Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Pensieri, parole e opere per una “sinistra nuova”, evitando – per quanto possibile – le omissioni

Sono interessato a dare un contributo, nel mio piccolo, alla ricerca di temi, argomenti, priorità, ma soprattutto valori etici e politici per una “sinistra nuova”, non per una “nuova sinistra”, sintagma che potrebbe creare qualche ambiguità o fraintendimenti. Mi piacerebbe che questa mia riflessione arrivasse anche nelle stanze dove in molti si stanno dando da fare per farsi eleggere nuovi capi del Partito Democratico. Senza false modestie, penso che potrebbe essergli utile (se non opportuno o addirittura necessario, visto che da anni (o decenni? dai tempi di Veltroni?) – da quelle parti – non si producono concetti e pensieri di filosofia socio-politica, vero Franceschini, Bersani, Orlando, Zingaretti et co.?, evitando di citare i giovani alla Provenzano, che assomigliano maledettamente ai quattro citati prima.

Storicamente, in Italia, sia la sinistra comunista sia la sinistra socialista, anche se con modalità e in misura diverse, hanno avuto come stella polare il discorso e il valore etico-politico-sociale dell’uguaglianza.

Tale valore ha poi dialogato, almeno dalla seconda metà del XIX secolo, non mancando di confliggere, anche con il mondo cattolico, che per parte sua ha sempre tenuto in evidenza il sentimento e il valore della fratellanza universale tra tutti gli uomini, ispirandosi innanzitutto al biblico versetto 1,26 di Genesi “(Egli, Dio stesso) fece l’uomo a sua immagine“.

L’entimema (sillogismo abbreviato) Dio uomo genere umano, ha ispirato per millenni teorie (dottrine) e prassi dei movimenti religiosi ispirati dal Cristianesimo nelle sue tre principali declinazioni del Cattolicesimo, dell’Ortodossia orientale e del Protestantesimo, anche se quest’ultima modalità storico-religiosa si è distinta abbastanza chiaramente dalla visione cattolica (soprattutto), la quale ha conservato, nel rispetto del nome “cattolico” (che nel sintagma greco katà òlon significa secondo-il-tutto), una valenza morale pratico di universalità.

In altre parole, il Protestantesimo, come si evince dai fondamentali studi di Max Weber (cf. soprattutto L’Etica protestante e lo Spirito del capitalismo), ha evidenziato come la Grazia divina tenda a “privilegiare” (termine oltremodo impreciso) chi si dà da fare nella vita confidando nella Grazia stessa: teologicamente, sulle tracce della lezione paolina e di sant’Agostino, primo ispiratore di frate Martin Luther.

La visione egualitaria delle sinistre storiche si è dunque incontrata con la visione universale del cristianesimo cattolico, costruendo un’alleanza di fatto, soprattutto nelle prassi sociali e sindacali di tutto il ‘900, spesso addirittura in concorrenza per acquisire più adepti tra i lavoratori e nella società civile.

Esemplifico: dopo l’avvio della Guerra fredda negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale, la CGIL unitaria (come rappresentanza generale della sinistra sociale), ritrovatasi, dopo il ventennio fascista, con il Patto di Roma del 1944 (mentori il grande e compianto Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio e Giulio Pastore) si spaccò, prima in due parti, con la nascita della CISL (sindacato cattolico) nel 1948, e poi in tre parti, con la nascita nel 1950 della UIL, punto di riferimento delle forze laiche, come socialdemocratici, socialisti e repubblicani (nomi definitivi dopo un periodo di altre denominazioni acronimiche).

Negli anni successivi vi fu concorrenza soprattutto tra la CGIL, che era costituita da tutti coloro che nel mondo del lavoro facevano riferimento al Partito Comunista Italiano e alla maggioranza dei Socialisti (anche dell’area più radicale di Unità proletaria), e la CISL, e il maggiore tema nel quale si dialogò e ci si scontrò era il tema dell’uguaglianza salariale. In quegli anni, solo una parte della FIOM (Federazione Impiegati ed Operai Metallurgici) e la UIL sottolineavano anche l’importanza dell’inquadramento per livelli, con il quale andare a riconoscere capacità professionali diverse e a retribuirle in proporzione.

Tant’è che il mondo dei media coniò anche un termine abbastanza sgradevole nei toni e negli intendimenti per definire la comune sensibilità egualitaristica tra la maggioranza della CGIL e la CISL: andò in auge il termine “cattocomunisti”.

Solo per citare un altro fenomeno intrinseco alla sinistra politica: nei decenni tra gli anni ’60 e gli anni ’80/ ’90, si mossero anche forze di estrema sinistra, variamente denominate, che “nutrirono” gli ulteriori estremismi dell’Autonomia organizzata di un Toni Negri (cattivissimo maestro), fino alle organizzazioni della lotta armata delle Brigate Rosse e di Prima Linea (mentre a destra operava lo stragismo orrendo dei Nar e altri, una cum i servizi segreti deviati). L’onestissima “ragazza del XX secolo”, Rossana Rossanda, riconobbe negli estremismi citati un album di famiglia della sinistra italiana, che non è stata sempre – nella storia – gradualista e parlamentare.

Una nota mia personalissima: nei decenni successivi al massimo fulgore delle organizzazioni di estrema sinistra, mi sono visto sorpassare a destra da innumerevoli ex militanti duri e puri che mi consideravano, essendo io socialista gradualista, più o meno una “spia dei carabinieri”. Ricordo che quando andavo a trovare qualche amico mio, a cui volevo bene anche se non condividevo nulla della sua posizione politica, in quei “centri sociali”, che furono anche fucina di scelte individuali armate, appena mi vedevano si davano la voce (sottovoce): “attenti che arriva Renato, cambiamo argomento“.

Ovviamente si dovrebbe (dovrei) meglio specificare questi fenomeni e questi schieramenti (ad esempio, andrebbe fatto un discorso a parte sui sindacati del Pubblico impiego, dove la Cisl esercitava una sorta di egemonia, con una cultura di stampo corporativistico e conservativo, stante la concorrenza del sindacalismo autonomo), perché la realtà era molto più frastagliata, variegata e complessa. Non dobbiamo dimenticare che tra lavoratori del Pubblico e lavoratori del Privato sussistevano differenze (peraltro ancora presenti) radicali a livello legislativo ricorrenti agli ultimi due decenni del secolo precedente, quando il capo del Governo Francesco Crispi definì giuridicamente il ruolo dell’impiegato pubblico.

Proseguendo in questa analisi sintetica ricordiamo i regi decreti del 1922 sulla distinzione tra qualifiche di operaio e di impiegato, e l’istituzione di Inps e Inail nel 1933, e poi passiamo al secondo dopoguerra.

Negli anni ’60 si tentò l’unità sindacale tra le tre maggiori confederazioni, ma il progetto non riuscì, confermando una sorta di incapacità delle forze sociali di auto-riformarsi, potendosi dire che la fine del comunismo post 1989 non ha generato quasi alcun cambiamento nel sindacato, mentre alcuni partiti della sinistra sono stati smantellati dai giudici ai tempi di tangentopoli. Solo il PCI-PDS se la cavò…

Vengo al nucleo concettuale cui desidero continuare a dare spazio, sulla traccia di post immediatamente precedenti. Se storicamente le sinistre hanno sostenuto prevalentemente il valore dell’uguaglianza nella sicurezza, ora dovrebbe essere in grado di comprendere l’importanza dell’equità nella libertà, che le giovani generazioni mostrano di preferire, stanchi dell’egualitarismo collettivistico delle sinistra storiche.

Se la sinistra non riuscirà a dare centralità a questa “riforma etico-culturale”, l’importanza di un pensiero “di sinistra” sarà sempre meno significativo se vogliamo parlare più in generale dell’economia e della società italiana.

Riassumendo, l’Italia è la 3a potenza economica d’Europa, è 1a o 2a nella manifattura, 1a nel settore metalmeccanico, ma è penultima dell’aumento del Pil e ha lasciato i salari fermi da almeno trent’anni.

Mi chiedo: quante responsabilità ha la sinistra politica (i partiti) e quella sociale (i sindacati) in questo deliquio retributivo?

I lavoratori italiani, a differenza dei loro colleghi delle principali Nazioni, sono gli unici ad avere perso potere d’acquisto, nonostante il meraviglioso sistema del Made in Italy.

Le persone, e i lavoratori in primis, temono il futuro e, anche quando hanno mezzi economici, non spendono, e dunque la domanda interna crolla, mentre sul versante pubblico mancano gli investimenti e una seria riforma per la sburocratizzazione del sistema.

Può la sinistra suggerire un pensiero politico economico nuovo, di rilancio dello sviluppo? A mio parere sì, ma non deve continuare a pensare e a muoversi come sta facendo ora.

Può essere ancora attuale un pensiero socialista democratico che faccia chiarezza sul valore intrinseco delle imprese in un bilanciamento tra diritti e doveri, sia degli imprenditori sia dei lavoratori?

Domanda retorica: io ci credo, mi piacerebbe ci credessero anche quelli che stanno preparando il loro Congresso, tra dichiarazioni presuntuose e paura del cambiamento! E altri tutt’intorno.

Il “dirittismo” è una “malattia psico-morale” vera e propria

Caro lettore, perdonami la scelta di questo orrendo neologismo, di cui non sono l’autore, ma forse uno dei primi utilizzatori: il “dirittismo”.

Come tutti gli “ismi” pare essere qualcosa di sgradevole, di negativo, ed effettivamente lo è, come tutte le esagerazioni o deformazioni. Si tratta della de-formazione di “diritti”, i quali, concettualmente e storicamente di solito vengono collegati ai “doveri”.

Storicamente, i “doveri” hanno sempre avuto la primazia sui diritti, fin dalle filosofie antiche, dall’etica aristotelica e stoica, da Seneca a Tommaso d’Aquino fino Immanuel Kant e a… Giuseppe Mazzini.

Con l’avvento del parlamentarismo e delle democrazie moderne di stampo illuminista, i diritti sono entrati a pieno titolo nel lessico principale della politica.

Sotto il profilo dottrinale i diritti si suddividono in fondamentali, legati alla vita umana e alla sua salvaguardia integrale, sociali e civili. I diritti fondamentali e sociali sono stati curati per primi, con l’habeas corpus giuridico, il diritto alla difesa in giudizio, con la contrattualistica del lavoro e poi con le tutele sociali sanitarie e pensionistiche. Buoni ultimi, dunque, i diritti civili, come il diritto al voto e al suffragio universale.

Ad esempio, in Italia, se gli uomini hanno avuto il diritto di votare tutti, senza distinzione di classe o di censo attorno al 1910, le donne hanno potuto votare tutte solo dal 1946.

Il divorzio e l’interruzione di gravidanza sono stati “diritti civili” (definizione molto imperfetta soprattutto in relazione al secondo diritto citato) di più recente acquisizione, assieme alla parità formale di trattamento di uomini e donne sul lavoro. “Formale”, perché non si è ancora realizzata, soprattutto per quanto attiene ai trattamenti economici.

Un esempio per tutti: nel 1970 è stata emanata la Legge 300 “Statuto dei diritti dei lavoratori”, che equilibrò i rapporti tra dipendenti e datori di lavoro, che fino ad allora erano stati molto squilibrati a favore degli ultimi. Ricordo con piacere l’occasione che ebbi a una Direzione nazionale del Sindacato di cui facevo parte, di aver incontrato colui che redasse lo Statuto dei Lavoratori, il professor Gino Giugni, il più insigne giuslavorista del tempo, socialista riformista e uomo gentile. Mi spiegò, stando in piedi al caffè, come lo Statuto fu votato dal Centrosinistra di allora con i comunisti che si astennero, perché “non potevano” votare per il Governo cui si opponevano, anche se nel Governo i socialisti di Nenni e i socialdemocratici di Saragat avevano un ruolo importantissimo. Infatti, non a caso era stato incaricato lui di redigere quella importantissima Legge.

Bene.

Negli ultimi decenni, invece, sono stati proposti al dibattito cultural-politico nuove tipologie di diritti, ed è qui che nasce quella che finisce con il diventare “dirittismo”. E siamo ai nostri giorni.

Se parliamo di ambiti civili troviamo, nell’ordine:

a) unioni civili tra persone dello stesso sesso (che qualcuno si ostina a chiamare “matrimoni”, ignorando del tutto il latinismo giuridico che costituisce la semantica del termine: mater-munus, cioè ufficio-della madre, che, fino a prova biologica contraria, non può essere un maschio), diritto ottenuto;

b) adozioni per coppie omosessuali, diritto non ottenuto, a mio parere giustamente sotto il profilo etico-pedagogico;

c) maternità surrogata, come b), e speriamo così resti;

d) dizione genitore 1 e genitore 2, invece che madre e padre, sui moduli anagrafici (recentemente confermata dall’Alta corte), che a me sembra una sesquipedale stupidaggine (scuola elementare di Viggiù: “Paolo, ieri è venuta a prenderti quella signora, è mamma tua, vero? Ma quella di oggi chi è, la zia? No… è papà), care nere toghe autorevolissime, etc..

Sotto altri aspetti ora alcuni nulla facenti si esercitano a litigare nervosamente con la lingua italiana, proponendo di femminilizzare tutti i termini che storicamente sono nati (e funzionano bene) al maschile. Un esempio di questa idiozia, per tutti: è noto che nella politica e nel sindacato il termine-ruolo di “segretario” è riferita al capo politico dell’organizzazione (si pensi alla figura di Stalin nel Pcus, o anche più minutamente alla mia come segretario regionale di un sindacato), che comandava, mentre il termine di “segretaria” significa e rappresenta un ruolo subalterno e di supporto. Infatti, la premier italiana testé eletta preferisce – giustamente – farsi chiamare “Il” Presidente del Consiglio”, non “La (Presidente del Consiglio)” e men che meno “Presidentessa”. D’altra parte il deverbale “presidente” è il participio presente del verbo “presiedere”, e quindi…

Di queste teorie balzane vi sono anche militanti ben individuabili. Due su tutte: Murgia Michela, scrittrice di cui non ho mai letto un rigo (e non mi manca, preferisco passare il mio tempo rileggendo mille volte Dickens o Gogol o Manzoni) e Boldrini Laura, nota politica. Dietro a costoro e alle loro risibili teorie c’è un piccolo stuolo di uomini e donne dei media e diversi politici di sinistra, specialmente quelli/ e più snob e radical chic. I politically correct, che sono anche paladini dell’orrore culturale e morale della cancel culture. Vorrei che venissero in un qualsiasi paese friulano a spiegare che loro butterebbero giù i monumenti ai Caduti di tutte le guerre, per vedere la reazione del popolo che loro si illudono di rappresentare. Vada per i giornalisti/ e, ma i politici della sinistra, così facendo, perdono un’altra occasione di riprendere un percorso politico e culturale che gli appartiene, ma quelli/ e attuali non lo sanno. Un nobile percorso che ha avuto esempi gloriosi, come quello che segue.

La sigla F.I.O.M. è l’acronimo della più antica federazione sindacale di categoria e significa Federazione Impiegati Operai Metallurgici, anche se qualche suo militante non se lo ricorda neppure. Ebbene, gli straordinari operai, impiegati e tecnici che fondarono nell’ultima decade del XIX secolo questo sindacato avevano in testa, oltre che i loro diritti che allora erano tutti da conquistare, anche i doveri che avevano imparato a rispettare.

Potrei esemplificare ad libitum, ma mi fermo qui, suggerendo solo di riprendere la lettura di alcuni classici anche abbastanza recenti, che dovrebbero essere proposti addirittura in famiglia e certamente a scuola. Utile una lettura mazziniana:

«Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l’armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell’ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall’idea d’un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch’essi, figli tutti d’un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d’una sola Legge – che ognuno d’essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri – che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori – che il combattere l’ingiustizia e l’errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa – dovere di tutta la vita
(Giuseppe Mazzini, Dei Doveri dell’Uomo, 1860)

Dopo il grande Italiano, sulle sue tracce troviamo politici come il Presidente americano Woodrow T. Wilson, il premier britannico David Lloyd George, e anche diversi leader post coloniali come Gandhi, David Ben Gurion, Golda Meir, Nehru e Sun Yat Sen.

Suggerirei a Stefano Bonaccini che mi auguro sia eletto segretario del PD di riprendere questa letteratura etico-politica.

“Crisi”: in greco può significare, o inizio del declino, oppure riflessione per una ripresa (lettera al Partito Democratico)

Osservo le triste manovre in vista del congresso del PD: vecchi vizi immarcescibili, correnti che si affannano a presentare le “correnti” interne come centri di riflessione, ma sono sempre loci di distribuzione di posti di potere e di stipendi, candidature alla segreteria tra il risibile (De Micheli/ Provenzano / Nardella) e il presuntuoso (Schlein, e chi è? 37 anni, pontifica di economia e di società dicendo ovvietà e vecchiume, come quando attacca il Jobs Act, lei che non ha mai visto – ne son certo – un’azienda di produzione, e ha incontrato lavoratori e imprenditori in tutta la sua vita come io in un giorno solo), presentazione di libri di militanti imbolsiti… e qui mi fermo un momento: ne ho sentito parlare per Radio radicale, dove gli amici e compagni si sono fatti fare una lezione di filosofia e di sociologia politica da Lucia Annunziata (riflessioni interessanti, quando ha parlato di “PD territoriali”, però dette con il tono saccente e da superioriy complex che è proprio di questa giornalista), mentre D’Alema si è faticosamente arrabattato sulle “radici della storia della sinistra”, da Marx-Gramsci a Berlinguer, e recuperando perfino (!!!) il vituperato Bettino, cioè Benedetto Craxi, morto in “esilio”, termine giuridicamente improprio, ma evocativo di uno stato della situazione colmo di un grande malessere etico e politico. La tristezza continua a sinistra.

Poi ci sono i “vecchi” saggi, brave persone alla Cuperlo, che credono ancora al metodo correntizio, magari non à la Franceschini, che è una vecchia lenza democristiana, senza accorgersi che il possibile-mondo-di-una-“sinistra-possibile” (l’aggettivo non ha nulla a che vedere con il movimentino del simpatico Civati da Milàn) va da tutt’altra parte.

A guardare lo spettacolo vien da pensare immediatamente che pare il set di una commedia tragicomica tendente al grottesco. Su un lato ci sono coloro che non si limitano (come continua a fare Letta rasentando il patetico) a criticare Renzi & Calenda, ma di costoro percepiscono la plausibilità delle critiche, come Bonaccini (che spero venga eletto segretario, ma ho molti dubbi su tale prospettiva) e dall’altra ci sono quelli che starebbero con Conte notte e giorno. Povero “Partito storico della sinistra”! Questi si chiamano Speranza, Provenzano, Bettini, ma anche Bersani che ha rinunziato alle fatiche improbe della prima fila. Dal loro punto di vista non si sono accorti che stanno correndo dietro a uno che è ontologicamente un “notabile democristiano fuori tempo massimo”. e di più non dico su un personaggio sul quale mi sono già esercitato troppo, e non a suo vantaggio.

Non è che i primi debbano accodarsi a Renzi & C., ma mi pare evidente che l’unica strada percorribile per una “sinistra possibile” sia quella capace di dialogare con la contemporaneità dei nuovi mezzi di comunicazione, con i “valori” delle ultime generazioni, che non hanno dimenticato la solidarietà e i sacri principi di eguaglianza evangelico-socialista, ma vogliono declinarla secondo il pricipio di equità, che è l’epicheia aristotelica.

Il principio di uguaglianza è da collocare solamente nel giudizio antropologico della struttura di persona, nella pari dignità di ogni essere umano, ma non nella struttura di personalità, che dice irriducibile differenza, unicità mia, tua, sua, caro lettore! Una sinistra che non si accorge che oggi i giovani desiderano rappresentarsi nella vita in modo diverso da come lo volevano i giovani anche solo di mezzo secolo fa, non può accostarli, e nemmeno portarli a condividere una lotta politica.

E questo lo spiegano la sociologia e l’antropologia culturale: oggi, il valore più importante percepito è la possibilità di essere sé stessi, non di essere uguali a tutti gli altri! Una sinistra capace di dialogare con il tempo attuale deve cominciare a capire che il valore principale non è l’uguaglianza, ma l’equità nella libertà. Ancora Aristotele e Tommaso d’Aquino. I signori sopra citati non studiano più (se mai hanno studiato). Studino con umiltà la filosofia morale classica, dallo Stagirita fino a Kant, per saper declinare anche il principio del dover-essere-come-lo-richiede-la-realtà-fattuale-attuale, che non è quella di Marx, di Lenin e di Gramsci, ma neanche quella di Berlinguer e di Gorbacev.

Se una “sinistra possibile” vuole vincere di nuovo differenziandosi dalle destre al potere, soprattutto da quella salviniana, deve saper declinare valori ritenuti “di destra”, come il successo individuale e il non-collettivismo, con il rispetto dell’individuo-persona che non è ascrivibile a nessun operaio-massa modernamente declinato.

Non sto proponendo un relativismo etico all’americana, né un liberismo economico senza leggi regolatrici, che ritengo indispensabili, soprattutto a livello sovra-statuale (una UE vera!), ma uno sforzo di comprensione dei nuovi linguaggi che rappresentano un mondo nuovo, preoccupante per molti aspetti (clima, guerre, pandemie…), ma pieno di potenzialità straordinarie (ricerca scientifica, esplorazione dello spazio, sviluppo di terre e popolazioni finora neglette…).

Una “sinistra possibile” non teme di concordare con la cultura politica di destra sul tema delle migrazioni, e si misura non sul ruolo delle ONG o su porti aperti o chiusi, ma sullo sviluppo del Sud del mondo, rischiando anche topiche ed errori. Un esempio, se il da me (e non dal PD, ahi ahi) rimpianto ministro Minniti (di sinistra!) ha fatto accordi con i Libici di dubbia efficacia e con esiti morali anche negativi, lo spirito della sua iniziativa di “lavorare in Africa” era giusto, corretto, eticamente fondato e politicamente lungimirante.

Una “sinistra possibile” non tema di misurarsi su un tema controverso come il “reddito di cittadinanza” di matrice grillina, e accetti di selezionarne rigorosamente i beneficiari, smettendo di ululare, una cum travaglieschi borborigmi giornalistici, all’attacco ai poveri!

Anche le dottrine morali cristiane (musulmane e buddiste) ammettono l’esigenza di accostare al principio dell’amore di benevolenza (la nobile Caritas, che comprende anche, nei casi estremi, l’elemosina), il principio dell’impegno individuale e del riconoscimento dei meriti derivanti da questo faticoso impegno, e da differenze antropologiche strutturali (genetica, ambiente, educazione).

Il tema delle “stesse opportunità” di partenza, tipicamente “di sinistra”, se declinato in modo assoluto, è realisticamente assurdo. Bisogna invece creare le condizioni per un’istruzione accessibile ai massimi livelli per tutti… quelli che vogliono istruirsi. Per illustrare questo principio devo di nuovo ricorrere alla mia biografia personale e a un esempio esterno.

Quando la mia umile famiglia condivise con me che sarei andato al liceo classico (incredibile dictu per chi aveva solo la licenza elementare, come i miei genitori!), vi andai con profitto. Altri miei coetanei non ci andarono, a volte anche potendo economicamente farlo con facilità. In questo caso come si considerano le pari opportunità di partenza? Io, partendo da più indietro, sono andato più avanti. Che legge ho violato? Quella delle pari opportunità? Al contrario, io ne avevo di meno. E allora? La verità è che è antropologicamente insopprimibile l’irriducibile differenza della struttura di personalità singola.

Il mio bisogno, come quello degli altri coetanei, era quello di studiare; il mio merito è stato quello di aver studiato (e di continuare a farlo), mentre altri, pur potendolo fare, non lo hanno fatto. E’ di destra che io abbia raggiunto il livello accademico di due dottorati di ricerca? E’ di destra il merito acquisito con la mia fatica, con il coraggio dei miei e con l’aver io avuto molta forza fisica e psichica e salute?

No, non è né di destra né di sinistra, cari Schlein, etc., mentre i vostri detti e fatti sembra che vogliano farlo apparire tale, come quando avete polemizzato con la nuova dizione del Ministero dell’Istruzione e del Merito neo istituito, perché la parola Merito, che significa differenza (antropologico-filosofica), vi fa paura, perché la ritenete di destra. Suvvia! Studiate, studiate.

Merito e bisogno vanno declinati assieme, come tentava di fare, inascoltato, il Ministro della Giustizia del governo Craxi, Claudio Martelli, a metà degli anni ’80.

Un altro esempio è quello di un grande imprenditore, della mia stessa classe sociale: egli partì per la Germania mezzo secolo fa, o poco più, come garzone gelataio, e oggi ha tremila e cinquecento dipendenti con un fatturato di oltre cinquecento milioni di euro, che lo hanno fatto diventare un gran signore, ma con il lavoro retribuito di migliaia di persone, lavoro che ha creato lui con i suoi valorosi collaboratori, dal più giovane dipendente all’amministratore delegato.

Cara Sinistra e caro PD, ce la fai a discutere in questo modo di come “essere sinistra” oggi senza aver paura di condividere valori che non sono storicamente nati nel tuo grembo, per poi declinarli con i tuoi? E magari anche il valore semantico, politico e morale della parola “Patria”, termine da te negletto, perché pensi che sia ancora fascista. Dai!

Se sì, se riesci a discuterne e a considerare in questo modo l’essere-di-sinistra-oggi hai speranze, altrimenti, lascerai il TUO campo di lavoro politico e sociale ai furbi populisti che si spacciano per sinistra e a quelli che saranno sempre voces sine fine clamantes, toto populo inutiles.

La meravigliosa solitudine del comando

Partiva per il Nord Europa che aveva appena compiuto diciassette anni, per andare a fare il garzone in gelateria. Dopo due anni l’aveva comprata e dopo un altro anno ne aveva comprata altre due. Ma voleva crescere ancora.

Si guardava in giro per vedere se c’era qualcosa di meglio da fare. Ecco: una fabbrica per la produzione di gelato, e la crescita delle sue iniziative si realizzò in termini quasi geometrici. Si era messo in affari con i suoi fratelli, aveva sposato una brava ragazza di quelle plaghe laboriose, gli erano nate due figlie e poi un figlio.

A un certo punto era tornato in Italia, soddisfatto del gran lavoro già fatto prima dei quaranta anni. Ma il dèmone della creazione di impresa e di nuova economia lo aveva ricatturato prestissimo. Ed ecco che anche in Italia inventa un modo di vendere cibi buonissimi a domicilio e poi diventa industriale, producendo pane e pizze.

Il resto è storia degli ultimi trentacinque anni. Ora presiede aziende che occupano, tutte insieme, più di 3500 persone con fatturati che qui non riporto, perché sono pubblici. Ora, niente potrà mai inficiare in alcun modo le dimensioni e la sua statura di uomo di economia e di azienda. Di persona carismatica e rara.

Talvolta gli capita anche di essere un po’ malinconico, silenzioso, dopo tanto darsi da fare. Eppure ha fatto della sua vita un “capolavoro”. E’ stimato, a partire da chi scrive questo pezzo, ma soprattutto in tutto il mondo dell’economia, dai suoi dipendenti che gli vogliono bene e dalla società che ha contribuito a rendere più sicura, costruendo coesione e cultura del lavoro.

Nella fabbrica più grande di sua proprietà lavorano centinaia di donne che altrimenti non si sa dove potrebbero trovare un’occupazione altrettanto solida. La fabbrica della Pedemontana è il cuore di quella economia e il punto di sviluppo civile, economico e sociale più importante di un ampio territorio. Un’altra azienda di sua proprietà è leader nel settore energetico, una terza gli dà la sensazione di essere, come è sempre stato, un signore legato alla propria terra friulana e a ciò che produce, nel caso uno dei tre cibi più limpidamente sacri di tutta la storia umana, il vino.

Caro e rispettabile amico, questo tempo di cambiamento è un tempo nel quale riflettere a fondo sulla propria vita, accettando il fatto ineluttabile che il tempo fugge e ci chiede un nuovo modo di stare al mondo e tra gli altri.

Caro e rispettabile amico, ogni essere umano deve (deve, come insegnava un grande sapiente tedesco, Immanuel Kant, di cui le ho parlato più volte collegandolo al suo senso del dover-fare) accettare di interpretare un (in parte) nuovo ruolo nel mondo e tra le altre persone.

Caro e rispettabile amico, la vita ci chiede sempre di crescere per affrontare nuove sfide, che in questo caso non sono più solamente “quantitative”, ma più di qualità delle relazioni, di consolidamento e di equilibrio degli affetti, di disponibilità di tempo per dialogare con le persone, portando nel dialogo la sapienza dell’esperienza fatta.

Caro e rispettabile amico, questo tempo di passaggio richiede di guardare il mondo e le persone con uno sguardo in qualche modo diverso, superando la tensione che la ha vista temere sempre per il futuro, lei conoscendo bene i difetti dell’umano e con preoccupazione a volte sospettando premurosamente che potessero danneggiare le splendide iniziative.

Caro e rispettabile amico, questo è il tempo di accettare la complessità delle relazioni umane, la complessità dell’animo umano, che è anche la sua.

Caro e rispettabile amico, questo è il tempo di accettare letture della realtà proposte anche da altri, con le quali confrontarsi senza pre-comprensioni date dall’esperienza, e di fidarsi di più degli altri (specialmente delle persone che le sono più vicine, della famiglia e nelle aziende), perché non sempre l’esperienza insegna tutto per il meglio, e soprattutto non si ha sempre ragione, a prescindere dalla complessità delle cose, dei fatti e degli atti umani, che richiede la fatica di un’analisi approfondita.

Caro e rispettabile amico, in questo modo, quest’altra fase che si apre nella sua vita, potrà portarle arricchimenti importanti sul piano umano e spirituale, e infine normali gioie e tanta serenità, la serenità di un uomo che ha fatto cose eccezionali come pochissimi hanno saputo fare, partendo da una famiglia umile e semplice (come la mia, ed è per questo che la comprendo e quasi la capisco, molto bene).

Buona vita, caro amico, io ci sono, anche per continuare questo discorso seduti, magari sorseggiando un taj del suo buonissimo Tocai.

(Ho scritto questo pezzo per uno stimatissimo imprenditore, cui voglio bene, il cui nome non citerò).

Humanas mediocritates observo

Ora che la signorina Piperno da Roma è tornata a casa dall’Iran dove ha passato in carcere quarantacinque giorni per essere stata “beccata” a manifestare giustamente per ricordare l’ammazzatina (copyright di Andrea Camilleri) vigliacca di Masha Amini, mi viene da ragionare sull’accaduto.

I media la presentano come una travel blogger, cioè una viaggiatrice che pubblica i suoi viaggi su un blog che raccoglie pubblicità per conseguire un reddito.

Oggi ci sono vari tipi di blogger, in generale organizzati e visibili dentro il più vario merchandising / marketing, per lucrare nei rispettivi mercati: tanti clic sul blog, altrettanti centesimi o euro riconosciuti dalla ditta che si pubblicizza sul link; c’è poi il tipo di blogger come me, senza accordi commerciali e con regole precise e rigorose per il dialogo tra me e il lettore. In altre parole, a me arrivano commenti e contatti che – di volta in volta – decido se pubblicare o meno. Se educati e pertinenti li pubblico, altrimenti no.

Di solito pubblico tutto a meno che non vi siano insulti. In quindici anni di vita del mio blog www.sulfilodisofia.it, e la pubblicazione di almeno millesettecento post e una ventina di corsi universitari di etica generale e del lavoro, di sociologia, di filosofia morale e di teologia sistematica in power point, ho ricevuto circa trecento messaggi (pochissimi, dunque), tutti pubblicati eccetto uno solo, che conteneva insulti nei miei confronti, non solo immotivati, ma letterariamente scadenti. Niente da paragonare a una “pasquinata” o cose del genere!

Controllo le statistiche delle visite settimanali/ mensili, e “faccio” numeri di tutto rispetto (circa tremila al mese) che attestano visite da tutti i paesi del mondo nelle seguenti percentuali approssimative: 60% dall’Italia, 20% dal resto d’Europa e 20% dal resto del mondo, con presenze anche dalle nazioni più remote, come le isole Samoa e le Marshall.

Ho scelto di stare nel web in modo curato e rispettoso dei saperi, evitando ogni forma di abbassamento dei toni e dello stile scrittorio, salvo che in certi pezzi dove non esito ad utilizzare l’invettiva e a definire qualcosa come idiozia.

E vengo alla signorina citata. Sono molto lieto che sia stata liberata da quel paese senza democrazia e rispetto per i diritti umani, ma mi chiedo se sia saggio viaggiare in modo così “esposto” in territori di quel genere, peraltro segnalati regolarmente come pericolosi dalla Farnesina.

Se si è maggiorenni e si sceglie di andarci, e di andarci non con lo stile del viaggiatore attento e cauto, ma esponendosi, o per raccogliere immagini e situazioni “forti” e/ o per militanza, si dovrebbe anche accettare di subirne e di pagarne le conseguenze.

Come è successo per le famose “Simone” e le Greta & Vanessa degli anni di guerra Irakeni (la guerra letteralmente “inventata” in modo criminale dal George W. Bush e da Tony Blair, la mia più grande delusione politica dell’ultimo mezzo secolo!), lo Stato italiano si è accollato tutto l’impegno politico, diplomatico e finanziario per la soluzione positiva della vicenda. Addirittura, la signorina è tornata a casa su un jet Falcon dell’Aeronautica militare. Solo il volo sarà costato 50.000 euro… Dico sommessamente: non poteva tornare a casa su un volo di linea?

Spese (nome) quasi come quelle… spese (participio passato) per soccorrere gli sprovveduti che sono caduti con il loro bimbo nel lago ghiacciato l’inverno scorso, calzando delle infradito o giù di lì, o come in altre decine di casi analoghi di persone che vanno in alta montagna con le scarpe da ginnastica e poi restano “incrodati” nottetempo su un sentiero qualsiasi.

La Francia è incazzata con noi per la Ocean Viking posteggiata a Tolone con 230 migranti, mentre a Lampedusa, con il mare calmo, ne arrivano oltre 500 al giorno, la Germania un po’ meno, la Spagna traccheggia, tutti un pochino gelosi&invidiosi di un’Italia, che “ha troppo”: storia, arte, paesaggio, industria, sport, capacità lavorative, troppo, troppissimo. D’accordo che Germania e Francia ospitano più migranti, ma l’Italia li accoglie, li lava, li nutre, li cura, li fa dormire all’asciutto, mai considerandoli “residui”, ministro Piantedosi! Aaah, il linguaggio!

In ogni caso, i portavoce dei ministri di Macron la smettano di inveire contro l’Italia e si tengano i loro problemi interni senza scaricarli su noi. Capiamo bene che Monsieur le President ha problemi sia a destra (Le Pen), che lo rimprovera di lassismo verso i migranti, ia a sinistra (Melenchon), che lo cazzia per humanitas insufficiente, ma, mehercules, la smettano, comunque!

Qua da noi Meloni sta sperimentando quanto difficile sia l’arte del governo, il dottore Piantedosi quanto debba studiare per evitare il linguaggio burocratico borbonico cui è stato un po’ abituato da anni di funzionariato, e di Conte mi sono stancato di dire cose poco lusinghiere.

Sbarra Luigi è il segretario generale della Cisl: come la maggior parte dei “parlanti in tv” è talmente scontato nei suoi detti, e noioso, che lo “adopero” per l’addormentamento serale, a volte al posto del sempre più vieto Crozza.

Osservo le triste manovre in vista del congresso del PD: vecchi vizi immarcescibili, correnti che si affannano a presentare le “correnti” interne come centri di riflessione, ma sono sempre loci di distribuzione di posti di potere e di stipendi, candidature alla segreteria tra il risibile (De Micheli/ Provenzano / Nardella) e il presuntuoso (Schlein, e chi è? 37 anni, pontifica di economia e di società dicendo ovvietà e vecchiume, come quando attacca il Jobs Act, lei che non ha mai visto – ne son certo – un’azienda di produzione, e ha incontrato lavoratori e imprenditori in tutta la sua vita come io in un giorno solo), presentazione di libri di militanti imbolsiti… e qui mi fermo un momento: ne ho sentito parlare per Radio radicale, dove gli amici e compagni si sono fatti fare una lezione di filosofia e si sociologia politica da Lucia Annunziata (riflessioni interessanti, quando ha parlato di “PD territoriali”, però dette con il tono saccente e da superioriy complex che è proprio di questa giornalista), mentre D’Alema si è faticosamente arrabattato sulle “radici della storia della sinistra”, da Marx-Gramsci, e recuperando perfino (!!!) il vituperato Bettino, cioè Benedetto Craxi, morto in esilio. La tristezza continua a sinistra.

Potrei continuare con una pletora, o di disutili, o di noiosi, o di incompetenti, o di mestieranti.

Mi auguro che il competente Tajani riesca a farsi ascoltare in Europa con la sua proposta di intervenire in Africa, alla base del problema, e che il tonitruante Salvini lo lasci lavorare.

Si permetta di lavorare ai competenti, anche se noi Italiani siamo quelli che spesso li lasciano a casa, come abbiamo fatto, con Marco Minniti qualche anno fa, e con Mario Draghi un mese fa.

E che bravi siamo! …e così imperversano le

mediocritates spiritorum animarumque.

“Rari nantes in gurgite vasto”, vale a dire: “nuotanti in un vasto gorgo” (Publio Virgilio Marone da Mantova, Eneide, si tratta del secondo emistichio di un verso – I, 118 – dell’Eneide), ovvero della necessità di un “facilitatore” nelle riunioni

Ho trovato questo classico verso virgiliano per cercare di spiegare a un amico, con una metafora letteraria, l’ambito e le difficoltà nelle quali ci si può trovare in una riunione aziendale, tecnico-politica, o anche filosofica, e perfino in una seduta di auto-coscienza collettiva, come erano solite fare le femministe “anni ’70”.

Le persone si possono trovare come se fossero in un gorgo marino o lacustre assieme ad altre, con la prima preoccupazione di non annegare (nella discussione, specialmente se essa è molto animata).

Una riunione è un “sistema complesso”, poiché moltiplica la complessità del singolo partecipante per la complessità di ciascun altro, in una dimensione non aritmetica, ma geometrica. Infatti, ogni partecipante è lì con tutto sé stesso, con conoscenze, emozioni, pretese, ambizioni…, per cui il primo pensiero che può maturare in ciascuno è quello, prima di tutto, di non sfigurare di fronte ad altri che possono essere competenti come o più di lui.

Se ciò è vero, probabilmente non sarà neanche il secondo pensiero quello di far funzionare bene la riunione, anche a costo che qualcun altro si metta in evidenza. Meglio aspettare e vedere che cosa succede. E a volte succede che, se uno prende la parola spiegando questioni tecniche su cui si è preparato bene, a un altro venga il ghiribizzo di mettere in difficoltà il primo intervenuto con una osservazione bizzarra o impertinente, comunque spiazzante.

Di solito gli altri stanno ad osservare la reazione del primo intervenuto che, se è un tipo paziente e resistente, riuscirà a controbattere con calma e convinzione le proprie ragioni, riuscendo a smontare le obiezioni pretestuose, mentre se è un tipo un po’ fumantino, esploderà mettendosi immediatamente, come si suole dire, dalla parte del torto. E gli altri stanno a guardare, un po’ per vedere come si svolge la polemica e un po’ per individuare il momento giusto per fare almeno bella figura. E a volte anche per il sottile e un po’ perfido piacere del male dell’altro.

In questi contesti, inoltre, ci sono anche quelli che non parlano mai, o perché non hanno nulla di originale e creativo da dire, oppure perché temono di essere “sgamati” nella loro inconsistenza. Di questi tipi umani ve ne sono in tutti i consessi, perché sono bravissimi a insinuarsi nelle pieghe dei gruppi di potere, ed agiscono solo quando sanno di essere più forti, e quasi solamente nell’uno contro uno. Avrei diversi esempi pratici da citare, ma evito. Magari potrei farlo in privato con qualche lettore.

