Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

“…tutto bene?” Due tipi di risposte a una domanda, che può essere retorica oppure concreta, veritiera, umanissima

Chi mi conosce sa quanto mi infastidisca questa italianissima domanda retorica, cui, se non vuoi farla lunga, rispondi in modo generico, tipo “abbastanza”, oppure “potrebbe andare meglio”, e finisce lì, in un lampo, che permette a chi domanda di mettersi il cuore in pace e al rispondente di essere stato educato.

Se non fosse perché le energie sono limitate e non devono essere sprecate, sono sempre tentato di intrattenere l’incauto “inquisitore” con una disamina dettagliata di come effettivamente sto, il che richiederebbe almeno una decina di minuti, se non si vuole essere troppo generici.

Non si può e non si deve fare.

Aggiungo. La domanda “tutto bene?”, essendo retorica, prevede una risposta affermativa, anche se le cose non stanno così… bene. E quindi la domanda stessa può far prevedere di rispondere il falso.

Per ovviare a questo grave problema, che è plausibile nelle quotidiane relazioni, ho trovato un modo semplice, sintetico e anche spiritoso di rispondere alla domanda “tutto bene?”, in questo modo, rispondendo: “prevalentemente”, con un avverbio di modo che significa qualcosa di generico, ma tendente al positivo.

Se sono di buon umore e il mio interlocutore ha tempo, trovo il modo di fargli io una domanda, proprio sul “prevalentemente”, chiedendogli di “matematizzarlo”, cioè di fare un’operazione alla Kurt Goedel, che spiegava come non tutto fosse matematizzabile, a partire dall’asserzione appena riportata.

Gli/ le chiedo dunque: “prova a dirmi quanto vale l’avverbio prevalentemente su una scala da 1 a 100″, un po’ come si fa con la scala antalgica che funziona da 1 a 10: dolore 3, dolore 6, e così via, rispondendo al medico che ti ha in cura.

Ebbene, caro lettore, il mio stupore al variare delle risposte, che vanno dal 51 su 100 all’80 su 1000, mi ha indotto a fare una piccola analisi socio-statistica, suddividendo in categorie i “rispondenti”. Dopo un primo periodo di sperimentazione mi sono accorto che una categoria accademico-professionale di persone mi rispondeva sempre allo stesso modo, gli ingegneri, che quasi tutti mi dicevano con celerità (e continuano a dirmi): 51 su 100.

Tutti gli altri, qualsiasi fosse la scolarità superiore o accademica o anche da scuola dell’obbligo, mi rispondevano (e mi rispondono) con numeri che vanno dal 60-65 al 75-80, scegliendo un range che parte da quella che nelle istituzioni pubbliche si definisce “maggioranza qualificata”, il 66%, a tre quarti di 100 e oltre. Per gli ingegneri, invece, “prevalentemente” vale la maggioranza numerica semplice, cioè 51 su 100.

In rarissimi casi, qualcuno mi ha risposto 40 su 100, non sapendo poi dar ragione della scelta: probabilmente persone con scarsa conoscenza della lingua italiana.

Una domanda mi è sorta: perché gli ingegneri, tutti, indefettibilmente, ritengono che l’avverbio di cui qui tratto corrisponda a un 51 su 100? Penso che ciò dipenda dalla loro forma mentis, che raramente è orientata a divagare in modo narrativo e filosofico sulla varietà delle cose del mondo, che invece loro preferiscono misurare sempre e solamente con gli strumenti della matematica.

Per essere preciso, nella mia ricerca, però, ho riscontrato solo due eccezioni tra gli ingegneri: due di loro mi hanno detto 65 su 100. Alla mia domanda circa quale scuola superiore avessero frequentato, la loro risposta è stata: il liceo classico.

Alia verba memorari utile non est.

Invece, in questi giorni mi è capitato un fatto che mi ha fatto rivalutare la banalissima domanda “tutto bene?”

Stavo disteso su una panchina per riposarmi dopo una corsa in bici e per riprendermi da notevoli dolenzie alle vertebre dorsali. Nel silenzio meridiano più alto, ferragostano, un’auto che passa ogni dieci minuti, sento proprio un’auto rallentare, mi giro verso la strada, e un gentile signore, giovane, si affaccia al finestrino e mi chiede “tutto bene?”. Gli rispondo con un sorriso: “Grazie, sì, tutto bene, mi sto riposando, stavo guardando il cielo“. Con un sorriso l’uomo si congeda e se ne va.

E un altro. Stamane un amico e collega, durante il nostro tradizionale incontro di inizio settimana in una grande azienda, nel quale non solo conversiamo sui fatti aziendali, ma anche più in generale sulle vicende politiche e sulle nostre rispettive vite, lui nel suo ruolo di Amministratore delegato, io di Presidente dell’Organismo di vigilanza, durante il dialogo mi chiede quale sia la peggior cosa accaduta in politica in questi giorni, vigilia di improvvide elezioni nazionali.

Gli rispondo: “Tra diverse altre scemenze, questa: stamattina hanno detto nei vari tg che i 5Stelle, avendo deciso di non candidare nessuno dopo il secondo mandato (decisione in sé stimabile), hanno però deciso, al fine di salvaguardare il cospicuo reddito dei molti che senza reddito rimarranno, perché non saranno rieletti, e non hanno un lavoro, di candidare i parenti più stretti di costoro, cioè fratelli, sorelle, mariti o mogli e perfino cugini di primo grado, mi pare.”

E lui: “La cosa non appare neanche come scandalo, nascendo da un partito che si è lanciato nell’agone sostenendo che “uno vale uno”, che cioè ogni persona umana fosse intercambiabile con qualsiasi altra, così confondendo i principii primi di un’antropologia filosofica di base, che distingua fra struttura di persona (l’uno vale uno) e struttura di personalità (ognuno è irriducibilmente unico) e che era conosciuta, come mi racconti tu, anche da tua nonna Catine, con la terza elementare. Vedi, secondo loro, tu e io, nei nostri ruoli potremmo essere sostituiti dal primo che passa per strada, qui sotto in via …, a ….”

Perché mi trovavo nella sede di …, una multinazionale che solo in Italia dà lavoro a poco meno di tremila persone e in Europa a oltre diecimila.

E dunque, per Conte e c. uno vale uno. Ridere non basta, è richiesta pietà per chi la pensa in questo modo e poi umana pazienza.

…che cosa ne sarà dell’Italia con questi? Meloni capo del governo (?), è inopportuna; Salvini è insufficiente sotto il profilo qualitativo e politico; Berlusconi è obiettivamente stanco e stancante; il duo Renzi-Calenda, coppia di egocentrici autoreferenziali con pochi voti (Renzi comunque è meglio di Calenda, che mi fa morire dal ridere quando vanta le sue esperienze industriali le quali, vista l’età, dovrebbe aver fatto da adolescente. Due conti: ha una cinquantina d’anni (1973), da oltre venti, forse venticinque, è in politica, quattro o cinque anni di università, gli restano due o tre anni di Ferrari e Confindustria, in quale posizione poi è da vedere, e non mi pare sia stato in ruoli dirigenziali top, andiamo! Dai ventisei ai trent’anni, a meno che non si sia un Agnelli, si può al massimo aspirare a un impiego di concetto, non alla dirigenza, suvvia. Di contro, si pensi che io, invece, mi occupo di lavoro e di imprese da più di quattro decenni, e in posizioni importanti, sia nel sindacato, sia nelle aziende, sia nell’accademia, e non lo dico per vantarmi, ma per puro realismo, ahò, Calenda!); Letta è un collezionista di abbagli e sconfitte, ed è più adatto a una scuola di formazione politica, visti i suoi maestri, suo zio Gianni e il prof. Andreatta; i due de sinistra, quello bellu guaglione Fratoianni (e chi è? da quali esperienze e studi viene), e Bonelli, più di lungo corso veritiero e verde; Dimaio è sconcertato, perché neanche lui sa più chi è lui stesso, quello draghista o quello che “aveva sconfitto la povertà”? Conte, è il battuto per eccellenza, ma non mai in albagia, perché incapace di combattere; Dibattista? Perché lo cito?

Potrei anche finirla qui, con i giudizi politico-culturali che ho sintetizzato nel titolo, ma qualcosa scriverò, a partire da questa domanda che tanto insensata non è: vuoi vedere che torna Draghi? Magari.

I detti riportati qui sopra li si potrebbe applicare più o meno a tutti i politici citati nel titolo. certamente in modo differenziato, ma nessuno resterebbe fuori.

I mediocri parlano. Infatti, tutti i sopra citati parlano, in ogni modo e situazione e su qualsiasi argomento pubblico che abbia rilevanza sociale o politica. Un esempio: li senti parlare di economia e di occupazione e quasi tutti non hanno alba dell’ambiente di cui parlano. Vogliamo fare un esempio? Chi dei sopra citati può parlare di lavoro e di impresa con cognizione di causa? certamente Berlusconi. Un pochino, ma solo un pochino Calenda, che si vanta troppo per esperienze molto, molto brevi. Gli altri, nulla.

Parliamo di tasse: chi ha le competenze per esprimersi: ancora Berlusconi, e qualcun altro che abbia maturato qualche esperienza amministrativa, tipo Renzi o Letta. Della Lega non certamente Salvini, ma Giorgetti, Zaia e Fedriga, sì. Ancora sulla tassa piatta: come fa Salvini a proporla al 15%, chi la paga? mentre Berlusconi, che ne sa molto di più, la propone al 23%…

Un esempio di impreparazione e mediocrità, tra millanta. Due deputate, rispettivamente dei 5 Stelle e di Fratelli d’Italia, sono ospiti di Rai2 Post, rubrica serale di approfondimento. Non ricordo neanche il nome delle due onorevoli. Si parla di “transizione ecologica”, sintagma ormai sdoganato ovunque, e oggetto addirittura di un dicastero ministeriale. Ebbene, tutte e due, con il giornalista che fa loro eco, continuano imperterrite a parlare di “transazione ecologica”. Occorrono commenti? Transizione significa “passaggio da a”, transazione significa “accordo”. E figure del genere si candidano e chiedono voti.

Scrivo a “contatti Rai 2” per segnalare il pesante refuso, come ormai faccio spesso quando ascolto bestialità. Spero almeno che qualcuno faccia altrettanto e queste segnalazioni arrivino a chi ha sbagliato.

Tiremm innanz, come disse Amatore Sciesa ai militi Austriaci che lo portavano al capestro, condannato per reati politici durante le 5 Giornate di Milano nel 1851. Sì, andiamo avanti con la nostra scabra disamina.

Sui due temi citati, economia e fisco, Conte poco e Di Battista nulla sa. E parlano. E nemmen Di Maio, palafitta umana cresciuta sul nulla.

I bravi spiegano. Ebbene, quali tra i politici sopra citati possono essere definiti “bravi”? Boh. In che senso? Abilità politica? Sì: Renzi, senz’altro, Berlusconi, Calenda, Salvini, Meloni e Letta, pure, ma non tanto. Solo un pochino.

I geni ispirano. Vi sono geni tra i soliti di cui sopra? Manco uno. Che pretese, Renato!

Ma, nonostante tutto, esprimo un auspicio: che lo sciagurato PD prenda il 24%, battendo Meloni, i due egocentrici di Azione e Italia viva almeno il 7, dimaio il 3 o 4, e anche i 5S il 10?

Nel mio piccolo mi batterò per questo risultato, anche perché, non solo lo ritengo vitale per l’Italia, ma anche perché qua e là ascolto qualche politico di “seconda fila”, ma più bravo della maggior parte di quelli di “prima fila”, competente e colto, come Luigi Marattin e Matteo Richetti. Oppure, dall’altra parte, un Brugnaro, che è un ottimo imprenditore nell’ambito dei servizi alle Risorse umane aziendali.

Se mi si chiedono altri nomi faccio fatica… dammi qualche suggerimento tu, caro lettore. E mi dico: c’è qualche speranza (pardòn per il bisticcio con il nome del politico, che non apprezzo).

Cosa vuol dire l’algoritmo che ho proposto sopra? Turandomi il naso potrebbe fare più del 40% (42/ 44%?) e realizzare un pareggio con le destre.

A quel punto il saggio Mattarella richiamerebbe Draghi.

E l’Italia e l’Europa, e anche oltre, tirerebbero un respiro di sollievo, tipo auff!!!

Venticinquenni belli e forti ciondolano da una panchina all’altra in centro a Udine, con il cellulare in una mano e una Red Bull nell’altra

Qualche giorno fa ero a Udine per andare dal dentista, il bravo dottore P., parcheggio e mi guardo in giro. Occhi attenti mi scrutavano. Anzi, distratti. Sulle prime mi erano parsi attenti, ma poi, guardando meglio, mi sono accorto che osservavano oltre me, dietro a me, guardavano un po’ la mia auto che, anche se vecchia, è ancora attrattiva, perché è una berlinetta sportiva molto feroce, perché veloce, e un po’ guardavano amici e conoscenti loro che stavano arrivando.

sfaccendati italiani

Erano le cinque scarse del pomeriggio, un’ora in cui, dalle nostre parti, solitamente si è ancora a lavorare. Nessuno di quei venticinquenni robusti e anche belli in qualche caso, stavano in piazza a far nulla. Vivevano, e basta. Mi correggo: non è fare nulla, il vivere. Forse basta… il vivere.

Perché qualcosa si fa, sempre. Mi sono chiesto che scopo immediato, a breve, avessero quei ragazzi, che cosa si aspettassero dalla vita, qui e ora. Extracomunitari nordafricani, asiatici e qualche balcanico.

Mi sono chiesto dove fossero alloggiati, anche se più o meno lo so, e se hanno i cinque euro per la ricarica dello smarthphone (perché hanno tutti uno smarthphone, magari un Oppo da duecento euro, che funziona come un Samsung o un Iphone). E i tre euro per la Red Bull. Un rinforzo per vivere senza far nulla.

Questi giovani uomini arrotolano un giorno dietro l’altro così, in questo modo? Alzarsi svogliatamente, un po’ di toilette e poi immediatamente in rete. In giro per la città fino a ora di pranzo, che viene erogato regolarmente dove vivono tra le dodici e le tredici. Un po’ di pennica e poi di nuovo fuori, in giro, fino a ora di cena. E poi di nuovo in giro fino a che non si cade dal sonno. Mi sono chiesto anche a che ora suoni la sveglia (del cellulare)… Per giorni, settimane, mesi.

Sento due guardie della Polizia municipale che commentano ciò che vedo anch’io, ma, al contrario di quello che lo stereotipo potrebbe suggerire sul pensiero medio di due poliziotti, stavano dicendo cose come “quanto spreco di energie… possibile che non possano lavorare...”

Oddio, non è che il lavoro inteso all’occidentale, almeno dai tempi dei monasteri benedettini, cioè da un millennio e mezzo, sia leibnizianamente il “migliore dei mondi possibili”. Ma neanche il peggiore, mi pare, visti i risultati della nostra civiltà, checché ne scrivano i cancel culture e altri imbecilli dal dito inutilmente frenetico.

Ho cercato la declaratoria di sfaccendato sulla Treccani, eccola:

agg. [der. di faccenda, col pref. s- (nel sign. 2)]. – 1. Di persona, che non ha nulla di serio o d’importante o di immediato da fare: essere s.in questi giorni sono s. e lavoro un po’ in giardino; estens.: in mezzo alle macerie, rari abitanti si aggiravano con aria s. (C. Levi). 2. Con connotazione spreg., che non ha voglia di far nulla, ozioso, fannullone: non posso soffrire la gente s.; con questo sign. è più frequente l’uso sostantivato: sei uno s.una s.al bar c’erano i soliti s., che giocavano a carte dalla mattina alla sera.

Poi, in italiano troviamo anche altri aggettivi e sintagmi più o meno sinonimi (e anche i contrari) come sfaticati, pigri, nullafacenti, nati stanchi, morti-di-sonno, e altri aggettivi di campo semantico viciniore.

Il primo pensiero che, ragionandovi su, mi è venuto è stato quella della noia. Possibile che quei ragazzi non si annoino, almeno un po’. Poi, ricorrendo a qualche conoscenza di antropologia culturale mi sono fatto presente i modi che hanno, di vivere, le persone dei vari “sud” del mondo, dal Meridione italico, a quello levantino, a quello ispanico… e poi africano, sudamericano e anche balcanico. E’ abbastanza probabile che quei ragazzi siano fortemente condizionati dal quei modi d’essere. Il sole, il caldo, ora l’anticiclone africano qui da noi…

E poi c’è altro: l’inclinazione “naturale” di ogni essere umano ad approfittare di situazioni comode, garantite, anche se fino a un certo punto. Si pensi alla diseducatività del reddito di cittadinanza, così com’è congegnato ora, che è tecnicamente incapace di connettere disponibilità soggettive al lavoro e offerte di lavoro.

Il grave è che è stato congegnato, con la connivenza di governi destro e sinistrorsi, da chi ora pretende di mantenerlo così come è, i Cinque Stelle, i quali hanno avuto lo strano e abnorme risultato elettorale del 4 marzo 2018, molto per aver promesso un reddito garantito a chi non ce l’ha, non chiarendo mai bene che doveva essere collegato necessariamente alla disponibilità di accettare un lavoro, senza mantenere il reddito perfino con tre rifiuti di occupazione. E qui mi fermo in questa sede sul tema, perché non serve approfondire ulteriori tecnicismi.

Mi sono chiesto anche, guardando quei ragazzi, e mi chiedo ora, che tipo di rispetto di sé abbiano. Ovvero, se abbiano la nozione di “rispetto di sé”, nel senso di avere una autonomia di reddito, per badare e bastare a sé stessi.

Mi sono chiesto se quei ragazzi siano in grado di pensare al dovere, oltre ai diritti che gli vengono ben spiegati specialmente da una certa parte della politica, la mia, che non spiega però bene oramai da tempo anche la necessità di coniugare i doveri ai diritti, come insegnava il troppo dimenticato Giuseppe Mazzini, favorendo lo sviluppo di una pericolosa “cultura della pretesa”, che viene da molto lontano (dal ’68?), ma che ultimamente ha assunto connotati di estrema pericolosità pedagogica e morale.

Il lavoro pare non essere un punto fondamentale dei loro interessi, ma (non so) se anche, assieme al disinteresse per il lavoro, altrettanto disinteresse costoro nutrano per ogni eventuale fine esistenziale, o almeno per qualche scopo od obiettivo parziale.

Certamente, le leggi nazionali e le norme locali, come sopra esemplificato con la citazione del reddito di cittadinanza, non aiutano molto.

Il che fare, per andare oltre lo spettacolo poco dignitoso che qui ho raccontato, ma anche alle lamentazioni di molti imprenditori “che non trovano lavoratori”, è indispensabile che il Governo, qualsiasi esso sarà dopo il 25 settembre, si ponga l’obiettivo di facilitare al massimo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, i sindacati ci stiano su questo progetto, e gli imprenditori (mi riferisco a una minoranza, ché i più sanno benissimo ciò che segue) non pensino di fare i furbi con retribuzioni indecenti, ma credano che retribuire correttamente un dipendente è la condizione senza la quale non si può far intravedere un fine razionalmente perseguibile a chi non è abituato ad averne.

Il delitto di Civitanova Marche: coloro che hanno filmato l’omicidio di Alika, senza muovere un dito per fermare lo scempio, sono non solo perfetti imbecilli e vigliacchi (avevano paura di prenderle?), ma spero siano inquisiti per omissione di soccorso, se vi sarà un’estensione interpretativa e applicativa di tale fattispecie di reato, finora considerato prevalentemente per gli incidenti stradali e gli infortuni. Scrivo questi epiteti perché desidero che questi signori “emergano” dal web e leggano ciò che si può pensare di loro, e qui io, in particolare

art. 593 del Codice Penale

qui è stato ucciso Alika Ogorcukwu, senza che alcuno lo soccorresse. Vergogna, Civitanova!

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a duemilacinquecento euro.

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.”

Mi pare che il caso occorso a Civitanova Marche ricada sotto le fattispecie descritte nel secondo capoverso dell’articolo del Codice penale, o no? Cari amici giuristi, aiutatemi!

Intanto, spero che anche questa mia piccola cosa scritta serva a smascherare la vigliaccheria guardona o il guardonismo vigliacco delle persone che, sentendosi quasi perfetti reporter, hanno filmato. Invece di intervenire. Per oltre quattro minuti, mentre si consumava l’assassinio, questi filmavano, oserei dire tre avverbi come fossero una bestemmia contro l’uomo, beatamente, idiotamente, colpevolmente.

Ho già detto dell’articolo 593 del Codice penale, ma ora mi pare necessario parlare del guardonismo smartphoniano, che è diventata una vera malattia.

Caro lettore, altro episodio tristissimo, cosa pensi che facessero Giulia e Alessia quando sono andate sotto il treno a Riccione domenica mattina? Forse erano anche un pochino rinco per la serata, ma sicuramente, almeno quella a cui non avevano rubato il cellulare, si stava dando da fare con quello che era rimasto, e poi sono scivolate tra i binari davanti al Freccia Rossa. Non ci saranno autopsie per i corpi troppo straziati, e il racconto del macchinista del treno che le ha travolte non dice altro che a 200 all’ora non poteva fermarsi vedendo una ragazza allucinata davanti a sé per frazioni di secondo.

E’ oramai irresistibile per i ragazzi, e non solo per loro, il richiamo del web, che li trasporta in un mondo neanche virtuale, ma del tutto fasullo e pericoloso.

Qualche psicologo dall’alto cachet televisivo torna con la manfrina risaputa dell’educazione genitoriale e scolastica che manca. Per saper dire questa ovvietà non occorre farsi pagare profumatamente dalle tv.

Occorrono piuttosto azioni politiche che sostengano scuola e famiglie in modo diverso da quello attuale, che sembra quasi solo un atto dovuto, non un Progetto primario dello Stato sociale e di diritto.

Occorre investire in cultura umanistica, dove discipline come la Filosofia pratica di Phronesis, la Psicologia umanistica à la Rogers e la Psichiatria fenomenologica (sulle tracce di studiosi come Karl Jaspers, Edmund Husserl, Ludwig Binswanger, ben conosciuto dall’amico Giorgio Giacometti, Giovanni Jervis, Franco Basaglia, Vittorino Andreoli, un professor Galdi suggeritomi dall’amica Lia Matrone, e altri, anche se non molti…) si devono aiutare integrandosi.

Personalmente mi muoverò affinché sia fondata una associazione come Philia, in grado di mettere vicino specialisti come quelli indicati, accanto a Phronesis, e ai suoi filosofi pratici, associazione che ancora per qualche mese presiederò, e poi si vedrà.

Torno al “folle” di Civitanova. Risulta che fosse stato sottoposto anche a un Trattamento Sanitario Obbligatorio e che sua madre fosse stata nominata Amministratore di sostegno, senza però nulla essere capace di fare.

La sindrome psicotica di cui è parlato è pericolosa, ma lo si è lasciato in giro così com’era. Un disturbo bipolare, o sindrome maniaco depressiva, che si esprime anche con la violenza di Civitanova, non può essere lasciato allo svolgersi di atti e fatti purchessiano. Nella vicenda vi sono dunque anche responsabilità oggettive degli enti di controllo e della famiglia.

Si tratterà poi di stabilire, e questo sarà compito dei giudici, di che tipo di libero arbitrio disponesse Filippo Ferlazza, visto che la posizione lavorativa Inps lo colloca a un 100% di invalidità. Un po’ strano, però, un invalido, se pure mentale, che massacra un uomo ancora giovane. Analisi cliniche e giuridiche da fare. Aspettiamo.

Ma torno ai testimoni del disumano orrore e mi rivolgo a loro. Mi auguro che sorga nel vostro cuore e nella vostra mente la consapevolezza dei vostri atti e vi pentiate e vi vergogniate di quello che avete fatto.

E infine vi sentiate – per il tempo giusto – obiettivamente dei miserabili.

Caro lettore, ti immagini se al Ministero dell’Interno, dopo le elezioni, andasse un amico di Putin, cioè Salvini? …però, voi iscritti al PD dite a Letta di non continuare a fare errori tattici: Zan, jus schola, ora tassazione su eredità, e altre proposte poco tempestive che NON portano neanche un voto… perché sono cose che si fanno DOPO!!! (Un po’ di competenze politiche, santoiddio!). Non so se Letta non riesce a pensarci o se ha consiglieri inadeguati, cosa forse ancora peggiore

Sono esplicito: non mi fido dello sbruffone di colore verde che proclama di voler fare cose impossibili. Non lo nomino neppure.

Anche quella signora che prenderà più voti di lui, e che ufficialmente sta più a destra, mi disturba meno, perché è più coerente e meno casinista. Di lei, quanto ad atlantismo, inteso non nel senso kissingeriano o bushiano o trumpiano, e nemmeno bideniano (per scarsa lucidità), mi fido di più che non degli altri due, che non nomino.

Si tratta di un atlantismo che mi ricorda perfino quello di Berlinguer che, quando nel 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile, affermò, facendo oltremodo incazz. Breznev, che si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, piuttosto che sotto quello del Patto di Varsavia.

Tant’è che i sovietici, tramite i bulgari (sempre loro, vero caro papa Wojtyla? ovunque tu sia, santo nel paradiso dei beati) cercarono di farlo fuori per le vie solitarie di Sofia.

Io sono per un “atlantismo” alla Berlinguer, che non era solo tattico, ma strategico. Con tutti i loro difetti, le democrazie occidentali, anche se a volte sostengono sistemi incompatibili con i principi democratici, sono cento volte meglio del populismo dittatoriale di Russia e Cina, dove il nazionalismo si associa a un conservatorismo rosso (Cina) e a un tradizionalismo di colore almeno marron scuro (Russia).

Ricordi, mio caro lettore, le “camicie brune” di Ernst Roehm? Quelle che prima stettero fedelmente al servizio di Hitler e poi furono fatte fuori dalle SS non appena furono ritenute in odore di eresia nazionalsocialista e quindi inaffidabili dal Pazzo? Bene, molti pezzi della cultura populista, tradizionalista, falso-cristiana sembrano apparentate a questa orribile eredità.

Proviamo a vedere altri. In questo novero confuso, populista e demagogico, un posto d’onore spetta, in Italia, ai Cinque Stelle, nate dalla fantasia di un comico televisivo e piazzaiolo: costoro hanno dato risposta a uno scontento macrognoso tra il 2013 e il 2018 arrivando fino al 33%. Pensare che si tratta della percentuale che Veltroni aveva raggiunto con il PD nel 2008, dopodiché si dimise. Incomprensibile, se non si pensa all’invidia dalemiana. Poi Renzi, altro campione di supponenza arrogante, fece di peggio, con il suo 41% alle Europee del 2014: volle intestarsi la sconfitta nel referendum per le riforme istituzionali e divenne un fragile partitino di centro, che però fece valere molto efficacemente negli anni successivi.

La sinistra è stata storicamente specializzata a dividersi,e perfino a spezzettarsi (si pensi alla sempre rinnovata stagione dei partitini a sinistra del PCI/ PDS/ DS/ PD, da Lotta Continua a Sinistra Italiana) e a scontare pene che i suoi elettori non meritavano, e non meritano, a partire dal Congresso del Partito Socialista Italiano del 1921. Il Partito di quell’anno era scosso da profonde divisioni tra gradualisti (tra cui mi colloco io da quando ero bambino, perché mio padre mi spiegava che gli operai devono mostrare il loro valore prima di chiedere nuovi diritti, e la sua vita fu un esempio di socialista silenzioso e coerente, mentre suo cognato, il mio zio ricco, il “Signor Zio” Massimiliano Gattolini mi chiedeva che simpatie politiche avessi consigliandomi le sue, per il Partito Liberale) e massimalisti, che diventarono comunisti.

Caro lettore, prova a guardare sul web i socialisti di ogni tempo, trovi di tutto, non solo Bissolati Leonida, Mussolini (sic!) Benito (in memoria del rivoluzionario messicano Benito Juarez), Turati Filippo, Costa Andrea, Kuliscioff Anna, Balabanoff Angelica, Morandi Rodolfo, Lombardi Riccardo, Nenni Pietro, Craxi Benedetto detto Bettino e si suoi due figli, Sacconi Maurizio, Brunetta Renato, De Michelis Gianni, Martelli Claudio, Spini Valdo, De Martino Francesco, Mancini Giacomo, Formica Rino, Marianetti Agostino, Boniver Margherita, Del Turco Ottaviano, Viglianesi Italo, i cari Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Marco Biagi, la carissima Roberta Breda, ma anche quelli che sarebbero diventati comunisti a Livorno nel ’21: trovi Gramsci Antonio, Togliatti Palmiro, Terracini Umberto, Bordiga Amadeo, Bombacci Nicola, che sarebbe stato fucilato con i gerarchi catturati da Audisio Walter a Dongo il 29 aprile del ’45, e gridò, morendo “viva il Socialismo“, che lui aveva creduto sopravvivesse nel fascismo mussoliniano. E perfino Bertinotti Fausto, che da buon uomo di sinistra fece cadere Prodi Romano per poi avere Berlusconi Silvio. Poverino, Bertinotti, intendo.

Torno ai 5S, smagriti dopo le defezioni dimaiane e individuali. Ridotti ai minimi termini, come meritano. E come soprattutto merita il loro sussiegoso presidente, già da me qui “cantato” come uno dei tre superbi narcisi della politica italiana. Letta li ha corteggiati fino a che, una cum la destra più bieca (non quella meloniana, chiarisco, perché Meloni è stata sorpresa e spiazzata per questa anticipazione da nulla dei tempi delle elezioni, e ha telefonato a Draghi per capirci qualcosa sulle cose da fare ineluttabili per il PNRR e non solo), non hanno fatto cadere l’unico Governo decente che l’Italia poteva (e può) permettersi in questi tempi storici. Draghi, non solo governava bene, ma era diventato la guida dell’Europa, con un Macron indebolito e uno Scholz poco meno che esistente.

Tajani e Letta hanno sostenuto Draghi fino a che non è stato “fatto fuori” dai vecchi alleati gialloverdi, che obiettivamente lo sono ancora. Per la sua dignità personale non avrebbe potuto rimanere in mezzo a dei traditori, anzi molto meno, a dei poveretti. Ora, di “agenda Draghi” parlano solo l’eterno parvenù del San Paolo, ora Stadio “Diego Armando Maradona”, che mi viene da piangere alla possibilità che dovrebbe saper spiegare politica a me; e il chiacchierante pariolino, che ha una parola buona per tutti come queste “Inetto, inadeguato, sega!” rivolte poche settimane fa a Letta con il quale oggi dovrà obiettivamente allearsi.

Ora, caro lettore, dimmi che cosa dovrebbe votare un vecchio socialista cattolico come me, dimmi tu. Non ti dico chi voterò, ma il suo profilo, e lo voterò turandomi una delle due narici del naso: voterò uno che con una manciata di voti ha mandato a casa due volte Conte e ha lavorato perché Draghi diventasse capo del Governo di questa amata e sfortunata Patria.

Di persona questo giovane uomo non mi piace, perché ha un atteggiamento spocchioso e superbo, ebbene sì, anche lui, come diversi altri! La spocchia superba è una malattia diffusa tra i politici, e anche tra alcune uome (o uomine?) politiche. E non si adontino di questi miei scherzi lessicali le donne, femministe o meno che siano. Tantomeno se si tratta di una Annunziata o di una De Gregorio.

Pensa, caro lettore, che la sua segreteria mi ha invitato all’assise del partito tramite twitter, e io ho ringraziato scrivendo che io all’assise del suo partito potrei anche partecipare, ma come relatore. Uno dei relatori, intendo, ovviamente.

E’ superbia la mia? No, consapevolezza, quella che lui, di sé (seguo le indicazioni del prof Serianni sull’accentazione di “sé”) stesso, come i più, non ha.

Mentre alcune sfortunate (grazie a Dio pochissime) del giornalismo di sinistra imperversano, papa Francesco va a chiedere perdono ai nativi del Canada. La mia puntualizzazione non esime da altrettante critiche, se a mio parer meritate, le giornaliste di destra. C’è un fatto che mi differenzia da alcuni miei amici di sinistra: che loro non condividono che critichi, per qualsiasi ragione, chi si colloca a sinistra, mentre io penso che la stupidità, ovunque si manifesti, sia da criticare, senza timore di togliere voti alle elezioni, perché gli Italiani non si fanno condizionare da giudizi di merito motivati e fondati. Ad esempio, io apprezzo, per alcune (per molte altre, no) sue riflessioni antropologiche, Marcello Veneziani, come intellettuale, anche se è un conservatore, e lo scrivo pure e, di contro, non sopporto personaggi come Di Battista che “sarebbe” di sinistra, perché non ho stima per come si muove, per la sua supponenza e il suo falso modo di porsi in modo ridicolmente “eroico”, e falsamente terzomondista o addirittura “guevariano”, dai!

Sono due (le sfortunate), per le cose accadute negli ultimi giorni. Molte altre, sono sequenziabili nel tempo, e con ciò non sto escludendo dal tristo elenco i maschi, anzi. E, ovviamente, includo in un elenco ideale di stupidità tutta la “fauna” scrittoria che ragiona e pubblica “a destra”.

A questo primo elenco, però, anche se qualcuno la vorrebbe inserita quivi, non ne aggiungerei una, che non cito per nome e che non è stupidotta, né “gallina” come la ha chiamata un signore (?) maleducato e sopravalutato, non molto amico dell’acqua, acqua né da bere né da utilizzare per l’igiene corporale.

La prima è (anche) una bella donna, con lo sguardo sempre compitamente serio, che ha paragonato i saperi accademici di Draghi a quelli di un docente di istituto alberghiero, offendendo tutti, doppiamente. Ha offeso Draghi, ma questo è il meno, perché ha offeso (se ne è accorta?) soprattutto i docenti degli istituti alberghieri, gli studenti e le loro famiglie, e perfino – pro futuro – anche i luoghi della ristorazione dove opereranno quei ragazzi che studiano all’alberghiero, per servire con eleganza e stile proprio signore come l’infelice che sto citando, whose name is Concita De Gregorio, già direttrice dello sfortunato quotidiano fondato da Antonio Gramsci, L’Unità.

Ho letto la sua lettera di scuse all’istituto alberghiero, nella quale invoca addirittura la figura retorica del paradosso funzionale. Parbleu! Il resto della lunga lettera è un arrampicarsi sugli specchi che, a parer mio, invece di scusarla, la mettono in una luce ancora peggiore. Avesse solo chiesto scusa, senza tentare di scrivere un trattatello di retorica, peraltro assai zoppicante. Che tristezza che tanto nome di giornale si possa accompagnare a tanto piccolo (ecco un ossimoro, visto che piacciono le figure retoriche) nome di persona!

Da non credersi. Eppur (galileianamente), è vero.

La seconda è una donna che non si è accorta, intervistando il senatore Renato Brunetta, di ispirarsi all’hitleriano Mein Kampf, quando ha riconosciuto al senatore stesso di possedere dei begli occhi azzurri da ariano, sulle tracce pur’anche di teorici del razzismo come De Gobineau, Chamberlain e Rosenberg. Forse, non se ne è accorta, oppure pensava di essere spiritosa, la beatina. Lucia Annunziata.

Il “buon” (mica tanto) Renato ha risposto che non ha deciso lui, né di essere alto meno della media, né di avere gli occhi azzurri, ma madre natura genetica.

Brunetta, che a me non piace, dovrebbe anche farsi perdonare molte espressioni ineducate e giudicanti altre persone oltre il limite della critica legittima. Non è stato un esempio per i giovani, come forzaitaliota. Me lo ricordo più garbato come socialista, quando era più giovane. Si vede che la frequentazione di certi ambienti politici peggiora anche i migliori, posto che Brunetta fosse tra costoro.

Papa Bergoglio, invece, per recuperare, senza che ciò sia nelle sue intenzioni che volano più in alto, sulla stupidità delle signore citate, va in Canada per un pellegrinaggio penitenziale, in una terra dove cristiani cattolici, anglicani e protestanti hanno fatto azioni razziste delle più bieche negli ultimo cento e cinquanta anni.

Non sto qui a raccontare che cosa ha fatto il governo canadese per estirpare la cultura dei nativi, per togliere loro l’anima, e per fare ciò ha incaricato istituti religiosi cattolici, anglicani e protestanti.

In questi istituti, chiamati “scuole residenziali” sono state costrette decine di migliaia di bambine e bambine, di ragazzi e ragazze, letteralmente rapiti alla famiglie, per farli diventare “buoni cittadini canadesi civilizzati”, e quindi dimentichi della loro lingua, delle loro tradizioni e delle loro relazioni con il soprannaturale.

Sono stati costretti a dimenticare il Grande Spirito per imparare il nome di Gesù Cristo e del papa di Roma o del vescovo anglicano della diocesi.

Gesù Cristo non avrebbe mai voluto che dimenticassero il Grande Spirito, che altro non è che lo stesso Spirito-che-soffia-dove-vuole, lo Spirito santo, uno dei tre nomi della Santissima Trinità cristiana, l’Unico Dio.

Papa Francesco ha voluto andare là in fondo, ai confini delle più grandi foreste del mondo e sulla sponda dei grandi laghi del Nord, zoppicando e dire “Pido perdon”, chiedo perdono, nella sua lingua madre per dare più forza alla richiesta di perdono.

Mi auguro che le nostre “campionesse” meditino sulle cazzate che hanno detto, non limitandosi a lodarlo perché Francesco è spesso “politicamente corretto”, ma imparando qualcosa dal Papa.

Concludendo, mai ho avuto, ho e avrò indulgenza della stupidità ovunque si manifesti e chiunque sia il soggetto che la produce e la propala. Senza censure preventive, per paura che succeda il peggio, nei confronti di alcun fatto e di alcun detto, da qualsiasi parte provenga.

La Lega salviniana sta – di fatto – tentando di abolire il “il”, il “la” e anche altri articoli determinativi

Ha cominciato Salvini con il dire “settimana prossima faremo, riuniremo…”. E ora sento anche le sue seguaci (tra cui una bella donna whose name is… Isabella Tovaglieri) che iniziano i discorsi con i sostantivi senza articoli, come in inglese (next week), come nelle lingue slave e come in latino.

In latino si può e si deve dire “mensis proxima“, oppure “humana mens“, cioè “il mese prossimo“, o “la mente umana” ma in italiano serve l’articolo “il” o “la”, perdio!

Che conoscano il serbo-croato, l’inglese e il latino? Dubito fortemente, ooh come dubito che conoscano quelle lingue!

Penso piuttosto che si tratti di fretta e di trascuratezza. Non voglio pensare che si tratti di una decisione linguistica, perché li farei troppo intelligenti e colti. Non può essere.

Ovviamente mi opporrò con tutte le mie forze, con l’aiuto di persone competenti come mia figlia e altre persone di buona volontà.

E’ solo un esempio del declino della lingua italiana parlata, in Italia. Qualche giorno fa è mancato in modo drammatico il professor Luca Serianni, che ha dedicato tutta la sua vita allo studio dell’italiano, in un quadro di linguistica evolutiva, ma sempre rispettosa della tradizione, che la rende ricchissima di strutture semantiche e grammaticali capaci di raccontare ogni cosa e di rappresentare ogni stato d’animo, come attestano i testi grandi della nostra letteratura e della saggistica, ma anche il migliore giornalismo.

Il suo ricordo, e il suo lavoro come quello di altri studiosi come Tullio De Mauro, costituiscono una barriera potente contro la banalizzazione linguistica e la sua deriva semplificatoria e fomite di confusione e annoiamento: basti pensare alla oramai notissima crisi del modo congiuntivo, che spero sia ora abbastanza contrastata, se non ancora vinta, con il rilancio di questo meraviglioso costrutto grammaticale, che riesce a comunicare il dubbio nel pensiero umano, le ipotesi cogitative ed esecutive, le condizionalità dell’agire stesso, dell’uomo.

Il modo congiuntivo è il modo filosofico per eccellenza. Meraviglioso!

Il congiuntivo deriva dal latino e dal greco, e si conserva benissimo nelle lingue romanze, ma ha qualche indebolimento nell’inglese, per cui, più questa nuova koinè diventa pervasiva, anche in situazioni espressive nelle quali l’italiano funzionerebbe altrettanto egregiamente dell’inglese, come in un caso qualsiasi come “flash meeting” che può dirsi con un uso pari di lettere, se il problema è quello della celerità comunicazionale, con il sintagma “riunione breve”.

A volte, però, ho come l’impressione che questo uso massivo di espressioni inglesi, “faccia molto figo”, e soprattutto si pensi che dia (ecco due congiuntivi consecutivi!) un’immagine più evoluta e colta. Ma non è così, perché parlare inglese e sopprimere gli articoli determinativi e sostituire il congiuntivo con il modo indicativo, è piuttosto segno di ignoranza (di ritorno).

Nelle aziende, che sono sempre più connesse con il mondo, è plausibile l’uso dell’inglese come idioma unificante, ma trovo assurdo ed esterofilo, e perfino segno di una sorta di debolezza antropologica e di inferioriy complex (ecco che quando è preferibile, in questo caso per l’universalità dell’uso del Manuale Medico diagnostico per le malattie mentali, che è di matrice anglosassone, utilizzo anch’io l’inglese), che si usi in Italia tra Italiani, quando si potrebbe tranquillamente, come nel caso di cui sopra, utilizzare l’italiano.

Un fatto ancora più grave si registra nel mondo accademico, dove, oltre alla necessaria richiesta di sempre più vaste competenze linguistiche (perché la ricerca scientifica si confronta e lavora sempre a livello internazionale), per cui la conoscenza dell’inglese e di un’altra lingua di vasta diffusione ed utilizzo è non solo opportuna, ma necessaria, si sta diffondendo fino a prevalere in alcune situazioni, l’insegnamento in inglese, perfino della storia della letteratura o della grammatica italiana.

Per me, in questo caso, si tratta di pura imbecillità e di istinto gregario degli italiani. Penso che molta insipienza si trovi nelle direzioni ministeriali e negli uffici legislativi, dove neolaureati che non hanno studiato “almeno” il latino, scrivono le regole e ritengono di modernizzare l’Italia devastando la lingua italiana con normative imbecilli e auto-frustranti.

Vedi, caro lettore, come la trascuratezza nell’uso della lingua italiana che caratterizza molta politica e comunicazione sociale, come più sopra mostrato, oltre a certe scelte accademiche e del sistema economico, stiano mettendo a repentaglio, non solo la lingua nostra, ma la cultura immensa, il modo di raccontare la nostra storia possente, i nostri beni ineguagliabili, il nostro caratteristico modo di “stare-al-mondo”.

Da Italiani, pieni di difetti, ma anche di qualità ineguagliabili.

La Filosofia, come sapere, resterà nel tempo, anche se molte discipline e processi di studio e di lavoro umano rapidamente mutano e cambieranno ancora: “blockchain”, “metaverso”, “intelligenza artificiale”, o A.I., stanno rivoluzionando il modo di pensare e di eseguire il lavoro, come ultime evoluzioni dell’informatica e della telematica

La rivoluzione informatica degli ultimi tre decenni abbondanti ha già radicalmente modificato il modo di lavorare nelle aziende industriali e commerciali, e anche nella pubblica amministrazione, anche se lì con maggiore lentezza. L’informatica individuale ha preso il sopravvento sui grandi mainframe degli anni ’80 e ’90.

Oramai quasi tutte le modalità operative di produzione sono “servite” dai sistemi automatizzati dall’informatica. L’innovazione tecnologica procede speditamente in tutti i settori produttivi, richiedendo sempre nuove professionalità e specializzazioni.

Va in questa direzione il varo del nuovo modello di studi tecnici integrato tra gli ITI e le aziende, sull’ottimo modello tedesco. Accanto a questo è importante che a nessuno venga in mente la sciagurata idea di smantellare i licei, con i loro tipici studi di filosofia e latino (il classico e lo scientifico), e greco (classico), perché questi saperi restano fondamentali per la strutturazione logica del pensiero umano, a qualsiasi scopo esso sia dedicato.

La cultura è una, una sola, in tutte le sue declinazioni umanistico-scientifiche.

Quando devo fondare questo mio convincimento, sia in un colloquio a due, sia in un intervento seminariale o di docenza, sia in una conferenza, utilizzo questi due esempi: 1) facciamo conto di trovarci alla Facoltà di Lettere di X e di incontrare il prof. XY, glottologo delle lingue asiatiche, che sta svolgendo una ricerca su un idioma quasi perduto del ceppo uralo-altaico; sta predisponendo una tabella con i morfemi, gli etimi radicali e i grafemi, cercando di definirne anche la pronunzia. Ebbene: si tratta di una ricerca umanistica (la disciplina generale del professore è la linguistica) o scientifica?

La domanda è impropria, poiché la ricerca è sia umanistica, sia scientifica, in quanto l’esito darà una risposta a una dimensione fondamentale di certe popolazioni, e nel contempo descriverà una struttura linguistica e quindi comunicazionale provvista di senso.

2) Ci trasferiamo alla Facoltà di Fisica, che comprende anche Astrofisica, di Z, e incontriamo il professor S.H. (è riconoscibile!). Ci spiega che le sue ricerche sull’origine dell’universo e dei buchi neri, nonostante lui sia sempre stato agnostico, lo hanno sempre interpellato sull’esistenza o meno di un’Intelligenza creatrice, in altre parole, di Dio. Non trovando risposte. Se l’avessi incontrato davvero mi sarei trattenuto con lui sulle “forme” del sapere: la ricerca di Dio non può appartenere direttamente alla Fisica, ma solo indirettamente (cf. Sapienza 13).

E veniamo alla domanda sul tipo di ricerca: il prof S.H. si sta facendo domande scientifiche o umanistiche? Sia umanistiche sia scientifiche, poiché i meccanismi chimico-fisici della formazione dell’universo appartengono alle discipline che studia, ma la domanda sull’Intelligenza creatrice è “solo” umanistica, perché la domanda su Dio, che ci si fa in Teologia e in Metafisica, è una domanda… sull’uomo.

Su questo tema, qualche anno fa ho cortesemente polemizzato in questa sede con il Prof. Carlo Rovelli, cui rimproveravo con garbo di “trattare male” la tesi platonica sull’immortalità dell’anima che il Grande ateniese ha proposto specialmente nel dialogo Fedone.

Di questi tempi si stanno – però – proponendo ulteriori modelli operativi come il blockchain, che è un registro digitale, cioè una struttura-dati condivisa e immutabile. Nel 2008, Satoshi Nakamoto (pseudonimo), utilizzando blockchain, inventò bitcoin che poi prese la sua strada autonoma e, per me, fortemente dubbia sotto il profilo morale, e forse anche finanziario (ma questo non è pensier mio). In sostanza blockchain dovrebbe contribuire a migliorare i processi informatici e i collegamenti telematici, sia nei processi produttivi, sia nei collegamenti civili e nella pubblica amministrazione.

Accanto al sistema precedente possiamo citare il metaverso, dai tempi in cui Neal Stephenson nel 1992 scrisse Snow Crash, per proporre quello che si può chiamare “universo virtuale”. Si tratta di un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar, che sarebbero anche “più avanti” rispetto alla stessa realtà virtuale. Tramite questo sistema ci si può sentire con amici, partecipare a un concerto, esplorare sconosciuti paesaggi, senza muoversi da casa.

In tempi di pandemia, l’ideale, potrebbe sembrare.

Ma sorge subito, però, un tipico dubitar filosofico…: dopo qualche tempo, non è che il sistema metaverso ci potrebbe abituare a una solitudine non ricercata in sé, come possono esserlo le passeggiate in silenzio, o il gusto dell’escursione montana, oppure, ancora, l’andare in bici per strade secondarie nella frescura. In questi tre casi la solitudine non può scivolare nel senso di un rifiuto degli altri, perché risponde solamente all’essenziale esigenza che ha ogni essere umano di starsene a volte per conto suo, senza sentire parole inutili, urla scomposte e atti noiosi di altri.

Abbiamo bisogno di questa solitudine, e il metaverso usiamolo per lavorare.

Terzo tema: l’Intelligenza artificiale. Molti certamente ricordano il film Minority report, nel quale Tom Cruise fa parte della polizia predittiva, che si occupa di prevenire i delitti e arresta i probabili/ possibili/ (quasi) certamente progettatori ed esecutori di delitti di tutti i generi.

L’intelligenza artificiale lavora mediante collegamenti informatici che imitano l’intelligenza umana mediante l’analogia e la logica razionale di base, ma, di contro, un pensatore laico come Stephen Hawking, ancora nel 2014, ha messo in guardia l’ambiente accademico e il sistema massmediologico dai pericoli dell’AI.

I prodromi dell’intelligenza artificiale si possono trovare addirittura nei secoli passati, nelle ricerche di matematici e fisici come, nel 1623 Wilhelm Schickard, nel 1674 Gottfried Wilhelm von Leibniz, nel 1834, 1837 Charles Babbage, nel 1937 Claude Shannon a Yale, nel 1936 Alan Turing, e poi Mc Culloch e Pitts nel 1956 al Dartmouth College, fino alle ultime evoluzioni fisico-informatiche.

Bello, perché tutto ciò che la scienza produce è importante per l’uomo e per l’umanità tutta, specialmente quando scopre ciò che può essere utile in natura e si muove per proteggere la natura come in questo periodo sarebbe essenziale. La scienza e la tecnica possono servire per ridurre l’inquinamento da combustibili fossili… ad esempio, riprendiamo con il nucleare di ultima generazione? …. servono per migliorare la difesa del territorio e del clima terracqueo, per sconfiggere sindromi e malattie.

Ma l’intelligenza artificiale, se considerata addirittura sostitutiva di quella umana, rischia di essere una delle modalità attuali del peccato di superbia. Sto pensando alla gravidanza surrogata, alla clonazione umana, a tutto ciò che mette in questione la struttura morale della realtà naturale.

E’ vero che la cultura umana ha modificato la natura delle cose, ma non bisogna esagerare. A questo proposito, ci si deve porre, a mio parere, una domanda: c’è un sapere che riesce e mettere in guardia da questo rischio? Domanda retorica, perché la risposta è di tutta evidenza, almeno da due millenni e mezzo.

La Filosofia. La filosofia non morirà mai e non potrà essere sostituita neppure dal machine learning, poiché questo sapere si interroga sui princìpi primi, sulle ragioni dell’esistenza umana cosciente nel mondo, sul funzionamento della logica e dell’argomentazione razionale,sul bene e sul male, sulle scelte morali e sulla scala virtuosa o viziosa dell’agire libero.

E, oltre alla frequentazione dei grandi classici, dai due Greci che non occorre nominare tanto sono conosciuti, ad Agostino e Tommaso d’Aquino, fino a Kant e Hegel, a Heidegger, a Emanuele Severino, e al padre Cornelio Fabro, da Flumigano (Ud) per la cui biografia scrissi la prefazione, mi consolo con questo pensare.

Il compito di chi la pratica è immenso.

Ci penso ogni giorno per rinforzare il mio impegno, nel mio piccolo, per proporre la filosofia come sapere che riesce, analizzando con cura razionale ogni cosa e ogni fatto, a discernere le strade buone dalle strade male della vita di ognuno, delle famiglie, delle aziende e di ogni gruppo organizzato, dei popoli e delle nazioni.

Il gesto di Jonas Vingegaard che aspetta Pogacar caduto in discesa sui Pirenei al Tour de France, è simbolo di una nobiltà d’animo e intelligenza delle cose di cui è priva larga parte della politica italiana, che invece di occuparsi della crisi idrica, climatica, energetica, delle bollette (Salvini la smetta di ululare inutilmente alla luna! poteva tenere su il Governo, invece di contribuire ad abbatterlo), riesce a nauseare un galantuomo competente come Draghi, che non può accettare la sciatteria, le falsità, le vigliaccate e le sgarberie di contiani e destre, mentre anche la sinistra, il PD, sbaglia completamente bersaglio (che si dice “awon”, in ebraico, il cui primo significato è “peccato”), distraendo forze e attenzioni su cose intempestive, di questi tempi, come DDL Zan, Cannabis e Jus schola, in tempo di guerra! Sperando che non abbiano favorito le operazioni anti-Draghi, sia pure indirettamente. Sciocchi!

Vingegaard è un grande corridore danese, filiforme, tutto nervi, fibre muscolari rosse, tipiche della fatica.

In una tappa del Tour de France di quest’anno ha mostrato la sua umanità.

La lotta per la vittoria è oramai fra lui e lo sloveno Pogacar, appena più alto di lui, magro, e più potente, vincitore dei due Tour precedenti, quelli del 2020 e del 2021.

Pogacar desidera vincere anche questo Tour, ma pare non sarà possibile, perché Vingegaard in questa corsa è più forte di lui, soprattutto in salita, e con una squadra migliore.

In una discesa tra le tante, dove il pericolo di caduta è sempre in agguato, al sempre aggressivo sloveno parte la ruota posteriore sul ghiaino, la bici si piega, lui cade sul fianco sinistro, gratta la coscia e riprende in un amen, quasi rimbalzando in sella.

Nel frattempo il suo avversario è sparito alla vista. In discesa si va dai settanta ai novanta chilometri orari.

Pogacar è in affanno, perché ha già un cospicuo ritardo di oltre due minuti dal danese, che glieli ha rifilati sul Col du Granon sulle Alpi. Dovrebbe recuperare, ma ora rischia di perdere ancora.

Lo sloveno si lancia alla disperata, una curva e un rettilineo, un’altra curva e un rettilineo, un’altra curva e… ecco che in lontananza si staglia un omino con la maglia gialla.

Il danese lo ha aspettato, come avversario caduto. Lo ha atteso per riprendere assieme la tenzone meravigliosa della fatica e del sudore.


Per un attimo a Pogacar pare sia un miraggio, ma Vingegaard guarda indietro, gli fa un cenno con la testa, e sembra dirgli “andiamo”. Lo sloveno arriva a fianco dell’avversario e gli porge la mano con un sorriso. E vanno, rallentando un po’ al punto che vengono raggiunti dagli inseguitori. Ma per poco.

Più avanti la corsa torna dura, Pogacar, dopo i tanti attacchi non ne ha più, ma Vingegaard invece sì, perché a tre chilometri dall’arrivo sull’ultima salita se ne va e vince. Senza esaltarsi perché anche lui è stanchissimo.

Mi sono però chiesto: Pogacar avrebbe fatto altrettanto se si fosse trovato al posto di Vingegaard?

Nutro qualche dubbio.

Sotto il profilo dell’etica sportiva, il gesto di Vingegaard richiama il misterioso passaggio della borraccia tra Gino e Fausto sul Galibier in un Tour di tant’anni fa.

Ultima osservazione: a fronte dell’infimo livello della politica italiana attuale, se penso al gesto di Vingegaard, mi viene da paragonarlo come atto di nobiltà a quella miseria culturale e morale.

La dignità di Mario Draghi, la vergogna e lo schifo dei grillini e della destra… e l’applauso dei vigliacchi che scappano dall’aula, “Giuda” redivivi, senza offesa per Giuda Iscariota, che ha avuto senz’altro più dignità morale dei parlamentari fuggiaschi

La dignità è quella di Mario Draghi e di non molti altri in Parlamento. Lo schifo e la vergogna sono invece tutti dei grillini dell’avvocaticchio foggiano (non lo nominerò più) e della destra, che si è rivelata per quello che è, un’accozzaglia di brutti soggetti.

Di Maio è fuori luogo nella foto, con la sua resispiscenza, dopo una vita in comune con chi è rimasto populista d’accatto

Anche il PD ha le sue responsabilità nella costruzione di questa crisi gravissima, con la inopportunità di certe proposte poco vicine al comune sentire delle persone: il DDL Zan, di dubbia plausibilità etico-antropologica, la cannabis e lo jus scholae (ho già spiegato che si dovrebbe dire schola e non ne ripeto le ragioni).

Torno a Draghi. L’insigne uomo di economia prestato alla politica ha sostenuto i destini dell’Italia per meno di diciotto mesi con autorevolezza e chiarezza di idee, in un contesto di pandemia e di guerra.

I populisti d’antico corso, mantenuti a quindicimila euro al mese in un’Italia con 5 milioni di poveri, assieme con i parvenù dei seguaci di un comico fuori di testa e di un legale dalla voce improbabile, hanno fatto fuori la persona migliore che poteva continuare a guidare l’Italia.

Draghi è stato non solo bravo e capace, ma anche corretto e coraggioso, parlando non mai solo di diritti, ma anche di impegno e di doveri.

Mi vergogno di questo Parlamento. Prima di concludere riporto una definizione storico-politica del populismo, per marcare la differenza tra chi era definito in questo modo in tempi di legittime lotte per la giustizia sociale, mentre quelli attuali non meritano neanche tale definizione, siano essi di destra, siano di sinistra, per modo di dire.

il Populismo
Il termine nasce come traduzione di una parola russa: il movimento populista è stato infatti un movimento politico e intellettuale della Russia della seconda metà del XIX secolo, caratterizzato da idee socialisteggianti e comunitarismo rurale che gli aderenti ritenevano legate alla tradizione delle campagne russe.

Ora si andrà a votare. Non so quello che succederà. Spero solo che il leader di una Lega (sto pensando agli Zaia, ai Giorgetti e ai Fedriga) incapace di smarcarsi dalla sua arroganza prenda il minimo dei voti, che la romanina che guida la destra destra non vinca, e che l’uomo di Foggia rimanga con un mucchio di foglie secche in mano. E finalmente ci liberi dalla sua voce.

Una scemenza, una idiozia, un’azione imbecille, quella di far cadere il governo Draghi.

Mi auguro che il popolo italiano la faccia pagare cara a chi la ha causata.

Però, il grande pensiero umano più sapiente e la grande poesia ci possono aiutare, in questo momento di misfatto…

Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta,/ donna non di provincie, ma bordello! (Dante, Purgatorio, VI), e…

san Paolo e Marco Pannella proponevano sempre nei momenti di difficoltà l’ossimoro “Spes contra spem“, per dire che la virtù teologale e la passione di speranza non devono mai morire!

Miseria e nobiltà (assai poca) della politica italiana attuale. Un esempio: la spregiudicata, pericolosa, vergognosa e miseranda scelta di Conte Giuseppe, un parvenù della politica presuntuoso e arrogante, nei confronti del Governo Draghi (al quale ho anche scritto una lettera personale), che è l’unica possibilità decente di tenere in piedi l’Italia in questa fase storica. Da Letta mi aspetterei un atteggiamento più… virile (caro lettore, so che mi capisci). Non a caso richiamo uno stuolo di personaggi storici di ben altro valore

Poche arti umane, forse nessuna, possono sconfinare nella miseria e, di contro, nella grandezza, o nobiltà, come la politica, considerandone le infinite sfumature che la collocano verso ognuno dei due estremi di grandezza e miseria. Nell’immagine che riporto sotto, troviamo il severo cipiglio di Solone, uno dei primi legislatori dell’antica Grecia, nostra madre.

Rimanendo in quei luoghi e tempi, potremmo citare altri personaggi di enorme valore etico e politico: da Licurgo a Pericle, da Senofonte a Pausania… Nel Vicino Oriente antico, troviamo sovrani come il caldeo Hammurabi, come il faraone Ramses II, come i re Assiro-Babilonesi Sargon II, Tiglat-Pileser, Salmanassar, Nabucodonosor, che non furono solo perfidi tiranni, ma anche visionari sovrani. E poi il grande Ciro… il Grande, che liberò gli Ebrei dalla schiavitù babilonese, il più importante di quei re, e in seguito il greco conquistatore effimero di regni, ma immenso per il lascito culturale nelle sue conquiste, Alessandro il Macedone.

Se veniamo a Roma, possiamo iniziare dagli antichi re Numa Pompilio e Servio Tullio, nobili legislatori. La Repubblica, che mise in mostra insigni Consoli come Bruto e Collatino, i Tribuni della plebe Caio e Tiberio Gracco, e poi Catone il Censore, gli stessi Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, al netto della terribilità della Guerra civile, Cesare, intendo Giulio, che diede inizio alla seconda storia di Roma; l’Impero, a partire da quello che per me è stato il maggior politico della Storia occidentale, Ottaviano Augusto, il princeps, e dopo di lui, perché no? Claudio, con la sua capacità di integrare Pitti e Britanni quasi fino al Senato; i Flavii, soprattutto Vespasiano e Tito, i dinasti Marco Ulpio Traiano il soldato, Elio Adriano l’intellettuale, gli Antonini con l’omonimo Pio, con il sapiente e coraggioso filosofo imperator Marco Aurelio, che però non riuscì a comprendere le Apologie che gli inviarono i cristiani Melitone di Sardi, Apollinare e Milziade, per fargli comprendere come il cristianesimo non dovesse esser confuso con la setta montanista, che non ammetteva alcuna forma di convivenza con il potere imperiale, avendo addirittura delle pregiudiziali antistatali (ricordiamo qui il loghion gesuano “Date a Cesare… e ciò che segue”).

Nel Medioevo, Salah-el-Din e Carlo Magno tra i maggiori, furono dei militari “prestati” alla politica, che seppero esercitare il loro potere in modi eccellenti, oltre la durezza dei tempi.

Conosciamo le figure e il valore di personaggi come Federico II di Svevia imperatore del Sacro Romano Impero; come Lorenzo de’ Medici, politico, banchiere e mecenate lungimirante, che portò Firenze in vetta all’Europa; Carlo V d’Asburgo; Federico II di Prussia, tra assolutismo e Illuminismo.

Ricordiamo l’Illuminismo inglese e francese, Locke e Montesquieu con la sua divisione della politica amministrativa nei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, Robespierre con le sue contraddizioni; Napoleone Bonaparte che contribuì a edificare l’Europa moderna; il barone Clemens von Metternich, il vescovo Talleyrand, capace di stare – in tempi diversi – con la Rivoluzione e con la Restaurazione post Congresso di Vienna; Thomas Jefferson, che redasse la Costituzione degli Stati Uniti d’America e Abraham Lincoln, capace di pagare con la vita la sua battaglia contro il razzismo.

Se veniamo all’800 e al ‘900, abbiamo lo sviluppo del liberalismo e delle varie forme di socialismo, da Marx a Proudhon, a Turati a Bernstein.

Certamente, troviamo anche Mussolini, Hitler e Stalin che non sono sovrapponibili.

Oggi abbiamo Putin con la sua lucida follia, nella miseria della politica.

Più recentemente, però, anche grandi personaggi come Iztsak Rabin e Olaf Palme, socialisti riformisti, uccisi per la loro capacità di conciliare la tradizione e il cambiamento.

In Italia osserviamo l’emanazione ai primi del 1948, della Costituzione repubblicana, e politici grandi come Nenni, Moro, Berlinguer, e oggi, come loro degni emuli, Draghi e Mattarella.

Accanto alla politica e nel marasma della Magistratura, che va radicalmente riformata nel senso dei precetti montesquieuiani, non dimenticheremo mai il Dottore (come chiamano i laureati in legge nell’Amministrazione pubblica di Cultura meridionale) Borsellino, il Dottore Falcone, il Dottore Caponnetto e il Dottore Livatino, assieme ad altri.

Di contro, ci sono Salvini e Conte, per mostrare ancora una volta come la miseria della politica, rappresentata in questo momento soprattutto dal comico “avvocato del popolo” (Conte avv. Giuseppe), e dai suoi restanti “venticinque” seguaci, dei quali non nomino alcun nome, perché inutil fatica, a volte raffreni e rischi di mettere a repentaglio i percorsi virtuosi della politica, che comunque vinceranno.

Il sig. “Conte”, avvocatuccio/ icchio della Magna Grecia, e i suoi restanti seguaci (spero in costante diminuzione) neppur si accorgono di chi sia Draghi per l’Italia e della stima di cui gode all’estero, salvo che da parte di Putin e dei suoi insignificanti e maldestri socii, come l’arrabbiatissimo Medvedev.

Spero anche che questa vicenda serva a ridimensionare un giornalista che crede di poter essere facitore e dis-facitore di governi come il suggeritore grillino Marco Travaglio, e a far tornare nel posto giusto colui che iniziò questa triste commedia, il mediocre comico Grillo. In piazza, ma come guitto da fiera.

Anche Meloni se la metta via, ché non si va a votare, anche perché (forse lei non se lo ricorda) le elezioni politiche, in base all’articolo 60 della Costituzione della Repubblica Italiana, si tengono ogni cinque (5!) anni, e quindi i tempi costituzionali sono marzo/ aprile 2023. Benedetta donna.

La politica, ne sono convinto, è e resta l’arte maggiore dell’umana convivenza, come insegnava e insegna sempre il filosofo di Stagira, Aristotele e molti suoi illustri successori nell’arte del pensare, come Tommaso d’Aquino, John Locke, Immanuel Kant, Charles Louis de Secondat, Baron de La Brède et de Montesquieu, Hans Kelsen etc.

La guerra di Pietro

Konijc (Bosnia), 1943

Partiti nottetempo per destinazione ignota dal porto di Ancona, il IV Reggimento bersaglieri aveva raggiunto il porto di Valona in Albania. La nave era salpata al crepuscolo e aveva navigato tutta la notte, completamente al buio per non offrirsi bersaglio agli aerei alleati. I soldati non avevano dormito granché, appollaiati qua e là sul ponte. Qualcuno fumava. Qualche gruppetto accennava un canto. Pietro si era messo a prua perché voleva vedere la costa dove sarebbero arrivati. Un’idea ce l’avevano, sapendo che l’Italia era in guerra nei Balcani. Si trattava di sapere in quale porto sarebbero arrivati.

Pietro era mitragliere servente al pezzo, soldato scelto, perché durante la leva a Palermo lo avevano addestrato sulla Breda 20 millimetri, che era micidiale, come urlava inorgoglito il sottufficiale istruttore.

Papà mi diceva che non era diventato caporale per la sua timidezza, ma il colonnello comandante lo voleva sempre vicino. perché si fidava di lui. Non come attendente ma quasi guardia del corpo. Il colonnello morì, spezzato in due da un colpo di obice nei pressi del lago di Konijc. E fu lì che accadde l’episodio più tremendo della guerra di mio padre. La guerra di Pietro.[1]

Il suo racconto, che così scrivo a memoria.

Una notte Pietro era di guardia, fucile a tracolla con il colpo in canna e la baionetta inastata. Le ore passavano nel buio caldo e pieno di rumori, non quelli delle cannonate del giorno, ma quelli di movimenti furtivi che la notte non riusciva a nascondere. Commilitoni che uscivano dalle tende, qualche ordine secco dei sergenti, magari il colonnello che, insonne, si aggirava per il campo. Bisognava stare sempre all’erta, perché il “nemico” non era riconoscibile a uno sguardo: gruppi diversi combattevano e si combattevano. Partigiani comunisti, nazionalisti cetnici, sbandati dell’esercito monarchico jugoslavo, situazioni dove i cecchini potevano approfittare di un fuoco o di una lampada imprudentemente lasciata accesa. Tutti potevano indossare diverse divise e così ci si confondeva. Anche divise di nemici uccisi. Ci poteva essere un cetnico vestito da alpino…

Pietro stava pensando al giorno prima, quando aveva assistito alla fucilazione di alcuni partigiani jugoslavi. Aveva ringraziato il Signore di non essere stato scelto per il plotone di esecuzione. Si chiedeva spesso, Pietro, che cosa ci facessero là gli Italiani, a casa d’altri.

E capiva ancora meno la spedizione in Russia, dove avrebbe potuto pure esserci. Era stato il colonnello a volerlo in Jugoslavia. Questi pensieri gli avevano impedito di raccontarmi questi fatti tragici fino a dopo i miei vent’anni. Un sorta di senso di colpa, feroce, silenzioso, tremendo.

Fu un attimo. Si sentì all’improvviso aggredire da dietro, un uomo lo aveva preso per il collo e cercava di buttarlo a terra. Pietro si divincolò e si liberò. L’aggressore aveva in mano un grosso coltello da caccia[2] e cercava di colpirlo. Fu una lotta breve. Pietro schivò un fendente e colpì a sua volta con la baionetta al torace quel ragazzo, che piombò a terra in una pozza di sangue. Pietro [e questo lo immagino io] non sapeva che fare, con quel morente davanti agli occhi, scuro di capelli, suo coetaneo, più o meno, un turco-bosniaco o montenegrino, probabilmente.

Chiamò il sergente di turno che arrivò e allertò immediatamente una squadra per sincerarsi che non fosse in atto un attacco diversificato.

Mandò Pietro in tenda riposare e lo sostituì al posto di guardia. Pietro non voleva andarsene, ma ubbidì. Non riusciva a dormire, tormentato dai pensieri. Mi disse: “Renato, vevi copât un fantat c’al ere a cjase so, e iò no.[3] E lo ripeté un paio di volte prima di zittirsi. Con dolore antico. Poi mio padre mi disse che era stanco e che voleva andare a dormire.

Forse si trattava di quel sonno che non aveva avuto in dono quella notte maledetta sul lago di Konijc.

Pietro era sicuro di poter avere ucciso dei “nemici” con la “sua Breda”, ma questa era un’altra cosa, non li aveva mai visti in volto quei soldati morti, perché un’arma da fuoco potente allontana il soldato dalla sua vittima, è un’arma terrificante, spietata e letale, mentre un duello all’arma bianca all’antica è personale, quasi “intimo”. Diventi fratello di sventura della tua vittima… questo cercava di farmi capire papà.


[1] Echeggiando De André.

[2] Questo aspetto potrebbe suggerire che si trattava di un partigiano aggregato da poco ai reparti.

[3] Friul.; Renato, avevo ucciso un ragazzo che era a casa sua, e io no.

“De vulgaribus verbis in hoc saeculo diffusis diurnariis culture inopia plenis” (in altre parole, ad sensum, in un tempo nel quale circolano molte parole volgari per la carenza di cultura dei giornalisti)

Da quasi tutta la mia vita lavorativa e di studi ho avuto e ho a che fare con le Aziende di Confindustria, prima come sindacalista (da “ragazzo” fui in Direzione nazionale Uil con Giorgio Benvenuto), successivamente come dirigente industriale nell’area risorse umane in una grande azienda metalmeccanica, e poi come consulente direzionale e ora come presidente di una decina di Organismi di vigilanza ex D.Lgs 231/ 2001.

Inoltre, come docente universitario (PhD in Filosofia e Teologia, e Laurea in scienze politiche), nonché presidente dei Filosofi pratici italiani, svolgo da tempo anche formazione per i gruppi dirigenti aziendali e per gli imprenditori stessi. Potrei citare, ma non lo faccio, alcune aziende nelle quali presiedo l’Organismo di Vigilanza. Chi lo desidera può incontrarmi sul mio blog dove sono citate le mie pubblicazioni di carattere filosofico e socio-politico.

E ora desidero parlare brevemente della trasmissione di Rai24 La zanzara, che mi capita di sentire in viaggio, a volte smanettando tra i canali radiofonici.Riconosco che si tratta di una trasmissione che svela interessantissimi dati sociologici sul livello culturale e morale degli italiani, che hanno bisogno di ascoltarsi e di farsi ascoltare per radio, e comunque – ovviamente – non conosco però quanta percentuale di persone di quel livello e tipologia etico-culturale rappresentino in ambito nazionale.

Su ciò non si può fare direttamente nulla se non constatare la realtà fattuale. Su altri piani, educativo, formativo, scolastico e familiare si deve intervenire con una maggiore attenzione e impegno, nel piccolo di ciascuno.

La cosa che però desidero segnalare concerne i due conduttori, che, capisco, sono opportunamente assortiti per favorire l’audience.

Capisco anche che i modelli linguistico-culturali attuali hanno “sdoganato” espressioni e lemmi che fino a qualche anno fa sarebbero stati sottoposti a sentimenti e giudizi di ludibrio e vergogna, quest’ultimo oramai sentimento assai desueto.

Detto questo, voglio esprimere un mio giudizio e una preoccupazione proprio sul linguaggio che, sia il signor Cruciani (di più, ma non molto) sia il signor Parenzo, hanno in costante uso. Nonostante la mia formazione etico-filosofica e i miei principi morali, in ciò che segue non vi è nulla di moralistico o bacchettone.

Ebbene: mi sembra che il linguaggio dei due, spesso caratterizzato da insulti inaccettabili, tipo cretino, imbecille rivoltia ogni malcapitato ascoltatore che telefona, la coprolalia compiaciuta, le espressioni sprezzanti da antico trivio che esultanti e in medium confusionis maximae questi signori proferiscono con compiacimento, mi pare abbia superato ogni limite della decenza. Con il tempo anche i radioascoltatori che ascoltano e telefonano hanno preso ad imitarli al loro peggio, utilizzando le stesse inutili parolacce ed espressioni offensive.

A volte mi chiedo come una organizzazione così importante socialmente, economicamente e culturalmente come Confindustria, possa sopportare una simile deriva.Non capisco proprio il fine, lo scopo, l’obiettivo, Tommaso d’Aquino e Aristotele direbbero che non si comprende la “causa finale” di tutto ciò.

Questo è l’esempio più orrido e diseducativo. Nel restante panorama della comunicazione trovo approssimazione e superficialità, banalizzazione e scarso controllo dei concetti e dei ragionamenti proposti. A volte anche insufficiente documentazione e imprecisioni linguistiche ed espressive. Una deriva da fermare.

LUKAKU, DONNARUMMA, CHALANOGLU, tre ottimi calciatori ben pagati, ma tre persone pretenziose e confuse: occasioni per una riflessione di etica dello sport

sig. Romelu, ventinove anni, afro-belga, grande attaccante, colonna della sua nazionale, sia ex (2021) sia nuovo (2022) giocatore dell’Internazionale F.C. di Milano;

sig. Gianluigi, portierone saracinesca, campione d’Europa con l’Italia, abbandona nel 2021 il Milan per la squadra di plastica del Parigi, che compra tutti e vince solo in Francia;

sig. Hakan, centrocampista offensivo, nazionale turco, emulo di Rivera (un po’ in sedicesimi), nel 2021 abbandona il Milan (arrivato secondo in campionato) proclamando che va all’Inter per vincere, poi il Milan nel 2022 vince lo scudetto senza di lui, e lui rimane male…

un turbinio confuso nella testa…

Sto mettendo in piedi, accanto a una filosofia pratica del lavoro, una filosofia dello sport, per l’importanza socio-culturale che questo aspetto della vita contemporanea ha in generale, e per i suoi aspetti educazionali.

Soprattutto del calcio, ma senza trascurare altre discipline, come il mio amatissimo ciclismo.

Ebbene, il comportamento attuale di questi tre valenti calciatori, sotto il profilo morale, sono la quintessenza della scorrettezza comportamentale e di una certa immoralità. Cattivo esempio per tutti e soprattutto per i giovani. Sulla vicenda Lukaku, essendo particolarmente grottesca, ho perfino scritto al sig. Marotta, Amministratore delegato dell’Inter, senza ottenere alcuna risposta, finora.

Personalmente ho apprezzato nel tempo la ratio operandi di Marotta, anche nei precedenti incarichi, ad esempio a Torino nella Juventus, professionalità confermata anche all’Inter con lo scudetto ’20/ ’21 e la Coppa Italia 21/’22. Si tratta di un bravo dirigente d’azienda, tipologia professionale con cui ho molto a che fare quotidianamente in aziende nazionali e multinazionali.

Il mio lettore assiduo sa che io presiedo diversi Organismi di vigilanza aziendali (ex D.Lgs. 231/ 2001 – Codici etici), che presiedo l’Associazione dei filosofi pratici italiani (Phronesis), che insegno Filosofia e Teologia in diversi atenei (Udine, Padova e Bologna), e che ho pubblicato un congruo numero di volumi di carattere accademico e non solo (cf mio blog Sul Filo di Sofia, che ne dà ampiamente conto)… e mi interesso anche di sport, dove comunque cerco di distinguere – possibilmente sempre – l’intelligenza dal suo contrario.

Occuparsi di sport per uno che viene definito “intellettuale” è un piacere, ma è anche un linguaggio che permette di condividere momenti amicali e dialogici con chiunque, e in particolare con i lavoratori, di tutti i tipi, ovviamente soprattutto maschi.

Riferisco i fatti “lukakiani” che tutti conoscono, in sintesi estrema: venduto su sua stringente richiesta al Chelsea (ooh Londra, amore mio, cantava l’uomo), la scorsa estate, perché il calciatore non riteneva che i fasti sportivi non si sarebbero ripetuti a Milano, dopo che il ragazzone aveva giurato amore eterno all’Inter, per 115 milioni di euro (che affarone, complimenti!), ora s’è fatto l’affare del rientro a queste condizioni, più o meno: una quota non rilevante di prestito annuale da riconoscere al Chelsea, e uno stipendio che il signor calciatore si è degnato di accettare ribassato da 12 a 8,5 milioni di euro. Perbacco, che sacrificio!

E vengo al profilo etico (di cui mi intendo): Lukaku, l’anno scorso, dopo la bella, fragorosa e meritatissima vittoria dello scudetto con Conte, se ne è andato quasi come se l’Inter fosse la periferia del calcio, e il Chelsea, campione di tutto pro-temporeuna specie di Shangri-la spettacolare. Er mejo, si dice a Roma. Bene: colà non sfonda e ora vuol tornare dove lo hanno “adorato” (non si dovrebbe “adorare” nessuno, a parte Dio, ma tuttalpiù “venerare” come la Madonna e i Santi) come un “dio” (si noterà la minuscola).

            Ora, il suo rientro – a parer mio – è immorale sotto vari profili:

a) quello della contraddittorietà del suo comportamento;

b) quello etico relativo agli aspetti economici del rapporto di lavoro (sentir addirittura lodare in giro e sulla stampa il giocatore, perché avrebbe rinunziato a svariati milioni di euro l’anno rispetto al primo contratto con l’Inter, è assai triste);

c) l’esempio malo verso giovani e tifosi, che capiscono la stranezza del fatto più di quanto non si pensi;

d) lo iato comunicativo che si realizza tra il fatto-Lukaku e la situazione generale della popolazione, che vive disagi inauditi, popolazione di cui fanno parte largamente i tifosi;

d) una certa qual ineleganza di tutto il “progetto-rientro”, la cui efficacia tecnica è comunque tutta da dimostrare. E potrei continuare.

Questa è la ratio ethica che mi parrebbe insuperabile, se si vuole esser eticamente distinguibili, come lo è stato senza dubbio il Milan l’anno scorso nelle vicende Donnarumma e Chalanoglu. Ecco, se incontrassi questo bravo giocatore turco avrei un paio di cose da dirgli. E anche a Donnarumma, mal consigliato non so da chi, oltre che dal (da me non, e che Dio mi perdoni) compianto Mino Raiola.

