La politica malata

Thomas JeffersonMio caro lettor del sabato,

qui non mi riferisco all’antica e nobile politèia di aristotelica o periclea memoria, né alla lezione moderna della filosofia demo-liberale anglo americana. Mi riferisco al tran tran nostrano, che si barcamena tra l’immarcescibile Silvio, l’inutile Vendola, il Grillo fritto, gli sterili bersandalemacuperlofassina e il guasconeggiante giovin fiorentino che, pur non piacendomi come persona e atteggiamenti, sostengo come minus malum et possibile, si vis, paucum bonum (direbbe Tommaso d’Aquino).

Ma ancor di più mi riferisco alla politica come concetto comune, come polisemia del comportamento organizzativo delle aziende, degli enti e delle chiese locali.

Mi riferisco all’idiozia del politicamente corretto e delle convenienze, per le quali, appunto, se conviene una certa scelta a chi comanda al momento, la si compie, indipendentemente dal merito della questione, dalle persone in campo e dai risultati attesi. Accade questo: se tu sei funzionale all’attuale conducator, vieni prescelto e messo lì, ma se non lo sei, neppure ti guardano, anche se sei un potenziale Nobel, premio comunque politicamente corretto, e quindi spesso iniquo: basti pensare al premio conferito ad Obama, rob de matt, direbbe Gianni Brera redivivo.

Un esempio: in un paese della Bassa furlana inventano un dibattito a trois sulle religioni monoteiste (termine oltremodo ambiguo) tra un imam, un rabbino e un… cattolico, per cui invitano -correttamente- un imam, un rabbino  e… un maestro elementare laureatosi in lettere in terz’età. Giusto: quest’ultimo è un esponente della Diocesi di riferimento, e di essa prode baluardo.

Come se a un convegno sugli stili architettonici contemporanei del mondo si invitasse Kenzo, Le Corbusier e… un geometra o un perito edile italiano, invece di Vittorio Gregotti. Così vanno le cose del mondo, anche se, magari, dietro l’angolo, se non Gregotti c’è un altro architetto-ingegner esperto di costruzioni.

Meglio il geometra, se è politicamente corretto.

Ita mundus procedit.

Tempi difficili

Charles DickensCharles Dickens scrisse e pubblicò Hard Times, Tempi difficili, nel 1854. Aveva appena visitato alcune fabbriche a Manchester e verificato le condizioni di lavoro degli operai, ai limiti della sussistenza, e così aveva deciso di criticare il comportamento dei capitalisti industriali del tempo e le dottrine utilitariste à la Bentham, che riteneva egoiste e classiste. In quel periodo aveva dato anche una mano al nostro Mazzini, autoesiliatosi a Londra perché ricercato dalle polizie di mezza Europa.

Cito Dickens solo en passant, tanto per iniziare, poiché intendo dire che anche questi nostri sono tempi difficili.

Sono difficili per tante ragioni.

L’incremento demografico da un lato e la divisione delle risorse mondiali non vanno di pari passo: un miliardo di persone (il 12/13% della popolazione del pianeta) soffre la fame e non ha accesso a una quantità d’acqua sufficiente ad una vita sana; vi sono guerre endemiche, complesse, storte, asimmetriche, con amici infidi che tramano alle spalle e nemici sempre cangianti; vi è un prevalere della finanza semi-anonima sull’economia d’impresa, che è foriera di conseguenze inopinate e dannose sul lavoro e sull’occupazione; la politica da tempo non assolve a quel ruolo primario di conduzione delle comunità verso un bene pubblico equilibrato e condiviso; si uccide in nome di un “dio” disumano e crudele; si reagisce talora come democrazie incerte e malate di cinismo (Tony Blair e la guerra bushiana dell’Irak); ci si illude che facili scorciatoie risolvano problemi secolari (primavere arabe); il  sistema massmediatico pervade le coscienze e le facoltà cognitive dei più deboli; una violenza amplificata si abbatte cotidie (mi viene da ridere nel ricordare la pronuncia di tale parola latina da parte di un’intellettuale friulana che se la tirava molto: cotidì, alla francese, umanista che ignorava la sua latinità, che significa ogni giorno) su di noi; vi è un indebolimento del pensiero pensante, ed è la più grande tragedia del nostro tempo.