Se quanto descritto è veritiero, emerge subito un’esigenza, anzi una necessità: quella di designare una figura che aiuti il consesso a discutere con ordine e razionalità: il FACILITATORE, o MODERATORE della riunione.

Il facilitatore è necessario, specialmente nei casi in cui la persona più alta nell’ordine dell’autorità e del potere giuridico presente (presidenti, amministratori delegati, direttori generali, etc.), preferisca non assolvere a questo compito, perché non gli piace o perché desidera vedere all’opera i propri collaboratori e misurarne anche in questo modo le capacità gestionali e di resistenza psichica.

Personalmente, presiedendo diversi Organismi di vigilanza ex D.Lgs. 231/ 2001 ed avendo presieduto anche importanti consessi culturali nazionali, oltre a strutture socio-politiche come i sindacati dove ho esercitato anche attività contrattualistiche in seguito mutuate nelle aziende, non ho mai avuto alcun problema a “facilitare” le riunioni, senza eccedere in direttività. Pertanto, tale ruolo si può interpretare, anche se si esercita la massima autorità tra i presenti.

Esempi: se in qualche riunione qualcuno mi anticipa per sua distrazione o mala interpretazione della propria posizione, faccio gentilmente notare che stavo per fare la medesima domanda o che mi ero già premurato di segnare l’argomento sulla bozza di verbale che solitamente ci tengo a redigere io stesso, a scanso di fraintendimenti, a meno che un altro non si proponga di scrivere lealmente ciò che viene detto. Ho esperienze di ambedue i casi.

Tornando alla figura del “facilitatore”, è importante ricordare i cinque elementi che compongono la comunicazione inter-soggettiva soprattutto nelle riunioni:

—linguaggi, cioè il “codice espressivo” —stili, cioè il “carattere o cifra derivanti dai tratti di personalità soggettivi” —modalità, cioè il “modo ordinario di comunicare e le scelte verbali/non verbali/paraverbali” —livelli di condivisione, cioè le “simmetrie e le asimmetrie delle informazioni” (tra colleghi e Direzione o Presidenza, etc.) —mezzi e strumenti operativi, cioè “telefono, computer, riunione in presenza, oppure on-line, etc.”.

Come si può constatare, ognuno degli elementi pone l’esigenza di rispettare l’importanza che assume, se si vuole che la comunicazione di concetti e informazioni, specialmente se complicati, produca risultati positivi in termini di comprensione reciproca e di avanzamento della discussione per un fine progettuale condiviso.

Se ciò non si realizza, il rischio è di produrre riunioni inconcludenti, inutilmente stancanti e foriere anche di inimicizie tra i partecipanti, specie se la comunicazione scadente ha in qualche modo (anche parzialmente) “lesionato” la Qualità Relazionale tra ciascuno e ogni altro, poiché la QR è la condizione imprescindibile per lavorare bene assieme, tra diversi, ma per un Fine condiviso.

Per tutto ciò, mi pare di poter dire che la figura di un “facilitatore” concordemente individuato, possa evitare infortuni interpretativi (cioè di ermeneutica) durante importanti riunioni di lavoro, di organismi dirigenti e societari. Ad esempio nelle riunioni dei CdA è prevista spesso la figura del segretario-verbalizzatore, che potrebbe anche fungere da moderatore, se ne ha le capacità.

Infatti, non è indispensabile che tale figura sia quella “tecnicamente” più preparata sugli argomenti che si stanno discutendo, ma deve certamente conoscerne gli aspetti principali, per discernere l’ordine degli interventi e favorirne la proposizione, come accade nei migliori esempi di dibattito pubblico governato dai giornalisti più professionali, che vengono anche definiti “moderatori”, e come deve accadere (accade) nei seminari accademici.

Nelle aziende, soprattutto, oltre che in tutti gli altri contesti, bisognerebbe avere l’umiltà di ritenere tale figura necessaria al buon andamento di ogni discussione tra diversi e/o portatori di interessi diversi.

Cieco-pacisti e figure di merda

Dispiace che molto “popolo” (forse l’80% del totale del popolo, secondo una realistica “gaussiana” fa parte del “popolo”), quello che non si accorge delle bestialità ciniche e volgari che qualche politico sostiene, continui a ignorare le bestialità stesse.

Guarda un po’, caro lettore, mi riferisco, come già ho fatto millanta volte, all’ineffabile capo dei 5S, Conte Giuseppe, capace di sostenere “A” e il “suo contrario”, tesi logicamente contraddittoria (come ci ha insegnato Aristotele 2400 anni fa, all’incirca con queste parole: “non si può affermare o negare dello stesso soggetto nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto due predicati contraddittori“, che illustra il Principio di non-contraddizione) con la faccia tosta di chi è abituato a mentire anche a sé stesso, perché ontologicamente, proprio come “struttura di personalità”, la quale – come è notorio agli intellettualmente onesti – è costituita da genetica, ambiente ed educazione, è qualunquista, proprio come l’Antonio Albanese della saga di Cetto Laqualunque, prefigurazione cinematografica dell’avvocato foggiano. Auff, Cicero adiuva me!

Respiro, finalmente.

Sulla guerra di aggressione della federazione Russa all’Ucraina: l’ineffabile esclama stentoreo nella piazza uno spaventoso proclama (ah ah ah!) “…il Governo NON SI AZZARDI ad inviare armi all’Ucraina senza un dibattito parlamentare“. Con garbo e una certa nonchalance il ministro Crosetto, cui non dispiacerebbe misurarsi con Conte a singolar tenzone (e l’arma del duello la scelga pure Conte, pistola a colpo singolo, come nel leggendario film kubrickiano Barry Lindon, revolver, semiautomatica, sciabola, picca, fioretto o mazza ferrata, non importa), ha risposto che il Governo si atterrà alle leggi e alle determinazioni assunte democraticamente in Parlamento.

Non si azzardi...”, una minaccia. Ridicola in sé, come quella del contadino che dice che se tuona può piovere. Ma che paura, una minaccia dell’avv. Conte, che paura! Mi si restringono i calzini di fronte a tanta coraggiosa baldanza! E se il Governo “si azzarda”, che cosa succede, che cosa farà il minaccioso leader scravattato?

Continuerà nel suo percorso sempre più piazzaiolo, o tornerà alla pochette d’ordinanza per riprendere quell’allure che la sua sconosciutezza (sì, “sconosciutezza”, è un neologismo italico, un mio ghiribizzo di cantor domenicale) contribuiva a incuriosire qualche generoso benpensante?

Non stanchiamoci di ricordargli che, Draghi imperante (ablativo assoluto, cuibusque Latina lingua cognita non est), quest’uomo ha sempre votato per inviare aiuti di pace e aiuti di guerra (sistemi d’arma) all’Ucraina aggredita. Giustamente, secondo l’Etica alta del diritto alle legittima difesa!

Le due piazze “per la pace”, quella di Roma e quella di Milano sono state molto, molto, molto diverse. Come il mio lettore ha capito, se avessi potuto sarei andato a Milano, ebbene sì, Con Renzi e Calenda, e anche con la Moratti, essendomi nessuno dei tre simpatico. E avrei evitato accuratamente Roma, ma non perché non comprenda e non sia vicino al sentimento puro dei più, che là marciavano, dalla fanciulla che obliterava la storia con le pagine del sussidiario di terza media, alla signora in età seduta stanca nel mezzo della via che era contenta di star lì, al giovane cinquantenne con barba e naso da clown convinto che allegramente si possa convincere a far pace Putin e Zelenski (sì, perché molti colà intervistati citavano l’uno e l’altro, come se entrambi fossero equamente responsabili dei massacri indecenti), alle colorate ragazzine che compitavano “pace, pace, pace”…

L’avrei (e l’ho) evitata per non incontrare, prima di tutto il già troppo citato giurista daunio, per non incontrare don Ciotti, che mi ha stufato fin dai suoi esordi come eroe antimafia (si lavasse i capelli, ogni tanto!), per non incontrare Fratoianni e Bonelli, i cui discorsi prevedibili fin dal primo accenno pre-verbale m’annoiano come poche altre cose al mondo, per non incontrare Travaglio (mea ratione omnibus cognita), per non avere la pena di incontrare il buon Letta, che apprezzo per quest’ultima stanchissima coerenza civica e morale. Purtroppo è circondato da figure mediocri come il suo vicesegretario e altri, zavorra di questo ex grande partito.

Mi fa male per lui e per lo sgangherato suo partito di questo tempo.

Riporto dal dizionario Treccani, integralmente la dizione di cieco-pacista, s. m. e f. (iron.) Chi sposa la causa pacifista senza il vaglio della ragione. ◆ La distinzione che ci divide è tra pacifisti incoscienti — che dirò «cieco-pacisti» — e pacifisti pensanti. Il cieco-pacista non sente ragioni, è tutto cuore e niente cervello. (Giovanni Sartori, Corriere della sera, 18 ottobre 2002, p. 1, Prima pagina) • Il professor [Giovanni] Sartori ha inventato il neologismo ciecopacista per dire un pacifista virtuoso ma utopico, senza un serio rapporto con la realtà. (Giorgio Bocca, Repubblica, 21 aprile 2004, p. 1, Prima pagina), ad libitum…

A Roma, la piazza era colma di questo tipo di persone, laici e cattolici, questi ultimi convinti da pissime ragioni da me non condivisibili. Ingenui!

Non mi interessano i cieco-pacisti, ma la ricerca di una conoscenza reale dei fatti e le azioni necessarie per porre fine all’aggressione. Pace, dunque, ma in una situazione giusta, dove chi vive in Ucraina possa svegliarsi domani senza un drone sulla testa e la Russia stia tranquilla, se vuole, a sognare i sogni di gloria imperiali nel suo mir, che significa pace secondo i propri voleri, che non diverranno mai realtà.

…surfando sull’orlo del caos, logica fuzzy, frattali e auto-similarità, casualità e causalità, nella natura e nell’uomo stesso

Le immense onde oceaniche che si abbattono sulle coste frastagliate dell’Algarve (toponimo derivante dall’arabo Al Garbh), sembrano travolgere il coraggioso surfista, ma quegli emerge miracolosamente da sotto la ripiegatura dell’onda che lo rincorre. E lui continua surfando… sull’orlo del caos.

Locandina del film “Un mercoledì da leoni”

Queste onde richiamano concetti matematici come i frattali da un lato, e filosofici come la complessità dall’altro, i cui assiomi primari sono stati approfonditi in questi anni da studiosi di fama come il russo Ilya Prigogyne e l’italiano Alberto F. De Toni, caro e valoroso amico, cui ho “rubato” la prima parte del titolo dal suo account di whattsapp.

Un concetto che si può riferire ai due sintagmi citati è autosimilarità, che in filosofia significa una sorta di analogia di partecipazione della parte (dell’ente) al tutto e viceversa. La sintesi espressiva di questo “tutto” può essere Unità nella Distinzione nella Relazione, che poi è lo slogan del mio blog.

Ecco dunque alcuni punti di tangenza tra filosofia, fisica, matematica e geometrie non euclidee.

Che cosa è un frattale: “un oggetto geometrico dotato di omotetia (in matematica e in particolare in geometria una omotetia composto dai termini greci omos, “simile” e dal verbo tìthemi, “pongo”) interna, cioè di una capacità di ripetersi nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale” (dal web).

Si dà dunque anche una geometria frattale, non euclidea che studia queste strutture, ricorrenti ad esempio nella progettazione ingegneristica di reti, e nelle galassie. Ecco una formula logaritmica adeguata:

{\displaystyle {\frac {\log 4}{\log 3}}\approx 1{,}26186}

Anche in geometria, come in filosofia, si può definire questa caratteristica autosimilarità o autosomiglianza, mentre il termine “frattale” venne scelto nel 1975 da Benoit Mandelbrot nel volume Les Object Fractals: Forme, Hasard et Dimension.

Il termine deriva dal latino fractus (rotto, spezzato), così come il termine frazione, vale a dire parti di un intero. I frattali si utilizzano nello studio dei sistemi dinamici e nella definizione di curve o insiemi e nella dottrina del caos. Sono descritti con equazioni e algoritmi in modo ricorsivo. Ad esempio, l’equazione che descrive l’insieme di Mandelbrot è la seguente: a_{n+1}=a_{n}^{2}+P_{0}}

a_{{n+1}}=a_{n}^{2}+P_{0}
a_{n}
P_{0}

dove a_{n}} e P_{0}} sono numeri complessi.

La natura produce molti esempi di forme molto simili ai frattali, come ad esempio nell’albero: in un abete, ogni ramo è approssimativamente simile all’intero albero e ogni rametto è a sua volta simile al proprio ramo e così via; un altro esempio si trova nell’osservazione di una costa marina, dove si possono notare aspetti di auto-similarità nella forma che si ripete in baie e golfi sempre più piccoli e collocati in successione lungo la costa stessa.

Altre presenza di forme a frattali sono presenti in natura, come nel profilo geomorfologico delle montagne, delle nuvole, dei cristalli di ghiaccio, di foglie e fiori. Il Mandelbrot ritiene che le relazioni fra frattali e natura siano più profonde e numerose di quanto si creda. Ad esempio, con la stessa mente umana, intesa come organo del pensiero.

«Si ritiene che in qualche modo i frattali abbiano delle corrispondenze con la struttura della mente umana, è per questo che la gente li trova così familiari. Questa familiarità è ancora un mistero e più si approfondisce l’argomento più il mistero aumenta»

Un altro esempio di analisi delle cose si può ritrovare nella logica filosofica denominata fuzzy , che si inserisce a buon titolo in questo novero di ipotesi teoriche.

La logica fuzzy (o logica sfumata) è una teoria nella quale si può attribuire a ciascuna proposizione un grado di verità diverso da 0 e 1 e compreso tra di loro. È una logica polivalente, peraltro già intuita da Renè Descartes, da Bertrand Russell, da Albert Einstein, da Werner Heinseberg e da altri meno conosciuti dai più.

In tema, con grado di verità o valore di appartenenza si intende quanto è vera una proprietà, che può essere, oltre che vera (= a valore 1) o falsa (= a valore 0) come nella logica classica, anche parzialmente vera e parzialmente falsa. Si tratta di una logica-in-relazione-ad-altro.

Si può ad esempio dire che:

  • un neonato è “giovane” di valore 1
  • un diciottenne è “giovane” di valore 0,8
  • un sessantacinquenne è “giovane” di valore 0,15

Formalmente, questo grado di appartenenza è determinato da un’opportuna funzione di appartenenza μF(x)= μ. La x rappresenta dei predicati da valutare e appartenenti a un insieme di predicati X. La μ rappresenta il grado di appartenenza del predicato all’insieme fuzzy considerato e consiste in un numero reale compreso tra 0 e 1. Alla luce di quanto affermato, considerato l’esempio precedente e un’opportuna funzione di appartenenza monotona decrescente quello che si ottiene è:

  • μF(neonato) = 1
  • μF(diciottenne) = 0,8
  • μF(sessantacinquenne) = 0,15

Aggiungiamo a questo novero di dottrine, anche la teorie del caos che troviamo in matematica, le quali possono mostrare anche una sorta di casualità (sul “caso” dirò dopo) empirica in variabili dinamiche, come nel frangente dell’oggetto matematico denominato asintoto (linea parabolica non-finita che si avvicina, senza mai toccarlo, a un segmento soprastante), mostrando come tra lo 0 e l’1 possano collocarsi infiniti (se pure relativamente) numeri o quote.

Ecco perché i paradossi di Zenone di Elea (VI secolo a. C.) possiedono una notevole perspicacia filosofica.

Comunemente il termine “caos” significa “stato di disordine“, ma nella sua dottrina può e deve essere definito con maggiore precisione, in quanto sistema dinamico, non statico, in questo seguente modo:

  • deve essere sensibile alle condizioni iniziali;
  • deve esibire la transitività topologica;
  • deve avere un insieme denso di orbite periodiche.

La transitività topologica è una caratteristica necessaria implicante un sistema evolventesi nel tempo, in modo che ogni sua data “regione”, che è un insieme aperto, si potrà sovrapporre con qualsiasi altra regione data. In sostanza, le traiettorie del sistema dinamico caotico transiteranno nell’intero spazio delle fasi man mano che il tempo evolverà (da qui “transitività topologica”: ogni regione dello spazio delle fasi di dominio del sistema dinamico verrà raggiunta da un’orbita prima o poi). Questo concetto matematico di “mescolamento” corrisponde all’intuizione comune fornita ad esempio dalla dinamica caotica della miscela di due fluidi colorati.

La transitività topologica è spesso omessa dalle presentazioni divulgative della teoria del caos, che definiscono il caos con la sola sensibilità alle condizioni iniziali. Tuttavia, la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali da sola non dà il caos. Per controesempio, consideriamo il semplice sistema dinamico prodotto da raddoppiare ripetutamente un valore iniziale. Questo sistema ha la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali ovunque, dal momento che qualsiasi coppia di punti vicini alla fine diventerà ampiamente separata. Tuttavia, questo esempio non ha la transitività topologica e quindi non è caotico. Infatti, ha un comportamento estremamente semplice: tutti i punti tranne 0 tenderanno a infinito positivo o negativo.

L’essere umano è la quintessenza della complessità, e il cervello la sua epitome-quintessenza, nel senso che ci hanno saputo spiegare in questi ultimi decenni i neuroscienziati. L’essere umano è l’esempio più formidabile della complessità vs. la complicazione.

Circa, infine, il caso, rinvio all’algoritmo più volte presentato in questo blog, laddove la differenza delle posizione dell’osservatore di un determinato fenomeno, rende il caso necessità. Mi riferisco alla topografia dell’incrocio stradale verso il quale si avviano due auto che viaggiano su strade perpendicolari, una delle quali ha la precedenza e l’altra no: chi può osservare dall’alto i due vettori CAUSALI incrociantisi, può affermare con sicurezza fattuale che, in determinate condizioni, esse (le due automobili) si scontreranno, al di fuori di ogni casualità, ma per perfetta causalità

Ripeto qui una facile espressione: la metatesi di una “u” cambia la “lettura logica” del mondo, e fa diventare “ordinato” il “disordine”.

(…) quod innocens, si accusatus sit, absolvi potest, nocens, nisi accusatus fuerit, condemnari non potest… (trad mia: …perché l’innocente, se viene accusato può essere assolto, mentre il colpevole, se non è stato accusato, non può nemmeno essere condannato) (“Pro Sexto Roscio Amerino, xx”, Marcus Tullius Cicero)

Brocardi e latinismi giuridici, come quest’altro seguente, ancora più interessante: Nulla lex innocentem punit. sed puta, se vis, hunc innocentem condemnari licuisse: certe non oportet (trad. mia: nessuna legge punisce l’innocente, ma prova a pensare, se vuoi, se fosse lecito condannare l’innocente, certamente non sarebbe giusto). Quid dicis, mi amice? Che cosa dici amico mio?

Marco Tullio Cicerone

Ricorro al Diritto Romano per dire che sono contento della nomina a Ministro delle Giustizia di un liberale, come il dottor Carlo Nordio, un uomo di legge garantista secondo quanto il Diritto Romano già proclama da oltre duemila anni, e che il migliore filosofare illuminista (Montesquieu) ha confermato con chiarezza… e che anche i nostri Padri costituenti hanno ripreso con l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana con queste parole: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (omissis)”.

Perché mi va di parlarne in questa sede? La ragione è legata alla mia esperienza carceraria di tutore legale, ma ancora di più alla mia attenzione etica più generale per la giustizia, che deve essere rigorosamente equa e capace di punire con equilibrio gli autori di reati, garantendo che la pena stessa sia eseguita, ma senza trascendere oltre; d’altro canto, riconosca i diritti delle vittime, tutelandole con rispetto, attenzione e cura. Per vittime intendo anche i condannati senza colpa, specialmente quando per errori giudiziari hanno scontato magari molti (o anche pochi, che sono sempre troppi) anni di carcere, e hanno diritto a un risarcimento pecuniario, che di per sé non corrisponde mai al dolore subito.

Si pensi che lo Stato risarcisce ogni anno circa mille persone per ingiusta detenzione, con un costo di svariate decine di milioni di euro.

Non vi è cifra ragionevolmente in grado di compensare anche un giorno solo di privazione ingiusta della libertà, che è il bene maggiore della vita dei singoli e di tutto il consorzio umano, superiore – a mio avviso – anche alla stessa giustizia sociale. In altre parole è meglio essere poveri ma liberi, piuttosto che essere non-poveri come nei regimi comunisti storici (non nell’u-topia sansimoniana o marxiana mai realizzate, appunto!), ma privati della libertà di pensiero, di parola e di movimento.

Meglio pane e salame (invece di ostriche e champagne), seduti sulla riva di un fiume, piuttosto di dover ubbidire a un regime che ti garantisce la sicurezza dalla nascita alla morte.

Già 72 sono i suicidi in carcere nel corso del 2022. Dall’anno 2000 si sono tolti la vita dietro le sbarre circa milleduecento persone. Si tratta di una specie di subdola, surrettizia irrogazione della pena di morte in un paese dove tale pena è stata abolita da settantacinque anni, con la riforma dell’articolo 21 del Codice Rocco (1930), che aveva reintrodotto la pena di morte già abolita dal Gabinetto Zanardelli nel 1880.

Riprendo il discorso generale: a) vi deve essere la certezza della pena; b) non si deve procedere ad arresti arbitrari e a detenzioni pre processo ingiustificate, se non in casi ben chiari di pericolosità dell’indagato, di fuga o di inquinamento delle prove; c) le procure non devono essere quasi “trasparenti” per i media, che possono accedere spesso a fascicoli che sono riservati per legge, per costruire “mostri” mediatici sulla stampa e in tv.

Ascoltavo qualche giorno fa per Radio radicale (emittente benemerita per il suo impegno ultra decennale dedicato al diritto alla conoscenza e per una giustizia giusta) la storia di Nunzia De Girolamo, ex deputata, che fu indagata e processata per nove lunghi anni, in base a intercettazioni di un colloquio privato a casa sua, nel quale avrebbe fatto affermazioni dubbie sulla gestione del sistema sanitario di Benevento, salvo poi essere assolta perché il fatto non sussisteva …e lei spiegava che comunque sapeva bene di essere una privilegiata rispetto alla maggior parte degli indagati che poi risultano innocenti.

Gli antichi brocardi e latinismi giuridici dovrebbero ancora ispirare la Politica legislativa in tema di giustizie e la stessa giurisdizione della Magistratura.

Mi auguro che il nuovo ministro della Giustizia, che ha già detto di voler partire con la sua attività studiando la situazione delle carceri, per poi procedere con la riforma della giustizia, il cui caposaldo, egli condivide, è la separazione delle carriere tra procuratori e giudici, così imitando la parte migliore del modello anglosassone, sia messo nelle condizioni di procedere.

Sì, proprio quello che vediamo nei thriller polizieschi e avvocatizi, là dove il giudice tratta parimenti con il procuratore, che è il pubblico accusatore, e con l’avvocato della difesa, senza commistioni pelose come quelle che spesso si notano nel sistema italiano tra i due magistrati. Il giudice deve essere veramente parte terza, senza avere nel procuratore un punto di appoggio che sbilancia il procedere del giusto processo, anche dal punto di vista psicologico e relazionale.

Un altro intervento da fare è quello dell’edilizia carceraria: tre quarti delle attuali Case circondariali (è l’eufemistica definizione della galera) sarebbero da abbattere o da ristrutturare profondamente, perché sono in contrasto, sia con lo spirito sia con la lettera dell’articolo costituzionale numero 27, che parla di possibilità di resipiscenza del condannato e di recupero sociale. Lavoro, cultura, dialogo, potrebbero essere i tre strumenti per rendere questa nostra Italia sempre più civile, visto anche che ha tra le peggiori carceri dei paesi democratici.

Circa l’ergastolo ostativo, non posso non sostenerne la plausibilità nei confronti dei criminali più efferati e non collaborativi, ma trovo che sarebbe utile “guardare dentro” con maggiore approfondimento da parte della Magistratura sorvegliante nelle biografie e negli intendimenti di condannati all’ergastolo, che, pur non collaborando, con il loro comportamento mostrano di poter provare a vivere un’esperienza esterna di comunità per ciò che gli resta da vivere, trattandosi quasi sempre di persone oramai avanti con gli anni.

Aggiungo: circa la condizione della “collaboratività” con la giustizia da parte dei condannati a un ergastolo ostativo, per poterne riconsiderarne l’applicazione rigida, forse bisognerebbe prevedere anche fattispecie più di dettaglio. Un esempio: se un ergastolano colpevole di delitti di mafia, sussistendo tuttora la mafia nelle sue varie espressioni criminali, può essere sempre in grado di collaborare con la sua organizzazione in qualche modo dall’interno, come potrebbe farlo un terrorista ex Brigate Rosse o ex Prima Linea o ex NAR, dato che queste organizzazioni sono state sconfitte ed eliminate? In questo caso, a mio avviso, si dovrebbe tenere presente il comportamento e i “valori” umani che il detenuto esprime, stando in carcere, per cui l’ostatività potrebbe venir meno.

Peraltro, se una persona del genere fosse “messa fuori” dovrebbe comunque restare in una struttura comunitaria per alcuni anni, cosicché la magistrature penale potrebbe controllarne le mosse e il livello di resipiscenza di fatto (cf. ex art. 27 Costituzione della Repubblica Italiana).

Uno strumento essenziale per affrontare i problemi di vita dei carcerati è l’approccio filosofico. La filosofia è dentro le carceri, con i suoi strumenti dialogici, ma potrebbe essere ulteriormente considerata come disciplina etica e pratica per migliorare la situazione e realizzare il progetto di riforma.

In questa situazione, come si muove la sinistra politica? Ho ascoltato l’ex ministro della giustizia Orlando lodare le parole del suo successore Nordio. Ora vediamo se il suo partito sarà conseguente nel sostenere il ministro e anche quanto già aveva introdotto Cartabia, o se si farà trascinare nel campo dei manettari cinquestelluti e travaglieschi.

Spes contra spem, semper.

Caro lettore, ti ricordi di Grozny, ti ricordi degli stupri, delle esecuzioni sommarie, delle distruzioni, dei rapimenti, del traffico di organi… Caro lettore, ti ricordi di ciò che Vladimir Valdimirovic Putin ebbe a dire a Clinton nel 2000, o giù di lì: “…voi avete il Nordamerica, controllate il Sudamerica, avete il controllo di molta parte dell’Asia e dell’Africa, dell’Australia, lasciateci almeno… l’Europa!” (Putin ebbe a chiamare “province” le nazioni dell’ex Patto di Varsavia, in quell’occasione, sottinteso, della Russia!) Ti ricordi, lettore? Ebbene, quel Putin è lo stesso che ora sta martoriando l’Ucraina. I dittatori non si chiedono che cosa vogliano i popoli, ma solo ciò che interessa a loro, per la concezione malata e omicida che hanno del potere. Hitler e Stalin soprattutto, e Mussolini (se pure in sedicesimi e grottescamente, se non avesse anche lui colpevolmente contribuito a generare tragedie), sono gli esempi rosso-bruni cui si ispira Putin. Allora, che cosa vogliono dire i trattativisti a ogni costo come i Conte (cui raccomando di ascoltare Arnoldo Foà, per misurare la distanza tra la sua inascoltabile voce e quella del grande attore), i Salvini e i Berlusconi, per i quali non dovremmo aiutare l’Ucraina? Vogliono dire che l’Europa e il mondo devono arrendersi al dittatore più sanguinario e pericoloso di questi decenni. Ne sono consapevoli e dunque sono dei complici, o non ne sono consapevoli, e dunque sono semplicemente stupidi. Chi mi conosce sa che diffido e temo più gli stupidi che i malvagi, perché i primi sono imprevedibili non sapendo che il loro agire, non solo provoca danni a volte non rimediabili, ma che dal loro agire non traggono alcun vantaggio: si tratta della prima legge della stupidità umana. Mi auguro che costoro siano solo degli sprovveduti presuntuosi da cui ci si può difendere

Grozny come Kharkiv

Meloni, la “underdog” & partners e i suoi avversari politici

Caro Lettore, devo dirti che il momento per me più significativo per simbologia politica (e anche tristemente divertente) veduto nel corso dell’intervento di Meloni alla camera dei deputati, è stato quando la nuova premier si è rivolta “all’on.le Serracchiani chiedendole, retoricamente, se lei stessa, Giorgia, stesse un passo indietro ai maschi“.

Al che, la assai sopra valutata deputata romana, che ha osato (ma di questo incolpo il suo flebile partito e gli elettori ingenui) diventare presidente della mia Regione, senza avere con essa neanche un rapporto degno di questo nome, si è rattrappita con un sorriso forzato, borbottando qualcosa tra i denti.

Ebbene, quel’immagine mi è parsa rappresentare la situazione nella quale si trova la parte politica nella quale ho creduto fin dall’uso di ragione. Intendo, genericamente, la sinistra storica e politica, non quella che oggi è rappresentata dal PD e soprattutto dal mediocre presidente dei 5S, nonché da frammenti di poco conto, con rispetto parlando delle persone costà impegnate. La parte che spesso privilegia il politically correct e strizza l’occhio talora alla cancel culture, non mostrando una chiara e generale posizione contraria nel merito. Anzi, qualcuno/a addirittura è una militante della cancel culture, Un nome o due: Boldrini Laura, oppure Murgia Michela.

Underdog significa – alla lettera – “sotto-cane”, metaforicamente sfavorito, sfortunato, come i proletari delle periferie.

Leggo poi nei giorni successivi gli articoli di alcune giornaliste, come De Gregorio e Annunziata, che la paragonano in modi diversi a doňa Evita Peròn, più che a Mrs Thathcher. Contente loro.

Tutt’intorno è evidente la triste fine di Berlusconi, che ha però ancora la forza cattiva di sorridere malignamente a Salvini all’uscita dall’incontro al Quirinale (smorfeggiando da dietro la premier).

Si constata il declino inesorabile di Salvini che, nonostante si sforzi di fare il grande con il c. degli altri (mi si perdoni la vulgar espressione, perché la c. puntata esprime l’evidenza della parte anatomica citata), appare in tutta la sua enfiata e sempre arrogante nullaggine. Sempre di più. Per dire, neanche fatto il Governo, lui già annunzia un’agenda-Salvini.

Renzi e Calenda si oppongono con juicio, promettendo di esaminare le proposte governative caso per caso.

A sinistra, invece, si scatena una gara a chi farà l’opposizione più “implacabile” a Meloni, e vince facilmente Conte su un sempre più spento Letta, circondato da campioni come Boccia e Orlando, nonché dalle sue pasionarie, tra le quali spicca la sola, mi fa piacere constatarlo, per dignità di tratti e di eloquio,la senatrice Malpezzi.

Mi auguro che al Congresso, da convocare prima di marzo, emergano persone come Bonaccini, come Matteo Ricci (dal gran nome e cognome gesuitico), come Dario Nardella, evitando il rischio dei sopra citati e della auto-candidatasi De Micheli. Mah, caro lettore, molte persone non hanno il senso delle proporzioni che devono esserci tra candidatura e posizione ambita!

Due parole, per chiudere, sull’IMPLACABILE (bum!) Conte. A partire dall’etimologia: l’im-placabile è colui-che-non-si-placa. Mi viene in mente un Annibale da Cartagine, un Alessandro il Macedone, un Giulio Cesare, un Traiano, un Costantino, un Timur Lenk, un Genghis Khan, un Salah el Din, un Raimondo di Tolosa, un Federico di Prussia, un Bonaparte, un von Moltke, un Montgomery o un Rommel… e via elencando implacabili VERI.

Ooh quanto assomiglia l’avvocato foggiano a questi personaggi! Vero, caro lettore? Meloni, di fronte a questa implacabilità può stare tranquilla, perché l’implacabile dei 5S non è uomo da battaglia in campo aperto, ma è uomo da agguati, da guerriglia urbana con tutti i mezzi, specialmente quello della menzogna sistematica.

Badi invece con attenzione ai due sodali che si ritrova, perché quelli sì sono pericolosi, ma se mancheranno i voti di uno dei due, ci penseranno l’uomo dei Parioli e quello di Rignano sull’Arno a soccorrerla.

Buona fortuna, non alla Meloni, ma alla Patria Italia, amata.

Dei concetti di “merito” e di “bisogno”

Quando in terza media dovevamo decidere in famiglia in quale scuola superiore io dovessi (o potessi) andare, non ci fu quasi discussione, perché i miei tennero conto dell’opinione dei miei insegnanti delle medie, per la quale “Renato avrebbe potuto andare in qualsiasi scuola superiore, a partire dal liceo classico“.

Sarei andato (e andai) al Liceo classico a Udine, la scuola più prestigiosa della città e dell’intero Friuli, la scuola dei ricchi signori, dei figli degli avvocati, dei notai, dei dottori commercialisti, della classe dirigente attuale e futura, colà “necessariamente formanda”.

Il Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Infatti, se si va a vedere il librone che contiene i nomi di tutti i diplomati dal 1808, quando la scuola udinese, in quegli anni Napoleone imperante, fu istituita come Imperial Regio Liceo Ginnasio, dedicato al sacerdote filosofo Friulano Jacopo Stellini, docente all’Università di Padova, utilizzando biblioteca e tradizioni dei padri Barnabiti presenti in città da qualche secolo, si trovano decine o, meglio, centinaia di nominativi di persone di riguardo, del diritto, dei saperi umanistici, dell’economia e della scienza, che colà hanno acquisito la maturità classica.

Ebbene, sarei andato in quella scuola, pur essendo “solo” figlio di un operaio emigrante stagionale in Germania, cavatore di pietra tra i boschi dell’Assia, e di una donna delle pulizie, abile nel fare iniezioni a chi ne aveva bisogno. Le voci, i commenti dei paesani, e anche di qualche parente, erano del tipo “ma come, Renato va nella scuola dei signori... (?)”, non ricordo se con tono interrogativo, oppure se con tono affermativo-perplesso. Andai, studiai con profitto, proprio negli anni della Rivoluzione sessantottina di cui non mi occupai molto, perché dovevo studiare, studiare, studiare e poi vedere che cosa avrei potuto fare in seguito.

Non ebbi problemi particolari, nemmeno con le materie più difficili come il greco, il latino e la matematica, anzi davo proprio del tu a queste discipline. Oltre che a filosofia, storia e lettere italiane. Perché studiavo, ma forse avevo anche talento. Terminavo solitamente le versioni di greco e latino in metà del tempo previsto con risultati sempre molto buoni, e passavo “pizzini” a qualche compagno/ a.

Tutte le estati andavo a lavorare in una ditta che forniva bibite e birre a tutti gli ambienti pubblici che stavano dal mio paesone di campagna fino al mare, ma non a Lignano, bensì nei villaggi di campagna. Giocavo benino a basket come “guardia”, che è quello che tira a canestro o cerca di “entrare” da vicino a canestro, e cantavo in un gruppo musicale.

Chi mi conosce sa che dopo la matura andai a lavorare in fabbrica, dove stetti sette anni pieni, essendomi anche iscritto a una facoltà universitaria, presso la quale lentamente ottenni la laurea lavorando. In seguito fui tirato dentro nel sindacato, dove ebbi ruoli direttivi rilevanti (a Udine, a Trieste e infine a Roma), fino a che fui chiamato a dirigere il personale in una grande azienda, anzi grandissima. A quel punto ripresi studi severissimi di filosofia e teologia, fino al conseguimento delle lauree e di due dottorati di ricerca, cui fece seguito il diploma al corso di filosofia pratica che mi portò anche a presiedere l’Associazione nazionale, fino a qualche giorno fa.

Caro Lettore, leggi (se vuoi) Qoèlet III, quia transit omnia vel gloria mundi (!).

I miei studi e il mio lavoro mi portarono ad essere nominato docente universitario e a presiedere diversi organismi di vigilanza in aziende di tutte le dimensioni. E a scrivere decine di articoli scientifici, migliaia divulgativi e a pubblicare quasi una trentina di volumi. E siamo ad oggi.

Qui e ora voglio fare una domanda al Segretario generale della Cgil, al bravo e onesto Maurizio Landini che, constato, non condivide la nuova denominazione governativa del Ministero della Pubblica istruzione e del… Merito, soprattutto in ragione di quest’ultimo lemma. Di contro, un politico sveglio anche se non molto simpatico, lo contrasta sostenendo che il merito è il migliore antidoto contro la scuola classista.

Condivido quest’ultima tesi, che è attestata dalla mia biografia. Landini potrebbe obiettare che non tutti possono avere esiti come il mio. Obietterei a mia volta a Landini che dovrebbe studiare le basi di un’Antropologia filosofica sana, per poter distinguere rigorosamente tra ciò-che-è-“persona”, che dà senso al valore della pari dignità fra tutti gli umani, e ciò-che-è-“personalità”, che invece dà conto dell’irriducibile differenza di ognuno da ciascun altro. Sono diversi tra loro perfino gemelli monozigoti, e dunque, a maggior ragione, qualsiasi altro da un altro.

Diverso è il discorso della dispersione scolastica, che è serio, e deve essere affrontato con forza, metodo e mezzi adeguati dal nuovo Governo, per ridurne la diffusione in tutti i modi, con costanza e perseveranza.

Il merito, caro Landini (sul tema la invito a dare uno sguardo agli atti dei convegni che l’on. Claudio Martelli organizzò a metà degli anni ’80 su “Merito e Bisogno”), non c’entra nulla, nulla!

Caro Professor Draghi…

Al Prof. Mario DRAGHI

Sua residenza a Città della Pieve

mi sento di scriverle qualche riga, prima di tutto per ringraziarLa per il suo servizio all’Italia, per i modi con i quali ha espletato questo servizio, sempre garbati e all’occorrenza fermi nei toni e nel linguaggio, per la competenza – sempre trasparsa limpidamente – del suo agire, in ogni situazione e affrontando qualsiasi tema o problema, per la autorevolezza che Lei ha costantemente mostrato di possedere, e che è stata chiaramente riconosciuta dai Suoi interlocutori, specialmente quelli internazionali, per la pazienza esercitata come virtù fondamentale, antica e sempre attuale, come quando – specialmente in Italia – più di qualcuno che ufficialmente avrebbe dovuto sostenere la Sua azione politica, La ha invece spesso contrastata con argomentazioni pretestuose, illogiche, contraddittorie e fondamentalmente disoneste.

Palazzo Chigi

Nel novero di questi ultimi non riesco a non fare, in primis, il nome di Giuseppe Conte, che si è mostrato il “campione” del modo di fare sopra specificato, nonché il primo responsabile della fine del Suo Governo.

In secundis non posso non nominare, di questo tristo elenco, Salvini, et in tertiis, Berlusconi, che conferma anche in queste ore difficili la smisurata grandiosità  e pericolosità del suo narcisistico ego.

Volgendo il mio sguardo dall’altra parte dell’emiciclo, non mi sfugge la debolezza del sostegno del Partito Democratico, nel quale un segretario intimidito dalle circostanze e circondato da mediocrità umane (mi duole dirlo) presenti nell’ampia pletora di donne apicali, non ha saputo continuare in un sostegno politico che sarebbe stato utile all’Italia fino al compimento naturale della legislatura. Su chi “sta a sinistra” del PD non trovo utile spendere commenti.

Pur non provando una gran simpatia personale verso le personalità di Calenda e Renzi, riconosco che sono stati gli unici della “sua” maggioranza ad operare con coerenza, sostenendoLa fino in fondo.

L’ultima considerazione è per la signora Meloni, che in questi giorni Le sta succedendo. L’azione di questa leader è stata sempre dignitosamente a Lei oppositiva, senza però far mancare il sostegno al Suo Governo nei momenti più difficili degli ultimi mesi, così mostrando che il suo Amor Patrio è sempre stato il sentimento maggiore che la ha guidata, superiore agli interessi del suo partito. E la “sorte”, nel senso greco di tyche, la ha premiata.