Ora, un po’: di ciclismo

Un mio caro amico che si intende di ciclismo per averlo praticato (nelle categorie giovanili ebbe anche modo di battere in pista un certo Saronni!), mi dice che tutti, dico tutti, prendono sostanze, anche se il sistema organizzativo si è fatto più scientificamente furbo rispetto ai tempi del meritatamente amatissimo Marco Pantani. Il mio amico dice che comunque vince il più forte e mi fa un esempio tecnico: nessuno, neanche in gruppo può andare a cinquanta all’ora e oltre per duecento chilometri e più solo con l’alimentazione normale.

Caro lettore, ricordati della vicenda Armstrong, cui hanno tolto tutti e sette i Tour de France che aveva vinto su strada. Se le cose stanno in questo modo, è stata una grande ipocrisia punire Armstrong, e più parzialmente, dopo avere distrutto Pantani come uomo (non perdonerò mai chi ha pensato ed eseguito questa sentenza mortale!), punire corridori come Contador e Ivan Basso, come Di Luca e Riccò, mentre al reo confesso Bjarne Riis hanno lasciato la vittoria del Tour 1986. Anche un bambino non lombrosiano si sarebbe accorto che quest’uomo non era “giusto”, con le smorfie indicibili che mostrava alle telecamere. Altri smorfiatori danno la stessa impressione. Ho alcuni nomi che taccio per non rattristarmi troppo.

Ora, considerando anche il Tour in corso, faccio fatica a spellarmi le mani per Pogàĉar (accento tonico sulla prima “a”, perdio!), se le cose stanno così. Anche perché tende a mostr(ific)are la sua (finora) preminenza atletica, contendendo a Merckx, potentissimo contadino fiammingo dei ’60/ ’70, la fama di “cannibale”.

Dove sta la dimensione etica nello sport del ciclismo, in questo sport sublime di fatica, che è metafora inarrivabile della vita, se le cose sono gestite come si dice sopra?

E vengo ad alcune ultime osservazioni che riguardano i media (non midia!) sportivi. Salvo lodevoli eccezioni, questi si caratterizzano spesso per le incongruenze lessicali e scorrettezze linguistico-formali per me inaccettabili.

Incuria nella pronunzia dei nomi, soprattutto nelle accentazioni toniche, l’uso di terminologie e sintagmi scorretti e annoianti, come “fare la differenza”, “occupare gli spazi”…, etc. Stupidaggini. Nel calcio poi vi è un profluvio di modi di dire che, se non fossero annoianti, sarebbero solo ridicoli. E anche il fin troppo lodato e osannato Gianni Brera ha le sue responsabilità in questo campo, non tutte edificanti. Una che mi è rimasta sul gozzo (e non sono milanista): la definizione di Gianni Rivera, uno dei più grandi calciatori italiani – e non solo – di ogni tempo, sprezzantemente, come “abatino”, solo perché non era un palestrato.

Gioan Brera fu Carlo, si sa, peraltro era – oltre che una penna eccellente – una buona forchetta e conseguentemente fornito di proporzionata panza… e dunque?

Intanto, può bastare, ma potrei continuare a lungo.

In questa sede, mi sono solo limitato a proporre un tentativo di applicazione di morale pratica, di etica dello sport, di maieutica platonica e di logica argomentativa, con alcuni esempi, all’ambito di alcune attività sportive che, come momenti esistenziali della vita umana, come tutti gli altri momenti, non possono essere esentati da una riflessione eticamente fondata sulle rispettive fenomenologie, consuetudini e responsabilità.

La sentenza per l’omicidio di Willy: ERGASTOLO, cioè PENA DI MORTE A VITA per i due assassini. Abele non l’avrebbe voluta per Caino, penso. La pena dell’ergastolo è anticostituzionale. Rileggiamo tutti con attenzione l’articolo 27, che recita come si debba dare a chiunque la possibilità di pentimento, resipiscenza e recupero, o di come il constatare l’insopportabile bestialità, volgarità e segno di incultura dell’omicidio di Willy possa non conciliarsi con l’ergastolo irrogato ai fratelli Bianchi

Ergastolo ai fratelli Bianchi, perché hanno massacrato di botte Willy Monteiro. Due bulli di paese hanno agito da par loro per affermare un dominio arrogante sulla piazza. Fine pena mai, stampato a caratteri cubitali in rosso nel dispositivo della sentenza. Ho visto tale cruda espressione in una sentenza di condanna per atti di terrorismo politico, e fa impressione, perché dà il senso dell’ineluttabilità senza speranza.

E invece, con san Paolo e il suo strano emulo contemporaneo Marco Pannella richiamo con forza il concetto di “spes contra spem“, cioè di una speranza oltre ogni speranza, nel senso che la speranza non deve mai essere persa per nessun uomo. Leggiamo il primo comma dell’articolo costituzionale che si occupa del tema penale nella sua generalità.

27. La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Ecco il testo costituzionale. Come di vede, nel secondo periodo del testo si riprende il tema della “rieducazione del condannato”, della sua resipiscenza, del pentimento, del reinserimento sociale e di ciò che segue.

Allora, come può darsi tutto ciò se la pena non finisce mai? Si può constatare una contraddizione insanabile tra il dovere del diritto penale di punire e il diritto di non-morire a vita se si è ergastolani. Questo da un lato.

Dall’altro, quando si riflette e si studia l’agire umano libero, le scienze della mente, soprattutto la neurologia e la psichiatria, con il suo Manuale Medico diagnostico V per la medicina, tendono a mostrare sempre di più l’esistenza di sindromi psicotiche in chi commette atti gravi fino all’omicidio. Se gli ordinamenti penali dovessero basarsi essenzialmente sulla clinica psichiatrica, si dovrebbero svuotare le carceri e riempire istituti di cura della mente. Non ci sta.

Anzi, come ho scritto altrove qualche volta in precedenza, si tratterebbe di mettere in discussione l’intero diritto penale degli ultimi quattromila anni di storia (quantomeno Occidentale, dalla stele di Hammurabi, dal Deuteronomio biblico, dalle leggi penali egizie e dallo jus romano). Anche così non ci siamo.

Serve dunque una riflessione sulla responsabilità individuale e personale, e su come questa responsabilità non venga meno, anche se le scienze della mente riscontrano difettosità psichiche. In altre parole, un serial killer può essere psichicamente disturbato, ma nel contempo agire con il suo pieno libero arbitrio.

E torniamo alla obiettiva contraddizione fra ergastolo e recupero personale e sociale di chi ha commesso un delitto contro l’uomo, fino all’omicidio.

Si sa che in Italia non vige la pena di morte. Vero. L”ultima condanna penale a morte risale al 1947, quando il Tribunale di Torino condannò a morte, e furono fucilati, gli autori della strage di Villarbasse.

Dopo quel tragico episodio, la nuova legislazione penale, mentre la Costituzione della Repubblica Italiana veniva varata ai primi del 1948, riformò il Codice penale “Rocco” del 1930 che prevedeva la pena di morte in caso di delitti gravissimi, e inserì l’ergastolo come massima pena.

Eccoci: ma l’ergastolo che cosa è? Una condanna a morte surrettizia, che dura tutta la vita. Come si potrebbe tentare di comporre questa evidente e grave contraddizione etica e politica?

Non è facile dipanare questa contraddizione. Vi sono varie sensibilità nei protagonisti che gravitano attorno ai reati più gravi. Infatti non c’è solo la vittima e il carnefice, ma anche l’intero contesto di parenti e amici, che si aspettano esiti diversi dalla giurisdizione penale: i parenti della vittima la massima pena, i parenti e gli amici del colpevole la massima indulgenza.

Due esempi legati a due omicidi diversi: quello di Willy di Grottaferrata e quello del giovane ragazzo italiano ucciso qualche anno fa da un giovane ceceno a Girona in Spagna.

Nel primo caso, la madre dei fratelli Bianchi ha ironizzato sulla madre di Willy che secondo lei avrebbe approfittato della notorietà addirittura con qualche compiacimento; nel secondo caso, a fronte dei “soli” quindici anni di pena per l’omicida del suo ragazzo, papà Ciatti ha severamente promesso di ricorrere per ottenere una pena più severe, almeno i ventiquattro anni previsti dall’ordinamento penale spagnolo.

E d’intorno sta e considera la cosiddetta opinione pubblica, spesso o quasi sempre disinformata, e i media, che cavalcano la tigre che concorda con linee editoriale semplificate al massimo (per farsi leggere, dicono i direttori): dal forcaiolo spinto all’indulgente “abeliano” di “Nessuno tocchi Caino”, associazione di matrice radical-pannelliana.

Comprendo ma non accetto mai l’ignoranza diffusa in tema, ma ancora di più la cattiva coscienza, che contribuiscono a creare giornali e web, dove si esercitano volgarità e imprecisioni varie, banalizzazioni e qualunquismo.

In tema di ergastolo ho una mia esperienza, essendo il tutore legale di una persona condannata a questa pena senza fine, che non sia la fine della persona. Questa persona non ha commesso direttamente reati di sangue, ma ha partecipato con la sua militanza alla loro commissione, e pertanto, in base alla legislazione penale italiana, gli è stata irrogata per due volte la massima pena. Si trova in carcere da quaranta anni, senza mai esserne uscito, se non una volta sola per vedere la moglie morente.

Questa persona finora non ha accettato alcun “compromesso” rispetto all’ideologia che lo portò alle scelte che fece in gioventù, mentre altri suoi coequipiers di sventura si sono mossi diversamente, trovando il modo di uscire di prigione dopo qualche anno.

Ora, se la sua fissazione ideo-morale resta tale, è plausibile pensare che lo Stato, dopo quaranta anni di carcerazione, decida di non considerarlo, come è di fatto, solo un fascicolo dimenticato, ma come una persona?

La mia è una domanda che va dritta dritta al focus del concetto del fine-pena-mai.

Capisco che porre oggi il tema dell’ergastolo come pena da riformare e ridurre è totalmente impopolare, per cui il politico o il partito che lo proponesse non farebbe risultati elettorali, analogamente a chi parla oggi di jus schola. Direi “schola” (ablativo) e non “scholae” (genitivo e dativo), perché si potrebbe tradurre ad sensum come “diritto (jus) di cittadinanza in funzione della scuola frequentata”, non diritto “della scuola” o “alla scuola”. Più sensato, vero, cari latinisti inesistenti della politica?

E dunque ci teniamo il fine-pena-mai perché non paga elettoralisticamente? Cinico? Opportunistico? Saggio? Giusto?

Che cos’altro?

Torniamo ai concetti, alle definizioni: l’ergastolo è una detenzione a vita del colpevole, indubbiamente una sanzione molto dura, prevista per reati particolarmente gravi, come quelli di mafia e di terrorismo. Talora sono previsti benefici e sconti, a eccezione dell’ergastolo ostativo che, appunto, si “oppone” a ogni alleggerimento della pena.

In Italia ognuno sa che se commette un reato molto grave rischia di dover trascorrere tutta la vita in carcere, una sanzione presente in molti ordinamenti, sia dove ancora è prevista la pena di morte, sia dove questa estrema e irrimediabile sanzione non è prevista. Anche negli Usa dove in circa metà degli stati è ancora prevista la pena di morte in diverse modalità (iniezione letale, gas, fucilazione e sedia elettrica, manca solo l’impiccagione che è molto praticata in Iran e in diversi paesi africani), la pena dell’ergastolo è quella comunque prevalente statisticamente, anche sulla pena di morte.

La Commissione Europea dei Diritti Umani da tempo sta sostenendo una posizione molto critica nei confronti dell’ergastolo, soprattutto di quello ostativo, che non prevede benefici per buona condotta.

In Italia, con l’articolo 41 bis, o “carcere duro”, del Codice penitenziario, si prevede l’isolamento del condannato, soprattutto nei casi di condanne per mafia, al fine di impedire che l’organizzazione si avvalga comunque delle leadership incarcerate.

Ancora più precisamente dobbiamo ricordare ancora che l’ergastolo è disciplinato dall’art. 22 del codice penale, che recita:

La pena dell’ergastolo è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno.
Il condannato all’ergastolo può essere ammesso al lavoro all’aperto.

Per questa ragione, nonostante la condanna senza termine, sono previsti alcuni benefici, permessi premio, semilibertà e liberazione condizionale, se si presentano determinati requisiti, sempre che la fattispecie di ergastolo non sia quella denominata ostativa, che non prevede nulla in termini di alleggerimento della pena.

In generale i condannati che in carcere mantengono una buona condotta e che non risultano essere socialmente pericolosi hanno il diritto di ottenere dei permessi premio. Le uscite non possono superare 15 giorni consecutivi, utili per trascorrere del tempo con i familiari e per coltivare interessi privati. Ad ogni modo in un anno non possono essere più di 45 giorni.

Ciò è possibile soltanto dopo avere scontato almeno 10 anni di pena. In occasione di festività o eventi particolari, essi possono trascorrere delle giornate fuori dall’istituto penitenziario per stare con la famiglia.

Inoltre, tutti i soggetti condannati a pena definitiva, ovvero non più impugnabile, possono accedere alla semilibertà. Ciò significa che possono trascorrere parte del giorno fuori dal carcere per svolgere attività lavorative o istruttive utili al reinserimento sociale. Costoro, però, possono usufruire di tale beneficio soltanto dopo avere espiato almeno 20 anni di carcere. Accade quindi che il resto della pena può essere scontata in modo diverso.

Va sottolineato comunque che i permessi premio e la semilibertà non incidono sulla durata della pena, ma consentono all’ergastolano di poter avere contatti con il mondo esterno.

Tornando di nuovo al tema centrale, perché facilitare l’integrazione sociale se il soggetto deve passare la vita in carcere?

In realtà tutti i condannati possono ottenere la liberazione condizionale che permette di trascorrere la parte finale in libertà vigilata fuori dalla prigione.
Ovviamente ciò può accadere soltanto quando il detenuto dimostri di essere pentito di ciò che ha fatto, e dopo avere scontato almeno 30 mesi in carcere, o almeno la metà della pena, se non restano più di 5 anni da scontare.

L’ergastolano può ottenere la libertà condizionale dopo 26 anni di carcere.

Tutto ciò che ho descritto in precedenza non è valido quando si tratta di ergastolo ostativo, ovvero la fattispecie più dura, che non prevede alcun beneficio penitenziario, se l’ergastolano non collabora con la giustizia.

Quindi, se il soggetto non decide di diventare un pentito, passerà tutta la vita in prigione, fino al giorno della morte. Tale pena si applica ovviamente ai reati molto gravi, come ad esempio l’associazione mafiosa, il terrorismo, il sequestro a scopo di estorsione e il traffico di stupefacenti.

La Corte dei diritti umani di Strasburgo ha più volte sanzionato l’Italia in merito all’ergastolo ostativo e al 41 bis.

Lasciare un condannato per tutta la vita in carcere, senza la possibilità di poter ottenere dei benefici pare essere dunque in netto contrasto con la funzione rieducativa della pena, sostenuta sia dalla Costituzione Italiana sia dall’Europa.

Secondo una parte della giurisprudenza la crudezza della punizione serve come deterrente per il resto della popolazione. Tuttavia, anche tale ipotesi, non pare aver contribuito a una diminuzione del tasso di criminalità.

Va sottolineato anche che, l’art 27 della Costituzione italiana afferma anche che:

La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.

LEGGI ANCHE: Ergastolo ostativo incompatibile con la Costituzione

Nonostante i vari dubbi in merito, comunque, la Consulta ha respinto il dubbio di anti costituzionalità dell’ergastolo ostativo, dato che il condannato può sempre collaborare con la giustizia per ottenere dei benefici.

Il carcere a vita, ad ogni modo, è previsto in Italia ma non in tutti i Paesi dell’Europa, per questo motivo l’Italia è spesso al centro di accesi dibattiti all’interno della Corte Europea del Diritto dell’Uomo.

In particolare con la sentenza n. 3896 del 2013 la CEDU ha dichiarato l’ergastolo come contrario a ciò che afferma l’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani, cioè:

Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pena o trattamenti inumani o degradanti

E’ il caso di pensarci? Punire perché la sanzione è eticamente fondata e ispira il diritto, è necessario… ma occorre punire con giustizia e non negando la speranza ad alcuno. Spes contra spem, sosteneva Paolo di Tarso e gli faceva eco Riccardo detto “Marco” Pannella d’Abruzzo.

La salute della donna e l’interruzione della gravidanza: etica della vita umana e aspetti socio-politici

Su un tema di questa rilevanza, ma soprattutto di questo genere scientifico, ho cercato informazioni adeguate che qui riporto, in quanto, per mia ignoranza specifica, non posso avventurarmici dentro senza essere presuntuoso. Umilmente e socraticamente, quindi, mi affido a chi ne sa più di me, limitandomi a commentare solo (e sommessamente) da un punto di vista etico e politico, qua e là.

La sentenza della Supreme Court Usa ha rimesso al centro il grave tema.

Gli effetti di questa decisione sono notevoli, ma per riflettere con la corretta attenzione alla complessità di tale argomento e a i suoi risvolti morali e sociali occorre farne una breve storia.

L’aborto (dal latino abortus, derivato di aboriri, «perire», composto di ab, «via da», e oriri, «nascere») è l’interruzione della gravidanza prima della ventesima o ventiduesima settimana (cioè nel periodo in cui il feto non è capace di vita extrauterina), con conseguente espulsione del feto o dell’embrione dall’utero; può avvenire spontaneamente, o essere procurato.[

Un aborto che avviene spontaneamente viene detto aborto spontaneo. Un aborto può essere anche causato intenzionalmente e viene quindi chiamato aborto indotto. La parola aborto è spesso usata, erroneamente, per indicare solo gli aborti indotti: una procedura simile, effettuata quando il feto potrebbe sopravvivere al di fuori dell’utero, è nota come “interruzione ritardata di gravidanza”.[

Sin dai tempi antichi, gli aborti sono stati realizzati utilizzando erbe medicinali, strumenti taglienti, con la forza o attraverso altri metodi tradizionali.[

Diversi governi hanno posto limiti differenti sulla fase della gravidanza in cui l’aborto sia permesso. Le leggi sull’aborto e le visioni culturali o religiose su tale pratica sono diverse in tutto il mondo. In alcune zone l’aborto è legale solo in casi speciali, come lo stupro, malformazioni del feto, povertà, rischio per la salute della madre o incesto. In molti luoghi c’è un dibattito sulle questioni morali, etiche e giuridiche dell’aborto. Coloro che sono contro l’aborto spesso sostengono che l’embrione o il feto sia un essere umano con il diritto alla vita e quindi possono paragonarlo ad un omicidio. Coloro che favoriscono la legalità dell’aborto ritengono che una donna abbia il diritto di prendere decisioni riguardo al proprio corpo.

Si pone a questo punto il tema dell’umanizzazione dell’embrione e del feto. Se vogliamo, da un punto di vista non solo metafisico, ma anche biologico, lo zigote contiene in sé tutte le informazioni che determineranno lo sviluppo fino alla formazione dell’essere umano nascituro e via di seguito, perché è una cellula totipotente, come si dice: totipotente significa che da quella cellula potranno formarsi le cellule di tutti gli organi e la struttura che compongono il corpo umano.

Ciò potrebbe significare che la soppressione di un embrione o di un feto è equiparabile all’uccisione di un essere umano del tutto formato. ma si tratta di un tema controverso. Anzi del tema più controverso, perché è di carattere filosofico-morale

I metodi moderni di aborto fanno ricorso ai farmaci o alla chirurgia. Sebbene l’utilizzo dei farmaci possa funzionare anche nel secondo trimestre, la chirurgia ha un minor rischio di effetti collaterali. Quando consentito dalla legge locale, l’aborto è stato a lungo una delle procedure più sicure nel campo della medicina. Aborti non complicati non causano problemi mentali o fisici a lungo termine. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che sia disponibile, per tutte le donne, ricorrere ad aborti legali e sicuri. Ogni anno nel mondo si praticano circa 44 milioni di aborti indotti e poco meno della metà non sono eseguiti in modo sicuro. Ogni anno gli aborti svolti in contesti non sicuri causano 47 000 morti e 5 milioni di ricoveri ospedalieri.]

I tassi di aborto, che erano sensibilmente maggiori nei decenni precedenti al 2000, sono cambiati poco tra il 2003 e il 2008, grazie a una migliore educazione sulla pianificazione familiare e sulla contraccezione. Al 2008, il 40% delle donne di tutto il mondo aveva accesso all’aborto legale senza limitazioni legate al motivo. in questi ultimi anni questi dati sono peggiorati, per le donne, specialmente nelle nazioni e territori più poveri.

In epoche primitive l’aborto veniva utilizzato sia come strumento per limitare l’espansione delle famiglie sia per altri scopi e in genere non comportava alcuna sanzione per coloro che ricorrevano a tale pratica, mentre in epoca classica, il diritto greco non la includeva fra i reati solo se autorizzata dal capo famiglia. Nella Roma dei re vi era inoltre una lex regia, attribuibile a Numa Pompilio, secondo cui era fatto divieto di seppellire una donna incinta prima di aver estratto il nascituro dal grembo.

Nei tempi antichi gli aborti venivano tentati ricorrendo ad erbe medicinali, strumenti taglienti, pressione addominale o attraverso altri metodi tradizionali. L’aborto indotto ha una storia lunga e può essere fatto risalire a diverse civiltà, come la Cina sotto Shennong (c. 2700 a.C.), l’Antico Egitto con il papiro Ebers (c. 1550 a.C.) e l’impero Romano al tempo di Giovenale (c. 200 d.C.). Una delle prime note rappresentazioni artistiche dell’aborto è in un bassorilievo ad Angkor Wat (c. 1150) in Cambogia. Trovato in una serie di fregi che rappresentano il giudizio dopo la morte, raffigura la tecnica dell’aborto addominale.]

Alcuni studiosi e medici anti-aborto hanno suggerito che il giuramento di Ippocrate vietasse ai medici greci antichi di eseguire aborti; altri studiosi non sono d’accordo con questa interpretazione] ed evidenziano che nel Corpus Hippocraticum vi sono descrizioni di tecniche abortive. Il medico Scribonio Largo scrisse nel 43 d.C. che il giuramento di Ippocrate proibisce l’aborto, così come Sorano d’Efeso, anche se apparentemente non tutti i medici aderirono a questa visione. Secondo lo scritto Ginecologia di Sorano, datato tra il I e il II secolo d.C., una parte dei medici rifiutava le pratiche abortive come richiesto dal giuramento di Ippocrate; un’altra parte – che comprendeva lo stesso Sorano – era disposta a prescrivere gli aborti, ma solo per il bene della salute della madre.

Aristotele, nel suo trattato Politicaa (350 a.C.), condanna l’infanticidio come mezzo di controllo della popolazione, preferendo l’aborto per questo scopo, tuttavia con la restrizione “[che] deve essere praticato prima che si sviluppi la sensazione di vita, la linea tra l’aborto lecito e illecito sarà caratterizzata dal fatto di avere la sensazione di essere vivo“. Secondo la tradizione cristiana, anche alla luce della teoria dualistica dell’uomo di Platone espressa nel Fedone, l’aborto volontario era visto come un peccato molto grave in quanto voleva dire uccidere un essere munito non soltanto di un corpo anche di un’anima, manifestazione della creatività di Dio. Questa era la ragione per cui non venivano considerati per alcun motivo i diritti della donna o della famiglia di appartenenza, posti inevitabilmente in secondo piano rispetto al concetto secondo cui privare della vita un essere umano era una prerogativa di esclusivo appannaggio del divino.

Durante il Medioevo l’aborto volontario era considerato alla stessa stregua di un omicidio da una certa fase della gravidanza ovvero da quando il feto iniziava a muoversi nel grembo. Questo in quanto vi era la credenza che i movimenti fossero connessi all’infusione dell’anima nel corpo non ancora formato del nascituro. Nel cristianesimo, papa Sisto V (1585-1590) fu il primo papa a dichiarare che l’aborto è un omicidio indipendentemente dallo stadio della gravidanza; la Chiesa cattolica fu inizialmente divisa sulla questione e iniziò ad opporsi energicamente solo a partire dal XIX secolo. La tradizione islamica ha permesso l’aborto fino al momento in cui la dottrina ritiene che l’anima entri nel feto; diversi teologi musulmani hanno dato differenti interpretazioni per stabilire il giusto tempo, che vanno dal momento del concepimento a 40 giorni dopo il concepimento a 120 giorni dopo il concepimento o oltre. Tuttavia, l’aborto è in genere fortemente limitato o vietato nelle zone a maggioranza islamica come il Medio Oriente e il Nord Africa.

In Europa e Nord America, tecniche di aborto avanzate e sicure hanno iniziato ad essere disponibili dal XVII secolo. Tuttavia, la maggior parte dei medici sulle questioni sessuali ne impedì un’ampia espansione. Vi erano comunque alcuni medici che pubblicizzavano i loro servizi, fino a quando tale pratica non fu vietata, nel XIX secolo, sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito.Gruppi ecclesiali, così come i medici, sono stati molto influenti nei movimenti anti-aborto. Negli Stati Uniti, fino al 1930 circa l’aborto era considerato più pericoloso del parto, quando i miglioramenti nelle procedure resero tale pratica sicura. L’Unione Sovietica (1919), l’Islanda (1935) e la Svezia (1938) sono stati tra i primi paesi a legalizzare alcune, o tutte, le forme di aborto. Nel 1935, nella Germania nazista, fu approvata una legge che permetteva aborti per le donne ritenute “ereditariamente malate”, mentre a quelle considerate di razza tedesca era severamente proibito. Una evidente e grave forma di eugenetismo.

A partire dalla seconda metà del XX secolo, l’aborto è stato legalizzato nella maggior parte dei paesi. Un disegno di legge approvato dal legislatore statale di New York per legalizzare l’aborto è stato firmato dal governatore nelson Rockefeller nell’aprile 1970.

Statistiche

Vi sono due metodi comunemente utilizzati per misurare l’incidenzaa dell’aborto:

  • tasso di aborto – numero di aborti per 1 000 donne tra i 15 e i 44 anni di età;
  • percentuale di aborto – numero di aborti su 100 gravidanze note.

Nei paesi dove l’aborto è illegale o è accompagnato da una forte stigmatizzazione sociale, i dati non sono affidabili. Per questo motivo, le stime di incidenza dell’aborto devono essere effettuate con un’intrinseca incertezza.[

Il numero di aborti effettuati in tutto il mondo sembra essere rimasto stabile negli ultimi anni, con una stima di 41,6 milioni di aborti nel 2003 e 43,8 milioni nel 2008. Si ritiene che il tasso di aborto a livello mondiale sia del 28 per 1 000 donne, anche se vi è una differenza tra paesi sviluppati e in via di sviluppo i cui valori sono rispettivamente di 24 ‰ e 29 ‰. Lo stesso studio epidemiologico del 2012 ha indicato che nel 2008 la percentuale di aborto stimata di gravidanze conosciute era al 21% a livello mondiale, con il 26% nei paesi sviluppati e il 20% nei paesi più poveri.[

In media, l’incidenza dell’aborto risulta simile tra i paesi con leggi restrittive e quelli con maggiore libertà. Tuttavia, la presenza di leggi restrittive è correlata con un aumento della percentuale di aborti che vengono eseguiti in situazioni di scarsa sicurezza. Il tasso di aborti a rischio nei paesi in via di sviluppo è in parte attribuibile alla mancanza di accesso ai moderni contraccettivi; secondo il Guttmacher Institute, l’accesso globale ai contraccettivi si tradurrebbe in circa 14,5 milioni di aborti non sicuri in meno e 38.000 decessi in meno per la stessa causa ogni anno in tutto il mondo.

Il tasso di aborti indotti legali varia ampiamente in tutto il mondo. Secondo il rapporto del Guttmacher Institute, nel 2008, esso variava dal 7 per 1000 donne (in Germania e Svizzera) a 30 per 1000 donne (in Estonia) per i paesi in cui vi sono statistiche. La percentuale di gravidanze che si è conclusa con l’aborto indotto variava da circa il 10 % (in Israele, Paesi Bassi e Svizzera) al 30 % (in Estonia), anche se potrebbero esserci dei picchi al 36 % in Ungheria e Romania, le cui statistiche sono state tuttavia ritenute incomplete.[

Il tasso di aborto può anche essere espresso come il numero medio di aborti che una donna intraprende durante i suoi anni riproduttivi; in questo caso si parla di “tasso di aborto totale”.

L’aborto spontaneo

L’aborto spontaneo è molto più frequente di quanto comunemente si ritenga: i più recenti studi indicano che circa un terzo delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. In particolare, Lohstroh, Overstreet, e Stewart hanno rilevato che la somma degli aborti spontanei precoci, che avvengono prima della sesta settimana dall’ultima mestruazione, e degli aborti spontanei successivi alla sesta settimana, fornisce una percentuale totale di aborti spontanei del 35,5% su 100 fecondazioni rilevate. Altre ricerche confermano il fatto che il livello percentuale di abortività spontanea delle gravidanze, rilevate mediante i livelli ematici di hCG (gonadotropina corionica umana, ormone prodotto in gravidanza), oscilla tra il 31% e il 35,5%.] Il periodo a maggior rischio è il primo trimestre. Si parla di probabilità, di stima epidemiologica, visto che molte interruzioni spontanee di gravidanza passano inosservate, senza che assumano una dignità clinica.

L’aborto ripetuto (due casi di aborto) interessa il 3% delle coppie che cercano di avere figli. L’1% delle coppie ha avuto almeno tre casi di aborto consecutivi (aborto ricorrente). Nel 12% dei casi clinicamente riconosciuti la madre ha meno di 20 anni, nel 27% più di quaranta.

Ogni anno nel mondo si sviluppano circa 205/ 2010 milioni di gravidanze. Più di un terzo di esse sono indesiderate e circa un quinto finisce in un aborto indotto. La maggior parte degli aborti, infatti, risultano da gravidanze indesiderate. Nel Regno Unito, solo l’1%-2% degli aborti vengono eseguiti a causa di problemi genetici nel feto. Una gravidanza può essere intenzionalmente interrotta in diversi modi e la scelta dipende spesso dall’età gestazionale dell’embrione o del feto, che aumenta di dimensioni con il progredire della gravidanza. Alcune procedure specifiche possono essere scelte per via delle leggi in vigore, per la disponibilità locale o per la preferenza personale della donna.

Le ragioni per procurare aborti indotti sono tipicamente terapeutici o di scelta soggettiva. Un aborto è clinicamente indicato come un aborto terapeutico quando viene eseguito per salvare la vita della donna incinta; per prevenire danni alla sua salute fisica o psichica; per interrompere una gravidanza in cui vi è una forte probabilità che il bambino avrà un alto rischio di morbilità o mortalità; o per ridurre selettivamente il numero di feti in modo da ridurre i rischi per la salute associati con una gravidanza multipla. Un aborto è indicato come un aborto elettivo o volontario quando viene effettuata su richiesta della donna per ragioni non mediche. A volte vi è una certa confusione sul termine “elettivo”, poiché con “chirurgia elettiva” generalmente ci si riferisce a tutta la chirurgia programmata, sia clinicamente necessaria o meno.

Ragioni personali

Le ragioni per cui le donne hanno aborti sono diversi e variano in tutto il mondo.

Alcune delle ragioni più frequenti per cui si sceglie l’aborto, è quello di rinviare la gravidanza a un momento più adatto o per concentrare energie e risorse sui bambini già presenti. Spesso è la conseguenza del non potersi permettere un figlio, sia in termini di costi diretti o per la perdita di reddito, per la mancanza di sostegno da parte del padre, incapacità di permettersi altri figli, desiderio di fornire istruzione per i figli già esistenti, problemi di relazione con il partner, ritenersi troppo giovani per avere un figlio, la disoccupazione e di non essere disposte a crescere un bambino concepito a seguito di uno stupro o di un incesto.

Ragioni sociali

Alcuni aborti sono il risultato di pressioni sociali, come la preferenza per i bambini di un dato sesso, come nella Cina maoista, disapprovazione della maternità, stigmatizzazione delle persone con disabilità, insufficiente sostegno economico per le famiglie, mancanza di accesso o rifiuto di metodi contraccettivi o interventi verso il controllo demografico (come la politica del figlio unico (Cina). Questi fattori possono a volte portare ad un aborto obbligatorio o selettivo

Uno studio statunitense del 2002 ha concluso che circa la metà delle donne che hanno abortito, utilizzava una forma di contraccezione al momento in cui è rimasta incinta. È stato rilevato uno scorretto utilizzo da parte della metà di coloro che usano il preservativo e nei tre quarti quelli che utilizzano la pillola anticoncezionale. Il Guttmacher Institute stima che “la maggior parte degli aborti negli Stati Uniti sono ottenuti da donne appartenenti alle minoranze” perché esse “hanno tassi molto più elevati di gravidanze indesiderate“.

In risposta alle ragioni economiche che possono tradursi in pressioni sociali, i sistemi di previdenza sociale di alcuni Paesi prevedono un sussidio statale mensile a favore delle madri inoccupate o meno abbienti per ogni figlio minorenne naturale, adottivo o assegnato in affido dall’autorità. Ne sono un esempio l’assegno di natalità italiano, il Kindergeld tedesco e il Paje francese.

Salute materna e fetale

Un ulteriore motivo che può spingere ad eseguire un aborto è l’eventuale presenza di un rischio per la salute materna o fetale; ciò è citato come la ragione principale, in alcuni paesi, in oltre un terzo dei casi.

Il giudizio medico deve essere formulato tenendo conto di diversi fattori: fisici, emotivi, psicologici, familiari e anagrafici per il benessere della donna e del feto.[

Tra il 1962 e il 1965 vi fu un’epidemia di rosolia che causò la nascita di 15 000 bambini con gravi difetti. Nel 1967, l’American Medical Association ha sostenuto pubblicamente la liberalizzazione delle leggi sull’aborto. Un sondaggio del National Opinion Research Center effettuato nel 1965 ha mostrato che il 73% degli intervistati sosteneva l’aborto quando la vita delle madri era a rischio, il 57% quando erano presenti difetti nel nascituro e il 59% per le gravidanze derivanti da stupro o incesto.

Tumore

La probabilità di sviluppare un tumore durante la gravidanza è dello 0,02%-1% e, in molti casi, la presenza di una neoplasia nel corpo della madre porta alla considerazione dell’aborto al fine di proteggere la sua vita o per via del danno potenziale che può verificarsi al feto durante il trattamento antitumorale. Ciò è particolarmente vero nel caso di tumore al collo dell’utero che si verifica in 1 ogni 2 000-13 000 gravidanze e per la quale l’inizio del trattamento “non può coesistere con la conservazione della vita fetale (a meno che non si scelga la chemioterapia neoadiuvante).” Tumori cervicali in una fase molto precoce (stadio I e II bis) possono essere trattati con l’isterectomia radicale e la dissezione linfonodale pelvica, con la radioterapia o con entrambe, mentre le fasi successive sono trattati con la radioterapia. La chemioterapia può essere utilizzata contemporaneamente. Il trattamento del tumore alla mammella durante la gravidanza comporta anch’essa delle considerazioni sul feto, poiché la lumpectomia è sconsigliato in favore della mastectomia radicale, a meno che la gravidanza non sia al termine e che quindi permetta una terapia di follow up mediate radioterapia da somministrare dopo la nascita.

Anche il parto può mettere a rischio la vita della madre. Un parto vaginale può comportare la diffusione delle cellule neoplastiche nei vasi linfatici e quindi favorire lo sviluppo di metastasi, mentre il parto cesareo può causare un ritardo nell’inizio del trattamento non chirurgico.

Aborto spontaneo

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Per aborto spontaneo si intende l’interruzione della gravidanza prima della 24ª settimana di gestazione]. La gravidanza si considera interrotta quando:

  • il battito cardiaco, precedentemente visualizzato risulta assente all’esame ecografico
  • l’esame ematico eseguito durante la prima fase della gravidanza, la bHCG, ha dei valori decrescenti in due prelievi successivi
  • la camera gestazionale non compare nonostante il test di gravidanza sia positivo (aborto in fase biochimica)
  • l’embrione non compare all’interno della camera gestazionale (uovo bianco)

Dopo il manifestarsi dell’aborto, la successiva espulsione del prodotto del concepimento può non essere immediata; nelle prime fasi più facilmente si manifesta una mestruazione con l’espulsione completa (aborto spontaneo completo), a volte persistono delle perdite o dei dolori o non è presente nessun sintomo ma al controllo sono presenti dei residui della gravidanza (aborto spontaneo incompleto); infine a volte anche se la gravidanza si è interrotta non intercorre la mestruazione (aborto ritenuto), in questo caso bisogna ricorre a un’aspirazione da parte del ginecologo. Quando l’aborto si manifesta dopo la 24ª settimana, si parla di morte endouterina fetale.

Una gravidanza che termina, dopo 24 settimane ma prima della 37ª settimana di gestazione, con la nascita di un bambino vivo è conosciuto come un “parto prematuro” o “nascita pretermine”, si parla invece di “nato a termine” dalla 37ª alla 42ª settimana. Un feto che muore prima del parto è definito “nato morto”. Le nascite premature e i nati morti non sono generalmente considerati aborti anche se l’utilizzo di questi termini a volte può sovrapporsi.[

Solo dal 30% al 50% dei concepimenti progredisce oltre al primo trimestre di gravidanza. La stragrande maggioranza di quelli che non progrediscono vengono persi prima che la donna ne sia a conoscenza, e molte gravidanze vengono perse prima che i medici siano in grado di rilevare la presenza dell’embrione. Tra il 15% e il 30% delle gravidanze conosciute termina con un aborto spontaneo clinicamente evidente, a seconda della età e della salute della donna. L’80% di questi aborti spontanei accade nel primo trimestre.

La causa più comune di aborto spontaneo durante il primo trimestre sono le anomalie cromosomiche dell’embrione o del feto, che rappresentano almeno il 50% dei casi. Altre cause comprendono la presenza di una malattia vascolare (come il lupus eritematosuso), il diabete, problemi ormonali, infezioni e anomalie dell’utero. L’avanzare dell’età materna e la storia di precedenti aborti spontanei nelle donne sono i due fattori principali associati ad un maggior rischio di aborto spontaneo. Un aborto spontaneo può anche essere causato da traumi accidentali o intenzionali da stress; causare un aborto spontaneo è considerato un aborto indotto e un feticidio.

Aborto farmacologico

L’aborto farmacologico (chiamato anche aborto chimico) è quello indotto dai abortivi. L’aborto farmacologico è diventato un metodo alternativo grazie alla disponibilità, fin dal 1970, di analoghi delle prostaglandine e dell’anti-progestinico mifespristone (noto anche come RU-486) nel 1980.

Durante il primo trimestre per l’aborto farmacologico viene comunemente utilizzato il mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina (misoprostolo o gemeprost) fino a 9 settimane di età gestazionale, mentre il metotrexato in combinazione con una prostaglandina analogica fino a 7 settimane di gestazione o un analogo della prostaglandina da solo. Combinazione di mifepristone e misoprostolo sono più efficaci in età gestazionali successive.[

Negli aborti precoci, fino alla 7ª settimana di gestazione, l’aborto farmacologico ottenuto mediante un regime di combinazione di mifepristone e misoprostol è considerato più efficace dell’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto), soprattutto quando la pratica clinica non comprende un’ispezione dettagliata del tessuto aspirato. Il mifepristone, seguito 24-48 ore dopo dal misoprostolo orale o vaginale risulta il 98% efficace fino alla 9ª settimana di gestazione. Se l’aborto farmacologico non riesce, è necessario ricorrere all’aborto chirurgico per completare la procedura.

Gli aborti farmacologici rappresentano la maggior parte degli aborti effettuati prima della 9ª settimana di gestazione in Gran Bretagna, in Francia, in Svizzera e nei paesi nordici. Negli Stati Uniti, la percentuale degli aborti farmacologici precoci è di gran lunga inferiore.

L’aborto farmacologico con mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina è il metodo più frequentemente utilizzato durante il secondo trimestre di gravidanza in Canada, nella maggior parte dell’Europa, in Cina e in India, al contrario degli Stati Uniti, dove il 96% sono eseguite chirurgicamente mediante dilatazione ed evacuazione.

Dalla 15ª settimana di gestazione la suzione-aspirazione e l’aspirazione a vuoto sono i metodi chirurgici più utilizzati nei casi di aborto indotto. L’aspirazione manuale a vuoto (MVA) consiste nell’estrarre il feto o l’embrione, la e le membrane, mediante aspirazione utilizzando una siringa manuale, mentre l’aspirazione a vuoto elettrica (EVA) utilizza una pompa alimentata da elettricitàà. Queste tecniche differiscono nel meccanismo utilizzato per applicare il vuoto e possono essere utilizzate in modo precoce anche se è necessaria la dilatazione cervicale.

La MVA, nota anche come “mini-aspirazione” e “estrazione mestruale”, può essere usata anche durante una gravidanza molto precoce e non richiede la dilatazione della cervice. La dilatazione e raschiamento, il secondo metodo più comune per l’aborto chirurgico, è una procedura ginecologica normalmente eseguita per una varietà di ragioni, tra cui l’esame del rivestimento uterino per eventuali malignità, ricerca di sanguinamento anormale e aborto. Per raschiamento ci si riferisce alla pulizia delle pareti dell’utero con una curettee. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda questa procedura solo quando l’MVA non è disponibile.[

Dalla 15ª settimana di gestazione fino a circa la 26° è necessario utilizzare altre tecniche. La dilatazione con evacuazione consiste nell’aprire la cervicee dell’utero e nel successivo svuotamento mediante strumenti chirurgici e di aspirazione. Dopo la 16ª settimana, gli aborti possono anche essere eseguiti mediante dilatazione intatta ed estrazione, che richiede la decompressione chirurgica della testa del feto prima dell’evacuazione. Tale procedura è talvolta chiamata “aborto con nascita parziale” ed è stata bandita dal governo federale degli Stati Uniti.

Nel terzo trimestre di gravidanza l’aborto indotto può essere eseguito chirurgicamente mediante dilatazione intatta e estrazione o isterectomia. L’isterotomia è una procedura abortiva simile a un taglio cesareo, sebbene richieda un’incisione più piccola, e viene eseguita in anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Aborto con induzione del travaglio

Nei paesi privi delle capacità mediche necessarie per eseguire la dilatazione e l’estrazione o dove vi è una preferenza da parte dei professionisti, l’aborto può essere indotto con l’induzione del travaglio e quindi inducendo la morte del feto, se necessario. Questo è talvolta chiamato “aborto spontaneo indotto”.

Pochi e limitati dati sono disponibili per confrontare questo metodo con la dilatazione ed estrazione. A differenza delle altre tecniche, l’induzione del travaglio dopo la 18ª settimana può essere complicata dal verificarsi di una breve sopravvivenza del feto, che può essere legalmente considerato come nato vivo. Per questo motivo, questa tecnica può comportare, in alcuni paesi, delle problematiche legali.

Altri metodi

Storicamente, una serie di erbe avevano la fama di possedere proprietà abortive e venivano utilizzate nella medicina popolare: il tanaceto, la mentuccia, l’actaea racemosa e l’ormai estinto silfio. L’uso delle erbe poteva causare gravi, anche letali, effetti collaterali, come l’insufficienza multiorgano e non è consigliato dai medici.

Talvolta l’aborto viene tentato procurando traumi all’addome. Ciò potrebbe portare a gravi lesioni interne, senza necessariamente riuscire a indurre l’aborto spontaneo. Nel sud est asiatico vi è un’antica tradizione di tentare l’aborto attraverso un forte massaggio addominale. Uno dei bassorilievi che decorano il tempio di Ankor Wat in Cambogia raffigura un demone che esegue un tale aborto su una donna che è stata inviata agli inferi.

Pericolosi metodi di aborto autoindotto registrati includono l’abuso di misoprostol e l’inserimento di strumenti non chirurgici, come aghi da maglia e appendiabiti, nell’utero. Questi metodi si vedono raramente nei paesi sviluppati, dove l’aborto chirurgico è legale e disponibile.

Sopravvivenza fetale

Anche se è molto raro, le donne che abortiscono dopo la 18ª settimana di gravidanza a volte danno vita a un feto che può sopravvivere per breve tempo (ciò si verifica in 1 caso su 250, dallo 0% al 13% o dallo 0% al 50%, a seconda del metodo e della settimana di gravidanza). Dopo 22 settimane la sopravvivenza a lungo termine è possibile.[

Se il personale medico osserva segni di vita, può essere necessario fornire assistenza: manovre di emergenza se il bambino presenta una buona possibilità di sopravvivere o altrimenti un trattamento palliativo. Al fine di evitare ciò, si consiglia, dopo la 20ª-21ª settimana di gestazione, di provvedere a una morte fetale indotta prima di procedere con l’interruzione di gravidanza.

Secondo Berlingieri, le tecniche disponibili nei primi anni ’90 consentivano la sopravvivenza del concepito a partire dalla ventesima settimana di gravidanza, in una piccola percentuale di casi. Nella maggior parte dei casi i bimbi nati prima della 28ª settimana presentano comunque almeno nel 50% dei casi disabilità neurosensoriali; è ragionevole pensare che fra quelli nati prima della 24ª settimana le percentuali siano ancora più elevate, per questo alcuni considerano accanimento terapeuticoo l’applicazione di tecniche di rianimazione in questi casi.

Una rewiew clinica pubblicata da Pediatrics, relativa alle linee-guida operative proposte dalle società scientifiche di pediatria e neonatologia di diversi paesi, evidenzia come il consenso clinico individui l’opportunità di un approccio terapeutico diversificato nelle scelte cliniche relative ai nati significativamente pretermine, tenendo in debito conto gli elevati rischi di disabilità permanente. Il consenso è orientato a una definizione della ragionevole utilità clinica dell’intervento terapeutico intensivistico per i nati pretermine post-25ª settimana; a una decisione caso per caso per i nati alla 23ª o 24ª settimana; per semplici cure palliative per i nati sotto la 22ª. Secondo i dati usati per la definizione del Consensus sull’assistenza ai nati pretermine estremi del 2002, l’American Academy of Pediatrics individua un tasso di mortalità tra il 70 e l’89% già per i nati alla 23ª settimana, e non riferisce come significativi i dati statistici di sopravvivenza per i nati dalla 22ª settimana o precedenti.

Sicurezza

I rischi per la salute in seguito ad un aborto dipendono dal fatto che la procedura venga eseguita in modo sicuro o meno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce aborti non sicuri quelli effettuati da persone non qualificate, con attrezzature pericolose o in strutture prive di norme igieniche. Gli aborti legali effettuati nel mondo sviluppato sono tra le procedure più sicure nel campo della medicina. Negli Stati Uniti il rischio di mortalità materna in seguito ad aborto è dello 0,7 per 100 000 procedure, rendendo l’aborto di circa 13 volte più sicuro per le donne rispetto al parto (8,8 morti materne ogni 100 000 nati vivi). Questo è equivalente al rischio di morte nel guidare un autoveicolo per circa 1200 km. Il rischio di mortalità aumenta all’aumentare dell’età gestazionale, ma rimane inferiore a quello del parto con una gestazione di almeno 21 settimane.]

L’aspirazione a vuoto, eseguita nel primo trimestre, è il metodo più sicuro di aborto chirurgico e può essere eseguito in un ambulatorio di assistenza primaria, in una clinica per aborti o in ospedale. Le complicanze sono rare e possono includere la perforazione uterina, infezioni pelviche e il mantenimento di prodotti del concepimento e ciò richiede una seconda procedura di aspirazione. Un trattamento antibiotico preventivo (con doxicilina o metronidazolo) viene generalmente somministrato prima dell’aborto elettivo, ritenendo che possa ridurre sostanzialmente il rischio di un’infezione uterina postoperatoria.] Le possibili complicazioni dopo l’aborto al secondo trimestre sono simili a quelli che possono accadere al primo trimestre e dipendono anche del metodo scelto.

C’è poca differenza in termini di sicurezza ed efficacia tra l’aborto farmacologico effettuato con un regime combinato di mifepristone e misoprostol e l’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto) nelle procedure effettuate tra il primo trimestre e la 9ª settimana di gestazione. L’aborto farmacologico con il misoprostol prostaglandina analogico da solo è meno efficace e più doloroso.[

Alcuni presunti rischi sono promossi principalmente da gruppi anti-aborto, ma mancano di un supporto scientifico. Ad esempio, la correlazione tra l’aborto indotto e il tumore alla mammella è stata studiata ampiamente e i principali organi di medici e scientifici (tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’US National Cancer Institute, l’American Cancer Society, il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists e l’American Congress of Obstetricians and Gynecologists) hanno concluso che essa non esiste, anche se tale legame continua ad essere studiato e promosso dai gruppi anti-aborto.

Salute mentale

Non vi è alcuna relazione tra gli aborti indotti e problemi di salute mentale diversi da quelli che si verificano in seguito a qualsiasi gravidanza indesiderata. L’American Psychological Association ha concluso che l’aborto non è una minaccia per la salute mentale quando effettuato nel primo trimestre e le donne che ricorrono ad esso non hanno maggiori probabilità di avere problemi rispetto a quelle che portano a termine una gravidanza indesiderata. Alcuni studi hanno dimostrato effetti negativi sulla salute mentale nelle donne che scelgono di abortire dopo il primo trimestre a causa di anomalie fetali,  tuttavia sarebbero necessarie ricerche più rigorose per arrivare a una conclusione più certa. Alcuni effetti psicologici negativi sono stati denunciati da sostenitori anti-aborto come una condizione separata chiamata “sindrome post-aborto”, tuttavia essa non è riconosciuta da alcuna organizzazione medica o psicologica.[

Talvolta le donne che intendono interrompere la gravidanza ricorrono a metodi non sicuri, in particolare quando la disponibilità dell’aborto legale è limitata. Esse possono tentare metodi di auto-interruzione o affidarsi a persone prive della sufficiente formazione medica o a strutture non adeguate. Ciò può portare a gravi complicazioni, come l’aborto incompleto, la sepsi, emorragie e danni agli organi interni.

Gli aborti non sicuri sono una delle principali cause di lesioni e di morte tra le donne di tutto il mondo. Anche se i dati sono imprecisi, si stima che circa 20 milioni di aborti non sicuri vengano eseguiti ogni anno e il 97% di essi si verifica nei paesi in via di sviluppo. Si ritiene che tali pratiche portino a milioni di casi di complicazioni. Le stime della mortalità variano secondo la metodologia e variano da 37 000 a 70 000 negli ultimi dieci anni, le morti dovute ad aborti non sicuri rappresentano circa il 13% di tutte le morti materne. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che la mortalità sia tuttavia in calo dagli anni 1990. Per ridurre il numero di aborti non sicuri, le organizzazioni di sanità pubblica sostengono generalmente la legalizzazione dell’aborto, la formazione di personale medico e l’accesso ai servizi sanitari. Tuttavia la Dichiarazione di Dublino sulla Salute Materna, firmata nel 2012, nota che “il divieto dell’aborto non influisce in alcun modo con la disponibilità di cure ottimali per le donne in gravidanza“.[

La legalità o meno dell’aborto è un fattore importante per la sua sicurezza. I paesi che possiedono leggi restrittive hanno tassi significativamente più alti di aborti a rischio (e tassi complessivi di aborto maggiori) rispetto a quelli in cui l’aborto è legale e disponibile. Ad esempio, la legalizzazione avvenuta 1996 in Sudafrica ha avuto un impatto immediatamente positivo sulla frequenza delle complicanze legate all’aborto, con i decessi legati a questa pratica diminuiti di oltre il 90%. È stato stimato che l’incidenza degli aborti a rischio potrebbe essere ridotta fino al 75% (da 20 a 5 milioni all’anno) se fossero disponibili globalmente moderni servizi di pianificazione familiare e di salute materna.[

Solo il 40% delle donne di tutto il mondo può usufruire di aborti terapeutici e elettivi entro i limiti della gestazione, mentre un ulteriore 35% ha accesso all’aborto legale se soddisfano determinati criteri fisici, mentali o socioeconomici. Mentre raramente gli aborti sicuri comportano una mortalità, quelli non eseguiti in sicurezza provocano fino a 70 000 decessi e 5 milioni di disabilità all’anno. Le complicanze degli aborti a rischio rappresentano circa un ottavo delle morti materne in tutto il mondo, anche se questo dato varia da paese a paese. La sterilità conseguente ad un aborto non sicuro coinvolge circa 24 milioni di donne. Il tasso di aborti non sicuri è aumentato dal 44% al 49% tra il 1995 e il 2008.

L’aborto indotto è da lungo tempo fonte di notevoli dibattiti, polemiche e attivismo. L’idea di ciascun individuo per quanto riguarda le complesse questioni etiche, morali, filosofiche, biologiche e giuridiche che circondano tale pratica, è spesso legata al suo sistema di valori. Le opinioni sull’aborto possono essere descritte come una combinazione di credenze sui diritti del feto, sulla moralità, sul potere delle autorità governative nelle politiche pubbliche e credenze sui diritti e le responsabilità della donna che intraprende questa scelta. Anche l’etica religiosaa ha un forte influsso, sia sul parere personale che sul dibattito circa l’aborto.

Sia nel dibattito pubblico che in quello privato, gli argomenti presentati a favore o contro si concentrano sulla legalità dell’aborto e sulle eventuali leggi che lo possano limitare, nonché sulla liceità morale. La Dichiarazione dell’Associazione medica mondiale sull’aborto terapeutico nota che “le circostanze che portano gli interessi di una madre in conflitto con gli interessi del suo bambino non ancora nato, creano un dilemma e sollevano la questione se la gravidanza possa essere deliberatamente terminata o meno”. I dibattiti sull’aborto, in particolare relativi alle leggi, sono spesso guidati da gruppi che sostengono una di queste due posizioni. I gruppi anti-aborto che chiedono maggiori restrizioni legali, tra cui il divieto totale, il più delle volte si definiscono pro-life (“pro-vita”), mentre i gruppi per il diritto all’aborto e che quindi sono contro tali restrizioni, si definiscono pro-choice (“pro-scelta”). In generale, la posizione dei primi sostiene che un feto umano è una persona umana e con il diritto di vivere, considerando l’aborto moralmente come un omicidio. La posizione dei secondi sostiene che una donna possieda certi diritti riproduttivi, in particolare la scelta o meno di portare a termine una gravidanza.

Aborto selettivo del sesso

L’ecografia e l’amniocentesii permettono ai genitori di conoscere il sesso del nascituro prima del parto. Lo sviluppo di queste tecnologie ha portato agli aborti selettivi in base al sesso. È più frequente il ricorso all’aborto selettivo quando il feto è femmina.

In alcuni paesi, l’aborto selettivo del sesso è parzialmente responsabile delle disparità evidenti tra i tassi di nascita dei figli maschi e femmine. La preferenza per i figli maschi è diffusa in molte zone dell’Asia e l’aborto utilizzato per limitare le nascite femminili è praticato a Taiwan, in Corea del Sud, in India e in Cina. Questa deviazione dai tassi di natalità standard di maschi e femmine si verifica nonostante il fatto che il paese in questione abbia ufficialmente bandito l’aborto selettivo del sesso. In Cina, la preferenza tradizionale per il figlio maschio è stata aggravata dalla politica del figlio unico emanata nel 1979.]

Molti paesi hanno adottato misure legislative per ridurre l’incidenza dell’aborto selettivo per il sesso. In occasione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, nel 1994 oltre 180 stati membri hanno convenuto di eliminare “ogni forma di discriminazione nei confronti delle bambine e le cause della preferenza per il figlio maschio“. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNICEF, insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, hanno scoperto che le misure per ridurre l’accesso all’aborto sono molto meno efficaci nel ridurre gli aborti selettivi rispetto a misure volte a ridurre la disuguaglianza di genere.

Ritorsioni contro chi pratica l’aborto

Negli Stati Uniti, quattro medici che eseguivano aborti sono stati assassinati: David Gunn (1993), John Britton (1994), Barnett Slepian (1998) e George Tiller (2009). Inoltre, negli Stati Uniti e in Australia, sono stati assassinati altro personale presso le cliniche abortiste, tra cui addetti alla reception e le guardie di sicurezza. Ferimenti e tentati omicidi hanno avuto luogo negli Stati Uniti e in Canada. Si sono verificati centinaia di attentati, incendi, attacchi con l’acido, invasioni e episodi di vandalismo contro chi aveva a che fare con gli aborti. Tra gli autori più famosi di violenze anti-aborto Eric Rudolph e Paul Jennings Hill, la prima persona a essere giustiziata negli Stati Uniti per l’omicidio di un medico abortista.[

Alcuni paesi hanno promosso una protezione giuridica per l’accesso all’aborto. Queste leggi in genere cercano di proteggere le cliniche abortiste da ostruzionismo, atti di vandalismo, picchettaggi e altre azioni analoghe o per proteggere le donne e i dipendenti di tali centri da minacce e molestie.

Molto più frequente rispetto alla fisica vi è la pressione psicologica. Nel 2003, Chris Danze fondò organizzazioni pro-vita in tutto il Texas per impedire la costruzione di un centro di Planned Parenthood ad Austin. Le organizzazioni rilasciarono on-line informazioni personali su coloro che erano coinvolti con la costruzione, facendogli fino a 1200 telefonate al giorno e contattando le loro chiese. Alcuni manifestanti hanno fotografato le donne che si recavano nella clinica.

Usa, la Corte Suprema annulla la sentenza sul diritto all’aborto. I vescovi: giornata storica

I giudici aboliscono la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’interruzione di gravidanza in tutto il Paese. I singoli Stati ora liberi di applicare le loro leggi in materia. La Usccb plaude alla decisione: “Per quasi 50 anni, l’America ha applicato una legge ingiusta”. La Pontificia Accademia per la Vita: “Sviluppare scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche” (Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano).

In mezzo ad un’opinione pubblica frammentata, tra pareri politici divergenti e mentre i vescovi parlano di una “giornata storica”, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abolito la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli Usa. Ora quindi i singoli Stati saranno liberi di applicare le loro leggi in materia. “La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto”, si legge nella sentenza di 213 pagine, formulata da una Corte divisa con 6 voti favorevoli e 3 contrari. “L’aborto presenta una profonda questione morale. La Costituzione non proibisce ai cittadini di ciascuno stato di regolare o proibire l’aborto”. La decisione è stata presa nel caso “Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization”, in cui i giudici hanno confermato la legge del Mississippi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane. A fare ricorso era stata l’unica clinica rimasta nello Stato ad offrire l’aborto.

Leggi più restrittive

Su cinquanta Stati, 26 (tra cui Texas e Oklahoma) hanno leggi più restrittive in materia. Nove hanno dei limiti sull’aborto che precedono la sentenza “Roe v. Wade”, e che non sono ancora stati applicati ma che ora potrebbero diventare effettivi, mentre 13 hanno dei cosiddetti “divieti dormienti” che dovrebbero entrare in vigore immediatamente. Si tratta di Stati repubblicani che hanno approvato leggi stringenti sull’aborto legandole all’attesa decisione della Corte Suprema di oggi. In 30 giorni potranno vietare l’aborto, eccetto nei casi in cui la vita della madre è in pericolo.

Le dichiarazioni dei rappresentanti politici

La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti, tra la speaker della Camera negli Usa, la democratica Nancy Pelosi, da una parte, che parla di decisione “crudele e scandalosa” che mette in gioco i diritti delle donne, e Mike Pence, vicepresidente sotto la presidenza di Donald Trump, dall’altra, che ha affermato: “La vita ha vinto”. Il presidente Joe Biden, intervenuto in serata in conferenza stampa, ha commentato: “La Corte ha portato via un diritto costituzionale“. Il capo di Stato ha definito “un tragico errore” ribaltare la sentenza del ’73, che è frutto di una “ideologia estrema” dominante nella Corte suprema. La Casa Bianca, ha assicurato, si muove per garantire ampio accesso alla pillola e altri farmaci abortivi.

La nota dei vescovi cattolici

Da parte sua, la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) – che lo scorso anno si era divisa sul dibattito dell’accesso ai sacramenti per i politici cattolici che promuovessero politiche pro-choice – ha parlato di “un giorno storico nella vita del nostro Paese”. In una lunga e articolata dichiarazione firmata dal presidente, l’arcivescovo José H. Gomez di Los Angeles, e l’arcivescovo William E. Lori di Baltimora, presidente della Commissione per le attività a favore della vita dell’Usccb, si legge: “Per quasi cinquant’anni, l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha portato alla morte di decine di milioni di nascituri, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere”.

L’America è stata fondata sulla verità che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali, con il diritto, dato da Dio, alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”, sottolinea la nota dei vescovi. “Preghiamo che i nostri funzionari eletti promulghino leggi e politiche che promuovano e proteggano i più vulnerabili tra noi”.

Un’America post Roe

Il “primo pensiero”, scrivono ancora Gomez e Lori, è per “i piccoli a cui è stata tolta la vita dal 1973”, ma anche per “tutte le donne e gli uomini che hanno sofferto a causa dell’aborto”: “Come Chiesa, dobbiamo servire coloro che affrontano gravidanze difficili e circondarli di amore”. I vescovi ringraziano gli “innumerevoli americani comuni di ogni estrazione sociale” che in questi anni “hanno collaborato pacificamente per educare e persuadere i loro vicini sull’ingiustizia dell’aborto, per offrire assistenza e consulenza alle donne e per lavorare per alternative all’aborto, tra cui l’adozione, l’affido e politiche pubbliche che sostengono veramente le famiglie”. 

Il loro lavoro per la causa della vita riflette tutto ciò che di buono c’è nella nostra democrazia, e il movimento pro-vita merita di essere annoverato tra i grandi movimenti per il cambiamento sociale e i diritti civili della storia della nostra nazione”, scrivono nella nota. E aggiungono: “Ora è il momento di iniziare il lavoro di costruzione di un’America post-Roe. È il momento di sanare le ferite e di riparare le divisioni sociali; è il momento di una riflessione ragionata e di un dialogo civile, e di unirsi per costruire una società e un’economia che sostengano i matrimoni e le famiglie, e in cui ogni donna abbia il sostegno e le risorse di cui ha bisogno per mettere al mondo il proprio figlio con amore”.

L’Accademia per la Vita: la questione sfida il mondo intero

Queste stesse parole, sono riportate nel comunicato diffuso in serata dalla Pontificia Accademia per la Vita, in cui si legge: “Il fatto che un grande Paese con una lunga tradizione democratica abbia cambiato la sua posizione su questo tema sfida anche il mondo intero. Non è giusto che il problema venga accantonato senza un’adeguata considerazione complessiva. La protezione e la difesa della vita umana non è una questione che può rimanere confinata all’esercizio dei diritti individuali, ma è invece una questione di ampio significato sociale“.

Mons. Paglia: riflettere insieme sul tema della generatività

Dopo cinquant’anni, secondo l’Accademia vaticana “è importante riaprire un dibattito non ideologico sul posto che la tutela della vita ha in una società civile per chiedersi che tipo di convivenza e di società vogliamo costruire“. Nel concreto si tratta di sviluppare “scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche aprioristiche“, quindi “assicurare un’adeguata educazione sessuale, garantire un’assistenza sanitaria accessibile a tutti e predisporre misure legislative a tutela della famiglia e della maternità, superando le disuguaglianze esistenti“. Al contempo occorre “una solida assistenza alle madri, alle coppie e al nascituro che coinvolga tutta la comunità, favorendo la possibilità per le madri in difficoltà di portare avanti la gravidanza e di affidare il bambino a chi può garantirne la crescita“.

Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, “di fronte a una società occidentale che sta perdendo la passione per la vita, questo atto è un forte invito a riflettere insieme sul tema serio e urgente della generatività umana e delle condizioni che la rendono possibile; scegliendo la vita, si gioca la nostra responsabilità per il futuro dell’umanità“.

Gli statement di O’Malley e Cupich

In serata sono giunte anche le dichiarazioni dei cardinali Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, e Blase Cupich, arcivescovo di Chicago. O’Malley ha parlato di una decisione “profondamente significativa e incoraggiante“. “Il nostro continuo impegno nel sostenere la nostra posizione sulla protezione dei bambini non nati è coerente con la nostra difesa di questioni che riguardano la dignità di tutte le persone in tutte le fasi e in tutte le circostanze della vita“, ha chiarito il cardinale. “La Chiesa impiega questo principio di coerenza nell’affrontare le questioni razziali, la povertà e i diritti umani in generale. È una posizione che presenta un argomento morale come fondamento per la legge e la politica di protezione della vita umana“.

Cupich, da parte sua, accogliendo “con favore” la sentenza della Corte Suprema, ha ribadito in uno statement la convinzione della Chiesa cattolica “che ogni vita umana sia sacra, che ogni persona sia fatta a immagine e somiglianza di Dio e che quindi meriti riverenza e protezione“. “Questa convinzione è il motivo per cui la Chiesa cattolica è il più grande fornitore di servizi sociali del Paese, molti dei quali mirano a eliminare la povertà sistemica e l’insicurezza sanitaria che intrappolano le famiglie in un ciclo di disperazione e limitano le scelte autentiche“. “Questa sentenza – ha aggiunto il porporato – non è la fine di un percorso, ma piuttosto un nuovo inizio. Sottolinea la necessità di comprendere coloro che non sono d’accordo con noi e di inculcare un’etica del dialogo e della cooperazione. Cominciamo con l’esaminare la nostra coscienza nazionale, facendo il punto su quei luoghi oscuri nella nostra società e nei nostri cuori che si rivolgono alla violenza e negano l’umanità dei nostri fratelli e sorelle, e mettiamoci al lavoro per costruire il bene comune scegliendo la vita“.

Dopo questa discretamente ampia disamina storica e scientifica, e dopo avere citato alcune prese di posizione, poche parole mie personali sui profili morali dell’interruzione di gravidanza. Mi pare di poter affermare che, in ordine all’oggetto trattato, madre, embrione, feto, nascituro, si tratta di un complesso moralmente molto rilevante. Se dovessi invocare la dottrina teologico-metafisica classica, cui faccio riferimento sempre per trattare le questioni gravi dell’essere e del divenire, dovrei dire che, a partire dallo zigote, la prima cellula totipotente, già questa è intangibile da parte dell’uomo, poiché contiene l’uomo possibile, con tutte le sue caratteristiche e prerogative… ma se devo calarmi nella realtà effettuale dagli alti cieli della dottrina, non posso non ammettere che diventano prioritari anche altri aspetti.

In altre parole, considerato tutto l’excursus sopra richiamato, ritengo di poter dire con serenità d’animo che in Italia debba essere mantenuto tutto l’impianto della Legge 194, che è stata anche confermata da un referendum popolare or sono quarant’anni fa e oltre, e che la donna-madre debba sempre essere considerata al centro di ogni legislazione di questo merito e che possa e debba esprimere l’ultima istanza in tema, sia della tutela della maternità, sia della sua propria salute personale.

E spero che anche negli Usa vi sia una resipiscenza legislativa e giuridica per ridare questo “diritto di governo di sé” alla donna. Così anche in ogni parte del mondo.

“L’esilio dell’uomo è l’ignoranza, la sua patria è la conoscenza” (Onorio d’Autun)

Sant’Agostino in La Genesi alla lettera, IV capitolo, XV – 26, p. 692 Commenti alla genesi, Bompiani, collana Il Pensiero occidentale, Milano 2018, scrive: “Nimirum ergo, quia vitium est et in infirmitas animae ita suis operibus delectari, ut potius in eis quam in se requiescat ab eis, (…)”; trad. “Certamente, dunque, poiché per l’anima è un vizio e una debolezza il compiacersi delle proprie opere, così da riposarsi in esse anziché riposare in se stessa (…)”.

Non potevo trovare citazione migliore, forse, per riprendere il tema del rapporto tra conoscenza ed ignoranza, prodromo necessario, perché razionale, ad ogni discorso etico, in quanto sono convinto che la conoscenza “venga prima” dell’etica. Senza conoscenza non vi è etica, come sapere dell’uomo circa il giudizio sulle proprie azioni libere, nella misura razionale della libertà, beninteso. Che non è e non può essere mai absoluta, cioè sciolta da qualsiasi vincolo, come tali sono le norme positive, le circostanze e le soggettività.

La conoscenza, come sappiamo dall’esperienza personale e dagli studi umani si può acquisire in due modi: il primo è quello esperienziale, che dà evidenze, il secondo è quello della fiducia nello studio o nella testimonianza di altri, che, ad esempio, avendo viaggiato mi assicurano che la Nuova Zelanda esiste, oppure che il tempo fisico non è assoluto.

A volte, invece, in questi ultimi anni pervasi dalla mediatizzazione e dalla velocizzazione in tempo reale della comunicazione e dell’informazione, pare che la conoscenza non debba fondarsi sui due capisaldi sopra richiamati, ma possa “passare” impunemente senza filtri tramite il web dove ciascuno, dal ricercatore serio e credibile agli “scappati di casa” di un partito inflazionato e bisognoso di un sano dimagrimento. Il mio caro lettore comprende bene a quale partito (o movimento, come amano i suoi militanti definirsi) qui mi riferisco.

Si dice anche che “resiste al tempo ciò che fugge (frase di Seneca, mi pare), e che “per sentire di più hai bisogno di meno” (non so di chi sia, ma mi piace, perché può essere il manifesto della sobrietà e del senso del limite). Come possiamo utilizzare questi due detti nel nostro tema?

La penso in questo modo: se ciò-che-fugge resiste al tempo, l’oggetto-ente può essere… il tempo stesso, specialmente se lo si intende in termini di kairòs e non di krònos. Mi spiego: ça va sans dire (mi si passi un francesismo una tantum) il cambiamento interiore dello spirito e anche quello esteriore delle cose è correlato al movimento, allo sviluppo, all’incedere dei fatti e dei vettori causali, in ogni ambito della vita umana. E’ correlato ai processi decisionali individuali e collettivi, fermo restando tutto ciò che contribuisce al moto, il quale è indipendente dalla volontà umana, come lo sono i fenomeni naturali, i quali comunque possono e talora sono determinati, in tutto o in parte, dall’agire umano, come nel caso dell’ambiente e della crisi climatica.

Ecco: se non si ha la capacità, che i su citati personaggi politici e mediatici et alii simili non hanno, di discernimento dei ritmi e delle cause del cambiamento, non si può comprendere ciò-che-accade-che-fugge.

Vale a dire nientemeno che la realtà effettuale, sia essa la sostanza spinoziana o l’essere aristotelico.

Duole però che nel novero di coloro che creano disagio cognitivo vi siano, dispersi nel web, anche intellettuali di chiara fama, conquistata in anni di studio e di ricerca, i quali, allo scopo di semplificare spiegazioni e messaggi, non si peritano di eccedere in superficialità e approssimazione banalizzante.

Come altre volte, anche ora sarei tentato di fare qui nomi e cognomi, ma mi limito a citare le specializzazioni accademiche di costoro che ho in mente: si tratta di filosofi, psicologi, politologi, criminologi, storici, fisici, e soprattutto giornalisti…. quasi che il modello comunicazionale riesca, ed è così, ad appiattire ogni contributo di conoscenza che intendono proporre. Se i giornalisti, soprattutto nella versione del cronista da redazione, possono essere in qualche misura escusabili, perché debbono affrettarsi a dare-la-notizia, gli studiosi delle categorie sopra citate non hanno scuse per le loro banalizzazioni.

Un esempio: un noto psichiatra, super mediatizzato, senza ritenere opportuno citare le fonti socio-statistiche, si permette di dire che (secondo lui, sic!) la maggioranza dei genitori giovani, al giorno d’oggi, preparano gli zainetti di scuola ai figlioletti adolescenti. Ma da dove viene questa notizia. Caro lettore, sentito il tal dott. prof., ho fatto una mia piccola ricerca con dieci coppie di genitori papà e mamme di quattordicenni/ sedicenni, cioè ragazzi e ragazze che vanno a scuola dalla terza media alla seconda liceo. Ebbene, nessuna delle coppie genitoriali (in un caso si trattava di un genitore single) mi ha confermato quanto detto con enfasi dall’esimio (quantomeno per cachet ricevuto a ogni comparsata televisiva) per fama mediatica! E allora, come la mettiamo? A cosa serve irridere una generazione di genitori per scoprire qualcosa che non-è-vero, e scaraventarlo al pubblico dal video tv?

Altri, invece, della stessa categoria scientifica e professionale sono molto seri e comunicativi. Qui invece due nomi li propongo: Vittorino Andreoli e Raffaele Morelli.

Gli eventi politici di ieri propongono altre riflessioni in tema. Di Maio si stacca dai 5Stelle di cui e per cui è stato “tutto” e afferma che non è (più, perché prima lo era?) vero che 1 e uguale a 1. La follia di tale affermazione (1 uguale a 1) è stato lo slogan forte di quel movimento confuso e confusivo, fin dagli albori dei “vaffa” ululati per le italiche piazze dal teatrante genovese.

Ho scritto decine di volte e lo propongo nei miei corsi e nelle conferenze di antropologia filosofica, e qui noiosamente le ripeto, che i fondamenti dell’antropologia occidentale, attestano due cose:

a) circa la struttura di persona, sulla base della fisicità, dello psichismo e della spiritualità, si può dire che ogni essere umano è uguale a ogni altro e vale come l’altro e ha la medesima dignità di essere senziente-pensante-autocosciente, poiché ogni essere umano possiede i tre elementi che lo compongono;

b) circa la struttura di personalità, che è composta dalla genetica individuale, dall’ambiente in cui uno è cresciuto e dall’educazione ricevuta, si può dire che si produce, indefettibilmente, l’irriducibile differenza e l’unicità di ogni essere umano.

Ebbene, è dunque vero che ogni essere umano vale un altro, ma è altrettanto vero che… non è vero. Non si può mettere al posto di Draghi, Capo del Governo, già altissimo dirigente bancario fino alla presidenza della BCE, o al mio posto, figlio di operaio emigrante in cava di pietra in Germania, studente-operaio, poi dirigente socio-politico, capo del personale di una multinazionale tra le maggiori d’Italia, sei titoli accademici fra cui due Dottorati di ricerca, incarichi di docenza in atenei civili e pontifici, ventisei volumi pubblicati, attuale presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica (Phronesis), presidente di una decina di Organismi di Vigilanza del Codice etico aziendali, migliaia di articoli scritti, o al posto del signor Edoardo Roncadin, presidente di un pool di aziende che lo rende il maggior imprenditore del Nordest, 3500 dipendenti per quasi mezzo miliardo di fatturato annuo, partito a diciassette anni per le “Germanie” come apprendista gelataio… il primo essere umano che passa per strada, che comunque ha lo stesso valore umano e morale di Draghi, di Edoardo e mio.

Ovviamente, il mio attento e saggio lettore comprende bene lo spirito con il quale ho scritto le frasi precedenti, che sono prive di qualsiasi autocompiacimento celebrativo, perché sono semplicemente la realtà fattuale.

I 5Stelle per un decennio hanno sostenuto più o meno questo, facendo danni incommensurabili, perché – purtroppo – la base di massa degli esseri umani ha una dotazione cognitiva che la campana di Gauss ben rappresenta con la parte centrale della curva, che costituisce circa l’80% dell’intero, più o meno. Questo dato fa capire abbastanza bene anche le ragioni socio-culturali del risultato ottenuto dai 5S nel marzo del 2018, il 33% dei suffragi, e anche – oggidì – il livello qualitativo e culturale degli interventi radio-tv di molti degli ascoltatori, ad esempio di chi contatta La Zanzara su Radio 24 oppure Radio Sportiva, etc.

Quando viaggio ascolto talvolta queste trasmissioni per documentarmi sulla popolazione che si dà quasi ragion d’essere ascoltandosi e facendosi ascoltare dagli amici per radio.

Il Presidente del Consiglio dei ministri, il signor Edoardo e io stesso non abbiamo un valore umano superiore al primo che passa per strada, ma questi non può fare quello che fanno il Capo del Governo, Edoardo Roncadin e quello che faccio io stesso.

L’abbiamo scoperto solo ora, mio buon Di Maio? Mi ricordo quando era il maggior rappresentante della dottrina dell’1 vale 1 , assieme al suo allora compare di visite ai “gilet gialli” e ora, ciondolon ciondoloni, ondipericlitante fra la Moscova e l’Arbat (il cosìnomato Dibba da giornalisti compiacenti e piaggioni, u bellu guaglione2, direbbe lo spesso rancoroso, per comunicazione di notizia di prima mani, tranquilli!, Romano da Bologna, perché il primo bellu guaglione era Rutelli), di comicissima e ligure memoria. Meglio tardi che mai.

In ogni caso le riconosco il merito di avere agito per togliere spazio e potere al capo del suo ex gruppo, lasciandolo alla sua condizione di uomo politico posticcio, che per mostrarsi importante ha anche avuto bisogno di inventarsi una collaborazione fasulla con una Università newyorkese

Tutta salute per l’Italia, povera Patria mia.

Un delitto a Codroipo, l’omicidio di una donna e madre

Come i miei cari lettori sanno, mi occupo, tra altre attività accademiche e di consulenza etica aziendale, di relazioni intersoggettive nell’ambito della Consulenza filosofica individuale, anche come presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica Phronesis (in base alla Legge 4 del 2013 sulle professioni non ordinistiche), così chiarendo ciò che differenzia questa pratica dalle psicoterapie, pratica le cui prerogative sono le seguenti:

“La consulenza filosofica si realizza nel rapporto tra un filosofo consulente e un consultante o un gruppo di consultanti, affrontando le questioni importanti e  impegnative della vita, mediante l’indagine delle esperienze individuali. (omissis)

        La consulenza filosofica prende le mosse prevalentemente da questioni in vario modo problematiche portate dal consultante [questioni etiche, relazionali, esistenziali, relazionali, decisioni complesse, dubbi, revisioni progettuali, scelte, separazioni, lutti, cambiamenti, etc.]. Questo passaggio al consulere è esplicito e configura una variazione sostanziale rispetto ad un esercizio di pratica.

La consulenza filosofica:

  • opera sulle questioni proposte a partire dalla “messa in questione” interrogativa delle forme di pensiero, delle ragioni, dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo, e di quant’altro offerto allo sviluppo del dialogo;
  • riconduce il discorso del consultante ai suoi presupposti-concetti, principi e valori, in modo da far emergere la visione del mondo che essi costituiscono e le eventuali incoerenze e incongruenze con la vita;
  • a partire dal piano configurato dall’analisi dialogica e relativo alla visione del mondo del consultante, la consulenza filosofica rende possibili trasformazioni ed eventuali ampliamenti della visione del mondo del consultante
  • anche proponendo percorsi creativi, metaforici, immaginativi, aprendo scenari e prospettando alternative.