Ma ciò che più (mi) amareggia è talora il comportamento di alcuni che ti sono vicini, con cui a volte lavori, sulla cui lealtà e trasparenza conti, irriducibilmente speranzoso, e invece non è così, perché la dissimulazione dovuta alla convenienza, ti fa scoprire altro.

Senza speranza, dunque, in questi tempi difficili? No. No, passerà anche questo tempo, anche per i vili, i violenti e i parassiti, per i disonesti e i finti, per i maldicenti e i presuntuosi, per i prepotenti e i vanagloriosi.

Passerà. Anche per i piccoli mestieranti della sopravvivenza e gli imitatori mediocri dei loro padroni.

Amen.

Ai confini

Filippo detto Giordano BrunoL’importante è sapere di stare sempre ai confini, siano essi dell’ignoto o delle nostre piccole vite terrestri.

Rotta verso l’ignoto è il sesto film della serie Star Trek, nel quale, quando sta finendo, si odono le parole del Comandante James T. Kirk: “Avanti, seconda stella a destra, e  poi avanti fino al mattino“.

Carlo Rovelli, oggi regala ai lettori un articolo bellissimo nell’inserto del Sole della Domenica, dal titolo quasi analogo a questo sopra, soprattutto quando cita Lucrezio: “(…) siamo tutti nati dal seme celeste, tutti abbiamo lo stesso padre,/ da cui la terra, la madre che ci alimenta, riceve limpide gocce di pioggia,/ e quindi produce il luminoso frumento, e gli alberi rigogliosi,/ e la razza umana, e le stirpi delle fiere,/ offrendo i cibi con cui tutti nutrono i corpi, per condurre una vita dolce/ e generare la prole...”.

Noi siamo curiosi e nello stesso tempo limitati, esploriamo il mondo senza tregua, finché abbiamo energie.

Guardiamo fuori e dentro di noi: se guardiamo dentro troviamo profondità inaudite, contraddizioni, incomprensibili spinte, istinto e ragione, passione e ragione, emozioni e controllo…; se guardiamo fuori di noi troviamo di tutto, orrore  e meraviglia, suoni e silenzi, contiguità e lontananze.

Se guardiamo dentro di noi troviamo praterie di insicurezza e talvolta forti motivazioni, quasi a onde, a volte con il profilo dei picchi dolomitici…; se guardiamo fuori di noi troviamo cose incomprensibili oppure meravigliose, troviamo cattiveria e ignoranza, e all’improvviso atti di grande umanità; troviamo il culto e l’inclito, il presuntuoso e l’umile, il falso modesto e il ricercatore di verità, troviamo specchi integri e specchi rotti, strade diritte e sentieri interrotti, orizzonti foschi e orizzonti lontani e luminosi…

Infine, se ci accontentiamo, comprendiamo come siamo sempre ai confini dell’ignoto, che si sposta continuamente verso l’infinito.

Un politico ignorante

Erich FrommOra il sindaco di Roma mette il suo autografo su un registro comunale per attestare in qualche modo l’avvenuta unione tra due persone dello stesso sesso, addirittura sedici ieri. Non che tale atto abbia valore giuridico-legale, ma tanto è. Mi pare solo che non abbia avuto l’impudenza di chiamarli “matrimoni”, perché un residuo di etimologia classica gli alberga ancora nel capo.

Ripeto ancora: queste persone hanno diritto alle stesse prerogative civili e patrimoniali delle coppie etero, siano queste famiglie o “di fatto”, ma non alla dizione “matrimoniale” e, a parer mio, all’adozione di bimbi che non siano frutto di precedenti storie “feconde”: come dobbiamo chiamarle, “etero”? “normali”?, oddio no, altrimenti vengo fulminato dal  pervasivo “politicamente corretto”, e allora dico “naturali”, visto che la legge italiana ha superato i vincolo del concetto di “legittimità” (e condivido).

