Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Morire di lavoro, o esser morti dentro, di stupidità

Paola Clemente è morta di fatica, sfruttata da un caporale travestito da somministratore interinale. Lei, 49 anni, il 13 luglio del 2015 è morta di fatica nei campi di Andria, in Puglia.

Dodici ore al giorno per 27 euro di paga.

La Procura di Trani, dopo aver indagato ha proceduto a far arrestare sei persone per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, in base alla legge del 2016 contro il caporalato.

Sono stati arrestati il responsabile dell’agenzia interinale che pagava 2 euro e mezzo l’ora Paola, alcuni collaboratori e qualche altro delinquente che si occupava dei trasporti nei campi in condizioni bestiali.

Sul lavoro si muore da sempre, dalla costruzione delle mura di Gerico.

E dunque che le morti sul lavoro non siano una novità è noto, ma altrettanto noto è che da qualche decennio esistono normative molto stringenti a tutela della sicurezza e salute del lavoratori, ed esistono i modelli organizzativi e i Codici etici, di cui ormai molte aziende si sono dotate. Si può dire che questa attenzione ha fatto sì che negli ultimi trent’anni, in Italia, gli infortuni mortali per anno si siano ridotti di due terzi: da circa duemila nei primi anni ’80, ai circa seicento dello scorso 2016. Sempre troppi, certamente, ma il trend è positivo e va mantenuto.

Che cosa c’è di più a dire del caso citato? Che non solo le condizioni di lavoro erano disumane e disumanizzanti, ma anche il trattamento economico era sotto ogni minimo di sopravvivenza, in violazione della Costituzione e del contratto agricolo sezione avventizi. Una vergogna indicibile, segno di disumanità e feroce cinismo sfruttatore, segno di malattia sociale e di connivenze insopportabili, segno di lentezza burocratica nei controlli degli istituti e di addormentamento forse doloso degli stessi sindacati.

Il caso fa rabbia irresistibile e grande tristezza, attestando come vi siano ancora angoli del mondo, e della nostra stessa Italia, dove per anni si può impunemente maltrattare le persone fino a farle morire di inedia e di fatica. Mi auguro che i responsabili paghino il fio dei loro crimini davanti alla legge, ma ancora di più che si vergognino per il resto dei loro giorni.

 

Altro fatto. Follonica (Grosseto), 23 febbraio 2017. Tre dipendenti di un supermercato Lidl

“…hanno rinchiuso due donne nomadi in un gabbiotto dove si trovano i cassonetti per la carta, hanno ripreso con un telefonino le loro urla e gesti disperati perchè volevano uscire dalla improvvisata prigione, poi hanno postato il video sui social: per questo tre addetti di un supermercato di Follonica sono stati denunciati dai carabinieri ai quali le donne si sono rivolte dopo essere state liberate. La Procura di Grosseto ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. La “prigionia” delle due donne, sorprese dagli addetti a prendere carta e cartone dai cassonetti, è durata pochi minuti ma il video postato su facebook ha totalizzato oltre 200mila visualizzazioni, tra cui molte approvazioni tipo mi piace. Nelle immagini si vede il gabbiotto e due degli addetti che ridono e dicono alle due donne, che si trovano oltre una parete del gabbiotto, di che non si doveva entrare in quell’area, mentre un terzo riprende la scena. Poi l’inquadratura si sposta sulla parte superiore del gabbiotto, coperta da sbarre, e si vedono le due donne urlare e disperarsi. Dopo la loro liberazione, quasi sicuramente ad opera degli stessi addetti, le due donne si sono rivolte ai carabinieri.” (dal web)

Se fossero stati rinchiusi due gattini o due cagnolini vi sarebbe stata la sollevazione del web.

Essere convinti di questo significa avere la consapevolezza che gli imbecilli, i cretini, i vigliacchi senza volto e senza onore, infestano la rete come un’epidemia.

La metafora del treno

A chiusura di un seminario sui principi etici da me svolto in una grande azienda friulana, il mio amico ingegner Fabio, direttore tecnico, propone una metafora meravigliosa, quella del treno. Avevamo parlato di come si accoglie un nuovo collega e di come il nuovo collega si deve comportare nel nuovo ambiente di lavoro, sottolineando l’esigenza dell’umiltà, del rispetto e del riconoscimento reciproco, indispensabili per costruire e rinforzare i gruppi di lavoro.

A fine seminario, Fabio prende la parola e dice: “Io immagino l’azienda come un treno, che parte da Parigi, destinazione Roma, o Istanbul, o Berlino, o Mosca, non importa. Il treno è l’azienda; parte con delle persone, con i macchinisti, i conduttori, gli assistenti e con i viaggiatori che salgono alla stazione di partenza. Poi viaggia e viaggia, è un treno importante, che si ferma solo nelle stazioni principali; a ogni stazione salgono nuovi passeggeri e scendono persone giunte alla meta. Il treno viaggiando veloce squarcia cortili e paesaggi, attraversa pianure e montagne, entra in buie gallerie e cavalca arditi viadotti, ma ogni tanto si ferma per accogliere nuovi viaggiatori. Cambiano gli orizzonti e le lingue parlate, viene sera e poi la notte… e va e va.”

E il racconto di Fabio poteva continuare, ma lui voleva far cogliere la metafora, la simbologia di un percorso condiviso, su un mezzo di trasporto condiviso, che pone tutti sullo stesso vettore in corsa, tutti a con-vivere l’abbrivio della velocità e del cambiamento.

