L’io prevalente (anche se latente)

condizionamento…anche quando diciamo “noi”, caro lettore, a volte vi è un io-prevalente. Si percepisce, si intende tra le righe, è ivi insito, appare e scompare come un fantasma, ma c’è. Il noi è pronome comprendente l’io (anche come parziale anagramma interno, mi suggerisce Daniele), è avvolgente, democratico, spiritualmente crasico, gradevole, solidale, ampiamente sdoganato da tutte le culture, anche da quelle autoreferenziali.

Il “noi” talvolta imbroglia, perché si nasconde dietro un’area e un’aura di cultura partecipativa: in idioma veneto “gavemo dito, gavemo fato“, abbiamo detto, abbiamo fatto, ma, in realtà, s’intende “ho detto, ho fatto“, molto spesso. Tutto ciò sembra un po’ dietrologico e forse quasi paranoide, ma non  così: se si osservano bene i dicitori del “noi”, ci si accorge che spesso sono persone arrivate, persone di successo, che hanno stanziato doti psicologico-relazionali di prim’ordine in quanto a efficacia, e capacità sintetiche e operative di tutto riguardo. Ne troviamo in ogni ambito, da quello laico a quello ecclesiale, da quello politico a quello aziendale: ovunque allignano i dicitori del “noi”, capaci della giusta enfasi condivisorio-motivazionale, per spronare, spingere, catalizzare, lavorare per “vincere insieme”.

Di questa enfasi falso-comunitaria sono campioni i manipolatori della PNL (Programmazione Neuro-Linguistica) estremistica sposata da alcune organizzazioni commerciali, tipo multilevel, dove moltissimi “facchini” portano acqua al mulino dei pochissimi che girano in Ferrari, esemplificando simbolicamente il successo raggiunto (loro dicono, facilmente). Non per dire che i dicitori del “noi” sono tutti manipolatori, ma certamente sono persone che hanno manifestato un certo carisma, per cui non gli occorre più sottolineare il loro agire con l’uso del pronome “io”, che a quel punto sottenderebbe una  sopravvenuta insicurezza e calo di autostima.

Poi vi sono quelli che usano il pronome della prima persona singolare a ogni occasione: quelli che hanno fatto sempre prima di te quello che gli stai raccontando, oppure che “conoscono sempre qualcuno che l’ha già fatto”. A me questi secondi fanno un sacco di rabbia, perché non danno mai soddisfazione, ti sembra non facciano mai attenzione al tuo racconto, sono sempre altrove, non sono mai concentrati su quello che stai dicendo, perché stanno già pensando a quello che devono dire loro, possibilmente sminuendo la tua esperienza.

Costoro, maschi e femmine che siano, sono tra i peggiori pedagoghi che si conoscono, campioni di disistima e di danneggiamenti dell’identità altrui, specialmente dei ragazzi e dei giovani, di cui possono essere anche, incidentalmente, genitori.

Smascheriamo i primi e soccorriamo i secondi, se sono disponibili a farsi aiutare.

L’intenzionalità condivisa

primatiOgni giorno se ne scoprono di nuove su noi umani. Michael Tomasello, nel suo Unicamente umano. Storia naturale del pensiero (Il Mulino, Bologna 2014), ci propone un’ipotesi suggestiva sullo sviluppo della mente e del pensiero umani: non solo, tra tutti gli animali e anche tra i primati, siamo provvisti dell’encefalo più voluminoso e del numero maggiore di neuroni, sinapsi e assoni, ma vi sarebbe un’altra ragione, altrettanto forte e pregnante di quella del linguaggio complesso che ci contraddistingue, a caratterizzarci tipicamente quali siamo,  cioè la nostra tendenza a cooperare, non solo sotto il profilo fisico, ma anche sotto il profilo “sociale”. Scrive Tomasello nel citato volume: “L’interazione sociale cooperativa distingue gli esseri umani, fina dalla più tenera età, anche dalle scimmie antropomorfe, gli animali che più ci somigliano“.

Nell’evoluzione della nostra specie, la raccolta cooperativa del cibo, la cura congiunta dei piccoli, forme comuni di apprendimento e insegnamento, difesa cooperativa del gruppo, possono avere operato quella radicale differenziazione che è avvenuta nel fascio antropologico che ha portato all’emersione dell’homo sapiens sapiens, come ci siamo chiamati.

Secondo Tomasello, il linguaggio stesso si sarebbe sviluppato successivamente alla fase della cooperazione, cioè dell’intenzionalità condivisa, che avrebbe contribuito in maniera decisiva alla formazione dei codici composti da suoni aventi significati condivisi, e che poi sarebbero stati fissati in segni pre-linguistici e in linguaggi e idiomi sempre più complessi.

Che dire, se non che la meraviglia e lo stupore ci prende, quando squarciamo anche solo un lembo del nostro passato remotissimo, che ci ha costituiti così come siamo.

E aggiungo: ringraziamo il Signore.

