Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Oltre le grave del Tagliamento…

…stamane vagolando in bici per il Friuli occidentale, dopo esser stato ieri per quello orientale, mi imbatto in pensieri, quasi incontrandoli, invece che da me sorti, e mi vien bene riportare un passo della Breve Storia del Friuli di Tito Maniacco, pubblicata vent’anni fa da Newton Compton per la serie mille lire cento pagine. Eccoti caro lettore una pagina del carissimo Maestro, che conobbi poco, e di cui ricordo gli occhi azzurrissimi, il sorriso buono e la lingua tagliente, come la mia.

A pagina 5 “TRACCE. Sino a quando la terrificante potenza della geologia domina la storia della natura con i suoi cataclismi, il suo abbandonare inesplicabili conchiglie sulle cime dei monti, e far nascere vulcani nel profondo di stabili mari, solo un rumore di forze materiali, fisiche, con leggi sicuramente newtoniane, ma totalmente catastrofiche, domina lo spazio atmosferico. Anche i passaggi di ere che, post Darwin natum, gli studiosi hanno battezzato con nomi reperiti nella loro memoria di studenti di greco e latino, pur abbassando i rumori delle profonde trasformazioni che dal basso salgono in alto e dall’alto tendono a cadere in basso fra pantani bollenti e fiumi di ghiaccio in avanzata o in ritirata, restano paesaggi dominati in maniera incontrastata dalla storia della natura.

E’ quando compare una lieve traccia, un’ala di farfalla contro le ossa dell’epoca dei giganti che mettono a disagio il grande Cuvier, una pietra sagomata in un certo modo e non dai minacciosi canini dei ghiacci o dallo smeriglio degli uragani, è allora che, misera nella sua arrogante presenza, Giobbe nel mondo conteso da Colui-che-sono e Satana-il-vagabondo, come un sasso appena modellato con altre pietre e lanciato contro una preda o contro un predatore o contro un uomo, nella storia della natura si inserisce la storia dell’uomo. (…)”

E allora mi sovviene la prima scena di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, quando lo scimmione antropomorfo scopre la potenza dell’osso di dinosauro, che diventa una clava e con la clava può difendersi dagli invasori e uccidere.

Ecco, le grave del Tagliamento mi offrono questi pensieri mentre pedalo alacre a diciotto gradi nella mattina di un maggio che sta per cedere a giugno, ancora una volta leggermente teso al vento lieve della mattina. Rumore di pedivelle e auto rare. Vespe d’epoca anche con sidecar, motociclisti dal cervello di Interceptor sfrecciano sulla statale, finché devio verso la campagna di Fiume dei Veneti, lungo il Sile e altre rogge, luminose nell’irideo scorrer delle acque. Il mio omonimo capo della gran Brovedani mi trattiene a lungo, parlando delle varie cose d’azienda che condividiamo. Gli ricordo che dobbiamo tornare a Bari e lui mi ricorda la trasferta slovacca di giugno. Salutandolo lo informo di un giovin ragazzo che visiterà l’azienda per imparare la complessità dei rapporti, a giugno avanzato, con il reparto delle umane risorse, cioè della cura delle persone.

Il ritorno è di mezzo alla grande campagna meridiana, son solo con la mia rossa Bottecchia d’alluminio e pedalo in silenzio, vigorosa andatura, finché non traversa la via un nerissimo colubro. Una foto, ché l’estate dei nostri serpenti è iniziata.

Più tardi di nuovo al paese del fiume a parlare di Verga e Manzoni, di Equi, di Volsci e Sanniti, di Dickens e del nostro Pier Paolo da Cjasarsa, e poi  la sera verrà sui pensieri e sui volti presenti al mio cuore.

Di nuovo lontano… in bici, e nel contempo vicino

Son tornato a 90 km di uscita. Dopo la reductio, dopo le visite, la RM al vasto intermedio sx, due chili in meno (79/81), che restano lì saldi, però. Energia, sonno, cibo tornati normali, sguardo meno teso, condivisione solidale, anzi intensificazione solidale che è l’eros perfetto, quello platonico, cioè il più vero e completamente umano. Vario e difficile in vita mea.