Può essere il treno in corsa una metafora dell’azienda? Pare proprio di sì, perché anche l’azienda è un mezzo, non un fine, non una meta, è un mezzo mediante il quale si raggiungono fini, mete, tra le quali due spiccano: il successo del business e la distribuzione equa delle risorse guadagnate.

Anche se i passeggeri, i viandanti, cioè i dipendenti possono avere diverse aspirazioni, vocazioni, talenti, stando insieme devono condividere un progetto, un tragitto, il medesimo del capotreno o del proprietario della linea, non un altro. Per questo duole quando qualcuno scende dal treno in corsa, magari dopo aver inopinatamente tirato il freno e fatto danni, e si fa male.

E allora, torniamo alla figura del treno che viaggia durante il giorno e durante la notte, così come anche le aziende fanno i turni, e alcune anche i 21, cioè il ciclo continuo. Una volta che si parte bisogna condividere il percorso, oltre che la meta. Il passeggero che compra il biglietto per una meta è come il lavoratore che cerca e accetta l’assunzione, assumendosi doveri e nel contempo chiedendo il rispetto di diritti.

Ecco: il treno ha un suo regolamento, ha linee guida che ne determinano la conduzione, così come l’azienda. Né il treno né l’azienda possono essere lasciati in balia di improvvisatori, ché ambedue corrono su binari studiati, gli uni sulla morfologia e la geologia dei territori, gli altri sui disegni e sui progetti di sviluppo e sui mercati dove competere.

Ma vi è un soggetto che prevale sul treno e sull’azienda: l’uomo, con tutti i suoi sogni e le sue debolezze, con la sua forza e la sua fragilità, l’uomo al comando del treno e il curioso passeggero, il titolare d’azienda e il ragazzo assunto in somministrazione.

Il fine (e la fine) del viaggio da un lato, ma come stazione intermedia per nuovi viaggi; il risultato aziendale dall’altro, che se positivo permette di ripartire per nuove stagioni di lavoro.

Un viaggiare comunque dentro la storia, ma soprattutto dentro la vita, dandole orientamento e senso.

Lavoro: etica e psicologia dell’inserimento e dell’accoglienza

Umiltà, rispetto, attenzione e concentrazione; accoglienza e saluto, riconoscimento, informazione-formazione e collaborazione.

Quattro concetti o idee guida per chi entra in azienda e altrettanti per chi in azienda si trova già da tempo e vede arrivare altri colleghi. L’impressione che possono fare all’osservatore disattento può essere di scontatezza, ma non è così, perché il sentimento umano naturale spesso precede la riflessione, l’emozione anticipa la ragione.

Il fatto accertato è che ogni nuovo inserimento, di per sé, scombina il reticolo delle relazioni intersoggettive e di gruppo esistenti, che devono essere ridefinite in un complesso lavorio di adattamento e riallineamento di ruoli, mansioni e posizioni.

Non è del tutto naturale accogliere chi arriva con un’apertura mentale immediata, poiché vi è sempre il timore di un’intromissione, di un’invasione nel campo delle proprie certezze, sicurezze, confort zone. Nessuno sa come è il nuovo collega, se sia particolarmente intelligente, preparato, con alto potenziale di crescita, tale da minacciare le posizioni raggiunte da chi già lavora lì. E allora la prima reazione può essere di sospetto e vigilanza, se non di gelosia. Pare venga naturale mettersi lì ad aspettare di vedere che cosa succede, magari cogliendo in fallo il nuovo, per segnalarlo al capo. Se è così la struttura organizzativa non può rimanere inerte ad osservare gli adattamenti naturali del nuovo reticolo relazionale, ma deve intervenire, con azioni di informazione tempestivi e di riformulazione delle direttive. Non è sbagliato cogliere l’occasione di questi cambiamenti per aggiornare analisi del clima, magari parziali e a campione, per “misurare la temperatura” relazionale e collaborativa.

Si può però individuare alcune idee guida, che sono nel contempo valori etici e comportamentali, come i seguenti otto, suddivisi per le posizioni dei vari attori in campo.

Per chi entra:

– l’Umiltà: oltre ad essere una virtù ben conosciuta fin dall’antichità, e uno dei fondamenti della morale e della prassi benedettina, è un valore molto efficace. Chi entra in azienda con un atteggiamento umile, anche se in possesso di qualità personali e culturali di tutto rispetto, mostra subito un atteggiamento adatto ad essere accettato e inserito. Umiltà è un sentirsi “basso”, vicino alla terra (humus), disponibile e aperto, perfin fragile e cagionevole, bisognoso di aiuto.

– il Rispetto: è un atteggiamento schietto e diretto, in ascolto, capace di guardare negli occhi l’altro senza alcuna arroganza, ma con misurata curiosità (dal verbo latino respicere, cioè guardare di fronte). Il rispetto è molto più della tolleranza o della degnazione, e deve caratterizzare chi entra come chi accoglie.

– l’Attenzione: il termine deriva dal sintagma latino ad tendere, cioè un portarsi verso intenzionalmente. Esige una disposizione d’animo aperta e diretta verso il focus lavorativo e relazionale che si incontra.

– la Concentrazione: è un ulteriore sviluppo dell’attenzione, uno “stare sul pezzo”, senza dis-trazioni, investendo forze mentali ed energie fisiche quanto necessario. Se non si è concentrati non si impara e non si collabora bene.

e

– l’Accoglienza e il Saluto: non è banale salutare o non salutare chi arriva, e anche nel quotidiano incontrarsi un saluto è segno di riconoscimento e di rispetto. Si inizia bene con il saluto, che deve diventare, come dicevano gli antichi, un habitus, un costume caratterizzante la qualità delle relazioni interumane.

