Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Dove pedali ora Michele?

Caro compagno di strada,

la dura rampa di San Daniele l’ho dedicata a te, Michele, questo pomeriggio fresco e pieno di sole. Mentre salivo con il rapporto giusto e un po’ di dolore muscolare ho ricordato il tuo sorriso.

Te ne sei andato a trentasette anni, ancora fortissimo e speranzoso nel prossimo Giro d’Italia che avresti corso come capitano dell’Astana in assenza di Fabio Aru, tu che avevi vinto il Giro del 2011 al posto di Contador, perché chi guidava un furgone non ti ha visto. Un mese fa a me stava capitando la stessa cosa sulla rotonda di una nobile cittadina friulana, e il furgone io l’ho evitato. Non perché più agile di te, ma perché era più lento il mezzo. E son qui a parlarti con nostalgia. Mio papà mi raccontava di Serse Coppi, fratello del grande Fausto, anche lui investito per strada.

La nostra bici da strada, caro Michele, viaggia su due tubolari stretti e ci tiene su perché corriamo leggeri, nel vento, come antilopi. Noi che conosciamo la fatica e il dolore, tu molto più di me, caro Michele. Per te era la vita il ciclismo, per me un modo per pensare, restando solo nel fruscio dell’aria che si fende.

Ciò che ci accade accade perché si incrociano destini, vite, camion, proiettili, fulmini, persone. La casualità è il modo di dire della nostra cecità, che ci impedisce di vedere le cause, di ciò che accade. La nostra visuale è ristretta, il nostro sguardo miope, la portata delle nostre forze limitata. E così siamo a questo mondo, foglie frali, oppure come d’autunno stan sugli alberi le foglie. Scusami le citazioni letterarie, caro Michele, ma vengono bene per dire la precarietà dell’essere a questo mondo, anzi l’inesplicabilità di questo esser-ci. Una volta che siamo al mondo può capitarci qualsiasi cosa, a partire dalla genetica, per continuare con l’ambiente in cui cresciamo e con l’educazione che riceviamo, e con le scelte che facciamo. E qui c’entra la nostra libertà relativa, caro Michele, quando decidiamo “a” invece di “b”, e non conosciamo mai prima ciò che comporta l’una o l’altra opzione.

Qualche logico scioperato potrebbe dire “e se stamane non fossi uscito ad allenarti alle 8, e se avessi ritardato o anticipato l’uscita, e se, e se, e se...”. Discorsi che non valgono nulla, sono perdite di tempo, sono ipotesi irritanti.

Siamo nel tempo con le nostre storie personali, che in parte sono incomunicabili, mentre è certo solo ciò che accade, ma dopo che è accaduto.

Considero tornando, un po’ di discesa e vento contrario, che a volte si trova disperatamente in salita. Il pomeriggio sta andando, come la mia bici al ritorno. Pausa nel paesino ai piedi delle colline e pensieri che vagano, grati per il respiro regolare, per la forza di tornare, preghiera silente rivolta a Chi non è condizionato come noi, caro Michele. Gli indiani d’America ti direbbero: pedala nelle celesti praterie del cielo, dove il grande Spirito ti ha accolto, benevolo.

La tras-figurazione dei diritti

L’ultimo diritto che ho sentito dichiarare sulla titolista mediatica è il “diritto di morire”, con riferimento alla costruenda legislazione sul “fine vita”, denominata Dichiarazione Anticipata di Trattamento (D.A.T.). “Diritto di morire”. E’ un diritto “morire”? Secondo la biologia e la storia umana il “morire” è l’ultimo atto del vivere, della vita. Come si fa a chiamare “diritto” un fatto ineluttabile per tutti i viventi, l’uomo in primis, che è consapevolmente mortale? Un “diritto” è un qualche cosa di legato al divenire del sapere etico e alla normativa umana, storica, politica, giuridica, è una prerogativa, tuttalpiù una potestà, non altro.

Che occorra regolamentare il “fine vita” come norma anagrafico-biologica ed etico-giuridica, affinché faccia parte dell’ordinamento civilistico di una grande nazione è fuori questione, ma che si trasformi concettualmente e terminologicamente in un “diritto” è non solo assurdo, ma decisamente insensato sotto il profilo logico-argomentativo. Non vi è alcun dubbio che si debbano correggere storture come l’accanimento terapeutico e un eccesso di tecnicalità nel tenere in vita (e quale vita in qualche caso?) un essere umano a tutti i costi, cosicché forse gli esempi di Eluana e Welby ci dicono qualcosa, e  spero anche al cardinal Ruini, ma trasformare un atto ineluttabile facente parte dell’esistere del vivente in un diritto è dunque assurdo, insensato e perfin stupido.

Altro discorso che va trattato con cura estrema è quello che i recenti episodi “svizzeri” propongono: Magri, Fabo etc., dove si tratta di suicidio assistito e di eutanasia strano vocabolo auto-contradditorio ancorché eufemistico (appunto!) nella sua etimologia greco-antica, che edulcora uno dei passaggi radicali dell’essere dell’uomo a questo mondo, che nasce a fatica (Leopardi) e a volte può morire a fatica. Lucio Magri ha voluto evitare di “morire a fatica” perché “depresso”. Qualcuno lo aiutato, gli ha parlato? E i vecchi compagni del Manifesto e del Pdup che dicono? Tutto a posto?

Sempre in tema di “diritti” voglio citare quelli legati ai temi delle coppie omosessuali, delle adozioni e delle maternità surrogate. Mi sembra che si possano dire due cose: a) i diritti, se tali, cioè strutturati secondo principi razionalmente e generalmente condivisibili, non possono essere considerati come una coperta che si può tirare da tutte le parti, e spiego la metafora: non è la stessa cosa una coppia genitoriale eterosessuale, naturale o adottiva che sia, e una coppia “genitoriale” omosessuale, necessariamente votata alla mera adozione; b) non tutto ciò che la scienza può permettere di fare in termini pratici, come la fecondazione eterologa e l’impianto dello zigote nell’utero di una donna “terza” rispetto ai gameti costituenti lo zigote ricevuto, è ragionevole e eticamente fondato, se si ha una visione dell’etica non meramente utilitaristica e congiunturale.

Nel primo esempio risulta evidente come un papà e una mamma rispettivamente maschio e femmina non siano la stessa cosa di un” papà” e una “mamma” dello stesso sesso, sia sotto il profilo educativo del figlio, sia sotto il profilo relazionale e sociale presente e futuro di quest’ultimo; nel secondo esempio mi pare inequivocabile la prevalenza di un tecnicismo al servizio di scelte connotate da un macroscopico egoismo.

Per quanto riguarda il tema del  gender, siamo daccapo: anche se molte legislazioni oramai prevedono una sorta di “discrezionalità culturale” nella scelta soggettiva di appartenere a una certa categoria sessuale, ciò non significa che la natura si faccia condizionare dalla legislazione umana. Resta fermo il rispetto per l’omosessualità, come inclinazione complessa della persona, da non enfatizzare da un lato, e dall’altro a cui non negare opportune riflessioni scientificamente critiche sotto il profilo psico-biologico, culturale e sociale.

