Socrate sono trascorsi quasi venticinque secoli, durante i quali l’Homo occidentalis ha di volta in volta trovato e abbandonato i più vari “maestri”.[14]

Negli ultimi cento e cinquanta anni un nuovo sapere, quello della psicologia scientifica e clinica si è insediato nella complessa rete delle società moderne. Con la lezione freudiana tale disciplina, pur suddivisa in innumerevoli scuole, di matrice europea o nordamericana, ha assunto i connotati quasi di una nuova religio, se per religio intendiamo un qualcosa che lega gli umani e li accomuna nella fiducia in un sapere dato, e non necessariamente al sacro.[15]

Sia sul versante medicale-psichiatrico, sia su quello psicologico-analitico, la psicologia è oramai diventata una specie di scienza delle scienze umane, per cui lo psicologo è ritenuto forse il principale tra i nuovi maestri della contemporaneità.

La relazione di cura e perfino la terapia sono assurti a paradigmi principali di tutte le attività di aiuto alla persona sul versante psico-morale.

Nel frattempo, che ne è stato dei vecchi magistri medievali, nel tempo connotatisi come “direttori spirituali”, versati nelle discipline filosofiche e teologiche?

Si può dire che queste figure importantissime, emerse nel tempo dai conventi, dai monasteri e dalle università della res publica christiana,[16] sono state per quasi un millennio rinforzate dal dogma sacramentale della confessione, o penitenza o riconciliazione, anche senza mai completamente ridursi alle figure ministranti[17] dell’ecclesìa. Ed ora sono ritirati in nicchie limitate del contesto sociale.

Il senso e il significato delle parole proferite nei vari linguaggi e degli atti umani, denotati dai termini e dalle accezioni storicamente e filologicamente dati, si sono modificati fino ai nostri giorni sulla traccia dell’”evoluzione” delle accezioni condivise e dei saperi etico-morali.

Nei secoli lo stesso sapere etico, come scienza del giudizio sull’agire libero dell’uomo[18] si è modificato assumendo i tratti progressivamente più pragmatici di una modernità che cominciava a rendersi sempre più autonoma dalla grande Tradizione classica e cristiana.

Una sorta di prassismo incalzante è poi emerso dalla Rivoluzione industriale,[19] dal liberalismo economico, e dallo speculare Marx-Engelsismo, il socialismo scientifico,[20] ambedue propostisi come le grandi nuove Narrazioni omnicomprensive e antropologicamente innovative.

Tale prassismo si deve poi intendere come versione contemporanea di un certo evoluzionismo ottimistico, che, di per sé, sarebbe orientato verso un progresso sicuro della condizione umana, anche se indefinibile e impronosticabile in termini di certezza e di qualità.

Nell’ultimo mezzo secolo, infine, possiamo notare forse due grandi e riepilogative modifiche socio-storiche e politico-culturali: la Fine dell’ Ipotesi rivoluzionaria posta dal Marx – Leninismo nelle sue varie versioni, e la Secolarizzazione, come laicizzazione[21] delle società un tempo connotate da uno stretto rapporto con il “religioso” strettamente correlato, sia al “sacro”, sia alla dimensione “teologale”. Un ultimo centralissimo agente delle modifiche avvenute è da ritenersi il sistema mass-mediologico,[22] con il corollario della promozione di un marketing consumistico come modello e paradigma di un “certo-modo-di-essere” nella contemporaneità, particolarmente efficace nei confronti delle giovani generazioni e delle scolarità medio – basse. Non vi sono più dunque maestri-unici, siano essi di fede religiosa, siano di fede politica. L’Homo occidentalis si è affrancato dalle due utopie, ma rischia di rimanere senza tòpos. Pare che ormai non sia più rinvenibile il non-luogo, ma neppure il luogo. E ciò provoca lo spaesamento e il rischio della perdita del senso logico e perfino del senso comune, come fondamenti di un sapere connaturale e di un agire razionale. In definitiva, l’impostazione che intendiamo dare a questa riflessione, come si può dedurre dai temi introduttivi, è basata sia su uno sfondo etico-antropologico improntato al pensiero realista di derivazione classica, sia su una visione dell’uomo e del mondo capace di cogliere l’infinita varietà del reale alla luce della ricerca moderna e contemporanea, nella quale trovano posto tutte le grandi ipotesi di un’epistème aperta e non dogmatica.[23] Pertanto appare utile individuare e sviluppare, come struttura portante della riflessione filosofica sottesa a questa specifica proposta, un percorso riflessivo fondato su un’antropologia e una visione etica coerenti.

La dimensione etico-antropologica è dunque il fondamento dell’impostazione teoretica che intendiamo dare a questo lavoro, senza che ciò costituisca un absolutum, al di là del quale non siano ammessi visioni del mondo, criteri epistemologici e cognitivi, linee e scuole di pensiero diverse.

Anzi, al contrario, tutto ciò che è esterno a codesta linea può venire sussunto e utilizzato se ritenuto utile e ragionevole. Pertanto, ad esempio, in un certo modo e entro certi limiti,[24] anche la linea hegeliano-marxiana, soprattutto per il contributo fondamentale dato sul versante politico-sociale, e quindi eticamente rilevante, da due secoli a questa parte.

Si tratta di un’impostazione, plausibile tra molte altre, che privilegia forse una prospettiva, una pista di indagine rappresentata da una concezione dell’umano e del mondo abbastanza fermamente coesa e leggibile, la concezione del realismo personalista di origine classica. Ci interessa il filo rosso del platonismo-aristotelismo antico, medio e cristiano, il successivo filtro della Patristica (Evagrio Pontico, Origene, Giovanni Cassiano e Agostino in primis), la prima scolastica di Tommaso d’Aquino e Bonaventura, e infine, passando per Kant, della modernità, specialmente con la tradizione personalistico-esistenzialistica di pensatori come Marcel, Mounier, Maritain, Lèvinas, Buber, senza trascurare la fenomenologia husserliana, come mediata dalla Stein e da Paul Ricoeur.[25]

 

 

Il Dialogo – Colloquio – Incontro – Decentramento del sé

 

La consulenza filosofica è oggi un’attività riconosciuta e in sviluppo,[26] proprio perché si sono creati gli spazi culturali, soggettivi e sociali, e vorremmo dire etici, per una sua plausibilità e proponibilità. Se così stanno le cose, una prima domanda può essere se il consulente filosofico debba essere un interlocutore puramente dia-logico, e quindi interessato ad occuparsi degli ambiti linguistici e logico-argomentativi per la ricerca del senso dei concetti e delle espressioni, oppure possa anche configurarsi come consigliere, o come orientatore, o anche, utilizzando un termine classico, direttore spirituale. Le scuole di pensiero, dentro e fuori di Phronesis, sono numerose, con sottolineature anche radicalmente diverse. Prima di esporci con una proposta, giova fermarsi un attimo sull’ambiente relazionale tra consulente e consultante (o ospite, come preferisce chiamarlo Achenbach), che è il Dialogo.

