Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Gerusalemme! Gerusalemme!

Caro lettore,

il titolo è quello di un libro di Collins e Lapierre, ma l’intendimento mio è quello di parlare di questa città, ora che Trump l’ha sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo, e la sua decisione sta già provocando feriti e morti, la sua decisione, come atto concreto, ma insieme con la Storia, la grande Storia di questa città, di questa parte di mondo che si chiama per noi Vicino Oriente e Storia del mondo. Ed è anche un pezzo della storia recente dei presidenti americani: basta cercare sul web le dichiarazioni di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama in tema, tutti e tre decisissimi a proclamare Gerusalemme capitale di Israele!

Gerusalemme (in ebraico: יְרוּשָׁלַיִם‎, Yerushalayim, Yerushalaim e/o Yerushalaym; in arabo: القُدس‎, al-Quds, “la (città) santa”, sempre in arabo: أُورْشَلِيم‎, Ūrshalīm, in greco Ιεροσόλυμα, Ierosólyma, in latino Hierosolyma o Ierusalem, per antonomasia è definita “La Città Eterna“), capitale giudaica (del Regno di Giuda) tra il X e il VI secolo a. C., è la capitale contesa di Israele e città santa per l’Ebraismo, per il Cristianesimo e per l’Islam. E’ situata sull’altopiano che separa la costa orientale del Mar Mediterraneo dal Mar Morto, a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme.

Il luogo è citato in testi antichissimi fin dal II millennio a. C., ma il primo dato storicamente plausibile è la sua occupazione da parte della tribù Amorrita dei Gebusei e la successiva più solida conquista da parte del re Davide attorno all’anno 1000 a. C. I più importanti momenti successivi per la città si possono riferire al regno di Salomone. Il gran re fece costruire il Tempio, segno e simbolo di Israele per mezzo millennio, fino alla sua distruzione perpetrata nel 587 da Nabucodonosor, che deportò in Babilonia i maggiorenti ebrei. Un’altra data fondamentale è il 538, quando il re dei Persiani Ciro il Grande (e fu grande veramente), con un Editto liberò gli Ebrei che tornarono in patria e riedificarono il tempio e le mura della loro capitale. Nel 331 Gerusalemme fu conquistata da Alessandro Magno, come tutte le città e i regni fino al fiume Indo, ma la conquista fu precaria, poiché passò di mano ad altre dinastie egizie e siriache come i Tolomei e i Seleucidi, fino alla guerra di liberazione che, nel II secolo portò al potere la dinastia degli Asmonei, mentori i bellicosi fratelli Maccabei.

Finché il generale e triumviro romano Gneo Pompeo la conquistò (63 a. C.). Il secolo successivo vede le vicende della nascita vita e morte di Gesù di Nazaret tra i regni dei due Erode, il primo detto il Grande, e il secondo detto Antipa. Tito, nel 70 e Adriano nel 132 d. C. soffocarono due tremende ribellioni popolari nel sangue, marcando il sigillo dell’Impero romano sulla Città, che fu distrutta di nuovo.

L’imperatore Costantino ridette vita cristiana alla città che resistette a vari tentativi di conquista, come quello di del re sasanide persiano Cosroe, poi sconfitto dall’imperatore bizantino Eraclio I, fino a quando arrivò l’Islam nel VII secolo, prima con i califfi Omayyadi di Damasco (638) e poi con gli Abbasidi di Bagdad. Nei tre secoli successivi si affacciarono altri conquistatori, come i Turchi Selgiuchidi di Malik Shah I. Furono infine i Fatimidi d’Egitto a impadronirsi di Gerusalemme, fino al 1099, quando la Prima Crociata li scacciò a un prezzo inenarrabile di sanguinose stragi.

Alterne vicende e varie crociate non impedirono la riconquista musulmana della città, soprattutto a partire dalle imprese di Salah-el-Din. Dal XVI, dal regno del sultano Solimano il Magnifico,  e fino al 1917 Gerusalemme fu sottoposta al dominio turco-ottomano della Sublime Porta di Costantinopoli. E siamo ai nostri giorni, al Protettorato britannico del generale Allenby (1917), alla proclamazione dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo dell’ONU per favorire la convivenza di cristiani, musulmani ed ebrei, con il Trattato sulla Partizione del territorio tra Israele e popolazione palestinese. Sappiamo comunque che ciò non bastò alla pacificazione dell’area. Tutt’altro.

Il resto è storia dell’ultimo mezzo secolo, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) alle “Intifade”, o giorni della collera, come quello in corso.

Eccoci al dunque, alla dimensione politica della decisione trumpiana.

Su questo vi sono posizioni diverse, variamente declinate. E’ evidente e più che ovvia la reazione forte del mondo arabo-musulmano, ma anche della “grande Turchia” di Erdogan e dell’Iran sciita. Più tiepida la reazione sunnita dei sauditi e dell’Egitto, perché le contraddizioni insite nel mondo musulmano dettano comportamenti e prese di posizioni a volte difficilmente comprensibili a noi occidentali. L’Europa ha reagito contrariata dalla decisione di Trump, soprattutto con l’attivissimo presidente francese Macron.

Se si dovesse dividere in due categorie le reazioni alla decisione del Presidente USA, si potrebbe dire che i politically correct non hanno condiviso, mentre gli altri, o sono rimasti in silenzio o hanno condiviso. Destra e sinistra si sono espresse -più o meno- come ci si può aspettare classicamente dai due schieramenti: a favore di Trump la destra, contro la sinistra. Papa Francesco ha invitato alla prudenza, saggiamente.

Ma la contraddizione in seno al popolo della sinistra sussiste: come la mettiamo con le dichiarazioni, oramai storiche, di Clinton e di Obama?

E con la Storia di cui sopra, come la mettiamo? Gerusalemme è la capitale di Davide, Goffredo di Buglione, di Saladino, di Solimano, di Allenby o di Ben Gurion e di Golda Meir? E’ la capitale di Arafat o di Rabin? Di Abu Mazen o di Netanyahu? Se dovessi esprimermi su questi due ultimi personaggi terrei per Abu Mazen, ma solo perché non sopporto Netanyahu. Ma così non funziona.

Non so quello che potrà succedere nei prossimi giorni, settimane, mesi, ma so che qualcosa doveva succedere di fronte allo stallo che caratterizza una trattativa trentennale. Che i due popoli, le due nazioni debbano convivere su un territorio così esiguo è fuori di dubbio e che ciò sia molto difficile altrettanto. Ma non c’è alternativa.

Come fare? Non esistono ricette e soluzioni facili, ma solo la ricerca paziente di un accordo che riconosca il diritto a Israele di esistere e prosperare, così come il diritto ad avere uno stato alla nazione palestinese, con i corollari fondamentali del territorio, della disponibilità di acqua, energia, di un’economia capace di creare lavoro e reddito diffuso. La miseria è sempre fomite di disastri, così come l’indisponibilità al dialogo, l’incapacità di ascolto, il razzismo.

Vedo che comunque ancora manca la pazienza della riflessione razionale, dell’argomentazione logica, lasciando così lo spazio all’ideologismo più vieto. La divisione non dovrebbe essere tra chi “tiene per” Trump e chi lo avversa, ma tra chi ragiona con l’intelletto disponibile e chi preferisce, spesso per pigrizia o per ignoranza, essere contro comunque, a prescindere, e a favore  di qualcosa d’altro, comunque, a prescindere.