E così via. In altre parole si può dire che non tutto ciò che si ritiene conveniente, per qualsivoglia ragione, deve poter diventare un “diritto”, se ripugna alla ragione discorsiva usata con tutti i passaggi di una sana logica argomentativa.

Se “il cavallo non beve”…

Il peggior interlocutore che uno si possa augurare in ogni situazione esistenziale e in ogni attività è il presuntuoso stupido, perché imprevedibile, e di solito non sa di essere stupido, presuntuoso e imprevedibile. Ci si accorge di ciò se nel dialogo l’uso o l’invocazione della logica e dell’argomentazione razionale, anche se proposta con la massima semplicità, non “paga”, non incide, non funziona, non ha efficacia, perché il soggetto che si ha di fronte ha la presunzione di sapere e la correlata e proporzionale superbia di volerlo perfino imporre. La vecchia metafora del titolo spiega bene la tipologia e il senso di ciò che segue.

Una delle situazioni che mi fa più incazzare è come questa: capita di sentire un tizio o una tizia, attivi in un certo settore, che sproloquiano vantando conoscenze e competenze che non gli appartengono. Parlano come libri stampati (si fa per dire) di organizzazione aziendale, di costi, di fatturato, di relazione tra costi, ricavi e fatturato, senza avere alba di tutto ciò, sotto un profilo conoscitivo disciplinare o esperienziale diretto. In questi giorni a Milano ho chiesto a una sindacalista, che vantava indimostrate conoscenze sociologiche e organizzative, se avesse studi di economia o giù di lì, e la risposta, datami con aria di sufficienza quasi come una gentile concessione, è stata accompagnata da una sorta di ghigno sardonico.

Ho provato allora a sollecitarla con un elementare concetto di etica generale di derivazione aristotelico-tommasiana, quella del male minore o del bene maggiore, così dicendo: “Se dobbiamo salvare una struttura produttiva chiedendo una diminuzione delle ore lavorate che passi anche attraverso una ristrutturazione con riduzione di personale, l’uso di ammortizzatori sociali e di incentivi aziendali, al fine di salvare l’unità produttiva, che facciamo?” E ho continuato “Si può dire che salvare un’unità produttiva che occupa decine di persone è un bene maggiore che salvare uno o pochi posti di lavoro”. Volto inespressivo e silenzio.

Il suo sguardo e il suo mutismo mi ha fatto capire che non aveva capito, ovvero “il cavallo non aveva bevuto”. Il grave è che proprio non-aveva-capito, non è che non abbia voluto capire, cioè non c’era proprio, cognitivamente, anche perché ottenebrata da pre-comprensioni ideologiche (pregiudizi, dunque, vale a dire giudizi incompleti) e stereotipi di “sinistra”, si potrebbe dire, ma in realtà assolutamente miopi e conservatori. Vi sono purtroppo strutture socio-politiche che oggi hanno sul campo figure inadeguate, e comunque in grado di manipolare altre persone, influenzabili dallo strano “carisma di ruolo” dell’inetta. Sto parlando di delegate sindacali che subiscono la funzionaria territoriale.

Si è andati avanti molto tergiversando e poco concludendo, davanti al muro di gomma posto dalla persona. Vi sono stati momenti di tensione smorzati solo grazie al “mestiere” della mia delegazione.

A un certo punto il mio collega, alla fine di una discussione prevalentemente improduttiva, si è lasciato volutamente scappare una battuta di questo tipo: “Bene, se non troviamo una soluzione condivisa, vorrà dire che perso questo tram la prossima volta vi troverete a parlare con un altro. Chissà se sarà meglio o peggio per voi”. Camilleri direbbe che il volto dell’interlocutrice era basito, poiché non si era acceso il lume del comprendonio, neppure a quell’elegante ultimatum. Infatti ha continuato sulle sue, senza dare la sensazione di entrare in sintonia cognitiva con chi così le stava parlando, scuotendo la testolina in segno di diniego, addirittura quasi sprezzante. Perché il presuntuoso è anche sprezzante, in quanto ritiene i propri interlocutori non alla sua altezza. È un circolo vizioso dal quale è quasi impossibile uscire, non essendovi la disponibilità di mettersi in discussione, di dubitare dei propri convincimenti, di non essere sospettoso, di poter -anche solo in ipotesi- cambiare idea. È una delle ragioni per cui i “semplificatori” di idee e narrazioni e i predicatori populisti di tutte le risme hanno successo, trovando favorevoli ascolti in una tipologia antropologica diffusa oltre misura.

E pensare che si stava e si sta discutendo di posti di lavoro seriamente a rischio, se non si interviene smettendo le cure omeopatiche per la truce ma utilissima chirurgia, sempre detto in metafora.

…kài èiden kài epìsteusen, e vide e credette nel Crocifisso Risorto

Scegliendo tra i quattro racconti della Passione di Cristo, cito il versetto 8 del capitolo 20 del vangelo secondo Giovanni, per centrare il cuore della fede cristiana. Se non c’è la sequela dell’atto di fede attribuito dal redattore di quell’evangelo all’apostolo che Gesù amava, non c’è fede cristiana, come scrive con nettezza san Paolo nella Prima  lettera ai Corinzi al capitolo 15 versetto 14, (…) Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (…)

Il discepolo che Gesù amava (Giovanni?) aveva corso più di Pietro, più anziano, ed era arrivato prima al sepolcro vuoto. Era stata Maria di Magdala, amica e discepola del Maestro, ad avvertirli, dopo che lei la mattina del giorno dopo il sabato si era recata prestissimo, ancora con il buio al luogo dove avevano deposto Gesù, nella tomba nuova messa a disposizione da Giuseppe d’Arimatea. Il buio è la prima pennellata del racconto, un buio profondo, che può essere anche simbolo della solitudine di quella donna, e di chi stava con il Rabbi di Nazaret, ucciso con disonore due giorni prima.

Poi arrivano Pietro e “Giovanni” è trovano la tomba vuota, il sudario che aveva avvolto il corpo del Maestro e la benda messa sul volto, piegata in un angolo (entetuligmènon, verbo greco medio-passivo). Il crocifisso risorto. E poi il racconto, anzi i quattro racconti proseguono.

Ma io qui, in un tempo tremendo che non voglio descrivere perché tutti lo conoscono, e parlo del tempo che viviamo, di guerra a pezzi e di sfacelo della ragione umana, mi soffermo sulla simbologia profonda del Crocifisso e del Risorto. Anche per chi non crede sono la più potente sintesi della vita umana, che si dipana e si declina tra dolore e suo superamento, e anche perfino gioia.