Spero, su questo tema, che la nuova Presidente del Consiglio dei Ministri si avvalga ancora (come mi pare stia facendo) della Sua esperienza, caro Professor Mario, e La interpelli quando necessario.

Infine, salutandoLa con gratitudine, mi auguro e auguro all’Italia e all’Europa che si trovi il modo di impegnarLa in qualche altro grande e generoso compito per il Bene comune e per la Pace come, azzardo, la Segreteria generale della Nato, che attualmente è presidiata, mi consenta il giudizio, da una persona non all’altezza del difficilissimo compito.

Carissimo professor Mario, le auguro, con stima e affetto, ogni bene

Codroipo, 22 ottobre 2022

(prof. Renato Pilutti)

Di Berlusconi, un uomo pericoloso e fuori controllo, e di altri che pensano di poter riscrivere, anche se solo in una piccola parte, la storia d’Italia del ‘900 (come Bersani)

Berlusconi è pericoloso nella misura proporzionale al suo potere, che è ancora immenso, in Italia, con la sua visibilità mediatica e i suoi media di proprietà, televisioni e giornali.

Se le sue aziende sono dirette e gestite da persone responsabili e capaci, come i suoi figli e il dott. Fedele Confalonieri, il suo agire politico non conosce soggetti in grado di orientare il suo dire in modi che non siano pregiudizievoli di interessi più vasti e collettivi.

Di contro, le persone del suo partito-azienda, i deputati, i senatori et alia similia, gli sono devoti come chierichetti, perché da quel partito-azienda monocratico hanno avuto pressoché tutto, nella loro vita, mentre i dipendenti, almeno, sono tutelati dallo Statuto dei diritti del lavoratori, Legge 300 del 20 Maggio del 1970. Compreso il marito di Giorgia Meloni, che Berlusconi ha voluto citare come suo dipendente, con gesto volgare e villanissimo, con rispetto parlando del volgo e dei villani.

Oltre alla citazione del compagno di Meloni, annoveriamo tra le perle più volgari del cav gli epiteti che si è fatto leggere sul suo scranno indirizzati a Meloni, che qui non riporto, attribuendo poi la responsabilità dei quali a parole dette e ascoltate qua e là per l’emiciclo. Lui, a suo dire, si sarebbe limitato a scrivere ciò che sentiva dire. Gli crediamo? No.

L’ultima, per ora, centellinata, perché l’uomo ama sorprendere, è questa: beccato (ma no, dai!) da un registratore furbetto, Berlusconi afferma, tra la miserabile claque dei suoi, che Zelenski ha provocato più morti e che Putin ha dovuto avviare l’operazione militare speciale “per mettere a Kiev un governo di persone perbene e di buon senso” (parole sue). Berlusconi ha la stoffa del tiranno, come ha ben scritto anni fa l’Economist, che però qualche giorno fa è caduto nello spirito anti italiano che percorre il mondo britannico almeno dai tempi di Churchill.

Ricordo all’Economist che titola Britaly, per paragonare l’attuale condizione delle due Nazioni, che Truss è durata 44 giorni e che, ad esempio, l’Italia è al 7o posto nel mondo per le esportazioni e la Gran Bretagna al 14o. Stiano buoni gli Inglesi e i loro giornali, ché l’impero mondiale è morto e sepolto. Lo sa perfino Charles the Third.

Non mi sorprende più nulla di quell’uomo, che si vanta di essere tra i cinque migliori amici di Putin, come un adolescente, solo che è un uomo ancora potente e mediatizzato che amoreggia con un pericoloso tiranno sociopatico. Nel silenzio assordante di Salvini, che la pensa come Berlusconi, come l’attuale ambasciatore russo a Roma Sergey Razov, e come Maria Zakharova, la portavoce di Lavrov. In che mani.

Meloni fa bene, a questo punto a puntualizzare che se non vi saranno candidati ministri limpidamente allineati con le politiche occidentali dell’Italia, il governo potrebbe non nascere. Ben detto. Ripeto: non avrei mai pensato di apprezzare Meloni, e fino a questo punto.

Giro lo sguardo. La cancel culture colpisce ancora. Caro lettore scolta l’ultima: siccome in un corridoio del ministero dello sviluppo economico sono appese al muro le fotografie di tutti i ministri succedutisi nel tempo, dalla proclamazione del regno d’Italia del 1861, fino a Giancarlo Giorgetti, che è stato l’ultimo della serie con il governo Draghi, è evidente che in lista vi sono anche i ministri succedutisi nel ruolo ministeriale durante il famigerato Ventennio, magari sotto altre dizioni, come quella di “Ministero delle Corporazioni”.

Ebbene, nel 1934, mi pare, s.e. il Capo del Governo Benito Mussolini assunse quella carica ad interim, e dunque si provvide ad appendere anche una sua foto, in borghese, giacca e cravatta da grand commis dello Stato. Per di lì è passato anche lui e non si può riavvolgere il nastro della Storia per far finta che così non sia avvenuto.

Well, Bersani, che per molti aspetti è un uomo simpatico, emiliano verace e anche provvisto di una certa verve umoristica (“non sono qui a pettinare le bambole”, “c’è una mucca nel corridoio”, etc. alcune sue memorabilia), oltre che di rispettabili capacità politiche, ha fatto sapere che “se non provvedono a rimuovere il ritratto di Mussolini, desidero che sia tolta la mia foto“.

Ma sei fuori, Bersani? Vuoi imitare la Boldrini che voleva togliere tutte le memorie legate ai Caduti italiani di tutte le guerre? L’intelligentona funzionaria Onu. Forse che i soldati italiani amavano andare a farsi fucilare sui campi di battaglia di tutto il mondo? Forse che non meritano tutti di essere ricordati sotto il profilo di una memoria storica e morale nazionale? Che colpa avevano gli alpini della Tridentina se il cavalier Benito li ha mandati con le scarpe di cartone a morire assiderati nelle pianure ucraine sotto i colpi delle katiusce? Andiamo!

Forse è il caso, finalmente, di togliere le dedicazioni di vie e piazze a personaggi come il gen. Cadorna, Luigi, intendo, non suo figlio Raffaele, sperando che in giro per l’Italia non vi siano vie e piazze dedicate a Pietro Badoglio o a Rodolfo Graziani… Questo da un lato.

Volgiamoci all’altro versante, quello della sinistra. Ma che sinistra è, questa? Vogliamo compararla ricordando la sinistra dei fratelli Rosselli, di Emilio Lussu che combatté sull’Altipiano, di Sandro Pertini, e l’antifascismo di don Giovanni Minzoni, dell’onorevole liberale Giovanni Amendola, di Piero Gobetti, di Antonio Gramsci, di Umberto Terracini, di Filippo Turati, di Pietro Nenni? Per tacere di tant’altri altrettanto nobili combattenti per la libertà?

E sulla pace che cosa fa la sinistra? Dopo due penosi sit-in ecco che vanno in piazza, grillini et varia animalia su una “piattaforma generica”, forse buona per il moralismo (generico) del papa, ma non per partiti politici seri che sanno distinguere tra aggrediti e aggressori, declinando un’Etica corretta sul diritto alla legittima difesa, sul quale concetto, ripeto con dispiacere, anche Francesco è deficitario. Bisognerebbe rileggere Agostino e Tommaso d’Aquino. Rimpiango Benedetto XVI.

La desolazione, la delusione, lo sconforto e perfino lo schifo di certe prese di posizione non mi tolgono certo da quel campo, che per me è una scelta di vita, ma mi dicono che il declivio sul quale si è incamminata da tempo, colloca la sinistra politica in una situazione che le rende ai miei occhi quasi irriconoscibile.

Come su ogni cosa e in ogni caso, si pone l’antica domanda leniniana: “che fare?” Molte cose, ma soprattutto mostrare con l’esempio del dialogo aperto con gli altri che la distinzione politica, oggi, non è tanto e solo fra destra e sinistra come appartenenza partitica, ma fra persone che scelgono di affrontare ogni tema e problema acquisendo le conoscenze necessarie e quindi curano la cultura e la conoscenza, e persone che ritengono tutto facile, tutto semplificabile e perfino banalizzabile, a partire dalle espressioni linguistiche.

Curare il linguaggio “cum cura” (la tautologia è voluta), dire ciò-che-è-necessario-dire con chiarezza, senza fumosità e con onestà intellettuale, parlare solo di ciò che si conosce, ascoltare con attenzione chi parla, e verificare se si mantiene “sul suo”, segnalando le “uscite da seminato”, cioè dal tema di cui deve essere esperto, con ferma educazione, concludere i dialoghi e le riunioni con equilibrio ed evitando fraintendimenti e possibili svarioni logici e operativi. Su questo tema la responsabilità dei giornalisti è enorme, e spesso si nota come tra loro vi siano persone che non hanno cura di come lavorano, di come parlano, di come scrivono.

In politica: occorre fare il contrario del comportamento di un Berlusconi, ma anche di un Conte-che-la-conta a modo suo, ora parlando di successo elettorale del “suo” partito, falsità smentita dai dati reali, o di un Salvini che si aggrega al carro vincente di Fratelli d’Italia facendo finta di aver vinto. Qui mi stupisco della mancate presa di posizione dei suoi “maggiori”, che pure avrebbero i mezzi per differenziarsi e metterlo in riga, riducendone il potere.

Circa il PD c’è solo da augurarsi che faccia un congresso vero, con il quale un gruppo di persone giovani e disinteressate (e anche meno giovani tipo un Misiani o un Delrio) riescano a pensionare i Franceschini, i Boccia, i Guerini, i Provenzano, un giovane mediocre già vecchio, che ha fatto un voto, quello di non commentare i twitt di Calenda (ridicolo!), i… Letta, e le mediocri donne di cui si è circondato quest’ultimo.

Stoltenberg l’inadeguato, e alcuni “suoi simili”

In questo pezzo cercherò di delimitare il campo semantico di “inadeguatezza”, intendendolo come limite nei vari sensi, ma soprattutto nel senso proprio, che chiamerò “del primo tipo”. In altre parole intendo parlare di inadeguatezza come di una condizione esistenziale, umana e professionale connessa al ruolo e alla posizione propri dell’individuo. Si può dire che una persona è inadeguata, non solo se “non ci arriva”, e dunque possiede uno status intellettuale e professionale non all’altezza del ruolo eventualmente assegnato, ma anche se il suo standing è superiore alle esigenze del ruolo.

Si può, dunque, affermare che uno è inadeguato a fare il direttore generale di un’azienda, perché non possiede le conoscenze e le esperienze (competenze) per poter adempiere a ciò che prevede una posizione così elevata; si può affermare che, di contro, inserire una figura che può “fare” il direttore generale in una posizione subalterno-esecutiva, vale a dire di capo reparto di produzione, è inopportuno poiché quella persona non conosce i dettagli del ruolo e, pur potendo essere sovraordinato gerarchicamente a tutti i capi reparto, di per sé non può farlo, e pertanto è inadeguato al ruolo.

Si può essere inadeguati, dunque, per eccesso oppure per difetto. Segue un esempio del primo tipo. Più avanti proporrò anche degli esempi di ambedue le tipologie.

Definire “inadeguato” al ruolo il signor Jens Stoltenberg è un eufemismo (modo abbellito di dire una cosa), una litote, cioè una attenuazione linguistica nell’esprimere un giudizio sul politico norvegese, da troppi anni segretario generale della NATO. E sperabilmente di prossima sostituzione, magari con Mario Draghi.

Jens Stoltenberg ha sessanta tre anni ed è un politico norvegese, nazione di cui è stato anche Capo del Governo. Laureato in economia, è un laburista (non si direbbe tanto, visto il suo agire dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina). Avrebbe dovuto essere sostituito questo scorso settembre nel ruolo di Segretario generale della Nato (lo è dal 2014, troppo!), ma hanno proceduto a prorogarlo nella funzione, vista la situazione. A parer mio è stato fatto un errore macroscopico, perché l’uomo ha mostrato, fin dall’inizio delle attività belliche, una assoluta inadeguatezza al ruolo, che dovrebbe essere quello del facilitatore dei rapporti tra i Governi dei Paesi aderenti all’Organizzazione di difesa atlantica. Invece, si è preso la libertà di intervenire molte volte con espressioni e toni poco adatti a favorire un riavvicinamento razionale tra le parti.

Ha parlato spesso di escalation del conflitto, con toni che lasciavano pensare quasi se lo augurasse, di armi, di nucleare, in queste ore anche di esercitazioni sul nucleare da tenere ai confini dell’Ucraina. Il contrario di ciò che servirebbe. Non capisco se lo lasciano fare, o se è agli ordini di qualche potentato politico-economico che domina il mercato delle armi nel mondo, americano, asiatico o europeo che sia. Mi auguro e auguro alla Nato, all’Europa e al mondo che venga al più presto sostituito, perché è ora di sapere quale possa essere il “punto di caduta” militare, politico e soprattutto morale per la interruzione e poi per la soluzione di questa guerra di aggressione.

Propongo un altro esempio di inadeguato del primo tipo: Lorenzo Fontana. Quest’uomo non è “inadeguato” per il ruolo che gli è stato assegnato, perché frutto di una procedura democratica: lo è, in questo momento, per la sua biografia, che non depone a favore di una sua coerenza morale tra vissuto biografico e discorso di insediamento. Siccome io sono fondamentalmente cristiano cattolico, non nego ad alcuno (e chi sono io per farlo?) la possibilità di una resipiscenza, e spero che questa avvenga, proprio per conciliare eticamente ruolo e biografia, almeno per quanto apparirà all’esterno della sua persona.

Ahh dimenticavo, un amico mi fa notare che il neo presidente della Camera dei deputati, nel compilare la sua scheda biografica per la registrazione come deputato, ha scritto per ben due volte “inpiegato” con la “enne” e non con la “emme”, nonostante le sue tre vantate lauree e la quarta in arrivo. Forse gli occorre ancora un pochino di medie e di ginnasio inferiore.

E vengo al “mite” segretario del PD: nessuno, caro Letta (e sarei anche stato tentato di collocarla nell’elenco degli inadeguati del primo tipo), può leggere nel cuore dell’uomo, perché ciò è prerogativa solo dello Spirito Santo: lei, da cattolico, dovrebbe saperlo, ma i suoi interventi pubblici mostrano il contrario. E me ne dolgo, prima di tutto per lei, e poi per il popolo di sinistra che si aspetterebbe altro da lei, non una “opposizione dura”, ma parole chiare, coerenti, capaci di accettare il gioco democratico dell’alternanza, e piene di spirito di iniziativa.

Ronzulli Licia è la terza persona “inadeguata”, in questo caso, per le pretese che ha, di avere un ministero adatto alla sua esperienza. Il suo comportamento verso il tema di un incarico governativo e il suo partito, verso il suo leader in particolare è meritevole di svariate censure, a partire da quella estetica, nel senso filosofico metafisico del termine, dimensione che la rende più importante di quella etica. Come si fa a rispondere a un giornalista che le chiede “come fa Berlusconi a chiedere aiuto” in questo modo “abbaia“? Neanche per scherzo, Ronzulli. Neanche per scherzo.

Potrei continuare a lungo ad esaminare casi di inadeguatezza del primo e del secondo tipo, ma mi fermo qui, dicendo solo che, dalla nuova seconda carica dello Stato (e comunque la sua “predecessora” non lo sovrastava per standing) ai principali tra gli eletti, a partire dai capi partito, l’uomo-di-Foggia in primis, l’inserimento nel primo o nel secondo tipo di inadeguatezza sarebbe un gioco tutt’altro che futile.

Eppure, nonostante tutto questo e altro ancora, sono fiducioso negli anticorpi democratici della nostra Italia.

Donne Persiane

Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu mi viene in mente per assonanza del titolo di questo pezzo con il suo

Lettere Persiane, Lettres persanes), pubblicata anonima nel 1721 ad Amsterdam. Lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica, offre a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese, della crisi finanziaria conseguente alla politica economica attuata da Luigi XIV, della crisi dei parlamenti e della società civile nel suo complesso. La critica dei costumi si estende anche alla polemica religiosa in cui si vede un segno di instabilità e decadenza che alimenta dispute e divisioni più che la fede. Veicolo potente dei temi relativisti e della critica alle istituzioni politiche e religiose durante tutta l’età illuminista, le L. p. rappresentano un testo in cui secondo l’auspicio iniziale dell’autore «il carattere e l’intenzione sono così scoperti» da non ingannare «se non chi vorrà ingannarsi da sé» (dalla Prefazione sul web).


Charles Louis de Secondat, Barone de La Brède et de Montesquieu

La Persia evoca territori sconfinati, leggende e meravigliose città. Il nome “Persia” evoca uno dei più grandi imperi dell’antichità, ci ricorda il Re dei re Ciro il Grande, che liberò gli Ebrei dalla cattività babilonese nel 525 ca a. C., e i successori di Ciro, Dario, Serse, che combatterono le pòleis greche e furono sconfitti.

“Persia” evoca Alessandro il Macedone che la conquistò, con le battaglie di Isso e di Gaugamela, arrivando con i suoi soldati fino alle porte dell’India a contemplare le acque turbinose del fiume Indo, che scendono dall’Himalaia.

“Persia” evoca ancora altre dinastie come i Sasanidi che lottarono con i basilèi bizantini, prima di essere travolti da popolazioni turcomanne e mongoliche.

“Persia” evoca una delle due grandi dottrine dell’Islam, quella sciita, che si ritiene la più vicina alle origini, tramite una parentela diretta con Mohamed, l’uomo della Profezia.

“Persia” ora evoca la rivoluzione delle donne, dopo quaranta tre anni di teocrazia.

Nei decenni passati non sono mancati i tentativi di liberazione del popolo iraniano, caratterizzato però dal solo impegno delle donne. Ora pare che le cose siano cambiate. L’occasione è stata la morte di Masha Amini, accusata dalla “polizia morale” di indossare il velo islamico in modo scorretto. E uccisa.

Due parole sul velo che, nella versione più “moderata” ricorda le nostre donne dei secoli passati, ma anche fino al Concilio Vaticano II. E anche le meravigliose Madonne di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini, che illustrano un fascino femmineo di grande spiritualità. Una meraviglia estetica e d’armonia coloristica.

Abbiamo l’hijab, un foulard normale che copre i capelli e il collo della donna, lasciando scoperto il viso. Nel Corano il termine è utilizzato in maniera generica, ma oggi è diffuso per indicare la copertura minima prevista dalla shari’a per la donna musulmana. Questa normativa prevede non solo che la donna veli il proprio capo (nascondendo fronte, orecchie, nuca e capelli), ma anche che indossi un vestito lungo e largo, in modo da celare le forme del corpo, che si chiama khimar, diversamente lungo e modellato.

Un altro nome di questa lunga veste è jibab, oppure abaya.

Nel Vicino Oriente e in Egitto sono diffusi i seguenti tipi di veli: abbiamo il niqab, che copre il volto della donna e che può (nella maggior parte dei casi) lasciare scoperti gli occhi. Il niqab può essere diffuso in due forme più specifiche: quella saudita e quello yemenita. Il primo è un copricapo composto da uno, due o tre veli, con una fascia che, passando dalla fronte, viene legata dietro la nuca. Il secondo è composto da due pezzi: un fazzoletto triangolare a coprire la fronte (come una bandana) e un altro rettangolare che copre il viso da sotto gli occhi a sotto il mento.

Se vogliamo specificare ulteriormente… l’abaya (sopracitato), diffuso nel Golfo Persico è un abito lungo dalla testa ai piedi, leggero ma coprente, lascia completamente scoperta la testa, ma normalmente viene indossato sotto ad un niqab.

Ed eccoci ai veli diffusi in Iran: abbiamo il chador, che è generalmente nero, ma può essere anche colorato (ricordo un chador che mi fece vedere la assai da me, e non solo, rimpianta, signora Cecilia Danieli, che andò spesso in Iran per ragioni commerciali dell’Azienda) e indica sia un velo sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo.

Possiamo completare la carrellata con i veli diffusi in Afghanistan: quivi troviamo il burqa, che è perlopiù azzurro, con una griglia all’altezza degli occhi, e copre interamente il corpo della donna. Tecnicamente, assolve le funzioni del niqab e del khimar.

Tradizione, cultura, religione, politica: tradizione e cultura in senso storico-antropologico; religione in senso teologico normativo; socio-politico nel senso, inaccettabile, di costrizione.

Ho distinto i tre/ quattro sensi per individuare le ragioni della ribellione che sta prendendo sempre più piede nella grande Nazione persiana. Sembra proprio che l’occasione della morte di Masha sia per ora capace di suscitare proteste più vibranti e generali di quelle precedenti. Ho già scritto qualche giorno fa che non si tratta più solo di sporadiche manifestazioni di piazza limitate alla capitale Teheran e a qualche altra grande città come Isfahan, ma di manifestazioni diffuse in tutto il territorio nazionale, fino ai lontani monti Zagros che confinano con l’Afganistan e le repubbliche ex sovietiche d’Asia.

Si tratta di manifestazioni non-armate, perché le persone tengono in mano solo i veli che simboleggiano l’oppressione politico-normativa che è diventata insopportabile. Si coglie un sentimento diffuso di ricerca della libertà intesa come rispetto dei diritti delle persone, e si sente anche la fiducia che le varie polizie degli ayatollah non potranno uccidere o arrestare tutti e tutte.

Le carceri scoppiano di prigionieri politici e anche di donne, vi sono morti e feriti. Un accenno anche alla signorina Alessia Piperno, colà tenuta in prigione. A lei, come a qualsiasi altro giovane generoso, che pensa di potersi immergere nei luoghi più pericolosi del mondo senza riflettere più di tanto sui rischi, magari anche sostenuti dai genitori, porgo un invito a riflettere sulla congruità e sulla razionalità morale di scelte come la sua, che nulla apportano alla causa delle donne nel mondo, se non una testimonianza inutile e costosa per l’erario italiano.

Quella iraniana è una rivoluzione, non una jacquerie ribellistica à là Ciompi o Vespri siciliani. E’ una “cosa” pericolosa, che pare progressivamente assomigliare alla Francia del 1789. Spero di non sbagliare. Si tratta di seguirne le vicendi in modo non inerte, come cittadini e Paesi democratici.

Ciò che Meloni può (in auspicabile ipotesi) portare di positivo alla politica e alla Nazione Italiana

Chi mi conosce solo un pochino potrà pensare anche che sono impazzito a scrivere un titolo come quello sopra, ma chi mi conosce bene non si meraviglierà, perché conosce la mia autonomia di giudizio, che fa sempre premio sul mio orientamento politico, che è dalla parte opposta di Meloni.

Opero questo distinguo per mostrare ai “militanti” di tutti gli schieramenti politici come la militanza non debba mai sopprimere lo spirito critico dell’essere umano, provvisto di intelletto, conoscenze storiche e informazioni politiche.

Se Meloni riuscirà a varare un Governo ascoltando i consigli patriottici e politici del presidente Mattarella e di Mario Draghi inizierà con il piede giusto. Non mi soffermo qui su candidature e nomi, perché basteranno pochi giorni e la nostra legittima curiosità civica e democratica sarà soddisfatta.

Innanzitutto, evitando di dire ancora una volta il mio pensiero sull’idiozia cinquestelluta e leghista (che spero pagheranno in qualche modo) di aver fatto cadere Draghi, affrontiamo realisticamente la realtà dei fatti accaduti nelle ultime consultazioni politiche. Ha vinto lo schieramento di centro-destra-destra, soprattutto con Fratelli d’Italia, mentre la Lega salviniana ha preso una batosta epocale, e Forza Italia traccheggia su percentuali distanti una galassia dai tempi in cui era il primo partito italiano e Berlusconi in auge.

Ho una discreta fiducia che il nuovo Governo sia in grado di affrontare, in questa prima fase, i gravi problemi attuali: a) energia, b) bollette, c) guerra, d) economia, e) debito pubblico, f) semplificare gli apparati burocratici e accelerare i procedimenti giudiziari, g) ambiente e difesa del territorio… , dialogando con l’Europa di Bruxelles e Strasburgo e anche con le Nazioni “maggiori”, cioè Germania e Francia. L’Italia è in ogni senso la “terza” nazione d’Europa per l’economia, senza dubbio alcuno, la seconda per il sistema industriale, e addirittura la prima per le lavorazioni meccaniche.

Da un punto di vista politico invece l’Italia conta meno di quanto abbia diritto di contare, nella UE e nella NATO/ OTAN. Parto da qui: ad esempio, una delle richieste che dovrebbe fare Meloni è di accelerare la sostituzione del signor Jens Stoltenberg, che sbaglia pericolosamente ogni volta che apre bocca. Paolinamente stolto. Da pensionare.

Vengo al nuovo Governo con alcuni consigli: non toccare le legislazioni sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza e dialogare con le Parti sociali, sindacati e imprenditori; non serve che aggiunga quanto è da farsi in tema di energia e di bollette.

Per quanto attiene riforme legislative di carattere socio-culturale relative ai diritti civili, sarà bene che il nuovo Governo non si limiti a dei niet, ma sia capace di proporre dei testi legislativi sui vari temi.

Ad esempio, su quanto poneva il D.d.L. “Zan”, non abbandonare il tema della omotransfobia, ma legiferare con un testo che non contenga equivoci, neppure per lontanissime ipotesi di fattispecie, che possano portare al reato di opinione.

Sulla maternità surrogata non cedere a una legislazione che ne permetta lo sviluppo; si promuovano piuttosto le adozioni. Su questo tema con attenzione ai contesti nei quali si possano dare… vale a dire non sempre e in ogni caso.

L’ipotesi di un utilizzo dello schwa rimanga uno scherzo di cattivo gusto di un certo politically correct che le tv e certi politici, anzi (più di) donne in politica, spesso mettono in evidenza, stupidamente, oppure per misteriose progettualità tese allo spegnimento dei neuroni. Altrettanto penso della idiotissima cancel culture.

Sulla aggressione russa all’Ucraina, il nuovo Governo deve mantenere una solida chiarezza di posizione a difesa di Kijv, senza tentennamenti. Su questo voglio compiacermi che Meloni abbia triplicato Salvini, perché altrimenti avremmo avuto un leader primario affascinato dal nazionalismo imperial-zarista di Putin. Tra l’altro, non tanto stranamente, sul tema torna la consonanza tra Lega e Cinque Stelle, già governanti assieme.

Desidero chiarire, parlando di un Governo “conservatore” le differenze teorico-pratiche fra, appunto, il conservatorismo e l’atteggiamento politico reazionario. Scrivo di nuovo che i due orientamenti non sono sinonimici, neppure in parallelo, anzi. Conservatorismo significa attenzione alla tradizione e cautela sulle innovazioni, in ogni settore della vita sociale, salvo che in economia. Reazione, invece, significa reagire a ogni progresso umano, intellettuale, socio-politico ed economico, talora stranamente affine a certi ambientalismi estremi.

La sinistra, prima di modificare i gruppi dirigenti, pensionando personaggi senza senso come… evito di fare nomi; deve chiarire dove vuole collocarsi sulle tematiche di cui sopra. In altre parole, deve chiarire se vuole evitare di allinearsi, come a volte sembra voglia fare, proprio ai vizi sopra richiamati, sotto i profili culturale, civico e politico.

Se la sinistra non esce dagli equivoci dell’ammiccamento continuo a quei deprecabili vizi, mi genera un sempre più grande progressivo e doloroso distacco.

Mi pare sempre più urgente, dunque, a duecento e venti anni dalla sistemazione metaforica e reale (mi riferisco agli emicicli dei vari parlamenti) dei termini destra/ sinistra, ri-considerarne gli aspetti distintivi.

Mi sembra inoltre che sempre di più la distinzione socio-politica tra i due schieramenti sia da collocare, per molti aspetti, su un altro piano intellettuale, ferme restando le distinzioni classiche, ancora marxiane, che qui non richiamo: vale a dire tra coloro che privilegiano la cultura e lo sforzo per acquisirla, la documentazione rigorosa sui vari temi e problemi in campo, e coloro che invece preferiscono le semplificazioni, le banalizzazioni da marketing elementare e il conseguente inevitabile impoverimento linguistico e dunque intellettuale e cognitivo.

I Cinque Stelle hanno provocato un danno enorme in Italia con il loro concetto antropologicamente assurdo e pericoloso dell’unovale uno. Certo è che sono riusciti a dimostrarne l’efficacia alle elezioni politiche del 2018, quando hanno portato a casa il 33% dei suffragi, facendo entrare in Parlamento una schiera di incompetenti (tra pochissimi altri di valore), come si dice, o scappati di casa, a partire dai capi di allora, che stanno venendo oggi miseramente inghiottiti dall’oblio. Come si meritano, secondo legge di natura.

Esperti nei processi di falsificazione del dato, oggi, attraverso il loro capo, il più volte da me nominato avvocaticchio, riescono perfino a convincere qualche giornalista televisivo (cf. Tg2 Post) di avere vinto alle ultime elezioni con il 15% dei consensi, perché paragonano tale numero alle percentuali dei sondaggi di qualche mese prima, che li davano al 8/10% al massimo, evitando di ricordare che la comparazione andrebbe fatta con il 33% raggiunto nel 2018. Si capisce bene che molti elettori 5S del 2018 sono passati a Meloni, ma ciò è stato dovuto alla confusione ideologica del Movimento di cinque anni fa, i cui capi sostenevano di non essere né di destra né di sinistra (!!!). Onestà intellettuale, comunque, a zero virgola uno.

Torno a Meloni e alla “sinistra” (la cui dizione ora virgoletto). Non aggiungo se non che, nell’interesse della Patria (a me è sempre piaciuto questo “Nome” nobile della terra in cui viviamo, chiamandola in questo modo “da sinistra”, e così evitando di lasciarne il monopolio proprio a Meloni) Italia, spero che il nuovo Governo operi bene e che l’opposizione si muova nel merito delle critiche in modo costruttivo.

Su questo, la sinistra vera, quella che mi ostino ancora a credere sia ancora (nonostante tutto) presente nel Partito Democratico, vigili (congiuntivo esortativo) sapendosi rinnovare con la ripresa di un dialogo vero con la società civile, con l’economia, con la cultura, con gli uomini e donne tutti (e senza schwa, ah ah ah!).

Madame Boone non dica sciocchezze… e bravi Draghi, Mattarella e Meloni. Viva l’Italia!

La ministra francese Laurence Boone ha alzato il ditino per ammonire la nuova maggioranza italiana a “non toccare i diritti”.

La Liberté di Eugene Delacroix

Cito alla lettera: “Vogliamo lavorare con Roma ma vigileremo su rispetto diritti e libertà“. Lo dice – in un’intervista a Repubblica – Laurence Boone, nuova ministra per gli Affari europei del governo francese, per la quale “è importante che il governo Meloni resti nel fronte europeo contro Mosca e in favore delle sanzioni“.   

Rispetteremo la scelta democratica degli italiani – afferma- L’Europa deve rimanere unita, in particolare nell’affrontare la guerra che la Russia ha dichiarato in Ucraina, con le sanzioni che abbiamo adottato. Su questo punto, Meloni ha espresso chiaramente il suo sostegno a ciò che l’Europa sta facendo. Dopodiché è chiaro che abbiamo delle divergenze. Saremo molto attenti al rispetto dei valori e delle regole dello Stato di diritto. L’Ue ha già dimostrato di essere vigile nei confronti di altri Paesi come l’Ungheria e la Polonia“.   

Napoleone Boone ha detto, augh. Arrogante signora! “Vigileremo…”, dice lei, poi dirò io.

Primariamente, mi fa incazzare TUTTO dell’intervento della maestrina Boone, TUTTO, toni e testo. Se avessi l’indirizzo della donna (ma confido nella potenza del web, che arriva ovunque come uno “spirito santo” tecnologico) le invierei questo testo con l’immagine del quadro di Delacroix, che il grande pittore francese dipinse per rappresentare il valore principale della Grande Revolution, la Libertè, che assieme all’Egalitè e alla Fraternité segnò con forza quel cambiamento radicale, essenziale per la storia dell’Europa e del mondo. Noi siamo nel mondo che la Rivoluzione Francese ha contribuito a costruire, e crediamo nei valori di questo mondo, cara Boone!

Ha ragion d’essere che io pubblichi qui sopra il dipinto di Delacroix, benedetta donna!

E’ offensivo che lei ritenga opportuno farci questa raccomandazione. Offensivo per la raccomandazione in sé, e offensivo per il modo con cui la fa.

E’ una raccomandazione superflua e pertanto inutile, ed è una raccomandazione top-down, che presuppone una superiorità della Francia sull’Italia, per quanto riguarda lo spirito democratico e di rispetto dei diritti civili e sociali fondamentali, e pertanto è offensiva.

Il superioriy complex che traspare dalle frasi della Boone è insopportabile.

La Francia ha queste caratteristiche e questi problemi. Anche la lingua francese presenta una certa allure da primadonna. Sempre elegante, ma fastidiosa, talvolta, quando si inflette in gorgoglii e piccole raucedini da pronunzia fricativa delle consonanti liquide.

La Boone la rappresenta benissimo, la Francia, peraltro come il presidente Macron, bellino, educato, ricco, fortunato, potente. Forse un po’ solo.

E vengo alla breve lezioncina di storia per la Boone.

Se lei ritiene di “vigilare” sul rispetto dei diritti in Italia, siccome noi Italiani non “abbiamo l’anello al naso”, come per quasi due secoli i Francesi hanno pensato degli Africani e degli Indocinesi, devo ricordarle ciò che hanno fatto i militari francesi nelle “colonie”, appunto, in Vietnam, nell’Africa Equatoriale, Mali, Niger…, in Algeria?

Devo ricordarle i massacri di indigeni, cioè di abitanti autoctoni di quelle terre? Il loro sfruttamento economico e sociale? Devo ricordarle quanto recenti sono stati i processi di liberazione nazionale di quelle Nazioni?

Vogliamo ricordare ciò che ha fatto in anni recenti il presidente Sarkozy in Libia per impedire che l’Italia avesse un rapporto più proficuo con la Libia?

Non mi si risponda che anche gli Italiani non sono stati “brava gente” in guerra e nelle politiche coloniali. Conosco bene ciò che hanno fatto il maresciallo Rodolfo Graziani (uno che sarebbe stato meritevole di fucilazione) in Africa, o il generale Alessandro Pirzio Biroli (sotto il quale combatté mio papà, che assistette alle stragi, inerme e triste, come mi raccontò, avendo dovuto lui stesso uccidere, da lontano con la mitragliatrice, e all’arma bianca in una occasione quando fu aggredito mentre montava di guardia, non mi seppe mai dire se da un serbo cetnico o da un serbo titino) nei Balcani e mi fermo qui, e non per mancanza di nomi di capi militari criminali da citare.

Non facciamo gare tra chi ha commesso più abominii anti umani: la Francia comunque quantitativamente ne ha compiuti di più. Torniamo ai diritti.

E dico alla signora Boone: si studi la Costituzione della Repubblica Italiana e avrà la risposta ai suoi dubbi. NON tema che gli anticorpi democratici ITALIANI non vigileranno a sufficienza sul rispetto dei diritti, anzi lo faranno ad abundantiam, senza che lei si periti di alzare il suo ditino di laureata della Sorbonne o della L’École nationale d’administration.

“fèstina lente” ovvero “adelante, Pedro, pero con juicio…”, il latino e lo spagnolo in aiuto alla grande incertezza

…del maggiore partito della sinistra italiana dopo la sconfitta elettorale.

Mi ero ripromesso, dopo il titolo-articolo pubblicato lunedì 26 settembre post crash in ogni senso della politica italiana, di tornare sul tema.

Approfitto del fatto di avere ascoltato per due o tre ore in viaggio in auto gli interventi nella direzione nazionale del Partito Democratico, dove si è consumato un autò da fè impressionante del gruppo dirigente, un atto di auto accusa impregnato di un po’ di contrizione e di molta attrizione. Uso questi due termini teologico-morali, contrizione e attrizione per tenermi nel mood della riunione che, iniziata con la relazione del segretario Letta, capace di citare per due volte dei passaggi evangelici, è poi proseguita con altre citazioni di altri oratori, abbastanza a sproposito, sia delle Sacre scritture sia di espressioni in lingua greca e in lingua latina.

Per il PD tutto, una riflessione informativa: contrizione significa dolore e pentimento per il male compiuto come offesa a Dio stesso; attrizione è come dire dolore (anche se non tanto) e pentimento per il male compiuto, e non per avere offeso Dio, ma per paura della pena eterna dell’inferno. Una differenza radicale, tanto grande da far concepire teologicamente la contrizione come sufficiente per accedere al purgatorio, anche a fronte di peccati gravi e senza la confessione formale dei peccati, e l’attrizione come atteggiamento sufficiente per il perdono divino, ma solo dopo una confessione formale. Detto altrimenti, il peccatore contrito è atteso comunque dal purgatorio, il peccatoreattrito può rischiare l’inferno.

Questo vale per la casistica canonico-penalistica classica. Che cosa c’entra con la direzione del PD? Vedremo più avanti: qui mi limito a dire che tutti/ tutte erano almeno “attriti/ e” per il male commesso di avere sbagliato, non solo la campagna elettorale, ma le politiche degli ultimi dieci o dodici anni, troppo confusamente “governativistiche” e poco attente ai bisogni del popolo, cui sono stati più attenti i populisti di destra e di sinistra. “Di sinistra” per modo di dire, visto che si tratta dei grillini.

C’è chi ha tirato fuori di nuovo le “agorà (!!!) democratiche“, nonostante, se si vuole usare correttamente il greco, si debba scrivere “agorài“, perché l’espressione è plurale. Mi sono affaticato a scriverglielo due o tre volte a “contatti PD nazionale”, ma si vede che, o non leggono, oppure la cosa non gli sembra importante. Possibile che non vi sia nessuno in quei luoghi che abbia fatto uno straccio di liceo classico? Una volta da quelle parti c’era il professor Alessandro Natta, oggi ci sono invece le Serracchiani et similia.

Altra perla odierna, peraltro pronunziata da una delle migliori intervenute, la Ascani. A un certo punto ha esclamato una cosa del genere: “…dobbiamo essere saggi, come suggerisce il detto latino festìna lente (cioè affrettati lentamente, sottinteso, con saggezza), con l’accento sulla “i”, mentre si deve scrivere e dire fèstina lente, con l’accento sulla “e”.

Anche qui, è importante questa cosa? poco, molto?… dico, rispetto al quasi deserto propositivo della riunione, su cui arrivo subito. Se si vuole essere seri, e seeri non à la Calenda, ma à la Marco Aurelio, sarebbe bene rispettare anche le nostre madrilingua, e non usarle a sproposito.

Di più: Pollastrini, una “storica” dell’antico Pci, a un certo punto ha detto con enfasi che “ci vuole uno spirito santo” (al minuscolo perché noi laici… alla faccia dei cattolici del PD, che però probabilmente poco conoscono dello Spirito Santo come terza Persona della SS. Trinità, Dio Unitrino). Figurarsi la Pollastrini. Dimenticavo, lei intendeva lo “spirito santo” (rigorosamente minuscolo!) come “partecipazione popolare”.

Su questo potremmo anche disquisire e fors’anche (pur se solo in parte) convenire, perché, teologicamente, lo Spirito Santo “soffia dove vuole” e pertanto può senz’altro “soffiare” sulla partecipazione popolare, visto che la Chiesa è il Popolo di Dio (cf. Lumen Gentium I, Roma 1965).

Naturalmente provvederò a inviare alla direzione del PD una copia di questo pezzo e i riferimenti bibliografici per una, se non necessaria, opportuna acculturazione specifica, se si vuole persistere nelle citazioni filosofiche e scritturistiche.