Personalmente ritengo che la decisione americana su Gerusalemme sia stata sbagliata, soprattutto perché inquinata da esigenze di politica interna USA, e da intenti legati a battaglie politiche che poco hanno a che fare con i diritti dei popoli israeliano e palestinese, non perché errata in assoluto.

Gerusalemme è storicamente la capitale di Israele, ma, se alziamo lo sguardo oltre la contingenza, e anche oltre la Storia, è anche la capitale del popolo palestinese, e, di più ancora, è la capitale spirituale di tutto il mondo, al pari di Roma, di Atene, di Istanbul, di Benares, su questo piccolo meraviglioso Pianeta.

La bandiera della Regia-Imperial Marina (Reichskriegsflagge) del Secondo Reich e altre facezie o stupidità sul web

…è quella esposta in una caserma dell’Arma in quel di Firenze, caro compagno Fratoianni, nulla di nazista, ma molto di prussiano, compresa l’aquila arrogante e certamente aggressiva del logo-marchio teutonico, anzi, teutonicissimo. Almeno informati, se non vuoi formarti con elementi fondamentali di Storia dell’Europa contemporanea. Un’aquila gradita a quel mondo, certamente militarista, che ha caratterizzato molta storia di quella grande nazione europea, dove l’aristocrazia junker aveva molto peso, ma anche dove, sia pure soprattutto per contrastare il socialismo nascente, ma non solo, il gran Cancelliere Ottone di Bismarck costruiva il primo sistema pensionistico europeo sul finire degli anni ’80 del XIX secolo. Ecco una fake new della più bell’acqua!

La bandiera di guerra tedesca come quella appesa in caserma era di uso comune nella prima guerra mondiale: aveva i colori nazionali della Prussia in bianco e nero, l’aquila prussiana, la croce nordica, con il tricolore rosso bianco-nero imperiale tedesco nel cantone superiore con una croce di ferro. E’ il vessillo di guerra del Secondo Reich, precedente rispetto al nazismo ma molto usato dai militanti dell’estrema destra.” (dal web)

Ma ciò non significa nazismo, né fascismo, bensì ignoranza crassa, da parte -probabilmente- del giovane carabiniere della caserma Baldissera, e pure dell’onorevole Fratoianni, meno escusabile del militare, o no?

Forse bisognerebbe chiamare l’uno e l’altro a un corso accelerato di storia contemporanea, per spiegare loro chi sia stato il colonnello von Stauffenberg, junker prussiano, che nell’estate del ’44 attentò alla vita di Hitler, non riuscendo per una serie di circostanze, nel suo intento. E anche di tutti i contrasti che spesso divisero le visioni del Führer da quelle degli alti gradi militari della Wermacht.

Non sto qui a difendere l’esercito tedesco che fu responsabile di efferatezze inenarrabili durante il Secondo conflitto mondiale, ma semplicemente a dire che è bene informarsi prima di parlare a vanvera.

E’ evidente che va indagata la ragione per cui il giovane carabiniere si è sentito di esporre quel vessillo, visto che da tempo la sua simbologia è stata assunta come segno di appartenenza a movimenti di destra estrema, e che ciò non è consentito, in nessun caso, a un militare dedito alla tutela dell’ordine pubblico democratico dell’Italia. Ignoranza, superficialità, vittima della disinformazione telematica? Di tutto questo un po’?

Oggi peraltro si parla non tanto di verità che rispecchi la realtà dei fatti, ma di post-verità, che non importa la rispecchi, ma basta la adombri, sia veri-simile, altro che disquisizioni filosofiche sul vero e sul falso!

Un’altra facezia o, meglio dire, stupidità pericolosa: la foto di Salvini imbavagliato con la scritta BR sullo sfondo, manifestazione di idiozia allo stato puro, opera di minus habens da censurare e da proporre per una rieducazione quasi “alla cinese”. Scherzo, ma di fronte a certe azioni viene proprio da dirlo.

Continuiamo. Si legge ogni giorno le nuove del dittatorucolo nordcoreano, ma quanto di ciò che si legge corrisponde a verità e quanto è dovuto alla sbrigliata fantasia dei titolisti-cronisti del web? Altro: siamo sicuri che gli israeliani hanno bombardato un sito militare iraniano in Siria sabato scorso, o è un filmato vecchio o contraffatto?

In realtà, visto che nessuno può verificare del tutto ogni fonte di notizia, anche quando appare evidentemente implausibile, l’unico rimedio è l’informazione, l’acculturazione, la conoscenza, la cultura, in definitiva. E questo va detto e ripetuto, specialmente ai giovani che possono essere le vittime sacrificali di questo mostro a enne teste che è l’informazione disinformante e deformata.

E infine, per me fake news sono tutte le stupidaggini, imprecisioni, banalizzazioni, stereotipie, approssimazioni, sciatterie espressive che contraddistinguono la stragrande maggioranza dei discorsi soprattutto dei politici che si sentono e si leggono. E’ desolante il quadro che si presenta quasi ogniqualvolta un politico, di qualsiasi schieramento sia, prende la parola su qualcosa: le affermazioni sono sempre apodittiche, le riflessioni spesso senza capo né coda, la logica zoppicante, un’incapacità radicale di apprezzare le proposte altrui, come se questo fossero, proprio perché altrui, naturalmente sbagliate o insensate. E mi prende una noia desolante o una desolazione noiosa. Dai 5S al PD, dai Fratelli d’Italia alla Lega a Forza Italia, fino ai piccoli agglomerati più o meno raccogliticci che vagolano in cerca di consenso, non vi è, se non rarissimamente, uno spunto, un’idea, una proposta intelligente od originale.

Cultura personale da migliorare ed Etica della comunicazione da applicare dovrebbero essere progetti di vita obbligatori per ognuno e per tutti.

Cirint lis olmis di Diu, cercando le tracce di Dio

Cito pre’ Toni Bellina, sacerdote friulano, grande scrittore, uno dei maggiori del XX secolo nella lingua della nostra Piciule Patrie furlane, come scrive don Federico Grosso nella sua dissertazione dottorale, ostico e vilipeso, orgoglioso e umile. Nato a Venzone, esiliato nell’incantevole valle di Rivalpo e Trelli, tra i monti Sernio e Tersadia, dove le solitudini non sono mai senza una traccia di chi si può provare a cercare, e se lo si cerca significa che lo si è già trovato (Agostino).

Tornato in pianura fino alla sua dipartita (2007), non prima di aver completato la traduzione in friulano della Bibbia, lavoròn  quasi luterano iniziato dal suo maestro pre’ Checo Placereani, un ventennio prima.

Per anni tenne una rubrica sul settimanale diocesano dal titolo che ho ripetuto qui, e che ho ivi tradotto per i miei lettori non friulanofoni.

Cercando le tracce di Dio. Dove? Caro lettor mio, anche tu stai cercando le tracce di Dio? Io sì, anche quando sono nervoso come oggi, soprattutto quando impreco e divento insopportabile e ostico assai più di pre’ Toni, con cui ho condiviso un certo ascetismo, un esercizio della fatica e, in una certa misura, talora, anche del dolore.