Ogni dolore umano è una “crocifissione”, nelle sue mille gradazioni, e ogni suo superamento, anche parziale, è una “risurrezione”. La vita umana è contenuta tra queste due polarità, ogni giorno, per ogni essere umano, da sempre, per cui ognuno di noi può chiedersi, con Kant, che cosa posso sapere, che cosa è giusto fare, che cosa posso sperare? E allora viene in soccorso la mente (lo spirito), declinata nell’intelletto e nella ragione che opera, se vogliamo, seguendo la logica argomentativa naturale, base necessaria di ogni ricerca di ciò che sia bene o male per l’uomo stesso. Prima di ogni scelta eticamente fondata occorre “mettere in moto” la ragione, cosa non semplice e non molto diffusa ultimamente, sembra. Che cosa sono gli attentati, gli omicidi, le minacce, le guerre asimmetriche, gli imbrogli finanziari, i fanatismi di ogni genere e specie, da quelli religiosi a quelli alimentari, il rifiuto di ogni compassione umana, la stupidità diffusa, debordante, in molti ambienti. L’elenco non mette tutto sullo stesso piano, ma costituisce uno scenario dove i fenomeni sono apparentati da un uso insufficiente o negativo della ragione, con una prevalenza delle peggiori passioni.

La tentazione è quella di ritirarsi, di far finta che non ci sia nulla, o comunque che non si possa far nulla per migliorare l’umano, la cui struttura mentale è quasi identica a quella di mezzo milione di anni fa. Ma non è così che si deve fare, poiché ogni momento è il momento per intervenire, senza strafare, con le proprie forze, anche nella debolezza, ché le opere contano sempre meno delle intenzioni al bene.

Qui sotto troviamo la risposta di Paolo, il quale intende dire di aver fatto quello che ha potuto con le opere, ma soprattutto con l’ausilio della fede, certamente in Dio, ma anche nell’uomo di volontà buona.

Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 4, 7).

Vale sempre la pena provarci, proprio perché il Crocifisso è Risorto.

Se un giorno

In giro con lievi minacce di pioggia, con la bici, cercando di evitare le nuvole più scure, e anelando alla schiarita, là in fondo. Così il mio Sabato santo, con il dolore muscolare quasi andato e l’equilibrio ritrovato, forse. Musiche arcane risuonano e sentimenti rinnovati come aquile in volo appaiono sereni fino all’orizzonte del paradosso di Zenone di Elea, cui mi riferisco parlando con il giovine Isacco. Ermal Meta mi fa visita come fosse un viaggiatore nella notte d’inverno. Vietato morire. La cerchia dei monti a oriente è limpida come solo può esserlo a metà di questo aprile infinito. Schivo la pioggia leggiera leggermente pedalando. Sono momenti come tutti gli altri, unici, a volte inquinati dalla stupidità come quella degli agnelli adottati dalla terza carica dello stato, e poi si va avanti, L’albergo dove mi fermo per un caffè è in mezzo al nulla, ed è lì da un secolo, retrò, da fuga, riparo, dimenticanza. Campagne a perdita d’occhio fino alla linea azzurrina dei monti. Non so se domani sarà e con chi. Partirò nell’incanto della vita quotidiana, caro amico che leggi ancora, pazientemente. E’ vivere come un canto un grido un pianto, un rancore, un amore che può crescere senza fine, come insegna san Paolo. Se un giorno sarò ai confini del mondo e della mia vita sarà un incanto. Se un giorno il dolore appannerà il mio viso, non mancherà l’incanto della vita avuta, caro viandante, caro viaggiatore della notte. Notizie arriveranno da lontano, da un paese lontano, fin dalla fine del tempo che non è. Se un giorno incontrerò il destino, come è successo ogni giorno passato, ma che dico? il destino ti accompagna ogni ora che passa, ogni desiderio che ti spinge alla vita. Le emozioni senza voce e senza respiro sono sempre con te. Giardini infiniti mi vengono incontro mentre pedalo, antiche canzoni, nenie di bambino. Il me stesso che ero mi torna alla mente, anche se non ricordo l’anno che era, il giorno, che vita, la mia, certo, quella di un tempo e sempre della stessa anima piena. Cieli immensi e immenso amore, cantava Lucio. E canto. Giovani virgulti osservo sulle ripe e verdissime radure, caro amico. Se un giorno senza parole mi viene incontro senza sapere quello che accadrà, oh sì, e non tremo al pensiero di sapere che quei cieli immensi e alti della mia terra saranno visti anche quando la stagione sarà finita, l’antologia delle stagioni eterne oramai stampata. Se un giorno sai che ogni giorno è il migliore, perché è l’unico, non ve n’è altri di giorni come quel giorno. Come ieri e come tre giorni fa e come oggi stesso… pieno di vento e di nuvole, è stata meraviglia. Pensaci. Se un giorno incontri la notte oscura ma presaga dell’alba allora è bellissimo, anche la notte più buia. Nulla si perde mai, né la tristezza né la gioia, tutto si connette come insegnava Benedicto de Espinoza, scandalizzando i più. E Dio è con noi ovunque, anche se un giorno lo dimentichi. Se un giorno paure e ipocondrie ti prendono, la cura della relazione ti salva come lo sguardo tutt’intorno al mondo. E nessuno di noi invecchia veramente, ché il tempo scompare nell’infinito vagare del cosmo. Amico mio che vivi e leggi e pensi nell’infinità libertà dell’essenza. Un giorno ti dirò.

Le ragioni della scienza come sapere discorsivo-razionale e le ragioni della fede religiosa come sapere intuitivo

Bello allargare gli spazi di ogni discussione, bello che il Caffè Filosofico diventi sempre più inclusivo, dando spazio e voce a nuovi saperi e nuove persone. Ogni apertura, o aperità, come la chiamava Heidegger, porta nuove possibilità di comprensione sull’infinito “che tutto com-prende” (l’Umgreifende di Jaspers). L’amico professor Angelo Vianello, che mi saluta con un abbraccio, ne parla con acribia da biologo  e passione di credente. Il biologo è un “filosofo della natura” che esplora il mondo con lo stesso spirito di un Democrito o di un Lucrezio, con la stessa determinazione di Copernico e di Galileo; il credente è uno che si affida alla possibilità della trascendenza, di un oltre, di Dio, come ciò che non può essere capito fino in fondo con la ragione, ma com-preso, nel senso di preso-dentro, con la fede.

Il discorso antico su scienza e fede o meglio, tra scienzadimensione religiosa, ovvero tra ricerca razionale sul funzionamento della natura e ammissione di un “oltre” , si è specificata sempre meglio nei secoli a partire dalla grande stagione rinascimentale dei Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, con l’acuirsi di conflitti e intolleranze, che hanno portato ai roghi del 1600 a Campo dei Fiori, quando l’inquisizione uccise a Roma il filosofo e frate nolano Giordano (Filippo) Bruno e a Pordenone il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella (detto Menocchio), e molte centinaia di altri fino al 1800 inoltrato, e infine al processo degli anni ’30 del diciassettesimo secolo a Galileo Galilei.