– il Riconoscimento: è un atto e una condizione psicologica di reciprocità: se io riconosco nell’altro, chiunque esso sia, un mio simile dal punto di vista della dignità e del valore umano, preparo la strada alle migliori possibilità di con-vivenza, co-operazione e col-laborazione, dove il “con” fa la differenza circa l’efficacia e i risultati che potranno ottenersi insieme.

– l’Informazioneformazione: uno dei tasti più delicati del rapporto tra anziani d’azienda e new entry è proprio questo. A volte, o spesso, all’inizio vince la gelosia di mestiere o di posizione, per timore di essere scalzati, una volta che il “nuovo” si è ben inserito nella struttura. E’ un vizio ad amplissima diffusione e riguarda anche il resto della società e della politica. Personalmente ne sono stato spesso vittima, ma ne son uscito bene.

– la Collaborazione: per questa voce rinvio un po’ a un post precedente. Qui basti dire che la collaborazione non è la mera sommatoria aritmetica o algebrica delle forze lavoro, ma un moltiplicatore di efficienza ed efficacia dell’agire lavorativo, che giova alla struttura aziendale e anche ai colleghi che trovano una sempre migliore intesa lavorativa. In realtà, la collaborazione fa funzionare i progetti (Project Management) e fa crescere, personalmente e professionalmente, i colleghi/ compagni di lavoro.

In uso poi sono alcune espressioni inglesi assai icastiche e sintetiche, e perciò efficaci come. Leadership, Team building, Team work. Tutte e tre hanno a che fare con gli otto principi sopra descritti, perché non vi può essere Leadership efficiente, se non  declinata in logica partecipativa, situazionale e perfino fuzzy (diffusa-e anche talora improvvisata); non si possono realizzare progetti di Team building e di Team work se non collaborando e guardando -insieme- a un fine comune e condiviso, quello del lavoro ben fatto, sola garanzia di futuro per la struttura economica o sociale dove si opera, e per tutte le persone coinvolte, dall’azionista all’operaio.

Tutti diversi per ruolo e pari in dignità.

25 anni fa… dieci giorni in America

Caro lettor mio,

tra le carte di lavoro che sto mettendo in ordine, un racconto di viaggio della mia vita precedente…

“L’immenso Shea Stadium è il primo monumento che ti viene incontro lungo l’autostrada che dall’aeroporto Kennedy, traversando il Queens, porta a Manhattan. Colorato d’azzurro e di rosso come quasi tutto in America. Poi, d’improvviso vedi stagliarsi l’acrocoro scuro dei grattacieli contro il crepuscolo, l’ascendere improvviso del World Trade Center, geometrie potenti dall’Hudson al ponte di Brooklin, le guglie dell’Empire e Chrisler. Proprio la città di Batman. Di cui trovo traccia nella Gotham city bank sulla Quinta Strada.

L’incipit dell’America è per me la prima sera a New York, due passi sulla Broadway (si alloggia al Wilford Plaza sull’8a Avenue), un filetto alla Steak house da Charlie’s con una pinta di birra bevuta in tre. Quella notte non dormo: si somma al cambio dei bioritmi il respiro possente, e anche angosciante, che viene dai visceri della metropoli, il miagolio delle auto della polizia, guardo la miriade di luci nell’oscurità.

Di giorno constaterò che la luce vince per poche ore a Manhattan, sopraffatta dalle quinte di vetro cemento che si sfidano in altezza da ogni lato. Solo in fondo alle streets e alle avenues si vede un chiarore, perché, salvo la Broadway, tra di loro ortogonali. E meno male, mi dicono, che siamo a ottobre, ché se fosse luglio la cappa di calore e di smog sarebbe una tragedia. Però è bellissima. Nei suoi contrasti violenti, esteticamente, meno bella se il giudizio è etico: vedi dormire i senzacasa nell’androne Trump, o sulla porta di Elizabeth Arden, vedi quel sanguemisto indefinibile che trascina un carrello pieno di rifiuti alimentari che sfiora il frettoloso e giovanissimo manager in fuga dalla N.Y. City Bank. Vestito all’italiana e con un paio di Reebock ai piedi. Specchio della moda e del potere, la Grande Mela.

La prima mattina di lavoro andiamo all’Afl-Cio (i sindacati americani), dove c’è una sezione italiana guidata da Santo Pernicone, vecchio compagno di Italo Viglianesi e di Giulio Pastore. Santo ci porta a Brooklin, alla sede del patronato, in piena Italy. Beviamo un caffè nei pressi della Santa Rosalia Society.

Con Rudy Magnan dobbiamo vederci a cena. Si va da Marchi sull’88a Street, un oriundo spilimberghese che ci offre un menù friulano, ma fortemente contaminato d’America. Non glielo diciamo. L’indomani c’è la presentazione del progetto-rete. Per loro lo chiamiamo network e dovrà servire a mantenere in collegamento negli Stati Uniti e poi in tutta l’America i nostri emigranti. Ci si trova in una sede “italiana”, al Monte dei Paschi, dove ci accoglie il primo vice presidente Ed Giacomelli.

Ci sono il sen. John Marchi, Vincent Maroldo, Ernesto Maggi, Christina e Sergio Maddalena, Tullio Ferasin, Othello Desiderato, Gabriella Didonopulos (una veneziana sposata a un greco), Amerigo Andreon, Paul Alessandrini, ma soprattutto padre Mircea Clinet, prete cattolico di rito greco, nato a Cormons, culto e simpatico, e i due fratelli Del Bianco, da Meduno, Cesare e Vincent, figli di quel Luigi che scolpì sul Monte Rushmore nel South Dakota le effigi dei presidenti Washington, Jefferson, Lincoln e T. Roosevelt. Non lo sapevamo. Siamo emozionati. Chissà quanti in Italia e in Friuli ne sono a conoscenza! (A stretto giro, ricordo che sul Gazzettino dove fu pubblicato integralmente questo reportage, mi rispose un saccentone dicendomi che la cosa era notissima, e che solo gente incolta lo ignorava, forse era tale Clavora).