Che meraviglia, di nuovo odori, suoni di campane lontane, e anche latrati di cani, ché son vivo e viaggio lontano verso i punti cardinali e oltre. Andare sapendo e sapere andando, che si torna e si riparte ancora. Pensieri di giorni passati e rovelli per quelli futuri, che saranno, si spera. Non ansia ma pensieri. Si può dire di aver sbagliato, ma in buona fede. Esiste la buona fede? Solo in parte, altrimenti la colpa è sempre degli altri, della società, delle circostanze. E non può essere così, altrimenti vien meno il diritto positivo di quattromila anni.

Non sono riuscito a vedere neppure una tappa del Giro, per una vera disdetta, ma il Tour non me lo toglie nessuno. Nel 2018 andrò a vedere la tappa di Fabio e sosterò sul Portet d’Aspet in silenzio. Tornando valicherò l’Izoard per uno sguardo alla lapide di Fausto e di Gino, e un pensiero all’eterna canzone di Pietro.

L’eterna canzone che sostiene ispirando il mio Canto concorde di prossima pubblicazione, come ogni mio movimento in cui credo e che costituisce la mia vita. Si può cambiare molto delle nostre vite, ma i legàmi primordiali no, gli imprinting iniziali no, i ricordi lontani restano perché ti hanno costituito come i mattoni una casa. La casa bio-logica che sono io, l’animale umano che son diventato deriva da lì, anche dai lunghi racconti di ciclismo, dal nozionismo dei fiumi, delle città e delle montagne, dalla voglia che avevo di dire tutti gli ortaggi e i frutti dell’orto lungo il quale correvo a perdifiato. Eccomi qua, ecce homo, ancora integro, anche se non integerrimo, completamente umano, con le mani, con le mie passioni e le mie ragioni, quasi mai comprese tutt’intorno, se non da pochi/e.

La corsa è stata eccellente, verso oriente, dove il sole sorge, dove tutto arriva e si offre al mondo, dove la notte viene prima iscurendosi come la mia anima qualche mese o settimana fa, ora rischiarata, come illuminata.

E a volte di nuovo iscurita per ondivaghezze e incomprensioni, ché il senso di quel che si dice sfugge come colpo di vento improvviso, a chiunque ascolti, che immagina altro, non avendo lo schema conoscitivo del parlante, e allora è come si dicesse qualcosa in lingue diverse o identiche diversamente espresse, cosicché ogni giorno è intrapresa a comprendere e essere compresi.

Ma io sono in bici di nuovo come prima, e il mio traguardo è una partenza per ogni dove.

La donna terapeuta

(Qui accanto Keira Knightley e Michael Fassbender in A Dangerous method )

La donna si è sempre presa cura di tutti, dei bimbi, dei vecchi e degli uomini. E’ terapeuta per natura, se diamo all’antica parola greca il suo significato filosofico originario: il “prendersi cura” di qualcuno. Vediamo da dove “viene” questa straordinaria parola, prima di tornare al tema specifico.

Il termine terapia deriva dal greco θεραπεία (therapeía) e si può intendere bene nell’accezione di “procedura verso la guarigione”, soprattutto in ambito medico-clinico. Da un secolo e mezzo circa del termine filosofico si è impadronita anche la psicologia, nel trattamento dei disturbi mentali o di alterazioni psico-sociali.

Il significato di terapia oggi dipende dalle definizioni di salute e patologia e degli strumenti diagnostici utilizzati per analizzarle. Sappiamo anche che le terapie possono essere denominate in modi diversi: farmacologiche, chirurgiche, profilattiche, di sostegno, riabilitative, o palliative (ad esempio del dolore).Tra le terapie riabilitative e palliative troviamo: la fisioterapia, la pet therapy, la musico terapia, la clown terapia, l’arte terapia, la moto terapia, la prano-terapia, etc.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è attenzione, e pochi oggi hanno attenzione per l’altro. Io stesso sono cagionevole di attenzione.

Detta anche “cura” la terapia è un concetto applicabile a ogni attività volta ad alleviare, ridurre o estinguere uno stato di disagio. Da un punto di vista giuridico le terapie possono essere esercitate solo da professionisti riconosciuti, come il medico, lo psichiatra, lo psicologo, il fisioterapista, etc. E’ in discussione se possa definirsi terapia anche il counseling o la consulenza filosofica: nel senso corrente del termine penso di no, mentre se la intendiamo nel senso classico, socratico-platonico, direi di sì, soprattutto se si tiene conto di un’accezione più universale, più antropologicamente completa, come quella del “prendersi cura” dell’intera persona, non solo del sintomo o della malattia.