Vengo al dunque. Innanzitutto l’analisi del voto. Solo Letta prova a farla con una sufficiente dovizia di supporti logici e di argomentazioni, oltre al cavalleresco tirarsi indietro come segretario, virtù presente in pochissimi altri di quel consesso. Certo, gli spettava, ma almeno mostra una onestà intellettuale di cui gli altri / le altre sono nella maggioranza (degli interventi che ascolto) privi/ e. Non uso lo schwa, IMBECILLI! (qui mi rivolgo ai tifosi/ e di questa idiozia)

Si sbaglia Letta, a parer mio, però, quando prova a ri-sostenere che la colpa del fallimento del “campo largo”, che doveva comprendere tutti, da Renzi & Calenda a Fratoianni, e forse a Ferrando e Marco Rizzo, e soprattutto i 5 Stelle, è da attribuire al furbo capo di questi ultimi. No, caro Letta: è sbagliato il concetto e il progetto. Non puoi far ragionevolmente convivere Renzi & Calenda con Fratoianni (e mi fermo qui), se quest’ultimo ha sempre votato contro il Governo Draghi. Ma come fai solo a pensarlo? Già Prodi sbagliò clamorosamente quando onorò di credibilità il Bertinotti che lo pugnalò “senza se e senza ma” (ridicolo sintagma che il perito chimico di Torino si attribuì orgogliosamente, così come con altrettale sentimento si gloriò talvolta di non avere mai firmato un accordo). Repetita quoque non juvant (se proprio si vuole ostinatamente usare il latino).

O il PD è capace (non lo è stato finora), sperando che lo sia in futuro, di proporre una politica riformistica complessiva dove possano armonizzarsi diritti & doveri sociali (dimenticati dal PD per un decennio) e civili (privilegiati dal PD per un decennio, peraltro senza successo, scimmiottando una sorta di partito radicale di massa), oppure non avrà futuro, perché sarà sostituito del tutto, “a destra” dal duo liberal-riformista R & C, e “a sinistra” da quel dandy-falsodemocristiano di Conte e codazzo cantante. Senza che con questa citazione di destra e sinistra sia un modo per con-fonderle. Ma oggi non bastano questi due poli: piuttosto si esige di distinguere tra culture politiche populiste che sono sempre più rossobrune e culture politiche dell’intelligenza, della competenza e della ragionevolezza.

Non ho ascoltato chiarezza sul piano programmatico, mentre già il Partito deve fare i conti con le fughe in avanti di chi si auto-candida alla segreteria come De Micheli o Schlein (pure!). All’improvviso, come la canzone di Mina. La “gente” (chissà se De Micheli si ritiene “gente” o benaltro dalla gente) non ha il senso delle proporzioni, a volte.

Quale il tema? Come si può sintetizzare un riformismo realistico e capace di leggere i “segni dei tempi”. Eppure non è difficilissimo. Equità sotto il profilo fiscale, NON aumentando tasse in alto, ma equilibrando le aliquote alle categorie produttive, diciamo fino a 150.000/ 200.000 di reddito annuo, che è lo stipendio di un dirigente industriale bravo e responsabile, che deve essere alleato del riformismo. Si tratta della borghesia intelligente e produttiva che anche Marx apprezzava moltissimo, ma sembra che i suoi mezzi nipotini non la capiscano. Mi spiego meglio: non sto parlando dei vacanzieri di Capalbio, che sono bene rappresentati anche nel PD, ma di chi opera nell’economia reale, non nel terzo settore privilegiato degli influencer e del giornalismo televisivo, che è uno dei settori più deleteri di questi ultimi anni.

Circa il Reddito di cittadinanza, invece di seguire a papera i 5S (cf. esperimento di etologia di Konrad Lorenz), recuperare il Reddito di inclusione selezionando le posizioni dei percettori e obbligandoli a considerare seriamente le offerte di lavoro. Politiche attive del lavoro fatte da chi le sa fare, cioè le società di somministrazione, non dai fantasiosi navigator, opera del Dimaio vincitore delle povertà e tritato dalla sua stessa ambizione, senza senso della misura. La sorte lo ha collocato finalmente dove meritava di stare da tempo, l’oblio.

Il PD dovrebbe saper parlare di diritti civili senza allinearsi al mainstream (dico e scrivo ancora una volta, ahi ahi Letta!) della scuola materna obbligatoria dai tre anni di età, del D.D. L. Zan, che, così come è congegnato, prevede il reato di opinione. Io, socialista autentico e antico, ho scritto cinquanta volte che la maternità surrogata (evitando l’espressione atroce di “utero in affitto”) è un abominio morale e socio-culturale, così come quasi lo è l’adozione da parte di coppie omosessuali, per ragioni educazionali e socio-culturali. Per queste affermazioni, in base allo “Zan” potrei essere denunziato da qualche anima bella, inquisito da qualche giudice ecumenico e condannato. Ma siamo impazziti?

Sono esempi di come il PD si è perso, non è stato più né socialista né cattolico democratico. Posso continuare.

Sulla pace e la guerra. Senza fumisterie incomprensibili, il PD dica tutto insieme che l’Ucraina, aggredita, deve essere sostenuta fino al raggiungimento di una situazione che la metta in sicurezza, evitando qui di parlare di Crimea e/o Donbass sì, Crimea e/o Donbass no, ma chiarendo che la pace la pace la pace su cui ululano Conte e altri non si ottiene se non da una onorevole posizione di autodifesa. Non vada in piazza il PD su una “piattaforma” grillina” o vagamente pacista. Potrebbero svegliarsi i partigiani della pace in sonno da cinquant’anni, perfettamente “sovietici”, a volte ingenuamente nascosti anche in mezzo ai cattolici.

Il PD smascheri chi si attribuisce ogni merito di qualsiasi cosa, come ancora si azzardano a fare i 5 STELLE CHE HANNO PERSO – RISPETTO AL 2018 – CINQUE MILIONI DI VOTI, e parlano come se il 25 settembre avessero vinto, su questo aiutati da giornalisti e giornaliste almeno superficiali (tipo la Manuela Moreno di Rai 2 Post).

Non si vergogni (c’è qualche d’uno che comincia a vergognarsi, come fa Salvini, quasi, nel PD) di avere sostenuto il governo Draghi, che ha mostrato il volto buono e forte dell’Italia. Agenda o non agenda Draghi, l’Italia, con quest’uomo è stata più credibile e creduta nel mondo. Sulla lotta alla pandemia, sul tema della guerra e su quello energetico, anche Meloni, intelligentemente, e fregandosene di Salvini e dei suoi seguaci un po’ vigliacchetti (pensavo che Giorgetti avesse più attributi, mi sbagliavo), si sta collegando alle politiche del governo Draghi, con cui non vuole creare una cesura pericolosa, ma vuole proseguirne le parti più efficaci, per l’Italia.

C’è una grossa e profonda riflessione da fare sulla democrazia, sui meccanismi della rappresentanza in una società ipermediatizzata, su ciò che sia reazione e su ciò che sia conservatorismo… perché anche io sono progressista socialmente e nel contempo conservatore del bello italiano e della cultura. Reazione e conservatorismo non sono la stessa cosa, cari del PD! Troppi di voi fanno confusione, o per ideologia o per carenze culturali, di grazia!

Per la verità non ho ascoltato solo le cose più ovvie dai politici più politicanti (maschi o femmine che fossero), perché diversi interventi si sono distinti per lucidità e passione, ma, guarda caso, non tanto quelli dei “potentati” (e anche qui vi sono delle distinzioni da fare, ad esempio un Misiani non dice mai banalità), ma piuttosto gli interventi delle persone più “di confine”, come la calabrese Bossio o la italo-iraniana, di cui non ricordo il nome, che ha spiegato come il cambiamento stia avvenendo nella sua grande Nazione, non solo per la presa di posizione delle donne, ma ancora di più perché assieme con le figlie stanno scendendo in piazza i padri, con le sorelle i fratelli, con le mogli i mariti.

Analogamente, un partito che non tenga le donne nel loro giusto merito, non può cambiare, soprattutto se le donne non imparano a solidarizzare tra loro e se i maschi non la smettono con le “quote rosa”, WWF della distinzione di genere.

Infine, invece di continuare a demonizzare “la peggiore destra d’Europa” (lo ho sentito affermare anche oggi), il PD vada a vedere perché Fratelli d’Italia, con un gruppo dirigente piuttosto mediocre, a parte la leader, Crosetto e qualche altro, ha preso il 26% dei voti dati? Un 26% di imbecilli? Mi pare di no.

Io non la ho votata, ma non ho neanche votato PD, io che dovrei trovarmi lì di casa… Qualcuno se lo vuol chiedere? Gli interessa?

La prudenza e l’imprudenza, o di come una virtù morale possa trasformarsi in un rischio per l’incolumità delle persone

Storicamente il concetto di prudenza, phrònesis in greco, prudentia in latino, è sempre stato un elemento di saggezza popolare e di riflessione filosofica.

Il “grande Ayatollah Ruollah Khomeini”

Dal popolo minuto ai più grandi pensatori ha avuto un’attenzione somma, sia per la gestione della vita quotidiana, sia per l’esercizio del pensiero sui comportamenti umani.

Molto semplificando, posso citare Aristotele, che la studiò nel suo grande testo Etica Nicomachea, per poi passare ai Padri della Chiesa, sia i meno conosciuti come Giavanni Climaco ed Evagrio Pontico, sia i maggiori come sant’Agostino e papa Gregorio Magno, per finire con Tommaso d’Aquino che sulla prudenza trattò diffusamente nella Summa Theologiae, parte Seconda, distinguendo tra le sue varie “parti” costitutive e modalità di utilizzo nella vita di tutti i giorni.

In seguito fu oggetto di studio da parte di altri sommi pensatori come Baruch Spinoza e Immanuel Kant, che ne parlarono, rispettivamente nell’Ethica more geometrico demonstrata e nella Critica della Ragione pratica. Non aggiungo altri autori, che pure non mancano in anni contemporanei.

Siccome in questo pezzo non devo sviluppare né le dimensioni né la profondità analitica di un trattato, passo al pratico, facendo tre esempi molto attuali.

Primo esempio. E’ nota a tutti la tragica vicenda del mio giovane conterraneo Giulio Regeni, che fu ucciso in Egitto oramai sei anni e mezzo fa al Cairo in circostanze non mai chiarite. Non sto qui a recriminare e a condannare le autorità egiziane, perché lo ho già fatto più volte. Vi è però stato un aspetto che di tutta la vicenda non mi ha mai convinto: quello del ruolo della Università di Cambridge dove il bravo Giulio stava conseguendo un bel Dottorato di Ricerca in scienze sociali, e soprattutto circa il ruolo della sua tutor. Più avanti aggiungerò il commento che desidero formulare in comune sui tre casi.

Il secondo caso: da una settimana circa la signorina Alessia Piperno di Roma, mentre si trovava a Teheran in Iran, dove stava viaggiando come era solita fare spesso (i suoi spiegano che viaggiava molto, abitudine che si apprende anche dalla sua cospicua attività sui social) è stata arrestata dalla polizia speciale dei bajiji (bagigi, curioso, no?), e ora si trova da qualche parte, ospite delle patrie galere islamiche sciite.

Il terzo caso: quattro ragazzi italiani, con età dai ventuno a i ventinove anni, sono stati arrestati nella città indiana di Ahmedabad, perché trovati a dipingere le pareti del metrò a mo’ di graffitari nostrani.

Domanda, mio caro lettore: c’è un pensiero, concetto, sentimento comune tra questi tre casi? Dimanda rettorica… ebben sì, una certe dose di diversificata imprudenza, cioè di non-prudenza. Mi spiego bene.

Se mia figlia, che è più o meno coetanea del povero Giulio, dovesse predisporre la parte sperimentale di un PhD, aggirandosi per i vicoli e i mercati di una metropoli tipo Il Cairo, intervistando ambulanti e precari, sapendo quali dinamiche si nascondono dietro questi ambienti, condite di mafiosità delatoria, anche se lei maggiorenne, mi opporrei con tutte le mie forze. Dico cose scandalose?

Sulla ragazza romana: se, sempre mia figlia volesse fare la giramondo indefessa, impegnata soprattutto nel registrare ciò che incontra e vede in giro per ogni genere e specie di nazioni e paesi, non mi compiacerei come ho sentito fare dai genitori della ragazza. Ma non lavora mai questa benedetta giovine donna o vive dei like di ciò che posta?

Come si fa ad andare alle manifestazioni, non solo legittime, ma di più, doverose, che donne e uomini persiani stanno facendo da settimane per cercare di smantellare l’insopportabile teocrazia islamica che impedisce l’esercizio delle libertà fondamentali dei cittadini? Stattene da parte, non metterti in evidenza. E’ chiaro che, se ti beccano, ti arrestano, anche a fini di ricatto verso l’Italia, notoriamente amica di USA e Israele, nazioni ritenute e definite demoniache dagli ayatollah iraniani.

Da ultimo, se un mio carissimo figliuolo si mettesse a imbrattare un bene pubblico della grande nazione indiana, oltre a farlo tornare al più presto, gli somministrerei due sonori ceffoni, uno per guancia.

Io la penso in questo modo, caro lettore, su prudenza e imprudenza.

Ho nostalgia di Tristan Tzara, di André Breton, di Louis Aragon, di Paul Eluard, di Antonin Artaud e di Guillaume Apollinaire, di Lev Davidovic Trotszki, di Aleksandr Blok, di Vladimir Majakovski, di Carl G. Jung, del surrealismo, di dada (perfino dei New Dada di Maurizio Arcieri, quello di “Cinque minuti e un jet partirà…”), di Giorgio Gaber, di Paolo Conte (e non confondiamo i “conte”, parbleu!), di Enzo Jannacci e perfino di Brigitte Bardot, mentre sono costretto a subire (spero sempre meno) una Michela Murgia, una Conchita De Gregorio, una Rula Jebreal, una Laura Boldrini, una Greta Thumbèri (scrivo il cognome come si pronunzia), una Monica Cirinnà, uno Zan, grazieadio questi due ultimi “archiviati”, duole un po’ dirlo, ma non tanto, da Meloni, un Gad Lerner, un Moni Ovadia, il pacista incomprensibile, un Roberto Saviano, quello che lucra una rendita di posizione da anni, un Damiano dei Maneskin, e un Fabio Fazio…, nipotini di una sinistra piccolo borghese, dello schwa, della scuola dell’infanzia obbligatoria dai tre anni (ahi ahi, Letta!) dove si vorrebbe cominciare a parlare di LGBT, per proseguire alle elementari, e di altre amenità apparentemente segni di libertà, ma in realtà manifesti di un nuovo conformismo scolorito, noioso e incolto

Rivendico lo spazio mentale politico e culturale di una sinistra, di un socialismo democratico che possa fare a meno dell’elenco di persone che ho citato nella seconda parte del titolo, recuperando le figure elencate nelle prima parte.

Tristan Tzara

Da anni mi annoio ascoltando e leggendo parole e testi di persone che si collocano “a sinistra” nello schieramento cultural-politico italiano, ma in realtà sono esempi di mero snobismo chiccoso.

Non ho nulla da condividere con l’elenco delle persone collocate “a sinistra” nel titolo.

Ho tutto da condividere con i lavoratori, gli imprenditori, gli studenti, i colleghi che conosco e con i quali collaboro e con-vivo nel lavoro e nella cultura.

…e con gli artisti e gli studiosi del primo elenco, che forse piacciono individualmente a quelli/ e del secondo elenco, ma ciò non basta, non vi è la proprietà transitiva. Un esempio: se a Cirinnà piace Breton, non è detto che siccome a me interessa Breton, mi piaccia Cirinnà. Chiaro?

Mi fermo qui, perché l’articolo è tutto o quasi nel titolone, la cui struttura mi convince sempre più.

Il raglio dell’asino, ovvero di come la verità “scappa” (nel senso che è incomprimibile) sempre da tutte le parti. Alcuni asini di questi tempi: i genitori, oltre a diversi politici

L’amico Franco che non è esente da peccati, come peraltro ciascuno di noi, io in primis, mi ha offerto una interessante metafora, quella dell’asino che, anche se travestito da cavallo, non potrà mai confondere il suo padrone o il compratore, circa la sua natura di equino.

In altre parole, pure se agghindato come un destriero, un asino sarà sempre tale, perché prima o poi gli scapperà un potente raglio.

Il raglio non è un nitrito… E questo vale in ogni ambiente e in ogni situazione. Quante persone che sono asini cercano in tutti i modi di assomigliare a cavalli!

Attenzione, non sto denigrando l’asino, che è un animale intelligente, splendido, ma sto ragionando sul bisogno che molti hanno di apparire ciò che non sono. La politica è uno degli ambienti più ricchi di cavalli che ragliano.

L’attuale capo dei 5 Stelle è uno di questi. Parlo di Giuseppe Conte da Foggia, avvocato. Ma è solo un esempio, perché questo signore è in buona compagnia tra i suoi sodali e al di fuori, negli altri partiti. Devo dire che, dopo queste elezioni politiche, il meno “asino” di tutti, nonostante abbia compiuto molti errori di conduzione del suo partito, si è rivelato Enrico Letta, che ha capito di avere concluso il suo percorso e di aver esaurito la sua “spinta propulsiva” (efficace espressione berlingueriana) in un partito più confuso di lui. Per passione politica, mi auguro che il nuovo segretario rinnovi anche lo staff del segretario uscente, perché di livello politico penoso, impresentabile, con ciò augurandomi/ loro che vi siano persone migliori di queste ultime. Anzi, ci credo.

L’asino (Equus africanus asinus – Linnaeus, 1758), detto anche somaro, è un mammifero perissodattilo della famiglia Equidae. Deriva dall’asino selvatico africano (Equus africanus) attraverso una selezione della sottospecie nubiana.

Non occorre qui descriva l’asino, animale energico e nevrile, addomesticato dall’uomo da millenni, forse dal 3000 a.C. in Egitto, diffuso in diverse razze nelle varie regioni del mondo, le cui forme e abitudini sono note a tutti o quasi. Forse non ai ragazzi delle ultime generazioni, come mostra il racconto con il quale chiudo questo articolo.

L’animale è adatto al trasporto di some e al traino di carretti anche su terreni difficili, utilizzato anche dalla truppe alpine, anche se meno del suo fratello maggiore, il mulo, che nasce da un asino e da una cavalla.

Ai primi del ‘900 fu anche pubblicata dai socialisti una rivista di critica e satira contro gli scandali di quegli anni e le repressioni poliziesche, chiamata L’Asino, sotto la guida di Guido Podrecca, universitario cividalese e pupazzettista straordinario. I cattolici editarono Il Mulo, per far contro ai socialisti. Tanto per raccontare a chi non lo sa cose di un secolo fa e oltre.

L’asino di Buridano (o “Paradosso dell’asino”) è un apologo tradizionalmente attribuito al filosofo della prima metà del XIV sec. Giovanni Buridano (1295-1300 circa – 1361), ma che probabilmente non è dovuto a lui, poiché non si trova negli scritti di Buridano, né corrisponde alle sue idee relativamente alla libertà, dato che piuttosto egli oscilla tra il volontarismo e l’identificazione (aristotelico-averroistica) di intelletto e volontà. È probabile che la storia, derivata da un problema del De caelo (Aristotele, De caelo, II, 295 b 31-34), sia nata nelle discussioni di scuola, ove è documentata.

L’apologo narra come un asino posto tra due cumuli di fieno perfettamente uguali e alla stessa distanza non sappia quale scegliere, morendo di fame e sete nell’incertezza.

Secondo Buridano l’intelletto è sempre in grado di indicare all’uomo quale sia la scelta giusta tra le varie diverse alternative tanto che se, per assurdo, la scelta fosse costituita da due elementi identici la volontà si paralizzerebbe a meno che non si scegliesse di non scegliere. Esamina il paradosso nel II libro dell’Etica:

Per commentare il racconto riporto due riflessioni, la prima di Baruch Spinoza:

«In quarto luogo si può obiettare: se l’uomo non opera per libertà del volere, che cosa accade quando si trovi in uno stato di equilibrio come l’asino di Buridano? Morirà di fame e di sete? Se lo concedo, sembra che io concepisca un’asina o una statua di uomo, non un uomo; se invece lo nego, ne consegue che egli può determinare sé stesso e quindi ha la facoltà di andare [verso il cibo] e di fare quel che vuole. (…) Per quanto riguarda la quarta obiezione, concedo che l’uomo, posto in un tale equilibrio (cioè di chi non percepisce altro che la sete e la fame, tale cibo e tale bevanda, che distano ugualmente da lui), perirà di fame e di sete. Se mi domando: un tale uomo non è da considerare piuttosto un asino che un uomo? rispondo di non saperlo, come non so in qual modo sia da considerare chi si impicca e come siano da considerare i bambini, gli stolti, i pazzi ecc.»

…la seconda di Johann Gottfried Leibniz:

«(…)È vero che bisognerebbe affermare, se il caso fosse possibile, che l’asino finirebbe per morire di fame…Infatti l’universo non potrebbe essere bipartito…in modo che tutto fosse uguale e simile da una parte e dall’altra, come una ellissi o un’altra figura in un piano, del numero di quelle che io chiamo ambidestre, che siano bipartite da qualche linea retta passante per il centro…. Vi saranno perciò molte cose, dentro e fuori l’asino, anche se non ci appaiono, che lo determineranno a dirigersi piuttosto da una parte che dall’altra. E benché l’uomo sia libero, mentre l’asino non lo è, non cessa perciò d’essere vero, e per la stessa ragione, che anche nell’uomo il caso di un equilibrio perfetto tra due parti è impossibile e che un angelo, o Dio almeno, potrebbe sempre trovare la ragione del partito preso dall’uomo, indicando la causa o la ragione inclinante che l’ha realmente indotto a prenderlo, anche se questa ragione molto spesso è composta ed inconcepibile a noi stessi, perché la connessione delle cause le une con le altre va molto lontano.»

Ora la risposta della ragione per cui ho scomodato Buridano e il “suo” asino. Trovo anche gli asini siano numerosi non solo nella politica, ma anche nella ordinaria vita civile e familiare. Un esempio di asineria clamorosa.

A Wollogong in Australia si è svolto in questi giorni di inizio autunno il campionato mondiale di ciclismo. La notte prima delle gara su strada dei professionisti, poi vinta dal meraviglioso Remco Evenepoel, alcune ragazzine scapestrati hanno impedito di dormire a Mathieu Van der Poel, grande generoso campione olandese, figlio di Adrie e nipote di Raymond Poulidor. Probabilmente Mathieu è uscito sul corridoio e può avere forse rimproverato e anche spinto qualcuna delle piccole teppistelle, figlie di genitori imbecilli. La mattina la polizia gli ha sequestrato il passaporto e comunicato che dovrà rimanere per sei settimane a disposizione delle autorità locali per un processo. Poi, si è saputo che tutto si è risolto con una multa di 1500 dollari a Van der Poel. Becco e bastonato.

Resta un fatto: dove erano i genitori dei ragazzini che all’una di notte imperversavano nei corridoi dell’albergo? Dove era il personale dell’albergo? Dove lo staff della squadra olandese? Come si tratteranno le piccole teppiste, con un bonario rabbuffo?

Se la cosa fosse successa qualche decina di anni fa, le ragazzine avrebbero temuto l’arrivo dei genitori, mentre ora al contrario i genitori difendono i propri piccoli idioti a prescindere dai loro comportamenti, come raccontano numerosi fatti di cronaca italiana che registrano aggressioni a insegnanti, insulti e denunce. I giovanissimi maleducati, invece, rimangono largamente impuniti e soprattutto, ciò che è peggio, in-educati.

E’ un insulto all’asino paragonare queste generazioni di genitori al nobile equino, ma lui capirà che si tratta di una metafora legata a una certa immagine popolare, e la sopporterà.

…in attesa di proporre una riflessione ponderata sull’esito delle ELEZIONI POLITICHE due parole: ha vinto il Centro destra e governerà come previsto dalle regole democratiche, ma NON SIAMO DIVENTATI FASCISTI; nel centro destra, è ora chiarissima la leadership di Meloni e di Fratelli d’Italia, mentre Salvini ha portato la Lega al disastro e spero che i vari Giorgetti, Zaia e Fedriga ne prendano atto, sostituendolo, per il bene degli elettori che credono in quel partito, che ha una storia popolare: a forza di egocentrismo, il bullo milanese si è schiantato; il PD guidato dal più confuso segretario della storia fa una figura barbina, perché non è né carne né pesce ed è contornato da figure mediocri come Serracchiani, Orlando e altri, capalbiesi, signore parioline, “cirinnà” etc.; forse, in qualche modo turandosi il naso, avrebbe potuto tenere aperto il dialogo con i grillini e il “rosatellum” avrebbe funzionato in modo diverso, ed anche evitare l’ondivago esitare tra Calenda e Fratoianni, la scelta del quale è stata esiziale, pur essendo diventato il PD un partito prevalentemente di laureati (ovviamente absit inuria verbis, perché anch’io appartengo ad abundantiam alla categoria, ma in modo molto diverso dai borghesucci mantenuti all’università) e di centri storici, e non è più né socialdemocratico né quasicomunista, né attento ai lavoratori; il 5 Stelle dell’avv.cchio azzeccagarbugli foggiano, campione italiano di furbizie meschine e di disonestà intellettuale, viene dato in ripresa, sì, ma solo sui sondaggi, perché porta a casa il 15%, che mi pare sia meno della metà del 33% preso nel 2018; Berlusconi e Forza Italia paiono immarcescibili, e sono obiettivamente un elemento di equilibrio verso la moderazione, sempre che Berlusconi stesso non dica parole pericolose e oltraggiose per il Popolo ucraino, come ha fatto qualche giorno fa affermando che Putin voleva mettere a Kijv “persone perbene”; i verdi, mescolandosi a tristissimi rossi fuori tempo massimo, prendono inutili inezie: il mio amico Alexander Langer insegnava che i “verdi” non sono né di destra né di sinistra, perché il tema ambientale riguarda tutti, ma Langer è mancato e adesso da quelle parti lì ci sono dei nani; Renzi e Calenda, che ho votato, hanno preso il 7,7%, che non è male, ma pagano le loro reciproche antipatie. Non so a che cosa serviranno se non a una testimonianza abbastanza competente; grazie a Dio sono fuori brutti figuri come Paragone e inetti sostanziali come Di Maio

il livello della politica italiana, con rispetto parlando per il cane e la ragazza

Il Presente e il Potere, anche in vista delle elezioni politiche 2022 in Italia

Il praesens, il tempo presente, secondo Agostino è l’unico concetto di tempo che abbia senso, poiché il passato deve essere affidato alla memoria e il futuro non si può conoscere né prevedere. Lo scrive splendidamente nel celeberrimo testo che troviamo nel LIbro XI delle Confessiones.

il generale tedesco Erwin Rommel (che per me merita rispetto)

Fino alla scoperta einsteiniana della relatività generale, che è una dottrina della scienza fisica, e anche dopo, l’intuizione del grande filosofo e Padre della chiesa africano è rimasta la più sinteticamente icastica ed efficace della cultura occidentale.

Per quale ragione nel titolo ho collegato tempo e potere? Quale è la relazione plausibile e necessaria fra i due concetti? E’ intuitiva: perché il potere si esercita concretamente nel presente, anche se certamente trae origine nel passato e può durare nel futuro, e vive nello spirito-che-attraversa-la-Storia e, secondo Hegel, la dirige, la orienta, dottrina, cui aggiungo – cristianamente – l’itinerario salvifico dell’anima umana: l’Itinerarium mentis in Deum, come spiega il padre francescano san Bonaventura da Bagnoregio. Lo Spirito è l’Oriente della Storia e, potremmo aggiungere, è anche il luogo originario delle grandi dottrine religiose. Specifico, però, che in senso metastorico e filosofico lo Spirito nulla c’entra con la semantica della spiritualità religiosa.

Il tempo è correlato allo spazio, secondo Einstein, e ha a che fare con la vita dell’universo e di ciascuna delle nostre vite. Vi sono teorie, senza conferme esperienziali, di un diverso modo di dipanarsi del tempo e dello spazio che pongono l’ipotesi di universi paralleli, oppure di poter viaggiare nel tempo, come nel film di Zemeckis e in Terminator. Vi è di tutto sul tema del tempo, laddove il presente si smantella continuamente in un fluire senza ordine logico.

Sappiamo di vivere nel tempo perché nasciamo, viviamo e moriamo, e perché le prime due dimensioni le constatiamo insieme con gli altri, mentre la terza possiamo solo osservare dall’esterno, come insegnava Epicuro.

Il potere, il kràtos (in greco antico Κράτος), è un personaggio mitologico, e rappresenta il potere di dominio, il potere che soggioga e si impone sugli altri e/ sugli avversari, e infine il potere politico democratico ed economico-gestionale. E’ correlato all’autorità, che si colloca laddove il potere stesso viene esercitato e, peraltro, il potere viene esercitato da chi ha autorità su qualcuno o molti, e sulle cose. Si pensi al potere che eserciteranno i rappresentanti delle forze politiche che vinceranno le elezioni di domenica 25 settembre 2022 in Italia. Democraticamente, e quindi con una minoranza che potrà discutere, contestare, proporre altro rispetto alle decisioni di chi ha vinto ed avrà un ruolo di esercizio del potere, e l’autorità giuridico-formale per attuarlo.

Aristotele, Alessandro il Macedone, Seneca, Cicerone, Cesare, Annibale, Scipione, Agostino, Carlo Magno, Alessio Comneno, Tommaso d’Aquino, Federico II di Svevia, Gengis Khan, Timur Lenk, Salah el Din, Solimano il Magnifico, Carlo V d’Asburgo, Wallenstein, Luigi XIV, Pietro il Grande, Montesquieu, Rousseau, Napoleone Bonaparte, Kutuzov, Hegel, Pio IX, Vittoria d’Inghilterra, Caterina II di Russia, Giolitti, Kemal Atatürk, Mussolini, Stalin, Hitler, Zukhov, Patton, von Kleist, Rommel, Churchill, Eisenhower, Tojo, Ciang Kai Sheck, Mao Tze Dong, Deng Hsiao Ping, Gandhi, Nehru, De Gaulle, Kennedy, Nasser, Gheddafi, Breznev, Walesa, Komeini, Woytjla, Saddam, Kelsen, Craxi, Andreotti, Agnelli, Putin e molti altri che potrei ricordare, cui il lettore può aggiungere altre decine, nella politica, nel mondo militare, nel mondo religioso e in quello economico, se ne sono interessati, filosofando alcuni e praticandolo i più, negli ultimi duemila e quattrocento anni.

Esiste il potere dell’autorità legittima, diversamente sviluppatasi nel tempo, dalle monarchie alle dittature, fino alle democrazie, che hanno avuto prodromi fino dalla Grecia classica, ma vi è anche un potere di natura diversa, più psicologica e spirituale, il potere della ratio operandi e della moral suasion.

Giova qui ricordare anche il violentissimo potere patriarcale, così come ha confessato telefonicamente di avere esercitato il padre di Saman, diciottenne pakistana, uccisa nel 2021 in Italia dal padre, che si è sentito offeso nella dignità, perché lei “ha osato” contravvenire agli ordini paterni di accettare solamente nozze ordinate dal genitore. Giova anche ricordare che anche in Italia, fino quasi agli anni ’80 del secolo scorso, vigeva la legislazione e la prassi giuridica del delitto d’onore, cui era riconosciuta una specie di dignità morale che meritava una punizione penale molto blanda: se qualcuno, per motivi d’onore ammazzava una donna della propria casa (figlia, sorella, moglie, etc.) veniva punito, non con i 21 anni che sono previsti dall’ordinamento penale italiano per un omicidio non premeditato e senza aggravanti, ma con 5 o 7 anni al massimo, di carcere. Si pensi, il cosiddetto “omicidio d’onore” non veniva considerato premeditato, come invece era senza dubbio alcuno, per la sua stessa struttura ontologica di crimine radicale.

Mi limito qui a citare solo l’esempio della povera Saman, senza citare le legislazioni che, nel tempo, hanno collocato la donna, salvo rare eccezioni, al di fuori del potere e del suo esercizio. Possiamo citare in questo senso il Codice di Hammurapi, i libri biblici del Deuteronomio e del Levitico, la legislazione romana delle XII Tavole, il Corpus Iuris Civilis giustinianeo, le Leggi longobarde, quasi tutta la Legislazione islamica fino ai giorni nostri, e infine anche quella italiana che “concesse” il voto alle donne solamente nel 1946, superando lo Statuto Albertino che datava 1848.

Proviamo qui ora ad esaminare in breve le differenze tra potere reale, giuridicamente dato e poter derivante dalla moral suasion. Il potere esercitato dall’autorità riconosciuta per legge, che si colloca nella posizione prevista, come nel caso di ruoli e posizioni acquisite per elezione, come in generale nella politica e nell’associazionismo, oppure per nomina, modalità più diffusa nel privato economico: un deputato viene eletto dal popolo, mentre un Amministratore delegato o un Presidente viene nominato dal Consiglio di Amministrazione di un’azienda. Una differenza formale radicale, che si sostanzia anche nell’agire di un “eletto” rispetto a un “nominato”. Infatti, l’AD nominato deve rispondere solo al Consiglio di Amministrazione e alla Proprietà dei risultati del suo agire direttivo, per cui se è manchevole nei suoi compiti di direzione può venire anche immediatamente sostituito; il deputato eletto, invece, deve rispondere, prima di tutto ai suoi elettori, ma anche a tutto il corpo elettorale e alla propria parte politica. La durata dell’incarico del deputato è prefissata in cinque anni, salvo che, come in questo caso, non siano convocate le elezioni anticipate.

Ciò detto, torniamo alla ratio operandi e alla moral suasion, che è un altro tipo di “potere”. La ragione dell’operare viene compresa da chi dirige un ente, anche se viene da qualcuno che non fa parte del gruppo dirigente (CdA, Board, Presidente, Amministratore unico o delegato, Direzione generale…). Esperienza personale di cui di seguito parlo.

Presiedo una dozzina di organismi di vigilanza nei modelli dei Codici etici aziendali. Non devo, non voglio, non mi piace interferire nei flussi gerarchici aziendali, ma sto in una posizione tale che mi permette di dialogare con i vertici aziendali e le proprietà senza interposizioni e di fatto in qualche modo influisco sulle decisioni, mediante una ratio cogitandi et operandi riconosciuta dai miei interlocutori, e una certa moral suasion, che può essere efficace. E’ un modo non usuale di esercitare una forma di potere indiretta, ufficiosa, pacata, con l’equilibrio di chi non è direttamente coinvolto nei processi gerarchici, ma può osservarli dall’esterno con un interesse essenzialmente morale, nel quale sono assenti i tipici processi psicologici dell’autoaffermazione del proprio ego, di quella che chiamo libido potestatis (Lat.: piacere di esercitare il potere).

In altre parole, si può anche esercitare un potere utile ed eticamente fondato, influenzando positivamente chi lo detiene per ruolo, posizione e legittima autorità giuridicamente data.

Il caro amico Alberto Felice De Toni, con il collega Bastianon, ha scritto un volume fondamentale sul tema, Isomorfismo del potere, edito da Marsilio, nel quale analizza la dimensione del potere secondo la sua amata scienza della complessità, che afferisce non solo all’esercizio tradizionale del potere che attiene alla politica, all’economia e all’ambito militare, per tacere della chiesa, ma si declina all’interno di ogni ambiente in maniera sistemica. Cito un passo della prefazione: “Così come nella cristallografia, sistemi tra loro diversi, ma con proprietà analoghe, in quanto strutture sociali, presentano similitudini circa il fenomeno del potere. Queste similitudini sono i cosiddetti isomorfismi.

Infine un accenno alla politica di queste ore: pur avendo del potere solo una vaga nozione filosofico-psicologica, il solito ineffabile Conte mette in guardia il mondo dalla moral suasion sui nuovi governanti che Mario Draghi potrebbe operare, in ragione del suo prestigio e della sua credibilità nazionale e internazionale (che a Conte mancano, e lui lo sa anche se non lo ammette), con ciò riconoscendogli quel valore che il grillino ha disprezzato, con le sue spregevoli azioni atte a far cadere il Governo di unità nazionale, riuscendoci con la collaborazione di altri avventurieri come Salvini.

E dunque, il potere non è, di per sé, buono o malo, come ritengono le dottrine anti-autoritarie di ogni tempo, che confondono autoritarismo e autorevolezza, ma trae valore morale positivo solamente dal modo in cui viene esercitato per fini buoni, vale a dire fini che diano risposte di tutela, vita e sviluppo equilibrato per tutti i soggetti interessati dall’esercizio del potere stesso.

Caro amico lettore, ti esorto, VAI A VOTARE!

Mi rivolgo a te in modo confidenziale, caro lettore, con il “tu”, come mi pare peraltro faccio sempre. Ma stavolta più convinto, di questo “tu”.

Il primo Presidente della Repubblica Italiana avv. Enrico De Nicola firma la carta Costituzionale

L’articolo 48 della Costituzione della Repubblica Italiana parla del diritto-dovere di partecipare a tutte le consultazioni elettorali, che siano politiche o amministrative, ovvero referendarie, in base al suffragio universale che in Italia esiste SOLO dal 1946, quando furono ammesse al voto anche le… donne!!! Evviva. Eccolo:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività.”

Una bella novità in tema, questa volta, è che possono votare per il Senato della Repubblica anche i diciottenni, mentre fino al 2018, alle precedenti consultazioni politiche, il limite era di 21 anni.

Forse, però, la più grande novità, prevista da una Legge dello Stato, è il cambiamento radicale dei numeri di deputati e senatori, che passano, per la Camera dei deputati, da 630 a 400, e per il Senato della repubblica da 315 a 200.

La normativa di merito è la seguente: detta legge costituzionale prevede la riduzione del numero dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi. La proposta di legge costituzionale A.C. 1585-B è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati, nella seduta dell’8 ottobre 2019, in seconda deliberazione.

Anche qui, dico evviva, perché non mi convincono i critici di questa riforma, che sostengono sia avvenuta una riduzione effettiva della rappresentanza democratica. Io penso che non sia vero per la semplice ragione che basta che questa rappresentanza sia equamente distribuita fra i territori e le popolazioni, anche se, in questa tornata, il modello soffre di una legge elettorale, il cosiddetto “rosatellum” che costituisce l’ennesima fallacia (si pensi che un modello precedente era chiamato “porcellum” dallo stesso suo estensore, l’on. Roberto Calderoli della Lega che, dopo averlo scritto, si accorse “che faceva schifo”, parole sue, più o meno come l’attuale “rosatellum“); per la cronaca tra i due sistemi qualcuno ebbe anche cuore di proporre il cosiddetto “italicum“, anch’esso fortemente deficitario sotto il profilo della rappresentanza in materia di sistema elettorale.

Il sistema elettorale è comunque ancora una volta da cambiare per trovare una sintesi tra le esigenze della rappresentanza degli elettori e le esigenze della governabilità, come proponeva Craxi quarant’anni fa, morto in esilio, non più colpevole di corruzione degli altri politici del tempo.

E vengo alla campagna elettorale che è giunta agli ultimi giorni utili. Qualcuno dei partecipanti a questa campagna ha osservato come questa sia la più stupida a memoria di elettore italiano. Condivido. Stupida, sgangherata, insensata. Parto dall’ultimo aggettivo: insensata, perché avrebbe potuto svolgersi regolarmente tra cinque mesi, come previsto dal quinquennio costituzionale; sgangherata per il livello del dibattito politico; insensata perché il Governo Draghi è caduto su una impuntatura de minimis (il termovalorizzatore di Roma) attuata dall’ineffabile, per me insopportabile, mediocrissimo, dandy foggiano, cioè Conte, supportato dal ghignante ignorante improvvisato scappato di casa segretario della Lega, e dalla tiepidezza di Berlusconi.