Ciò che invece stroppia sotto il profilo logico-concettuale è il suo richiamo al “diritto all’amore”, che tutti avrebbero.

Vediamo: che cosa è un “diritto”? Oltre ad essere topologicamente il contrario del “rovescio”, oppure un colpo del gioco del tennis, almeno dai tempi di Hammurapi (XIX sec a. C.), del Decalogo biblico (XII-X sec a. C.)  e delle Dodici tavole romane (V-IV sec a. C.) e fino alla giurisprudenza moderna e contemporanea, è un qualche cosa che afferisce alla vita dei singoli cittadini e delle comunità (città, stati, etc.) in termini di prerogative ispirate da una certa etica della vita e della umana convivenza, e da una cogenza, per conseguire il bene comune e quello individuale.

Ora, l’amore si può annoverare tra i diritti? Certo è che l’infante messo al mondo “ha diritto” ad essere accudito e amato, anche perché non è stato interpellato per decidere se farlo venire al mondo o meno, ma, detto questo, un adulto ha “diritto all’amore”, come alla casa, al lavoro e alla salute, così come prevedono i codici moderni, ma solo dalla Rivoluzione francese?

L’amore è un’altra cosa. L’amore è spirito di desiderio, è spirito di vita, è attrazione, è intensificazione solidale, è il motore del mondo, non un diritto, dottor Marino!  Legga, di grazia, il Simposio di Platone, e rifletta sulle parole di Diotima. Si degni di leggere il Commento al Cantico dei cantici del Maestro alessandrino Origene, legga legga, prima di parlare di “amore” come diritto.

O magari anche l’Erich Fromm de L’arte di amare (Mondadori 1963), o la dottrina dello “stato nascente” di Alberoni (in Innamoramento e amore, Garzanti 1979), che esplora l’amore giovane e iniziale dell’innamoramento… chieda ai ragazzi, ai giovani se pensano che l’amore sia un diritto. Chieda chieda. La guarderanno con occhi increduli e, forse, impietositi.

Non so perché si debba fare le cose giuste esagerando o, come in questo caso, in modo approssimativo.

Diamo, se si vuole, una sterzata verso la pazienza dell’apprendimento perenne, per combattere l’ignoranza che, come spiegavano i maestri classici (da Aristotele a Kant), in questi casi è colpevole.

un padre imbecille

imbecilliAd Aci Catena in Sicilia un papà oggi ha picchiato l’insegnante di educazione fisica della figlia di terza media, perché le aveva chiesto di smettere di usare il cellulare durante la lezione. Non basta, prima era successo un altro fatto: siccome la piccola (si fa per dire) stava telefonando al “fidanzato”, sentendosi ripresa dall’insegnante, ha bellamente passato la telefonata al professore che si è sentito minacciare dal giovinastro (si può dire?). Un insegnante con trentanove anni di scuola, e quindi un uomo di sessanta e passa anni!

Non è una novità che genitori ignoranti e violenti aggrediscano insegnanti “colpevoli”, secondo loro, di non adorare abbastanza i delicatissimi figli. Si sono rovesciate le cose. Se io avessi detto a mia madre (mio padre era in emigrazione in Germania) che il maestro o il prof mi aveva tirato le orecchie, lei avrebbe rincarato la dose.