Ma la terapia è anche qualcosa d’altro, è considerazione dell’altro come altro-io, non come tu, e io, sempre cagionevole, ogni mattina mi esercito a considerare l’altro come un io, come fossi io.

Denominati Terapeuti erano i membri di un movimento religioso giudaico presenti dal I secolo soprattutto in Egitto e fino alla Grecia. La loro dottrina era piuttosto sincretistica (cf. Filone di Alessandria, De vita contemplativa, e Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiatica), mentre i costumi di vita erano caratterizzati da sobrietà, studio e riflessione sulle Scritture sacre, in qualche modo simili a quelli degli Esseni.

La preghiera per i Terapeuti era importante anche come ispirazione pratica per le prime chiese cristiane: uno dei testi più antichi di preghiera eucaristica è la paleoanafora alessandrina contenuta nel papiro Strasbourg Gr. 254, la quale mostra una chiara dipendenza dalla benedizione di Yotzer Or, uno dei testi che precedono lo Shema Israel (ascolta Israele) nella liturgia giudaica, così come la preghiera del mattino o della luce che viene fu ispirazione forte per il primo monachesimo cristiano dei Padri del deserto.

Filone di Alessandria riferisce che per i Terapeuti la preghiera era una medicina che curava non solo l’anima ma anche il corpo, tutta la persona credente.

Ma i terapeuti oggi sono le donne, ovunque nel mondo, liberanti prima ancora di essere liberate, nei mondi chiusi dell’islam radicale, ma anche di certi nostri ambienti e culture giudicanti, e ciononostante restano terapeute, curatrici attente e senza pretesa di gratitudine.

Io sono convinto che nell’evoluzione millenaria che ci ha condotto ai nostri tempi, sia rimasta la donna, come femmina del genere umano, a possedere ancora integre le qualità terapeutiche primordiali, perché tutto, madre, figlia, amante, sposa, amica, ascoltatrice paziente, perdonante, in attesa di attenzione, che spesso non arriva.

Ma lei è lì.

Interludi filosofici

Oggi nell’ineguagliabile Firenze, all’Assemblea nazionale di Phronesis, l’Associazione italiana dei Filosofi “pratici”, e tra un mese e mezzo, l’8 luglio,  a Berceto di Parma, in buona compagnia di pensatori insigni come Boncinelli, Cacciari e Galimberti, in qualità di relatore al Primo Festival Nazionale della Coscienza.

Sono interludi filosofici per la sanità mentale. La mia, e non solo. Perché l’esercizio filosofico è sempre ascesi, è sempre musica, sempre poesia. Ascesi come sacri-ficio, un rendere-sacro-ciò-che-si-fa operando con il pensiero e la riflessione razionale, accettando e dominando, per quanto possibile, le emozioni; musica come infinito dipanarsi del suono, parola, significato e senso del dire quello che si può dire del pensato, ma mai del tutto e totalmente, ché il pensato deborda, sovrabbonda ai limiti dell’indicibile; poesia, come costruzione di nuovi percorsi del sensibile emotivo tramite la parola, in tutte le sue declinazioni, come luogo della metafora implicita, luogo della creazione della comunicazione e della relazione intersoggettiva, tra esseri umani. Ascesi, musica e poesia, a contorno e supporto della filosofia come habitus,  ambiente nel quale ci si dà il tempo per pensare. Ah quanto tempo si dovrebbe dedicare al pensiero! All’uso del pensiero e alla sua traduzione in parole, proprio in tempi nei quali l’uno e le altre non sono curate più di tanto, in cui vagolano in libertà apparente, e schiavitù reale della superba ignoranza.

Ogni pensiero, anche quello di non-pensare, è un moto proprio interiore che ci trascende. La nostra umanità, anzi il grado della nostra umanità si manifesta quando riusciamo a tra-durlo in parole, senza tra-dirlo più di tanto. Ma vi è di più: siamo più umani quando riusciamo a non-pensare e a dire il male, giudizi affrettati, insulti, offese sanguinose e immeritate all’altro, quando riusciamo a non definire l’altro con titoli e termini di condanna.

Siamo più umani quando riflettiamo e riusciamo a trasmettere il senso dell’infinito procedere del nostro tempo umano e del cambiamento, e li accettiamo come costitutivi del senso delle nostre vite, quando accogliamo il transeunte e il precario, il volto nuovo e un lavoro nuovo, una nuova casa e una nuova amicizia o amore.