L’uomo, scimmia nuda, essere “complesso”

uomoL’uomo conosce raccontando se stesso e del mondo mediante il linguaggio,[1] con il quale trasmette la propria visione del mondo, comunica e si comunica nelle relazioni inter-umane, nel tempo. La realtà é complessa, poiché una sua visione inferita da mero determinismo analitico e concettuale non soddisfa mai la ricerca del senso. Occorre anche un altro approccio conoscitivo, quello travalicante le dimensioni della razionalità e della logica: la ragione e il sentimento.[2] Osserviamo infatti come la chimica emerge dalla fisica, la biologia dalla chimica, la coscienza dalla vita biologica, la coscienza sociale da quella individuale, il tutto da Dio, nella nostra Fede. Biologi, filosofi, fisici, scienziati sociali e studiosi di management, stanno cercando da tempo di dipanarne il filo[3] che non era ignoto neppure ai ricercatori dello spirito di ogni tempo e luogo.[4]

Da Socrate con il suo sapere di non sapere, a Dante [Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarritaInferno, I, 1 – 3] a Nicola Cusano [De docta ignorantia,[5] l’ignoranza che si autoconosce, e che pertanto può procedere sulla via della conoscenza indefinita…], l’uomo si è reso sempre conto che ogni apertura a nuove conoscenze avrebbe comportato un’ulteriorità, l’obbligo di proseguire, di addentrarsi in trame e sentieri talora interrotti [Heidegger],[6]  e sempre erti, faticosi e difficili.

La meraviglia o lo stupore che si accompagnano al coglimento della realtà, si declinano in una specie di smarrito straniamento, mentre come sentimento accedono confusamente alla percezione della complessità, cioè di un qualcosa di incomprensibile con i soli strumenti della riflessione logico-razionale. Il processo della conoscenza approda ogni momento a una sorta di inesauribilità del reale, a una sua indefinitività. La persona stessa, manifesta anche una possibile “dividualità“, apertura, incompletezza, che comporta un continuum nell’azione conoscitiva.[7] Questa sempre parziale azione conoscitiva alimenta il desiderio come apertura verso l’alterità. L’alterità è dunque meravigliosamente sfuggente perché complessa, ma anche perché inesauribile e indefinibile componente della totalità.[8]

Vi è a questo punto un’unità di misura della complessità? Potrebbe essere il concetto di totalità inesauribile?

Alcuni, come R. Celestino [2002], intendono la totalità come sistema complesso, un insieme di parti che si influenzano reciprocamente e indefinitamente.[9] Joel de Rosnay [1977] spiega che un sistema complesso come nozione riferibile alla totalità è composto da una grande varietà di componenti o di elementi con funzioni specializzate e organizzate per sistemi gerarchici interni [ad es. nel corpo umano: cellule, organi, sistemi di organi]; i diversi livelli e gli elementi individuali sono collegati da una grande varietà di legami. Ne viene fuori una grande densità di interconnessioni.[10]

La totalità dice un numero pressoché indefinito di connessioni.[11] L’essere umano, per quanto ci è dato conoscere, è la struttura più articolata e ricca di connessioni tra i viventi, a partire dal cervello: la sua complessità pone un incommensurabile campo di analisi e di interpretazione sotto ogni profilo psicofisico e spirituale.[12] Non vi è dubbio che l’uomo costituisce un campo di indagine inesauribile, proprio per queste sue caratteristiche di indefinitività: pertanto non si dà mai come terminata la ricerca sui nessi e le interdipendenze che lo costituiscono.

 

[1] Omnis cognoscentia fit per modum cognoscentis, cioè ogni atto del conoscere avviene secondo il come [può conoscere] il soggetto, ovvero vi è un rinvio continuo tra linguaggio e realtà e quest’ultima e il linguaggio.

[2] Parafrasando J. Austen.

[3] Cf. Prigogine I., Morin E., Waldrop M. M., Stacey R., in DE TONI A.F. e COMELLO L., Prede o ragni, Ed. UTET Libreria, Torino, 2005.

[4] Cf. il pensiero mediterraneo, greco-latino e semitico, e il pensiero orientale, hindu-buddistico e taoista-confuciano.

[5] Cf. CUSANO N., De docta ignorantia, La dotta ignoranza, Rusconi, Milano 1988.

[6] Cf. HEIDEGGER M., Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, Pfüllingen, 1959, Sentieri interrotti, trad. it. di Chiodi P., 1971, a cura di Massarenti A., Il pensiero di Martin Heidegger. Opere scelte di grandi filosofi, ed. Il Sole 24 Ore Spa, Milano 2006.

[7] Anche se dovremmo sempre tenere presente l’intrinseca contradditrietà del subiectum come individualità irripetibile-persona, e nel contempo come ente sottoposto, come υ͗ποκείμενον.

[8] …e in attento ascolto delle notizie che giungono dalla ricerca neuro-scientifica sulla complessità del “software” umano.

[9] Ibidem, 7, cf. Celestino R., Il manager in tempo di crisi, in Ideediade, Periodico di cultura della qualità e dell’organizzazione, www.ipq.it/ideediade/n_25/management.htm.

