Del vero e del falso

Karl PopperSul vero e sul falso l’uomo si è interrogato da sempre (un “sempre” inteso con le pinze del buon senso e della documentazione disponibile sull’evoluzione cognitiva del primate umano).

Gli scolastici (Tommaso, Bonaventura, etc.) affermavano che la scienza stessa (intesa come epistème, cioè sapere strutturato concernente tutte le realtà naturali e umane) altro non è che una “conoscenza certa (oggettivamente) ed evidente (soggettivamente) in base al suo perché proprio, adeguato e prossimo“.

La verità è stata solitamente distinta dalla certezza come l’oggettivo dal soggettivo.  Nella storia del pensiero occidentale la ricerca della verità è appartenuta alla filosofia come meta-sapere, almeno fino alla rivoluzione cartesiano-galileiana, che ne ha segnato una separazione sempre più netta dalle scienze sperimentali, improntate al try and error. La verità intesa come rappresentazione dell’essere-delle-cose è stata allora messa in discussione, dal cogito di Descartes (penso, dunque sono, e ciò che ne segue) e fino a Kant che ammette e dà plausibilità alla sola conoscenza della verità fenomenica: “il mondo e la realtà delle cose sono meramente  ciò che mi appare, perché  ciò che è in sé è inconoscibile” (noùmeno). Hegel ne propose poi una versione radicale con la fusione della realtà come verità di ciò che può venire pensato (soggettivismo idealista).

Nel secolo scorso pensatori come Theodor W. Adorno, su un versante più freudiano-marxiano (cf. in Minima Moralia) e Karl Popper hanno approfondito i tema della verità e della sua falsificazione, riprendendo l’antico asserto socratico del “sapere di non sapere”. Se Adorno, sulle tracce del pensiero ideal-marxiano e psicanalitico conservava una sorta di allure ottimistica circa le possibilità del soggetto di pensare la verità, Popper, neo-socratico faceva due affermazioni radicali: a) “Noi umani sappiamo una quantità di cose che ci consentono una profonda penetrazione teorica e una sorprendentemente elevata comprensione del mondo” e, di contro, dialetticamente,  b) “la nostra ignoranza è illimitata e tale da toglierci ogni illusione“.

Che voleva dire? Più o meno ciò che anch’io (chi mi conosce lo sa) ripeto spesso: che la conoscenza e la ricerca della verità sono un’opera infinita (senza fine), poiché mentre conosco ciò che scopro della natura delle cose e dell’uomo stesso, colgo l’abisso di non conoscenza seguente, che appare progressivamente mentre conosco quel poco di accessibile della verità delle cose. Quanto e come posso sbagliarmi sempre! Come la realtà non è matematizzabile! Non posso mai dire che un essere umano è per il 20% negativo e per l’80% positivo, o viceversa, come qualcuno erroneamente pensa. Vi è sempre qualcosa o molto che sfugge, stando nel non-detto, nell’abilità dissimulatoria, nel progredire evolutivo delle cose. Ancora Popper “a ogni passo in avanti che facciamo, a ogni problema che risolviamo, non scopriamo solo problemi nuovi e insoluti, ma scopriamo che anche là dove pensavamo di trovarci su un terreno stabile e sicuro, in realtà tutto è incerto e precario“.

O, come dice il mio caro collega di Phronesis Stefano Zampieri da Venezia: “noi possiamo accedere  intellettualmente solo a delle verità locali”.

La ricerca della verità -dunque- non ha mai fine. Se Adorno affermava che “il tutto è falso“, Popper potrebbe suggerire di sostituire il termine “falso” con “falsificabile“, per lasciare una traccia generosa all’evoluzione positiva del pensiero umano (lobi prefrontali, cf. in Steven Pinker).

Se invece ci accostiamo alla dimensione teologica cristiana (con una epistemologia completamente diversa), in Giovanni (Evangelo 14, 6) troviamo l’affermazione gesuana “Io sono la via, la verità e la vita“, per cui rinvio a un mio testo di prossima pubblicazione (L’eros come struttura ermeneutica per la comprensione del senso).

Ma, al di là di questo, accontentiamoci di comprendere umilmente l’infinita varietà delle cose, con la nostra mente limitata, e pur capace di gioire per la conoscenza e per la sua condivisione con i nostri simili attuali e con chi verrà dopo di noi, noi andati via.

percorsi

in cammino

in camminoGloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus. cogliendo nella giornata incerta di settembre, penultimo giorno dell’estate, lo sguardo della montagna.