Vincent è molto loquace e vuole venire a trovarci. Bisognerà che il Friuli lo festeggi quando arriverà.

Un passaggio della relazione di Rudy Magnan: “(…) lo sforzo commerciale della Regione Friuli Venezia Giulia, il Made in Friuli, tutto quello che costituisce un’identità del popolo friulano e della sua peculiare qualità va mantenuto, sviluppato. Il network, la rete è una auto-organizzazione dei friulani e degli italiani in America per organizzare iniziative di mutuo interesse, della Madrepatria e dell’emigrazione, che non è più quella della valigia di cartone, ma è fatta anche di imprenditori, di professionisti, di intellettuali, iniziative sia nel campo economico, sia dell’educazione e formazione, della ricerca scientifica, della cultura e delle arti (…)”

Nel pomeriggio andiamo a Ellis Island, dove venivano tenuti in quarantena gli emigranti prima di essere accettati in America. Nei pressi c’è la statua della Libertà rivolta verso Est, come a dire “welcome” a chi arriva dall’oceano. Oggi il “welcome” è meno aspro di un tempo, quasi gentile.

Perché New York resta una città dura, spietata con chi non la soggioga, eppur sirena attraente. Non c’è tempo per il Village e per Little Italy, se si deve scegliere. Andiamo a vedere un paio d’ore il Moma, tarpato un po’ delle sue opere dalla grande mostra di Matisse, ma ci guardiamo Magritte, Rembrandt e gli italiani al Metropolitan, che si trova in mezzo al Central Park.

Il lavoro non è finito. Ci aspettano dall’altra parte dell’America, a San Francisco, dove arriviamo affaticati e stanchi a tarda sera. L’albergo è bellissimo, il Sir Farncis Drake, sulla Powell Street che dà verso i moli e la baia.

E’ proprio un luogo altro, un’altra frontiera San Francisco. E’ ispanica, cinese, italiana, europea, una “Stoccolma” piena di sanguemisto, ventosa, con gli homeless come totem Navajo e l’oceano che bussa al Golden Gate con lunghissima onda, lambendo l’isola memorabile d’Alcatraz di Al capone, Burt Lancaster e Clint Eastwood, e si perde poi per cento chilometri all’interno, verso la Sierra Nevada e il deserto.

San Francisco è come un’onda pietrificata percorsa da strade tenute in mano dal dio della faglia di sant’Andrea, sulle quali si arrampicano gioiosamente coleotteri giganti sferraglianti colorati, i cable cars, tram a cremagliera cui ci si appende fuori per sentire il salmastro che sale dalla penisola del Tiburon.

Il cielo è dorato quando usciamo dalla riunione che ci ha preparato Anna Marcon, nativa di Gemona e moglie dell’addetto scientifico del Consolato italiano; andiamo a piedi verso la Lombard Street meravigliati dai colori e per la leggera grazia dei cottages vittoriani. Frisco scherza sempre con il fuoco.

Si cena a Fisherman, quartiere di pescatori, ascoltando i latrati dei leoni marini che a decine sostano su grandi piattaforme di legno nel porto.

Il rientro a New York è piacevole. Si traversa il Nevada, le Rocky Mountains, il gran lago salato sulle cui rive sorge Salt Lake City. E’ già notte quando si sorvola il lago Erie e il Michigan, Chicago e Detroit e si atterra al Kennedy. Possiamo finalmente dedicare un paio di giorni a incontrare questa città tentacolare e multiforme. Leggiamo che Sofia Loren e Pavarotti hanno sfilato per la Quinta Strada con il sindaco Dinkins nel Columbus Day del cinquecentenario (1492-1992), ma anche che vi sono state manifestazioni di protesta degli indiani.

Va forte nei cinema il nuovo film di Ridley Scott, 1492, con Gerard Depardieu. Siamo tentati dalla prima newyorchese, ma soprassediamo. Il doppiaggio sarà certamente in slang, i cui miagolii non ci sono noti. Siamo tentati anche dal grande concerto al Madison Square Garden, dove si festeggia Bob Dylan, con Eric Clapton, George Harrison e Neil Young. Il biglietto costa seicento dollari. Neanche pensarci. l’indomani apprendiamo che è stata fischiata Sinead O’Connor. Alla televisione ci godiamo il confronto tra Clinton, Bush e Perot. Bush è in difficoltà. Vincerà Clinton, ci dicono gli amici italiani. Non stentiamo a crederlo dopo un decennio di politiche liberiste, che hanno sfasciato il welfare voluto dal dimenticato presidente Johnson.

In America se oggi si perde il lavoro si perde anche il diritto all’assistenza sanitaria, a meno che non la si paghi in proprio.

La disoccupazione riguarda almeno il quindici per cento della forza lavoro, lavoratori che hanno certo il vantaggio di una straordinaria flessibilità del mercato del lavoro e l’ausilio delle agenzie per l’impiego, che possono collocarti in ventiquattro ore, ma anche gli svantaggi di una legislazione e una normativa contrattuale ampiamente al di sotto degli standard italiani ed europei.