Siamo più umani quando non ci crogioliamo sulle sicurezze acquisite, sulle certezze che ci sembrano indispensabili, e invece non lo sono, perché ogni vita è itinerario, processo, gradualità, scoperta, cosicché la fissità del posseduto e del certo diventa ostacolo alla crescita e alla comprensione del mondo e degli altri.

Siamo più umani quando ci accettiamo nel nostro limite, sempre da ricercare e accettare al suo manifestarsi, credendo fermamente che ce la possiamo fare in questa indagine infinita.

Ecco, caro lettor di questa domenica di maggio e oltre, a che cosa serve la filosofia, e perché questi interludi sono salubri per la mente e per il cuore.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, ti auguro ogni bene, e anche di accompagnarmi silenziosamente, o anche scrivendomi se vuoi, in questa diuturna meravigliosa esplorazione del senso delle cose e del senso della vita.

Sud

Sono a Bari, nel plant di un’azienda friulana di meccanica di precisione, oramai multinazionale di tutto rispetto, presente anche in Slovacchia, dove tornerò il mese prossimo, e in Messico dove sono stato diverse volte negli anni scorsi, azienda che seguo da ventidue anni, per colloqui da analisi del clima insieme con un giovane psicologo in tirocinio. Lavoro faticoso quando è fatto bene, che ti spreme come un limone se ascolti attivamente e condividi empaticamente i patemi e le speranze dei lavoratori, operai, impiegati o tecnici che siano. Il giovane è umile e attento e merita di essere aiutato a farsi manager delle Risorse umane. In questa fase della mia vita professionale mi sto dedicando spesso al ruolo di mentore di giovani meritevoli e volenterosi, tanto talentuosi quanto umili, aiutandoli nei tirocini e nelle tesi di laurea. Mi pare di dar così un contributo al miglioramento della gestione del personale e del clima aziendale.

Vengo al Sud da molti anni, soprattutto per lavoro, e mi trovo bene, anche se le contraddizioni logiche ed etiche che incontro talora mi inquietano.

Culture millenarie sedimentate costituiscono i pregi e i difetti di queste genti, popolazioni che potremmo definire antropologicamente “ossimoriche”, cui non manca genialità e vittimismo, fantasia ed eloquenza e una certa furbizia naturale, cultura tout court e “cultura della pretesa”, soprattutto verso uno “Stato” che non hanno mai riconosciuto fino in fondo, dall’Unità d’Italia del 1861 in poi. Questa lamentazione senza fine l’hanno poi estesa al lavoro, anche quando lo trovano in imprese private serie e solide. Non capiscono bene, o non vogliono capire, che un’azienda per durare ha bisogno quantomeno di pareggiare costi e ricavi, altrimenti è destinata a morire. A volte se le cose vanno bene per un mese, dopo due anni o tre di perdite, sopportate solo perché lo stabilimento fa parte di un gruppo friulano da 150 milioni di fatturato annuo, ecco che vengono subito con il palmo della mano aperto a battere cassa.

Il loro eloquio è sempre un po’ faticoso, talora reso enfatico da un modo di parlare echeggiante il discorso “alto” della gente che ritengono “importante”. Ossequiosi e proni, maldicenti e gelosi, se non a volte invidiosi, sono italiani.

Da noi al Nord, invece, specie verso Est, impera una sorta di mutismo, siamo mutoli quasi come i primitivi bestioni, ancora, in parte. Ecco, da un massimo di parole dette fino alla chiacchiera tanto aborrita da Heidegger, al Sud, all’immusonimento sospettoso, al Nord. Siamo ancora -come umani- nei primi tempi evolutivi: solo quarantamila anni fa su forse 3 o 4 milioni di anni di ominizzazione, abbiamo cominciato a emettere suoni che avevano significati condivisi. Un soffio di tempo è passato e quindi si può dire che tutto ciò è plausibile, ma a volte si fa fatica ad accettarlo.

Epperò, forse, non siamo tutti allo stesso punto evolutivo, la natura non fa salti si diceva un tempo, o forse qualche volta sì, a suo piacimento, ché a volte sembra veramente di coglierli, in certi incontri, incroci o situazioni esistenziali, che ci fanno quasi inghiottire, bofonchiando, amarezze ancestrali.

