…un povero attore, che s’agita e si pavoneggia per un ora sul palcoscenico e che poi scompare nel silenzio

puffesioStamani parafraso un aforisma di Shakespeare, elidendo la frase iniziale che recita “La vita (cioè l’uomo) non è che… (vedi titolo). Forse lo spirito del bardo quel giorno era inquieto e incline al pessimismo, per scrivere una massima del genere. Non mi soffermo su questo, ma sul contenuto, che poi coincide con i primi versetti del cap. I di Qoèlet, il sapiente che scrisse l’omonimo libretto biblico: “Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme./ Vanità delle vanità, dice Qoèlet,/  vanità delle vanità: tutto è vanità/ (…). E in Leopardi troviamo, in consonanza, l’ultimo verso di A se stesso: “(…) E l’infinita vanità del tutto“.

Ah, dimenticavo Vanity Fair, la Fiera delle vanità, di William Makepeace Thackeray, romanzo pubblicato a puntate su un quotidiano londinese tra il 1847 e il 1848, nel quale Rebecca (Becky) Sharp è il vanesio femminino, manipolatrice eccellente e pericolosa.

Vanitas vanitatum, vanità delle vanità, sembrano quasi esclamare Qoèlet, Shakespeare, Leopardi e Thackeray, pressoché all’unisono.

Perché questa attenzione alla vanagloria, parente stretta e fomite del gravissimo vizio di superbia, anch’essa vizio capitale nell’elenco antico di Evagrio Pontico e di Gregorio Magno?

Forse in ragione della tendenza umana a vantarsi, ad autoassolversi, a mitigare ogni ammissione di colpa personale, cercando prove e motivi plausibili anche dei comportamenti peggiori.

E pensare che la grandezza dell’uomo può essere sconfinata, se continuamente esplorata come un territorio sconosciuto, i cui confini non sono noti; e pensare che basta così poco per trovare un equilibrio, se si vuole: un po’ di umiltà e altrettanta determinazione; un po’ di pazienza e altrettanta fiducia in se stessi.

Non occorre furoreggiare e pavoneggiarsi a questo mondo, per trovare l’equilibrio di una gioia quieta e non aggressiva. La ricerca della felicità è aggressiva, quando non guarda in faccia nessuno, quando rende ogni altro funzione del proprio successo, che è così deprivato del medesimo valore.

Conosco molte persone che fondano il proprio agire sulla strumentalizzazione altrui, senza alcuna remora o ripensamento, (almeno apparentemente), persone che arrivano in alto con meriti minori di altri (politici,  dirigenti vari…) perché sono più capaci di cinismo e di sfruttamento di chi gli è prossimo.

Ma alla fine, anche costoro cadranno vittime del contrappasso, che ogni destino di vanità gli riserva: prima o poi (tanto cambia assai poco): un agitarsi, talora scomposto, sul proscenio, per poi scomparire alla vista, e anche al ricordo.

Non resta, infatti, nel cuore di nessuno, il vanitoso, perché se ne impadronisce l’oblio.

Ratio et amentia

misticaCaro lettore,

nel titolo cito la ragione e la follia, non a caso: infatti, succedono cose che fanno quasi pensare allo scatenamento dello spirito del male, come racconta Giovanni nell’Apocalisse (che significa “rivelazione” non “catastrofe”, o giornalisti e titolisti da strapazzo!) a Patmos, o, se lasciamo perdere questa dimensione, al nostro essere ancora ai primordi come umanizzazione (altrove parlo di ominizzazione, ma è quasi lo stesso).

James Foley decapitato in diretta da tale “John” da Londra, e sappiamo che molti giovanotti occidentali si sono spostati in Siria e Irak per combattere con il cosiddetto esercito jihadista, indottrinati, perché con soglia critica individuale vicina allo zero.

Il deputato Di Battista scrive che la morte di Foley è il contrappasso di Abu Ghraib: per Di Battista, dunque, gli sterminatori in nero sono più o meno come gli americani. Allora voglio citare Heydrich e Himmler, pianificatori dello sterminio nazista; Videla, che buttava giù gli oppositori argentini dall’aereo, certamente con la connivenza indiretta di quel mostro di cinismo che era Kissinger; Pol Pot, che faceva ammazzare a colpi di vanga chiunque, anche chi solo avesse portato gli occhiali; i capitribù Hutu del Ruanda ’96, esperti del machete; gli ufficiali sovietici dell’eccidio di Katyn, e mi fermo qui.

