la bambina che incontrò il vento

Bea a Villa AdrianaCome capitava a qualcuno nei secoli passati, anch’io ho trovato un manoscritto, nel baule dei sogni…

In un tempo molto lontano, precisamente cinque secoli fa, il vento non esisteva.

Una mia ava che si chiamava come me, dopo una sera di storie raccontate dalla nonna, …la bambina si mise in testa che il vento non esisteva.

Il giorno dopo Beatrice si alzò al sorgere del sole e preparò subito una borsa fatta di pelle di pecora, dentro mise quel poco che aveva, cioè una tazza d’acqua e una gallina. La gallina era la sua migliore amica, perché la bambina non aveva amiche.

Disse alla nonna: Io vado a cercare il vento.

La nonna si spaventò, ma fu troppo tardi per chiamarla. La bambina era già andata.

Beatrice si mise in cammino sapendo che c’erano molti passi da fare. Si fermò al tramonto ché aveva trovato una fontana dall’acqua limpidissima, e la bevve. Quell’acqua era magica, era “l’acqua dei desideri”.

La bimba desiderò di trovare la casa del vento, le bastò solo questo desiderio, perché poteva chiedere di tutto. Di colpo un’onda d’acqua gigante portò Beatrice in una grotta. Il vento non c’era e la bambina si mise ad aspettare. Dopo un giorno arrivò il vento. la bambina fu molto sorpresa di vederlo: difatti non l’aveva mai visto. Supplicò il vento di venire nel suo paese, ma il vento non voleva.

Era tempo che non mangiava e non riusciva nemmeno a soffiare. Allora la bambina con un gesto di gentilezza grandissimo, diede la sua gallina al vento, che la mangiò.

Il vento convinto dalla bambina andò a conoscere le persone del piccolo paese.

La bambina era un po’ triste, ma nello stesso tempo felice, perché aveva perso un’amica, ma ne aveva guadagnato uno.”

Bea a dieci anni inventa la storia della bimba che aveva incontrato il vento, e con esso scambiò un’amicizia tramite un atto sacrificale.

La gallina in cambio dell’amicizia del vento. Non so che cosa passi per la mente di un bimbo, ricordo un poco di me. Anch’io fantasticavo ascoltando i racconti dei vecchi, e di mio papà, quando tornava verso l’inverno dalla Germania.

Anche Bea ha ascoltato racconti fantastici, e ha cercato di inventarne uno, ai confini tra la veglia e il sogno che si sogna nel sonno. Il vento è un personaggio che si può incontrare nei sogni, e ha forse anche una faccia, un volto, come quello di Eolo, e lunghi capelli grigi che si perdono nelle lontananze.

Che bello ascoltare il silenzio del mondo quando la giornata declina e le auto sono tutte a casa: è allora che si può sentire il fischio del vento tra gli alberi e tra le case. E’ lo stesso vento del racconto, che ogni tanto, dopo aver fatto lunghi giri, ritorna a paese per un po’, prima di andarsene di nuovo.

il vento è inquieto come l’anima, poiché come essa è un respiro, un pneuma, un ruah, un respiro, che forse ha a che fare con quello della Creazione.

garbatissimi miei ospiti de “Gravo”

mar…per i non conoscitori, intendesi di “Grado”.

Ospite dell’antica Isola del Sol, questa istàe ho avuto la fortuna di incontrar garbati ospiti, che non dimenticherò.

L’onore che rendo qui è alla poesia culta e popolar del Pigo, alla storia  particular di Bruno e all’intuizione intelligente di Benito.

E questo onore rappresento con la stessa poesia che riscrivo senza tradusiòn: due liriche del Pigo, tratte dall’antologia curata da lui stesso “Despùo le caligàe“, edita dalla Associazione “Graisani de Palù”, Grado 2012 (pp. 132 e 138).

MARE TERA

I va de fuga i nuòli… incuo,/ curìnduli drio a ssie de ‘roplani/ che dalongo svanisse…/ in t’un véghe-no-véghe sparisse./ Ze vento téso, là de sora… incuo.

In tera sùpia garbinasso duro/ e ‘l mar pitura,/ montando su cavali-onbrai de stiuma,/ disigni liquidi de ssie/ che oltra un atimo no i dura.

Nuòli scampaissi/ che se corre drio senza ciapasse,/ che senza pase i zoga/ in t’un continuo muàsse: sogni che no rivaremo ricordasse…

Ssie vaporose/ che in t’un véghe-no-véghe svanisse,/ stele comete/ striche de gesso stiete a scanselasse:/ speranse che no varà de averasse…

Stiuma de mar,/ polvere de aqua,/ material svolativo/ che no se pol strénzelo co’ le mane:/ voge che no varémo ‘l tempo de cavasse.