La consulenza filosofica ha il fine fondamentale di chiarire, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo del consultante, sulla base del presupposto che discutere/discernere l’esperienza in modo chiaro, ricco, complesso e profondo sia condizione ottimale per orientarsi nel mondo.

        La consulenza filosofica riguarda l’esperienza di vita del consultante, cioè l’agire concreto in quanto connesso alle forme del pensiero.

        La consulenza filosofica pone i diversi interlocutori su un piano di parità e pari dignità, pur riconoscendo una diversità di ruolo;

        La consulenza filosofica richiede l’adesione esplicita e consapevole da parte del consultante.

        La consulenza filosofica non utilizza la filosofia in forma strumentale in vista di scopi propri di altri saperi, pratiche o discipline.

        La consulenza filosofica è contraddistinta da un generale atteggiamento di franchezza reciproca.

Nella consulenza filosofica nessun punto di vista viene accettato per via di autorità e tutte le argomentazioni, ivi comprese quelle prodotte dal filosofo, sono sottoposte al vaglio critico interno al dialogo.”

Come si può constatare si tratta di una metodica chiaramente distinguibile da altri interventi che concernano il rapporto tra pensiero e azione nell’uomo e quindi anche gli atti che questi può compiere.

L’omicidio di una donna e madre di Codroipo, come altri atti analoghi attesta come, più che la ricerca di particolari nevrosi, psico o sociopatie inerenti l’attore del crimine, che è il tipico percorso correntemente praticato, come si evince anche dai commenti dei testimoni, “ Chi lo avrebbe mai detto…. Erano così due brave persone… Come mai non ci si è accorti prima…” e via banalizzando, forse occorrerebbe prevedere l’apertura di sportelli di educazione etica e di chiarificazione sui valori esistenziali veri, progetti che potrebbero interessare le comunità locali e soprattutto le strutture amministrative del Comune, o religioso-comunitarie come la Parrocchia.

E dunque si tratta di un profondissimo tema e problema di cultura, nel quale la visione del mondo del maschio è ancora molto arretrata, prigioniera di una concezione patriarcale e arcaica dei rapporti d’affetto nella coppia. Nonostante la modernità abbia portato il comune sentire nella “cultura dei diritti” civili, sociali, del lavoro, etc., resta nel fondo dell’anima un sostrato che “permette” di pretendere, di possedere l’altro/ a, di non accettare l’autonomo esercizio della libertà individuale, che le leggi ora garantiscono, ma la psiche maschile, nel profondo, a volte non accetta.

Non dimentichiamo che le leggi civili e penali che distinguevano in gravità gli atti di infedeltà e l’omicidio se commessi da un uomo o da una donna, sgravando il maschio in modo radicale sono state in vigore fino a poco più di quaranta anni fa.

La psiche umana-maschile invece resta – per molti – nel passato.

Perciò, oltre al lavoro che possono fare e fanno i colleghi e le colleghe filosofi/ e pratici/ he, mi sono permesso di proporre qui luoghi e modalità di riflessione sui fondamenti delle vite umane, tutte, e dei valori che appartengono ad esse.

Certamente in una feconda alleanza collaborativa con psicologi, pedagogisti e psichiatri, occorrerebbe lavorare in team, sviluppando una indispensabile filiera di conoscenze sull’uomo, che nessuna specializzazione, di per sé, possiede in toto.

Il mito di Narciso

A corredo e documentazione scientifica del precedente post sullo stesso tema (o quasi), ho la grazia da parte dell’autrice, professoressa Anna Colaiacovo, carissima collega di Phronesis e valorosa docente di filosofia, di pubblicare questo saggio.

Nel mito, Narciso è un giovane bellissimo, che suscita passione negli altri, ma non è in grado di ricambiarli in alcun modo. Innamorato della propria immagine, muore perché non può congiungersi con essa.

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).

Innamorata di Narciso è la ninfa Eco che, punita da Era perché con le sue chiacchiere la distraeva dai tradimenti del marito, poteva ripetere soltanto le ultime parole pronunciate dall’altro. Eco si consuma d’amore per Narciso al punto che   di lei rimane solo… l’eco. Eco e Narciso si corrispondono: totalmente chiuso agli altri, Narciso ama la propria immagine riflessa nell’acqua. Non può farlo se non immergendosi in essa, e quindi morendo.  Completamente assorbita dall’altro, Eco non è più nessuno. 

I Greci proibivano all’uomo l’uso dello specchio, le donne ne avevano l’uso esclusivo. Perché?  Lo specchio rischiava di bloccare gli uomini in se stessi, mentre sappiamo bene che  nella Grecia antica spettava agli uomini occuparsi della sfera politico-sociale, aprirsi agli altri , mentre alle donne invece era riservata la casa e, in particolare, il gineceo. Le donne potevano uscire solo in particolari occasioni, durante le cerimonie religiose. Le donne avevano necessità dello specchio per prepararsi allo sguardo maschile, dovevano guardarsi prima di essere oggetto dello sguardo dell’uomo. La donna esiste come riflesso dell’altro ed Eco la rappresenta.

Narciso muore giovane. Alla sua nascita il vate Tiresia aveva previsto per lui una lunga vita, a una condizione però: Se non conoscerà se stesso. Il Conosci te stesso, quasi un paradigma della grecità, viene rovesciato. É paradossale che Narciso muoia per conoscersi, ma il punto è: per conoscere che cosa? Il riflesso di sé, l’essere nulla.

Lacan: Lo stadio dello specchio

Nel processo di costruzione dell’identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L’essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l’adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l’ organismo e l’ambiente, è mediata dall’immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi,  di fronte a uno specchio, all’inizio cerca  di afferrare l’immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un’immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui.  In una fase in cui  non ha ancora la padronanza del proprio corpo e si vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell’altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.

Ed ecco  allora  la pietra angolare dell’identità: Ho bisogno dell’altro per diventare me stesso. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.

Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: “Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo”. (Lacan)

Da un lato c’è un corpo-pulsionale, la grande ragione  del corpo (Nietzsche), dall’altro l’io immagine.

Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un’immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.

L’illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra  immagine e nel non riconoscere all’altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all’amore di Eco, muore perché sprofonda nell’acqua cercando di congiungersi  con la propria immagine.

Nel processo di costruzione dell’identità, la fase narcisistica è fondamentale, ma va superata attraverso lo sviluppo della capacità di entrare in relazione con l’altro. Occorre riconoscere che l’altro ha una vita separata dalla nostra, che non è semplicemente un oggetto preda del nostro narcisismo e non è neppure qualcuno in cui ci annulliamo completamente come avviene in un  film geniale come Zelig (1983) di W. Allen.

Una rappresentazione letteraria di Narciso

Il mito ci indica una strada che viene percorsa nella letteratura da altre figure che incarnano il narcisismo. Prima fra tutte: Don Giovanni (o Casanova). Sono  figure che attraggono molto, come accade spesso con i narcisi.

Chi è Don Giovanni?

Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l’amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore”.[1]

Secondo Søren Kierkegaard, Don Giovanni è un esteta. L’etimologia della parola rinvia al termine greco “aistesis” che significa sensazione. L’esteta è colui che vive nell’immediatezza del desiderio,  Non sceglie mai, perché la scelta è quell’atto che porta al superamento dello stadio estetico e genera l’individualità e la personalità morale.

 Don Giovanni, nelle sue numerose varianti letterarie, conquista tante donne. Pensiamo alla lista che il servo Leporello esibisce nella famosa “aria del catalogo”, nel primo atto dell’opera di Mozart, su libretto di Da Ponte. É il desiderio ad avere un effetto seducente sulle donne anche se, poi, Don Giovanni utilizza la finzione e usa l’inganno per far sì che la realtà si pieghi ai suoi voleri. In realtà Don Giovanni, che è un camaleonte e diventa i personaggi che recita, coltiva l’illusione dell’onnipotenza e non conosce limiti; non può abbandonarsi al sentimento perché rischia di perdersi.

Narciso non consegna la propria immagine al confronto con l’altro. Caravaggio lo rappresenta mentre contempla la propria immagine nell’acqua, ed è un’immagine immersa nel buio; Don Giovanni non svela la propria identità: Donna folle! Indarno gridi: chi son io tu non saprai!, canta all’inizio del dramma giocoso di Mozart. Rivelarsi, infatti, andare autenticamente verso l’altro espone alla rottura del guscio narcisistico. E che cosa si nasconde dietro quel guscio? Il volto nascosto di narciso è, secondo Julia Kristeva[2], la depressione.

Chiariamo meglio questo punto. Nel momento in cui ognuno di noi si lascia andare all’amore si trova in una condizione di estrema vulnerabilità: ci si scopre indifesi, in balia dell’altro, esposti al rischio di fallimento e di sofferenza. Mantenerci aperti alle esperienze emotive, abbandonarsi alla fluidità del sentimento significa abbandonare tutte le corazze difensive e esporsi alla possibilità del tradimento e al dolore a esso connesso.

I narcisisti non sono disposti a correre questo rischio. Perché?

A un livello superficiale il narcisista si presenta come una persona dominante, sicura di sé, di successo.  In realtà è fondamentalmente un insicuro che non è in grado di affrontare la paura di doversi riconoscere e accettare come una persona inadeguata e vulnerabile e che, proprio per difendersi da questi sentimenti per lui inaccettabili, esprime una continua esaltazione di sé.

Attualità

La modernità liquida

Riprendiamo il discorso su Narciso volgendolo verso l’attualità. Possiamo dire che il tempo in cui viviamo educa al narcisismo, che è uno dei maggiori problemi dell’epoca contemporanea. Vediamo perché. L’età moderna inizia con il tramonto dell’ordine medievale, il rifiuto di ogni autorità trascendente e l’esaltazione dell’individualità. Individualità che significa libertà e responsabilità. Pensiamo a Cartesio, il padre della filosofia moderna. Parte dal dubbio, un dubbio che diventa radicale per arrivare poi alla prima certezza: cogito, ergo sum. La ragione si autolegittima, non ho bisogno di nessuno, neppure di Dio per affermarlo. L’io diventa consapevole della propria esistenza e della potenza della propria volontà. Siamo di fronte a un Io prometeico, con una profonda stima di sé, che in vari modi caratterizzerà i tempi moderni, in particolar modo l’illuminismo e lo sviluppo dell’economia politica. Prometeo come simbolo dell’orgoglio umano che con lo sviluppo della scienza e della tecnica infrange i limiti della natura per produrre progresso e ricchezza. 

La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani). Il pilastro di questo modello (secondo Bauman, endemicamente esposto al rischio di totalitarismo) era la razionalità, ovvero la fiducia nella capacità umana di conoscere e controllare, attraverso la scienza e la tecnica, il corso degli eventi e di indirizzarlo verso il progresso (considerato l’unico motore della storia).

L’esistenza di uno spazio pubblico, il luogo deputato alla discussione politica, testimoniava la presenza di una società civile in cui i cittadini potevano far sentire la propria voce e partecipare così allo sviluppo collettivo.

La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia (tutti lo sappiamo, basta guardarsi intorno) che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora: “L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.[3]

La sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare il mondo (poiché sappiamo che il vero potere, nell’età della globalizzazione, è extraterritoriale e fluttuante), ci porta ad affrontare i problemi individualmente e a ricercare la nostra autenticità in un altrove che può essere il cibo, lo shopping, il ballo…

Il consumatore ha preso il posto del cittadino e gli spazi pubblici sono diventati i luoghi in cui scegliamo che cosa acquistare o quelli in cui ci divertiamo.

La cultura del narcisismo

In questa situazione quali spazi di autonomia può avere l’individuo? E quali relazioni può stabilire con i suoi simili?

Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Ed ecco allora che l’identità personale prende la forma di una continua sperimentazione.  Secondo Christopher Lasch “le identità di cui si va alla ricerca ai nostri giorni sono quelle che possono essere indossate e poi scartate come un abito”.[4]  Da un lato, rispetto al passato, abbiamo certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, siamo esposti al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e il singolo viene lasciato completamente solo, a tal punto  che tende a percepire gli altri come ostacoli per la sua affermazione. Se l’autoaffermazione, però, non si realizza, l’individuo tende a colpevolizzarsi: non sono stato capace. Da qui il rischio della depressione.

In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami – immaginate la rete di internet con i relativi nodi – rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.

Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.

Nella modernità liquida il soggetto, estraneo alla vita pubblica, incapace di relazioni durevoli e di reale confronto con l’altro, tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé, del proprio corpo e della propria immagine. La libido è tutta concentrata su di sé e sottratta all’altro da sé.

Il selfie: narcisismo o bisogno di relazione?

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo  sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi,  una vera e propria mania.

Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie  nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha  fotografarsi   durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita?  Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di   rappresentazione di sé, c’è un’esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il  bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.

C’è, in definitiva, un problema di identità.

Nel tempo del  capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault,  non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa  all’interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si  trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e  prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le “pratiche”, perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso  quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i  gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.

I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente  il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più  una netta  distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.

Siamo soggettività che si pensano libere e che  in realtà rispondono “liberamente” all’applicazione dei poteri.

La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l’accessibilità e la condivisione sembrano diventate un “obbligo” e  il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 

Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro  bisogno ossessivo di esserci – IO CI SONO! GUARDAMI- che alimenta il dubbio di non esserci, nell’attesa spasmodica di un like.

Prof.ssa Anna Colaiacovo


[1] S. Kierkegaard, Enten-Eller, a c. di A. Cortese, vol. I, Adelphi, Milano 1981, p.163

[2] J. Kristeva, Sole nero, Feltrinelli, Milano, 1988

[3] Z. Bauman, la solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 28

[4] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1985, pag.24

“Narciso”, il bel giovine del mito greco-latino, e i suoi attuali emuli nostrani: Berlusconi, Salvini, Conte (in ordine temporale di “successo” personale), e alcuni altri, anche non meno in vista dei tre citati (almeno in parte), di cui tratterò nel testo. Parliamo del narcisismo, e anche della sua deriva istrionica: un disturbo non banale della personalità

Prima di tutto, il mio lettore può chiedersi l’origine del “nome” (ma credo la conosca) di questo atteggiamento-comportamento verso la vita propria e quella degli altri, che ha indubbiamente anche una connotazione nevrotica, come vedremo più avanti, citando i testi scientifici e letterari più accreditati, ed esemplificandolo con la proposizione di tre persone, di tre “figure” politiche italiane del nostro tempo: Berlusconi, Salvini e Conte. Non trascurerò di citare anche un testo biblico che ha profondamente a che fare con Narciso, il Qoèlet, l’Ecclesiaste. Vedremo in quale modo.

Intanto parto dal mito di Narciso, così come è riportato dalla tradizione letteraria greco-latina.

Narciso (in greco antico: Νάρκισσος, Nárkissos) è un personaggio mitologico della tradizione greca. Si tratta di un ragazzo molto bello, molto attivo nella caccia. Il suo carattere, però, è disdegnoso verso gli altri fino a uno spregio un po’ crudele. Come sempre, se abbiamo presente i racconti dei grandi poemi epici, gli “Dei” sono gelosi degli uomini che hanno particolari doti, per cui, anche nei confronti di Narciso, non sopportandone la “popolarità”, possiamo dire con un’espressione moderna, lo puniscono con la morte, che è quasi – nei modi in cui è avvenuta – una morte auto-inflitta dalla sua vanità: Narciso si specchia in un corso d’acqua, si compiace della bella immagine che vede, perde l’equilibrio, cade in acqua e muore annegato. Vien da dire che quell’atletico ragazzo non sapeva nuotare…

Già a questo punto verrebbe da dire che l’autocompiacimento vanesio fa perdere l’equilibrio mentale, o no?

Vi sono varie versioni del mito: una si trova nei Papiri di Ossirinco ed èattribuita a tale Partenio; un’altra nelle Narrazioni di Conone, datata fra il 36 a. C. e il 17 d. C, mentre le più note sono la versione di Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi, e quella di Pausania, presente nella sua Guida o Periegesi della Grecia.

Si tratta di racconti di carattere morale, nei quali Narciso appare come un superbo insensibile, che perciò viene punito dagli dei, che gli rimproverano di non aver accettato nessun compagno, nemmeno Eros: un ammonimento ai giovani di quei tempi?

In dettaglio esaminiamo il mito greco: Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere dal… volerlo omosessualmente. Solo un giovane ragazzo, Aminia, non si dava per vinto, tanto che Narciso gli donò una spada perché si uccidesse. Aminia, obbedendo al volere di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, avendo prima invocato gli dei per ottenere una giusta vendetta, il cui compimento avvenne come sappiamo. Si tratta del racconto dell’immagine riflessa e dell’innamoramento (stupidissimo) di Narciso per se stesso e della sua mortale caduta in acqua.

Il racconto, però, nelle diverse narrazioni, ha due esiti finali: il primo è quello dell’annegamento, mentre il secondo racconta del suicidio con la spada da parte di Narciso, la stessa spada che aveva donato ad Aminia affinché si uccidesse. Dal sangue sparso di Narciso sarebbe nato dalla terra l’omonimo fiore.

Per chi ama il genere posso consigliare di leggere l’ampia versione ovidiana nelle Metamorfosi, dove il poeta narra anche della nascita e della vita del bel giovane, quasi, come si dice oggi, costruendo un prequel.

Interessante il fatto che, nel compiersi della tragedia finale, dopo alcuni interventi dei massimi dèi olimpici, fu la volta di… Nemesi (eccola qua!), che condusse Narciso alla sua “giusta” fine di superbo e vanesio.

Il romantico funerale fu celebrato dalla ninfe Naiadi e Driadi, che cercarono il corpo per innalzarlo sul rogo, ma trovarono “solo” il fiore omonimo. Struggente! (non scherzo).

Vi è però una contraddizione in questo racconto, perché il poeta greco Pamphos, prima che il mito fosse molto diffuso, scrisse nei suoi versi che quando Persefone fu rapita da Ade, stava raccogliendo proprio dei narcisi.

Narciso come fonte di ispirazione artistica

Il mito di Narciso è stato una continua fonte d’ispirazione per gli artisti fino ad oggi, sia nella pittura, sia nella musica, oltre che in altre narrazioni. Caravaggio, Nicolas Poussin, William Turner e Salvador Dalì, tra altri.

La letteratura contemporanea si è rivolta al mito di Narciso con John Keats, e soprattutto, direi, nelle opere filosofiche e letterarie di André Gide con Il Trattato di Narciso, 1891, e Oscar Wilde, autore del celeberrimo Il ritratto di Dorian Grey. Né trascurabili sono alcuni personaggi “narcisiani” (e narcisisti) in Dostoevskij, come Jakov Petrovic Goljadkin ne Il sosia, 1846.

Anche Stendhal ne Il rosso e il nero (1830) propone nel personaggio di Mathilde un tipico carattere narcisista: dice difatti il principe Korasoff a Julien Sorel: “Guarda solo se stessa, invece di guardare voi, e così non vi conosce”.

In qualche modo, perfino Hermann Melville si riferisce al mito di Narciso nel suo romanzo Moby Dick, quando Ismaele spiega che il mito è la chiave di tutto, riferendosi alla questione se sia possibile ritrovare l’essenza della verità all’interno del mondo fisico.

In Italia troviamo Giovanni Pascoli: nei Poemi Conviviali egli dedica il poemetto I Gemelli a Narciso, traendo ispirazione dalla variante riportata da Pausania.

Per finire, cito anche Rainer Maria Rilke, che non trascura il tema del narcisismo in molte sue liriche, come fa anche Edgar Allan Poe… e Hermann Hesse (Narciso e Boccadoro), William Faulkner in Santuario, Paulo Coelho in L’alchimista… Pare proprio che Narciso sia pervasivo, a dir poco.

In Musica troviamo parecchie citazioni. Alcune: a Narciso è dedicato il secondo pezzo del trittico dei Miti op. 30 per violino e pianoforte, del compositore polacco Karol Szymanowski, License to Kill di Bob Dylan; il gruppo metal greco Septic Flesh ha inciso una canzone su Narciso (intitolata Narcissus) nel suo album Communion; il testo della canzone Reflection dei  Tool è parzialmente incentrato sul mito di Narciso; altre canzoni inerenti al mito sono: Narcissus di Alanis Morissette, The daffodil lament dei The Cranberries e Deep six di quel narciso di… Marilyn Manson.

In Italia troviamo: Narciso, tratta dall’album Pierrot Lunairee del gruppo omonimo, La lira di Narciso, tratta dall’album Bianco sporco dei Marlene Kuntz, Parole di burro tratta dall’album Stato di necessità di Carmen Consoli, Una storia d’amore e di vanità di Morgan (Da A ad A. Teoria delle catastrofi), La Cantata del Fiore di Nicola Piovani, et alii...

Un degno finale di queste citazioni può essere il seguente: Pink Narcissus (1971) è un film di James Bidgood sulle fantasie di un ragazzo dedito alla prostituzione maschile.

Il “narcisismo” in Psicologia

Nel 1898 Havelock Ellis, un sessuologo inglese, usa il termine narcissus-like in un suo studio sull’autoerotismo, riferendosi alla “masturbazione eccessiva”, quando la persona diventa il proprio unico oggetto sessuale, essendone soggetto. Soggetto e oggetto insieme.

Nel 1899, lo psicologo tedesco Paul Näche è il primo studioso ad utilizzare il termine “narcisismo” in uno studio sulle “perversioni” sessuali, per come erano ritenute allora.

Nel 1911, Otto Rank pubblica il primo scritto che possiamo definire “psicoanalitico” specificamente centrato sul narcisismo, collegandolo alla vanità e all’auto-ammirazione superba.

E veniamo al clou di queste ricerche: nel 1914 Sigmund Freud pubblica il saggio Introduzione al narcisismo, nel quale sviluppa il significato del termine, con i concetti di narcisismo primario e di narcisismo secondario o protratto.

Da qualche decennio il narcisismo è considerato un disturbo della personalità come amore esagerato di un soggetto umano verso la propria immagine e per se stesso. Alcuni testi:

A pag. 191 del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per la Medicina generale, edito da Masson in Milano nel 2004, poi aggiornato alcuni anni fa, ma senza sostanziali modifiche nei temi qui trattati, si leggono, all’interno del capitolo sui Disturbi di personalità, le seguenti considerazioni al punto F60.8:

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia (ecco!, ndr). Per esempio, il soggetto ha fantasie di successo o potere illimitati, crede di essere “speciale”, richiede eccessiva ammirazione, ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, sfrutta le relazioni interpersonali, invidia gli altri (suggerisco di considerare il significato etimologico-morale del gravissimo vizio dell’invidia, ndr), ed è arrogante.

Ed inoltre: I soggetti con Disturbo Narcisistico di Personalità chiedono con insistenza attenzione ed ammirazione, ed inizialmente possono anche idealizzare gli altri, per poi disprezzarli se sono “guardati dall’alto in basso” o delusi. Possono essere comuni anche la ricerca del “miglior” medico e il richiedere una particolare attenzione. Il soggetto può avere difficoltà ad accettare o ad adattarsi alla diagnosi di una condizione medica generale, che trova incompatibile con l’idea grandiosa ed onnipotente che ha di se stesso.

Nel capoverso F60.4, a pag. 190-191, troviamo un’altra specifica del Disturbo di Personalità, quello Istrionico, che spesso è correlato con quello narcisistico. Ne possiamo constatare la presenza in due dei tre personaggi qui citati: Berlusconi e Salvini.

Leggiamo: DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione. Per esempio, il soggetto si sente a disagio quando non è al centro dell’attenzione, è inappropriatamente seduttivo da punto di vista sessuale, manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale, utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione, auto-drammatizza e considera le relazioni più intime di quanto lo siano realmente.

E inoltre: I soggetti affetti da Disturbo Istrionico di Personalità possono cercare di evitare o dimenticare sensazioni o idee “inaccettabili” o spiacevoli, come l’appuntamento con il medico ola gravità del loro stato di salute generale. Spesso si servono di manifestazioni emotive per controllare gli altri (per e. attirare l’attenzione, far prender agli altri la responsabilità della situazione, o fare in modo che gli altri “cambino argomento”).

Come si può notare, in tutti e due i casi esemplificati, si possono notare dei tratti di personalità molto specifici ed evidenti, presenti in molti soggetti, caro lettore, anche di tua e di mia conoscenza. Personalmente potrei fare un elenco di almeno una decina di persone narcisiste e/ o istrioniche da me sufficientemente conosciute, che talora occupano posizioni assai importanti nel mondo. Ovviamente, nell’ambito delle mie relazioni interpersonali.

E ciò vale per tutti gli esseri umani in tutte le nazioni e territori (capi di stato e di governo, capi politici e tribali), settori e ambienti (economia, finanza, scuola-università, chiese, ambiti militari, arte e spettacoli, etc.).

…e ora leggiamo un testo “classico” appartenente ai Libri sapienziali della

BIBBIA, nel Qoèlet (in ebraico קהלת, Qohelet, dal probabile pseudonimo dell’autore; in greco  Ἐκκλησιαστής, Ekklesiastès, “il radunante, il convocatore”; in latino Ecclesiastes o Qoelet),  scritto probabilmente nel III o IV sec. a . C.

Al I capitolo, possiamo leggere versi filosofici come i seguenti:

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
[4]Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
[5]Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
[7]Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.
[8]Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né mai l’orecchio è sazio di udire.
[9]Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è gia stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
[11]Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

Evito qui una disamina esegetico-teologica del glorioso brano biblico, perché il suo senso e il suo significato teorici e fattuali sono evidenti. Giova solo ricordare come, anche sulla base di questo scritto antichissimo, il narcisismo possa essere considerato come un sorta di sottospecie della vanità, così come questo vizio è un prodotto di un vizio maggiore l’orgoglio spirituale, parente stretto del vizio peggiore,che è la superbia, padre e madre di tutti i vizi. Mi pare non poco.

ECCO! e ora…

Alcuni “narcisi” italiani della politica

BERLUSCONI

Non è necessario spendersi molto su questo importante uomo dell’economia e della politica italiana dell’ultimo trentennio. Chiamato “sua emittenza”, si è occupato oltre che di edilizia (sulla tracce paterne), di comunicazione televisiva e di produzione cinematografica. Quasi trent’anni fa è “sceso in campo” in politica (come ama dire lui da sempre) e ha vinto spesso, diventato per tre volte capo del Governo, e continuando a governare – assieme a un paio di amici fidatissimi (Confalonieri e Galliani sopra tutti, e i figli “di primo letto”) – i suoi interessi economici. E’ diventato l’uomo del conflitto di interessi, e per la sinistra politica, salvo rari casi, non è stato ma “sdoganato”. Gravissimo errore di lettura della realtà fattuale.

E’ stato oggetto di molte attenzioni da parte delle Procure per i suoi non pochi “vizi” privati che lui ha tentato di far passare per “pubbliche virtù”. “Araba fenice”, è stato dato per morto in tre decenni almeno tre volte ed è “resuscitato”, si fa per dire. Anche oggi, nel 2022, una cospicua parte della politica liberal-conservatrice italiana non può fare a meno di lui.

Non aggiungo altro, se non sottolineare il fatto che tutto il suo agire è sempre stato caratterizzato da una sovraesposizione inaudita della sua persona, con una continua manifestazione teatrale di un istinto naturalmente istrionico ed egocentrico. Non serve dire altro.

SALVINI

Quest’uomo è un parvenù della politica localistica esplosa in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, sprovvisto, a differenza di Berlusconi, di ogni acclarata capacità di operare professionalmente in qualsivoglia settore lavorativo. Diplomato al liceo classico, non si è laureato e ha iniziato a fare politica a sinistra, nei centri sociali. Poi ha conosciuto altri due più o meno come lui, Bossi e Maroni (che comunque potrebbe fare l’avvocato e quindi è ben diverso da lui), e li ha soppiantati, avendo mostrato nei tempi kairologici giusti, la capacità di parlare al “popolo leghista”, che da meramente “Padano” lui ha saputo trasformare in “Nazionale”. Il suo merito, per dire, è stato quello di trovare i toni e i temi giusti per coalizzare legittime aspirazioni del “Popolo del Nord” attivo e produttivo, con la critica alla burocrazia “romana” e brussellense. Il suo “Lega – per Salvini” è riuscito a diventare anche il primo partito tra il ’19 e il ’21, salvo poi farsi superare dalla destra più vera, dalla non-amata Meloni.

La sua politica è riuscita ad andare d’accordo con tutti, perfino con i “grillini” da cui lo distanziavano molte prospettive, due governi, uno con e uno contro. E un terzo in compagnia di altri. Mica facile. Un elemento, però, lo ha obiettivamente avvicinato ai 5S: un populismo disordinato e contraddittorio, adatto, più che alla progettualità politica, alla ricerca del contrasto e dello sfascio sistematico del dibattito, con l’utilizzo di un linguaggio semplificato e banalizzante, con una postura non-verbale e para-verbale costantemente aggressiva e urlante. La Lega è ancora salva e salvata da altri dirigenti, di cui vanno apprezzati il senso civico e le capacità amministrative: parlo di Giorgetti, di Zaia e perfino di Fedriga. Grazie a Dio ve ne sono anche altri oltre a questi, nelle comunità locali, che in parte rimediano agli errori del cosiddetto, autodefinitosi “capitano”. E de che?

L’ultimo atto da “narciso” impenitente lo ha commesso in questi giorni con l’annunzio di un suo viaggio in Russia per parlare di pace con Putin. A che titolo? Lasciamo stare, ne ho già scritto qui.

Sotto il profilo della personalità, è proprio il narcisismo istrionico a costituirne la cifra comunicativa e anche morale. Come narciso-istrione, Salvini è un autentico campione.

CONTE (non-Antonio e non-Paolo, che nei loro campi sono eccellenti!).

Su Conte Giuseppe vorrei spendere solo due righe, ma non sono uno stenografo, oppure dovrei saper scrivere in ebraico. Mi accingo. Conte è un avvocato pugliese, di ufficio romano, che quattro anni fa è assurto agli onori di tutto. Dal nulla mediatico a capo del Governo. Sinceramente non ho mai capito neanche quanto “grillino” fosse o sia. Nulla lo apparenta al piglio terzomondista da barzelletta di un Dibattista, e neppure alla seriosità delle “grilline”, che imparano lezioncine a memoria per apparire politiche serie. Secondo me, Grillo lo stima molto poco, ma fa di necessità virtù, e lo tiene.

Se continua così, il prossimo anno il suo partito (posto che sia ancora suo) percepirà il giusto premio dall’elettorato illuso e deluso del 2018: dico il 15% per caritas patriae.

Ho già a sufficienza commentato in questo sito, il suo (per me) insopportabile timbro vocale, a di più la scarsissima capacità di argomentare riflessioni che siano, sia comprensibili, sia non banali, sia provviste di contenuti. E qui mi fermo.

Sotto il profilo del nostro tema, l’ex capo del Governo è uno di quei “narcisi” che non privilegiano l’istrionismo, perché prefierono la falsa modestia. E questi mi fanno ancora più nervoso degli altri. Sopporto meglio l’istrione di quanto non sopporti il falso modesto, della cui tipologia umana ho scritto recentemente in un altro articolo.

Finisco citando altri due, di differente natura hominis, mentis experientiaeque: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Sul secondo mi limito a dire che, nonostante sia un valoroso (ehm) narcisista, ha una capacità politica di proposta di tutto rispetto, per cui si trova nell’elenco solo per questa caratteristica deleteria che in (buona) parte lo limita come persona e in efficacia politica.

Grillo, invece, ha contribuito a fare danni enormi all’Italia: basti pensare al reddito di cittadinanza, che è una misura costosa, inutile e demotivante sotto il profilo morale ed esistenziale. Potrei dire di più, ma l’articolo è già troppo lungo, e perciò qui mi fermo veramente, concedendomi un’ultimissima osservazione:

ove e quando il lemma italiano “successo”, per i citati “narcisi” riesca ad acquisire un’accezione più verbale e letterale che metaforica (socio-politico-economica relativa al potere acquisito), potrà iniziare un loro percorso individuale di rinascita (redenzione) morale.

E mi spiego: “successo” dovrebbe tornare ad essere ciò che in origine è, il PARTICIPIO PASSATO del verbo succedere.

Last but not least, utilizzo con il suo permesso un piccolo brano della professoressa Anna Colaiacovo, collega di Phronesis, che in un saggio sul narcisismo ha scritto:

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).”

Bene, il rischio per i narcisi, anche per quelli su cui ho scritto sopra, è anche quello di un definitivo intorpidimento intellettuale. Contenti loro…

Armi e violenza: se e quanto l’abbondanza di armi può alimentare la violenza; quisquilie e pinzillachere: il fantomatico e narcisistico viaggio di Salvini a Mosca; Litizzetto, ignoranza e scorrettezza alla tv di Stato

Le ultime stragi in America (e non so neanche se si tratti delle ultime, mentre scrivo e pubblico il pezzo), quella di Uvalde nel Texas e quella di Tulsa in Oklaoma, attestano un fenomeno sociale più che drammatico, tragico. Senza avere la minima esitazione, ed è questo che appare dalle cronache, ragazzini appena maggiorenni imbracciano un fucile d’assalto appena acquistato, oppure già a disposizione in casa, e lo usano sparando all’impazzata verso bambini, ragazzi e insegnanti. E contro chiunque, solo considerando tempi recenti, da Columbine in poi. Parliamo di fatti che accadono negli Stati Uniti d’America, la Nazione con la maggiore economia, il più potente esercito e i maggiori centri di ricerca del mondo. Una grande Nazione democratica.

Gli Usa vantano 250 scarsi di storia, più o meno. Sono un popolo bambino.

Li caratterizza ancora, nel profondo, una sorta di pionierismo western, proprio come nei film hollywoodiani e in quelli di Sergio Leone. La possibilità di sparare, per il cittadino, è garantita dal Secondo emendamento alla Costituzione Federale del 1779, quella voluta e scritta da George Washington e Thomas Jefferson, che fu il redattore materiale del seguente testo:

«A well regulated militia being necessary to the security of a free state, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed«Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.»

Un altro aspetto di grande importanza culturale e socio-politica è la presenza di una sottesa cultura protestante, che è prevalente fin dalla fondazione dello Stato federale. Tra l’altro, si tratta di un “protestantesimo” di tipo calvinista, diffuso negli Usa in varie declinazioni, e quindi più sensibile all’individualismo, che smorza gli elementi comunitari intrinseci del Cristianesimo. In sostanza, per la cultura americana, chi merita vince, perché chi non vince, in qualche modo, avrebbe dei peccati da espiare, o comunque non merita (davanti a Dio). Quasi un karma a rovescio in versione occidentale. La ho scritta in modo grezzo e superficialmente teologico. Mi si perdoni la sciatteria teoretica.

In aggiunta agli aspetti culturali, in quella grande Nazione sono molto attive le lobby, come la NRA, National Rifle Association. Si tratta dunque di comprendere, anche senza condividere, la situazione che è costituita da diversi (e potenti) soggetti in campo.

In queste settimane le stragi sembrano non finire, e l’auspicio di regolamentare la vendita delle armi ai privati proviene da molti ambienti e arriva fino al Presidente che, di per sé, parrebbe voler far emanare una normativa in questo senso, ma anche lui deve fare in conti con la cultura politica che appartiene a tutte e due le grandi forze della Nazione, il Grand Old Party e i Democrats, che quasi pari sono, nel contesto americano. Che presidente sia Truman o Eisenhower, Kennedy o Nixon, Clinton o Bush 1 o 2, Obama o Trump, nulla cambia.

C’è molto, molto lavoro da fare, a partire dalla scuola, a partire da quelle scuole superiori che gli Americani chiamano “licei”, ma che licei non sono, almeno secondo i nostri standard, perché danno – in generale – una formazione umanistica scadente, licei – dunque – per modo di dire. Ai college più prestigiosi, e alle lauree vere, infine, solo i ricchi o almeno i benestanti possono accedere, i poveri no. Questa è la situazione americana, per cui occorrerà tempo e volontà politica per cambiare il sensus vitae di un grande popolo. La famosa American way of life è intrisa anche di questa cultura.

SALVINI. Salvini vuole convincere Putin a fare la pace e pertanto andrebbe volentieri a Mosca al Cremlino per formulare una proposta all’amico (suo) Vladimir. Subito ci si può chiedere: a che titolo? A titolo di capitan Narciso?

Ora pare che, proprio i suoi, i più intelligenti (Giorgetti, Zaia, Fedriga e altri), lo stiano fermando. Lui si definisce, more solito, un italiano-che-dà-un-contributo-alla-pace, in rappresentanza di tutti gli Italiani. Ebbene, NO, Salvini, lei non mi rappresenta. E altrettanto ritenga che la pensino decine di milioni di Italiani, certamente quelli che NON la votano, che sono, appunto, decine di milioni. Cala cala, capitan Trinchetto!

Un consiglio da cittadino-non-suo-elettore, ma patriota: stia al suo posto, e lasci fare a chi ha titolo giuridico-istituzionale per poterlo fare, cioè il Capo del Governo e il Ministro degli Esteri. Non penserà mica che la sua presenza possa essere efficace, quasi lei fosse papa Francesco, che peraltro lei spesso cita a sproposito. Lasci stare la Teologia morale, che non è pane per i suoi denti. Abbia, se non altro, buon senso.

LITIZZETTO. La Litizzetto Luciana, peraltro con una laurea in lettere, si è scagliata contro i cinque referendum sulla giustizia che si celebreranno domenica 12 giugno 2022.

Alla tv di Stato si è assistito a un suo comizio senza contraddittorio condito di scorrettezze e inesattezze gravi. Lei non può e non deve dire, pena che chi la ascolta, certamente più competente di quanto lei non pensi, che i referendum sono stati causati dal Parlamento, perché è vero proprio il suo contrario: sono stati generati dall’inerzia del Parlamento.

Nel merito, poi, che si debbano separare le carriere tra chi accusa e chi giudica è lapalissiano, che si debba contemperare il fondamentale diritto alla libertà dei cittadini con l’altrettanto importante diritto alla sicurezza, è fuori questione, e pertanto si debba limitare la carcerazione preventiva, che colpisce, per il 50%, degli innocenti. Provi lei solo a pensare di essere arrestata senza colpa.

Ma lei non è una liberale, o magari una socialista-liberale, lei è comunista, per cui della libertà (altrui) poco o nulla glien cale.

Come vedi, caro lettore, se conosci la mia posizione di socialista riformista (oggi privo e privato di un “contenitore politico”), puoi constatare che non ho mai problemi, non solo a criticare la destra, se ritengo lo meriti, ma anche, e altrettanto, la sinistra. Di un tipo di sinistra di cui non faccio né farò mai parte.

Se diciamo (idiotissimamente) “FEMMINI-CIDIO”, significando “uccisione di una donna (femmina)” allora, coerentemente, diciamo anche “MASCHI-CIDIO”, per “uccisione di un uomo (maschio)”! Oppure, ed è meglio, diciamo più correttamente in italiano, “OMI-CIDIO”, che non significa “uccisione di un uomo-maschio”, ma di un “essere umano” (maschio o femmina o trans che sia). Perdio! E: basta parlare genericamente di “morti sul lavoro” senza dire di più… caro lettore, leggi sotto, se vuoi…

Femminicidio e maschicidio sono due termini inutili: il primo è oramai in uso e abuso, il secondo è una mia proposta uguale e contraria per… contrastare la stupidità comunicativa di molti giornalisti e politici che ignorano quanto ho specificato nel titolo qui sopra, perché, nel caso accada il tristissimo fatto dell’uccisione di un “essere umano”, maschio o femmina o trans che sia, si tratta sempre di un “omicidio”. Mi rendo conto che ormai il mood (consentimi l’anglicismo, caro lettore!) invalso è quello e quasi quasi mi rassegno, ma non mi rassegno a contestarlo, nel mio piccolo, con qualsiasi mezzo lecito, così come combatto contro gli anglicismi inutili che sono entrati di forza nel parlato quotidiano in Italia. Punto.

Un’altra questione molto presente sui media è quella dei morti sul lavoro, sulla quale rimbomba una retorica insopportabile. Innanzitutto, richiamo ancora una volta i dati comparati tra la situazione attuale e quella di una trentina di anni fa, quando non vigevano ancora le buone leggi che sono state emanate almeno dal 1994 (intendo il Decreto Legislativo 626).

Nei primi anni ’90 in Italia purtroppo si registravano quasi duemila morti sul lavoro all’anno, con tre milioni di addetti in meno. Negli anni successivi, per merito della citata legislazione, ma anche della crescita di consapevolezza di aziende e lavoratori, quella drammatica cifra si è dimezzata, salvo poi ricrescere negli ultimi tre o quattro anni.

Per comprendere bene il triste fenomeno, però, è necessario “spacchettare” (uso un termine popolano) i luoghi, ambiti, categorie merceologiche, tipologie operative dove accadono questi fatti. Ebbene: quasi metà dei 1200 morti sul lavoro di ciascuno degli ultimi due anni è avvenuta per strada, dell’altra metà almeno il 60% avviene nei cantieri edili e delle grandi opere, in agricoltura e nelle attività boschive. Bisognerebbe dire dunque che l’attenzione dovrebbe essere soprattutto dedicata a quei settori, chiarendo bene che nell’enorme settore manifatturiero, che occupa la maggior parte dei lavoratori italiani, accade un numero molto basso di infortuni mortali, grazie a una cultura della sicurezza che negli ultimi decenni è cresciuta in tutti, lavoratori, sindacati e imprese.

Un’attenzione particolare, in questo momento storico, dovrebbe essere dedicata ai cantieri legati al superbonus 110% et similia.

Giulio Regeni. Anche questo tema, con tutta la sua drammaticità reale, è trattato con un surplus di retorica assai fastidiosa. Accanto a tutte le iniziative per ottenere di conoscere la verità dei fatti e la punizione dei responsabili, che sono degli assassini, e dei loro mandanti e coperture, non sarebbe male chiedersi anche se la scelta di andare a fare ricerca in un paese come l’Egitto attuale non dovrebbe essere meglio organizzata e tutelata, considerando anche le evidenti e gravi mancanze di assistenza a Giulio da parte dell’Università di Cambridge, in questo senso. D’altro canto, non si può non considerare l’irragionevolezza della pretesa di bloccare i rapporti politici e commerciali tra Italia ed Egitto. Un pur tristissimo e tragico fatto individuale non può bloccare tutto, anche perché interromperebbe anche le ulteriori possibilità di conoscere la verità e ottenere la punizione dei responsabili.

Sul D.d.L. Zan. Ma, Letta, occorre riproporre proprio in questo momento una legge che prevede il reato di opinione? per acquisire qualche migliaio di voti? Per salvaguardare la dignità di ogni forma-scelta di vita umana, non occorre mettere sotto la lente di ingrandimento ogni detto, parola, critica di chi non la pensa come il mainstream (altro anglicismo qui forse necessario), che peraltro è certamente di minoranza, democraticamente parlando. L’importante è che non la violi.

Ti faccio un esempio, caro lettore: Anna Falchi, che non credo sia stata o sia schiavizzata da nessun maschio, ha detto, a proposito dei supposti stalking-alpini di Rimini che a lei piace ricevere complimenti per le gambe di cui madre natura la ha dotata. Lo stalking è costituito da comportamenti molto diversi da un complimento maschilista, perché è persecuzione continua con ogni mezzo, senza parlare della violenza che, oltre ad essere una vergogna morale, è reato penale di notevole gravità. E, per chi è credente, peccato mortale. E’ evidente che est modus in rebus, ma non esageriamo, suvvia!

Altrimenti, soffochiamo pure tutte le emozioni espresse non sempre con un’eleganza… dannunziana o petrarchesca.

Oh Letta, NON E’ IL MOMENTO, non è il momento. Anche qui est modus et operandi tempus in rebus!

Ci fossero oggi tra noi un Leopardi o un Pasolini: gli intellettuali zoppicanti, e un Papa che resiste – abbastanza in solitudine – nella trincea contro l’ovvio e il “politicamente corretto”

Cosa dice il Papa a un cattolico Lgbt «che ha subito un rifiuto dalla Chiesa»? Francesco risponde: «Vorrei che lo riconoscessero non come ’il rifiuto della Chiesa’, ma piuttosto di ’persone nella Chiesa’. La Chiesa è madre e chiama insieme tutti i suoi figli. Prendiamo ad esempio la parabola degli invitati alla festa: ’i giusti, i peccatori, i ricchi e i poveri, etc’. (Matteo 22:1-15; Luca 14:15-24). Una Chiesa ’selettiva’, di ’sangue puro’, non è la Santa Madre Chiesa, ma piuttosto una setta».

Questa la risposta (scritta) di Bergoglio a tre domande del padre gesuita americano James Martin riguardanti i cattolici Lgbt. Nel 2013, a una domanda analoga ebbe a rispondere “Chi sono io per giudicare?”

Francesco rivolge spesso espressioni di apertura verso i diritti gay. Un altro esempio: lo scorso gennaio 2022 ebbe a dire ai genitori di ragazzi omosessuali: «Mai condannare un figlio». Ancora nel 2013 affermò: «Non si devono discriminare o emarginare queste persone, lo dice anche il Catechismo. Il problema per la Chiesa non è la tendenza. Sono fratelli. Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene».

Facciamoci aiutare da alcuni passi scritturistici, da Matteo 22, 1-15 e poi da Luca 14, 15-24.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,1-14

In quel tempo, Gesù riprese a parlare in parabole ai capi dei sacerdoti e agli anziani e disse: “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. E disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.

Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì.

Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti“.

Nel passo proposto, Matteo e Luca rappresentano il mondo e il contesto socio-politico del loro tempo. Nelle prime comunità cristiane vi era il grave problema della convivenza tra i giudei convertiti ed i pagani convertiti. I primi conservavano regole del Primo testamento che li vincolavano, mentre i secondi, i “convertiti”, no. I primi evitavano addirittura di condividere la tavola dei convivi con un pagano. Ricordiamo ad esempio il racconto là dove si narra che l’apostolo entro nella casa del centurione romano e pagano Cornelio, e perciò fu rimproverato (cf Atti 11, 3).

Anche nelle comunità di Luca e di Matteo accadeva altrettanto.

Il racconto propone la storia di un padrone che dà una gran festa alla quale invita persone di tutti i generi e categorie del popolo, ma non arriva nessuno. E allora il padrone manda a chiamare gli storpi, i ciechi e i poveri.

C’è ancora posto, però, e allora vengono invitati tutti, buoni e cattivi, senza distinzione morale. Leggiamo questo passo del Vangelo secondo Luca.

(14, 15-24): “(…) Gesù gli disse: Un uomo preparò una gran cena e invitò molti; e all’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, perché tutto è già pronto. Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi. Un altro disse: Ho preso moglie, e perciò non posso venire. Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: Va’ presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi. Poi il servo disse: Signore, si è fatto come hai comandato e c’è ancora posto. Il signore disse al servo: Va’ fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena.”

Che pensare di questo strano racconto? Sappiamo che spesso le parole di Gesù sono stranianti, inaspettate, sorprendenti per il comune sentire, sia del suo tempo, sia dei nostri tempi.

Gesù non è “ascrivibile” – mai – a una teoria socio-politica, così come molti amerebbero fare. Gesù non è politicamente “socialista” (secondo lo schema post Rivoluzione Francese), ma è “iper-socialista” secondo lo spirito di giustizia: ciò significa che il suo dire non fa parte della dottrina politica, ma del suo modo di essere-persona tra le persone, che non trascura mai, qualsiasi sia la persona. Zaccheo è un uomo ricco di Gerico (cf. Luca, 19), ma va a casa sua.

Tra la folla si accorge della prostituta e la considera, quando questa sta per essere messa a morte. La salva non con un atto politico o giuridico diretto, ma con la convocazione della coscienza degli astanti: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, e gli astanti, che recitano la parte dei fedeli ligi alla Legge, se ne vanno con la coda tra le gambe. Perché Gesù è capace di svelare i veri intendimenti di ciascuno, andando oltre le dichiarazioni, in buona o cattiva fede che siano.

Gesù “convoca” la nostra coscienza non badando al nostro stato sociale, al nostro reddito, alla nostra ISEE, egli convoca tutte le coscienze, di poveri e ricchi, di imbroglioni e virtuosi, di coraggiosi e tremebondi, senza badare alla etichetta che la società attribuisce a ciascuno, per cui la politica si adegua a un tanto.

Gesù non ha un elettorato cui rispondere, non soffre di contraddizioni in seno al popolo (cf Mao Ze Dong in diversi Discorsi al Partito, Pechino 1960), non deve preoccuparsi di maggiorane e minoranze, non è democratico e non è autocratico, non è monarchico né repubblicano, non è di destra né di sinistra.

Gesù è per l’uomo totale, per tutti gli esseri umani, maschi e femmine, di qualsiasi orientamento sessuale, che però non sia determinato dalla legge, ma da questa sia semplicemente tutelato.

E’ per questo che, quando constato che qualche buon cristiano, prete o laico che sia, non riesce a vedere questo universalismo assoluto dell’Uomo di Nazaret, del Rabbi itinerante, povero ma ricco, del Figlio di Dio-Trinità, mi inquieto, e non aderisco ai peana glorificatori di chi invece preferisce assegnare Gesù a una parte politica.

La scelta per i poveri è più ampia di quella che viene fraintesa come riferimento socio-economico, perché riguarda le povertà più grandi, cioè quelle dello spirito, abbondantemente presenti sia nei poveri sia nei ricchi.

Sulle sue tracce, nel mio piccolo, se posso do una mano a poveri e ricchi quando sono poveri nel profondo mistero della loro interiorità, perché tristi, sostanzialmente soli.

(Nel titolo ho citato Giacomo Leopardi e Pierpaolo Pasolini, perché li sento affini a questa visione del mondo)

La complessità nell’uomo: generosità e altruismo possono convivere con vanità e vittimismo

Ho conosciuto don Pierluigi Di Piazza mi pare nel 1988, quando nella mia vita precedente cominciavo ad occuparmi di immigrati. Ero segretario di un sindacato, e come tre confederazioni Cgil, Cisl e Uil, assieme alle Acli, istituimmo il Centro Solidarietà Immigrati, di cui poi storicamente il sacerdote fu il continuatore e leader carismatico, con il Centro Balducci di Zugliano.

La mia vita cambiò su altri versanti, per cui lo reincontrai su quello teologico e della comunicazione.

Ho letto quanto si è scritto in questi giorni su lui, e diverse cose non mi trovano d’accordo. Soprattutto alcuni interventi in memoriam, e in particolare quello di Vito Mancuso.

La Chiesa cattolica è il Popolo di Dio (cf. Lumen gentium 1), ed è, come la definiva con chiarissima spietatezza Agostino di Ippona, sancta et meretrix, perché è fatta di esseri umani, di papi, di vescovi e di presbiteri, ma soprattutto di popolo. Etimologicamente la chiesa è un’assemblea (ekklesìa, dal verbo greco kalèo, e dall’ebraico kahal) e quella “cattolica” è rivolta verso tutti (katà òlon, da cui “cattolico” vuol dire secondo-il-tutto).

Tra questi “tutti” vi sono santi e peccatori, mediocri e valorosi, virtuosi e viziosi. Di questi “tutti” hanno fatto parte anche papa Formoso del IX secolo, uomo di non specchiate virtù cristiane,i papi dei Conti di Tuscolo guidati nel X secolo dalla viziosa Marozia, intendo come Benedetto VIII, tale Teofilatto, o Sergio III, e anche, nei secoli XV e XVI papa Medici, Leone X, e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, che voleva un sepolcro degno di un gran re e perciò commissionò il Mosè a Michelangelo e a Raffaello le Stanze vaticane, tra altro (cupola e fabbrica di san Pietro). Papi corrotti e barattieri? Sì. Ma cristiani peccatori come mille e mille altri.

Attenzione: non vi sono solo i peccati più visibili e noti, come gli omicidi, le truffe e le ruberie, ma anche peccati sottili, come la vanità intrisa di vittimismo, tipo quella che traspare talora da ciò che scrivono alcuni che si sono affrettati a lodare il sacerdote scomparso. Due titoli, a parer mio intrisi di presunzione, tra altri, del sopra citato teologo Mancuso: “Io e Dio”, e “Dio e il suo destino”, che mi sembrano echeggiare scalfariane e ben poco umili pubblicazioni (ad e. “Intervista con Io”).

Non condivido pertanto la riflessione che propone Mancuso, là dove pare che la distinzione morale sia tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Il potere non è male in sé, ma per come viene usato, e quindi anche i vescovi (che sono dei supervisori apostolici: episkopòi, in greco) possono essere (non è detto che lo siano sempre) brave persone.

Sulla figura di Gesù il Cristo la visione teologica, esplicitata da don Di Piazza in molti suoi scritti (cito ad e. la rubrica sul Vangelo della domenica sul quotidiano Messaggero Veneto, da lui tenuta mi pare per un quindicennio circa), non ho mai trovato un discorso teologico che tenesse in conto i quattro secoli e i sette concili ecumenici che hanno trattato del Cristo, dal Concilio di Nicea del 325, convocato dall’imperatore Costantino. Ho sempre letto nei suoi scritti di un Gesù di Nazaret (il Gesù “storico”), senza che mai si facesse cenno alla persona di Cristo – Figlio di Dio – Messia – Seconda persona della SS. Trinità, da cui procede (secondo la Chiesa cattolica) lo Spirito Santo, oltre che dal Padre. Mai.

Se si vuole fare teologia cristiana in modo serio, non si può non parlare, almeno qualche volta, del lungo travaglio che ha riguardato la figura “teandrica” di Gesù Cristo. Fatto pacifico nel dibattito teologico, oltre che nei tempi tardo antichi dei sette concilii ecumenici citati, più recentemente almeno dai tempi di Reimarus e di Lessing a metà del XVII secolo.

Don Di Piazza ha anche scritto una autobiografia su richiesta degli amici. Io non lo farei mai, sapendo distinguere tra umiltà e modestia, laddove la prima è virtù e la seconda rischia spesso di apparire falsa.

Un’ultima cosa: so che il rito del Battesimo nella chiesa di Zugliano. almeno per un certo periodo, non rispettava la formula sacramentale canonica “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo“, ma si svolgeva con questa radicalmente differente dizione “Noi (sottinteso la comunità) ti battezziamo…”. Potrei commentare teologicamente l’assurdità inconcepibile di questo arbitrario cambiamento, ma mi limito a sottolinearne l’atto di superbia intrinseco. E di falsa modestia, implicita nel rifiutare il legittimo “Io”, che significa “ego sacerdos in persona Christi“, cambiandolo con un falsamente democratico e populista “Noi”. Grave.

Taccio di altri episodi di insubordinazione al Vescovo.

Mia suocera non fa parte del novero di intellettuali di cui ho trovato traccia negli encomi di cui qui scrivo, ma penso abbia una Fede cristiana pari a quella di coloro, come anche tante persone semplici, della cui pietà Paolo VI invitava tutti ad avere rispetto.

L’abbaiare alla luna, l’abbaiare di alcuni giornali come il travagliesco Fatto, e l’abbaiare alla Russia (di tale Stoltenberg, nomen omen), per contrastare, sbagliando, l’aggressione del fanatico-autoilludentesi-csar (“di tutte le Russie”)

L’immagine dei latrati della Nato verso la Russia, evocata (e attuata da Jens Stoltenberg, che non mi rappresenta) da papa Francesco in questi giorni, è potente. E opportuna. Così come è stata opportuna la smentita al segretario generale della Nato da parte del cancelliere Scholz (Macron consenziente).

Per nulla opportuni sono, di contro, i titoli travaglieschi de Il Fatto Quotidiano, che trasudano un compiacimento eticamente incomprensibile, oltre che maligno, per i problemi del mondo, quasi che il male diffuso possa dare maggior respiro alla sua lettura giornalistica. Una vergogna quotidiana per quel giornalaccio, di cui cito l’ultima stupidaggine: “Draghi solo” in una immagine con Salvini, Conte, Macron e anche Letta distanti da lui: un arbitrio concettuale e controfattuale, perché se Conte e Salvini sono anti-draghisti per gelosia, Letta e Macron la pensano come Draghi e viceversa, anche se si esprimono con parole diverse, in ruoli diversi, ma con i medesimi obiettivi: a) aiuto all’Ucraina, b) ogni sforzo diplomatico per ottenere prima una tregua e poi la pace.

I racconti e le favole sugli animali tramandano l’abbaiare alla luna dei coyotes della prateria, ma anche figure poetiche come quelle leopardiane (Il tramonto della luna) alla fine della sua vita, o felliniane (La voce della luna), alla fine del suo lavoro.

La metafora di papa Francesco sull’abbaiare della Nato verso la Russia è una metafora efficace. Non si comprende se non tramite una lettura di politica interna l’alzata verbale di Biden contro Putin, di cui non c’è bisogno di dire ogni giorno le sue caratteristiche di violenza antidemocratica e guerrafondaia.

Ma anche i vertici attuali della Nato si stanno rivelando improvvidi e scarsi sotto il profilo comunicazionale. Già ebbi modo di dolorosamente scherzare sul nome “paolino” di Stoltenberg qualche settimana fa, scherzo teologico che qui confermo. Sembra che alcuni capi dell’Occidente siano proprio stolti.

Come sempre, il dovere dell’onestà intellettuale impone di non essere manichei, cioè di non assegnare la patente di malvagità a un solo soggetto, ma di riconoscerla in ogni soggetto, nella misura razionale di un’analisi seria e competente. Che il leader della federazione russa sia il generatore assolutamente principale del male attuale è fuori dubbio, ma che questo male sia alimentato – nel tempo – anche da altri, è altrettanto fuori dubbio.

Né, altrettanto, si deve mettere in dubbio, che gli ex Paesi del Patto di Varsavia che hanno aderito all’Unione europea e alla Nato, l’abbiano fatto in assoluta libertà ed esercizio democratico. Nessuno li ha obbligati a un tanto. Il fatto è, come sosteneva Enrico Berlinguer fin dal 1973, che Bulgari, Romeni, Cechi, Slovacchi, Ungheresi, (Lituani, Estoni, Lettoni non ancora formalmente) e Polacchi, vorrei dire anche Valacchi e Moldovi, si sentono più sicuri sotto l’ombrello della Nato, cari pagliarulo, e orsini vari (uso le minuscole in questi cognomi, perché sono diventati nomi di una specie umana).

Però una delle idiozie legate alla guerra è l’aver tagliato fuori per sanzioni anche gli atleti russi da tutte le manifestazioni internazionali. Non tagliare fuori gli sportivi russi potrebbe essere un piccolo contributo al dialogo, visto che questi ragazzi e ragazze non peggiorano di sicuro il clima fra i contendenti.

Si prenda ad esempio la collaborazione spaziale, che non è stata fermata all’improvviso, ma sta continuando pure se tra dubbi e difficoltà.

Sono indignato verso due esagerazioni: la prima è quella di chi pretende di interpretare il diritto del popolo ucraino, frapponendo difficoltà e inciampi a una possibile trattativa diplomatica; la seconda è quella di sostenere di fatto il criminoso tentativo del presidente della federazione russa di decidere del destino dell’Ucraina, e forse di altre nazioni.

I primi sono gli arroganti dell’Occidente del mainstream, che non sbaglia mai, e che può fare-qualsiasi-cosa, anche sulle ali dei cacciabombardieri; i secondi sono i re-interpretatori della storia, i falsificatori, i sostenitori del falso in tutta la sua evidenza (perché anche il falso è evidente quanto il vero, quando è certo): nostalgici del sovietismo e della sua doppiezza, autoritari di ogni genere e specie, antidemocratici incalliti, patriarca “di tutte le Russie” compreso. Privi di cultura antropologica e storica,

che, in modo significativo, manca – però – anche ai primi.

Mi chiedo quali studi, che formazione abbiano avuto Putin (lo so, legge e servizi segreti) e Biden (lo so, legge), ma anche i capi dell’Intelligence Usa e dei Servizi segreti russi. Sono però certo che non hanno alba dei fondamenti filosofici della filosofia greca e delle dottrine cristiane, solamente (queste ultime) orecchiate, il primo da un blando protestantesimo metodista, il secondo da un’ortodossia formalista e stantia. Niente filosofia, niente religione sana, democrazia prepotente e democratura autocratica.

Male, maggiore a oriente, ma a occidente non latita.

Informazione, fonti, analisi, opinioni, certezze, evidenze, verità

I sei termini sono anche sei concetti che hanno a che fare con la verità. Vediamo distinguendo bene. Aggiungo: nel rapporto dialettico fra certezza e verità, si deve aggiungere anche l’evidenza.

Che cosa intendo? Noi umani conosciamo razionalmente le cose in due modi, o per evidenza ovvero per comunicazione di notizia: a) l’evidenza è ciò-che-sta-davanti-a-me in modo ineluttabile; b) la comunicazione di notizia è un qualcosa di fededegno (se del caso), che mi viene detto, quando chi mi dice una cosa è credibile e la cosa stessa è credenda (gerundivo di necessità, vale a dire da credersi). L’esempio classico è quello che concerne il credere che esistano l’Australia, o il Borneo, o l’Antartide, anche se non ci si è mai stati: gli Occidentali seppero del continente australiano solo dopo i viaggi e le relative cronache del capitano James Cook, mentre invece noi del XXI secolo, anche se non siamo mai stati in Australia, sappiamo che esiste dai racconti degli emigranti e dai mezzi di comunicazione.

La linea filosofica aristotelico-agostiniano-tommasiana propone la coincidenza di verità tra la cosa e il pensiero (che la descrive) con l’espressione adaequatio intellectus et rei, che supera logicamente (a parer mio, ovviamente) due altre posizioni, quella materialista che recita adaequatio intellectus ad rem, e quella idealista, che recita adaequatio rei ad intellectum. I due grandi pensatori realisti ritengono che la realtà vera sia un adeguamento della cosa predicata al modo lessicale con il quale la si predica.

Cambiamo ambiente e tempi filosofici: proviamo a interpellare, ad esempio, un Emanuele Severino, che in tema di verità richiama Hegel così sintetizzando:

Ludwig Wittgenstein
  • dapprima il pensiero filosofico è affermazione immediata dell’identità di verità e certezza;
  • poi è affermazione dell’opposizione di verità e certezza;
  • e infine è il superamento di questa opposizione, ossia è l’affermazione mediata dell’identità di verità e certezza.

Secondo Hegel per certezza si intende ciò che è saputo, ciò che è pensato, vale a dire la nostra percezione delle cose: in quanto pensiero, la certezza è una determinazione soggettiva, uno stato del pensare. Per verità, invece, si intende ciò che è, le cose in sé: in quanto determinazione oggettiva, la verità è uno stato delle cose, è l’essere.

Anche Severino, assieme a Hegel, ammette, come i grandi realisti sopra citati, che il senso comune obbedisce al realismo: la filosofia realistica non è altro che la riflessione sulla corrispondenza diretta tra certezza e verità, corrispondenza che l’uomo comune, prescindendo da una visione filosofica, dà per scontata. Il realismo filosofico è dunque affermazione dell’identità immediata di verità e certezza, e il senso comune, poiché reputa ovvia e sottintesa tale identità, esprime un realismo ingenuo, ma ciò non significa che tale realismo sia solo… ingenuo

Scrive Emanuele Severino: “Il realismo – ingenuo o filosofico che sia – presuppone che il mondo in cui viviamo sia esterno alla nostra mente ed esista in sé: noi siamo convinti, allora, che le cose esistono a prescindere dalla percezione e dalla coscienza che ne abbiamo, cioè indipendentemente dal fatto che le pensiamo (“Non è il pensiero che crea la verità, esso solo la scopre: la verità esiste quindi in sé anche prima che sia scoperta”, dice Agostino). Non abbiamo dubbi, inoltre, sul fatto che, pur non conoscendo tutto del mondo, ciò che conosciamo appartiene effettivamente al mondo che osserviamo e sul quale riflettiamo: il «mondo è sì indipendente ed esterno alla nostra mente, ma si mostra alla nostra mente, ossia è conoscibile in certi suoi tratti» perciò è per noi ovvio «che la realtà, indipendente dalla mente e ad essa esterna, sia peraltro accessibile alla nostra conoscenza».

In prevalenza, la filosofia greca e quella medioevale erano filosofie realistiche, basate sugli stessi presupposti, sulle stesse convinzioni espresse, anche oggi, dal senso comune, dal modo di pensare ordinario, non filosofico. Sulla base dell’identificazione immediata tra certezza e verità, le filosofie antiche affermavano che il pensiero (certezza) può conoscere la realtà (verità): la ragione umana può, superata l’opinione ingannevole (doxa), essere illuminata dall’episteme e riconoscere il vero (aletheia). La realtà coincide con il contenuto del nostro pensiero, con l’idea che della realtà abbiamo; la certezza combacia quindi con la verità. Il mondo vero, cioè esistente in sé, è ciò che il pensiero pensa; la cosa percepita e pensata dall’uomo corrisponde alla cosa in sé.

Poi arriva Cartesio.

Cartesio si domanda: se è vero che la realtà in sé delle cose, l’essere del mondo, è indipendente dal nostro pensiero, allora come possiamo essere sicuri dell’identità di certezza e verità? Per primo, separa la certezza dalla verità, le pone in opposizione problematica e, in atteggiamento critico verso la tradizione realistica, ingenua e filosofica, si chiede: come essere sicuri che le cose pensate siano le cose stesse? Pur negando la corrispondenza immediata tra certezza e verità, però, non ne esclude la possibile affermazione mediata e, contro la negazione scettica di qualsiasi verità, riconosce una verità originaria da cui partire: cogito, ergo sum. Dubito di tutto, quindi penso perché, proprio nel rendermi conto che certezza e verità potrebbero non coincidere, verifico che il mio pensiero esiste e, assodato che penso, io esisto e quindi sono.

Conviene qui soffermarsi sul concetto di idea, e sulle differenti sfumature che lo caratterizzano nella prospettiva realistica e nella visione moderna.

Per il realismo, l’idea (il pensiero) è ciò con cui si conosce (id quo conoscitur), è una certa determinazione della realtà che alla realtà nulla aggiunge – per il senso comune, infatti, un’idea esiste solo nella nostra mente, non è realtà –, e tuttavia corrisponde direttamente, immediatamente alla realtà, alle cose che, fuori e indipendenti dal nostro pensiero, esistono in sé.

A partire da Cartesio, invece, e in generale per la filosofia moderna fino a Kant, l’idea è il contenuto immediato del pensiero, è ciò che è conosciuto (id quod conoscitur). Cioè a dire: la filosofia moderna afferma che l’uomo può conoscere solo la rappresentazione, il pensato, l’immagine soggettiva della realtà (per Cartesio, l’“essere oggettivo”), ciò che corrisponde – solo mediatamente – alla realtà in sé (l’“essere formale”). Le cose che stanno davanti e intorno a noi, le cose che costituiscono il nostro mondo, per la filosofia da Cartesio a Kant, sono pertanto tutte idee – e perciò le cose in sé costituiscono un problema –; e sono sempre idee, ma di tipo diverso, la realtà e l’idea (cosa non reale) in senso realistico.

Per la filosofia moderna il “mondo esterno” è la verità opposta alla certezza; per il senso comune il “mondo esterno” è il contenuto immediato della certezza. Ormai è chiaro che il “mondo esterno”, così inteso (inteso cioè come questo mondo che ci sta davanti), è interno alla coscienza, sì che il vero mondo esterno è ciò che sta al di là delle nostre rappresentazioni, e la cui struttura si pone dunque come un problema.

Quindi la scoperta di Kant era che, invece di esperire il mondo come esso realmente è là fuori, noi esperiamo la nostra versione personalmente elaborata di quello che si trova là fuori. Proprietà quali lo spazio, il tempo, la quantità, la causalità sono dentro di noi, non là fuori: noi le imponiamo alla realtà. Ma, allora, qual è la realtà pura, non elaborata? Che cos’è realmente là fuori, quell’entità grezza prima che sia elaborata da noi? Quella rimarrà sempre inconoscibile per noi, affermava Kant.

Per la filosofia antica, anche, ma non lo dà per scontato: i filosofi antichi riflettono sulla questione e la approfondiscono, ma arrivano alla stessa conclusione. Certezza e verità coincidono immediatamente.

Per la filosofia moderna, invece, certezza e verità sono in opposizione. Cartesio si accorge che non c’è modo di verificare la corrispondenza tra la nostra percezione della realtà e la realtà in sé, e il loro rapporto si rivela pertanto problematico. In breve, l’opposizione problematica tra certezza e verità non arriva ad annullare l’identità tra la nostra percezione delle cose (rappresentazione) e le cose in se stesse, ma ne smentisce l’immediatezza. Certezza e verità coincidono mediatamente.

Come per Aristotele e Cartesio, per Kant è indiscutibile che, indipendentemente dalla conoscenza dell’uomo, esista il regno delle cose in sé: «Anche il fenomenismo kantiano è dunque un realismo – ossia è affermazione che la res, la cosa, è indipendente ed esterna rispetto al conoscere». L’idealismo, però, si configura come superamento (“oltrepassamento”, dice Severino) del realismo, perché rileva che la “cosa in sé”, in quanto concetto, è concepita, cioè pensata e conosciuta, e dunque, proprio perché pensata e conosciuta, non può essere in sé. Il concetto di “cosa in sé” è perciò contraddittorio, e la cosa in sé congetturata da Kant è un assurdo: le cose in sé non esistono.

Quanto importanti sono queste riflessioni di questi tempi quando ci sentiamo raccontare ogni cosa e il suo contrario.

Quelli che concionano in tv e sul web sul Covid e sulla guerra portata dalla Russia in Ucraina dovrebbero almeno provare a pensare.

Un esempio: come potrebbero fare a dire il falso in pubblico i giornalisti filoputiniani se accettassero di ammettere che il rapporto tra realtà e verità è quello spiegato sopra, sia nella versione realista classica, laddove non vi è mediazione fra realtà fattuale e realtà pensata, ovvero laddove, come nella filosofia moderna da Descartes in poi, la mediazione del pensiero è l’elemento veritativo della realtà.

Hanno idea di questo processo persone presuntuosamente autoreferenziali come Orsini, Santoro e compagnia cantante?

Adaequatio intellectus et rei, adeguamento dell’intelletto e della cosa: se lo si ammette non si può transigere sul senso delle cose per come si sono svolte: la Russia ha aggredito l’Ucraina.

Nello stesso modo si può procedere se si analizzano le complesse vicende dei rapporti di potenza tra Usa, Russia, Europa, Cina e resto del mondo, per scoprire anche i tragici altarini dell’Occidente e del Dragone.

Di babbei e di criminali: idiozia, cretineria, stupidità o malvagità? Tutte e quattro, caratteristiche morali / comportamentali molto diffuse in varie situazioni: 1) i fatti di Braies, 2) come si racconta la guerra, 3) lo spettatore c.ne della Roubaix, 4) Isis, 5) Anpi, 6) i “premiati” di Bucha e, 7) il mainstream idiota dell’esclusione dai tornei dei tennisti russi

A volte mi prende una collera tremenda, per ragioni diverse. Ne elenco alcune, relative a fatti o comunicazioni di questi giorni.

Sul fatto di Braies. Oooh, almeno ora un Procuratore della Repubblica si è mosso, aprendo un fascicolo su quei due miserabili genitori che sono andati sul ghiaccio con il bimbo di tre mesi: spero che li condannino almeno a pagare il costo dei due elicotteri che si sono mossi per la loro idiozia: mi pare costino almeno 20.000 euro. E a approfondire l’adeguatezza delle patria e matria potestà.

Su alcune scelte editoriali di Rai24. La rubrica mattutina di chi sale e chi scende (chi è + e chi è -) è del tutto idiota: ad esempio, come si fa a dire che la coraggiosa presidente della Banca centrale russa Irina Nabiullina scende? Forse scende nella considerazione del dittator criminale, perché non gli dà ragione. E altre idiotaggini, quotidiane. Forse questi redattori dovrebbero chiarire a sé stessi se il positivo è ciò-che-è-logico-e-moralmente-lecito o se-è-legato-al-successo-o-meno di ciò che i citati protagonisti fanno. Ove valga questo principio, mi potrei aspettare che un giorno o l’altro mettano in positivo il generale Dvornikov et similes homines. Caro Lettore, controlla chi è costui, se vuoi…

Sui rapporti di certi inviati in Ucraina. Alcuni sono bravissimi come Piagnerelli, la Fernandes e la Tangherlini: sintetici, mai piagnoni, capaci di formulare ipotesi non cervellotiche, vista la situazione e l’abbondanza di notizie false di cui sono certamente ogni giorno destinatari. Poi ve ne sono alcuni che farebbero bene a chiedere di essere destinati dall’azienda Rai ad altro; di costoro non faccio nomi, descrivo solo un profilo: c’è uno che ogni volta in cui appare collegato sembra lì per caso, quasi annoiato, lento del proferire verbo e assai poco preciso. Insopportabile.

Sul far rivedere Al Bagdadi, anche se è morto da anni. Siccome l’Isis, o ciò che ne resta, si sta facendo vivo approfittando dello stato di guerra in giro, i nostri bravi redattori, non so se per pigrizia o per altre ragioni, quando parlano di questa struttura terroristica, rifanno vedere l’omelia di Mosul del 2014 di quel criminale, che grazie a Dio è crepato. Cari redattori di Rai24 non avete altre immagini meno inappropriate?

Sul premio agli assassini di Bucha da parte del criminale del Cremlino. Occorre dire e ridire più e più volte di questa orrenda premiazione? Non basta una o due volte, con le opportune critiche a corredo? No? (Sto riferendomi sempre ai redattori di cui sopra)

Delle contorsioni concettuali promulgate da Pagliarulo, presidente dell’Anpi. Sono socialista fin da bambino, turatiano e nenniano, ma mi chiedo se non serva oggi che una associazione come l’Anpi inizi a parlare con la contemporaneità in modo più adeguato, per evitare che ci si chieda: visto che i partigiani sono tutti morti, che senso possa avere… Delle contorsioni dialettiche di Conte dei 5S evito dire, per non citarlo troppo.

Sullo spettatore che fa cadere Lampaert alla Parigi-Roubaix della Pasqua scorsa. Sulle pietre della grande corsa, i corridori sono impegnati a non cadere, a respirare polvere per 50 sui 250 km della gara. Bene: c’è un grandissimo c.ne che se ne sta a braccia larghe sul ciglio e fa cadere il valoroso corridore belga, che fa una tremenda carambola per aria e poi atterra sul culo, senza rompersi il coccige (spero), si alza e riparte. Fossi stato in lui mi sarei alzato, sarei andato dallo spettatore, gli avrei rotto il naso con un pugno e poi mi sarei ritirato. Troppo buono Lampaert. Spero che qualche Procuratore, sempre impegnato a cercare anche reati insistenti, inquisisca quel c.ne.

I tennisti russi esclusi dai tornei in giro per il mondo, a partire da Wimbledon. Danil Medvedev e Andrej Rublev sono il numero due e il numero quattro del tennis mondiale, cioè atleti che possono vincere qualsiasi torneo ai massimi livelli. Sono russi e sono stati esclusi con decisione per me incomprensibile se non alla luce di un pensiero che non pare permettere di deflettere da una linea unica. Mettiamola così: se un ingegnere russo lavorasse a Londra dovrebbe perdere il lavoro? Evidentemente no, perché non è un oligarca filoputiniano. I due campioni si sono espressi contro la guerra in Ucraina ma non stanno quotidianamente militando con il loro dittatore. Non basta. Fuori. Sono contento che un bravo signore e un ex grande tennista italiano come Adriano Panatta la pensi come me e non come Malagò, che è il capo dello sport italiano.

E quante altre cose potrei citare, tra le quali la peggiore è il parlare a vanvera della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, come fanno diversi giornalai e anche docenti, oltre che molti scrittori casuali sul web, sine arte parteque. Ma andate a scopare il mare, che è l’unica attività che vi si confà.

Eresie e scomuniche

Le eresie sono delle scelte, dal verbo greco airèo: e dunque àiresis, che significa scelta, come sostantivo. Pertanto, ogni volta che facciamo una scelta siamo – formalmente – eretici rispetto alla scelta di un altro che invece, in democrazia, è libero di scegliere diversamente da noi; diversamente avviene se si sceglie in modo contrario alle scelte ufficiali in un sistema che impone con leggi, regole e relative sanzioni per chi violi le leggi stesse, come gli assolutismi di ogni genere, tempo e luogo, e le dittature moderne e contemporanee.

Alcuni primi esempi: eretici erano (?) i cristiani che nei primi secoli credevano o meno, a seconda di chi “vinceva” il dato concilio o sinodo, nella doppia natura di Gesù Cristo, oppure, in tempi a noi più vicini, cinque o quattrocento anni fa, quando frate Martin Lutero si staccò dal cattolicesimo romano e abolì la mediazione ecclesiastica tra i fedeli e Dio, proponendo, in sostituzione, sola Scriptura, sola Fides, sola Gratia (gratis data), cioè un rapporto diretto dell’uomo con la Divinità.

O, sempre per offrire qui una prima sintesi che approfondirò più avanti, quando nel 1956, Nikita Chruščëv , primo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica denunziò i crimini di Stalin, e in questo modo fu “eretico” rispetto alla linea guida che per quarant’anni aveva caratterizzato il pensiero rivoluzionario di sinistra mondiale. Ma andiamo per gradi.

Nelle antichità cristiane, dopo secoli di confronti e conflitti teologici per stabilire i principi metafisici della SS. Trinità e la teandricità (divino-umanità o doppia natura umano-divina) di Cristo, colui che si poneva fuori dalla retta dottrina (orto-dossia, dal greco orthòs, cioè retto, e dòxa, dottrina) era dichiarato eretico e come tale trattato, e veniva scomunicato

Ci vollero diversi Concilii ecumenici per trovare una sintesi teologica sui due temi fondamentali e fondativi del Cristianesimo, sulla Persona di Cristo e sulla SS. Trinità. Nel frattempo, chi sosteneva una tesi, se vinceva un concilio scomunicava gli avversari, salvo poi essere scomunicato da costoro quando “vincevano” e quegli perdeva.