Qui da noi molte persone fanno fatica a sbarcare il lunario, eppure dignitosamente tirano avanti, salvo qualcuno che dà di matto e ammazza i familiari e tenta (a volte non riuscendoci) di ammazzarsi; io faccio fatica a pagare le tasse e chiederò un prestito per farlo, perché non riesco a vivere con il 46% dei miei ricavi: basterebbe solo che lo Stato mi lasciasse il 55%. Chiedo troppo? Si riuscirà a spendere meno e quindi a chiedere un po’ di meno a chi paga tutto? La smetteranno i tre disutilacci Camusso, Bonanni e  Angeletti (ancora per poco e mamma mia chi lo sostituirà…) di blaterare a vanvera di autunni roventi, rappresentando poco e malissimo -loro- ormai esigue minoranze?

Sta lavorando la Bestia o siamo (dico in generale, togliendo dal novero te che leggi e… se permetti, anche me che qui scrivo) noi un po’ ancora bestie?

Per consolarmi faccio le mie ferie girando in bici per i paesi del mio bel Friuli, visito quieti cimiteri e cittadine, sfilo nel vento tra le acacie e i platani, ascolto i rumori e i suoni che mi vengono incontro, fino al riposo, al ritorno, alla riflessione di speranza.

 

L’Italia non è “il paese”

stupidity testCaro lettore,

di quanto sto per dire qui altre volte ho parlato, a volte con ironia, a volte con rabbia.

Veramente non capisco: viaggiando ascolto la radio, e spesso dibattiti politici. guardo la tele e il web. Chiunque parli,  politici, giornalisti, economisti, sindacalisti (a proposito, che paura quando Camusso, Bonanni e Angeletti promettono tuoni e fulmini per il “paese” questo autunno!) quando ha da citare l’Italia, immancabilmente, indefettibilmente, certamente, invariabilmente, prevedibilmente, vergognosamente (mi fermo qui con gli avverbi perché mi annoio facilmente, e specialmente di questi parlanti), dice:

1) “Questo “paese“, 2) il nostro “paese”, 3) il “paese”, senza mai demordere, senza tregua.

Proviamo a cambiare mettendo in luogo del termine “paese” il nome proprio della nostra Patria “Italia”: 1) L’Italia, 2) “La nostra Italia”, 3) “L’Italia”… bene, addirittura più “economico”, meno faticoso, come insegna la storia della glottologia, che spiega come l’uomo parlante le varie lingue ha sempre cercato di semplificare, sintetizzare, creando polisemie e figure retoriche per non dover inventare parole per ogni evento.

Dire “Italia” non solo è essere più precisi, sostituendo un “nome proprio” a un “nome comune”, ma è anche più intelligente ed emotivamente appropriato.

Forse che non si vuole dire “nazione”, o “stato” perché è troppo giuridista, o “Patria” perché sarebbe un retaggio fascista? Ma stai scherzando benpensante politicamente corretto? Forse che Cesare Battisti (non il delinquente scappato in Brasile, ma il nobile patriota impiccato dagli Austriaci a Trento il  12 luglio 1916) si vergognava di parlare di Patria quando ricordava la ragione del suo sacrificio?

Che me ne frega del “paese”? Dell’Italia sì, della mia terra sì, che ha un nome una storia un cielo un paesaggio una bellezza una verità…

Basta? O, cari parlanti in pubblico, sulla stampa, in tele e sul web, continuiamo con il “paese”, idiotamente farfugliando?

Il nulla, o meglio, il delirio

opera artisticaCaro lettore,

preciso subito che qui non tratterò del nulla logico (sappiamo che in fisica e metafisica il nulla non si dà, e in matematica lo zero ha un’importanza e funzioni fondamentali), un po’ perché l’ho già trattato in precedenza, ma soprattutto perché… l’ho trovato!

L’ho trovato in un book romanzo premiato da uno dei premi (indulgo alla cacofonia) più premianti d’Italia, lo Strega.

Come ho già fatto “recensendo” qualche tempo fa il “grande” Dan Brown, qui replico con Exit strategy, Ed. Rizzoli, 222 pagine (grazie a Dio non 223), 18 euro, di Walter Siti, novello Manzoni del 2014.