Ora, se un insegnante corregge, rimprovera o proibisce qualcosa di assolutamente illegittimo, come l’uso del cellulare durante le attività scolastiche, deve mettere in conto di poter essere perfino aggredito o denunziato a qualche autorità.Aci Catena, rimprovera alunna: il padre della ragazza lo picchia

Questa la testimonianza dell’insegnante raccolta al Tg di Rai Tv: “Durante l’ultima ora ero in palestra e la ragazzina usava il cellulare da tempo con l’auricolare. Mi sono avvicinato e l’ho invitata a smettere di usare il telefonino, spiegandole che lo vieta il regolamento d’istituto. Dopo qualche minuto – ricostruisce il prof che insegna da 39 anni – la ragazza si avvicina e mi dice: “le vuole parlare il mio ragazzo”. Io ho preso il cellulare e lui mi ha minacciato. Ho chiuso la telefonata e ho restituito l’apparato alla ragazza e sono andato in vicepresidenza a fare presente l’accaduto, lamentandomi per l’atteggiamento della ragazzina perchè è un cattivo esempio per la scuola. Anche gli altri studenti sono stati testimoni di quello che è avvenuto”.

A quel punto la ragazzina è stata convocata dal vice preside. “Quando lascio la stanza – continua il racconto dell’insegnante – trovo il padre della ragazza che mi ha preso a pugni e calci, sbattendomi a terra. Sono riuscito a scappare e mi sono barricato in presidenza. Lui mi ha inseguito. Abbiamo chiamato i carabinieri. E’ davvero increscioso – osserva il prof – che avvengano queste cose. I genitori non capiscano che la scuola è un’istituzione educativa, noi i ragazzi li dobbiamo educare non si può difendere il figlio aggredendo un professore. Io – conclude – sono rammaricato perché vuol, dire che non abbiamo raggiunto gli obiettivi educativi per questi ragazzi che devono capire che non possono fare tutto quello che vogliono, ma che si sono regole che devono essere rispettate“.

Ora, vediamo di considerare la famiglia per quella che è, sia quando è sana, senza beatificarla, sia quando è “malata”, come in questo caso. Infatti la famiglia può “ammalarsi”, e anche gravemente. E qui non intendo il cosiddetto “familismo amorale” di cui esistono pregevoli studi sociologici, il familismo che si nutre di cultura mafiosa, di un malinteso rispetto e orgoglio, di una sordità quasi biologizzata ad ogni principio morale naturale; qui parlo della malattia relazionale, di una malintesa (e malintenzionata) difesa a oltranza del proprio “possesso” familiare, contro ogni evidenza del torto e contro ogni normale esercizio del buon senso.

Di contro, da qualche decennio, gli insegnanti, che un tempo erano tra le persone con lo status sociale più prestigioso, lo sono andati perdendo, in ragione di un decadimento della cultura antropologica, quella che era in grado di distinguere tra pari dignità tra tutti gli individui umani e irriducibile differenza soggettiva e di ruolo.

Una volta i professori, forse anche con tratti autoritari, erano pacificamente considerati dei “superiori”, come i genitori, i comandanti militari e i preti; oggi gli si può quasi impunemente voltare le spalle in classe con fare irridente (è successo molte volte, cronache tristi di questi anni sgangherati).

Bene avere superato l’autoritarismo, malissimo avere perso l’abc di una sana antropologia naturale.

Rendersi conto di questo è il minimo, così si potrà anche spiegare a quel padre la sua imbecillità, e forse qualche resipiscenza potrà maturare nella sua torpida coscienza.

Sette, ciarlatani e sedicenti “guru”

cazzateCaro lettore,

questi sono tempi nei quali le sette (probabilmente dal latino sequor, o sector, cioè seguire, anche se qualcuno sostiene derivi da secare, cioè separare, a mio parere non implausibile, perché le sette separano: si pensi ai pericolosi ambienti di Dianetics) e strane forme di aggregazione proliferano come funghi nell’umidità. Ve ne sono di tutti i colori e per tutti i gusti: magari più per persone di bocca buona, perditempo e ingenui, numerosi in tutti i contesti sociali e, duole dirlo, di varia cultura formale (in altre parole sono adescabili anche diplomati e laureati, da guru senza scrupoli, maghi e sedicenti “maestri di vita”). Questo elenco di ambigui personaggi, che spesso Striscia la notizia smaschera, comprende figuri da Vanna Marchi al Mago Otelma, a… chi vuoi tu.