Il Concilio di Calcedonia del 451 riuscì in qualche modo a fermare i conflitti e a calmare gli animi con il cosiddetto Consensus christologicus… sulla persona e le due nature di Cristo, ma solo per un periodo, perché nei sei secoli seguenti, tra la cristianità orientale e quella romana- occidentale accadde di tutto, tra concilii e sinodi, fino al fatidico 1054, quando fra il legato del papa Umberto da Silva Candida e il patriarca bizantino Michele Cerulario, vi fu lo scambio di reciproche scomuniche scritte e depositate in specifici libelli nella basilica di Santa Sofia, con l’esplicita accusa di eresia. Eccoci!

Il tema dello scontro era ed è rimasto – di fatto fino a oggi – e vedremo più avanti quanto sia ancora importante, quello della SS. Trinità, per cui nell’oriente cristiano, da allora, anzi da molto prima, dal IV, V e VI secolo, dagli scontri il prete Ario e il patriarca Atanasio, e poi fra il patriarca alessandrino Cirillo e quello costantinopolitano Nestorio. E nel IX secolo fu la volta di Fozio, coltissimo patriarca di Bisanzio, per tre volte assurto al vertice della chiesa del’oriente e per tre volte accusato di eresia, scomunicato, sostituito e poi… reintegrato nelle sue funzioni patriarcali.

Mille anni fa o poco meno si separò l’oriente dall’occidente cristiano, non solo sull’accidente del pane azzimo eucaristico, scelto dall’occidente cristiano, ma soprattutto sulla questione trinitaria delle processione dello Spirito santo, che per gli occidentali procede dal Padre e (parimenti, ndr) dal Figlio “et de Patre Filioque procedit Spiritus sanctus“, non “per Filium“. Tutti i lettori sanno che si tratta dell’incipit fondamentale del Credo cristiano.

E siamo ancora qui a parlarne, addirittura distinguendo in queste settimane e mesi di guerra, fra gli ortodossi di Kijv e gli ortodossi di Mosca, tra Epifanij e Kirill.

Vediamo altri esempi.

1521, alla Dieta di Worms, Martin Luther, convocato dall’imperatore Carlo V per dar conto delle sue tesi esposte con il famoso testo di Wittenberg, con le quali di fatto sconfessava il modo-di-essere-cristiani propugnato dalla “Chiesa di Roma e del papa”. Frate Martin non cedette e fu condannato all’esilio. Protetto dal Principe Elettore Federico III di Sassonia, riuscì a continuare nella sua “eresia”, e a svilupparne la diffusione.

Nel frattempo Jean Cauvin, Calvino a Ginevra, e Ulrich Zwingli a Zurigo, facevano quasi altrettanto, cioè ereticando portavano su un altro sentiero, rispetto a Roma, intere popolazioni. Il prosieguo del luteranesimo e del calvinismo ha contribuito primariamente a costruire la cultura moderna anglosassone con le conseguenze che Max Weber ha ben descritto tre secoli dopo nel suo “Il Protestantesimo e lo spirito del capitalismo“.

L’acme di quello scontro tra Roma e la Germania fu la Guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa centrale dal 1618 al 1648, e finì con l’accordo detto della Pace di Westfalia, in base alla quale i popoli avrebbero seguìto la scelta religiosa dei loro principi, con il motto cuius regio eius religio , vale a dire:”di chi [è] il regno, di lui [sia] la religione”, Quella era la libertà intesa al modo europeo del tempo!

Eretici religiosi che cambiano la storia del mondo. Sono definibili “eretici” dunque Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone e soci?

O Jan Hus, finito sul rogo a Costanza un secolo prima, per aver professato quasi le stesse idee dei due grandi riformatori, che però morirono nel proprio letto?

Non possiamo dimenticare i grandi eretici italiani. Lo fu il frate domenicano Girolamo Savonarola, che si oppose alla chiesa di Leone X, papa Medici, che riuscì a liberarsi di lui quando il frate si espose con troppo fanatismo purificatore dei costumi in Firenze. Lo furono i frati domenicani Tommaso Campanella e Giordano Bruno: il primo scampò al rogo perché ebbe la capacità politica di tenersi buono un cardinale cui dedicava i suoi libri evangelico-comunisti come La città del sole, mentre il secondo, più filosoficamente coerente e rigoroso nel distinguere tra scienza e fede, finì sul rogo in Campo de’ Fiori a Roma, nel febbraio del 1600.

A fine ‘500 anche in Friuli vi fu un famoso caso di eresia, quello del mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella, detto Menocchio, che mori sul rogo, dopo avere molto insistito a fare l’eretico (il frate francescano che lo inquisiva non voleva proprio condannarlo), al modo di Giordano Bruno (in proposito si legga il libro, edito da Einaudi, dell’antropologo Carlo Ginzburg Il formaggio e i vermi). La dico così, per non dover entrare in dettagli che qui non ho tempo di proporre.

Ma il più famoso degli eretici, che rischiò veramente la condanna a morte fu Galileo Galilei. La scampò, anche lui in qualche modo “aiutato” da un cardinale intelligente, il gesuita Roberto Bellarmino, che gli consiglio di considerare i suoi scritti rivoluzionari come mere ipotesi, non come verità che contraddicevano direttamente la cosmologia biblica. Scrisse Galileo, a un certo punto, alla granduchessa Cristina di Lorena: “La Bibbia non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in Cielo“.

E, per attestare come quando l’uomo raggiunge il potere, qui ricordo l’eretico Calvino che, quando fu al potere a Ginevra, non esitò a far condannare Michele Servetus, medico e filosofo, che stava criticando la nuova teocrazia protestante instaurata. Come dire che quando gli eretici prendono il potere, trovano sempre – a loro volta – eretici da condannare.

La scomunica, nella storia, dopo l’accusa di eresia è stata sostanzialmente questo: essere cacciati fuori dalla comunità, dalla possibilità di comunicazione e di dialogo, di partecipazione alla vita collettiva, etc. E a volte peggio, come descritto in alcuni dei casi precedenti.

Un altro clamoroso esempio di accusa di eresia e conseguente scomunica fu quello del filosofo portoghese-ebreo-olandese Baruch Spinoza, di cui molti sanno l’importanza nella storia del pensiero umano. Ebbene: il 27 luglio 1656 ad Amsterdam il ventiquattrenne Baruch Spinoza, titolare di una ditta commerciale, viene convocato dai collegio dei rabbini nella sinagoga della città.

È stato accusato, su delazione di due suoi ex amici, di non credere nell’immortalità dell’anima individuale e di ritenere Dio un essere corporeo. Baruch (Benedictus), “Bento” per i familiari, alla richiesta di una formale abiura, che lo avrebbe completamente riabilitato, ribadisce integralmente le sue tesi in un discorso, purtroppo perduto, intitolato “Apologia”.

Come un nuovo Socrate Spinoza, detto dai suoi accusatori “l’uomo più empio del secolo”, riceve solenne scomunica (cḥerem). Il verdetto, durissimo, lo esclude per sempre dalla sua comunità, imponendo a ogni suo membro di interrompere qualunque rapporto con il condannato, a pena del medesimo trattamento.

Nell’isolamento più completo, odiato da tutti, ebreo rinnegato dalla sua gente, eretico temutissimo da tutta l’Europa cristiana, nel ristretto recinto di libero pensiero dell’Olanda dei lumi, Spinoza, uno dei filosofi più influenti della storia, porrà le basi ideologiche dello Stato moderno.

Un altro esempio, questo di carattere socio-politico, per chiarire ancora il tema qui proposto delle eresie e delle scomuniche.

Nikita Chruščëv , nel 1956, al XX Congresso del Pcus, in un documento prima secretato e nell’occasione esposto, criticò Stalin, cioè Iosif Vissarionovič Džugašvili, e le sue politiche, denunziandone il tradimento del marxismo più puro con la pratica del “culto della personalità”, che il dittatore georgiano aveva promosso fin dalla sua ascesa al potere assoluto verso la fine degli anni ’20, e la politica di distruzione politica e fisica di ogni dissenso, con quelle che sono state chiamate “purghe”, una tragicissima serie di accuse e conseguenti esecuzioni capitali di persone di altissimo profilo e meriti rivoluzionari come Nikolaj Bucharin, Zinoviev e Kamenev, fino all’ordinato omicidio di Lev Davidovich Trotskij, suo massimo contraltare rivoluzionario, eseguito da sicari stalinisti (Ramon Mercadèr etc., e chissà che non ci fosse nei paraggi anche qualche comunista italiano o italiana, friulo-giuliani? Non lo so, chissà…) a Ciudad de Mexico nel 1940. Oltre che di migliaia di “oppositori”, anche solo sospettati di non aderire alla linea del capo. In proposito una utile lettura può essere il libro del grande leader sloveno comunista Milovan Gilas “Conversazioni con Stalin“. E anche le note autobiografiche di Palmiro Togliatti, che con Stalin ebbe una lunga e pericolosa frequentazione.

Una lettura “stalinista” della vicenda la si può trovare nella “Storia del Pcus e dell’Unione Sovietica” della cultrice di questa disciplina storica, la dottoressa Adriana Chiaia (peraltro laureata in fisica), mancata da qualche anno, che ho avuto la ventura di conoscere. Questa simpaticissima studiosa, amava porre in nota nelle biografie che proponeva, se si trattava di un dirigente processato e fucilato negli anni dal ’35 al ’39 circa, la formulazione “deceduto nel...”, semplicemente. Quando le facevo notare che i decessi erano causati dalla fucilazione, mi rispondeva “Ovvio, si trattava di traditori della Patria“. Ecco, traditori rispetto alla visione staliniana e stalinista (della Chiaia), e qui siamo alla distorsione più patente della verità, un po’ come sta succedendo in questi giorni, se ascoltiamo le narrazioni di un Vladimir Solovev, che giustifica i missili nucleari a Kaliningrad ma non l’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia (che preferirei sia ritardata e di molto, per il momento), oppure di un Toni Capuozzo, o di Alessandro Orsini, che sostiene come “i bambini starebbero meglio sotto una dittatura che in una situazione di guerra“.

Nel rapporto del ’56, Chruščëv elencò numerose illegalità di Stalin, denunciò la sua violazione del principio leninista della guida collettiva, e fece i nomi di molti di coloro che erano stati irregolarmente processati e giustiziati prima della Seconda guerra mondiale. Si può dire che la relazione del Primo segretario, evitando di attribuire anche al Partito le responsabilità dei crimini, che invece intestò completamente a Stalin, non andò fino in fondo con la sua critica, perché avrebbe dovuto cogliere le contraddizioni intrinseche al modello marx-leninista, cosa che invece fu nelle corde e nelle azioni di Michail Gorbacev una quarantina di anni dopo, quando tramite un percorso di chiarimento, la glasnost, propose il cambiamento radicale del sistema in un senso progressivamente democratico, la perestrojka.

Bene, ora Putin, da quando ha dichiarato che la più grande tragedia del XX secolo è stata lo sfaldamento dell’URSS, cioè dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non vuol altro dire che il destino della Russia non può essere individuato se non nella sua tradizione autocratica, zarista e stalinista. Più asiatica che europea, ortodossa nel senso letterale del termine, verticistica, monarchiana

Ecco, dunque, che qui torna l’elemento teo-logico delle divisioni, contrasti e scontri dei primi secoli cristiani. L’oriente cristiano non accettò mai la “parità” fra le tre Persone della Santissima Trinità e fu perciò definito “monarchiano”, perché il Padre ha – dall’eternità – sempre maggiore dignità divina del Figlio e soprattutto dello Spirito Santo, Che, secondo loro, procede dal Padre attraverso il Figlio, e non dal Padre e dal Figlio, Che, a sua volta, è eternamente generato dal Padre. Putin, senza essere un teologo, ma non credo lo sia (scientificamente) neppure Kirill, è un “monarchiano”, per cui permane il conflitto millenario tra Costantinopoli, la Seconda Roma, e Roma, ora che il vertice ortodosso si è spostato a Mosca, non a caso chiamata con gusto tutto russo “Terza Roma”, come città che più di tutte, più di Roma e dell’attuale Istanbul, difenderebbe il Cristianesimo.

Per gli orientali quello che conta è il Padre, per il tramite del Cristo pantocratore (cioè “creatore del tutto” apò katabolès kòsmou, fin dalla fondazione del cosmo, come scrive Giovanni nell’Apocalisse), lo csar, il Primo segretario, il Presidente, tutti primi assoluti. Non primi-inter pares à là premier di tipo occidental-europeo, ma primi e basta, come Vladimir Vladimirovic Putin.

Anche questo è un racconto, che viene da molto lontano, nel tempo.

Se osserviamo la cina, dopo Mao-ze-dong, la vicenda comunista ha tentato delle riforme con Deng hsiao ping, confermate nel modello-Shangai, ma ora il bi-presidente (aspirante tri) signor Xi (non signor Ping, caro ministro Dimaio!), desidera il trono a vita. Vedremo. E chi non sta con lui, è un eretico e viene scomunicato. Come Navalny in Russia. Uguale.

E ora termino tra poche righe, altrimenti non mi fermo più.

Che dire del nostro occidente pasciuto e imbelle?

Che cosa direbbe Baruch Spinoza se avesse accesso al web e ai social di oggi? E anche Wittgenstein? Che cosa direbbe anche sant’Agostino di fronte a cristianesimi così declinati? O che direbbero san Basilio Magno, o san Gregorio di Nazianzo, o san Gregorio Palamàs, o san Benedetto da Norcia?

Ascolto l’Utrecht Te Deum di Georg Friedrich Haendel per ristorarmi lo spirito, che è esacerbato, e ha bisogno di pace.

La Via Crucis di papa Francesco

Venerdì Santo.

Il giorno del Sacrificio di Cristo sulla croce, il giorno dell’esecuzione capitale di quest’uomo, dell’Uomo-Dio secondo la nostra dottrina cristiana. La truce vicenda è raccontata nei quattro vangeli canonici secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni con toni e modi differenti, sui quali qui non mi soffermo. E’ ricordata da san Paolo nelle sue lettere alle varie città e territori che si andavano “cristianizzando”. E’ commentata da migliaia di autori: teologi, esegeti, biblisti, catechisti, scrittori e divulgatori di vario genere con libri e articoli, nel corso dei due millenni che ci separano da quell’evento. E’ ripresa da una lunga tradizione cinematografica di diverso valore teologico e artistico, dal discreto Re dei re, all’orrido The passion diretto da Mel Gibson, pretenziosamente “filologico”

La data di quel supplizio atroce, ma soprattutto la data di nascita di quell’uomo, hanno determinato il conteggio degli anni nei due millenni successivi per quasi tutta l’umanità. Anche l’Islam ne tiene conto, perché il 622 dopo Cristo, data del viaggio da La Mecca a Medinah di Mohamed (l’Egjra), da cui parte il conteggio del tempo cronologico dei muslim, si riferisce alla data cristiana della nascita di Gesù Cristo. Vi è solo una differenza nel calendario in ambito cristiano, che comunque considera le vicende di Cristo come centrali: nel mondo cattolico e riformato la data del Natale è condivisa il 25 dicembre, peraltro data simbolica, corrispondente alla ricorrenza mitraica del Sol Invictus, mentre nell’Oriente ortodosso, che ha mantenuto il calendario giuliano, non riconoscendo la riforma del calendario gregoriana, il Natale è spostato a gennaio di circa una dozzina di giorni. La Pasqua di una settimana.

Il Colosseo, fatto costruire dall’imperatore Flavio Vespasiano negli anni ’70 per celebrare le vittorie militari di suo figlio Tito proprio in Palestina, e per pascere il popolo che amava panem et circenses (un po’ come ai giorni nostri con il gioco del calcio), è il luogo eponimo del sacrificio e del dolore. E’ il monumento più visitato d’Italia e del mondo.

Ebbene, gli ultimi papi hanno deciso di celebrare la liturgia del Venerdì Santo proprio lì, con la processione e la recita delle quattordici stazioni dello Stabat mater dolorosa/ iuxta crucem lacrimosa/ dum pendebat Filius/ … (Stava la madre addolorata/ in lacrime presso la croce/ alla quale era appeso il Figlio/ …), scritta da frate Jacopone da Todi. E’ il simbolo del dolore umano di ogni tempo e luogo.

E’ la rievocazione del sacrificio di Cristo sulla croce, la pena capitale più atroce di quei tempi, eseguita sui peggiori criminali, perché i cittadini romani potevano avere l’onore di essere decapitati. Un colpo e via, senza (quasi) soffrire. Come accadde a san Paolo, che rivendicò il suo essere Civis Romanus presso il procuratore dell’Impero che lo aveva giudicato e condannato a morte in Roma verso il 65 d.C..

Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret (qui utilizzo il nome civico del Rabbi) fu condannato per sedizione politica e blasfemia, da un cinico funzionario dell’Impero tiberiano, Pontius Pilatus, militare e uomo di mondo di quei tempi e di tutti i tempi, che aveva lo jus capitis (il potere di condannare a morte) tra i suoi poteri e non aveva voglia di storie con il Sinedrio dei maggiorenti politico-religiosi di Gerusalemme e con il popolo che tumultuava in piazza, istigato dai capi.

Il valore teologico e morale di quella morte e di quel sacrificio è incommensurabile. Si dice nella buona teologia che la morte in croce di Cristo ha un valore talmente grande da “coprire” tutto il peccato del mondo, come recita l’Agnus Dei: Agnello di Dio, tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi“. Anche i Peccati attuali di Putin e dei suoi vilmente imbelli (paradossale, vero?) soci, ma anche quelli di Biden etc. Ma vi è una condizione diversa tra questi due peccatori attuali, evidente, che non ripeto. Non mi si urli che Biden non ha attaccato nessuno, perché lo so. Sto parlando di “Biden”, simbolicamente per dire dei peccati dell’Occidente, innumerevoli, nel tempo e nella storia. E che comunque non compensano né tantomeno “giustificano” l’attuale peccato di Putin.

Vi sono uomini di chiesa (o giù di lì) come don Ciotti, che reclamano il disarmo totale. In altre parole: se io cerco di parlare con te e tu mi punti un’arma contro e mi spari, io continuo, rantolando, a chiederti di parlare. Insensato.

L’analogia del sacrificio della Croce è un altro, non è quello di “porgere l’altra guancia”, come sostengono i pacifisti a prescindere dal comportamento di chi ti aggredisce. Il detto gesuano significa, per analogia metaforica (cari pacifisti-a-prescindere, sapete che cosa sono un’analogia, una metafora o un’allegoria? Sono “figure logico-retoriche”), che l’uomo offeso non deve vendicarsi, ma deve cercare di trovare un modo per accordarsi con l’altro, se è possibile.

Gesù ha anche detto di essere venuto a portare tra gli uomini non fiorellini di prato ma la spada (mia ermeneutica un po’ colorita), cioè contraddizione, per cui la buona teologia e un’etica semplicemente umana ammettono anche la legittima difesa, come atto moralmente lecito e perfino doveroso se si tratta di difendere familiari e persone deboli. L’Ucraina, proprio in base alla morale cristiana, ha il diritto di difendersi, anche con le armi, e pertanto è legittimo, per la morale cristiana stessa, aiutarla in ogni modo e anche militarmente (cf. mie citazioni in articoli precedenti di Tommaso d’Aquino in Summa Theologiae).

E ora, differentemente dall’opinione che avevo un paio di mesi fa, mi sembra non solo eticamente accettabile, ma anche razionale e previdente, che Finlandia e Svezia chiedano di essere inserire nel sistema di difesa della Nato, cari pacifisti-a-prescindere.

Ho scritto qui qualche giorno fa che il papa a volte in queste settimane ha fatto un po’ di confusione, ma ora mi pare che si sia chiarito. Il senso teologico, ma anche la simbologia relazionale e pedagogica, di far portare la Croce della Via crucis del Venerdì Santo a due famiglie, una russa e una ucraina, è teologicamente corretto, quasi segno e strumento sacramentale, perché anche per i Russi ora e in futuro c’è una Via crucis, una via della croce. Quando queste ostilità finiranno, quali conseguenze vi saranno anche per il Popolo russo, che in parte è disinformato e manipolato?

Le critiche ucraine a questa decisione di Francesco sono fuori luogo

In realtà la Via crucis ha a che fare con le vite di tutti, anche in Occidente, pur essendo cruentemente celebrata in queste settimana soprattutto in quella grande Nazione dell’Europa, che è l’Ucraina.

Qui taccio delle altre Via crucis in corso nel mondo, dallo Yemen a varie zone dell’Africa e del Vicino Oriente, per evitare il detto della compensazione esemplare tra mali diversi, perché tutti mali, sono.

Chi era “Jesus ben Joseph ben Nazaret”, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret, era durissimo con ipocriti (che definisce “sepolcri imbiancati”) e formalisti, e dolce con i bambini e con le prostitute? Forse un uomo un po’ strano per il mainstream odierno? Anche Putin dovrebbe rileggere questi due passi evangelici e meditare sul loro senso teologico e morale, e il patriarca Kirill, pure. Visto che tutti e due sono (si dicono) cristiani…

L’immagine di Gesù edulcorata da “santino” che ricordiamo dalla nostra infanzia, biondo, occhiceruleo con la barba fluente bipartita, non corrisponde per nulla al Gesù vero, quello che la ricerca storica, assai approfondita e sempre più ricca di particolari, sta rimandandoci da qualche decennio.

Innanzitutto Gesù di Nazaret era un ebreo, di etnia semita, e quindi simile alle genti che ancora popolano la Palestina: era un ebreo palestinese, e quindi quasi sicuramente con i capelli e la barba scuri e la pelle olivastra. Probabilmente non era di alta statura, ma nella media dei maschi del tempo.

Per capire che tipo di uomo era, non considerando qui i complessi aspetti teologici della sua natura, che ci porterebbero sul versante arduo della metafisica, leggiamo questi pochi versetti di un passo del Vangelo secondo Marco (13-16).

(omissis) Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Tra Gesù e i discepoli a volte c’è qualche, diremmo oggi, disallineamento, e il maestro si indigna, li rimprovera, li corregge, senza giri di parole edulcorate o “delicate”. Va al sodo, arrabbiandosi, perché pretende da uomini adulti una capacità di comprensione delle cose veramente importanti.

Gesù capisce bene la psicologia di quei bimbi, che sono uguali a quelli di oggi, pieni di vita e di energia. Va oltre il formalismo del rispetto umano, rimproverando i suoi, perché non manifestano la sensibilità che si deve avere per piccoli esseri umani che crescono.

Il verbo indignarsi [in greco aganakteō] descrive una situazione interiore di collera, un atteggiamento deciso, forte. Gesù va in collera con gli adulti, perché costoro hanno in mente solo la loro stessa modalità di guardare le cose del mondo, anche se sono padri, nonni e zii. Gesù non ha donne da rimproverare, ma solo uomini maschi. Mi viene da osservare ciò, che conferma la diversa capacità dei due sessi di comprendere la psiche dei bambini. Le mamme, le zie e le nonne non avrebbero rimproverato i bambini.

(Lasciate che i bambini vengano a me. Anche quelli di Bucha e di Mariupol!)

…nel senso, si può intendere, che i piccoli, essendo puri di cuore, possono comprendere meglio degli adulti l’ammaestramento del rabbi nazareno.

E aggiungo: il pensiero, la riflessione, il raziocinio dei “grandi”, a volte mal si concilia con l’intuizione dell’atto di fiducia, cioè di fede. Gesù non diffida dell’intelligenza umana, ma invita, implicitamente, a utilizzare anche gli altri sensi, quelli spirituali, per comprendere meglio i valori che la vita pone davanti agli occhi del copro, che a volte sono ciechi. Egli invita a usare di più gli “occhi dell’anima” o “del cuore”.

Nel Vangelo secondo Luca (18, 10-14), leggiamo quest’altra parabola:

« Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato »


A quei tempi i farisei erano un gruppo politico molto importante e popolare. Si potrebbe dire di “centro-sinistra”, perché il “centro-destra”, per modo di dire, era occupato dai Sadducei, religiosamente e socialmente più tiepidi, e rigorosamente attenti alla legge mosaica.

I pubblicani, invece, erano ebrei che collaboravano con l’amministrazione dell’Impero romano, riscuotendo a loro nome le tasse, e godevano di una fama pessima. Venivano ritenuti pubblici peccatori.

La parabola inizia con lo spiegare che nessuno può dirsi giusto solo perché osserva formalisticamente le leggi. Occorre altro.
Occorre essere convinti della correttezza morale delle leggi che si osservano.

Un esempio pratico connesso a queste, ore, giorni, settimane…

Le tv e il web, oltre alla immagini della guerra vergognosa, danno anche Putin che si propone come fedele cristiano. Candela accesa in mano va ad ascoltare il sodale patriarca Kirill che benedice ciò che sta facendo la grande Nazione governata da quell’uomo.

Il Presidente russo è come il fariseo di cui Gesù racconta la vicenda.
Formalisticamente sta con la “legge”, ma umanamente la viola.

Gesù rimprovererebbe duramente l’uomo che ritiene di essere nel giusto, ma non lo è, e gli chiederebbe conto dei suoi ordini che vanno contro i princìpi primi di una morale semplicemente umana.

Due leader – in modo diverso – un po’ confusi: il papa e Conte (Giuseppi), “leader” si dice, il primo per posizione oggettiva (è il “Papa”), il secondo tra virgolette, cioè secondo il “segno logico” delle virgolette, per modo di dire: “leader”, perché contrastato al suo interno da uno che è più “leader” di lui, Dimaio, e quindi non-leader

Papa Francesco è un po’ confuso sulla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Probabilmente è anche un problema linguistico: pensando lui in lingua spagnola, non riesce a cogliere le sfumature dell’italiano, per cui il suo linguaggio, il suo codice espressivo è a volte impreciso e quindi confuso. Secondo: ho l’impressione che la sua preparazione culturale sulla storia contemporanea e sulla storia dell’Europa sia un pochino carente. Attenzione, non sto “parlando male del papa”: sto solo cercando di individuare i limiti dei suoi ragionamenti, che poi gli suggeriscono errori di valutazione etico-politica, creando così problemi alla stessa diplomazia vaticana.

Mi spiego: a distanza di due o tre giorni, questi ultimi dei primi di aprile 2022, in sei o sette interventi, tutti ampiamente mediatizzati, gli sentiamo dire, quasi contemporaneamente: a) la guerra è colpa di tutti (più o meno), b) la guerra è sacrilega (ok, ma non si esprime su chi la ha scatenata, questa guerra), c) l’aumento degli armamenti è moralmente inaccettabile (dove lo mette, Francesco, il diritto alla legittima difesa, tema chiarito con autorevolezza alta da sant’Agostino e da Tommaso d’Aquino), d) si dice disponibile a fare tutto per la pace, ma che cosa è questo tutto? e) del patriarca Kirill dice che loro due hanno condiviso sulla necessità di fermare la guerra (mentre si sente ancora una volta il patriarca moscovita benedire le truppe russe)… e potrei continuare.

Francesco è confuso e, siccome è sovrano assoluto non solo della Città del Vaticano, ma anche, di fatto, della Chiesa cattolica (cioè universale), questa confusione può generare ulteriore confusione teologica e, ciò che è più grave, morale. Penso che qualcuno dovrebbe aiutarlo di più e meglio, soffermandosi con lui sul senso e sul significato delle espressioni – che lui usa – sulla guerra, in italiano, anche se l’italiano e il castellano sudamericano, che costituisce il suo sostrato linguistico, pur essendo due lingue neolatine molto simili e, nella verbologia, quasi identiche tramite la comune matrice latina, a volte non danno il medesimo senso e significato alle espressioni. Francesco pensa in spagnolo e parla in italiano: ciò non è banale e necessita di una interpretazione di ciò che il papa desidera dire, un po’ più sofisticata. Qualcuno lo dovrebbe aiutare, ripeto.

Un esempio tra centinaia che si possono proporre: in spagnolo l’aggettivo “rico”, cioè ricco, che si può utilizzare, ad esempio, per apprezzare un cibo assai succulento, ha un campo semantico che “allarga” il concetto di “ricchezza” degli ingredienti, dal significato di quantità (il “molto”) anche alla loro qualità (il “buono”) intrinseca.

Circa le affermazioni di Francesco sopra riportate, non posso non osservare criticamente la sua (volontaria?) ritrosia a citare la Russia e Putin come responsabili indubitabili dello scatenamento del conflitto armato (altro termine linguistico-letterario per dire guerra). Forse che lo fa per non ampliare la distanza esistente con la “teologia” del patriarca Kirill? Forse che lo fa per avere un ruolo più credibilmente pratico per favorire una mediazione con la Russia putiniana? Forse. Ma, vale la pena essere ambigui, sia per carenze linguistiche, sia per scelta “politica”, in una situazione oramai così tragica? Non riesco a crederci, per cui a mio pare il papa sbaglia. Per il momento.

Conte (Giuseppi): chi mi legge su questo blog e altrove, sa bene che non ho stima “tecnica” per questo politico, fin dal suo affacciarsi alla notorietà, dal nulla. Ammetto che vi sono aspetti di questa disistima che precedono il mio giudizio sulla qualità politica delle sue prese di posizione, come il timbro vocale (che mi dà fastidio, specie quando urla, come in questo ultimo periodo), come il look, a mio parere eccessivamente “leccato” (ciuffo troppo corvino?, pochette, e altre piccole cose ridondanti), come l’esibizione di una cultura politico-giuridica che non poche volte ha mostrato qualche zoppìa e imprecisione (non alla Di Maio, ma ancora meno accettabile perché proveniente da un signore che si vanta di una certa cultura, a differenza del citato parvenù), come la faticosità dell’eloquio, che non è scorrevole, ma sempre il risultato di una laboriosa (ed evidente) ricerca del termine più adatto, peraltro con scarsi risultati, e altro…

Se veniamo alla dimensione politica, l’uomo mostra ancora maggiori difficoltà: non essendo un grillino della prima ora, si vede a occhio la-fatica-che-fa-a-fare il grillino. In realtà Conte è un democristiano fuori tempo massimo, perché non ha l’allure, lo slancio e l’entusiasmo presuntuosamente sgangherato di un Dibattista (ebbene sì, anche l’allure, non importa se fa un pochino ridere), o l’occhio pulito di un Dimaio o della Raggi (oddio!).

Ora, essendo lui incazzato nero per essere stato sostituito, con la soddisfazione dei più, da una persona di uno spessore incomparabilmente maggiore del suo, Draghi, ma dovendo mostrarsi leale al governo di unità nazionale, pare non saper come fare per caratterizzarsi e diversificare la sua posizione da quella di Mario Draghi.

In aggiunta, oramai lo fa anche perché la campagna elettorale è iniziata da tempo, e durerà tutti i prossimi sedici mesi (non dimentichiamo che i 5S hanno accettato Draghi per non andare a votare subito, e così dimezzare seggi e stipendi, sapendo di non poter pretendere di raccattare più del 15/ 16% di suffragi, contro il 33% del 2018, e dunque la truppa si sarebbe scagliata contro lui e contro gli altri maggiorenti se si fosse andati a votare dopo il “Conte 2”).

Sul tema degli armamenti e dei relativi maggiori investimenti anche da parte dell’Italia, che dice di non vedere come Draghi, si è barcamenato e si barcamena come può, per non smentire l’appoggio al Governo, mentre non vota quanto il Governo propone in tema, o lo vota solo se il voto è “di fiducia”, per non farsi sbattere fuori dalla maggioranza. Incauto e miserello.

Potrei continuare su tutti e due ma mi fermo qui, sperando che almeno il primo trovi una maggiore lucidità, per l’importanza che può avere la sua persona e il suo ruolo al fine di far terminare la tragedia in corso.

Del secondo homo confuso men che un fico secco mi cale.

SHAME!!! Una GRANDE VERGOGNA: titoli e articoli su omicidi, guerra e pandemia

Non so più come esprimere la mia critica, lo sconcerto, il dissenso e perfino uno stupìto dispregio per molti titoli e articoli che si leggono sui giornali e sul web, che si ascoltano in tv e su quasi ogni medium (pronunzia mèdium, santoiddio!).

Grande rispetto e ammirazione, invece, esprimo per gli inviati speciali, che raccontano le cose umane, spesso le più orrende, rischiando la vita.

Degli omicidi: molti cronisti stanno raccontando l’omicidio e lo sfregio della signora Maltesi, definendola “porno attrice”, come se fosse indispensabile così qualificarla per il “diritto di cronaca” (infame, in questo caso), o piuttosto perché è più “sfizioso” (aggettivo abusato e noioso) scrivere dell’attività pomeridiana e notturna della donna, invece che dire con semplicità della sua condizione di giovane madre di una bambina.

Per i media, in genere, e ciò è squallido per non dire spregevole, quello che conta è soprattutto la vendibilità della notizia, non la sua essenzialità e verità. Vergogna!

Altro tema, più generale: quando i media riferiscono di un “femminicidio”, che – alla lettera – è un omicidio, (omi-cidio da homo caedere, vale a dire “uccidere un essere umano”), aggiungono subito che si è trattato di un delitto generato da una insopportabile (per l’assassino) gelosia, ma evitando accuratamente di focalizzarsi sull’assassino, oppure citandolo quasi solo en passant, come se
il focus morale e sostanziale dell’atto non sussistesse nell’omicida. Tra l’altro, se dovessimo accettare la dizione “femminicidio”, per coerenza linguistico-semantica, quando viene ammazzato un uomo-maschio, dovremmo prevedere e utilizzare il termine “maschicidio”. O no?

Un racconto mediatico eticamente accettabile dovrebbe invece sottolineare innanzitutto la malvagità dell’omicida, e l’eventuale ragione-causa del suo atto, magari una gelosia malata o altro. Attenzione: un caso del genere pone immediatamente il tema dell’insopprimibile e inesorabile responsabilità morale personale di chi ha ucciso, e, dopo una approfondita analisi del fatto, di una sanzione proporzionata, certa e rapida. Se si dovesse pretendere di “spiegare” (nel senso di dare ragione o causa di) un crimine, specialmente se efferato, con la malattia mentale, tutto il Diritto penale della cultura occidentale, dal Codice di Hammurabi ai giorni nostri, risulterebbe, sarebbe insensato.

Così funziona di questi tempi, ed è insopportabile che nel 2022 si possa riscontrare nel retro-pensiero di questi cronisti, quasi ancora fossero condizionati dalla teoria e prassi giuridica e dalla legislazione penale, che è stata cambiata in Italia solo nel 1981, la cultura (si fa per dire) del delitto d’onore, per il quale l’omicida prendeva sette o otto anni di condanna, spesso ridotti fattualmente alla metà. Non è il caso dell’orrendo delitto citato qui sopra, ma i narratori lo hanno trattato, in qualche modo, con gli stilemi socio-etico-linguistici di trenta/ quaranta anni fa.

C’è da essere furibondi e quasi increduli per il fatto che esistano ancora modi di concepire e raccontare questi crimini in modo da mettere alla berlina la vittima, mentre quasi si tacciono le responsabilità del suo carnefice.

Che ne dite cari giornalisti e titolisti? Mi sbaglio? Perché non modificate il vostro modo di raccontare queste tragedie? Non vi accorgete di quello che voi fate, e fate pensare?

Della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina.

Anche su questo tema partiamo dai titoli e dalle espressioni più usate: bombardamento a tappeto, rischio di guerra nucleare, stragi di centinaia, anzi di migliaia di persone, di cento o duecento bambini, con dati e numeri che appaiono scarsamente verificati nelle loro fonti. Penso questo, perché la medesima notizia viene data spesso in modo differente nello stesso articolo/ servizio/ giornale/ programma. Così non sai a chi prestare fede e finisci con non credere a nessuno.

Di recentissima fama mediatica, tale professor Orsini, della Luiss (quando nel sottopancia tvdel parlante si cita una università prestigiosa, in ragione della proprietà transitiva di base, il prestigio passa direttamente al soggetto lì presente), che ad osservarlo bene nel linguaggio para-verbale sembra depresso, i giornalisti Travaglio e Santoro, la docente Di Cesare, altri (pochini, per la verità, quasi nessuno (evangelicamente) puro di cuore, a differenza del povero compagno internazionalista Edi Ongaro morto nel Donbass mentre combatteva per la libertà del popolo russo, poverino), raccontano balle sesquipedali, facendo della realtà di fatto, strame.

Mi piacerebbe che frate Tommaso dei conti d’Aquino potesse oggi apostrofarli con il suo magistrale “Contra factum non valet argumentum” (contro un fatto non si dà argomentazione contraria), per zittirli una buona volta.

Altro tema: consideriamo la mediatica enfasi, assai generalizzata, sul tema lgbtq e diritti civili correlati. Esagerata, un mainstream falsamente vestito da rispetto per il diverso, ed è, invece, piuttosto, la proclamazione e l’esaltazione di un particolare modo di vivere. Non condivido l’enfasi, mentre sulla scelta individuale di sentirsi sessualmente a, b o c, ovviamente, nulla ho da dire. E comunque il sentirsi è discutibile, pur non ritenendo (più) alcuno di noi l’omosessualità essere una malattia o un peccato morale.

E qui ora scrivo una cosa politicamente scorrettissima, rischiando di attirarmi critiche e reprimende da parte di qualche anima bella: non sopporto più il profluvio di scene di sesso omosessuali filmate e trasmesse, provando per esse un mio schifo naturale insopprimibile, e neanche sopporto quelle di sesso etero, che sono ancora più abbondanti, perché quasi sempre inutili, ridondanti e, non raramente, volgari. Sono di mentalità arretrata? Può darsi. Chiedo solo di non essere continuamente obbligato a subirle, con il massimo rispetto per le scelte di ciascun altro.

Si faccia sesso come ci si sente, ma non me lo si sbatta in faccia, anche se posso spegnere o cambiare canale.

L’ultima cosa, ma non meno delle altre citate vergognosamente FALSA o scorretta! Proprio oggi leggo questo seguente titolo su un quotidiano nazionale, a proposito del Covid: “Ospedali pieni”. Ma come? Sono pieni, se le percentuali di occupazione dei posti letto sono, rispettivamente, del 12% per quanto concerne le terapie intensive e del 15% nei reparti ordinari? Da quando in qua il 12% e il 15% (anche sommati) sono uguali al 100% del tutto?

Ok, anche facendo venia sulla “metaforicità” dell’aggettivo “pieno”, e sul suo utilizzo markettaro, che cosa può pensare l’ascoltatore/ spettatore/ lettore di una così clamorosa balla?

Che pietà, oltre che vergogna per questi mestieranti, che sono, o intellettualmente disonesti, oppure tecnicamente ignoranti.

Tertium non datur.

Del tirannicidio: basi teoretiche, consonanze e contrasti fra le teologie cristiane, quella cattolica occidentale di fra’ Tommaso d’Aquino e quella ortodossa orientale dell’egùmeno Gregorio Palamàs; alcune considerazioni sul tema, dall’antichità al dibattito odierno

Il ridicolo equivoco interpretativo dei concetti proposti da Domenico Quirico su La Stampa di Torino – qualche giorno fa – sul tema del tirannicidio, derivante da una traduzione non so se volutamente scorretta o dalla volontà di cercare un casus belli per litigare con l’Italia, ha convinto l’ambasciatore russo in Italia a denunziare alla Procura di Roma una sorta di incitamento al delitto tramite stampa, quando invece, se il titolo del pezzo ha posto in maniera ipotetica la plausibilità di uccisione del presidente Putin per fermare la guerra di aggressione in Ucraina, il contenuto era chiarissimamente contrario a quella scelta violenta.

Perciò mi pare utile parlarne qui ampliando il discorso ai fondamenti del pensiero teologico e filosofico, sia orientale, sia occidentale.

Partiamo dal termine: tirannicidio deriva dal termine greco tyrànnos.

Pisistrato

Il termine “tiranno” è di origine greca e significa letteralmente “signore”; Erodoto nelle Storie usa il termine τύραννος (týrannos) (cf. Storie III, 80-82), che vuol dire “signore della città”. In seguito le cose cambiano, anche alla luce del pensiero platonico e aristotelico, che pongono la questione della legittimità del potere e della sua costituzione.

Tiranno è innanzitutto il termine attribuito a qualcuno che conquista il potere e poi lo mantiene in maniera egemonica, in qualche modo dispotica, autarchica, e a volte anche con modalità repressive e violente. Un altro termine pressoché equivalente è “dittatore”. Con il termine “tiranno” nell’antica Grecia dei secoli VII e VI avanti Cristo si definiva chi colui che si impadroniva del potere con modalità rivoluzionarie, opponendosi al sovrano o al politico in carica per tradizione o per elezione. Spesso il nuovo “capo” era sostenuto dal popolo, che soffriva per una gestione del potere precedente divenuta insopportabile.

Il tiranno, dunque, a quei tempi non era un usurpatore tout court, perché talora governava senza stravolgere sostanzialmente le leggi e le istituzioni preesistenti. Inoltre ricopriva personalmente e affidava a suoi fidi le maggiori magistrature, promuoveva lo sviluppo dei commerci, delle opere pubbliche e dell’agricoltura, generalmente nell’interesse del popolo sottomesso ed in contrapposizione ai privilegi dell’aristocrazia. I nomi dei più noti “tiranni” intesi in codesto senso: Policrate di Samo, Clistene di Sicione, Pisistrato di Atene e Dionisio di Siracusa, che chiamò perfino Platone per avere da lui consigli. Storia che non finì molto bene, forse perché i tiranni di tutte le epoche preferiscono gli yesmen, non persone di cultura libera e più vasta della loro. Anche oggi è così.

Si può dire che il tiranno moderno non assomiglia più di tanto a quei tipi di tiranno. L’accezione del termine è molto cambiata nei secoli.

La tirannide come categoria politica e forma di governo è stata trattata nella cultura occidentale, per la prima volta in maniera rigorosa, da Platone nel dialogo Repubblica.

Proprio con il pensiero di Platone e di Aristotele inizia una riflessione sulla tirannide e sulla sua legittimità, laddove il potere del tiranno sia acquisito senza la ricerca di un consenso tra i cittadini, e quindi di una sorta, oggi diremmo, patto costituzionale tra cittadini, ovvero, di contro, sia acquisito a seguito di un processo di corruttela e di scorretto acquisto di consensi.

La tirannide era ritenuta ad Atene un disvalore assoluto e generava paura nei più, timorosi di non avere più la possibilità di discutere dell’esercizio del potere politico, in rappresentanza degli interessi generali. Si tenga sempre presente che gli “interessi generali” di allora non si riferivano a un suffragio universale, bensì al diritto di una significativa… minoranza di capifamiglia possidenti: da questo novero erano esclusi meteci ed iloti, cioè i capifamiglia poveri del contado e le persone pervenute dall’esterno.

Molto interessante è il fatto che il personaggio “tiranno” era oggetto di molta attenzione da parte dei tragediografi, che con il teatro riuscivano a trattare un tema molto arduo e pericoloso per la stessa vita di chi lo trattava.

È proprio sulla scena teatrale infatti che la paura e il disprezzo per il tiranno vengono vissuti con immediatezza, è sulla scena che la tirannide appare sempre meno una soluzione politica e si trasforma in una dimensione umana, in una caratterizzazione di una figura etica e psicologica.

La critica alla figura del tiranno aveva lo scopo di evitare che un singolo cittadino avesse nelle sue mani tutto il potere, dispoticamente. Durante la Guerra del Peloponneso, scoppiata tra Ateniesi e Spartani, il grande Aristofane pronunzia la seguente frase: “Per cinquant’anni non ne ho mai sentito il nome (del tiranno, ndr) e ora va più del pesce conservato.”

Si pensi che l’accusa di tirannide fu formulata anche a Pericle, ed è tutto dire. Tucidide scrive di lui in questo modo: “Era una democrazia a parole, ma di fatto si trattava del potere del primo cittadino“. Erodoto propone una delle prime descrizioni della tirannide (cf. Tripolitikòs lògos ), nella quale si esprime elogiando la democrazia (ovviamente intesa secondo l’idea dei tempi, cf. supra),e criticando la tirannide. Ecco le sue parole: “Come d’altronde il potere di uno solo potrebbe essere cosa conveniente se gli è lecito fare ciò che vuole senza renderne conto? (…) Dai beni che ha a disposizione gli nasce la prepotenza, mentre l’invidia è connaturata all’uomo fin da principio.

Il tiranno di cui si parla è empio, sfrenato, diffidente e sospettoso, avido, molto simile alla figura che descriverà Platone ne La Repubblica qualche decennio dopo. E’ molto interessante la descrizione erodotea, perché mette in evidenza anche gli aspetti psicologici della “nascita” del tiranno, il quale può anche essere, di per sé, un uomo buono e virtuoso, ma, messo nelle condizioni di esercitare un potere inusitato e grandioso, può cambiare radicalmente diventando arrogante, prepotente, protervo fino all’esercizio della violenza come metodo di agire quotidiano.

Non si possono non riconoscere in questa descrizione i tratti psico-morali dei tiranni che abbiamo storicamente conosciuto nell’ultimo secolo, il XX. La disponibilità di ogni bene e di ogni potere produce in lui la prepotenza (hybris).

Platone, invece, va oltre. Egli vede nel tiranno l’esempio di un essere umano abbandonato dalla razionalità e quindi disponibile ad ogni sorta di eccesso e di agire negativo verso gli altri, i cittadini.

Inoltre, la rappresentazione del tiranno approfondisce anche altri aspetti di questa figura, che sono molto attuali! Si pensi al sentimento della paura, che non solo il tiranno provoca negli altri, ma che egli stesso prova, intuendo di poter in qualsiasi momento perdere la propria posizione ed essere abbattuto, anche perdendo la vita, magari ucciso da chi subisce la sua prepotenza, che può ordire complotti e congiure per liberarsi dal tiranno. Pisistrato e i suoi successori sono gli esempi eponimi della modalità di governo tirannica di quei decenni, in Grecia, una modalità che ha i tratti della tirannide autoreferenziale e finalizzata solo nel suo mantenimento, ma anche i tratti di una tirannide che potremmo definire paleo-populista, perché si opponeva all’aristocrazia dei “migliori” (àristoi) cittadini.

Forse che questo non echeggia qualcosa di contemporaneo? A me ricorda un pochino l’uno vale uno dei grillini, o il vociare scomposto del “salvinismo”. Lo scrivo neppure tanto sommessamente. Grillo (Conte no, perché troppo flaccido) e Bossi/ Salvini potrebbero anche assomigliare a controfigure del tiranno populista.

Aristotele nel V capitolo della Politica individuò tre tipi di tiranno:

  • il capopopolo o demagogo, che acquisisce il potere ergendosi a difensore degli umili; (un “salvini”?)
  • l’ex magistrato, che fonda il suo potere assoluto partendo da una base istituzionale; (un “di pietro”, meno male che non ce l’ha fatta)
  • il monarca o l’oligarca degenerato, che non sopprime ed anzi aumenta i privilegi dell’aristocrazia. (Putin, proprio lui!)

Aristotele ricorda che e prime due tipologie di tiranno furono molto diffuse nella Grecia continentale, mentre la terza invece, molto più rara, si sviluppò solo nelle città dell’Asia Minore, ad esempio i satrapi persiani e poi i diadochi di Alessandro il Grande.

Dimenticavo: nelle situazioni in cui nell’antica Grecia di discuteva di democrazia e tirannide, ebbe anche posto un concetto che cercava di descrivere una forma embrionale di democrazia: l’isonomia, cioè una forma di governo che potesse avvalersi di leggi equilibrate e giuste (ìsos nòmos).

Infine, solo per completare il lessico di questi temi ricordo un altro modo di dire una figura tirannica o dittatoriale, nella Grecia antica era autarca, dal greco àrkes, comando e àrkein, comandare.

GREGORIO PALAMAS

E ora vengo a Gregorio Palamàs (in greco Γρηγόριος Παλαμάς, Grigòrios Palamàs; 1296-1359), che è stato un monaco cristiano ortodosso, e in seguito arcivescovo.

Monaco del Monte Athos nella Penisola Calcidica, si può definire teologo e mistico, e fece carriera, diventando Arcivescovo di Tessalonica (che è la moderna Salonicco, come è noto ai miei lettori, ma non a diversi politici di alto ruolo e di basso livello).

L’esicasmo, cioè la “preghiera del cuore”, costituisce il fulcro della sua teologia mistica, che egli spiegò approfonditamente nell’opera Filocalia, titolo molto utilizzato tra i teologi dell’Oriente cristiano classico, a partire da Origene. E’ Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamàs), mentre è ricordato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

Iniziò i suoi studi di retorica e di filosofia con Teodoro Melchita, manifestando ottime qualità che gli avrebbero potuto aprire una brillante carriera nel funzionariato imperiale (ecco che già qui si può osservare come nell’oriente cristiano si coltivavano i talenti adatti a sostenere il potere civile), ma lui non si sentiva portato, in quanto vedeva nella vita monastica l’ambiente spirituale che sentiva più affine alla sua anima di credente.

Si ritirò, dunque, sul Monte Athos sotto la guida spirituale dell’egumeno (priore) Teolepto, che lo introdusse alla “preghiera del cuore”, di cui l’esempio classico così suona: “Gesù, Figlio di Dio Onnipotente, abbi pietà di me, peccatore“, da ripetersi come le avemarie del rosario e come i novantanove nomi di Allah nell’Islam, in sequenza instancabile, come un mantra buddista. Legàmi sovra-religiosi indubbi.

Gregorio non si è mai ritenuto un pensatore, un filosofo o un teologo in senso accademico. Per lui la cultura ha una sua funzione ma la pratica cristiana e la visione di Dio è qualcosa di assolutamente superiore. Gregorio scrive nella Filocalia:

«È una conoscenza più alta di quella sulla natura, dell’astronomia e di tutta la filosofia attorno ad esse, non solo sapere Dio e che l’uomo conosca se stesso ed il proprio ordine ma pure che il nostro intelletto sappia la propria debolezza. […] Infatti l’intelletto che conosce la propria debolezza ha trovato anche da dove può giungere la salvezza, avvicinarsi alla luce della conoscenza ed assumere una sapienza vera, che non si dissolve con questo secolo.»

Commenta scrivendo che avrebbe potuto scrivere in modo retorico per stupire i suoi ascoltatori ma, invece, ha ritenuto opportuno evitarlo. Leggiamo ancora, dalla sua opera citata:

«La conoscenza della sapienza profana come potrà cacciare fuori dall’anima tutta la malvagità creata dall’ignoranza, se a far questo non basta neppure la conoscenza dell’insegnamento evangelico? […] Neppure la conoscenza del Dio che ha creato queste cose [il mondo visibile e quello invisibile], da sola non può giovare a nessuno. […] Vedi che la sola conoscenza, senza l’amore, non purifica affatto l’anima ma l’uccide. […] L’educazione profana serve alla conoscenza naturale, ma non può mai divenire spirituale, a meno che non accompagni la fede e l’amore di Dio, o meglio ancora, a meno che non sia rigenerata dall’amore e dalla grazia che vi si manifesta.»

Gregorio fu un grande estimatore di Dionigi l’Areopagita, filosofo e teologo neoplatonico, ma lui non lo scrisse mai, perché non voleva confondersi con i filosofi di professione (potremmo dire, sulle tracce di Agostino, che pure era debitore di Platone in molti concetti filosofico-teologici, come nel concetto di Dio come Bene in-sé), anche se si trattasse di quelli a lui più affini. Leggiamo ancora:

«[…] con la filosofia i conoscitori della natura e gli scrutatori delle stelle, che si vantano di sapere tutte le cose, non possono accorgersi di nessuna di quelle su elencate [le verità rivelate]. Essi ritennero che il sovrano dell’oscurità intellettuale [il demonio] e tutte le potenze ribelli sotto di lui fossero non solo superiori a loro stessi ma dèi. Li onorarono con dei templi, offrirono dei sacrifici ed assoggettarono se stessi ai loro rovinosissimi oracoli, dai quali ovviamente furono quasi sempre ingannati, attraverso sacerdoti senza sacralità e sudicie purificazioni che ispiravano un’abominevole presunzione, e profeti e profetesse che erravano il più lontano possibile dall’effettiva verità.»

Gregorio, in questo sulle tracce di Platone (ricordiamo gli agraphà dògmata del grande ateniese, cioè i non-scritti che avrebbero contenuto, anche secondo Aristotele, le idee più alte del Maestro), iniziò a comporre le sue opere quando ne fu costretto. Il suo pensiero si può trarre dagli scritti a difesa del modello di vita monastico e dalle pratiche spirituali dei monaci atòniti (del Monte Athos).

Palamàs, inizia a scrivere anche per contrastare le idee di un monaco-filosofo da poco giunto a Costantinopoli: Barlaam di Calabria.

Barlaam giunse a Costantinopoli apparentemente per motivi di fede, ritenendo che i greci avevano conservato una purezza cristiana persa dai latini. Uno dei suoi primi trattati, infatti, riguarda proprio la difesa di alcune posizioni di fede greche. Appena giunto nella capitale imperiale iniziò ad insegnare filosofia ricevendo attenzione e plauso di un’élite che stava riscoprendo i classici greci. Giunto alle sue orecchie che alcuni monaci facevano strane pratiche d’orazione nel Monte Athos, volle recarvisi per scoprire di cosa si trattava. Nell’Athos, probabilmente, ricevette una pessima spiegazione riguardo a tali pratiche e ne fu scandalizzato. Fece ritorno a Costantinopoli col fermo proposito di denunciare come demoniaco quanto aveva visto. Iniziò subito a diffondere le sue opinioni attirandosi l’attenzione di Palamàs.

Il santo dapprincipio fu mite e consigliò al suo interlocutore di limitarsi alla sola filosofia, tralasciando d’invadere un campo che non era di sua competenza. Barlaam non desistette e, con argomentazioni filosofiche, ripropose le medesime accuse in modo ancor più incisivo e convinto. Solo allora la polemica s’infiammò.

La polemica tra Barlaam e Palamàs ha un interesse che supera di molto il contrasto d’idee tra i due personaggi. Barlaam si può in un certo senso considerare un umanista, il rappresentante di una nuova sensibilità, di un modo nuovo d’osservare il mondo e le idee religiose. Come tale, egli dava un notevole peso alla filosofia neoplatonica (nella quale leggeva in modo particolare lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita). Barlaam traccia una netta distinzione tra il regno increato (Dio) e la mente umana in quanto tale. Egli formula una specie d’ “agnosticismo” per quanto riguarda la realtà divina in se stessa.

Ad esempio, siccome per lui, in definitiva, il regno di Dio è inaccessibile all’uomo, non ha senso alcuno il contrasto dogmatico tra Oriente ed Occidente sul Filioque nel campo della conoscenza secolare, pone Platone e Aristotele al più alto livello, al pari della Bibbia e dei Padri della Chiesa per la teologia. Per Barlaam è possibile «conoscere Dio solo attraverso il mondo creato mentre le affermazioni negative su Dio, espresse dallo Pseudo Dionigi, servono unicamente a determinare ciò che Dio non è». Barlaam pensava che, alla fine, lo studio e l’apprendimento fossero più importanti della preghiera e della contemplazionee. Coerentemente con ciò, riteneva una perdita di tempo sottratto allo studio lo stile di vita dei monaci atoniti, completamente incentrato sull’orazione esicasta, ossia su quella preghiera che, includendo particolari tecniche, era fatta nella quiete o “esichìa”.

Barlaam ridicolizzò i monaci esicasti definendoli “omphalompsychoi”, ossia persone che situavano la presenza dell’anima nell’ombelico. Barlaam si oppose agli esicasti, accusandoli d’essere messalianii e cioè di pretendere di vedere l’Essenza Divina con gli occhi del corpo, cosa negata persino da Platone.

Gregorio iniziò col difendere l’esicasmo e passò, in seguito, a ribadire che i profeti hanno un grado di conoscenza del divino che non si può minimamente paragonare a quello di un filosofo, giacché solo i profeti potevano realmente vederLo e sentirLo nel proprio cuore mentre il filosofo Lo poteva solo congetturare. Ciò che l’uomo poteva vedere di Dio non era il Dio in se stesso (la sua sostanza) ma i suoi effetti. Inoltre, l’uomo non può risalire a Dio dalla realtà creata poiché non vi è alcun paragone tra il creato e l’increato (il regno di Dio) (È qui la differente lettura che Palamas e la tradizione orientale hanno dello Pseudo-Dionigi). Non è possibile instaurare tra i due alcun genere d’analogia. Nonostante ciò l’uomo, per grazia, è in grado d’avere esperienza dell’increato e di entrare in comunione con Dio che gli si rivela. Nel sistema palamita è escluso alla radice l'”agnosticismo” barlaamita.

Nelle seguenti parole di Palamàs, in risposta a Barlaam, notiamo la sintesi di alcune sue posizioni che lo oppongono a Barlaam:

«Non è affatto utile né opportuno, anzi è invece fin troppo dannoso per tutti cercare nelle parole le cose superiori alle parole, gettare i misteri in pasto al popolo, affidare questi temi all’ascolto ed all’intendimento dei bambini, incitare i laici contro i monaci ed offrire motivi di non poca confusione alla Chiesa di Cristo.»

Queste parole mostrano la profonda differenza nella formazione dei due uomini: il primo, il filosofo Barlaam, aveva grande fiducia nella ragione, che poteva risalire a Dio dalle realtà create. Il secondo, Gregorio, ravvisava nella ragione dei limiti quando si trattava di parlare di Dio, dal momento che Egli è oltre tutto il concepibile e l’umanamente immaginabile. Il primo riteneva utile coinvolgere tutti, il secondo comprendeva che certi argomenti hanno bisogno di prudenza e di profonda formazione spirituale per essere abbordati. Il primo creava una distanza tra il mondo dei laici e quello dei monaci, quasi che questi ultimi fossero il retaggio di un’epoca oramai sorpassata. Il secondo non faceva alcuna differenza tra i due, dal momento che i monaci altro non sono che dei laici i quali vivono radicalmente le esigenze battesimali.

In merito alla questione della possibilità da parte dell’uomo di maturare la conoscenza del Dio trascendente e sostanzialmente inconoscibile, Gregorio distinse fra il conoscere Dio nella sua essenza (in greco ousia) e il conoscere Dio nelle sue “energie” (in greco energeiai), che si possono tradurre con “effetti”, “manifestazioni” o “attività”, per sgombrare il campo da equivoci che le moderne connotazioni esoteriche della parola “energie” possono addurre. Gregorio mantenne la convinzione che fosse impossibile conoscere Dio nella sua essenza (chi sia Dio in e per se stesso), ma mostrò la possibilità di conoscerlo nelle sue “energie” (conoscere che cosa Dio faccia e chi Egli sia in relazione alla creazione e all’uomo), dal momento che Dio si è rivelato nel Figlio suo. Nelle sue argomentazioni Gregorio si rifece ai Padri della Chiesa che lo precedettero, in particolare ai Padri Cappadocii al punto che, per alcuni, compie una geniale sintesi di tutto il pensiero patristico fino ad allora.

Le idee barlaamite furono definitivamente rigettate in due sinodi: uno del giugno e l’altro dell’agosto 1341, entrambi tenuti a Costantinopoli. In seguito alla sua condanna, il Calabro tornò in Italia, fu fatto vescovo di Gerace dal papa e, in seguito, ambasciatore papale a Costantinopoli per preparare un’unione tra la Chiesa greca e quella romana. Le trattative fallirono. Per breve tempo fu pure maestro di greco del Petrarca .

Il pensiero teologico di Gregorio Palamàs è intimamente connesso con l’esperienza cristiana e, quindi, con la mistica. La sua non è teoria o semplice filosofia né, tantomeno, un pensiero di matrice “neoplatonico” come sostengono alcuni. Tra il neoplatonismo e Palamàs c’è quasi un abisso. Palamàs è categorico: solo l’uomo spirituale può essere il trasmettitore di una tradizione spirituale che ha profondi legami con la tradizione dogmatica e ad essa rimanda costantemente. Un uomo che, sulla base della pura logica, presume di farlo conduce fuori strada. Costui viene definito “psichico”, ossia intellettuale. Gregorio ne ha chiara coscienza:

«Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Per questo se uno insegna sulla sobrietà senza esichìa, senza la sobrietà dell’intelletto e senza l’esperienza dei suoi effetti spirituali ed ineffabili, ma invece conformandosi ai propri ragionamenti e cercando in tutti i modi d’indagare con la parola il bene superiore alla parola, è chiaramente caduto in un’estrema follia e, nella sua sapienza, è davvero divenuto pazzo, in quanto ha scioccamente supposto di poter esaminare con una conoscenza naturale le manifestazioni che sono superiori alla natura e le profondità di Dio conosciute solo dallo Spirito.»

Gregorio Palamàs non ha fatto dei trattati sistematici di teologia, divisi per temi specifici. Quando si trovava davanti ad un problema urgente in cui era richiesta la sua risposta, componeva degli scritti. In questo modo, per risalire alla sua visione dell’uomo, all’antropologia, siamo costretti ad esaminare l’insieme dei suoi scritti. Per Palamàs, l’uomo è una realtà composta di realtà materiali (il corpo) e di realtà spirituali (l’anima e lo spirito). La sua antropologia è strettamente biblica e patristica. Tuttavia, egli quando mostra che l’uomo è fatto per Dio, indica precisamente che ogni sua parte e realtà possono deificarsi, corpo compreso. Palamàs afferma a tal proposito:

«Il piacere spirituale che dall’intelletto giunge al corpo, per nulla peggiorato per la comunione con il corpo, trasforma il corpo e lo rende spirituale, ed esso respinge i cattivi appetiti carnali e non abbassa più l’anima, ma si solleva con essa, fino al punto che l’uomo intero è Spirito, com’è descritto: ‘Colui che è dello Spirito è Spirito’. Ma tutto questo diventa chiaro solo nell’esperienza.»

L’uomo non può giungere a Dio con il pensiero razionale (la cosiddetta “dianoia”) ed è per questo che Palamas si oppone a Barlaam. Tuttavia, l’uomo può intuire la presenza divina con la parte più elevata della sua intelligenza intuitiva (il cosiddetto “nouss“). Il “nous” è una specie di “occhio spirituale” che dev’essere purificato per potersi accostare al divino, intravvederlo e goderne. Il “nous”, o intelletto spirituale, dopo essersi staccato da tutti i legami che lo ottenebrano (le passioni e gli attaccamenti mondani) viene calato nel cuore, ossia nella realtà più intima dell’uomo ed è lì che, nella grazia divina, viene deificato e risplende. La preghiera esicasta ha un ruolo importante in questa discesa del “nous” nel cuore. Risplendendo l’occhio interiore, anche tutto il corpo si trova nella luce. In questo senso i monaci esicasti interpretano il famoso versetto del salmo in cui il salmista dice: «E alla tua luce, vediamo la luce» (Sl 35,10).

«In contrasto con Barlaam, che cercava d’eliminare completamente la passionalità dell’anima [influsso neoplatonico], st. Gregorio Palamas non ha cercato l’annientamento di ciò che è legato al corpo (l’irascibile e il concupiscibile), ma, piuttosto, porlo al servizio del bene e dell’amore.»
(Staniloae Dumitru)

Il santo atonita ha un’antropologia particolarmente dinamica: ha un aspetto legato all’immagine di Cristo, nuovo uomo, e un aspetto trinitario. Riguardo a quest’ultimo, «alla luce della Rivelazione», la natura umana è «natura trinitaria dopo la suprema Trinità, poiché al di sopra di tutte, è fatta a sua immagine, composta da un intelletto (nous), dalla parola (lògos) e dallo spirito (pneuma)». Questo è l’ordine che deve conservare. È in questo che consiste la “bellezza” propria all’uomo preservata «attraverso la fede, la propensione e la disposizione a Lui».

L’antropologia palamita, riprendendo i percorsi classici ascetici dei padri del deserto, è animata da un profondo ottimismo, dal momento che all’uomo è data la possibilità d’essere ontologicamente dio, nella sua Grazia. Palamàs riporta, adattandolo ai suoi tempi, il famoso adagio di Atanasio d’Alessandria in base al quale «Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse dio».

Questo genere di antropologia ottimista non è molto condiviso in chi si muove con presupposti filosofico-tomistici (qui, infatti, non si parla di “nous”) ed è escluso nei presupposti del pensiero luterano (per i quali l’uomo può essere solo giustificato in quanto inguaribilmente peccatore e quindi distante da Dio).

Per Palamàs la storia della salvezza è un processo in continua realizzazione: Dio opera in ogni istante nel mondo attraverso le sue divine energie. Sono le divine energie che mantengono il mondo in vita, agiscono nell’uomo, lo convertono e lo attraggono a Dio. All’interno di questo quadro generale si situa la vita sacramentale: il fedele nel momento in cui assume i sacramenti (o misteri) partecipa in modo particolare a quelle divine energie che pervadono la realtà. La vita che Dio infonde attraverso l’azione sacramentale procede da Lui stesso e quindi è un atto increato: “Tutte le cose che ci sono state date e concesse in grazia da Dio – dice Gregorio – non sono pari, né ciascuna di esse è una creatura”.

Dio da’ realmente se stesso, non un suo effetto creato, punto che lo divide dalla visione aristotelico-tomista. Inoltre, il misticismo palamita non è sganciato dalla Chiesa, come se fosse un’attività individualistica ma fa parte della storia della salvezza stabilita da Dio nella Chiesa. Il centro di questa storia è Dio stesso che infonde le sue energie all’intero cosmo.

«[…] grazie alla partecipazione di questo pane divino [quello dell’eucaristia], non solo siamo attaccati, ma anche mescolati al corpo di Cristo, e diveniamo non solo un solo corpo, ma anche un solo spirito con Lui. Vedi che la smisurata grandezza dell’amore di Dio verso di noi interviene e si mostra attraverso la distribuzione di questo pane e di questo vino?.»
(Gregorio Palamàs)

Ma è bene sottolineare che, per lui, i sacramenti non sono e non saranno mai dei fini ma puri mezzi per giungere a Dio. L’asceta che non ha la possibilità di accedervi frequentemente, può comunque purificare se stesso attraverso le “lacrime di penitenza”. Palamàs esorta il suo popolo nei termini seguenti:

«Quindi, vi prego, non tralasciamo d’invocarLo con digiuni, preghiere, lacrime ed in tutti i modi, finché non ci si avvicini e ci guarisca.»
(Gregorio Palamàs, Omelia IX)
«Con un intenso dolore e pentimento e con le lacrime, vale a dire con il più drastico farmaco per l’espiazione “Dio non disprezzerà”, dice, “un cuore contrito ed umiliato”; e l’afflizione che piace a Dio attiva un pentimento senza pentimenti per la salvezza, e «colui che semina la sua preghiera nelle lacrime mieterà il perdono nella gioia.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XXVIII)

La sua teologia, dunque, pone un accento tutto particolare sul bisogno di purificazione dell’uomo, attività previa e contemporanea a tutto il resto. Una vita sacramentale che prescinda da queste basi finirebbe per rinnegare se stessa. Sembra, perciò, che Palamas conoscesse le critiche che, in tal senso, esprimeva san Simeonee il Nuovo teologo, proprio qualche secolo prima (XI sec.).

«Ogni prete, diacono e pure monaco, se partecipa alla grazia divina con tutte le condizioni previe stabilite dai Padri, allora è un autentico vescovo, anche se non fosse ancora fatto tale dagli uomini. Al contrario, chiunque non fosse iniziato alla vita spirituale, verrebbe falsamente ordinato, pure se la sua ordinazione lo stabilisse al di sopra degli altri, lo dirigesse e lo facesse comportare in modo arrogante.»

È solo considerando seriamente questa preminenza carismatica che siamo in grado di comprendere i termini apparentemente “anarchici” dell’ecclesiologia di Palamàs:

«Poiché, dunque, in Cristo Gesù non c’è né maschio né femmina, né greco né giudeo, ma tutti sono una cosa sola, secondo il divino Apostolo, “così in Lui non c’è né chi comanda, né chi è comandato”, ma tutti, per mezzo della sua grazia, siamo una sola cosa per la fede in Lui, e formiamo il solo corpo della sua Chiesa, avendo Lui come unica testa.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XV)

Sempre la preminenza carismatica, che pone l’accento sull’esperienza, fa proclamare, ad esempio, la grazia sacramentale increata (mentre per il tomismo la grazia, pur soprannaturale, è definita “creata” coerentemente con i suoi presupposti filosofici)]. La Chiesa è veramente rappresentata da coloro che hanno esperito tale grazia.

È solo per questo, non per vana erudizione, che Gregorio ama citare le colonne della Chiesa: Dionigi Areopagita, Massimo il Confessore, Basilio Magno, Atanasio di Alessandria, Gregorio di Nissa e altri. Allora, scagliarsi contro i monaci (o ritenerli qualcosa di tutto sommato marginale o poco influente), per Gregorio, non è porsi contro un partito o una parte ma contro la Chiesa stessa poiché essi conservano, vivendolo, il deposito di fede di tutta la Chiesa. Il Tomo Sinodale di condanna a Barlaam, che risente dell’influsso gregoriano, dichiara significativamente:

«Se qualcun altro manifestasse di muovere contro i monaci una di quelle accuse dette o scritte da lui contro i monaci, “o meglio contro la Chiesa stessa”, o in generale di d’attacarli in tali questioni [sia] sottoposto alla stessa condanna […] anche lui sarà scomunicato e tagliato fuori dalla santa cattolica ed apostolica Chiesa di Cristo e dalla comunità ortodossa dei cristiani.»

La Chiesa, quale comunità dei santi divinizzati, rappresenta la garanzia del retto cammino. Gregorio afferma:

«Ho un nugolo di martiri insieme al quale sarò condotto all’incontro col Promesso; ho una squadra di giusti, coi quali otterrò la superiore resurrezione; farò parte della Chiesa con i confessori della fede; sarò nel numero dell’assemblea dei primogeniti; parteciperò di doni ed onori immortali.»
(Gregorio Palamàs)

La funzione sacerdotale, nella Chiesa, ha un ruolo medicinale. Il sacerdote, oltre ad amministrare le medicine della Grazia, ossia i sacramenti, dev’essere in grado di conoscere il cammino che porta a Dio, e precedere i fedeli in esso. In caso contrario, come affermerebbe pure Simeone il Nuovo Teologo, non trasmette il carisma apostolico.
Il suo ruolo non è, dunque, di puro insegnamento ma di testimonianza vivente.

«Nella sua omelia per il giorno di Pasqua, Gregorio Palamàs esorta ciascun cristiano, dopo aver partecipato alla divina liturgia domenicale, di cercare assiduamente qualcuno che, imitando gli apostoli, rinchiusi il giorno della crocefissione, viva per lo più isolato, nel silenzio con il Signore immerso nella preghiera esicasta e nella salmodia, conducendo una vita irreprensibile. Questo cristiano deve accostarsi a lui, entrare nella sua casetta come se fosse un luogo celeste pieno della potenza santificante dello Spirito Santo […] e interrogarlo su Dio e le cose divine imparandole con umiltà e richiedendo l’aiuto della sua preghiera”.»

Il concetto monastico e carismatico di Chiesa espresso da Palamas influisce fortemente ancor oggi nell’Oriente cristiano mentre l’Occidente esprime un concetto piuttosto istituzionale e legale.

E’ questo un dilemma etico/giuridico, che ci accompagna fin dall’antichità, col quale si sono cimentati filosofi ed artisti, laici e religiosi, massoni e gesuiti, santi e peccatori, rivoluzionari e lacchè del potere.

DEL TIRANNICIDIO

Da Luciano di Samosata a Cicerone, da S. Tommaso d’Acquino a Lorenzino dei Medici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, da Mazzini ai regicidi anarchici, da Tolstoi alle rivoluzioni del XX secolo, e fino ai giorni nostri, non si è mai smesso di ragionare sul tirannicidio, questo gesto di extrema ratio del “diritto di resistenza”.

Ma il tirannicidio è giustificato oppure no ? E’ solo da comprendere o è anche da condividere ? E’ sempre da condannare o dipende dai casi ? Serve a qualcosa o è inutile, o addirittura controproducente ? E’ sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno o è sufficiente non essere eletto per non diventarlo ?

La dottrina cattolica, ad esempio, distingue tra il “tiranno per usurpazione” (tyrannus in titula, cioè che ha preso il potere illegalmente) ed il “tiranno per oppressione” (tyrannus in regimine, cioè che abusa del potere che ha ricevuto legalmente).

Uno dei riferimenti più datati attribuito a Cicerone che oltre ad affermare che “chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade” dice anche che “Bellum est in eos qui Judiciis coerceri non possunt” ovvero “facciamo la guerra a coloro contro cui nulla può la legge” .

Ma il riferimento più esplicito sul vero significato del tirannicidio, uno dei testi che meglio spiega se sia lecito o meno uccidere un tiranno, o un dittatore, lo si trova nel Commento alle sentenze di Tommaso d’Aquino (cf. anche mio articolo del 3 marzo u.s.).

Ed è opportuno citare qui uno dei passi più significativi del testo, riferito all’oggetto del nostro approfondimento: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso ad una istanza superiore, costituisce una lode per colui che uccide il tiranno ”.

E quest’ultimo passaggio è spiegato così dal Prof. Aldo Vendemiati : “Se il tiranno è un feudatario, si può ricorrere all’imperatore per rimuoverlo. Ma se non esiste un imperatore, il tiranno va ucciso”.

Questo pensiero va ben oltre rispetto a ciò che scriveva il giurista e filosofo Ugo Grozio nel De Jure belli ac pacis : “Un re che si dichiara apertamente nemico del suo popolo, e che abdica così al suo potere, sia da combattere fino alla fine”.

Qualche anno prima Giovanni di Salisbury , ragionando sul diritto di tirannicidio, affermava che “non soltanto è permesso ma è anche equo e giusto uccidere i tiranni . . . e in quanto immagine di malvagità, il più delle volte va addirittura ucciso” potendosi sostenere il principio fondamentale della difesa sociale e che, per analogia, è “dunque possibile considerare come se fosse una legittima difesa personale ”.

Nel 1414 Claudio Fleury fa la “telecronaca” delle numerose sessioni di una Assemblea tenutasi in Francia a partire dal 30 Novembre, presso l’Università di Parigi, sugli scritti di Giovanni il Piccolo che citava tutti i casi di tirannicidio della Bibbia e sosteneva la tesi che “Ciascun tiranno deve e può essere lodevolmente e per merito ucciso da qualunque suo vassallo e suddito in qualunque forma ”.

E ancora: “E’ lecito a ciascun suddito senza niun mandato o comandamento, secondo la legge morale, naturale, e divina, di uccidere o far uccidere ogni tiranno . . . non solamente è lecito, ma è onorevole, meritorio parimente . . . ”

E sono citate dall’autore una serie di uccisioni a partire da quella di Lucifero a quella di Finees, figlio di Eleazaro, che uccise Zambri, di Giuditta che uccise Oloferne, di Joab che uccise Abner , e molte altre ancora.

Parole forti su questo argomento, sulla necessità di uccidere i tiranni, sono scritte dal gesuita Juan de Mariana nel 1599: “Riteniamo che si debbano tentare tutti i rimedi per rinsavirlo prima di giungere a un punto estremo e gravissimo. Ma se ogni speranza fosse oramai tolta e se fossero in pericolo la salute pubblica e la sanità della religione, chi sarà tanto povero di saggezza da non ammettere che sia lecito abbattere il tiranno con diritto, con le leggi e con le armi ?”

Ed infine non si può non citare quanto scrive Maximilien Robespierre : “Quali sono le leggi che la sostituiscono allora ? (ndr: la Costituzione) Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa . . . il processo al tiranno è l’insurrezione, il suo giudizio è la caduta della sua potenza, la sua pena quella che richiede la libertà del popolo”.

Ma è sorprendente ed inaspettato trovare, e leggere, quanto scritto in un documento relativamente recente, nella Costituzione conciliare del 1965 Gaudium et Spes : “Dove i cittadini sono oppressi da un’autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non ricusino di fare quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune e sia perciò lecito difendere i propri diritti contro gli abusi dell’autorità”. Autore: Paolo VI

Ma in una società complessa, di capitalismo avanzato, può esistere la figura del tiranno oppure il “potere” è spersonalizzato ed ogni membro della classe dirigente può essere subito rimpiazzato ?

Spesso il dibattito si è intrecciato e confuso con quello della lotta armata, la clandestinità, il terrorismo ma se teniamo distinti i due piani, come fece l’Alfieri , possiamo arrivare alla conclusione che, anche se talvolta può esistere una congiura, il tirannicidio, il più delle volte, è frutto di iniziative individuali ed occasionali; rientrano, invece, in una categoria “mista” gli attentati subiti da Luis Carrero Blanco nel 1973 e riuscito, da Anastasio Somoza Debayle nel 1980 e riuscito, da Augusto José Ramón Pinochet Ugarte nel 1985 e non riuscito.

Di solito il tirannicida va, o vorrebbe andare, a colpo sicuro, ammazza, o cerca di ammazzare, il tiranno o, al minimo, un suo strettissimo collaboratore.

Qualche anno fa il dibattito si è riacceso a proposito della “guerra preventiva” contro l’Iraq; qualcuno ha giustificato l’aggressione e l’invasione con la necessità di eliminare Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī ; tale interpretazione non è condivisibile perché il tirannicidio, oltre ad avere le caratteristiche sopra specificate, deve essere compiuto “dal basso”, da un suddito, dall’oppresso, comunque da una vittima del tiranno, da qualcuno che ha subito il suo potere.

Di solito si afferma che il “terrorista di oggi è lo statista di domani” .

Per l’impero britannico George Washington era un terrorista, per l’impero austro-ungarico terroristi erano i carbonari e la Giovine Italia, per gli occupanti tedeschi erano terroristi i partigiani, negli anni 1930-1940 Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, era un terrorista responsabile di attentati anti-arabi ed anti-britannici tra cui, nel novembre del 1944, l’omicidio del rappresentante inglese in Egitto Lord Walter Edward Guinness, barone Moyne.

Per buona parte della sua vita Nelson Mandela è stato definito “terrorista” anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher.

Allo stesso modo si può dire che il regicida/tirannicida all’inizio viene considerato un “folle” ed un “criminale” per poi essere ricordato come martire, eroe e precursore dei tempi.

A partire dal VI secolo a.C., ad Atene, diverse statue di bronzo celebrarono il tirannicidio compiuto da Armodio e Aristogitone a danno del tiranno Ipparco.

Gaetano Bresci, autore dell’attentato a Umberto I° , è celebrato come eroe e vendicatore dei proletari e viene commemorato da una statua a Carrara .