Faccio la fatica (e te ne chiedo altrettanta, caro lettore) di riportare alcune fulminanti frasi, così en passant, rigorosamente estrapolate dal contesto per me da Pippo Russo di Panorama… così fanno ancora più bella figura.

Non so a che pagina leggiamo: “Non mi manca il suo corpo, ma la certezza della sua visitazione. (…) Il lessico religioso usurato germoglia sempre più fiacco e la schiavitù impallidisce. (…) Tutto fila liscio fin che funziona la collaudata macchina gnostica”.

A pag. 20: “La violenza e l’ingiustizia incarnate nei suoi quadricipiti gonfi come tascapani di nuvole, erotomania quale superamento dell’umano, ma l’incarnazione sempre più irrancidita e risaputa in una tavola di equivalenze lacunosa (…)”.

A pag. 44: “Quando strati diversi di desiderio frizionano senza chiarirsi reciprocamente, non aumenta la luce ma il buio; l’incarnazione sta passando di mano e nel passare diminuisce il voltaggio. La mia ossessione, anchilosandosi alle giunture come succede ai vecchi, lascia trasparire la sordidezza della dipendenza sotto il velo cangiante della divina mania – sotto la giaculatoria affiora la bovina ottusità del gioco d’azzardo; gli slanci verso l’Assoluto non sono (non erano?) che puntate in un casinò da cui presto mi cacceranno perché sto esaurendo le fiches“.

A pag. 214: “Una di quelle serenità orizzontali che devi solo sperare non arrivino sussulti, perché non hai a disposizione ridondanze di ritorno“.

“La convergente certezza che un tintinnio di miasmi scuotesse il pendolo dei destini ciechi. (…) Consultando le effemeridi colgo l’enzima del desiderio calato dentro un esperimento d’agorafobia, e scopro che l’onanismo è epico edificare muri a secco dell’Ego“.

Queste ultime due frasi non appartengono al premiato romanzo, ma sono uno scherzo del giornalista su citato Pippo Russo, che si è misurato con la letteratura “sitiana”, riuscendoci, mihi videtur, non proprio male.

Quello che mi turba non è tanto il Siti autore, ma i giurati, probabilmente affetti da ebetudo maior, (sindrome ancora non registrata dal Manuale Medico Diagnostico V per le malattie psichiatriche), che Dio li perdoni.

Rivendico per me il Nobel per la letteratura.

il tempo e il racconto

paul ricoeurCaro e paziente lettore,

ti propongo un testo non facilissimo, ma a cui sono affezionato, come punto di passaggio essenziale di un mio prossimo libro, a mo’ di  cordiale anticipazione…

“Accanto alla metafora e al simbolo Ricoeur pone la questione del tempo,[1] e la considera partendo dalla lunga pista proveniente da Aristotele e Agostino, e finanche a Newton, Kant [che lo categorizza], Heidegger [che lo pone come sostrato del Sein] e Husserl. Il nostro propone il tessuto costituito da una trama sul tempo fisico-cronologico, il κρόνος, da esplorare e conoscere, e un ordito sviluppato in base al καιρός, cioè al tempo opportuno, il tempo interiore. Il tempo si fa senso quando si riconfigura nell’esperienza dell’uomo, e da assoluto come punto di vista dell’orologio segnatempo, o relativo allo spazio [come punto di vista diremmo einsteiniano], si fa luogo ed esperienza.

«La posta in gioco ultima e dell’identità strutturale della funzione narrativa e dell’esigenza di verità di ogni opera narrativa, sta nella natura temporale dell’esperienza umana. Il mondo dispiegato da qualsiasi lavoro narrativo è sempre un mondo temporale. […] Il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo; per contro il racconto è significativo nella misura in cui disegna i tratti dell’esperienza temporale».[2]  

Il tempo del racconto si relaziona al tempo del lettore, così come la spiegazione sta alla comprensione, e lo fa in tre passaggi mimetici, di imitazione: a) mimesi come precomprensione dell’azione, che ha già una struttura linguistica; b) mimesi come capacità dell’opera narrativa di dare forma[3] alle azioni umane; c) mimesi come capacità di riconfigurare l’azione stessa dell’uomo tesa al suo proprio fine. Il filosofo ritiene possibile una innovazione capace di creare nel tempo nuove entità del discorso, in grado di produrre un senso nuovo mediante la metafora e la polisemia della parola che costituisce il racconto.

