Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tragedie ed ebetudini umane, cioè animali in qualche modo responsabili

StacchioCaro lettor serale,

Giulio Regeni da Fiumicello è stato ucciso da qualche bestia umana al Cairo, o comunque è rimasto vittima di una confusione sociale che continua. Altro non dico, perché non serve.

Un “marito” a Pozzuoli cerca di bruciare sua moglie, perché troppo bella. Siamo di fronte a uno che definire cerebroleso è un eufemismo. Si tratta di cercare il confine tra volontarietà responsabile e gradi di stupidità e crudeltà ferina sconcertanti.

Altri mariti scannano mogli e figli, (mi) viene da vomitare, scusami…

Sento per radio che un ladro, entrato nel cortile di una casa privata a Bergamo, morso dal dobermann del proprietario, ha denunziato quest’ultimo chiedendo un risarcimento… Siamo alla paralisi mentale. Questi, per cercare un risarcimento si è addirittura autodenunciato, sapendo che rischia pochissimo sul piano penale, forse solo violazione di domicilio. In Italia abbiamo una strana cultura giuridica, che oscilla tra l’iper-garantismo e la sordità più totale verso chi sarebbe giusto ascoltare, per vedere se è sulla via della “redenzione” morale. Vi sono carcerati da trenta anni e oltre letteralmente dimenticati dall’Amministrazione penale.

Ermes Mattielli è morto qualche settimana fa. Lo ricordiamo no? 62enne, recentemente condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione e al risarcimento di 135mila euro per il “tentato omicidio” (gli ha sparato) di due rom che stavano rubando a casa sua, è morto all’ospedale Alto Vicentino, dopo esser stato colpito da un attacco cardiaco. Crepacuore, si diceva una volta. Che vergogna.

Invece Graziano Stacchio, benzinaio che aveva sparato a un ladro uccidendolo, sarà prosciolto dalla Procura di Venezia. Alla buon’ora!

Episodi diversi, ma che dicono molto del mondo in cui viviamo. Verrebbe quasi da dar ragione a chi pensa che stiamo vivendo un periodo apocalittico, cioè rivelativo di un male-essere profondo, in qualche modo strano, quasi incomprensibile. Sembrerebbe demoniaco. Pare quasi che la stupidità e la cattiveria, intesa come protervia, stiano andando a braccetto, aiutandosi a vicenda. O è solo l’effetto del bombardamento mediatico, nel quale è difficile sceverare con equilibrio qualcosa di sensato nell’insensatezza degli eventi?

Episodi quasi racconti della serie “Fargo”, prodotta dai fratelli Coen.

E invece son reali, veri. Umanità bestiale o bestialità umana, ebetudine, follia.

Ma nel frattempo, continua, silenziosa, un’opera immensa di solidarietà e sollecitudine di moltissimi sconosciuti esseri umani verso altri esseri umani.

Spes contra spem, dicere potest.

Brandon Jones

brandon jones73 anni, da 36 in carcere, condannato a morte per omicidio, è stato ucciso ai primi di febbraio nel penitenziario di Jackson in Georgia (USA), con un’iniezione letale. Nell’America di Obama. A nulla sono valsi gli ultimi appelli dei suoi avvocati, perché la macchina della morte burocraticamente assistita ha compiuto il suo ultimo atto.

Jones ha sempre sostenuto di non aver commesso l’omicidio e nonostante ciò…

La grande democrazia americana lavora anche così, approssimativamente. Sappiamo che molti innocenti subiscono condanne, così come ci sono molti colpevoli in libertà. Dovrebbe valere sempre il principio di cautela che porta a far preferire un colpevole in libertà piuttosto che un innocente punito per colpe non commesse. Nel caso della pena di morte, dopo la sua esecuzione, nulla è più rimediabile.

Torna dunque in questione il tema della pena di morte, e della sua assurdità, immoralità e perfino inefficacia. Sappiamo infatti che dove vige, ciò non contribuisce a ridurre i reati, non è un vero deterrente. Basti pensare alla Cina, all’Iran, all’Arabia Saudita, o agli stessi USA.

Certo è che di fronte a certi atti di ferocia belluina, viene a volte da pensare che servirebbe, anzi, che certi delitti andrebbero puniti seduta stante, alla Tex Willer. Non ho dubbi che se dovessi essere coinvolto in un caso estremo, Dio non voglia, non esiterei a comminarla e a eseguirla personalmente, anche per vendetta.