Speriamo di evolvere verso un’umanità più completa. Buona notte, caro lettore.

…ma non troppo

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Il titolo modera il precedente post, forse troppo ottimistico ed ecumenico. In realtà resto inquieto (espressione troppo edulcorata?) con chi ha giocato irresponsabilmente, fors’anche per ragioni soggettive di ordine… non so, fate voi, con ipotesi sanitarie preoccupanti (per me), oggi fugate grazie a Dio, e anche con chiunque non rispetti la verità delle cose, siano le cose quelle che siano, gradevoli o sgradevoli, pretendendo di determinare ciò che non è nel suo diritto, né giuridico, né morale.

Certamente sono abituato alle “rinascite” (nomen omen), ma in mezzo a mille dubbi e patemi di animo, con fatica e dolore, come altri, più o meno di altri. Ciò che comprendo è senz’altro il dolore, di qualsiasi genere e specie sia.

E’ però difficile “tenere duro” nell’ingiustizia. Sopportare senza sup-portare è una contraddizione in termini, stancante e frustrante oltremodo.

Si può pazientare oltre i limiti finora conosciuti, ché il limite umano, in tutte le sue declinazioni, è sempre da esplorare, pur sapendo noi tutti che esso exsiste, sta lì, c’è, ci condiziona, ci determina alla fine di ogni sua esplorazione. Ogni tanto pare che il tempo scorra quasi all’incontrario, e che prevalga su quello cosmologico quello del kairòs, certamente “tempo opportuno”, ma a volte incomprensibile alla nostra ragione.

La mediazione tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare è un altro punto della questione. Il dover-fare qualcosa e non altro è un imperativo categorico sempre più in crisi, sopraffatto dalle tecno-scienze e dalla legittimità del libero arbitrio. Si tratta di vedere, anche qui, dove sta il limite, dove sussiste un con-fine.

Da un punto di vista etico generale bisogna forse decidersi a superare il giudizio sui cosiddetti “atti categoriali” o singoli, che di per sé, se non corrispondono al comune sentire morale, sarebbero sempre condannabili, e scegliere la nozione di opzione fondamentale (cf. K. Rahner in Uditori della parola, Borla), che è in grado di dire come è quell’uomo-quella-donna-lì, magari nel loro fondo buoni, al di qua e al di là delle azioni singole, sempre che queste non mettano a repentaglio i fondamenti della vita umana.

Essere “mali” (malvagi) non coincide con il mancato rispetto della “promessa” in una sorta di coerenza assoluta, ma con il suo mantenimento, mediante il riconoscimento di una verità nuova, come può essere un rapporto affettivo che nasce, cresce e si verifica nel tempo.

Si può tergiversare nel riconoscere che le cose sono cambiate, esitare a confessarlo financo a se stessi, ma prima o poi la verità si fa urgente, prorompe, si manifesta come un’epifania dolorosa e nuova, ma non per questo inficiata o ridotta, anzi.

Riconoscere la fragilità di ciascuno è un dono e perfino un desiderio, che rompe gli argini delle con-venienze e dei convenevoli (a volte svenevoli), e cresce facendo crescere chi sta lì, tutt’intorno, grandi e piccoli, ché le prove sono appunto tali perché “provano” la capacità di cambiare, di re-sistere, cioè di consistere della propria unicità irriducibile, a ogni costo, per essere semplicemente se stessi.

Abbassare lo sguardo o nascondersi dietro immaginarie realtà o pretese malsane di dominio, è non solo ingiusto ma anche inutile, così come pretendere di governare sentimenti di altri, in funzione del proprio orgoglio o di convincimenti vetusti e morti. Liberiamo tutte le verità che conosciamo, come il vento che vibra tra gli alberi, dalla finestra di casa, in questa sera stranita di maggio, quando forse un Rosario sarebbe medicina soave.

A Illegio quest’anno organizzano qualcosa che ha a che fare con la verità nascente dal groviglio dei sentimenti, de l’amore, e produce il senso dell’autentico, anche attraverso lo struggimento del dolore. Caro lettore, vacci, può essere illuminante.

riconciliarsi

Caro lettor domenicale,

giornata perfetta per la bici. Giù verso la nostra Bassa, lungo lo Stella di nuovo rigonfio d’acque. Precenicco e il suo ponte di legno verso la Casa del Marinaretto. Pausa silente a guardare l’ansa che porta verso la Laguna. Uccelli chioccolano nella boscaglia oltre il fiume. Pensieri diversi a rincorrersi, come le rondini sfreccianti contro l’azzurrità di un cielo finalmente sereno.