La teoria di Ricoeur è attenta alla lezione aristotelica e alla retorica classica, attraversando la semiotica e la semantica moderne, e alla fine giunge all’ermeneutica, come teoria filosofica atta a individuare nel senso il luogo nel quale la metafora vive e vivifica il discorso, arricchendo infinitamente la denominazione implicita nell’accezione corrente del lemma. La metafora manifesta nel linguaggio la sua più propria dimensione creativa e veritativa, mediante la quale gli uomini possono constatare le infinite possibilità performative del linguaggio nel rapporto con la realtà, nel tempo.

La parola diventa così un elemento costitutivo del discorso, soprattutto come dimensione dove la metafora prende forma per poi svilupparsi e completarsi nella narrazione. La metafora è scintilla di senso, giammai mero ornamento stilistico: è piccolo poema, è un evento del testo e del discorso, e infine del racconto. La sua potenzialità è enorme, perché consente di riconfigurare la realtà stessa, scoprendone ulteriori dimensioni ontologiche che altrimenti resterebbero inaccessibili all’umana esperienza: l’immaginazione trasforma la visione del mondo, produce nuove aree concettuali, in cui un senso nuovo è dato, proponendo nuove comprensioni dell’esistenza.

La “verità metaforica”, mentre attenua o addirittura sospende la “referenza” ordinaria del significante, attivando quella “altra”, inventa una sorta di riscrittura della realtà, e addirittura dell’essere-al-mondo di ciascuno di noi. Il nostro essere-nuovo è non più solo un essere-dato ma un poter-essere: per Ricoeur vi è una relazione stretta, necessaria fra temporalità, storia e funzione narrativa del racconto, tramite la “via lunga” dell’ermeneutica.

Il tempo è il tema filosofico che regola il racconto dell’uomo dall’inizio, sia come configurazione delle sue azioni, sia quasi come rifìgurazione, ricostruzione e perfino trasformazione dell’esperienza viva nel tempo mediante il racconto. Egli si confronta, così, con tutti gli autori che hanno concentrato la loro attenzione sul tempo, come dimensione essenziale ed esistenziale, e sul rapporto tra la sua dimensione fisica e la sua dimensione interiore, soggettiva, performativa. Mentre nel racconto il tempo viene organizzato, l’esperienza del tempo vissuto dà significatività al racconto, che diventa una sorta di rifigurazione, nell’esperienza del lettore: il tempo è sempre il referente del racconto, mentre il racconto articola il tempo come forma dell’esperienza umana.

Vi è una relazione tra la configurazione all’interno del testo del racconto, e la rifigurazione del mondo reale del lettore, fuori dal testo del racconto. L’ermeneutica deve qui indagare tutto ciò che nel racconto è presentazione di una storia, distinta e distante dall’esperienza quotidiana, ma senza un distacco radicale e definitivo da essa.

L’ermeneutica, tra racconto e temporalità, svolge una “mimesi” intesa in senso dinamico come un processo attivo di imitazione e rappresentazione dell’azione. Imitazione creatrice nel triplice senso: come precomprensione dell’azione, in quanto l’azione umana è già strutturata linguisticamente; come capacità dell’opera narrativa di configurare, di dare forma al mondo delle azioni umane; infine, come capacità dei testi narrativi di alimentare una nuova prassi capace di ri-figurare l’azione. Dunque la mimesi è una sorta di imitazione creatrice e non una copia di ciò che le preesiste, perché il racconto è il modo umano di vivere nel mondo, rappresenta la nostra conoscenza pratica e intelligibile del mondo.

La forma del racconto è una forma di conoscenza più intuitiva e immaginativa della conoscenza logico-argomentativa e matematica, è una conoscenza legata al tempo: il racconto infatti dà forma alla successione informe e silenziosa degli eventi; mette in relazione esordi e conclusioni. Il racconto, partendo dal tempo crea in qualche modo il tempo stesso. Nell’esistenza il tempo è narrato dal linguaggio presente nel racconto, cosicché l’autore e il lettore si avvicinano al mondo raccontando e leggendo storie. La mimesi del racconto non è statica o fotografica, ma è una dimensione cognitiva, una esperienza del tempo configurata, sintetizzata: una produzione dinamica di ciò che rappresenta.

La narrazione umanizza il tempo della vita dell’uomo, perché diventa un contesto nel quale plausibilmente questa vita si svolge, ed è anche una speciale conoscenza del mondo dell’uomo e del suo spirito.