Sferzante e pieno di tragico realismo è quanto scrive James Connolly : “Per le vie di Milano cento donne della classe operaia vengono uccise con la baionetta o a colpi di arma da fuoco, stringendo al seno i loro bimbi affamati mentre la buona società riserva loro un trafiletto di giornale. Una imperatrice è pugnalata in una strada di Ginevra e, apriti cielo, l’Umanità ne è sconvolta ! Sarà forse l’impietosa mano della storia a rovesciare la procedura dedicando a quell’olocausto di lavoratrici un intero capitolo in quanto martiri dell’umanità e confinando l’assassinio dell’imperatrice in una nota a piè pagina”?

Dissacrante e cinico può essere giudicato quanto scritto da Lenin : “In verità quanto accaduto al re del Portogallo è solo un incidente sul lavoro legato al mestiere di re . . . Da parte nostra ci limitiamo ad aggiungere che una sola cosa ci dispiace: che il movimento repubblicano in Portogallo non abbia regolato i conti con tutti gli avventurieri in modo sufficientemente aperto e deciso”.

E restano distanti e contraddittori i giudizi, la “memoria divisa”, sugli avvenimenti di Piazzale Loreto e sulle diverse versioni e ricostruzione dei fatti che ancora oggi, nonostante i numerosi studi effettuati, restano ancora parzialmente dubbi e nel mistero.

Ed oggi ?

Oggi non esiste più il nuovo principe ma il nuovo despota collettivo, la casta; l’attentato al tiranno di ieri è cosa molto meno complessa della lotta alla casta di oggi, anche perché questa non ha una sola testa, ma mille teste e come una piovra estende i suoi tentacoli in ogni strato della società.

Non basta il complotto o l’atto isolato, ci vuole una complessa opera collettiva, articolata e ben organizzata.

Molto altro si potrebbe scrivere e tanto si potrebbe dibattere su questo argomento, anche riferito alle più quotidiane vicende della nostra vita spicciola e professionale, ovviamente solo metaforicamente e non riferibili a re o tiranni; lo scopo di queste poche righe era quello di offrire lo spunto per ulteriori riflessioni personali anche nell’ambito delle proprie vicissitudini.

Quanto da me scritto in questo saggio non ha la pretesa di costituire un itinerario teorico di verità, ma certamente di documentata riflessione. Ciò mi permette di rispondere a una domanda che mi è stata fatta e che probabilmente può essere nel cuore implicitamente di qualche lettore: “Chi sono quelle persone che ho citato nei vari ruoli per dire, affermare, decidere, etc…?”

E’ semplice: (ha titolo di essere citato in una ricerca scientifia) chi variamente opera nella storia umana, le cui vicende vanno analizzate con acribia e precisione documentale e non ideologicamente. Se si parla di teologia non si può applicare lo statuto epistemologico dell’ateismo militante, proprio perché l’ateismo è una ideologia. Lo statuto epistemologico dell’agnosticismo, invece, non si scontra con l’onestà intellettuale della ricerca. L’ateismo professato con astio, sì.

Concludo: la dottrina cattolica prevede il tirannicidio con chiarezza, quella ortodossa, no. E Putin che cosa è? Un tiranno? Conclusione retorica a una domanda retorica.

Il possibile ruolo di papa Francesco per la pace: se accettasse l’invito di Zelensky di andare a Kijv, sarebbe al sicuro? Una visita del genere sarebbe opportuna, efficace?

Circa la sicurezza personale di papa Francesco se accettasse l’invito del presidente ucraino Zelensky di andare a Kijv mi sento di dire che, in generale, nessuno avrebbe interesse a fargli del male, neppure, per dire, i Ceceni amici di Putin. I Russi certamente, no. Potrebbe essere solo vittima dell’azione folle di un militare che, contravvenendo agli ordini, cercasse di colpirlo con un’arma molto potente, per dire un missile ipersonico lanciato dalla Bielorussia, magari. Pure illazioni: nessuno colpirebbe il papa. troppo esposta e importante a livello planetario è la sua figura, perché qualcuno possa osare farlo.

Invece, circa l’opportunità e l’efficacia di una sua visita a Kijv, mi sento di approfondire e di discutere il tema. Cercherò di riflettere su tutti e due questi concetti, separandoli.

L’opportunità: ebbene, questa è legata a una riflessione molto complessa. Innanzitutto bisogna pensare che, da un punto di vista cristiano, cattolico (e anche ortodosso) e quindi ecumenico, i Russi hanno la stessa dignità umana degli Ucraini e lo stesso diritto di essere salvaguardati come esseri umani.

Di contro, gli Ucraini, che in questa tragica vicenda, sono gli aggrediti, hanno, non solo il medesimo diritto di essere tutelati in generale, nella situazione, hanno anche il diritto primario di sopravvivere e di vivere.

Nel contesto, il patriarca Kirill e i rapporti con l’ortodossia sono uno degli elementi caratterizzanti della situazione in Russia. Sappiamo che storicamente questa declinazione cristiana è stata sempre, con una certa fluida facilità, in una posizione di supporto al potere politico, dallo zarismo classico di una Caterina Seconda fino allo stesso Vladimir Vladimirovich Putin.

Ciò deriva da una Teologia assolutamente verticale, molto diversa da quella cattolica, Teologia che prevede la possibilità spirituale della divinizzazione dell’uomo, la quale è rappresentata e quasi simboleggiata dalle persone poste agli apici della società, ancora una volta, come Putin, esempio iconico. Nella tradizione russo-orientale l’antropologia del capo, oltre che la storia e la normativa politico-amministrativa generali, sono molto diverse da quelle occidentali, che sono profondamente intrise dei valori della democrazia elettiva a suffragio universale; un esempio: mentre il presidente degli Stati Uniti d’America può rimanere in carica al massimo otto anni, che corrispondono a due mandati, di contro, Putin è al potere da ventidue.

L’efficacia: non possiamo dire con certezza alcunché. Una eventuale visita di Francesco a Kijv, innanzitutto deve fare i conti con il fatto di trovarsi fisicamente nel pieno del mondo ortodosso come capo assoluto dei cattolici del mondo. Non solo, dobbiamo precisare che il mondo religioso ortodosso ex sovietico (per capirci) è spaccato tra il patriarcato di Mosca rappresentato da Kirill, che non si distingue per autonomia dal potere politico, e l’autorità religiosa di Kijv nella persona del metropolita Epifanij. Fatto tutt’altro che secondario. Da ciò segue che, sotto il profilo dell’efficacia in ambito culturale e religioso di una visita di papa Francesco, restano in me forti perplessità, mentre invece l’efficacia politica di una vista di papa Francesco, potrebbe essere più significativa. In questa situazione, Francesco è percepito più come un “politico” di altissimo profilo morale, che come un capo religioso.

Voglio dirlo chiaramente: il prestigio del papato, almeno da una sessantina d’anni, cioè da Giovanni XXIII e dagli esiti del Concilio Ecumenico Vaticano secondo, il papato ha assunto una visibilità e un’efficacia morale e politica sempre più grande. Sulla matrice di questo giudizio si ricordino, tra non pochi altri, almeno due eventi/ situazioni: il primo, il ruolo di papa Roncalli nello scongiuramento di una impellente possibilità di guerra tra le grandi potenze di allora, al tempo della “crisi dei missili” di Cuba; il secondo, il ruolo di papa Wojtyla nell’implosione del comunismo sovietico, che Gorbacev accompagnò sul piano politico, fino allo scompaginamento totale di quel mondo.

Aggiungo comunque qui, subito, che tale scompaginamento, oggi, ex post e a ragion veduta, forse è stata un pochino troppo frettoloso e poco attento alle sensibilità e agli interessi dei Russi “centrali” e “orientali”, quelli di Mosca, di San Pietroburgo, di Kazan, di Irkutsk, di Novosibirsk, di Rostov sul Don etc. In parole semplici, discuterei a fondo il tema della “russicità” dei territori, dal confine polacco di Brest Litovsk agli Urali, che papa Wojtyla vedeva un tutt’uno con il resto dell’Europa (ricordiamo il suo motto che recitava “l’Europa va dall’Atlantico agli Urali”), mentre invece, non solo l’attuale Russia putiniana, ma più in generale la Russia storica, si ritiene qualcosa di più e di diverso rispetto all’essere considerata solo la grande e massiccia propaggine orientale dell’Europa, che finisce geograficamente con la catena lunghissima dei Monti Urali e a sud con i monti del Caucaso e delle nazioni ivi insistenti.

Starei molto attento alla dizione wojtyliana perché, a mio parere, è incompleta, e non tiene conto di quanto e come la Russia sia e si senta anche “asiatica”, e non solo per l’immensità dei dodici milioni di chilometri quadrati che costituiscono la Federazione Russa extra-europea.

Ciò che sto scrivendo non deve comunque far equivocare il senso del mio stesso scritto. Non sto intendendo neppure surrettiziamente che vi sia un qualche diritto della Russia per attaccare l’Ucraina. No e no.

Ora, la priorità assoluta è la fine delle battaglie, dei bombardamenti e degli scontri che hanno come fine immediato di provocare vittime. Evito discorsi di mera pietà umana, che è implicita nei miei ragionamenti, per concentrarmi su ciò che mi pare essenziale.

In contemporanea occorre che si attuino trattative serie e sincere tra le parti con l’aiuto di chi-conta, la Nato, la Cina, gli Usa e, perché no, Turchia e Israele, per ragioni diverse.

L’esito non può che essere la condivisione di un ordine concordato che rispetti le volontà dei singoli popoli e nazioni. La Russia non può e non deve pretendere di ri-creare la situazione ex sovietica, esplicitamente o implicitamente, perché la Storia non può e non deve “tornare indietro”. Le nazioni dell’ex Patto di Varsavia hanno liberamente deciso di essere-Europa, di aderire all’Unione e alla Nato. Su ciò, è cosa saggia non prevedere che l’Ucraina possa entrare nella Nato, essendo invece plausibile e accettabile (anche dalla Russia), nell’Unione Europea.

Tornando all’ipotetica visita a Kijv di papa Francesco, mi sento di dire che potrebbe essere utile, fermo restando che sotto il profilo moral-religioso sarebbe gestibile in nome di una comune fede cristiana, sulla quale anche il patriarca Kirilli dovrebbe trovarsi d’accordo.

Circa il tema degli armamenti, suggerirei di tenere in considerazione due articoli della nostra Costituzione repubblicana, l’articolo 11 che spiega con chiarezza la scelta dell’Italia di ripudiare la guerra come mezzo per risolvere le controversie tra le nazioni, e l’articolo 52, che dice con altrettanta chiarezza i termini del dovere di difendere la Patria da ogni attacco esterno.

La Patria Ucraina è stata attaccata e penso, ragionevolmente e per la proprietà etico-politica transitiva, che debba difendersi in questa fase anche con le armi. Aiutarla in questo senso è semplicemente interpretare coerentemente l’articolo 52 della nostra Costituzione.

Se papa Francesco sostiene che non bisogna aiutare militarmente l’Ucraina, a mio parere si sbaglia.

Di contro, se si riesce a garantire la sua sicurezza personale, papa Bergoglio vada pure a Kijv a portare la sua potente testimonianza e rappresentanza cristiana. Sotto questo profilo, Russi e Ucraini sono Figli di Dio allo stesso modo spirituale, per cui la dedicazione e l’affidamento – decisi da lui stesso – delle due amate Nazioni al cuore di Maria, la Theotokos (la Madre di Dio) degli Ortodossi, presente in mille e mille icone, è una decisione meravigliosa di preghiera e di testimonianza cristiana.

Tra vigliaccheria, ignoranza, disonestà intellettuale e “dissonanza cognitiva”

Il 22 marzo 2022 Volodymyr Zelensky ha parlato al Parlamento italiano e molti deputati e senatori non sono stati presenti, in aula, per svariate ragioni o motivi o cause. Un piccolo elenco di ragioni, motivi, cause, tre termini non sinonimici, più o meno credibili: covidizzati (quanti? boh), malati “normali” (quanti? boh), attività politiche sui territori (quanti? boh), scelta politica da “filoputiniani” ufficiosi (quanti? boh), “anime belle” (quante? boh) etc.

Per “leggere” bene i fenomeni osservati occorre distinguere rigorosamente il significato di “ragioni”, che stanno per elaborati/ costrutti decisionali legati alla riflessione razionale, mediante la logica argomentativa; il significato di “motivi”, che stanno per spinte emozionali interiori; il significato di “cause”, che è legato al meccanismo di generazione di effetti dati mediante cause date. A volte, anzi spesso, molti utilizzano il termine “motivi”, che è molto psicologistico, per dire anche “ragioni” o “cause”. Scorrettamente.

Leon Festinger

E poi anche vigliacchi tout court. Ovvero, ignoranti o disonesti intellettualmente, oppure dissonanti cognitivi, che non sopportano di avere un conflitto interiore, e quindi preferiscono evitare la riflessione del loro proprio io con il sé.

Ieri ad ascoltare Zelensky mancava un terzo del Parlamento italiano, per ragioni e tipologie umane come sopra riportate. Solo tre o quattro nomi tra i trecento disonorevolmente assenti: Boldrini, che era presente ma non aveva votato per gli aiuti in armi (oh anima bella!), non capendo che le armi servono per la difesa, anche se, intrinsecamente, possono anche offendere: non è che un fucile funziona solo se devo contrastare un altro che mi aggredisce con un fucile, funziona comunque. Lo capisce anche un bambino: questi qua , no, non capiscono. Fratoianni, e non so neppure perché io spenda energie e a citarlo. Il fascio-leghista Pillon e lo stalinista cinquestelluto Petrocelli. Poveri, ma non in ispirito, bensì in patrimonio cognitivo. Senza parlare di Salvini, che si è intortato sulle sue confuse contraddizioni anche all’estero (leggasi tafazzesco viaggio in Polonia), e ora fa il mite contro le armi, quali che siano e comunque usate. Fuori di testa, oppure peggio.

Proviamo a vedere se vi sono ipotesi psicologiche caratterizzanti, anche se solo in parte, questo tipo di mentalità e di scelte, che sono così discutibili, se non assurde e irresponsabili. Eticamente vergognose. Ipotizzerei il costrutto della Dissonanza cognitiva, concetto sintagmatico studiato da Leon Festinger poco più di una sessantina di anni fa (1957).

Leon Festiger, sociologo e psicologo americano del XX secolo è il primo studioso che propone il concetto di Dissonanza cognitiva, con il quale ha messo alle strette la precedente prevalente “scuola comportamentista” americana di Watson e Skinner.

Per Festiger, allievo di Kurt Lewin, lo schema “stimolo-risposta” era insufficiente per comprendere e anche determinare il comportamento umano. I suoi studi empirico-laboratoriali hanno costituito un notevole incremento degli studi di psicologia sociale, senza però dimenticare l’approccio indispensabile ai fenomeni, agli atti individuali liberi presenti nella vita reale.

La dissonanza cognitiva non è altro che una sensazione scaturita da un conflitto fra idee, convinzioni, valori e atteggiamento dell’individuo. In poche parole, consiste nel sostenere due o più pensieri o idee che risultano in contraddizione tra loro, generando disagio e tensione nel soggetto stesso, oltre che sconcerto nell’interlocutore.

Leggiamo sul web: Nel suo trattato intitolato “Teoria della dissonanza cognitiva”, Festinger parla proprio di questo meccanismo psicologico, tipico di noi umani, che oltre ad attivare idee e informazioni che possono intensificare la contraddizione, può anche cercare di ridurla e, come diceva l’autore, fare in modo che i conti tornino. Con il termine dissonanza cognitiva si intende una dissociazione mentale tra la realtà e il proprio comportamento, nel tentativo di giustificare le nostre abitudini o i nostri atteggiamenti contraddittori con atteggiamenti razionali privi di fondamento. In questo modo si mente a se stessi, senza provare dolore psichico o delusione morale.

E’ una forma di manipolazione della realtà. Il suo contrario è la consonanza cognitiva, che fa funzionare la nostra lettura della realtà, senza contraddizioni. Un esempio: se Putin aggredisce l’Ucraina, il dissonante cognitivo non riesce a parlare di aggressore, il nuovo csar (troppo onore, Putin!) e di aggredito, l’Ucraina. Sembra semplice, ma per chi “soffre” di dissonanza cognitiva non lo è.

Si tratta di vedere quanto disagio psicologico genera la dissonanza cognitiva, anzi, primariamente, se lo genera, perché vi sono persone che non soffrono della propria ignoranza, anzi, a volte se ne vantano. Costoro non sono presenti dentro il “principio di realtà”, poiché se ne stanno bellamente fuori, e pare non ne soffrano neppure.

Festinger ipotizzò tre modi per diminuire l’incongruenza psicologica:

  • Il pensiero incoerente viene modificato per renderlo più somigliante all’altro: ad esempio, quando dobbiamo risparmiare, ma dobbiamo comunque spendere dei soldi, adeguiamo una delle due intenzioni all’altra, anche se nella condizione reale non potremmo farlo.
  • Moltiplicare le giustificazioni a favore dell’atteggiamento incongruente, ammesse anche a livello sociale: ad esempio, se beviamo troppo, anche se siamo consapevoli che non fa bene, potremo sempre affermare che “il vino fa buon sangue”.
  • Diminuire la dissonanza tentando di lasciare meno contrasti fra le risposte contraddittorie: ad esempio, sappiamo che mangiare meno grassi è indubbiamente più salutare, ma se non riusciamo a farne a meno, possiamo giustificare la nostra risposta affermando che è “meglio vivere felici piuttosto che tristi a causa dei troppi sacrifici”.

La dissonanza cognitiva struttura l’autogiustificazione, riducendo ansia e tensione che sono ineliminabili del tutto, perché la realtà si ribella alla cattiva interpretazione.

Tale condizione mentale si alimenta con la bassa autostima, che spesso convive con l’arroganza e la pretesa di essere sempre nel giusto.

Dunque abbiamo un circolo vizioso del tipo studiato a fondo da Watzlavick: a) bassa autostima, b) presunzione di sapere, c) arroganza/ prepotenza, d) dissonanza cognitiva. Un bel loop, vero? Un loop adattissimo ad inventare sia menzogne gravi sia bugie lievi, perché chi ne è affetto non si accontenta della realtà, se non gli piace, ma pretende di cambiarle i connotati, per pacificare la propria interiorità e continuare ad occupare spazi intellettuali nelle relazioni umane.

Pare, di contro, che talora la dissonanza cognitiva possa anche aiutarci, quando siamo nell’incertezza della scelta, quando il consilium, cioè la riflessione, non è sufficiente per la electio, vale a dire la scelta, ma dobbiamo comunque scegliere a) o b), oppure quando si deve affrontare un grande dolore o una grande perdita. In questi casi la dissonanza ci aiuta ad attenuare lo stress, ma dopo un po’ è preferibile ri-guardare e riconsiderare la realtà per quello che essa è, senza crearcene un’altra a nostro uso e consumo.

Dissonanti cognitivi o semplicemente ignoranti, o disonesti, o vigliacchi, i 300 parlamentari mancanti ieri ad ascoltare Zelensky?

Il male dell’individualismo e le sue origini, la guerra e l’eterogenesi dei fini

René Descartes e il suo cogito ergo sum sono, per certi aspetti, il punto d’inizio dell’individualismo moderno. il “penso dunque sono” rappresenta un modo icastico di dire che il pensiero precede l’essere, nel senso che senza pensiero neppure l’essere può darsi.

Mi permetto – sommessamente, senza iattanza – di dissentire da tanto pensatore, in questo flusso logico-deduttivo.

Sulla linea di Aristotele e Tommaso d’Aquino ritengo, piuttosto, che l’essere (di tutte le cose) preceda il pensare, non fosse che perché il mondo esiste anche prescindendo da ognuno di noi, che potrebbe non-essere-mai-nato o essere già defunto.

Il grande francese mio omonimo (…mi onoro di condividerne il nome) potrebbe obiettare che “se io non-ci-sono, che il mondo ci sia o meno, non me ne cale, poiché, appunto, non posso conoscerlo“. A mia volta rispenderei che non possiamo considerarci unici centri del mondo e ragion sufficiente per proclamarne l’esistenza, perché ci sono, vivono, esistono anche gli… altri. O no?

Wilhelm Wundt

Prima di Descartes, frate Martin Luther aveva staccato il fedele cristiano dalla mediazione della chiesa, offrendogli la possibilità di una relazione diretta con Dio, attraverso la lettura personale delle Scritture, con l’Atto di fede e la richiesta della Grazia santificante individuale. Nella versione calvinista ciò è stato ulteriormente accentuato, poiché, secondo tale teologia l’individuo può meritare, con il suo impegno e la sua lotta, ogni bene. Su questa visione del mondo ha molto e ben scritto Max Weber nel suo fondamentale “Il Protestantesimo e lo Spirito del capitalismo“.

Queste linee di pensiero hanno caratterizzato molto la modernità è il soggettivismo insito in essa, fino a far sviluppare una torbidaegolatria, quella del “tutto intorno a te”, tristamente riportato perfino dagli spot pubblicitari

I dittatori sono esempi di individualismo egolatrico, così come lo sono, per dimensioni diverse, anche minimali, tutti i pericolosi ciarlatani settari che imperversano in America, intesa come Usa.

Sembra incredibile che loschi e improbabili figuri riescano a condizionare, manipolare, spaventare, fino a coartare la volontà individuale di individui e di gruppi di persone. Figuri che a volte nascondono le proprie tracce dietro ipotesi religiose o morali, ingannando chi riescono ad avvicinare, specialmente le persone più deboli e condizionabili.

I dittatori del XX secolo, e i loro accoliti principali hanno eretto a scienza di malvagità il loro egoismo e i vizi di prepotenza, arroganza e protervia, tutti figli della superbia scelta come linea guida delle loro azioni, indifferenti a ogni etica elementare del rispetto cui ha diritto ogni essere umano come persona.

Convinti di essere “speciali”, hanno costituito esempi mali per tutti coloro che si sono trovati in posizioni di potere e non hanno mai ritenuto che l’esercizio del potere assunto in posizioni di comando fosse un esercizio di servizio agli altri, non di mera ed egoistica autoaffermazione di sé stessi. Mi sto riferendo a tutti, proprio a tutti gli esseri umani che esercitano un potere, qualsivoglia e in qualsiasi settore della vita umana.

Lo stesso si può affermare dei dittatori attuali, dei dittatori senza controllo che governano al di fuori di ogni verifica democratica. Ve ne sono molti, nel mondo. Non è neppure necessario nominare quello più in evidenza in queste settimana, perché noto a tutti. Non merita la citazione del suo nome, poiché il nome rappresenta qualcosa di individuo, di unico, perfino di sacro. Chi opera come quest’uomo infanga il suo stesso nome, e anche la sua attribuzione di umanità. Ma vi sono anche altri egolatri, che non necessariamente fanno la guerra con le armi, ma con altri mezzi che possono obbligare e schiavizzare il prossimo o i cittadini, o interi popoli: si pensi ad esempio agli emiri del petrolio o a certi improbabili gallonati generali africani…

Il dolore della guerra, di questa guerra come di tutte le guerre, è tanto vero quanto inaccettabile, e in qualche modo sarà pagato, nel senso che un contrappasso e una nemesi sono nell’ordine delle cose.

Uno dei modi di questa nemesi sarà senza alcun dubbio l’eterogenesi dei fini che questo dittatore crudele pensa di poter conseguire. La nemesi è una sorta di “vendetta” della moralità e della giustizia.

Questa guerra da lui voluta sta rinforzando l’Europa che, con tutti i suoi difetti, è il luogo dove si vive meglio al mondo, dove i diritti sono ragionevolmente rispettati e ogni cittadino può dire la sua senza temere di essere arrestato e portato in un luogo remoto.

Ciò però non deve farci dimenticare che molto vi è da cambiare anche da noi, nella politica e nella società, recuperando il pensiero critico attualmente un pochino in sonno, la cura e la bellezza della convivenza e della cultura vera che ha dialogato nel tempo con la natura, senza offenderla.

La guerra e il racconto

I racconti di guerra sono un antico genere letterario, dai tempi degli storici greci Senofonte, Erodoto e Tucidide, e di quelli latini come Tito Livio, Svetonio, Giulio Cesare (che narrò le sue proprie imprese militari) e Tacito, per citare solo i maggiori e più studiati fin dal liceo. Mi viene qui solo da ricordare il grande romanzo di Lev Tolstoj Guerra e Pace, che ricorda il fallito tentativo di Napoleone di impadronirsi della Grande Madre Russia, come la chiamano da due secoli e oltre zaristi, sovietici, putiniani e cristiani ortodossi. La posizione del Patriarca Kirill si comprende (senza in alcun modo giustificarla) anche da questo aspetto storico-culturale.

Tralascio tutto ciò che sta in mezzo per duemila anni e vengo al XX secolo, quando, dopo le due Guerre mondiali, se ne raccontarono gli eventi e le sorti.

Per quanto attiene alle guerre successive, tutte sanguinosissime, tutte non dichiarate, tutte informali e asimmetriche, da quella di Corea negli anni ’50 a quella del Vietnam nel decennio successivo, a quelle africane, asiatiche e sudamericane, per finire con le invasioni in nazioni europee dell’Armata rossa negli anni ’50/ ’60, e gli interventi Usa e Nato in Afganistan (già attaccato precedentemente dall’Unione Sovietica) negli anni 2000, in Irak, in Siria e in Libia (dove si manifestò la tragica insipienza politico-militare di due leader come il francese Sarkozy e il presidente Obama), nei Balcani insanguinati nell’ultimo decennio del secondo millennio, vi è solo da dire che le guerre non hanno mai smesso di insanguinare il mondo. Per tacere di quelle dimenticate o mai poste con chiarezza e costanza sotto i riflettori dei media, come le guerre/ stragi del Ruanda, della Somalia, del Sudan o dello Yemen.

Ora, la domanda che mi faccio è: come viene raccontata questa guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, per volere di Putin e della sua cricca (uso un termine del periodo sovietico, non a caso)?

Sento in giro molte analisi raccogliticce e disinformate/ disinformanti chi ne sa ancora meno del parlante a vanvera.

Chi, dopo avere brevemente deplorato, quasi per un obbligo morale, l’attacco militare dei Russi all’Ucraina, sente il bisogno di affrettarsi a dire che… “comunque nel Donbass da molti anni i cittadini russi sono angariati dagli ucraini, etc.”, forse non ha la benché minima nozione di ciò che realmente sta accadendo, perché anche se fossero vere le angherie di cui si parla, non c’è proporzione alcuna con ciò che sta facendo la Russia putiniana in Ucraina.

E questo dovrebbe bastare per non usare i due piatti della bilancia con gli stessi pesi, o quasi. Io non riesco più a discutere con persone che hanno questa posizione.

Leggo e ascolto “titoli” di articoli e servizi noncuranti della precisione nel racconto dei fatti e soprattutto noncuranti dell’effetto psico-morale sulle menti delle persone di narrazioni piene di un uso spropositato di aggettivi terrorizzanti. Rendo onore – di contro – a inviati in loco di varie testate, come Ilario Piagnerelli e Laura Tangherlini, persone coraggiose.

Che la guerra, le bombe, gli scoppi, i ferimenti, il sangue, la fame, il freddo creino terrore è fuori discussione, ma è sbagliato e sadomasochista “infierire” sugli ascoltatori/ lettori con particolari inutilmente raccapriccianti. Non è moralmente ammissibile fare ciò, e non è neppure utile alla correttezza e alla completezza dell’informazione. E’ come girare una lama in una ferita, invece di lenirla, perché ferita è, e va raccontata e possibilmente curata e guarita.

Osservo i giovani venti/ trentenni che sono confusi: cresciuti nella società dove tutto accade o sembra accadere in tempo reale, non si sono ancora ripresi dal disastro cognitivo ed etico della pandemia, che si prendono addosso lo spaventoso scenario della guerra. E sto parlando dei nostri giovani, che non andranno a combattere. Ci si figuri che cosa accade nelle menti e nei cuori dei loro coetanei ucraini, e anche dei militari di leva russi che sono mandati a combattere senza saperlo. E a morire.

Il ruolo e la responsabilità morale dei giornalisti è enorme. Tanto di cappello agli inviati in loco che non mollano, come chi sta in questi giorni a Kijv, a Karkijv, a Mariupol, e a chi attende a Odessa e a Lviv (Lvov, Lemberg, Leopoli: quattro nomi per un crogiolo d’immensa cultura europea!).

Non altrettanta gratitudine a chi redige titoli schiamazzanti di guerre nucleari, di guerre mondiali, di rischio atomico incombente, di bombardamenti a tappeto (costoro non hanno presente le due atomiche americane, la distruzione di Dresda da parte degli Alleati, e quella di Coventry da parte dei nazisti, l’uso del napalm in Vietnam… studiare, amici miei, studiare, prima di usare espressioni erratissime!), e via spaventando.

Questi scenari sono implausibili, non fosse altro perché Putin (o chi per esso), non potranno non fermarsi prima, pena la loro distruzione, perché si sono inimicati l’Occidente intero, che è molto più forte e attrezzato della Russia da sola, sotto ogni profilo, a partire da quello economico, che resta il più importante. Vi è la variabile-Cina, ma l’Impero del Sol levante, sempre quello che è da millenni, confuciano e taoista, sa che cosa fare per non interrompere la sua ambiziosa marcia sul mondo.

Ora, l’Occidente deve trovare un modo per dare garanzie alla Russia di non schiacciarla sugli Urali, con una Nato alle porte di casa, il dittatore del Cremlino deve avere una resipiscenza nell’accontentarsi di questo: una Ucraina sul modello austriaco-svizzero, neutrale, una tutela dei cittadini russi nel Donbass con opportune autonomie amministrative e culturali e, se si ritiene, la Crimea, come accesso al Mare meridionale (Nero e Mediterraneo), cui la Russia ha strategicamente bisogno di avere accesso.

Ogni grande nazione (che sia grande per territorio o deterrenza militare come la Turchia, o sia grande per ragioni etnico-culturali e militari come Israele) può avere un ruolo positivo, grandi madri d’Europa comprese, come la Germania, la Francia e l’Italia. Sperando che gli Usa stiano fermi con le mani, cioè non estraendo la Colt 45.

Russia vs Ucraina (e viceversa): una storia complicatissima da conoscere

Sul “prima”, cioè sulle vicende arcaiche della Russia ho già parlato quanto basta in precedenti articoli. Qui ricordo solo che, dopo l’arrivo di Cimmeri e Norreni, e quindi dei rematori Rus, il principe Vladimir di Kiev, già cristiano, allargò la sua Rus verso Mosca, mentre a Novgorod si attestava un altro principe, e Mosca doveva ancora assumere importanza primaria per le Russie.

Caterina II di Russia

Dello zarismo, pure, ho già scritto qualche giorno fa. Qui è utile solo ricordare che le dinastie, da Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, e poi con i Romanov, a partire da Pietro I e da Caterina II (che peraltro era una principessa tedesca), la monarchia imperiale allargò ulteriormente i domini moscoviti, ma sempre con un certo rispetto delle varie regioni e popoli. Non dimentichiamo che nel Tredicesimo secoli arrivarono in queste plaghe i Mongoli dell’Orda d’oro che nelle terre russe rimasero per oltre un secolo. Il loro retaggio rimase un pochino diffuso, soprattutto nel khanato di Crimea.

Nel 1917 la Rivoluzione Bolscevica fece cessare la dinastia zarista instaurando, metaforicamente, la dinastia leninian-staliniana, che durò fino a Gorbacev. Nel 1962 l’ukraino Kruscev “donò” la Crimea alla Repubblica socialista sovietica di Ukraina.

Nel 1991 finì il comunismo e si avviò un periodo confuso di democratizzazione “alla russa”, con Boris Eltsin.

E siamo a Putin, ben presto ammiratissimo dalle destre europee, che lo vedevano come vindice della tradizione dei “valori” popolari, contro la “deriva morale” dell’Occidente. Nel 2014 la Crimea russofona fu ri-acquisita motu proprio alla Russia da Putin. E’ di questi giorni la riproposizione mediatica ridicolmente penosa delle pregresse lodi a Putin da parte di Berlusconi e soprattutto di Salvini. Che figuraaa!

Lo sfaldamento dell’Unione Sovietica ha lasciato irrisolte alcune questioni fra Russia e Ucraina: la flotta sovietica del Mar Nero, la gestione delle testate nucleari dell’URSS colà presenti, le risorse minerarie del Donbass.

La presidenza ucraina di Kucma, dai primi anni 2000 è stata controversa e non priva di scandali e corruzione, al punto che il suo partito si rivolta e abbiamo la cosiddetta “rivolta arancione” nel 2004, con alla guida Julia Timoscenko (nazionalista europeista), del partito “Patria”.

Dal 2004 inizia un alternarsi di presidenza e di governi, tra quelli filorussi di Yanukovich e quelli filooccidentali di Yuschenko e Timoscenko

A un certo punto il gioco di fa duro, con l’avvelenamento di Yuscenko, accusato di nazismo, solita vecchia storia ancora attuale

Nel 2014, dopo alterne vicende, Yanukovich vince le elezioni e allora si scatena Piazza Maydan, con proteste tra le due fazioni , che si erano contrastate continuamente.

Nel 2008 era stato stipulato un accordo con l’Unione Europea per staccare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2014 Yanukovich fugge a est e poi in Russia, mentre in Crimea e a est nel Donbass scoppiano rivolte. Kiev dichiara l’ucraino come unica lingua

Il 13 marzo 2014 si celebra in Crimea un referendum, che a larga maggioranza è per l’adesione alla Russia. Altre rivolte accadono nel Donetsk e nel Luhansk (Donbass).

L’Ucraina reagisce e riconquista parte del Donbass (Mariupol), ma subito si scatena la controffensiva dei “ribelli” russofili.

Ed eccoci agli “Accordi di Minsk nel 2014 per soluzione mediata. Ancora a Minsk nel gennaio 2015 si aggiornano gli Accordi per raffreddare il conflitto a bassa intensità che nel frattempo continua nel Donbass.

In questi anni tutti ci si è dimenticati delle guerre a bassa intensità.

Ultime cose prima della guerra: nel 2019 Poroshenko è sostituito da Zelensky, attore teatrale e televisivo che in una sit com simula di fare il politico.

Una situazione complicatissima, dunque, dove la Federazione Russa si colloca su un versante nettamente oppositivo alla nuova Ucraina e alla Nato.

Non si può negare che il conflitto trasformatosi in guerra cruenta ha origini antiche ed ha origine in problemi irrisolti.

Vi sono i diritti dei due popoli, ma oggi, con chiarezza, vi è anche uno dei due che aggredisce e l’altro che è aggredito.

I due diritti sono i seguenti: a) non si deve schiacciare la Russia verso gli Urali; 2) l’Ucraina ha diritto di autodeterminare il proprio futuro.

Gli spazi per un accordo equilibrato ed equo ci sono, e non sto qui a ripetere quello che ormai tutti sanno. Ho solo da dire che la ragione deve tornare a prevalere sulle emozioni, come insegnava Aristotele, filosofi stoici come l’imperatore Marco Aurelio (cf. Pensieri), che ben conosceva il senso della guerra, e molti altri sapienti del nostro Occidente, e parimenti quelli dell’Oriente antico, come Lao Tzu, il cui adagio andrebbe studiato a memoria e introiettato, secondo il quale il miglior esito di un conflitto è quello di una saggia mediazione, tale da evitare il confronto fisico, che genera solo feriti, morti, fame, dolore e odio.

Dalle “signorine buonasera” degli anni ’60 ai conduttori di talk show, un continuo degrado

Non so se qualche mio caro lettore si ricorda di Marco Raviart, “lettore” di tg della Rai negli anni ’60. La sua voce era al livello di quelle dei migliori attori di prosa, come Arnoldo Foà, Alberto Lupo, Vittorio Gassman o Nando Gazzolo, che in questo novero era forse il fuoriclasse dell’arte del dire, la dizione, con quel timbro fermo e preciso nell’eloquio, e nel contempo pieno di echi virilmente fascinosi.

Si trovano senza problemi sul web interventi di Raviart, così come degli altri “lettori” dei telegiornali, ad e. di Piergiorgio Branzi, Sandro Paternostro, Ruggero Orlando, Demetrio Volcic, etc.

Confrontando le capacità professionali di questi antichi giornalisti con quelle degli attuali, questi ultimi fanno una figura barbina. Sarebbe interessante capirne la ragione. Mi verrebbe anche la tentazione di fare nomi e cognomi, ma evito, un po’ per evitare possibili guai e un po’ per caritas patriae.

In realtà, si possono notare errori nelle notizie, espressioni approssimative nel porgerle, l’uso di toni spesso inadeguati, urlati, oppure incongrui rispetto all’argomento trattato.

Un paio di esempi:

a) colei che sta conducendo attualmente Tg2Post, che va in onda ogni sera, dal lunedì fino a venerdì, alla fine del Tg2, non sempre utilizza espressioni corrette o sintesi in grado di semplificare senza banalizzare o allarmare; un esempio nell’esempio: parlare con leggerezza di “terza guerra mondiale”, quasi come fosse un’ipotesi ragionevolmente plausibile non va bene, perché io so che tale evenienza è quasi in assoluto implausibile, ma l’anziano/ a che ascolta, il bambino/ a potrebbero spaventarsi in modo esagerato e psicologicamente devastante. Ieri sera stessa, mi ha telefonato mia suocera, 91enne, spaventatissima, per chiedermi: “Renato, ma viene la guerra?”

Non va bene; altro esempio,

b) nell’ambito delle notizie e degli aggiornamenti sulla guerra in corso in Ucraina, come da modalità caratteristiche dell’annuncio di detti programmi, i modi, i testi e i toni degli annunci stessi, che riguardano una immane tragedia, sono molto simili a quelli dello spot promozionale di un dentifricio o di una linea di arredamento. Convivono, nello stile comunicativo dei giornalisti una eccessiva dose di sensazionalismo irrorato di scarsa cura lessicale. Mi pare che ciò sia inaccettabile, stonato, almeno per il mio orecchio e la mia sensibilità.

Possibile che nessuno dei dirigenti della Rai non si accorga di questo? Per quanto concerne il punto a), forse toccherebbe intervenire al presenzialista (o quasi) direttore del Tg2 Sangiuliano. Queste due cose le ho formalmente comunicate, con una telefonata e una e-mail, anche al citato sito Rai. Devo dire che qualcosa hanno fatto, o essendosi accorti di ciò che sto qui spiegando o, forse, anche della mia raccomandazione.

Torno al tema iniziale. E’ evidente che il degrado formale-professionale che sto denunziando, non dipende solamente dai gruppi dirigenti giornalistici della Rai, ma da ragioni o cause più ampie.

Si assiste indubbiamente a un degrado più generale del modo di parlare e di scrivere, registrando una progressiva banalizzazione/ semplificazione dei linguaggi, da un lato privilegiando i gerghi professionali, dall’altro impoverendo la platea delle scelte lessicali possibili, pur in presenza di una inesauribile ricchezza linguistico-espressiva della lingua italiana.

Condivido le tesi di quei linguisti che sottolineano la dinamicità delle lingue, che si formano nel tempo, anche mediante contaminazioni tra idiomi ed etimologie differenti, come è accaduto un migliaio di anni fa, con la formazione delle lingue romanze dal latino popolare, ma talora e in qualche caso si sta assistendo ad una esagerata acquisizione di espressioni “estere”, soprattutto dall’inglese, che potrebbero essere pacificamente evitate con l’uso delle equivalenti espressioni italiane. Un esempio: perché non dire “riunione breve”, invece di “flash meeting”, stesso numero di lettere, stessa “economia” energetica, stessa scorrevolezza ed efficacia.

Niente, si preferisce anche in questo caso l’inglese, perfino quando questo non è necessario come lo è nei colloqui interni nelle multinazionali che hanno stabilimenti in varie parti del mondo. Si vede che “fa figo”, e questo basta. Invece a me pare che faccia pietà.

Potrei continuare a lungo su questi argomenti, ma penso di avere già dato un’idea del mio pensiero critico, che qualcuno raggiungerà rendendolo pensoso.

Guerra e legittima difesa? Rispettivamente, Russia (Putin) e Ucraina

Leggo sulla stampa che, dando armi all’Ucraina, di fatto come Nazioni europee siamo in guerra con la Russia, anche se ciò non è vero. Da niuna parte, in nessuno scritto vedo citare il concetto di morale pratica di “legittima difesa”, che in ogni ordinamento etico-giuridico è prevista, fin dai testi legislativi archetipici, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Per sintetizzare, interpello in tema la morale di Tommaso d’Aquino, che ne trattò diffusamente nella sua Summa Theologiae.

Innanzitutto Tommaso distingue gli atti umani tra “buoni o cattivi in rapporto alla ragione; poiché, […], il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (Summa Theologiae I-II, 18, 5, co.).

Già questa secca definizione ci può trovare un po’ spiazzati, spiazzati perché noi moderni abbiamo forse perso il senso di ciò che sia conforme e di ciò che sia non conforme e contrario alla ragione, e il senso e il significato del termine “ragione”. Tommaso ci potrebbe aiutare molto anche a rischiarare concettualmente il significato di “ragione”, che per lui (e dovrebbe essere così pure per noi) è la recta ratio agibilium, vale a dire il “retto pensiero intellettuale per agire cose eticamente fondate sul rispetto dell’uomo” (traduzione ad sensum).

Per valutare un atto umano secondo ragione, Tommaso ci aiuta in questo modo, proponendo tre elementi costitutivi di esso: a) l’oggetto dell’atto, b) il fine e c) le circostanze.

L’oggetto è l’atto concreto, visibile, “ragionevolmente” scelto mediante il proprio libero arbitrio. Però, tale atto è da valutare anche in relazione alle caratteristiche di chi lo compie, poiché altro è ciò che può compiere una persona di potere, altro è ciò che può fare una persona che non ha potere. Nel caso dell’agire di Putin tale riflessione è molto interessante.

Il fine si definisce con il-perché un soggetto compie un tale atto, ed è costituito da due intenzioni: a) l’intenzione prossima, che definisce la specie dell’oggetto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere il blocco immediato di un allargamento della NATO all’Ucraina, che peraltro non era all’ordine del giorno), e b) l’intenzione ulteriore, che invece stabilisce il fine decisivo proprio di un atto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere l’intenzione di Putin di tentare di ristabilire i confini dell’influenza russa più o meno ai vecchi confini dell’URSS, non escludendo di riprendersi anche, del tutto o in parte, gli ex “Paesi satelliti”).

Ordinariamente, l’atto è più importante del fine, ma nell’intenzione (del cuore, direbbe Gesù di Nazaret) il fine è più importante dell’atto.

Le circostanze, per Tommaso d’Aquino, si possono suddividere in sette classi: chi, cosa, dove, con che mezzo, perché, come, quando. Vedi, caro lettore, come le 5 double W (who, which, what, when, where + how) dell’imperante, e per me fastidiosa, cultura aziendalistica inglese hanno antenati illustri! Aaah, cari guru dell’organizzazione aziendale, forse siete un pochino ignorantelli…, voi siete quelli per cui il termine “agile”, si pronunzia “agiail”. Incredibile dictu. Imbecille.

Le circostanze possono influire in tre modi sulla fondazione etica di un atto umano. Primo: alcune circostanze sono trascurabili, e perciò provocano conseguenze insignificanti per quanto concerne un giudizio morale sull’atto stesso. Secondo: alcune circostanze sono accidentali (o casuali, termine da prendere, però, con le pinze) sull’atto e rappresentano solo un indizio, che può essere di carattere aggravante o riducente.

Infine, terza ipotesi: possono sussistere delle circostanze molto importanti, al punto da modificare la natura stessa dell’atto.

Oltre a quanto sopra descritto, per ogni atto umano (la decisione guerresca di Putin), si devono considerare le conseguenze prodotte, a partire da quelle principali: nel caso della guerra in corso, morti uccisi, freddo, disagi di tutti i generi, ferimenti, dolore proporzionato alle condizioni di ciascuno, laddove i vecchi, i bambini e gli ammalati stanno peggio.

Gli effetti moralmente cattivi/ negativi di un atto sono da attribuire alla responsabilità dell’agente che lo compie (Putin), anche se non si può dire che l’agente stesso abbia precipuamente e primariamente voluto – come fine – uccidere vecchi, donne a bambini, ma tale effetto era tra le possibilità di un’azione militare, che non può mai essere, come si dice, con edulcorata e indecente retorica, “chirurgica”.

A questo punto, Tommaso, figlio del suo tempo, fa l’esempio di un Crociato che ammazza un nemico per difendere la Cristianità, e spiega come l’effetto dell’uccisione di un “infedele”, di per sé, moralmente negativo, non lo è primariamente e del tutto, perché il fine è quello di salvaguardare il bene maggiore, che per il Crociato è costituito dalla Cristianità. Per noi questo paragone, ovviamente, non regge, mentre per gli integralisti islamici regge ancora. Vedi, gentile lettore, come debba fare ancora molta strada la cultura giuridico morale di un certo islam!

Secondo la morale tommasiana, dunque, considerando il duplice effetto possibile di un’azione, uno buono e uno cattivo, si possono individuare quattro condizioni che rendono possono rendere un atto legittimo. In questo ci aiuta il filosofo domenicano Giovanni di San Tommaso (1589-1644):

  1. L’atto stesso è buono o quantomeno neutro, basta che non sia cattivo.
  2. L’effetto cattivo non è oggetto dell’intenzione.
  3. L’effetto buono non è prodotto tramite l’effetto cattivo.
  4. L’effetto buono è più importante dell’effetto cattivo.

Ovviamente, il frate domenicano si ispira al Doctor Angelicus, (magister multorum, etiamque mihi) che scrive:

«Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita» (Summa Theologiae II-III, 64, 7, co.)

San Tommaso è lucidissimo, quando afferma che un’azione che abbia per fine la difesa della propria vita non sia per sé stessa illegittima, nemmeno nel caso in cui abbia come effetto l’uccisione dell’aggressore; ma questa azione può diventare illegittima per eccesso di reazione (quello che nel diritto penale contemporaneo si definisce come “eccesso colposo di legittima difesa”). Non esiste dunque una difesa illegittima (in linea di principio l’autodifesa è sempre legittima), ma una difesa sproporzionata.

Un esempio: le guerre americane nel Medioriente portate avanti dall’amministrazione Bush con quell’imbroglione menzognero di Tony Blair, e in seguito dall’amministrazione Obama, sono un fulgido (fo per dir) modo di difendersi, offendendo in maniera sproporzionata Nazioni e Popoli, in relazione al fine con il quale dichiaravano di voler proteggere il proprio paese (leggasi interessi economici).

Ora, se riferiamo, per analogia, questa lezione morale alle vicende della guerra di aggressione in corso da parte della Russia (di Putin) all’Ucraina, non si pone, caro Domenico Quirico, che scrivi su La Stampa, il tema di una guerra contro la Russia da parte dell’Occidente (Italia compresa), poiché invia armi all’Ucraina, ma il tema – di altissima e inconfutabile Legittimazione Morale – di una LEGITTIMA DIFESA.

Nella fotografia, e – diversamente – nei video, vi è una “sovrabbondanza ontologica” dell’essere

Nunc aeternum“, o l’ora eterna… si ferma nello scatto della foto. Ciò è fondamentale mentre guardiamo le immagini che ci arrivano dalla guerra. Come per quanto concerne ogni altra immagine di cui prendiamo visione.

Diverso è il discorso che possiamo fare se consideriamo le figure in movimento del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere, e ora dei video che tutti auto-produciamo con il cellulare e condividiamo con il… mondo.

Ma restiamo sul tema della foto.

L’espressione video, ma ferma come in uno scatto fotografico, di Gerasimov, generale comandante di Stato maggiore russo in ascolto di Putin, che annuncia l’alert nucleare, non è entusiasta delle parole che sta ascoltando, anzi, il volto, denotano una grave preoccupazione e anche sconcerto. Il Presidente lo sta sorprendendo di bruttissimo. Forse.

Il militare “parla” stando zitto e dice – senza proferir verbo – cose molto gravi, che sente, percepisce e avverte come possibili: una defaillance politico-militare-economico-finanziaria della sua Nazione.

Proviamo a riflettere su una foto, come per esempio quella del film chapliniano del “Monello”, o quella che rappresenta la morte di un miliziano lealista (cioè anti-franchista) nella Guerra di Spagna del 1936, di Robert Capa.

Chaplin sta seduto, apparentemente senza pensieri particolari, con il bimbo vicino. Guarda fisso davanti a sé, l’obiettivo, il fotografo, un altro soggetto umano od oggetto? Non sappiamo. Già questo ci fa capire come la mera rappresentazione di un uomo seduto, con bombetta in testa e le braccia conserte, in cravatta e giacca, etc., apre i confini del senso su un mistero. Il mistero, come ci insegna la Teologia filosofica è un “che-che-si-disvela-lentamente“, dal verbo greco myo, myein.

Charlot trasmette silente un senso di muta preoccupazione per il futuro suo e del bimbetto che gli siede accanto. Riflette sul fatto che sono poveri tutti e due, su ciò che potrà fare, su dove potrà andare, su dove fermarsi, su come sostentarsi, su come parlare con gli altri, su, su, sulle… infinite possibilità della vita.

Il miliziano colpito a morte, colto dall’obiettivo del fotografo americano, non rappresenta solo l’archetipo della morte violenta per un colpo d’arma da fuoco in guerra. Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, ungherese americano, nato a Budapest nel 1913 e morto a Tay Ninh nel 1954, appena quarantenne, coglie l’attimo nel quale una vita si spegne e un uomo entra nella dimensione nulla-vivente.

Cosa racconta lo scatto? Non solo l’assurdità della guerra come strumento per dirimere i contrasti tra gli esseri umani, ma tutto, del soldato morente: che è nato, ha vissuto, ha amato ed è stato amato, ha riso e pianto, si è arruolato, che è morto. Nel mezzo ci sono le persone a noi sconosciute, che ha incontrato nella sua vita, a partire dai suoi genitori, forse ha avuto fratelli e sorelle, certamente parenti, amici, maestri, uomini di chiesa, datori di lavoro, militari, commilitoni… e, accanto alla sua, possiamo immaginare le vite di tutti questi altri, di tutto il suo mondo, che da quell’attimo dovrà fare a meno di lui.

Ecco, ora proviamo a trasfondere queste riflessioni sul volto del generale Gerasimov, su quello di Zelenski, e anche su quello di Putin che, dicono in queste ore, ha un volto senza sguardo. Un modo di dire, senz’altro, una metafora per rappresentarlo in tutta la sua cruda e feroce freddezza umana, che appare. Appare. Che cosa vuol dire “apparire”? forse che appare cio-che-non-è, perché è pura apparenza, vale a dire “esteticità”, non àisthesis, che è la manifestazione dell’essere? Ma è poi vero che dentro di sé, Putin ha solo un vuoto pneumatico di umanità?

Certamente in lui, come si dice con pessima espressione, “al netto” di un’analisi psicologica che potrebbe rivelare nevrosi profonde e forse altro, vi sono anche pensieri ed emozioni. Forse le seconde, in questa fase, prevalgono sui primi; forse Putin è talmente preso dal suo “genio”, nel senso dello jinn musulmano, o del dàimon platonico, patriottico, di cui in queste ore/ giorni non riesce a liberarsi.

Le mie, è ovvio, sono pure elucubrazioni, perché non conosco Putin, come peraltro non lo conoscono tutti quelli che ne parlano sui giornali e sul web, ma penso che, sotto il profilo umano, etico-filosofico e infine anche pratico, che avrebbe bisogno di aiuto, di molto aiuto. Paradossalmente questo killer di bambini e di civili ha bisogno di aiuto.

In questi giorni mi chiedo dove sia il Patriarca di tutte le Russie, sua santità Kirill… perché, fosse lui come Francesco il papa cattolico, sarebbe al Cremlino a proporre una direzione spiritual-filosofica a Vladimir. L’ortodossia solitamente e storicamente si adegua al potere. Ma la Russia, pur avendo conosciuto perfino Rasputin (viene bene anche il giochino verbale Ras-Putin), ora non ha consiglieri spirituali. Può avere, però, consiglieri economici, del genere di Roman Abramovich. Questi si devono muovere.

E L’Europa? Eccola qua, la-bella-addormentata-sugli-euri! Avrei tante cose da dire su questo nostro continente ricco e stanco, che ora pare svegliarsi in un sussulto di dignità, da un diuturno torpore.

Ma se guardo in faccia Charles Michel, quello che negli incontri ufficiali ignora frau Ursula Von der Leyen (perché se non specifico di chi si tratta, nessuno associa il volto di Michel al suo nome) il pessimo tra i peggiori, mi vien da sperare ben poco.

Ecco, che cosa mi fa pensare la sovrabbondanza ontologica di una fotografia.

La guerra paranoica e la cecità occidentale

Non nego una riga di quanto ho scritto e qui pubblicato sulla Russia e la sua storia qualche giorno fa.

La grande porta di Kiev

Oggi, però, dopo che Putin (non cito la Russia come Nazione), come capo autocrate dello stato, ha ordinato un attacco militare all’Ucraina che pochissimi hanno saputo prevedere, scrivo qualcos’altro. E non mi limito ad aggiungere la mia flebile voce alla richiesta di fermare le operazioni e di tornare a saggia trattativa. Provo intanto a parlare di Putin, guardandolo in faccia attraverso i video che arrivano ogni momento.

L’uomo appare furibondo, determinato nella sua sicurezza militare, ma solo. Solo. Anche se lo assistono militari e il volto vecchio di Lavrov. E qualche altra nazione, grande o piccola, anche se molto ambiguamente. Penso ai ventenni di Kazan e di Irkutsk obbligati a combattere contro ventenni di Lviv e di Karkiv, per decisioni che li sovrastano, perché non vi sono luoghi dove discutere, o Dume in grado di mettere in mora l’uomo del KGB.

Zelenski mostra coraggio e determinazione, e così appare anche la verità psicologica di un uomo messo in una situazione-limite (Jaspers), anche se è un ex comico.

L’Occidente, come a tempi dell’11 settembre, ha mostrato anche in questo caso la sua pasciuta nonchalance. E non mi metto a proporre dei “se” l’Occidente, “se” gli USA… Fare discorsi di politica e di storia attuale con i “se” è sempre inutile se non controproducente. Ma qualcosa s’ha da dire.

Perché i Paesi Nato non hanno smesso di incoraggiare l’Ucraina a un’adesione, sapendo che la Russia non lo può sopportare? E c’è qualcuno che osa farlo ancora in queste drammatiche ore! La Nato ha strutture militari importanti nei Paesi baltici: sarebbe come se la Russia li avesse a Guadalajara o a Ciudad Juarez, nel Messico settentrionale. Non ci ricordiamo dei missili russi a Cuba, 1962, quando forse solo l’intervento di papa Giovanni XXIII evitò al mondo qualcosa di irreparabile?

Putin non sembra meno determinato del Kruscev di quegli anni, con l’aggravante che la sua persona sembra meno in-controllo di quel capo comunista. Non voglio fare diagnosi a distanza, ma l’uomo non pare lucido nel gestire un potere che appare incontrastabile, in Russia.

E il popolo russo? Tutto il popolo, intendo. Intanto non dimentichiamo che il suo reddito pro capite è analogo a quello del popolo bulgaro, e il racconto di una Russia accerchiata prevale, in quelle contrade.

In estremo Oriente, la Cina pare sonnecchiare, ma ha in mente di fare altrettanto con Taiwan. Chi la fermerebbe? La flotta americana del Pacifico, quella che sconfisse i giapponesi 77 anni fa? Non credo. Se si leggono attentamente i testi dei recenti accordi politici stipulati fra Xi e Putin, si può osservare, accanto a uno scetticismo radicale nei confronti del sistema democratico parlamentare, una pessimistica e disincantata visione hobbesiana della politica, là dove il popolo affida totalmente il potere al gruppo di oligarchi che lo assume, in qualsiasi modo, senza alcuna possibilità di metterlo in questione.

Noi Occidentali non siamo disponibili a “morire per Kiev” e si capisce. Vogliamo finalmente studiare a fondo la storia, la politica e le paure delle nazioni grandi e piccole che si collocano ai confini della… storia? La Russia è la più grande di queste nazioni, ed è abitata da uomini e donne come noi.

Ovviamente non mi metto qui a fare il diplomatico senza titoli, ma resto sul ragionamento.

Questa situazione echeggia in chi possiede anche solo nozioni sommarie di storia contemporanea, due esempi contrapposti: il primo ricorda la questione dei Sudeti, pochi anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, quando le potenze occidentali non opposero alcunché alle pretese di Hitler su quei territori; la ragione/ scusa era la medesima di Putin, quella di proteggere i molti Tedeschi abitanti quella regione boema; il secondo, invece, può rinviare alla questione altoatesina o sudtirolese, che concernette la nostra Italia del secondo dopoguerra: allora, l’immensa saggezza di De Gasperi permise di evitare una possibile guerra civile di confine fra Austria e Italia, con il riconoscimento alle popolazioni tedescofone di tutti i diritti relativi alla loro cultura, modello scolastico e anche, in parte amministrativo. Da decenni, dopo il periodo delle bombe nei tralicci, a Bolzano, a Merano, a Vipiteno… si vive in un’Italia dove si parla tedesco e l’italiano non è obbligatorio, ma convive con la maschia lingua gotica.

Anche i Russi sono presenti variamente negli stati che si sono formati dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica: perché non è possibile imitare la saggezza del democristiano De Gasperi?

Ancora una volta i contendenti non si dividono (non si devono dividere) tra buoni e cattivi. Certo che i cattivi in questa fase sono i Russi e i buoni gli Ucraini e con questi siamo buoni noi Occidentali. Ma non è così.

Noi e loro abbiamo bisogno di risorse, di energia per vivere nelle nostre case e per far funzionare le nostre fabbriche. Nel nome di una comune presenza sul Pianeta e di una comune “humanitas”.

Putin ha trascinato la Russia in un’avventura dalla quale uscirà, speriamo presto (ma senza che noi ne godiamo), molto male. Dopo questa guerra che non durerà a lungo, la Russia non deve diventare un conglomerato di paria a livello internazionale.

E la Nato? L’Alleanza atlantica è stata istituita quando iniziò la “Guerra fredda” per difendere l’Occidente da Stalin, che si era già incamerato mezza Europa. E’ ancora il caso che sia gestita come settant’anni fa con un segretario generale i cui compiti nessuno capisce? Stoltenberg, chi è costui? Mi verrebbe da scherzare, con san Paolo, sul suo nome.

Ancora una volta, sul tema, noto l’inadeguatezza dei discorsi che fanno i nostri politici, tra i quali vi è chi non riesce a parlare chiaro, perché imbozzolato nel populismo (Salvini), e chi tuona (mi verrebbe da ridere se non parlassimo di una tragedia) roboanti proclami anti-russi, come Letta. Poca roba. Largamente insufficiente alla bisogna.

Mentre seguiamo quello che succede, anche se con un senso di impotenza, proviamo a studiare di più ciò che sta producendo questa fase tragica. La ragione e la cultura aiutano sempre.

Ferdinandus Ceschiae familiae, ex temporibus actis de medio saeculo misuratis memoria, Stellinianos juvaniles Fescenninos atque gaudiosas Festivitates domesticas – ipso facto – hic mihi nobisque narrat

TE LO DO IO IL FESTINO

Nei rari momenti di abbandono, quando il mio assiduo cogitare rallenta il passo, un tronco encefalico nodoso quanto un pino loricato, fa affiorare in me bagliori di inquietante consapevolezza. Sono trascorsi anni dal sospirato diploma al Liceo Stellini e l’odore delle rare pizzette da contendersi a suon di gomitate nell’angolo della bidelleria,  può dirsi ormai dissolto, come il ricordo del soffuso sciabordio della roggia, che il Regio lambiva tra i concitati ditirambi e l’ossessivo tamburellare della Venerina.

il da noi (da tutti i citati e da mia figlia Beatrice che ivi fu allieva decenni dopo di noi)
amatissimo Regio Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Il grande Vigevani ha raggiunto altri lidi non prima però, congedandomi, di avere fatto di me un dirigente imponderabile. Secondo i canoni del buon intendere dovrei sentirmi appagato, quanto uno scuoiatore di muli o un venditore di scorze candite, da sempre ritenuti solidi emblemi di successo e di entusiasmo, mascolino e propositivo.

Dovrei lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte e prendere il mare al largo, dove i totani brulicano, in una ridda frenetica di braccia, tentacoli e ventose. Ma nulla di tutto questo accade. Un grande peso sembra trattenermi, quasi premessa annunciata di un possibile conflitto interiore a lungo rimandato. Ad evitare devastanti smottamenti cerebrali in un equilibrio già provato da tanto confliggere, assume la forma di disadorne domande. “Nando – inizia subdolamente – non è che stai esagerando con questi racconti stelliniani ? Non è che stai proiettando al cielo il potenziale siderale della Sezione F nel campo della cultura? Capisco che la sua incidenza sia mostruosa, ma tutto quello studio furibondo, quel materno piegarsi sui libri, quella dedizione totale ai principi scolastici rinunciando a tutto il resto, non è forse eccessivo ? Possibile che nelle pieghe di un crudele immolarsi sull’altare del sapere, non ci fosse mai un attimo di respiro, un segmento diafano e incidentale per coltivare attimi di frivolezza? Possibile?” Questa voce, per quanto gentile e garbata, dovevo tacitarla se volevo continuare a leggere “Soldino” “Tiramolla” e “Il grande Bleck” senza perdere il filo.

Cercare note leggere laddove non sembrano esserci, in un pentagramma affollato solo di sinfonie vibrate ed irraggiungibili, non è certamente facile. Inaspettatamente tuttavia, poco per volta, agendo a guisa di un succhiello per il formaggio, emergevano profumi e sapori  pudicamente celati da tempo. Ectoplasmi vaganti, amalgami lattiginosi da medium squinternati, via via prendevano contorni sempre più distinti, sempre più prossimi ad abissi di intensa vacuità, di futile e spregiudicata leggerezza, di vuoto, spinto ai limiti dell’impossibile…

I FESTINI ! Ma certo, come avevo fatto a dimenticarli ??!!! Riti pseudo-pagani, salvifici dimenar di fianchi, saltellanti e grufolanti contorsioni in un esplodere colorato di ormonale gaiezza. Ecco cos’ erano ! Il perimetro permissivista di questa deroga era dettato da costanti fisse: quelli fuori Udine erano esclusi per via dei pullman (attenti solo agli orari di studio), mentre quelli veramente ricchi, sia di Udine che di fuori, prediligevano i Mocambo Club, i locali di lusso dove quasi tutto era consentito se non proprio dovuto. Io ed altri malcapitati fluttuavamo nel mezzo, favoriti dall’essere urbani ma non avvantaggiati da munifiche cornucopie. Le coordinate per questo limbo euforico erano grosso modo queste. Ci si presentava al domicilio eletto (quasi sempre di proprietà donzellesca) doverosamente agghindati secondo il conclamato genere di appartenenza. Eleganti e leggiadre le ragazze, tendenti al buttero noi ragazzi, tanto per l’abbigliamento che per il linguaggio. Sapevamo che la parte femminile della nostra classe prediligeva di gran lunga il macho adulto, non certo i diciassettenni. A nulla serviva tingersi le basette di bianco come Stewart Granger in “Le miniere di re Salomone” oppure mettere una ponderosa zucchina in tasca, come suggeriva scaltramente Checco.

E neppure vantare relazioni amorose con ignare amazzoni di altri istituti, consentiva di acquisire punti e fascino. Andavamo bene per fare delle prove, neppure tanto libere. Le madri delle donzelle ospitanti quando percepivano che qualche audace buontempone spegneva le luci durante i balli lenti (quelli languidi e galeotti) , si precipitavano per le scale come tigri, con fari aggiuntivi così luminosi da far sembrare la sala una spiaggia in pieno ferragosto. Il pass per essere accolti in questi templi del divertimento puro consisteva nel portare al festino l’ultimo 45 giri, quello talmente fresco da aver messo in imbarazzo persino i rivenditori del negozio di Via Vittorio Veneto. Colà potevi degustare l’esordio dei “Village people” spinti chissà perché ad elettrizzare palcoscenici già impropriamente affollati, oppure farti rapire dalle note di “Fernando” degli Abba CadAbba, amore limpido per un nome ricercatissimo ed intrigante.

Beatles e  Rolling avevano prodotto un salto vertiginoso non solo musicale, ma letterario. Il nostro inglese scolastico, talora raccogliticcio, si cimentava coraggiosamente in traduzioni magistrali e interpretazioni d’acchito liricamente encomiabili. “Yummi Yummi Yummi” degli Ohio Express era dato come napoletano autentico, mentre “Monday Monday” dei Mama’s & Papa’s era attribuito a coralità afro-carniche del Settecento. Dopo avvilenti “Binario triste e solitario” e “Papaveri e papere” erano venuti “Bittore ti voglio barlare mendre dibingi un aldare”; “Ancora una volta ho rimasto solo”; “ Cameriere lascia stare, camminare io so“, e addirittura (horribile auditu) “Ho soffrito per te”. Che robeeeee ! Altroché traumi infantili! Non c’è da meravigliarsi se la gioventù di allora, sottoposta a cotanto beccheggio si muoveva scomposta,  inseguendo le ali di balene notturne, magari alle note di scarpe birmane e di nerissimi oboe.

In Sezione F, senza ritegno alcuno Alberto aveva scelto  come sigla “Frank 84”, in onore del principe Maurizio Vandelli, mentre Enrico vantava il primato assoluto dei Rokes di Shel Shapiro, quello alto due metri e che dietro “Tu non puoi sempre vincere” seminava tentennamenti ideologici e sconfortanti abbandoni.

L’amico Durigon discettava dei Bipinazos, un complesso greco che forse solo lui aveva ascoltato, ma era così puntigliosamente competente che io gli credevo, senza remore e contrappunti.

Maila straparlava di Mal, dei suoi occhioni incantatori e della sua mascella volitiva.

Renato come sempre provava a mettermi sulla retta via in quel di Rivignano. Maneggiando centinaia di LP, dopo gli Animals o i Moody Blues, si arrischiava a propormi i madrigali del Monteverdi, ottenendo regolarmente da me fissità inquietanti da lobotomizzato.

Daniela studiava con serietà tutte le nuove uscite italiane o straniere, a qualunque genere appartenessero (fu lei a proporre per prima “E’ l’amore” di uno che sembrava un tucano e rispondeva al nome di Franco Battiato).

In questo tourbillon frenetico ed auto-propulsivo a me bastava “Foxy lady” del vecchio Jimi Hendrix, per dibattermi come Laocoonte e i serpenti, ma senza ombra alcuna di serpenti. Forse per l’effetto di sonorità inguaribilmente psichedeliche in uno di questi “festini” accadde un episodio imbarazzante, che mi fece arrossire non poco.  

Era l’anno 1969. Compiva gli anni Enrico e ci aveva invitati a casa sua, in Viale Tricesimo, affiancato dai giovani fratelli e dalle giovani sorelle. I compagni di classe si presentarono con i loro classici 45 giri mentre io, contravvenendo alle convenzioni, portai all’amico una cravatta da Carnaby Street, dai colori scombinati e peccaminosamente improbabili. Credo che Enrico non l’abbia mai indossata, ad evitare l’arresto per oscenità in luogo pubblico. Tra gli invitati alcune persone che non conoscevo. “Mi verranno presentate – pensai – magari più tardi”. Non conoscevo la lingua friulana e questo mi sarebbe stato fatale. Giovanni, il fratello di Enrico, continuava ad aggirarsi tra le coppie danzanti, con un elmetto della Wehrmacht graziosamente arresosi al flower power.

Farneticando accentazioni puntute in finto francese, lui ed Enrico, a un certo punto, indicandomi una ragazza grassottella ancora seduta, mi suggerirono : “Fai il cavaliere Nando, invita tu a ballare Pantiane”. La proposta mi parve   ragionevole. Mi avvicinai, accennai un inchino compito e sussurrai con la voce più suadente che mi era possibile mettere insieme : “Posso ballare con te Pantiane?”. Quella strabuzza gli occhioni, si alza di scatto e mi assesta il più cocente sberlone della mia vita. Grande sorpresa tra i ragazzi presenti, ad eccezione dei due fratelli che sembravano presi da tarantolate convulsioni, al punto che scontrando la fronte producevano più volte un suono di campana, rigorosamente Wehrmacht, senza curarsene più di tanto. La ragazza se n’era andata furibonda e a me, per tanto tempo era rimasta una domanda disarmante : “Perché l’ha fatto? Non intendeva forse ballare o non le piaceva il pezzo?

Aaaah puar pipinot.

Nando CESCHIA (testo calorosamente approvato dall’amministratore, assai divertito)

“Servi di scena”: Abubakhar Ogondo Yeye, un uomo indecente… anzi tre, il secondo è Charles Michel, e il terzo è il “president-ore” della Bielorussia Lukascenko, in questi giorni di guerra alla porta delle nostre case,

indecenti per maleducazione e inqualificabile sessismo. Un nero musulmano, e due europei cristiani.

il bianco maleducato e recidivo

Il primo è il ministro degli esteri dell’Uganda, il secondo, il belga Michel, ha sopportato che Erdogan non facesse accomodare Ursula von der Leyen. Ospite maschio in poltrona, ospite femmina sul divano.

In questi giorni, invece, sempre alla presenza dell’ineffabile Michel che neanche un baffo ha mosso per far notare al politico africano che c’era lì con loro anche la Presidente della Commissione europea, e del Presidente francese Macron, il citato politico ugandese ha a malapena degnato di uno sguardo la signora, solo perché glielo ha fatto notare quasi con veemenza Macron. Sessismo, machismo, maleducazione, di tutto un po’?

Di Lukascenko, president-ore della Belarus, non occorre dir altro che segue Putin come un fedele cagnolino.

Andiamo più a fondo.

Nella tradizione teatrale e anche in un film, dal titolo omonimo, il servo di scena non vive una vita propria, perché trasferisce costantemente se stesso, i suoi sogni, le sue aspirazioni, la sua personalità intera, nel suo “padrone e signore”, vive di luce riflessa e protegge e difende gelosamente il padrone, perché così facendo difende e protegge se stesso.

Non che i tre personaggi di cui sopra siano propriamente “servi di scena”, ma possono esserlo di fatto, e soprattutto negli effetti. Un esempio: se Erdogan non mantenesse l’impegno di tenere chiuso lo stretto del Bosforo alle navi da guerra russe, come in questi giorni sta promettendo, si mostrerebbe un vero “servo di scena” di Putin, pur facendo parte la Turchia della Nato. Di Michel meglio non dire, per non infierire. Vi sono persone che giungono ad alte cariche per ragioni quasi incomprensibili dal sapere comune concesso dai media.

Perché ne parlo qui? Mi sembra utile, proprio in questo momento pericoloso, ricordare il rischio del “servo di scena”. Persone poste in funzioni e ruoli importantissimi sono servi di scena, perché hanno rinunziato, o forse non possono (nel senso che non hanno i mezzi psico-morali cognitivi e volitivi), a gestire un flusso di detti e di atti in autonomia, perché dipendono da un “padrone”. Che a volte è tale anche dei loro flussi di pensiero.

I “servi di scena” sono presenti su tutti gli scenari umani. Io ne conosco parecchi. Il tema è che molti di loro sono inconsapevoli. Potrei fare nomi e cognomi di persone che lavorano in aziende dove ho ruoli di vigilanza etica. Ovviamente non lo farò. Non provo neanche a farglielo notare, o meglio, con qualcuno cerco di verificarne la consapevolezza (di esserlo), che è già qualcosa.

Mi chiedo quanti “servi di scena” circondino Putin, come è accaduto negli ambienti di ogni autocrate, nel corso della storia. Ecco: essere “servi di scena” è un dato psicologico, ma forse anche antropologico, e lo scrivo in senso non lombrosiano… ché non potrei farlo.

Questi “servi di scena”, sia che siano nell’entourage di Putin, sia che si collochino nei dintorni di una uomo di potere economico, non sono affidabili, né sono disponibili, solitamente, a mettersi in discussione. Fanno finta di ascoltare e sono addirittura impazienti, se qualcuno gli fa notare che le cose potrebbero essere anche diverse, non capisco bene se perché sono convinti che il loro padrone abbia sempre ragione, o perché non ce la fanno proprio, cognitivamente. Forse per tutte e due le ragioni in un dannosissimo combinato disposto.

Sarebbe importante che questi “servi di scena” fossero messi nelle condizioni di pensare alla loro umiliante condizione. Nel mio piccolo, sto cercando di contribuire all’aumento dell’auto-consapevolezza, almeno nei casi meno disperati.

Avanti, con forza e coraggio.

Dal principe Vladimir di Kiev a Vladimir Vladimirovich Putin di San Pietroburgo: lo “spirito” della Santa Madre Russia cristiana: vizi e virtù di una grande Nazione, ragioni e torti dello csar (zar) attuale

Gli Americani e Biden, tra questi il primo, nonché tutti gli studenti dei ridicoli licei americani, nulla sanno di Costantino-Cirillo e Metodio, del Principato di Kiev, e del principe Vladimir, che non è Putin, perché risale al X secolo dopo Cristo. Negli USA queste cose le sanno solo (forse) alcuni professori di antichità cristiane e bizantine.

Cirillo e Metodio, fratelli, erano due monaci basiliani che portarono il cristianesimo di Costantinopoli, in parte d’accordo con la chiesa di Roma, nella immensa “slavitudine” nel IX secolo d. Cristo. Inventarono lo slavo ecclesiastico antico, che divenne la terza lingua della chiesa universale, oltre al greco e al latino.

Il principe Vladimir Monomacos governava Kiev nel XI secolo, lui coltissimo, sviluppò il cristianesimo ortodosso sempre più largamente, dall’attuale Ucraina verso la Russia centrale.

Altro grande capo russo fu Aleksandr Jaroslavič Nevskij, che fu principe di Novgorod e di Vladimir nel XIII secolo, famosissimo per le sue epiche gesta militari, è considerato forse il massimo eroe nazionale.

Ivan IV Vasil’evic detto il Terribile, fu il primo csar (cioè il cesare) di tutte le Rus, nel XVI secolo, principe per diritto divino, secondo la tradizione autocratica che si stava formando, e che è durata fino a ora, attraverso gli zar, Vladimir Ilich Ulianov, cioè Lenin, Josip Vissarionovic Dgusasvilij, cioè Stalin, Nikita Kruscev, Leonid Breznev, Yuri Andropov, Konstantin Cernienko, Michail Gorbacev e Boris Eltsin. Vladimir Putin è l’ultimo di questa tradizione millenaria.

Pietro I Romanov volle fondare sulla Neva una grande capitale, che prese il suo nome, Pietroburgo, o San Pietroburgo, poi Pietrogrado, dal 1917 Leningrado, e infine, una venticinquina di anni fa, sindaco Anatoly Sobciak, riprese il suo nome imperiale di San Pietroburgo. Pietro il Grande chiamò per renderla magnificente i migliori architetti italiani dei primi del Settecento, il Quarenghi, il Rossi, il Rastrelli e il Fioravanti, che la fecero la più bella città “italiana” fuori dall’Italia. E San Pietroburgo, che suggerisco a ogni lettore di visitare, dove si respira proprio un’aria di bellezza, è una delle più belle città del mondo, affacciata sul Golfo di Finlandia, porta d’Europa a Nord, quando a luglio non viene mai buio, di notte.

Nicola II Romanov, l’ultimo csar, venne fucilato nel 1918 dai bolscevichi a Ekaterinburg assieme alla zarina Alexandra e alle quattro figlie. Così fu la fine dello zarismo, e l’inizio del comunismo sovietico. La Russia diventava Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’URSS.

Lenin, Stalin e l’URSS comandarono dal 1917 al 1990, più o meno, quando, prima Gorbacev, e poi Eltsin liquidarono l’enorme conglomerato statuale dell’Unione Sovietica, che non riuscì a realizzare il paradiso (marxiano) in terra, ma fu fondamentale per sconfiggere Hitler, fatto che nessuno che sia sano di mente può e deve dimenticare. Che il comunismo sovietico abbia anche fatto morire milioni di kulaki e di ipotetici nemici del popolo, dalle Solovki alla Kalima, dall’ovest bielorusso a Vladivostok, alla Lubianka per ordine di Berija e di Stalin e altro di orrendo, è fuori di dubbio, ma la storia russa non è tutta qui.

Il comunismo, ad esempio, non ha sconfitto il cristianesimo, che dopo la fine dell’URSS è tornato fiorente come ai tempi degli zar.

Ora siamo nel Terzo millennio e da trent’anni il grande impero dei Soviet è crollato. Gli stati satelliti europei, liberati da quello che era stato indubbiamente un giogo, e parlo della Germania Est, che è stata formalmente annessa (si studi almeno un po’ di diritto internazionale per capire il verbo che qui ho utilizzato) a quella Federale, della Polonia, della Cecoslovacchia, dei tre paesi baltici, della Romania, della Bulgaria, dell’Ungheria, etc. hanno scelto di associarsi alla Nato per poi entrare nell’Unione Europea, e su questo Putin ha torto, quando dice che queste nazioni sono state inserite nella Nato per forza e non per libera adesione.

La Russia da trent’anni a oggi ha cominciato a sentirsi scoperta sul fianco occidentale, e il suo presidente autocrate ha iniziato a lavorare militarmente per riavere spazi di controllo, e dunque la ripresa di controllo della Crimea e di alcuni stati caucasici, come l’Ossezia e la Transnistria.

Circa poi la “russicità” dell’Ucraina, si può pacificamente convenire che essa non è un elemento fasullo o implausibile, perché l’Ucraina, repubblica socialista aderente all’Unione Sovietica per volontà di Lenin nel 1922, appartiene alla pluralità culturale, storica e religiosa delle “Rus”, che sono più d’una, pur se diverse tra loro.