Non cito Meloni, perché – coerente nel tempo – questa donna, che spero non diventi Capo del Governo, ma se lo diventerà sarà una scelta perfettamente democratica, cari voi che contestate questa verità, ha ottenuto ciò che chiedeva da anni. Non salvo nemmeno il PD, che da quasi un quindicennio, dai tempi di Veltroni, ha guide deboli e incapaci, salvo forse il miglior periodo del primo Bersani che fece delle riforme dignitose come ministro, e della prima fase di Renzi. Zingaretti stia nel Lazio e Letta torni mestamente a Parigi. Quest’ultimo mi deprime, addirittura. Degli altri non mi curo, salvo il dire, più avanti, qualcosa del cosiddetto Terzo Polo, che è sorto in vista di queste elezioni anticipate.

Resto sulla politica. Che idee propongono i vari contendenti per la nostra (parzialmente) disgraziata Italia? Provo a sintetizzare: a destra il trio Berlusca, Meloni, Salvini propone tre idee, non molto conciliabili, perché vanno dal populismo sgarrupato della Lega, con il discorotto dei 30 miliardi cui si è affezionato il ragazzo stagionato e stazzonato di Padania, al nazionalismo arcaicizzante e ancora fascistoide di Fratelli d’Italia, fino al conservatorismo paraecumenico assai passé di Forza Italia, coalizione che probabilmente vincerà, ma… chissà dopo: voleranno stracci, probabilmente.

A sinistra abbiamo un PD ancora massiccio, ma disastrato da un’assenza imbarazzante di direzione politica: Letta ha fatto tutta la campagna elettorale teso solo a rintuzzare le posizioni della destra meloniana, incapace di promuovere una proposta di sinistra riformista degna di una appartenenza al filone socialista democratico: occuparsi più o meno solamente di LGBT e di tassare i patrimoni non mi sembrano grandi pensate. Anche il suo viaggio a Berlino è stato come un capitolo fuori tempo e luogo de La Recherche di Marcel Proust, non una iniziativa politica accorta.

I 5Stelle, oramai ex grillini e paracontiani (finché dura), sono una sinistra senza arte né parte, come la maggior parte di quelli che ivi militano. Militano? Prenderanno voti dalla parte centrale della “gaussiana” dei mediocri. Le cose che racconta il cosiddetto “avvucato del popolo” stanno tra la pura invenzione semantica e semiotica e la più pacchiana disonestà politica. Costui mente sapendo di mentire. Una vergogna tra le più grandi della storia repubblicana.

I due gruppettari della sinistra ecologista non meritano nemmeno il paragone con altri sconfittori della sinistra sinistra, paragonabili al Bertinotti che si vantava di non firmare mai accordi sindacali o d’altro genere. Bella roba, come se firmare accordi fosse un disonore, invece di costituire l’essenza della negoziazione democratica.

Devo dire qualcosa di Di Maio, transfuga dalla breve storia, forse arrivato al capolinea? Anche no. Oppure di figuri come Paragone, aggressivo come una donnola incazzata e affamata, come il “compagno” Marco Rizzo tifoso di Josip Dgiugasvili fuori tempo massimo, oppure del bel magistrato eroicamente prestato alla politica come De Magistris?

Resta, quasi infine, donna Emma da Bra del Piemonte, che conserva una sua dignità.

E per finire il Terzo Polo, guidato da due campioni di antipatia come Renzi e Calenda, due benestanti che riescono anche a pensarla giusta su tanti temi. Li voterò, ma non uscirei con loro neanche per una pizza.

Viva l’Italia!

“Ove tende questo vagar mio breve (…)?” (Giacomo Leopardi) “Homo viator (sum)…” (Gabriel Marcel)

La citazione leopardiana che assume il meraviglioso verso del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, mi permette di riflettere sul senso. Senso in termini generali, senso in termini esistenziali.

Palazzo Leopardi a Recanati

(…) Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale
?

Il poeta si pone la domanda filosofica, tipica del conte Giacomo, circa l’indirizzo, o il senso della sua propria vita. Che è breve. Che è un “andare”.

E’ la domanda che ogni anima pensosa si fa, non pretendendo di trovare risposte facili. “(…) ove tende/ questo vagar mio breve (…)?”, e accettando la fatica della diuturna ricerca del senso.

E dunque la vita è un vagare breve verso… Leopardi l’agnostico, non parla di “vita eterna”, di aldilà, ma fa rimanere il suo poetar filosofico al di qua. Lui interpella, anche in questa poesia, la luna che occhieggia dal cielo notturno ed è testimone degli eventi che accadono, come quello del pastore errante nelle immense steppe dell’Asia, ma anche come quello del giovane figlio di Monaldo e Adelaide, fratello di Francesco e Paolina, inquietamente speranzoso di trovare una strada per il suo “vagare”. Milano, Firenze, Napoli. I premi, i riconoscimenti, lo studio “matto e disperatissimo”, l’attività letteraria, gli amori infelici. A un certo punto, il senso della sua vita è l’amore senza speranza per Fanny Targioni Tozzetti. Ecco, il tema dell’eros anche in Leopardi si pone. Un eros non solo carnale, ma completo, totale, capace di dare, appunto, un senso al “vagar (suo) breve”.

Noi lettori e successori di Leopardi sotto il profilo storico, sappiamo come è stato il suo “vagar”. Conosciamo e ammiriamo i suoi scritti e la sua capacità di preveggenza sotto il profilo filosofico morale e anche storico.

Leopardi ha scritto in altri idilli di un “affanno (suo) che dura” e di “magnifiche sorti e progressive (del mondo e dell’umanità)”, con amara ironia. Abbiamo constatato come le sorti del mondo, degli esseri umani e del loro “vagare”, è stato ondivago, contraddittorio, perfino “apocalittico”, dopo Leopardi, e fino a noi. Nevvero, Vladimir Vladimirovic Putin?

Nonostante il progresso scientifico e tecnologico, vi sono state le peggiori guerre della storia, e proprio – in qualche significativa misura – in ragione di quel progresso! Lo sappiamo, dobbiamo ammetterlo.

Noi tutti siamo chiamati a tentare una risposta alla domanda del poeta, per riuscire – almeno in parte – a comporre un’idea di percorso buono per le nostre vite.

Interpello un altro autore, diversissimo dal Nostro grande poeta, il filosofo e drammaturgo francese contemporaneo Gabriel Marcel, di solito sussunto dalla critica alle scuole esistenzialistiche, anche se disorganicamente, perché di quelle scuole fanno parte pensatori come Jean-Paul Sartre, ma anche, in un certo senso, come Martin Heidegger, come Emmanuel Mounier e Jacques Maritain.

Riporto alcuni passi del citato autore dal testo L’Io e l’Altro, che non tanto stranamente echeggia (perché non ricordarlo?) il mio L’Uomo e l’Altro.

«Se si astrae dalle teorie e dalle definizioni proposte dai filosofi, per rivolgere la propria attenzione all’esperienza diretta, si è portati a riconoscere che l’atto il quale pone l’io, o, più esattamente, mediante il quale l’io si pone, è sempre identico a se stesso. È quest’atto che dobbiamo cercare di cogliere senza lasciarci fuorviare dalle finzioni accumulate in questo campo dalla speculazione nel corso della storia. Dobbiamo studiare attentamente le espressioni correnti, popolari del linguaggio, espressioni che rimangono molto più aderenti all’esperienza di quelle ricercate e standardizzate del linguaggio filosofico.» […]

«L’esempio più elementare, il più terra terra, è anche il più istruttivo. Penso in questo momento al bambino che porta alla madre dei fiori che ha appena colto nei prati. L’intonazione trionfale del bambino, e soprattutto il gesto, anche solo abbozzato, che accompagna questo annuncio. Il bambino si auto designa all’ammirazione e alla gratitudine: io, io qui presente, ho colto questi splendidi fiori; non crederai certo che sia stata la bambina, o mia sorella; li ho colti io e nessun altro. Questa esclusione è fondamentale: sembra che il bambino voglia attirare su di sé, quasi materialmente, l’attenzione, la lode estasiata: sarebbe terribile se questa lode andasse a un’altra persona, in questo caso assolutamente priva di merito. In questo modo il bambino si designa, si offre all’altro per ricevere da lui un tributo.» […]

«Penso che si debba insistere sulla presenza dell’altro, o più esattamente degli altri, implicita in questa affermazione: sono io che… Ci sono, da una parte, gli esclusi al quale tu non devi pensare, e c’è, dall’altra, quel tu al quale il bambino si rivolge e che prende a testimonio. Nell’adulto questa stessa affermazione diverrà meno roboante; si ammanterà di un alone di falsa modestia nella quale è facile riconoscere il gioco complesso dell’ipocrisia sociale. Lasciando da parte le impostazioni diversa nella quale si riflettono le convenzioni sociali, scopriamo la profonda identità dell’atto.» […]

Gabriel Marcel ci dice in modo spietato, in questo testo e forse meglio in Homo viator, edito in italiano da Astrolabio nel 1980, come noi umani adulti ci comportiamo, proprio nel dare-senso alle nostre vite. Come i bambini, senza avere le “ragioni” dei bambini, e dunque la giustificazione dell’egoismo-bambino.

Certo, rimaniamo “bambini” anche da adulti, come ben spiega Eric Bernstein con la sua teoria della “transazione” tra le varie età della vita. Possiamo anche restare “bambini” quando riusciamo a divertirci, ma non possiamo giustificarci con la nostra “bambinaggine” quando siamo egoisti, autoreferenziali, egocentrici a volte fino all’egolatria, e alla violenza che pratichiamo per auto affermarci sugli altri.

Per provare almeno a comprendere dove stiamo “vagando” e perché stiamo “vagando” così come lo facciamo, dobbiamo uscire da noi stessi. Occorre un exitus, come insegnavano gli antichi Padri, sia latini, sia cristiani, sia Seneca, sia Agostino, per poter avere un reditus umano, razionale, in noi stessi.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi e osservare il mondo e gli altri esseri umani come noi, per constatare la nostra piccolezza, la nostra fragilità, il nostro “vagar (necessariamente) breve”, la nostra inevitabile fine.

Dobbiamo uscire-da-noi-stessi, e accettare il vagar (nostro) breve, per poter poi tornare in noi stessi, quia veritas habitat in corde hominis (lat.: perché la verità abita nel cuore dell’uomo…).Per cui, come insegnava ancora sant’Agostino “in teispsum redi, quia… (lat.: rientra in te stesso, perché, e ciò che segue)”.

Leopardi cerca il senso della propria vita, constatando (umilmente) che si tratta di un’intrapresa difficilissima, e spesso apprendiamo dalla sua biografia che infine constata di non riuscirci, di non esserci riuscito, cosicché egli si volge a quello che molti, un po’ semplicisticamente, hanno definito “pessimismo cosmico” leopardiano. Mi pare invece di poter dire che il “pessimismo leopardiano”, che pure è certamente “cosmico”, per la sua capacità di visione, è soprattutto “antropologico”, versato sul tema dell’uomo e dei suoi limiti, al di là della sua presupponenza e arroganza: ecco il “questo vagar mio breve”.

Oh, come dovrebbero molti dei potenti di questo mondo, anche i micro-potenti, talora in-potenti, della nostra politica, a partire da un Salvini e da un Conte, tra gli altri (più o meno tutti gli altri, ma loro due particolarmente!) sedersi in circolo e ascoltare le riflessioni di qualcuno che gli sappia “leggere” questo Leopardi e questo Marcel.

Forse la smetterebbero almeno con l’atteggiamento superbo e colmo di albagia vendicativa (non si sa contro chi), ferma restando l’esigenza radicale di smetterla con le falsità che ululano alla luna, prima di tutto, e di studiare studiare studiare, in secundis.

E, dopo Leopardi e Marcel, ascoltare una lettura e un commento (perché no, anche mio) del capitolo terzo di Qoèlet… “vanità delle vanità, tutto è vanità” (soprattutto la loro).

Il cambiamento vive nella permanenza, come insegnavano Platone e Aristotele, che seppero sintetizzare il pensiero opposto di Parmenide di Elea e di Eraclito di Samo, per dire che nulla è fermo, perché è impermanente, ma nulla scompare, perché è eterno. Una contraddizione apparente…, perché spesso nell’attuale politica italiana si osserva l’immobilità “parmenidea” assieme alle contraddizioni reomatiche “eraclitee” dei più, basti osservare il “voltagabbanismo” osceno di un Conte, quello che sarebbe “de sinistra”, però amato da The Donald (Trump), di cui ambiguamente accolse il ministro Barr offrendogli il contatto diretto con i nostri servizi segreti, e altrettanto ambiguamente fece girare per l’Italia centinaia di militari russi venuti ufficialmente per aiutarci in tempo di Covid, …e dunque che sinistra è quella del dandy foggiano? Aaah, eraclitea, certo! Le società economico-industriali e commerciali “benefit”, ad esempio, potrebbero essere una delle cure per la “guarigione” della politica. Se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini che, quando lo sento parlare di 30 miliardi di euro come se fossero bruscoli di segatura, gli chiederei se si rende conto di ciò che sta parlando), e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato

La vulgata filosofica del cosiddetto “liceo” americano, ove si studi qualche filosofema greco antico, spiega come Parmenide di Elea, con il suo concetto di Essere rotondo e immutabile, contrasti il Fluire (divenire) eracliteo dell’acqua, sempre diversa, sotto il medesimo ponte, che è lo stesso, invece.

La vulgata, appunto, perché i due concetti, dell’essere e del divenire, non sono così in contrasto, poiché danno del mondo due prospettive, entrambe plausibili. Non dico “vere”, perché il discorso sulla verità è un altro, e non lo si può fare semplificando troppo il discorso stesso.

Nel titolo ho citato i due “Magni” di Grecia, poiché loro sono riusciti a “mettere d’accordo” la contrapposizione tra essere e divenire, fra Parmenide ed Eraclito. In quale modo? Platone proponendo il concetto di Idea e di Sommo bene, che comunque si possono concepire solo operando nella vita, e quindi attingendo all’Idea, che è stabile, tramite un movimento; Aristotele proponendo il movimento intrinseco che si dà fra Potenza e Atto, cioè tra ciò che esiste in quanto ente provvisto di potenzialità di sviluppo, e l’ente che si dà quando questo potenziale è stato attuato.

Pertanto, tutto è movimento secondo natura, ma verso un fine, che si raggiunge superando ostacoli e obiettivi, o scopi, intermedi.

Anche le piante, gli animali, di cui facciamo parte in toto, con l’aggiunta della coscienza responsabile. Tutto è in movimento secondo natura.

Anche la politica, che però subisce molti intoppi, rallentamenti, arretramenti, sconfitte. Ed è questo che voglio sottolineare. La politica di oggi ha raggiunto un livello di mediocrità impressionante e pericolosa.

Se vogliamo applicare lo schema eracliteo-parmenideo, la politica di oggi non ha né la solidità dell’essere parmenideo, né la fluidità del divenire eracliteo.

Fuor di metafora, se la paragono alla possanza dell’essere, mi sembra che la fragilità della politica, sia nel suo esprimersi sia nel suo (per modo di dire) agire rappresenti ciò che di più distante non si può immaginare da un essere-della-politica che sia men che lontanamente paragonabile a quella di un Churchill (che mai mi è stato simpatico), o di un De Gasperi, o anche solo a quella di un Moro, di un Craxi, di un Berlinguer.

Mi si potrebbe obiettare che i tempi dei sopra citati erano tempi tragici (la Seconda Guerra Mondiale e le sue conseguenze), quelli dei primi due, e drammatici (terrorismo di sinistra e stragismo di destra e dei servizi deviati) quelli dei secondi tre, mentre i tempi della politica attuale sono certamente drammatici e difficili (pandemia e aggressione russa all’Ucraina), ma l’obiezione si auto… obietta, poiché proprio per queste ragioni avremmo bisogno di figure della politica di un livello ben più alto di quello che esprimono, ad esempio, Salvini e Conte, per me i due peggiori della combriccola. Ma anche gli altri non stanno molto bene, i Berlusconi, i Tajani, i Letta, i Renzi, i Calenda, pur se gli ultimi due capiscono qualcosa di più, mi pare. Taccio di altri ancora, patriae caritate.

Perché questa mediocritas, che aurea non è? Quali le ragioni? Quali i motivi? Quali? Certo è che il popolo, in democrazia, quando si vota a suffragio universale, ha i parlamenti e i governi che vota, e che quindi si… merita.

Certo è che la selezione del personale politico, da almeno una trentina d’anni, si produce senza la preparazione in uso nei decenni precedenti, quando le forze politiche avevano una struttura che cresceva qualitativamente nel tempo.

La tv commerciale e lo sviluppo della telematica con internet e con il web hanno favorito un cambiamento radicale nelle comunicazioni interpersonali e sociali. Le persone sono cambiate e il modo di fare politica è cambiato. La democrazia della comunicazione ha prodotto il risultato che qualsiasi idea, espressione, giudizio, persona hanno potuto avere una visibilità impossibile qualche anno prima, quando quelle idee, espressioni, giudizi e persone sarebbero rimaste a disposizione del bar Sport o del negozio della parrucchiera, con tutto il rispetto per l’uno e l’altro luogo di socializzazione secondaria, se quello primario è la famiglia.

Come avrebbe potuto in un mondo del secolo precedente, uscire dal nulla, all’improvviso, un qualsiasi avvocato commerciale foggiano che lavora a Roma, e diventare capo del governo, oppure un venditore di bibite dello Stadio San Paolo, prima capo di un partito e poi ministro degli esteri, senza conoscere neanche primi rudimenti di inglese, senza conoscenze storiche etc., oppure, ancora, un frequentatore comunista junior del Centro sociale Leoncavallo e diventare il segretario del partito del Nord, ascoltato e sopportato da gente più valida di lui, partito che comunque non è riuscito a diventare un partito nazionale. Ma, soprattutto, come avrebbe potuto un uomo delle televisioni diventare decisivo nella politica italiana per trent’anni?

Lascio perdere la sinistra, che non ha capi degni di questi nome da almeno un quindicennio, dal 2008, quando il PD di Veltroni prese il 33% dei voti e subito dopo quel segretario si dimise, perché lì non sopportavano il suo successo signori della Prima repubblica come D’Alema e altri nostalgici, falsi riformisti.

Forse queste domande sono sbagliate, e non fanno i conti né con Eraclito né con Parmenide. Provo a raddrizzarle, e non è facile.

Bisogna certamente chiedersi la ragione per cui in questi ultimi due o tre decenni hanno potuto emergere in politica i soggetti citati sopra o, meglio, che cosa ci si deve attendere dalla politica oggi.

Ecco: acquisiti, almeno da noi, lo stato di diritto, le libertà civili e sociali, occorre rivolgere lo sguardo più lontano e più in profondo, come insegnava, inascoltato dai più, il caro Alexander Langer. Occorre guardare le cose dulcius, profundius et suavius, studiando e operando secondo un’Etica del fine dove ognuno ha un ruolo e nessuno può starsene fuori.

Ad esempio, nel mio ambito di studio e di lavoro, occuparmi del fatto che le imprese dove lavora la maggioranza degli Italiani, siano sempre più aziende eticamente fondate, capaci di lavorare non solo per il business, che comunque è la conditio sine qua non per procedere, ma anche per la coesione sociale e per diventare benefit.

L’economia e la politica, in questo senso, si sosterrebbero a vicenda nella costruzione di un reticolo sociale armonioso e fondato su un’etica della vita umana e sociale capaci di pensare un futuro solidale e nel contempo produttivo.

Le Società Benefit (SB) rappresentano un’evoluzione del concetto stesso di azienda: integrano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera.

Anche da questo progetto può essere alimentata la buona politica, poiché il personale politico attuale non potrà bastare a reggere il confronto con una società che sarà più avanti, lavorando più in profondo, non solo nell’economia, ma anche nel cuore delle persone.

Riprendo la chiusura del titolo: se questo schema morale ed operativo fosse già presente nella politica e nella società, non saremmo qui a discutere di elezioni politiche dove si fronteggiano schieramenti politici guidati da mediocrissimi (Conte e Salvini) e da mediocri (Letta e Meloni), ma sosterremmo il lavoro prezioso del Presidente Draghi che quei quattro, con diverse responsabilità, hanno cacciato.

E’ mancata una signora novanteseienne, whose name was Elisabeth the II of Windsor Gotha-Coburg. Il suo valore è pari, in dignità umana, a quello di una qualsiasi signora novantaseienne, anche se il suo ruolo è stato particolare. Requiescat in pace. Qualcuno dice che è stata un elemento di equilibrio. Sarà. Io le rimprovero di essere stata troppo attaccata alla “libido potestatis”, la libidine del potere (pure se obiettivamente scarso) senza avere avuto la capacità di ritirarsi in tempi “armoniosi” come insegna il biblico Qoèlet, e come altri “vecchioni” (evito di fare nomi, perché alcuni di costoro sono ancora a questo mondo o sono appena dipartiti, il mio lettore li ricorderà certamente) che non hanno saputo (o non sanno) dire “basta” con gentile cortesia. Capisco la tradizione, capisco la commozione del popolo, chiamato ancora “sudditi”, cioè sottomessi. Inaccettabile, ma non provo emozioni. Preferisco le Rapubblica democratiche

Finisco in questo modo citando Max Weber. Il carisma della leadership di questa anziana donna è stato il più banale, quello di status: importante, non perché avesse particolari meriti di intelligenza, cultura, capacità politiche etc., ma solo perché è nata lì, dal grembo di Giorgio VI e consorte, e perché suo padre è diventato re, per l’abdicazione di suo fratello Edoardo VIII.

Alfredo di Sassonia Coburgo e Gotha, un parente ascendente

Caso e necessità incrociati. Nessun merito o quasi, neanche quando avrebbe potuto fare qualcosa per i minatori massacrati dalla sua Prime Minister Mrs Margaret Thatcher nei primi anni ’80. Cari lettori, bisogna ricordare anche questo.

Per questa nobile signora non è valso l’esempio lungimirante di Benedetto XVI, che nove anni fa, ingravescente aetate (in latino: per l’età che avanzava), a ottantasei anni, rinunziò al Ministerium Petri.

Concludo con Max Weber: il grande sociologo tedesco elencava due altre tipologie di leadership: quella di nomina, come un sindaco che viene eletto e fa bene il sindaco, e quella di talento, come in chi, pur nascendo da umile famiglia, per intelligenza, costanza, coraggio, e quindi vero carisma personale, cresce personalmente e socialmente, come tante persone che conosco molto bene (?).

La Bibbia ci insegna a considerare i “segni dei tempi”, cioè i messaggi che dobbiamo saper cogliere per il cambiamento, sia nelle nostre vite, sia nei nostri ruoli, sia nelle strutture sociali cui partecipiamo. Il testo che cito è il capitolo III del Qoèlet, che fu scritto attorno al III/ II secolo avanti Cristo, probabilmente da un filosofo ellenista di scuola cinico-scettica (anche Gesù di Nazaret probabilmente conosceva questi indirizzi filosofici), che si aggirava per il Vicino Oriente antico. Riporto i primi versetti del capitolo citato…

[1]Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

Un tale che non ha saputo fermarsi nei tempi giusti, come gli avrebbe suggerito Qoèlet

[2]C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.

[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[9]Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

(…)

Qoèlet non desidera certo disincentivare l’impegno di ciascuno, ma semplicemente far presente che tutto ciò che facciamo deve tenere conto del cambiamento, sia di quello oggettivo provocato dal trascorrere del tempo e delle vita, sia di quello generato da noi con il nostro agire, sia di quello derivante da tutti gli altri “vettori causali” che fanno parte delle circostanze su cui non abbiamo possibilità di interferire, e quindi sollecita e richiede la saggezza di accettare, e perfino di promuovere il cambiamento, per il Bene comune che spesso coincide con il Bene proprio.

In tempi più a noi vicini, possiamo trovare due grandi personalità pubbliche che hanno posto il tema del cambiamento, proponendo il sintagma “Segni dei tempi“, che dovremmo saper cogliere, volendo coglierli. I “segni dei tempi” sono quei “messaggi” che si possono cogliere da un’interpretazione attenta della complessità del reale, che non può mai essere compreso per scorciatoie e semplificazioni. I “segni dei tempi”, se bene interpretati e compresi suggeriscono che cosa e in quali tempi creare le condizioni per un mutamento. Anche rivoluzionario, se pure raramente, come la grande Storia spiega. Più spesso nella modalità riformistica, che è più accettabile da “chi viene cambiato”, ed è più ragionevole per chi promuove il cambiamento. In altre parole, il socialismo è meglio, molto meglio, del comunismo.

I due cui si ascrive il sintagma “segni dei tempi” sono il famoso Sindaco di Firenze e promotore di una Cultura della Pace professor Giorgio La Pira e papa Montini, Paolo VI.

Nella politica, nell’economia, nello sport, nella cultura, ovunque siamo attivi come esseri umani, dovremmo saper cogliere i “segni dei tempi”, che possono dire diverse cose:

a) siamo stanchi e non abbiamo più le energie per condurre le cose con la dovuta e necessaria responsabilità;

b) le nostre idee non bastano più per conseguire il Bene comune, e sono – perciò – superate;

c) noi stessi (o chiunque), non siamo (non è) più nelle condizioni di competere, ad esempio nello sport;

d) non ci presentiamo (alcuni non si presentano), con la nostra (loro) immagine, con la dovuta e necessaria dignità nella nostra (loro) persona…

Provo a fare degli esempi per ciascuna di queste quattro fattispecie:

per a) potrei essere anch’io nella conduzione di una importante Associazione nazionale;

per b) potrebbe essere un “Andreotti” o un “Berlusconi”, che non si sono rassegnati (il primo) o non si rassegnano (il secondo) a passare la mano ad altri più giovani e vigorosi;

per c) potrebbero essere atleti come il ciclista Nibali, come i calciatori Ibrahimovic e Ronaldo, e altri;

per d) potrebbero essere figure come Piero Angela, che ha continuato a presentarsi in tv in condizioni precarie. Oggi, giovedì 8 settembre 2022, in questo luogo aggiungo anche Elisabetta II di Windsor (regina solo perché Edoardo VIII sposò una divorziata americana e abdicò a favore del papà di Elisabetta Giorgio VI), che è rimasta fino all’ultimo respiro. Ascolto che tutto il mondo la piange. Io no, se non come qualsiasi altro essere umano che muore.

Scrivo queste cose con il massimo rispetto per le persone, caro lettore.

Ammetto che a questo mio discorso si può opporre una grandiosa eccezione: quella di papa Wojtyla, che restò nel ministerium Petri in condizioni tremendamente precarie, per mostrare la profonda umanità del suo dolore, condiviso con tutto il dolore e il peccato del mondo,… ma il suo successore, papa Benedetto XVI ha proposto un’altra scelta, opposta, basata sulla constatazione della sua “ingravescente aetate” (trad. it.: essendo la mia età non più in grado di sopportare il carico…), costrutto della lingua latina, un ablativo assoluto che riconosce il limite, la finitezza, il transeunte della vita umana.

Certamente queste mie idee sono criticabili: una critica la esprimo io stesso, immediatamente. Potrebbe anche darsi che ciò-che-è il “vecchio” non abbia successori, in ragione della qualità scarsa dei più giovani; può darsi che il “vecchio” desideri abbandonare certi impegni per riposare un po’ di più, ma non perché sia superato per le idee e le iniziative (potrebbe trattarsi di a), cioè del mio caso); nei casi dello sport ogni disciplina e ogni atleta fa storia a sé, per cui uno a trentacinque anni smette, ma potrebbe continuare con profitto per altri due o tre anni, mentre uno a trenta anni potrebbe smettere, perché non è più motivato ai sacrifici durissimi degli allenamenti. Nella storia del calcio vi sono stati due esempi di campioni che si sono ritirati nel pieno delle forze a soli trentadue anni, Giampiero Boniperti e Michel Platini. Marco Van Basten, invece, smise di giocare a ventinove anni, nel pieno fulgore della sua immensa classe calcistica, perché non aveva più le cartilagini delle caviglie: causa di forza maggiore, in questo caso.

Non è detto che Qoèlet non suggerirebbe anche a qualche persona relativamente giovane di fermarsi, di cambiare mestiere, di togliersi di torno, come farebbero bene a fare non pochi politici di neanche cinquanta anni. La differenza, quindi, non la fa l’età assoluta, ma il valore individuale e la capacità di analizzarsi e di essere capaci di mollare e di farsi sostituire.

Caro lettore, non pensi che sia utile e saggio questo discorso, proprio di questi tempi nei quali pare che primeggiare, essere in evidenza, comandare, vincere (“essere vincenti”, horribile dictu!), sia l’unica cosa che conta nella vita e nella società?

Piango e ricordo Michail Sergeevič Gorbačëv, riformatore visionario nel grande Mistero russo, nel momento in cui le brutture, la maleducazione, l’incultura, la barbarie sembrano prevalere

La Grande Madre Russia forse piange quest’uomo come me, anche se a modo suo, modo che io non posso capire, se non solo in parte. Certamente, in questa fase storica a “geometria variabile”, cioè in diverse maniere, sulla base di diversi giudizi storici e politici, anche contraddittori se non contrari.

Dopo la morte di Antonin Cernienko nel 1985, il Praesidium del Comitato centrale del Soviet Supremo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica seguì il consiglio che il precedente Segretario generale del Pcus Yuri Andropov aveva dato ai suoi compagni, di eleggere un sessantenne. Invece, avevano eletto Cernienko, un altro ottantenne, ma poi, alla sua morte, avevano scelto Gorbačëv, un uomo di neanche cinquanta cinque anni.

E fu la rivoluzione, oppure le riforme radicali. Furono la Perestrojka e la Glasnost, la trasparenza e il cambiamento. E lo fu, ma solo in parte. La società russo-sovietica “profonda”, insieme con le Repubbliche asiatiche e il complesso dei “Paesi satelliti” europei, erano un congegno, un non-combinato disposto troppo complicato perché l’azione del pur onnipotente Segretario generale del Partito potesse generare conseguenze decisive e definitive in termini di democratizzazione e modernizzazione.

Forse anche questi due termini sono inadeguati, anzi senza forse, perché vi era di più. Anche restando nell’ambito dell’ex URSS, i retaggi erano (e sono, poiché le conseguenze della grande Storia sono ancora fortemente attive e condizionanti) enormemente profondi, perché si potesse e si possa tuttora parlare di democrazia come la intendiamo noi: intendo il retaggio zarista, che era “Grande Russo”, soprattutto nella visione di Caterina II, e il retaggio cristiano ortodosso, teologicamente “Cristico”, ma non nel senso del Gesù povero rabbi itinerante, ma nel senso del Cristo trionfante e Pantocratore, cioè creatore e padrone del mondo. Gli stessi sàloi, i monaci itineranti “pazzi per Cristo” della Tradizione russa, il cui ultimo malvagio rappresentante, Rasputin, aveva voce a Palazzo imperiale presso l’imperatrice Alexandra Fedorovna Romanova, erano la rappresentazione di questa “cristicità” assoluta del potere russo.

Lo csar, Stalin, Breznev e oggi Putin sono l’estrema rappresentazione di quella linea metastorica. Come vedi, caro lettore, ho letteralmente “saltato” Gorbačëv, perché, nonostante i suoi poteri fossero teoricamente uguali a quelli di Stalin e di Leonid Breznev, lui decise di esercitarli in modo differente dai suoi predecessori, in quanto aveva in testa quello che poi ha fatto, con i risultati contraddittori che abbiamo constatato.

L’Unione Sovietica era il più grande stato di ogni tempo, socialista, anzi comunista, non democratico, e la rivoluzione di Gorbačëv fu fatta dall’elite sovietica, non dal popolo. Tra l’altro, anche la Grande Rivoluzione del 1917 era stata voluta e fatta da élite intellettuali e politiche, prima mensceviche e poi bolsceviche. Il popolo, come le salmerie, seguiva, e questo è stato uno dei limiti di quella grande Rivoluzione.

Sulle prime Reagan lo osteggiò, quasi per mettere alla prova la potenza industriale e militare sovietica, ma poi con lui stipulò straordinari accordi per evitare il conflitto nucleare, e Bush senior proseguì su questa strada.

Ora sembra che le cose siano tornate indietro, con Putin e con la congerie di capi mondiali di scarso carisma e qualità politica. La Cina tenta dove può, e può molto, di sostituirsi agli Americani, e in Africa ci riesce pure. La vicenda Taiwan è solo la punta dell’iceberg della volontà di potenza di XI, pretendente imperatore del Cielo.

L’Occidente, quando è stato sciolto il Patto di Varsavia, non ha saputo studiare ed attuare una diversa architettura Nato, tale da non far credere ai “Grandi Russi” attuali di essere una minaccia.

Dentro l’Occidente, l’Unione Europea va avanti e poi indietro nei suoi tentativi di maggiore unificazione d’intenti strategici sotto il profilo politico, economico e anche militare, soffrendo difficoltà che a volte paiono insormontabili, dovute ai diversi interessi dei singoli Paesi, soprattutto dei maggiori, tra i quali annoveriamo ovviamente la nostra Italia.

C’è un terzo del mondo che soffre la fame e la sete, ci sono trenta guerre non dichiarate, ci sono turpissimi commerci di esseri umani e di droga.

Culturalmente le élite mondiali, controllate in buona parte dalla grande finanza, non si occupano se non della propria sopravvivenza, sviluppo e mantenimento del potere.

Le sinistra politiche, quella italiana in particolare, è snob e vilmente ritrosa a guardarsi dentro, nella sua attuale insipienza. Il “compagno” Marco Rizzo, con un tweet che brinda alla morte dei Gorbačëv, è la rappresentazione della miseria di questa sinistra, che Karl Marx, Gramsci, Turati e perfino Lenin criticherebbero con durezza. La destra politica si barcamena, supposta maggioranza, dentro “culture” e inculture da “basso impero”.

Gli imprenditori, intendo come associazione, non come singoli, hanno bisogno (sembra) di “marcare il territorio” servendosi anche di media tipo Radio 24 che ospita orrori mediatici come La Zanzara, dove un conduttore villano e impunito furoreggia insultando gli sprovveduti che gli telefonano, con il moccolo retto da un collega che gli fa controcanto da “sinistra”. Ampiamente ed evidentemente falso e falsificatore. Dei sindacati non dico, perché il giudizio sarebbe impietoso.

Il Vicino (non Medio, cari giornalisti e politici, ché il Medio Oriente inizia dal Golfo Persico!) Oriente islamico è coinvolto da infiniti turbinii e conflitti civili economico-religiosi, di cui gli Occidentali non hanno poche responsabilità, Usa e Regno Unito in testa, ma anche la Francia, almeno per la storia libica recente.

La guerra d’invasione scatenata da Putin contro l’Ucraina e contro l’Occidente, è l’ultimo e più grave evento che preoccupa, con le sue connessioni strategiche con il tema energetico.

Vi è il Papa di Roma che ha una visione, forse l’unica in questo momento, di prospettiva.

La morte di Michail Sergeevič, che sarà sepolto, pare, senza funerali di stato (o forse con), e ciò è almeno non ipocrita, accanto a Raissa, fautore di una utopia generosa, si scontra con le distopie attuali, ma la speranza, con san Paolo e con Marco Pannella, non muore mai.

“Draghi salga a bordo”, il titolo, incredibile, schifoso, abietto, sulla prima pagina del Fatto Quotidiano in data odierna, 30 Agosto 2022

Non posso non scrivere questo “breve”.

L’improntitudine del direttore Travaglio ha raggiunto un’altra vetta. Stamattina trasecolo leggendo il titolo giornalistico di cui sopra. Riporto qui sopra il montaggio fotografico con Draghi vestito da Schettino.

Il giornalaccio osa paragonare il Presidente Draghi al campione della vergogna italiota Francesco Schettino, che dieci anni fa portò una grande nave a schiantarsi sugli scogli dell’isola del Giglio causando trentatré morti, decine di feriti e e danni ambientali e costi enormi.

Schettino, salga a bordo, cazzo“, urlò il comandante De Falco dalla capitaneria di porto al capitano della grande nave incagliata e inclinata su un fianco. Il vigliacco era fuggito senza preoccuparsi dei passeggeri e dell’equipaggio. Poi la giustizia ha fatto il suo corso, e mi auguro che quel dandy imbrillantinato stia dietro quattro mura e sotto chiave il tempo dovuto.

E ora, pressoché la stessa frase viene urlata dal giornalaccio al Presidente Draghi? Ma, squallidissimo giornale, non siete stati voi a pestare su Draghi per un anno e mezzo, sostenendo i 5S, di cui siete stati mèntori indefessi?

E non avete voi gioito vigliaccamente, fino all’orgasmo, quando il Governo Draghi è stato tirato giù dall’eroico (dico per ridere, caro lettore) e ora urlante Conte, sostenuto da voi, per l’impianto di rivalorizzazione di Roma?

E ora sguaiatamente urlate a Draghi affinché intervenga per il drammatico tema del gas e dell’energia?

Vi sono due aspetti vergognosi; il primo è che che chiamiate un Presidente del Consiglio che avete attaccato ogni giorno per un anno e mezzo, il secondo che lo paragoniate vigliaccamente a un uomo senza onore.

Non vi resta neanche un briciolo di resipiscenza? Vergognosi!

Work-Life Balance, alla ricerca di un equilibrio tra vita e lavoro

Sempre più si nota l’espandersi del fenomeno delle dimissioni, soprattutto di giovani, dai più vari “posti di lavoro” dei settori privati, fenomeno di tali dimensioni da meritare una prima riflessione, non solo di carattere socio-statistico, ma anche filosofico-esistenziale.

Se per decenni, anche osservando solo l’Italia, e forse da oltre mezzo secolo, si potrebbe dire dal boom economico dei primi anni ’60, l’acquisizione di un “posto di lavoro” (si notino le virgolette il cui significato spiegherò più avanti), è stata il primissimo risultato in positivo della vita di una singola persona, prevalendo su ogni altra scelta e considerazione, da qualche anno si nota una certa inversione di tendenza: il “posto di lavoro” non è più ciò che fa premio su tutto, ma comincia a fare i conti con il tema della “qualità della vita”, e dell’equilibrio tra vita e lavoro.

Si pone dunque con sempre maggiore evidenza il tema di un equilibrio diverso tra tempi di vita e tempi di lavoro. Dico subito che personalmente non mi tange, e quindi lo tratto osservandolo da una posizione essenzialmente “esterna” e forse definibile come “fortunata”.

Come mai questo, può chiedersi uno? Il fatto è che il mio lavoro, anzi i “miei lavori”, perché sono plurali, mi piacciono e dunque non mi pesano. “Fortunato sei”, potrebbe osservare lo stesso commentatore. “No”, risponderei io, “non fortunato, ma capace di costruire una vita di lavoro che sia anche una vita di… vita“.

Che significa? Che se riesci a mettere vicino studio, interessi, passione, competenze, allora arrivano incarichi e lavori che non “disturbano”, anzi sono gradevoli, tali da non indurti a cercare di evitarli, bensì all’incontrario, di ambirli, di acquisirli, di possederli. Mi spiego: quando, già in pensione, ho acquisito e mantenuto una situazione lavorativa costituita da numerose presidenze di Organismi di vigilanza dei Codici etici aziendali, da docenze accademiche semestrali, da progetti di libri da pubblicare, da attività di guida di associazioni culturali nazionali, sapendo che nessuno ti regala nulla, e che tutto è frutto di studio, lavoro e passione, ebbene, non si dà problema di work life balance, perché un equilibrio esiste già! Per me.

Tornando a un’analisi più generale, il work life balance, ovvero il buon equilibrio tra vita privata e lavoro, si conferma uno dei fattori maggiormente ricercati dai lavoratori italiani nella scelta di un’azienda. È quanto emerge dai risultati del Randstad Employer Brand Research 2022.

Questo aspetto è, infatti, ritenuto importante dal 65% del campione coinvolto dall’indagine – 6590 intervistati tra la popolazione attiva del nostro Paese – ed è in vetta alla classifica degli elementi più ricercati in un’azienda insieme ad un clima aziendale gradevole.