 

[1] Cfr. in Ricoeur P., Tempo e racconto, vol. I. Il tempo raccontato, Jaca Book, Milano 1987 – 1999, 95.

[2] Ibidem, 186.

[3] E per forma qui si intende proprio, metafisicamente, come ciò che vitalizza, armonizza e configura, non come ciò che meramente è esteriore a un qualche contenuto o materia, come si intende nella vulgata corrente.

L’ominizzazione e i cinque gradi dell’egoismo

maleducazioneCaro lettore d’una bella giornata agostana,

siamo diventati quello che siamo (chi più chi meno), vale a  dire dei grandi primati intelligenti-autoconsapevoli (?) forse in qualche milione di anni, come hanno solo intuito alcuni tra i filosofi-scienziati antichi e, molto meglio detto e scritto Darwin, Lombroso (chissà?), Gould… fino a Boncinelli.

Sulla nostra “ominizzazione” come processo nulla dice il Grande Libro se non riportare il Mito edenico, che comunque sim-boleggia aspetti molto importanti della vita naturale e quindi umana: il rapporto con il mondo mediante l’incarico di Dio ad Adamo di “dare-i-nomi-agli-animali” (il mandato); la relazione uomo-donna come struttura indispensabile per la vita stessa; la nozione di un ethos, di una morale non soggettiva, ma universale, includente (l’albero del bene e del male), rispettosa di tutti gli esseri umani e della natura; il limite dell’agire umano mediante il tema del peccato originale e originante, che dice la superbia come principio dei vizi, di tutti i vizi, in quanto peccato (mancare il bersaglio del bene, awol, ebr.) di presunzione, arroganza, protervia, prepotenza (Cfr. N. Bobbio in L’elogio della mitezza).

Se evoluzione vi è stata dalla ferinità iniziale, dall’Homo Erectus che scruta la savana e costruisce oggetti e armi con il pollice opponibile, sviluppando neuroni, sinapsi e intelligenza, vi son fatti osservabili nel quotidiano che fanno talora pensare a uno processo diseguale degli esseri umani, proprio a livello biologico, non psico-socio-comportamentale.

Ebbene sì, questa mia è una battaglia, piccola, ristretta, ma lo è fino in fondo: contro gli idioti-cretini-oligofrenici (gnnn, il loro borborigmo gutturale) che buttano dai finestrini delle auto in corsa ogni immondizia, cioè contenitore di bene consumato: bottiglie di plastica, scatole di sigarette, cartoni di succhi di frutta…

Ma, se così fosse, se -cioè- fossero dei ritardati nel processo evolutivo, sarebbero incolpevoli, in quanto non in grado di “intendere e volere”, e perciò innocenti. E, anche se colpevoli dei più gravi misfatti, sarebbero innocenti ai sensi del diritto penale ordinario.

E no, troppo comodo. Proviamo allora, visto che costoro se ne fregano degli altri e dell’ambiente come bene comune, a mediare una specie di tassonomia dell’egoismo in cinque gradienti, quasi fosse una sorta di “scala Likert”.

Abbiamo a un livello 1, diciamo, una specie di autoreferenzialità, connotazione non negativa se moderata (serve un po’ anche all’autodifesa); al livello 2 potremmo collocare un certo egocentrismo, e qui bisogna già stare un poco in guardia; al terzo livello ecco l’egoismo, che, qualche volta, può essere sano, ma con garbo; al 4 eccoci all’egoità, un egocentrismo accentuato e pericoloso; al 5 vi è l’egolatria, una vera manifestazione del vizio di superbia che facilmente dà luogo a manipolazione e crimine. Allontaniamoci dagli egolatri, evitiamoli, ovunque siano, ché non sbagliano mai e son specialisti a farti passare dalla parte del torto.

Bene: a che livello o categoria ascriviamo gli sporcaccioni di cui sopra? Nella loro funerea ignoranza colpevole, senz’altro ai livello 4 e 5.

De humana bestialitate necesse disceptandum.

gratia, errata corrige, oh scientiae philosophe!

domanda si o noCaro lettore e gentile lettrice,

qualche giorno fa lodavo qui Carlo Rovelli, di cui stavo finendo il saggio La realtà non è come appare etc.. Giunto all’ultimo capitolo, intitolato Il mistero, un respiro dopo il lungo percorso dai presocratici al bosone di Higgs e alla gravità quantistica, pensavo di accingermi alla lettura di un atto di umiltà del ricercatore, che mai si accontenta di ciò che sa e sa di sapere sempre poco, sulle tracce di Agostino che, a chi gli chiedeva che cosa facesse Dio prima della creazione rispondeva “Alta… scrutantibus Gehenna parabat“, cioè a coloro che si occupano di cose troppo profonde preparava l’inferno.