In certi momenti della vita, dopo tanto tremore, paura, perfin terrore, giunge lentamente, anche se tra mille patemi, un momento di calma, di chiarificazione, quasi di pacificazione con se stessi e con gli altri. Accade come se l’ansia e l’insicurezza, perfino la precarietà del vivere, a un certo momento trovino requie e risoluzione, compimento positivo.

Ti hanno detto che stai bene, sei stato rassicurato sulla verità della tua vita, puoi contare su chi e su ciò in cui credi… ed ecco che avviene una sorta di pacificazione, soprattutto con te stesso. L’ansia del dubbio se ne va e tornano le forze. Certamente avevi pensato se ci fosse stato qualcosa avresti trovato le forze per affrontare il “qualcosa”, o Qualcuno te le avrebbe date, come insegna le teologia classica. Ma non sarebbe bastato. Il pensiero che puoi contare solo sulle tue forze, sulla salute, sulla conoscenza che hai, per lavorare e guadagnarti da vivere ti avrebbe turbato, non poco.

E invece stai bene, e puoi riprendere con lena un percorso mai di fatto abbandonato, perché non hai “perso un colpo” sul lavoro, nel frattempo. Vi sono poi altre dimensioni del tuo vissuto, che invece continuano a darti pena, e a questo punto non puoi far niente, se non rispettare chi ti sta attorno, i suoi equilibri, se possibile, i tempi di decantazione delle cose, delle novità, delle incertezze, delle precarietà.

E il passo più difficile è perdonare le offese ricevute e chiedere perdono per le offese inferte, dove la verità delle intenzioni è sempre dubitabile, perché siamo umani, nei limiti dell’imperfetto e dell’egoismo, dell’insensibilità e perfino, talora, del male.

Il male è una privazione, come insegnava sant’Agostino (defectio boni, deficienza di bene), e dunque bisogna guardare le cose nella loro interezza, dove tutto-si-tiene, tutto diventa un corpo mistico, dove l’Uno della nostra vita è Verità, e in quanto verità è Bello e infine è Bene.

Fare del Bene è bene, come nel detto di Gino, qui sopra, perché ogni bene ne porta altro, anche nella verità, a volte dolorosa  e a volte gioiosa, della vita.

Che tu comprenda o meno il senso profondo del mio scritto caro lettore non è importante, importante è se riesco a porgerti una mano e tu a prenderla.

A love supreme, il male e l’inesistente

Caro lettor paziente,

John Coltrane nella mia giovinezza, insieme con Miles Davis, Mc Coy Tyner e altri, del free iazz, nobilissimi. “I will do all I can to be worthy of Thee O Lord./ It all has to do with it./ Thank you God (…) God Breathes through us so completely,/ so gently we hardly feel it, yet,/ it is our everything./ Thank you, God./ … Scriveva Coltrane.

Un amore supremo, cantava e canta per sempre con il suo meraviglioso sax, quando forse ormai il male supremo lo stava portando via nei secondi ’60. Lo ascoltavo alternandolo a volta con Chet Baker, specie quando mi prendeva un’inspiegabile melanconia e allora la tromba discreta dell’uomo bianco duettava nella mia anima con il sassofono del nero.

Avevo bisogno di ascoltare quei suoni rarefatti, finché non mi rasserenavo, e allora non c’era che Solea, Miles Davis dal vivo a Montreux con Quincy Jones. Le note dei solisti si connettevano a sentimenti miei, reconditi e gelosi, togliendo il marùm dei miei giovani anni, il fiottare dell’ansia, e ancora, che è passato tempo, ancora. Ora per diverse ragioni e stagioni, ora. Ma la musica, un doppio pregare della creatura, mi accompagna. Il vento si è fermato tra le foglie, come il fermarsi del vecchio efficiente vinile che ascolto, dopo averlo ripulito con cura. Come se stessi coccolando la mia anima spirituale, o l’anima di chiunque abbia bisogno di me, a guisa di guida alpina, capace di trovare una traccia del sentiero, prima confuso e ora forse rischiarato, almeno un poco.