Con il termine work life balance, si intende letteralmente l’equilibrio tra la vita privata e il lavoro. Si tratta, dunque, della capacità di far convivere in maniera pacifica la sfera professionale e quella privata.

Si vede che, se è necessario studiare questo equilibrio, perché la maggior parte dei “lavori” e dei “posti di lavoro” non è gradevole, anzi spesso è fastidioso e annoiante.

Non è un concetto nuovo, perché si è iniziato a parlarne ancora una quarantina di anni fa, si può dire dalla rivoluzione tecnologica informatica e telematica. Paradossalmente, la messa in campo di macchine sempre più capaci di sostituire l’uomo riducendo la fatica del lavoro, soprattutto con lo sviluppo delle due tecniche sopra citate, applicate anche alla produzione di beni e servizi, ha mescolato sempre di più la sfera privata e quella lavorativa, perché il lavoratore non è più riuscito a “staccare” con chiarezza le due dimensioni, essendo reperibile, raggiungibile, “impegnabile” anche al di fuori dell’orario di lavoro.

Per il 65% dei lavoratori italiani intervistati in occasione della citata indagine, il work life balance è, insieme al clima piacevole sul posto di lavoro, l’aspetto prioritario nella scelta di un’azienda da parte di un lavoratore che, però, se lo possa permettere. Non è detto, infatti, che tali condizioni siano vincolanti per la maggioranza dei lavoratori e di chi è in cerca di lavoro.

L’indagine di cui sopra ha anche evidenziato un significativo gap tra le aspettative dei dipendenti e quella che, secondo loro, è la realtà dei fatti per quanto riguarda il datore di lavoro ideale. L’esito principale della ricerca mostra come le aziende, innanzitutto, non sappiano comunicare bene la qualità della vita lavorativa che si può sperare di avere lavorando all’interno. Sempre la medesima ricerca elenca gli item che i lavoratori ricercano per accettare un lavoro:

  • solidità finanziaria
  • ottima reputazione aziendale
  • sicurezza del posto di lavoro

Per quanto attiene al work life balance, la ricerca ha evidenziato, inoltre, una differenza di genere. L’equilibrio vita/lavoro, infatti, è un aspetto prioritario soprattutto per le donne, insieme all’atmosfera piacevole sul posto di lavoro, la retribuzione e i benefit.

Ovviamente emergono anche differenze connesse ai diversi livelli culturali, cioè di scolarità acquisita ed esperienziali e professionali. Il work life balance è un’esigenza primaria per chi non ha un alto livello di istruzione, proprio per quasi “pareggiare” la noiosità e ripetitività delle attività più standardizzate. Interessante è la presenza massiccia tra questi lavoratori degli ex cosiddetti baby boomers, cioè i nati nei primi anni ’60 del secolo scorso, persone che hanno tra 58 e 62 anni.

Un altro dato interessante, è quello che attesta come siano gli impiegati e i lavoratori stabili nella stessa azienda a ritenere importante un buon work life balance.

Un buon equilibrio tra vita privata e lavoro è certamente una questione di salute, sia fisica sia mentale. Studi scientifici molto attendibili hanno mostrato come i sovraccarichi di lavoro siano associati a un maggior rischio di incorrere in ictus e, in generale, in problemi cardiocircolatori.

Cito qui una ricerca pubblicata nel 2017 sull’European Heart Journal, che ha evidenziato come prolungati orari di lavoro sarebbero associati ad un più elevato rischio di fibrillazione atriale, la forma più comune di aritmia cardiaca.

A conclusioni molto simili è giunta anche un’altra indagine più recente pubblicata sull’European Journal of Preventive Cardiology, che avrebbe individuato una correlazione tra lo stress da lavoro e alcune patologie cardiache.

Occorre dunque dedicare del tempo ai propri interessi staccando dal lavoro, e ciò può essere fondamentale anche a livello psichico. Alcuni segnali, più di altri, sono indicativi del fatto che bisognerebbe calibrare meglio le abitudini quotidiane, ritagliandosi il giusto spazio al di fuori della sfera professionale:

  • sensazione di forte stress
  • mancanza di tempo per fare qualsiasi cosa
  • disturbi del sonno
  • irritabilità
  • difficoltà relazionali
  • difficoltà di concentrazione

Raggiungere tale equilibrio, al fine di prevenire gli stati e le condizioni sopra elencate, non è facilissimo. Occorre intraprendere azioni da ambo le parti, del singolo lavoratore, e dell’azienda.

Dalla parte dell’azienda, secondo le ricerche citate, la flessibilità degli orari di lavoro è la condizione più gradita e la ragione si capisce in modo intuitivo. Seguono, nella scala del gradimento, dei benefit, come quelli già praticati nei piani di welfare, e anche dei piani di carriera attendibili, praticabili, realistici e scanditi nel tempo.

Dalla parte del dipendente è gradito uno sviluppo del lavoro on-line, in fasce di orario flessibile, e una riduzione dello straordinario.

E’ chiaro che tali condizioni sono impraticabili per tutte le attività di produzione industriale di serie, che richiedono un presidio costante di macchine e impianti. E’ anche difficile un lavoro “a distanza” per posizioni e ruoli di gestione di processi e del personale.

Tenendo conto di questi limiti, sia le aziende, sia i singoli lavoratori possono decidere misure di buon senso e di saggezza. Ad esempio,

a) avere e sviluppare buone relazioni sociali, sul lavoro e fuori del lavoro;

b) pianificare e razionalizzare gli schemi e i flussi operativi, cercando di “ottimizzare” attività simili, quasi “industrializzandole”;

c) non trasformare il tempo libero in stress: molto spesso il tempo libero rischia di trasformarsi in una corsa a tutte le attività che non si sono potute fare nel corso della settimana lavorativa, perché il tempo libero (e liberato) deve essere caratterizzato dal relax, non da ansie da prestazione dopolavoristica;

d) saper dire qualche no;

e) riuscire a convincersi che è possibile anche ogni tanto “disconnettersi” dall’ambiente psicologico e pratico del lavoro: ad e. non accettare farsi interrompere un pranzo o una conversazione in corso, soprattutto perché oggi i cellulari ci accompagnano ovunque, anche in bagno… Si può sempre rinviare con educazione.

Spiego, alla fine, come promesso, anche la differenza concettuale, politica e morale tra “lavoro” e “posto di lavoro”. Il secondo è la posizione giuridicamente normata di un lavoro, per cui è dovuto un salario, un’assicurazione e il versamento di tasse e contributi a cura del datore di lavoro in quanto sostituto d’imposta. Dico subito che nei settori privati il “posto di lavoro” coincide con il “lavoro”, perché non sarebbe sostenibile che vi fossero dei costi in assenza di prestazioni reali e quindi di ricavi. Nessun “padrone” ti regala nulla, né può regalarti nulla, pena la sussistenza stessa dell’azienda.

Nel pubblico impiego, invece, essendo diversa la stessa “natura giuridica” del lavoro, può anche darsi che il “lavoro” non coincida sempre e comunque con il “posto di lavoro”. Sembra strano, ma è così. Spiego: nel Pubblico impiego il controllo dell’efficienza e dell’efficacia delle prestazioni non si dà nello stesso modo che è necessitato e obbligatorio nel privato, per cui a volte vi possono essere casi nei quali il lavoro, o è più scarso, o non esiste proprio, come nel caso limite, scoperto dai Carabinieri accaduto nella sede nazionale romana dell’Inps, laddove vi erano più cartellini di controllo delle presenze al lavoro, di quante non fossero le scrivanie disponibili. Questo insospettì l’Arma, che scoprì come vi fossero “posti di lavoro” a costo del pubblico erario, senza che corrispondessero a lavoro effettivamente prestato.

Non fosse che per questo caso limite è bene distinguere fra i due concetti di “lavoro” e “posto di lavoro”.

Si può fare, dunque. Si può riuscire a connettere con intelligenza il lavoro e la vita, tendendo, se posso dire, a costruirsi una vita nella quale le due dimensioni non confliggano troppo.

Con l’aiuto del Signore io ci sono abbastanza riuscito, e abbastanza presto nel mio tempo di vita e di lavoro.

FUTURO ITALIANO. Un’analisi o matrice strategica e organizzativa detta “S.W.O.T.”, che studi i “punti di forza”, i “punti di debolezza”, le “opportunità” e le “minacce” per l’Italia nell’attuale momento storico, potrebbe essere non solo plausibile, utile ed opportuna, ma perfino necessaria, anche se, come “strumento”, in generale c’entra nulla con la politica, che comunque così potrebbe essere aiutata dalla sociologia e dalle scienze dell’organizzazione, sostrato teorico della S.W.O.T.

Il titolo mi ispira paura e speranza, ma partiamo dall’acronimo, perché la S.W.O.T. Analysis potrebbe essere uno strumento plausibile, opportuno e utile, se non necessario, per affrontare i gravissimi problemi attuali dell’Italia, in maniera razionale ed eticamente fondata, al di fuori di ogni ideologismo. potabile e praticabile per tutte le persone intelligenti di qualsiasi schieramento politico.

Sembra incredibile, vero? Ma non è così, e in questo pezzo cercherò di mostrarlo ai miei cari lettori.

S.W.O.T. significa punti di forza (Strenghts), punti di debolezza (Weaknesses), opportunità (Opportunities) e minacce (Threats) , in inglese, ed è uno strumento utile alla pianificazione delle strategie di qualsiasi struttura organizzata, come può essere un’azienda, un reparto militare, una no profit, e perfino la… Chiesa, cosa che potrebbe essere sorprendente. Eventualmente, se troverò ascolto, mi impegnerò a spiegarlo in Diocesi, non come teologo, ma come sociologo.

Non sarebbe peregrino discuterne (almeno) anche in Phronesis.

Uno stato, paese, nazione, regione potrebbe considerare la plausibilità, l’opportunità, l’utilità o la necessità di utilizzare uno strumento del genere? A mio parere sì, ma la prima domanda che mi faccio è la seguente: è in grado di utilizzarlo il “personale politico” attuale? Dimanda retorica. No, perché è mediamente un personale politico di scarsa cultura umanistica, esperienziale e professionale.

Ben pochi tra i deputati e i senatori hanno esperienze di organizzazione e gestione d’impresa e del personale. In altri post ho proposto l’immenso, anche se incompleto, elenco degli incompetenti, a partire dai capi partito, e l’esile stuolo dei competenti, che appartiene soprattutto alle seconde e alle terze linee. Di contro, sono sicuro che molti sindaci sarebbero in grado di usare questo strumento, perché provengono dalla società civile e dal lavoro aziendale inteso nel senso più ampio del termine.

Queste sono le fasi che tipicamente vengono seguite durante un’analisi SWOT:

  1. si definisce un obiettivo;
  2. si definiscono i punti principali dell’analisi SWOT, che sono:

a)i punti di forza: le attribuzioni dell’organizzazione che sono utili a raggiungere l’obiettivo;

b) i punti di debolezza: le attribuzioni dell’organizzazione che sono dannose per raggiungere l’obiettivo;

c) le opportunità: condizioni esterne che sono utili a raggiungere l’obiettivo;

d) le minacce: condizioni esterne che potrebbero recare danni alla performance;

a partire dalla combinazione di questi punti sono definite le azioni da intraprendere per il raggiungimento dell’obiettivo, per cui si può considerare la seguente matrice S.W.O.T.

Analisi SWOTQualità utili al conseguimento degli obiettiviQualità dannose al conseguimento degli obiettivi
Elementi interni (riconosciuti come costitutivi dell’organizzazione da analizzare)Punti di forzaPunti di debolezza
Elementi esterni(riconosciuti nel contesto dell’organizzazione da analizzare)Opportunità
Minacce
  • i responsabili stabiliscono se l’obiettivo è raggiungibile rispetto ad una data matrice SWOT. Se l’obiettivo non è raggiungibile, un diverso obiettivo deve essere selezionato e il processo ripetuto;
  • se l’obiettivo sembra raggiungibile, le SWOT sono utilizzate come input per la generazione di possibili strategie creative, utilizzando le seguenti domande:
    • come possiamo utilizzare e sfruttare ogni forza?
    • come possiamo migliorare ogni debolezza?
    • come si può sfruttare e beneficiare di ogni opportunità?
    • come possiamo ridurre ciascuna delle minacce?

I FATTORI INTERNI ED ESTERNI INTERESSANTI L’ANALISI

I quattro punti dell’analisi SWOT (forze, debolezze, opportunità e minacce) provengono da un’unica catena di valori intrinseci alla società che si esamina, e possono essere raggruppati in due categorie:

  • Fattori interni: sono i punti di forza e di debolezza interni dell’organizzazione. L’identificazione di tali fattori può essere svolta attraverso un’altra specifica analisi, ad esempio una Analisi del Clima interno tra dipendenti e dirigenti
  • Fattori esterni: sono le opportunità e le minacce presenti all’esterno dell’organizzazione. L’identificazione di tali fattori può essere svolta attraverso un’ulteriore analisi.

I fattori interni possono essere visti come punti di forza o di debolezza a seconda del loro impatto sull’organizzazione dei suoi obiettivi. Ciò che può rappresentare un punto di forza rispetto a un obiettivo può essere di debolezza per un altro obiettivo.

I fattori interni possono comprendere il personale, la finanza, le capacità di produzione, e così via. I fattori esterni possono includere le questioni macroeconomiche, il mutamento tecnologico, la legislazione e i cambiamenti socio-culturali, così come i cambiamenti nel mercato e nella posizione competitiva.

Per l’Italia occorre studiare a fondo le dinamiche della concorrenza economica, industriale e commerciale internazionale, all’interno delle norme del Diritto Internazionale, civile, penale e commerciale (W.T.O.), senza trascurare l’eccezionalità del momento che registra una pericolosa guerra in piena Europa, che sta sconvolgendo gli equilibri globali.

Proviamo ad elencare i punti di forza dell’Italia:

a) la sua storia, il deposito artistico, inarrivabile a livello mondiale, l’ambiente paesaggistico, anche se maltrattato;

b) il turismo, strettamente correlato ad a);

c) l’industria manifatturiera, quarta o quinta nel mondo e seconda in Europa, ma prima nel settore metalmeccanico;

d) il sistema socio-sanitario che, nonostante alcuni difetti, è tra i migliori del mondo assieme con i sistemi del Nord-Europa…

e) il sistema scolastico: troveremo questo punto anche nell’elenco successivo, perché, accanto ad alcune eccellenze, come i nostri licei e istituti tecnici, vi è scarsa attenzione alle strutture, alla logistica e al personale docente.

I punti di debolezza, che non sono molti, ma sono importanti e anche pericolosi:

a) il primo e più importante è l’eccesso di procedure burocratiche che frenano l’attività economica e gli investimenti;

b) come sopra detto in e);

c) la contrattualistica del lavoro la quale, essendo storicamente e culturalmente dicotomica tra impiego privato e impiego pubblico ha creato, soprattutto con le norme pubblicistiche, una sorta di “cultura della pretesa”, per cui molti confondono uno dei diritti costituzionali principali, quello al lavoro: in realtà, in molto del comune sentire “il diritto al lavoro” viene implicitamente inteso come “diritto al posto di lavoro”. Il posto di lavoro esiste solo se altrettanto si dà il lavoro, non viceversa!

d) alcuni elementi di quello che si può definire, socio-antropologicamente, “carattere nazionale”, che poi si deve declinare per aree e macro-aree, ché un siculo non è un veneto: il “carattere nazionale”, pur manifestando caratteristiche di enorme creatività, che hanno “fatto” l’Italia proponendola come una delle Nazioni più “evidenti” del mondo, a volte non la “onorano” del tutto. Lo sport è uno degli ambiti che più illustrano il carattere nazionale degli Italiani;

e) la mancata o insufficiente cura del territorio, caratterizzato da un pericoloso dissesto idro-geologico.

Aggiungo infine: siccome la Costituzione all’art.11 non prevede l’uso dello strumento della guerra, se non come reazioni di legittima difesa, come nel caso attuale dell’Ucraina, s’ha da studiare per migliorare i sistemi organizzativi, logistici e militari del Paese, semplificando la burocrazia e rinforzando i sistemi formativi, non trascurandone alcuno. Su questo tema, è indispensabile superare la distinzione “gentiliana” tra discipline umanistiche e discipline scientifiche, poiché, come peraltro ho mostrato logicamente in diversi testi anche qui pubblicati, che tutti, dico tutti i saperi sono sia scientifici sia umanistici, e pertanto le scuole superiori non devono impoverire l’insegnamento delle materie classiche, e nel contempo devono essere aperte alla ricerca tecno-scientifica più avanzata a livello mondiale.

Le minacce all’Italia sono molteplici, ma molte stanno nelle debolezze intrinseche elencate più sopra. Si potrebbe quindi vincere le minacce trasformandole in opportunità, a partire dalla consapevolezza dei valori immensi dell’Italia e del suo popolo.

Vediamo ora se anche per Phronesis si può proporre lo schema. Ho già risposto affermativamente.

Proponiamo anche per l’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica Phronesis , tra altri che comunque esistono, come lo schema di Hermann, quello dei colori, ad e., lo schema dell’analisi S.W.A.T.

I punti di forza possono essere considerati i seguenti:

a) la sua storia e la cultura filosofica specificamente dedicata alla consulenza individuale e alle attività pratiche: sotto questo profilo, Phronesis, e non lo scrivo perché attualmente la presiedo e vi appartengo da tredici anni, e quindi suonerebbe come una laudatio inopportuna e falsa, non teme confronti qualitativi con associazioni più o meno tali, perché alcune di queste societates sono costituite da singole persone che “fanno finta” di avere un associazione;

b) la solidità della formazione filosofica e umanistica dei soci;

c) la varietà e la ricchezza delle “scuole filosofiche” rappresentate all’interno dell’Associazione;

d) la costanza nella ricerca di nuove prospettive filosofico pratiche, senza trascurare gli aspetti teoretici;

e) la serietà e la completezza della formazione richiesta per appartenere all’Associazione come Soci effettivi;

f) la ricchezza di cultura filosofica delle pubblicazioni e degli interventi in video e per iscritto.

Non mancano i punti di debolezza. Proviamo ad elencarli senza paura o auto censure di sorta.

a) difficoltà di dialogo e di collaborazione tra i soci, che comunque si danno, ma non abbastanza, specialmente in un momento come quello che stiamo vivendo;

b) una certa ritrosia, anche se non generalizzata, ad accettare nuove modalità operative, a volte troppo accentuando la distinzione tra una “ortodossia” (individualmente concepita) rigidamente attestata sulla “Tradizione”, e un “nuovismo”, che non tradisce per nulla la “Tradizione”, ma la tra-manda con nuove formule e strumenti. E quindi si sprecano energie e non si colgono occasioni. Un esempio: la finora scarsa attenzione per l’enorme potenziale di sviluppo delle attività della filosofia pratica nel mondo del lavoro. Non dimentichiamo mai che ogni “tradizione” (pensiamo ad e. a quella gigantesca della Parola evangelico-cristiana, oppure a quella illuministico liberale o socialista) si serve degli strumenti che nel tempo ha avuto a disposizione e coglie i “segni dei tempi” (copyright di papa Paolo VI) per l’innovazione;

c) una certa pigrizia operativa, oggi accentuata dai lockdown e dall’abitudine oramai generalmente invalsa al lavoro intellettuale on-line. Non dobbiamo dimenticare che la dimensione del dialogo-intersoggettivo-in-presenza è fondamentale e insostituibile, sia psicologicamente, sia filosoficamente, e addirittura antropologicamente. Detto ciò, s’hanno da valutare e valorizzare anche le opportunità che l’online offre per quanto concerne lo sviluppo del “mercato”, visto che questo termine non può (e non deve) più suscitare scandalo, come capitava qualche tempo fa.

Homo est animal socialis. Questa pigrizia operativa frena le iniziative che si potrebbero intraprendere a livello territoriale, per proporre il lavoro filosofico-pratico in ambienti diversi e fondamentali della vita sociale:

1) gli ambiti del lavoro cui ho già fatto cenno sopra,

2) il sistema socio-sanitario, compreso il mondo carcerario, circa il quale esistono solo non più che sporadiche esperienze,

3) il rapporto con altri professionisti, il cui lavoro “confina” con quello della filosofia pratica, e i loro albi, ordini, collegi a livello territoriale, più che nazionale…

Le minacce sono sintetizzabili nell’inerzia e nell’incapacità di fare un passo oltre le consuetudini, non in limiti filosofici e culturali di Phronesis.

Occorre dunque studiare i soggetti che operano nel campo della filosofia pratica (pratiche filosofiche e consulenza individuale) e della consulenza antropologico-morale in senso più lato, che sono altri filosofi, singoli o organizzati, psicologi, psicanalisti e psicoterapeuti di scuole varie, nonché i counselor di tutti i generi e specie. Non trascurerei di studiare anche coloro che esercitano pratiche di conoscenza dell’uomo con modalità magiche o legate a teorie e religioni, come nel caso dei praticanti della New Age o della Programmazione Neuro Linguistica più estrema.

Anche Phronesis, se desidera svilupparsi nella società civile come servizio culturale e formativo, ma soprattutto come servizio teso ad aiutare le persone, prima a comprenderne il senso e poi a migliorare le proprie vite, non può esimersi dall’elaborare una Analisi delle strategie esistenti, se ve ne sono. Dico subito, senza nascondere le cose: non esistono, e pertanto devono essere elaborate.

Se si vuole crescere, occorre anche modificare, se pure in parte, gli obiettivi storicamente finora dati, anche quelli cresciuti mediante una fisiologica eterogenesi dei fini, perché questi non bastano.

“…tutto bene?” Due tipi di risposte a una domanda, che può essere retorica oppure concreta, veritiera, umanissima

Chi mi conosce sa quanto mi infastidisca questa italianissima domanda retorica, cui, se non vuoi farla lunga, rispondi in modo generico, tipo “abbastanza”, oppure “potrebbe andare meglio”, e finisce lì, in un lampo, che permette a chi domanda di mettersi il cuore in pace e al rispondente di essere stato educato.

Se non fosse perché le energie sono limitate e non devono essere sprecate, sono sempre tentato di intrattenere l’incauto “inquisitore” con una disamina dettagliata di come effettivamente sto, il che richiederebbe almeno una decina di minuti, se non si vuole essere troppo generici.

Non si può e non si deve fare.

Aggiungo. La domanda “tutto bene?”, essendo retorica, prevede una risposta affermativa, anche se le cose non stanno così… bene. E quindi la domanda stessa può far prevedere di rispondere il falso.

Per ovviare a questo grave problema, che è plausibile nelle quotidiane relazioni, ho trovato un modo semplice, sintetico e anche spiritoso di rispondere alla domanda “tutto bene?”, in questo modo, rispondendo: “prevalentemente”, con un avverbio di modo che significa qualcosa di generico, ma tendente al positivo.

Se sono di buon umore e il mio interlocutore ha tempo, trovo il modo di fargli io una domanda, proprio sul “prevalentemente”, chiedendogli di “matematizzarlo”, cioè di fare un’operazione alla Kurt Goedel, che spiegava come non tutto fosse matematizzabile, a partire dall’asserzione appena riportata.

Gli/ le chiedo dunque: “prova a dirmi quanto vale l’avverbio prevalentemente su una scala da 1 a 100″, un po’ come si fa con la scala antalgica che funziona da 1 a 10: dolore 3, dolore 6, e così via, rispondendo al medico che ti ha in cura.

Ebbene, caro lettore, il mio stupore al variare delle risposte, che vanno dal 51 su 100 all’80 su 100, mi ha indotto a fare una piccola analisi socio-statistica, suddividendo in categorie i “rispondenti”. Dopo un primo periodo di sperimentazione mi sono accorto che una categoria accademico-professionale di persone mi rispondeva sempre allo stesso modo, gli ingegneri, che quasi tutti mi dicevano con celerità (e continuano a dirmi): 51 su 100.

Tutti gli altri, qualsiasi fosse la scolarità superiore o accademica o anche da scuola dell’obbligo, mi rispondevano (e mi rispondono) con numeri che vanno dal 60-65 al 75-80, scegliendo un range che parte da quella che nelle istituzioni pubbliche si definisce “maggioranza qualificata”, il 66%, a tre quarti di 100 e oltre. Per gli ingegneri, invece, “prevalentemente” vale la maggioranza numerica semplice, cioè 51 su 100.

In rarissimi casi, qualcuno mi ha risposto 40 su 100, non sapendo poi dar ragione della scelta: probabilmente persone con scarsa conoscenza della lingua italiana.

Una domanda mi è sorta: perché gli ingegneri, tutti, indefettibilmente, ritengono che l’avverbio di cui qui tratto corrisponda a un 51 su 100? Penso che ciò dipenda dalla loro forma mentis, che raramente è orientata a divagare in modo narrativo e filosofico sulla varietà delle cose del mondo, che invece loro preferiscono misurare sempre e solamente con gli strumenti della matematica.

Per essere preciso, nella mia ricerca, però, ho riscontrato solo tre o quattro eccezioni tra gli ingegneri: due di loro mi hanno detto 65 su 100. Alla mia domanda circa quale scuola superiore avessero frequentato, la loro risposta è stata: il liceo classico. Gli altri due erano periti industriali.

Alia verba memorari utile non est.

Invece, in questi giorni mi è capitato un fatto che mi ha fatto rivalutare la banalissima domanda “tutto bene?”

Stavo disteso su una panchina per riposarmi dopo una corsa in bici e per riprendermi da notevoli dolenzie alle vertebre dorsali. Nel silenzio meridiano più alto, ferragostano, un’auto che passa ogni dieci minuti, sento proprio un’auto rallentare, mi giro verso la strada, e un gentile signore, giovane, si affaccia al finestrino e mi chiede “tutto bene?”. Gli rispondo con un sorriso: “Grazie, sì, tutto bene, mi sto riposando, stavo guardando il cielo“. Con un sorriso l’uomo si congeda e se ne va.

E un altro. Stamane un amico e collega, durante il nostro tradizionale incontro di inizio settimana in una grande azienda, nel quale non solo conversiamo sui fatti aziendali, ma anche più in generale sulle vicende politiche e sulle nostre rispettive vite, lui nel suo ruolo di Amministratore delegato, io di Presidente dell’Organismo di vigilanza, durante il dialogo mi chiede quale sia la peggior cosa accaduta in politica in questi giorni, vigilia di improvvide elezioni nazionali.

Gli rispondo: “Tra diverse altre scemenze, questa: stamattina hanno detto nei vari tg che i 5Stelle, avendo deciso di non candidare nessuno dopo il secondo mandato (decisione in sé stimabile), hanno però deciso, al fine di salvaguardare il cospicuo reddito dei molti che senza reddito rimarranno, perché non saranno rieletti, e non hanno un lavoro, di candidare i parenti più stretti di costoro, cioè fratelli, sorelle, mariti o mogli e perfino cugini di primo grado, mi pare.”

E lui: “La cosa non appare neanche come scandalo, nascendo da un partito che si è lanciato nell’agone sostenendo che “uno vale uno”, che cioè ogni persona umana fosse intercambiabile con qualsiasi altra, così confondendo i principii primi di un’antropologia filosofica di base, che distingua fra struttura di persona (l’uno vale uno) e struttura di personalità (ognuno è irriducibilmente unico) e che era conosciuta, come mi racconti tu, anche da tua nonna Catine, con la terza elementare. Vedi, secondo loro, tu e io, nei nostri ruoli potremmo essere sostituiti dal primo che passa per strada, qui sotto in via …, a ….”

Perché mi trovavo nella sede di …, una multinazionale che solo in Italia dà lavoro a poco meno di tremila persone e in Europa a oltre diecimila.

E dunque, per Conte e c. uno vale uno. Ridere non basta, è richiesta pietà per chi la pensa in questo modo e poi umana pazienza.

…che cosa ne sarà dell’Italia con questi? Meloni capo del governo (?), è inopportuna, ma non tanto per un giudizio internazionale di Washington e Bruxelles, quanto per essere portatrice di una visione di “Stato etico”, autarchico e autosufficiente, nel quale i valori non siano rispettosi delle volontà individuali; Salvini è insufficiente sotto il profilo qualitativo e politico, basti pensare alla sua idea di “famiglia”; Berlusconi è obiettivamente stanco e stancante; il duo Renzi-Calenda, coppia di egocentrici autoreferenziali con pochi voti (Renzi comunque è meglio di Calenda, che mi fa morire dal ridere quando vanta le sue esperienze industriali le quali, vista l’età, dovrebbe aver fatto da adolescente. Due conti: ha una cinquantina d’anni (1973), da oltre venti, forse venticinque, è in politica, quattro o cinque anni di università, gli restano due o tre anni di Ferrari e Confindustria, in quale posizione poi è da vedere, e non mi pare sia stato in ruoli dirigenziali top, andiamo! Dai ventisei ai trent’anni, a meno che non si sia un Agnelli, si può al massimo aspirare a un impiego di concetto, non alla dirigenza, suvvia. Di contro, si pensi che io, invece, mi occupo di lavoro e di imprese da più di quattro decenni, e in posizioni importanti, sia nel sindacato, sia nelle aziende, sia nell’accademia, e non lo dico per vantarmi, ma per puro realismo, ahò, Calenda!); Letta è un collezionista di abbagli e sconfitte, ed è più adatto a una scuola di formazione politica, visti i suoi maestri, suo zio Gianni e il prof. Andreatta; i due de sinistra, quello bellu guaglione Fratoianni (e chi è? da quali esperienze e studi viene), e Bonelli, più di lungo corso veritiero e verde; Dimaio è sconcertato, perché neanche lui sa più chi è lui stesso, quello draghista o quello che “aveva sconfitto la povertà”? Conte, è il battuto per eccellenza, ma non mai in albagia, perché incapace di combattere; Dibattista? Perché lo cito?

Potrei anche finirla qui, con i giudizi politico-culturali che ho sintetizzato nel titolo, ma qualcosa scriverò, a partire da questa domanda che tanto insensata non è: vuoi vedere che torna Draghi? Magari.

I detti riportati qui sopra li si potrebbe applicare più o meno a tutti i politici citati nel titolo. certamente in modo differenziato, ma nessuno resterebbe fuori.

I mediocri parlano. Infatti, tutti i sopra citati parlano, in ogni modo e situazione e su qualsiasi argomento pubblico che abbia rilevanza sociale o politica. Un esempio: li senti parlare di economia e di occupazione e quasi tutti non hanno alba dell’ambiente di cui parlano. Vogliamo fare un esempio? Chi dei sopra citati può parlare di lavoro e di impresa con cognizione di causa? certamente Berlusconi. Un pochino, ma solo un pochino Calenda, che si vanta troppo per esperienze molto, molto brevi. Gli altri, nulla.

Parliamo di tasse: chi ha le competenze per esprimersi: ancora Berlusconi, e qualcun altro che abbia maturato qualche esperienza amministrativa, tipo Renzi o Letta. Della Lega non certamente Salvini, ma Giorgetti, Zaia e Fedriga, sì. Ancora sulla tassa piatta: come fa Salvini a proporla al 15%, chi la paga? mentre Berlusconi, che ne sa molto di più, la propone al 23%…

Un esempio di impreparazione e mediocrità, tra millanta. Due deputate, rispettivamente dei 5 Stelle e di Fratelli d’Italia, sono ospiti di Rai2 Post, rubrica serale di approfondimento. Non ricordo neanche il nome delle due onorevoli. Si parla di “transizione ecologica”, sintagma ormai sdoganato ovunque, e oggetto addirittura di un dicastero ministeriale. Ebbene, tutte e due, con il giornalista che fa loro eco, continuano imperterrite a parlare di “transazione ecologica”. Occorrono commenti? Transizione significa “passaggio da a”, transazione significa “accordo”. E figure del genere si candidano e chiedono voti.

Scrivo a “contatti Rai 2” per segnalare il pesante refuso, come ormai faccio spesso quando ascolto bestialità. Spero almeno che qualcuno faccia altrettanto e queste segnalazioni arrivino a chi ha sbagliato.

Tiremm innanz, come disse Amatore Sciesa ai militi Austriaci che lo portavano al capestro, condannato per reati politici durante le 5 Giornate di Milano nel 1851. Sì, andiamo avanti con la nostra scabra disamina.

Sui due temi citati, economia e fisco, Conte poco e Di Battista nulla sa. E parlano. E nemmen Di Maio, palafitta umana cresciuta sul nulla.

I bravi spiegano. Ebbene, quali tra i politici sopra citati possono essere definiti “bravi”? Boh. In che senso? Abilità politica? Sì: Renzi, senz’altro, Berlusconi, Calenda, Salvini, Meloni e Letta, pure, ma non tanto. Solo un pochino.

I geni ispirano. Vi sono geni tra i soliti di cui sopra? Manco uno. Che pretese, Renato!

Ma, nonostante tutto, esprimo un auspicio: che lo sciagurato PD prenda il 24%, battendo Meloni, i due egocentrici di Azione e Italia viva almeno il 7, dimaio il 3 o 4, e anche i 5S il 10?

Nel mio piccolo mi batterò per questo risultato, anche perché, non solo lo ritengo vitale per l’Italia, ma anche perché qua e là ascolto qualche politico di “seconda fila”, ma più bravo della maggior parte di quelli di “prima fila”, competente e colto, come Luigi Marattin e Matteo Richetti. Oppure, dall’altra parte, un Brugnaro, che è un ottimo imprenditore nell’ambito dei servizi alle Risorse umane aziendali.

Se mi si chiedono altri nomi faccio fatica… dammi qualche suggerimento tu, caro lettore. E mi dico: c’è qualche speranza (pardòn per il bisticcio con il nome del politico, che non apprezzo).

Cosa vuol dire l’algoritmo che ho proposto sopra? Turandomi il naso potrebbe fare più del 40% (42/ 44%?) e realizzare un pareggio con le destre.

A quel punto il saggio Mattarella richiamerebbe Draghi.

E l’Italia e l’Europa, e anche oltre, tirerebbero un respiro di sollievo, tipo auff!!!

Venticinquenni belli e forti ciondolano da una panchina all’altra in centro a Udine, con il cellulare in una mano e una Red Bull nell’altra

Qualche giorno fa ero a Udine per andare dal dentista, il bravo dottore P., parcheggio e mi guardo in giro. Occhi attenti mi scrutavano. Anzi, distratti. Sulle prime mi erano parsi attenti, ma poi, guardando meglio, mi sono accorto che osservavano oltre me, dietro a me, guardavano un po’ la mia auto che, anche se vecchia, è ancora attrattiva, perché è una berlinetta sportiva molto feroce, perché veloce, e un po’ guardavano amici e conoscenti loro che stavano arrivando.

sfaccendati italiani

Erano le cinque scarse del pomeriggio, un’ora in cui, dalle nostre parti, solitamente si è ancora a lavorare. Nessuno di quei venticinquenni robusti e anche belli in qualche caso, stavano in piazza a far nulla. Vivevano, e basta. Mi correggo: non è fare nulla, il vivere. Forse basta… il vivere.

Perché qualcosa si fa, sempre. Mi sono chiesto che scopo immediato, a breve, avessero quei ragazzi, che cosa si aspettassero dalla vita, qui e ora. Extracomunitari nordafricani, asiatici e qualche balcanico.

Mi sono chiesto dove fossero alloggiati, anche se più o meno lo so, e se hanno i cinque euro per la ricarica dello smarthphone (perché hanno tutti uno smarthphone, magari un Oppo da duecento euro, che funziona come un Samsung o un Iphone). E i tre euro per la Red Bull. Un rinforzo per vivere senza far nulla.

Questi giovani uomini arrotolano un giorno dietro l’altro così, in questo modo? Alzarsi svogliatamente, un po’ di toilette e poi immediatamente in rete. In giro per la città fino a ora di pranzo, che viene erogato regolarmente dove vivono tra le dodici e le tredici. Un po’ di pennica e poi di nuovo fuori, in giro, fino a ora di cena. E poi di nuovo in giro fino a che non si cade dal sonno. Mi sono chiesto anche a che ora suoni la sveglia (del cellulare)… Per giorni, settimane, mesi.

Sento due guardie della Polizia municipale che commentano ciò che vedo anch’io, ma, al contrario di quello che lo stereotipo potrebbe suggerire sul pensiero medio di due poliziotti, stavano dicendo cose come “quanto spreco di energie… possibile che non possano lavorare...”

Oddio, non è che il lavoro inteso all’occidentale, almeno dai tempi dei monasteri benedettini, cioè da un millennio e mezzo, sia leibnizianamente il “migliore dei mondi possibili”. Ma neanche il peggiore, mi pare, visti i risultati della nostra civiltà, checché ne scrivano i cancel culture e altri imbecilli dal dito inutilmente frenetico.

Ho cercato la declaratoria di sfaccendato sulla Treccani, eccola:

agg. [der. di faccenda, col pref. s- (nel sign. 2)]. – 1. Di persona, che non ha nulla di serio o d’importante o di immediato da fare: essere s.in questi giorni sono s. e lavoro un po’ in giardino; estens.: in mezzo alle macerie, rari abitanti si aggiravano con aria s. (C. Levi). 2. Con connotazione spreg., che non ha voglia di far nulla, ozioso, fannullone: non posso soffrire la gente s.; con questo sign. è più frequente l’uso sostantivato: sei uno s.una s.al bar c’erano i soliti s., che giocavano a carte dalla mattina alla sera.

Poi, in italiano troviamo anche altri aggettivi e sintagmi più o meno sinonimi (e anche i contrari) come sfaticati, pigri, nullafacenti, nati stanchi, morti-di-sonno, e altri aggettivi di campo semantico viciniore.

Il primo pensiero che, ragionandovi su, mi è venuto è stato quella della noia. Possibile che quei ragazzi non si annoino, almeno un po’. Poi, ricorrendo a qualche conoscenza di antropologia culturale mi sono fatto presente i modi che hanno, di vivere, le persone dei vari “sud” del mondo, dal Meridione italico, a quello levantino, a quello ispanico… e poi africano, sudamericano e anche balcanico. E’ abbastanza probabile che quei ragazzi siano fortemente condizionati dal quei modi d’essere. Il sole, il caldo, ora l’anticiclone africano qui da noi…

E poi c’è altro: l’inclinazione “naturale” di ogni essere umano ad approfittare di situazioni comode, garantite, anche se fino a un certo punto. Si pensi alla diseducatività del reddito di cittadinanza, così com’è congegnato ora, che è tecnicamente incapace di connettere disponibilità soggettive al lavoro e offerte di lavoro.

Il grave è che è stato congegnato, con la connivenza di governi destro e sinistrorsi, da chi ora pretende di mantenerlo così come è, i Cinque Stelle, i quali hanno avuto lo strano e abnorme risultato elettorale del 4 marzo 2018, molto per aver promesso un reddito garantito a chi non ce l’ha, non chiarendo mai bene che doveva essere collegato necessariamente alla disponibilità di accettare un lavoro, senza mantenere il reddito perfino con tre rifiuti di occupazione. E qui mi fermo in questa sede sul tema, perché non serve approfondire ulteriori tecnicismi.

Mi sono chiesto anche, guardando quei ragazzi, e mi chiedo ora, che tipo di rispetto di sé abbiano. Ovvero, se abbiano la nozione di “rispetto di sé”, nel senso di avere una autonomia di reddito, per badare e bastare a sé stessi.

Mi sono chiesto se quei ragazzi siano in grado di pensare al dovere, oltre ai diritti che gli vengono ben spiegati specialmente da una certa parte della politica, la mia, che non spiega però bene oramai da tempo anche la necessità di coniugare i doveri ai diritti, come insegnava il troppo dimenticato Giuseppe Mazzini, favorendo lo sviluppo di una pericolosa “cultura della pretesa”, che viene da molto lontano (dal ’68?), ma che ultimamente ha assunto connotati di estrema pericolosità pedagogica e morale.