Bene, mi son detto, ma… guarda guarda, mentre mi inoltro nel capitolo ho un trasalimento, ops! A un certo punto il Rovelli scrive (a p. 225): “(…) Una delle primissime e più belle pagine della storia della scienza è il passo del Fedone di Platone in cui Socrate dice di “ritenere” che la Terra sia una sfera, con grandi valli dove vivono gli uomini. Abbastanza giusto, con un po’ di confusione. E aggiunge: “Non sono sicuro“. Questa pagina vale assai più delle sciocchezze sull’immortalità dell’anima che riempiono il dialogo”.

Sciocchezze? Ma come si permette dottor Rovelli? Se per 230 pagine di tutto il suo libro non fa che dire che l’uomo è in continua ricerca, e che siamo seduti sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto, e che Democrito, e poi Tolomeo, e poi Copernico, Galileo, Keplero, Newton, Faraday, Maxwell, Einstein, Bohr, Planck, Heisenberg, Dirac, e poi Wheeler e infine… perfino lei, siamo sempre lì insoddisfatti di quello che sappiamo e desiderosi di sapere sempre di più. In qual modo c’entra l’ipotesi dell’immortalità dell’anima, che appartiene alla speculazione filosofico-teologica e non alla fisica e all’astrofisica?

Le viene difficile ammettere che scientificamente, secondo un’episteme più ampia di quella galileiana, possano darsi anche epistemologie diverse da quelle sperimentali, magari epistemologie ermeneutiche o mistiche? Sono forse antiscientifici approcci che divergano dal suo? Ma via! E più avanti Lei scrive (a p. 228) “(…) L’ignoranza può fare paura. Per paura possiamo raccontarci una storia che ci rassicuri, qualcosa che calmi la nostra inquietudine. Al di là delle stelle c’è un giardino incantato, con un dolce padre che ci accoglierà fra le sue braccia. Non importa se sia vero; possiamo decidere di avere fede in questa storia che ci rassicura, ma che ci toglie la voglia di imparare.”

Ma che, Lei confonde la fede con la superstizione, prendendoci per il c.? Ad esempio, io che posso ammettere l’esistenza di un Dio buono, non avrei più voglia di imparare e studiare, con molto piacere, anche le sue cose di fisica e astrofisica?

E, poco più avanti, scrive ancora “(…) C’è sempre nel mondo qualcuno che pretende di darci risposte ultime. (…) Perché l’hanno appresa dai padri, perché l’hanno letta su un Grande Libro (la Bibbia, intende?), perché l’hanno ricevuta direttamente da un dio (minuscolo tutto suo)”.

E giù ancora asserzioni di umiltà imparante e discente. Basta solo che non sia questione di fede religiosa, di un Dio qualsivoglia, di anima immortale e di vita eterna.

E se invece, caro Rovelli, tutto questo esiste, non come luogo, visto che spazio e tempo, così come li intendiamo noi, non ex-sistono, ma come uno stato dell’essere? Una condizione? Una relazione? Visto che, come lei stesso sostiene, tutto è “relazione”?

Magari Dio compreso, nella sua dinamica intratrinitaria, nella sua immensità amorevole e infinita.

…per un eros “quasi” redento

erosCaro lettore e cara lettrice,

Affrontare di questi tempi un argomento come l’eros, pone problemi non banali, stante il significato e l’accezione che tale tema ha assunto nella contemporaneità.

Lungi dall’essere considerato struttura esistenziale e agente vitale, così come è declinato nel platonismo storico e universale, eros è stato ampiamente banalizzato e  impoverito. Eros è stato ed è stolidamente abusato, degradato, ridotto a mercanzia o, come si dice oggi, elemento efficace e quasi indispensabile del merchandising cinematografico e letterario (si fa per dire). Eros oggi -in generale- non muove vitalità, ma subisce ordinarietà e noia.