Anni fa girai in auto tutta la Russia Europea con l’amico Roberto. Partimmo da Rivignano il 1 agosto e tornammo il 30. Era il 1980. Il 2, quando vi fu la strage di Bologna eravamo a Cracovia e sapemmo dell’attentato al confine di Brest Litovsk, tra Polonia e URSS. Pensammo molto male. Solo a Minsk riuscimmo a parlare con l’Italia e mia mamma Luigia mi raccontò degli 85 morti della stazione di Bologna. Le tappe: Vienna, Cracovia, Varsavia, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado (così si chiamava allora), Turku e Helsinki in Finlandia, Stockolm, Copenhagen, Hannover, l’ultima notte, Rivignano. 8300 chilometri in tutto con una Renault 4 blu, di Roberto, quella da 1100 cc, più “potente” (figuriamoci) della 800 cc, che non ci ha mai tradito, salvo l’intasamento del carburatore in Finlandia. Andammo a casa di ragazzi russi, trovando nelle donne di casa, mamme e nonne (le babuske) una affettuosa cordialità, e “fermammo”, da buoni ragazzotti “Taliani” ragazze russe, belle e intelligenti, a Minsk e a Leningrado. Il viaggio più grande e intenso della mia vita, più “grande” di quelli, numerosi, fatti nelle Americhe per lavoro, in Argentina e negli USA.

Qualche anno fa invece fui in Ucraina, sul fiume Dniepr, a Dnieprpetrovsk, in visita a un’acciaieria per proporre un percorso di formazione.

Ora, siamo tutti d’accordo che le ultime decisioni di Putin sono pericolose (parlo del riconoscimento delle “repubbliche” di Lugansk e di Donetsk), per cui è indispensabile che lui fermi i tank e i Sukoj bisonici lì dove stanno, ma l’Occidente, USA in testa, devono ri-studiare o studiare ex novo la storia che io ho qui proposto in sintesi estrema, per comprendere il senso profondo dell’attuale situazione e delle decisioni fin qui prese dal Cremlino, per assumere, a loro volta, le decisioni più opportune e intelligenti.

E non dimentichiamoci che il gioco degli scacchi (qui si comprenda la similitudine) è un passatempo nazionale, coltivato nelle lunghissime e fredde serate della Grande Madre Russia.

AGGIORNAMENTO

Confermo la mia analisi, ma spero come tutte le persone ragionevoli, che le armi tacciano e si torni a parlare costruttivamente tra le parti.

L’Italia è anche “Sofia Goggia”?

Mi pare che la metafora del titolo sia chiarissima. Sento da quando ho l’uso di ragione che l’Italia è piccola, sfigata, inconsistente, inaffidabile, perfino traditrice degli impegni presi. E altro, a volte di osceno. Poi, molto presto, mi sono accorto che si trattava di fole, di omissioni, di falsificazioni, di menzogne, nella massima parte.

Epperò questo è un vizio che ritorna. Basta che vi sia qualche inconveniente che qualche giornalista inventa letteralmente che le cose non vanno, che “Draghi si eclissa sull’Ucraina”, per dire che non se ne occupa, e cose del genere. Mentre è vero il contrario. Vi sono giornali e giornalisti che vivono di interpretazioni “fantasiose” se non di artate menzogne, e potrei fare dei nomi e dei titoli, che dirò in privato a chi mi legge e vuole conoscere la mia opinione. Cito solo un nome, perché mi scappa “di penna”, Travaglio, tormentosamente omen.

Non che l’Italia, nelle sue numerose articolazioni sociali, economiche, politiche, territoriali e storiche, non sia a volte anche una “nazione” contraddittoria, ma non è mai “tutta lì”. Ricordo la copertina di un numero degli anni ’80 del prestigioso giornale tedesco “Der Spiegel”, che rappresentava lo “stivale” geografico italiano con sopra un piatto di “spageti” e una P38 sul piatto, per significare Italia-uguale-mafia.

Il fatto è che i Tedeschi sono storicamente combattuti tra un duplice sentimento verso noi Italiani, quello dell’invidia e di una sconfinata ammirazione verso un popolo e una terra unici e inimitabili per moltissime ragioni, ed era il sentimento che provavano il grande Goethe e Freud tra tanti altri, e quello della disistima per certe scelte politico-militari, come quelle del 1915 (l’Italia passa dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa) e quella del 1943 (l’Italia, dopo l’arresto di Mussolini, passa dai tedeschi agli Alleati).

Vorrei parafrasare l’ebraico “amèn, amèn”, cioè “in verità” (vi dico), con il quale iniziano diversi lòghia (greco, discorsi) di Gesù di Nazaret, così come riportano diversi evangelisti, per dire che l’Italia e gli Italiani sono una terra e un popolo fatto di terre e di popoli, vari e ricchissimi di differenze, anche radicali, anche contraddittorie, anche difficilmente comprensibili.

Che cosa accomuna antropologicamente e culturalmente un sudtirolese di Merano e un abitante di Misterbianco, il primo tedescofono e austriaco, il secondo siculo arabizzante? Entrambi italiani, entrambi esseri umani, strutture personali di pari dignità… chi lo può negare? ma, sotto il profilo dell’approccio alla vita, ai valori, alle priorità delle scelte etc., siamo di fronte a due “costrutti” psichici diversissimi. In Italia, nell’Italia che ha le spiagge del Salento e montagne che sfiorano i cinquemila metri, nell’Italia dove stava la capitale del mondo, Roma, e dove risiede il massimo capo spirituale del pianeta, nell’Italia dove sono presenti oltre il cinquanta per cento delle opere artistiche di tutto il mondo…

Continuo: nell’Italia che produce e rappresenta i beni per collocarsi al sesto posto nel mondo, nell’Italia che ha la seconda struttura industriale d’Europa e la prima nel settore manifatturiero. Potrei continuare ma mi fermo, perché potrei continuare con la primazia assoluta nell’arte, senza che elenchi l’incommensurabile patrimonio noto a chiunque e di dimensioni e qualità senza confronti. Ne propongo uno solo: si paragoni la coppia di grandi paesaggisti inglesi William Turner e John Constable, con l’interminabile elenco di artisti italiani che va da Giotto a Canova e De Chirico, passando per Piero della Francesca, Masaccio, il Beato Angelico, Andrea Mantegna, Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Donatello, Raffaello, Caravaggio… Basta così, perché taccio di Dante, di Galileo…

Avevo uno zio inglese, spocchioso e sprezzante come il Churchill della guerra contro i Boeri che, quando gli proponevo questo confronto, grazie a Dio si zittiva. Certamente, aggiungevo talvolta, i Beatles, i Rolling Stones, i Cream e i Pink Floyd sono incomparabilmente superiori a Rita Pavone, Massimo Ranieri (il cui vero nome è Giovanni Calone) e Gianni Morandi, ma nella musica classica gli Inglesi hanno dovuto anglicizzare Georg (diventato George, per loro) Friedrich Haendel per poter vantare un musicista che reggesse il confronto con i sommi Tedeschi (Bach, Beethoven, Mozart, Wagner, etc.) e anche con i grandi Italiani, da Claudio Monteverdi, Arcangelo Corelli, Alessandro Scarlatti e Giovanni Gabrieli fino a Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi.

A questo punto, possiamo allora dire senza tema di essere tacciati di vanità o di autoesaltazione, che l’Italia-è-anche-Sofia-Goggia, campionessa assoluta, anche se forse un po’ talvolta autoreferenziale in qualche tono della voce e dei concetti che esprime? Piccolissimo difetto tra immense qualità morali, atletiche e sportive.

Amiamola questa Italia, e smettiamola di autodenigrarci: questo mio invito va soprattutto a chi vive e lavora nei media e alla politica, spesso così inadeguata, nei suoi rappresentanti, ai valori grandiosi che esprime la nostra Patria.

E chiamiamola, una buona volta: PATRIA! Perdio. Un’esortazione che rivolgo, dopo averlo fatto per lettera, che lui ritenne di riscontrare gentilmente, anche al Presidente della Repubblica.

La “libertà” è un “andare oltre” camminando (possibilmente) sicuri nel quotidiano, con rispetto della… “giustizia”, ma, di contro, ancora una volta solo l’equità, o “epichèia”, permette di declinare umanamente il sintagma correlato “giusta-libertà” o “libera-giustizia”, perché una libertà senza un’equa giustizia è umanamente insensata

Chi mi conosce sa che la frase per me più rappresentativa del concettovaloresuggestione di “Libertà” è questa: “LIBERTA’-E’-VOLERE-CIO’-CHE-SI-FA“, non “Fare-ciò-che-si-vuole“.

Il verbo decisivo della mia tesi è “volere”, perché presuppone un esercizio, quello della volontà, che a sua volta deve essere messa in moto dall’intelligenza, cioè dalla capacità di leggere-dentro le cose, gli eventi, e di de-cidere (scegliere tra “a”, “b”, “c”, etc.) ciò che è meglio secondo la scalarità morale-pratica seguente: l’utile, l’opportuno, il necessario nelle relazioni inter-umane e inter-soggettice, e nei rapporti economici.

Il “fare” viene dopo, in quanto è subalterno al volere-intelligente.

Si può ben capire come questo flusso logico, anzi sillogistico, può creare problemi a chi ritiene che la libertà sia una specie di esercizio operativo privo di vincoli.

Libertà è anche il confine e il limite della giustizia, che a sua volta deve essere declinata nell’equità. Una giustizia senza equità è ingiusta, anche perché non-è-libera, per chi viene angariato dalla libertà altrui. Si pensi alla libertà assoluta d’impresa e di dominio sui lavoratori che vigeva nel XIX secolo e fino a oltre metà del XX, da parte dei “capitani d’industria”.

Però, anche la giustizia ottenuta con l’egualitarismo, si pensi al punto unico di contingenza concordato tra Sindacati (Luciano Lama in primis) e Confindustria (Gianni Agnelli, il Presidente) in Italia a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Tale decisione legislative generò, in meno di un decennio, un’ingiustizia morale nelle retribuzioni, poiché il peso del salario legato al costo della vita, aumentato vertiginosamente tra il 1975 e il 1985, condizionò tre quarti degli interi stipendi e salari. Un esempio pratico: nei primi anni ’80 si potevano registrare salari di 650/ 700.000 lire per un apprendista, e di 800.000 lire per un lavoratore specializzato, le cui cifre si raggiungevano con due addendi di cui uno era identico, le circa 500.000 lire della contingenza, mentre l’altro addendo era professionale: risulta evidente il diverso e – soprattutto – moralmente ingiusto peso dei due addendi nella costituzione dell’intera retribuzione.

Anche chi non è “del mestiere” può intuire come il giustizialismo insito nelle conseguenze di quella operazione politico-sindacale, non poteva costituire “giustizia”, in quanto il risultato non era equo.

Infatti: EQUITA‘ è RICONOSCERE, NON SOLO IL DOVUTO A CIASCUNO SECONDO I BISOGNI, MA ANCHE SECONDO IL MERITO INDIVIDUALE.

Mi spiego: se la giustizia si esprime nel mero egualitarismo, non tiene conto del soggetto, perché viola una libertà, che potrebbe e dovrebbe essere sussunta in “una” equità. Il tema è filosofico-morale, più che giuridico o sindacale.

Che cosa è dunque l’unicuique suum… attesa una giusta attenzione per il suum?

E’ un elemento “composto” da almeno due componenti: a) una componente di giustizia distributiva, che tiene conto delle esigenze di base della persona, in quanto valore, b) una componente di giustizia commutativa, nel senso che il committente, l’azienda, l’imprenditore, tiene conto del valore professionale soggettivo del lavoratore, che è – per ragioni e definizione antropologiche, direi – assolutamente (chi mi conosce sa bene che uso con ponderata misura questo avverbio di modo) e irriducibilmente unico per caratteristiche individuali-personali, di potenziale, di competenze e di vissuto.

In questo senso l’epichèia aristotelica introduce una possibilità di risposta a ciò che possa intendersi per libertà-giusta ovvero per giustizia-libera.

Queste riflessioni possono risultare fondamentali per riflettere sui tempi attuali, covidizzati, che pongono problemi inusitati alla prova del dialogo inter-soggettivo.

Possiamo cercare di superare la diatriba “manichea” vax/ no vax utilizzando il modello sopra proposto? A mio parere sì, e mi spiego, o cerco di farlo.

Se il confronto tra le due posizioni generalmente conflittuali avviene mediante l’accettazione dei nuovi paradigmi qui proposti, può darsi che la dimensione psicologica del conflitto a-dialogico possa venire progressivamente meno…

In realtà, anche questo conflitto dicotomico, manicheo, incapace di dialogo, potrebbe rendersi possibile, se i toni, i modi, i fondamenti logici dei sostenitori delle due posizioni riuscissero a declinarsi con rispetto reciproco e la pazienza necessaria per ogni tempo dell’ascolto e del dire.

Una libertà nella sicurezza potrebbe costituire il nesso civico di un obiettivo condiviso, laddove, se la libertà è concepita nella modalità sopra proposta, cioè di un “volere-ciò-che-si-fa”, la sicurezza può darsi nel convenire sulla sua priorità tra le diverse posizioni, anche se significasse una parziale rinunzia al libero arbitrio individuale, pure se inteso nei limiti relazionali qui proposti.

In altre parole, dovremmo riuscire a concordare su una libertà-in-relazione, su una giustizia-secondo-equità e su una sicurezza reciproca e collettiva come fine condiviso.

La politica come arte del “governo della città”, dall’antica Grecia ai nostri giorni, da Pericle di Atene all’evanescente cosiddetto “avvocato del popolo” Conte, e ai suoi travagliosi o travagliati (che dir si voglia) supporter, anziché no fegatosi e infelici

La pòlis era la città nell’antica Grecia e nei territori influenzati dalla cultura ellenistica, e la politica era, ed è rimasta, la teoria e la prassi del governo-della-città.

La politica è un’arte, Aristotele sosteneva che fosse la più alta nell’ambito dell’agire umano. Platone riteneva che il governo della pòlis dovesse essere affidato ai filosofi, perché più saggi e sapienti rispetto agli altri, artigiani o soldati che fossero. La politica, storicamente, è stata sempre un’attività richiedente qualità e conoscenze vaste e consolidate, in ogni tempo e luogo.

Pertanto, ragionando con la mentalità nostra, nella situazione odierna, chiedendomi se la proposta di Platone fosse oggi utilmente applicabile, resterei molto scettico, proprio per la conoscenza diretta che ho dei filosofi di oggi. Ovviamente di alcuni di essi, ma in un numero sufficiente per ritenere che non sia proprio il caso di “obbedire” a Platone.

Al governo devono dedicarsi persone che hanno dimestichezza con le esigenze sociali, dell’economia, della sanità, della formazione, non solamente della filosofia: piuttosto, la filosofia dovrebbe informare della sua modalità sapienziale e conoscitiva delle “cose dell’uomo” soprattutto la dimensione etica dell’agire politico, che è individuale e sociale nel contempo.

In particolare, la Filosofia morale dovrebbe sempre ispirare la Politica e il Diritto.

Certamente i filosofi della politica, à là Norberto Bobbio o Pietro Scoppola, sono indispensabili per suggerire il fare una buona politica, ma non gli farei governare un’azienda o un ente locale, sia d’accordo o meno su ciò un ex sindaco come Cacciari.

Un amministratore deve avere senso della concretezza, della praticità, dell’efficacia, pur dovendosi ispirare a valori, princìpi e virtù morali.

Si pensi che oggi, e fino alle nuove elezioni politiche (sperabilmente nel 2023), il partito di maggioranza relativa è una forza che sostiene come fondamento teorico-pratico, l’assurdo, insensato e pericoloso principio teorico-pratico dell’uno- che-vale-uno, in quanto nessuno potrebbe a giusta ragione ergersi a maestro o capo in luogo di altri, ovvero, per meglio dire, ciascuno, indifferentemente, quale sia la sua preparazione ed esperienza, potrebbe fare il leader in qualsivoglia situazione o temperie. Pazzesco!

Ora, se è vero che tale affermazione, cioè di uno-che-vale-uno, può avere senso se si pensa alla dignità di ogni persona, qualsiasi sia il suo stato personale, economico, sociale, etc., è estremamente folle applicarla all’agire concreto, all’assunzione o all’attribuzione di responsabilità, alla programmazione e alla gestione di grandi progetti politico-economici che richiedono un utilizzo intelligente e competente di risorse, conoscenze tecnico-organizzative e abilità gestionali di prim’ordine.

Solo a guardare il desolante e desolato panorama dei votanti-Mattarella di qualche giorno fa, vien da dire che l’abbiamo scampata bella a superare i cosiddetti governi guidati dall’avvocato del popolo (bum!).

Ciò che annoia al punto da intorpidire di stanchezza la mente è la permanenza di commenti e affezioni ai sopra citati.

Ma andiamo oltre, perché il su nominato “presidente” del Movimento 5S è stato nientificato da un tribunale civile in questi giorni, e ciò è per me un regalo di compleanno che si aggiunge a una sconfitta dell’Atalanta (che NON E’ una dea!) dell’antipatico Gasperini, sconfitta che spero si reiteri prossimamente. Due regali che valgono come una raccolta delle sinfonie di Beethoven dirette da von Karajan.

Restiamo sulla destituzione per legge del supposto “presidente” dei 5S Conte. Lui, pronto a sottolineare di essere avvocato (mi pare imprudentemente, stante la situazione), sostiene che la sua leadership non può essere abbattuta da carte bollate, perché essa si basa sui valori e sui princìpi. Ebbene, sì, caro avvocato, la sua leadership può essere resa nulla da una sentenza.

Un consiglio: se ne faccia una ragion giuridica, ma ancora prima una ragion logica, e politica, se ci arriva. E altrettanto rifletta, se vuole (gli sarebbe utile, penso, perché non so quanta audience ottenga ancora con questi modi aggressivi e insultanti, che usa sempre con tutti, come se lui fosse il maestro di vita e di pensiero, per eccellenza), il suo maggior supporto, cioè il direttore di un quotidiano, che non nomino, per pura noia e per fastidio insuperabile.

I tanti “pirla” della politica, i leader “babbalei” (una lezione retorica di “babbei”) dei partiti, le élite di inetti immeritatamente e scandalosamente troppo ben pagati, alla fine ce l’hanno fatta (a eleggere il Presidente della Repubblica), approfittando anche della pazienza “giobbesca” di un Popolo intero

Non ho parole diverse per un titolo, per esprimere la mia costante delusione con un giudizio negativo che continua da anni, da parte mia, sulla politica italiana e sugli uomini che la rappresentano ai più alti livelli.

Potrei fare una analisi dettagliata delle figure, ma la eviterò, salvo qualche citazione nominativa, che proprio mi… scappa dalle dita delle mani, restando su un giudizio generale.

Parto dai linguaggi, con degli esempi: “lavoro per, cerco un accordo, dialogo, incontro…” e via farfugliando generiche espressioni che nulla dicono, nulla producono, per nulla convincono. Su questo faccio, intanto, un nome, quello di Salvini, perché è il più esposto in questo bailamme mediocre. Suo malgrado, rappresenta questa mediocrità, ma gli altri non sono meglio di lui. Ne aggiungo un altro, quella di Meloni che ardisce affermare che l’Italia si trova in una “grave crisi economica”, cosa non vera, poiché è vero l’esatto contrario. Si vede che Meloni vive su un asteroide dal quale nulla si vede della Terra. Per equanimità ne aggiungo due appartenenti all’altra parte politica: innanzitutto Conte, il trumpiano “Giuseppi”, che ora ama leticar (aulico per “litigare”) con Di Maio, perché forse non sa fare altro, e lo fa con arrogante albagia, stile comunicativo che mi risulta evidente sotto la superficie della sua dandistica elegantia; e poi Provenzano, del PD (vice di Letta-il-giovine), un pochino sfortunato, sia nel cognome sia, mi pare, nella vis rationis et loquendi.

Vorrei dire, quasi “lombrosianamente”, basta guardarli/ e in faccia, o vederli camminare seguiti dallo stuolo di lacché e servitori, e inseguiti dai gelatoni dei cronisti e dai fotografi.

Sto parlando della elezione del Presidente della Repubblica. Osservo in particolare i cosiddetti “grandi elettori”, e mi chiedo, perché “grandi”? Perché sono pochi rispetto ai 47/ 48 milioni di elettori aventi diritto nel suffragio universale in Italia? O “grandi”, perché sarebbero “grandi persone”. Neanche rispondo a questa dimanda (non è un refuso, è lezione aulica, per mio divertimento) retorica, se non… BUM!

La famosa gggente non è lì, in mezzo a chi tira a campare per arrivare a quella specie di pensione che è garantita a chi fa almeno “quasi” una legislatura. Io faccio parte della gggente, ma non cambierei la mia situazione con l’ultimo “razzi” del Parlamento. Basta confronti. La gggente vera non può tirare a campare come quelli/ e, ma deve la-vo-ra-re, veramente, quotidianamente, indefessamente, instancabilmente, coerentemente, fedelmente, senza requie, fino (forse) a una pensione, o pensioncina, nella stragrande maggioranza dei casi.

…e hanno ri-eletto Mattarella Sergio. Io volevo che rispettassero la sua volontà, non l’hanno fatto perché non ci sono riusciti, incapaci.

E Mattarella ha accettato, perché non poteva fare altrimenti, vista la situazione, a lui ben nota da non poco tempo. A ragion veduta, è stato meglio così, perché sarebbe potuto andar peggio, se qualche irresponsabile dichiarato (Salvini) o qualche presuntuoso sprovveduto (Conte) avesse vinto la partita con un suo proprio azzardo.

Si è rischiato che fosse eletta una persona non adeguata al ruolo, a mio parere. In questo caso magari una donna, che già ricopre un ruolo importantissimo, o qualche altro/ a. Spero che tocchi a una donna per merito personale, non per genere, la prossima volta.

Ora si lasci lavorare il Governo che, con tutti i suoi limiti ed errori, è – leibnizianamente – il migliore dei governi possibili in questo momento storico.

Ma la politica vive una crisi la più grave dal dopoguerra, per la mediocrità dei suoi protagonisti e per la disaffezione della gggente, che è generata essenzialmente dalla mediocrità sopra richiamata, oltre che da altri fattori socio-culturali già qui ampiamente da me trattati nel tempo.

Lavoriamo ora, ognuno sul proprio, e per il proprio dovere.

La vita di Lorenzo

…è finita a diciotto anni, su questa terra. Finita nel dolore più grande dei suoi cari e nello sconfortato sconcerto delle persone che lo hanno conosciuto, sia a scuola sia nell’azienda dove svolgeva il suo tirocinio.

Il Friuli è terra di grandi lavoratori, storicamente. Di emigranti e di imprenditori. Il Friuli è una terra accogliente, nella sua durezza caratteriale di fondo. La nostra gente è abituata da millenni a essere visitata e percorsa da popoli in movimento e da potenze conquistatrici. E’ ancora oggi poco conosciuta anche a Roma. Capita che nel 2022 qualcuno in Italia (sentito da me), non sappia che Udine non si trova in montagna, e che il nome di questa terra sia sovente travisato nella pronunzia dell’accento: Frìuli, in vece di Friùli.

Queste due piccole cose danno la cifra di come l’estremo Nordest italiano sia poco conosciuto in Patria, e quindi si comprenda con difficoltà ciò che vi accade. Non sto dicendo che solo qui succedono infortuni mortali di giovanissimi, ma che lo spirito con il quale si lavora è molto diverso dal resto dell’Italia. E ciò affermando, non intendo dire che nelle altre regioni italiane il lavoro non sia sentito in tutta la sua importanza vitale, tutt’altro.

Qui da noi, però, il lavoro ha assunto, nel corso dei secoli, quasi una sorta di sacralità di tipo religioso. Addirittura nei modi e nel linguaggio della comunicazione inter-soggettiva. In Friuli è più facile sentirsi chiedere “che cosa fai?” piuttosto che “come stai?”, nella lingua madre storica, il Friulano, in così: “ce fastu?, espressione, peraltro, identica alla medesima in romeno, sia nella forma sia nel significato letterale.

Il che-cosa-si-fa è il come-si-sta, intrinsecamente, implicitamente, ontologicamente, filosoficamente!

Se in certe linee di pensiero l’essere coincide con il pensare (cf. Hegel, Heidegger…), qui pare che l’essere coincida con il fare. Esagero, ma solo per dare un po’ il senso del carattere profondo, nostrano.

Non voglio lasciarti ritenere, gentile lettore d’altre regioni e nazioni, che il Friulano non pensa, ma opera senza pensare, ma che il fare è essenziale, che il guardar fare è immorale, inaccettabile, inattuale, impossibile, se si vuole meritarsi la dignità di esseri umani, che vivono in un consorzio per la vita del quale si sono condivise le regole di ingaggio esistenziale e sociale.

In Friuli, quando ci sono eventi drammatici o disgrazie, del genere delle alluvioni (1966 e in altri anni, numerose), dei terremoti (1976, solo per citarne uno) o inondazioni da cataclismi di dighe mal progettate (1963), non si sente dire spesso (anzi quasi mai): “ma lo Stato dov’é?” E perorazioni consimili.

Qui, prima ci si chiede come intervenire, come operare immediatamente, come soccorrere, e poi si chiede aiuto allo Stato.

Ricordo per i non-Friulani e per i giovani nati dopo il 1976, che l’arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, quando la catastrofe di quel tragico terremoto colpì mezzo milione di abitanti, disfece 100.000 case, causò 1000 morti, 10.000 feriti e 200.000 profughi, pregò in questo modo: “Oh Signore, aiutaci a ricostruire prima le fabbriche, poi le case, e poi le chiese“. E così fu, esemplarmente.

Le lacrime furono tante, ma di più nel segreto di ciascuno.

Altrove, a fronte di casi analoghi, l’atteggiamento delle persone fu diverso, e non dico in quale senso, poiché è intuibile, tra queste mie righe.

Ora, il lettore potrebbe chiedersi che cosa c’entri questo ricordo con la morte tragica di Lorenzo… direttamente, nulla. Certo, ma fa pensare alla dimensione etica del lavoro per un popolo che lo ha sempre avuto e trovato a fatica, nei secoli, addirittura nei millenni, e perciò lo ritiene prezioso come un’espressione fondamentale dello stesso essere “umani”.

Il valore del lavoro, per Lorenzo e la sua famiglia era ed è questo. Pertanto, ancora a maggior ragione occorre indefettibilmente rispettare le regole, osservare le condizioni del lavoro per renderle sempre più sicure, valutando i rischi con razionalità e precisione, mettendo i giovani e tutti i lavoratori nelle condizioni di non subire la casualità della disgrazia, perché la casualità non esiste. Ovviamente, qui non mi riferisco ai movimenti delle micro particelle studiate dalla fisica teorica (Heisenberg, etc.)

Chi lo desidera, può cercare in questo sito la riflessione logica che mi ha convinto sull’inesistenza del caso e, invece, sull’esistenza e sulla tragica efficacia delle cause e delle con-cause. Causalità, non casualità: una metatesi della “u” cambia la lettura degli eventi delle vite in questo mondo.

“Gelosia” vs., oppure “invidia”? “Invidia” vs., ovvero “gelosia?”

Molti confondono e usano indifferentemente gelosia al posto di invidia e il contrario, ignorando o trascurando che non sono sinonimi. Vediamone l’etimologia e le accezioni.

L’ Invidia dal latino in-vidère, è un vizio gravissimo, secondo gli antichi Padri della Chiesa Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno, tra diversi altri, forse il secondo più grave dei sette, poiché il più grave resta la superbia, cioè il sentimento di superiorità che consente moralmente, nella coscienza (o assenza della) del singolo, qualsiasi azione e nefandezza sugli altri.

L’invidia è un “guardare contro”, un “guardare male”, cioè un augurare il male agli altri. Precede immediatamente l’odio, secondo logica pratica. Lo precede, perché ne è generatrice. Se tu sei invidioso di qualcuno che magari ha successo, se continua ad averlo puoi cominciare ad odiarlo, proprio perché il suo successo non finisce mai, e il tuo (successo) tarda ad arrivare (se mai arriverà). O no, gentile lettore?

Possono darsi numerosi esempi nella vita di ciascuno: professionali, parentali, amicali, che poi, proprio per la presenza di questi due vizi passionali, tali non sono.

La gelosia , etimologicamente dal latino zelosus, aggettivo di zēlus derivando dal termine greco ζήλoς (zélos), che vuol dire zelo, emulazione, brama, desiderio di imitare, è un sentimento umanissimo. Se la gelosia non viene controllata, può nel tempo assomigliare sempre più all’invidia, ma non è mai la medesima cosa.

La gelosia può comparire perfino nei bimbi, anche piccolissimi, e si può immediatamente affermare che è essa presente, peraltro come lo è l’invidia, in tutte le culture umane, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Basterebbe citassimo gli innumerevoli episodi, spesso terminati tragicamente, accaduti nelle corti e nei sistemi politici di ogni tempo e luogo (specialmente nelle autocrazie antiche e nelle dittature di ogni tempo), laddove chi comandava ha soppresso chi riteneva potesse insidiarne il potere, o, viceversa, chi insidiava il potere ha proceduto con crudeltà e celerità a complottare e poi a sopprimere chi lo aveva sovrastato fino a quel momento.

Padri e figli, madri e figli, con il contorno di nipoti e zii si sono mossi sui sentieri asperrimi e tremendi della gelosia fattasi invidia e su ciò che tale sentimento iniziava a dettare nei loro cuori. Gli Annales di Tacito e le Storie di Tito Livio, i racconti di Tucidide, quelli dei Basilei bizantini, le tragedie del gran Bardo inglese, fino a Stalin e ai nostri giorni, la cronaca storica sono colmi di delitti nati nel coacervo cupo della gelosia fattasi patologia e poi invidia.

Ad esempio, nei rapporti umani privati, l’ansia, la sospettosità, la possessività, il senso di umiliazione e di incertezza, sono fomiti primari di questo sentimento, anche quando si declina nel timore di perdere l’affetto della persona amata, oppure di non ottenerlo. E allora registriamo gli omicidi (o, nel caso dell’uccisione di una donna, i “femminicidi”, infausto e diffusissimo termine neo costituitosi nelle cronache giornalistiche).

Dicevamo prima del primo manifestarsi della gelosia, anche in età infantile, come quando nasce un fratellino o sorellina. Io, però, ricordo, che quando nacque, due anni dopo di me, mia sorella Marina, non ero geloso di lei che era venuta al mondo, e occupava spazi e dedizione da parte di mamma Luisa fino a quel momento dedita solo a me, come a un “Gesù Bambino” redivivo e unico (copyright di mia cugina Lucilla Morlacchi), ma degli estranei che volevano toccarla, e dicevo, in un friulano già espressivo: “no totà ì, no totà ì“, cioè non toccarla.

Vi è dunque, come sottolinea anche Sigmund Freud la gelosia verso terzi (come nel mio citato caso e come nei rapporti di coppia quando interviene una terza persona, amante, o altro che sia). Nel caso della gelosia adulta, a volte si declina perfino come retroattiva, rivolta, cioè, al passato dell’amato o amata, di cui non si tollera amori precedenti.

Gelosia e invidia sono definibili come emozioni complesse originate socialmente. Sussistono aree non piccole di sovrapposizione tra la gelosia e l’invidia, in quanto il soggetto è coinvolto dalla percezione di un confronto sfavorevole in un campo esistenziale o professionale molto importante rispetto a un’altra persona, fatto che contribuisce a determinare un certo scadimento dell’autostima del soggetto stesso. Lì inizia un danno individuale e anche sociale.

Si tratta comunque emozioni spiacevoli e a volte penose. Sotto il profilo cognitivo, in ambedue le emozioni si attivano processi cognitivi disfunzionali, soprattutto quando si accrescono nel rimuginio e nella ruminazione. Ben diverso è il tipo di ruminazione che si attiva nei processi ermeneutico-interpretativi di un testo antico o moderno, cui si pensa e si ripensa, al fine di trovarvi, o fallacie oppure nuovi sensi e significati.

Gelosia e invidia si differenziano anche per diversi aspetti generativi: ad esempio, la gelosia si manifesta se nel confronto sociale una nostra qualità viene minacciata, mentre l’invidia è maggiormente presente se e quando la persona viene messa obiettivamente a confronto con qualcuno che risulta pubblicamente possedere una qualità maggiore, oppure un bene o una condizione più significativi, nel confronto con l’altro.
La gelosia si manifesta nei rapporti affettivi, soprattutto per la paura di perdere la totalità o l’esclusività di un legame affettivo, mentre l’invidia riguarda di più il rapporto con i beni o con determinate condizioni (di successo, di potere, di status);
Abbiamo già osservato che la gelosia è spesso fomentata da condizioni mentali di sospettosità, sfiducia, autosvalutazione, paura, ansia e rabbia, ipersensibilità alle frustrazioni ma anche amore e desiderio verso la persona di cui si è gelosi; l’invidia sorge dalla percezione di una inferiorità (anche solo pensata) nei confronti dell’altro, ed è talora sostenuta da un forte senso di possesso, e da un desiderio di danneggiare l’altro, pur – paradossalmente -anche in presenza di forme di ammirazione e di emulazione verso l’altro invidiato.

A questo punto Gelosia e Invidia diventano patologiche.

(…segue dal web)

Sulla Gelosia

Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione.

Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione di gelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione nei comportamenti aggressivi e coercitivi.

Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà.

Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti “deliri di gelosia”.

Questa forma di gelosia si manifesta con le seguenti caratteristiche: paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; controllo di ogni comportamento dell’ altro; invidia ed aggressività verso i possibili rivali; aggressività persecutoria verso il partner; sensazione d’ inadeguatezza e scarsa autostima di se stessi.

Sostanzialmente, è una sintomatologia affine a quella della dipendenza affettiva. La gelosia, dunque, potrebbe essere la manifestazione di una condizione patologica di dipendenza affettiva. Si può affermare che la gelosia e la dipendenza affettiva sono due facce di una stessa medaglia: se è presente l’una è molto probabile sia presente anche l’altra . Infatti, il dipendente affettivo agisce sulla scia di un bisogno: non voglio rimanere solo. Di conseguenza, nel momento in cui si assume che l’oggetto d’amore, senza un dato di realtà, possa venir meno, si manifesta questa strana sensazione di estrema vulnerabilità in cui iniziano i comportamenti investigativi e di controllo, nonché gesti disperati nel tentativo di tenere legato a sé l’oggetto d’amore. La gelosia patologica può riscontrarsi ad esempio nei disturbi della personalità, oppure in tratti di personalità sotto-soglia, ad esempio nel disturbo dipendente, bordeline, paranoide, narcisistico, antisociale, etc.

A livello comportamentale, capita spesso che persone che soffrono di gelosia patologica possano controllare o spiare la persona amata e, in alcuni casi, possono persino esercitare forme di controllo molto aggressive sul partner per prevenire l’infedeltà (usare violenza verbale, fisica o addirittura imprigionare chi si teme di perdere). L’intensità della gelosia è direttamente proporzionale alle dimensioni immaginarie della catastrofe della perdita della relazione e dell’amato intollerabile.

Tra le conseguenze della gelosia sulla persona amata, possono a volte essere presenti veri e propri comportamenti distruttivi nei suoi confronti, come provare odio o abusarne fisicamente, fino a considerare la persona che si ama disturbante quanto il rivale: basti pensare ai numerosi casi di aggressioni fisiche, violenze efferate e omicidi a sfondo passionale. Anche verso il rivale ci si comporta proiettando su di esso quasi esclusivamente sentimenti di annullamento e odio.

Sull’invidia

Come già esposto nei precedenti paragrafi, l’invidia è un’emozione altamente stigmatizzata nella nostra cultura, è l’emozione di cui si parla meno e di cui si è meno consapevoli. La psicoanalisi ha dedicato grande spazio all’invidia, nelle sue teorizzazioni sullo sviluppo infantile. Già Freud parlava del ‘complesso di evirazione tale per cui la bambina nell’infanzia prova l’ ‘invidia del pene’ quando viene a conoscenza del sesso maschile. Secondo Melanie Klein l’invidia è un’emozione fondamentale per il successivo sviluppo emotivo-affettivo del bambino. Nell’infanzia, se l’invidia non è eccessiva ed é adeguatamente supportata ed elaborata può essere superata e ben integrata nell’Io attraverso sentimenti di gratitudine.

Nel momento in cui questa emozione è negata e non riconosciuta può indurre emozioni disfunzionali secondarie (ansia, colpa, frustrazione) che aumentano il livello di sofferenza e di disagio psicologico. In generale l’invidia può divenire patologica nel momento in cui i contenuti e i processi cognitivi disfunzionali sono rigidi e perseveranti: il confronto con l’altro innesca pensieri e credenze di autosvalutazione e senso di inferiorità, che spingono l’individuo verso comportamenti distruttivi e aggressivi, verso l’altro o verso se stesso; mentre in taluni casi prevale un quadro di evitamento e passività, in cui sono presenti stati di impotenza e autocommiserazione.

L’invidia patologica è caratterizzata da una elevata quota di rancore e astio, al punto che la persona oggetto dell’invidia è deumanizzata e odiata; spesso sono presenti esperienze infantili traumatiche, in termini di abuso, umiliazione, denigrazione, criticismo, biasimo e sabotaggio del valore personale. Nelle persone che presentano invidia patologica è compresente una acuta emozione di vergogna e senso di inadeguatezza del sé. A livello comportamentale e cognitivo possono attuarsi modalità di relazione evitanti, defilate e schive caratterizzate da diffidenza nei confronti dell’altro; in alternativa, la vittima di invidia patologica può identificarsi con l’aggressore (ad esempio un caregiver umiliante) e perpetrare il ciclo dell’abuso attraverso la denigrazione e la svalutazione dell’altro attraverso agiti intenzionalmente diretti a danneggiare l’altro. In entrambi i casi è presente una marcata sensazione di inferiorità e inadeguatezza del sè.

Spesso possono accompagnarsi all’invidia patologica, patologie legate alla sfera dei disturbi depressivi, in cui è centrale l’auto-svalutazione del sé e l’autocommiserazione, così come in alcuni casi di disturbi della personalità, come ad esempio nel caso del disturbo di personalità narcisistico.

La gelosia comporta un intero “episodio emotivo”, compresa una complessa “narrazione”: le circostanze che portano alla gelosia, la gelosia stessa come emozione, qualsiasi tentativo di autoregolamentazione, azioni ed eventi successivi e la risoluzione dell’episodio. La narrazione può provenire da fatti, pensieri, percezioni, ricordi, ma anche immaginazione, assunti e ipotesi. Più la società e la cultura contano nella formazione di questi fattori, più la gelosia può avere un’origine sociale e culturale. Al contrario, Goldie mostra come la gelosia possa essere uno “stato cognitivamente impenetrabile“, in cui l’educazione e la credenza razionale sono molto poco importanti.

Una possibile spiegazione dell’origine della gelosia proviene dalla psicologia evoluzionista: secondo questa prospettiva, l’emozione si è evoluta al fine di massimizzare il successo dei nostri genii: la gelosia sarebbe un’emozione basata biologicamente, selezionata per favorire la certezza sulla paternità della propria progenie. Un comportamento geloso, negli uomini, è diretto ad evitare il tradimento sessuale e un conseguente spreco di risorse e sforzi nel prendersi cura della prole di qualcun altro. Ci sono, in aggiunta, spiegazioni culturali o sociali sull’origine della gelosia. Secondo uno, la narrazione da cui deriva la gelosia può essere in gran parte prodotta dall’immaginazione. L’immaginazione è fortemente influenzata dall’ambiente culturale di una persona. Lo schema del ragionamento, il modo in cui si percepiscono le situazioni, dipende fortemente dal contesto culturale. È stato suggerito altrove che la gelosia sia in realtà un’emozione secondaria in reazione ai propri bisogni non soddisfatti, ovvero quei bisogni di attaccamento, attenzione, rassicurazione o qualsiasi altra forma di cura che altrimenti si supponeva sorgesse da quella relazione romantica primaria.

La gelosia nei bambini e negli adolescenti è stata osservata più spesso in coloro che presentano bassa autostima, e può evocare reazioni aggressive. Uno di questi studi ha suggerito che lo sviluppo di amici intimi può essere seguito da insicurezza emotiva e solitudine in alcuni bambini, quando questi amici intimi interagiscono con gli altri. La ricerca di Sybil Hart, Ph.D., presso la Texas Tech University, indica che i bambini sono in grado di provare e manifestare la loro gelosia a sei mesi]. I bambini hanno mostrato segni di sofferenza quando le loro madri hanno focalizzato la loro attenzione su una bambola realistica. Questa ricerca potrebbe spiegare perché i bambini e i bambini mostrano angoscia quando nasce un fratello, creando le basi per la rivalità tra fratelli.

Gli antropologi culturali hanno affermato che la gelosia varia da una cultura all’altra. L’apprendimento culturale può influenzare le situazioni che scatenano la gelosia e il modo in cui viene espressa la gelosia. L’atteggiamento verso la gelosia può anche cambiare all’interno di una cultura nel tempo. Ad esempio, l’atteggiamento nei confronti della gelosia è cambiato sostanzialmente negli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti. Le persone negli Stati Uniti hanno adottato opinioni molto più negative sulla gelosia. Man mano che uomini e donne diventavano più uguali diventava meno appropriato o accettabile esprimere la propria gelosia.”

E, per finire… possiamo dire che la gelosia ossessiva è una patologia mentale che porta a sospettare continuamente infedeltà fittizie del proprio partner, e viene chiamata anche Sindrome di Otello, come hanno porposto, prima William Shakespeare e in seguito Giuseppe Verdi.

bibliografia breve

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  • Girotti, G., Marchetti, A., e Antonietti, A. (1992). Tra il dire e il sentire, Cleup, Padova


“…troppi femminicidi, troppe violenze e abusi sui minori, troppi…”, parole che ho sentito pronunziare dal ministro di Grazia e Giustizia Marta Cartabia. Sì, lei. Mi sono subito chiesto “troppi”? Ma perché? “Pochi”, dunque, andrebbero bene? Sarebbero accettabili? Ancora una volta noto che si usano frasi e concetti linguistico-espressivi inadeguati, o almeno non vigilati. Può darsi che forse le persone parlanti in pubblico talora non riflettono prima di scegliere le parole e come dirle, ovvero, riflettono, ma non sempre sul significato completo, o logicamente deducibile, di ciò che dicono…

Se non ci si pensa su un pochino, espressioni come quelle del Ministro (che brutto “Ministra”!) della Giustizia citate nel titolo passano inosservate.

Proviamo a riflettere: dire “troppi femminicidi“, oppure “Non meritava di morire“, è quantomeno improprio, soprattutto la seconda espressione. Provo a proporre alcune considerazioni, partendo da un esempio letterario italiano classico.

In una delle novelle, la Quarta della Sesta giornata fiesolana, che Giovanni Boccaccio inserì nel Decameron, scritto ai tempi della peste del 1348, che decimò la città di Firenze e quasi l’intera Europa, troviamo la storia di Chichibio cuoco e di messere Currado Gianfigliazzi, il quale cacciò una bellissima gru con il suo falcone e la portò, affinché fosse opportunamente cucinata, al suo amico cuoco. Lascio al gentil lettore l’incombenza di cercare la novella per vedere come va a finire.

Ebbene, se noi volessimo riferire il discorso di Cartabia con il linguaggio “boccaccesco”, se pur temperato dalla successiva (e decisiva per la scelta della lingua italiana dal volgare fiorentino) lezione cinquecentesca del cardinal Pietro Bembo, magari consigliato, a sua volta da Pietro l’Aretino, come potremmo riferire il discorso del Ministro di Grazia e Giustizia? Ci provo.

“Havvi tanti omicidi di femmine, ché sempre inaccettabile sarìa uno solo, e quasi altrettante offese nell’età delicata degli infanti e troppissimo sarìa uno solo… che debbo dire a lorsignori, se non che ogni homo et femina est sacra et nissuno potest toccare, a pena di peccatum e di civile delitto?

Sarebbe molto meglio dirla in questo modo, che non parlare semplicemente di troppi femminicidi e troppe violenze sui minori, in modo tanto semplificato. O no?

Vengo poi all’adattamento giornalistico-sensazionalistico del linguaggio comune, anche se diverse volte in precedenza ne ho trattato: “femminicidio”, cioè uccisione di una donna. Ma, santIddio, si sa o non si sa che in latino il termine “homo” significa uomo/ donna? cui, nel sostantivo composto omi/cidio si aggiunge al de-verbale “cidio”, dal verbo latino caedere, vale a dire uccidere?

Bene, lo si sappia: basta dire omicidio, per definire l’uccisione sia di un maschio, sia di una femmina, sia di un bambino o di una bambina. Niente. Oggi, bisogna dire “femminicidio”, “ministra”, e fors’anche, fosse per l’on. Boldrini (da me tutt’altro che rimpianta ex “Presidenta” (?) della Camera dei Deputati), appunto, “Presidenta”.

E dunque, tornando alle abbastanza infelici espressioni sopra citate, quelle riferite all’aggettivo “troppo”, perché non si riflette un momento e ci si limita a considerare che vi sono, non “troppi”, ma tanti omicidi di donne, ripeto, uno solo dei quali è troppo?

E quivi mi fermo, per non suscitar un eccesso di nervosismo in me e, magari, anche in qualche gentil lettore, che ama indugiare come me, non da “precisino”, ma da rispettoso utente e cultore del nostro bellissimo idioma italico.

…morire scalza, assiderata, una persona, una donna

Come il bimbo approdato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia alcuni anni fa. Uguale. Quando ho sentito questa notizia mi sono sentito impotente, debole, senza forze, senza senso.

La foto di quel corpicino composto, delicato, ha fatto il giro del mondo del web. La tragedia dei migranti riportata in tutta la sua drammaticità dai media, in quel caso ha smosso non so quante coscienze, ma non parlo di coscienze come la mia, che nulla o pochissimo possono fare in tema, ma delle coscienze dei decisori economisti, finanziari e politici di tutto il mondo.

Quella foto oramai storica mostra il cadaverino sul quale cade lo sguardo e l’attenzione di un poliziotto turco che lo solleva per portarlo via dal luogo dove è morto annegato.

Ora abbiamo questa migrante morta assiderata per scaldare le mani dei suoi figli.

La tragedia è accaduta pochi giorni prima di Natale ed è stata confermata solamente nelle ultime ore. Un’emittente Demokrat tv la ha messa in onda, come fece a suo tempo un’altra tv con il bimbo annegato. Quella mamma è morta di freddo per dare un’ultima assistenza vitale ai suoi figlioletti, rinunziando lei a una copertura dal freddo che forse l’avrebbe ancora tenuta in vita.

Il fatto è accaduto nella provincia turca di Van, nei pressi dell’omonimo lago. La donna e i suoi bambini sta stava portando in Turchia, verso Ovest dunque, provenendo dall’Iran, quando è stata investita da una gelida tempesta di neve e vento ghiacciato. La donna si è sacrificata togliendosi i calzini per farli usare come guanti ai figli che stavano già manifestando gli effetti di una ipotermia. Per sé, invece, si era attrezzata con dei sacchetti di plastica per avvolgere i piedi, nel tentativo di camminare sulla neve. Ma non è bastato.

Parlo qui di questi due fatti, del secondo in particolare, per interrogarmi ancora una volta, e per interrogare te, mio gentile lettore, sulle ragioni che nel ventunesimo secolo, in presenza di tutte le comodità disponibili per la vita di qualche miliardo di persone, accadano ancora fatti del genere, inseriti in contesti del genere.

Sappiamo, per contro, che altri miliardi di persone vivono nel rischio della povera donna morta di freddo, magari non proprio in quel modo, ma potendo rischiare quel modo.

Basti pensare alla studentesse nigeriane o maliane che possono essere rapite in qualsiasi momento dai Boko Aram, oppure alle donne afgane, che sono tornate a ricoprirsi con il burka, o, ancora, ai bambini senz’acqua, cibo e medicine, che muoiono a grappoli in giro per l’Africa profonda e men profonda, come può essere nella immensa baraccopoli di Nairobi.

O in quelle brasiliane, che un tipo come Bolsonaro fa finta di non vedere.

E ogni volta riprendo in mano ciò che ciascuno può leggere nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo Cinque, il Discorso della montagna, le Beatitudini

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.

5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia

12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!…

Basterebbe questo, per riflettere dentro di noi, e cambiare, ognuno nel nostro piccolo, per far cambiare il mondo.

Leggo un titolo televisivo: “315 milioni di euro il business mensile (mondiale, ritengo) dei tamponi”, cui non fa seguito alcun testo. Alla mia ben esperita sensibilità comunicazionale si manifesta un sottile, surrettizio senso “tra le righe”: “pecunia olet”, in altre parole “il denaro puzza”, perché in questo caso la sua provenienza sarebbe (è) generata dalla pandemia. Altrettanto ho sentito sostenere circa i vaccini: “Pfizer fa guadagni astronomici, approfitta…” etc.

…ma, sant’Iddio, è possibile che questi moralisti da quattro centesimi non sappiano che il lavoro produttivo costa, si paga e remunera? Capisco la critica etica alla produzione di armi e la condivido, ma anche su questo, inviterei i “critici a prescindere” ad ascoltare il delegato Fiom-Cgil della Beretta Spa di Brescia, che produce le migliori pistole del mondo, difendere la sua fabbrica.

Io li ho incontrati, quei delegati, qualche decina di anni fa, ed erano ben consapevoli della contraddizione morale esistente tra il loro diritto al lavoro e la destinazione d’uso delle loro produzioni.

Sul discorso degli armamenti ci sarebbe da indugiare a lungo, perché l’essere umano, ancora, non ti garantisce che a fronte di un’aggressione “porga l’altra guancia”, e pertanto un uso controllato e moderato delle armi resta anche moralmente plausibile. E qui, ovviamente, non sto parlando della produzione delle bombe a grappolo (anche italiane, ma svedesi, norvegesi, svizzere, nazioni tutt’altro che bellicose o belligeranti), che hanno mietuto innumerevoli vittime civili negli ultimi anni, dove la vita umana vale meno di un Kalashnikov di seconda mano (3 o 4cento dollari).

E veniamo ai tamponi e ai vaccini. C’è qualcuno, pro o no vaccini che sia, che discute dell’importanza dei tamponi e non la riconosce? Mi pare siano ben pochi, perché anche i no vax, magari obtorto collo, accettano i tamponi. Ebbene: qualcuno li deve produrre o no, i tamponi? Sì. Per produrre i tamponi occorrono o no, strutture industriali, macchine, impianti, mano e mente d’opera, organizzazione e investimenti? Sì. C’è qualcuno che deve metterci del suo per tutto ciò? Sì. E allora, se tutto questo è vero – sillogismo logico inconfutabile (grazie ancora una volta, Aristotele di Stagira) – è o no “normale” che la produzione di tamponi sia un fatto economico, industriale e commerciale, perché chi li produce deve far sapere che li ha prodotti?

Ancora sì. E dunque, benedetti critici moralisti con la testa tra le nuvole, quale è il problema morale se chi produce i tamponi, incassa denari, prima per pagare gli investimenti, e poi i costi degli approvvigionamenti e di produzione e di commercializzazione? …nei quali costi, solitamente non meno del 30/40 % del totale, è costo del lavoro, vale a dire salari, stipendi, tasse e contributi?

Inoltre, e questo dovrebbe interessare anche ai “critici a prescindere”, che la produzione di tamponi, come di qualsiasi altro bene di consumo o durevole, necessita di occupazione di tutti i livelli, da quelli dirigenziali a quelli più operativi, tutti indispensabili e moralmente dello stesso valore.

Cosa da poco? Domanda retorica.

E vengo alla produzione di vaccini. In generale vale lo stesso discorso fatto sopra. Qui, però, è chiaro che il giudizio sull’utilità o meno dei vaccini cambia.

I no vax, nelle loro varie declinazioni, da quelle più rispettosamente colte e attente alle opinioni altrui, a quelle più sgangherate, tecnicamente ignoranti, e presuntuosamente aggressive. Djokovic e famiglia compresi. Per finire con i complottisti che vaticinano di mutazioni genetiche che sarebbero surrettiziamente predisposte da misteriosofiche associazioni segrete, di cui però non sanno dir alcunché.

Bene: qui deve prevalere, non tanto l’adesione per conformismo, che comunque è sempre presente nell’agire umano, ma le statistiche della scienza medica e della sociologia.

Mi pare inconfutabile che chi è vaccinato è molto più al sicuro di chi non lo è. Non occorre riporti qui gli ultimi dati e magari i dati da una anno a ora. Questo già basterebbe per far finire il discorso, poiché chi produce i vaccini, oltre ad avere avuto fiuto economico, ha anche dei meriti sociali e morali.

Invece propongo qualche altra riflessione, peraltro già da me sviluppata in questo sito più volte nell’ultimo periodo, quello pandemico.

Storicamente, nella contemporaneità, i vaccini, frutto della ricerca scientifica di cui va dato merito ai ricercatori, a chi li ha finanziati (ebbene sì, anche per fini di lucro industriale!) e alla politica che li ha promossi, sono stati indispensabili, prima per contrastare, e poi per distruggere terribili malattie.

Devo ricordare ancora una volta il vaiolo, la poliomielite, la tubercolosi, per citare solo le più letali e devastanti? Sono state sconfitte assieme a molte altre, dai vaccini.

Come genitori siamo abituati a vaccinare i nostri figli in età infantile e noi adulti ci facciamo antitetanica e richiami senza alcun patema. Se dobbiamo andare in paesi e territori a rischio, seguiamo le indicazioni del nostro Ministero degli Esteri e i protocolli indicati per le varie destinazioni.

In questo caso, invece no. E’ successo il pandemonio, un “”quarantotto”. Bene ha fatto l’amico professor De Toni a proporre sul Sole 24 Ore il tema della complessità, per cercare di spiegare questo “quarantotto”.

Il mondo è complesso, noi siamo complessi, il nostro cervello è complesso, e le componenti non sono “contabili” matematicamente, come può esserlo un tornio meccanico da un milione mezzo di dollari. I sistemi viventi sono caotici secondo… natura, e lo scopo della scienza è quelle di penetrarvi sempre meglio, per successive approssimazioni, sbagliando a volte fino a “cogliere nel segno”, come ci ha insegnato Galileo, filosofo e scienziato, quattrocento anni fa, a rischio della propria vita.

Faccio un solo esempio del concetto di complessità, che è filosofico ancor prima che fisico-matematico. Prendiamo il numero 10, numero principe di molteplici operazioni. Bene: in quanti modi si può ottenere il 10? In un numero infinito, che spiega bene come questo dato sia esplicativo del concetto di complessità. Ne propongo alcuni, con addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni: 10 è uguale a 8+2, 12-2, 2*5, 20:2., etc. Allora, caro lettore, come la mettiamo?

Vedi che la natura, con i suoi batteri, virus, a-tomi (in greco traslitterato: a-tomoi, cioè non separabili, che i filosofi greci, Democrito in primis, ritenevano essere le più piccole parti in cui potesse essere divisibile la materia) ed elementi sub-atomici, elementi visibili solo alla microbiologia e alla nuova fisica che studia le particelle subatomiche, particellari o ondulatorie che siano, come i fotoni, ha subito posto l’uomo – nel tempo – di fronte alla complessità della realtà.

L’uomo stesso, con la sua stessa struttura fisica e psichico-spirituale è l’esempio più evidentemente visibile di questa complessità: basti solo pensare al rapporto esistente e mai completamente conoscibile, tra i quasi 90 miliardi di neuroni e le sinapsi che li collegano, per cui ogni momento che passa della nostra vita e nello studio delle cose, questi collegamenti si moltiplicano e noi diventiamo più intelligenti.

Complessità, e dunque la ricerca possibile della verità delle cose, che avanza per prove ed errori.

I vaccini et similia sono stati (e lo saranno) il frutto di questa ricerca per prove ed errori.

Ora appare chiaro, ma non a chi non vuol vedere con onestà intellettuale, oppure è ottenebrato da una invincibile ignoranza tecnica che diventa anche morale, quando vi è la consapevolezza dell’ignoranza tecnica, che i vaccini sono stati e sono una grande conquista del sapere umano attraverso lo sviluppo delle scienze biologiche, fisiche e mediche, e interpellano, come ogni sapere umano, anche il sapere etico, che si deve pronunziare sulla bontà, cioè sulla liceità morale dell’uso di ciò che la scienza propone per migliorare la vita dell’uomo, fino a salvarne la salute e la vita stessa.

E vengo all’ultimo tema connesso, quello che fa dialogare il sapere etico, cioè quello che cerca di definire il bene e il male nell’agire e nella vita umana, e di sceverarli rigorosamente, con le decisioni dei legislatori e della politica.

L’Italia si è data, con merito, una Legge fondamentale, la Costituzione della Repubblica, che tratta il rapporto tra diritti umani individuali e doveri pubblici in modo molto equilibrato e tuttora attualissimo, soprattutto se consideriamo gli articoli 3 e 32, che qui ho già presentato e trattato, cosicché non mi ripeto.

Se la nostra democrazia liberale parlamentare prevede il suo funzionamento diretto, a suffragio universale, per quanto concerne l’elezione del Parlamento, dei Consigli regionali e comunali, e indiretto per ciò che attiene l’elezione del Presidente della repubblica e la nomina del Capo del Governo (cf. P. Calamandrei, N. Bobbio, et alii), ciò che sta decidendo l’attuale governo, è formalmente legittimo e plausibile. Inoltre, a mio parere, proprio tenendo conto della complessità della realtà, della novità di espansione e di contagio di questa pandemia e della ineludibile, e continuamente definentesi strutturazione del reale, anche condivisibile.

Più e meglio di così cosa potrebbe fare il Governo italiano?

E’ chiaro che ciascuno potrebbe avere dubbi e nutrire perplessità, perché toccato nella propria esperienza e nelle proprie esigenze (penso al turismo e alla ristorazione, ma anche ad altri settori), ma lo sforzo cui ciascuno è chiamato a fare riguarda il Bene comune, quel Bene indivisibile (ma non come quello del conteggio delle spese che si sostengono per gli spazi comuni di un condominio suddiviso in millesimi) che è stato deciso fin dai tempi nei quali l’Uomo ha definito con un Contratto sociale le Regole della convivenza.

Oserei dire, qui ripetendomi, fin dalla fondazione delle città di Gerico o di Matera, che sono tra le più antiche del mondo… tant’é che le questioni dei confini, siano tra due proprietà private, siano tra due territori nazionali, hanno storicamente creato conflitti giudiziari e perfino guerre.

Historia, hoc caso, docet!

Che dire, allora, del linguaggio di quel titolo da me citato più sopra? Che è intrinsecamente errato, poiché il guadagno conseguito con la produzione di tamponi e vaccini è, non solo legittimo, ma moralmente buono.

L’entropia sars-covidica

…un sintagma per dire quanti esemplari esistano, tra virologi divi, anestesisti, immunologi ed epidemiologi aspiranti tali, principi della cattedra petulanti, giornalisti dal sapere raffazzonato e dalla penna disonesta, titolisti impazziti, portuali impertinenti, filosofi malamente invecchiati, peraltro i più mediatizzati, e politici incompetenti, come l’attuale ministro della salute (aaah, dottor Girolamo Sirchia, quanti rimpianti!), tra altra abbondante fauna umana di urlatori e di mestatori di professione, insieme con la crassa e pericolosa ignoranza dei no vax, siamo nell’entropia sars-covidica.

Leggo il comunicato di un migliaio di professori universitari che protestano contro l’obbligo inappellabile del certificato verde (lo cito in italiano, ma chissà perché verde, siccome è grigio…), per lavorare. Il nucleo giuridico a supporto delle loro tesi è l’art. 3 della Costituzione repubblicana.

Questo:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29. c.2, 37 c.1, 48 c.1, 51, c.1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Se però non lo si legge e non si considera tale articolo nel combinato disposto, come dicono quelli-che-sanno di diritto, con l’articolo 32, questo seguente:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

…il rischio è di non riuscire a contemperare due “diritti verticali-orizzontali”, che non possono e non debbono essere considerati, se non assieme, al fine di dare alla convivenza sociale il massimo di sicurezza e di tutela individuale e collettiva.

I due diritti sono: quello all’uguaglianza di trattamento di tutti i cittadini e il rispetto delle peculiarità di ciascuno, ma nell’altrettanto rigoroso rispetto dell’indivisibile diritto collettivo alla salute, in questo caso specifico. Questo diritto è fondativo dello stesso Bene comune, che non deve essere concepito e considerato come i millesimi delle spese condominiali, ma come un tutt’uno indissolubile.

Se non si ragiona come sto proponendo sopra, si rischia di non comprendere bene le sagge intenzioni politiche e sociali, nonché l’afflato etico ispiratore dei Padri costituenti che, 74 anni fa, pensarono a una Legge fondamentale che riuscisse a contemperare diritti e doveri dei singoli cittadini e gli interessi generali, in questo caso, il Bene comune della salute pubblica.

In altre parole, è più importante, plausibile e democratica la libertà di dire e di fare individuale oppure una decisione che, nell’interesse di tutti, limiti in parte quella libertà?

Dacché l’uomo ha deciso di con-vivere all’interno di norme che si chiamano Contratto sociale, cioè dalla fondazione di Gerico e dintorni e dalla legislazione caldeo-sumerica (di re Hammurabi nel XVIII secolo avanti Cristo), la considerazione primaria dell’interesse collettivo, specialmente in situazioni di particolare pericolo e drammaticità, come nei casi di guerre, carestie, alluvioni, terremoti, epidemie… appunto, DEVE (anche solo per buon senso popolar-kantiano) PREVALERE sull’interesse e le opinioni individuali.

Che vi siano contraddizioni ed errori nei famosi DPCM del Governo è ammissibile, anche se sgradevole e a volte sconcertante.

Anche il famoso perfin troppo “centrale” Comitato Tecnico Scientifico pare prenda talora topiche che danno da pensare. Di contro, non si può non considerare che la situazione attuale è, non solo inusitata e inaspettata, ma di difficilissima “lettura”.

Ciò che, però, si dovrebbe tenere in considerazione è l’esigenza di avere una maggiore linearità e coerenza nelle decisioni operative di tutela della collettività: in altre parole potrebbe non essere opportuno mettere una barriera invalicabile fra chi possiede il certificato verde e chi non lo possiede. Siccome i vaccini, se si fanno le comparazioni corrette tra vaccinati e non, e tra la situazione di un anno fa e l’attuale, stanno inesorabilmente migliorando la situazione generale (si smetta di proporre i dati day by day, anche solo per far capire meglio lo stato delle cose!), sarebbe meglio evitare di separare le due categorie, ri-valorizzando i tamponi per il prossimo periodo di un paio di mesi, per uscire dall’inverno.

Ma Draghi, quasi da solo, non riesce ad evitare tutti gli errori, circondato com’è dalla pletora di mal pensanti (nel senso di privi di capacità logica) della politica. Così è. Speriamo in bene.

Un omicidio e la umana “pietas”

A Natale tutti abbiamo sentito di questo caso: ad Amelia un medico in pensione, ottantenne, ha ucciso la moglie ammalata di Alzheimer, fermato un attimo dopo dal figlio mentre cercava di seguirla nella morte suicidandosi.

Non scomodo il freudiano sintagma eros & thanatos, amore e morte, argomento troppo specifico, perché mi fermo prima e vado già oltre.

Non sto neanche a ricordare qui quanto già riportato dal medium televisivo, che ha parlato di malattia senza rimedio, veloce e invasiva della vita familiare, al punto da diventare insostenibile per la psiche dell’uomo, e a farlo decidere per far “finire lo strazio” uccidendo la moglie.

Qui siamo sul terreno etico del valore di una vita umana, e dell’obbligo assoluto di rispettarla sempre, comunque e ovunque.

Ne ho scritto qualche giorno fa quando ho ricordato la morte tragica dei tre operai di Torino, e torno sul tema.

In questo caso, non so se i sostenitori del neologismo “femminicidio”, (ma non la statistica Istat generale annuale degli omicidi) annovererà il fatto di Amelia nell’elenco dell’uccisione di donne in quel modo denominato, che non condivido: in realtà penso che lo farà, ma sotto traccia, perché in questo caso rileva di più il fatto in sé, per come è avvenuto nel contesto dato, piuttosto del fatto che la vittima sia una donna.

Un uomo anziano, colto e stimato, che non ce la fa più a reggere lo stress, la fatica, il dolore di vedere sua moglie in quello stato, assolutamente inaudito, inaspettato, non plausibile, e molto altro, agisce per la morte.

Non conosco il dottor (XY) che ha compiuto il reato ai sensi dell’art. 575 del Codice Penale (1930) – Libro Secondo – Titolo XII – Dei delitti contro la persona – Capo I – Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale, che così recita:

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.” Fatte salve le attenuanti che sono considerate, o meno, dal giudice caso per caso.

Non posso sapere che persona sia quest’uomo, so solo che è un medico, quindi una persona colta, molto colta rispetto allo standard, e colta soprattutto su ciò che concerne la vita umana (del corpo).

Attualmente il medico, sempre tenuto al giuramento ippocrateo di salvaguardare la condizione di salute del paziente al massimo possibile, in scienza e coscienza, è certamente dibattuto anche da un’altra tematica: quella dell’eutanasia e del suicidio assistito. Il medico di cui parliamo era senz’altro al corrente, non solo del dibattito politico-morale in corso, ma era anche nella condizioni di riflettere sul tema nella sua coscienza morale, ambito che più segreto in natura non v’è, perché nel cuore dell’uomo legge soltanto Dio, e lo dico anche per gli agnostici e gli atei (o sé putanti tali). Tuttalpiù, psichiatria e psicologia clinica possono determinare una diagnosi ipotetica del suo stato mentale, essendo comunque tale diagnosi rilevante per la statuizione della pena legale.

Altrettanto non so se l’atto compiuto sia, per la Teologia morale cristiana, un peccato mortale, anche se sembrerebbe configurarne (oppure no) gli estremi, in quanto nell’accadimento sono presenti le tre condizioni “necessarie” a costituirlo ontologicamente e moralmente: a) la materia grave (un omicidio lo è per tutti, salvo che per ciò che pensano i sicari e i serial killer, ambedue le tipologie presenti sia in pace sia in guerra), b) la piena avvertenza (chi sa com’era lo stato psichico dell’uomo quando ha compiuto l’atto?), e c) il deliberato consenso (la decisione per l’atto è stata frutto di un percorso di discernimento, dalla riflessione sull’insopportabilità della situazione, all’atto omicidiario, passando per la deliberazione di compierlo?). E dunque, rimangono molti dubbi sulla presenza reale delle tre condizioni. Personalmente ritengo che la seconda (b) e la terza (c) non lo siano state.

Reato e peccato, sì, entrambi. Ma come giudicarli? Come raffigurarne la “colpa morale”? Come misurarla? Come decidere per il futuro di quell’uomo, che intanto è in carcere?

Mi auguro che la Procura lo ordini intanto ai domiciliari, e che poi si muova una giustizia proporzionata al caso e alle condizioni di quell’uomo.

Anche questo caso richiede una riflessione profonda sullo stato precedente, sulla situazione relazionale della coppia, sui rapporti con i parenti più stretti, con i figli.

Il ruolo della filosofia pratica si manifesta anche in questo caso come il percorso, come il metodo più utile ad affrontare un disagio esistenziale in modo preventivo e capace di cogliere i segnali, anche i più deboli, del male stare di un uomo, in questo caso, della persona in generale.

Altri due casi in questi giorni, analoghi, mostrano come e quanto sia necessario, fondamentale, raccontare questi fatti con la massima discrezione e con rispetto assoluto. I media hanno responsabilità decisive nella narrazione del male e del dolore. In realtà, spesso si nota un’insistenza che rasenta il compiacimento nel raccontare i fatti negativi. Per vendere spazi commerciali? Squallido. Come dice qualcuno (il prof Sapelli in particolare), ad esempio, le notizie sulla pandemia dovrebbero evitare il martellamento quotidiano ed avere una scadenza non più che settimanale, applicando al racconto dei dati, non i numeri assoluti, ma le proporzioni tra la situazione statistica di un anno fa e quella attuale, cosicché si potrebbe mostrare che oggi tutto va ed è molto meglio grazie alle vaccinazioni.

Le proporzioni le ho imparata in seconda media, ma questi che decidono i palinsesti non le conoscono, oppure vogliono terrorizzare le persone… per quale fine (se vi è un fine o solo insipienza) non so dire.

Il valore di una vita operaia secondo un’Etica del Fine

Se si condivide che la struttura di persona possa spiegare e attestare con i suoi tre elementi, fisicità, psichismo e spiritualità, che tutti gli esseri umani hanno pari dignità, il valore di una vita operaia è pari a quella del Capo del governo e del Presidente della Repubblica italiana, o di qualsiasi altra Nazione del mondo, USA, Cina e Russia comprese. Come quella del grande imprenditore e quella dell’attore o del calciatore carismatico da 100 milioni di euro l’anno.

Uguale. Ma il concetto di questa pari dignità non pare condiviso. Lo attestano i fatti, come l’ultimo di Torino, dove una enorme gru è caduta sui palazzi, sono morti tre operai, ma avrebbero potuto essere colpiti mortalmente anche passanti e abitanti dei palazzi sui cui la grande struttura metallica si è abbattuta.

In Italia è dalla metà degli anni ’50 che la legislazione si occupa della sicurezza del lavoro. Nel 1955 fu emanato il Decreto 547 sull’antinfortunistica e nel 1956 il Decreto 303 sull’igiene del lavoro.

Lo spirito di quei legislatori era improntato a due sentimenti e intendimenti: a) la necessità di rendere più sicuro il lavoro di una classe operaia che stava rimettendo in piedi l’Italia dopo le distruzioni tragiche della Seconda Guerra mondiale, e b) la fiducia che una normativa dettagliata e perfino pedante potesse non solo ridurre infortuni e malattie professionali, ma addirittura avvicinarli a zero.

Dovettero passare una trentina di anni prima che ci si accorgesse che in quella legislazione mancava il ruolo delle persone al lavoro. Già nel ’70, lo Statuto dei diritti dei lavoratori (Legge 300) all’articolo 9 ricordava la centralità della tutela della salute psicofisica del lavoratore. E’ stato con Decreto legislativo 626 del 1994 che si è compiuto un decisivo passo avanti nella tutela della sicurezza sul lavoro.

L’introduzione delle figure preposte, a partire da una responsabilizzazione del Datore di lavoro per la sicurezza, del Medico competente e del Procuratore della sicurezza, hanno contribuito a una significativa riduzione di infortuni e malattie professionali.

Ciò fece sì che il numero di morti sul lavoro, che in una prima fase conobbe una decrescita, dal 1980 circa al 2000, da 2000 all’anno a 1000 più o meno, e si ridussero ulteriormente fino a tre o quattro anni fa, quando si è invertito negativamente il trend.

Due immani tragedie, la morte dei sette operai alla ThyssenKrupp di Torino nel 2007 e il deragliamento di un treno con scoppio di gas nel 2011 che causò 33 vittime a Viareggio, fecero capire che occorreva altro. Nel 2008 con il D.Lgs 108, migliorato nell’anno successivo, si introdussero ulteriori rinforzi nel ruolo dei preposti, e si delinearono le figure del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e del Rappresentante del Lavoratori per la Sicurezza.

Inoltre, le aziende cominciarono ad applicare la normativa dei Codici etici (D.Lgs. 231 del 2001), che posero ancora di più al centro il tema della sicurezza del lavoro, con l’attività degli Organismi di vigilanza, Uffici autonomi con poteri di sorveglianza, controllo e facoltà di suggerire migliorie e riforme organizzative, composti da persone competenti nei vari aspetti della vita aziendale.

Di tali attività, come sa il mio lettore, ho una robusta esperienza diretta, presiedendo da un decennio diversi Organismi di vigilanza in aziende di tutte le tipologie e dimensioni, nazionali e multinazionali.

Questa attività mi sta dando una conoscenza diretta del tema sotto il profilo pratico, ma ciò che desidero sottolineare è un altro aspetto, quello morale e socio-politico.

Che cosa o quanto conta una vita operaia in una cultura come l’attuale? Ho l’impressione che conti pochino, per i più, perché, una volta svanito lo stupore e la partecipazione al dolore iniziale da parte di un pubblico facilmente distraibile, poi succede poco o nulla.

Scontati sono gli alti lai della politica, più o meno bipartizan, la cantilena presidenziale, sempre più afona, mentre poco o nulla cambia. Certamente la richiesta sindacale di aumentare i controlli è doverosa, ma ciò che deve veramente cambiare è l’approccio di valore al tema.

Una categoria che non porta alcun valore a questo dibattito è, in generale, quella dei giornalisti di ogni genere e specie. Così come stanno facendo, in generale, quando parlano della pandemia, invece di contribuire a chiarificare temi e situazioni, fanno il contrario: parlano in maniera spesso disinformante e sgangherata dei vari temi, enfatizzando i titoli e di fatto danneggiando il diritto di informazione del pubblico.

Questa categoria di professionisti che vivono essenzialmente di luce riflessa, salvo molto rare eccezioni, perché hanno un ruolo e si mostrano solo se succede qualcosa, dovrebbero rendersi conto dell’importanza di moderare i toni, di precisare detti e scritti, di non approfittare dei fatti.

E poi abbiamo una nuova altra categoria di divi dei media, i virologi, tra altre categorie mediche e biologiche, che fanno a gara nell’esercizio dello stupimento pubblico, se posso usare questo quasi-neologismo.

Una vita operaia ha moralmente un valore infinito, come qualsiasi altra vita, ma questo concetto dovrebbe essere introiettato da tutti, per cui non c’è valore superiore cui sacrificarla: non il reddito purchessia, non la velocità di esecuzione di un lavoro, non l’accesso a un finanziamento solo se si fa in fretta, nulla.

Non si può eticamente sacrificare una persona sull’altare del Moloch/ Mammona, come lo chiama la Bibbia e Carlo Marx nel Capitale, che è il denaro-come-fine. Il denaro, il guadagno è mezzo, non fine: Immanuel Kant lo insegnava con forza, mentre l’uomo è fine come lo stesso gran filosofo trasmetteva a i suoi studenti e scriveva nella sua fondamentale Critica della Ragione pratica.

Leggiamolo in parafrasi: “Fai in modo che la massima del tuo agire possa costituire legislazione universale” e “Fai in modo che l’uomo sia sempre un fine del tuo agire, mai un mezzo“.

E Tommaso d’Aquino: “Occorre tenere conto sempre della scelta per il bene maggiore e per il male minore“, che significa esattamente la superiorità della vita umana su ogni tipo di guadagno economico.

Ecco, l’insegnamento della sana filosofia classica, che anche molti filosofi del nostro tempo, soprattutto i più mediatici, dovrebbero non mai dimenticare.

E questo lo affermo con forza perseverante, come persona, come filosofo e teologo, e anche come Presidente nazionale di Phronesis, l’Associazione Nazionale per la Consulenza Filosofica.

Vivo un mio tormento spirituale, più forte di quanto si potrebbe pensare, per: a) in molti ambienti si è messa in tristissima evidenza la cosiddetta “cancel culture” (culture?), che vuole abolire eventi storici e memorie ritenute politicamente scorrette come le statue e le effigi di Cristoforo Colombo, ritenuto un prodromo del colonialismo e dell’oppressione sui nativi; b) sui media (si pronunzia “mèdia”, è latino, non inglese! insisto disperatamente, con il gramsciano “pessimismo della ragione” e “l’ottimismo della volontà”, non-ossimorico mio impegno razionale e morale) leggo o sento altre stupidaggini, quisquilie vane, ridicole pinzillachere e imbecillità idiotiche (in tema di idiozie e imbecillità, ennesima puntata, qui di seguito…)

Molti, in Europa e in America vogliono fare tabula rasa di ogni ricordo iconografico e grafico del passato, in nome di un giudizio negativo sotto i profili etici e politici. Un esempio è stato il gesto iconoclastico compiuto qualche anno fa negli USA con l’abbattimento di statue ed immagini di Cristoforo Colombo.

Il sintagma cancel culture, cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio viene utilizzata e significa una forma di ostracismo (ricordiamo le modalità dell’òstrakon, la scelta di un sassolino nero o bianco dei capi famiglia, nelle antiche pòleis greche, che serviva – in specifiche votazioni – ad esiliare le persone sgradite o ritenute penalmente colpevoli), che rappresenta proteste furenti e il tentativo di estromettere qualcuno o qualcosa da reti sociali reali o anche – a volte – dai social.

Si tratta di qualcosa di diverso dalla call-out culture (call-out significa “richiamare”), in quanto in questo modo la stigmatizzazione sociale di un fatto o di una persona invita l’interessato, per ruolo o potere, a scusarsi pubblicamente per quanto rifiutato dalla pubblica opinione. Un esempio clamoroso e significativo è stata la dichiarazione di scuse da parte della Chiesa cattolica di papa Giovanni Paolo II, in merito alla condanna ecclesiastica delle tesi astronomiche di Galileo Galilei. Altri casi sono quelli legati a reati di pedopornografia di cui molti religiosi si sono macchiati, che hanno visto le ferme prese di posizione dei papi Benedetto XVI e Francesco.

Un altro modo di tenere o meno conto di un fatto o della storia di una persona, è la damnatio memoriae, cioè la rimozione di un ricordo che disturba i posteri per qualche ragione politica, culturale o morale. Questo fenomeno è certamente lesivo del diritto del pubblico all’accesso all’informazione e del principio di tolleranza, cioè uno dei puntelli giuridico-morali del moderno stato di diritto.

Un tentativo di damnatio memoriae è stato tentato negli anni scorsi dall’Onorevole Laura Boldrini (quando era in auge come Presidenta – lei avrebbe voluto chiamarsi in questo modo, femminilizzando un termine che ha già il suo “femminile”, cioè “presidentessa”, se proprio si vuole, della Camera dei Deputati della Repubblica), cresciuta come funzionaria dell’ONU, nei confronti di tutto ciò che ricordasse il periodo fascista, anche le migliori cose e i maggiori episodi di carattere culturale e artistico, che non mancarono, perché anche nel Ventennio non pochi creativi ebbero spazio (anche dal Duce) da parte di preposti e ministri di grande competenza culturale e capacità amministrative, come il Ministro Giuseppe Bottai e il Conte Dino Grandi.

La signora Boldrini avrebbe voluto togliere ogni riferimento storico all’EUR, meraviglioso esempio di quartiere moderno, razionale e accogliente e allo Stadio del Marmi. A questa fanatica (e, direi, incolta) dispregiatrice Temporis acti, solo perché appartenevano a un regime dittatoriale vergognosamente sconfitto, sarebbe piaciuto distogliere lo sguardo e la memoria anche da un Ungaretti, da Pirandello, dallo stesso Verga, e da altri di minor momento, ma di grande valore come Prezzolini, Papini, Marinetti, che era non tanto un fascista ma un futurista, ammirato anche nell’Unione Sovietica pre-Zdanov di Majakovskij e di Esenin e gli intellettuali de La Voce e di Lacerba, riviste eccellenti, che accolsero alcuni tra i maggiori intellettuali della prima metà del ‘900, e da pittori come Mario Sironi, un grandissimo, da Carrà, Boccioni, Balla, solo perché dialogavano con il potere del loro tempo.