In cammino.

Mentre nel mondo accadono gli obbrobri e in Italia le facezie, noi saliamo.

Mentre nel Vicino Oriente, tra petrolio e religione, si ammazzano esseri umani, e in Italia vecchie idee rallentano il cammino, noi cerchiamo oltre le nuvole.

Mentre la debolezza prende le persone in basso, noi siam preda da libido locutoria: parliamo accompagnando i passi, e Alberto di salite leggendarie lungo la parete di Nord-Ovest del Civetta, lui stesso valente rocciatore.

Mentre i tg son pieni della noia dei partiti, dove figure ammorbano deliri di stantio, noi parliamo di Piussi e di Cassin, di Tissi e Emilio Comici, eroi di storie silenziose delle pareti immense; sui giornali imperversano le facce dei bersanicamussocofferatibindicivativendolacivatisalvinigasparriecasaleggio (chi son costoro?). Dormo in ispirito.

Torre TriesteSi sale si sale con il ritmo suggerito dal cuore e dai polmoni, nell’aria di fine estate, già fresca. E i conversari si fanno e si perdono nel silenzio, distanti dal mondo polemico e dal mondo della guerra, distanti dai conflitti interiori, vòlti alle altissime cime silenti, alle nuvole mobili che salgono dalla valle e si perdono negli anfratti profondi delle gole.

Al Rifugio il ristoro e lo sguardo al profondo abisso che precipita fino all’occhio verde del lago. Tant’anni fa vidi l’abisso dalla cima del monte, duemila metri più sotto, oggi solo mille. Ma bastano. Tempo è passato e tempo viene nella discesa, quando si incontra l’agnello bianco che scompare tra i mughi.

Si scende in silenzio dopo tante parole scambiate senza tema di secondi fini, dietrologie, convenienze, per pura amicale continguità nella fatica.

Il tempo si è mostrato in tutta la sua misteriosa dimensione, talora dilatandosi talaltra diventando puntiforme, come in un annichilamento. Nihil est in intellectu quod non sit in sensu, scrivevano gli scolastici medievali. Esseri umani unitari in mente-corpo, come insegna l’antico apologo di Menenio Agrippa, che tutti gli arrivisti invidiosi dovrebbero rimeditare, o meditare ab initio, se non l’hanno mai fatto, come son portato a pensare.

Agli ultimi tornanti si incontra il torrente, lo scroscio d’acque bianco-turchesi, e infine un ristoro nel lindo paese montano, dove risuona un richiamo da decenni addietro: “Renato, sei tu?” Il batterista e il chitarrista di un’altra vita.

Il kairòs è l’unico tempo vero.

Della per-malosità

vanitopermalosoChi è il permaloso? Sono io permaloso? Se lo sono, quanto sono permaloso? Se qualcuno mi fa sentire permaloso, dimentico o conservo un sordo rancore permaloso? Se dimentico, in fondo non sono permaloso, ma se non mi passa sono permaloso.

Caro lettore, tu sei permaloso? Io un poco sì, ma mi passa subito, e quindi, in fondo, non sono permaloso. Conosci qualche permaloso? Gli sei amico o esiti ad esserlo? E’ possibile essere amici di un permaloso?

Domande fatte in un seminario di consulenza filosofica, domande che ho fatto anche a un mio ospite in consulenza, capace di confidarmi di essere molto permaloso. Con lui ho esaminato le caratteristiche della permalosità, anche parlando di Woody Allen:

“Mio nonno era così permaloso che sulla tomba ha fatto scrivere: «che c. guardi?!» (Woody Allen)

Da ragazzo mi pare fossi quasi un permaloso D.O.C. Che significa in italiano “permaloso”? Vediamo: “Detto di persona facile a offendersi, che, per eccessivo amor proprio, si risente e s’indispettisce di atti e parole che altri non considererebbero offensivi”.

E mi arrabbiavo, mi arrabbiavo, perché mi sembrava talora che mi si fosse rivolta un’ingiuria, anche se era solo una frase leggera. Che stupido che ero. A volte mi veniva voglia di vendicarmi, figurati! E di cosa? Conosco qualche permaloso che anche a cinquant’anni conserva il retro-pensiero della vendetta, per far patire all’ignaro offensore asperrime pene. Se questi conserva un minimo di umiltà e mi chiede consiglio, di solito gli rispondo che è un problema di autostima.