De l’oltra parte, lazò, piantae,/ le montagne ciama pe’ esso caminae…/ domanda de vigni palpae./ Manzigni eterni che vol esse godui/ -che i speta e no i svapòra – ma no’ sfidai…

E speta la canpagna… più in qua,/ diseguagia de ssie che ‘l vento no scansela…/ ssie che mille aratri/ e mille fassuliti ‘npastai de polvere e de suòr/ i à sgrafao ‘ te la tera…

Non riesco a commentare bene il dire poetico che crea immagini reali capaci di presentare il mare com’è e la terra, in grado di dare il senso della verità alle cose: il poeta non necessita di ragionamento, gli basta sentire ciò che esiste essendo lì, fermo, adeguato e proprio.

La terra e il mare, le pietre eterne delle montagne e le campagne, il canto del poeta le raggiunge. Non vi è nulla di sentimentale nel dire poetico del Pigo, ma un tutto-coeso di ciò che è “sacro”, potente e irriducibile della natura del mondo. Il suo è un “dire-poetico”, tra endecasillabi sparsi, che è filosofico, più legato a un naturalismo classico che a una celebrazione del vissuto esistenziale. Riccardo vive quello che scrive, ma lo tras-figura in archetipo, in racconto, in una sorta di relazione oggettiva tra lui stesso e il mondo, la terra-madre o la “madre terra”.

 

UN MINUTO

Timpi che core, de pressia duto/ nissun i vànsa ghità un minuto./ Nianch’ un minuto par dalgio a i oltri/ no vemo vogia, ni me ni voltri.

E ‘l bastarave par da un agiuto,/ per perdonasse, podé di duto./ Vardé, ‘l zé longo duto un minuto/ se ‘l fiao se vanta, restando sito.

Prové pur voltri, c’ un bel sussiao/ fa un bel respiro, no molà ‘l fiao,/ comò che fàsso matina e sera/ pe’ esse alenao co à d’esse qua

la morte a tòme co à d’esse l’ora/ a l’à de dime de fa un respiro,/ “zé ‘l tovo tenpo… manca un minuto…/ t’à ancora tenpo per ganbià duto”…

…e poi il tempo, la gelosia del tempo, l’egoismo che suggerisce di non dare tempo agli altri, di usarlo solo (o quasi) come risorsa economica, come convenienza, e non come quel contesto nel quale avviene tutto. Il tempo si crea continuamente con lo spazio, ma anche con le emozioni lasciate libere di andare. Questo, Riccardo forse adombra, avvertendoci che anche l’ultimo istante della nostra vita può cambiare tutto.

Ebbene, questi amici ti danno il tempo e l’attenzione. Grazie

i cretini del sabato

cretini 001…oggi è stata la giornata dei cretini, cretini a sbafo, cretini a iosa, cretini ovunque,

i primi per strada, quelli che vanno a 38kmh dove c’è il limite di 50, quelli che vanno a 53,5kmh dove c’è il limite di 70, creando code stupidissime ed evitabili, quando posso (e anche talora quando non posso) questi non li sorpasso, ma li salto, lasciandoli lì fermi, in un lampo,

i secondi nel parcheggio immenso e assolato della bella Grado, camperisti che prendono il sole su sdraio aperte tra due veicoli fermi e caldissimi, sull’asfalto bollente, un ciccione addormentato sotto il sole a destra, e una signora in deliquio, ultrasettantenne, a manca, sempre sull’asfalto bollente,

il terzo, se non un cretino, è un profeta presuntuoso, Saviano, che twitta su tutto e poi rimbalza su mille social che mi avvertono che Saviano ha twittato e io rispondo “e a me che cazzo me ne frega se Saviano ha twittato?” (è un po’ disgraziata la nazione che ha bisogno di questo tipo di “profeti”),

il quarto è quello che voleva sparare sul tgv francese ed è stato catturato, graziaddio,

i quinti quelli che non sapevano nulla del funerale di Casamonica, a partire dal sindaco, ma qui non è nuova,

la sesta è una mamma con macchinone, che aspetta in mezzo alla strada ingombrandola, che io esca alla mia destra, mentre lei avrebbe potuto entrare nel park comodamente alla sua destra, e mi guarda con sguardo polemico, la cretina,

cretini diversi ma della stessa grande famiglia antropologica, di cui faccio parte anch’io, pur non essendo un cretino,

parenti delle banane e delle alghe:

guardare la foro sopra per credere e sperare in una loro riduzione, sia pure progressiva

Il racconto della laguna

mamoliMiei cari mamoli,

go scoltà con atension il raconto che me gavè fato. E mi lo conto a modo mio, come son bon.