Ad esempio, in America è impensabile una legislazione di tutela come quella prevista in Italia dallo Statuto dei diritti del lavoratori, così come contratti nazionali di settore o di categoria. In America si contratta solo azienda per azienda o a livello di gruppo e vi è la possibilità più volte verificatasi, anche di ridurre salari e stipendi.

Una situazione molto diversa rispetto alla nostra. Su questo argomento è stato interessante il confronto con alcuni colleghi americani ai quali ho consegnato una scheda comparativa tra i due sistemi sociali e sindacali. Ci hanno proposto di rendere meno saltuari i contatti fra noi e loro.

Mi è venuto da pensare quanto lontani fossero i tempi in cui con il Piano Marshall arrivavano in Italia gli aiuti ai sindacati non comunisti (ché quelli avevano altre piste di rifornimento). Quasi un contrappasso. Nonostante la crisi italiana, nonostante l’esigenza di riformare lo stato sociale anche da noi, e di garantire il rispetto dei doveri accanto ai diritti.

Siamo ripartiti da New York abbastanza contenti, ma forse un po’ delusi per non aver incontrato Woody Allen all’imbocco della Sesta Avenue.

In compenso io ho intravisto Whoopy Goldberg che recita a Broadway nel musical “Oh Sarafina”, e ho fatto colazione a un tavolino del Celebrities Cafè vicino a Kevin Kline.”

Successo, lentezza e educazione

Viviamo tempi iperbolici, superveloci, dove l’efficienza e il multitasking sono le virtù più richieste. Va bene, ci sto. Anch’io sono molto efficiente e multitasking: se elencassi le cose che faccio ogni giorno, settimana, mese, anno, quasi in climax ascendente… più di qualcuno si stupirebbe. Basta vedere il mio profilo LinkedIn. Vi è però una gran differenza con i più del mio tempo: non mi interessa degli status symbol, per dieci anni ho viaggiato su una vecchia Bravo 1200 e ora ho un’auto di 9 anni, non mi frega un c. di destinazioni vacanziere “faighe”, non mi frega delle griffes, nulla. Mi interessa il valore della persona, la sua verità, la sua irriducibile unicità, il suo dolore frammisto alla gioia, le parole che sono cose, che sono pensieri, che sono medicina contro l’egoismo, contro il cinismo, contro l’incapacità dei politici di pensare a chi rappresentano.  Vedi il penosissimo deliquio del Partito Democratico, che vive ore da tregenda, mentre l’Italia va avanti, mentre si lavora, si studia, si cresce, si comprende.

Ho presente mentre scrivo il baratro di miseria morale e materiale in cui vive molta parte del mondo, almeno tre miliardi di esseri umani che non vivono come noi. Verso che società, che mondo ci stiamo incamminando? Che futuro per i ragazzi nostri che crescono, per la mia Bea e per i suoi coetanei o per i più piccoli?

Mettendo a posto le carte di decenni di lavoro ho trovato i testi di miei interventi e comizi pubblici: i convegni di Graz, di Bolzano, di Spello, correlatori come Pierre Carniti e il povero caro amico Alexander Langer. Venticinque anni fa o giù di lì. A volte mi incazzo vedendo quello che succede, l’egoismo cinico che impera in giro… E mi ribello contro la vita come se non dovesse finire mai, scriveva in Adolphe Benjamin Constant.

E aspetto la distesa estate, la stagione dei densi climi, dei grandi mattini, dell’albe senza rumore… che dà oro ai più vasti sogni, oh stagione che porta la luce a distendere il tempo di là dei confini del giorno, e sembra mettere a volte nell’ordine che procede qualche cadenza dell’indugio eterno (liberamente tratto da Estiva di Vincenzo Cardarelli).

Si può essere veloci, efficienti e anche educati ed empatici, perché capaci di considerare il successo soprattutto il participio passato del verbo succedere e  di rallentare la corsa di fronte all’altro per aspettarlo?

10 grammi di hashish e una vita perduta

Il ragazzo di Lavagna è morto gettandosi dal balcone di casa, dal terzo piano. La madre, non sapendo più che fare con quel figlio che le sembrava perduto, ha chiamato la Guardia di finanza a casa, e lui ha scelto d’improvviso di sottrarsi a tutto.

Che pensare di questa fragilità? E’ un dato statistico? Ogni tanto qualcuno più debole non sopporta più nulla? Oppure si è insinuata nel nostro tempo un’insidiosa malattia sociale, morale, relazionale, familiare, culturale? Forse è che sappiamo tutto in tempo reale, informati dal web che viaggia su pc, tablet e cellulari, e quindi nulla ci viene risparmiato del male del mondo?

Solo vent’anni fa, e anche meno, non era così. Le cose si sapevano dalla tv e dai giornali, con un tempo quasi di “decantazione” tra una tragedia e l’altra, tra una bruttura e l’altra, tra una malvagità e l’altra. Oggi tutto si accavalla, si intreccia, si contraddice in un viluppo di verità, menzogne, ri-narrazioni e interpretazioni a ruota libera. I titoli dei siti sono quasi sempre caricati di tono per attrarre a una lettura immediata, che vuol dire audience, valorizzazione di spazi che diventano immediatamente appetibili al marketing mediatico.

Un casino, da cui i più giovani fanno fatica a districarsi e distrarsi. Viviamo un tempo tremendo, difficile, confuso, da considerare con grande attenzione e profondità, dove ognuno deve avere rispetto di se stesso, innanzitutto.

E che dire della madre del ragazzo che non sapendo più a che santo votarsi chiama i militi della Guardia di finanza? Cosa pensare di lei? Fragile anche lei, oppure esasperata in una condizione da soffocamento psico-morale?