Non ho notizie di ciò che avrebbe voluto “fare” di D’Annunzio ma, penso, nulla di buono.

Tornando alla cancel culture, possiamo registrare uno dei suoi momenti di rinforzo (anche se logicamente in senso improprio) nel 2020, quando George Floyd fu barbaramente (e inutilmente, perché era già stato immobilizzato) ucciso in strada da un poliziotto americano.

Il movimento Black Lives Matter, peraltro comprensibile, legittimo e moralmente condivisibile, ha forse sviluppato o contribuito a sviluppare nella coscienza storica americana una particolare sensibilità verso quegli eventi della storia che hanno generato ingiustizie, disumanità e l’applicazione tragica di un razzismo insito nella cultura occidentale, annebbiando o addirittura tendendo ad impedire una razionale comprensione dei fenomeni e degli eventi registrati dalla Storia, come ad esempio l’impresa marinara di Colombo e delle sue conseguenze (con, indubbiamente, almeno parziale eterogenesi dei fini).

La legittima protesta per fatti disumani si è dunque in seguito modificata in una sorta di iconoclastia contemporanea (si ricordi l’iconoclastia storica dell’VIII e IX secoli nell’Impero romando d’Oriente oramai Bizantino, che vide la distruzione delle icone sacre e l’uccisione di migliaia di monaci iconografi).

Si può anche trattare di un processo mentale e politico di tipo revisionistico, che si conobbe anche in altri frangenti contemporanei, come nel giudizio, maturato dopo decenni di condivisione totale, nel PCI, sul marxismo comunista, specialmente nella sua versione stalinista.

Dall’iconoclastia al revisionismo, il passo verso il politicamente corretto è stato breve, brevissimo. Il linguista americano Noam Chomski ha denunziato nel 2020 la stupidità suprema della volontà di questa incultura di ridiscutere addirittura le trame e i caratteri dei personaggi delle favole classiche, a partire da quelle di Esopo e Fedro, fino a quelle di Andersen, di Carlo Lorenzini (il Collodi) e dei Fratelli Grimm, ad e. la Bella addormentata etc., e perfino le trasposizioni cinematografiche di Walt Disney. E addirittura le omeriche Iliade e Odissea, e i loro personaggi perché, secondo queste “teorie”, sarebbero storie obiettivamente “colonialiste”, e di tali “politiche” intrinsecamente laudatorie.

E’ come parlare impropriamente e superficialmente del cosiddetto “socialismo” di Gesù di Nazaret, senza avere la minima contezza delle metafore teologiche contenute nel Capitale di Karl Marx, che seppe studiare le Sacre scritture giudaico-cristiane senza fare confusione tra i tempi e le culture rappresentate da quegli antichi testi e i tempi delle sue analisi moderne.

Ciò che filosoficamente preoccupa è l’aspetto euristico negativo che la cancel culture può rappresentare, poiché essa impedisce – come struttura epistemologica (ove ne possegga qualcuna) – ogni riflessione complessa e ogni dialogo condotto con rispetto e capacità di ascolto, nel tempo necessario al dialogo.

Un’altra preoccupazione, mi pare, è data dal fatto che chiunque, dal privato cittadino attivo su internet a gruppi editoriali o di un qualche potere economico-finanziario (scrivendo ciò non sto facendo intravedere alcuna plausibile teoria minimamente complottistica à là Qanon) può intervenire sul web e sui social con la medesima visibilità teorica, sostenendo anche “tesi” infondate, fuorvianti e perfino pericolose, senza ciò che costituisce l’essenza della ricerca culturale e scientifica, cioè il confronto dialogico tra intelligenze, che nella storia ha portato alle più grandi scoperte sull’uomo e sulla natura. Un esempio: è stato il lungo millenario dialogo, anche se – in questo caso – diacronico, dialogo fra Eratostene, Aristotele, Tolomeo, Roberto Grossatesta (francescano, tra i fondatori dell’Universitas Oxoniensis – Oxford), Copernico, Galileo, Einstein… fino ai tempi nostri, che ha permesso di capire come funziona l’Universo nel quale Terra e Umanità sono inseriti.

Un altro esempio che mi viene in mente è il testo del Disegno di Legge Zan, i cui intenti etici di rispetto di ogni essere umano, condivido in toto, epperò contesto là dove lascia in un campo semantico di pericolosa ambiguità il tema del diritto di esprimere opinioni e giudizi sulle forme e dizioni dell’espressione sessuale. Mi spiego meglio: se il testo in questione, ponendo il tema del gender (genere) in sostituzione del concetto di sesso, prefigura una sorta di limitazione espressiva e quindi di configurazione di ipotesi di reato penale se qualcuno (io stesso, ad esempio) si permettesse di affermare o di scrivere che la dizione genitore 1 e genitore 2 (in luogo di madre e padre), già inserita e già opportunamente tolta, dai documenti della pubblica amministrazione, è sbagliata, improponibile o addirittura “idiota”.

Grazie a Dio, contro il rischio di questa cultura della cancellazione si sono mosse persone di indubbio rilievo morale e intellettuale come il citato Chomski, J.K. Rowling (l’autrice della saga di Harry Potter, già fatta segno di insulti e minacce da parte di personaggi “politicamente corretti”), Salman Rushdie (da trent’anni oggetto di una fatwa di condanna a morte da parte dell’integralismo islamista), Margaret Attwood e Francis Fukuyama, tra molti altri.

Riconsideriamo qui anche il pericolo costituito dalla pervasività dei social, anzi dalla loro rapidità di funzionamento: Twitter et similia sono velocissimi, e così permettono interventi individuali semplicistici e contraddittori, modalità che impediscono ogni forma di confronto serio e documentato.

Un’altra idea di questo revisionismo “politicamente corretto” si può evincere dall’accusa a san Paolo di essere schiavista e razzista, nonché machista, per le sue indicazioni e istruzioni – sia pure di clemenza – al padrone di uno schiavo fuggito (non si dimentichi che il diritto penale romano del tempo prevedeva lo jus capitis a favore del padrone sullo schiavo), e sul sul matrimonio e il trattamento delle mogli, mentre – di contro – Paolo è l’autore, in assoluto, delle primissime tesi sull’uguaglianza tra tutti gli uomini (e donne). Basti citare i seguenti versetti: “Non c’è più giudeo né greconon c’è più schiavo  libero; non c’è più uomo  donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Galati 3,28).

Per finire, cito – in questo contesto generale – il degrado linguistico espressivo promosso dalla incultura e dall’uso massivo-generico dei media e dei social, diversi umani, Salvini tra costoro, che non usano più l’articolo come in espressioni del tipo “settimana prossima” invece de “la settimana prossima”, come nell’inglese “next week”. Non penso che ciò accada perché si ottiene un certo risparmio energetico evitando di pronunziare la sillaba-articolo “la”, ma per moda, per anglofilia, oppure per superficialità e ignoranza…

Un altro esempio: una persona muore tragicamente, uccisa, e il commento più gettonato è il seguente: “non meritava di morire“, ma che significa? che a fronte di un omicidio si può distinguere fra chi meritava e chi non meritava di morire? e qui non mi sto riferendo a uno che perde la vita perché viene ucciso per legittima difesa da chi ha aggredito, ma a una qualsiasi persona che perde la vita violentemente, magari nel corso di una rapina che – altra idiozia – poi viene considerata “finita male”, perché la rapina era destinata a rubare beni, non a uccidere chicchessia…

…quindi, una rapina “finita bene” è (sarebbe) una rapina riuscita ma senza omicidio. Finita bene per il rapinatore, ma male per il derubato… ridicolo…

…continuo: ogni tanto qualcuno, pensando di allietarmi esclama: “che belle le pillole di saggezza che scrivi“… “pillole di saggezza” ciò che scrivo, no no no, ma “pillole di veleno” per chi definisce come sopra ciò che scrivo, cz (non “perbacco!”)…;

…ancora: sento il segretario del PD Letta che, a fronte della solenne richiesta di Giorgia Meloni di eleggere un “Presidente della repubblica patriota”, specifica che secondo lui oggi, per patriota si deve intendere un “Presidente europeista”, altrimenti si tratterebbe di un cattivo patriota. Non apprezzo neanche la furbizia lettiana, facilmente “sgamabile”, che serve a titillare quanti fra i suoi ancora pensano che l’aggettivo patriottico sia sinonimo di “fascista”. Ovviamente, per i più, ritengo, ma non per il presuntuoso cattolico andreattian-prodiano, il termine “patriottico” nulla ha a che fare con fascista, visto che anche i partigiani anti-mussoliniani si definivano in questo modo, come il Presidente Pertini.

Ma, andando più indietro nel tempo, potremmo trovare il nobile sentimento di patria in Dante, che lo intendeva evangelicamente allargato all’Umanità intera, in Petrarca, nel Foscolo, e nei patrioti risorgimentali, che hanno pagato con la vita la ricerca di costruire la Patria Italia;

ancora: “il nostro partito si è sempre battuto per bla bla…”, ovvietà fastidiose perché ripetitive e non mai veritiere, ma ora mi sono stancato. Basta.

Il mio combattimento morale, esistenziale e culturale, però, continua, indefettibilmente, finché il Signore mi darà forza e vita.

Phrònesis (Prudenza) e Philìa (Amicizia), “utili” (why not?) per una vita “buona” (non è moralismo) e “vera” (non è presunzione)

Prudenza e Amicizia, in greco. Phrònesis, come Associazione nazionale per la Consulenza filosofica, è già un progetto di filosofia pratica noto e attivo da vent’anni e passa in Italia, su tematiche e progetti di “Filosofia pratica e Consulenza filosofica”. Vanta già una tradizione cospicua di testi specifici e di filosofi operanti. Di Philìa parlerò brevemente in conclusione.

Phrònesis gode oggi di una fama positiva – ritengo – e meritata, in Italia, e raccoglie, con la fatica dell’impegno dei soci più attivi, “studenti” laureati provenienti da tutte le parti, e persone più in età che desiderano muovere dalla teoria che hanno studiato all’università e si sono laureati in filosofia o discipline equipollenti, alla pratica di una filosofia viva, vicina alle persone e ai loro vissuti, ma continuando a studiare, misurandosi con atti, fatti e pensieri… vite di altri esseri umani.

I nuovi iscritti provengono talvolta anche dai master di filosofia pratica di prestigiosi atenei, che forse non li hanno soddisfatti. Che significa ciò?

Significa che Phrònesis è credibile, che è ritenuta valida, come locus philosophicus e dialogico, pratico, non solo teorico. In vent’anni di vita questa Associazione ha conosciuto vicende diverse, distacchi e adesioni, cambiamenti. Nel 2013 ha avuto anche il riconoscimento di una legge dello Stato, la n. 4. che contiene gli indirizzi essenziali di una possibilità ulteriore nell’ambito delle professioni intellettuali.

Prima di dire e di proporre qualcos’altro, riporto di seguito l’articolo 1 comma 2 della Legge stessa: Oggetto e definizioni”: “(…) si intende una professione non organizzata in ordini o collegi, di seguito denominata “professione”, si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

L’attività di Phronesis è complessa, articolata, come si dice, e vera. Vive in un contesto generale nel quale si registra molta “filosofia”, di quella vera e di quella fasulla. Quella vera-buona e quella falsa-cattiva non si dividono tra filosofia accademica e filosofia pratica, ma tra “buona” e “cattiva”, come la musica. Bach e i Beatles appartengono alla buona musica, nella differenza di stili e “oggetti” musicali prodotti.

Infatti, vi sono delle analogie tra filosofia e musica: ambedue le arti (eh sì, perché anche la filosofia è un’arte, se vogliamo nel senso aristotelico, come un qualcosa che si conosce e si agisce con competenza).

Da qualche tempo la filosofia accademica sta vivendo difficoltà inusitate. Sembrava che fosse una disciplina in crisi, sotto il profilo universitario, e lo era, effettivamente, ma da qualche anno, per merito del web e dei talk show è tornata in auge, anche se, mi pare, non nel modo più auspicabile. Molti accademici di fama vivono una loro gloria inaspettata partecipando ai vari modelli di comunicazione, nati negli ultimi due decenni e sempre più pervasivi. Pare evidente che ciò non gli giova molto: basti osservare le performance di alcuni illustri accademici che si misurano con i talk show su tematiche come quelle della pandemia. Costretti dai e nei tempi televisivi, questi prof diventano apodittici e declamatori, poco inclini al… dialogo, di cui dovrebbero essere maestri. Non sopportano contraddittorio, che dovrebbe essere per loro, esperti di dialettica, platonica o hegeliana che sia, un must, come si dice, ma, vedi gentil lettore, non sono filosofi pratici, ma solo docenti, e quindi abituati a “insegnare”, più che a dialogare. Non faccio nomi, perché chi mi conosce sa a chi mi sto riferendo.

Forse può essere utile al lettore richiamare di seguito ciò che costituisce la consulenza filosofica, così come si è sviluppata nell’arco di due decenni pieni (dal 2000 circa) in Phronesis e come intende ulteriormente proporsi.

La consulenza filosofica, come insegna il professor Gerd Achenbach, iniziatore contemporaneo di questa modalità vivente della filosofia, si interroga (e interroga) sulle forme di pensiero, delle ragioni (non delle “motivazioni”, termine psicologistico assai abusato e usato molto spesso in luogo di “ragioni” e, a volte, anche di “cause”), dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo… di una persona (cf. cap. 3 della Perimetrazione della Consulenza filosofica, 20 Luglio 2012, Seminario nazionale di Phronesis – Firenze).

La consulenza filosofica ha l’obiettivo di rischiarare, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo dell’ospite, o consultante (cf. Pollastri 2016). Se ciò è vero, essa si distingue in modo radicale dalle psicoterapie di qualsiasi genere e specie, compresa la psicoanalisi.

Ogni modifica della propria visione del mondo, non può essere il fine della consulenza filosofica, ma la conseguenza estrinseca, quasi per eterogenesi del fine specifico, nonostante l’opinione circa la visione del mondo del filosofo consulente possa non essere estranea alla relazione tra i due soggetti. Perché tutti e due sono “soggetti”, in quanto nella relazione non si deve registrare passività, ad esempio, nel consultante, ferma restando l’asimmetricità del rapporto. Esso, dunque, non si configura nemmeno lontanamente – per comparazione – come il rapporto esistente tra medico e paziente. Lo spiegano molto bene negli anni diversi filosofi di Phronesis: tra essi qui mi piace ricordare, come esempio, per dire come la filosofia debba essere-vicina alla vita delle persone si propone il concetto di “Filosofia di strada…” (A. Cavadi, 2010).

La trasformazione dell’approccio analitico del mondo deve nascere dall’interiorità (cf. ad e. Agostino, Soliloquia) della persona e non può essere condizionata dalla scala di valori morali del filosofo. Il Valore di questo tipo di attività spirituale è proprio questo: di riuscire a mettere il consultante, che ha manifestato un disagio ed è ricorso al filosofo pratico, nelle condizioni di effettuare una metànoia, innanzitutto logica, e in seguito spirituale, cioè di conversione a una vita buona, e vera. La logica precede sempre l’etica, e la deve fondare, allo stesso modo nel quale l’etica deve fondare il diritto.

Perché uso l’endiadi buona e vera per definire la vita? Si può forse dare una vita non-vera, cioè fasulla? In senso proprio certamente no, poiché l’uomo è vivente, ma in senso figurato-morale, sì, in quanto vi possono essere vite non dedicate a qualcosa che possa essere considerato e definito “bene”, vale a dire vite dedite al vizio e al delitto, non solo, ma anche vite dedite (si fa per dire) all’anodino svolgersi di giornate senza senso, là dove il soggetto non ha la consapevolezza di un tanto, ovvero vite connotate da una pigrizia fondamentale e da un non-agire sistematico.

Ecco dove può muovere i suoi passi la consulenza filosofica individuale, il dialogo inter-soggettivo che può riuscire a far emergere le contraddizione logiche atte a creare un auto-pensiero critico. Come si vede non parlo di pensiero auto-critico, ma, rovesciando i termini, colloco la riflessività del concetto sullo stesso pensiero, che diviene un locus dove il soggetto si rivolge e se stesso quasi costituendosi come pensiero. La critica e la vita, dunque, diventano tutt’uno con il pensiero.

Vi sono situazioni di persone che ho incontrato, per le quali la convinzione di essere-nel-giusto, di essere moralmente irreprensibili, è talmente radicata e ontologicamente esistentiva, che risulta impossibile incrinarla, cioè porre dei dubbi tali da avviare il percorso di una metànoia, che metta in questione abitudini inveterate e convincimenti ferrei… fino a quel punto.

Per la consulenza filosofica il nucleo tematico centrale da individuare è il modo, l’impostazione del pensiero del consultante, e quindi la ricerca di crepe, di illogicità, di salti logici, per verificarne gli effetti e anche i… danni, che può generare nella vita della persona stessa.

Euristica ed eziologia sono due processi che ci interessano nella consulenza filosofica e nel dialogo che la costituisce: a) l’euristica perché filosofando assieme ci si propone di cercare qualcosa e possibilmente di trovarlo (questo qualcosa), b) l’eziologia in quanto ricercando si può risalire, se non si trascura il metodo logico-argomentativo, alle “cause”, oppure, meglio dire, alle “ragioni” che in qualche modo danno senso alla scoperta.

Proviamo ad esemplificare. Ammettiamo che il nostro ospite accetti di mettere in discussione, sotto il profilo teorico, o per meglio dire, intellettuale, le proprie scelte finora assunte e praticate nella vita concreta. Nel contempo egli è convinto che le scelte fatte siano state necessitate, od opportune, o utili, od obbligatorie. Entriamo nell’esempio: la persona è benestante fin dalla nascita e non ha contribuito in alcun modo e non ha profuso alcun impegno nella costruzione del patrimonio che la rende pacificamente benestante. Altre persone hanno prodotto le risorse di questo bene-stare, che sono essenzialmente risorse economiche e finanziarie.

Ora, le regole civilistiche attuali in tema di eredità offrono a chi eredita il diritto di… ereditare. A dirla in questo modo, sembra una quisquilia tautologica. La persona “fortunata” dà per scontato che la sorte, il destino, la bravura del padre o del nonno, un colpo di c. tale da aver vinto una grossa somma a una lotteria, siano da accettare senza riflettere sul merito o meno di trovarsi in quella condizione, a differenza dei più, che spesso stentano a tirare avanti.

Questo tipo di persona ritiene talvolta di essere un tipo speciale, e pertanto non obbligato a guadagnarsi il pane con il “sudore della fronte” (cf. Genesi, 3, 19), poiché non serve, tanto le risorse ci sono già, in quantità tale da garantire non una, ma sette generazioni di vita agiata. Oppure, ritiene che impegnarsi in qualche attività di vertice sia già “lavorare”, perché molti altri agiscono in questo modo (e qui gli esempi riguardano capitani d’industria, innovatori tecnologici e finanzieri cui si pensa di assomigliare).

Questo tipo di persona ritiene poi di avere quasi un diritto “naturale” (non oso dire “divino”, per non esagerare) a ferie speciali, e di potersi distaccare senza problemi dalle fonti che originano il proprio benessere.

Forse, utilizzando una terminologia giudicante le cose adeguata, si potrebbe smuovere qualche masso spirituale che sta occupando e ingombrando impropriamente la “struttura valoriale” del soggetto: ad esempio, si può proporre una lettura della realtà propria e generale alla luce del concetto di “verità locali” (Zampieri, 2009 e oltre), per evitare ogni arroganza propositiva da parte del filosofo consulente.

Posto che il carattere individuale si forma, come hanno ben spiegato Piaget et alii negli ultimi cent’anni, entro i quattordici anni più o meno, e che da lì in poi i comportamenti individuali sono costruibili e modificabili, in positivo e in negativo, si tratta di vedere se il soggetto esemplare di cui qui si tratta se la sente di scavare dentro la propria anima anche a costo di andare profondamente in crisi.

Eccoci al punto: il dialogo filosofico è qui che interviene, mentre ogni tipo di psicoterapia sarebbe inerte, perché solitamente ed essenzialmente destinata ad “andare a caccia” di nevrosi. Queste persone di solito non sono nevrotiche, se non in minima parte, ma sono moralmente anodine, amorfe, oppure hanno una moralità generica e applicabile solo e solamente agli… altri.

L’etica sociale, l’etica della vita umana, semmai esista per questo tipo umano, vale per gli altri. Questo tipo umano può essere rimosso dal convincimento di essere-speciali e di avere diritti speciali solo da un trauma, giammai dal thauma (in greco: la meraviglia, lo stupore, origine di ogni filosofare) del vivere, cioè la meraviglia del vivere, che per questi rischia di essere sempre banalmente noiosa, se non riesce a riempire le proprie giornate di sempre nuovi “giocattoli” (auto, moto, barche, vacanze, donne, se si tratta di un maschio…), di cui molto presto si stanca.

Oppure può riuscirci la filosofia, cioè la metodica del mettere in dubbio le proprie convinzioni mediante la riflessione e il dialogo, a partire dalle più rassicuranti.

Facendo un lavoro con un tipo umano del genere occorre mettere a tema mezzi espressivi, parole, etimologie, sistemi valoriali, idee “forza” dominanti nella psiche e nella storia della persona, elementi di coerenza e di incoerenza, e infine, decisamente, la struttura integrata di personalità sua propria.

Lavorando su questa batteria di elementi si può verificare se si crei qualche crepa, se appaia qualche insenatura nel suo modo di dare il flusso al pensiero, di individuare i verbi da apporre ai soggetti e il senso dell’operatività dei verbi stessi sugli “oggetti” sui quali le azioni verbalizzate terminano.

Riprendendo la fondamentale Perimetrazione (2012) di Phronesis qui riporto i concetti concernenti “le questioni etiche, relazionali, esistenziali, le decisioni complesse, i dubbi, le revisioni progettuali della propria vita, le scelte puntuali, le separazioni e le riprese affettive, gli interessi, i lutti e le malattie, i cambiamenti di qualsiasi genere e specie, etc.”.

Ebbene, lavorando su questo elenco cercherei di penetrare, non nella psiche come fanno altri e – nel modo peggiore – i manipolatori, nel suo modo di porsi i temi e di svolgerli. In altre parole nel rapporto che esiste tra le parole utilizzate dal soggetto, l’accezione di ciascuna che lo stesso ha nel tempo scelto e l’uso che ne fa nella vita quotidiana e nei rapporti umani.

Gli chiederei poi di valutare la qualità esistenziale e relazionale delle scelte fatte e di quelle fattibili, riflettendo sulla fatticità di quelle fatte e di quelle da farsi. Bona facienda (sunt), mala vitanda: la sintesi morale aristotelico-tomista, dopo questo lavoro potrebbe configurarsi come una suggerimento sommesso per un agire migliore rispetto al passato. Una sintesi morale che nel “dover agire” kantiano si rinforza, facendo coincidere dover fare e dover essere, e con ciò diritti e doveri.

Per produrre tale lavorìo intellettuale potrebbe essere necessario individuare testi e format particolari, adatti alla tipologia personologica dell’ospite, in modo da far emergere i “valori” intellettuali e cognitivi dello stesso, le sue “forme” mentali, e anche i tic, le ripetitività ossessive, le contorsioni linguistiche, i toni più o meno elevati delle vocalizzazioni, e infine il timbro vocale che si è formato negli anni, così come generato da una base genetica.

Se la persona è orgogliosa di un proprio genitore o avo e crede di assomigliargli, è forse il caso di valorizzare l’irriducibile unicità di ciascuno e dunque del soggetto stesso, che non può, né imitare, né pretendere di ri-creare chi lo ha preceduto con meriti imitandi ma irripetibili.

Razionalità ed emozionalità del soggetto possono allora iniziare a farsi in qualche modo “de-codificare”, senza la pretesa di comprenderli, capirli e spiegarli fino in fondo, poiché la mens umana resta sempre un “oggetto” complesso, e pertanto mai completamente de-scrivibile. Non pretendere di spiegare ogni cosa o fatto, ma cercare di comprendere il soggetto interpretando tutti gli elementi fisici e spirituali che lo compongono, può essere la strada per interloquire con le profondità dell’anima della persona di cui qui si sta esemplificando.

Per avere una qualche possibilità di cambiamento bisogna dunque procedere alla massima chiarificazione possibile, al fine di consentire una sorta di rielaborazione della visione del mondo del soggetto e all’ammissione che questa rielaborazione è diventata essenziale per una rinascita interiore e un ri-orientamento nel mondo e per delle scelte più “vitali”.

Questo processo non può essere “lineare” (Pollastri, 2016), ma necessariamente talora contorto, a-sistematico, scombinato – necessariamente – per poter prevedere le condizioni di possibilità di una nuova combinazione positiva, buona, vera.

In verità si sta sempre ricercando il buono e il vero, anche se non tutti e non sempre se ne è consapevoli. Bisognerà avere anche sempre il coraggio di improvvisare, in questo lavoro di ricerca spirituale e morale, senza temere di deragliare, perché ci pare manchino linee guida. Se si è onesti intellettualmente e ben preparati, come si usa in Phronesis, non vi è nulla da temere.

Questo tipo di consulenza si può dire anche, senza tema di essere tacciati da eresiarchi, è non solo filosofica, ma anche spirituale, poiché attiene al plesso totale/ diversificato di spirito-anima-mente, in tutte le sue accezioni filosofico-etimologiche della storia del pensiero occidentale greco-latino e delle lingue volgari moderne e contemporanee. Si tratta di una metodica-che-non-è-tale, in quanto è una continua ricerca che vive di contenuti facentesi via via metodo (cf. Giacometti, 2016).

Non un circolo vizioso ma virtuoso, perché capace di rinnovare il pensiero mentre il pensiero fluisce. Così come si può rinnovare una vita mentre la vita stessa fluisce nella sua naturalità esistenziale e morale.

Phronesis si muove su questo terreno, da oltre vent’anni. E io dentro essa. Da un anno ho la ventura di presiederla, e lo voglio fare con forza e dedizione.

Accanto a Phrònesis , proprio perché questo bisogno di pensiero rinnovatore esiste, mi piacerebbe nascesse – a latere – un’altra associazione, magari da chiamare Philìa, cioè amicizia.

Un’associazione a latere di “umanisti” di tutti i generi e specie, per riunire intelligenze e persone, ponendosi nell’agorà, anzi nelle agorài (caro PD, metti anche il sostantivo al plurale dove scrivi “democratiche”), e così intercettare i bisogni delle persone in molti modi: se Phronesis può agire in modo più profondo e professionale, Philìa potrebbe offrire uno spazio dialogico libero, come quello descritto in questo saggio, utile per qualcuno.

La prova dell’efficacia di questo doppio modello può consistere nella constatazione che alle varie pratiche filosofiche partecipano persone di tutti i generi e sensibilità, perché il sapere filosofico, nelle sue varie declinazioni apre la mente e il cuore, aiutando chiunque a scoprire di se stesso ciò che magari è rimasto finora inerte e latente.

Il VADEMECUM IDIOTA (grazieadio già cassato): oscuri funzionari/e brussellesi vogliono insegnarci a parlare, su precise indicazioni della signora maltese Helena Dalli, Commissaria UE all’eguaglianza (cara madame PhD, le propongo un corso intensivo gratuito, quattro o sei ore al max, a cura mia, di “antropologia filosofica” e di “morale sociale”) modificando il lessico comune: non più “buon Natale”, ma “buone Feste” (ma questo modo già lo usiamo dal 26 dicembre! idioti! e il “buon Natale” non dà fastidio a nessuno provvisto di un po’ di intelligenza); non più dire e scrivere “disabile”, ma “persona con qualche disabilità” (così nel frattempo chi ci ascolta o ci legge si addormenta); non più “Cari signori, care signore…”, ma “Cari colleghi” (è maschile, idioti di Bruxelles!); e, naturalmente “genitore 1 e genitore 2”, invece di “padre e madre”; non più “anziani”, ma “persone più adulte”. E poi aggiungono che non sarà un obbligo (ci mancherebbe!), ma solo un’indicazione…

Mi piacerebbe guardare in faccia i geni (che paghiamo noi) che trovano i tempo di proporre le idiozie di cui sopra, per vedere se hanno il lume dell’intelligenza negli occhi.

Costoro sono gli stessi che anni fa suggerirono ai politici di non accettare nella Costituzione europea che si citassero le origini generative dell’Europa stessa nelle culture ebraico-greco-latina-cristiana e, aggiungerei, illuminista, perché l’illuminismo settecentesco, quello inglese (J. Locke), francese (Diderot, Montesquieu, Voltaire, D’Alembert), tedesco (Kant) sono filiazione, anche se indiretta, dei valori evangelici.

Da dove vengono fraternité, egalité, liberté, se non dall’insegnamento gesuano delle Beatitudini? Eterogenesi dei fini? Sì, ma solo storicamente, perché Vangeli e Filosofie illuministiche sono state azioni diacroniche del pensiero umano. E potrei continuare ad libitum.

Proviamo a ragionare. Primo: hanno da fare così poco quei funzionari, da affaticarsi su tematiche inesistenti? Secondo: vorrei fare un’inchiesta breve, a campione, tra i cento musulmani che conosco sulla dizione “buon Natale”: ebbene, per la conoscenza che ho, sono certo che tale augurio non disturba nessuno. Infatti, io sono solito augurare anche a loro “buon Natale”, sapendo che loro conoscono Issha (cioè Gesù di Nazaret), che è per la tradizione islamica il più grande dei profeti ante Mohamed.

Agli stessi io auguro, quando è il suo tempo, “buon Ramadan”, e loro mi rispondono “grazie”, con un sorriso, perché vedono che sono sincero.

Altrettanto chiederei sui presepi, anzi lo ho già fatto qualche anno fa: lo chiesi almeno a una decina di genitori musulmani, che mi risposero, più o meno: “Ma per noi Maria e Gesù di Nazaret sono da venerare”.

Ricordo agli ignorantoni di Bruxelles che Maria di Nazaret è la donna più citata nel Corano, più di Kadijia e Fatìma (moglie e figlia, rispettivamente, di Mohamed). Con ciò non voglio minimizzare le differenze tra islam e cristianesimo. Chi mi conosce sa che sono un teologo che queste cose sa bene.

Altra cosa: forse che i londinesi sono stupidi, essendosi dati un sindaco anglo-pakistano, Sadik Khan, sindaco che si comporta come un baronetto della regina?

E allora, a che cosa serve un’iniziativa come quella del vademecum del “parlare politicamente corretto”? A cambiare, a migliorare qualcosa?

Infine, mi duole che anche su un tema del genere la politica si divida tra “conservatori” e “progressisti”: Lega contraria e PD possibilista. Ma che è? Forse che conservare qualcosa di bello, come le espressioni classiche della nostra lingua e cultura è di destra? Allora “conservare” il Foro romano, le antiche basiliche, le moschee di Gerusalemme, i buddha millenari, Michelangelo e compagnia è di destra?

Andiamo! La divisione tra le persone umane, da un punto di vista individuale è tra intelligenti e meno, tra colti e meno, tra laboriosi e meno, tra onesti e non onesti intellettualmente, in base alla “struttura di personalità” di ciascuno, mentre tutti, proprio tutti, hanno pari dignità, maschi, femmine, trans, alti, bassi, grassi, normolinei e magri, mangioni e anoressici, bambini, giovani, vecchi, ricchi e poveri, neri, gialli e bianchi. E tu, caro lettore, aggiungi chi vuoi che io abbia inavvertitamente dimenticato in questo elenco.

Per quanto mi riguarda, se fossi cieco, sordo e/o muto, vorrei essere definito “cieco, sordo, muto”, perché ciò che conta è come ci si rapporta con chi ha queste disabilità, senza paura dei termini propri delle stesse.

Bene: i funzionari di Bruxelles sono incolti, stupidi e vili. Oppure solo gente che teme anche la propria ombra. Minimi.

La fuga della bimba

Era scapata (con una “p”, perché non sempre curava le doppie, era un pochino dislalica), per una sgridata più forte di mamma Maria. Papà Cesare aveva detto di averla vista prendere la biciclettina e schizzare via per strada, scomparendo in un lampo.

Allora abitavano vicino alla stazione dei treni, nel paesone del Medio Friuli. Famiglia piccolo borghese, perché papà era impiegato agli Uffici finanziari e mamma casalinga, e grande ospite culinaria.

Aveva un fratello più grande, più giudizioso, lei frenetica, la piccola. E un fratellino nato da pochi mesi.

Si era offesa e così aveva deciso di andare via da casa. Aveva preso con sé un po’ di roba, due mutande e una canotta, non lo spazzolino da denti, e pedalava forte verso est, ma non sapeva che era est (conoscendola, mi verrebbe da dire che neppure oggi saprebbe di andare verso est). In dieci minuti si trovò davanti alla grande Villa, dove l’aveva portata la maestra qualche settimana prima. Tutta la classe era andata a piedi fino al paese della Villa. La maestra aveva spiegato per strada che era dei conti Manin e che l’ultimo Conte viveva ancora, ma non nella Villa, perché era diventato povero e viveva in un capanno in mezzo ai campi, sul fiume Corno.

La bimba si era molto dispiaciuta per le disgrazie del Conte, perché era di cuore buono e aveva raccontato a casa tutta la storia.

Papà, che sapeva molte cose, le aveva poi raccontato la storia di quella grande famiglia che aveva voluto costruire una villa in mezzo alla campagna del Friuli, anche se loro venivano da Venezia.

La bimba aveva ascoltato i due racconti silenziosa, e ora si era fermata davanti alla Villa, e si era seduta pensierosa sul da farsi.

Avrebbe dovuto ora anche lei cercarsi un posto dove dormire, visto che era scappata da casa e non aveva più un tetto e un letto dove dormire? Proprio come l’ultimo vecchio Conte. E le veniva un po’ da piangere. Ma non voleva tornare indietro, voleva andare avanti.

Si ricordava che oltre la grande porta nelle mura la strada continuava fino a un altro paese e poi a un altro ancora. C’era già stata con la macchina, e aveva guardato fuori dal finestrino.

Si ricordava di aver visto anche una grande chiesa con una cupola in mezzo ai campi e le pareva che si chiamasse con il nome della Madonna, ma poi non ricordava bene di quale Madonna si trattasse. Era una delle tante Madonne di quella grande campagna silenziosa.

Ed era arrivata alla chiesa con il colonnato, chiusa, solitaria. Aveva con sé una barretta che mangiò seduta sul prato.

Poi si era rimessa in strada ed era arrivata al paese. Aveva deciso di andare dalla zia, ma non si ricordava dove abitasse, ma stava anche passando il tempo, perché era pomeriggio, un pomeriggio di ottobre.

Paura. Ora aveva paura.

Cominciava anche a tremare, e le veniva da piagnucolare. Il tempo passava e non sapeva più cosa fare. Pensava che sarebbe morta, e fu allora che si sentì chiamare… e non credeva alle sue orecchie.

Si girò verso la strada, da dove era venuta e vide una figura in bicicletta… ma era… papà “Papà, papà, sono qui“.

E pianse.

La “miseria della filosofia” (attuale), o di come la pandemia sta tenendo in scacco la filosofia

…o la filosofia della miseria? Karl Marx scrisse un testo intitolato La miseria della filosofia per dire che quel sapere non bastava a cambiare il mondo secondo giustizia, e anche per rispondere al socialista francese Pierre-Joseph Proudhon, che aveva pubblicato un libello dal titolo La filosofia della miseria.

Il grande di Treviri era interessato alla miseria, alla povertà di milioni di operai, al suo tempo. Studiava il funzionamento dell’economia politica e delle sue conseguenze sulle vite degli esseri umani. La sua era una filosofia che si occupava della miseria.

Nell’800 la miseria era diffusa in tutta Europa, oltre che nel resto del mondo, e Marx la studiava a fondo. La filosofia era un sapere diffuso, quasi prioritario nelle università e Marx stesso era un filosofo. Si era laureato con una tesi su Democrito, ma aveva anche grande attenzione per i testi teologici giudaici e cristiani. Marx era ebreo. La sua era una ricerca del bene, della giustizia, della sicurezza anche per le classi popolari. La libertà gli interessava meno, perché riteneva che la giustizia sociale fosse più importante della libertà.

Il rapporto fra giustizia e libertà è sempre stato obiettivamente arduo, difficile, e lo è ancora oggi. Qualcuno ritiene che libertà e giustizia siano inversamente proporzionali: molto semplificando, i liberali per la libertà, i socialisti per la giustizia. E aggiungiamo anche il tema e termine della sicurezza, che dovrebbe equilibrare i due di cui sopra. Giustizia, sicurezza. libertà. Tre termini, tre valori che la filosofia può coniugare e accordare.

Di questi tempi, però, viene da pensare a un’altra miseria, rispetto a quella materiale studiata da Marx, e addirittura di rovesciare i termini proudhoniani, proponendo la miseria della filosofia. Una miseria della filosofia che parte dalla filosofia come sapere (pre-supposto) prioritario, nell’ordine dei saperi, e cardine degli altri saperi. Epistemologia di tutti i saperi.

Di questi tempi pieni di incertezza, molta filosofia, invece di aiutare a cercare risposte a domande complesse, pare talora aiutare l’aggravarsi del sentire comune per la comprensione del mondo e del senso della propria vita. Alcune volte, invece di aiutare la logica e l’argomentazione razionale, sembra operare in modo opposto, e dunque dannoso.

La filosofia dovrebbe contribuire a rischiarare le menti e il pensiero, a contrastare le prese di posizione ideologiche, che per loro natura sono spesso illogiche e non veritiere, e invece sembra che oggi – almeno parzialmente – contribuisca ad ottenebrarlo. Non ho mai sentito come in questo periodo valorosi pensatori e pensatrici letteralmente deragliare dall’a-b-c-della logica sillogistica, che resta quella più efficace per la vita quotidiana.

Ricordo ancora una volta, dopo averlo usato millanta nei miei scritti, il sillogismo aristotelico di primo tipo, dove ci sono due premesse correlate e una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero.

Ho ascoltato da valorosi colleghi e colleghe supposti sillogismi nei quali la conclusione è messa al posto di una premessa e una premessa in conclusione. Un esempio: a) il governo ci vuole rinchiudere in casa (dovrebbe essere la conclusione), b) il Covid non è sempre pericoloso (è una premessa, la prima), c) il pericolo va evitato (dovrebbe essere una premessa, la seconda, ma è la conclusione, sconclusionata). Incomprensibile, se non si colloca questo disturbo del ragionamento in una sorta di dislessia logico-argomentativa, la quale, se non fosse pericolosa, potrebbe addirittura essere comica, adatta a una gag.

Vi è da parte di alcuni, anche egregi filosofi come Agamben e Cacciari, un utilizzo strano delle statistiche, dico strano perché la filosofia dovrebbe utilizzare le scienze “dure” per ragionare, per riflettere in modo logico, ma così non è. Le statistiche, che non mentono, dicono che i vaccini, insieme con le altre misure di cautela intelligente, ci stanno salvando.

Costoro, a mio parere, dovrebbero ricordare il principio classico e aureo, di derivazione aristotelico-tomista del rapporto tra bene maggiore e minore e tra male maggiore e minore: tale principio va applicato quando si criticano le misure di contenimento del virus, anche a fronte di varianti quelle che siano (delta, omicron, …), ma proprio perché i vaccini comunque riducono i rischi e impediscono più contagi. Lo avrebbe capito anche mia nonna Caterina, che era una donna saggia, con la terza elementare, che è meglio meno che più contagi. Vivaddio!

Altro: anche la nozione di libertà, termine così “filosofico” viene bistrattata come se si fosse al Bar Sport di un paesino del Basso Friuli o dell’Alto Lazio.

Dopo duemilacinquecento anni di pensiero profondo sulla libertà come responsabilità, come essere-in-relazione, come esercizio razionale della volontà, sento inaccettabili semplificazioni che paiono pervenire dall’emozionalismo melodrammatico di una conduttrice di talk show come la famosa Barbara D’Urso (pseudonimo).

Che dire ancora? Che siamo in una democrazia parlamentare voluta da novanta sapienti 74 anni fa, in pieno vigore e vigenza, nella quale l’equilibrio e il contemperamento dei poteri è garanzia contro qualsiasi deriva autoritaria!

Chi si può immaginare, se non una persona delirante, Mario Draghi dittatore?

Si potrebbe pensare che troppa filosofia, se questo sapere è utilizzato in alcuni dei modi attuali, può essere dannosa, perché l’albagia sottesa a questo sapere, se adoperato nei modi di cui sopra, rischia di fare danni seri, soprattutto a chi non è abituato a maneggiare concetti, relazioni di causa/ effetto e flussi logici.

Non voglio insistere sul concetto di una certa pericolosità della filosofia, perché sarei auto-contraddittorio di una vita, la mia, che si è basata soprattutto su questo sapere, pur se in mezzo a mille difficoltà.

Continuo a credere nell’indispensabilità della filosofia per la vita, soprattutto della filosofia pratica. Ed è questo che cerco di fare, anche oggi stesso, sabato 27 novembre 2021, introducendo in quel di Mestre, il corso post lauream di Phronesis, che ha raccolto una decina di filosofe e filosofi di tutte le età, dai 24 a i 58 anni (con il docente professor Zampieri da Venezia, storico pensatore phronetico), bene intenzionati a utilizzare il bene prezioso del sapere filosofico con apertura generosa agli altri, per la ricerca inesauribile della verità sulla vita umana e sul destino dell’uomo, che va costruito senza rassegnazione accidiosa.

Ecco: mi pare che oggi si debba lottare contro l’antico e classico vizio morale dell’accidia, che è un non-credere alla possibilità che l’uomo ha di salvare se stesso con l’intelligenza e una volontà illuminata.

La scelta del signor “Mario”, un’etica della vita umana e la legge

Un signore, pseudonomizzato con il nome di “Mario”, rimasto tetraplegico da dieci anni dopo un incidente stradale, ha scelto di andare via da questo mondo chiedendo il suicidio assistito, non l’eutanasia. Lo ha ottenuto dalla giurisdizione prima di un parere espresso richiesto al Comitato etico dell’Asl competente. Comitato etico formato da medici e psicologi, e non capisco per quale ragione neanche da uno studioso di etica generale e della vita umana, cioè un filosofo. Non capisco.

Perché l’ordinamento non prevede la figura di un filosofo in quell’équipe, la qual cosa sarebbe normalmente plausibile e opportuna (io direi necessaria). Ma riformiamola, allora questa normativa! Quanto si sta a riformarla? E lascio perdere questo tema, per soffermarmi su ciò che è più importante.

Ai tempi della dolorosa vicenda di Eluana mi spesi molto a scrivere e discutere di quel caso. Avevo un’idea, allora, forse molto rigida, molto “scolastica”, nel senso di teologico-filosofica cristiana di stampo tommasiano, e questa idea mi portò a criticare quello che mi pareva il libertarismo del padre, e del Partito socialista che lo sostenne, il partito che era il mio, e lo è ancora. Allora, il papà di Eluana ottenne l’eutanasia per la figlia, e lei se ne andò, in una clinica di Udine. Ora è sepolta nel paese d’origine degli Englaro a Paluzza. Sono andato diverse volte a trovarla là, in mezzo alle montagne della Carnia, anche se non l’avevo conosciuta.

Torniamo a “Mario”. Lui ha chiesto di andarsene. Ecco: ora si tratta di capire in che modo, perché c’è una bella differenza fra il suicidio assistito e l’eutanasia, e non occorre che spieghi qui la differenza. Ora, la Chiesa dice che bisogna puntare sulla cure palliative. Certo, ma le cure palliative sono da mettere in campo sempre, e non solo in vista di queste due prospettive.

Circa il suicidio assistito, che pare essere la scelta di “Mario”, ho dubbi non da poco sulla sua autorizzazione, in generale, poiché intravvedo dei rischi di abuso. Ricordo la vicenda di Lucio Magri, che andò in Svizzera per morire “bene” di sua volontà, perché era depresso. Un suicidio assistito per una ragione che non si può accettare con superficialità, a parer mio. Mi sono infatti chiesto se Magri fosse rimasto così solo da non avere più alcuno con cui discutere sul senso o meno della sua vita, a quel punto della vita.

In questi frangenti la filosofia pratica può essere la “medicina” adatta. Intendo la metafora medica per la mente e il cuore

Si tratta di immaginare, se possibile, il sentimento reale di “Mario”, che nella sua profonda interiorità resta incomunicabile.

Il tema della vita pone diversi quesiti. Noi veniamo al mondo inconsapevoli di venire al mondo. Infatti, nessuno ci interpella, perché non esistiamo, prima di essere concepiti. Poi, una volta concepiti, passa un lungo periodo, costituito dai nove mesi della gravidanza e poi da vent’anni per diventare (almeno fisicamente) adulti. Un tempo lungo, lunghissimo, nel quale sperimentiamo la vita, con le sue gioie e i suoi dolori.

Sotto il profilo del concetto di proprietà, noi in origine non siamo proprietari di noi stessi, perché nasciamo inconsapevoli, abbiamo detto. Due gameti diversi sessualmente che si incontrano e formano in ambiente adeguato uno zigote, che poi si sviluppa. La coscienza di sé che arriva in seguito, peraltro non immediatamente, alla nascita, non mette in questione il fatto di essere a questo mondo.

Vivendo acquisiamo un sistema di valori e di ragioni per le quali vale la pena vivere: la conoscenza, la bellezza, il piacere, l’atto volontario, la capacità di negare e di opporsi, l’amore dato e ricevuto, e molto altro.

Finché godiamo di buona salute tutto procede bene, Ma quando arriva la malattia arriva il limite, arriva un modo differente di vivere, con il rimpianto per il prima.

Se il rimpianto non cessa, inizia la tristezza, che poi si può trasformare in accidia e infine in depressione, che una volta veniva chiamato esaurimento nervoso. Volumi a pacchi sono stati scritti sulla depressione, pochissime righe invece sull’accidia, nei tempi moderni, se non nei trattati di teologia morale, che sono libri per una élite di studiosi. L’accidia è un vizio, secondo lo schema dei filosofi antichi, fin da Platone, dei Padri della Chiesa, uno dei vizi capitali. E’ un vizio perché nasce dalla volontà umana, cioè da un’emozione, da un moto interiore, ovvero da un moto interiore che manca, dalla sua omissione. Si tratta di una specie di abdicazione alla propria umanità.

Nulla di moralistico in queste mie affermazioni. Ho vissuto la scoperta del male grande e del limite, ma non mi sono lasciato prendere dall’accidia, Ho reagito e la depressione non mi ha fatto visita, come sgraditissima ospite.

Con ciò non voglio giudicare nessuno che faccia diversamente, che cioè non riesca a re-agire, ad agire contro il limite, contro il male. Ognuno ha le forze mentali e fisiche che la natura mi ha dato. E’ noto a chi mi conosce, che a me la natura ha dato una fisicità molto robusta e una mente fortissima, e un’autostima cresciuta fino al punto nel quale sarebbe stata esorbitante e dannosa. MI auto-diagnostico senza paura. Potrei essere considerato un esempio, e lo dico astraendomi da me stesso.

Ora, è chiaro che “Mario” è in una situazione incomparabilmente diversa dalla mia: io faccio tutto quello che facevo prima della venuta del male, sebbene in misura minore. Lui ha scelto una strada tale da far finire un dolore insopportabile. Rispetto profondamente la scelta.

Ora si tratta di aiutarlo con pietà e senso di fraternità. La legge ha da creare il quadro per poter agire.

Il Comitato etico deve allargare la propria visuale, ma ne può essere capace senza un sapere filosofico compreso e integrato nei saperi del gruppo di esperti?

Gli INSENSATI, gli INUTILI e i NOIOSI: a) oh, signorina Thumberg (pronunziasi Thumbèri) G., ora che ha 18 anni, si impegni in politica, si iscriva a un partito, si candidi nel suo comune come consigliere di circoscrizione, e soprattutto studi, studi, studi, altrimenti sarà ricordata per un certo periodo – più o meno – solo per il suo ridicolo e sgradevole versaccio: blah, blah, blah. Badi bene, SUO, perché non sempre le “metafore onomatopeiche” (lei, signorina Thumbèri, sa che cosa significa questo sintagma? tradotto in lingua svedese, ovviamente, o almeno in inglese) funzionano; b) POLITICI ITALIANI IN GENERE: capi e gregari, capaci solo di lezioncine imparate a memoria davanti alla videocamera

Mi impegno a scrivere questo pezzo dopo avere esitato non poco, poiché già mi infastidisce che giornalisti privi di fantasia continuino a citarla per il suo versaccio, e, se mi ci metto anch’io…


La ragazza svedese mi ha (ha) stancato, con il suo presenzialismo amplificato dai media, con le sue banalità e i suoi slogan sgangherati, con la sua presunzione sicumerosa, con la sua iattanza da ragazzina ignorante, figlia di genitori avventurieri e un po’ degeneri, sfortunata per una sindrome neuro-psicologica. Ma quest’ultimo aspetto non ferma la mia critica, perché Asperger non le impedisce di intendere e di volere quello che fa.

Ciò che però mi stranisce e mi rattrista è il ruolo dei media sul suo mostrarsi senza pudore. Giornali, tv e web raccolgono ogni respiro e ogni starnuto della Thumbèri (scrivo come si pronunzia), senza il minimo accenno di critica.

Dicono che comunque è utile per la mobilitazione su un problema vero, soprattutto dei giovani. Perché allora la ragazzina ugandese non mi fa lo stesso effetto negativo? perché è credibile: una figlia dell’Uganda è credibile, una viziata figlia del pasciuto nord borghese e protestante, no!

La Thumbèri si mostra come un simbolo dei giovani e dell’ambiente, senza mai chiedersi se deve ascoltare altri e migliorare la propria formazione. E’problema a se stessa e seccatura per i pensanti.

E ora eccomi ai politici, capi e gregari. La loro insopportabilità estetica, etica e culturale sta raggiungendo – per me – livelli parossistici, sia quando fanno furbate “alla renzi”, sia quando balbettano lezioncine imparaticce su tutto, e parlano per trenta secondi davanti al video senza dire nulla, proferendo solo parole come suoni senza senso, specie quando millantano il valore delle iniziative politiche del loro partito.

Mi danno l’impressione di conoscere poco o per nulla l’argomento di cui stanno parlando, perché proferiscono sintagmi che – si capisce – non sono loro, non sono pensati da loro, ma tuttalpiù orecchiati, o schemi preparati da qualche consulente personale (ora se lo possono permettere), ovvero da un servizio di marketing del loro partito. Si vede che non sanno niente, o poco più di niente, vengono dal nulla e torneranno nel nulla, molti di loro, alle prossime elezioni politiche, specialmente quelli che si sono ritrovato eletti a 13.000 euro al mese, dopo non aver combinato nulla nella vita, né come studi né come lavoro.

Spiego questo concetto di “nulla”: con tale termine non intendo un nulla assoluto, metafisico (mentre in fisica il nulla non si dà), ma un nulla-logico, cioè un nulla-di-politica-e-di-cultura, saperi che essi non possiedono e che invece si conquistano in decenni di studio e di fatica lavorativa.

Il fatto è che questi mediocri assurgono anche a cariche istituzionali e amministrative di primo livello. Basti pensare all’ex ministro della giustizia dei 5Stelle, qualcosa (nel senso di qualcuno) di incredibile, peraltro con la poca grazia destinale di portare un nome che sembra uscito da un manuale di filosofia del diritto.

O l’attuale ministro degli affari esteri di cui ho già fin troppo parlato in questo blog negli anni scorsi. Ma anche il loro presuntuoso e già traballante “capo”, su cui non voglio più spendere mezzo rigo.

Né desidero spendere riflessioni sulla mediocrità, e talora sul masochismo, dell’indirizzo politico dell’attuale capo della “sinistra storica” (sinistra storica, solo per dire, senza offendere le sinistre storiche vere) attuale, Enrico Letta.

E a destra troviamo altri clamorosi esemplari di nullità politica e culturale, Salvini e i suoi portaqualcosa, Meloni e amici di lei, nella misura in cui sono aggressivi e arroganti, mentre è chiaro che non saprebbero fare nulla in un qualsiasi lavoro degno di questo nome.

Povera Italia politica. Meno male che ogni mattina 25 milioni di Italiani si alzano per andare al lavoro e producono il settimo PIL del mondo, nonostante – per mero esempio – i comportamenti attuali di molti degli operatori ecologici del Comune di Roma e di alcuni candidati a sindaco della Caput mundi. Luogo che, così come si presenta ora, i 25 milioni di lavoratori e di imprenditori e le loro famiglie non si meritano.

Il denaro è “lavoro morto”, è feticcio, è “anticristo”, e molti sono travolti dalla “libido pecuniae”. Non spaventarti mio gentil lettore, non sono diventato comunista maoista, ma sto solo cercando di trovare il bandolo filosofico-teologico di questo bene strumentale

Il titolo può essere l’inizio di un trattato di Morale medievale, ma è anche una frase parafrasata di Carlo Marx, che è stato – anche se solo implicitamente (o chissà…) – un gran teologo. Anche se pochi lo sanno, e ancor meno lo ammettono, per ragioni ideologiche. Molti militanti confondono la militanza politica con la cultura, in ogni area.

dal baratto al denaro

Lo studio che l’uomo di Treviri sviluppò sulla storia dell’Economia politica non può prescindere da tutto quanto il “filosofo e il moralista Marx” trasse dalle Scritture, sia nella versione luterana sia in quella cattolica, e dalla storia intera del Cristianesimo.

Il denaro è stato storicamente il modo con il quale nei negozi commerciali è stato sostituito il baratto, fin dalle antichità greco-latine e semitiche, per restare nell’ambito mediterraneo. Si trattava di uno scambio pacifico tra singole persone o tribù diverse, che presupponeva di aver stabilito rapporti di fiducia. E ancora oggi è così, se pensiamo al rapporto che i singoli hanno con le banche. Una regola allora aurea, oggi non ancora necessariamente tale, era quella della contiguità temporale dell’affare: marmi per granaglia, ad esempio, ma da scambiare nello stesso giorno, se possibile, o entro poco tempo.

Prima di arrivare al denaro contante, evidentemente in monete, vi fu una fase intermedia nella quale la merce del baratto era un oggetto metallico, solitamente d’oro, d’argento o di rame, cui veniva riconosciuto un valore di scambio, anche se solamente con l’oro era possibile comprare qualsiasi bene.

Il denaro successivamente fu utilizzato come valore-ponte nello scambio tra beni e servizi, scambio che poteva anche essere considerato a valere tra periodi diversi dell’anno: ad esempio anfore contro il vino che sarebbe stato prodotto, nella sua stagione, qualche mese più tardi.

Già però si teneva in considerazione la diversità temporale dello scambio di merce contro denaro, perché se lo scambio non era in contemporanea, sarebbe potuto variare il prezzo, per compensare la differenza di tempo nel quale tale bene sarebbe stato disponibile per il negoziatore, che accettava una diversa scansione temporale per la conclusione del negozio.

I primi casi di utilizzo del denaro furono oggetti che risultavano utili per il loro valore intrinseco. Ciò era noto come merce di scambio ed includeva qualsiasi prodotto di larga diffusione con un proprio valore; esempi sono stati il bestiame, le conchiglie rare o i denti di balena.

Oltre alla monete, in vari tempi, furono considerati merce di scambio anche il tabacco, e soprattutto il sale.

Un altro principio regolatore è stato l’abbondanza o la carenza di un determinato bene, il suo valore essendo inversamente proporzionale alla sua carenza o abbondanza. Una miniera d’oro in via di esaurimento faceva lievitare il prezzo di quel metallo man mano che la fine delle estrazioni si avvicinava.

Un altro vantaggio del denaro, come strumento di scambio è stato la sua volumetria sempre molto più bassa e conservabile rispetto a qualsiasi altro bene. Si pensi ora alla situazione in cui stiamo vivendo, nella quale il denaro è “fisicamente” (come oggetto) addirittura quasi scomparso, sostituito da scambi telematici sui conti correnti, dall’uso della moneta elettronica mediante i bancomat e le carte di credito e di debito. E ora, addirittura, dalla moneta virtuale come il bitcoin.

Bisogna tenere conto che il valore di tutti questi “oggetti” di scambio non hanno “tenuto” sempre il medesimo valore, che invece è cambiato nel tempo e presso le varie popolazioni, comprese le monete d’oro e d’argento. Infatti, gioca su questo la legge aurea della domanda e dell’offerta: se un governo stampa più banconote, il loro valore intrinseco diminuisce e si crea inflazione, cioè aumento del denaro circolante e anche dei prezzi, magari a parità di redditi da salari e attività professionali.

La Germania “sconfitta” (uso le virgolette, perché militarmente la Germania non fu sconfitta nella Prima Guerra mondiale), con la Repubblica di Weimar visse in modo tragico proprio il fenomeno sopra descritto, soprattutto dopo le sanzioni inflitte dalla iniquerrima “Pace di Versailles”, prodromo oggettivo del fenomeno nazista.

Traggo dal web la seguente nota specifica concernente un materiale naturale utilizzato come oggetto avente valore di scambio: “Il diaspro nero, comunemente chiamato “pietra di paragone”, è una delle principali forme cristalline della silice. L’uso del diaspro nero è ciò che ha aperto la strada al metallo come merce di scambio e moneta. Su una pietra di paragone può essere verificata la purezza di qualsiasi metallo tenero confrontando il colore delle tracce che si formano strofinandovelo sopra, permettendo di risalire rapidamente al contenuto in metallo prezioso. L’oro è un metallo tenero, che è anche difficile da trovare, denso e conservabile. Per questi motivi, l’oro come denaro si diffuse rapidamente dall’Asia Minore, dove venne inizialmente utilizzato, al mondoo intero.

L’utilizzo di questo sistema richiede di effettuare diversi passi e qualche conto. La pietra di paragone permette di stimare la quantità di oro in una lega, che deve essere poi moltiplicato per il peso del pezzo di metallo per trovare la quantità di metallo prezioso contenuto.

Per semplificare questo processo venne introdotto il concetto di monetazione standard. Il titolo delle leghe era prefissato, come il peso delle monete coniate, in modo tale che conoscendo l’origine della moneta non era richiesta l’utilizzo di pietre di paragone. Le monete erano tipicamente coniate dai governi con procedimenti rigorosamente protetti e poi marcati con simboli che garantivano il peso ed il valore del metallo.

Sebbene l’argento e l’oro fossero i metalli comunemente usati per coniare monete, non mancò l’utilizzo anche di altri metalli. All’inizio del XVII secolo, la Svezia si trovò in carenza di metalli preziosi e così produsse “piastre” che erano grosse lastre di rame di circa 50 cm di lato, che riportavano l’indicazione del loro valore. La scarsa maneggevolezza di queste piastre contribuì indubbiamente a far sì che la Svezia fosse il primo paese europeo a emettere banconote nel 1661.”

Ora il denaro ha un valore intrinseco molto più basso del suo valore di scambio, nel senso che possa essere fatto corrispondere a merci che hanno un valore molto più alto dell’oro e dell’argento, oppure dei metalli di cui è fatta una moneta, o, ancora, allo stesso modo della carta e inchiostro e insieme anche delle ore di lavoro delle persone e dei macchinari con cui è fatta la banconota che si adotta. Il primo sistema fu di garanzia da parte di un ente ritenuto stabile e terzo: Le valute di carta e le monete hanno ottenuto la manleva di governi e banche, fino all’accordo di Bretton Woods, che superò la convertibilità del denaro disponibile in oro. E qui mi fermo, anche perché sono andato ben oltre le mie conoscenze scientifiche.

Torno alle espressioni del titolo e alla loro valenza morale e socio-politica.

Con le espressioni riportate nel titolo, Marx voleva certamente rinforzare l’idea che ben riporta l’antico detto latino pecunia non olet (letteralmente “il denaro non puzza”, metaforicamente, il denaro non è né buono né cattivo, moralmente), perché è il suo utilizzo, secondo giustizia ed equità, oppure secondo il loro contrario ingiustizia ed iniquità, che ne segna il valore morale.

E su questo, anche se non siamo (io non lo sono) marxisti e men che meno comunisti, possiamo razionalmente concordare.

Pertanto, se il denaro, in sé e per sé è certamente feticcio e lavoro morto, se utilizzato secondo un fine di tutela dell’uomo e della natura, assume un valore morale altissimo, vitale, giusto.

Se non ci faremo travolgere dalla libido pecuniae, la nostra vita, anche se controllassimo una grande massa di risorse finanziarie, sarà virtuosa.

Fidel, Diego Armando, Francesco, Marco e Alì, ebbene sì, si tratta di Castro, Maradona, il Papa attuale, Pantani e Cassius Clay

Un politico, un religioso e tre sportivi, che mi stanno a cuore, per una qualche comun ragione. Proverò a spiegarmi, partendo da Maradona.

il 30 ottobre è il compleanno del mas grande jocador de futbol del mundo e de todos los tiempos. Non c’è Di Stefano, Pelè, Messi o Cristiano Ronaldo che tengano, anche se questi quattro hanno ciascuno segnato più reti di Maradona. In particolare, CR7 e Messi possono anche essere considerati calcisticamente più importanti del ragazzino di Villa Fiorito, una delle “villas miseria” de Santa Maria de Los Buenos Aires, ma la noia che mi comunicano li rendono talmente banali da non lasciarmi un et di emozione. Intendo, come persone, e non perché guadagnino da trenta milioni di euro all’anno in su. Di ciò non mi cale alcunché, e non perché non sono geloso, ma perché lo ritengo irrilevante ai fini di un giudizio sulla persona.

Fidel è stato un rivoluzionario. Un militare e un politico. Era colto di studi di legge e sperava di poter realizzare la giustizia terrena con un socialismo comunista. Diverso da quello sovietico, anche se ha usufruito dell’aiuto dell’URSS. Le contraddizioni della non-antropologia marxista non gli hanno permesso la riforma delle riforme, quella sull’egoismo dell’uomo. Glielo ha spiegato il papa polacco, che lui accolse con grande rispetto, perché in Sudamerica la fede cattolica sopravvive a ogni professione ateistica, come è sopravvissuta a Stalin l’ortodossia in Russia.

Gesù di Nazaret, il Cristo, è più forte e più grande di Marx e dei suoi emuli, anche se Marx, obtorto collo (si leggano le citazioni teologiche, numerose a migliaia, presenti nell’opera del Grande di Treviri), in fondo, si può dire fosse un millenarista apocalittico (un uomo che crede in cose e cambiamenti grandi) giudaico-cristiano.

A Cesenatico tutto parla di Marco Pantani, come le strade del Tour de France, il Tourmalet, il Galibier, l’Izoard, così come di Fausto da Castellania.

Pantani è morto solo e senza speranza nel 2004. Non lo si può dimenticare, perché il suo è stato un martirio di testimonianza contro la malvagità umana. Marco Pantani è stato unico su quello strumento di tortura (per mia esperienza da amatore) che è la bici da strada.

Chi non ha mai usato questo mezzo non immagina quanto si possa soffrire in bici, di dolori fortissimi alle gambe, di deliquio psicofisico. Ricordo ancora una volta, una ventina d’anni fa, mi fermai sull’ultima salita per Barcis, località lacustre delle Prealpi Friulane, con le gambe molli e il cuore agitato. Mi sedetti su un mucchio di ghiaia. Avevo esagerato, perché la distanza complessiva (andata e ritorno da Codroipo) di 140 km mi aveva condotto ai limiti.

Ricordo ben altro di Pantani, quando sotto la pioggia e nel freddo lasciò a nove minuti il grande Ullrich, uno dei più forti ciclisti del tempo, fuggendo sul Galibier, e scomparendo alla vista di tutti. Lo ricordo risalire il gruppo a velocità doppia nella tappa di Oropa in un Giro d’Italia, dopo un incidente meccanico, e ho ancora in mente lo sguardo sconsolato e ammirato di Laurent Jalabert che si vide raggiunto e superato da quell’uomo che spingeva un rapporto impossibile per lui.

Ma soprattutto ricordo le lacrime di Madonna di Campiglio quando tolsero a Marco un Giro d’Italia già vinto per un ematocrito superiore di poco a 50. E non si poteva. Ma ora pare accertato che la provetta su cui si fece l’esame non conteneva il suo sangue. Fu ingannato e lì iniziò la sua fine. Corse ancora e vinse ancora, al Tour de France superando anche il grande imbroglione Lance Armstrong.

Il mio amico Gigi, che da giovane batteva Saronni in pista al velodromo Vigorelli di Milano, mi spiega che nelle gare ciclistiche, posto che dai tempi di Coppi, tutti prendono “qualcosa”, cioè rinforzi chimici, governati da medici e direttori sportivi, vince sempre il più forte. Ogni tanto, però, c’è una resipiscenza generale, e allora si tolgono tutti e sette i Tour de France vinti da Armstrong.

Pantani è in questo elenco perché ha portato lo sforzo della bici alla pura poesia della fatica, e quindi della vita: lui rispondeva a chi gli chiedeva perché scattasse – sempre – in salita: “Lo faccio per ridurre il tempo del… dolore“. Ciao Marco, non ti dimenticherò mai.

Mario Jorge Bergoglio, papa Francesco, è un argentino-italiano, come milioni di persone di quella grande Nazione, la più sorella della nostra. Lui era un vescovo che andava, e non per mostrarsi, alle villas miseria della Capital federal. Frequentava chi soffriva, senza privilegi vescovili o cardinalizi. Senza auto, saliva sui coloratissimi colectivos (i bus) con le porte aperte.

Da papa si è mosso sulle tracce francescane che ha voluto evidenziare con il nome scelto. “Chi sono io per giudicare?”, rispose a chi gli chiedeva un parere morale sulle unioni tra omosessuali. E’ rigido sull’aborto, ma questo fa parte di quella arte gesuitica che risulta indispensabile se si vuole governare una struttura che significa, dal suo nome greco, “secondo il tutto”, katà òlon, la Cattolicità mondiale, un miliardo e passa di uomini e donne. La più grande struttura religiosa monocratica della Terra, nella quale stanno marxisti e centristi, lefebvriani di rito latino e sacerdoti di rito greco, con moglie e figli. Di tutto, dell’umano. Il papa deve guardare al tutto, ascoltare tutti, decidere una linea morale comprensibile, se non da tutti, dai più.

Lo Spirito Santo, dopo la raffinatissima e umile teologia di papa Benedetto, nella rinunzia al ministero petrino mostrò la sua grandezza umana e religiosa, ha orientato la Chiesa universale su un uomo come Francesco. Che Dio lo aiuti con le nostre preghiere.

Mohammed Alì si chiamava da giovane Cassius Marcellus Clay. Era alto e forte. Bello. Molto. Vince le Olimpiadi di Roma nella categoria dei pesi mediomassimi: 190 centimetri per 88 kg. Poi, passato ai pesi massimi, per tre volte divenne campione del mondo, vincendo contro i più forti del tempo, Joe Frazier e George Foreman. A Kingshasa nel 1974, sotto il trucido Mobutu Sese Seko, abbattè all’ottavo round Foreman, mentre la folla urlava “Ali buma yè” (Alì, uccidilo). In questo incitamento c’era tutta la madre Africa, memore di secoli di schiavitù, che sceglieva di tifare per chi aveva affrontato il carcere per non andare a combattere in Vietnam “I Vietnamiti non mi hanno fatto niente“, spiegava, quando lo arrestarono per renitenza alla leva e perse il primo titolo mondiale dei massimi. E’ morto dopo aver contratto il Parkinson, ma nei suoi tremori si vedeva tutta l’infinita determinazione a testimoniare il valore di ogni vita umana, a partire dalla sua, di nero d’America.

Che il Signore Dio abbia in gloria chi di voi non è più qui con il corpo, e aiuti che ancora sta lavorando per il suo giardino.

Letta, quando era premier dava talvolta impressione di fiacchezza. Si poteva sperare avesse acquisito un po’ di assertività lavorando a Paris, invece solo arroganza… e masochismo

Che cosa gli sarebbe costato smetterla di proclamare ai quattro venti che il Disegno di legge Zan si sarebbe approvato così com’era, salvo una timida resipiscenza la sera prima del voto nel salotto “fazioso”, inutile e controproducente, perché il giorno dopo il Senato ha affossato il Disegno.

E lo ha affossato non per colpa della Destra, che è stata opportunista nel cogliere l’occasione, né per colpa di Renzi e dei suoi, ma perché nel voto segreto escono le vere intenzioni dei votanti, quindi anche di non pochi della Sinistra.

E non c’entra nulla neppure il Vaticano, che si è limitato, con il cardinal Bassetti, semplicemente ad esprimere la propria dottrina sulla famiglia.

Il fatto è che non si può far approvare una Legge che, oltre a definire giustamente come reato l’omotransfobia, in altre parti è ambigua e pericolosa.

Faccio un solo esempio: se io, che sono di sinistra, scrivo (e lo ho scritto più volte) che scrivere sui documenti pubblici “genitore 1 e genitore 2” è una stupidaggine insensata, contro la logica (devo spiegarlo ancora una volta?) e contro natura, potrei essere denunziato per violazione di una legge che abbia il testo che Letta e C. volevano far approvare. E anche condannato per delitto di opinione. Ma come?

Perché se scrivo che per fare un bimbo, basta un’ora d’amore tra due umani diversi per sesso, come cantavano i Nomadi mezzo secolo fa (e per fare un uomo ci voglion vent’anni, sempre i Nomadi), qualcuno mi può accusare di avere violato la legge che prescrive l’esistenza del gender. Ma dai!

E voi che manifestate in piazza al canto di We shall overcome e di Bella ciao, cosa mi rispondete?

Inoltre, Letta stai attento al monito di Bersani, ché se vai avanti così ti ritrovi Berlusconi presidente della Repubblica.

PUZZER S., CONTE G. (non Antonio, che comunque è tra i peggiori), GASPERINI G., sono (non tra, ma, a parer mio) i PESSIMI tra gli Italiani di oggi, emblematici, eponimi della mediocrità odierna, e della foto scellerata concernente l’illacrimata tomba (la ministra Dadone, sic, non si accorge che la foto del ricordo centenario del Milite ignoto non rappresenta un’immagine dei soldati italiani nella Prima guerra mondiale, né la geografia del Fronte, ma soldati Americani in Corea negli anni ’50 e un’area, forse del Sudamerica, non l’Isonzo o il Carso)

Sto parlando, per chiarire subito, di Stefano Puzzer, il capopopolo di Trieste, famoso per qualche dì, e tra qualche settimana di nuovo nemmen illustre sconosciuto; di Giuseppe Conte, il cosìautodefinitosi “avvocato del popolo” (ma va’); di Gianpiero Gasperini, allenatore dell’Atalanta, squadra di calcio bergamasca (squadra di calcio bergamasca, per chi non segue il calcio) che NON E’ UNA DEA, giornalisti del cazzolo! Ma una ninfasemidea, nella mitologia greca. Attenzione, studiate, benedetti, studiate, per non scrivere stupidaggini.

Puzzer, Conte, Gasperini, tutti nella prima categoria

Mi spiego. Puzzer (penso con la è accentata) è un “ignorante tecnico”, che sta scivolando verso l’ignoranza colpevole, perché più parla e più sbaglia. Richiamo il concetto di ignoranza che già ho analizzato più volte qualche tempo fa. Si tratta di un concetto duplice: vi è, a) un’ignoranza tecnica, che non è colpevole moralmente, se il soggetto non è tenuto a conoscere certe discipline o argomenti, e si dà b) un’ignoranza morale se il soggetto ha una conoscenza del valore morale del dire e del fare, e non opera una scelta responsabile.Nel caso del citato capopopolo, quando parla di “libertà” sarebbe tenuto a conoscere la complessità e tutte le implicazioni di un concetto filosofico tanto importante, mentre invece mostra di non saperne nulla, e di limitarsi a orecchiare quello che sente… e dietro a lui si muovono persone che gli somigliano, nell’insipienza, talora arrogante.

Conte G. è semplicemente un mediocre, portato su dalle circostanze, da un partito naif, nato per e nella miseria della politica italiana. Tanto, come si dice usualmente, “se la tira”, anche con lo studiato semiciuffo bruno, quanto esprime concetti facilmente dimenticabili, in questo imitato dai suoi, che suscitano spesso una gran pena specialmente quando declamano di improbabili riforme epocali. Se interpellati sul “reddito di cittadinanza” e sulla millantata sconfitta della povertà, si arrampicano su scivolose vetrate di insipienza; se chiamati ad esprimere un progetto politico annaspano come un animale che non sa nuotare (invero pochi). Il già citato leader, per contro, si affanna con voce un po’ adenoidica a promettere grandiose annualità politiche con la certissima asfittica truppa che si troverà a gestire tra qualche mese, forse una ventina (di mesi, intendo).

Gli gioverebbe un po’ di umiltà facciale e di parola.

Gasperini G., l’attuale allenatore dell’Atalanta è stato un calciatore di non strepitose annate, e ora è un allenatore piuttosto antipatico. Lo mostro, a partire dall’ultima uscita, quella di domenica scorsa 25 ottobre 2021, quando, dopo essere stato espulso con il cartellino rosso, ancora non si fermava nei commenti. Per lui, l’arbitro, un trentaseienne, sottufficiale alpino con esperienze in zone di guerra asiatiche (Gasperini tuttalpiù conosce la guerra tra un terzino e un attaccante esterno), è un “ragazzino” che non può permettersi di sanzionare un glorioso sessantenne. E solitamente, come si dice in Longobardia, fa il “piangina”, lamentando furtarelli e furbate da parte di avversari, società calcistiche e arbitri, tutto a danno suo, che di per sé non sbaglierebbe mai. Mi par che basti.

Circa questo sentirsi vilipeso e umiliato (dostoevskianamente) dai ragazzini, ricordo qualcosa di mio: a trent’anni ero stato eletto da quarantenni e cinquantenni segretario generale di un sindacato e nessuno mi considerava un ragazzino. Ora, che ho l’età di Gasperini, più o meno, presiedo diversi Organismi di vigilanza aziendali e un’Associazione di filosofi nazionale, tra le più prestigiose, e accolgo con piacere nei miei ambiti cultural-professionali venticinque-trentenni, affidando loro – con rispetto – incarichi sempre più importanti. Li tratto come sono stato trattato io alla loro età. Per Gasp (contrazione onomatopeica altamente rappresentativa del tipo umano che è: verifica, se vuoi, gentil lettore, tale mezza parola negli albi Disneyan-Topolin-Paperineschi), evidentemente, bisogna invecchiare per gestire.

Falso, perché non esiste un’età perfetta per il comando, ma le qualità singolari e irripetibili nella loro unicità, di ogni persona.

Potrei indicare altri esempi di non eccelsa umanità, ma qui mi fermo e riposo un po’…

…anzi, ho cambiato idea, di fronte alla scelleratezza indicibile della foto riportata sul memo governativo del centenario del Milite Ignoto, come scrivo nel titolo. Nel 1921, la Patria Italia del tempo decise di ricordare, in un solo Soldato morto in guerra tutti i morti sconosciuti e dispersi, sui corpi dei quali non è stata posta alcuna lapide, ragazzi senza nome, scomparsi, e allora la madre Maria Maddalena Bergamas, che aveva perso il figlio sulle cime della Carnia, fu chiamata a scegliere, a nome di tutte le mamme, vedove, sorelle dei soldati morti in battaglia, un soldato, il suo corpo, per ricordarli tutti.

E, nella Basilica di Aquileia, vestita di nero si fermò davanti a una bara, che fu posta su un affusto di cannone e partì per Roma su un treno speciale che ci mise tre giorni per arrivare alla meta, salutato da chi lo vedeva lentamente passare di paese in paese, di città in città, oltre fiumi e colline, ed essere tumulato nell’Altare della Patria, dove ogni anno è onorato come sconosciuto sacrificio per tutti noi, ultimo atto del Risorgimento.

E la Dadone ha permesso lo scempio citato, tramite tal Vicchiarello, 5stellino da 180mila euro annui. Eccoli, eccoli, quelli del nuovo. Tristitia maxima in animo meo suscitant!

Basta, veramente, un pensiero e una preghiera per quel soldato e per quella mamma Maria, Madre di tutte le madri.

Vergogna e pentimento

La spudoratezza e la proterva arroganza di comportamenti assai diffusi sembrano avere relegato in un canto buio e desolato sentimenti come la vergogna e il pentimento. Si assiste quotidianamente allo sbandieramento della libertà di dire e fare qualunque cosa, anche se patentemente menzognera e falsa: vi é il politico locale che, quasi vindice di diritti popolari conculcati, assurge a redentore della politica dalle incursioni degli “imperiali” romani, forse pensando che nessuno ricordi suoi comportamenti analoghi, anzi identici, perpetrati dallo stesso verso i vassalli.

Un altro politico, più altolocato, bercia i suoi sentimenti libertari dopo avere operato quanto sopra detto nei confronti del primo. C’è chi sbandiera, senza vergognarsi, la propria intransigenza morale, ma, già venduto al miglior offerente e, negatore dell’evidenza, persiste a dire che nulla e nessuno lo piegherà al volere altrui. Altri ancora, personaggi pubblici, non esitano ad esibire come una bandiera di gloria le trasgressioni a tutto, fregandosene di tutti, in nome della affermazione di un sé debordante e vanaglorioso: in questo novero troviamo politici, giudici, attori e attrici, giornalisti, scrittori e “sé-putanti” poeti, sportivi, stilisti, “maestri di pensiero”, lacchè, sindacalisti, padroni, medici, portaborse, mercanti e perfino preti. E tanti altri. C’è chi senza valutare bene ribalta la vita propria e quella altrui, urlando il proprio buon diritto a farlo, senza curarsi molto degli sconvolgimenti provocati.

C’è una specie di “superomismo” mal digerito in questi comportamenti, che nulla ha a che vedere con Nietzsche, una sottovalutazione del mondo e degli altri, gravissima, e una sopravvalutazione di sé, penosa, devastante. C’è come un senso prometeico di volontà di potenza in sedicesimi, avulso da una valutazione ragionevole della realtà. In questi casi, specie dove non c’è il calcolo freddo e anche omicida dell’uomo di potere, vi é quantomeno un allontanamento grave dalla nozione di realtà.