Vi sono sette di origine orientale, superficialmente ispirate a un pot pourrì di credenze hindu-buddiste o taoiste, portate in Occidente a fine ’800 da Vivekananda e altri; si annnovera tra queste la Società antroposofica di Madame Blavatsky e del colonnello Olcott (1875), capace di diffondere, come annota l’antropologa Cecilia Gatto Trocchi, “nozioni annacquate e fascinose di Induismo, Yoga e Buddismo“; Buddhismo tibetano e Zen, Arancioni seguaci di Bhagwan Shree Raineesh, che si faceva chiamare Osho, furbissimo e opportunista, dediti a una sorta di tantrismo libertino e confuso; psicosette come quelle che si richiamano alla New Age, miscuglio indefinibile di ambientalismo, world music ed esoterismi vari; di Scientology s’è  detto e scritto perfin troppo: una psicosetta religiosa fondata da uno scrittore di fantascienza, e che dire?

Meccanici che fanno i filosofi, ciabattini che si fingono medici, formatori improvvisati e presuntuosi… Abbiamo la nebulosa esoterica, l’occultismo, lo spiritismo, il neopaganesimo e il satanismo, spesso intrecciati e confusi in un pericoloso gioco di specchi che fa l’occhiolino al preternaturale, al parapsicologico, al magico.

Un pensiero debolissimo preda di emozioni superficiali e a volte pericolosamente fuori controllo, in certi ambienti apre la strada a derive di irrazionalità e fanatismo di cui essere consapevoli e diffidare.

In un contesto così torbido, si inseriscono personaggi di ambigua provenienza e di incerta formazione, che propongono corsi a pagamento, dopo avere tenuto conferenze gratuite.

Questa sera ho volutamente sperimentato a Portogruaro una di queste opportunità, e mi sono trovato davanti, tutt’intorno un pubblico silenzioso e, mi è parso, indifeso, un “guru” alto come me, più magro, aria sofferta e ieratica, rapato a zero come un Hare Krishna, abile affabulatore per gruppi di persone di un certo tipo, affascinate da un tono basso, un sapiente uso delle pause, e una ridda di “ricette” e “ricettine” sul “buon vivere”. Narrandosi, ha detto che “la psicologia è un sapere distante dalla realtà”, e altre facezie del genere, il pubblico sempre silenzioso e incapace di qualsiasi reazione.
Alla mia domanda sulle fonti, la bibliografia, gli “antichi” (che per lui sono i guru Indù fin dai Rig Veda o improbabili “studiosi” americani dove con i quali lui per decenni si sarebbe “formato”) e sull’esperimento psico-fisico con neonati, mi ha risposto evasivamente, ma con tono ispirato. Ho lasciato perdere, già prodigo di troppo del mio prezioso tempo per un’ora dedicato a banalità tanto disarmanti.

Sapendo che non esistono ricette per la buona vita, ma solo la riflessione intellettuale libera e soggettiva, nutrita dal confronto relazionale, mi sono sottratto alla pena di assistere alle iscrizioni a un corso sull’autostima. Il “vate” di cui qui parlo si configura come un personaggio capace di traccheggiare senza imbarazzi tra notevoli svarioni espressivi e concettuali, in un fluire discorsivo manipolatorio e, come si dice, “assertivo”, pur se spesso zoppicante nella consecutio temporum e nella logica argomentativa, all’inizio e alla fine della performance supportato da un mellifluo e generico presentatore.

Parlando del tempo e dello spazio gli è capitato di citare il Libro XI delle Confessiones di Agostino sul tema della soggettività e del sentimento kairologico, ignorando la fonte. E altro che qui taccio, di sgradevole. Così basti.

mago magò

Buona notte.