Su questo tema accogliamo senz’altro la sua consolidata[27] metodologia, che qualche collega, molto opportunamente, preferisce chiamare Colloquio,[28] utilizzando la versione latina di un etimo confinante come campo semantico, e fruendo così di una accezione forse più adatta all’incontro con la disponibilità dell’Altro. Se Dia-logo rinvia a una specie di traversamento del lògos[29] da un soggetto a un altro soggetto, ma anche a una sorta di possibile situazione di contrasto, Colloquio attiene piuttosto alla relazione che viene vissuta e condivisa tra i due soggetti.[30] Nel termine Dialogo prevale forse la nozione intellettuale e strumentale del passaggio e anche del contrasto possibile tra due posizioni, mentre nel termine Colloquio è più evidente l’aspetto della condivisione di un tratto di percorso intellettuale, emotivo e, perché no, di carattere etico. Si potrebbe proporre come termine di completamento dell’area semantica dialogale anche Incontro, che pone l’accento sugli aspetti evenemenziali ed esistentivi del Dialogo stesso. L’Incontro è in sé performativo, cosicché in esso gli attori si muovono e si misurano, in quanto disponibili entrambi al cambiamento (possibile). Infine, si può anche proporre la nozione di Decentramento del Sé, intesa come una disponibilità a non annettersi alcunché dell’Altro. La conoscenza dell’Altro è dunque accepita da questa sfumatura prospettica come una sorta di ospitalità data e ricevuta, e non come acquisizione di potere di un soggetto su un “oggetto”.[31]

Ci interessa anche considerare come contributo interessante di sensibilità e attenzione all’Altro che viene a colloquio il tema della Dis-ponibilità, proposto da C. Zanella, che scrive:

Considerare il dialogo come base di partenza significa fondare la possibilità dell’interazione col consultante sulla reciproca dis-ponibilità a costruire un rapporto ruotante attorno ad uno strumento di relazione, la parola dialogante, ove la parola utile al dialogo non è prevalentemente ostensiva, o semplicemente comunicativa, ma soprattutto ricerca dell’intesa con l’altro, all’interno della dimensione dell’autenticità; intesa che implica un indietreggiare del sé in favore dell’avanzare dell’altro, perché è solo nella concreta possibilità dell’espressione di sé che l’altro si es-pone. Tuttavia, non è solo l’altro colui che è chiamato ad es-porsi, tanto quanto non compete solo ad uno dei due poli l’indietreggiare in favore del dialogo: la reciprocità nell’atteggiamento dialogante è l’elemento principe, senza di cui il dialogo stesso non può protrarsi, quand’anche potesse iniziare.”[32]

Se però le intenzioni dell’autrice circa l’esigenza che il Dialogo sia un venirsi-incontro reciproco e paritetico, come sola condizione, assunto e fondamento del Dialogo stesso, si deve ammettere che tale perfetta simmetria forse appartiene al mondo degli auspicabili, ma difficilmente al mondo della realtà, nella quale c’è evidentemente una disparità tra i due soggetti, un’asimmetrica simmetria, dunque. Vi sono due persone che parlano e il rischio di non capirsi è sempre in agguato. In questo caso può essere messa a repentaglio l’autenticità del Dialogo e i suoi esiti.

Così dunque la giusta preoccupazione circa la possibilità dell’equivoco e del fraintendimento deve far curare in modo attento le domande, non temendo le ripetizioni, se queste sono utili per una verifica della comprensione. Il lavoro per la ricerca di verità locali – e perciò rivedibili – non è mai semplice, perché colui che viene a consulto può convincersi in prima battuta di un qualcosa che invece è solo effetto del carisma del consulente. Quest’ultimo deve dunque vigilare per superare questi momenti proponendo percorsi dialogici più articolati e capaci di cogliere nei dettagli il reale pensiero dell’interlocutore, i suoi sbandamenti, i suoi recuperi, i suoi ritorni (al pensiero precedente e apparentemente superato), per orientare una progressiva chiarificazione concettuale, innanzitutto, e successivamente operativa e pratica.

Il consulente deve anche avere delle qualità atte a configurare il suo profilo di persona atta al Dialogo, al Colloquio con l’Altro, il consultante, l’ospite, l’amico, l’uomo, al fine di fare sì che il l’Incontro dialogico, possibilmente, non sia solamente fine in se stesso,[33] anche se è comunque un grande bene in se stesso.

 

 

La Consulenza è una forma di cura?

 