Scienza e dimensione religiosa interpellano comunque la ragione, se pure in modo diverso, la prima in modo discorsivo e logico, utilizzando l’argomentazione razionale e il metodo sperimentale, la seconda ammettendo che vi sono dimensioni che sfuggono al rigore dimostrativo, emergendo dalla misteriosità dell’indicibile. In aggiunta non si può non tenere conto della triplice dimensione del mistero, quella del sacro, quella del sentimento religioso, e quello dell’atto di fede. Il sacro come senso della grandezza e potenza della natura che meraviglia e spaventa, il sentimento religioso  come manifestazione di una parte della interiorità umana esterna alla dimensione razionale della ricerca scientifica, l’atto di fede come de-cisione individuale e dono, come incontro tra umano e divino, come affidamento dell’umano e accoglimento dell’Oltre.

Non vi è contrasto radicale tra i due campi, poiché ciascuno di essi è diversamente collocato nella psiche, e connotato. Il distacco tra le due dimensioni, però, può essere in qualche modo e misura quasi “riconciliato”, se fossimo capaci di ricorrere alla vecchia nozione di scienza, quella antecedente la rivoluzione filosofica e scientifica post rinascimentale, la nozione di epistème, come scienza intrisa di sapienza, cioè di sapidità, di sguardo penetrante, di sophìa.

Il “luogo” deputato per realizzare questa conciliazione è la filosofia. La filosofia, come amore per la sapienza, è l’ambiente conoscitivo e dialogico, soprattutto nella sua insuperata versione magistrale socratico-platonica, più adatto a far dialogare sentimento religioso e ricerca scientifica, poiché essa non è subalterna ad alcun sapere, né “subalterna” alcun sapere. La filosofia è autonoma nella sua solo apparente autoreferenzialità, poiché mentre si chiede le ragioni del suo stesso argomentare, pone le basi per la riflessione radicale sul senso della vita e di tutte le cose. La filosofia si pone dei “perché”, non essendo molto interessata ai “come”, che lascia volentieri alle scienze naturali: si chiede il “perché” del nostro di umani stare-al-mondo, e se il mondo esista per noi o da noi pre-scindendo, e se saremmo arrivati fin qua senza la catastrofe d 65 milioni di anni fa che estinse i grandi rettili lasciando spazio ai mammiferi, e se su cento miliardi di galassie come la Via Lattea possano darsi intelligenze, anche diverse dalla nostra autoconsapevolezza soggettiva, e se di possa dare un “dio” in qualche modo supervisore. E se, infine, vi sia un destino, una teleologia, un luogo di compensazione del male del mondo.

Ecco allora che, se con la disciplina logica la filosofia lascia lo spazio alle matematiche  e alle scienze sperimentali, con la disciplina etica apre spazi immensi alle religioni, e dunque ai sistemi morali presenti in tutte le declinazioni del mondo, per certi versi in qualche modo sempre apparentate in quanto umane, come ben spiegava Kant.

Religione e scienza, fede e filosofia sono tutti campi di riflessione spirituale che rendono l’uomo meno ferino, meno belluino, sempre che sappia riconoscere i propri limiti, accettandoli e casomai esplorandoli fino in fondo senza atteggiarsi a simulacro arrogante e superbo di prometeiche divinità.

Rivignan, oh my Spoon River!

Caro e paziente mio lettor della domenica,

Bruno Cumero (Cumar) era il meccanico della mia prima auto una 1100 D, milledue di cilindrata, fumo di Londra, settantamila lire a mio zio Renato, cinquemila lire di spesa per la patente da privatista. Cammino per il cimitero di Rivignano, mi son fermato alle tombe dei miei e poi ho proseguito per un’ora e mezza, attorno alla bellissima chiesa della Beata Vergine del Rosario con la Madonna e bambino del Blaceo.

Elena, la piccola mia nipotina, morta a cinque anni per una rara malattia. Solo io l’ho vista quando era mancata, distesa tutta lunga sulla pietra, troppo grande lo strazio per Marina e suo marito. Non mi esce di mente il ricordo e dal cuore il dolore. L’epigrafe dolce che le scrissi è lì di struggimento senza fine.

Mia madre la sempre presente e mio padre di continua meraviglia vivo. Mi fermo da loro brevemente, ché mi sono intorno ogni giorno, e dentro, e mi parlano silenziosamente, sostenendomi. E la nonna Caterina, maestra di vita dei miei giovanissimi anni.

E giro e giro, e trovo centinaia di volti che ricordo, anche persone più giovani, ragazzi morti in qualche incidente stradale, la famiglia socialista Gloazzo, tutti e due i ragazzi giovani. Le epigrafi dei vecchi sacerdoti, don Luigi Del Bianco, 47 anni cappellano a Rivignano, cacciatore, labbro leporino, sguardo determinato.

La schiatta ampia e robusta dei Meret, ramo “Balìn”, pezzi d’uomini dal sorriso ironico, contadini forti, comunisti non dichiarati, cavalli scuri e carri gommati: mio padre e mio nonno con i ceppi sradicati dalle ripe, loro clienti. Cinquanta, sessanta quintali di legna da vendere per arrotondare le entrate della nostra famiglia.

Il professor Ferrara da Bari, insegnava a Latisana, giovane padre di Edelweiss, di Gianna e… Francesco, mio coetaneo, e il professore De Sabata che poté studiare e mio padre no. Aldo Tonizzo e Baron Toaldo morti in Africa.

I Tavani, alti e grossi e quella che aveva portato via uno di loro alla figlia.

La vecchia Rosanna dei Durigon della montagna carnica, i Vogrig di Grimacco, de-stino, come insegna Emanuele Severino, i Vetach e i Pielich della val Resia.

E anche volti che mi fanno dire “Ma è morto anche lui?” E poi William Viola, socialdemocratico, fratello di Leonida mai tornato dalla Russia, Seconda guerra mondiale. Italo dei Presacco, l’unico senza croce, comunista, un fascio di spighe accanto alla foto, in bassorilievo e suo fratello Ugo, morto nella notte di fine anno del ’74, in un modo crudele.

E poi le tombe senza lapide, le croci di legno del provvisorio, tombe dimenticate, da parenti lontani o da nessuno, ultime persone di una schiatta che finisce.

Le grandi famiglie che hanno la “casetta” con le tombe messe una sull’altra nelle pareti, i Collavini, sior Giovanni, sior Vitorio, con una “t” in rivignanese. Ci passo davanti ricordando quando ragazzino portavo bibite le cinque estati del liceo Stellini, con Ennio e Franco e il Leoncino della OM. Fin verso la Bassa, a Titiano, Precenicco e Pertegada, che io chiamavo “profondo Sud”. Si pranzava polenta e coniglio al “Benvenuto” di Rivarotta e poi giù, una cassa per mano fin nelle cantine delle osterie, o con i fusti di birra da venticinque litri. A diciassette anni ero alto un metro e ottantadue, tre centimetri meno di me adulto, e pesavo settantadue chili, basket e casse di bibite, all right.