Ebbene sì, neppure lui è così impeccabile, perfettino, ammodo, che non sbaglia mai, e via così dicendo.

L’umiltà vera, non quella sbandierata come falsa modestia, è l’unico antidoto intelligente alla permalosità, che è una malattia dell’anima non proprio banale.

 

E’ un vizio per niente “americano”

invidia_aecaro lettor mio,

…quello dell’invidia, classificato dai moralisti antichi e moderno come il secondo più grave dopo la superbia (il caput vitiorum, secondo Gregorio Magno), vizio studiato a fondo da San Tommaso nella Summa Theologiae (cf.  II-II, q. 36, a.1, s.c.) come: “Rammarico e risentimento che si prova per la felicità, la prosperità e il benessere altrui, sia che l’interessato si consideri ingiustamente escluso da tali beni, sia che già possedendoli, ne pretenda l’esclusivo godimento (…) è il desiderio frustrato di ciò che non si è potuto raggiungere per difficoltà o ostacoli non facilmente superabili, ma che altri, nello stesso ambiente o in condizioni apparentemente analoghe, ha vinto o vince con manifesto successo.”

In Dante si legge:

Fu il sangue mio d’invidia sì riarso/
che se veduto avesse uomo farsi lieto,/
visto m’avresti di livore sparso.
(Purgatorio, XIV, vv.82-84).

Nel titolo scrivo: “Un vizio per niente americano“, e perché? Perché gli americani U.S.A. non sprecano energie nell’invidia, ma operano, operano spesso in team, lavorando coesi, l’uno per gli altri e viceversa. Un esempio? Il progetto comune docenti-studenti dell’Università di Stanford che ha portato alla nascita di Google di Page  e Brin, e altri numerosissimi che si possono trovare sul web.

Cosa facciamo invece noi in Italia: ci chiediamo che c. vuole quello, ma chi crede di essere, ma ma ma, e giù impedimenti dirimenti, clausole vessatorie, rallentamenti burocratici, inghippi e cavilli promossi da gente garantita che aborre ogni innovazione, ogni crescita fuori (dal suo) controllo.

invidiaNoi temiamo il successo degli altri, ci dà fastidio, lo vorremmo noi escludendo loro. Dopo la superbia, che è un delirio di onnipotenza e schiude le porte a ogni male, ecco che c’è l’invidia, da non mai confondere con la gelosia, possibile fomite di positiva imitazione.

Che altro dir, se non che abbiam bisogno di riflettere, oltre che sulla crisi economica, anche sulla crisi antropologica che ci attanaglia e ci indebolisce, ogni giorno che passa, quando indugiamo nel vizio qui trattato e non riusciamo a toglierci dal suo viluppo degradante, toglitore di potenza e volontà positive.

Girare pagina e verso, verso un rinfresco delle menti e dei cuori, guardando con occhio diverso, non di mal-occhio dunque, gli altri, l’altro, chiunque, mio pari, mio fratello di natura, altro-io.

Quella forma leggiadra…

dopo i tragici fattiCari ragazzi che forse qui indugiate,

L’inizio di un verso di John Keats m’ispira/ lenti pensamenti come nastri al vento leggiero di settembre/ dico leggiero e pur così triste/ perché porta il canto sempre più fioco di chi è andato via,/ via come un turbine silente e inconsapevole.”

Scrivo di quei due ragazzi volati giù dal terrazzo a Milano, lui vent’anni e lei un anno di meno. “Se mi lasci muori con me, provando per qualche istante la tristezza infinita della fine.”

Da dove viene questa fragilità di foglia secca, sminuzzabile a un soffio, a scomparire presto dopo la folata del vento settembrino? Da dove questo immenso vuoto interiore? Quando ha cominciato ad allignare nel cuore di Alessandro la disperazione di vivere? La disperazione della salute è uno dei peccati imperdonabili dallo Spirito, dalla Coscienza cosmica di Dio stesso. Insieme alla presunzione di salvarsi senza merito. Disperazione e presunzione: peccati “mortali”: appunto.

Gli estremi di un’auto-considerazione di sé sbagliata. Lui scrive minuziosamente il suo progetto e lo attua; lei ingenuamente lo segue non capendo gli intendimenti di lui.

Vegetti Finzi scrive che questa fragilità è figlia dell’inabitudine alla sconfitta che il modello sociale prevalente impone. “Vincenti” bisogna essere, sempre. Guai a perdere, ad arrivare anche solo “secondi”.  Invece la vita prevede vittorie e sconfitte, connaturate entrambe alla struttura esistenziale naturale della vita stessa.

E poi: se perdo, cioè se la ragazza mi lascia “sono uno sfigato” per i social, dove un perfetto sconosciuto mi può prendere per il culo. La relazione è diventata mera “trasmissione” di notizie e di commenti a caldo tra sconosciuti o poco conosciuti.

Mi fa specie la dizione “chiedere l’amicizia” sul social che sia: l’amicizia? Questa radicale dimensione dell’affettività umana? Questa autentica dimensione dell’amore umano? Ma via!

Questa non è amicizia, bensì “amicizia”, cioè logicamente una parvenza, un fantasma, un ologramma, una diminutio, un inganno, un pro-forma, una metafora triste, un impoverimento semantico, una devastazione logica, un mero falso d’autore.

 

il primo giorno di scuola

con il cuore sempliceIl mio amico Fabio, uomo sensibile, mi ha inviato questo pezzo di Alex Corlazzoli, insegnante e giornalista, che aggancio al posto dove dialogo, nel mio piccolo, con il mondo.

Oggi a scuola ho portato un fiore. L’ho messo sulla cattedra accanto al registro, alle penne, ai pastelli, al tablet e al giornale. Era da stamattina all’alba che mi domandavo cosa avrei detto ai miei ragazzi. Quando entri in classe all’inizio dell’anno non hai mai le parole giuste. Vorresti spiegare loro che solo insieme si potrà fare un cammino di vita.

Vorresti far capire loro che tu sei “solo” un maestro che prova ad appassionarli alla bellezza del sapere ma qualche volta può non riuscirci. Avresti voglia di scusarti in anticipo per quelle volte che non saprai fare un passo indietro, lasciare spazio alle loro voci, ai loro sorrisi, alla loro voglia di correre, saltare, giocare, piangere.

Ho scelto di dire tutto ciò con quel fiore sulla cattedra. Perché quella pianta resterà con noi tutto l’anno. Ho chiesto loro di portare ognuno un fiore perché possiamo imparare che solo prendendoci “cura” di una pianta, di una persona, di noi, della scuola, possiamo crescere.

Non conta il primo giorno di scuola ma ciò che ha valore sono gli altri 200 che passeremo insieme. Chi fa il maestro non dovrà dimenticare di appassionarsi ogni giorno, di reinventarsi, di rimettersi in gioco, di imparare ad ascoltare, a fare silenzio per lasciare spazio alle parole che nasceranno dal mettersi a parlare insieme della meraviglia delle Alpi, dell’importanza delle tabelline, della “magia” che la nostra lingua sa fare quando si scrive un racconto, quando si leggono autori che hanno fatto la storia del nostro Paese. Perché nessuna lezione esiste già. La lezione si fa con i ragazzi, si scolpisce nel legno per farla diventare la scultura più bella di quel giorno.

Non conta il primo giorno di scuola ma tutte quelle volte che sapremo aprire le porte delle nostre classi a chi ha qualcosa da dare alla scuola; tutte le volte che le mamme e i papà non verranno a prendere i loro figli o a portarli ma “entreranno” a far parte di questo cammino. Non esiste campanella d’inizio o fine lezione perché quando incontri un tuo alunno per strada, continui ad essere il maestro.

E non abbiamo bisogno nemmeno di chi fa passerella il primo giorno di scuola per poi lasciare le nostre aule senza connessione wifi, senza libri, senza maestri, senza fondi per fare un viaggio d’istruzione, senza docenti di sostegno, senza formazione. Una delle cose che i bambini insegnano ai maestri è quella di non fare promesse inutili. Nemmeno il primo giorno di scuola.

Io non so se voi ricordate quando avete messo piede tra i banchi la prima volta. Io no. Ma non posso dimenticare la maestra Teresa: quando in classe recitavamo la preghiera, quando il sabato leggeva Cipì di Mario Lodi, quando mi insegnò ad amare l’Africa parlando del nipote missionario in Mozambico.”

E’ come dice Alex, e non solo a scuola, ma nella vita tutta, in ogni momento, passaggio, età, mestiere che fai, dimensione che vivi.

E’ così nel lavoro, nelle amicizie, nello studio, nel dolore e nella gioia (non nella felicità-illusione), nella crescita e nella crisi: non servono autoesaltazione e buoni propositi un tanto al kilo, promesse che durano lo spazio dell’emozione senza mai passare alla deliberazione razionale, non servono solenni prese d’impegno o conversioni improvvise.

Tutto è lento, tutto evolve a fatica, ma con scatti improvvisi e rallentamenti, tutto sorprende, non essendo mai scontato, tutto nella vita richiede umiltà e pazienza, che è sinonimo del coraggio di vivere.

L’elogio della lentezza

lago di CorninoCaro mio visitator gentile,

ti scrivo soddisfatto di avere visto il mondo immenso da una cima, dal Monte Cuar, quinta solitaria, avamposto prealpino che dà sulla pianura e sul grande alveo del Tagliamento, lasciando intravedere il lontano luccichio del mare, perfin oggi, giornata settembrina infreddolita e silente. Visto il mondo e ciò che è tanto più grande e prima di noi: la montagna, gli scoscesi declivi, le acque lontane del torrente-fiume, il lago cristallino, occhio turchese dei tempi glaciali, animali, grandi uccelli in volo, i grifoni, e l’impenetrabile intrico di navate sacre della faggeta. La natura è sacra, cioè separata, la roccia è cratofanica, il cielo sconfinato e marezzato di nuvole vaganti… noi piccoli piccoli, lenti, deboli, cagionevolmente fragili e intelligenti, talora.

Stephen Jay Gould declina modo suo ( Cf. in Ontogenesi e Filogenesi) il racconto genesiaco della creazione. Lo sintetizzo parafrasando Lamberto Maffei (in Elogio della lentezza, Il Mulino, Bologna 2014).

Gould dice che Dio, dopo avere creato il mondo, separando il cielo dalla terra, le acque superiori da quelle inferiori, tutte le specie vegetali e animali, si soffermò a pensare a chi avrebbe potuto affidare un mandato su tanta meraviglia, e creò un embrione, il quale, a differenza del tripudio di tutti gli altri viventi, se ne stava silenzioso e appartato. Allora Dio gli chiese il perché e che cosa volesse; e l’embrione rispose che lui voleva restare sempre così o tuttalpiù arrivare ad essere solo un piccolo bambino.

E Dio lo accontentò, dandogli una crescita più lenta di tutti gli altri viventi, cosicché il piccolo essere crebbe con grande lentezza sviluppando un cervello capace più di qualsiasi altro di fantasia e immaginazione. Questo piccolo essere migliorò lentamente le tre capacità che Dio gli aveva dato in potenza: quella motoria, quella sensoriale e quella cognitiva. Poi, sempre lentamente si formò come essere umano e riuscì, essendo più intelligente degli altri animali, a dominare il mondo, con alterne vicende, spesso comportandosi come un predatore, ma anche capace di altissimi pensieri, persino in grado di ricordarsi del suo Creatore, capax Dei, diceva dell’uomo uno di questi esseri tra i più intelligenti (Sant’Agostino).

Ma questo essere umano vive, e vive sempre più a lungo, e invecchia pure. A questo pensavo mentre scendevo lentamente in mezzo al bosco con Luca e Paolo. E mi allenavo mnemonicamente per rinfrescare le sinapsi, consapevole che, come cresciamo lentamente, lentamente andiamo incontro ogni giorno, ogni ora minuto e secondo a ciò che stiamo diventando.

Il dono di Dio è di rispettare questo itinerario fino in fondo, mentre a occidente le nuvole si striano dei colori caldi della sera che viene.

nottetempo

a Grado di notteNottetempo a volte si dorme e a volte no. Capita. Anche di alzarsi verso le 2,30, nell’ora del sonno più profondo, di doversi vestire in fretta, prendere l’auto e andare nella città per le grandi strade alberate deserte. Solo di tanto in tanto incrociando qualche nottambulo come te, che scheggia la notte con i fari alti, dimentico di tutto.

Nottetempo è il silenzio che vibra, mentre l’auto rotola con rumore di fondo, e tu pensi a qualcosa, non sai neppur cosa.

Nottetempo si sogna sogni molto concreti, oppure sogni volatili. Se si viaggia la notte ti viene incontro il ricordo, oltre al sogno. Magari di qualcosa visto o sentito in giornata.

Nottetempo ti passa la paura e la collera, che improvvisa ti coglie, quando ti sei dovuto svegliare per rimediare a qualcosa, e puoi farlo solo in quel modo, nottetempo.

Nottetempo riesci perfino a sorridere, mentre l’auto sussurra sui lunghi rettilinei deserti: il ricordo di qualcosa sentito per radio verso la fine del giorno, magari Bertinotti che, dopo l’ennesima “erre” arrotata (lui insiste con parole come ri-fare, ri-discutere, ri-prendere, in un delirio di palatalizzazioni incomplete), si lancia in politologie barocche, a volte senza capo ne coda,  compresissimo del suo ruolo di “intellettuale” (mah, un buon perito industriale, come Cofferati, che confondeva i diritti umani naturali con il diritto positivo, ma fors’anche a suo tempo potenzialmente utile in azienda), allievo di Riccardo Lombardi, Vittorio Foa  e Bruno Trentin, finendo in gloria con improbabili citazioni latine: pars (non part, come dice lei, caro Bertinotti) construens, e pars (non part, come dice lei, caro Bertinotti) destruens. Non ci si può improvvisare intellettuali e latinisti, solo per avere frequentato miriadi di salotti e convegni intorno al nulla logico. Bisogna studiare, e molto, per decenni, per introiettare e far propria in modo non disordinato nozioni e strutture conoscitive.

Nottetempo, passato il nervoso, ci si può anche divertire, proprio nel senso etimologico e profondo della parola; fare-cose-diverse vivendo l’improvvisa cesura o svolta che il destino co-costruito (anche da te che corri, che scrivi e che leggi) ti riserva.

Nottetempo, infine, nel rallentamento del mondo, ti può circondare la musica di Ludovico Einaudi o del concerto di ottoni di Rive d’Arcano, provenienti dai cd raccattati in fretta prima di partire, e destinata al profondo dell’anima dove riposa l’infinito.

la “gabbia umana”

via della vitaSiamo intellettualmente combattuti tra due estremi: quello spiritualista, che sembra dare per scontata una realtà extra-terrena, e quello materialista, che la nega recisamente. Francesco Guccini rimprovera questi secondi con gli aspri versi di Cyrano “(…) tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali“.

Cercando di non entrare in ambiti di carattere teologale o fideistico, e restando in una epistemologia filosofica, si può dire che non è scontata né la prima né la seconda posizione. Nei secoli, come sappiamo dalla storia del pensiero umano, queste due polarità si sono scontrate e combattute, esprimendo fior di riflessioni, frutto di menti brillantissime e acute: tra Platone  e Democrito (anni fa scrissi un dialogo immaginario tra Agostino e Democrito, pubblicato nel volume Il Senso delle cose da ed. La Bassa), tra Lucrezio e Tommaso d’Aquino, vi sono divergenze radicali, ma il pensiero proposto da ambedue questi versanti è interessante e profondo.

Vi sono ragioni di qua e di là, anche se io propendo di più per Platone (e Aristotele), Agostino e Tommaso. Probabilmente Democrito, Epicuro, Zenone di Cizio e Pirrone di Elide o Sesto Empirico sono stati meno sensibili a quella che possiamo chiamare autotrascendenza, sentimento intellettuale che interessa l’uomo fin dai primordi, ma hanno compreso come funziona la natura meglio e ben prima degli altri campioni. Anzi, Leucippo e Democrito (riletti da Lucrezio nella latinità) hanno colto elementi di verità nella phùsis naturale (tautologia!), che possono essere considerati prodromi della fisica contemporanea più evoluta.

Faccio questa premessa, perché spesso mi viene posto il tema dell’uomo che tende a salire, a superarsi, ma che, in realtà, rischia di rimanere sempre vittima di una specie di gabbia, ricadendo in se stesso. Nietzsche e Feuerbach mentori, quasi come i grandi della tradizione spiritualista: il primo con la sua aspirazione al superamento di un’umanità piegata e piagata dal dolore, il secondo con il provocatorio rovesciamento della “creazione”: non Dio crea l’uomo, ma al contrario.

Giusto ieri sera un caro amico che fa l’avvocato mi poneva con grande forza questo tema della “gabbia” entro la quale l’uomo è chiuso da sempre anche se non smette mai di divincolarsi. Egli, dice lui, resta prigioniero, comunque. Come fare, allora? La domanda.

Il mio tentativo, in equilibrio tra un nietzscheanesimo adattato e il pensiero antropologico di Tommaso d’Aquino, è stato quello di dirgli: noi umani non abbiamo altra strada che quella dei “due sguardi”: quello sul presente e vivo (e sul suon di lui, come chioserebbe Leopardi), unico tempo della realtà, unica verità effettuale, e quello su un futuro non troppo lontano, visibile, quasi tangibile con le mani della mente, in una progettualità prossima e ragionevole.

Tutto qui? L’amico mi risponde. Sì, di più non so se non continuare ad ascoltare le “voci di dentro” che forse sono il sussurro della Coscienza cosmica, cioè di Dio stesso.

della responsabilità

in itinereCaro lettore,

ti propongo la citazione di Marchionne a Cernobbio il 5 settenbre scorso, l’antitesi di “FAR ACCADERE LE COSE”, che fa pensare.

C’era un lavoro importante da fare -e a Ognuno fu chiesto di farlo. Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno lo fece. Qualcuno si arrabbiò, perché era il lavoro di Ognuno. Ognuno pensò che Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno capì che Qualcuno non l’avrebbe fatto. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Qualcuno avrebbe potuto fare

FONTE:  Charles Osgood “THE RESPONSIBILITY POEM“.

There was a most important job that needed to be done, And no reason not to do it, there was absolutely none. But in vital matters such as this, the thing you have to ask Is who exactly will it be who’ll carry out the task?

Anybody could have told you that Everybody knew That this was something Somebody would surely have to do. Nobody was unwilling; Anybody had the ability. But Nobody believed that it was their responsibility.

It seemed to be a job that Anybody could have done, If Anybody thought he was supposed to be the one. But since Everybody recognized that Anybody could, Everybody took for granted that Somebody would.

But Nobody told Anybody that we are aware of, That he would be in charge of seeing it was taken care of. And Nobody took it on himself to follow through, And do what Everybody thought that Somebody would do.

When what Everybody needed so did not get done at all, Everybody was complaining that Somebody dropped the ball. Anybody then could see it was an awful crying shame, And Everybody looked around for Somebody to blame.

Somebody should have done the job And Everybody should have, But in the end Nobody did What Anybody could have.

Se volessi qui discorrere delle dottrine antiche sulla responsabilità non basterebbe lo spazio finora occupato da questo blogsite; evito dunque di tornare ai grandi “moralisti” classici, ad Aristotele, Epicuro, Zenone di Cizio, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino, fermandomi solo a ricordare l’etica deontologica (intesa in senso proprio, non giuridista) di Kant, che riteneva il “dover-fare” responsabile come la manifestazione della crescita spirituale umana, e l’etica di Max Weber, realisticamente disponibile a riconoscere, accanto  a un’etica della convinzione, moralmente significativa, un’etica della responsabilità vera e propria, come comportamento socialmente necessario.

Responsabilità (dal verbo latino respondeo, êre) è “rispondere di qualche cosa”. Tutti rispondiamo di qualche cosa, quando lavoriamo, quando definiamo un accordo, quando mettiamo al mondo una vita, quando facciamo bene e quando sbagliamo. Non possiamo mai evitare di rispondere di qualche cosa, se siamo sani di mente e agiamo liberamente, pur se nei limiti naturali (psico-biologici) e socio-culturali del libero arbitrio. Tra Lutero (campione del pessimismo antropologico) ed Erasmo (suo vivace contendente), viviamo le nostre vite, “condannati a essere liberi”, come osava dire Sartre, sapendo bene che la libertà in qualche modo coincide con la responsabilità, ne è l’ambiente, la conditio sine qua non,

Non possiamo quindi nasconderci mai, evitando di fare quello che il nostro contesto esistenziale si aspetta che facciamo, scaricando su altri ciò che dobbiamo fare noi o, peggio, incolpando gli altri di ritardi, omissioni ed errori che invece hanno a che fare con la nostra indolenza, o con la nostra incapacità di ammettere i nostri limiti.

Sul Filo di Sofia