La musica è più potente di ogni parola, perché si intrattiene tra le pause, è figlia del silenzio, e non si traduce. La musica trasforma il senso dello stare-al-mondo, lo avvolge, gli dà una trasparenza e una speranza. Anche il Requiem di Mozart o quello di Verdi, lo Stabat mater del giovine Pergolesi, il Nunc dimittis di Haendel e la Messa in Si minore del Kantor di Lipsia.

E Otis Redding sussurrante The dock of the bay, scritta prima dell’ultimo volo sul lago.

Sembra a volte essere armonia di sfere altissime, celesti, coro di angeli, mentre l’umanità si arrabatta o dà anche il peggio di sé.

Ho sentito il presidente Mattarella, non so se male imbeccato, dire una cosa sbagliata dopo il rogo di Centocelle, dopo la morte di Elizabeth, Francesca e Angelica… che si è trattato di un “atto al di sotto del genere umano“. No, Presidente, è un atto dell’uomo, ma dis-umano. L’uomo può fare cose così e le fa, così come può commentare sul web “Tre zingari in meno“. Il male costituisce in qualche parte l’uomo, è nell’uomo, come scelta di rifiuto del bene, come egocentrismo egolatrico, come ignoranza colpevole, come crudeltà, come freddezza, inganno, an-empatia, odio, vendetta,  come umanità irredenta.

A love supreme canta John Coltrane e altri umani vomitano l’indicibile, questo è il concerto talora stonato del mondo, cui dobbiamo attenzione, cura quotidiana, ascolto, condanna, sanzione, con lo studio, la riflessione, il lavoro, la preghiera.

Ma c’è anche un altro estremo che voglio cantare, malinconicamente. Il canto di Coltrane sta di fronte al suo contrario come l’ente sta di fronte al ni-ente, come l’essere sta al nulla. Se il canto di Coltrane è l’esistente, nella foschia lontana si intravede l’inesistente, che è tale solo perché non si vuole ammettere che esiste. E così, come ogni ente ha il suo nulla-di-ente, così ogni esistente ha il suo contrario, che esiste anche di più: apparente contraddizione solo per il senso comune, ma lineare nozione metafisica. Ebbene: anche se io stesso posso risultare in-esistente per alcuni, dichiaro che exsisto, eccome, per la gloria di Dio e del canto d’amore supremo di John Coltrane.

Balaustrata di brezza/ per appoggiare/ la mia/ malinconia.” (G. Ungaretti)

L’essere, il linguaggio e la scrittura

Il processo di ominizzazione è iniziato circa 4/6 milioni di anni fa, quando da un fascio filogenetico si sono distinti esseri in grado di scendere dagli alberi, di ergersi nella savana a vigilare e scrutare e infine a scoprire il fuoco e la possibilità della cottura della carne. Così insegnano le più recenti ricerche paleoantropologiche. L’Homo Naledensis, recentemente scoperto In Africa meridionale, sembra essere l’ominide da qui poi sarebbe derivato l’Erectus e il Sapiens, che risale a non più di circa 150 mila anni fa, cioè noi.

La cottura dei cibi ha sicuramente giovato allo sviluppo delle facoltà cognitive nel sistema neurale, fino a creare le possibilità di una proto-fonetica fisica, soprattutto con lo sviluppo delle corde vocali e dell’osso ioide, atta allo sviluppo di un primo linguaggio che può dirsi “umano”.

Si può pensare dunque che i nostri antichi iniziarono a comunicare, prima con i gesti e successivamente con borborigmi semplici che diventarono sempre più sofisticati fino ad essere un linguaggio, con significati codificati e condivisi.

Questo si è trattato nel Caffè Filosofico di iersera, a cura di due esperti, uno psicologo e un medico. Peccato che non si sia parlato della scrittura, perché, dopo la codifica di suoni significanti qualcosa, l’uomo ha cominciato a produrre pittogrammi, cioè segni significanti qualcosa, sulle prime di carattere solo iconico-ideografico e, solo molto più recentemente, forse non più di 4000 anni fa (Ugarit) la produzione di sintesi sillabiche, prodromo della costruzione di parole e frasi. L’indoeuropeo può essere considerato un po’ la base di quest’ultima radicale e evoluzione, con i suoi discendenti come le lingue fenicia, quelle semitiche, e infine il greco arcaico e antico (cf. A. Marcolongo, La lingua geniale, Laterza 2016).