Il lavoro pare non essere un punto fondamentale dei loro interessi, ma (non so) se anche, assieme al disinteresse per il lavoro, altrettanto disinteresse costoro nutrano per ogni eventuale fine esistenziale, o almeno per qualche scopo od obiettivo parziale.

Certamente, le leggi nazionali e le norme locali, come sopra esemplificato con la citazione del reddito di cittadinanza, non aiutano molto.

Il che fare, per andare oltre lo spettacolo poco dignitoso che qui ho raccontato, ma anche alle lamentazioni di molti imprenditori “che non trovano lavoratori”, è indispensabile che il Governo, qualsiasi esso sarà dopo il 25 settembre, si ponga l’obiettivo di facilitare al massimo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, i sindacati ci stiano su questo progetto, e gli imprenditori (mi riferisco a una minoranza, ché i più sanno benissimo ciò che segue) non pensino di fare i furbi con retribuzioni indecenti, ma credano che retribuire correttamente un dipendente è la condizione senza la quale non si può far intravedere un fine razionalmente perseguibile a chi non è abituato ad averne.

Il delitto di Civitanova Marche: coloro che hanno filmato l’omicidio di Alika, senza muovere un dito per fermare lo scempio, sono non solo perfetti imbecilli e vigliacchi (avevano paura di prenderle?), ma spero siano inquisiti per omissione di soccorso, se vi sarà un’estensione interpretativa e applicativa di tale fattispecie di reato, finora considerato prevalentemente per gli incidenti stradali e gli infortuni. Scrivo questi epiteti perché desidero che questi signori “emergano” dal web e leggano ciò che si può pensare di loro, e qui io, in particolare

art. 593 del Codice Penale

qui è stato ucciso Alika Ogorcukwu, senza che alcuno lo soccorresse. Vergogna, Civitanova!

Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a duemilacinquecento euro.

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.”

Mi pare che il caso occorso a Civitanova Marche ricada sotto le fattispecie descritte nel secondo capoverso dell’articolo del Codice penale, o no? Cari amici giuristi, aiutatemi!

Intanto, spero che anche questa mia piccola cosa scritta serva a smascherare la vigliaccheria guardona o il guardonismo vigliacco delle persone che, sentendosi quasi perfetti reporter, hanno filmato. Invece di intervenire. Per oltre quattro minuti, mentre si consumava l’assassinio, questi filmavano, oserei dire tre avverbi come fossero una bestemmia contro l’uomo, beatamente, idiotamente, colpevolmente.

Ho già detto dell’articolo 593 del Codice penale, ma ora mi pare necessario parlare del guardonismo smartphoniano, che è diventata una vera malattia.

Caro lettore, altro episodio tristissimo, cosa pensi che facessero Giulia e Alessia quando sono andate sotto il treno a Riccione domenica mattina? Forse erano anche un pochino rinco per la serata, ma sicuramente, almeno quella a cui non avevano rubato il cellulare, si stava dando da fare con quello che era rimasto, e poi sono scivolate tra i binari davanti al Freccia Rossa. Non ci saranno autopsie per i corpi troppo straziati, e il racconto del macchinista del treno che le ha travolte non dice altro che a 200 all’ora non poteva fermarsi vedendo una ragazza allucinata davanti a sé per frazioni di secondo.

E’ oramai irresistibile per i ragazzi, e non solo per loro, il richiamo del web, che li trasporta in un mondo neanche virtuale, ma del tutto fasullo e pericoloso.

Qualche psicologo dall’alto cachet televisivo torna con la manfrina risaputa dell’educazione genitoriale e scolastica che manca. Per saper dire questa ovvietà non occorre farsi pagare profumatamente dalle tv.

Occorrono piuttosto azioni politiche che sostengano scuola e famiglie in modo diverso da quello attuale, che sembra quasi solo un atto dovuto, non un Progetto primario dello Stato sociale e di diritto.

Occorre investire in cultura umanistica, dove discipline come la Filosofia pratica di Phronesis, la Psicologia umanistica à la Rogers e la Psichiatria fenomenologica (sulle tracce di studiosi come Karl Jaspers, Edmund Husserl, Ludwig Binswanger, ben conosciuto dall’amico Giorgio Giacometti, Giovanni Jervis, Franco Basaglia, Vittorino Andreoli, un professor Galdi suggeritomi dall’amica Lia Matrone, e altri, anche se non molti…) si devono aiutare integrandosi.

Personalmente mi muoverò affinché sia fondata una associazione come Philia, in grado di mettere vicino specialisti come quelli indicati, accanto a Phronesis, e ai suoi filosofi pratici, associazione che ancora per qualche mese presiederò, e poi si vedrà.

Torno al “folle” di Civitanova. Risulta che fosse stato sottoposto anche a un Trattamento Sanitario Obbligatorio e che sua madre fosse stata nominata Amministratore di sostegno, senza però nulla essere capace di fare.

La sindrome psicotica di cui è parlato è pericolosa, ma lo si è lasciato in giro così com’era. Un disturbo bipolare, o sindrome maniaco depressiva, che si esprime anche con la violenza di Civitanova, non può essere lasciato allo svolgersi di atti e fatti purchessiano. Nella vicenda vi sono dunque anche responsabilità oggettive degli enti di controllo e della famiglia.

Si tratterà poi di stabilire, e questo sarà compito dei giudici, di che tipo di libero arbitrio disponesse Filippo Ferlazza, visto che la posizione lavorativa Inps lo colloca a un 100% di invalidità. Un po’ strano, però, un invalido, se pure mentale, che massacra un uomo ancora giovane. Analisi cliniche e giuridiche da fare. Aspettiamo.

Ma torno ai testimoni del disumano orrore e mi rivolgo a loro. Mi auguro che sorga nel vostro cuore e nella vostra mente la consapevolezza dei vostri atti e vi pentiate e vi vergogniate di quello che avete fatto.

E infine vi sentiate – per il tempo giusto – obiettivamente dei miserabili.

Caro lettore, ti immagini se al Ministero dell’Interno, dopo le elezioni, andasse un amico di Putin, cioè Salvini? …però, voi iscritti al PD dite a Letta di non continuare a fare errori tattici: Zan, jus schola, ora tassazione su eredità, e altre proposte poco tempestive che NON portano neanche un voto… perché sono cose che si fanno DOPO!!! (Un po’ di competenze politiche, santoiddio!). Non so se Letta non riesce a pensarci o se ha consiglieri inadeguati, cosa forse ancora peggiore

Sono esplicito: non mi fido dello sbruffone di colore verde che proclama di voler fare cose impossibili. Non lo nomino neppure.

Anche quella signora che prenderà più voti di lui, e che ufficialmente sta più a destra, mi disturba meno, perché è più coerente e meno casinista. Di lei, quanto ad atlantismo, inteso non nel senso kissingeriano o bushiano o trumpiano, e nemmeno bideniano (per scarsa lucidità), mi fido di più che non degli altri due, che non nomino.

Si tratta di un atlantismo che mi ricorda perfino quello di Berlinguer che, quando nel 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile, affermò, facendo oltremodo incazz. Breznev, che si sentiva più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, piuttosto che sotto quello del Patto di Varsavia.

Tant’è che i sovietici, tramite i bulgari (sempre loro, vero caro papa Wojtyla? ovunque tu sia, santo nel paradiso dei beati) cercarono di farlo fuori per le vie solitarie di Sofia.

Io sono per un “atlantismo” alla Berlinguer, che non era solo tattico, ma strategico. Con tutti i loro difetti, le democrazie occidentali, anche se a volte sostengono sistemi incompatibili con i principi democratici, sono cento volte meglio del populismo dittatoriale di Russia e Cina, dove il nazionalismo si associa a un conservatorismo rosso (Cina) e a un tradizionalismo di colore almeno marron scuro (Russia).

Ricordi, mio caro lettore, le “camicie brune” di Ernst Roehm? Quelle che prima stettero fedelmente al servizio di Hitler e poi furono fatte fuori dalle SS non appena furono ritenute in odore di eresia nazionalsocialista e quindi inaffidabili dal Pazzo? Bene, molti pezzi della cultura populista, tradizionalista, falso-cristiana sembrano apparentate a questa orribile eredità.

Proviamo a vedere altri. In questo novero confuso, populista e demagogico, un posto d’onore spetta, in Italia, ai Cinque Stelle, nate dalla fantasia di un comico televisivo e piazzaiolo: costoro hanno dato risposta a uno scontento macrognoso tra il 2013 e il 2018 arrivando fino al 33%. Pensare che si tratta della percentuale che Veltroni aveva raggiunto con il PD nel 2008, dopodiché si dimise. Incomprensibile, se non si pensa all’invidia dalemiana. Poi Renzi, altro campione di supponenza arrogante, fece di peggio, con il suo 41% alle Europee del 2014: volle intestarsi la sconfitta nel referendum per le riforme istituzionali e divenne un fragile partitino di centro, che però fece valere molto efficacemente negli anni successivi.

La sinistra è stata storicamente specializzata a dividersi,e perfino a spezzettarsi (si pensi alla sempre rinnovata stagione dei partitini a sinistra del PCI/ PDS/ DS/ PD, da Lotta Continua a Sinistra Italiana) e a scontare pene che i suoi elettori non meritavano, e non meritano, a partire dal Congresso del Partito Socialista Italiano del 1921. Il Partito di quell’anno era scosso da profonde divisioni tra gradualisti (tra cui mi colloco io da quando ero bambino, perché mio padre mi spiegava che gli operai devono mostrare il loro valore prima di chiedere nuovi diritti, e la sua vita fu un esempio di socialista silenzioso e coerente, mentre suo cognato, il mio zio ricco, il “Signor Zio” Massimiliano Gattolini mi chiedeva che simpatie politiche avessi consigliandomi le sue, per il Partito Liberale) e massimalisti, che diventarono comunisti.

Caro lettore, prova a guardare sul web i socialisti di ogni tempo, trovi di tutto, non solo Bissolati Leonida, Mussolini (sic!) Benito (in memoria del rivoluzionario messicano Benito Juarez), Turati Filippo, Costa Andrea, Kuliscioff Anna, Balabanoff Angelica, Morandi Rodolfo, Lombardi Riccardo, Nenni Pietro, Craxi Benedetto detto Bettino e si suoi due figli, Sacconi Maurizio, Brunetta Renato, De Michelis Gianni, Martelli Claudio, Spini Valdo, De Martino Francesco, Mancini Giacomo, Formica Rino, Marianetti Agostino, Boniver Margherita, Del Turco Ottaviano, Viglianesi Italo, i cari Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e Marco Biagi, la carissima Roberta Breda, ma anche quelli che sarebbero diventati comunisti a Livorno nel ’21: trovi Gramsci Antonio, Togliatti Palmiro, Terracini Umberto, Bordiga Amadeo, Bombacci Nicola, che sarebbe stato fucilato con i gerarchi catturati da Audisio Walter a Dongo il 29 aprile del ’45, e gridò, morendo “viva il Socialismo“, che lui aveva creduto sopravvivesse nel fascismo mussoliniano. E perfino Bertinotti Fausto, che da buon uomo di sinistra fece cadere Prodi Romano per poi avere Berlusconi Silvio. Poverino, Bertinotti, intendo.

Torno ai 5S, smagriti dopo le defezioni dimaiane e individuali. Ridotti ai minimi termini, come meritano. E come soprattutto merita il loro sussiegoso presidente, già da me qui “cantato” come uno dei tre superbi narcisi della politica italiana. Letta li ha corteggiati fino a che, una cum la destra più bieca (non quella meloniana, chiarisco, perché Meloni è stata sorpresa e spiazzata per questa anticipazione da nulla dei tempi delle elezioni, e ha telefonato a Draghi per capirci qualcosa sulle cose da fare ineluttabili per il PNRR e non solo), non hanno fatto cadere l’unico Governo decente che l’Italia poteva (e può) permettersi in questi tempi storici. Draghi, non solo governava bene, ma era diventato la guida dell’Europa, con un Macron indebolito e uno Scholz poco meno che esistente.

Tajani e Letta hanno sostenuto Draghi fino a che non è stato “fatto fuori” dai vecchi alleati gialloverdi, che obiettivamente lo sono ancora. Per la sua dignità personale non avrebbe potuto rimanere in mezzo a dei traditori, anzi molto meno, a dei poveretti. Ora, di “agenda Draghi” parlano solo l’eterno parvenù del San Paolo, ora Stadio “Diego Armando Maradona”, che mi viene da piangere alla possibilità che dovrebbe saper spiegare politica a me; e il chiacchierante pariolino, che ha una parola buona per tutti come queste “Inetto, inadeguato, sega!” rivolte poche settimane fa a Letta con il quale oggi dovrà obiettivamente allearsi.

Ora, caro lettore, dimmi che cosa dovrebbe votare un vecchio socialista cattolico come me, dimmi tu. Non ti dico chi voterò, ma il suo profilo, e lo voterò turandomi una delle due narici del naso: voterò uno che con una manciata di voti ha mandato a casa due volte Conte e ha lavorato perché Draghi diventasse capo del Governo di questa amata e sfortunata Patria.

Di persona questo giovane uomo non mi piace, perché ha un atteggiamento spocchioso e superbo, ebbene sì, anche lui, come diversi altri! La spocchia superba è una malattia diffusa tra i politici, e anche tra alcune uome (o uomine?) politiche. E non si adontino di questi miei scherzi lessicali le donne, femministe o meno che siano. Tantomeno se si tratta di una Annunziata o di una De Gregorio.

Pensa, caro lettore, che la sua segreteria mi ha invitato all’assise del partito tramite twitter, e io ho ringraziato scrivendo che io all’assise del suo partito potrei anche partecipare, ma come relatore. Uno dei relatori, intendo, ovviamente.

E’ superbia la mia? No, consapevolezza, quella che lui, di sé (seguo le indicazioni del prof Serianni sull’accentazione di “sé”) stesso, come i più, non ha.

Mentre alcune sfortunate (grazie a Dio pochissime) del giornalismo di sinistra imperversano, papa Francesco va a chiedere perdono ai nativi del Canada. La mia puntualizzazione non esime da altrettante critiche, se a mio parer meritate, le giornaliste di destra. C’è un fatto che mi differenzia da alcuni miei amici di sinistra: che loro non condividono che critichi, per qualsiasi ragione, chi si colloca a sinistra, mentre io penso che la stupidità, ovunque si manifesti, sia da criticare, senza timore di togliere voti alle elezioni, perché gli Italiani non si fanno condizionare da giudizi di merito motivati e fondati. Ad esempio, io apprezzo, per alcune (per molte altre, no) sue riflessioni antropologiche, Marcello Veneziani, come intellettuale, anche se è un conservatore, e lo scrivo pure e, di contro, non sopporto personaggi come Di Battista che “sarebbe” di sinistra, perché non ho stima per come si muove, per la sua supponenza e il suo falso modo di porsi in modo ridicolmente “eroico”, e falsamente terzomondista o addirittura “guevariano”, dai!

Sono due (le sfortunate), per le cose accadute negli ultimi giorni. Molte altre, sono sequenziabili nel tempo, e con ciò non sto escludendo dal tristo elenco i maschi, anzi. E, ovviamente, includo in un elenco ideale di stupidità tutta la “fauna” scrittoria che ragiona e pubblica “a destra”.

A questo primo elenco, però, anche se qualcuno la vorrebbe inserita quivi, non ne aggiungerei una, che non cito per nome e che non è stupidotta, né “gallina” come la ha chiamata un signore (?) maleducato e sopravalutato, non molto amico dell’acqua, acqua né da bere né da utilizzare per l’igiene corporale.

La prima è (anche) una bella donna, con lo sguardo sempre compitamente serio, che ha paragonato i saperi accademici di Draghi a quelli di un docente di istituto alberghiero, offendendo tutti, doppiamente. Ha offeso Draghi, ma questo è il meno, perché ha offeso (se ne è accorta?) soprattutto i docenti degli istituti alberghieri, gli studenti e le loro famiglie, e perfino – pro futuro – anche i luoghi della ristorazione dove opereranno quei ragazzi che studiano all’alberghiero, per servire con eleganza e stile proprio signore come l’infelice che sto citando, whose name is Concita De Gregorio, già direttrice dello sfortunato quotidiano fondato da Antonio Gramsci, L’Unità.

Ho letto la sua lettera di scuse all’istituto alberghiero, nella quale invoca addirittura la figura retorica del paradosso funzionale. Parbleu! Il resto della lunga lettera è un arrampicarsi sugli specchi che, a parer mio, invece di scusarla, la mettono in una luce ancora peggiore. Avesse solo chiesto scusa, senza tentare di scrivere un trattatello di retorica, peraltro assai zoppicante. Che tristezza che tanto nome di giornale si possa accompagnare a tanto piccolo (ecco un ossimoro, visto che piacciono le figure retoriche) nome di persona!

Da non credersi. Eppur (galileianamente), è vero.

La seconda è una donna che non si è accorta, intervistando il senatore Renato Brunetta, di ispirarsi all’hitleriano Mein Kampf, quando ha riconosciuto al senatore stesso di possedere dei begli occhi azzurri da ariano, sulle tracce pur’anche di teorici del razzismo come De Gobineau, Chamberlain e Rosenberg. Forse, non se ne è accorta, oppure pensava di essere spiritosa, la beatina. Lucia Annunziata.

Il “buon” (mica tanto) Renato ha risposto che non ha deciso lui, né di essere alto meno della media, né di avere gli occhi azzurri, ma madre natura genetica.

Brunetta, che a me non piace, dovrebbe anche farsi perdonare molte espressioni ineducate e giudicanti altre persone oltre il limite della critica legittima. Non è stato un esempio per i giovani, come forzaitaliota. Me lo ricordo più garbato come socialista, quando era più giovane. Si vede che la frequentazione di certi ambienti politici peggiora anche i migliori, posto che Brunetta fosse tra costoro.

Papa Bergoglio, invece, per recuperare, senza che ciò sia nelle sue intenzioni che volano più in alto, sulla stupidità delle signore citate, va in Canada per un pellegrinaggio penitenziale, in una terra dove cristiani cattolici, anglicani e protestanti hanno fatto azioni razziste delle più bieche negli ultimo cento e cinquanta anni.

Non sto qui a raccontare che cosa ha fatto il governo canadese per estirpare la cultura dei nativi, per togliere loro l’anima, e per fare ciò ha incaricato istituti religiosi cattolici, anglicani e protestanti.

In questi istituti, chiamati “scuole residenziali” sono state costrette decine di migliaia di bambine e bambine, di ragazzi e ragazze, letteralmente rapiti alla famiglie, per farli diventare “buoni cittadini canadesi civilizzati”, e quindi dimentichi della loro lingua, delle loro tradizioni e delle loro relazioni con il soprannaturale.

Sono stati costretti a dimenticare il Grande Spirito per imparare il nome di Gesù Cristo e del papa di Roma o del vescovo anglicano della diocesi.

Gesù Cristo non avrebbe mai voluto che dimenticassero il Grande Spirito, che altro non è che lo stesso Spirito-che-soffia-dove-vuole, lo Spirito santo, uno dei tre nomi della Santissima Trinità cristiana, l’Unico Dio.

Papa Francesco ha voluto andare là in fondo, ai confini delle più grandi foreste del mondo e sulla sponda dei grandi laghi del Nord, zoppicando e dire “Pido perdon”, chiedo perdono, nella sua lingua madre per dare più forza alla richiesta di perdono.

Mi auguro che le nostre “campionesse” meditino sulle cazzate che hanno detto, non limitandosi a lodarlo perché Francesco è spesso “politicamente corretto”, ma imparando qualcosa dal Papa.

Concludendo, mai ho avuto, ho e avrò indulgenza della stupidità ovunque si manifesti e chiunque sia il soggetto che la produce e la propala. Senza censure preventive, per paura che succeda il peggio, nei confronti di alcun fatto e di alcun detto, da qualsiasi parte provenga.

La Lega salviniana sta – di fatto – tentando di abolire il “il”, il “la” e anche altri articoli determinativi

Ha cominciato Salvini con il dire “settimana prossima faremo, riuniremo…”. E ora sento anche le sue seguaci (tra cui una bella donna whose name is… Isabella Tovaglieri) che iniziano i discorsi con i sostantivi senza articoli, come in inglese (next week), come nelle lingue slave e come in latino.

In latino si può e si deve dire “mensis proxima“, oppure “humana mens“, cioè “il mese prossimo“, o “la mente umana” ma in italiano serve l’articolo “il” o “la”, perdio!

Che conoscano il serbo-croato, l’inglese e il latino? Dubito fortemente, ooh come dubito che conoscano quelle lingue!

Penso piuttosto che si tratti di fretta e di trascuratezza. Non voglio pensare che si tratti di una decisione linguistica, perché li farei troppo intelligenti e colti. Non può essere.

Ovviamente mi opporrò con tutte le mie forze, con l’aiuto di persone competenti come mia figlia e altre persone di buona volontà.

E’ solo un esempio del declino della lingua italiana parlata, in Italia. Qualche giorno fa è mancato in modo drammatico il professor Luca Serianni, che ha dedicato tutta la sua vita allo studio dell’italiano, in un quadro di linguistica evolutiva, ma sempre rispettosa della tradizione, che la rende ricchissima di strutture semantiche e grammaticali capaci di raccontare ogni cosa e di rappresentare ogni stato d’animo, come attestano i testi grandi della nostra letteratura e della saggistica, ma anche il migliore giornalismo.

Il suo ricordo, e il suo lavoro come quello di altri studiosi come Tullio De Mauro, costituiscono una barriera potente contro la banalizzazione linguistica e la sua deriva semplificatoria e fomite di confusione e annoiamento: basti pensare alla oramai notissima crisi del modo congiuntivo, che spero sia ora abbastanza contrastata, se non ancora vinta, con il rilancio di questo meraviglioso costrutto grammaticale, che riesce a comunicare il dubbio nel pensiero umano, le ipotesi cogitative ed esecutive, le condizionalità dell’agire stesso, dell’uomo.

Il modo congiuntivo è il modo filosofico per eccellenza. Meraviglioso!

Il congiuntivo deriva dal latino e dal greco, e si conserva benissimo nelle lingue romanze, ma ha qualche indebolimento nell’inglese, per cui, più questa nuova koinè diventa pervasiva, anche in situazioni espressive nelle quali l’italiano funzionerebbe altrettanto egregiamente dell’inglese, come in un caso qualsiasi come “flash meeting” che può dirsi con un uso pari di lettere, se il problema è quello della celerità comunicazionale, con il sintagma “riunione breve”.

A volte, però, ho come l’impressione che questo uso massivo di espressioni inglesi, “faccia molto figo”, e soprattutto si pensi che dia (ecco due congiuntivi consecutivi!) un’immagine più evoluta e colta. Ma non è così, perché parlare inglese e sopprimere gli articoli determinativi e sostituire il congiuntivo con il modo indicativo, è piuttosto segno di ignoranza (di ritorno).

Nelle aziende, che sono sempre più connesse con il mondo, è plausibile l’uso dell’inglese come idioma unificante, ma trovo assurdo ed esterofilo, e perfino segno di una sorta di debolezza antropologica e di inferioriy complex (ecco che quando è preferibile, in questo caso per l’universalità dell’uso del Manuale Medico diagnostico per le malattie mentali, che è di matrice anglosassone, utilizzo anch’io l’inglese), che si usi in Italia tra Italiani, quando si potrebbe tranquillamente, come nel caso di cui sopra, utilizzare l’italiano.

Un fatto ancora più grave si registra nel mondo accademico, dove, oltre alla necessaria richiesta di sempre più vaste competenze linguistiche (perché la ricerca scientifica si confronta e lavora sempre a livello internazionale), per cui la conoscenza dell’inglese e di un’altra lingua di vasta diffusione ed utilizzo è non solo opportuna, ma necessaria, si sta diffondendo fino a prevalere in alcune situazioni, l’insegnamento in inglese, perfino della storia della letteratura o della grammatica italiana.

Per me, in questo caso, si tratta di pura imbecillità e di istinto gregario degli italiani. Penso che molta insipienza si trovi nelle direzioni ministeriali e negli uffici legislativi, dove neolaureati che non hanno studiato “almeno” il latino, scrivono le regole e ritengono di modernizzare l’Italia devastando la lingua italiana con normative imbecilli e auto-frustranti.

Vedi, caro lettore, come la trascuratezza nell’uso della lingua italiana che caratterizza molta politica e comunicazione sociale, come più sopra mostrato, oltre a certe scelte accademiche e del sistema economico, stiano mettendo a repentaglio, non solo la lingua nostra, ma la cultura immensa, il modo di raccontare la nostra storia possente, i nostri beni ineguagliabili, il nostro caratteristico modo di “stare-al-mondo”.

Da Italiani, pieni di difetti, ma anche di qualità ineguagliabili.

La Filosofia, come sapere, resterà nel tempo, anche se molte discipline e processi di studio e di lavoro umano rapidamente mutano e cambieranno ancora: “blockchain”, “metaverso”, “intelligenza artificiale”, o A.I., stanno rivoluzionando il modo di pensare e di eseguire il lavoro, come ultime evoluzioni dell’informatica e della telematica

La rivoluzione informatica degli ultimi tre decenni abbondanti ha già radicalmente modificato il modo di lavorare nelle aziende industriali e commerciali, e anche nella pubblica amministrazione, anche se lì con maggiore lentezza. L’informatica individuale ha preso il sopravvento sui grandi mainframe degli anni ’80 e ’90.

Oramai quasi tutte le modalità operative di produzione sono “servite” dai sistemi automatizzati dall’informatica. L’innovazione tecnologica procede speditamente in tutti i settori produttivi, richiedendo sempre nuove professionalità e specializzazioni.

Va in questa direzione il varo del nuovo modello di studi tecnici integrato tra gli ITI e le aziende, sull’ottimo modello tedesco. Accanto a questo è importante che a nessuno venga in mente la sciagurata idea di smantellare i licei, con i loro tipici studi di filosofia e latino (il classico e lo scientifico), e greco (classico), perché questi saperi restano fondamentali per la strutturazione logica del pensiero umano, a qualsiasi scopo esso sia dedicato.

La cultura è una, una sola, in tutte le sue declinazioni umanistico-scientifiche.

Quando devo fondare questo mio convincimento, sia in un colloquio a due, sia in un intervento seminariale o di docenza, sia in una conferenza, utilizzo questi due esempi: 1) facciamo conto di trovarci alla Facoltà di Lettere di X e di incontrare il prof. XY, glottologo delle lingue asiatiche, che sta svolgendo una ricerca su un idioma quasi perduto del ceppo uralo-altaico; sta predisponendo una tabella con i morfemi, gli etimi radicali e i grafemi, cercando di definirne anche la pronunzia. Ebbene: si tratta di una ricerca umanistica (la disciplina generale del professore è la linguistica) o scientifica?

La domanda è impropria, poiché la ricerca è sia umanistica, sia scientifica, in quanto l’esito darà una risposta a una dimensione fondamentale di certe popolazioni, e nel contempo descriverà una struttura linguistica e quindi comunicazionale provvista di senso.

2) Ci trasferiamo alla Facoltà di Fisica, che comprende anche Astrofisica, di Z, e incontriamo il professor S.H. (è riconoscibile!). Ci spiega che le sue ricerche sull’origine dell’universo e dei buchi neri, nonostante lui sia sempre stato agnostico, lo hanno sempre interpellato sull’esistenza o meno di un’Intelligenza creatrice, in altre parole, di Dio. Non trovando risposte. Se l’avessi incontrato davvero mi sarei trattenuto con lui sulle “forme” del sapere: la ricerca di Dio non può appartenere direttamente alla Fisica, ma solo indirettamente (cf. Sapienza 13).

E veniamo alla domanda sul tipo di ricerca: il prof S.H. si sta facendo domande scientifiche o umanistiche? Sia umanistiche sia scientifiche, poiché i meccanismi chimico-fisici della formazione dell’universo appartengono alle discipline che studia, ma la domanda sull’Intelligenza creatrice è “solo” umanistica, perché la domanda su Dio, che ci si fa in Teologia e in Metafisica, è una domanda… sull’uomo.

Su questo tema, qualche anno fa ho cortesemente polemizzato in questa sede con il Prof. Carlo Rovelli, cui rimproveravo con garbo di “trattare male” la tesi platonica sull’immortalità dell’anima che il Grande ateniese ha proposto specialmente nel dialogo Fedone.

Di questi tempi si stanno – però – proponendo ulteriori modelli operativi come il blockchain, che è un registro digitale, cioè una struttura-dati condivisa e immutabile. Nel 2008, Satoshi Nakamoto (pseudonimo), utilizzando blockchain, inventò bitcoin che poi prese la sua strada autonoma e, per me, fortemente dubbia sotto il profilo morale, e forse anche finanziario (ma questo non è pensier mio). In sostanza blockchain dovrebbe contribuire a migliorare i processi informatici e i collegamenti telematici, sia nei processi produttivi, sia nei collegamenti civili e nella pubblica amministrazione.

Accanto al sistema precedente possiamo citare il metaverso, dai tempi in cui Neal Stephenson nel 1992 scrisse Snow Crash, per proporre quello che si può chiamare “universo virtuale”. Si tratta di un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar, che sarebbero anche “più avanti” rispetto alla stessa realtà virtuale. Tramite questo sistema ci si può sentire con amici, partecipare a un concerto, esplorare sconosciuti paesaggi, senza muoversi da casa.

In tempi di pandemia, l’ideale, potrebbe sembrare.

Ma sorge subito, però, un tipico dubitar filosofico…: dopo qualche tempo, non è che il sistema metaverso ci potrebbe abituare a una solitudine non ricercata in sé, come possono esserlo le passeggiate in silenzio, o il gusto dell’escursione montana, oppure, ancora, l’andare in bici per strade secondarie nella frescura. In questi tre casi la solitudine non può scivolare nel senso di un rifiuto degli altri, perché risponde solamente all’essenziale esigenza che ha ogni essere umano di starsene a volte per conto suo, senza sentire parole inutili, urla scomposte e atti noiosi di altri.

Abbiamo bisogno di questa solitudine, e il metaverso usiamolo per lavorare.

Terzo tema: l’Intelligenza artificiale. Molti certamente ricordano il film Minority report, nel quale Tom Cruise fa parte della polizia predittiva, che si occupa di prevenire i delitti e arresta i probabili/ possibili/ (quasi) certamente progettatori ed esecutori di delitti di tutti i generi.

L’intelligenza artificiale lavora mediante collegamenti informatici che imitano l’intelligenza umana mediante l’analogia e la logica razionale di base, ma, di contro, un pensatore laico come Stephen Hawking, ancora nel 2014, ha messo in guardia l’ambiente accademico e il sistema massmediologico dai pericoli dell’AI.

I prodromi dell’intelligenza artificiale si possono trovare addirittura nei secoli passati, nelle ricerche di matematici e fisici come, nel 1623 Wilhelm Schickard, nel 1674 Gottfried Wilhelm von Leibniz, nel 1834, 1837 Charles Babbage, nel 1937 Claude Shannon a Yale, nel 1936 Alan Turing, e poi Mc Culloch e Pitts nel 1956 al Dartmouth College, fino alle ultime evoluzioni fisico-informatiche.

Bello, perché tutto ciò che la scienza produce è importante per l’uomo e per l’umanità tutta, specialmente quando scopre ciò che può essere utile in natura e si muove per proteggere la natura come in questo periodo sarebbe essenziale. La scienza e la tecnica possono servire per ridurre l’inquinamento da combustibili fossili… ad esempio, riprendiamo con il nucleare di ultima generazione? …. servono per migliorare la difesa del territorio e del clima terracqueo, per sconfiggere sindromi e malattie.

Ma l’intelligenza artificiale, se considerata addirittura sostitutiva di quella umana, rischia di essere una delle modalità attuali del peccato di superbia. Sto pensando alla gravidanza surrogata, alla clonazione umana, a tutto ciò che mette in questione la struttura morale della realtà naturale.

E’ vero che la cultura umana ha modificato la natura delle cose, ma non bisogna esagerare. A questo proposito, ci si deve porre, a mio parere, una domanda: c’è un sapere che riesce e mettere in guardia da questo rischio? Domanda retorica, perché la risposta è di tutta evidenza, almeno da due millenni e mezzo.

La Filosofia. La filosofia non morirà mai e non potrà essere sostituita neppure dal machine learning, poiché questo sapere si interroga sui princìpi primi, sulle ragioni dell’esistenza umana cosciente nel mondo, sul funzionamento della logica e dell’argomentazione razionale,sul bene e sul male, sulle scelte morali e sulla scala virtuosa o viziosa dell’agire libero.

E, oltre alla frequentazione dei grandi classici, dai due Greci che non occorre nominare tanto sono conosciuti, ad Agostino e Tommaso d’Aquino, fino a Kant e Hegel, a Heidegger, a Emanuele Severino, e al padre Cornelio Fabro, da Flumigano (Ud) per la cui biografia scrissi la prefazione, mi consolo con questo pensare.

Il compito di chi la pratica è immenso.

Ci penso ogni giorno per rinforzare il mio impegno, nel mio piccolo, per proporre la filosofia come sapere che riesce, analizzando con cura razionale ogni cosa e ogni fatto, a discernere le strade buone dalle strade male della vita di ognuno, delle famiglie, delle aziende e di ogni gruppo organizzato, dei popoli e delle nazioni.

Il gesto di Jonas Vingegaard che aspetta Pogacar caduto in discesa sui Pirenei al Tour de France, è simbolo di una nobiltà d’animo e intelligenza delle cose di cui è priva larga parte della politica italiana, che invece di occuparsi della crisi idrica, climatica, energetica, delle bollette (Salvini la smetta di ululare inutilmente alla luna! poteva tenere su il Governo, invece di contribuire ad abbatterlo), riesce a nauseare un galantuomo competente come Draghi, che non può accettare la sciatteria, le falsità, le vigliaccate e le sgarberie di contiani e destre, mentre anche la sinistra, il PD, sbaglia completamente bersaglio (che si dice “awon”, in ebraico, il cui primo significato è “peccato”), distraendo forze e attenzioni su cose intempestive, di questi tempi, come DDL Zan, Cannabis e Jus schola, in tempo di guerra! Sperando che non abbiano favorito le operazioni anti-Draghi, sia pure indirettamente. Sciocchi!

Vingegaard è un grande corridore danese, filiforme, tutto nervi, fibre muscolari rosse, tipiche della fatica.

In una tappa del Tour de France di quest’anno ha mostrato la sua umanità.

La lotta per la vittoria è oramai fra lui e lo sloveno Pogacar, appena più alto di lui, magro, e più potente, vincitore dei due Tour precedenti, quelli del 2020 e del 2021.

Pogacar desidera vincere anche questo Tour, ma pare non sarà possibile, perché Vingegaard in questa corsa è più forte di lui, soprattutto in salita, e con una squadra migliore.

In una discesa tra le tante, dove il pericolo di caduta è sempre in agguato, al sempre aggressivo sloveno parte la ruota posteriore sul ghiaino, la bici si piega, lui cade sul fianco sinistro, gratta la coscia e riprende in un amen, quasi rimbalzando in sella.

Nel frattempo il suo avversario è sparito alla vista. In discesa si va dai settanta ai novanta chilometri orari.

Pogacar è in affanno, perché ha già un cospicuo ritardo di oltre due minuti dal danese, che glieli ha rifilati sul Col du Granon sulle Alpi. Dovrebbe recuperare, ma ora rischia di perdere ancora.

Lo sloveno si lancia alla disperata, una curva e un rettilineo, un’altra curva e un rettilineo, un’altra curva e… ecco che in lontananza si staglia un omino con la maglia gialla.

Il danese lo ha aspettato, come avversario caduto. Lo ha atteso per riprendere assieme la tenzone meravigliosa della fatica e del sudore.


Per un attimo a Pogacar pare sia un miraggio, ma Vingegaard guarda indietro, gli fa un cenno con la testa, e sembra dirgli “andiamo”. Lo sloveno arriva a fianco dell’avversario e gli porge la mano con un sorriso. E vanno, rallentando un po’ al punto che vengono raggiunti dagli inseguitori. Ma per poco.

Più avanti la corsa torna dura, Pogacar, dopo i tanti attacchi non ne ha più, ma Vingegaard invece sì, perché a tre chilometri dall’arrivo sull’ultima salita se ne va e vince. Senza esaltarsi perché anche lui è stanchissimo.

Mi sono però chiesto: Pogacar avrebbe fatto altrettanto se si fosse trovato al posto di Vingegaard?

Nutro qualche dubbio.

Sotto il profilo dell’etica sportiva, il gesto di Vingegaard richiama il misterioso passaggio della borraccia tra Gino e Fausto sul Galibier in un Tour di tant’anni fa.

Ultima osservazione: a fronte dell’infimo livello della politica italiana attuale, se penso al gesto di Vingegaard, mi viene da paragonarlo come atto di nobiltà a quella miseria culturale e morale.

La dignità di Mario Draghi, la vergogna e lo schifo dei grillini e della destra… e l’applauso dei vigliacchi che scappano dall’aula, “Giuda” redivivi, senza offesa per Giuda Iscariota, che ha avuto senz’altro più dignità morale dei parlamentari fuggiaschi

La dignità è quella di Mario Draghi e di non molti altri in Parlamento. Lo schifo e la vergogna sono invece tutti dei grillini dell’avvocaticchio foggiano (non lo nominerò più) e della destra, che si è rivelata per quello che è, un’accozzaglia di brutti soggetti.

Di Maio è fuori luogo nella foto, con la sua resispiscenza, dopo una vita in comune con chi è rimasto populista d’accatto

Anche il PD ha le sue responsabilità nella costruzione di questa crisi gravissima, con la inopportunità di certe proposte poco vicine al comune sentire delle persone: il DDL Zan, di dubbia plausibilità etico-antropologica, la cannabis e lo jus scholae (ho già spiegato che si dovrebbe dire schola e non ne ripeto le ragioni).

Torno a Draghi. L’insigne uomo di economia prestato alla politica ha sostenuto i destini dell’Italia per meno di diciotto mesi con autorevolezza e chiarezza di idee, in un contesto di pandemia e di guerra.

I populisti d’antico corso, mantenuti a quindicimila euro al mese in un’Italia con 5 milioni di poveri, assieme con i parvenù dei seguaci di un comico fuori di testa e di un legale dalla voce improbabile, hanno fatto fuori la persona migliore che poteva continuare a guidare l’Italia.

Draghi è stato non solo bravo e capace, ma anche corretto e coraggioso, parlando non mai solo di diritti, ma anche di impegno e di doveri.

Mi vergogno di questo Parlamento. Prima di concludere riporto una definizione storico-politica del populismo, per marcare la differenza tra chi era definito in questo modo in tempi di legittime lotte per la giustizia sociale, mentre quelli attuali non meritano neanche tale definizione, siano essi di destra, siano di sinistra, per modo di dire.

il Populismo
Il termine nasce come traduzione di una parola russa: il movimento populista è stato infatti un movimento politico e intellettuale della Russia della seconda metà del XIX secolo, caratterizzato da idee socialisteggianti e comunitarismo rurale che gli aderenti ritenevano legate alla tradizione delle campagne russe.

Ora si andrà a votare. Non so quello che succederà. Spero solo che il leader di una Lega (sto pensando agli Zaia, ai Giorgetti e ai Fedriga) incapace di smarcarsi dalla sua arroganza prenda il minimo dei voti, che la romanina che guida la destra destra non vinca, e che l’uomo di Foggia rimanga con un mucchio di foglie secche in mano. E finalmente ci liberi dalla sua voce.

Una scemenza, una idiozia, un’azione imbecille, quella di far cadere il governo Draghi.

Mi auguro che il popolo italiano la faccia pagare cara a chi la ha causata.