[10] Ibidem, 8, cf. De Rosnay J., Il macroscopio. Verso una visione globale, Dedalo, Bari 1977; Dioguardi G., L’impresa flessibile: una riposta alla competizione globale; Bertelè U. e Mariotti S., Impresa e competizione dinamica. Complessità economica, efficienza d’impresa e cambiamento industriale, Etas, Milano 1991. Il Dioguardi, per spiegare come il concetto di complessità non debba essere confuso con quello di complicazione, pensa che vada riservata un’attenzione particolare al concetto di interazione, nella sua accezione diretta e di retroazione [feedback], poiché si tratta di collegamenti fra le parti che determinano reciproche influenze e condizionamenti in una condizione dinamica, quindi non statica. Se si verificasse soltanto quest’ultimo aspetto, si sarebbe in presenza di una struttura in stato di quiete, alla quale potrebbe ben applicarsi il concetto di “complicazione”, prima o poi conoscibile, spiegabile e quindi riconducibile al significato di semplice; Afferma Alberto F. De Toni [Università di Udine, 2005]: «Le due caratteristiche fondamentali per descrivere un sistema sono gli elementi e le connessioni. In un sistema complesso gli elementi sono molto numerosi: basti considerare alcuni sistemi come il cervello (1011 – 1012, cioè tra 100 e 1000 miliardi di neuroni), il mondo (1010 di persone, cioè 10 miliardi), il laser (1018 atomi), il fluido (1023 molecole/cmq). Oltre alla numerosità un’altra caratteristica importante degli elementi facenti parte di un sistema complesso è la varietà», De Toni A. F. e Comello L., cit., 9.

[11] Parlando di connessioni, constatiamo ad esempio che, se per ogni neurone del cervello possono esistere un migliaio di dendriti, il numero delle connessioni stesse [sinapsi] possa ammontare ad un ordine di 1013! Proviamo a elencare alcuni sistemi complessi presenti nel nostro tempo: biologia: DNA, cellule, organismi, cervello; economia: aziende, economia nazionale, economia mondiale; linguistica: linguaggi, gerghi, etc. [e siamo in tema del nostro lavoro]; psicologia e sociologia: individui, piccoli gruppi, grandi gruppi, società; chimica: reazioni chimiche; scienze informatiche: computer paralleli, e certamente altri.

[12] Ibidem, 10; S. Cerrato [1996] propone una interessante definizione: «Complessi sono tutti quei sistemi e quei fenomeni costituiti da molti componenti o agenti che interagiscono tra di loro in infiniti modi possibili e il cui comportamento non è dato dalla semplice somma dei comportamenti dei suoi elementi costitutivi, ma dipende fortemente dalle loro interazioni. I sistemi complessi sono inoltre adattativi, nel senso che sono in grado di elaborare informazione, di costruirsi dei modelli, di adattarsi al mondo e di valutare se l’adattamento sia utile o meno», in Cerrato S., Caos e complessità, Cuen, Napoli 1996.

L’ignoranza mediatica

rosso sangue uguale…è diffusa, basti pensare alla comunicazione sull’islam. Provo a riassumere rispettosamente alcuni concetti che nella vulgata mediatica, vista  l’ignoranza degli scribi odierni, con alcune onorevoli eccezioni che citerò più avanti, di solito non si trovano.

—Islam significa “abbandono/abbandonarsi a Dio”.

—Conosciamo le origini storico-teologiche di questa grande dottrina religiosa che interessa più di un miliardo di persone.

—Essa sorge in un ambiente molto duro e ostile, il deserto, e tiene conto della concretezza necessaria per una vita capace di svolgersi in quelle condizioni estreme.

—L’Islam non possiede -nel suo estrinsecarsi teoretico- le sottigliezze del rabbinismo talmudico o della teologia cristiana. Praticità e rifiuto delle astrazioni ne sono caratteristiche fondanti.

——Se il Corano è la parola stessa di Dio, l’uomo è stato creato da Dio e ha una consistenza che è fatta di sperma, di polvere e di terra [Cor 80, 17-22; 15, 28ss e 71,17]. L’embrione fu fatto di queste cose, per diventare uomo, essere destinato a morire e a essere resuscitato nel Giorno del Giudizio [Cor 91, 7-10; 21, 35], che vedrà coinvolto Gesù stesso (Isshà).

—Non vi è nell’anima dell’uomo il peccato, ma in lui Dio pone sia malizia sia pietà, per metterlo alla prova.

—Il muslim, l’abbandonato a Dio, è dunque teomorfico, ha forma divina, perché Dio agisce in lui, anche indipendentemente dalla sua propria volontà.

—Nella “via media” dell’Islam proposta da Al Gazali [XI/XII secolo d. C.], accettata dal sunnismo e in parte dalla linea sciita, più dogmatica, ritiene che Dio sia anche l’autore vero delle azioni umane, che però ricadono nella responsabilità soggettiva, perché comunque partecipate a livello razionale e del sentimento religioso.

——Si può dire che il Corano, cioè la Parola di Dio, in qualche modo simile, anche se non corrispondente, al Verbum cristiano, e cioè a Cristo stesso, mentre viene recitata dal fedele, lo trasforma rendendolo simile a Dio-Allah, che pure è e resta incomparabilmente distante e inaccessibile.

—La recitazione del Corano è un atto sacro, e anche qui potremmo trovare una se pur lontana analogia con il sacramento eucaristico cristiano, un entrare diretto in comunione con Dio.

—“Se anche si riunissero tutti gli uomini e i jinn per produrre qualcosa di simile a questo Corano non ci riuscirebbero, quand’anche si aiutassero gli uni con gli altri” [Cor 17, 88-89].

—Questa è l’enfasi con la quale il musulmano descrive il “suo” libro, che è il Libro stesso di Dio.

—L’uomo “coranico” è dunque convinto che il Libro sia come o più della sua sposa, e ivi si immerge e cerca di somigliargli, recitando le sure e le formule, fino a subirne l’effetto mistico, e perfino magico-sacrale.

l mondo nel quale nasce l’Islam è un mondo fatto di silenzi e di grandi distanze, nel quale è importante ciò che si ode, l’ascolto, il “detto”.