Grazie a Dio non ovunque, ché vi sono esempi di amore espresso, solidale, concreto, visibile, in molti ambienti e situazioni, ma questi non fanno “titoli giornalistici”, non aumentano l’audience, non sono “mercanzia vendibile”. Ciononostante vi sono spazi immensi per eros, un eros che riesca a tenere conto della complessità e delle infinite connessioni della vita contemporanea.

Le difficoltà poste dalla crisi attuale, infliggono pesanti colpi alla relazione interumana, e quindi ad eros stesso, là dove i meccanismi della comunicazione hanno finito per sostituire quasi ovunque la “qualità della relazione”, e quindi un eros che sia luogo della condivisione tra un “io” e un altro “io”, ciascuno dei quali è “altro” (Lévinas).

La qualità della relazione si trova in una posizione sempre più negletta e continuamente attaccata dalla pervasività della mediatizzazione ogni giorno più tecnologica e spinta sul versante dell’automazione e della spersonalizzazione. Se qui pongo il tema della relazione, ho individuato in eros l’elemento e quasi la condizione antropologica che più di qualsiasi altra può essere interpellata per riprendere le fila di un dialogo intersoggettivo e, in definitiva, inter-umano.

Come si può mostrare che eros è in grado di evolvere risolutamente e profondamente la vita umana? Si può dire che eros-amore, nello scenario che qui disegnamo, non è solo eros nel senso di desiderio e passione fisica, dimensioni fondamentali e buone, ma è ancora di più “persistenza solidale”, come ciò che è “solido”, perché “solo” (ο̕λος), è ciò che “resiste”, “persiste”, “re-sta”, “include” senza possedere, appartenendo al vasto campo semantico del verbo greco ι̉̍στημι. Un “eros redento” contro la miseria del nostro tempo, che è “erotizzato”, ma senza cuore.

Per un tanto occorre recuperare la consapevolezza che solo eros, in quanto manifestazione della relazione può creare le condizioni di una intensificazione del dato umano nella relazione e della stessa dimensione cognitiva e razionale. La dimensione cognitiva e razionale, dopo la sbornia positivista e deterministica dello “scientismo”, abbisogna della “dimensione erotica”, e dunque affettiva, desiderante, mistica, come di un ossigeno spirituale, capace di dare senso alla relazione, e a quella tra uomo e donna in particolare, come “unità nella distinzione nella relazione”. In questo ambito vi è, dunque, anche un’erotica cristiana, del tutto umana, che cerco di esplorare.

Un’Ermeneutica filosofica e teologica dell’eros, può essere forse il luogo dove si può declinare la complessità e la difficoltà della vita reale odierna, in quanto insieme di nessi inscindibili, inestricabili e reciprocamente necessari, costitutivi dell’umano, per la ricerca del senso, in quanto relazione divinatoria del tutto e delle parti, nel misticismo della parola taciuta e immensa iperbole delle metafore, che sono il respiro dello spirito e la rappresentazione “segnica” della stessa Presenza di Dio.

In un’Ermeneutica filosofica e teologica dell’eros , che è mistica e inclusiva, troviamo infine anche la via (condivisibile dall’uomo), la verità (come effetto mistico dello stare-insieme) e la vita (come epifania della relazione), così come ci sono stati insegnati da Gesù stesso.

Perché nel nostro tempo, che è tempo di Dio tutto si conserva, tutto si illumina nel segno e nel senso dell’infinito.

 

 

campi quantistici covarianti

AndromedaDall’àpeiron di Anassimandro, infinito e indistinto, all’essere parmenideo, rotondo e immutabile, escludente condizioni di possibilità di qualsiasi non-essere, all’atomismo di Leucippo perfezionato dall’immenso Democrito, così come ce lo ha trasmesso Aristotele nella teoria della generazione e corruzione, e poi Lucrezio nel De rerum natura, al nous-lògos di Anassagora, Platone e San Giovanni evangelista, a Brunetto Latini e al Paradiso dantesco, siamo giunti in un paio di millenni a Isaac Newton, mai troppo considerato per la sua grandezza.

L’uomo ha sempre cercato teorie unificanti di tutta l’incommensurabile realtà che osservava e contemplava: leggi unificanti, schemi e formule fisico-matematiche in grado di dar conto di come “funziona il mondo“, cercando di comprendere come le cose siano “diverse da come sembrano“. Cito quasi parafrasandolo il titolo di un libro (La realtà non è come appare. La struttura elementare delle cose) che mi accompagna in questi giorni di riposo, di Carlo Rovelli, edito da Raffaello Cortina.