Tracce di Dio nell’esistenza di ciascuno di noi si possono trovare, anche da chi non crede nell’ipotesi di questa Trascendenza ineffabile, di questo Essere Incondizionato, di questa Intelligenza suprema e soave, nascosta ed evidente (cf. Sapienza 13), infinita e particolare, creatrice del tutto e contenuta nel cuore di ogni uomo.

Un atto di fede il mio? O di speranza? La fede senza dubbio è fideismo, la fede con speranza è umile. A volte l’ipotesi di Dio sembra folle, quando la riflessione razionale che si basa sulla logica umana cerca mostrazioni implausibili, come attestano i generosi tentativi di Sant’Anselmo di Canterbury e di San Tommaso d’Aquino. Non  ce la può fare la mente e l’intelletto umani a penetrare il fitto mistero d’ombra inesauribile che vela e ri-vela (si noti l’ambiguità del verbo iterativo) la Presenza come presente-assenza.

E allora non ci resta che cercare le tracce, lis olmis, in friulano, le orme, le impronte, di questa (Presenza).

Leggiamo la prima parte del capitolo 13 del Libro biblico della Sapienza, versetti da 1 a 9, risalente al III o IV secolo a. C., più o meno, di autore ignoto, di scuola filosofica stoico-ellenistica, probabilmente.

1 Davvero stolti per natura tutti gli uomini/ che vivevano nell’ignoranza di Dio,/ e dai beni visibili non riconobbero colui che è,/ non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
2 Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile/ o la volta stellata o l’acqua impetuosa/ o i luminari del cielo/ considerarono come dèi, reggitori del mondo.
3 Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,/ pensino quanto è superiore il loro Signore,/ perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
4 Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,/ pensino da ciò/ quanto è più potente colui che li ha formati.
5 Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature/ per analogia si conosce l’autore.
6 Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,/ perché essi forse s’ingannano/ nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
7 Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,/ ma si lasciano sedurre dall’apparenza,/ perché le cose vedute sono tanto belle.
8 Neppure costoro però sono scusabili,
9 perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,/ come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?

Che possiamo dire? Che si tratta del vaneggiamento di un poeta sconosciuto?

Oppure di parole suggerite dallo Spirito che aleggia tra i rami degli alberi senza violenza e poi va dove vuole? Magari nei pensieri dello sconosciuto poeta palestinese, oppure tra i tuoi o i miei pensieri, caro lettore?

Io penso, ma forse è meglio dire, sento, che qualcosa che è Qualcuno è presente, sempre, in  noi, paziente, silenzioso, senza pretese, rispettoso della nostra libertà di esseri imperfetti e dolenti, nervosi e talora impazienti, feroci e di nuovo pacifici, ma sempre pronti ad aggredire e offendere.

Non dunque la prova ontologica del monaco benedettino diventato vescovo di Canterbury, né le prove metafisico-cosmologiche del Dottore angelico, ma l’atto di fede, il sentire profondo del cuore può forse metterci sulle tracce di Dio, anche se con il rischio di perdere il sentiero a ogni svolta, a ogni tornante, perché l’itinerario è in salita, o a ogni successivo contrafforte della montagna che si sta scalando.

Non abbiamo che da cercare le tracce, come i pellerossa delle grandi pianure dell’Ovest americano, che inseguivano le mandrie dei bisonti, e ne uccidevano solo quanti bastavano alla tribù per passare l’inverno, non di più, senza la cupidigia tipica dei “civilizzatori” venuti dall’Est, a volte armati di pistole, fucili e Bibbie.

Il Grande Spirito li aiutava, ed era Spirito e parlava attraverso gli antenati saggi con gli “uomini della medicina” della tribù, rispettato in quanto Grande e in quanto Spirito. E chi è questo Grande Spirito, e chi è il Brahman, e chi è il Tao, e chi è Dio-Yahwe-Allah? Chi?

Cercando le orme di Dio, indugio questa sera, in silenzio.

La bellezza del cielo

Il mio amico medico dottor Massimiliano mi racconta di aver visitato un centro per bambini ciechi e di aver condiviso con loro per un’ora e mezza il vedere… nulla, stando completamente al buio. Le luci erano spente e le imposte chiuse del tutto, per creare una condizione analoga a quella di chi non ci vede.

Nel buio la vita cambia, mi dice, anche sorseggiare una birra sembra diverso, le voci… sono diverse, gli spazi diventano incomprensibili per il vedente, mentre sono noti al cieco, che li padroneggia senza problemi. E dicendo queste parole mi fa ricordare un mio amico musicante straordinario, Armando, che ti parla sorridendo dal suo buio luminosissimo e ti riconosce dal passo: “Ah, sei tu, Renato… è qualche tempo che non ci vediamo” Appunto “che non ci vediamo“. Per Armando vedersi è sentirsi, annusarsi, toccarsi. Altri sensi funzionano, e molto meglio che in noi vedenti. Lui sente e odora ciò che noi vediamo, intuisce ciò che noi argomentiamo vedendo, sperimenta con gusto ciò che noi trascuriamo.

Un’ora e mezza al buio ma in mezzo a tanto fervore vitale. E all’uscita l’esclamazione gli prorompe dal fondo dell’anima: “Ma quanto è bello il cielo, che bello è camminare, che bello è parlare, che bello è annusare, che bello è fare silenzio guardando, che bello è contemplare.”  Un’esclamazione improvvisa e irresistibile, dal cuore, da un sentimento finora silenziato, da una sensibilità finalmente potenziata.

In verità di questi tempi strani e difficili è venuta meno la facoltà della contemplazione, non ci accorgiamo di tutta questa bellezza, passiamo oltre dandola per scontata

E invece nulla è scontato, perché tutto è dono, tutto è gratia gratis data, come l’anima nostra immortale, divina.

Incontrare il dolore, oppure la mancanza di qualcosa, il male-defectio boni, insegna la vita.

Stamattina, mentre arrivavo alla fabbrica eroica della Pedemontana, ecco la neve sul Ciaurlec, bianchissima, intonsa dagli ottocento metri in su, e sul Raut, sul Resettum asperrimo e sul Cornaget, remoto nella valle più ascosa. Il cielo di un’azzurrità infinita, come capita quando l’aria si fa fredda e l’inverno incombe.

Questo pomeriggio, andando io per l’ultimo impegno quotidiano, una lezione, il cielo osservavo plumbeo, quasi di neve, ma a occidente uno squarcio, quasi un trapezio irregolare, d’azzurro, ancora, permeato di venature color viola. E mi sono incantato, memore del detto della meraviglia. Eppure i colori sono l’inganno ottico della luce, che te li presenta in tutta l’indicibile varietà delle sfumature.

L’incanto, lo stupore, la meraviglia ti prendono se ti fai prendere, finalmente libero dagli affanni del fare, dell’essere-presente-sempre dove ci si aspetta tu lo sia, a dire, a rispondere, a operare per produrre beni o servizi, e denari e reddito, per te e per gli altri.

Non possiamo permetterci di evitare la nostra funzione operativa nel mondo, il nostro contributo economico alla civile convivenza, non possiamo.

Però possiamo ogni tanto fermarci, e sostare sul ciglio della strada a guardare l’infinito spazio che ci separa dalle stelle.

Tra operatività e strategia

Il mio amico Gianluca, che dirige una grande azienda friulana, mi ha offerto un’interessante endiadi o sintagma di economia pratica: il rapporto tra l’operatività gestionale quotidiana di un’azienda e la strategia di sviluppo che la proprietà può avere in mente per il futuro. Si tratta di due dimensioni che si conciliano in un circolo virtuoso solo se si riesce, comunque, a tenerle anche rigorosamente separate, sia nella “testa” dei gruppi dirigenti, sia nella prassi dell’agire concreto.

L’operatività quotidiana è necessaria per la vita dell’azienda, ovvero di ogni struttura organizzata. Si tratta di governare processi e flussi lavorativi, decisionali, progettuali che hanno una scansione giornaliera, settimanale, mensile o pluri-mensile, secondo un normale diagramma di Gantt/ PERT, i cui protagonisti sono dirigenti, quadri, impiegati e operai a tutti i livelli, ciascuno nel suo ruolo. La figura più adatta a governare l’operatività è senz’altro quella del direttore generale (general manager).

La strategia, invece, appartiene al pensiero creativo di chi ha la vision, cioè la proprietà, che può immaginare il futuro come progetto, come percorso anche pluriennale, su cui investire energie, risorse economiche e soprattutto lavorare per la crescita del fattore decisivo in ogni organizzazione, il patrimonio umano. Ecco: siamo di nuovo a questo concetto. Il fattore umano, nella sua espressione virtuosa e anche nelle sue difettosità, resta e si conferma come il più importante dei fattori coinvolti in un’attività economica organizzata, come può essere un’azienda odierna. Questo principio generalissimo vale anche per qualsiasi altra struttura umana organizzata, oserei dire, in ogni situazione.

Parlavo in questi giorni con il direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose della mia diocesi, e ricordavo come una ventina di anni fa fui coinvolto dall’allora direttore della Caritas, il mio carissimo amico don Angelo, per ripensarne il modello organizzativo. Lui si rendeva perfettamente conto che occorreva dare alla struttura di quel fondamentale “centro pastorale” della chiesa locale una organizzazione più razionale, dove si distinguesse in maniera rigorosa l’operatività quotidiana del soccorso alle persone, dalla progettualità più impegnativa che concerneva anche una pedagogia della carità, atta a far crescere spiritualmente le persone stesse.

E dunque si lavorò insieme con molti, presbiteri e laici a ripensare quella organizzazione, riuscendo a conciliare, mi parve egregiamente, lo spirito della Caritas, con la sua efficienza, fattore non secondario anche ad una lettura evangelica della carità non ferma alla catechesi dottrinale, ma profondamente innervata e incarnata nella vita concreta di donne e di uomini e della società tutta.

Mi sono poi accorto che l’analisi di Gianluca, da cui sono partito, corrispondeva, quasi sovrapponendosi ad essa, alla visione antropologica che io ho chiamato anche in questa sede, più volte, come prospettiva dei “due sguardi”, cioè lo sguardo sul qui-e-ora e lo sguardo di breve-medio, che consentono di separare i due modi e momenti, anche psicologicamente: l’impegno mentale, progettuale, programmatico e pianificatorio, rendendoli opportunamente e diversamente efficaci.

Vi è una virtù sopra tutte che aiuta a realizzare questo doppio binario operativo, forse due, l’umiltà in primis, e secondariamente la pazienza: due virtù tipiche della tradizione benedettina, che nel mondo occidentale per prima applicò criteri antropologici all’organizzazione ecclesiale dei monasteri. Ancora oggi la Santa Regola del Patrono d’Europa può costituire ispirazione feconda per chi dirige aziende o enti che fanno conto del lavoro di molte persone, ciascuna nel suo ruolo e nella sua mansione, ciascuna con la sua propria responsabilità e ognuno con una responsabilità verso tutti.

I due sguardi, ovvero la visione operativa e quella strategica sono la linea guida di ogni intelligente modello organizzativo che fa conto della condivisione di un progetto, e insieme di ogni differenza intellettuale e professionale, ricchezza inesauribile e integrabile in una struttura che vive e cresce armonicamente per conseguire un bene comune.

Non occorre essere un whistleblower per dire la verità…

anche se a  volte fa male, e può anche provocare disguidi o danni a chi la dice. Perfino la perdita del posto di lavoro, come è capitato a un gentiluomo nelle settimane scorse che denunziò le Ferrovie Nord per qualche malversazione interna a quell’azienda. Ora il legislatore ha promulgato una legge che sembra possa tutelare la persona onesta, che magari ha sgamato un imbroglione proprio sul posto di lavoro. Si tratta di morale naturale, direi, praticata con semplicità da chiunque, se provvisto/ a di principi etici, specie se introiettati da giovane, anzi da giovanissimo/ a.

La legge di cui si parla dovrebbe garantire anonimato e tutele per chi rivela atti e fatti scorretti o in violazione di norme e leggi. Esistono molte leggi, in America e anche qui da noi per proteggere i testimoni. In Italia, com’è ovvio, esiste il Codice Civile e quello Penale, e un corpus iuris di tutto rispetto, abbiamo la “legge Severino” dal 2012 per contrastare la corruzione, dal 2001 è in vigore il Decreto legislativo 231, quello dei Codici etici, di cui mi interesso da quasi un decennio, studiandolo e praticandolo in concreto come presidente di alcuni Organismi di vigilanza aziendali. Anch’io dunque sono stato e sono destinatario di segnalazioni e denunce, che tengo ben riservate nell’ambito del mio ufficio di presidenza. E agisco indagando o facendo miratamente indagare fino ad avere una ragionevole certezza di verità e poter così fornire indicazioni alle direzioni aziendali di riferimento.

Ma, vien da dire, l’uomo contemporaneo, a quasi quattromila anni dal Codice caldeo di re Hammurabi, a duemila e trecento dal primo corpus latino delle XII Tavole, e a millecinquecento dall’emanazione del Corpus iuris civilis  dell’imperatore Giustiniano, ha ancora bisogno di norme, di tutele, di regole scritte per potersi permettere di dire la verità di fatto, al fine di ottenere anche una verità di diritto, o processuale, se serve. Ecco: la verità di fatto è sempre e ancora, o può esserlo, diversa dalla verità di diritto, perché resta plausibile la condanna di un innocente, anche a morte dove vige questa orrenda pena, oppure l’assoluzione di un colpevole. L’imperfezione umana.

Che sia però necessario tutelare chi svela ipotesi serie di verità è quantomeno singolare. Testimoni della verità variamente declinati: trovo sul web Julian Assange accanto a Giacomo Matteotti, Serpico e Edward Snowden, e tanti altri che più o meno coraggiosamente hanno svelato atti e misfatti. C’è una certa differenza tra Assange e Matteotti, caro il mio lettore? Penso di sì.

E dunque  che dire? Che l’uomo creatura imperfetta, parente autoconsapevole dentro il regno animale, può fare e disfare la verità, come gli pare, essendo la verità una declinazione particolare della realtà, con la quale non coincide sempre, ovvero sì, ma non nella consapevolezza condivisa. La verità è realtà che si fa certezza per evidenza o per comunicazione di notizia attendibile. Questo è il punto: l’evidenza è al di sopra di ogni sospetto, è la prova provata, è l’habeas corpus sempre richiesto nei processi, ma la comunicazione di notizia non lo è, sempre e comunque, perché vi può essere la falsa testimonianza, e uno dei Dieci Comandamenti sinaitici (Esodo 20, 16), l’ottavo, la proibisce severamente, così come il Codice penale italiano tuttora in vigore dal 1930.

Si può pensare all’essere umano come a un essere completamente sincero? O, comunque, dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, formula da tutti conosciuta delle testimonianza processuali, è opportuno, giusto, saggio? Sapete che sarei per dire, no. A volte non è il caso in un determinata situazione, a volte non è opportuno per il momento dato, a volte detta lì per lì potrebbe fare danni peggiori che a tacerla… insomma la verità può fare anche molto male, ma resta insopprimibile, soprattutto da un punto di vista morale. Infatti non vi può essere un’etica della menzogna, se non come paradosso  teorico.

Oggi abbiamo bisogno di una legge sul whistleblowing, e va bene, ma forse è il caso di insistere sull’educazione a una moralità di comportamenti sempre più solidale, attenta all’altro, educativa, umana, senza illuderci di raggiungere la perfezione, che non è di questo mondo, ma lavorando per avvicinarci ad essa secondo i limiti umani. Sarebbe abbastanza per cominciare a sorridere, anche perché pare che nello slang popolare whistleblower abbia un significato quantomeno spiritoso.

Il misticismo religioso cristiano e islamico nella storia e oggi

L’attentato jihadista alla moschea sufi di al-Rawdah, a Bir al-Abed, nel governatorato del Nord Sinai, mi suggerisce di trattare brevemente questo meraviglioso tema.

Il misticismo è un modo di porsi del sentimento religioso e filosofico che ricerca l’unione intima col divino, mediante l’ascesi e la meditazione interiore. Si tratta di una disposizione dell’anima tesa a una specie di dedizione totale, a una religiosità profonda e sincera.

Il termine trae origine dal verbo greco mùo, ein, cioè nascondere per far intravedere, quasi, da cui mystikòs.

E’ presente in tutte le tradizioni, in quelle orientali come l’induismo e il buddismo, che qui non tratterò, e anche, fortemente in quelle mediterranee, semitiche, o del libro, nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam.

Mi fermerei essenzialmente su queste due ultime tradizioni, a partire da quella cristiana.

 

NEL CRISTIANESIMO

Il misticismo cristiano, e questo lo si ignora molto, in verità, oggi molti preferendo le mode orientaleggianti magari mutuate dalla New Age, si è sviluppato nel tempo fin dai primordi della tradizione evangelica, con i Padri del deserto presenti nel delta del Nilo come anacoreti, e con le prime esperienze cenobitiche di Basilio il Grande, peraltro autore della prima regola monastica. Si è trattato di pratiche di vita e di preghiera di tipo ascetico che hanno influenzato e sono state influenzate a loro volta dalla teologia della chiesa nascente e poi, più precisamente dalle due tradizioni che si sono sviluppate anche separatamente, quella occidentale cattolica, e quella orientale ortodossa, almeno dai tempi del patriarca Fozio, IX secolo. Figure gigantesche, come quelle di Origene e di Agostino hanno a  che fare con queste tradizioni, così come in personaggi meno noti ai più, come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano.

Con questi personaggi il misticismo si collega alla teologia, ma con una metodologia che sposa, alla lettura e alla preghiera, un forte spirito e pratiche ascetiche, cioè esercizi di semplicità e di povertà materiale, quasi a contrasto di una ricchezza spirituale inusitata.

Più avanti nel tempo, prima per il tramite del composito movimento benedettino fin dal VI secolo, non vi è dubbio che la teologia ebbe a che fare molto con il misticismo, per dire, anche con il maggiore dei teologi medievali, quel Tommaso d’Aquino che è nella linea della mia formazione come nessun altro. Dimenticanza di sé, sobrietà di costumi, meditazione profonda e contemplazione sono gli elementi esistenziali dell’approccio mistico al sentimento religioso, e conoscono un acme straordinario nei secoli che vanno dal XII al XVI, con lo sviluppo, specialmente nel mondo benedettino di straordinarie esperienze. Nomi come quelli che seguono, san Francesco e santa Caterina da Siena per la tradizione italiana, Johannes Meister Eckhart, Heinrich Suso, Johannes Tauler, e badesse come Beatrice di Nazareth, Beatrice van Tienen, Hadewich e Ildegarda di Bingen, per la cultura religiosa germanica, ovvero per quella ispanica, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, costituiscono esempi straordinari di pratiche mistiche, che vanno dalla contemplazione estatica della Scrittura, con la Lectio Divina, prodromo inesauribile di ogni Sacra Doctrina, alle visioni, anch’esse di tipo estatico (che è uno stare-fuori-di-sé, dal greco èk-stasis).

In tempi più vicini a noi troviamo altre figure che qui preferisco non richiamare, perché di profilo di gran lunga inferiore a quelle sopra citate, come se il misticismo si fosse un poco perduto, con la modernità, eccezion fatta forse per un… filosofo, il danese Søren Kierkegaard. Si può forse citare papa Giovanni Paolo Secondo, con la sua attenzione per la conterranea, la beata suor Faustina Kowalska e per il padre Pio da Pietrelcina, proclamato santo.

 

NELL’ISLAM

Nell’islam il sufismo o tasāwwuf  (in arabo: تصوّف‎, taṣawwuf, cioè lana) è la forma di ricerca caratteristica della cultura islamica. I sufi almeno la pensano così, come le pacifiche persone della moschea del massacro. Anche dal punto di vista filosofico il sufismo si pone con nettezza come una linea di pensiero e di meditazione sull’esistenza umana che non ha nulla a che fare con il letteralismo della linea wahabita, propugnata, speriamo solo finora da grandi plessi politico-religiosi come quello saudita (auguriamoci che il prossimo re Salman muova le acque stagnanti e promuova un illuminismo musulmano, perché anche l’occidente cristiano necessitò di un illuminismo laico, benedetti siano in eterno Montesquieu, D’Alembert, Voltaire e Kant, e perfino de Lamettrie!), e puntello ideologico oggettivo dei sanguinosi terrorismi in azione da qualche anno. Pare addirittura che la linea sufi preceda lo stesso sviluppo della religione islamica come filosofia dell’esistenza (un esistenzialismo filosofico, ovvero che essa derivi sì (cf. Titus Burckhardt) dalla tradizione del Profeta Mohamed, ma ne sia stata una versione poi storicamente minoritaria, poiché, in ogni caso, il sufismo si appoggia sempre alla simbologia coranica, anche nella sua ricerca esoterica e, appunto, mistica.

Vi sono anche ipotesi di studio che collegano il sufismo islamico ad altre tradizioni e modalità religiose, precedenti e parallele, come lo zoroastrismo e il mazdeismo presenti nel Vicino Oriente quasi come intermezzo con il grande plesso religioso hindu-buddistico. Infatti, la tradizione sufi sostiene che il movimento nacque comunque da fedeli musulmani e compagni del Profeta (detti ahl al-ṣuffa, cioè “quelli della panca”) che si riunivano per recitare il dhikr a Medina.

Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto così come tramandati da ′Alī b. Tālib, suo cugino e genero, tranne i Nakhsbandi che si ispirano ad Abū Bakr. Tuttavia i musulmani Aleviti e Bektashi (e alcuni Sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste nel ′ahadith dei dodici successori, ed erano tutti discendenti di Maometto tramite Fātima e ʿAlī. Perciò ʿAlī viene considerato il “padre del sufismo”.

In ogni caso il sufismo è un movimento trasversale ed esiste un sufismo sunnita, uno sciita ed uno ibadita, come esistono sunniti, sciiti ed ibaditi che si riferiscono solo alla moschea e non anche ad un maestro sufi.” (dal web)

 

GLI ELEMENTI COMUNI E ANCHE IN QUALCHE MODO UNIFICANTI DEL MISTICISMO

Non vi è dubbio alcuno che il misticismo, comunque declinato, e specialmente nelle due grandi tradizioni religiose cristiana e musulmana, hanno elementi fondamentali in comune, al di là dei testi ispiratori, Primo o Antico e Nuovo Testamento (Il Vangelo, le Lettere apostoliche e l’Apocalisse), cioè la Bibbia in senso esteso per i cristiani, il Corano per i musulmani, che sono in ogni caso collegati storicamente e letterariamente, pur permanendovi enormi differenze narratologiche e teologiche.

Se è impossibile mettere in sinossi le Scritture ebraico-cristiane e quelle islamiche, come possiamo fare per i vangeli secondo Matteo, Marco e Luca, detti sinottici, escludendovi quello secondo Giovanni e quelli definiti apocrifi o gnostici, è invece possibile e ragionevole comparare le tradizioni mistiche, perché queste hanno in comune non poco nel rapporto con il divino.

Sia nella tradizione cristiana, sia in quella musulmana il punto focale è l’abbandono (che è anche il significato etimologico del lemma islam!) al divino come riconoscimento della trascendenza e della potenza creatrice cui ogni preghiera è dovuta, ogni pensiero va elevato, ogni sentimento dedicato.

Pertanto, l’abbandono estatico, orante, lega misteriosamente, ecco l’elemento mistico,  l’umano al divino, al di fuori e al di là di ogni sillogismo logico e argomentativo tipico del flusso intellettuale umano, eleva lo spirito umano al sopra delle contingenze e degli affanni quotidiani, illumina la via della vita togliendo orpelli, ostacoli e scandali dal sentiero che si percorre ognuno di noi, e infine allena la mente e il cuore, cioè la persona, ad accettare la vita così com’è, senza pretendere di viverne un’altra, magari più funzionale e, come si dice oggi con orribile termine, vincente. Qui, in questo mondo e in questa vita non si deve vincere un bel niente, perché la vita stessa è sempre una vittoria e basta.

Perciò l’attentato alla moschea sufi di al-Rawdah è un attentato anche contro di noi, perché è contro l’umano integrale che popola questo piccolo meraviglioso pianeta che non abbiamo ancora imparato a rispettare. I bambini, le donne, i vecchi, gli uomini uccisi laggiù sono nostro fratelli di sangue e di destino. Pregare per loro e per le loro famiglie è lo stesso che pregare per noi, non dimenticando le anime disgraziate degli assassini e dei politici e dei religiosi che non riescono o non vogliono intervenire per togliere alla base le folli ragioni del terrorismo, con la cultura, con l’economia, con la giustizia.

La pace è figlia della cultura e della giustizia, non dimentichiamolo.

Mezzi e fini, cause ed effetti, è plausibile un diagramma di Gantt nei due sensi?

David Hume riteneva che non si potessero necessariamente evincere gli effetti di un’azione dalle loro cause, ancorché evidenti, ma che si dovesse osservare il susseguirsi delle cause stesse, fino all’esito finale, semplicemente come atti susseguenti l’uno all’altro: e pertanto hoc post hoc, cioè questo-dopo-questo e non hoc propter hoc, cioè questo-a-causa-di-questo. E’ però difficile che il senso comune accetti questa impostazione intellettual-cognitiva, perché siamo abituati al flusso cause-effetti e mezzi-fini, là dove cause e mezzi sono gli strumenti logici, cronologici e operativi per avere effetti e raggiungere fini.

Il prima e il poi nel/ del corso del tempo sono percepiti come necessari e non interscambiabili, come insegnava Aristotele, per definire lo scorrere del flusso temporale.

Vi sono poi le dottrine classiche di causa ed effetto così come proposte dalla stessa linea filosofica aristotelica e, in definitiva, non smentita neppure dalla filosofia moderna, post-cartesiana/ galileiana. Abbiamo la vulgata riferibile alla scienza politica del Machiavelli, il quale non sostenne mai cinicamente che il fine giustificasse i mezzi, ma che i mezzi della politica a volte dovessero non tenere del tutto conto di una morale generale, ma piuttosto degli interessi concreti di una struttura politico-amministrativa, come quelle delle signorie e dei principati rinascimentali.

Infine, non possiamo trascurare l’importanza filosofico-morale del tema dei “fini”, o “scopi”, come si dice in organizzazione aziendale, che costituiscono in generale l’obiettivo di ogni agire razionale umano, come raggiungimento di uno sviluppo ulteriore e il conseguimento di benefici maggiori per i singoli e per le comunità organizzate, sapendo comunque che vi possono essere anche fini mali, o distruttivi nelle menti e nelle intenzioni di persone altrettanto male e distruttive.

Vediamo che cosa si dice nella contemporaneità in tema, quando la complessità organizzativa e le interconnessioni tra innumerevoli enti, agenti e strutture operative sta raggiungendo un acme mai visto nella storia umana, e soprattutto negli ambiti dell’economia e della società civile, in presenza di una globalizzazione irresistibile e molto disordinata.

Le scienze organizzative hanno predisposto, specialmente a partire dal secolo scorso, degli strumenti operativi razionali che fondano questi principi generali. Tra questi, il diagramma di Gantt è uno strumento di supporto alla gestione dei progetti, così chiamato in ricordo dell’ingegnere statunitense Henry Laurence Gantt (1861-1919), che si occupava di scienze sociali e che lo ideò nel 1917.

Il diagramma di Gantt usato principalmente nelle attività di project management, è costruito partendo da un asse orizzontale – a rappresentazione dell’arco temporale totale del progetto, suddiviso in fasi incrementali (ad esempio, giorni, settimane, mesi) – e da un asse verticale – a rappresentazione delle mansioni o attività che costituiscono il progetto.

Delle barre orizzontali di lunghezza variabile rappresentano le sequenze, la durata e l’arco temporale di ogni singola attività del progetto (l’insieme di tutte le attività del progetto ne costituisce la work breakdown structure). Queste barre possono sovrapporsi durante il medesimo arco temporale ad indicare la possibilità dello svolgimento in parallelo di alcune delle attività. Man mano che il progetto progredisce, delle barre secondarie, delle frecce o delle barre colorate possono essere aggiunte al diagramma, per indicare le attività sottostanti completate o una porzione completata di queste. Una linea verticale è utilizzata per indicare la data di riferimento.

Un diagramma di Gantt permette dunque la rappresentazione grafica di un calendario di attività, utile al fine di pianificare, coordinare e tracciare specifiche attività in un progetto dando una chiara illustrazione dello stato d’avanzamento del progetto rappresentato; di contro, uno degli aspetti non tenuti in considerazione in questo tipo di diagrammazione è l’interdipendenza delle attività, caratteristica invece della programmazione reticolare, cioè del diagramma PERT (Program Evaluation and Review Technique), o stima a tre valori, realistico, ottimistico e pessimistico sui tempi di realizzazione del progetto. Ad ogni attività possono essere in generale associati una serie di attributi: durata (o data di inizio e fine), predecessori, risorsa, costo.” (dal web)

Bene, ma forse si può anche impostare le cose, almeno a livello mentale, anche diversamente, e mi spiego. Il flusso previsto dal Gantt è logico, crono-logico, razionale, e anche economico, perché  cerca di evitare tempi morti, fraintendimenti e costi aggiuntivi, ma vive e si sviluppa in un progresso lineare, che può anche incappare in difficoltà non banali, in rallentamenti e anche nel rischio dell’insuccesso.

C’è una possibilità di superare questi rischi? In assoluto no, ma forse, provando a passare dallo schema logico classico, che supporta il diagramma stesso e che è costituito da un cronoprogramma lineare, a uno schema intuitivo, eidetico, e anche induttivo, capace di cogliere il concreto degli effetti da cui poi dedurre cause e mezzi, come mi suggerisce il mio amico medico dottor Mansutti, e che io ho spesso tradotto nello schema dei “due sguardi”, qualcosa di diverso si può fare. Mansutti dice che se noi buttiamo il nostro sguardo al risultato già conseguito, all’effetto atteso, molto probabilmente siamo già lì, perché i vari passaggi logici, cronologici e operativi sono stati già percorsi; io, peraltro, con lo schema dei due sguardi invito a tenere d’occhio l’oggi e tuttalpiù l’immediato domani e un periodo breve-medio, in modo di evitare la dispersione di energie per progetti di troppo lungo periodo, che potrebbero annacquare e confondere l’impegno profuso. Agostinianamente occorre innanzitutto stare nel presente, come unico tempo vero, per poi volgere lo sguardo al futuro come progetto.

Ci sta, caro lettore? A me pare che una visione del diagramma di Gantt nei due sensi possa avere una certa plausibilità, se non perfettamente razionale, certamente ragionevole (tra razionale e ragionevole c’è una certa differenza), perché non tutto dell’agire umano, anzi forse molto poco, è “matematizzabile”: basti pensare alla correlazione mente-corpo, psiche-salute, laddove si realizza quotidianamente un circolo virtuoso o vizioso, a seconda se si riesce o meno ad armonizzare le due dimensioni nella unica vera vera che è la nostra struttura antropologica, composta ma unitaria.

Corpo e anima uniti e unificati nella persona, come insegna la sana dottrina aristotelico-tommasiana e che nessun clinico contemporaneo ha smentito.

La qualità dei politici, anche dei giovani-nati-vecchi, è l’attuale miseria della politica?

Ricordo che ventotto anni fa partecipavo per la Uil nazionale a riunioni e seminari per la riforma dell’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori  Legge 300/70 (ancora al tempo!), e uno come Bertinotti, che era in Cgil segretario confederale, in qualche modo, magari obtorto collo,  condivideva che non potesse essere ragionevolmente esteso anche alle piccole e piccolissime imprese come “tutela reale” del posto di lavoro, e che quindi come sindacati si dovesse aderire alla formula “risarcitoria” poi regolamentata dalla Legge 108. Dieci anni dopo circa, lo troviamo sul fronte opposto, come segretario del Partito della Rifondazione Comunista a proporre un referendum, andato poi nullo, analogo a quello che proponeva Democrazia Proletaria nel 1989. Coerenza dei fantasiosi o coglionaggine dei presuntuosi elegantoni dalla evve arrotata?

Idem Bersani, le cui ultime uscite mi fanno desiderare sempre meno di mangiare una pizza con lui. Ricordiamo tutti le lenzuolate (suo pittoresco copyright emiliano) di riforme liberali che propose come ministro dell’industria del governo Prodi. Oggi sostiene che sull’art. 18, che sarebbe per lui da ripristinare in toto, vive o muore una possibile alleanza elettorale con il PD. Ma questo è lo stesso signore di cui prima? O è un altro? Ma queste nuove posizioni, diciamo con un po’ di ironia, “rivoluzionarie” sono solo in odium Rentianum? Se sì, e temo che lo sia, che squallore!

Avrei anche altri esempi più regionali, miei, citando vecchi compagni riformisti, ora tornati rivoluzionari per lo stesso sentiment bersaniano o antirenziano, che è lo stesso, ma risparmio ai gentili lettori la noia.

Se volessi citare il non mai sopito presuntuoso e sussiegoso (nei toni) D’Alema, ne avrei  da scrivere, ma lascio perdere.

Ho scritto qui, e non poche volte, che a me Renzi non piace: non mi piace il suo viso, i suoi atteggiamenti posturali da praima dona (in inglese), il suo inglese stropicciato, la sua sbrigatività argomentativa, la sua ironia spesso fuori luogo, ingenua e controproducente, come quando prende per il sedere i “cespugli” alla sua sinistra, che sarebbero ventinove, ma lui di questi cespugli avrebbe bisogno come dell’acqua da bere nel deserto per poter sperare qualcosa alle prossime politiche. Invece fa il “maggioritario” senza averne plausibili certezze, le sue circonlocuzioni falsamente argute, ecco. Così come aborro il ghigno di Salvini, i suoi toni, le sue smargiassate, o la confusione mentale di Grillo.

Questi personaggi, compreso il fin troppo laudato Professore Prodi, assai flemmatico e annoiante per eloquio e toni, sono dei nani rispetto al personale politico dei decenni tra i ’60 e gli ’80: persone come Moro, Nenni, Saragat, Berlinguer, Craxi, Terracini, lo stesso Ugo La Malfa erano di ben altra tempra politica e culturale. Se poi torniamo indietro di altri due decenni troviamo De Gasperi e Togliatti, dei giganti della politica, e prima ancora Turati etc.. Ora è una devastazione di mediocritas, per nulla aurea, ma miserevole. Pensate, siamo costretti a sentite le intemerate di un Di Battista, e chi è?, di un Rosato, dall’altra parte del tavolo, di un Alfano, oh Dio! Ne avrei da citare centinaia di meno noti e altrettanto inutili, o perfin dannosi.

Ma a me interessa l’Italia e gli Italiani, cittadini di tutti tipi, donne, uomini, vecchi, bambini, sani, operai e impiegati, dirigenti e imprenditori, liberi professionisti e attori teatrali, malati, disoccupati, militari, preti, ignoranti e culti, tutti, tuttissimi.

E quindi la politica e i politici dovrebbero avere lo stesso mio interesse prospettico, ma non perché ce l’ho io, ma perché è ragionevole, razionale, logico, eticamente e politicamente fondato.