Se il Dialogo-Colloquio-Incontro è l’ambiente (fisico, cognitivo e morale) nel quale si sviluppa la Relazione intersoggettiva tra il consulente e il consultante, una seconda questione è se il Dialogo stesso possa configurarsi come una Relazione di cura. Qui bisogna capirsi bene. Se per cura si intende un’attività che prevede un sistematico ricorso alla ricerca di soluzioni di miglioramento (o risultati) dandosi obiettivi precisi e programmatici, e in tale caso potrebbe assomigliare a una forma terapeutica, probabilmente ci si colloca al di fuori di una pratica essenzialmente filosofica. D’altra parte, non si può fare finta di non considerare che una (forse) cospicua parte dell’attività professionale legata alla consulenza filosofica potrebbe richiedere di dover rispondere a una committenza costituita, o dal consultante stesso, che vuol stare meglio e ricorre al consulente filosofico, ovvero da un’entità soprastante, come un’azienda, un ente, un ospedale, un’associazione.[34] Non solo chi scrive, ma diversi colleghi sono impegnati in attività che prevedono di dover “rispondere” dei risultati, in qualche modo, anche perché l’attività richiesta ha un corrispettivo economico. E dunque il rischio è di trovarsi in un cul de sàc da cui potrebbe non essere facile districarsi, se non si cerca una chiarificazione plausibile. Questa chiarificazione può essere ricercata in almeno un paio di ambiti, quello del metodo e quello della scelta eticamente fondata.[35] Per quanto concerne il metodo, se abbiamo detto che va privilegiato il Dialogo-Colloquio, questo deve essere strutturato con il massimo rispetto dei ruoli, che devono essere entrambi attivi, pur nella loro simmetrica – asimmetricità. L’ossimoro, apparentemente paradossale, esprime invece l’esigenza che nel Dialogo vi siano sempre gli spazi temporali adatti ad una piena espressione di entrambi i soggetti. Non deve verificarsi né una relazione dialogica di puro ascolto da parte del consulente, né viceversa del consultante. Il rischio, infatti, sarebbe, nel primo caso, di un mero ascolto molto psy, attivo fin che si vuole, ma in realtà impotente nella determinazione di un percorso corretto in senso logico-argomentativo, perché solo ascoltare non basta; nel secondo caso il rischio sarebbe di creare un setting di imbonimento da parte del consulente, dove quest’ultimo si porrebbe in una posizione intellettualmente autoritaria e potenzialmente manipolativa o addirittura plagiatoria. Vi è e quale è dunque un punto di equilibrio plausibile/accettabile tra questi due estremi? Si può dire forse che il punto di equilibrio può essere collocato all’intersezione di due vettori che si chiamano onestà intellettuale/sincerità e rispetto reciproco delle posizioni e delle opinioni. Se si danno queste due premesse, non sarà difficile tarare le quantità di discorso dell’uno e dell’altro, poiché il consulente sarà capace di ascoltare produttivamente il suo ospite e quest’ultimo riuscirà forse ad esprimersi al suo meglio. Epperò a questo punto è d’obbligo chiedersi se il consulente possa includere nei suoi discorsi ciò che può essere considerato come un suo proprio sistema di valori, un orientamento generale, un’opzione fondamentale, che sono sottesi alle domande (che possono essere retoriche e quindi…), considerazioni e giudizi che esprime sulla narrazione del consultante. Il consulente non solo ha il diritto di esprimersi in termini chiari sulle proprie convinzioni, ma ha addirittura il dovere di farlo, pena una discrasia stonatissima tra ciò che ci si propone insieme di fare, che richiede di mettere in comune tutte le conoscenze e i mezzi logico-argomentativi a disposizione, e ciò che si decide poi di fare, magari censurando una parte della riflessione condivisa.[36] Vi è una dimensione di condivisione anche nello scambio, non solo nell’essere comunque d’accordo: il lavorio che una determinata opinione (ebbene sì, dell’uno e dell’altro) può operare, non si ferma allo scambio puntuale, ma opera in modo culturale, sotterraneo, laterale. Il rispetto dovuto al consultante non può indurre il consulente ad autocensurarsi in nome di una supposta e malintesa pariteticità dialogica e quindi logica e veritativa. L’indietreggiare del sé all’avanzare dell’altro, non può elidere ciò che dell’altro appare evidentemente incongruo o incoerente, dannoso e pericoloso. Certo, si potrebbe dire,[37] che quando “qualcuno se le vuole, chi siamo noi per dirgli che così non va bene”, e qui la scelta è in qualche modo inevitabilmente dicotomica: vi sarà allora chi, a) si preoccuperà della coerenza logica del discorso del consultante, mettendo tra parentesi (una sorta di epoché) le conseguenze operative dei giudizi espressi e delle conseguenti scelte che andrà a fare,[38] e chi, b), invece, se ne preoccuperà e cercherà perciò di evidenziare anche gli aspetti etici delle scelte del giudizio riflettente e delle azioni conseguenti.[39]

La consulenza non può essere dunque definita in senso stretto come relazione di cura,[40] stanti gli aspetti polisemici prevalenti (vari e anche contradditori) del termine cura,[41] ma è, in definitiva una relazione intersoggettiva che nasce da un’esigenza del consultante cui il consulente cerca di dare una risposta, e rispondere è sempre e comunque un prendersi-cura dell’Altro. Il punto di discrimine tra le varie impostazioni, come detto sopra e come vedremo in seguito, sta, appunto, nelle diverse concezioni del tema degli esiti, o risultati della consulenza.

 

 

La Narrazione autobiografica

 

Non v’è dubbio che la narrazione autobiografica costituisca quello che si può ipotizzare come “serbatoio di possibili spiegazioni eziologiche del malessere personale, contesto ermeneutico[42] (nel quale si può realizzare una sorta di fusione degli orizzonti fra il consulente e il consultante, ndr). Noi siamo senz’altro strutturalmente costituiti dalla nostra genetica, ma anche dalla nostra storia, dall’ambiente, dall’educazione e dalle esperienze fatte. L’incontrovertibilità di ciò è di tutta evidenza, così come è confermata anche dalle letterature di ogni tempo,[43] dai testi classici della filosofia e delle scienze psicologiche. L’umano è costituito da due strutture: una struttura di persona, che esplicita i caratteri comuni, e una struttura di personalità, che esplicita i caratteri unici e irripetibili del singolo individuo. I due concetti sono complementari e ambedue importanti. Per struttura di personalità, fatte salve le varie psicologie cliniche e sperimentali contemporanee e i relativi lessici specifici, correntemente si intendono tutte quelle caratteristiche ed elementi che compongono l’insieme dei tratti della personalità individuale, costituendola nella sua peculiarità ed irripetibile unicità. Si parla quindi di tratti eminentemente riferiti alla dimensione psicologica personale, per come questi si sono formati e si sono evoluti nel tempo, partendo da una base organica, neurologica[44] e genetica, ed essendo influenzati in modo significativo dai mondi e contesti vitali, educazionali e valoriali (famiglia, scuola, chiesa, gruppi, etc.). Per struttura di persona invece si intende, non tutt’altro, ma ben altro, ché i due concetti sono strettamente correlati. La persona è qualcosa di più che un “contesto” di nessi psichici in un corpo materialmente dato. Tralasciando la riflessione circa la dimensione spirituale, che appartiene alla metafisica filosofica e alla teologia, possiamo qui dire che la struttura di persona è qualcosa di estremamente complesso e sovrabbondante, rispetto a quanto appare alle evidenze di uno studio solamente organicistico, meccanicistico e psicologistico. La struttura di persona interpella tutta l’esperienza vitale, tutta l’esistenza dell’individuo. Essa è radicata non solo nella storia personale, e in tutto quanto consiste il profilo della personalità psicologica, ma anche nella storia comunitaria, collettiva, sociale, economica, politica, culturale, antropologica, religiosa. Un individuo è homo sapiens, faber, socialis, politicus, oeconomicus, ludens, religiosus[45]