E poi gli emigranti che erano stati via con mio padre in Germania, Gino Della Ricca imponente e prepotente, il piccolo e agile Zorzitto, e poi il bel ragazzo Beppino Valentinis morto a ventidue anni con il suo Maggiolino sotto un camion, mentre dalla baracca della foresta di Ramholtz scendeva al paese per le ragazze che lo adoravano. Bello come un Gregory Peck giovane. Mio padre l’aveva ammonito di non correre quella sera maledetta.

E quelli strani, si diceva fossero un po’ pedofili, il Nino e l’altro, da cui guardarsi. Eppure con me mai tentato nulla. Si vede che apparivo disposto altrove. E la Lisetta, morta giovane? E la Jeannette, venuta dal Belgio, che pattinava benissimo Il Lago dei Cigni. E poi ragazzotti poco più grandi di me, caduti con la moto a trent’anni. E Mario, omonimo, predecessore mio nel gruppo musicale come cantante, quando c’era il Torvis alla chitarra e Franco c. (indicibile) al sax, l’altro Franco alla batteria e vie indenant.

Ecco la Itala, che faceva sognare i ragazzi…, andata via a quarant’anni. E la Tina del Caffè Rocco, grassa e cordiale.

Qua e là poi le tombe dei pazzerelli, protetti dal paese, e i border line, allora si diceva i puars simpri cjocs (poveri sempre ubriachi), con pochi denti e la barba incolta.

Ecco la Nilde, Leonilde, detta la “beghelone”, cioè quella che urla, che “berla”, in friuloveneto, e la Pine dai òus (delle uova) che faceva la pipì, me bambino, nei cortili, allargando le gambe, in piedi. E lasciava una piccola pozza dopo essersi asciugata con la gonna.

E perfino Adriano, ironico e bello, improvvisamente andatosene, per il cuor fragile. Quante partite, quante botte, quante avventure quattordicenni con lui.

Potrei continuare, ma mi fermo ancora davanti alla piccola tomba di Elena e leggo “Anch’io che passo/ ti ringrazio/ stellina della sera/ mi insegnasti ciò/ che non sapevo/ continua a farlo piano/ mandi.

Brividi marzolini nel cimitero silente.

Karl Jaspers vs. Martin Heidegger, in excelsis philosophia perennis!

« Da sempre – scrive Jaspers- i filosofi tra loro contemporanei si incontrano in alta montagna, sopra un vasto altopiano roccioso. Da lassù lo sguardo spazia sulle montagne nevose e ancora più in basso sulle valli abitate dagli uomini e sull’orizzonte lontano e in ogni dove sotto il cielo. Là, il sole e le stelle sono più lucenti che in qualsiasi altra parte. E l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità, talmente fredda che non lascia levarsi alcun fumo, talmente limpida che uno slancio del pensiero si diffonde in spazi immensi. […] Oggi sembra che su questo altopiano non ci sia nessuno da incontrare. Ho avuto l’impressione […] di incontrarne uno soltanto e – tranne lui – nessun altro. Quest’uomo però è stato un mio cavalleresco avversario: le potenze che noi servivamo, infatti, erano irriducibili tra loro. Presto apparve evidente che noi non potevamo affatto parlare uno con l’altro. E così la gioia si trasformò in dolore, un dolore particolarmente inconsolabile, come se si fosse perduta una possibilità che sembrava prossima, a portata di mano. Così è andata tra me e Heidegger. Per questo trovo insopportabili, senza alcuna eccezione, tutte le critiche che egli ha subito: lassù, infatti, su quell’altopiano, non avrebbero trovato posto. Per questo vado alla ricerca della critica che diventa reale nella sostanza del pensiero stesso, alla ricerca della lotta che rompe l’assenza di comunicazione dell’inconciliabile, della solidarietà che lassù – trattandosi di filosofia – è ancora possibile anche tra chi è più estraneo. Una critica e una lotta intese in questo senso sono forse possibili, eppure vorrei, per così dire, tentare di catturarne l’ombra »
(K. Jaspers, Notizen zu Martin Heidegger. Monaco, Zurigo, Piper, 1978, pp. 263-4. Cit. in Volpi Guida a Heidegger, p.45)

 

Per me pure il pensiero umano si libra altissimo sopra le cose del mondo, anche se i biologisti pensano che sia una mera produzione bio-elettrica dell’encefalo. Lo sia pure, ma ciononostante è capace di accedere a concetti meravigliosi, quello di Bello, di Bene, di Verità, … di Dio, e poi di proporre riflessioni logiche, e racconti di emozioni, di struggimenti dell’anima, è capace di condividere spazi con altri pensieri, o di discutere dialogando, è capace di proiettarsi in avanti e indietro, accettando il cambiamento e anche generandolo. Altissime sono le sue prerogative, come Jaspers dice con afflato poetico nella metafora della montagna.

Ho voluto riportare questo testo perché i due pensatori si stagliano nella storia filosofica del ‘900 in modo particolare e solenne. La ricerca sul senso e sui significati della vita umana e delle cose è il focus perenne della filosofia, che fa premio su qualsiasi differenza teoretica, come provo a mostrare in seguito citando un paio di estratti di brani miei sui due filosofi, pubblicati su Sacra Doctrina nel 2016.

 

(Jaspers)

“(…) La scienza e ogni ermeneutica per Jaspers falliscono sempre, quando pretendono di conquistare la conoscenza del tutto, senza una “metafisica del tutto”, l’unica conoscenza che può inglobare un sapere che non si chieda costantemente quali sono i suoi limiti, lo stato delle cose, il che-cosa-per-chi.[1]

Jaspers ritiene che la conoscenza delle cose e del mondo debba essere freilassen, “libera di esprimersi” nel percorso della ricerca individuale e quotidiana. Non vi è dunque altra via della conoscenza, e specialmente dei fatti che fanno la storia dell’uomo che l’ermeneutica, come approccio -nel contempo umile e altrettanto pieno- della speranza di una possibilità di comprensione. L’Uno che tiene insieme il Tutto, però, in un certo modo è indivisibile, perché i nessi e le relazioni della sua complessità ne impediscono la completa ed esauriente disamina e spiegazione. Anzi, al contrario, ove fosse plausibile e possibile una totale spiegazione della totalità e della sua complessità, ciò sarebbe un impoverimento della conoscenza.

