Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Filosofia pratica, Direzione spirituale e Psicoterapie

Tre modi per dire che ci si occupa dell’uomo.

Un corso seminariale per fornire agli studenti, con il metodo del confronto, le conoscenze di base, teoriche e pratiche al fine di utilizzare al meglio le discipline filosofiche e teologiche, sia sul versante teoretico, sia sul versante morale, per discernere strumenti e metodologie atte a una pastorale della vita, della persona e delle comunità, capace di interloquire con il pensiero contemporaneo, soprattutto nelle “crepe” della sua crisi individuale e sociale, e a indicare approcci di riflessione logica per un esercizio libero e cosciente dell’agire umano.

Sapienza e scienza, sophìa ed epistème, sono interdipendenti, per collaborare vicendevolmente nelle cornici della filosofia e della teologia, dove la prima, come insegnava Tommaso d’Aquino, è ancilla della seconda non nel senso gerarchico, ma in quanto è in grado di offrirle gli strumenti e i linguaggi teoretici e criteriologici, al fine di renderla più efficace: filosofia pratica, direzione spirituale e psicoterapie costituiscono gli ambiti della nostra ricerca seminariale accademica per quest’anno.

Ecco il testo-guida in Power Point

ISSR_Udine_AA2019_2020_Seminario teologico_filosofic

Le tre celle

Oltre alle celle degli alveari e alle celle del telefono, ne conosco altri tre tipi: a) quelle dei conventi  e dei monasteri, b) quelle delle carceri, c) quelle dei magazzini per i prodotti surgelati.

Parto da conventi e e monasteri. Per i miei studi e il mio lavoro ne ho frequentati non pochi: il principale di essi è il Convento di San Domenico a Bologna dove, nell’attigua grande basilica, si trova la tomba del Santo fondatore che ha ad ornamento un angelo michelangiolesco. Colà dormii per decine di notti nella cella che probabilmente fu di frate Gerolamo Savonarola, che in quel convento studiò fino a diventare magister, prima del suo destino fiorentino. Il suo spirito grande e forte, e un po’ fanatico, aleggia ancora per i corridoi del Convento –  Facoltà teologica dai tempi di Tommaso d’Aquino.

Altre celle vidi, come quelle dell’eremo delle carceri ad Assisi, perse in mezzo alla boscaglia, quelle della Verna dove il Santo assisiate ebbe le stimmate, come la tradizione propone. Ho soggiornato in conventi cittadini a Firenze, in monasteri discosti nel silenzio dell’Appennino. Ci torno sempre volentieri, perché mi confanno. Sono un animale strano, come diceva mio padre raccontando di me. Lui aggiungeva anche altro, che qui evito di dire, poiché troppo emotivamente legato al suo affetto. Per lui ero speciale.

Le carceri: ne ho visitate alcune, dell’Alta Italia, del Sud e del Centro, sempre seguendo il girovagare di un uomo ristretto in orizzonti limitati da muraglie alte e da porte di ferro, le cui grosse chiavi sbattevano su ogni serratura, quasi a confermare che da lì non si esce. Sette porte blindate per arrivare al parlatorio, prigioniero anch’io per cinque ore, quel giorno quando vado in visita. Opera di misericordia spirituale, dice la dottrina cristiana. Speranza in una redenzione sempre possibile, e non perché è prevista dall’art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana, ma perché il cuore dell’uomo è e rimane un mistero insondabile.

Redenzione, e che significa laicamente, visto che teologicamente il termine è assai famoso e conosciuto? Cambiamento radicale dei sentimenti e dei ragionamenti? Forse sì, forse la redenzione laica è proprio un’azione dello spirito sulla psiche di chi è convinto di aver fatto bene a fare ciò che lo ha portato dentro ristretti orizzonti. Chissà.

Le celle frigorifere: lì si lavora a meno ventiquattro gradi sotto lo zero per un’ora e tre quarti, poi un quarto d’ora di pausa, altra ora e tre quarti, pausa pranzo di mezz’ora, una penultima ora e tre quarti, un quarto d’ora di pausa riposo, rifocillo e riscaldo e un’ultima ora e tre quarti di lavoro. Si entra in quel freddo artico vestiti come un eschimese, dagli scarponi al berretto di lana spessa, guanti, pantaloni e giaccone imbottiti. Gli operai si muovono veloci, sia riempiendo a mano i roller di scatole e scatoline, sia operando con transpallet e carrelli, che guidano con perizia da campioni. Apparentemente, quando guidano il muletto sembrano divertirsi, anzi a volte si contendono i mezzi più nuovi ed efficienti. Il silenzio è rotto solo da brevi intercalari di informazioni tecniche tra loro e con il capo.

Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. D’estate, l’escursione termica tra la cella frigo e l’esterno può essere anche di sessanta gradi, quando fuori ce ne sono trentacinque. Occorre qualche minuto di adattamento per uscire al caldo dal ventiquattro sotto lo zero. Questi lavoratori guadagnano più degli altri operai, mediamente, perché hanno diritto a un’indennità di freddo, di disagio. Meritata è dir poco.

Celle. Vi sono altre celle nelle nostre vite, mio caro lettore? Io penso di sì, quelle spirituali: i pregiudizi, le semplificazioni verbali, le banalizzazioni concettuali… queste sono celle nelle quali la nostra psiche, la nostra anima e la nostra coscienza a volte vengono imprigionate, in larga misura per nostra stessa responsabilità.

Talora scegliamo, per pigrizia, assuefazione o convenienza, di farci imprigionare in celle da cui poi è difficile uscire, perché sono un carcere dove, come accade nelle carceri di cui abbiamo parlato più sopra, si può trovare anche una confort zone, una situazione di calma tranquillità che non impegna, che non crea turbamenti, non ci fa mettere in gioco, pagando, se del caso, un prezzo.