La narrazione autobiografica è dunque l’humus dal quale si possono trarre molte fondamentali (perché fontali) informazioni, che sono sempre importanti, proprio perché connotate da tutte le personali precomprensioni (e pregiudizi), che sono in attesa o possono evolvere verso altri lidi cognitivi.

 

 

L’approccio Maieutico e l’approccio Pedagogico

 

Porre in alternativa i due approcci, quello maieutico e quello pedagogico forse può essere variamente e certamente fuorviante. L’alternativa infatti può non darsi se ci si intende bene. Parrebbe che il proporre il primo necessariamente escluda il secondo, poiché il maieuta non si stanca mai di fare domande, mentre il pedagogo tende ad essere direttivo e perfino prescrittivo.[46]

Ma il lavoro maieutico può essere concepito come la prima indispensabile parte di una consulenza filosofica, la parte nella quale avviene, di comune accordo, un lavoro di scavo, di elucidazione, di scambio di opinioni e di pareri, nella quale con pazienza reciproca si procede per gradi, non trascurando alcun passaggio logico e argomentativo. In questa fase il consulente ha il compito importante di creare, prima le condizioni di un Dialogo, e successivamente di trasformare il Dialogo stesso in un cum-loqui confidente ed aperto. Il consulente deve avere attenzione alla persona e ai suoi linguaggi, che gli sono peculiari, e possono esprimersi in forme e modi non sempre (anzi spesso ciò non accade) logici e coerenti. Tutti i modi dell’espressione sono necessari alla comprensione, tra i quali la metafora costituisce quasi una specie di ossigenazione del discorso, così come ogni altro piacevole scivolamento nel poetico, nel mitico e nel teatrale. Anzi, si può dire che una delle forme alte della conoscenza è proprio la conoscenza poetica.[47] L’atteggiamento empatico e l’ascolto attivo non devono però confondersi con una specie di forzata inclinazione verso l’Altro, ma strutturarsi in una sana e sincera curiosità per l’essere dell’Altro, così come questi si manifesta. Troppe volte, infatti, nel sistema massmediatico viene proposta una modalità di approccio dialogico e relazionale che nulla ha a che vedere con la verità e l’irripetibilità dell’incontro. Si tratta di recuperare forse l’antica virtù benedettina di obbedienza,[48] che è un mettersi-in-ascolto (ob-audire) rispettoso e attento, atto a dare sempre la sensazione di una verità sottesa all’Incontro[49] e al Dialogo. E forse anche la virtù di Umiltà, atta a mantenere nel consulente un atteggiamento di sano realismo circa i propri limiti, perché egli stesso può imparare qualcosa, sempre.

Pertanto, la questione della simmetricità tra i due protagonisti si pone su questo piano, della maieutica dialogica, mentre quella della differenza di status (tra i due), la quale rappresenta la irriducibilità dei ruoli – che rimangono due – si pone su un piano che è logicamente, anche se non, talora, temporalmente successivo, quello pedagogico. Ecco allora che l’ossimoro asimmetrica – simmetria assume un significato plausibile.

La dimensione pedagogica si pone implicitamente dal momento in cui il consultante-ospite si fa vivo con il consulente. Infatti, di solito non succede il contrario.[50]

La valenza di questa dimensione è asserita dall’esigenza di orientamento, anch’essa implicita nella ricerca del consulente. Chi ha bisogno di una mano, a volte non sa neppure che cosa cerca, ma qualcosa di sicuro cerca, e il consulente ha il dovere morale di provare a capire le ragioni di questo cercare. Il rischio connesso può essere senz’altro quello del condizionamento e finanche del plagio, ma la consulenza filosofica non può temere di farsi confondere nel novero di soggetti che variamente si pongono sul mercato delle attività umanistiche, a volte con caratteristiche ciarlatanesche o criminali.[51] La consulenza filosofica non può non occuparsi anche del valore delle azioni umane e della loro valenza etica, secondo dei fondamenti che sono da manifestare con chiarezza.

Se negli assunti di questo lavoro, abbiamo posto l’accento sulla struttura teoretica del realismo personalista e di un’etica teleologica, a questo ci riferiamo.

 

 

Consulenza filosofica, Psicoterapie e Direzione spirituale

 