Tuttavia, in generale, mi soffermerei sulla sua assurdità e immoralità.

Assurdità: nel caso che l’ordinamento penale lo preveda, come fu anche in Italia fino al 1947, lo stato si comporta come il reo condannato, uccide, certamente con tutti i crismi del diritto positivo consolidato, ma si arroga la potestà sovrana sulla vita del cittadino, che in democrazia non è più un suddito come pensava Luigi XIV o anche il generale Cadorna, noto fucilatore di contadini e operai in divisa.

Immoralità: sotto il profilo etico la pena di morte non si giustifica con il ristabilimento della giustizia, mediante l’espiazione di una pena suprema, perché con la morte del condannato, sia pure reo confesso, non si riporta in vita la sua vittima. Vale la pena togliere ancora una vita se le cose stanno così?

Mi pare di no. Piuttosto ciò che manca un po’ ovunque, anche nella civile e nobile Patria nostra è la certezza della pena e l’applicazione della stessa con rigore e volontà di recupero morale ed esistenziale di chi ha commesso atti anche gravissimi. Ancora inattuato è l’articolo 27 della Costituzione e gran parte del Codice penitenziario (1975).

La pena di morte è stata anche abolita in diverse occasioni, nella repubblica di San Marino prima del 1500, nel Granducato di Toscana nel 1786 e nel Regno d’Italia (codice Zanardelli 1889), poi qui ripristinata dal Codice Rocco nel 1930, e definitivamente abolita nel 1948.

Anche nell’Antichità qualcuno la riteneva non necessaria, come Seneca…

« Ma i costumi dei cittadini si correggono maggiormente con la moderazione delle punizioni: il gran numero di delinquenti, infatti, crea l’abitudine di delinquere, e il marchio della pena risulta meno grave quando è attenuato dalla moltitudine delle condanne, e il rigore, quando è troppo frequente, perde la sua principale virtù curativa, che è quella di ispirare rispetto. »
(De clementia, III, 20, 2)
« Nello Stato in cui gli uomini vengono puniti raramente, si instaura una sorta di cospirazione a favore della moralità, della quale ci si prende cura come per un bene pubblico. I cittadini si considerino privi di colpe e lo saranno; e si adireranno maggiormente con quelli che si allontaneranno dalla rettitudine comune, se vedranno che sono pochi. È pericoloso, credimi, mostrare ai cittadini quanto più numerosi siano i cattivi. »
(De clementia, III 21, 2)

Sant’Agostino, per primo tra i pensatori cristiani, pur talvolta ammettendola, condanna esplicitamene la pena di morte, come si legge nella lettera 153 dell’epistolario. Lì “Agostino risponde a Macedonio, un luogotenente imperiale che lamentava la continua intercessione dei vescovi africani per impedire le esecuzioni capitali. Agostino risponde che risparmiare i colpevoli non è affatto un segno di approvazione verso la colpa. Al contrario, il disprezzo per la colpa non può essere disgiunto dall’amore per la creatura umana che l’ha commessa.” (dal web)

« Quanto più ci dispiace il peccato, tanto più desideriamo che il peccatore non muoia senza essersi emendato. È facile ed è anche inclinazione naturale odiare i malvagi perché sono tali, ma è raro e consono al sentimento religioso amarli perché sono persone umane, in modo da biasimare la colpa e nello stesso tempo riconoscere la bontà della natura; allora l’odio per la colpa sarà più ragionevole poiché è proprio essa a macchiare la natura che si ama »
(Agostino, Lettera 153)

Agostino cita diversi passi evangelici che invitano al perdono. Per lui la condanna della pena di morte ha a che fare con la dottrina della grazia indebita e predestinata, poiché se la salvezza dipende solo dall’intervento imperscrutabile della divina grazia stessa, inconoscibile agli uomini, è inammissibile da parte degli uomini infliggere condanne definitive.

« Ma pensi tu, forse, o uomo, che condanni chi fa tali azioni e poi le fai tu stesso, di sfuggire alla condanna di Dio? Ti burli forse dell’immensa bontà, pazienza e tolleranza di Lui? Ignori forse che la pazienza di Dio t’invita al pentimento? Tu invece con la tua durezza di cuore impenitente ti ammassi sul capo un cumulo di punizioni per il giorno della collera e del giudizio finale, in cui Dio, rendendo pubblico il Suo verdetto, darà a ciascuno secondo quel che avrà fatto in vita »
(Agostino, Lettera 153)

Tommaso d’Aquino, invece, la ammetteva, ma da applicare con moderazione, come extrema ratio, usando la metafora dell’organo canceroso che è da asportare chirurgicamente.

Nel 1764, con la pubblicazione del trattatello Dei delitti e delle pene Cesare Beccaria avviò una profonda riflessione filosofica sul sistema penale vigente. Nel capitolo XXVIII Beccaria si espresse chiaramente contro la pena di morte, sostenendo che lo Stato, per punire un delitto, ne commetterebbe uno a sua volta:

« Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. »

Tuttavia, la condanna di Beccaria verso la pena di morte, pur nella sua portata storicamente innovativa, non era espressa in termini assoluti : essa è necessaria, ma non giusta, in quanto ” infrazione (come scrisse Piero Calamandrei) della legge morale per la quale l’uomo , anche nei confronti dello stato , è sempre non mezzo, ma fine”. (dal web)

Non dico di più.

Trasumanar e organizzar

HeydrichCito nel titolo il nostro Pier Paolo per dire di un continuum totalmente umano: il superamento costante dello stato esistente e la insopprimibile esigenza organizzativa, che ha l’uomo.

Il verbo “trasumanar” nel linguaggio classico della “scolastica” sarebbe forse stato “autotrascendersi” e in quello nietzscheano   “diventare se stessi”, mentre l’organizzazione rinvia a organo, organismo, cioè a una operatività razionale ed “economica”.

L’uomo cerca sempre di superarsi e di migliorare le proprie performance, ma a volte in maniera strana e incomprensibile, se non si tiene conto della sua complessità talora caotica, quantomeno nella percezione altrui.

Non so se nella storia umana questo processo di crescita sia stato prevalente, visto che i lobi pre-frontali sembrano aver progredito molto poco in centinaia di migliaia di anni, ma è certo che questo trasumanar e organizzar, a volte si è manifestato sul versante di una crudeltà ferina.

Mi viene in mente la “Conferenza di Wannsee”, a Berlino, dove si decise lo sterminio degli Ebrei. Lì, in quel 20 gennaio del ’42, Reinhard Heydrich (di formazione cattolica e fanatico obersturmbannführer delle SS), insieme con Heinrich Müller, comandante della Gestapo e Adolf Eichmann, progettarono tempi, modi e logistica della Shoah.

Si dovevano evitare le fucilazioni di donne e bambini ebrei, perché troppo stressanti anche per le SS, e quindi si decise per l’uso dei gas, oltre allo sfruttamento bestiale al freddo, e con poche calorie a disposizione, per far fare alla natura il suo corso sui poveri esseri destinati a morire! Nel burocratico linguaggio del testo finale, sembra si stia decidendo una sorta di politica industriale, non di uccidere 11 milioni di Ebrei, visto il fallimento del progetto di deportazione in Madagascar.

Che tipo di “trasumanamento” è stata Wannsee e ciò che ne è seguito? Certamente organizzato, come spiegano gli atti del processo di Tel Aviv a Eichmann nel 1961. Gli eleganti ufficiali nazisti, spesso laureati e suonatori di pianoforte, scesero negli inferi dell’umanità, pianificando, organizzando ed eseguendo i loro compiti con precisione professionale. Ciò che Hannah Arendt avrebbe definito come “banalità del male”, di cui nei tempi che viviamo abbiamo esempi devastanti.

Un “trasumanamento” è anche quello degli eroi che muoiono per l’altro, infiniti eroi del quotidiano, mamme e papà, uomini e donne, medici e lavoratori, preti e suore, atei e credenti. Il trasumanamento che permette a questa disgraziata generazione umana di andare avanti.

Procrastinare o accelerare

mente-meditazione-procrastinare-rimandareC’è uno studio del professor Adam Grant, docente di management e psicologia all’istituto “Wharton School” dell’Università della Pennsylvania, sul tema della velocità o meno delle decisioni e delle conseguenti azioni, recensito sul Sole24 Ore del 29 gennaio scorso.

In generale si pensa che procrastinare le decisioni e quindi l’agire stesso sia negativo, ma la ricerca mostra che non è proprio così, e poi vedremo se questa idea è proprio originale o meno.

Il professor Grant spiega che più dell’80% degli studenti della Pennsylvania rinvia esami e tesi, ottenendo però risultati sempre migliori di coloro che si affrettano a “chiudere”. Ciò lo porta a sostenere che il periodo di dubbio e di attesa permette ripensamenti creativi evitando semplificazioni e sintesi prive di una congrua fase analitica (cf.  dell’autore Più dai più hai, Sperling&Kupfer).

In altre parole, valutando i comportamenti di chi tende ad accelerare e di chi tende a procrastinare, il ricercatore pensa che le persone siano individuabili in tre categorie: a) i givers, cioè coloro che danno (procrastinatori), b) i matchers, cioè coloro che puntano a pareggiare i conti tra dare e ricevere, e c) i takers,  cioè coloro che prendono, solamente (veloci).

Secondo lui questi ultimi sono quelli che, micragnosamente, alla fine creano di meno, perché non sono generosi né con se stessi né con gli altri.

Ora vediamo se la scoperta di Grant è proprio originale, e qui constato (ennesima conferma!) che gli studiosi americani non hanno conoscenza dei classici, cioè di tutto l’immenso sapere antropologico sviluppatosi in Europa dall’antica Grecia, a Roma, al Medioevo luminoso di Tommaso d’Aquino. proprio quest’ultimo potrebbe spiegare al professor Grant che prima dell’agire (actio), occorre la cogitatio (riflessione), la consideratio (la valutazione), il consilium (l’approfondimento), la deliberatio (la scelta) e infine l’azione, pensata come conclusione dell’attività mentale e inizio di quella pratica. Ogni processo creativo richiede studio e applicazione, come ben sapevano i nostri grandi artisti rinascimentali, sulle tracce di Fidia e di Prassitele.

Si può dunque vedere come il procrastinare razionale altro non sia che il flusso ordinato del pensiero logico argomentante e riflettente, che non sopporta le semplificazioni, né le sintesi prive di analisi, e a volte si corrobora con i paragoni (analogia) e con il dialogo.

Caro Grant, magari Tommaso dei conti d’Aquino c’era arrivato  un po’ prima senza pubblicare su Science. Buona fortuna a lei e anche ai giovani studenti, soprattutto a quelli che mi son vicini.

El cielo no tiene frontera

el_cieloTorno sui mie passi ancora, del sentiero. Lo percorsi un tempo verso Luico e ora mi piacerebbe andare al monte San Martino e a Polava. In cima al costone orientale vedo Oznebrida, di cui scrissi, del nome musicale, come suono dei boschi profondi circostanti.

Il cippo è a Topolove, a est, nord, ovest, sud, la scritta grida al viandante di infinite strade, senza confini, di itinerari sconosciuti e senza mete, di percorsi d’aquila e pensieri, lenti e rapidi come il taglement quantistico.

La stagione dormiente accoglie i sensi e li ristora, rari uccelli, una foschia avvolge il mondo del suo velo. Come per incantamento il tempo è fermo, mentre le storie si raccontano, e di aviti luoghi narrano, e di volti cari mai perduti.

E ora mi avvolge la musica dei giorni e i volti conosciuti dell’eterno femminino e dell’eterno, movimento del tempo e delle sfere, matematica dei mondi, scorci di mistero, un vedere-non vedere la luce che attende, pianeti gemelli azzurri nell’infinito dello spazio-tempo.

E cammino cammino per il sentiero frusciante, mentre tutt’intorno silenti pini neri guatano e passi furtivi sento, stelle cadenti oltre la collina iscurita dal crepuscolo, e vo avanti ancora aspettando lo scroscio della lontana Acqua Scura, la Crna Voda, e lo sguardo infinito della krivapeta delle valli, bellissima.

E torno e cammino da sempre ai confini del tempo e delle lingue antiche, ascoltate fin da piccolo, della piccola Europa, figlia di genti venute dall’Indostan e dalla taigà siberiana, dove il vento e la tigre sono spirito e tuono, o anima e respiro.

Sono lì e non sono, per sempre in attesa del mio ritorno, destinato ad aspettare le campane di San Martino, nunzianti l’Ave Maria della sera.

Sono e sarò come viandante a guatare il volo dell’aquila, che amo fin dai confini della mia coscienza, luce che si accende e vola via, pioggia che calma viene a bagnare i volti, saette del temporale, e vento ruggente tra i declivi.

Vedo me bimbo per mano e altri bimbi che lavorano con i grandi nei boschi di ripa, volti indistinti e odori di vecchie canzoni, musica di parole e richiami secchi e lontani. Non posso sapere se è sogno o sonno, se è passato o deve ancora venire, caro lettore, dal viso sconosciuto e amabile.

Nenie dolcemente incomprensibili mi cullano, ancora bambino, o sempre. Vie oscure e ombrose mi attendono e slarghi, radure piene di sole, alberi in fuga nella corsa, mentre attendo anch’io come una parola che resta, come un pianoforte nella notte.

Attendo quello che deve arrivare e anche quello che non arriverà mai, filo d’erba nella bufera. Cicatrice e strada senza fine.

La maleducazione dei media e la dabbenaggine (coglioneria) di chi ha coperto le pudenda dei nudi romani per la visita di Rohani

romaLa maleducazione è molto diffusa, per strada e sul web, per radio e in televisione. Non che sia necessario (anzi sì) leggere Il galateo di monsignor Giovanni Della Casa, perché basterebbe solo il buon senso e il buon gusto di mia nonna Caterina, per ovviare a questo andazzo.

La maleducazione alligna per strada a causa di chi butta cicche per terra, lattine e bottiglie di plastica dalla macchina in corsa, lascia immondizie nei fossi e sui cigli delle strade, incivilmente…

sul web e sui social dove spesso si scatena ogni sorta di nequizie comunicative, insulti, attività di stalking

per radio dove conduttori senza freni inibitori usano spesso linguaggi ed espressioni inaccettabili, come Cruciani de La zanzara: nel suo caso un conto è andare al sodo, sfrondare gli arizigogoli dei telefonatori, stoppare i complimenti e le melensaggini espressive, e questo lo fa benissimo, e un conto è usare il turpiloquio come metodo per contrastare chi avversa le sue opinioni, con un particolare gusto per i temi sessuali o giù di lì. Io che pur tendo al politicamente scorretto, non riporterei mai su questo mio sito la lettera di molte sue espressioni, che in qualche caso, come ieri sera nel dialogo con Oliviero Toscani, rasentano la diffamazione (Toscani, nel caso, ancora peggiore del suo ospite)…

in televisione la maleducazione è nei conduttori, che non permettono di completare un ragionamento (tipo Floris), che parlano sopra, oppure offrono al ludibrio degli spettatori incauti imbecilli (tipo la De Filippi)…

la coglionaggine è in chi ha messo le mutande ai nudi dei Musei Capitolini, per non “offendere” Assan Rohani, presidente persiano: una cappella sull’altra perché, quasi per scusarsi dei nudi, qualcuno (coglionissimo/ a) ha pensato di coprirli supponendo che l’insigne ayattolah non fosse in grado di comprendere la valenza di un’estetica classica greco-latina, mentre a casa sua ha le statue di Persepoli, testimonianza altrettanto augusta e molto più antica di quella mediterranea. Ora nessuno sa niente, né Renzi né Franceschini: tutta colpa dell’insigne burocretina di Palazzo Chigi, pare. Una sorta di superbia al contrario, come quella di chi pensa “siccome io penso che tu ti offenderai per questo, ti anticipo e risolvo il problema“. E di ignoranza crassa, inammissibile in chi occupa alti scranni burocratici.

Opere di misericordia

il padre buonoCaro lettor del sabato.

nella Bibbia la misericordia, hesed, è una delle caratteristiche di Dio, cui la si chiede, e Gesù di Nazaret la rinforza, basta leggere la preghiera da lui insegnata, il Padre nostro (Matteo 6, 9-13),

Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖςἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου· ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου·γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς· τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον· καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν· καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν,ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.[Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας·]ἀμήν.

La misericordia è  un provare com-passione empatica per gli altri sofferenti materialmente e spiritualmente. Il termine deriva da misericors (lat., genitivo misericordis) e da misereor (ho pietà) e cor cordis (cuore); cfr. miserère: abbi misericordia. È una virtù molto importante per l’etica cristiana e si concreta in opere di pietà o, appunto, di misericordia. In ebraico misericordia ha le sue radici nell’alleanza tra due parti e nella conseguente solidarietà di una parte verso quella in difficoltà. Nel Nuovo Testamento la misericordia ha un diverso significato e si usano varie parole per definirlo, come vedremo più avanti.

In greco eleos indica commozione, compassione, pietà, il contrario dell’invidia per la fortuna del prossimo. In Aristotele, il timore e la compassione operano la purificazione, cioè la catarsi. Nei Vangeli la richiesta di essere misericordiosi si trova nella parabola del Buon Samaritano (Luca 10, 37). Altri esempi in Luca 1, 58 (il Signore aveva manifestato verso di lei (Elisabetta) la sua misericordia,tos eleos autou) e in Marco 10, 47-48 (il cieco di Gerico grida: Gesù figlio di David abbi pietà di me!, eleeson me). Gesù afferma anche Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia! (eleemones e eleethèsontai, Matteo 5, 7). È il soccorso dell’uomo verso il prossimo, l’elemosina disinteressata. Gesù critica la ricerca della pubblica lode e della conferma di sé nell’atto di fare elemosina (elemosinen, Matteo 6, 1-4). San Paolo vuole essere considerato uno che ha ottenuto misericordia da Dio (I Timoteo 1.3.16).

  • Un altro termine usato nei Vangeli è oiktirmòs che indica con una sfumatura diversa il sentimento di compassione di fronte alle sventure del prossimo. Dio Padre della Misericordia (o patèr ton oiktirmon = padre delle compassioni, si trova in II Corinti 1,3).
  • Infine splanchna rappresenta la sede dei sentimenti: le viscere e il cuore, considerati il luogo delle passioni istintuali: ira, desiderio, amore. Fino dai tempi di Sofocle la parola aveva assunto il significato traslato di compassione. Anche Gesù sente lo stringersi del cuore di fronte alla miseria umana: E Gesù, essendo mosso a compassione (Marco 1,40, splanchnisteis); … fu mosso a compassione ( 6, 34, esplanchniste). San Paolo in II Corinti 6, 12 scrive: ma è nel vostro cuore che siete alle strette (stenochoreisthe en tois splanchnois ymon).

 

Magari può servire ricordare…

LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE
1 – Consigliare i dubbiosi
2 – Insegnare agli ignoranti
3 – Ammonire i peccatori
4 – Consolare gli afflitti
5 – Perdonare le offese
6 – Sopportare pazientemente le persone moleste
7 – Pregare Dio per i vivi e per i morti

LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE 
1 – Dar da mangiare agli affamati
2 – Dar da bere agli assetati
3 – Vestire gli ignudi
4 – Alloggiare i pellegrini
5 – Visitare gli infermi
6 – Visitare i carcerati
7 – Seppellire i morti

 

Compio, come posso, e non perché questo sia l’anno del Giubileo omonimo, opere di misericordia verso persone varie, verso ricoverati e carcerati. Lo scambio è alla pari, e il ringraziamento pure.

Sia quando vado in carcere, sia quando passo per corsie di ospedale o di case di riposo. Oggi ero a Milano a casa di due anziani soli, parenti di parenti carissimi. E poi al Pio Albergo Trivulzio a trovare l’Adriana, storica stalinista novantenne, vivacissima, grata più e meglio di gente di metà anni e non infartuata. Abbiamo fatto una foto e lei era contenta come una bambina. Mi ha chiesto di tornare a trovarla, fiduciosa, e tornerò, se il tempo, la Suerte e il Padreterno lo vorrà.

I due parenti di parenti li rivedrò, sempre se Dio vuole, per recuperare copioni di teatro che la mia grande cugina Lucilla ha lasciato e foto in bianco e nero, la mia cugina anarchica come l’Aldo suo padre fabbro socialista e loggionista della Scala, proletario della Bovisa.

E così il tempo-non-tempo passa, mentre cammino tra gli uomini e le donne, per strade e piazze, per pianure, montagne silenti e città, in treno e in auto o in aereo, e passo andando verso un qualche dove.

Il libertarismo del “tutto si può fare di ciò che si può fare”

etica ragionevoleLa questione attuale della stepchild adoption, istituto giuridico già esistente per le coppie eterosessuali (L. 184/83) dal 2007 anche conviventi non sposate, previo nullaosta del Tribunale dei minori, della possibilità di adottare il figlio del partner omosessuale, sta diventando questione trattata addirittura spesso con impaziente intolleranza, in qualche caso, anche se rivestita di una specie di libertarismo dichiarato.

Il libertarismo classico è un “di cui” del liberalismo democratico, ed ha anche a che ha fare con la tradizione anarchica e socialista umanitaria.

Il libertarismo di cui parlo qui è invece un’altra cosa, perché non si fonda su una riflessione provvista di sufficienti basi analitiche e teoretiche, filosofiche e morali, ma si basa essenzialmente su prese di posizione essenzialmente militanti, e quindi a rischio di militontaggine.

Tra questi “libertari” della porta accanto, cui spesso non manca una preparazione accademica non banale, troviamo nientemeno che il professor Veronesi, accanto al noto e brillante giornalista, politicamente scorrettissimo (e quindi a me anche simpatico) Cruciani. Questi due signori, a differenza della pletora di sostenitori “senza se e senza ma” della suddetta stepchild adoption, che spergiurano non sia l’anticamera dell’utero in affitto (cosa che invece è), ammettono senza tema e senza vergogna che l’utero in affitto è, non solo ammissibile, ma anche auspicabile. Cruciani, però, a volte esagera nel turpiloquio come nel duetto con quel vergognoso di Oliviero Toscani.

Se Veronesi fa un discorso socio-economico dicendo che molte donne nel mondo potrebbero migliorare la loro miserrima vita offrendo questo “servizio”, Cruciani, senza scomodare pensatori di nessuna scuola (né Aristotele, né san Tommaso, né Kant, né Nietzsche, né la Arendt né Anscombe,…) per citare alcuni eticisti insigni, dice che l’utero in affitto va bene perché sì e basta. Un po’ poco, no?

Anzi, aggiunge in trasmissione (la Zanzara di Radio24) che per lui anche se il procedimento si trasforma in una specie di “industria” della procreazione, con vantaggi per le donne che ci stanno, va bene.

Ritengo poco meno che  abominevole tale posizione, perché: a) il bimbo che nasce diventa un mero oggetto del desiderio di ciò che vari giuristi à la Zagrebelski e Rodotà considerano un “diritto”, e come oggetto può essere trattato così: madre biologica diversa da madre/ padre accudente che a sua volta ha un partner di qualche genere che si chiamerebbe genitore2, alla faccia del diritto (questo sì) di ogni nascituro, ad avere un contesto affettivo e educativo equilibrato e completo, per quanto possibile; b) ogni coppia umana, comunque composta, previa disponibilità di mezzi, potrebbe accedere alla vita in qualsiasi modo, a piacimento, anche scherzando; 3) una coppia omosessuale, essendo ovviamente pari in dignità morale ad una coppia etero, da questa si differenzia ontologicamente, strutturalmente, antropologicamente… oppure facciamo tutto un mescolone indifferenziato, cari Rodotà, Zagrebelski, Veronesi e compagnia?

Se il nostro futuro è quello prefigurato da saghe come Matrix e affini, allora siamo sulla buona strada. E, per finire, se la ragione forte dei sopra citati signori è quella che molti “paesi” hanno già adottato questa norma e l’Italia è in ritardo, mi fa morir dal ridere, se non ci fosse da piangere: infatti, la curva gaussiana dell’intelligenza insegna che spesso le maggioranze, posto che tali siano, hanno torto marcio.

La legge “Cirinnà” in discussione può essere approvata con qualche intelligente emendamento in tema: non adozione, ma affido rinforzato, anche se la Boldrini sostiene che ogni dovere morale deve diventare un diritto, e non so dove abbia preso a prestito tale tesi etico-antropologica. Il diritto appartiene alla norma, il dovere morale alla scienza etica e si incontrano solo se il diritto è improntato a una scienza etica coerente con i valori sottesi: assistere un figlio orfano a cura del compagno sopravvissuto non può essere un diritto, ma restare un dovere morale, che l’affido rinforzato fa diventare norma responsabile. I diritti sono quelli dei bambini, non quelli di “genitori” che vogliano a ogni costo, dico a ogni costo, avere (avere!) un figlio. Non si può possedere un figlio!

Nel mio piccolo, da qui e da qualsiasi altro pulpito, mi batterò contro questa insulsaggine, che è tale, ancor prima che per ragioni di etica generale, per ragioni cognitive.

Imbarazzo e imbarazzanti

imbarazzoL’imbarazzo è un sentimento strano: si può provare per una situazione, un incontro, per il carisma del nostro interlocutore, oppure per un senso di inadeguatezza, che possiamo provare in situazioni impegnative, oppure perché assistiamo a comportamenti altrui inadeguati, maleducati o insipienti.

L’imbarazzo a volte assomiglia alla vergogna, che però è più interiore e personale, sconosciuta agli altri; l’imbarazzo, per contro, è sempre pubblico, ed è una specie di “ansia condivisa pubblicamente”, causata da un atto socialmente inaccettabile, più che moralmente discutibile o sbagliato. L’imbarazzo provoca quasi sempre un senso di fastidio o di disagio esprimibile visibilmente anche nella postura e nella fisiognomica.

Ma vi è anche un altro tipo di imbarazzo, quello che concerne il giudizio che possiamo esprimere sull’inadeguatezza dell’interpretazione o rappresentanza di certi ruoli o posizioni pubbliche, e allora diciamo “è una figura imbarazzante”, perché inadeguata per capacità, cultura, adattabilità…

Personalmente ho presente non poche figure pubbliche che, per qualità mancanti mi provocano imbarazzo. Molte le cito spesso e coincidono con i/ le maggiori leader (fo per dir) del “politicamente corretto”, delle affermazioni scontate e banali (a proposito, la sapete l’ultima? al posto dell’insopportabile  “assolutamente sì”, si è cominciato a dire “tutta la vita”, sempre per dare una conferma forte al già più che sufficiente “sì”, forse più piacevole ma altrettanto idiota), dei recitatori di noiose tiritere piene di auspici e di risapute proposizioni, dei gestori di programmi tv ai confini della spazzatura, etc.

Mi annoierei qui a rifarne anche un sommario elenco, che chi frequenta il mio sito già conosce abbondantemente.

Imbarazzanti.

imbecilli piccoli figli di imbecilli grandi

cyberbullismoCaro lettor magnanimo,

quelli sopra… sono certamente alcuni compagni di classe o di scuola, o “amici” della bimba che si è buttata dalla finestra, graziaddio salvandosi, a Pordenone, e relativi genitori.

Tormentata da tempo da cyberbulli coetanei o giù di lì, non ha retto e ha cercato di uccidersi, come “consigliato” dai personaggi di cui al titolo.

Ora il Governo pensa a misure drastiche di tipo censorio: divieto di cell a scuola, limitazioni telematiche, e via andando.

Misure buone per la coscienza contrita dei politici, che dura un giorno e mezzo, misura consolatoria per anime belle e sentimenti idiotamente buonisti.

Il tema è lo spazio educativo: anche qualcuno a me vicinissimo è stato stalkizzato e mobbizzato da adolescente e, grazie a Dio e alla presenza dei suoi genitori, di insegnanti bravi e qualche buon amico, ne è uscito. Il rischio c’è, ed è grande, epperò vi sono anche rimedi.

Ma bisogna cogliere il focus: se non si condivide che è l’educazione, fatta di presenza critica, attenta e affettuosa, dei genitori, il terreno da coltivare, non ce la faremo, poiché non bastano le “reti” di protezione, gli “sportelli” di ascolto: il lavoro da fare è soprattutto a casa, seduti insieme a cena o anche a guardare un film. Un altro soggetto centrale è quello degli insegnanti, che però vanno aiutati, formati, pagati meglio…

La via è quella del dialogo, del tempo speso in compagnia dei figli, dell’attenzione, del rispetto per le loro piccole e vivacissime menti, della pazienza e dell’ascolto.

La via è quella del riconoscimento delle devastanti responsabilità genitoriali nelle famiglie dei piccoli bulli di questa vicenda, che chiamo non inanamente “imbecilli”, confidando che abbiano il buon senso, il buon gusto e quel minimo di intelligenza che serve per guardarsi allo specchio, vergognarsi e cambiare.

 

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