Col Quaternà

Col QuaternàQuota 2503, brullo e stepposo, il Col Quaternà ci accoglie tra le rocce più antiche del Comelico, le filladi, che risalgono fino a oltre 500 milioni di anni fa (Cambriano-Ordoviciano). Rocce scure e scistose, antichissime sabbie e limi, deposti in un mare poco profondo, che il tempo ha cementato trasformandoli in arenarie e siltiti.
300 milioni di anni fa, nel Carbonifero, esse subirono grandi trasformazioni a grande profondità, e furono coinvolte, poi, nella formazione di un’antica catena montuosa (Catena Ercinica), e pure soggette ad altissime pressioni. Il Col Quaternà “è un vecchio camino vulcanico (neck) formato da una roccia più resistente (lava vulcanica) rispetto a quello che lo circondava (il vulcano), che con il tempo si è smantellato essendo formato da rocce più alterabili, lasciando così la testimonianza del solo camino centrale.” (dal web sul Comelico).

E ancora, dalla stessa fonte: “Oltre alle rocce vulcaniche del Col Quaternà in prossimità del Passo di Monte Croce Comelico si può osservare uno degli affioramenti più belli ed estesi delle Arenarie di Val Gardena (sono arenarie rosse di origine fluviale che derivano dallo smantellamento delle piattaforme, prevalentemente vulcaniche, che emergono verso est; la colorazione rossa testimonia, oltre che l’origine continentale, anche un ambiente arido desertico.”

Ultima cima occidentale delle Alpi Carniche, ai confini con l’Austria, confini-non-confini, ora aperti, e per cui cent’anni fa morirono mezzo milione di soldati-contadini veneti, friulani, abruzzesi, siciliani, piemontesi, stiriani, croati, sloveni, bavaresi, toscani, calabresi, carinziani, ungheresi, su queste cime innevate e asperrime, in inverni interminabili, nel vento a raffiche feroci dei venticinque sotto zero.

Abbiamo camminato nella nebbia fino in cima, su una mulattiera militare dove sembrava di sentire ancora gli incitamenti ai muli degli artiglieri. Il ricordo dei morti è nelle trincee ancora visibili presso la vetta e nell’epigrafe dolente, e un po’ retorica, apposta sotto il grande crocifisso sommitale.

Filmiamo qualcosa, ringraziando di essere lì, Loris soddisfatto dell’ascesa, forse una delle più ardue mai provate.

Scendendo, le nubi di nebbia si allontanano, colorando d’autunno la visione: vallate immense verso l’Alpe di Nemes, uno scorcio mistico sulla Croda Rossa, un sentiero erto nel bosco di larici verdeggianti, ci accompagna fino alla Malga di Coltrondo.

Non molto dislivello, forse settecento metri in tutto, ma condivisione del cammino, che è la cosa più importante: adattamento dei ritmi di passo all’altro, alternando fitte discussioni ai silenzi, per dedicare alla struttura corporea in movimento ogni stilla di energia e di ossigeno trasportato ad irrorare l’organismo.

Anche il pranzo sobrio giova alla convivenza tra diversi, che la montagna impone. Il monte suggerisce di tornare all’essenziale, regala scorci interiori altrimenti lasciati alla sordina o a una quasi muta latenza.

La montagna istruisce sulle cose che veramente valgono, sul valore della fatica come ricerca del sé, talora zittito brutalmente nel confuso vorticare della vita d’oggi.

Vivere la montagna aiuta a collocare le cose nella giusta gerarchia, smorzando le ire della competizione e la rabbia della rivendicazione, semplifica, sintetizza, consola.

La montagna, con le sue solitudini inviolabili, pone la vita davanti a se stessa, senza velamenti e senza specchi, nella purezza dell’essere.

 

aggiornamento stupidario cretinetti

stupidityI parenti del cretino 24enne di Napoli, che ha violentato un quattordicenne definito “obeso” dal branco degli imbecilli di contorno, hanno detto alla stampa che il loro ragazzo, padre di un bimbo duenne, è un bravo ragazzo e che si è trattato solo di uno scherzo…

Un’accolita di cretini, questi parenti, ovviamente non nel senso medico-psichiatrico del termine.