Andando a ritroso nel tempo storico troviamo innanzitutto come attività rivolta all’uomo e al suo agire la direzione spirituale, i cui prodromi abbiamo già sopra citato. Fermandoci a considerare la direzione spirituale in ambito cristiano ci accorgiamo che essa fa riferimento sostanzialmente a una Teologia morale, o meglio dire alla teologia morale del tempo cui si riferisce. Le fonti patristiche, risalenti soprattutto ad Agostino, sono utilizzate dai “direttori spirituali”, monaci, abati e badesse, per almeno mezzo millennio e oltre, fino alla Prima Scolastica. L’impianto teoretico ed etico è costituito dall’humus greco-latino, soprattutto della linea platonico-aristotelica, e in parte stoica, che innerva la lezione biblica ed evangelica del Decalogo,[52] di Paolo[53] e delle Beatitudini,[54] proponendo per la prima volta nella storia delle cultura umana la nozione di persona e del suo valore. La lezione agostiniana è ripresa in toto dal movimento benedettino, che si sviluppa come è noto e contribuisce grandemente a sviluppare l’Europa socio-economica e la sua cultura. Le virtù di umiltà, obbedienza e silenzio innervano la grande stagione di un Medioevo tutt’altro che solo buio, dell’ora et labora.[55] Successivamente Tommaso d’Aquino, Alberto Magno e la grande scuola domenicana da un lato, Giovanni Duns Scoto, Bonaventura da Bagnoregio e Guglielmo d’Ockam sul versante francescano, delineano le due “scuole” teoretiche ed etiche che hanno ispirato le catechesi e la dottrina della direzione spirituale successiva. La prima è improntata ad un intellettualismo di stampo agostiniano-aristotelico, fiduciosa in una capacità intrinseca dell’uomo a conoscere il suo proprio bene tramite l‘Intelletto, e la Sinderesi e la Phronesis (prudenza- sapienza), che governa la retta ragione (Recta Ratio agibilium). La seconda privilegia piuttosto la facoltà della Volontà, come prima e più importante, cui l’Intelletto si rapporta alla ricerca di una sintesi che sia soprattutto in-formata del dato della Grazia divina. Un fondamentale pessimismo tardo-agostiniano permea di sé ambedue le scuole, che trovarono poi uno sbocco nel luteranesimo individualista e nel cattolicesimo post-tridentino, il quale ispirò il casuismo morale dei Gesuiti (in genere più lassisti) e dei frati Cappuccini (forse più rigoristi). La dottrina morale dei direttori spirituali, si dipanò poi, fino ai nostri tempi, in un oscillare tra lassismo (specie nel molinismo) e un rigorismo estremo. Sta di fatto che la direzione spirituale ha avuto un ruolo grandissimo nella storia delle dottrine etiche occidentali ed è servita da orientamento, discutibile fin che si vuole, alla luce della conquistata libertà di pensiero, ma comunque elemento distintivo e forte di una linea, di un’idea, di un progetto sull’uomo. Oggi, la riduzione del numero di sacerdoti e religiosi, e la secolarizzazione hanno messo un po’ la sordina a questa tradizione.

Un secolo e mezzo fa, a metà ’800, nasce la psicoterapia con Charcot in Francia e Wundt in Germania. È la scoperta della psiche, bel nome moderno che traslittera l’anima greca (ψυχή). Freud e Jung sono i maestri che fanno decollare la psicoanalisi, branca eretica della psicologia e successivamente di gran moda, con gli epigoni contemporanei, Benjamin, Fromm, Lacan e molti altri. Le scuole americane, intrise di positivismo e biologismo mentalista (Watson e Skinner) sviluppano altre piste legate ad un comportamentismo spiccio e meccanicistico. Altre scuole si accorgono invece che i saperi antropologici vanno integrati, come nel caso di Rogers e della Scuola di Palo Alto (Watzlavick, Bateson).

L’enorme diffusione anche istituzionale delle psicoterapie ha fatto sì che quasi tutti gli spazi connessi alle problematiche dell’uomo, da quelle dell’età evolutiva e giovanile, ai problemi dell’invecchiamento, della malattia e del dolore, dai problemi familiari e sociali a quelli criminali siano stati in qualche modo demandati alle scienze psicologiche e alla psicoterapia in particolare. Non si può negare che si stia notando da tempo una deriva un poco critica, di cui gli stessi operatori non sembrano rendersene del tutto conto, la quale sta manifestando una sorta di limite. Ecco che allora la filosofia, con tutto il suo bagaglio di conoscenza dell’uomo può ora proporsi come sapere connettivo e fondazionale, senza confondersi o sincretizzarsi pericolosamente. Si potrebbe dire che la consulenza filosofica, come pratica operativa, può positivamente dialogare, sia con la direzione spirituale, della quale è in qualche modo matrice e dalla quale può ereditare qualcosa, sia con la psicologia e la psicoterapia, con le quali condivide spesso gli interlocutori umani, che sono pazienti per queste, e consultanti o ospiti per quella. Non c’è da temere contaminazioni, se gli statuti epistemologici restano distinti. Si può addirittura collaborare bene, alla ricerca delle verità locali dell’uomo.[56]

 

 

Un profilo di Consulente filosofico. La Humanitas, la Honestas, la Humilitas, la Sobrietas, la Scientia et Sapientia.

 

Il profilo potrebbe consistere nelle seguenti espressioni e dotazioni,[57] valoriali, culturali e professionali nel contempo, posto che sia possibile in questo caso. Una proposta che fa conto soprattutto di un intendimento e di una vocazione del consulente al Dialogo con l’Altro-che-vale in quanto persona, cui è dovuta attenzione e che con la sua presenza interpella. La Humanitas, la Honestas, la Humilitas, la Sobrietas, la Scientia et Sapientia.

La Humanitas è da intendersi, sia come caratteristica antropologica connotata da una consapevolezza del proprio limite soggettivo intrinseco, sia come punto di partenza per sviluppare una relazione che riesca a mantenersi su un piano di cordialità colloquiale, scevra da ogni adombrata pretesa di magistralità implicita. Ciò naturalmente deve realizzarsi nell’ambito rigoroso di una “simmetricità (necessariamente) a-simmetrica“, rispettosa nella reciprocità, tra consulente e consultante; la Honestas è da intendersi, sia come presa d’atto rigoroso della personalità dell’altro nell’uso di un’intellettualità onesta e trasparente, capace di coniugare il rigore argomentativo con l’attenzione, la quale è qualità morale che rende capaci di rifuggire in ogni situazione e condizione umana, in ogni circostanza che si crei nella quotidianità, da artifizi dialettici e retorici studiati, o per colpire sui nervi scoperti il consultante, o comunque per metterlo in condizioni di sudditanza psicologica, sia come coerenza tra detti e comportamenti nei confronti del consultante, a testimonianza di una onorabilità morale del consulente stesso; la Humilitas è da intendersi, sia come consapevolezza a atteggiamento improntato alla virtù classica (e benedettina) di umiltà, tale da favorire lo scambio intersoggettivo, scongiurando i rischi del carisma da ruolo, i quali sono sempre possibili, sia come atteggiamento atto a suggerire la possibilità di ricercare un senso e una plausibilità conoscitiva alle proprie idee e una logicità alle scelte operative, senza timore di scadere nella mediocrità o nella scontatezza, ché tutte le persone, qualsiasi sia la loro situazione possono sbagliare, essere noiose, ripetitive, non in grado di scegliere, dominate dal timore di sbagliare, e nonostante tutto, fallaci; la Sobrietas è, da intendersi, sia come manifestazione di una temperanza comportamentale improntata all’uso di una retta ragione (la classica Recta Ratio agibilium), cioè di una prudenza, che è nel contempo esercizio del logos argomentativo e concettuale, e diuturna e paziente ricerca dell’equilibrio esistenziale, sia come esemplificazione di una possibilità di scelta tra i vari beni disponibili, senza l’ansia affaticante e ottundente della prestazione quantitativa e del possesso; la Scientia et Sapientia sono da intendersi, sia come espressione di un sapere sicuro, ma non mai arrogante, capace di rispondere, come di farsi silenzioso, sia capace di consigliare e di orientare se ciò sarà plausibile o sarà richiesto. Mentre la Scientia, la quale si configura come il complesso di saperi che devono costituire il bagaglio del consulente, fornisce le argomentazioni della logica illuminando le inferenze deduttive, la Sapientia, che legge più profondamente e immediatamente nelle esperienze umane, aiuta sulla strada della ricerca delle ragioni profonde dei detti e delle scelte che l’uomo liberamente opera.