L’essere, il pensiero e la scrittura. Si può dire che in qualche modo sono “apparentati”, non nel senso di essere-la-stessa-cosa, ma dimensioni della cosa stessa secondo prospettive diverse: si può dire che la con-sistenza sostanziale delle cose si può pensare e si può scrivere. In questo senso hanno ragione Heidegger e Wittgenstein, che attribuiscono al linguaggio una verità ontologica. Le parole dicono le cose e esprimono i pensieri, anche se in modo diverso. Le cose sono sempre più ridondanti rispetto alla loro descrizione, così come i pensieri non sono mai del tutto esprimibili con la parola scritta.

Per questo bisogna vigilare sul linguaggio, sulle parole che si dicono o si scrivono, perché ogni parola pronunziata ha un peso, provoca conseguenze, come a me è successo di subire qualche giorno fa. Parole forse un po’ troppo “in libertà” mi hanno creato, per la loro provenienza specialistica (medica), qualche non banale patema d’animo, oggi fugato da analisi cliniche negative, parole che hanno generato preoccupazione e sofferenza psicologica, intervenendo con la loro “verità” situata in un tempo quando non era ancora possibile smentirle. Bisogna stare molto attenti a quello che si dice, evitando diagnosi azzardate, così come insulti e giudizi incongrui (pregiudizi), sempre, non apostrofando le altre persone a male parole, non usando le parole come clave, ma come modi di accesso all’altro, alla sua spiritualità, alla sua verità di persona.

L’essere è dunque pensiero e linguaggio, parola e scrittura, e perciò stesso va considerato come qualcosa che il linguaggio, la parola e la scrittura dicono e fanno esistere.

Come non si deve mancare di rispetto alle persone proferendo insulti, così non si deve mancare di rispetto alla parola, usandola senza discernimento.

Silenti spazi dello spirito

Pedalando per contrade di prima mattina nel festivo giorno di maggio si colgono silenti spazi e quasi sovrumani, come canta il giovin favoloso di Recanati. Strade senza fine deserte, campi a perdita d’occhio, campanili oltre le cime di lontani pioppeti, incombenti quando li attraversi, cielo, questo cielo alto del confine con nuvole dalle forme cangianti. Il viaggio è lento e senza fatica, la frescura dell’ora piacevole, i pensieri vagolanti dall’animula mentis nostra.

Non vi è meta, ma solo un andare-verso, un viaggio, pur breve, nella silenziosa campagna. Stridii di rondini attorno ai campanili e improvvisi scrosci di rintocchi nunzianti la Messa eterna, che ti scuotono dai pensieri sparsi tra acque torbide e pure sorgenti. La luce del tardo mattino ti raggiunge, e ti consola della mancanza, della lontananza, nella perduranza, nella tardanza.

Villaggi lontani si annunziano con lentezza, le prime case, l’abbaiar dei cani, l’incresparsi dell’erba, e un vento leggero, come quello del profeta Elia, ti avvolge, e allora puoi pensare di appartenere all’Eterno essente, anche se a volte brancoli nell’incertezza. Sembra che il limite delle cose confini con l’infinito, così come ogni pensiero, e con l’eterno. Ogni giorno è dono e inquietudine, ogni ora è ricerca del senso, ogni minuto battiti cardiaci e ciclo della respirazione, ogni secondo un inesorabile andare-verso, mentre tutto-si-tiene nel Tutto e totalmente dell’Essere.

Ma oggi è giornata da carcerati, festa granda per una comunione, per me scandalo, lontana anni luce dall’evangelo della semplicità. Sono vicino da sempre ai carcerati innocenti, e oggi ho provato per mezza giornata, più sgradevole di quando entro veramente nell’istituzione totale. Sono e sarò sempre con chi ha conculcata la propria libertà, in ogni condizione.

E’ con questi pensieri che mi è scesa lentamente la sera, a piedi per campi lontani, nel viridescente apparire di erba, coltivi e grandi alberi, olmi di trenta metri e querce e ontani lungo corsi d’acqua di nuovo fluenti, dopo le piogge. Pensieri miei lasciati nei canali, in attesa della notte e del sonno.

Robert Duvall e Kevin Costner viaggiano nelle praterie dell’anima, e con loro cavalco in spirito.

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