La Laguna di Grado, specialmente el palù de sora, a est, è aperta sul mare con la Bocca di Primero, mentre quella occidentale si abbraccia con il mare per la Punta Sdobba, e di lì si va fino a Marano e fino al fiume delle meraviglie, in latino Anaxum. Lo Stella.

Usciti per la laguna si punta con la barcheta del Pigo verso il mar grando.

De lontàn se vede Santa Eufemia, el campanil, e Gravo vecja.

I colori, specie di questa stagione, quando l’estate sembra oramai già cedere a una specie di sentimento d’autunno, sono cangianti più di sempre. Basta spingersi un poco al largo, oltre le secche che arrivano quasi fino al faro, per osservare una mirabilia di sfumature.

La barca del Pigo va veloce sulle onde, lui in piedi alla guida, e tutt’intorno si apre la marina, in fondo dalla punta di Salvore alla costiera di Trieste. Le falesie del Carso che scende fino al mare, da distante, non si indovinano, si sanno esistere, bianche scogliere di Rilke.

Silenzioso e meditabondo il resto dell’equipaggio, a respirare la brezza marina che s’alza sulle spume. Bruno e Benito…

Il giro è come il periplo dell’isola, ma sembra di viaggiare più a lungo, aderendo alle onde, come queste lo permettono, al guscio costruito dal Pigo.

Il mare ha onde oltre la Mula di Muggia andando verso Primero. Bruno si chiede se il toponimo sia filtrato dallo sloveno primorje o sia diretta filiazione dal latino primus. Non importa, perché comunque la gran madre lingua (latina) vien prima (prima est cuiuslibet).

Poi la barca si rivolge a nord verso la Bocca, l’entrata della laguna, lasciando la Val Cavarera alla sinistra, piena di verde e di uccelli del palù. Un cormorano allarga le ali sul palo direzionale e poi si accomoda. Garzette bianchissime pascolano sulle sponde della Val Cavanata, più a est.

L’isola di Barbano appare luminosa, cupola quasi bizantina. La Madonna è custodita lì, l’unica Madonna del mondo, da mille e cinquecento anni. Ex voto rimembrano salvezze e salute insperata. Ave Maria, che altro dire e pensare?

I mamoli i me raconta el ritorno, par drento… del palù.

Il viaggio per le onde del mar e del palù, come ogni cosa che accade, appartiene all’eterno, e appare per sempre come appaiono gli eterni essenti.

 

 

che bello che era il cielo…

Valli del Natisone…quando eravamo bambini nella montagna. Se era d’inverno si andava con la zia a portare il latte munto alla latteria nel paese vicino, passando vicino al cimitero, e lì che paura!, ma poi le stelle su in cielo ci distraevano e ci incantavano… Quante stelle in cielo a dicembre, prima che venisse la neve e il freddo ci costringesse a stare chiusi nelle case di pietra, chiusi come si poteva, con mille spifferi, e se il vento mugghiava, la paura si aggiungeva a brividi di freddo. E poi si dormiva in due adulti e un bambino nel letto grande, sotto le coperte lasciate dagli Americani, e le pulci ci facevano visita, specialmente in certe notti, mio caro lettore.

Se la mucca doveva partorire noi bambini si andava a dormire nella stalla odorosa, sul fieno, finché non veniva il momento, e allora venivamo allontanati fino a che il vitellino non fosse venuto al mondo. Poi ce lo lasciavano guardare e accarezzare un po’, prima di tornare nei letti. La cantina e il granaio erano pieni dei prodotti del campo e del bosco, la frutta, i fagioli, le patate, e poi della macellazione del maiale, di cui nulla si butta via.

Le stagioni segnavano i lavori, la fatica quotidiana, le albe e i tramonti, la stanchezza, e tutti si lavorava secondo le proprie forze, e quelle dei bambini erano limitate; a volte si andava a prendere l’acqua su alla sorgente, con la paura di incontrare il grande orso dei boschi, pieni di colori e di odori.

La fienagione era l’attività più faticosa, in salita su prati ertissimi, sotto il sole, e non si vedeva l’ora che venisse il temporale o scendesse la sera, che veniva lentamente, prima avvolgendo i boschi scuri e poi le radure, e infine le case. Anche il sentiero si scuriva rapidamente alla fine di ottobre…

La raccolta delle patate e dei fagioli era un’altra fatica, ma necessaria, perché erano le provviste per il lungo inverno, ah, anche le castagne si raccoglieva: le castagne più grosse e le patate più piccole erano per il maiale, cosicché lui veniva su forte e sarebbe stato buonissimo… da mangiare. E il resto era per noi, le patate grandi e le castagne piccole da fare arrostire sul fuoco dello spolert.