E invece no: la politica e i politici sanno quasi solo fare calcoli meschini di bottega elettoralistica, dove comincia a spiccare per saggezza ottantunenne Berlusconi che non voterò mai, ma che a questo punto dovrei forse votare per riconoscergli il merito di saper guardare oltre la sua bottega, finalmente.

I politici sono incapaci di riconoscere qualsiasi merito a proposte dell’avversario, i cui contenuti magari avrebbero proposto in modo identico se le circostanza l’avessero consentito, stando al governo piuttosto che all’opposizione. Quella cosa lì è giusta, ma siccome la  propone lui è sbagliata. Follia, pura follia, oppure cinico opportunismo. Ma la gggente se ne accorge e non va più a votare, né Grillo, né Renzi, né Berlusconi, né Salvini, perché è stanca, scazzata, come si dice, non perché è semplicemente dis-interessata, o lo è perché la politica e i suoi attori attuali sono il mare magnum della mediocrità politica ed etica.

Il fatto è che la classe politica, spesso senza arte né parte, e sempre tanta presunzione, come nel chierichetto Di Maio, è quasi totalmente rappresentata dai peggiori, a volte corroborata (si fa per dire) da sindacalisti in tristissima grisaglia mentale come la signora Camusso.

Non saprei che suggerire: le persone più dotate di cultura e buon senso se ne stanno lontane. Vi immaginate me che dialogo con Renzi o con Salvini, o anche con Bersani, e scusatemi l’autovalutazione, realistica però,… ne uscirebbero con le ossa rotte. Ma, state pur sicuri, che questi signori e i loro mentori regionali non accetteranno mai di confrontarsi con chi ne ha di più anche se meno noto, per cruda e nuda paura, paura, paura, come quella del berbe Di Maio, che ogni tanto si ricorda di essere una nullità.

Così tutto continua nel disincanto di una trasformazione radicale della democrazia/ democrazie occidentali, sempre più malate, sempre più annoianti, sempre più distanti dai problemi reali e dalle persone. Meno male che i più si dedicano con sentimenti buoni, volontà ottimista e conoscenze serie, al lavoro, all’operare, con una ratio operandi esemplare, che tiene in piedi nazioni come l’Italia, Patria nostra e non  un “paese” qualsiasi.

La ricerca della Libertà

A Mestre facciamo i seminari bimestrali di Phronesis del Nordest. Stamane, penultima domenica novembrina ho trattato, per i colleghi filosofi e per i giovani in formazione il tema de La liberta di scelta, ovvero Libertà è fare ciò che si vuole o Volere ciò che si fa? Ovvero, ancora, Topologia e Dimensioni della liberta. Tema arduo e controverso da qualche migliaio di anni.

In treno ho pensato al tema da svolgere e proporre e il seminario non è stato male, tra diverse opinioni. Non una lectio magistralis, ma una lectio rationalis, uno scambio teorico-pratico su una dimensione/ valore fondamentale della vita umana.

E’ bello vedere cortili e case tagliate dalla corsa del treno, campagne del tardo autunno piene di colori, campanili all’orizzonte e l’autostrada in lontananza che conduce via a est e a ovest, stoppie gialle e vigne promettenti, la terra in attesa dell’inverno, piccole stazioni, immensi cieli e i ragazzi, colleghi e più giovani che mi aspettano con amicizia.

Bella la loro accoglienza. Il presidente Phronesis nordestino prof Ubizzo che mi dice “ma cosa fai qui“, e io gli rispondo “sto abbastanza bene e poi avevo preso un impegno con… noi“. E sorride. E il caro amico Francesco, che insegna a Jena. A Jena, da Hegel! Rispettosamente attenti alla mia lezione seminariale sulla libertà (che trovate, oh miei cari lettori, in PP più indietro nel blog, se volete). Due ore di dialogo intenso, niente prosopopee autorali o citazionistiche, ma letteratura comunemente condivisa tra addetti ai lavori, ed esperienze individuali da proporre, sull’esercizio della libertà.

Ragionare insieme per cercare di capire, o almeno di comprendere come la libertà si coniughi al bene, alla responsabilità, alla convivenza tra uguali, ma possa anche coniugarsi con il male, con la malvagità, con l’odio e con la violenza. E discutere su che fare per darle valore.

Cito un libro di poesie friulane dell’emigrante scrittore Leonardo Zannier “Libers di scugni là“, cioè “Liberi di dover andare“, kantianamente, ossimoro tremendo ma non disperato, mai, come quando mio padre partiva per le Germanie (si diceva così, al plurale, negli anni ’60) alla fine febbraio o agli inizi di marzo per le cave di pietra dell’Assia, pietra che serviva alle dighe olandesi dei pölder, per fermare il mare e recuperare terre coltivabili.

La libertà è nozione policroma, polisemica, analoga, ché si può dire in molti modi, aristotelicamente è un pollakòs legòmenon (traslitterando). Ed è anche per questo che è concepita diversamente dalle persone, dai popoli, dalle varie culture. A volte la vulgata della libertà recita un “fare ciò che si vuole“, ma una dizione più saggia potrebbe recitare, come insegna Tommaso d’Aquino, così “volere ciò che si fa“, dove la volontà agisce illuminata dalla ragione raziocinante, non l’incontrario.

Vi è poi la lezione gramsciana che parla di un ottimismo della volontà per irrobustire le scelte libere della ragione. Oppure possiamo ricordare Pascal che parla di ragioni del cuore a sostenere una volontà capace di agire non solo per ragioni intellettualistiche, ma anche per ragioni emotive. Intelligenza emotiva, che dà libertà, intuizione eidetica (Platone) che richiama e reclama libertà.

Spinoza, come gli Stoici antichi, non ci crede molto e neppure Lutero, ma Erasmo sì, e anche io, abbastanza, altrimenti, che cosa si farebbe di quattromila anni di diritto penale, dal Codice di Hammurabi in poi, se tutti fossimo determinati a essere quello che siamo, magari dei criminali come Riina o uno dei tanti serial killer delle cronache nere, anche italiane. In proposito, Donato Bilancia, sedici omicidi, ha ottenuto il primo permesso di uscita dopo circa vent’anni di carcere. Per contro, un ergastolano che io conosco, è dentro da trentaquattro anni e non ha ucciso nessuno.

Il libero arbitrio secondo sant’Agostino è temprato alla luce della grazia paolina e della scrittura e della fede, come nel gran monaco agostiniano di Erfurt, che di questi tempi cinquecent’anni fa si scagliava a Wittenberg contro le simoniache compravendite di indulgenze della curia romana.

E la libertà di guidare l’auto delle donne saudite, o di uscire senza essere accompagnate da un maschio di famiglia, dove la mettiamo? Per noi è una libertà scontatissima, per loro ancora no. Quindi la libertà si coniuga anche diacronicamente nei luoghi diversi del mondo e nei vari momenti della storia. In Italia ebbero diritto di voto solo nel 1946 le donne, l’altrieri!

Insomma un tema immenso, su cui riflettere senza tema di perdere il tempo che la ricerca della libertà richiede.

E allora siamo, per la libertà,… cavalli in corsa all’orizzonte, come i nostri sogni irraggiungibili (S. Endrigo)?

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