Visitare celle è un insegnamento, perché sono una metafora di ciò che sarebbe bene evitare nella nostra vita spirituale e morale, nella nostra vita e in quella degli altri i quali, se ne hanno bisogno, a volte è bene aiutare, senza spocchia, ma senza indulgere in una falsa comprensione.

La libertà di scelta

Il tema della libertà di scelta coinvolge tutta la vita umana, di tutti e relativamente a tutto.

L’ASS 5 di Pordenone mi ha invitato a trattare questo tema una mattina di questo dicembre 2019, quando si discuterà della tutela della salute umana in ogni ambiente, a partire da quello di lavoro.

Dimensioni etiche e giuridiche, aspetti filosofici e psicologici radicali, modalità organizzative gestionali ed organizzative, ipotesi di investimenti e di budget, sono coinvolti ed intrecciati in un percorso obbligato di scelte non mai facili.

Proporrò una riflessione filosofica sulla “libertà” di scelta che l’uomo ha di fronte ai suoi propri “detti” e alle azioni compiute, che deve essere essere esercitata in scienza e coscienza, come si dice, sempre. Le virgolette che ho posto nella parola libertà stanno a significare come il tema da sempre a (oserei dire)… sempre, sia controverso, difficile e complesso, al punto da non potere avere una risposta definitiva e completamente esauriente, interpellando essa tutte le scienze umane, da quelle fisico-biologiche, a quelle psico-spirituali, a quelle morali, secondo – a parer mio – un’etica del fine, ove il fine è la salvaguardia dell’uomo integrale e della natura.

(Nella foto lo psicologo e filosofo Steven Pinker)

Per il mio intervento nel seminario utilizzerò il Power Point qui sotto inserito

la scelta libera

Blizzard

Un vento diverso da quello che sentì Elia (come si racconta nel biblico Primo Libro dei Re 19, 11-16). Il vento di Elia era quasi una brezza leggera, come la voce di Dio.

Il blizzard. Non può soffiare alle latitudini del profeta, ma molto più a Nord, là dove uomini intabarrati vincono la vita sopravvivendo in giornate brevi. Colà il freddo è crudele e le notti lunghissime. Anche una capanna di tronchi e un fuoco può bastare per la vita, e carne d’alce.

Raccontava lo zio Toni, emigrato in British Columbia, ai confini dell’Alaska. Il blizzard può alzarsi di notte, furtivo come un grizzly affamato, oppure di giorno, annunciandosi con brevi folate sempre più fredde e l’iscurirsi progressivo del basso orizzonte. I tronchi della foresta impediscono che lo sguardo umano penetri oltre le prime file dei fusti altissimi dell’abetaia già piena di neve. A volte il vento viene dal Minnesota e sale inesorabile verso il grande Nord.

Anche Dersu Uzala conosce quel vento e lo chiama per nome, nel suo antico idioma siberiano. Lo conosce da quando avi lontanissimi nel tempo attraversarono su piroghe coraggiose lo Stretto tra i continenti, fra Eurasia e Americhe, lassù nel Mare artico, esplorato da Vitus Bering di Danimarca, alla fine del Seicento. Qualcuno si era fermato alle Aleutine, per un periodo, isole sperse da Est a Ovest nell’Oceano mare. Per poi ripartire, alcuni verso Ovest, altri verso Est. Tant’è che i volti sono rimasti uguali, gli occhi fessure atte a sopportare l’infinito biancore della neve distesa fino all’orizzonte.

Oltre la latitudine dei ghiacci e delle nevi eterne vive il grande orso polare, più a Sud la tigre bianca, il cui spirito dialoga con Dersu. Come il vento. Anche il lupo vagola inquieto per i grandi boschi del Nord, forte del branco, in cerca di qualche ungulato. Uccelli neri nel cielo, corvi, forse. Per il resto un grande silenzio, ché i passi sulla neve si perdono in uno scalpiccio sommesso.

A volte mi pare che l’anima mia attenda il blizzard. E questo vento arriva, magari sulle note di Georg Philip Telemann o di Orlando di Lasso, una mattina qualsiasi, in un giorno del Signore. La quiete non basta.  Il blizzard interiore è come un dolore, è il dolore, quello che ti fa sentire vivo, nelle tue carni, e nel tuo spirito.

Quando il vento freddo del Nord si annuncia sempre più forte oltre gli scuri della capanna nella radura, è come quando il dolore arriva improvviso nel tuo corpo e ti mette in guardia. Così, come il boscaiolo o il cercatore d’oro che ha traversato lo Yukon o lo Jenisej per trovare qualcosa, si ferma a riflettere nella capanna per non farsi travolgere dal blizzard, chi è raggiunto dal dolore cerca una risposta al dolore, per combatterlo, per non farsi vincere, per andare oltre.

Come il cacciatore di pellicce si ferma nella capanna del cercatore d’oro, così l’uomo del mondo trovato dal dolore si ferma per poi ripartire sempre. E questo “sempre” è avverbio temporale che conosce le cose: il blizzard si fermerà dietro l’ultima fila di abeti neri che circondano la radura e il dolore scomparirà nel sonno o nel cammino, fino alla fine.

Le trombe di una musica antica annunciano il passo leggero della lince, che esce dalla tana in cerca di una preda, e anche la forza ritrovata dei muscoli vivi, oltre il dolore. Anche se il vento ha piegato gli alberi antichi della foresta, questi non si sono spezzati. Non si è spezzato l’uomo.