La frutta, tanta frutta: mele di tutti i tipi, pere, susine, prugne, pesche, ciliegie, ogni primavera verso l’estate gli alberi fruttiferi si riempivano fino a dare l’impressione di cedere al peso, ma i rami erano flessibili e i più bassi servivano a noi bambini che potevamo raggiungere i frutti senza sforzo.

E poi l’uva e il vino, il buon clinto, che arrossava le dita, la vendemmia, la spremitura con il torchio, opera dello zio, che armeggiava sapientemente con quella macchina tonda e pesante. Le botti profumavano di quel vino dolce e amabile…

Noi bimbi avevamo le scarpe fatte con i pneumatici delle biciclette, e i calzini di lana grezza, e ci vergognavamo, però così è andata e siamo venuti su, anche ascoltando il rosario della nonna, biascicato nell’antico idioma, e la nanna subito dopo.

Chi era bambino a quei tempi ha vissuto gli spigoli di una vita piena di verità, mentre il racconto si fa memoria, e il narratore si fa scrittore, e la stagione cambia, mutano i colori del bosco e lungo le ripe del torrente, e forse le krivapete, le fate delle acque, escono dalle grotte per far posto al sonno profondo dell’orso, forse…

Il racconto ascoltato è come il sogno di un bimbo, ma non perciò è men vero, anzi è vero come può essere un racconto, anzi vero come il racconto di un sogno sotto quel cielo che era così bello.

la stanza della rinascita, o della perseveranza

fisioL’uomo è alto e forte, giovane, la barba corta, giusta, lo sguardo diretto, ha il nome di un arcangelo. Vorrei mettere una sua foto ma si schermisce, e la cosa è da lui.

In due mesi e mezzo mi ha ridato il ginocchio destro, che era svanito dietro un ematoma monstre, e la gamba debilitata, ora in ripresa.

Vi è stata una virtù a sovrintendere il tutto, la perseveranza, che è una versione operativa della pazienza. sia da parte dell’uomo alto e forte, sia da parte mia, che ho sopportato (altra porzione attiva della virtù di pazienza, secondo Tommaso d’Aquino) il dolore, a volte non banale.

Perseveranza s. f. [dal lat. perseverantia, der. di perseverare «perseverare»]. – Costanza e fermezza nel perseguire i proprî scopi o nel tener fede ai proprî propositi, nel proseguire sulla via intrapresa o nella condotta scelta: mostrare p. nel bene, nel male, nell’errore, nelle promesse fatte; studiare, lavorare, lottare con p.; seguire con p. una cura, una dieta, le prescrizioni mediche. In partic., nella teologia morale cattolica, virtù che impegna l’uomo a lottare per il conseguimento del bene senza soccombere agli ostacoli e senza farsi vincere dalla stanchezza e dallo sconforto. (voce Encicopedia Treccani)

L’inizio è stato brutale e sconvolgente per chi, come me, non aveva mai conosciuto ospedali e chirurgia, ma abbiamo tenuto duro… insieme, parlando e commisurando il lavoro con le condizioni, registrando ogni piccolo progresso, avendo attenzione per ogni segnale del corpo, auscultando come un Io-Tu il flusso benefico del dolore che combatte il male.

Il dolore, ebbene sì, può combattere il male, quando esplora le soglie della sopportazione per modificare uno stato delle cose, la distensione di un arto o la sua chiusura, la crescita di un muscolo e il suo utilizzo.

Così abbiamo lavorato, e lavoreremo ancora per qualche settimana, finché, insieme, decideremo che il resto del risanamento lo farà la natura, il mio agire e il tempo (e Chi tutto può).

l’abiezione mediatizzata, o di starnazzanti buffoni

Caro lettor paziente,

qui non metteremo illustrazioni (non ne ho trovate di adeguate), ma parliamo di fatti abietti, turpi, infami, di degradazione morale, bassezza, depravazione; nulla a che vedere con una situazione di abbassamento per ragioni ascetiche…, e di starnazzanti buffoni,

dal Mohammed pakistano di Brescia che parla in tv dopo aver spappolato la faccia a due persone con un fucile a canne mozze,

risalendo indietro fino a Pietro Maso, capello tirato e sguardo informe che dice di aver trovato i genitori ammazzati, oramai da anni libero e rinsavito (?),