[1] Che talora si configura come una vera e propria egolatria, adorazione di se stessi.

[2] Cfr. in Weil S., La pellegrina dell’assoluto, Messaggero ed., Roma 2000.

[3] Cfr. in Wittgenstein L., Lezioni di filosofia, Mimesis, Roma 2009.

[4] Quest’ultima considerazione ci interesserà molto, successivamente.

[5] Con questa definizione non si vuole assolutamente mettere in questione le grandi conquiste scientifiche legate alla lezione evoluzionista, ma si sottolinea il rischio che si consolidi una linea di frattura fra i saperi bio-fisici e i saperi antropologici, i quali hanno la medesima dignità scientifica dei primi. Si constata, infatti, che molti studiosi tendono a sottovalutare gli elementi che rendono l’umano un esemplare di vivente autocosciente radicalmente diverso anche dagli esseri geneticamente più contigui come i grandi primati (Cfr. ad es. Boncinelli E., Le forme della vita, Einaudi, Torino 2009, oppure le note tesi di R. Dawkins, specialmente ne L’orologiaio cieco, Mondadori Editore, Milano 2006). Tale diversità, anche se sviluppatasi nel corso dei millenni con la differenziazione e la speciazione di genotipi (e poi di fenotipi) modificatisi nel corso del tempo, con l’ominizzazione prima e l’umanizzazione in seguito, oggi continua a porre temi, quali quelli del linguaggio, della memoria, del senso morale, che non sono risolvibili con una “spiegazione” meramente evoluzionistica, se pure attenta a ciò che non è comprensibile su basi scientifiche deduttive, ma viene comunque spiegato come salti e discontinuità naturali incomprensibili all’uomo. La presenza dell’uomo, la sua autocoscienza, pongono comunque la plausibilità di un tema come il principio antropico, senz’altro sotto il profilo filosofico.

[6] Boncinelli E., Le forme della vita, Einaudi, Torino 2009, p. 117.

[7] Per incidente congelato si intende un “salto” evolutivo inspiegabile e casuale, dovuto a un’implementazione e ulteriore speciazione genica, come dire che, a un certo punto, l’ominide progenitore dell’homo sapiens sapiens avrebbe avuto, ad esempio, l’illuminazione intellettuale dell’autocoscienza.

[8] Un tema che viene posto è quello della sua gratuità o meno, cioè: se la consulenza resta nell’ambito della relazione intersoggettiva, non v’è motivo che tra consulente e consultante si instauri quelli che il diritto definisce come transazione commerciale, ma se si ritiene plausibile che la consulenza filosofica possa configurarsi anche come attività professionale, le risposta positiva è implicita. Anzi, sarebbe sospetto che così non fosse.

[9] Del mondo benedettino, ma anche degli Ordini mendicanti e dell’esperienza ignaziana (Ignazio di Lojola).

[10] Consilium è comunque da intendersi, a seconda dei contesti, o come deliberazione o come vero e proprio “consiglio” che si dà o che viene richiesto. Appartiene al processo di esplicitazione di un atto volontario.

[11] Azienda, Ente pubblico, Consorzio misto, Istituzione formativa, etc..

[12] Circolo virtuoso, non inutile tautologia.

[13] La struttura teoretica di carattere personalistico-realista cui si rinvia in questo lavoro è ampiamente sviluppata in un mio saggio specifico (Non quello che voglio io faccio ma quello che detesto. Elementi fondamentali di Filosofia morale) disponibile su www.renatopilutti.it.

[14] Lo sviluppo della koinè greca, e successivamente del latino imperiale e medievale come seconda koinè, nell’ambito Mediterraneo fattosi “cristiano”, ha significato la comunicazione di una concettualità linguistica e valoriale condivisa tra le popolazioni europee e successivamente extra-europee.

In questo lunghissimo lasso di tempo i “maestri” erano i teologi, gli uomini di chiesa e i filosofi-scienziati.

A partire dagli ultimi quattro secoli, principalmente le lingue inglese, francese, spagnolo, portoghese e tedesco (di meno l’italiano) hanno costituito il mosaico di una nuova koinè pluri-lingue e poli-semantica che ha pervaso molta parte del mondo. La ricerca filologica sui grandi Codici, quello biblico-evangelico e quello greco-latino classico, a partire dal diciottesimo secolo ha contribuito a svecchiare dal letteralismo gli studi delle grandi Narrazioni concepite e nate nel bacino Mediterraneo, diffusesi in Europa e in molta parte del mondo.

[15] Sappiamo che la dimensione del sacro attiene all’intera esperienza che l’uomo fa dell’essere stesso (cfr. Rudolf Otto, Das Heilige, Berlino 1917), come sua manifestazione assoluta, e costituisce grado e una modalità della conoscenza condiviso tra tutti gli umani. Tutti fanno esperienza del sacro. È da distinguere rigorosamente dal religioso e dal teologale (o relativo a una fede).