—Gli adepti dell’Islam sono persone concrete e amanti dei fatti, mentre si spostano con le loro carovane lungo i sentieri del deserto.

—La vicenda ha origine nell’ambiente aspro della penisola arabica attorno ai primi del VII secolo d. C.. Mohamed è un carovaniere come tanti, ma è anche un uomo molto religioso e mistico …

—Il credo musulmano si forma in pochi decenni, costola robusta della tradizione monoteista già presente e operante tutto intorno: gli ebrei sono presenti a Mecca e a Yathrib, o Medina; cristiane sono popolazioni che vivono a nord e a sud dell’Arabia: lo sono gli etiopici e gli abitanti dei regni bizantini; sono cristiani i monaci itineranti del deserto, sono monofisiti, nestoriani, ebioniti

—Certamente Mohamed incontra alcuni di questi, certamente discute con loro dell’unico “Dio”, che egli chiama Allah, ma che “assomiglia” in modo vigoroso al Dio dell’Antico Testamento, Yahwe, Il Signore.

—Mohamed discute forse anche di “cristologia” dissentendo sulla natura divina di Gesù, già evidenziata e sancita dal “credo di Calcedonia” del 451. Per Mohamed la natura di Gesù non è α̕τρέπτος, α̕διαι̃ρητος, α̕χορίστος, α̕συγγχύτος, cioè non è duplice, ma indivisa, indistinta e di due generi, l’umano e il divino, perché Gesù è “solo” il più grande dei profeti, nabijm, prima della venuta e dell’annuncio di Gabriele a Mohamed. La rivelazione della Parola è in corso.

—Il “Quran” ora parla.

—Il Corano, che è la “proclamazione” della Volontà e della Verità di Dio, parla dicendo quello che i fedeli devono fare per essere tali.

—La fede nel Corano è il rispetto della Shahada, professione del monoteismo di Dio, unica possibilità di salvazione dell’anima. Essa non è basata sui desideri dell’uomo, ma solo sulla Parola di Dio stesso. La Sharia ne costituisce l’applicazione politico-legale.

Ma l’uomo, per l’Islam che cos’è?

—E dunque l’uomo è innanzitutto un “essere intelligente che crede in Dio”, un fedele… anzi, in lui vi è una specie di teomorfismo, una divinizzazione progressiva… mentre recita: La ilahailla Allah, wa Muhamad dam rasul Allah, cioè “non c’è dio se non il Dio e Mohammed è il suo profeta”. E poi Allah u akbar, “Dio è il più grande”, e infine, Insha Allah, “se Dio vuole”, come affidamento totale nelle mani di Dio stesso di ogni momento della vita umana e delle sorti del mondo.

—Il fedele deve dunque sottomettersi alla legge di Dio che è nel Corano, dove minuziosamente sono ordinate le azioni da compiere e quelle da evitare, a partire dai cinque obblighi fondamentali: a) la professione di fede, b) la preghiera, c) l’elemosina, d) il pellegrinaggio a La Mecca, e) il digiuno nel mese di Ramadan.

—Nel mondo dei sufi, i mistici sottolineano particolarmente la meditazione e il digiuno, atti ad un’elevazione più adatta all’incontro con Dio.

—L’Islam storico non si suddivide solamente nelle due grandi tradizioni del sunnismo e dello sciismo, ma comprende molte altre declinazioni e scuole teologiche: basti qui dire che vi sono sfumature innumerevoli tra una visione assolutamente dogmatica e letteralista del rispetto del Corano, e visioni che si distaccano dall’interpretazione letterale [ad es. nella linea asarita], accogliendo molti testi come metafore o allegorie, diminuendo di molto il tema della predestinazione del destino delle anime e attribuendo molto valore alle scelte personali e all’esercizio della volontà individuale, che è relativamente libera [ad es. nella linea mutazilita].

—Il risveglio attuale dell’Islam pone a noi occidentali un’esigenza di conoscenza per un confronto non banale sotto il profilo intellettuale, e produttivo sotto quello delle relazioni e della politica, in una società, la nostra, fortemente secolarizzata e con basse idealità.

Ne parla con cognizione di causa Renzo Guolo, sociologo delle religioni, docente a Padova.

Egli sostiene che oggi dire “islam” è generico e riduttivo, anche perché esso si declina, oggi più che mai nella storia, in molti modi: non solo nelle dottrine e suddivisioni classiche (ad es. sunnismo e sciismo) presenti nei territori tradizionali del Vicino oriente, dell’Africa centro-settentrionale  e del sud-est asiatico, ma anche sotto profili socio-culturali diversi. Se non si ha presente questo scenario, si rischia di parlare solo del fondamentalismo paranoide e reazionario, che si esprime con guerre asimmetriche, attentati e omicidi-eccidi insensati. Non cito neanche i soggetti sottintesi, perché troppo noti.

Va invece osservato, scrive Guolo (Relazione I.R.S.E. 2002, sempre attualissima) come sia necessario distinguere tra islam religioso e islam sociologico, proprio per comprendere meglio ciò che accade nell’immigrazione di popolazioni afferenti a quel credo, anche in Italia. Immigrazione che avviene come un’onda irrefrenabile da situazioni e condizioni a volte tremende, movimento che, come la Storia attesta, si configura come una marea.