Ci si chiede che cos’abbia nel cervello un soggetto umano come Vincenzo  Iacolare, il violentatore. Mi piacerebbe guardarlo in faccia, non dubitando di avere qualche soprassalto lombrosiano. Perché no? Se le neuroscienze oggi tendono a biologizzare molto la psicologia, potrebbe non essere implausibile che vi sia qualche tara strutturale in quel cretino. Sarebbe perfino una scusante. No, non voglio esagerare. Quanta ignoranza lo connota! Un’assenza di elementi basilari, elementari, del principio di convivenza tra umani, che era presente già nell’Homo Neanderthalensis, capace del culto dei propri morti e, si può supporre, della cura dei propri simili. Una persona che ignora l’abc della vita umana, preda di una noia mortale e circondata da sodali vigliacchi e corrivi.

Probabilmente le ragioni profonde di tale misfatto sono più fondate su una crisi diversa, di carattere socio-culturale. A differenza di qualche decennio fa, nel contesto sociale sono venuti meno i soggetti e gli elementi che precedentemente garantivano una sorta di controllo, cioè la pratica religiosa, il pudore, forse un sentimento elementare della giustizia, più o meno garantito da una specie di censura, di “coscienza” o di super-ego sociale. Oggi tutto questo sembra svanito, e stanno riemergendo le caratteristiche primordiali dell’istinto e di un’ancestrale violenza, come un es/id, subconscio dell’animale uomo senza più freni inibitori di carattere morale.

Ciò che, se possibile, comunque non finisce di stupire (e finché ci stupiamo abbiamo ancora speranza come umani nel consorzio umano) è il giudizio dei parenti, che indulgono, lo giustificano, “Una ragazzata”, dicono. E stupisce ancora di più della bestialità del loro ferino (absit iniuria verbi animalibus) congiunto.

Un’altra cretina è la moglie di Bossetti che va in tv a diveggiare da brava-moglie-e-mamma…

Forse un po’ cretini sono anche quei funzionari che hanno tenuto fermi i 35 milioni di finanziamenti per il risanamento idrogeologico di Genova, dopo l’alluvione con sei morti del 2011, che ieri è riaccaduta: Scrivia e Bisagno fuori dagli argini. Disastro e un morto.

Forse un po’ cretini sono anche i politici incapaci di interpretare i “segni dei tempi”.

Forse un po’ cretini sono quelli con le anime mafiose dentro, presenti e attivi ovunque, non solo in certe zone.

La cretineria si diffonde quasi senza argini. Meno male che il ragazzino di Napoli sta migliorando, unica consolazione mediatica in questa stagione che sembra senza speranza,

Stupidario cretinetti

cretinettiAscolto radio stasera e un tale dice: “Siamo in un “paese” (ancora, pezzo di scemo) incivile (sarebbe l’Italia, quella nazione che la inadeguata inascoltabile Camusso continua a chiamare “questo paese”); mi sono sposato in America con L., e qui ci trattano come coinquilini, mentre alla dogana di New Jork, quando mi hanno chiesto che rapporti avevamo io e L., ho risposto, siamo marito e marito”.

Marito e marito? Ho sentito bene? Marito e marito? Ma sêtu stupit? (Friul., ma sei stupido?). Altro non so dire, se non una giaculatoria a San Scemo.

Naturalmente, come scritto più indietro, (non lo scopro io) le coppie omosessuali devono avere gli stessi diritti giuridico-sociali delle coppie etero, ma usando la lingua, i segni e i significati secondo accezioni condivise, non a vanvera: marito e marito? Moglie e moglie? Perché non dire il neutro “compagno/ compagna”, cioè colui-con-cui-divido-il-pane, ci sta, no?

Altro fatto da stupidario cretinetti. Un commissario di ASL sassarese licenzia la direttrice generale Cavazzuti, perché questa si rifiuta di manomettere il bilancio dell’anno di cui era responsabile un predecessore del commissario stesso, facendo risultare maggiori perdite, al fine di far apparire più bravo il successore, whose name is Marcello Giannico, ora inquisito, perché la valorosa dirigente l’ha denunziato.

Volete aggiungere qualcos’altro?

Io sì: onore a questa donna coraggiosa, vergogna e ludibrio al delinquente, che è anche ridicolo, forever.

 

Evidenze di noiosa ovvietà

come minimo questi due son noiosiSe vi è uno stato dello spirito che aborro, che combatto e che, se riesco a farlo, evito, è lo stato di noia. Ringrazio Dio  che in tutta la mia vita sono riuscito, finora, a tenere lontana da me questa greve malattia dell’anima, mediante una variazione continua, una ricerca diuturna, un impegno faticoso e piacevole.

Vi sono nicchie ambientali e antropologiche dove la noia imperversa, condita di ovvietà perniciose, stereotipate e stupidamente ripetitive.

Uno di questi lugubri anfratti è la politica, dove si incistano spesso e ovunque (duole dirlo) personaggi a guisa di parassiti delle piante, figure sbiadite e gregarie, ansiose di mostrarsi più realiste dei re che le pagano e delle convenienze cui afferiscono.

Potrei fare un elenco dovizioso di nomi, di professionisti dell’ovvio a diecimila euro al mese, politici di lungo corso il cui verbo è talmente risaputo da poter prevedere quasi ogni parola prossima di un discorso appena iniziato. Questi parlano come libri stampati, mai un refuso morfologico, mai un ripensamento, sempre, invece, un continuo dai e dai di luoghi comuni, di perbenismo affettato “mi sia consentito il dire signora contessa”, oppure di manicheismo un tanto al chilo tipo “quel partito ha a cuore solo i voti, non gli interessi del “paese” (sic!)”, mentre invece il suo, di partito, è lì gratuitamente solo per gli interessi del “paese” (e ridàie).

Non mi affatico in lunghe elencazioni di noiosi ben pagati e professionisti dell’ovvio, ne cito quattro, solo a titolo esemplificativo: Casini, di lunghissimo corso, e Capezzone, emerito voltagabbana di mestiere. E i campioni dell’ovvio (dal latino ob viam, per strada, e quindi quasi per caso) dem Civati e Fassina. Caro lettore, non dirmi che anche tu non sai, prima che continuino a parlare, ciò che stanno per dire questi quattro signori! Non ti crederei.

Ma stamani, ascoltando in viaggio una delle rassegne stampa radiofoniche, sono incappato in un altro campione dell’ovvio e della noia, anzi in una campionessa dallo sguardo severo e contrito come quello di una badessa benedettina renana del ’300. Sento di un’intervista del Corriere alla presidenta camerale Boldrini.

Qualche chicca, senza esagerare: costei afferma a un certo punto “La politica deve ritornare centrale”, sì, come Pirlo, ho pensato subito. Ma che stupidaggine è “tornare centrale”? Ancora: “Bisogna alzare la soglia per avere candidati eletti oltre l’8%, altrimenti due milioni di italiani sarebbero esclusi dalla democrazia”. Mio nonno! Allora stiamo ancora peggio di quando uno PSDI qualsiasi del prode Tanassi poteva bloccare Moro e Nenni.

Avanti: “L’articolo 18 è un falso problema, perché bisogna creare posti di lavoro in un modello di sviluppo alternativo”. Che? Quale? Viene lei, oh presidenta compunta, a dirlo agli imprenditori che si dannano l’anima per lavorare contro un apparato burocratico sordo, cieco e maligno (talora), che lei difende?

Poi cita Rifkin, perché “fa molto figo”, ne avrà letto qualche pagina?

L’ultima è una perla: “Bisogna mettere in atto il cambiamento”. Bum.

E pensare che per quattrodici anni ha fatto la “portavoce dell’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati”, urca, un ruolo eccelso e soprattutto comprensibile.

La noia è legata al`esperienza dell`ovvio, alla mancanza di stimoli, di interessi, come in Oblomov, il celebre personaggio di Gonciarov, spiega Remo Bodei.

Ectoplasmi, ologrammi, evidenze di noiosa ovvietà. Ma basta, dai, vai a casa!

Sul Filo di Sofia