Una parte della possibilità di conoscenza appartiene in qualche modo a una specie di dimensione praeter-razionale, vale a dire non completamente accessibile alle facoltà cognitive. Infatti tutto appartiene all’infinito, a una dimensione mai completamente accessibile all’uomo, rimanendo sovrabbondante e al di là di una soglia impenetrabile che altri -ma non Jaspers- chiamano talvolta mistero. Potremmo dire: la complessità di questa totalità in qualche modo corrisponde concettualmente al termine inconscio,[2] in quanto luogo e modo della realtà stessa dell’esistere soggettivo, ma che si dà solo al di fuori del flusso cosciente e conoscibile della realtà della veglia. E i “nessi” che tengono unita la complessità come “Totalità” sono il luogo ove risiede la densità inaudita del limite della comprensione umana.

L’ermeneutica, per Jaspers, è la via della comprensione fiduciosa, e perciò stesso l’atteggiamento capace di accettazione del limite intrinseco alla stessa condizione umana e alla sua possibilità di intelligenza delle cose e del mondo. La grenz Situazion è lo stato umano reale, in tutta la sua crudezza e ineluttabilità:

 

«L’angustia della situazione reale dipende dalla resistenza che essa oppone, e come tale essa limita la libertà ed è legata a possibilità limitate»[3]

 

In Jaspers troviamo una consapevolezza del limite, anche se senza cedimenti a un anelito teso verso l’insopprimibile esigenza dell’uomo di conoscere sempre più il senso del suo stesso vivere e del suo comprendere la vita e le cose del mondo. In questo senso e modo Jaspers si pone quasi come un ulisside eterno o redivivo. Il carattere apofatico della ragione, il suo essere quasi una dimensione praeter-razionale del pensiero logico-argomentativo, somiglia quasi al mare oceano che la accoglie indefinatamente disponibile, anche se presago di pericoli non del tutto visibili all’orizzonte, ma ben presenti al cuore dell’uomo.

Con Jaspers si manifesta in modo originale l’inquietudine del nostro tempo: in lui la dialettica platonica[4] si fonde all’anelito incerto ed infinito dei tempi, tempi nei quali si registra il tramonto di ogni apodittica certezza, e il dramma di un futuro in cui la speranza è intrisa di foschi presagi, che però non la annichiliscono mai. Con Platone Jaspers ha in comune la consapevolezza che la ricerca della verità resta per l’uomo un’impresa in-finita, accompagnando l’umana esistenza senza mai giungere a una meta, che non sia anche una ulteriore stazione di partenza, un’ulteriore prospettiva della ricerca: una sorta di inquietudine della “navigazione” accompagna il pensiero di Jaspers, consapevole della complessità nella quale l’essere si pone, non tanto come manifestazione o di-svelamento di tipo heideggeriano, ma come itinerario diuturno e faticoso e, in fondo, platonicamente dialettico.”

 

[1] Cf. Ibidem , PH III, [Philosophie], cit., in particolare da 676 a 727.

[2] Che Jaspers mutua dalle teorie freudiane, avendole frequentate con intensità.

[3]Jaspers K., ‘Situazione limite’, [Philosophie], cit., 687.

[4] Jaspers K, I Grandi filosofi, Longanesi, Milano 1973, 326: “Platone è il fondatore di ciò che soltanto da lui in poi porta il nome di filosofia nel senso pieno. Intendere Platone non significa commisurarlo a un concetto precedente di filosofia, ma farne misura di valutazione di ciò che è venuto dopo di lui e di se stessi, sia che lo si segua, sia che si facia qualcosa di completamente diverso”.

 

(Heidegger)

(…) Come il Da-sein è dinamico, e l’interpretazione è sempre rivolta in-avanti-a-sé-essendo-già-in [nell’avvenire], così il linguaggio dell’espressione poetica e artistica è un “linguaggio ontologico”, perché esprime l’uomo nella sua totalità esistenziale e ontica [cioè relativa al suo “essere ente”].[1]

La filosofia, come la poesia, è un pensiero poetante mentre è pensiero pensante. La verità si manifesta attraverso il linguaggio e tutte le sue figure, a partire dalla metafora, che dà respiro al pensiero, come ossigeno spirituale, e in tutte le stratificazioni polisemiche della parola. Ogni parola interpella la totalità, ogni parola rinvia ad altro, come l’io al tu, simboleggiando[2] indefinitamente lo scivolamento dei significati e dei sensi nei contesti infiniti, e negli ambiti di ricezione del messaggio. Metalinguaggio e linguaggio si intersecano e si aiutano, esigendo un rigore distintivo nella scelta dei termini, ma lasciando nel contempo una grande libertà all’ermeneuta, all’interprete, al lettore-ascoltatore. Occorre distinguere per unire, occorre separare per collegare. Il rapporto esistente fra pensiero e linguaggio si raccorda per Heidegger in una sorta di ontologia ermeneutica.

La poesia [Dichtung] è l’essenza di tutte le arti,[3] poiché creare, escogitare, inventare è un insieme di significati del verbo tedesco dichten:

 

«La verità, come illuminazione e nascondimento dell’ente, accade in quanto gedichtet, poetata».[4]

«L’opera d’arte linguistica, la poesia in senso stretto, ha una posizione peculiare nell’insieme delle arti».[5]

 

Il linguaggio rende manifesta la stessa struttura della mondità [cioè dell’essere del mondo]. La precomprensione dell’essere stesso, per Heidegger si concreta di fatto nel linguaggio,

 

«Dove non c’è linguaggio non c’è nessun aprimento dell’ente […]. Il linguaggio, nominando l’ente, per la prima volta lo fa accadere alla parola e all’apparire».[6]

 

Il linguaggio è essenzialmente poesia, e dunque è sempre indefinitamente e inesauribilmente simbolico. Anche se non ogni parlare è creazione, perché la comunicazione si limita ad un agire dentro una feritoia già aperta dal linguaggio. L’uomo, inoltre, è Gesprach [dialogo], poiché se l’uomo dispone del linguaggio a sua volta quest’ultimo dispone dell’uomo, perché l’uomo “vi nasce dentro”. L’uomo è così un messaggero, un “Hermes” del linguaggio.

L’apertura alla verità è sempre di carattere linguistico:

 

«La presenza [l’essere delle cose] è, come presenza, un presentarsi di volta in volta all’essere dell’uomo, in quanto è un appello [Geheiss] che di volta in volta chiama l’uomo. L’essere dell’uomo è, come tale, ascoltante, perché è sottoposto all’appello che lo chiama, alla presenza. Questo sempre identico, questa coappartenenza [Zusammengehören] di chiamata e ascolto, sarà dunque l’essere?».[7]

 

L’ermeneutica è anche un pensiero dell’essere. Se l’evento [Ereignis] dell’essere, sostiene Heidegger, si dà nell’unità di appello e risposta, allora sarà nel linguaggio inteso assolutamente [e non come strumento della comunicazione] che si dovrà intendere il darsi dell’essere stesso. Heidegger giunge ad un’ermeneutica ontologica o ad una ontologia ermeneutica. Le cose sono da comprendere nelle parole o nella Parola, in ragione della quale ad essa bisogna riferirsi. In quest’ambito il filosofo tedesco propone il termine Geviert [quadrato], per tentare la rappresentazione delle quattro dimensioni dell’essere, le due appartenenti alla mondità, e le due della divinità: la terra e i mortali, il cielo e i divini. Sintesi delle dimensioni dell’apertura del Sein, il Geviert. E, in questo contesto, è la parola che be-dingt, rende cosa la cosa [Ding].[8] Le cose, i fatti, ogni evento [Ereignis] appaiono dunque attraverso la parola, trascendendo ciò che si intende correntemente, e dunque risalendo a ritroso per le rive del significato originario, dell’etimo, fino al fonema fondante.

Il pensiero è ermeneutica pura, perché è in ascolto del linguaggio. E lo è, almeno a partire dal significato che diede a questo termine Schleiermacher. L’interpretazione, in questo senso, altro non è che risalire dal segno al significato. È l’ermeneutica che permette in qualche modo di superare, quello che dice principium reddendae rationis, e di collegare gli spazi vuoti che si aprono fra l’essere e il nulla, o fra l’ente e il ni-ente, posti ai limiti della percezione e delle possibilità di conoscenza.[9] Specialmente quando questa conoscenza approccia il linguaggio, sia come detto sia come scritto. Heidegger chiama questo tipo di interpretazione Er-örterung, cioè il luogo-dove-la-Parola-risuona.[10]

 

«Che cos’altro è leggere se non raccogliere:[11] raccogliersi nel raccoglimento in ciò che, in quel che è detto, rimane non-detto?».[12]

 

Perché il totalmente esplicitato è chiuso nel Grund, nel fondamento, e non tra più spazi per dire altro da quello che si può dire. Accanto alla parola, per Heidegger così simbolicamente infinita, bisogna che trovi spazio il silenzio e l’ascolto del silenzio. I silenzi sono il luogo più profondo che risponde al parlare e allo scrivere dell’uomo.[13] Solo il pensiero ermeneutico può soddisfare l’esigenza di conoscenza dell’alterità che muoveva la metafisica classica stessa, sul cui versante talora essa stessa rimaneva muta. Leggiamo ancora qualche passaggio.

 

«Che il linguaggio diventi solo a questo punto oggetto del nostro esame deve far capire come il fenomeno linguaggio abbia le sue radici nella costituzione esistenziale dell’esserci».[14]

«Il discorso è articolazione ‘significante’ della struttura comprensibile dell’essere nel mondo».[15]

 

Per Heidegger occorre por fine a “una certa metafisica” che separa, per apprendere una metafisica nella quale l’essere e l’ente siano ricompresi nella realtà dell’esser-ci [Da-sein], di cui il linguaggio e l’applicazione ermeneutica dell’esegesi, siano i mentori principali. Ma su questo punto il pensiero heideggeriano resta in qualche modo ambiguo, irrisolto, aporetico. Heidegger non imbocca la via dell’analogia di stampo tommasiano, preferendo affidarsi a un modo espressivo che evoca il primo manifestarsi dell’essere, cioè la poesia, così permanendo al di qua della divisione tra soggetto e oggetto, origine del pensiero greco classico. Il senso che in ogni caso si annuncia non è disponibile, così come la verità non è più adaequatio intellectus et rei, bensì di-svelamento [α̉λήθεια], apparizione.

Per Heidegger, se non si può dare una definizione oggettiva del tempo, e quindi della distanza insuperabile costituita dalla diacronia delle storie umane, e tra i vari autori e lettori, si può però ritenere il linguaggio come sorta di orizzonte che accomuna ed entro il quale si opera e opera l’essere: ma il linguaggio e l’interpretazione non si possono trattare in qualsiasi modo, perché costituiscono aperture o almeno interstizi tra i quali passa la nostra esperienza, la nostra esistenza, e passiamo noi come enti-che-sono-lì, gettati nel mondo. Essere e linguaggio appartengono alla stessa verità [α̉λήθεια], alla medesima ontologia, poiché nel linguaggio troviamo libertà, pur se vincolati alle regole dell’etimologia, della sintassi e della grammatica, ma una libertà che trova i suoi confini nell’essere rivelabile per mezzo del linguaggio. Non è possibile l’arbitrio in questo campo, essendo questa libertà una dimensione comunque bisognosa di un’illuminazione, quella dell’essere che dobbiamo custodire con cura.

[1] Heidegger afferma che la verità dell’essere è, in greco, a-lètheia, cioè non-obliamento o disvelamento manifestato tramite il linguaggio umano:

«Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora» [Sein und Zeit, Essere e Tempo, 157].

La questione dell’essere [Seinfrage] come linguaggio [sapere ontologico] differenzia la questione dell’essere come esistere [sapere ontico o esistentivo], che va considerato nel tempo. Ancora Heidegger:

«Ciò che determina ambedue, essere e tempo [Sein und Zeit, cit., 198], in ciò che è loro proprio, cioè nella loro coappartenenza, noi lo chiamiamo Das Ereignis [l’Evento]”.

Vale a dire che è-in-ciò-che-accade che avviene la conoscenza della verità. E in ambito etico: «Se in conformità al significato fondamentale della Parola ethos, il termine etica vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno [terreno] dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere […] è già in sé l’etica originaria” [Sein und Zeit, cit., 203]. Il filosofo tedesco vuol dire che l’uomo è valore-in-sé, non valore derivato, come vogliono altre prospettive. Infatti, secondo lui Genesi [1, 27] conferma ciò con più forza, presentando l’uomo come immagine del divino.

Dunque, l’uomo deve porsi davanti all’essere rispettando e coltivando il linguaggio, rifuggendo la sciatteria e l’approssimazione, il pressapochismo e l’illazione, ponendosi in una situazione di ascesi [gr. àskesis, che vuol dire letteralmente “esercizio”], di raccoglimento-che-lascia-essere [Gelassenheit], ma avendo presente il rischio di un ottundimento che oggi può essere causato dalle tecnoscienze e dalla sottovalutazione della crisi cognitiva ed etica in atto.

 

[2] Sùmbolon, simbolo è ciò che unisce, ed è il contrario del diàbolos, che è ciò-che-divide, il separatore, l’avversario.

[3] Cf. Massarenti A., Il pensiero di Martin Heidegger. Opere scelte di grandi filosofi; testi a cura di G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Ed. Laterza&Figli Spa, Roma – Bari 1971, 175.

[4] Cf. Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, Pfüllingen, 1959, trad. it. di Chiodi P., 1971, a cura di Massarenti A., Il pensiero di Martin Heidegger. Opere scelte di grandi filosofi, ed. Il Sole 24 Ore Spa, Milano 2006, 56.

[5] Ibidem, 57.

[6] Ibidem.

[7] Cf. Heidegger M., Zur Seinfrage, pubblicato dapprima con il titolo Uber “Die Linie”, nel vol. Freundschaftliche Begenungen, in onore di E. Jünger, Frankfurt 1955, e poi, separatamente, ivi, 1956, trad. it. Chiodi P., 1971, a cura di Massarenti A., Il pensiero di Martin Heidegger. Opere scelte di grandi filosofi, 58.