Queste persone si trovano in una condizione di doppia assenza, fuori dalla società di provenienza e fuori da quella di accoglienza, a volte, magari, anche con lodevoli eccezioni, e quindi cercano condizioni di ricostruzione di una propria identità. L’Europa e l’Italia finora non sono riuscite a predisporre una politica condivisa, adeguata e rispettosa dell’umanità, ma anche della propria storia, legislazione e tradizioni.

Qui si oscilla tra la segregazione di quella gente e il toglimento dei crocifissi dalle scuole, perché “offenderebbero” altre sensibilità religiose. Ci si barcamena tra due estremi, entrambi idioti, il razzismo isterico dei Borghezio e l’insopportabile “politicamente corretto” delle  Boldrini di turno.

Ai rivolgimenti epocali di carattere economico e all’iniqua distribuzione dei beni nel mondo, negli ultimi vent’anni si sono aggiunti terrificanti errori di valutazione politica connessi con un cinismo incommensurabile da parte di grandi “paesi” dell’occidente (USA e Gran Bretagna in primis,), che hanno messo in moto in modo truffaldino (ah Blair, mi vergogno che tu sia stato socialista, per le troppe menzogne dette in modo sorridente, vergognati!) sanguinosissime guerre, prodromo, tra altri, del tremendo garbuglio attuale, nel quale sembra che alcune migliaia di fanatici con i pick up possano tenere in scacco aeronautiche militari e mezzi blindati tra i più potenti del mondo. Balle sesquipedali! Si vede che a molti, di qua e di là, conviene così: che si scannino tra di loro (i musulmani) e così via. Un cinismo atroce.

Che fare? Siccome l’intelligenza ci dovrebbe aiutare a distinguere, a non fare di ogni erba un fascio, si dovrebbe chiarire bene con gli stati islamici che cosa intendono fare con il fondamentalismo e agire di conseguenza, perché la follia fa fermata; dall’altra parte, qui da noi, in Italia e in Europa, chiarire bene che società vogliamo, che democrazie intendiamo sviluppare, che criteri di partecipazione vogliamo proporre, nel rispetto delle nostre modalità di vita e della diversità culturale altrui.

La morte e la vita

madreOtto piccoli uccisi a in Australia… una mamma arrestata, perché sospettata, sette erano suoi. Bambini e ragazzi da diciotto mesi a quindici anni di età, A coltellate. Racconta il web “…in una casa del quartiere povero di Manoora a Cairns, centro turistico sulla costa nordest dell’Australia e snodo dei turisti diretti alla Grande Barriera Corallina.” Ferita e piantonata in ospedale. Un altro colpo allo stomaco per chi legge ed è informato, in una sequela quotidiana di notizie, che si auspica sempre finisca, e invece non finisce mai.

Osservo sempre, dialogando, che l’uomo non dovrebbe mai (eccolo!)pronunziare gli avverbi “sempre” e “mai”, perché non può dominarli, nel suo tempo finito: avverbi “divini”, mi vien di chiamarli. Ebbene, che altro si può dire del “male”, se non che è qui e ora, inestirpabile, sotto il profilo della sua radicalità, ineliminabile, sotto il profilo razionale, costitutivo dell’ambiguità dell’umano, scimmia intelligente, sotto il profilo di un’etica possibile.

Un’altra donna… e “un bimbo che nasce dal ventre della madre morta clinicamente da due mesi“. Questo accade due giorni fa al San Raffaele di Milano. Per nove settimane in morte clinica per un’emorragia cerebrale, è stata incubatrice biologica, non-cosciente, dell’esserino sviluppatosi nel suo ventre. Nato il piccolo, prematuro di un mese, ma sano, un chilo e ottocento, sono state staccate le macchine e donati gli organi.

I Nomadi cantavano quarantacinque anni fa “Per fare un uomo ci voglion vent’anni,/ per farlo vero non basta una vita./ Per fare un bimbo un’ora d’amore,/…La morte e la vita rimangono uguali.”

Ecco, nel caso di Milano una morte per una vita, la vita che vince la morte, il bimbo sopravvissuto alla madre. Il miracolo, che è solo una cosa meravigliosa, accade se si crede e se si opera con l’intelligenza di cui siamo provvisti.

In Australia, e ovunque la morte e la vita, intersecate, avvinghiate in un combattimento senza fine, dove consapevolezza e ignoranza, grandezza morale e disperazione sono in campo sulla sterminata prateria della vita.

Di fronte alla dis-grazia, che è una mancanza di grazia, non facciamo discorsi od omelie (questo lo dico ai predicatori di tutti gli altari del mondo, religiosi e civili, siano essi vescovi, imam o presidenti della repubblica), contenenti dichiarazioni od auspici come “mai più”, ché non si dà proprio il “mai più”. Non consoliamoci con ciò che è falso, mentendo a noi stessi sapendo di mentire.

Lo squilibrio emotivo, l’ingiustizia, la follia, la crudeltà e il cinismo ci accompagnano, ma anche la nobiltà d’animo, la responsabilità, l’empatia solidale, l’amore.

Per Emmanuel Lévinas l’uomo è consapevole ex-sistens, cioè più che un esser-ci, un essere[stare]-fuori-di-sé, per comprendere l’altro-da-sé-come-volto, non come pura identità-altra. Anche la filiazione è un rapporto irriducibile con l’altro, che è figlio come un altro-se-stesso. Non si tratta di avere un figlio che si dà come oggetto, ma di essere il proprio figlio, non essendolo.

Altro dirti non vo’, (chioserebbe il conte Giacomo da Recanati), se non di pensare l’altro come un te-stesso (Gesù di Nazaret).

fashion blogger e icone social

via di TorinoOspite di un talk show su una tv privata ho imparato che cosa sono le icone social e le fashion blogger. Finora ne avevo solo sentito parlare, ma non riuscivo a distinguere le due figure.

Ora il loro ruolo mi è noto e non ne sono impressionato più di tanto. In trasmissione c’era una rappresentante per categoria, più un frizzante giornalista radio. Le due ragazze non avevano sbavature estetiche, erano “perfette”.

Mi preoccupa la perfezione. Di simpatico c’è stato che non ho percepito fanatismi o esaltazioni particolari, anzi, una delle due, la più matura, mi ha chiesto a un certo punto, in diretta, se io non consideri stucchevole e superficiale il loro lavoro, e lo stesso sistema di valori sotteso. La domanda mi ha in qualche modo sorpreso e le ho risposto di no, ché la differenza, nella vita e nel lavoro, la fanno sempre le persone.

Interpello Bea sul ruolo e mi scaraventa una risposta irriferibile.

Penso che il fenomeno sia coerente con i nostri tempi e il tipo di comunicazione leggera e superficiale che funziona, pericolosa solo se non si è consapevoli di com’è fatta e dei suoi limiti.

In definitiva, un’esperienza “istruttiva” e non sgradevole: mi chiedo, però, che cosa succederà di queste ragazze, quando la levigata perfezione della giovinezza lascerà il posto a qualche ruga espressiva, a qualche segno del tempo.

Se saranno capaci di autoconsapevolezza passeranno ad attività più consone alle nuove età che avranno, altrimenti resteranno nostalgie delle icone che erano un tempo.

La coscienza è campo aperto

medicina e filosofia…oramai da tempo tra filosofia e neuroscienze, con i corollari delle scienze psicologiche e psichiatriche. Un campo aperto.

La coscienza, lasciando qui da parte la sua accezione morale, come luogo delle scelte eticamente rilevanti, gli atti volontari responsabili, oggetto della filosofia classica, è un tema su cui esiste una sterminata letteratura. Di positivo vi è che i vari saperi finalmente si parlano, dialogano, senza la pretesa di avere una sorta di egemonia sull’oggetto studiato.

Vi sono sempre più neuro-scienziati che ritengono utile dover avere uno sguardo filosofico, e altrettanto fanno i filosofi, che non disdegnano più di avere informazioni sull’hardware umano. Fino a pochi decenni fa vi era una separatezza sussiegosa tra i due ambiti, cosicché oggi sta opportunamente accadendo qualcosa di analogo a quando i filosofi naturali accettarono che il metodo della ricerca sulla natura e sul mondo fosse quello delle scienze sperimentali, da Bacone e Galileo in poi, e non la metafisica classica, peraltro indispensabile per altri fini conoscitivi.

Stanislas Dehaene è autore di un volume molto interessante sul tema, Coscienza e cervello. Come i neuroni codificano il pensiero, (Ed. R. Cortina, Milano 2014).

Il ricercatore, sviluppando insieme con il suo maestro Jean-Pierre Changeaux il progetto “Global Neuronal Workspace Theory”, spiega che le tecniche di “Neuroimaging” (o visualizzazione dell’attività del cervello) riescono ad anticiparci di qualche brevissimo tempo ciò che sta per accadere a livello cosciente, mostrando l’attività elettrochimica delle aree cerebrali preposte. In altre parole, le diverse colorazioni delle aree attivate in qualche modo visibili alla elettroencefalografia, dicono che i lobi prefrontali della corteccia stanno per manifestare un’idea, un ragionamento, un apprezzamento, un’emozione.

E’ come se le cose che accadono siano quasi un micro-ricordo di fatti che le precedono, impercettibilmente, alla coscienza cosciente.

Il neuro-scienziato precisa che alla coscienza giunge solo una minima parte di ciò che avviene a livello fisico-biologico: altrimenti, il software non recepisce tutta la produzione dell’hardware, che risulta così potenzialmente sovrabbondante.

Pensare induttivamente attiva parti diverse dei lobi di quando si ragiona deduttivamente, così come accade se si prega o se si calcola, se si scrive un racconto, o una relazione tecno-scientifica, se si è fiduciosi o perplessi o demotivati e stanchi.

Che cosa può implicare ciò filosoficamente? Innanzitutto un quesito: se le cose accadono prima a livello non-cosciente e successivamente si manifestano alla coscienza, come si pone il tema della libertà in un contesto siffatto? Ovvero, ci può essere una reciproca interferenza-interdipendenza quasi di sincronizzazione tra i due momenti e luoghi, che avviene in tempi e modalità tali da non mettere in questione il libero arbitrio, e quindi anche la nozione morale classica di coscienza?

Un secondo quesito: come può l’uomo avere chiarezza assoluta dei meccanismi mentali, nel momento in cui per studiare se stesso usa se stesso? Infatti lo studio di sé è diverso dallo studio del mondo della natura, e ciò anche per l’idealismo più spinto di un Fichte o di uno Schelling, per i quali nell’Io assoluto si ricomprende il mondo.