Istintivamente non condivido la scelta di questa madre, ma come possiamo giudicare dall’esterno, dalle cronache? Ho letto che della propria madre ci si dovrebbe fidare sempre, ma, dove vige il familismo amorale, le madri, le spose e le sorelle difendono i loro congiunti assassini. A Scampia o a Vibo Valentia può capitare che le donne facciano scudo per impedire l’arresto dei loro cari parenti. Sociologicamente questo comportamento, appunto, si chiama familismo amorale, nulla a che vedere con il caso di Lavagna, dove si è verificato un caso opposto, ma…

Quanto è in grado la famiglia di oggi, ma anche la scuola che non riesce a mettere delle sicurezza per garantire la sua funzione, di affrontare le sfide di una contesto sociale così cambiato?

E i partiti e i politici si attardano a discutere delle loro quisquilie, alleanze, divisioni, nuovi gruppi, micro-macro, nulla. Oh, caro lettor mio, continuiamo a coltivare il nostro raziocinio, con la pazienza della logica e del buon senso, chiedendo la grazia di stare calmi, calmi, e cercare le vere ragioni dell’agire umano, soprattutto quando non lo comprendiamo, perché vi sono ragioni che ci sfuggono e ragioni che possiamo comprendere solo con la nostra disponibilità umana, con l’empatia, con il sentire con il cuore dell’altro, con l’accettare il mistero dell’altro, insondabile, infinito.

Rigore e leggerezza della metafisica

Aristotele scrisse delle opere che chiamò Fisica. Successivamente Andronico di Rodi pubblicò una sequenza di lavori del Maestro di Stagira dopo la Fisica, che furono chiamate τὰ μετὰ τὰ φυσικά, “ta meta ta physika“, cioè “Ciò che segue dopo la fisica.” Chi se ne occupò di seguito intese la parola “meta” due significati: “dopo” e “sopra”. Nel primo senso, il termine “meta-fisica” dice la scienza che si occupa di realtà dopo quelle fisiche nel senso della conoscenza, nel secondo dice primazia teoretica. Infatti, l’uomo si interroga prima sulle realtà contigue, fisiche, e in seguito su quelle più distanti o astratte. Lo Stagirita chiama questo sapere “filosofia prima”, in quanto si occupa delle cause prime della realtà giustificando i principi basilari della conoscenza, come quelli di identità e di non contraddizione, necessari ad ogni altra conoscenza e scienza. Per Aristotele la filosofia prima è la “scienza dell’ente in quanto ente“, poiché non concerne alcun oggetto particolare (come le altre scienze particolari) ma la realtà tutta intera. Se io devo dire qualcosa di questo computer, prima ancora di dire che è un computer fatto di materiali chimici, meccanici, elettronici, devo dire che è un qualcosa, e questo qualcosa è.

Il Filosofo aveva dimostrato l’esistenza di sostanze immateriali come unica spiegazione possibile al moto visibile empiricamente. La metafisica, quindi, studiando tutta la realtà, cerca i principi (proprietà e cause) di tutte le sostanze (materiali e immateriali). Allora, a differenza della fisica, studierà anche le realtà “oltre la fisica”, come unica scienza ad avere il compito di indagare sulla realtà trascendente. Intendendo ‘meta’ come ‘oltre’, si può dire che la metafisica si occupa di realtà collocate ‘al di sopra’ di quelle fisiche. La metafisica è quindi la scienza che studia le realtà trascendenti. Questi due significati non sono affatto inconciliabili tra loro come potrebbe sembrare: la ‘Metafisica’ si colloca ‘dopo’ la fisica in quanto il suo oggetto è collocato ‘oltre’ la realtà fisica.” (dal web)

Pertanto, se la matematica studia l’essere come quantità, e la fisica in quanto movimento, la metafisica studia l’essere in quanto tale.

Per Aristotele la scienza è in grado di individuare le cause e i principi primi in relazione all’ente (=una qualsiasi cosa “che è”), cosicché le cause prime possono essere di 4 tipi:

– Formale: la forma della cosa (lo stato di essere della cosa)

– Materiale: la materia di cui la cosa è fatta (la materia di cui la cosa è costituita)

– Efficiente: ciò che provoca il divenire (ciò che produce il cambiamento dello stato della cosa)

– Finale: lo scopo a cui tende la cosa (il punto finale verso cui la cosa è destinata)

La metafisica in quanto scienza dell’essere in quanto essere cercherà quindi le cause ed i principi dell’ente (= di ciò che è); ecco perché la metafisica di Aristotele fonda la più importante delle discipline filosofiche (l’ontologia = discorso sull’ente).” (dal web)

La metafisica è senz’altro anche una prospettiva religiosa e teologica, perché, occupandosi dello studio delle “realtà prime”, non può non occuparsi anche del concetto di Dio, cioè della Trascendenza, ovvero di ciò-che-sta-oltre il conoscibile della vita umana. Dopo Platone, Aristotele e Agostino è stato fondamentale il contributo di Tommaso d’Aquino, con la sua visione metafisico-teologica tra ragione e fede. Con Descartes, Spinoza, Leibniz, e infine con Kant e Hegel la riflessione filosofica stabilisce una separazione tra metafisica o comunque sapere razionale, e teologia, avviando la visione moderna del mondo, della natura e del destino dell’uomo.

Un altro modo di chiamare la metafisica è ontologia, cioè scienza dell’essere, anche se i due termini non sono perfettamente sinonimi. In realtà si è sempre trattato di distinzioni sottili, specialistiche, come ad esempio: a) l’ontologia sarebbe la scienza delle cose che sono e b) la metafisica la scienza del come sono e del loro fine. Interessante, ma forse anche un poco pedantesco, vero?

Vi è poi la distinzione tra metafisica monista (come visione unitaria della realtà) e metafisica dualista (come visione che comprende la spiritualità e la corporeità), campioni delle quali si possono considerare nel pensiero moderno, rispettivamente, Spinoza e Descartes.

Ma la metafisica non è solo un sapere certissimo ed evidente, severo e paziente, ma è anche un sapere leggero, epperò non superficiale. Si occupa degli eterni essenti, ma anche del sostrato leggero, impercettibile che sta sotto le cose della vita e permette di guardarle sotto un altro profilo, più profondo e sereno. La metafisica è un sapere nello stesso tempo semplice ed elevatissimo, perché anche un bambino capisce che la matita è un qualcosa prima ancora di essere un oggetto per disegnare. Ricordo che da piccolo correvo nell’orto di casa a Rivignano e chiedevo a mio padre “che cosa è questo?”, una domanda metafisica, e lui mi rispondeva dicendomi il nome dell’ortaggio o del frutto, e così capivo che tutti quegli ortaggi rossi e succosi si chiamavano “pomodoro”, e imparavo che il nome era comune a tanti esemplari, astraendo dal singolo oggetto.

E poi è anche complicata quando si comincia a distinguere tra l’essere (ciò per cui la cosa è), l’essenza (ciò per cui la cosa è ciò che è), e infine l’ente o essente, participio presente del verbo essere (la cosa stessa).

Bellissimo, gioia pura mi vien dalla metafisica.

Ignoranza tecnica e ignoranza ignorante

Tutti ignoriamo qualcosa, anzi moltissimo. Anzi ignoriamo la stragrande maggioranza delle cose. Un ingegnere ha sicuramente ottime cognizioni di matematica, fisica e informatica, ma può sapere pochissimo di letteratura e filosofia; un medico è certamente molto competente di discipline medico-biologiche, ma potrebbe ignorare l’economia, e avanti così. Io stesso, che sono essenzialmente un umanista, tra le discipline filosofico-letterarie e quelle socio-antropologiche, sono ignorante di informatica, di astronomia, di statistica.

Vi è quindi un’ignoranza che potremmo definire “tecnica”, plausibile e non dannosa, sempre che uno non millanti saperi che non ha e li usi magari professionalmente: caso tipico l’odontotecnico che fa il medico dentista, o il ciarlatano dalla dubbia biografia e cursus studiorum che fa il guru psicoterapeuta (e io ne conosco, ne conosco!) perfino con un certo successo, perché intercetta folle di ignoranti creduloni.

Vi è poi un altro tipo di ignoranza, quella cognitivo-morale, che comporta danni seri: vi sono persone che non hanno il senso del limite nel loro agire e nel loro parlare, agiscono e dicono senza filtri, fino a causare effetti deleteri e a volte devastanti. Parlo di truffatori, imbroglioni, violenti, omicidi, rapinatori, sia in passamontagna sia in cravatta e grisaglia.

Sta però emergendo un terzo tipo di ignoranza, per certi aspetti più sconvolgente, perché se le prime due sono “naturali”, per modo di dire, questa terza è più -in un certo senso- socio-culturale.

E’ l’ignoranza di ritorno, o anche di sola andata, dei più giovani, diciamo al di sotto dei quaranta, che non sanno più dove vivono, perennemente connessi con il web e con i mercati di riferimento. Come suggerisce Matteo Righetto sul Foglio odierno, anch’io ho fatto la prova di cui parla nell’articolo. Mi son messo a chiedere a persone, anche di una certa cultura attestata dall’accademia (a dei laureati, quindi) se conoscessero quel monumento o quella chiesa o quel palazzo della città appena da loro visitata. No, in generale, no, piuttosto mi hanno detto dove si trovava quel negozio di tendenza  e alla moda o di Vodafone, senza che glielo chiedessi, non capendo che si trattava di informazioni per nulla interessanti per me. Prova fatta stamani, visto che ero a Milano, con una strepitosa basilica milanese, Sant’Ambrogio. Su cinque laureati a cui la ho inviata solo uno/ a ci ha preso.

Il senso della storia si sta perdendo nei meandri della confusione e le radici nel marasma mediatico. Non si tratta di recuperare un nozionismo fine a se stesso, ma di essere consapevoli che se si esce dall’alveo della propria storia, si esce dall’alveo della propria vita. Nientemeno.

Andarsene

Caro lettor quotidiano,

un signore di Treviso, malato di SLA, morbo progressivo dei mononeuroni, atti a trasmettere le decisioni di movimento dal cervello ai muscoli, che blocca le funzioni dei muscoli volontari stessi, la loro atrofizzazione e la paralisi degli arti, ha chiesto una sedazione profonda per andarsene. Dino era cosciente di essere agli ultimi e, dopo l’ultima grave crisi respiratoria, ha voluto iniziare l’ultimo suo cammino terreno.

La sera del 5 febbraio la Guardia medica ha aumentato il dosaggio del sedativo che già l’uomo prendeva via flebo e il giorno successivo la dottoressa dell’assistenza domiciliare ha iniziato a somministrare gli altri farmaci del protocollo. Non ha mai chiesto di spegnere il respiratore, nonostante la legge lo consenta nei casi di sedazione profonda – riferisce l’infermiera – anzi, lo terrorizzava l’ipotesi di morire soffocato. Ha optato per una scelta in linea con la legge, la bioetica e la sua grande fede”. E soltanto poche ore fa, quando la moglie gli ha assicurato di aver fatto tutto quanto le aveva chiesto, Dino si è lasciato andare.  (dal web)

Quando la coscienza giunge alla consapevolezza del limite umano, fisico e psico-morale, può e deve decidere, anche se -resto convinto- non si tratta di una decisione che esalta una libertà liberal-radicale à la Stuart Mill, ma una libertà dolente, à la Kierkegaard, Sartre, Tommaso d’Aquino, padre Fabro: un “volere ciò che si fa“, là dove la volontà è sovraordinata all’azione, non il contrario.