[8] Cf. Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, cit., 96.

[9] Sia essa di tipo analitico, o sintetico, o dialettico, o analogico.

[10] Cf. Heidegger M., Unterweges zur Sprachen, cit., 37; serve anche confrontare il termine Er-örterung, qui utilizzato dall’autore, con Erklärung, spiegazione, e Erläuterung, delucidazione, utilizzati altrove.

[11] Anche qui gioca l’etimo tedesco, il quale è analogo a quello latino, dove legere significa anche raccogliere.

[12] Cf. Ibidem, Unterweges zur Sprachen, cit., 48: è un passo di una lettera del 1950 a E. Staiger, riprodotta in E. Staiger, Die Kunst der Interpretation, Zürich 1955.

[13] Cf. Ibidem, 186.

[14] Cf. Heidegger M., Sein und Zeit, cit., 199.260.

[15] Ibidem, Sein und Zeit, cit., 200.261.

 

Uno parla (Jaspers) dell’apertura all’infinito, l’altro (Heidegger) dell’inquietudine umana per lo scoprimento della verità dell’essere, come un avere-cura di sé e degli altri nell’esercizio della vita, anch’esso infinito.

 

La “tardanza”, ut sensus sempiterni actique temporis

Il termine dantesco (muovi novella mia non far tardanza) è ormai un neologismo, e non mio, e mi incanta. E’ nella lettera di una persona che curo, in ristretti orizzonti, che ha scritto a Bea, in ritardo, ritardissimo, come risposta, ma ha scritto. Negli anni ho proposto alcuni neologismi che qui non ripeto, ma che hanno preso piede sul web, ma questo è bellissimo, anche se è aulico sembrando un neologismo. La tardanza. Suona come quasi dimenticanza, eppure è solo il nome in-ventato, cioè (latinamente) trovato di una risposta tardiva.

Ho scritto l’altro giorno del senso del tempo, e forse non ho colto questo, di senso. La tardanza mi ricorda anche la perdonanza, di medieval memoria, cioè il per-dono, o dono iterato. E anche la danza, come assonanza, come baldanza, come…

Ma è proprio vero che il tempo cronologico, che ci domina, deve vincere sempre? Non è ora di rallentare un poco? Lo dico a me, cretino!, e di fermarsi a contemplare il mondo, mundus semper Deo reconciliatus, infinita Dei Caritate?

A volte le cose della vita, i passi fatti, gli errori compiuti, le amnesie, le omissioni, sono più importanti dell’efficienza, della redditività e del business, che dominano quasi incontrastati il mondo. Oggi guardavo fiori di primavera, nella collina, mentre mi muovevo in auto. La primavera tornata e il sentimento dell’estate che torna.

E mi veniva in mente che la vita vince, vince sempre, sulla corruzione e sulla morte.

E allora vi è l’indugio, il rallentamento, il recupero, l’attesa, il silenzio, il vento turbinoso che si ferma e resta una brezza leggera come il passo di Dio nel Libro dei Re, quello sentito sommessamente da Elia.

La tardanza è una versione del tempo interiore, che si può gestire, ma affrancandosi dal tempo della produzione necessitata. Non rimpiango nulla, né mi pento della frenesia vitale della mia corsa, della fatica fatta, della forza profusa, ma forse è tempo, è giunto il tempo del raccolto, e del rallentamento, della comprensione, dunque, della mia verità totale. Infatti si è rotto un velo, fatto di silenzio e di rattenuta discrezione, e ora mi scorre la vita anche fuori dall’alveo, nella tardanza, che è una dimenticanza, che è una lontananza, che è una perdonanza, che è un’itineranza, che è una perduranza, che è una danza… che è un’assenza.

La connivenza implicita

Caro lettore,

la connivenza implicita è una sorta di “patologia sociale”, più o meno grave, tipica delle organizzazioni. Si potrebbe dire una forma edulcorata del familismo amorale che invece sottende una cultura e comportamenti definibili certamente come mafiosi. Del familismo amorale, che qui non tratterò, esistono in circolazione diversi studi sociologici.

In quasi tutte le organizzazioni consolidate, aziendali, scolastiche, militari, politiche, ecclesiali è quasi impossibile non trovare forme di connivenza implicita, con aspetti variegati, che vanno dal sistema delle alleanze e solidarietà dei gruppi di potere, fino alla gestione spicciola del chiudere un occhio, o tutti e due, se la persona “vicina”, amica, sbaglia, così coprendone in qualche modo l’errore o minimizzandolo.

Partendo dalle alleanze di potere si può dire che fanno parte di una “fisiologia” ordinaria delle organizzazioni, e quindi vanno considerate come tali, e in quanto tali spesso sono utili o indispensabili per gestire le cose, sostenere momenti di stress o di cambiamento: l’importante è che non debordino da un ambito di legittima gestione del potere gerarchico ad atteggiamenti dannosi per la struttura e per le sue finalità.

Se invece parliamo più precisamente di connivenze implicite, si vuol dire qualcosa che può confinare con possibilità di “ammalamento” delle strutture e delle relazioni intersoggettive e di gruppo. Onde evitare questo rischio, ricordo che le banche hanno quasi da sempre avuto l’usanza di cambiare il direttore di filiale dopo un certo periodo, proprio per evitare un eccesso di confidenzialità con la clientela, tale da porre a rischio l’equanimità dei comportamenti verso tutti i clienti. Come abbiamo visto ciò non ha evitato l’enorme marciume constatato nel settore in questi anni, ma tant’è.

Non è facile evitare le connivenze implicite, perché nascono progressivamente e si manifestano -talora- come dice lo stesso sintagma, inavvertitamente, inconsapevolmente o, appunto, implicitamente. L’implicito, nelle relazioni umane, come sia sa non ha bisogno di parole, dichiarazioni, prese d’impegno, perché si basa su una conoscenza profonda tra gli individui e su una robusta esperienza condivisa.

Vi sono vari gradi di questo fenomeno, i più blandi dei quali sono essenzialmente forme di cameratismo e di comprensione reciproca, mentre i più forti possono scivolare verso forme di parzialità da parte dei capi e di riduzione dello spirito di equanimità nel trattamento dei colleghi.

La connivenza implicita non va sottovalutata poiché, oltre a poter diventare eticamente discutibile o chiaramente negativa, rischia di mettere a repentaglio l’equilibrio dei rapporti dei capi con i collaboratori e tra i collaboratori, e ciò costituirebbe una forte negatività gestionale e relazionale.

In questi casi diventa importante e imprescindibile il ruolo “terzo” di Risorse umane, a tutela di una sorta di “giustizia” generale nei rapporti e di un equilibrio tra le persone e le reti collaborative, indispensabile per il buon andamento della struttura aziendale, ma anche di qualsiasi altro sistema organizzativo.

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