La pista è lunga tra gli alberi e oltre i fiumi, così come l’alternarsi del dolore e della quiete. Non sa il cercatore d’oro dove la pista lo porterà, se ad Anchorage o ai ghiacci del Mar Bianco, non sa l’uomo del mondo dove lo porterà il dolore. Ma il cercatore d’oro ha incontrato un cacciatore di pellicce, e l’uomo del mondo ha trovato parole di altri uomini e donne del mondo che gli hanno detto: “La pista è giusta, vai avanti, tieni duro, ché la notte sta finendo e l’alba si annuncia oltre le cime, oltre la cerchia di quelle montagne innevate“. A volte l’ira sopraggiunge come una fiera nel cuore dell’uomo dei boschi che nulla ha trovato, e nel cuore dell’uomo del mondo che fatica a procedere. Ma poi si perde nello sguardo e nel silenzio sopraggiunto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, veglia, sia sul cercatore d’oro, sia sul viandante per il mondo, che conosce il dolore e anche il primo accendersi dell’aurora.

Viaggio in Galizia

Parafrasando i racconti, ovvero sulle tracce di Joseph Roth e dei fratelli Singer, si Deus vult, con un valoroso coequipier, che in gioventù viaggiò quasi senza soste su una Opel Kadett fino a Istanbul, a maggio, quando già i segni dell’estate vicina si fanno sentire, ma con moderazione, si andrà in Galizia, la nazione-non stato, presente in tre o quattro paesi, un po’ come il Popolo kurdo, che vive tra Turchia, Siria, Irak e Iran, male accetto ovunque.

Io stesso viaggiai in gioventù, su una Renault 4 (1100 cc) fino a Leningrado (così allora si chiamava), passando da Vienna, Bratislava, Cracovia, Varsavia, Brest-Litovsk, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, e al ritorno, da Vyborg, Helsinki, Turku, Stoccolma, Helsingborg, Copenaghen e Hannover… fino a Rivignano, da cui io e Roberto eravamo partiti un mese prima. Viaggi nella memoria e nella storia, la nostra e quella generale. Fulvio era con Ferruccio, a Istanbul.

Ora, andremo in Galizia, che ora non ha capitale, ma un sentimento diffuso, germanico, polacco, slovacco, ungherese ed ebraico. C’è anche un’altra Galizia che si trova in Spagna, e una Galazia, una terra amata e percorsa da Paolo di Tarso, ai cui abitanti dedicò una memorabile lettera, dove scrive, al capitolo terzo, versetto ventotto, che tutti gli uomini sono uguali,  con parole come: “non c’è ebreo non c’è greco, non c’è uomo non c’è donna, ma in Cristo tutti sono figli di Dio” (parafrasi mia). Sovrapposizioni e assonanze di nomi di terre e di popoli.

Una terra chiamata in molti modi, quasi polisemantica, a rappresentare altrettante lingue e idiomi del ceppo slavo, germanico, yiddish, ugro-finnico. Ucraini, ruteni. polacchi, cechi e slovacchi, ungheresi, romeni, russi, la Galizia è una regione suddivisa nei tempi storici in tanti stati/ paesi, regni e imperi. Si è chiamata anche Galizia e Lodomiria (in tedesco Königreich Galizien und Lodomerien), nome datole dal re Andrea II d’Ungheria fin dal XIII secolo; quando apparteneva all’Austria-Ungheria dal 1772 al 1918, per esempio, aveva Leopoli (Lvov-Lviv). come capitale. Galizia-Lodomiria potrebbe derivare dalla latinizzazione delle due città di Haliç e Volodymir, ancora in territorio ungherese.

Inoltre, il nome Galizia, probabilmente, siccome è presente nella Spagna settentrionale e nella Turchia a cavallo del Bosforo, come Galazia, potrebbe derivare da un etimo comune di origine celtica, ma potrebbe avere anche tratto origine dallo slavo antico halyca/galica che significa “collina spoglia”, o da halka/galka che significa taccola, uccello che venne rappresentato nello stemma cittadino e in seguito anche su quello della Galizia. Il nome, comunque, nasce prima dello stemma.

Un altro passaggio storico fu quello dei regnanti ungheresi i quali mantennero il titolo di re della Galizia e della Ludomiria fino al XVI secolo quando tale titolo, di cui si fregiò anche Maria Teresa, passò alla casata asburgica, che ormai stava costruendo il suo grande Impero.

Vi andremo dunque a maggio inoltrato, Fulvio e io, e penso Anita e forse un’altra persona per fare un quartetto atto ai dialoghi e alla compagnia.

L’ipotesi è di partire in aereo per Cracovia e di lì poi in auto portarci verso le città polacche e galiziane di Przemsyl e Rzeszów, fino a Leopoli. Con il treno arriveremo a Kiev, dove sosteremo presso la Grande Porta cantata da Modesto Mussorgski, nel suo poema sinfonico Quadri d’una esposizione. Chissà se, verso sera, vicino a quella porta, troveremo la strega Baba Yaga, vivente già a i tempi del principe Vladimir mille anni fa, come si racconta nelle sere invernali, quando la neve copre le izbe e i villaggi, i fienili e le strade persi nell’infinita pianura ucraina.

Quando si viaggia verso Est si prova una sensazione strana. Basta uscire dalla porta orientale del Friuli che cambiano gli odori: le foreste sono più scure e i comignoli fumano. Vi è, diffuso, un odore di legno e di carbone bruciato. I villaggi sparsi non hanno subìto il tormento della modernizzazione selvaggia del XX secolo. La povertà è dignitosa, le ragazze sono belle. Cracovia è stata capitale del regno di Polonia, e sede del principe vescovo, ultimo dei quali non si dimentica Stefan Wyszyński. Da lì l’Oriente si dipana oltre i Tatra tra boschi e colline, e grandi fiumi.