Infatti, nel classico, liberalissimo e un po’ banale “fare ciò che si vuole“, l’azione è prevalente sull’atto decisionale libero, nella versione opposta è prioritaria la volontà. Una volontà che si delinea nell’ambito di un arbitrio soggettivo, limitato dall’umana condizione, ma certissimo.

L’atto di volere è un atto complesso che parte dalla riflessione e si articola in diverse fasi, fino alla deliberazione e all’azione. Quanto l’atto volontario sia determinato dalla scelta soggettiva fatta dentro un contesto di libertà è proporzionato alle condizioni oggettive percepite dalla persona e dalla sua capacità di sopportazione, sempre soggettiva.

Se è vero che possiamo disporre completamente solo di beni in nostro possesso, è altrettanto vero che sulla nostra vita, dataci mediante una decisione dell’inizio, che non ci ha coinvolti, abbiamo un mandato di custodia ragionevole, e l’ultima parola in quanto tutori morali e legali di noi stessi. Non condivido un principio di autodeterminazione assoluta, che tende a confondere sempre di più un andarsene cosciente per rinunzia a trattamenti inutili, con l’eutanasia, nome ossimorico, giustapposizione del concetto greco di bene, eu, con il nome della morte, thanatos. E non lo condivido, più ancora che per ragioni di etica della vita umana, per ragioni estetiche, legate all’àisthesis, cioè alla manifestazione aristotelica dell’essere delle cose. Il mio rifiuto delle pratiche eutanasiche è fondamentalmente filosofico, dovuto a un giudizio sereno sulla natura del nostro essere-al-mondo e sul nostro naturale andarcene.

Non siamo stati interpellati se volessimo esistere e pertanto, coerentemente, ora che siamo al mondo, constatiamo un limite razionale al  nostro arbitrio sulla fine terrena. Non si può decidere di un qualcosa che in parte ci sfugge indefinitamente, ma si può decidere sulle modalità di un cammino -già determinato e ineluttabile- che conduce alla porta di uscita, nella speranza che si apra sulla Luce senza fine.

Marco Pantani, o degli eterni essenti

Sale ancora la bici sul declivio/ Tra i raggi scintillanti del meriggio,/ Pensieri persi nella valle oscura/ Per cercare più in alto la tua pace.

Sul volto la vittoria pregustata,/ La prepari con un sorriso breve,/ Ma la strada non cede e sale ancora/ Fino sull’Alpe che il tramonto indora.

Hai negli occhi una rapida emozione/ Come se più il traguardo non ci fosse,/ E la malinconia lì ti prendesse.

Ma il cuore batte giusto e il sangue gira,/ Il vento dei tornanti giù ti attende,/ L’anima tua inquieta il tempo fende.

Scrivevo così, in forma di sonetto regolare, di Marco Pantani, quando correva, prima della tragedia, prima dell’inganno di Madonna di Campiglio in quel giugno del ’99 quando, dopo aver vinto Giro e Tour de France del ’98, si accingeva a vincere ancora. E presto in qualche modo pubblicherò questi versi, per lui, in suo onore.

Ora la storia sembra tornar fuori, come ha sempre chiesto la sua madre dolorosa, convinta che gli avessero ammazzato il figlio, dentro, con la provetta falsificata e il dato di eritropoietina a 50, 5. Squalificato.  Giro vinto ufficialmente da quel bravo ragazzo di Ivan Gotti. Anch’io ho l’eritropoietina a 49, naturale, perché faccio sport aerobici da quando avevo quindici anni. E’ come se mi fossi allenato sempre sui vulcani di Tenerife, perché non ho mai mollato, e sono diventato un signore in età, ancora capace di fare cento chilometri a trenta all’ora. Marco era un campione, un uomo intelligente, fortissimo e fragile, come ogni grande persona. Gli voglio bene, anche a nome di Pietro, mio papà, che mi raccontava di Coppi, di Bartali, e anche di Bottecchia, il nome della mia bici.

Quando Marco si alzava sui pedali e buttava via la bandana si sapeva che sarebbe partito, sul prossimo strappo, sul tornante duro, e se ne sarebbe andato, per arrivare prima, come diceva, per accorciare la sofferenza. Nessuno, a parte Fausto, di cui ho memoria nei racconti di mio padre e nella registrazione famosa di Mario Ferretti “…un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi“, mi ha emozionato così, come il grande campione romagnolo, leggero come un ramo di salice e forte come un’antilope.

E allora, siano maledetti in eterno quelli che hanno rovinato Marco, siano dannati nel più profondo degli inferni, come silenzio assoluto di Dio.

Ma io penso che, siccome gli eventi sono eterni essenti, anche il sorriso di Marco, anche i suoi muscoli serici e vibranti, anche le sue parole mai banali, siano eterni. Nulla finisce perché tutto sopravvive, anzi vive, nella struttura dell’altro, come una genetica dell’essere, come un filo rosso che congiunge il prima e il poi e poi ancora ciò che viene e ciò che deve venire, che non sappiamo, ma sappiamo che verrà, con una lacrima e un sorriso, anch’essi eterni.

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