Questo principio, che si situa fra i primi assiomi indimostrabili del vero, comincia a sfuocarsi, perdendosi nelle nebbie vaganti del presso a poco, e rendendo così vano l’esercizio riflessivo, perché mancante di fondazioni plausibili. In sostanza, chi urla il proprio potere di fare ogni cosa, non si vergogna, né si pente. Pervicacemente sta nel castello di menzogne che si é costruito, orgoglioso, sogghignante, come inaccessibile. Ma lì comincia il suo calvario. Sorge lentamente una specie di vaga nozione di spaesamento, di straniamento, che progressivamente diviene più nitida e si trasforma in una forte impressione di fallimento.

Inizia un combattimento psicologico e spirituale i cui esiti sono fortemente incerti. Si scontrano due sé, armati di tutto punto: il primo che tenta di darsi di nuovo le ragioni delle scelte fatte, di giustificarle e fornire loro una specie di dignità ontologica, quasi fossero l’interpretazione vera del vissuto e di un futuro ragionevole; il secondo che pone dei dubbi, sempre più stringenti, sempre più dolorosi, sempre più fermi e decisi. La battaglia é lunga, incerta, silenziosa e ignota agli altri, che tutt’al più intravedono nella persona un oscuramento dei tratti, delle ombre che scompaiono presto, una incostanza d’umore, forse, in qualche caso, dei fiotti di sofferenza.

La mente, infine, é stanca per la fatica di dimostrare ciò che non sta in piedi: la dissociazione cognitiva e valutativa precede addirittura la frustrazione prima e il successivo senso di colpa. La ragione non vive in salute e la volontà é fiacca. E’ quello il momento nel quale occorre fare il massimo sforzo,  e spesso c’è bisogno di aiuto [e anche di preghiera]. Vergognarsi e pentirsi, a quel punto, é come un lavacro salutare. E chiedere perdono, chiedere in dono il per-dono non é umiliazione, ma dichiarazione di un’umanità dolente e vera. Chi può negare il perdono a chi si vergogna e si pente?

…della LIBERTA’, ne parlo ancora con il saggio sottostante, che mi augurerei leggessero politici, capi azienda, giornalisti e opinion leader-maker, compresi gli influencer, che spesso non hanno alba dei fondamenti

  • Determinismo e libertà degli atti umani. Il libero arbitrio

La questione della libertà, cui abbiamo fatto cenno all’inizio, è fondamentale nella discussione sulla morale, poiché ogni atto umano, se non è libero, non può avere rilevanza morale.[1] Si tratta di esaminare che cosa significhi “libertà”, sia da un punto di vista dell’atto stesso e della sua genesi psicologica, sia se essa possa essere attribuita totalmente all’autonomia del singolo decisore razionale.

Sotto il primo aspetto si può affermare che la volontà che guida gli atti è il luogo dove si esercità questa libertà, sotto la sorveglianza della ragione, che prudentemente ispira, corregge, cerca un’adeguazione, un equilibrio.[2] Questo nelle situazioni normali.

               Sotto il secondo aspetto si tratta di vedere se le azioni decise e guidate dall’intelletto e dalla volontà umani liberi, lo siano veramente, o siano condizionati da processi causali esterni. Se il libero arbitrio, dunque, sia veramente tale, o meno. La questione è complessa e, in assoluto, irresolvibile. Tra una prospettiva causalista e determinista e una prospettiva indeterminista, vi sono infinite possibilità, vale a dire, fra chi ritiene che l’umana volontà è necessitata, quindi non libera, da una catena di eventi esterni, cosmici, eterodiretti, i cui vettori causali sono e rimangono inaccessibili all’uomo, e chi ritiene che, in ogni momento, il singolo uomo possa decidere e fare qualsiasi cosa, in assoluta autonomia, vi è uno sterminato territorio da esplorare.

               Vi sono certamente condizionamenti oggettivi all’agire umano, di carattere fisico, temporale, spaziale, genetico e culturale, ma gli spazi di azione della libertà di decidere e di agire restano immensi. Kant sosteneva, paragonandolo alla creazione dal nulla dell’universo da parte di Dio, che l’atto umano libero fosse qualcosa comunque di inaudito e di originale.[3] Questo tipo di libertà nel mondo moderno e contemporaneo è però ritenuta indifferente alle scelte morali, è una specie di libertas minor, tipica del pensiero liberale classico.[4]

               Il problema resta arduo, poiché, se non si collega in modo organico il concetto di libertà con il concetto di bene e di verità, non se ne esce in maniera soddisfacente, restando appesi alle ipotesi del relativismo e dell’improvvisazione poietica,[5] e mutilando essenzialmente la dimensione razionale dell’agire umano. Per questo, anche parlando della libertà, non si può non fare riferimento alla libertas maior, quella che non è indifferente alle scelte morali, e che si esercita in funzione del fine che è la verità, e dunque il bene. Questo è il circolo virtuoso che propone, anche in questa prospettiva teoretica, l’eudemonismo teleologico.

               Si possono senz’altro anche ammettere seri condizionamenti alla libertà umana, come stanno progressivamente spiegando le più avanzate psico e neuro-scienze contemporanee.  Ciò nonostante, pur considerando tutti i condizionamenti filo e ontogenetici, ambientali ed educazionali, che riguardano l’uomo, resta un amplissimo “margine di manovra” per l’umano libero arbitrio. Lo stesso sviluppo dell’essere umano dimostra questa “potenza”,[6] questa capacità di progressiva autonomizzazione e liberazione dalla “necessità”,[7] [8] passando da una situazione nella quale prevale il “principio del piacere” ad una situazione nella quale prevale il “principio di realtà”. Si può dire quindi che non si dà oggettivamente un’autonomia assoluta della libertà umana, ma sempre un’autonomia condizionata da un qualcosa, che può anche essere molto rilevante, come si diceva sopra: dalle connessioni fisico-meccaniche cosmologiche, alle variazioni delle strutture bio-neurologiche, al peso della genetica individuale, alle sollecitazioni della cultura e dell’ambiente così come sono.

Siamo comunque, come essere umani, in una qualche cattività, captivi, cioè catturati, ma anche in buona misura capaci di divincolarci. Pensiamo non solo agli atti eccezionali di eroi e  santi, ma anche alla normalità di tanti eroismi quotidiani, che superano, con atti di volontà e di lucida intelligenza, le prove più ardue che si presentano, ovunque e in ogni tempo.

Se queste sono le premesse generali, cerchiamo ora di dare una specie di struttura all’atto volitivo libero.

San Tommaso, afferma in proposito “[…] totius libertatis radix est in ratione constituta“,[9] cioè la radice di tutta la libertà è costituita nell’intelletto razionale. Se ciò è plausibile possiamo stare abbastanza tranquilli, ma non del tutto: infatti, ciò sarebbe assolutamente vero solo nel caso avessimo nozione immediata e certissima di ciò che è il nostro bene. Ma non è sempre così. Dunque: il processo volitivo libero parte da un certo apprezzamento del bene, un’intentio, un pensiero-intendimento; segue una riflessione, un consilium, una riflessione, più o meno breve, una deliberatio, una decisione, e infine una electio, che è poi la scelta operativa.

Come si vede, l’atto volitivo libero può esser come scomposto in diverse operazioni, che lo comstituiscono e su cui segnano delle cesure, in ognuna delle quali è possibile una specie di intervento di una specie di metà-volontà e intelletto vigilante, la prudente[10] meta-valutazione del bene, come ritenuto tale.

Alla fine di questo processo risulta un poco più evidente, come fosse illuminata da un percorso i cui atti sono più nitidamente individuabili, la dimensione della responsabilità, nell’esercizio libero della volontà, con tutti i suoi corollari di moralità, diritto e sanzionabilità. In questo punto dell’atto emerge con chiarezza la soggettività ineliminabile, l’io che decide, nel senso etimologico del “tagliare” un qualcosa per qualcos’altro.

L’io-responsabile nel bene o nel male scelti, ma non di tutto il bene o di tutto il male [scelti], poiché restano quegli ambiti di condizionatezza di cui abbiamo già parlato. Si potrebbe, alla fine di questo ragionamento, quasi intravedere un certo primato della volontà sulle facoltà umane coinvolte, ma tale primato va condiviso con la prudenza ragionante, con la dimensione globale del plesso superiore dello spirito umano. Bisogna scongiurare il rischio del volontarismo, così come si è dispiegato storicamente e giuridicamente,[11] poiché esso, se non temperato da una solida dottrina sui “fini” dell’essere umano, rischia una deriva tendenzialmente autoritaria, meramente deontologica, o addirittura vessatoria e conculcatrice della dignità umana.

La libertà è dunque un processo, non un’esercizio aribitrario di singoli atti sconnessi, è un percorso nel quale l’uomo progressivamente si eleva in umanità e si autotrascende.

Scrive Renè Simon:

“[…] sarà quindi necessario distinguere tra libertà come [mero, n.d.r.] libero arbitrio e libertà come liberazione o libertà di perfezione, e della prima abbiamo parlato sufficientemente. Quanto alla seconda, essa è meno un dato che una conquista, minore all’inizio dell’esistenza che alla sua fine, poiché essa è il ‘dis-solvimento’ dei legami che la vita tende a riannodare, e la piena apertura o almeno l’apertura sempre più grande dello spirito ai valori e alla pienezza di azione”.[12]

L’esercizio della vera libertà, quindi, tende a “rompere”, a sconnettere l’abitudinarietà, la pigrizia, il sonno della riflessione e della contemplazione delle realtà più elevate. Esso è il libero arbitrio dell’uomo in ricerca, del soggetto pensante che non si accontenta [e forse dunque qualche volta non gode, come dice il banalissimo adagio], e, anche tormentandosi, e non rassegnandosi mai, cerca di riunificare il proprio essere con i valori, e questi con le azioni che compie, mai domo, mai stanco, se non psico-fisicamente, mai sazio di conoscenza di ciò che può rappresentare il bene vero, che è, in definitiva, lui stesso in tutta la propria umanità.

Parliamo anche, allora, di un cammino verso la libertà[13] del singolo uomo, che è una crescita originale e irripetibile, storicamente fondata, ma anche liberamente accolta e data, pista talora arcigna, ma necessaria, opzione fondamentale,[14] ma non disattenta agli atti “categoriali”,[15] linea guida intellettuale e morale di un vivere equilibrato e sano.

  • Libero nella verità

Fin da ragazzi diciamo spesso: “Faccio quello che voglio, perché sono libero”. Abbiamo già trattato il tema della libertà esaminandone le varie accezioni nella storia del pensiero, inteso come libero arbitrio [Agostino, Erasmo da Rotterdam, frate Martin Lutero, etc.], e dei costumi. Analizziamo ora proprio l’espressione sopra scritta. Cosa significa faccio quello che voglio, ed é poi vero che quello che voglio faccio? Si intuisce immediatamente che non é possibile in assoluto fare quello che si vuole, neppure Putin [anche se gli piacerebbe tanto] e Bezos e Gates, possono. La libertà di fare ciò che si vuole è dunque sottoposta a dei vincoli oggettivi, che sono costituiti da noi stessi, dai nostri limiti individuali, intellettuali, fisici, economici, logistici, e solo successivamente é regolamentata dalle nostre scelte morali.

Allora, intanto diciamo che non é possibile fare esattamente quello che si vuole. Ma, a questo punto si pone una domanda: che cosa si può o si deve volere? Già la domanda disvela un altro “limite” della libertà. Quando si dice “voglio”, in una psicologia sana  nasce il pensiero del “cosa”, e se ciò é possibile, o giusto. Dunque il “voglio” é come legato al “devo” e al “posso”. Proviamo a pensare ai doveri di un padre di famiglia. Forse che questi può liberamente [sic!] disporre delle proprie risorse, senza pensare ai suoi doveri verso le proprie creature? Se si tratta di una persona snaturata e degenere senz’altro, si. Ma se egli é semplicemente “normale”, no.

La libertà é strettamente quindi legata al dovere: “io voglio ciò che devo”, o meglio “devo volere ciò che devo”.  Possiamo fare un passo avanti: che cosa devo volere? Una morale naturale

mi suggerisce: “Quello che é giusto”. Che cosa é giusto, mi chiedo io? E’ giusto ciò che é conforme alla mia natura e al mio stato: cioé ciò che non stride con la mia vita come valore e come verità. Infatti la mia vita ha un valore e ha una sua precipua verità. Questo é il punto. Non c’è valore senza verità e la libertà vera si fonda sul dovere, sulla giustizia e sulla verità. Per un mafioso o un criminale incallito è buono e giusto ciò che ha imparato a fare fin dalla più tenera età, e quindi si pone il tema dell’educazione e dell’ambiente educativo, che co-costruisce ogni struttura di personalita, insieme con la genetica individuale, e conseguentemente il destino [ineludibile? vedemo] del soggetto umano.



[1] Si pone qui l’immenso tema filosofico, politico e culturale, nonché religioso e teologico della Libertà.

[2] E’ la proàiresis aristotelica, cioè “intelletto che desidera o desiderio che ragiona”, cf. Etica Nicomachea, VI, 2, 1139 b 4 – 5.

[3] Cf. KANT I., Critica della ragione pratica, parte I, cap. III.

[4] Cf. STUART MILL J., On liberty, Londra 1959.

[5] cioè, del fare.

[6] Intesa in senso sia metafisico sia fisico.

[7] Cf FORNARI F., Atti del XXVII congresso nazionale di filosofia sul tema “Libertà e determinatezza“, Roma 1980, pp. 33 – 63 e 65 – 81.

[8] Intesa soprattutto in senso fisico, ontogenetico.

[9] De veritate, q. 24, a. 2.

[10] Sarà introdotta più avanti una breve digressione sul plesso delle virtù morali, tra le quali la prudenza costituisce la connessione, la struttura portante.

[11] L’aspetto giuridico è qui inteso, sia nel senso civico-politico-giurisdizionale, sia nel senso teologico morale relativo al sacramento cristiano della penitenza.

[12] Op. cit.

[13] Pare che qui echeggino i canti di liberazione dei popoli oppressi di ogni tempo e luogo, come in “Hacia la libertad“, del popolo cileno dopo il golpe del 1973 di Pinochet.

[14] Concetto che si riferisce, oltre che all’accezione corrente, ad una concezione di teologia morale che fonda il giudizio morale degli atti umani su una sorta di opzione generale, apriorica, che ne caratterizzerebbe, in ultima analisi, l’intera pregnanza morale. Ne faremo cenno più avanti.

[15] In teologia morale sono classificati come “categoriali” i singoli atti umani.

Il “Valore” e la sua fondazione razionale

La nozione di valore nel pensiero classico, mentre in Platone si concentra sulla nozione di bene, bello, giusto, vero, che sono poi le idee trascendentali,[1] secondo Aristotele, il valore è anzitutto ciò che vale per se stesso, l’atto puro di essere, e solo successivamente si rifà anche all’economia, così come essenzialmente nella scienza economica classico-moderna di un Adam Smith o di un Ricardo, e perfino in Karl Marx. Il termine  greco è [trasl.] àxia, vale a dire “merci”. Il valore riguarda quindi innanzitutto delle merci, che possono essere vendute o scambiate.

Risale poi alle notazioni di Adam Smith la distinzione brillante fra “valore d’uso” e “valore di scambio”, là dove il filosofo ed economista inglese separa nettamente ciò che ha un valore suo proprio, anche incommensurabile, ma solo “d’uso”, come l’acqua che si beve o l’aria che si respira, e ciò che possiede, di per sé, anche e soprattutto un valore “di scambio”, come le merci e il lavoro umano, che sono quantificabili, pesabili in termini di corrispettivo monetario, e vendibili.[2] Lasciamo stare ulteriori approfondimenti concernenti gli sviluppi successivi apportati da Ricardo[3] e da Marx,[4] e fermiamoci qui.

Tommaso d’Aquino recupera dalla tradizione platonico – aristotelica, e anche agostiniana, soprattutto la nozione di valore come essere, come bene, come giusto. Il valore è dunque la perfezione dell’essere, è un suo atto, è suo perché di natura, in quanto stimata e conosciuta da un soggetto conoscente, che è l’uomo. Nella modernità e nel mondo contemporaneo la nozione di valore è stata variamente considerata.

Se Kant aveva considerato come valore primario la purezza della legge morale “a priori”,  autori successivi più vicini a noi, come il Lotze, il Brentano e il von Ehrenfels[5] sottolinearono gli aspetti più sentimentali o emozionali del valore. Più plausibili rispetto alla visuale che stiamo tentando di comporre in questo lavoro, possiamo ritenere le posizioni di Max Scheler e di Nikolaus Hartmann,[6] anche se forse indulsero in un certo fenomenologismo[7]: infatti, pur ammettendo che il concetto di valore possa essere ascrivibile a ciò che è bene, pur tuttavia questo bene è trasceso dal concetto di valore, che sarebbe una sorta di entità superiore, quasi platonicamente eidètica.[8] Si può capire lo sforzo di questi autori, se lo si contestualizza nella temperie tardo-positivista di fine ‘ 800.

Per quanto riguarda Heidegger,[9] la sua lezione nel campo delle scienze etiche non si può distaccare dalla sua ricerca teoretica e metafisica. Il maestro di Heidelberg rimprovera a Nietzsche di non aver saputo uscire dalla gabbia nichilista nella quale si è messo, ipotizzando per l’essere umano un “valore” inaudito e inconcepibile, quello di essere addirittura il sostituto del “dio [o meglio del Dio] che è morto”.

Interessante è la posizione di Jean Paul Sartre, che distingue con grande acume e creando un altrettanto grande sconcerto, fra l’esserein-sé di coscienza, cioè la negazione di ogni sua datità sostanziale, e l’essereper-sé, questo sì provvisto quasi di una facoltà creatrice, divina. Per Sartre l’uomo si crea la propria storia, l’uomo è la propria storia, sostanza, essenza. Siamo distanti da san Tommaso, ma in fondo non troppo, perché basterebbe intendersi su ciò che si intende per storia ed essenza o natura. Se per storia si intende il puro divenire eracliteo, le due posizioni sono inconciliabili, ma se per storia si intende la possibilità di attuazione di ciò che è in natura, e dunque anche nella natura umana, il suo principio di movimento e di sviluppo,[10] allora le due posizioni possono confrontarsi e non respingersi.

Possiamo infine citare, non per la sua profondità di pensiero, ma per la capacità comunicativa il sociologo Francesco Alberoni, che sostiene come i valori essenziali ed eterni dell’uomo, della sua vita, del suo destino non siano transeunti, ma richiedano di essere accolti  e ascoltati con sempre maggiore attenzione.[11]

A questo punto, forse, è conveniente ammettere che il valore è nuovamente e classicamente da fondarsi sull’essere. In che modo?

Anche seguendo l’indicazione heideggeriana, che tenta di ricomporre un dialogo interrotto con la nozione dell’essere e di dare ad essa tutto il suo fondamento assiologico, poiché non collegare e correlare il valore all’essere, specularmente significherebbe relazionarlo al nulla, e dunque sarebbe una proposizione, in questo caso, assurda.

Si tratta ora di dichiarare nettamente chi stia al vertice di una prima scala di valori puramente umana, non temendo di collocarvi l’uomo stesso,[12] e non dimenticando Dio, se si vuole definire la scala assoluta dei valori stessi. Ma in questo caso si pone la questione della credenza di fede. Il valore primo di questo mondo, l’uomo, riesce, anche perché è primo nell’ordine intellettuale, a comprendere la scala o gerarchia dei valori e dei beni, e riesce a goderne, anzi è qui per goderne, secondo ragione, in tutta la molteplicità nella quale si manifestano. E, a questo proposito, si possono anche in qualche modo classificare:[13] vi sono i valori elementari, o vitali, i valori estetico-razionali e i valori spirituali e metafisico-religiosi, tra i quali si può annoverare anche il valore morale.[14]

Un altro aspetto su cui convenire è quello dell’assolutezza, ma anche della storicità del valore. Assolutezza poiché il valore non può essere sottoposto alla distruttività del relativismo, senza perdere in razionalità; storicità, perché il valore stesso è una  manifestazione storica, profondamente concreta e umanamente plausibile. La questione sta nel rapporto che vi è tra i due termini: non si deve intendere, infatti, l’assolutezza come un distacco intellettualistico e superbo dalla realtà storica, ma, d’altro canto, non si deve ritenere la storicità come un debito da pagare alla relativizzazione del valore. Il precetto “non uccidere” è stato certamente interpretato in modo diverso nella diacronia degli eventi storici universali, ma resta un precetto assoluto, che deve essere rispettato da ogni retta coscienza.

E’ Platone che spiega con più chiarezza, forse, in che modo si debba intendere l’assolutezza e l’universalità dei valori, che poi coincidono con le attribuzioni trascendentali degli enti/essenti. Egli sostiene che bisogna passare dalle cose belle al bello-in-sé, dai beni diversi al bene-in-sé, dalle azioni giuste alla giustizia-in-sé, etc..[15] In questo modo ciò che è particolare e contingente diventa, alla luce della ragione, universale e necessario.[16]

E’ però qui utile svolgere anche una breve digressione sui pensatori che non hanno condiviso questa linea teorico-pratica, a partire da Kant.  Il filosofo di Königsberg, fedele alla sua gnoseologia della prima Critica,[17] sostiene l’inconoscibilità degli enti in sé e per sé, ma solo delle loro manifestazioni fenomeniche, puntuali, contingenti, e dunque anche l’infondatezza di una conoscenza morale basata su valori assoluti.[18] Per Kant l’unica conoscenza “certa ed evidente”[19] è quella delle scienze fisico-sperimentali, al di fuori delle quali, si stende un oceano infido di imbrogli, antinomie e sofismi.

Su questa strada si sono poi posti anche autori come Max Weber, con la sua teoria delle “visioni del mondo” differenti. La questione, ai nostri giorni, resta più che mai aperta, soprattutto in considerazione degli sviluppi della scienza, e quindi delle varie attribuzioni valoriali che vengono formulate nei confronti degli eventi scientifici e delle scelte legislative nei vari paesi.[20]

L’esperienza del valore, infine, pur essendo anche di carattere emozionale ed affettivo, è soprattutto il risultato di un approfondimento razionale, tale da riconoscere l’evidenza, l’oggettività, la  forza cogente, come di una rappresentazione di un precetto indefettibile e imprescrivibile: non uccidere, non rubare, aiuta il tuo simile, etc..


[1] In metafisica si dice nozione trascendentale ciò che è predicabile di ogni ente.

[2] Oggi in economia si parla di merci, prodotti e servizi vendibili.

[3] Ad es. sulla legge ferrea dei salari.

[4] Ad es. sulla nozione di plusvalore e sfruttamento del lavoro ( che sono altre questioni di rilevanza morale).

[5] Filosofi tedeschi, rispettivamente: 1817 – 1881, 1838 – 1917, 1859 – 1932.

[6] HARTMANN N., filosofo tedesco, 1885 – 1950.

[7] Cf. le posizioni in merito di E. Husserl e K. Jaspers.

[8] riferita al cosiddetto “mondo delle idee”.

[9] Cf. HEIDEGGER M., in Sentieri interrotti, 1957, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”.

[10] Cf. sul concetto di natura M.J. Nicolas, L’idea di natura in san Tommaso d’Aquino, Tolosa,1972, tr. it. p. R. Coggi, Studium Theologicum Philosophicum S. Thomae, cit., Bologna 2004.

[11] Cf. ALBERONI F., Le ragioni del bene e del male, Milano 1981.

[12] Cf. dizione tommasiana circa l’uomo: “[…] persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali creatura”, cioè, persona significa ciò che è perfettissimo nella natura tutta, così come sussiste nella creatura intellettuale, Summa Theologiae, q. 29, a. 3c.

[13] In proposito, anche la letteratura psico-sociologica contemporanea ha formulato delle dizioni classificatorie: ad es. cf. A. Maslow con la sua “teoria dei bisogni”, in Motivazione e personalità, Ed. Armando, Roma 1998.

[14] Cf. MONDIN B., Il valore uomo, Roma 1983.

[15] Cf. particolarmente nel dialogo Simposio.

[16] Il termine “necessario” è da intendersi nell’accezione primaria, etimologicamente fondata, di “ciò-che-non-cessa” [nec-cessat], l’imperituro.

[17] La Critica della Ragione pura.

[18] Precisiamo qui l’accezione di “assoluto”, ab-solutum,  non scioglibile, non modificabile.

[19] Cf. con la dizione di scienza proposta dal p. G. Barzaghi O.P., in Dialettica della Rivelazione, “[…] La scienza è conoscenza certa ed evidente di un enunciato in forza del suo perché proprio, adeguato e prossimo”.

[20] Consideriamo qui le diverse posizioni che esistono sulle ricerche che coinvolgono la vita umana al suo nascere [l’embrione], e al suo declinare

[eutanasia]

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Fascisti del 21o secolo (on.le Meloni!), non solo “cretini”, o “idioti” o “imbecilli”, anche se questi tre titoli si attagliano bene comunque a quei personaggi, e anche “ignoranti” e “facinorosi”. Il loro campione quel tipo nerboruto e un po’ grasso, tatuato e mezzo nudo davanti alla sede della Cgil in Corso d’Italia, e non evito di dire che questi “idealtipi” sono presenti anche in altri schieramenti estremisti…, uno dei campioni di questa crassa ignoranza (quasi incredibile) un po’ penosa, e dalla verbosità incagliata (non ha idea di che cosa sia la libertà e la responsabilità, ma dove è cresciuto?), è il capo dei camalli di Trieste Stefano Puzzer, che non sa neppure bene di stare a questo mondo, ma la situazione è comunque un po’ preoccupante a livello sociale e comunitario in questo momento della storia italiana, ingarbugliata e complessa

…e la Meloni fa pena quando dice che non ne conosce la matrice, mentre Lamorgese non si sa bene che capacità abbia. Pare scarsa, nel ruolo delicatissimo del Ministro degli Interni affari.

Tocca dirlo, perché i fatti non mentono. “Contra factum non valet argumentum“, cioè contro i fatti non servono chiacchiere, sosteneva Tommaso d’Aquino.

Ma qui il discorso non può fermarsi su un ministro che non riesce a fare quel “mestiere” grande e difficile. Sommessamente suggerirei al Presidente Draghi di invitarla gentilmente alle dimissioni. Salvini non c’entra neppure per un et nel formarsi di questa mia opinione. Come ti è noto, mio lettore gentile, non necessito di rinforzare le mie opinioni con quelle di Salvini. Mai. Quasi sempre è vero il contrario.

E vengo ai fatti. Un gruppo variegato non solo di facinorosi, ma di militanti violenti di estrema destra, nostalgici di fascismo e nazismo, aggregati alcuni sprovveduti e non della galassia no green pass e “io apro”, hanno attaccato alcune sedi della Cgil, tra cui quella nazionale di Corso d’Italia.

Ora il dibattito è anche sulla domanda se il Governo debba o meno spegnere Forza Nuova. Nella recente storia repubblicana si registra solo il caso di Ordine Nuovo, guidato dal dichiarato neo nazifascista Stefano Delle Chiaie.

Ci si deve chiedere se uno Stato, un Governo robusto dei crismi democratici, abbia bisogno di “abolire” un partitino violento, o meno.

Tra altro, tal deputato Pellini dei 5S afferma: “…noi sosteniamo che la violenza non debba stare al centro della politica“. Allibisco di colpo, e mi chiedo se per caso la violenza – di contro – possa stare alla… periferia della politica, siccome, secondo Pellini, non può stare al suo centro. Questi signori non si accorgono neanche di cosa stanno dicendo, e di quali effetti logici (e comici) provocano, in questo caso senza dubbio alcuno, involontariamente. Poverini.

Meloni invece, aggredendo una incertissima e ora chiaramente inadeguata ministra dell’Interno, letteralmente le urla intervenendo alla Camera: “Siamo di fronte a una strategia della tensione“, citando un archetipo notissimo della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo, decisamente a sproposito. E poi insinua che la gestione dei tumulti sia stata studiata per mettere in cattiva luce la destra politica parlamentare.

Ora, io non saprei se si sia trattato di un diabolico disegno delle sinistre politiche coadiuvate dall’amministrazione della sicurezza pubblica, come ha sostenuto nel suo talk il giornalista Porro, oppure di grave dabbenaggine del Ministero degli Interni e della Polizia, ma ciò che è certo è che si è agito senza intelligenza e senza capacità di prevenzione del facinus della piazza.

I politici attuali hanno bisogno di studiare, perché sono tecnicamente e politicamente ignoranti.

Ciò che è successo e che cito nel titolo fa pensare però che la situazione sia in generale un po’ difficile e da prendere sul serio e per mano sotto tutti i profili, a partire da quello della formazione primaria.

Bisogna dare mezzi alle famiglie e all’insegnamento primario, perché negli ultimi decenni si è verificata una deriva che ha reso sempre più deficitaria la capacità pedagoggica delle due principali agenzie educative, la famiglia e la scuola.

Il risultato lo raccogliamo ora, con la presenza sulla scena pubblica, e la sua amplificazione mediatica, di uno scenario di impressionante ignoranza, in parte incolpevole e in larga parte colpevole.

Potrei dire che i due esempi sopra citati, quello del deputato Pellini e quello di Meloni rappresentano esemplificazioni chiarissime dei due tipi di ignoranza, almeno in qualche modo: a) se Pellini, deputato semisconosciuto e, prima di essere eletto dal fiume in piena grillesco-dimaian-dibattistiano ora contiano (ahimè), anch’esso frutto (quantomeno in parte) di ignoranza diffusa, del 4 marzo 2018, rinvia al tipo di ignoranza incolpevole, anche se Pellini potrebbe essere laureato; b) Meloni (anche se non ha una laurea, o uno straccio di laurea, finché non se ne meriterà una ad honorem, che si conferisce a chiunque, più o meno) invece rappresenta un’ignoranza colpevole, perché non si può dare un capo partito del poco meno 20% dei consensi elettorali, come da analisi socio statistiche delle attuali intenzioni di voto, che non sappia che cosa fu realmente, in tutta la sua pericolosità, la strategia della tensione dei decenni ’60/’70 del secolo scorso.

Non ci credo, non può essere. E allora si tratta di una provocazione, che fa forse il pari con quella che potrebbe essere un disegno delle sinistre, cui non credo, perché troppo raffinato per le intelligenze, pour dire, che guidano attualmente quella parte politica. Ahimè.

Il fatto è, come mi sottolinea l’amico Cesare che si trova da troppo tempo in ristretti orizzonti, che la complessità cui è giunta la società contemporanea non trova ancora item analitico-sociologici in grado di tentare, dico tentare, di descriverla. Non vi sono più le strutture democratiche classiche, o quelle sovietiche, o del periodo delle dittature novecentesche. Tutto è fluido, o forse, meglio dire (caro Bauman) intrecciato, intersecato, segmentato, cosicché non si riesce a proporre discorsi convincenti per le masse di cui parlavo sopra, perché non ci sono più.

Oggi ogni discorso viene colto in modo diverso da target differenti, per cui, oso dire, anche l’80% di vaccinati in Italia è qualcosa di molto importante, che forse significa e attesta ancora la presenza di una ragionevolezza diffusa.

Misteriosi passi nel buio

La ragazza camminava svelta nella notte. Aveva fatto tardi in una riunione di lavoro nel Centro direzionale della Città. Aveva fretta di tornare a casa a vedere dei bambini e perciò si affrettava con un passo che le era caratteristico.

Anche il suo modo di fare era noto a chi la conosceva, svelto, perfino sbrigativo.

L’uomo zoppicava un po’, perché era visibilmente anziano, molto. gli camminava davanti di una quindicina di metri, quando cominciò a udire il ticchettio di un passo veloce, non immediatamente identificabile.

L’inverno incipiente aveva fatto scappare a casa gli ultimi passanti infreddoliti, che avevano anche rinunziato a passare al bar per un ultimo cicchetto con gli amici. Era una di quelle serate, non freddissime per gradi Celsius, ma fredde perché un po’ ventose, un po’ solitarie, un po’ strane. I rintocchi delle otto di sera erano giunti dal campanile di San Marco che svettava sulla città con i suoi settantotto metri. La ragazza non li aveva neanche sentiti, perché i suoi pensieri erano rivolti ai due bimbi che la aspettavano a casa.

Di solito la scena di quel marciapiede cittadino, pure se collocato quasi in centro, era tipico di certi telefilm di paura o di certi thriller che preludono a un omicidio, magari di una donna.

L’uomo non sapeva che fare… non sapeva se rallentare per farsi superare, o accelerare per distaccare quei passi che lo inquietavano. Nel dubbio continuò con il suo passo incerto e in pochi secondi i passi che lo seguivano lo raggiunsero.

Il cuore dell’uomo era in gola, temeva, aveva paura, eccome! Ma in un lampo una figura svelta lo affiancò e o superò. Al che sospirò: “Auff, credevo che fosse un male intenzionatomeno male che è lei“. Allora la ragazza si fermò, si voltò e gli sorrise. Era una biondina snella, dal volto gentile. Aveva un fare diretto e la voce squillante.

Gli disse subito: “Mi scusi, non pensavo di spaventarla“. L’uomo rispose: “Noo, non si dia pensiero, sono io impressionabile, da tanti anni, deve sapere, con quello che ho passato da giovane…”

La ragazza si incuriosì e si fermò, guardandolo con simpatia, e gli chiese di che cosa avesse ancora paura. L’uomo le chiese se aveva un minuto e lei disse di sì. Allora l’uomo le raccontò con voce un po’ incerta che nel ’44 era stato catturato in una retata delle SS, identificato come ebreo, e portato in Polonia, a Majdanek, in campo di concentramento, dove sapeva che moltissimi suoi correligionari venivano uccisi. Lo aveva capito subito, lo sapeva da quando lo avevano messo a forza su un carro ferroviario blindato, con altre decine di disgraziati destinati alla morte.

Allora, settantasette anni prima, lui allora ne aveva diciannove, sentiva ogni momento il passo delle guardie del campo, e di notte lo spaventavano di più, lo terrorizzavano. Ogni momento pensava che sarebbe stato l’ultimo, l’ultimo giorno della sua vita. In giro vedeva fantasmi affamati e abbruttiti. Ogni giorno una persona, due, tre, dieci, un gruppo, spariva e non tornava più. Gli era rimasta solo una speranza: siccome aveva conservato ancora delle forze, continuava a tenere duro e a darsi da fare nei lavori che lo portavano a fare fuori del campo, con altri. Nel freddo dicembre polacco del ’44. Neve ovunque, comandi strillati con voci metalliche e qualche raffica. Qualcuno restava nella neve, con poco sangue visibile, perché il freddo fermava l’emorragia.

Si augurava di non perdere le forze al punto da farsi sparare sul posto, perché così facevano le guardie quando qualcuno cadeva a terra per debolezza o per un infortunio. Non poter continuare a lavorare significava morte. Si accontentava della sbobba che era il pasto, senza lamentarsi.

E così gli passavano i giorni. Terribili.

Ma una mattina di fine marzo, sentì urla, rombi di motori e cannonate, vide aerei con la stella rossa a bassa quota che volavano verso occidente. Era arrivata l’Armata Rossa e la libertà. Il ritorno in Italia fu lungo, mesi.

Si rifece una vita, cercando di dimenticare il terrore, la paura e il puzzo di morte dell’inverno polacco nel campo di Majdanek.

E smise di parlare. Saranno passati quattro o cinque minuti al più, e i due, il vecchio e la ragazza erano ammutoliti. Lei sorpresa e travolta dal un tumultuare di pensieri, che le lasciarono, paradossalmente, un senso di pace e di gioia. Lei poteva vivere, con i suoi cari, in una vita senza pericoli, in salute, in amicizia.

E anche l’uomo anziano, che quasi si scusò per quella che lui chiamò “perdita di tempo”. Ma la ragazza rispose: “No, sono io che mi scuso… ora vado, buona notte signore“.

Buona notte cara, rispose l’uomo“, e si separarono con un reciproco sorriso.

Le CANAGLIE (non le “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni) a SAN SIRO, e SONNY COLBRELLI: 1) da un lato la grande metafora, la Parigi-Roubaix e, dall’altro, 2) il vergognoso spettacolo di San Siro dove un’accozzaglia di imbecilli idioti ha mostrato il volto peggiore dell’Italia, fischiando l’Inno nazionale spagnolo

Da anni mi riprometto di andarci, a vedere questa gara, che non è solo tale. E’ altro, molto altro.

Vorrei partire un paio di giorni prima, per visitare almeno Bruges, o Brugge, e poi andare nei pressi della cittadina del vélodrome dell’arrivo.

Noleggerei una bici per portarmi lungo la Foresta di Arenberg, il luogo per eccellenza, della gara, avendo in tasca un baedeker della sua storia, e magari andarci con qualcuno. Gigi? Si potrebbe partire in aereo per Bruxelles e poi in auto a Bruges e a Roubaix.

I discorsi verterebbero sui vincitori, da Garin, l’italo-francese, a Rossi, a Serse e Fausto Coppi, a Tony Bevilacqua, a Rik Van Looy, l’Imperatore di Herentals.

E poi a Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck, Johan Museeuw, a Andrea Tafi, Franco Ballerini, Francesco Moser, Fabian Cancellara, Tom Boonen, John Degenkolb, Peter Sagan, …, Sonny Colbrelli, l’ultimo uomo-del-fango.

Dicevo che questa gara ciclistica non è solo il principale evento del calendario mondiale delle corse di un giorno, assieme alla nostra Milano Sanremo, ma è anche molto altro. Per me è la super metafora della vita, come nel “suo” lo è qualsiasi corsa in bicicletta che richieda un sforzo continuo di ore e ore. Perché la bicicletta richiede proprio questo, di restare soli su un mezzo che pesa oramai sette-otto chili e di pedalare per qualsiasi strada, in piano e in salita, in discesa e sul falsopiano, di sentire il vento in faccia che ti frena e il vento sul dorso che ti lancia, di provare il dolore lancinante dell’acido lattico nelle gambe diventate come un pezzo di legno e di annusare il mondo, sentire il suono di campane e il latrare lontano dei cani, il fruscio della bici nel vento e la distanza, l’incontro di città e paesi, lo sfondo delle montagne, se non sei già in mezzo a esse, e speri che la prossima ascesa non ti tolga il fiato e ti costringa il piede a terra.

E’ come nella vita, dove incontri gioia e dolore, anzi spesso la gioia dentro il dolore e cerchi invano la pericolosa utopia della felicità.

Mentre i fischi di San Siro all’Inno nazionale spagnolo sono la manifestazione di una canagliesca incapacità di confronto, a volte millantati per tifo. Fischiare il più nobile simbolo degli avversari è idiota, imbecille, da stupidi dentro e fuori.

E’ la stessa canagliesca ignoranza dei fischi ai calciatori neri, che rimbomba ancora nei nostri stadi appena riaperti. Vorrei abbracciare Anguissa, Koulibaly e Osimhen del Napoli e fare una serie di conferenze nei bar sport e nelle sedi delle varie tifoserie (spesso schifoserie) con Lilian Thuram, guardando negli occhi spiritati e assai poco spiritosi degli aspiranti fischiatori-odiatori a comando. Sulle prime, dopo avergli chiesto perché fischiano bandiere altrui e giocatori neri, li ascolterei se hanno qualche spiegazione e poi gli chiederei se qualcuno di loro è disponibile a investire mezz’ora di tempo per ragionare in silenzio con me e con Thuram.

A costoro spiegherei che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e che fanno parte dello stesso medesimo genere. Tutti, bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore della pelle abbiamo una fisicità, uno psichismo e una spiritualità eguale, e che pertanto SIAMO TUTTI UGUALI IN DIGNITA’.

Purtuttavia abbiamo anche una genetica differente ognuno da qualsiasi altro, nasciamo in un ambiente diverso e abbiamo un’istruzione diversa, cosicché questi tre elementi ci rendono unici e irriducibili individui, cioè non-divisibili, ma sempre eguali in dignità.

A chi dare la colpa per queste canagliesche bestialità (absit iniuria verbis animalibus) da teppisti… forse a chi educa questi cialtroni, e poi dall’uso di ragione a loro stessi ma non dobbiamo arrenderci

Un’ultima cosa: i fischi a Donnarumma, portiere della Nazionale ed ex Milan, andato al Parigi per avere invece di sette milioni all’anno di ingaggio forse otto, guidato da quel gran furbacchione del suo procuratore, tale Raiola, che ha anche rilasciato un’intervista di cui, se fosse una persona normalmente “etica” (come si usa dire in modo impreciso e generico), si dovrebbe vergognare, evidentemente ragazzo ineducato a una normale moralità. Si liberi di quel signore, intanto, se vuole tornare a essere un ragazzo di 22 anni di successo, senza conflitti, mettendo in evidenza le sue grandi qualità di calciatore. Il portiere della Nazionale di calcio italiana non merita di fare questa fine mediatica.

22 anni, caro Gigio, svègliati, perché un po’ di quei fischi a San Siro te li sei meritati!

E infine: quale è l’Italia, quella di Mancini e Colbrelli o quella di un’accozzaglia di idioti, imbecilli e canaglia che fischia un Inno nazionale?

Spero che sia soprattutto e prevalentemente la prima. Viva questa Italia!

PENOSAMENTE RIDICOLI!!! Hanno “vinto” anche se hanno perso, Salvini e Conte, i due soci del (grazieadio) defunto governo gialloverde… ma ciò che ancora di più importa per le persone (ggente, popolo), e deve far riflettere anche chi un po’ si esalta per la vittoria, come Letta e Sala, che è andato a votare un elettore su due. Perché? tutti scontenti della destra, o anche scontenti della politica, del suo livello qualitativo e morale, che riguarda tutti, vincitori e vinti?

Incredibile come questi signori, che hanno clamorosamente perso questa tornata di amministrative usino la più vieta e acrobatica falsificazione paleo-democristiana per dire di fronte ai media (insisto, pronunzia mèdia) e al loro popolo che “non hanno perso”, perché le amministrative non sono le politiche. Ma dai.

E la Meloni, con la sua insopportabile sicumera, è lì che pontifica con toni quasi trionfalistici che la destra a trazione fratellitaliota è ancora in corsa, a Roma, cioè nella città più importante. E Salvini le fa eco perché ha vinto a Novara (!) e a Grosseto (!). Di quello che non è un centrodestra, ma un centro e una destra, solo Forza Italia dell’eterno cavaliere o ex che sia, mostra buon senso, tramite Tajani, vero democristiano anche virtuoso, e vince bene in Calabria battendo un presuntuoso bell’omo come De Magistris.

Letta si fa eleggere nella ben poco virtuosa Siena della tradizione picista e pidina. Fossi in lui non canterei le lodi, ma mi rimboccherei le maniche senza tanti rancori e ringrazierei perfino Renzi che lo ha fatto votare.

E Draghi può lavorare tranquillo, abbastanza tranquillo, perché chi lo vorrebbe promovêr ut amovêre ut alia facere posse è occupato a leccarsi le ferite. Lo vogliono al Quirinale per potersi giocare il Governo, più la destra che la sinistra. Meglio se invece resta dov’è fino al ’23 e oltre, secondo me. E si manda sul Colle un Casini o “roba” (absit iniuria verbis) del genere.

Il M5S ex Grillo, ora-Conte crolla con un tonfino, e ggente come dibattista scompare. Bene, benissimo. Ora spero che anche l’improbabile “avvocato del popolo” torni a studio, come si dice.

Certo, ci sono vincitori (centro sinistra, ma non i giuseppin-grillini) e vinti (centro destra, ma non i melonisti), ma scelti o non-scelti da un italiano su due.

Mi pare che questo dato debba essere in cima ai pensieri di tutti. Un elettore su due, per noia, rassegnazione, covid-paura e altro che vuoi tu, gentil lettore, non è andato a votare, non si è portato al seggio del suo quartiere, non ha esercitato il primo diritto in democrazia, ha lasciato perdere, ha scelto che decidano gli altri, i non-rassegnati, i militanti, gli speranzosi, i semper presentes, quia sunt boni cives .

Qualcuno negli anni passati sosteneva (tipo Casaleggio sr. e c.) che si stava ineluttabilmente andando verso il voto on-line e che i seggi sarebbero presto diventati storia museale, seguiti da altri soggetti che si inventavano creativi della politica.

Certamente, i mezzi informatici e telematici hanno progressivamente sostituito i precedenti strumenti di comunicazione, invadendo anche spazi democratici classici, ma ciò non significa che avverrà una sostituzione inevitabile di tutto il modello di consultazione che sussiste da quasi due secoli in Occidente. Si potranno utilizzare i nuovi strumenti, ma senza perdere di vista che la democrazia non può risolversi e definirsi in una serie di click.

La democrazia è un processo perfettibile, complesso, a volte anche contraddittorio, ma comunque garante della partecipazione di ogni cittadino avente diritto.

Vi sono detrattori della democrazia, oggi come ieri, chi per ragioni di commistione fra dottrina religiosa fondamentalista e vita civile, chi perché incontentabile delle riforme democratiche (l’estremismo di sinistra, ora in crisi), chi invece è nostalgico dei vari fascismi storici e anche dei nazismi, come quei “neri” orrendi che si stanno scoprendo a latere del partito della Meloni.

A mio parere, i politici farebbero bene a riflettere profondamente sulle ragioni per cui i partiti, tutti, anche quelli che hanno vinto in questa tornata elettorale, stanno letteralmente “subendo” la preparazione, l’attività, i successi nazionali e internazionali del presidente Draghi, che li consulta, ma poi decide e fa. Gradito, perciò, alla maggioranza degli Italiani.

Chi si è astenuto questa volta non è un nesci che non sa scegliere, ma una persona in attesa di vedere se questi signori che fanno di professione i politici (anche al femminile) sono in grado di guardarsi attorno per vedere ciò di cui veramente il “popolo”, da costoro tanto citato e beatificato, ma evidentemente non conosciuto, veramente necessita.

Per senso civico dovrei augurarmelo e augurarlo all’Italia, ma non e la faccio, pensando ai volti degli/ delle attuali capi/ e partito.

Attendo la nuova generazione, con necessaria fiducia.

Le “tre forme di riconciliazione”

Non tanto papa Giovanni Paolo II, quanto il filosofo Karol Wojtyla, studioso di Edmund Husserl, Edith Stein e Tommaso d’Aquino, in una memorabile giornata strasburghese nel 1988, ospite del Parlamento d’Europa, ebbe a richiamare l’esigenza di tre tipi di riconciliazione umana, al fine di recuperare una visione improntata a un umanesimo nuovo che il “Secolo breve”, il XX, mostrava di avere perduto, con i suoi eccidi, le sue guerre, i suoi deliri di onnipotenza, il crescere di molti tipi di egoismo individuale e collettivo.

Quella giornata fu ricordata forse più per la contestazione che gli rivolse violentemente il deputato fascistoide inglese Jan Paisley, che gli urlò in faccia “anticristo!” Ma, se vogliamo ricordare le cose per il loro valore, propongo questa memoria, forse sfuocata nella mente dei più.

Il grande Polacco elencò tre tipi di riconciliazione, richiamando il nome di uno dei sette sacramenti cattolici, ma utilizzandolo in modo laicissimo.

Più avanti fornirò al mio lettore qualche nozione sul sacramento, ma ora mi interessa sviluppare i tre concetti, diversi, ma necessariamente da integrare, pena la zoppìa dell’insieme.

RICONCILIAZIONE CON GLI ALTRI

Se vi è la necessità di riconciliarsi con un altro significa che c’è stato un contrasto, un litigio, un conflitto, perfino una… guerra.

La storia è piena di riconciliazioni, di armistizi, di trattati di pace, spesso talmente mal concepiti e mal scritti, come quello di Versailles nel 1920, che creò le condizioni per la Guerra mondiale del ’39-’45, ancora più devastante di quella appena conclusa. Se si osserva bene, vi sono sempre occasioni che possono generare conflitti fra popoli e nazioni, soprattutto di interesse, come mostrano con indiscutibile chiarezza le guerre “petrolifere” degli ultimi decenni.

A livello interpersonale, nelle relazioni inter-umane, la conflittualità è un fenomeno quotidiano, si può dire, poiché le relazioni stesse sono uno dei fenomeni più complessi che troviamo in natura.

Lo sono in quanto ciò che la natura umana presenta nel vivere è poi inevitabilmente immerso nella cultura, l’altro fondamentale elemento che costituisce la vita degli umani. Per “cultura” come concetto qui propongo non solo e non essenzialmente ciò che si intende comunemente, che è costituito da conoscenze e saperi, ma da ciò che rende le persone quello che sono, in ragione della loro età, di dove sono cresciuti e vivono (ambiente), e di ciò che hanno imparato nel processo educativo.

Tutto ciò accade nella normale quotidianità, figuriamoci quando intervengono ragioni ed elementi di contrasto, conflitto o litigio. Siccome le nostre società sono organizzate in gruppi, squadre, équipes, team, e, se non vogliamo distruggere ciò che è stato costruito, siamo “obbligati” a trovare una strada di accordo, anche rinunziando a qualcosa di nostro, che all’inizio del contrasto magari potremmo avere considerato irrinunziabile.

La scienza della negoziazione ci insegna che, dopo un contrasto e il dialogo concordato per superarlo, bisogna accettare di alzarsi dal tavolo – sempre – un po’ scontenti, perché si è dovuto cedere qualcosa per il FINE, che solitamente è il BENE MAGGIORE, costituito dal conseguimento dell’ACCORDO.

RICONCILIAZIONE CON LA NATURA

Da quando l’uomo ha iniziato, qualche migliaio di anni fa ad utilizzare fino a sfruttare, talora brutalmente, i beni della natura, ha certamente migliorato il livello qualitativo della propria vita. Basti pensare all’uso del legno, della pietra, dei metalli, e poi del carbone e infine del petrolio e dei gas naturali.

Ora, però, l’utilizzo delle ultime tre fonti energetiche sta provocando effetti molto evidenti e gravi sull’equilibrio climatico della Terra, che non è più ragionevole ignorare. Da decenni questi effetti sono conosciuti e sono stati segnalati, fino a che oggi molti stanno portando il problema nelle piazze con modalità sempre più drammatizzanti, come in particolare stanno facendo i giovani, che – di fatto – “erediteranno” la terra (cf. Matteo 5, 1ss – Il Discorso della montagna, le Beatitudini).

Anche se nel post precedente ho criticato la svedesina che si pone come mentore di questa lotta tra i giovani, ciò non significa che tale lotta sia, non solo legittima, ma necessaria e tempestiva. In ritardo sono i decisori, della politica e dei sistemi di produzione, in tutto il mondo, ma specialmente nelle grandi nazioni di più recente sviluppo, come Cina, India, Brasile, Africa e Russia, ma anche gli Stati Uniti e altri paesi di tutte le latitudini.

Riconciliarsi con la natura è allora necessario, indifferibile, drammaticamente obbligatorio.

RICONCILIAZIONE CON SE STESSI

La depressione è il grande male di questi anni. Fino a qualche decennio fa lo si chiamava esaurimento nervoso, e talvolta veniva curato con metodi violenti come l’elettroshock, terribile strumento irrispettoso della persona malata. Pionieri come Franco Basaglia ci hanno spiegato che la strada da percorrere per curare questi disagi, che occupano un’amplissima area psichica, dalla nevrosi alle più gravi psicosi, è un’altra. Ora vi sono molti farmaci, di cui spesso si abusa, anche con l’aiuto di medici psichiatri a volte poco inclini alla parola scambiata con il paziente. La depressione è il grande male della modernità, che fa implodere la persona, ponendola in conflitto con se stessa.

Essa è generata da mille fattori, dagli stili di vita, dai problemi individuali, familiari e sociali, che questi stili contribuiscono a generare. La depressione è effetto di un conflitto interiore ma, a sua volta, è sintomo di un disagio più generale, che deve essere affrontato tenendo conto di questo.

Il modello sociale prevalente negli ultimi decenni ha posto come obiettivo generale e individuale quello di avere successo, a tutti i costi, in ogni frangente, nonostante tutto, anche calpestando gli altri. L’obiettivo del successo diventa meta e fine esistenziale per cui, chi non riesce a perseguirlo entra in crisi, sentendosi inadeguato, o come si dice oggi, abbassando la propria autostima, e così imboccando la strada della depressione. Ho già scritto sopra che spesso il primo interlocutore cui ricorre la persona con questo disagio o la sua famiglia, è lo psichiatra, che è un medico. Negli ultimi decenni, nei curricula studiorum delle facoltà mediche non si è più di tanto curato il tema della cura (terapìa dell’UNO costituito da corpo e psiche-anima) globale dell’essere umano disagiato, ma, sull’onda di un positivismo meccanicistico che ha travalicato i decenni della sua nascita ottocentesca, esso è arrivato fino ai nostri anni.

Certamente la psicologia clinica, intervenuta da un secolo, più o meno, ha spostato l’attenzione della cura alla psiche e ha reso più “dolce” la cura del disagio interiore. Tale scienza, però, è progressivamente diventata un crogiuolo di scienze non sempre armonicamente coese, con derive talora pericolose come nel caso della Programmazione Neuro-linguistica, vero programma di condizionamento della psiche, prevalentemente a fini di marketing commerciale, e con il progressivo prevalere dei saperi psicometrici su quelli più propriamente psico-antropologici. Essere vincenti è diventato lo slogan di riferimento, psicologicamente e moralmente dannosissimo, anche se ciò non significa che ognuno non debba realizzare i propri talenti, anzi!

Anche la via psicoanalitica non sempre ha generato percorsi positivi, se talvolta non riesce a “liberare” l’ospite-paziente dalla necessità di frequentare il “dottore”, pena il ricadere nel vecchio “vizio” della depressione, che un tempo dalla dottrina cristiana era considerata, in certe sue declinazioni, come un grave vizio o peccato, l’accidia. A mio parere, si potrebbe recuperare la nozione di questo vizio, per non cadere nella rassegnazione della malattia.

Questi cenni critici non vogliono in alcun modo criticare in modo denigratorio medicina psichiatrica e psicologia clinica, ma segnalano un’esigenza, quella di recuperare, proprio per “fare meglio” le professioni del medico e dello psicologo, un’antropologia globale, filosofica, dell’uomo. Il fatto che nelle facoltà mediche, e anche a psicologia, si siano quasi del tutto abbandonati gli studi filosofici, salvo qualche corso di etica della vita umana, è grave. Molto grave, perché tale carenza impedisce una visione d’insieme dell’uomo e della sua infinita complessità, che solo un’impostazione filosofica globale può tentare di dare.

Anche il Nobel al professor Parisi, pur se riconosciuto per studi di fisica teorica, ci dice che, studiando l’uomo, dobbiamo vederne la complessità, analoga a quello delle particelle elementari, del volo degli storni, e degli oggetti cosmici.

In altre parole, siccome l’uomo non è solo una bio-macchina, bisogna studiarlo in tutti i suoi aspetti, che sono fisici, psichici e spirituali. Ebbene sì. a mio parere dobbiamo forse riconoscere che aveva ragione san Paolo con la sua tripartizione antropologica in tre componenti: corpo, anima e spirito, cioè sòma, psyché e pnèuma. Opinione mia personale, che qualche pensatore non credente potrebbe non accettare. La filosofia, però, è una criteriologia e una metodologia che nulla trascura dell’uomo, che è fatto di una genetica, di un ambiente vissuto e di una educazione ricevuta o ricercata.

L’uomo non è meramente complicato come lo è una macchina, là dove le interconnessioni tra componenti sono tutte descrivibili, conoscibili e trasmissibili, ma è complesso (cum-plexum), cioè composto da innumerevoli componenti connesse tra loro in modo non mai del tutto descrivibile e prevedibile (cf. I. Prygogine in A.F. De Toni, Prede o Ragni). L’esempio più illuminante della complessità del vivente umano è il cervello, o encefalo (dal greco en-kefalè, cioè dentro-la-testa), la cui struttura è composta da miliardi di neuroni e di un numero imprecisabile e continuamente evolutivo ed evolventesi di collegamenti sinaptici.

Se le neuroscienze hanno compreso abbastanza bene come funziona questo organo, capendo le funzioni principali delle sue varie parti, sfugge ancora, indefinitamente, la comprensione di ciò-che-costituisce-la-coscienza, tema condiviso con la filosofia, la teologia e tutti i saperi che hanno a che fare con ciò che si chiama “spirituale”. L’impostazione “materialista” indica nelle attività bio-elettriche e chimiche la ragione della coscienza, collocando anche il libero arbitrio (cf. Libet) entro queste dinamiche, per cui, come estrema conseguenza, se questo fosse del tutto vero, l’uomo non sarebbe mai responsabile delle proprie azioni, anche le più efferate (cf. trama e conseguenze etiche proposte nei film Minority report e Interception). Se così fosse, il Diritto civile e penale di 4000 anni andrebbe a farsi benedire.

Tale impostazione conoscitiva pone problemi insormontabili, che non possono che essere affrontati allargando lo sguardo a dimensioni non del tutto misurabili con gli strumenti elettronico-informatici che si stanno approntando anche con le ricerche sull’intelligenza artificiale. Film e libri innumerevoli di registi e scrittori si occupano di questi temi. Che restano essenzialmente filosofici!

Ciò, dunque, impone un metodica conoscitiva che non può basarsi solo sulla spiegazione, criterio plausibile in ambito scientifico-deduttivo, ma deve ricorrere anche all’interpretazione, vale a dire una modalità conoscitiva confrontabile con i dati statistici delle scienze che storicamente se ne occupano, dalla biologia, alla medicina, alla psicologia, alla storia umana, all’antropologia culturale, alle religioni e alla sociologia dei popoli.

La filosofia è allora il “luogo”, cioè l’habitat conoscitivo primario e inevitabile che può aiutarci, prima con le sue teoresi generali sulla conoscenza dell’uomo e della natura, e sul sapere etico come sapere plausibile sulle scelte “libere” (nei limiti della libertà responsabile) per il bene o per il male, e poi anche nella sua declinazione pratica, cui mi sto dedicando da quasi tre lustri, in mezzo ad autorevoli colleghi che la praticano invece da tre decenni, recuperando lezioni antiche e immortali, quelle dei sapienti greco-latini e del cristianesimo antico, senza trascurare le varie e profonde dottrine sapienziali e antropologiche dell’Oriente. Cito in proposito Phronesis, l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, che attualmente presiedo, perché è un “luogo” nel quale queste ricerche avvengono, procedono, si misurano nel confronto e nel dialogo interno ed esterno, con fiducia e umiltà.

LA RICONCILIAZIONE COME “SACRAMENTO” CRISTIANO CATTOLICO

Dopo le riflessioni finora svolte, qui mi pare opportuno proporre anche qualche cenno sulla “Riconciliazione” nella storia del cristianesimo, che si declinò nel tempo, proponendosi con nomi vari, e fu “somministrata” in diverse modalità, sia pubbliche, sia private. Si chiamò, nel tempo, confessione dei peccati pubblica e privata, penitenza, e infine riconciliazione.

Per precisione e umiltà riporto il testo del Catechismo della Chiesa cattolica.

ARTICOLO 4 
IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE
1422 « Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera ».3 I. Come viene chiamato questo sacramento? 1423 È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione,4 il cammino di ritorno al Padre5 da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. 1424 È chiamato sacramento della Confessione poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una « confessione », riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore. È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ».6 È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Colui che vive dell’amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all’invito del Signore: « Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello » (Mt 5,24). II. Perché un sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo? 1425 « Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio! » (1 Cor 6,11). Bisogna rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è fatto nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per colui che si è rivestito di Cristo.7 L’apostolo san Giovanni però afferma anche: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Gv 1,8). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: « Perdonaci i nostri peccati » (Lc 11,4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe. 1426 La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi « santi e immacolati al suo cospetto » (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, Sposa di Cristo, è « santa e immacolata » (Ef 5,27) davanti a lui. Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell’iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo.8 Si tratta del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci.9 III. La conversione dei battezzati 1427 Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo10 che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova. 1428 Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che « comprende nel suo seno i peccatori » e che, « santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ».11 Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito »12 attirato e mosso dalla grazia13 a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.14 1429 Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d’infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento15 e, dopo la risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui.16 La seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell’appello del Signore ad un’intera Chiesa: « Ravvediti! » (Ap 2,5.16). A proposito delle due conversioni sant’Ambrogio dice: « La Chiesa ha l’acqua e le lacrime: l’acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza ».17 IV. La penitenza interiore 1430 Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.18 1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] ».19 1432 Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo.20 La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.21 « Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione ».22 1433 Dopo la pasqua, è lo Spirito Santo che convince il mondo quanto al peccato,23 cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è Consolatore24 che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione.25 V. Le molteplici forme della penitenza nella vita cristiana 1434 La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiunola preghiera, l’elemosina,26 che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo,27 l’intercessione dei santi e la pratica della carità che « copre una moltitudine di peccati » (1 Pt 4,8). 1435 La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto,28 attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.29 1436 Eucaristia e Penitenza. La conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro sorgente e il loro alimento nell’Eucaristia, poiché in essa è reso presente il sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio; per suo mezzo vengono nutriti e fortificati coloro che vivono della vita di Cristo; essa « è come l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe di ogni giorno e preservati dai peccati mortali ».30 1437 La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della liturgia delle Ore e del « Padre nostro », ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati. 1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa.31 Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie). 1439 Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta « del figlio prodigo » il cui centro è « il padre misericordioso »:32 il fascino di una libertà illusoria, l’abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l’umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l’accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza. VI. Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione 1440 Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della comunione con lui. Nello stesso tempo esso attenta alla comunione con la Chiesa. Per questo motivo la conversione arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa, ciò che il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione esprime e realizza liturgicamente.33 Dio solo perdona il peccato 1441 Dio solo perdona i peccati.34 Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: « Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati » (Mc 2,10) ed esercita questo potere divino: « Ti sono rimessi i tuoi peccati! » (Mc 2,5).35 Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini36 affinché lo esercitino nel suo nome. 1442 Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue. Ha tuttavia affidato l’esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18). L’Apostolo è inviato « nel nome di Cristo », ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20). Riconciliazione con la Chiesa 1443 Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l’effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio37 e, nello stesso tempo, il ritorno in seno al popolo di Dio.38 1444 Rendendo gli Apostoli partecipi del suo proprio potere di perdonare i peccati, il Signore dà loro anche l’autorità di riconciliare i peccatori con la Chiesa. Tale dimensione ecclesiale del loro ministero trova la sua più chiara espressione nella solenne parola di Cristo a Simon Pietro: « A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli » (Mt 16,19). Questo « incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo (cf Mt 18,18; 28,16-20) ».39 1445 Le parole legare sciogliere significano: colui che voi escluderete dalla vostra comunione sarà escluso dalla comunione con Dio; colui che voi accoglierete di nuovo nella vostra comunione, Dio lo accoglierà anche nella sua. La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile dalla riconciliazione con Dio. Il sacramento del perdono 1446 Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come « la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta ».40 1447 Nel corso dei secoli la forma concreta, secondo la quale la Chiesa ha esercitato questo potere ricevuto dal Signore, ha subito molte variazioni. Durante i primi secoli, la riconciliazione dei cristiani che avevano commesso peccati particolarmente gravi dopo il loro Battesimo (per esempio l’idolatria, l’omicidio o l’adulterio), era legata ad una disciplina molto rigorosa, secondo la quale i penitenti dovevano fare pubblica penitenza per i loro peccati, spesso per lunghi anni, prima di ricevere la riconciliazione. A questo « ordine dei penitenti » (che riguardava soltanto certi peccati gravi) non si era ammessi che raramente e, in talune regioni, una sola volta durante la vita. Nel settimo secolo, ispirati dalla tradizione monastica d’Oriente, i missionari irlandesi portarono nell’Europa continentale la pratica « privata » della penitenza, che non esige il compimento pubblico e prolungato di opere di penitenza prima di ricevere la riconciliazione con la Chiesa. Il sacramento si attua ormai in una maniera più segreta tra il penitente e il sacerdote. Questa nuova pratica prevedeva la possibilità della reiterazione e apriva così la via ad una frequenza regolare di questo sacramento. Essa permetteva di integrare in una sola celebrazione sacramentale il perdono dei peccati gravi e dei peccati veniali. È questa, a grandi linee, la forma di Penitenza che la Chiesa pratica fino ai nostri giorni. 1448 Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il Vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale. 1449 La formula di assoluzione in uso nella Chiesa latina esprime gli elementi essenziali di questo sacramento: il Padre delle misericordie è la sorgente di ogni perdono. Egli realizza la riconciliazione dei peccatori mediante la pasqua del suo Figlio e il dono del suo Spirito, attraverso la preghiera e il ministero della Chiesa: « Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».41 VII. Gli atti del penitente 1450 « La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione ».42 La contrizione 1451 Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è « il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire ».43 1452 Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta « perfetta » (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale.44 1453 La contrizione detta « imperfetta » (o « attrizione ») è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.45 1454 È bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli Apostoli: il discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici.46 La confessione dei peccati 1455 La confessione dei peccati (l’accusa), anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la nostra riconciliazione con gli altri. Con l’accusa, l’uomo guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole; se ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla comunione della Chiesa al fine di rendere possibile un nuovo avvenire. 1456 La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza: « È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo,47 perché spesso feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi »:48 « I cristiani [che] si sforzano di confessare tutti i peccati che vengono loro in mente, senza dubbio li mettono tutti davanti alla divina misericordia perché li perdoni. Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà perché sia perdonato per mezzo del sacerdote. “Se infatti l’ammalato si vergognasse di mostrare al medico la ferita, il medico non può curare quello che non conosce” ».49 1457 Secondo il precetto della Chiesa, « ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno ».50 Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale,51 a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore.52 I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima volta la santa Comunione.53 1458 Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa.54 In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come lui:55 « Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L’uomo e il peccatore sono due cose distinte: l’uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. […] Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla Luce ».56 La soddisfazione 1459 Molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige. Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e con il prossimo. L’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato.57 Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie colpe: deve « soddisfare » in maniera adeguata o « espiare » i suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche « penitenza ». 1460 La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale. Essa deve corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati commessi. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati58 una volta per tutte. Esse ci permettono di diventare coeredi di Cristo risorto, dal momento che « partecipiamo alle sue sofferenze » (Rm 8,17):59 « Ma questa soddisfazione, che compiamo per i nostri peccati, non è talmente nostra da non esistere per mezzo di Gesù Cristo: noi, infatti, che non possiamo nulla da noi stessi, col suo aiuto “possiamo tutto in lui che ci dà la forza”.60 Quindi l’uomo non ha di che gloriarsi; ma ogni nostro vanto è riposto in Cristo, […] in cui offriamo soddisfazione, “facendo opere degne della conversione”,61 che da lui traggono il loro valore, da lui sono offerte al Padre e grazie a lui sono accettate dal Padre ».62 VIII. Il ministro di questo sacramento 1461 Poiché Cristo ha affidato ai suoi Apostoli il ministero della riconciliazione,63 i Vescovi, loro successori, e i presbiteri, collaboratori dei Vescovi, continuano ad esercitare questo ministero. Infatti sono i Vescovi e i presbiteri che hanno, in virtù del sacramento dell’Ordine, il potere di perdonare tutti i peccati « nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». 1462 Il perdono dei peccati riconcilia con Dio ma anche con la Chiesa. Il Vescovo, capo visibile della Chiesa particolare, è dunque considerato a buon diritto, sin dai tempi antichi, come colui che principalmente ha il potere e il ministero della riconciliazione: è il moderatore della disciplina penitenziale.64 I presbiteri, suoi collaboratori, esercitano tale potere nella misura in cui ne hanno ricevuto l’ufficio sia dal proprio Vescovo (o da un superiore religioso), sia dal Papa, in base al diritto della Chiesa.65 1463 Alcuni peccati particolarmente gravi sono colpiti dalla scomunica, la pena ecclesiastica più severa, che impedisce di ricevere i sacramenti e di compiere determinati atti ecclesiastici,66 e la cui assoluzione, di conseguenza, non può essere accordata, secondo il diritto della Chiesa, che dal Papa, dal Vescovo del luogo o da presbiteri da loro autorizzati.67 In caso di pericolo di morte, ogni sacerdote, anche se privo della facoltà di ascoltare le confessioni, può assolvere da qualsiasi peccato e da qualsiasi scomunica.68 1464 I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza e devono mostrarsi disponibili a celebrare questo sacramento ogni volta che i cristiani ne facciano ragionevole richiesta.69 1465 Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del buon pastore che cerca la pecora perduta, quello del buon Samaritano che medica le ferite, del padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore. 1466 Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio. Il ministro di questo sacramento deve unirsi all’intenzione e alla carità di Cristo.70 Deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al Magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore. 1467 Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, la Chiesa dichiara che ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato.71 Non gli è lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione, della vita dei penitenti. Questo segreto, che non ammette eccezioni, si chiama il « sigillo sacramentale », poiché ciò che il penitente ha manifestato al sacerdote rimane « sigillato » dal sacramento. IX. Gli effetti di questo sacramento 1468 « Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia ».72 Il fine e l’effetto di questo sacramento sono dunque la riconciliazione con Dio. Coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa conseguono « la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito ».73 Infatti, il sacramento della Riconciliazione con Dio opera una autentica « risurrezione spirituale », restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l’amicizia di Dio.74 1469 Questo sacramento ci riconcilia con la Chiesa. Il peccato incrina o infrange la comunione fraterna. Il sacramento della Penitenza la ripara o la restaura. In questo senso, non guarisce soltanto colui che viene ristabilito nella comunione ecclesiale, ma ha pure un effetto vivificante sulla vita della Chiesa che ha sofferto a causa del peccato di uno dei suoi membri.75 Ristabilito o rinsaldato nella comunione dei santi, il peccatore viene fortificato dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le membra vive del corpo di Cristo, siano esse ancora nella condizione di pellegrini o siano già nella patria celeste.76 « Bisogna aggiungere che tale riconciliazione con Dio ha come conseguenza, per così dire, altre riconciliazioni, che rimediano ad altrettante rotture, causate dal peccato: il penitente perdonato si riconcilia con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità interiore; si riconcilia con i fratelli, da lui in qualche modo offesi e lesi; si riconcilia con la Chiesa; si riconcilia con tutto il creato ».77 1470 In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa esistenza terrena. È infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della conversione che possiamo entrare nel regno di Dio, dal quale il peccato grave esclude.78 Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita « e non va incontro al giudizio » (Gv 5,24). X. Le indulgenze 1471 La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza. Che cos’è l’indulgenza? « L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi ».79 « L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati ».80 « Ogni fedele può acquisire le indulgenze […] per se stesso o applicarle ai defunti ».81 Le pene del peccato 1472 Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la « pena eterna » del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta « pena temporale » del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.82 1473 Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’« uomo vecchio » e a rivestire « l’uomo nuovo ».83 Nella comunione dei santi 1474 Il cristiano che si sforza di purificarsi del suo peccato e di santificarsi con l’aiuto della grazia di Dio, non si trova solo. « La vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona ».84 1475 Nella comunione dei santi « tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni ».85 In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato. 1476 Questi beni spirituali della comunione dei santi sono anche chiamati il tesoro della Chiesa, che non « si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre, offerti perché tutta l’umanità sia liberata dal peccato e pervenga alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo Redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione ».86 1477 « Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere della beata Vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo Signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del corpo mistico ».87 Ottenere l’indulgenza di Dio mediante la Chiesa 1478 L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.88 1479 Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. XI. La celebrazione del sacramento della Penitenza 1480 Come tutti i sacramenti, la Penitenza è un’azione liturgica. Questi sono ordinariamente gli elementi della celebrazione: il saluto e la benedizione del sacerdote; la lettura della Parola di Dio per illuminare la coscienza e suscitare la contrizione, e l’esortazione al pentimento; la confessione che riconosce i peccati e li manifesta al sacerdote; l’imposizione e l’accettazione della penitenza; l’assoluzione da parte del sacerdote; la lode con rendimento di grazie e il congedo con la benedizione da parte del sacerdote. 1481 La liturgia bizantina usa più formule di assoluzione, a carattere deprecativo, le quali mirabilmente esprimono il mistero del perdono: « Il Dio che, attraverso il profeta Natan, ha perdonato a Davide quando confessò i propri peccati, e a Pietro quando pianse amaramente, e alla peccatrice quando versò lacrime sui suoi piedi, e al pubblicano e al prodigo, questo stesso Dio ti perdoni, attraverso me, peccatore, in questa vita e nell’altra, e non ti condanni quando apparirai al suo tremendo tribunale, egli che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen ».89 1482 Il sacramento della Penitenza può anche aver luogo nel quadro di una celebrazione comunitaria, nella quale ci si prepara insieme alla confessione e insieme si rende grazie per il perdono ricevuto. In questo caso, la confessione personale dei peccati e l’assoluzione individuale sono inserite in una liturgia della Parola di Dio, con letture e omelia, esame di coscienza condotto in comune, richiesta comunitaria del perdono, preghiera del « Padre nostro » e ringraziamento comune. Tale celebrazione comunitaria esprime più chiaramente il carattere ecclesiale della penitenza. Tuttavia, in qualunque modo venga celebrato, il sacramento della Penitenza è sempre, per sua stessa natura, un’azione liturgica, quindi ecclesiale e pubblica.90 1483 In casi di grave necessità si può ricorrere alla celebrazione comunitaria della Riconciliazione con confessione generale e assoluzione generale. Tale grave necessità può presentarsi qualora vi sia un imminente pericolo di morte senza che il sacerdote o i sacerdoti abbiano il tempo sufficiente per ascoltare la confessione di ciascun penitente. La necessità grave può verificarsi anche quando, in considerazione del numero dei penitenti, non vi siano confessori in numero sufficiente per ascoltare debitamente le confessioni dei singoli entro un tempo ragionevole, così che i penitenti, senza loro colpa, rimarrebbero a lungo privati della grazia sacramentale o della santa Comunione. In questo caso i fedeli, perché sia valida l’assoluzione, devono fare il proposito di confessare individualmente i propri peccati gravi a tempo debito.91 Spetta al Vescovo diocesano giudicare se ricorrano le condizioni richieste per l’assoluzione generale.92 Una considerevole affluenza di fedeli in occasione di grandi feste o di pellegrinaggi non costituisce un caso di tale grave necessità.93 1484 « La confessione individuale e completa, con la relativa assoluzione, resta l’unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa, a meno che un’impossibilità fisica o morale non li dispensi da una tale confessione ».94 Ciò non è senza motivazioni profonde. Cristo agisce in ogni sacramento. Si rivolge personalmente a ciascun peccatore: « Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati » (Mc 2,5); è il medico che si china sui singoli malati che hanno bisogno di lui95 per guarirli; li rialza e li reintegra nella comunione fraterna. La confessione personale è quindi la forma più significativa della riconciliazione con Dio e con la Chiesa. In sintesi 1485 La sera di pasqua, il Signore Gesù si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). 1486 Il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo è accordato mediante un sacramento apposito chiamato sacramento della Conversione, della Confessione, della Penitenza o della Riconciliazione. 1487 Colui che pecca ferisce l’onore di Dio e il suo amore, la propria dignità di uomo chiamato ad essere figlio di Dio e la salute spirituale della Chiesa di cui ogni cristiano deve essere una pietra viva. 1488 Agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato, e niente ha conseguenze peggiori per gli stessi peccatori, per la Chiesa e per il mondo intero. 1489 Ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri. 1490 Il cammino di ritorno a Dio, chiamato conversione e pentimento, implica un dolore e una repulsione per i peccati commessi, e il fermo proposito di non peccare più in avvenire. La conversione riguarda dunque il passato e il futuro; essa si nutre della speranza nella misericordia divina. 1491 Il sacramento della Penitenza è costituito dall’insieme dei tre atti compiuti dal penitente e dall’assoluzione da parte del sacerdote. Gli atti del penitente sono: il pentimento, la confessione o manifestazione dei peccati al sacerdote e il proposito di compiere la soddisfazione e le opere di soddisfazione. 1492 Il pentimento (chiamato anche contrizione) deve essere ispirato da motivi dettati dalla fede. Se il pentimento nasce dall’amore di carità verso Dio, lo si dice « perfetto »; se è fondato su altri motivi, lo si chiama « imperfetto ». 1493 Colui che vuole ottenere la riconciliazione con Dio e con la Chiesa deve confessare al sacerdote tutti i peccati gravi che ancora non ha confessato e di cui si ricorda dopo aver accuratamente esaminato la propria coscienza. Sebbene non sia in sé necessaria, la confessione delle colpe veniali è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. 1494 Il confessore propone al penitente il compimento di certi atti di « soddisfazione » o di « penitenza », al fine di riparare il danno causato dal peccato e ristabilire gli atteggiamenti consoni al discepolo di Cristo. 1495 Soltanto i sacerdoti che hanno ricevuto dall’autorità della Chiesa la facoltà di assolvere possono perdonare i peccati nel nome di Cristo. 1496 Gli effetti spirituali del sacramento della Penitenza sono: — la riconciliazione con Dio mediante la quale il penitente ricupera la grazia;
— la riconciliazione con la Chiesa;
— la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali;
— la remissione, almeno in parte, delle pene temporali, conseguenze del peccato;
— la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione spirituale;
— l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.
1497 La confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa. 1498 Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (3) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11: AAS 57 (1965) 15. (4) Cf Mc 1,15. (5) Cf Lc 15,18. (6) Rito della Penitenza, 46. 55 (Libreria Editrice Vaticana 1974) p. 51. 81. (7) Cf Gal 3,27. (8) Cf Concilio di Trento, Sess. 5a, Decretum de peccato originali, canone 5: DS 1515. (9) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1545; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 40: AAS 57 (1965) 44-45. (10) Cf At 2,38. (11) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 8: AAS 57 (1965) 12. (12) Cf Sal 51,19. (13) Cf Gv 6,44; 12,32. (14) Cf 1 Gv 4,10. (15) Cf Lc 22,61-62. (16) Cf Gv 21,15-17. (17) Sant’Ambrogio, Epistula extra collectionem, 1 [41], 12: CSEL 823, 152 (PL 16, 1116). (18) Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18. (19) Cf Concilio di Trento, Sess. 14a, Doctrina de sacramento Paenitentiae, c. 4: DS 1676-1678; Id., Sess. 14a, Canones de Paenitentia, canone 5: DS 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 289. (20) Cf Ez 36,26-27. (21) Cf Gv 19,37; Zc 12,10. (22) San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios