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18Caro lettore,

il numero dice la maggiore età, oppure il simbolo binario dei dentro o fuori, del “o con noi o contro di noi”, il numero di un pazzesco manicheismo contemporaneo, il famoso articolo 18 della Legge numero 300 del 20 Maggio 1970, denominata “Statuto dei Diritti dei Lavoratori”, redatta dal professor Gino Giugni, socialista, e fortemente voluta dai Ministri del lavoro Giacomo Brodolini,  socialista, e Carlo Donat Cattin. democristiano di sinistra ed ex sindacalista della Cisl, votata dal Centrosinistra di allora (DC, PSI, PSDI e PRI, con la benevola astensione del PCI). Risultato di storiche lotte sindacali che riuscirono a dare ai lavoratori dipendenti una Legge di tutela dall’allora strapotere dei “padroni”.

Ricordiamo una Legge importantissima, diventata simbolo e mito. Sappiamo che i simboli sono “cose-che-legano” e i miti sono racconti primigeni, iniziatici: se qualcosa, dunque, diventa tale, vuol dire che la cosa assume un’altra valenza nella realtà delle cose, non è più la stessa di prima.

Il dibattito in tema, di nuovo revivificato dalle intenzioni del Governo, è subito diventato furente. Le nuove regole che stanno venendo discusse sono interessanti, sia per il mercato del lavoro, sia per le singole persone. La decisione sarà faticosa, ma i risultati che saranno raggiunti, con gli altri provvedimenti  sul mercato del lavoro (ammortizzatori sociali e formazione di riqualificazione), potranno dare una concreta mano al rilancio dell’occupazione.

Se vogliamo parlarne, al di fuori di simboli e miti, il tema dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori deve essere inquadrato nel più ampio tema del welfare.

Si chiama diritto potestativo di recesso, il potere del datore di lavoro di licenziare un dipendente. Da oltre quattro decenni, esso deve fare i conti con limiti legislativi e giuridico-contrattuali realizzati a seguito di epiche lotte sociali e sindacali, per rimediare alla storica disparità di condizione tra il datore di lavoro e il dipendente, condizione che oggi andrebbe opportunamente riesaminata.

Deterrenza e “baluardo di civiltà” viene oggi definita da alcuni (quelli che non vorrebbero cambiare nulla) questa normativa, quasi “totemizzata” sul piano ideologico-filosofico.

Però il dispositivo della reintegra previsto dall’articolo 18, in caso di licenziamento illegittimo e quindi inefficace e nullo, concernente le fattispecie della giusta causa e del giustificato motivo, non rappresenta oggi una tutela equa proprio sotto i profili etico e pratico. Infatti produce effetti strani: ad esempio a) “consiglia” alle aziende di assumere preferibilmente a tempo determinato o con altri strumenti di flessibilità soprattutto i giovani; b) anche se le sentenze favorevoli su cause promosse dai lavoratori licenziati sono in percentuale molto alta (tra il 60 e l’80 % delle cause promosse), la reintegra avviene solo in pochissimi casi, perché si preferisce l’indennità sostitutiva; c) alimenta le cause legali con costi abnormi anche per il dipendente, che perde tutto se perde la causa, e non ha neanche un sostegno dallo stato; infine, d) l’articolo 18 tutela solo i lavoratori a tempo indeterminato in aziende con più di sedici dipendenti, che sono, in assoluto, una minoranza. E i giovani ne sono esclusi. E il Pubblico impiego ne è da sempre escluso, perché ipertutelato dallo “stato giuridico”, monstrum tipicamente italiano.

A parer mio è forse meglio un contratto a tempo indeterminato per tutti, con possibilità di licenziamento anche per ragioni economiche e una tutela di welfare to work (formazione e indennità) immediata ed efficiente. Anche per il Pubblico impiego.

Se Camusso, Bersani, Cofferati (quello che confonde i diritti fondamentali naturali con il diritto positivo) et universa pecora, non lo capiscono, peggio per loro.

Le cose cambieranno presto.

la triste ballata dei cretini

cretinoÈ una categoria di esseri umani che esula dal novero di coloro che sono affetti dall’antica malattia studiata dagli archiatri ottocenteschi, e non c’entra con il cretinismo. E’ un’affezione dell’anima.

Vediamo un po’: il principe dei cretini di questi giorni, che fa a gara con il suo delfino di cui parlerò tra un attimo, è Giovanni Paciello da Silla di Sassano (Caserta). Questo cretino, folleggiando con la sua Bmw nera comprata a rate ha ucciso suo fratello e altri tre ragazzi, perché si è schiantato mezzo ubriaco dove loro stavano seduti a vedere una partita in tv. Oggi ho sentito che si potrà configurare per lui il reato di omicidio volontario, non colposo. Alla buon’ora, faccia la galera che si merita.

Perdonami gentile lettore se qui il mio tono è da pamphlet incazz., ma quando ci vuole ci vuole, oltre ogni raffinatezza psico-antropologica, che spesso caratterizza queste pagine.  Mi lascio andare perché ho rispetto di te, e di me.

L’altro cretino è quello che hanno riportato sul web, mentre minge con il suo povero gingillo contro il muro di Santa Maria Novella a Firenze, dopo aver vomitato insieme a un’orda di allegri compari, cioè cretini par suo.

Altri cretini autori di minor danni, girano anche per le nostre strade, e sono quelli che lanciano dalle macchine in corsa scatole vuote di sigarette (la marca Chesterfield probabilmente attira i cretini come il miele gli orsi), bottigliette di plastica di acqua minerale, lattine di birra e coca, scatole di chewing gum e altre porcherie, che non si degnano di portarsi nelle loro luride tane.

Un certo genere di cretini, di questo incompletissimo elenco, è quello che annovera i parlanti-male per superficialità, supponenza, pigrizia, o ignoranza colpevole (anche quelli che non usano il congiuntivo): una prima famiglia è costituita dagli appassionati di stereotipi, ma questa fa poco male, perché è solo un poco noiosamente stonata; una seconda, invece, fa più male, perché non sai mai se parlano così per ignoranza o per provocare (opterei, tutto sommato, prevalentemente per la prima ipotesi); un esempio, quelli che chiamano “matrimonio” le unioni gay, i quali, ignorandone il significato (spesso) o nonostante lo conoscano, usano a sproposito un termine che significa etimologicamente “ufficio della madre” (mater munus, in latinorum), e quindi, se si vuole essere semplicemente rispettosi del significato originario, profondo e vero della parola, concerne solo quelle unioni dove c’è la madre, e non le altre. Mi si dirà che oggi la magistratura ha, “nel superiore interesse del minore”, accolto anche l’adozione in una coppia gay femminile, nella quale una delle due è la madre naturale; mi chiedo come faranno quando la coppia umana sarà costituita da due maschi. “Ufficio della madre” è il matrimonio, e “ufficio del padre” è il patrimonio. Il resto sono cazzate, cioè deficienza cognitiva, e quindi roba da cretini.

Un altro genere di cretini è quello di coloro che non vogliono mai cambiare nulla per difendere le loro posizioni privilegiate facendole passare per diritti acquisiti. In questo novero vi sono burocrati, funzionari pubblici, sindacalisti bolliti, politici presuntuosi, stagionati e noiosi, e altra genia similare.

Un ultimo, per questa volta, genere di cretini, è quello di coloro che vogliono distruggere tutto, le vite degli altri, monumenti per loro incomprensibili, sistemi politici dove hanno voce anche quelli che non la pensano come loro.

I penultimi e gli ultimi, oltre a essere cretini, sono anche cinici, ma non delle nobili scuole di Diogene di Sinope o di Antistene, bensì di una suburra mentale innominabile.

Ah, dimenticavo un cenno ai principi dei cretini dell’ultimo lustro, almeno per l’Italia: il primo in ordine di tempo è un militare, il caporal maggiore Parolisi, il secondo un civile, il “comandante” Schettino. D’accordo?

Anche questo è l’uomo, scimmia nuda in evoluzione (si spera). Diogene di Sinope

Le parole e le cose

genesiFin da bambini siamo stati abituati a dare i nomi alle cose, per cui le parole che denominano una cosa rinviano solitamente all’immagine che abbiamo della cosa: se io dico “anatra” normalmente sono in grado di pensare al simpatico palmipede.

Perciò, si è più o meno sempre ritenuto che le funzioni cerebrali preposte all’aggancio dei nomi delle cose alle cose stesse fossero un processo unitario. Dalla storia del linguaggio sappiamo che l’uomo è nel tempo riuscito a dare i nomi alle cose (cf. in Genesi 2, 20), partendo da suoni che assumevano significati via via condivisi e successivamente diventavano segni di un codice linguistico, ideografico o sillabico-alfabetico che fosse.

Pare invece che così non sia: Diego Marconi, docente di Filosofia del linguaggio a Torino, spiega che vi sono due modalità cognitive di relazionare i nomi delle cose alle cose stesse, cioè di sviluppare la competenza lessicale. Un primo modo è quello referenziale, per cui riusciamo a correlare effettivamente il nome della cosa alla cosa stessa, secondo la convenzione linguistica che abbiamo imparato; un secondo modo è quello inferenziale, che “gestisce le relazioni delle parole con altre parole”. I due circuiti, o moduli, o sottosistemi possono non essere sempre armonicamente connessi, specialmente quando vi sono disturbi, ad esempio, di tipo epilettico.

A volte compaiono sconnessioni divertenti, anche in persone che conosco, e che Walt Disney ci ha insegnato ad apprezzare: si pensi al linguaggio di Dotto, il nano sapiente, che spappola delicatamente le parole e le frasi, facendo diventare i prefissi suffissi e viceversa (o viceserva).

Dislessie, dislalie, distonie, discrasie, cose di questo mondo, che rappresentano la meravigliosa normalità del diverso.

temperamento, carattere, personalità e comportamento

paperinoI pensatori antichi rappresentavano il carattere umano come un insieme di forze spirituali che dovevano essere governate dalla ragione. Platone proponeva l’immagine del cocchio trainato da due cavalli, uno di impeto e l’altro di desiderio (ira e concupiscenza), ma guidato dalla ragione stessa. La psicologia aristotelica immagina una suddivisione più raffinata tra le varie energie che muovono l’essere umano, e così anche Agostino e Tommaso.

Dopo la rivoluzione filosofica e scientifica dei XVI/XVII secoli, il tema passò di mano dai filosofi ai medici, che recuperarono alcune ipotesi ippocratee proponendo la dottrina dei quattro temperamenti: 1) il sanguigno, caratterizzato da affabilità, simpatia, spontaneità e ottimismo, da intelligenza viva anche se un po’ superficiale; 2) il nervoso, connotato da profondità intellettuale, amante della solitudine e della riflessione, ricco interiormente, ma a rischio di tendere alla melanconia o addirittura alla tristezza; 3) il  collerico è appassionato e di forti sentimenti e dedizione, progetta e realizza quanto più gli è possibile, poco capace, però, di accettare i limiti altrui e talora violento e spietato; 4) infine, abbiamo il flemmatico, che si pone come un riflessivo paziente, capace di operare nel tempo con costanza fino ad ottenere dei risultati encomiabili, ma necessita, per contro, di essere stimolato spesso.

Il padre Antonio Royo Marin così li esemplifica riconoscendo: tra i sanguigni, San Pietro, Sant’Agostino, Santa Teresa d’Avila; tra i nervosi, San Giovanni Apostolo, San Bernardo di Chiaravalle, San Luigi Gonzaga, Santa Teresa di Lisieux, Pascal; tra i collerici, senz’altro San Paolo, San Girolamo, Sant’Ignazio di Lojola e San Francesco di Sales; tra i flemmatici San Tommaso d’Aquino (cf. in Teologia della perfezione cristiana, IV edizione, Ed. Paoline,Cinisello Balsamo 1987).

Nella modernità, sappiamo che il termine carattere si usa, sia per dare una cornice psicologica descrittiva all’insieme dei comportamenti e delle loro motivazioni , sia per delineare i tratti di personalità che caratterizzano ciascuno di noi come individuo unico e diverso da ogni altro, irriducibilmente.

Riporto di seguito una definizione:

« Complesso unitario e organizzato di forme di vita psichica, che dà un’impronta particolare al comportamento dell’individuo. Come tale il carattere è una struttura risultante da una costante interazione tra individuo e ambiente, ed è l’agente responsabile del fatto che la vita di un uomo ci appare naturalmente un’unità psicologica e non una mera sequenza di fatti »
(Fabio Metelli, Introduzione alla caratterologia moderna. Padova, Editrice Libraria Siciliana, 1951, p. 11)

 

e un’altra:

« Configurazione relativamente permanente di un individuo a cui ricondurre gli aspetti abituali e tipici del suo comportamento che appaiono tra loro integrati sia nel senso intrapsichico che in quello interpersonale »
(Umberto Galimberti, Carattere, in Psicologia. Milano, Garzanti, 1999, p. 170)

 

Vi sono oggi studiosi che preferiscono parlare di personalità, più che di carattere, per evitare eviterebbe valutazioni di ordine assiologico.

Il nostro Galimberti, infatti, afferma:

« Nella storia della psicologia il termine “carattere” [...] è stato preceduto dai termini temperamento e costituzione, dove sottesa era l’ipotesi di una dipendenza fisiologica dell’indole dai tratti somato-costituzionali. [...] Oggi al termine carattere si preferisce il termine personalità di volta in volta definito in base ai criteri adottati e perciò descrivibile in modo oggettivo »
(U. Galimberti, cit., p.170)

 

Un altro studioso, Enrico Cattonaro, non la pensa così:

« Abitualmente con il termine personalità ci si riferisce all’intera organizzazione mentale dell’essere umano in ciascuno stadio del suo sviluppo, mentre con il termine carattere si sottolinea piuttosto l’aspetto oggettivo della personalità, il suo manifestarsi concreto attraverso un tipico comportamento, un costante modo di reagire di fronte all’ambiente, per cui acquista rilievo particolare il lato affettivo e volitivo della personalità stessa. »
(Enrico Cattonaro,Enciclopedia filosofica vol.3. Milano, Bompiani, 2006, p. 1636)

 

Altri studiosi contemporanei, a partire da Wilhelm Dilthey, si sono cimentati con il tema, come Vittorio Benussi e Eduard Spranger, il quale propose una sua classificazione dei caratteri, base per i successivi studi dell’americano Gordon W. Allport.
Walter Ehrenstein propose una interessante suddivisione dei caratteri in tre tipi: a) globali, cioè sintetici, b) analitici e, c) misti.
Ognuna di queste categorie ha punti di forza e punti deboli, come tutte le classificazioni.
Ludwig Klages si dedicò a distinguere i caratteri tra due gruppi, il primo degli “istintivi”, e il secondo dei “razionali”, mentre Jung, nella sua ricchissima elaborazione preferì un altro tipo di dualismo, quello tra “introversi” e “estroversi” (significati noti a tutti), non trascurando una terza ipotesi, quella degli “amboversi”.

 

Ernst Kretschmer non trascurò riferimenti (di retaggio positivistico) alla costituzione corporea, distinguendo i caratteri in questo modo: a) ciclotimico, cioè euforico-depressivo (solitamente di costituzione picnica); b) schizotimico, rigido con tendenze autistiche (solitamente di costituzione leptosomica); c) atletico, calmo, tenace, ma anche emotivamente esplosivo (ovviamente di costituzione atletica).

Altri autori da ricordare sono: Philipp Lersch: per lui il carattere  il sostrato dinamico delle disposizioni naturali individuali.

Albert  Burloud ritenne che il carattere sia l’aspetto singolare della personalità individuale.

René Le Senne preferì distinguere tra carattere e personalità, dando al primo termine un significato di permanenza quasi congenita, e al secondo una dinamicità operante nel corso della vita: in altre parole la personalità si costruisce nel tempo sulle basi del carattere.

In questa rassegna asistematica, mi limito a ricordare ancora studiosi e ricercatori importantissimi, a cavallo tra filosofia e psicologia, come: Emanuel Mounier, Solomon Eliot Asch, Karl Jaspers, Sigmund Freud, Melanie Klein,  Alfred Adler, Wilhelm Reich e Ludwig Binswanger.

A tutto quanto sopra scritto, bisognerebbe aggiungere almeno un sintetico elenco di ipotesi neuro-scientifiche, che in questi ultimi decenni sono state formulate, spostando  spesso l’asse analitico da un piano essenzialmente filosofico-psicologico a un piano più biologistico e genetico. Vi sono dottrine che ritengono addirittura essere fortemente limitata la libertà deliberativa del soggetto umano, al punto da mettere in questione l’intera tematica del libero arbitrio e della responsabilità individuale. In altri momenti e luoghi ne ho parlato e ne tengo conto.

Che dire ancora: che il tema resta aperto da quasi tre millenni, e che chiunque abbia a che fare, per ragioni affettive, familiari, lavorative e, comunque, relazionali, deve tenere conto che ognuno di noi, al di là di ogni possibile classificazione, è e resta unico, irripetibile e irriducibilmente individuo.

Non aspettiamoci mai, perciò, che il nostro “altro” sia riconoscibile dal suo incasellamento caratteriale nell’una o nell’altra “scuola di pensiero”, perché il suo comportamento, in qualche modo e prima o poi, deborderà sempre da ogni categorizzazione, e richiederà ogni volta il nostro sforzo interpretativo, meglio se aiutato da una certa empatia, da un senso creaturale del limite e del proprio destino, di cui si è co-autori.

Una casa a forma di casa, l’erba e un po’ di vento tra le fronde, infine

una casaCari Pietro e Luigia,

vi chiamo per nome, ma siete il mio papà e la mia mamma. A chi se non a voi posso dire che -forse- dopo trent’anni torno a casa. Sono stato a lungo in un paese lontano, come il figliol prodigo dell’evangelista Luca, un paese lontano che era un appartamento al secondo piano di un condominio strano. Parallelepipedo con colonne, “Ville sospese” hanno avuto il coraggio di chiamarlo.

Negli interstizi del tempo sono stato anche via più lontano, in altri tre luoghi solitari e angusti, di cui uno di più.

Ora una casa a forma di casa, come quella che disegnano i bambini delle elementari, bianca, a due piani, con il cancello di ferro e l’erba da calpestare, mi aspetta. Un larice e altri alberi di cui conoscerò il nome.

Una casa a forma di casa, con un terrazzo dove leggere in pace, uno spazio per i libri e per il silenzio.

Una casa che dà su altri cortili, non in campagna e non nel centro, dove si arriva per una via senza uscita, senza traffico.

Una casa a forma di casa, costruita per bene cinquanta anni fa, con gli spazi delle nostre abitazioni dignitose e tranquille.

Una casa, finalmente, dove il vento tra le fronde ti ricorda la stagione che viene, e il picchiettare della pioggia.

Una casa che può anche accogliere la neve tutt’intorno, sogno di svegliarmi un mattino con la neve e restare incantato al silenzio del mondo.

Non faccio pronostici, non so quanto la vita che vivo sarà lunga, nulla so, mi basta sapere che, almeno per un po’, una casa a forma di casa sarà lì, anche per me, dove potrò spegnere la luce e ricordare la casa che ho visto da bambino in un altro paese più a sud, dove anche tu Pietro tornavi, e tu Luigia ti affaccendavi, la casa che dava sull’orto profondo, e il canale dove galleggiavano i ragnetti d’acqua, e trovavo le chioccioline sulla muraglia, e cercavo la gatta, e nominavo gli ortaggi. Bambino curioso del piccolo mondo cui si era schiusa la mia vita, al suo inizio.

Sembra un rapido sogno, un rapido voltolarsi del tempo come foglie d’autunno cadute, folate di freddo sotto il portone della casa di un tempo.

Quel tempo, il mio tempo, di cui sono geloso custode, che non interessa a nessuno.

Ora devo adattarmi alla quotidiana battaglia, che mi offre scenari diversi, incontri e dialoghi, comunicazioni buone e comunicazioni insensate cui devo dare senso, persone che vedo più volte alla settimana e che, se sparissero alla vista, non mi mancherebbero, al contrario!

Non mi mancherebbero, come invece mi è mancata la casa, per trent’anni. Se Dio vuole, in questa mia età che non so se dire matura o di più, o se lasciare senza aggettivi, la casa mi è venuta incontro, come un pensiero nascosto e taciuto, intimo e privato, cui finalmente si è data luce.

Una casa a forma di casa mi aspetta. Chissà, forse da lì potrò dire (o far scrivere un giorno) “E ora qui vi saluto/ torno alla mia casa, ai miei sogni./ Non pensate a me/ pensiamo insieme a tutta la terra.”

 

L’imperatore Claudio così parlò al Senato di Roma

Claudio imperatore…brano tratto da Tacito (Ann. XI, 24)

“I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine Sabina, fu contemporaneamente accolto nella cittadinanza romana e nel numero dei patrizi, mi esortano ad adottare i criteri da loro seguiti nel governo dello Stato, trasferendo qui quando si può avere di meglio, dovunque si trovi. Non ignoro infatti che i Giulii furono fatti venire da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo, e per lasciare da parte gli esempi antichi, furono chiamati a far parte del senato uomini provenienti dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia e, da ultimo, i confini dell’Italia stessa furono estesi sino alle Alpi, perché non solo i singoli individui, ma interi territori di popoli si congiungessero in un solo corpo sotto il nostro nome. All’interno si consolidò la pace e all’esterno si affermò la nostra potenza, quando si accolsero nella cittadinanza i Transpadani e l’insediamento delle nostre legioni in tutte le parti del mondo ci offrì l’occasione per incorporare nelle loro file i più forti dei provinciali e dare così nuovo vigore all’impero esausto. Ci rammarichiamo forse che siano passati tra noi i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonese? I loro discendenti vivono tuttora e dimostrano di non amare certo meno di noi la nostra patria. Per quale altra ragione decaddero Sparta e Atene, pur così potenti sul piano militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri? Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici. Su di noi hanno regnato re stranierie la concessione di magistrature a figli di liberti e non è una novità dei nostri giorni, come alcuni credono erroneamente, ma una pratica seguita dai nostri antichi (…), o senatori, tutto quello che oggi si crede antichissimo, un tempo fu nuovo: le magistrature prima riservate ai patrizi passarono ai plebei e dai plebei ai Latini e infine agli altri popoli d’Italia. Anche questo provvedimento diverrà un giorno antico e ciò che oggi noi sosteniamo con esempi precedenti sarà anch’esso annoverato tra i modelli.”

L’imperatore Claudio non è passato alla storia come uno dei capi romani più brillanti, tant’è che Augusto temeva per la sua debolezza e il suo futuro, come si evince dalle lettere che scambiava in famiglia. In ogni caso Roma era una realtà tale da far sì che comunque emergessero posizioni e considerazioni civilissime e aperte come quelle sopra riportate.

Un altro elemento per dissentire fermamente dalla fin troppo celebrata Simone Weil che paragonava lo stato nazista all’Impero romano, con un’arbitraria e ingenerosa approssimazione.

Legga le parole di Claudio chi ritiene alcuni popoli o culture superiori alle altre. Le leggano i fanatici, i razzisti naturali e quelli “di ritorno”, le leggano i violenti e i semplificatori concettuali, le leggano coloro che si informano a senso unico.

Leggano la lezione di Claudio, con un po’ di umiltà e di disposizione d’animo a comprendere la complessità delle cose umane e del mondo.

Il valore della vita umana

inizioPer parlare di questo argomento, dovremmo partire da lontano: dal valore della vita, e quindi della natura e del mondo universalmente conosciuto.

Non possiamo farlo, ma possiamo riconoscere un percorso lungo e complesso che ha portato l’uomo a dare un valore speciale agli organismi viventi, agli animali e, in modo diverso, a quell’animale autocosciente che è l’uomo stesso. I Libri delle grandi tradizioni religiose e filosofiche, sia orientali, sia occidentali, hanno raffigurato l’essere umano come vertice del “creato” o del mondo.

Progressivamente il valore della vita di quest’essere è assurto a importanza sempre più significativa. In occidente specialmente: sulle tracce della grande tradizione filosofica greca e del messaggio cristiano, il valore della vita umana è diventato un criterio rilevantissimo, sia sotto il profilo etico, sia sotto il profilo giuridico.

La sua tutela ha acquisito un ordine di priorità su ogni altro, anche se guerre, violenze degli uni sugli altri, omicidi e pratica della pena di morte sono tutt’ora presenti sullo scenario del mondo.

Lo studioso americano Steven Pinker, nel suo recente volume  Il declino della violenza (Ed. Mondadori 2013), dopo un’accuratissima disamina statistica sulla storia della violenza, espone una tesi che può apparire sorprendente a noi che veniamo dal XX secolo, il secolo delle grandi guerre, delle stragi e dei genocidi, una tesi secondo la quale la violenza  stessa sarebbe in declino, rispetto ad epoche passate, almeno in cifre relative di morti ammazzati con riferimento agli abitanti del pianeta.

D’altra parte, se noi italiani confrontiamo i dati relativi alle persone morte per a) incidenti stradali, b) sul lavoro e per c) omicidi volontari del 1980 con quelli del 2013 troviamo (forse per molti stranamente) un declino drastico, che vediamo qui di seguito: a) 12.000 vs. 3.500 (con 4 milioni di veicoli circolanti in più); b) 2.000 circa vs. 600 (con 2 milioni di lavoratori in più, nonostante la crisi), c) 2.000 circa vs. 550.  Eppure, sembrerebbe il contrario: il fenomeno si può spiegare con la pervasività quasi omnipotente della mediatizzazione istantanea e successiva enfatizzazione (vedi i talk show ossessivamente ripetitivi sugli omicidi, sugli idiotamente cosiddetti “femminicidi”, il cui numero percentuale è sempre di un quarto sul numero complessivo, etc.) della notizia, che è cresciuta geometricamente negli ultimi trent’anni. Le persone meno avvedute, informate, o dotate di soglia critica più bassa, ritengono erroneamente che le cose siano proprio al contrario.

Vi è poi un fenomeno che interpella nel profondo la nozione, l’accezione, e perfino la cognizione del valore della vita umana, che è il terrorismo. Qui non intendo (non ci riuscirei) fare una disamina generale sul fenomeno del terrorismo (neppure come parafrasi di Wikipedia), perché uno fu il terrorismo dei circoncellioni cristiani dei primi secoli o degli ashasin musulmani del Medioevo, altro il terrorismo anarchico dell’Ottocento, o il terrorismo insito nell’azione dei GAP a via Rasella Roma nel 1944 (con la conseguenza delle Fosse Ardeatine), diverso ancora quello di Begin in Israele negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, e ancora differente quello dei movimenti rossi e neri degli ultimi quarant’anni. Da ultimo, di ulteriore tipologia è il terrorismo degli shahid musulmani e quest’ultimo dell’IS, di cui parleremo più sotto.

Vi sono stati terrorismi inseriti in abbastanza ampi movimenti di popolo (quello israeliano, o quello irlandese o basco, ad esempio, come braccia armate di forze politiche), e altri, come quello della Röte Armee Fraction o delle Brigate Rosse, sostanzialmente elitari e isolati dalle masse popolari, che si illudevano di rappresentare.

In queste tremende attività dell’uomo vi è però un comune denominatore: l’abbattimento o il misconoscimento del valore della vita del singolo essere umano, ridotto a mero simbolo, e reso anonimo dal fatto di essere diventato solo l’oggetto (reificazione della persona umana) di un messaggio che prescinde da ogni giudizio di valore del simbolo stesso (ricordo che il termine simbolo significa un qualcosa/ concetto che rinvia ad altro, legandoli strettamente).

E allora si spiegano (nel senso che si dà una crudelissima ragione) le decapitazioni mediatizzate di queste settimane in capo alla regione siriano-irakena e oggi anche all’Africa settentrionale.

Ho detto “si spiegano”, ma certamente non si com-prendono e tanto meno si giustificano.

In questi ultimi frangenti della storia sta accadendo qualcosa che interpella in modo affatto nuovo e profondamente, su diversi piani di analisi: quello antropologico, quello socio-culturale, quello etico, quello politico, quello economico e quello militare. I fatti legati alla guerra interetnica, interreligiosa, economica e militare in corso nel Vicino Oriente (non nel Medio Oriente come dicono i mass media).

A fronte dei fatti evidenziati dalle tragiche notizie quotidiane bisogna fare qualcosa e qualcosa si sta facendo, di fortemente orientato sul piano militare. Si risponde in modo tradizionale a una guerra asimmetrica spiazzante e dolorosa, nei suoi risvolti umani.

Ma si deve fare di più, molto di più: lì sono venuti al pettine nodi irrisolti del secolo scorso, legati al colonialismo (si vedano i confini geometrici tracciati dagli Inglesi per l’Irak), nodi impliciti all’Islam stesso (sunnismo, sciismo) e retaggi del recente passato di regimi autoritari laici legati al baathismo e così via, spazzati via dalle ormai tragiche “primavere”.

La reazione militare è legittima e opportuna, ma non basta: guai infatti a generalizzare in una condanna indiscriminata una storia (quella dell’Islam) di 1400 anni, una storia piena di pagine luminosissime di umanità e cultura, un miliardo e passa di esseri umani, che spesso sono vittime degli stessi satrapi del petrolio o del kalashnikov, molte buone o ottime intenzioni di molti, in quel mondo.

Il punto del dialogo concentra l’attenzione su tutte le dimensioni e cause originanti il conflitto. Se l’antico detto latino primum vivere, deinde philosophari è ancora valido, all’opzione militare ferma e vittoriosa, deve seguire il philosophari sulla vita umana, sulle risorse disponibili e su come distribuirle con giustizia sulla nostra piccola e bellissima Terra.

Del vero e del falso

Karl PopperSul vero e sul falso l’uomo si è interrogato da sempre (un “sempre” inteso con le pinze del buon senso e della documentazione disponibile sull’evoluzione cognitiva del primate umano).

Gli scolastici (Tommaso, Bonaventura, etc.) affermavano che la scienza stessa (intesa come epistème, cioè sapere strutturato concernente tutte le realtà naturali e umane) altro non è che una “conoscenza certa (oggettivamente) ed evidente (soggettivamente) in base al suo perché proprio, adeguato e prossimo“.

La verità è stata solitamente distinta dalla certezza come l’oggettivo dal soggettivo.  Nella storia del pensiero occidentale la ricerca della verità è appartenuta alla filosofia come meta-sapere, almeno fino alla rivoluzione cartesiano-galileiana, che ne ha segnato una separazione sempre più netta dalle scienze sperimentali, improntate al try and error. La verità intesa come rappresentazione dell’essere-delle-cose è stata allora messa in discussione, dal cogito di Descartes (penso, dunque sono, e ciò che ne segue) e fino a Kant che ammette e dà plausibilità alla sola conoscenza della verità fenomenica: “il mondo e la realtà delle cose sono meramente  ciò che mi appare, perché  ciò che è in sé è inconoscibile” (noùmeno). Hegel ne propose poi una versione radicale con la fusione della realtà come verità di ciò che può venire pensato (soggettivismo idealista).

Nel secolo scorso pensatori come Theodor W. Adorno, su un versante più freudiano-marxiano (cf. in Minima Moralia) e Karl Popper hanno approfondito i tema della verità e della sua falsificazione, riprendendo l’antico asserto socratico del “sapere di non sapere”. Se Adorno, sulle tracce del pensiero ideal-marxiano e psicanalitico conservava una sorta di allure ottimistica circa le possibilità del soggetto di pensare la verità, Popper, neo-socratico faceva due affermazioni radicali: a) “Noi umani sappiamo una quantità di cose che ci consentono una profonda penetrazione teorica e una sorprendentemente elevata comprensione del mondo” e, di contro, dialetticamente,  b) “la nostra ignoranza è illimitata e tale da toglierci ogni illusione“.

Che voleva dire? Più o meno ciò che anch’io (chi mi conosce lo sa) ripeto spesso: che la conoscenza e la ricerca della verità sono un’opera infinita (senza fine), poiché mentre conosco ciò che scopro della natura delle cose e dell’uomo stesso, colgo l’abisso di non conoscenza seguente, che appare progressivamente mentre conosco quel poco di accessibile della verità delle cose. Quanto e come posso sbagliarmi sempre! Come la realtà non è matematizzabile! Non posso mai dire che un essere umano è per il 20% negativo e per l’80% positivo, o viceversa, come qualcuno erroneamente pensa. Vi è sempre qualcosa o molto che sfugge, stando nel non-detto, nell’abilità dissimulatoria, nel progredire evolutivo delle cose. Ancora Popper “a ogni passo in avanti che facciamo, a ogni problema che risolviamo, non scopriamo solo problemi nuovi e insoluti, ma scopriamo che anche là dove pensavamo di trovarci su un terreno stabile e sicuro, in realtà tutto è incerto e precario“.

O, come dice il mio caro collega di Phronesis Stefano Zampieri da Venezia: “noi possiamo accedere  intellettualmente solo a delle verità locali”.

La ricerca della verità -dunque- non ha mai fine. Se Adorno affermava che “il tutto è falso“, Popper potrebbe suggerire di sostituire il termine “falso” con “falsificabile“, per lasciare una traccia generosa all’evoluzione positiva del pensiero umano (lobi prefrontali, cf. in Steven Pinker).

Se invece ci accostiamo alla dimensione teologica cristiana (con una epistemologia completamente diversa), in Giovanni (Evangelo 14, 6) troviamo l’affermazione gesuana “Io sono la via, la verità e la vita“, per cui rinvio a un mio testo di prossima pubblicazione (L’eros come struttura ermeneutica per la comprensione del senso).