alla Erika De Nardo, oggi fieramente free e laureata (in filosofia! Aaah, don Rigoldi, ora è una brava ragazza? Porta il cilicio e la gogna spirituale? Glielo ha suggerito lei, almeno? Dico, per tutta la vita, eh? Se no  che senso di colpa per la colpa è, il suo, non crede?), che cerca di dar la colpa a una banda di albanesi, dopo aver straziato a coltellate la madre e il fratellino, complice un fidanzatino miserello, cui è stata riconosciuta un’immaturità manipolabile,

all’Alessi Mario, assassino (a badilate) del piccolo Thomas, faccia quasi da buon uomo che spergiura davanti alla telecamera la sua onestà e rettitudine,

alla Franzoni che frigna davanti all’operatore, saltando da un programma televisivo all’altro, senza vergognarsi minimamente, complici i conduttori di vergognosi talk show, e il papà (ora deceduto), e il marito (intontito),

all’Olindo Romano e alla Rosa Bazzi, capaci di spergiurare la loro innocenza davanti a tutti, di confessare e di ritrattare l’orrore compiuto, ora ergastolani (per ora),

alla Sabrina Misseri che inonda di lacrime di coccodrillo il suo faccione, le tv e il web,

al gran cretino de noantri Salvatore caporale Parolisi, capace di invocare Melania, trentasei coltellate dopo, affinché ritorni, se non altro per la piccola, postura da bulletto e gesticolare scimmiesco (absit iniuria per gli altri primati parenti nostri),

al Michele Buoninconti, quasi faccia da brav’uomo e lavoratore tipico frequentatore del bar del paese: sua moglie Elena non sarebbe andata via di sua volontà, e poi…

alla Martina Levato, che sfigurava gli altri con l’acido e ora, incarcerata e madre, si vede sottratto il figlio dal tribunale dei minori (che fare, che cosa è giusto moralmente e pedagogicamente fare in questo caso?),

…ad altri che ho certo dimenticato.

C’è sicuramente amarezza e sarcasmo nella mia memoria, ma faccio fatica a rasserenare l’animo, faccio fatica a uscire da un istinto primordiale di giustizia, che mi porterebbe a pensare perfino alla pena di morte (io che sono contrarissimo) per alcuni reati particolarmente orrendi, come TUTTI quelli elencati sopra.

Il fatto è che la ferinità umana, Steven Pinker permettendo, pare essere rimasta quella della pietra e della clava, e forse vi sono veramente delle tare nell’hardware di alcuni esseri umani, senza che ciò pregiudichi la normale capacità di volere. Leggo stamani che quelli dell’Isis hanno decapitato un signore ottantaduenne, che un tempo dirigeva i musei di Palmira. Non riesco a immaginare che cosa brulichi in quei cervelli, a livello neuro-etico, proprio non ce la faccio, se non a ribadire quanto appena scritto sopra.

La domanda che resta in sospeso è quella su Martina Levato: come si può pensare a un itinerario che faccia comprendere se e quando lei sia in grado di avere una affettività “sana”, tale da potersi occupare del piccolo Achille, innocente perché nato?

Mi auguro che la giurisdizione preposta non ceda a semplificazioni o soluzioni pilatesche, ma faccia ogni sforzo per capire…

Giova ogni tanto prendersi la testa fra le mani e chiedersi: ma chi sono io, che mi osservo, usando il mio stesso cervello per osservarmi, osservatore osservato? Chi sono?

buona festa dell’Assunta… ops buon Ferragosto…

AssunzioneInizio, forse inopinatamente, l’argumento in titulo con una poesia in “graesàn”, il meraviglioso dialetto venetico della bellissima e antica Grado, di Domenico Marchesini, detto “Ménego Picolo Paciaroto”, pubblicato nell’antologia curata da Riccardo Pigo Grego “Despùo le caligàe“, edita dalla Associazione “Graisani de Palù”, Grado 2012 (a pag. 21).

Gera una vecia bruta e malignosa/ che ‘ndeva a domandah la caritae,/ Giovardi a via parahla de le porte…/ resteva quele femene strigae!

La va un di là de la Nena, a grama sorte,/ senza cognòssehla e gni dahi gargossa,/ questa la para via.  Vien note scura:/   ‘na gata negra in casa j va e Diopossa:/’sta bestia co’l gnaulah feva paura!/

In quel dà un ton, in andio, e un falischeo:/ a questa Nena sdionfa j vien la pansa,/ pùo sacagarela, gomito e tosseo,/ tremansia, freve, smanie e de ogni mal…/  e j a scugnuo murih int’un ospedal.“, cioè

C’era (una volta) una vecchia brutta e maligna/ che andava domandando la carità,/ Dioguardi a mandarla via dalle porte/ le donne che lo facevano rimanevano stregate!