La Wehrmacht non è riuscita  distruggere tutti gli shetl del popolo ebraico della diaspora orientale, gli askenaziti. Il mondo ortodosso si avvicina con le sue architetture fiorite. Si chiamano cristiano-ortodossi perché dal 1054 ritengono di possedere la vera fede nel Cristo Pantocrator, il creatore del mondo, e forse sono – nello stesso tempo – più severi e più indulgenti dei cattolici. Le città di Polonia ti accolgono con la fierezza di una storia e di una memoria tremenda.

Majdanek prende con il suo alto silenzio, nel quale pare che sussurri infiniti ti colgano di sorpresa, come un vento silente. Le anime dei morti assassinati ancora guardano al campo, e lo faranno per l’eternità.

La pianura ucraina è immensa, la terra nera, quella che a piedi percorsero duecentomila fanti e alpini italiani quasi ottanta anni fa, mandati allo sbaraglio da un Capo del governo pazzo e crudele. Qua e là si intravedono ancora le izbe che accolsero la fredda disperazione di ventenni feriti, delusi, sconfitti.

Leopoli parla di due mondi, di tre di quattro lingue e culture: il mondo polacco e il mondo russo; le lingue dei popoli che lì nei secoli sono passati e si sono insediati.

Il treno attraverserà la pianura vallonata che porta alla capitale, quella Kiev che accolse mille anni fa il messaggio di Cristo portato da Cirillo e Metodio e dai loro seguaci, viandanti coraggiosi, fin nelle steppe e ai confini della taigà odorante di resina, e rifugio inaccessibile dei lupi e degli orsi. Andremo.

I pessimi, i mediocri e la speranza

“Pessimo” è superlativo assoluto di “cattivo” oppure di “malo” e, nella scala Likert (cf. R. Likert, 1935 ca) si trova all’ultimo posto corrispondendo a 1 in una scala di 5 che va, appunto, da “pessimo” a “ottimo” o “eccellente” (superlativo assoluto di “buono”), cioè 5, passando per “mediocre” (2), “medio” (3) e “buono” (4).

In docimologia, cioè nella metodologia scientifica della valutazione delle prestazioni, utilizzata nei luoghi di lavoro, e utilizzabile anche  a scuola e all’università, la “scala Likert” si connette bene con gli item, o criteri che ogni ambiente applica. Ad esempio, nel luoghi di lavoro io utilizzo, incrociandoli con i numeri della scala citata i seguenti: a) atteggiamento, b) conoscenze, c) potenziale, d) inseribilità.

In un esame delle superiori o universitario, ad esempio, si possono utilizzare concetti come “atteggiamento”, “preparazione specifica”, “qualità dell’esposizione”, “curiosità”, etc.

Valutare le persone è dunque non semplicissimo. I politici, però, sono talmente visibili che non risulta molto arduo esprimere un giudizio su di loro, sempre che si sia ben documentati sul loro agire e su come e cosa dicono, e che si conosca un minimo di… docimologia, altrimenti si fanno chiacchiere o si proferiscono insulti, come si sente a La Zanzara su Radio24 (che si vergognino, e il peggiore è Parenzo, maschera dell’ovvietà di sinistra).

Pertanto, con una certa tranquillità mi cimento in una valutazione di quell’ambiente e dei loro principali soggetti attuali, che si caratterizzano per una mediocrità desolante e diffusa, sia da un punto di vista culturale, sia da un punto di vista di capacità politiche.

Parto dal primo personaggio, che per me è insopportabile. Esaminerò, di lui e dei successivi tre le espressioni del volto, la prossemica, il timbro vocale e il linguaggio. Specifico subito che il loro voto finale oscilla fra 1 e 2, ma più prossimo all’1:

Salvini: le espressioni, accentuate dal baffo arcuato, tendono ad essere sempre sprezzanti; la prossemica è cameratesco-amical-popolana (non populista!); il timbro vocale, da tenore secondo, è sicuro e marcatamente assertivo (sembra voler dire “quel che dico è la verità“); il linguaggio è volutamente greve, spesso minaccioso, declaratorio, banale, semplice nella sua ripetitività;

Di Battista: le espressioni, tipiche del bullo di semi-periferia, stanno a mostrare l’auto-consapevolezza di essere, nell’insieme, un “bellu guaglione“; la prossemica è ciondolante e annoiata; il timbro vocale… qualsiasi; il linguaggio idem, e si caratterizza per banalità concettuali e logorrea ripetitiva;

Di Maio: le espressioni mostrano la tendenza (anzi il bisogno) di un continuo atteggiarsi, dovuto all’imbarazzo di una inadeguatezza interiore e tormentosa; la prossemica è da leader acclarato, ma poco convinto di sé; il timbro vocale vernacolo; il linguaggio povero sotto il profilo lessicale e inadeguato per grammatica e semantica;

Renzi: le espressioni sono quelle classiche del prepotente, capace di far finta di interessarsi all’altro; la prossemica è da primo della classe, senza  se e senza ma, fastidiosa; il timbro vocale falso intellettuale con incespicamenti dovuti a una cultura raffazzonata; il linguaggio è un pot pourrì di battutismo giovanilistico e furbescamente corrivo.

Da Conte in giù e a latere vi è un coacervo di mediocri, che mi annoierei e annoierei troppo il gentil lettore, se indulgessi in successive analisi. Qualche nome? Marcucci e Orlando del PD, l’iraconda Lezzi e l’incomprensibile Bonafede dei 5S, la Gelmini di Forza Italia, anche se se la tira in una impari competizione con la Bernini (e non che questa sia una fuoriclasse) e soprattutto con la Carfagna, la Meloni, che non commento. Insopportabile il campano De Luca del PD, così come lo sta diventando Franceschini. Di Lotti e della Boschi ho un’opinione non buona. De Berlusconi necesse non est dicere, quia nimis per annos diximus.

Personaggi di discreto o buon valore li troviamo qua e là: Zaia della Lega, forse Bonaccini del PD. Mi sfuggono certamente altri, che si salvano. La maggioranza, comunque, utilizzando lo schema proposto all’inizio è di imbarazzante mediocrità.

Ora una amenità: nei miei vari lavori incontro professionisti di tutti i tipi e competenze, cercando di smascherare i cialtroni e i guru senza arte ne parte. Molti miei contatti, anche amicali, sono con psicologi, per vicinanza operativa, talora: anche tra questi bisogna distinguere. Dico con piacere che la maggior parte di loro è costituita da persone intelligenti e preparate, ma c’è qualcuno che stona e stroppia: i fanatici della Programmazione Neurolinguistica, di matrice americana (cf. Grindner, Dilts e il famigerato Bandler). Bene, una di costoro una volta mi apostrofò perché in una conferenza mi ero un po’ intrattenuto sul concetto di “speranza” che, secondo lei, andrebbe abolito dal lessico comune. Addirittura. Stavo spiegando al pubblico che la speranza è, sulla base delle dottrine antropologiche classiche, sia passione sia virtù. Se come virtù possiamo considerarla concetto teologico cristiano, facente parte della triade con la fede e la carità, e quindi non impegnativa per i non credenti, in quanto passione fa parte dell’elenco delle passioni, come da classificazione aristotelica (le 11 passioni fra cui 5 contrapposte e l’ira in solitaria), peraltro accettata anche dai pensatori successivi e anche grosso modo dalla psicologia moderna, che magari preferisce chiamarle emozioni.

Ho detto a questa “dottoressa” che “una vita senza speranza è… disperata. Le basta, mia cara?”

Ebbene, io ho speranza che l’analisi di cui sopra, con il contributo delle generazioni più giovani, cambi.

Eventualmente chiederò di aggiornarla a qualche mio allievo.

Lo spazio/ tempo dell’anima, nell’anima

Si può dare ragionevolmente una riflessione come quella suggerita dal titolo? Spazio/ tempo oramai da un secolo circa è diventata una nozione conosciuta e diffusa. Più o meno dalle ricerche di Einstein. Il concetto si riferisce, come è noto, al cosmo naturale, all’universo mondo, alla sua spazialità, ma non solo: la novità einsteiniana è infatti dovuta alla correlazione dello spazio con il tempo. Per millenni le due dimensioni o categorie (Agostino, Kant, Bergson, tra altri) sono state tenute separate, disconnesse, autonome: il tempo come nozione lineare del trascorrere della vita umana, delle stagioni, delle unità di misura e dei suoi multipli/ sottomultipli di questo “trascorrere”; lo spazio come nozione visibile, fisica, della distanza tra gli oggetti, sommata alle loro dimensioni.

Bene: se spostiamo la nostra attenzione alla dimensione “pneumatica”, spirituale o trascendentale dell’anima, è possibile usare le stesse categorie concettuali? Può darsi una spazio/ temporalità dell’anima e nell’anima? In altre parole, vi può essere movimento nell’anima, pur attribuendole la semplicità (cf. Fedone – Platone) che la rende immortale? Addirittura vi è qualche pensatore che pensa le anime come create ab aeterno da Dio stesso (Induismo classico, il primo Origene, etc.), superando la stessa immortalità.

Di solito il movimento è legato alla generazione e alla corruzione dei corpi, cioè alla nascita e alla morte. Ma l’anima non è un… corpo, pur essendo la forma-sostanziale-del-corpo (Aristotele-Tommaso d’Aquino), ragion per cui di essa non si può dare generazione e corruzione, ma solo creazione ex nihilo e vita. Vita.

L’anima, dunque, anima l’essere umano e anche, se vogliamo, per estensione, ogni essere animato e animale. San Girolamo era convinto che nella visio beatifica ogni uomo avrebbe ritrovato l’affetto degli animali che in vita gli avevano fatto compagnia. San Girolamo animalista.

Se nell’800 i medici patologi di stampo positivista scherzavano sul fatto che dalla dissezione dei cadaveri non uscivano spiritelli fantasmatici, avendo essi credenza solo nella corporeità materiale, oggi la fisica sta scoprendo dimensioni che non si possono più studiare solamente con i mezzi induttivo-deduttivi della scienza galileiana. Il principio di indeterminazione di Heisenberg e Planck ora è rinforzato da sempre nuove teorie sull’universo e sulle forze che lo tengono-insieme, molte delle quali sfiorano concetti metafisici. Alla faccia dei detrattori della metafisica di tutti i tempi e luoghi. Su questo, ad esempio, anche il pur acutissimo e spiazzante Wittgenstein sembra quasi infantile, nelle sue asserzioni più radicali del Tractatus Logico-Philosophicus, ad esempio quando scrive che si deve tacere sulle cose che non si conoscono. Certo, sono d’accordo, specie in tempi nei quali troppi pontificano a vanvera sul media e sul web, ma anche dal vivo in piazza e altrove, ma… il buon Ludwig concederà che vi possano essere barbagli di verità e di mezze ragioni nell’incipit di ogni ragionamento, specie se illuminato da un’intuizione, o no? Un esempio può essere quello della sequenza di Fibonacci, che il buon Leonardo di Bonaccio chiarì qualche secolo fa, individuandone le tracce nella natura stessa del vivente. Infatti, ogni dottrina che poi sia attestata e confermata per prove ed errori, come insegnano Galileo e anche Popper, inizia faticosamente a dipanarsi, quasi balbettando, e poi si chiarisce e si presenta con la credendità di una tesi supportata non solo da assiomi, ma anche da prove.

L’anima, dunque, pare muoversi in un suo “spazio-temporale” e in questa dimensione vive sviluppando la vita fisica, psichica e spirituale di ogni essere umano.

Non avrei paura dell’anima spirituale che gli anatomopatologi non riuscivano a trovare, ma la riterrei l’aggancio fondamentale per muoversi, individualmente e collettivamente, verso una sempre maggiore conoscenza (o “canoscenza“, se vogliamo citare il padre Dante) della realtà e delle possibilità operative dell’umana intelligenza, che è un “guardare-dentro” (lat. intus-legere) le cose, per uscire poi (exitus et reditus) a spiegarle, o almeno a comprenderle.

Scavare dentro di sé con dolore…

Marx, cioè il dr. Karl Marx da Treviri è stato un genio.

Un genio in varie scienze: l’economia, la politologia (non la politica), la sociologia in particolare ma, pur essendosi laureato in filosofia con una tesi su Democrito, fu un filosofo mediocre, anzi quasi nullo, e certamente perfino dannoso in antropologia filosofica, cioè nel discorso filosofico sull’uomo.

In tutta la sua vita, pur essendo stato un grande lettore (faceva quasi solo quello, di lavoro, oltre a scrivere) dei classici fino al suo “amato” Hegel, non capì (o non volle capire) alcunché dell’analisi profondissima che già esisteva sull’uomo e sulla sua struttura che era già a disposizione di studiosi e lettori comuni, anche se mancava ancora il lavoro fondamentale di Freud e di Jung, al suo tempo. Kant, però, gli era stato quasi contemporaneo e la Critica della Ragione pura pratica avrebbe dovuto interessare il gran Carlo. Non fu così. Socrate e Platone, Aristotele, Epicuro, Zenone di Cizio, Pirrone di Elide, Sesto Empirico, Lucio Anneo Seneca, Marco Aurelio, Agostino, papa Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino, Erasmo, frate Martin Lutero, Leibniz, Hume e Locke lo colpirono poco o punto, forse solo un poco questi due ultimi, maestri dell’empirismo inglese. Infatti, per la tesi di laurea, come abbiam visto, scelse l’atomista Democrito, e certamente lesse pure Lucrezio, seguace latino del greco. Un mio amico che si trova in ristretti orizzonti direbbe: “Questi erano del suo partito“, scherzosamente.

In altre parole, il “pensiero forte” sull’uomo dei grandi Greci, di Agostino, Tommaso e Kant non gli interessava ma, e questo un poco sorprende, neppure tanto il “pensiero debole” dei cinici e degli scettici classici, più di tanto: Sesto, Pirrone e Zenone non nascondevano i difettacci dell’uomo, mentre Seneca e il grande imperatore filosofo addirittura scrivevano trattati aforistici e numerose lettere, che erano dei veri discorsi antropologici, per spiegare come l’uomo avesse avuto sempre ed abbia bisogno di un ammaestramento singolo, individuale, continuo, poiché, di per sé, è debole e cagionevole sotto il profilo spirituale e morale. Ai nostri tempi, poi, sarebbero stati Freud e Jung più di tutti a scavare nel profondo.

Marx era convinto che l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini, potessero essere ri-formati nel profondo mediante una modifica radicale dei rapporti sociali, dei rapporti di produzione, togliendo ai “padroni” la proprietà privata dei mezzi di produzione, per affidarli a non meglio definite “commissioni o consigli operai” (i soviet?). Teniamo conto che Marx parla della situazione dell’industria britannica di metà ‘800. Vedesse oggi come lavorano i dipendenti di Elon Mask, non avrebbe un lessico adeguato per commentare, come è ovvio.

Altrimenti si può dire che le modifiche sociali ed economiche, secondo Marx, avrebbero prodotto, non dico come eterogenesi dei fini, ma come risultato secondario, una ristrutturazione dell’essere umano, così come avrebbero riformato le strutture economiche e sociali.

Quando parlo di questi argomenti, durante lezioni accademiche o conferenze solitamente uso una tabella che pone in sinossi due sintagmi collegati anche se diversi: la struttura di persona e la struttura di personalità. Si tratta di una sintesi molto didascalica fra un’antropologia filosofica e una psicologia fondamentale largamente condivisa. Elenco di seguito gli item che compongono le due colonne in sinossi: per quanto concerne la struttura di persona abbiamo la fisicità, che dice del corpo umano e del suo funzionamento; lo psichismo, che dice il funzionamento della mente; la spiritualità, atta a spiegare la predisposizione e la capacità dell’uomo di meravigliarsi, di stupirsi, di credere nella Trascendenza. Bene: i tre item sono uguali e corrispondenti in ogni essere umano, di qualsiasi etnia sia, qualsiasi sia la sua esperienza e il tempo della sua vita. Che cosa dice questa prefetta equivalenza ed uguaglianza? Dice chiaramente, assolutamente, inconfutabilmente, pari dignità, per cui fra il presidente a vita della Cina Xi e un bimbo abitante nel più remoto villaggio del Pamir non c’è alcuna differenza.

Per quanto concerne la struttura di personalità, anche qui abbiamo tre item: la genetica, che dice l’irriducibile unicità del vivente uomo, fin dal suo concepimento e in seguito, feto, nascituro, bimbo, etc. (si pensi alle bene conosciute differenze psicologiche e comportamentali dei gemelli monozigoti); l’ambiente che condiziona con la sua particolarità  lo sviluppo degli esseri umani, dando a ciascuno un imprinting e un destino, almeno in parte; l’educazione, diversa per ogni essere umano, fattore fondamentale di sviluppo soggettivo. Ebbene, la struttura di personalità consegna a ogni persona un peculiare percorso di vita, una vocazione, una possibilità che ha “quel” essere umano, e non altri, mai. Che cosa conferma questa irriducibile differenza? Conferma, senza tema di smentite, che ogni uomo/ donna, persona è unico/ a, e perciò chiarisce come ciascuno possa/ debba percorrere la sua propria strada, co-costruendo il proprio destino, cioè qualcosa di forte, di decisivo, di ineluttabile (cf. Emanuele Severino).