Ma, al di là di questo, accontentiamoci di comprendere umilmente l’infinita varietà delle cose, con la nostra mente limitata, e pur capace di gioire per la conoscenza e per la sua condivisione con i nostri simili attuali e con chi verrà dopo di noi, noi andati via.

percorsi

in cammino

in camminoGloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus. cogliendo nella giornata incerta di settembre, penultimo giorno dell’estate, lo sguardo della montagna.

In cammino.

Mentre nel mondo accadono gli obbrobri e in Italia le facezie, noi saliamo.

Mentre nel Vicino Oriente, tra petrolio e religione, si ammazzano esseri umani, e in Italia vecchie idee rallentano il cammino, noi cerchiamo oltre le nuvole.

Mentre la debolezza prende le persone in basso, noi siam preda da libido locutoria: parliamo accompagnando i passi, e Alberto di salite leggendarie lungo la parete di Nord-Ovest del Civetta, lui stesso valente rocciatore.

Mentre i tg son pieni della noia dei partiti, dove figure ammorbano deliri di stantio, noi parliamo di Piussi e di Cassin, di Tissi e Emilio Comici, eroi di storie silenziose delle pareti immense; sui giornali imperversano le facce dei bersanicamussocofferatibindicivativendolacivatisalvinigasparriecasaleggio (chi son costoro?). Dormo in ispirito.

Torre TriesteSi sale si sale con il ritmo suggerito dal cuore e dai polmoni, nell’aria di fine estate, già fresca. E i conversari si fanno e si perdono nel silenzio, distanti dal mondo polemico e dal mondo della guerra, distanti dai conflitti interiori, vòlti alle altissime cime silenti, alle nuvole mobili che salgono dalla valle e si perdono negli anfratti profondi delle gole.

Al Rifugio il ristoro e lo sguardo al profondo abisso che precipita fino all’occhio verde del lago. Tant’anni fa vidi l’abisso dalla cima del monte, duemila metri più sotto, oggi solo mille. Ma bastano. Tempo è passato e tempo viene nella discesa, quando si incontra l’agnello bianco che scompare tra i mughi.

Si scende in silenzio dopo tante parole scambiate senza tema di secondi fini, dietrologie, convenienze, per pura amicale continguità nella fatica.

Il tempo si è mostrato in tutta la sua misteriosa dimensione, talora dilatandosi talaltra diventando puntiforme, come in un annichilamento. Nihil est in intellectu quod non sit in sensu, scrivevano gli scolastici medievali. Esseri umani unitari in mente-corpo, come insegna l’antico apologo di Menenio Agrippa, che tutti gli arrivisti invidiosi dovrebbero rimeditare, o meditare ab initio, se non l’hanno mai fatto, come son portato a pensare.

Agli ultimi tornanti si incontra il torrente, lo scroscio d’acque bianco-turchesi, e infine un ristoro nel lindo paese montano, dove risuona un richiamo da decenni addietro: “Renato, sei tu?” Il batterista e il chitarrista di un’altra vita.

Il kairòs è l’unico tempo vero.

Della per-malosità

vanitopermalosoChi è il permaloso? Sono io permaloso? Se lo sono, quanto sono permaloso? Se qualcuno mi fa sentire permaloso, dimentico o conservo un sordo rancore permaloso? Se dimentico, in fondo non sono permaloso, ma se non mi passa sono permaloso.

Caro lettore, tu sei permaloso? Io un poco sì, ma mi passa subito, e quindi, in fondo, non sono permaloso. Conosci qualche permaloso? Gli sei amico o esiti ad esserlo? E’ possibile essere amici di un permaloso?

Domande fatte in un seminario di consulenza filosofica, domande che ho fatto anche a un mio ospite in consulenza, capace di confidarmi di essere molto permaloso. Con lui ho esaminato le caratteristiche della permalosità, anche parlando di Woody Allen:

“Mio nonno era così permaloso che sulla tomba ha fatto scrivere: «che c. guardi?!» (Woody Allen)

Da ragazzo mi pare fossi quasi un permaloso D.O.C. Che significa in italiano “permaloso”? Vediamo: “Detto di persona facile a offendersi, che, per eccessivo amor proprio, si risente e s’indispettisce di atti e parole che altri non considererebbero offensivi”.

E mi arrabbiavo, mi arrabbiavo, perché mi sembrava talora che mi si fosse rivolta un’ingiuria, anche se era solo una frase leggera. Che stupido che ero. A volte mi veniva voglia di vendicarmi, figurati! E di cosa? Conosco qualche permaloso che anche a cinquant’anni conserva il retro-pensiero della vendetta, per far patire all’ignaro offensore asperrime pene. Se questi conserva un minimo di umiltà e mi chiede consiglio, di solito gli rispondo che è un problema di autostima.

Ebbene sì, neppure lui è così impeccabile, perfettino, ammodo, che non sbaglia mai, e via così dicendo.

L’umiltà vera, non quella sbandierata come falsa modestia, è l’unico antidoto intelligente alla permalosità, che è una malattia dell’anima non proprio banale.

 

Sul Filo di Sofia