[16] Da un Bernardo a un Erasmo, passando per Francesco d’Assisi, Giovanni Colombini, Jacopone da Todi, Meister Johannes Eckhart, Taulero e Silesio, senza trascurare le grandi badesse del movimento benedettino, come Hildegard Von Bingen, Beatrix van Tienen (o di Nazareth), Beatrix d’Ornacieu, Gertrud der Grosse o Hadewijch e le grandi italiane come Caterina da Siena, Angela da Foligno e Caterina da Genova.

[17] I confessori.

[18] Secondo l’impostazione dell’etica aristotelico-tommasiana.

[19] Con le idee “stellari” dell’accumulazione e dell’efficientismo.

[20] Da distinguere, specialmente nel “giovane Marx” del Manoscritti Economico-Filosofici, dal Marx più maturo e dai successivi autori, dal materialismo scientifico. Cf. la grande utopia antropologica dell’Homo novus, dimostratasi storicamente e attualmente fallace.

[21] Diamo qui al termine “laicizzazione” la connotazione politologica attualmente prevalente, che prende, come è noto, le distanze dall’accezione storico-etimologica, la quale sarebbe comunque da preferire.

[22] Specialmente a partire dall’ultimo mezzo secolo.

[23] Credo infatti che siano tuttora valide e soprattutto utili molte argomentazioni appartenenti alla metafisica classica della linea platonico-aristotelica e agostiniano-tommasiana, così come pensiamo che si debbano utilizzare nel loro luogo proprio gli esiti della ricerca scientifica, senza che questi costituiscano nuovi dogmi omnivalenti, anche rispetto a modalità conoscitive altre, come quelle relative alla dimensione etica o teologale: in altri termini, ad esempio, accettare il neo-darwinismo non significa ridicolizzare la dimensione religioso-teologale, che la stessa antropologia culturale e l’etnografia studiano come dimensioni plausibili, se non essenziali dell’umano.

[24] Evidentemente non per ciò che concerne il plesso di concetti legati all’antropologia sottesa.

[25] Sappiamo che il termine “etica” deriva da èthos (ẻ́qoV), in greco costumi, usi e consuetudini, così come in latino mores. Anche se le prime normative concernenti la giustizia e il diritto si fanno risalire al secondo millennio avanti Cristo nel Vicino Oriente antico, e alle prescrizioni mosaiche bibliche, la prima accezione di ciò che oggi chiamiamo etica è stata connotata piuttosto dal concetto e significato di “ciò che si usava fare”, ma successivamente, soprattutto a partire dalla grande riflessione filosofica dell’antica Grecia, essa assunse sempre di più il significato di scienza di ciò che è “bene” e “male”, o meglio, di ciò che è “giusto” o “ingiusto”.

La lezione della maieutica socratica fu uno dei punti di partenza, sviluppata poi nella grande letteratura dei dialoghi platonici e dei trattati aristotelici. Se da un lato la lezione socratica venne mediata e proposta dal grande allievo con il genere letterario del dialogo, successivamente molto diffuso sia nella letteratura greca, sia in quelle latine classica e cristiana, dall’altro fu utilizzata da Aristotele nella trattatistica morale, soprattutto nell’impianto antropologico delle virtù e dei vizi.

Inoltre, l’etica filosofica era comunque intrecciata con la ricerca teoretica pura connotata dalle domande “che cosa è” (τὶ ε̉στί) e “perché”. Si può far ascendere a quella grande stagione del pensiero umano anche una prima teorizzazione del “bene comune” come bene condiviso, nozione che ebbe poi uno straordinario sviluppo con l’incontro fra la tradizione classica e il pensiero cristiano. L’etica filosofica fu quindi il primo fomite e la prima fonte del diritto, come dovrebbe sempre essere (e non sempre fu ed è), se i suoi principi sono ispirati ad una visione integralmente umanistica.

Le Dodici tavole del diritto romano sono state considerate la prima sistematizzazione veramente universale, e furono poi riprese da Giustiniano, in quel Corpus iuris civilis che raccolse le due eredità, quella civile della romanità e quella cristiana.

Evagrio Pontico e successivamente i grandi Padri della chiesa primitiva tra i quali soprattutto sant’Agostino seguito da papa Gregorio Magno, compirono una fondamentale operazione di sintesi tra l’etica della vita umana e la politica intesa come arte del governo civile.

Il pensiero etico cristiano, mutuato dai due Testamenti e filtrato dalla cultura ellenistica, acquisì la struttura portante che lo connotò per i due millenni successivi, costituendo, come vedremo, la filigrana oggettiva dello stesso pensiero etico – politico laico, fino alle grandi rivoluzioni del XVII e XVIII secolo, e all’instaurazione del modello democratico nella vita politica. La sintesi successiva sul “bene comune” e sul suo “destinatario”, la persona umana, fu opera di san Tommaso d’Aquino, che la strutturò nella grande Summa Theologiae.

Altre grandi correnti di pensiero furono quella stoica, per certi versi, almeno in ambito etico, abbastanza affine al platonismo-aristotelismo, e quelle scettiche e ciniche, che trovano una corrispondenza nella modernità e nella contemporaneità, particolarmente nel pensiero empirista e utilitarista di stampo anglosassone (Hume), e perfino nel relativismo gnoseologico e morale di questi ultimi tempi.

[26] È da chiarire che la consulenza non può fondarsi solamente sugli aspetti teoretici e culturali (libreschi), ma deve necessariamente fare riferimento alla pratica, al dialogo – colloquio – incontro con l’Altro, con la quale devono confrontarsi le teorie, al fine di una ricerca che utilizzi i saperi storici, in un circolo virtuoso continuamente aperto e reciprocamente fecondante.

[27] Dai tempi antichi della lezione platonico-socratica, e ripresa nel relativamente recente rilancio nell’ambito delle nuova consulenza filosofica: da Achenbach in poi, passando per Pollastri e Lahav, e perfino per l’estremizzazione paradossale di un Brenifier (che è da prendere con le pinze della massima cautela) fino alla   concezione e alla prassi corrente in Phronesis. Come si vedrà dai casi pratici, ho cercato di usare il dialogo in termini non assoluti e univoci, ma collocandolo all’interno di un più ampio set di “strumenti di relazione intersoggettiva”, come consente di fare sia la retorica classica, sia la retorica contemporanea, che considera parti coessenziali della relazione anche la pro-vocazione, il silenzio, la meditazione, la lettura di testi, l’esame di questioni generali per giungere a temi concreti interessanti il consultante, e così via.

[28] Stefano Zampieri in particolare. In questo senso faccio senz’altro mio il modello da lui proposto come linea guida, senza che ciò costituisca, a partire dalle sue intenzioni, un vincolo o una rigidità metodologica per chicchessia.

[29] Διά-λογος.

[30] Cum-loquor.

[31] Cfr. Borrmans M., Cristiani e Musulmani. Quattro precursori di un dialogo possibile. Massignon, Abd El-Jalil, Gardet, Anawati, Urbaniana University Press, Roma 2008.

[32] C. Zanella, cit., che continua così: “Ora, questa dis-ponibilità di cui vado dicendo non è già di per se stessa dialogo, anche se ne è uno dei fondamentali presupposti: proprio in tal senso il dialogo va inteso anche come fine della consulenza. Dis-ponibilità implica l’aver preso o il prendere coscienza di sé (della propria posizione) e (di quella) dell’altro, oltre alla riconferma intenzionale dell’apertura originaria. Implica ancora l’accettazione assiologica dell’altro come valore e del rapporto reciproco come arricchimento. Altri termini si addicono alla manifestazione di sé, del proprio potere, delle proprie abilità oratorie. Dia-logo rimanda a due poli e ad un legame fragile che va protetto, curato, voluto, ricercato con caparbietà.”

[33] Vedi in nota soprastante.

[34] In particolare, come si vedrà, il caso di “Cesare” in particolare, ma anche in parte il caso di “Marco”, si pone in questa prospettiva. Anche colleghi come Giacometti, Pollastri, Regina, Zampieri, Nosella, Cervari e altri operano con soggetti istituzionali e/o aziendali. In molte di queste attività, e ad esempio nei miei due casi sopra citati si è dato luogo a un pagamento della prestazione filosofica, che avveniva in ambito aziendale (Cesare) o nei pressi di essa (Marco).

[35] La dizione “eticamente fondata” specifica l’esigenza di declinare la scelta etica, per evitare il rischio della genericità e dell’ambiguità. È noto infatti che le “scuole etiche” sono molte e anche in parte tra loro contradditorie e difficilmente conciliabili.

[36] In tutti e cinque i casi riportati, altre ad ascoltare attentamente i miei ospiti, non mi sono mai censurato, se si trattava di ipotizzare modalità e criteri di analisi dei valori sottesi, dei significati degli atti e dei termini usati nella narrazione, e delle conseguenze delle scelte operative fatte. Un altro aspetto non trascurabile riguarda la verità del consulente, intesa come auto-percezione e fondamento cognitivo – morale, che non deve essere sottaciuta o nascosta al consultante da una bonomia improntata ad un buonismo generico e controproducente.

[37] Con Giacometti.

[38] Potremmo forse non arbitrariamente citare la scuola logico-razionalista di un Pollastri e quella di Regina, la quale però si distingue dal primo per una eticità implicita nel suo vedere il concetto come depositario di una moralità del dire, che anticipa e innerva la moralità del fare. Su questa strada sento di potermici misurare.

[39][39] Codesto versante propone senz’altro, tra altri, la linea di uno Zampieri, il quale opera convintamente con il sintagma etico-antropologico delle verità locali, in quanto verità non deboli in sé, ma sottoponibili costantemente a un giudizio di revisione. Personalmente apprezzo questo sforzo di conciliazione dialettica ed etica, e mi ci riconosco, ma a condizione di salvaguardare alcuni principi “forti”, come “il rispetto sempre e comunque della vita umana”, che non può essere verità solamente locale.

[40] Cfr in Pollastri, saggio cit..

[41] Cfr. in Heidegger, Sein und Zeit, Sein und Zeit, Halle 1927; (trad. it. Essere e tempo, Longanesi, Milano 1982), nel quale la cura (Sorge) è declinata in tutte le sue tre dimensioni, la teoretica, l’etica e la pratica, e Unterweges zu Sprachen, Pfüllingen 1959; (trad. it. Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1973).

[42] Cfr. Giacometti 2009.

[43] Tragedia greca, libri sapienziali della Bibbia (Qoèlet, Giobbe, Sapienza, Siracide, Proverbi, Cantico dei Cantici, etc.), dottrine filosofico-religiose orientali, grande letteratura ottocentesca, etc..

[44] Come stanno ben spiegando le neuroscienze.

[45] Lat.: homo sapiens, costruttore, sociabile, politico, economico, religioso, etc..

[46] Non pare che neppure nei testi contenuti nei dialoghi platonici si possa riscontrare un’alternativa netta tra le due modalità, laddove Socrate o Platone stesso, alla fine ammaestrano o con le parole o l’esempio (cfr. Fedone, Critone, Eutifrone, Eutidemo).

[47] Citiamo a questo proposito i tragediografi greci, gli autori di Giobbe e di Qoèlet, Dante, Pertrarca, Shakespeare, Leopardi, Rilke, Ungaretti, Saba, Lee Masters, Goethe, Baudelaire, Majakovskij… e mancano molti altri.

[48] Cfr. Santa Regola, reperibile sul web.

[49] Tutto sommato l’intera vita è l’arte dell’incontro.

[50] A meno che non si entri nel campo di una promozione dell’attività professionale, che comunque si svolge su un terreno culturale e promozionale erga omnes, o potrebbe funzionare con il classico passa-parola.

[51] Rinviamo al successivo capitolo “Come deve essere il consulente”.

[52] Cfr. Es 20, 2 – 17, e Deut 5, 1 – 21, 12.19.20, 22 – 25.

[53] Cfr. tra l’altro Rm 7, 15 e ss..

[54] Cfr. Mt 5, 2 – 10, e Lc 5, 20 – 22.

[55] Con la successiva grande tradizione del misticismo medio e basso medievale diffuso nei monasteri del Nord Europa e in Italia.

[56] Confronta in Zampieri, cit..

[57] Si potrebbe dire anche talenti e carismi.

« Older posts

© 2016 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