Caro dottor Marx, chissà se in qualche stato dell’essere potremo confrontarci, magari all’Università spirituale di Noûs, su questi temi e convenire che non è possibile riformare l’uomo, e renderlo più solidale e capace di empatia solo con le riforme delle strutture economiche e sociali, ma che occorre molto altro: il riconoscimento reciproco, il dialogo, il sentimento, perfino il dolore? Lo spero.

Il deliquio della politica attuale, per cultura generale, cultura dell’informazione e cultura politica

Diruta, deleta, masochisticamente indebolita, qui in Italia, la politica. E non consola il mal comune mezzo gaudio, se facciamo dei confronti con gli altri stati. Un esempio di queste ore: Zingaretti fa una convention (oggi si dice così) del PD, proponendo un rinnovamento radicale, con Landini, non so se anche con “greta”, o forse anche con la “racketa” (spero di no, altrimenti vuol dire il PD è alla frutta),  ma giustamente, a mio parere, riparlando di ius soli et culturae, e di cambiare i decreti sicurezza salviniani. Politicamente condivido queste due misure.

Dimaio risponde che nel momento in cui c’è il gravissimo tema di ex-Ilva e di Venezia, è improvvido parlare d’altro. Primo pensiero: come i gatti (o i cani, che è la stessa cosa) i politici attuali riescono a pensare a una sola cosa per volta. Se invece che una vi sono due emergenze contemporanee, vanno in tilt.

In matematica, storia, lettere, molti politici, anche laureati e di primo piano, secondo il valore loro proprio, che è assai scarso, sono insufficienti (ignoranti): Polverini, Di Girolamo, Fassina, Puglia, Buccarella, Zoggia, Mussi, Formigoni, Carella, Tabacci, Epifani, Alaimo, Lavagno, Richetti, Centinaio, Currò, Dato, Dimaio, Boccuzzi, Roccella, Casini, Cappelletti, Cicchitto, tra molti altri e altre (capre e capri) interrogati/ e dalle Jene, non ce la fanno. Salvini dice che “migranti” è un gerundio. Solo Buttiglione ce la fa. Che pena. Un’ignoranza crassa, vergognosa. Su circa un centinaio di interpellati, solo due o tre riescono a rispondere correttamente a domande tipo “data di inizio della Rivoluzione francese, 1789 o 1803; idem per la Rivoluzione russa 1917 o 1921; data della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo?; data dell’Unità d’Italia 1861 o 1871; data di promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana 1944 o 1947/8”; e altre date d’importanza e notorietà per una cultura da scuole medie ben fatte.

Vi è addirittura un tale (deputato o senatore, non ricordo) che raggiunge e supera il ridicolo, rispondendo a una domanda trabocchetto sulla “Lamenia”, uno stato che tutti (o quasi, evidentemente) sanno che non esiste. Forse costui ha appena visto il film fanta-storico-politico Il prigioniero di Zenda con Stewart Granger, che ne dite? Molti rispondono alla domanda “Norvegia e Svizzera” faranno un referendum per restare o uscire dall’UE come il Regno Unito, non mostrando di sapere che le due nazioni non fanno parte dell’UE. Ah, anche la Lamenia indirà un referendum confermativo con il plauso del citato parlamentare! E, gentile lettore, ti ricordi di quando Dimaio affermò che Pinochet fu dittatore in Venezuela e che la Russia è uno stato mediterraneo, oltre ad altri clamorosi svarioni? Oggi è ministro degli esteri e per ricoprire tale carica dovrebbe possedere nozioni non-banali di storia, geografia, cultura generale e geopolitica, che non ha.  Dobbiamo proprio incaricare questi personaggi incompetenti a rappresentarci, oppure, se vengono messi lì dei non-politici di professione, questi vengono pressoché denigrati come “tecnici”? Ebbene, forse che io sono solo un “tecnico”, visto che ho nozioni non-banali delle discipline su citate? E conosco altri con caratteristiche analoghe alle mie, ma nessuno che conti della “politica” li c… onsidera (volevo usare un altro verbo, più spiccio, ma un po’ volgaruccio). Bada bene, lettor mio, non mi sto candidando, sto solo ragionando, ché ho altro e di più interessante da fare in questa fase della mia vita. Continuo?

Qualcuno potrebbe dire: ma allora solo umanisti, linguisti, giuristi, letterati e filosofi possono fare politica? No, rispondo, basta curarsi di una propria base culturale e approfondire la conoscenza della lingua italiana  e del suo uso ordinario.

La cultura è un bene non libresco, erudito e pedante, ma respiro dell’anima, dello spirito, della psiche, è mezzo per comprendere l’infinita complessità dell’umano e della sua storia, dei modi espressivi e del funzionamento delle cose, dall’uni o multi-verso al cervello. E’ questo, non privilegio per pochi, ma diritto per tutti.

Certo è che, per acquisirne in misura dignitosa occorre fatica, sacrificio, proprio nel senso etimologico del termine che è “rendere-sacro-qualcosa” (dal latino sacrum facere). Facili sono le semplificazioni, le banalizzazioni, i giudizi sommari e manichei, gli estremismi polari e intolleranti, le definizioni apodittiche senza fondamento. Facile è denigrare la persona non entrando nel merito di quello che sostiene, contestandone eventualmente i fondamenti, le basi conoscitive, la documentazione sottesa. Facile è farsi belli con un pensiero semplificato accattivante, capace di stuzzicare sentimenti allo stato di pure emozioni, ma siamo in un tempo nel quale le emozioni sembrano santificate dal marketing mediatico e ogni ricerca della verità per tappe e umile ricerca sembra una perdita di tempo.