Lei va un dì, dalla Nena, ed ahimè, per disgrazia,/ non conoscendola, non le dà nulla/ e la manda via. Viene notte fonda:/ in casa le entra una gatta nera ed è una tragedia,/ il miagolio di questa bestia faceva paura!/

In quella, in andito, un tuono esplode in uno scintillio:/ a questa Nena si gonfia la pancia, / poi (viene presa dalla) diarrea, vomito e tosse,/ tremore, febbri, smanie e mali di ogni sorta…/ cosicché dovette morire in un ospedale.

Una leggenda che i vecchi graesàni raccontavano ai bambini, per “farli stare buoni”. Abbiamo bisogno di leggende e di miti, e di riti, sacri e profani, che son della stessa specie antropologica, come spiega Martin Buber.

E veniam ora alla giornata del 15 di agosto, Ferragosto e Santa Maria Assunta, nel contempo. Su dieci persone che ieri i me ga augurà buen dia, nueve mi han dicho “Buon Ferragosto!”, e una sola “Buona Assunzione di Maria, nostra Madre”.

Il termine Ferragosto viene dal sintagma latino Feriae Augusti (riposo dell’imperatore, anzi del princeps, Augusto, ché il titolo-ruolo di imperatore ebbe inizio con Tito Flavio Vespasiano), una festività voluta nel 18 a. C. da Augusto stesso, per completare le più antiche Vinalia rustica e Consualia, celebrazioni popolari per i raccolti di stagione e la fine di un periodo di duro lavoro. Ricordiamo qui questo grand’uomo, capace di pacificare il mondo e di grandi riforme anche a favore del popolo e dei poveri, di fronte ai nani politici dei nostri tempi, lui moriva duemila e uno anni fa, il 19 agosto.

Periodo rimasto in auge fino ai giorni nostri, più o meno approvato da tutte le autorità in auge, compreso il nazional-popolare fascismo.

L’Assunzione di Maria in Cielo è un dogma cattolico, con il quale si crede che Maria, al termine della sua vita, non morì, ma fu assunta in Cielo, con tutta la sua persona: una sorta di anticipazione degli ultimi tempi, quando dopo il Giudizio, sarà reso noto il destino di tutti gli esseri umani di tutti i tempi.

I cristiani ortodossi e armeni ricordano la “dormizione” di Maria, senza considerarla un dogma. La differenza semantica tra i due termini, dormizione e assunzione, è di carattere storico e teologico, e nessuna delle due esclude il passaggio per il momento della morte.

Gli anglicani non accettano le due ipotesi, sebbene non le escludano, ma non come dogmi. I protestanti non la considerano.

Nella chiesa cattolica il dogma è stato proclamato il primo novembre del 1950 da papa Pio XII, con la costituzione apostolica  Munificentissimus Deus, cioè Dio generosissimo.

Tre cose, mio lettor paziente, ti ho proposto: una cònta popolar, una festa imperial e un dogma di Santa Madre Cjesa, quello di Maria Assunta in Cielo. Che il discernimento ci assista sempre nel distinguere tra cose diverse, tutte considerandole nel loro differente valore, e sperando che qualcuno in più si ricordi della ragazza di Nazaret.

camminando camminando nell’unico sentiero

il libroCaro lettor augustano,

siamo in cammino. Sempre. Homines viatores

Sai che ne sono convinto, perché avrai letto (forse) più indietro la mia preferenza per la casa in affitto piuttosto che in proprietà, un luogo confortevole, ma che si può cambiare, a seconda del cammino, della direzione, del senso. Le fondamenta in questo caso non sono infisse nel terreno, ma nell’anima, che talora è anche vagula, blandula, alla ricerca infinita…

Senti qua cosa ci racconta Martin Buber in La leggenda di Baal Schem. Racconti Chassidici (tr. it. di A. Lavagetto, Presenza e Relazione nel pensiero di Martin Buber, di Francesco Ferrari, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012, p.82):

“(…) Il nipote di Rabbi Baruch nipote di Baal Schem, giocava una volta a nascondino con un altro ragazzo. E si nascose e attese a lungo e pensava che il suo compagno lo cercasse e non riuscisse a trovarlo. Ma dopo aver atteso e atteso, uscì dal suo nascondiglio e non vide più l’altro e comprese che non l’aveva mai cercato. Allora corse nella stanza di suo nonno piangendo  e lagnandosi del cattivo. Allora gli occhi di Rabbi Baruch si riempirono di lacrime ed egli disse: così dice anche Dio”.

Non sembra molto difficile cogliere il senso di questo racconto. Abbiamo sempre bisogno che qualcuno ci cerchi, così come fece Dio, che cercò Adamo nel giardino chiamandolo dal suo penoso nascondiglio di foglie “Dove sei?” (Genesi 3,9) E Adamo, pauroso non aveva fiducia che Dio avrebbe capito il suo imbarazzo di… essere nudo.

E che cosa altro ci racconta, sempre Martin Buber, (Daniel. Cinque dialoghi estatici, tr. it., introduzione e note di F. Albertini, Giuntina, Firenze 2000, ibidem supra. p. 83):

“(…) questi uomini vogliono sapere a cosa appartengono; non vogliono essere in cammino, bensì avere una casa; vogliono essere protetti e rassicurati; vogliono avere una solida verità generale che non si lasci sconfiggere; vogliono solo orientarsi; vogliono orientarsi nel mondo, ovvero: vogliono conservarsi nel mondo. Così costruiscono la loro arca oppure se la fanno costruire; chiamandola poi Weltanschauung e sigillando non solo le fessure ma anche le finestre con la pece. Fuori, però, rimangono le acque del mondo vivente.”

E’ il discorso di sopra, quello della scelta tra il fermarsi in una radura sicura, e un proseguire ancora nella selva oscura, anche a costo di smarrire la (diritta) via. Ma c’è una diritta via, caro padre Dante? Tu meglio di molti sai che non c’è.

La via è spesso smarrita, o almeno diruta, franata, come certi sentieri del CAI dopo le intemperie invernali sulle vie ardue delle montagne.

E in salita, con qualche falsopiano per far riposare i polmoni e le gambe. Ma prevalentemente in ascesa, verso crinali e boschi ancora più grandi e scuri, verso l’apparire e il nascondersi dietro le nuvole veloci, delle vette rocciose e apparentemente inaccessibili. Oltre sempre più spostati confini e limiti, che il cammino incontra. Oltre i programmi che si possono fare e le risorse disponibili. Oltre…

Secondo l’unico sentiero che ognuno deve tracciare per se stesso, in quanto unico, irriducibilmente. E allora concludiamo con un ultimo testo, tratto dai buberiani Racconti Chassidici (Immagini del bene e del male, tr. it. A. Guadagnin, Edizioni di Comunità, Milano 1965, ibidem supra, p. 85):

“Il fatto che è creato un essere umano unico significa che esso è posto nell’essere non per una mera esistenza, bensì per l’adempimento di un’intenzione dell’essere; di un’intenzione dell’essere che è personale, ma non nel senso di un libero sviluppo di infinite peculiarità, bensì nel senso di una realizzazione del giusto in infinite forme personali. Perché la creazione è dotata di finalità, e l’umanamente giusto è il servizio nell’unica direzione. (…) Assumere la direzione nella decisione significa quindi prendere la direzione verso il punto dell’essere in cui, eseguendo la mia parte per l’abbozzo che io sono, incontro quel mistero divino della mia unicità creata che è in attesa di me.”

Dove andare, ma andare dove è giusto farsi trovare, il difficile è individuare dove è giusto andare, ma la scelta, sempre grave, non è solo frutto del nostro arbitrio (libero), perché è anche condizionata dal resto del mondo  delle relazioni, delle circostanze e della genetica, dell’ambiente e del misterioso flusso interiore che procede come un angelo messaggero di cose divine.

Che cosa sapere e come accedere alla/ e verità, sempre localmente, ma mirando la luce riflessa dentro la nostra anima.

de humilitate

humilitas

Caro lettore,

già trattai in questo sito di San Benedetto e delle virtù ascetiche da lui proposte, tra le quali spicca l’umiltà. Desidero riparlarne perché questi son tempi in cui sarebbe un grande bene si diffondesse ovunque, soprattutto dove regnano imperterrite la iattanza, l’arroganza, la protervia, la prepotenza, in definitiva la superbia, caput vitiorum, padre e madre di tutti i mali. Chi è superbo permette a se stesso ogni azione, negando altrettanto a tutti gli altri.

Tale virtù, per essere efficace, per Benedetto trova rinforzo in altre, come la pazienza, il silenzio, l’obbedienza e anche… l’imitazione di Cristo. Proviamo a immaginarla applicata oggi, specialmente in certi ambienti…

Vediamo come viene trattata questa meravigliosa virtù da Tommaso d’Aquino. Egli la colloca all’interno della virtù di temperanza (cf. Summa Theologiae, II-II, q. 161), e la definisce così: “una virtù dell’appetito irascibile che frena il desiderio della propria grandezza, facendoci conoscere la nostra pochezza davanti a Dio”. L’Aquinate, se condivide la valorizzazione dell’umiltà proposta da Benedetto, non è d’accordo sulla scala dei 12 gradini di umiltà proposti dal santo subiacense, perché per Tommaso ogni virtù è correlata alle altre (cf. ibidem, art.6), e quindi da subito deve essere sommamente evidente.

Benedetto, per contro, preferisce la strada pedagogica, per istruire i suoi monaci durante tutta la loro vita con esercizi di ascetismo (tautologia, perché l’esercizio è ascesi in sé).

Il termine humilitas, dal greco tàpeinos (basso, piccolo, povero, meschino, insignificante) etimologicamente ha la medesima radice di “homo’ e “humanus”: “humus”, terra, della terra, vale a dire “appartenente alla terra”, in definitiva “di poco conto”, come gli schiavi e i servi della gleba.

La semantica storica di umiltà è dunque concettualmente negativa, perché rinvia a qualità deteriori come essere ignobile, afflitto, infermo, di poco conto, personalmente e socialmente parlando…

L’umile era colui che viveva in una posizione servile, a volte per necessità di sopravvivenza adulatore, non mai persona in grado di esprimere grandezza, oppure, oggi diremmo, autostima, poiché non gli era concesso di essere o di diventare una “grande anima”  (magnanimo). Ciò non significa che nell’antichità si esaltasse l’orgoglio, quando questo si tramuta in superbia, tutt’altro, perché invece si raccomandava una sorta di modestia sincera, la temperanza (la sophrosyne)  come una sorta di riconoscimento dei limiti individuali.

L’umiltà assume un’accezione positiva alla luce della tradizione biblica e con il cristianesimo: gli “anawim” (cioè i poveri, gli ammalati, le donne sole, i bambini) godono del favore di Dio (cf. Giuditta 9,11; Giobbe 5, 11, etc.). Dio disperde i superbi ed esalta i miseri (cf. 1Sam.2,7-8; Salmo 145,7-9, etc.). La legge di Yahwe è attenta agli umili e rende giustizia a queste categorie, come si legge nei libri profetici e nei salmi.

L’umile e il povero, a causa della loro condizione possono comprendere meglio degli altri il valore e la bellezza dei beni spirituali, e  sono più prossimi a Dio stesso (cf. Is 57,15; 66,2). Gli “anawim”, allora, sono i “poveri di Yahwe”, cioè i miti, coloro che sanno e hanno un senso creaturale delle loro vite e sono consapevoli dei limiti umani.

Da Gesù accettano la salvezza i più derelitti, i pastori, i pescatori, il popolo minuto, soprattutto: sono personaggi come i discepoli e la stessa Maria di Nazaret, donna del popolo. Dio ha fissato il suo sguardo su di lei: “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48 e nei vv. 51-53 del Magnificat).

Tutta la vita e le opere di Gesù sono orientate in questo senso: egli proclama beati i semplici, i poveri e gli umili, e anche i bambini e coloro che si fanno piccoli come bambini (cf. Lc 5, 18; Mt 5,3-6; Lc  6,20-21; Mc 10,25; Mt 18,31; Lc 18,16-17); Per la salvezza dello spirito bisogna tenersi un passo indietro nella gloria umana, come insegna Luca (14,10), ritenendosi “servi inutili” (Lc 17,7-10).

Il Maestro di Nazaret non si limita a predicare, ma fa della sua stessa vita un esempio di disinteresse per i beni materiali e di povertà reale, dicendo: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Egli, il Figlio, è umile davanti al Padre, e umilmente fraterno con tutti gli uomini e le donne che incontra, senza orpelli di ruolo (egli è pur sempre un rabbi, un maestro): “Il Figlio dell’Uomo non e` venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita…” (Mt 20,26), e “Ciò che avete fatto al più piccolo…” (Mt 25,40) e ancora  si  umilia fino a lavare i piedi ai suoi apostoli (Gv 13,2-17), compito ci schiavi.

Che dire ancora a un mondo che ama il luccichio dell’apparenza, delle mostrine e degli alamari dell’autorità esibita, della preda catturata, un mondo nel quale molti uomini, e oramai non poche donne, pensano che il valore delle loro vite si misuri nella libido potestatis accolta e asservita al meglio, indifferenti all’altrui umanità, capaci di vuoti slogan viscerali (molti politici italiani), o di disonestà senza alcuna ragione, se non la pura adorazione di sé?

E qui ce n’è per tutti, potentati occidentali, satrapi d’Oriente, dittatorucoli africani e vicino-orientali che ammantano di sacro le loro nequizie, e violentano le loro genti fino a costringerle a fuggire da patrie spaventose.

Un Pater Ave e Gloria, per grazia di Dio.

Sul Filo di Sofia