Siccome i due ricercatori e anche altri loro illustri colleghi come il neurofisiologo Gerald Edelman non riescono a spiegare questo oscuro e difficilissimo ambito, non ci resta che socraticamente dichiararci ancora tecnicamente ignoranti e continuare a studiare umilmente la meraviglia della complessità, declinata nell’animale uomo, nel cosmo sconfinato, e nella nostra anima inquieta.

La scimmia “nuda”, anzi “vestita”, ovvero dell’ignoranza crassa e colpevole

bottiglietta lanciata da coglioneHo conosciuto lo zoologo inglese Desmond Morris leggendo molti anni fa il suo bellissimo libro L’uomo e i suoi gesti (Mondadori), un trattato sulla gestualità e la prossemica umane studiate da un punto di vista antropologico culturale ed etnografico. In questi giorni ho tra le mani La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo, edito  da Bompiani. Devo dirti, caro lettore, che mi beo in questi fine settimana pre-invernali, immergendomi in queste letture studiose, alla ricerca di ulteriori spunti per comprendere qualcosa di più di me stesso come animale, e di tutti gli animali umani che incontro. Nei mesi scorsi mi ha fatto compagnia Lo scimmione intelligente, scritto a quattro mani da Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello, una coppia ben assortita.

In prefazione de La scimmia nuda, Morris si scusa esplicitamente con i lettori, prima per il titolo, e poi perché dichiara subito, apertis verbis, che intende trattare l’argomento “scimmia nuda”, cioè noi, da un punto di vista strettamente “zoologico”, animale, studiandone l’evoluzione fin da quando la scimmia raccoglitrice africana si è eretta in piedi a guardare la savana e ha cominciato a costruire utensili con il pollice opponibile, ed è diventata “intelligente”, anzi più intelligente. Bene, nulla quaestio, penso, anche per i venticinque/ ventisei lettori di questo sito. Dai, fatemi scherzare!

Peraltro, circa la definizione di “punto di vista zoologico”, se fossero ancora tra noi, potrebbe essere d’accordo lo stesso Aristotele (cf. Politica, 1253 a2 e De anima, III: l’uomo è un animale razionale e sociale), e Tommaso d’Aquino che lo commenta (Propter quod dicit Aristoteles in tertio De Anima, quod sicut sensus circa propria … esse animal rationale mortale).

Ora, senza mancare di rispetto ai nostri cugini primati, e neppure alle altre scimmie non antropomorfe, come le bertucce, i cercopitechi e le nasiche, mi par di poter dire che spesso il comportamento dell’animal homo, essendo anche razionalmente determinato, è orrendo: e qui non parlo dell’uomo omicida, torturatore e sopraffatore, ma dell’uomo che gira per le strade, l’homo communis, anche bravo lavoratore e padre di famiglia. Ebbene sì, anche costui fa cose orrende. Mi chiederete quali… e se vi dicessi che stamani, lungo i cigli di sessanta kilometri di strada nelle “Terre di Mezzo e nella Bassa” ho intravisto pattume vario ogni cinque o sei metri, meno di una pedalata (scatole di sigarette, lattine di birra vuote e accartocciate, scatole di chewing gum, bottiglie di plastica, e altra sporcizia che l’automobilista cretino non riesce a portarsi a casa). Addirittura, alle sorgenti dello Stella, a Flambro, interi sacchetti di immondizie scagliate da qualche vergognoso ignorante del posto o di passaggio.

Ho detto “atti orrendi” e lo ripeto. Compiuto per ignoranza? Per stupidità? Per pigrizia? Per disprezzo? Basta così? Ho detto: ignoranza, stupidità, pigrizia, disprezzo. Si tratta di poco? Concetti da poco? Piccole cose, difettucci?

Lasciamo perdere la stupidità, la pigrizia e il disprezzo, per questa sera. Andiamo a vedere che cos’è l’ignoranza.

Tommaso d’Aquino, nella quaestio disputata De malo, tratta all’inizio l’ignoranza involontaria, e quindi incolpevole, e successivamente quella volontaria, e perciò colpevole, scrivendo, tra l’altro:

Quando uno non ha cura di conoscere, diventando ignorante per negligenza, soprattutto se quelle conoscenze sono connesse con il proprio ufficio.

Quando uno vuole, in maniera diretta o indiretta, qualcosa a cui consegue poi l’ignoranza; esempio di modo diretto può essere l’ubriaco, che compie azioni disoneste dopo aver bevuto; invece, un modo indiretto può essere quando una trascura di eliminare quelle passioni che, crescendo enormemente, ostacolano la ragione.

Quindi, quando uno vuole volontariamente ignorare qualcosa per non abbandonare il male che desidera, l’ignoranza non può essere una scusa per il peccatore; quando invece uno «ignora indirettamente», in quanto trascura di informarsi, oppure quando uno vuole «ignorare accidentalmente», mentre desidera direttamente o indirettamente qualcosa che provoca l’ignoranza, una tale ignoranza non causa totalmente l’involontario nell’atto che segue, poiché l’atto che segue, per il fatto stesso che procede da un’ignoranza, che è volontaria, è in qualche modo volontario.

Infine, se invece  l’ignoranza non è assolutamente volontaria,
cioè non segue nessuno di questi modi di ignoranza, «per esempio quando è invincibile e quando non è accompagnata da nessun disordine della volontà, allora rende totalmente involontario l’atto che segue.”

Legislatori e magistrati studiate Tommaso per avere un po’ di lumi sull’omicidio stradale volontario!