Caro lettore, prova ad ascoltare su Radio 24 La zanzara, condotta da un laureato, il giornalista Cruciani, che immediatamente, se appena qualcuno che telefona prova a porre questioni di complessità su un tema, lo sbeffeggia insultandolo con epiteti quasi sempre vergognosi, in questo spalleggiato da altri due giornalisti intellettualmente disonesti, l’uno, David Parenzo, che fa il sinistro alla moda, e l’altro, tale Gottardo, sfortunato perfino nel timbro vocale. Tre sporcaccioni. A volte sono stato tentato di telefonare, ma mi sono trattenuto: non sopporterei infatti di farmi insultare, senza possibilità di replica (perché ti buttano giù la chiamata dicendoti “imbecille”) da figuri del genere. Il conduttore spiega, se richiesto, questo suo comportamento con esigenze di “ritmo” radiofonico, pensando che gli ascoltatori, tutti, più o meno, cambierebbero canale se qualcuno si “impancasse”, secondo lui, in teoresi faticose. Non so se Cruciani si adegua a quello che lui ritiene sia il livello culturale del target degli ascoltatori, o se lavora, per qualche assai oscura ragione, per abbassare questo livello. Questo comportamento è, di per sé, un insulto all’intelligenza e alla cultura di molti. Non comprendo come Confindustria, proprietaria di Radio 24, possa permettere uno scempio culturale e morale del genere.

Di contro, gli ignorantelli dei 5S hanno fatto di tutto per far chiudere Radio Radicale, dove veramente tutti hanno la parola e possono portare un pensiero autonomo, anche complicato, per ora non riuscendovi. Speriamo non ci riescano.

Così è, se ti pare, caro lettor mio.

“Poupou” e “Jacquot” lungo le strade di Borgogna e i tornanti dell’Izoard, scendendo dal Portet d’Aspet per affrontare il Ventoux di petrarchesca memoria, fino all’Arc de Triomphe

I due nomignoli del titolo, così, tutti soli, direbbero qualcosa solo a esperti di ciclismo, ma la citazione dei passi alpini e pirenaici dà qualche traccia anche ad altri.

Ora anche il “contadino” Raymond ha raggiunto nella visio beatifica l’elegante campione che lo batté sempre. Per otto volte Poulidor salì sul podio del Tour de France, cinque volte secondo e tre volte terzo. Una volta lo vinse anche il giovane Gimondi, nel 1965, quando terzo fu Motta.

Raymond Poulidor, nato a Masbaraud Mérignac nel ’36 è mancato a Saint-Leonard-de-Noblat qualche giorno fa. Professionista dal 1960 al 1977, vinse una Vuelta a España, sette tappe al Tour de France, una Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, oltre ad altre decine di corse.

Ciclista professionista tra il 1960 e il 1977, ha avuto modo di correre con Louison Bobet, Federigo Martin Bahamontes, Rik Van Looy, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Joop Zoetemelk e perfino con il più grande dei corridori francesi Bernard Hinault, il bretone di Yffiniac, oltre che con il Normanno.

Pensandolo mi vengono in mente le grandi estati quando ero bambino e del Tour mi parlava Pietro, mio papà. In televisione, in bianco e nero andavo a vedere le tappe del Giro d’Italia nell’osteria “da Lino”, di fronte a casa mia, ma il Tour non si vedeva, perché la Rai non lo seguiva come il Giro. Si sentivano i risultati verso sera al giornale radio. E io aspettavo di sapere chi avesse vinto la tappa e la nuova classifica. Ricordo di avere seguito, per la prima volta, il Tour del ’65 che avrebbe dovuto essere vinto da Adorni, ma poi andò diversamente. Immaginavo le assolate strade di Francia in pieno luglio e imparavo i nomi dei colli più ardui, il Puy de Dome sul Massiccio Centrale nei Vosgi, il Tourmalet, l’Aspin, l’Aubisque sui Pirenei, e poi il Croix de Fer e il Galibier, 2650 metri, dove sarei andato decenni dopo con Bea bambina, ai tempi di Armstrong e Ivan Basso, di Rasmussen e del kazako Alexandre Vinokourov, che vinse quella tappa a Briançon. Era il 2005, proprio il 14 luglio.

La sua rivalità con Anquetil fa pensare alla differenza radicale che vi era fra i due, quasi a rappresentare – sociologicamente – l’uno una Francia contadina, arcaica, dura, il Nostro, e l’altro di più la modernità, l’eleganza metropolitana e cosmopolita di Paris. Anche il loro “francese” li distingueva: il grande Normanno parlava in punta di labbra quasi geloso di non dir troppo, Poupou era di poche parole, più silente e a volte dolorosamente cosciente della fatica di pedalare e di vivere.

L’uno, Jacquot, era abituato ad arrivare primo, vinse otto grandi corse a tappe (cinque Tour, due Giri e una Vuelta), l’altro fu “abituato” alla sconfitta, ma senza che ciò lo debilitasse al punto da fargli rinunziare a combattere. Perse un Tour da Anquetil per 55 secondi, uno dei distacchi minimi di tutta la storia del Tour de France. Mi pare che solo Fignon perse per meno secondi da Lemond, forse 8 o 12, anni dopo.

Arrivare secondo non significa essere sconfitti, ma arrivare prima di tutti gli altri eccetto uno. E’ importante il secondo posto perché insegna a non esaltarsi per un primato, che è sempre friabile vicenda della vita umana, che passa.

Quando il suo grande rivale fu vicino alla morte, ancor giovane, per un tumore allo stomaco e Raymond lo andò a trovare, si sentì chiamare, mentre stava uscendo dalla stanza d’ospedale: “Raymond – disse Jacques sorridendo come poteva – anche stavolta ti batto, arrivo prima io“.

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