A p.167, Rovelli propone uno schema sintetico, partendo da Newton (XCII), che ha teorizzato la compresenza di tre dimensioni: a) spazio, b) tempo, c) particelle (gli atomi di Democrito), in cui sarebbe organizzata la realtà delle cose del mondo, ma, con Faraday e Maxwell (XIX), lo schema si è arricchito dei campi (elettromagnetici); Einstein (1905) ha collegato i campi allo spaziotempo (come unica dimensione per correlazione) e particelle; ancora Einstein (1915) ha completato modificando lo scenario in campi covarianti e particelle; Planck, Bohr, Dirac e Heisenberg (prima metà del XX) hanno proposto lo schema spaziotempo e campi quantistici; per finire con l’ultima ipotesi dei campi quantistici covarianti, di  vari.

In realtà, tutto sembra essere unificabile nella relazione. Nella relazione! Ma allora anche la realtà fisica funziona come quella spirituale. Se è vero che io mi conosco solo e solamente per rapporto all’Altro, partendo dal quell’altro che è il mio rispetto al mio io, allora anche il con-testo reale in cui sono immerso e che costituisco  con la mia essenza, è condizionato dalla relazione.

Il tempo e lo spazio sono relazione, sono reciprocità, così come ciò che intercorre, distanzia e avvicina due intelligenze, due personalità, due esseri umani. Se la fisica trova una sua unitarietà nel paradigma relazionale, è ancora più forte l’antica idea platonica, per cui la verità si ricerca solo e solamente con il dia-logo, o, per meglio dire, con Ricoeur, con il tria-logo, dove sta un soggetto (io), dialogante con un altro soggetto, (tu come un io), in presenza di un “lontano“, un terzo, un attore-spettatore che inter-ferisce e inferisce conoscenza dal tria-logo.

Il tema della finitezza che si pone con la fisica e la metafisica, si supera con la logica, con l’immaginazione matematica e con la fede, se si riesce ascoltare, anzi ausculltare, anzi obbedire (ob-audire) a ciò che proviene da Oltre.

E a volte anche solo da oltre la collina.

l’odore del tempo

lontananzeCaro lettor agostano e gentile lettrice,

sentire come un’eco lontana  di tua sorella che dice, annusando un golfino della mamma “Ce bon odôr di mame“.

Oppure ancora il racconto di un tempo lontano e favoloso, vissuto sulle montagne del confine, la mamma e il papà andati via troppo presto, e la nonna onnipresente, vicaria, potente.

Ecco son passati gli anni in quella casa, silente come il tempo che non esiste, i passi della nonna risuonano nella mente come in un eterno presente, che lo sguardo di Dio protegge. Ecco, in questa estate strana, aprendo un armadio, si può sentire l’odore del tempo non-tempo che resta, senza mai cadere nel nulla.

Si può sentire lontane voci, che risuonano nell’anima, come se fossero state appena emesse, ma sono le voci di dentro, che ci costituiscono, come una genetica spirituale. Noi ricordiamo (cioè recuperiamo attraverso il cuore, cor, cordis latino) ciò che poi la memoria (mens, mnemoysne) ci offre alla coscienza, cosicché tutto è presente, tutto ritorna, perché non è mai andato via.

Eternamente sta ciò che abbiamo vissuto, poiché ricordando lo viviamo ora presente, come una fotografia che coglie l’istante, cioè l’eternità. L’odore della nonna, il ricordo della mamma giovane è l’odore del tempo che, non esistendo, persiste nella nostra mente affettiva, nel nostro ricordo senza confini.

Un tempo ne La cerchia delle montagne (Ed. Arti Grafiche Friulane, Tavagnacco 1998,p. 75), scrivevo:

IL GRANAIO DEI SOGNI

Nessuno spezzi il diamante/ che disegna il filo dei sogni/ la traccia che conduce alla stanza delle meraviglie/ dove ci sono bauli e casse misteriose/ e il pulviscolo trasluce nel raggio meridiano/ del sole,/

e scricchiolii/ accompagnano i passi/ sul pavimento di legno/

dove/ se si fa silenzio/ puoi rivederti bambino/ e sentire i richiami della mamma giovane,/ imbatterti negli occhi del padre/ increduli,/

dove/ si nascondono i sogni.”

Sul Filo di Sofia