Di che ignoranza parliamo nel caso dei cretini di cui sopra? Involontaria? Nooo, volontaria, volontarissima, perché intrisa di pigrizia, disprezzo e stupidità. Colpevole dunque, e meritevole di tutto il disprezzo che è dovuto a chi non rispetta il BENE COMUNE, che è la Terra su cui abbiamo SOLO un MANDATO.

Poi, caro lettore, siccome il titolo concerne anche l’ignoranza, non posso non cennare a quello che ho sentito ieri nel comizio di Landini a Genova: oltre alle frasi ad effetto applauso, fatte e trite, l’ho sentito invitare il Governo a imparare l’italiano, ma, e qui sta il contrappasso, ecco che l’oratore inciampa su due o tre congiuntivi non pervenuti. Meno male che la Camusso in un’altra piazza ha parlato di dilettanti allo sbaraglio: forse intendeva qualcuno dei suoi allievi.

Ah, una proposta per Renzi: ripristiniamo nella scuola dell’obbligo (almeno) un’ora o due di “Educazione civica”, invece dell’idiota e boldrinesca “interculturalità”, che non serve a un…

Notte.

Corruptio optimi pessima

un detto di TacitoMio caro lettor decembrino,

la corruzione della persona eccellente è cosa pessima, detto nel titolo in un latino denso e sintetico: tre parole bastano, ma in italiano ne occorrono otto. E in inglese sette: the corruption of the best is horrible. Il latino è superiore.

Chissà perché vienmi in mente tal confronto, nel declinar d’una quieta domenica preinvernale, ancora umidiccia di vapori sciroccosi, buona per la corsa e la meditazione?

Sarà perché leggo un ricordo di Paolo Rossi (beninteso non il prode pedatore, ma un signore un poco più culto di quello), nel quale si dice che la cultura sociale può ridurre la corruzione. Insigni ricercatori (cf. Daniel Treisman, The causes of corruption: a cross-national study, Journal of Political Economics, London 2014) sostengono che la corruzione è minore nelle nazioni “protestanti” e liberaldemocratiche, quasi che quelle mediterranee, cattoliche e prive della Riforma luterana, siano più predisposte corrive, quasi socio-geneticamente, alla corruzione: il noto “familismo amorale”. La tesi forse risente un po’ della nazionalità dello studioso, però…

Ma altri studi si orientano verso sponde differenti: ad esempio, vale la pena di confrontare le tesi di due biologi-sociali come F. Úbeda e e E. A. Duéñez, i quali nel loro Power and Corruption, Evolution (London 2014), sostengono che la corruzione è insita nell’esercizio del potere, fin dai tempi antichi, e che, anzi, una certa corruzione, pur essendo un male in sé, può favorire certi percorsi e soluzioni di problemi. Epperò vi è un “ma”, secondo la loro ricerca la corruzione si diffonde di più dove socialmente è più basso il livello cognitivo e culturale. Dunque, la cultura serve alla morale, come confermano altri studi (cf. N. Potrafke, Intelligence e Corruption, Economic Letters, 2014). La cultura alza la soglia critica delle persone e combatte la buona battaglia della conoscenza umana: ignorare significa essere più fragili, più esposti all’arbitrio degli arroganti, che sono corrotti dal potere (cf, AA.VV., Does power corrupt or enable? When and why power facilitates self-interested behaviour, Journal of Applied Psycology, Vol 97-3, 2012).

Ancora un’altra ragione, dunque, per darsi da fare per la cultura, dimensione e ambito capace di lottare intrinsecamente contro le malformazioni dell’etica individuale e sociale. Come si può fare?

Lavorando ognuno nel proprio ambiente, sapendo distinguere bene i linguaggi, e utilizzandoli secondo la semantica, ma anche la pragmatica, e apprezzando l’infinita espressività della parola, nel rispetto della sua struttura e accezione corretta e profonda.

Curando l’esplicito e l’implicito, avendo rispetto per le parole e per i dicenti, gli ascoltanti e i pensanti, cioè noi tutti. Dispiace rilevare come ancora molti non abbiano questa consapevolezza, tanto più preziosa in questa fase storica che attesta una pesantissima crisi cognitiva, logica e morale.

Assisto a volte a inspiegabili gaffes, anche di persone in possesso di titoli accademici (mia nonna con la terza elementare non ci sarebbe caduta): ciò accade, non solo per carenze cognitive di base, ma per superficialità, disinteresse, freddezza, alessitimia cognitiva, accade. E spesso non viene registrata e discussa.

La corruzione non è solo dunque una mostrazione dell’esiguità etica, ma anche della insipienza intellettuale e morale di molti, che sono intrinsecamente corruttori, di cui bisogna prendersi cura se “vi sono speranze” di resipiscenza, oppure allontanare da posizioni che richiedono un più elevato senso delle cose che si dicono e che si agiscono.

come ai tempi di Ippocrate, o di “colui che comandava a i cavalli”

IppocrateL’arte medica è eterna la vita breve, …così oggi, nella Villa Policreti di Castello, in quel d’Aviano, abbiamo scambiato idee, platoniche e non, con medici e personale sanitario di un onorevolissimo istituto, concordi nel dire che l’arte medica è intrisa di etica alta, quella della salus, della buona vita, dell’aiuto al dolore e al disagio, nell’unità di corpo, mente e spirito… quattro ore in cui lo scambio è stato la mercede purissima dell’esercizio ascetico di menti attente…

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