Però, il grande pensiero umano più sapiente e la grande poesia ci possono aiutare, in questo momento di misfatto…

Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta,/ donna non di provincie, ma bordello! (Dante, Purgatorio, VI), e…

san Paolo e Marco Pannella proponevano sempre nei momenti di difficoltà l’ossimoro “Spes contra spem“, per dire che la virtù teologale e la passione di speranza non devono mai morire!

Miseria e nobiltà (assai poca) della politica italiana attuale. Un esempio: la spregiudicata, pericolosa, vergognosa e miseranda scelta di Conte Giuseppe, un parvenù della politica presuntuoso e arrogante, nei confronti del Governo Draghi (al quale ho anche scritto una lettera personale), che è l’unica possibilità decente di tenere in piedi l’Italia in questa fase storica. Da Letta mi aspetterei un atteggiamento più… virile (caro lettore, so che mi capisci). Non a caso richiamo uno stuolo di personaggi storici di ben altro valore

Poche arti umane, forse nessuna, possono sconfinare nella miseria e, di contro, nella grandezza, o nobiltà, come la politica, considerandone le infinite sfumature che la collocano verso ognuno dei due estremi di grandezza e miseria. Nell’immagine che riporto sotto, troviamo il severo cipiglio di Solone, uno dei primi legislatori dell’antica Grecia, nostra madre.

Rimanendo in quei luoghi e tempi, potremmo citare altri personaggi di enorme valore etico e politico: da Licurgo a Pericle, da Senofonte a Pausania… Nel Vicino Oriente antico, troviamo sovrani come il caldeo Hammurabi, come il faraone Ramses II, come i re Assiro-Babilonesi Sargon II, Tiglat-Pileser, Salmanassar, Nabucodonosor, che non furono solo perfidi tiranni, ma anche visionari sovrani. E poi il grande Ciro… il Grande, che liberò gli Ebrei dalla schiavitù babilonese, il più importante di quei re, e in seguito il greco conquistatore effimero di regni, ma immenso per il lascito culturale nelle sue conquiste, Alessandro il Macedone.

Se veniamo a Roma, possiamo iniziare dagli antichi re Numa Pompilio e Servio Tullio, nobili legislatori. La Repubblica, che mise in mostra insigni Consoli come Bruto e Collatino, i Tribuni della plebe Caio e Tiberio Gracco, e poi Catone il Censore, gli stessi Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, al netto della terribilità della Guerra civile, Cesare, intendo Giulio, che diede inizio alla seconda storia di Roma; l’Impero, a partire da quello che per me è stato il maggior politico della Storia occidentale, Ottaviano Augusto, il princeps, e dopo di lui, perché no? Claudio, con la sua capacità di integrare Pitti e Britanni quasi fino al Senato; i Flavii, soprattutto Vespasiano e Tito, i dinasti Marco Ulpio Traiano il soldato, Elio Adriano l’intellettuale, gli Antonini con l’omonimo Pio, con il sapiente e coraggioso filosofo imperator Marco Aurelio, che però non riuscì a comprendere le Apologie che gli inviarono i cristiani Melitone di Sardi, Apollinare e Milziade, per fargli comprendere come il cristianesimo non dovesse esser confuso con la setta montanista, che non ammetteva alcuna forma di convivenza con il potere imperiale, avendo addirittura delle pregiudiziali antistatali (ricordiamo qui il loghion gesuano “Date a Cesare… e ciò che segue”).

Nel Medioevo, Salah-el-Din e Carlo Magno tra i maggiori, furono dei militari “prestati” alla politica, che seppero esercitare il loro potere in modi eccellenti, oltre la durezza dei tempi.

Conosciamo le figure e il valore di personaggi come Federico II di Svevia imperatore del Sacro Romano Impero; come Lorenzo de’ Medici, politico, banchiere e mecenate lungimirante, che portò Firenze in vetta all’Europa; Carlo V d’Asburgo; Federico II di Prussia, tra assolutismo e Illuminismo.

Ricordiamo l’Illuminismo inglese e francese, Locke e Montesquieu con la sua divisione della politica amministrativa nei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, Robespierre con le sue contraddizioni; Napoleone Bonaparte che contribuì a edificare l’Europa moderna; il barone Clemens von Metternich, il vescovo Talleyrand, capace di stare – in tempi diversi – con la Rivoluzione e con la Restaurazione post Congresso di Vienna; Thomas Jefferson, che redasse la Costituzione degli Stati Uniti d’America e Abraham Lincoln, capace di pagare con la vita la sua battaglia contro il razzismo.

Se veniamo all’800 e al ‘900, abbiamo lo sviluppo del liberalismo e delle varie forme di socialismo, da Marx a Proudhon, a Turati a Bernstein.

Certamente, troviamo anche Mussolini, Hitler e Stalin che non sono sovrapponibili.

Oggi abbiamo Putin con la sua lucida follia, nella miseria della politica.

Più recentemente, però, anche grandi personaggi come Iztsak Rabin e Olaf Palme, socialisti riformisti, uccisi per la loro capacità di conciliare la tradizione e il cambiamento.

In Italia osserviamo l’emanazione ai primi del 1948, della Costituzione repubblicana, e politici grandi come Nenni, Moro, Berlinguer, e oggi, come loro degni emuli, Draghi e Mattarella.

Accanto alla politica e nel marasma della Magistratura, che va radicalmente riformata nel senso dei precetti montesquieuiani, non dimenticheremo mai il Dottore (come chiamano i laureati in legge nell’Amministrazione pubblica di Cultura meridionale) Borsellino, il Dottore Falcone, il Dottore Caponnetto e il Dottore Livatino, assieme ad altri.

Di contro, ci sono Salvini e Conte, per mostrare ancora una volta come la miseria della politica, rappresentata in questo momento soprattutto dal comico “avvocato del popolo” (Conte avv. Giuseppe), e dai suoi restanti “venticinque” seguaci, dei quali non nomino alcun nome, perché inutil fatica, a volte raffreni e rischi di mettere a repentaglio i percorsi virtuosi della politica, che comunque vinceranno.

Il sig. “Conte”, avvocatuccio/ icchio della Magna Grecia, e i suoi restanti seguaci (spero in costante diminuzione) neppur si accorgono di chi sia Draghi per l’Italia e della stima di cui gode all’estero, salvo che da parte di Putin e dei suoi insignificanti e maldestri socii, come l’arrabbiatissimo Medvedev.

Spero anche che questa vicenda serva a ridimensionare un giornalista che crede di poter essere facitore e dis-facitore di governi come il suggeritore grillino Marco Travaglio, e a far tornare nel posto giusto colui che iniziò questa triste commedia, il mediocre comico Grillo. In piazza, ma come guitto da fiera.

Anche Meloni se la metta via, ché non si va a votare, anche perché (forse lei non se lo ricorda) le elezioni politiche, in base all’articolo 60 della Costituzione della Repubblica Italiana, si tengono ogni cinque (5!) anni, e quindi i tempi costituzionali sono marzo/ aprile 2023. Benedetta donna.

La politica, ne sono convinto, è e resta l’arte maggiore dell’umana convivenza, come insegnava e insegna sempre il filosofo di Stagira, Aristotele e molti suoi illustri successori nell’arte del pensare, come Tommaso d’Aquino, John Locke, Immanuel Kant, Charles Louis de Secondat, Baron de La Brède et de Montesquieu, Hans Kelsen etc.

La guerra di Pietro

Konijc (Bosnia), 1943

Partiti nottetempo per destinazione ignota dal porto di Ancona, il IV Reggimento bersaglieri aveva raggiunto il porto di Valona in Albania. La nave era salpata al crepuscolo e aveva navigato tutta la notte, completamente al buio per non offrirsi bersaglio agli aerei alleati. I soldati non avevano dormito granché, appollaiati qua e là sul ponte. Qualcuno fumava. Qualche gruppetto accennava un canto. Pietro si era messo a prua perché voleva vedere la costa dove sarebbero arrivati. Un’idea ce l’avevano, sapendo che l’Italia era in guerra nei Balcani. Si trattava di sapere in quale porto sarebbero arrivati.

Pietro era mitragliere servente al pezzo, soldato scelto, perché durante la leva a Palermo lo avevano addestrato sulla Breda 20 millimetri, che era micidiale, come urlava inorgoglito il sottufficiale istruttore.

Papà mi diceva che non era diventato caporale per la sua timidezza, ma il colonnello comandante lo voleva sempre vicino. perché si fidava di lui. Non come attendente ma quasi guardia del corpo. Il colonnello morì, spezzato in due da un colpo di obice nei pressi del lago di Konijc. E fu lì che accadde l’episodio più tremendo della guerra di mio padre. La guerra di Pietro.[1]

Il suo racconto, che così scrivo a memoria.

Una notte Pietro era di guardia, fucile a tracolla con il colpo in canna e la baionetta inastata. Le ore passavano nel buio caldo e pieno di rumori, non quelli delle cannonate del giorno, ma quelli di movimenti furtivi che la notte non riusciva a nascondere. Commilitoni che uscivano dalle tende, qualche ordine secco dei sergenti, magari il colonnello che, insonne, si aggirava per il campo. Bisognava stare sempre all’erta, perché il “nemico” non era riconoscibile a uno sguardo: gruppi diversi combattevano e si combattevano. Partigiani comunisti, nazionalisti cetnici, sbandati dell’esercito monarchico jugoslavo, situazioni dove i cecchini potevano approfittare di un fuoco o di una lampada imprudentemente lasciata accesa. Tutti potevano indossare diverse divise e così ci si confondeva. Anche divise di nemici uccisi. Ci poteva essere un cetnico vestito da alpino…

Pietro stava pensando al giorno prima, quando aveva assistito alla fucilazione di alcuni partigiani jugoslavi. Aveva ringraziato il Signore di non essere stato scelto per il plotone di esecuzione. Si chiedeva spesso, Pietro, che cosa ci facessero là gli Italiani, a casa d’altri.

E capiva ancora meno la spedizione in Russia, dove avrebbe potuto pure esserci. Era stato il colonnello a volerlo in Jugoslavia. Questi pensieri gli avevano impedito di raccontarmi questi fatti tragici fino a dopo i miei vent’anni. Un sorta di senso di colpa, feroce, silenzioso, tremendo.

Fu un attimo. Si sentì all’improvviso aggredire da dietro, un uomo lo aveva preso per il collo e cercava di buttarlo a terra. Pietro si divincolò e si liberò. L’aggressore aveva in mano un grosso coltello da caccia[2] e cercava di colpirlo. Fu una lotta breve. Pietro schivò un fendente e colpì a sua volta con la baionetta al torace quel ragazzo, che piombò a terra in una pozza di sangue. Pietro [e questo lo immagino io] non sapeva che fare, con quel morente davanti agli occhi, scuro di capelli, suo coetaneo, più o meno, un turco-bosniaco o montenegrino, probabilmente.

Chiamò il sergente di turno che arrivò e allertò immediatamente una squadra per sincerarsi che non fosse in atto un attacco diversificato.

Mandò Pietro in tenda riposare e lo sostituì al posto di guardia. Pietro non voleva andarsene, ma ubbidì. Non riusciva a dormire, tormentato dai pensieri. Mi disse: “Renato, vevi copât un fantat c’al ere a cjase so, e iò no.[3] E lo ripeté un paio di volte prima di zittirsi. Con dolore antico. Poi mio padre mi disse che era stanco e che voleva andare a dormire.

Forse si trattava di quel sonno che non aveva avuto in dono quella notte maledetta sul lago di Konijc.

Pietro era sicuro di poter avere ucciso dei “nemici” con la “sua Breda”, ma questa era un’altra cosa, non li aveva mai visti in volto quei soldati morti, perché un’arma da fuoco potente allontana il soldato dalla sua vittima, è un’arma terrificante, spietata e letale, mentre un duello all’arma bianca all’antica è personale, quasi “intimo”. Diventi fratello di sventura della tua vittima… questo cercava di farmi capire papà.


[1] Echeggiando De André.

[2] Questo aspetto potrebbe suggerire che si trattava di un partigiano aggregato da poco ai reparti.

[3] Friul.; Renato, avevo ucciso un ragazzo che era a casa sua, e io no.

“De vulgaribus verbis in hoc saeculo diffusis diurnariis culture inopia plenis” (in altre parole, ad sensum, in un tempo nel quale circolano molte parole volgari per la carenza di cultura dei giornalisti)

Da quasi tutta la mia vita lavorativa e di studi ho avuto e ho a che fare con le Aziende di Confindustria, prima come sindacalista (da “ragazzo” fui in Direzione nazionale Uil con Giorgio Benvenuto), successivamente come dirigente industriale nell’area risorse umane in una grande azienda metalmeccanica, e poi come consulente direzionale e ora come presidente di una decina di Organismi di vigilanza ex D.Lgs 231/ 2001.

Inoltre, come docente universitario (PhD in Filosofia e Teologia, e Laurea in scienze politiche), nonché presidente dei Filosofi pratici italiani, svolgo da tempo anche formazione per i gruppi dirigenti aziendali e per gli imprenditori stessi. Potrei citare, ma non lo faccio, alcune aziende nelle quali presiedo l’Organismo di Vigilanza. Chi lo desidera può incontrarmi sul mio blog dove sono citate le mie pubblicazioni di carattere filosofico e socio-politico.

E ora desidero parlare brevemente della trasmissione di Rai24 La zanzara, che mi capita di sentire in viaggio, a volte smanettando tra i canali radiofonici.Riconosco che si tratta di una trasmissione che svela interessantissimi dati sociologici sul livello culturale e morale degli italiani, che hanno bisogno di ascoltarsi e di farsi ascoltare per radio, e comunque – ovviamente – non conosco però quanta percentuale di persone di quel livello e tipologia etico-culturale rappresentino in ambito nazionale.

Su ciò non si può fare direttamente nulla se non constatare la realtà fattuale. Su altri piani, educativo, formativo, scolastico e familiare si deve intervenire con una maggiore attenzione e impegno, nel piccolo di ciascuno.

La cosa che però desidero segnalare concerne i due conduttori, che, capisco, sono opportunamente assortiti per favorire l’audience.

Capisco anche che i modelli linguistico-culturali attuali hanno “sdoganato” espressioni e lemmi che fino a qualche anno fa sarebbero stati sottoposti a sentimenti e giudizi di ludibrio e vergogna, quest’ultimo oramai sentimento assai desueto.

Detto questo, voglio esprimere un mio giudizio e una preoccupazione proprio sul linguaggio che, sia il signor Cruciani (di più, ma non molto) sia il signor Parenzo, hanno in costante uso. Nonostante la mia formazione etico-filosofica e i miei principi morali, in ciò che segue non vi è nulla di moralistico o bacchettone.

Ebbene: mi sembra che il linguaggio dei due, spesso caratterizzato da insulti inaccettabili, tipo cretino, imbecille rivoltia ogni malcapitato ascoltatore che telefona, la coprolalia compiaciuta, le espressioni sprezzanti da antico trivio che esultanti e in medium confusionis maximae questi signori proferiscono con compiacimento, mi pare abbia superato ogni limite della decenza. Con il tempo anche i radioascoltatori che ascoltano e telefonano hanno preso ad imitarli al loro peggio, utilizzando le stesse inutili parolacce ed espressioni offensive.

A volte mi chiedo come una organizzazione così importante socialmente, economicamente e culturalmente come Confindustria, possa sopportare una simile deriva.Non capisco proprio il fine, lo scopo, l’obiettivo, Tommaso d’Aquino e Aristotele direbbero che non si comprende la “causa finale” di tutto ciò.

Questo è l’esempio più orrido e diseducativo. Nel restante panorama della comunicazione trovo approssimazione e superficialità, banalizzazione e scarso controllo dei concetti e dei ragionamenti proposti. A volte anche insufficiente documentazione e imprecisioni linguistiche ed espressive. Una deriva da fermare.

LUKAKU, DONNARUMMA, CHALANOGLU, tre ottimi calciatori ben pagati, ma tre persone pretenziose e confuse: occasioni per una riflessione di etica dello sport

sig. Romelu, ventinove anni, afro-belga, grande attaccante, colonna della sua nazionale, sia ex (2021) sia nuovo (2022) giocatore dell’Internazionale F.C. di Milano;

sig. Gianluigi, portierone saracinesca, campione d’Europa con l’Italia, abbandona nel 2021 il Milan per la squadra di plastica del Parigi, che compra tutti e vince solo in Francia;

sig. Hakan, centrocampista offensivo, nazionale turco, emulo di Rivera (un po’ in sedicesimi), nel 2021 abbandona il Milan (arrivato secondo in campionato) proclamando che va all’Inter per vincere, poi il Milan nel 2022 vince lo scudetto senza di lui, e lui rimane male…

un turbinio confuso nella testa…

Sto mettendo in piedi, accanto a una filosofia pratica del lavoro, una filosofia dello sport, per l’importanza socio-culturale che questo aspetto della vita contemporanea ha in generale, e per i suoi aspetti educazionali.

Soprattutto del calcio, ma senza trascurare altre discipline, come il mio amatissimo ciclismo.

Ebbene, il comportamento attuale di questi tre valenti calciatori, sotto il profilo morale, sono la quintessenza della scorrettezza comportamentale e di una certa immoralità. Cattivo esempio per tutti e soprattutto per i giovani. Sulla vicenda Lukaku, essendo particolarmente grottesca, ho perfino scritto al sig. Marotta, Amministratore delegato dell’Inter, senza ottenere alcuna risposta, finora.

Personalmente ho apprezzato nel tempo la ratio operandi di Marotta, anche nei precedenti incarichi, ad esempio a Torino nella Juventus, professionalità confermata anche all’Inter con lo scudetto ’20/ ’21 e la Coppa Italia 21/’22. Si tratta di un bravo dirigente d’azienda, tipologia professionale con cui ho molto a che fare quotidianamente in aziende nazionali e multinazionali.

Il mio lettore assiduo sa che io presiedo diversi Organismi di vigilanza aziendali (ex D.Lgs. 231/ 2001 – Codici etici), che presiedo l’Associazione dei filosofi pratici italiani (Phronesis), che insegno Filosofia e Teologia in diversi atenei (Udine, Padova e Bologna), e che ho pubblicato un congruo numero di volumi di carattere accademico e non solo (cf mio blog Sul Filo di Sofia, che ne dà ampiamente conto)… e mi interesso anche di sport, dove comunque cerco di distinguere – possibilmente sempre – l’intelligenza dal suo contrario.

Occuparsi di sport per uno che viene definito “intellettuale” è un piacere, ma è anche un linguaggio che permette di condividere momenti amicali e dialogici con chiunque, e in particolare con i lavoratori, di tutti i tipi, ovviamente soprattutto maschi.

Riferisco i fatti “lukakiani” che tutti conoscono, in sintesi estrema: venduto su sua stringente richiesta al Chelsea (ooh Londra, amore mio, cantava l’uomo), la scorsa estate, perché il calciatore non riteneva che i fasti sportivi non si sarebbero ripetuti a Milano, dopo che il ragazzone aveva giurato amore eterno all’Inter, per 115 milioni di euro (che affarone, complimenti!), ora s’è fatto l’affare del rientro a queste condizioni, più o meno: una quota non rilevante di prestito annuale da riconoscere al Chelsea, e uno stipendio che il signor calciatore si è degnato di accettare ribassato da 12 a 8,5 milioni di euro. Perbacco, che sacrificio!

E vengo al profilo etico (di cui mi intendo): Lukaku, l’anno scorso, dopo la bella, fragorosa e meritatissima vittoria dello scudetto con Conte, se ne è andato quasi come se l’Inter fosse la periferia del calcio, e il Chelsea, campione di tutto pro-temporeuna specie di Shangri-la spettacolare. Er mejo, si dice a Roma. Bene: colà non sfonda e ora vuol tornare dove lo hanno “adorato” (non si dovrebbe “adorare” nessuno, a parte Dio, ma tuttalpiù “venerare” come la Madonna e i Santi) come un “dio” (si noterà la minuscola).

            Ora, il suo rientro – a parer mio – è immorale sotto vari profili:

a) quello della contraddittorietà del suo comportamento;

b) quello etico relativo agli aspetti economici del rapporto di lavoro (sentir addirittura lodare in giro e sulla stampa il giocatore, perché avrebbe rinunziato a svariati milioni di euro l’anno rispetto al primo contratto con l’Inter, è assai triste);

c) l’esempio malo verso giovani e tifosi, che capiscono la stranezza del fatto più di quanto non si pensi;

d) lo iato comunicativo che si realizza tra il fatto-Lukaku e la situazione generale della popolazione, che vive disagi inauditi, popolazione di cui fanno parte largamente i tifosi;

d) una certa qual ineleganza di tutto il “progetto-rientro”, la cui efficacia tecnica è comunque tutta da dimostrare. E potrei continuare.

Questa è la ratio ethica che mi parrebbe insuperabile, se si vuole esser eticamente distinguibili, come lo è stato senza dubbio il Milan l’anno scorso nelle vicende Donnarumma e Chalanoglu. Ecco, se incontrassi questo bravo giocatore turco avrei un paio di cose da dirgli. E anche a Donnarumma, mal consigliato non so da chi, oltre che dal (da me non, e che Dio mi perdoni) compianto Mino Raiola.

Ora, un po’: di ciclismo

Un mio caro amico che si intende di ciclismo per averlo praticato (nelle categorie giovanili ebbe anche modo di battere in pista un certo Saronni!), mi dice che tutti, dico tutti, prendono sostanze, anche se il sistema organizzativo si è fatto più scientificamente furbo rispetto ai tempi del meritatamente amatissimo Marco Pantani. Il mio amico dice che comunque vince il più forte e mi fa un esempio tecnico: nessuno, neanche in gruppo può andare a cinquanta all’ora e oltre per duecento chilometri e più solo con l’alimentazione normale.

Caro lettore, ricordati della vicenda Armstrong, cui hanno tolto tutti e sette i Tour de France che aveva vinto su strada. Se le cose stanno in questo modo, è stata una grande ipocrisia punire Armstrong, e più parzialmente, dopo avere distrutto Pantani come uomo (non perdonerò mai chi ha pensato ed eseguito questa sentenza mortale!), punire corridori come Contador e Ivan Basso, come Di Luca e Riccò, mentre al reo confesso Bjarne Riis hanno lasciato la vittoria del Tour 1986. Anche un bambino non lombrosiano si sarebbe accorto che quest’uomo non era “giusto”, con le smorfie indicibili che mostrava alle telecamere. Altri smorfiatori danno la stessa impressione. Ho alcuni nomi che taccio per non rattristarmi troppo.

Ora, considerando anche il Tour in corso, faccio fatica a spellarmi le mani per Pogàĉar (accento tonico sulla prima “a”, perdio!), se le cose stanno così. Anche perché tende a mostr(ific)are la sua (finora) preminenza atletica, contendendo a Merckx, potentissimo contadino fiammingo dei ’60/ ’70, la fama di “cannibale”.

Dove sta la dimensione etica nello sport del ciclismo, in questo sport sublime di fatica, che è metafora inarrivabile della vita, se le cose sono gestite come si dice sopra?

E vengo ad alcune ultime osservazioni che riguardano i media (non midia!) sportivi. Salvo lodevoli eccezioni, questi si caratterizzano spesso per le incongruenze lessicali e scorrettezze linguistico-formali per me inaccettabili.

Incuria nella pronunzia dei nomi, soprattutto nelle accentazioni toniche, l’uso di terminologie e sintagmi scorretti e annoianti, come “fare la differenza”, “occupare gli spazi”…, etc. Stupidaggini. Nel calcio poi vi è un profluvio di modi di dire che, se non fossero annoianti, sarebbero solo ridicoli. E anche il fin troppo lodato e osannato Gianni Brera ha le sue responsabilità in questo campo, non tutte edificanti. Una che mi è rimasta sul gozzo (e non sono milanista): la definizione di Gianni Rivera, uno dei più grandi calciatori italiani – e non solo – di ogni tempo, sprezzantemente, come “abatino”, solo perché non era un palestrato.

Gioan Brera fu Carlo, si sa, peraltro era – oltre che una penna eccellente – una buona forchetta e conseguentemente fornito di proporzionata panza… e dunque?

Intanto, può bastare, ma potrei continuare a lungo.

In questa sede, mi sono solo limitato a proporre un tentativo di applicazione di morale pratica, di etica dello sport, di maieutica platonica e di logica argomentativa, con alcuni esempi, all’ambito di alcune attività sportive che, come momenti esistenziali della vita umana, come tutti gli altri momenti, non possono essere esentati da una riflessione eticamente fondata sulle rispettive fenomenologie, consuetudini e responsabilità.

La sentenza per l’omicidio di Willy: ERGASTOLO, cioè PENA DI MORTE A VITA per i due assassini. Abele non l’avrebbe voluta per Caino, penso. La pena dell’ergastolo è anticostituzionale. Rileggiamo tutti con attenzione l’articolo 27, che recita come si debba dare a chiunque la possibilità di pentimento, resipiscenza e recupero, o di come il constatare l’insopportabile bestialità, volgarità e segno di incultura dell’omicidio di Willy possa non conciliarsi con l’ergastolo irrogato ai fratelli Bianchi

Ergastolo ai fratelli Bianchi, perché hanno massacrato di botte Willy Monteiro. Due bulli di paese hanno agito da par loro per affermare un dominio arrogante sulla piazza. Fine pena mai, stampato a caratteri cubitali in rosso nel dispositivo della sentenza. Ho visto tale cruda espressione in una sentenza di condanna per atti di terrorismo politico, e fa impressione, perché dà il senso dell’ineluttabilità senza speranza.

E invece, con san Paolo e il suo strano emulo contemporaneo Marco Pannella richiamo con forza il concetto di “spes contra spem“, cioè di una speranza oltre ogni speranza, nel senso che la speranza non deve mai essere persa per nessun uomo. Leggiamo il primo comma dell’articolo costituzionale che si occupa del tema penale nella sua generalità.

27. La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Ecco il testo costituzionale. Come di vede, nel secondo periodo del testo si riprende il tema della “rieducazione del condannato”, della sua resipiscenza, del pentimento, del reinserimento sociale e di ciò che segue.

Allora, come può darsi tutto ciò se la pena non finisce mai? Si può constatare una contraddizione insanabile tra il dovere del diritto penale di punire e il diritto di non-morire a vita se si è ergastolani. Questo da un lato.

Dall’altro, quando si riflette e si studia l’agire umano libero, le scienze della mente, soprattutto la neurologia e la psichiatria, con il suo Manuale Medico diagnostico V per la medicina, tendono a mostrare sempre di più l’esistenza di sindromi psicotiche in chi commette atti gravi fino all’omicidio. Se gli ordinamenti penali dovessero basarsi essenzialmente sulla clinica psichiatrica, si dovrebbero svuotare le carceri e riempire istituti di cura della mente. Non ci sta.

Anzi, come ho scritto altrove qualche volta in precedenza, si tratterebbe di mettere in discussione l’intero diritto penale degli ultimi quattromila anni di storia (quantomeno Occidentale, dalla stele di Hammurabi, dal Deuteronomio biblico, dalle leggi penali egizie e dallo jus romano). Anche così non ci siamo.

Serve dunque una riflessione sulla responsabilità individuale e personale, e su come questa responsabilità non venga meno, anche se le scienze della mente riscontrano difettosità psichiche. In altre parole, un serial killer può essere psichicamente disturbato, ma nel contempo agire con il suo pieno libero arbitrio.

E torniamo alla obiettiva contraddizione fra ergastolo e recupero personale e sociale di chi ha commesso un delitto contro l’uomo, fino all’omicidio.

Si sa che in Italia non vige la pena di morte. Vero. L”ultima condanna penale a morte risale al 1947, quando il Tribunale di Torino condannò a morte, e furono fucilati, gli autori della strage di Villarbasse.

Dopo quel tragico episodio, la nuova legislazione penale, mentre la Costituzione della Repubblica Italiana veniva varata ai primi del 1948, riformò il Codice penale “Rocco” del 1930 che prevedeva la pena di morte in caso di delitti gravissimi, e inserì l’ergastolo come massima pena.

Eccoci: ma l’ergastolo che cosa è? Una condanna a morte surrettizia, che dura tutta la vita. Come si potrebbe tentare di comporre questa evidente e grave contraddizione etica e politica?

Non è facile dipanare questa contraddizione. Vi sono varie sensibilità nei protagonisti che gravitano attorno ai reati più gravi. Infatti non c’è solo la vittima e il carnefice, ma anche l’intero contesto di parenti e amici, che si aspettano esiti diversi dalla giurisdizione penale: i parenti della vittima la massima pena, i parenti e gli amici del colpevole la massima indulgenza.

Due esempi legati a due omicidi diversi: quello di Willy di Grottaferrata e quello del giovane ragazzo italiano ucciso qualche anno fa da un giovane ceceno a Girona in Spagna.

Nel primo caso, la madre dei fratelli Bianchi ha ironizzato sulla madre di Willy che secondo lei avrebbe approfittato della notorietà addirittura con qualche compiacimento; nel secondo caso, a fronte dei “soli” quindici anni di pena per l’omicida del suo ragazzo, papà Ciatti ha severamente promesso di ricorrere per ottenere una pena più severe, almeno i ventiquattro anni previsti dall’ordinamento penale spagnolo.

E d’intorno sta e considera la cosiddetta opinione pubblica, spesso o quasi sempre disinformata, e i media, che cavalcano la tigre che concorda con linee editoriale semplificate al massimo (per farsi leggere, dicono i direttori): dal forcaiolo spinto all’indulgente “abeliano” di “Nessuno tocchi Caino”, associazione di matrice radical-pannelliana.

Comprendo ma non accetto mai l’ignoranza diffusa in tema, ma ancora di più la cattiva coscienza, che contribuiscono a creare giornali e web, dove si esercitano volgarità e imprecisioni varie, banalizzazioni e qualunquismo.

In tema di ergastolo ho una mia esperienza, essendo il tutore legale di una persona condannata a questa pena senza fine, che non sia la fine della persona. Questa persona non ha commesso direttamente reati di sangue, ma ha partecipato con la sua militanza alla loro commissione, e pertanto, in base alla legislazione penale italiana, gli è stata irrogata per due volte la massima pena. Si trova in carcere da quaranta anni, senza mai esserne uscito, se non una volta sola per vedere la moglie morente.

Questa persona finora non ha accettato alcun “compromesso” rispetto all’ideologia che lo portò alle scelte che fece in gioventù, mentre altri suoi coequipiers di sventura si sono mossi diversamente, trovando il modo di uscire di prigione dopo qualche anno.

Ora, se la sua fissazione ideo-morale resta tale, è plausibile pensare che lo Stato, dopo quaranta anni di carcerazione, decida di non considerarlo, come è di fatto, solo un fascicolo dimenticato, ma come una persona?

La mia è una domanda che va dritta dritta al focus del concetto del fine-pena-mai.

Capisco che porre oggi il tema dell’ergastolo come pena da riformare e ridurre è totalmente impopolare, per cui il politico o il partito che lo proponesse non farebbe risultati elettorali, analogamente a chi parla oggi di jus schola. Direi “schola” (ablativo) e non “scholae” (genitivo e dativo), perché si potrebbe tradurre ad sensum come “diritto (jus) di cittadinanza in funzione della scuola frequentata”, non diritto “della scuola” o “alla scuola”. Più sensato, vero, cari latinisti inesistenti della politica?

E dunque ci teniamo il fine-pena-mai perché non paga elettoralisticamente? Cinico? Opportunistico? Saggio? Giusto?

Che cos’altro?

Torniamo ai concetti, alle definizioni: l’ergastolo è una detenzione a vita del colpevole, indubbiamente una sanzione molto dura, prevista per reati particolarmente gravi, come quelli di mafia e di terrorismo. Talora sono previsti benefici e sconti, a eccezione dell’ergastolo ostativo che, appunto, si “oppone” a ogni alleggerimento della pena.

In Italia ognuno sa che se commette un reato molto grave rischia di dover trascorrere tutta la vita in carcere, una sanzione presente in molti ordinamenti, sia dove ancora è prevista la pena di morte, sia dove questa estrema e irrimediabile sanzione non è prevista. Anche negli Usa dove in circa metà degli stati è ancora prevista la pena di morte in diverse modalità (iniezione letale, gas, fucilazione e sedia elettrica, manca solo l’impiccagione che è molto praticata in Iran e in diversi paesi africani), la pena dell’ergastolo è quella comunque prevalente statisticamente, anche sulla pena di morte.

La Commissione Europea dei Diritti Umani da tempo sta sostenendo una posizione molto critica nei confronti dell’ergastolo, soprattutto di quello ostativo, che non prevede benefici per buona condotta.

In Italia, con l’articolo 41 bis, o “carcere duro”, del Codice penitenziario, si prevede l’isolamento del condannato, soprattutto nei casi di condanne per mafia, al fine di impedire che l’organizzazione si avvalga comunque delle leadership incarcerate.

Ancora più precisamente dobbiamo ricordare ancora che l’ergastolo è disciplinato dall’art. 22 del codice penale, che recita:

La pena dell’ergastolo è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno.
Il condannato all’ergastolo può essere ammesso al lavoro all’aperto.

Per questa ragione, nonostante la condanna senza termine, sono previsti alcuni benefici, permessi premio, semilibertà e liberazione condizionale, se si presentano determinati requisiti, sempre che la fattispecie di ergastolo non sia quella denominata ostativa, che non prevede nulla in termini di alleggerimento della pena.

In generale i condannati che in carcere mantengono una buona condotta e che non risultano essere socialmente pericolosi hanno il diritto di ottenere dei permessi premio. Le uscite non possono superare 15 giorni consecutivi, utili per trascorrere del tempo con i familiari e per coltivare interessi privati. Ad ogni modo in un anno non possono essere più di 45 giorni.

Ciò è possibile soltanto dopo avere scontato almeno 10 anni di pena. In occasione di festività o eventi particolari, essi possono trascorrere delle giornate fuori dall’istituto penitenziario per stare con la famiglia.

Inoltre, tutti i soggetti condannati a pena definitiva, ovvero non più impugnabile, possono accedere alla semilibertà. Ciò significa che possono trascorrere parte del giorno fuori dal carcere per svolgere attività lavorative o istruttive utili al reinserimento sociale. Costoro, però, possono usufruire di tale beneficio soltanto dopo avere espiato almeno 20 anni di carcere. Accade quindi che il resto della pena può essere scontata in modo diverso.

Va sottolineato comunque che i permessi premio e la semilibertà non incidono sulla durata della pena, ma consentono all’ergastolano di poter avere contatti con il mondo esterno.

Tornando di nuovo al tema centrale, perché facilitare l’integrazione sociale se il soggetto deve passare la vita in carcere?

In realtà tutti i condannati possono ottenere la liberazione condizionale che permette di trascorrere la parte finale in libertà vigilata fuori dalla prigione.
Ovviamente ciò può accadere soltanto quando il detenuto dimostri di essere pentito di ciò che ha fatto, e dopo avere scontato almeno 30 mesi in carcere, o almeno la metà della pena, se non restano più di 5 anni da scontare.

L’ergastolano può ottenere la libertà condizionale dopo 26 anni di carcere.

Tutto ciò che ho descritto in precedenza non è valido quando si tratta di ergastolo ostativo, ovvero la fattispecie più dura, che non prevede alcun beneficio penitenziario, se l’ergastolano non collabora con la giustizia.

Quindi, se il soggetto non decide di diventare un pentito, passerà tutta la vita in prigione, fino al giorno della morte. Tale pena si applica ovviamente ai reati molto gravi, come ad esempio l’associazione mafiosa, il terrorismo, il sequestro a scopo di estorsione e il traffico di stupefacenti.

La Corte dei diritti umani di Strasburgo ha più volte sanzionato l’Italia in merito all’ergastolo ostativo e al 41 bis.

Lasciare un condannato per tutta la vita in carcere, senza la possibilità di poter ottenere dei benefici pare essere dunque in netto contrasto con la funzione rieducativa della pena, sostenuta sia dalla Costituzione Italiana sia dall’Europa.

Secondo una parte della giurisprudenza la crudezza della punizione serve come deterrente per il resto della popolazione. Tuttavia, anche tale ipotesi, non pare aver contribuito a una diminuzione del tasso di criminalità.

Va sottolineato anche che, l’art 27 della Costituzione italiana afferma anche che:

La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.

LEGGI ANCHE: Ergastolo ostativo incompatibile con la Costituzione

Nonostante i vari dubbi in merito, comunque, la Consulta ha respinto il dubbio di anti costituzionalità dell’ergastolo ostativo, dato che il condannato può sempre collaborare con la giustizia per ottenere dei benefici.

Il carcere a vita, ad ogni modo, è previsto in Italia ma non in tutti i Paesi dell’Europa, per questo motivo l’Italia è spesso al centro di accesi dibattiti all’interno della Corte Europea del Diritto dell’Uomo.

In particolare con la sentenza n. 3896 del 2013 la CEDU ha dichiarato l’ergastolo come contrario a ciò che afferma l’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani, cioè:

Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pena o trattamenti inumani o degradanti

E’ il caso di pensarci? Punire perché la sanzione è eticamente fondata e ispira il diritto, è necessario… ma occorre punire con giustizia e non negando la speranza ad alcuno. Spes contra spem, sosteneva Paolo di Tarso e gli faceva eco Riccardo detto “Marco” Pannella d’Abruzzo.

La salute della donna e l’interruzione della gravidanza: etica della vita umana e aspetti socio-politici

Su un tema di questa rilevanza, ma soprattutto di questo genere scientifico, ho cercato informazioni adeguate che qui riporto, in quanto, per mia ignoranza specifica, non posso avventurarmici dentro senza essere presuntuoso. Umilmente e socraticamente, quindi, mi affido a chi ne sa più di me, limitandomi a commentare solo (e sommessamente) da un punto di vista etico e politico, qua e là.

La sentenza della Supreme Court Usa ha rimesso al centro il grave tema.

Gli effetti di questa decisione sono notevoli, ma per riflettere con la corretta attenzione alla complessità di tale argomento e a i suoi risvolti morali e sociali occorre farne una breve storia.

L’aborto (dal latino abortus, derivato di aboriri, «perire», composto di ab, «via da», e oriri, «nascere») è l’interruzione della gravidanza prima della ventesima o ventiduesima settimana (cioè nel periodo in cui il feto non è capace di vita extrauterina), con conseguente espulsione del feto o dell’embrione dall’utero; può avvenire spontaneamente, o essere procurato.[

Un aborto che avviene spontaneamente viene detto aborto spontaneo. Un aborto può essere anche causato intenzionalmente e viene quindi chiamato aborto indotto. La parola aborto è spesso usata, erroneamente, per indicare solo gli aborti indotti: una procedura simile, effettuata quando il feto potrebbe sopravvivere al di fuori dell’utero, è nota come “interruzione ritardata di gravidanza”.[

Sin dai tempi antichi, gli aborti sono stati realizzati utilizzando erbe medicinali, strumenti taglienti, con la forza o attraverso altri metodi tradizionali.[

Diversi governi hanno posto limiti differenti sulla fase della gravidanza in cui l’aborto sia permesso. Le leggi sull’aborto e le visioni culturali o religiose su tale pratica sono diverse in tutto il mondo. In alcune zone l’aborto è legale solo in casi speciali, come lo stupro, malformazioni del feto, povertà, rischio per la salute della madre o incesto. In molti luoghi c’è un dibattito sulle questioni morali, etiche e giuridiche dell’aborto. Coloro che sono contro l’aborto spesso sostengono che l’embrione o il feto sia un essere umano con il diritto alla vita e quindi possono paragonarlo ad un omicidio. Coloro che favoriscono la legalità dell’aborto ritengono che una donna abbia il diritto di prendere decisioni riguardo al proprio corpo.

Si pone a questo punto il tema dell’umanizzazione dell’embrione e del feto. Se vogliamo, da un punto di vista non solo metafisico, ma anche biologico, lo zigote contiene in sé tutte le informazioni che determineranno lo sviluppo fino alla formazione dell’essere umano nascituro e via di seguito, perché è una cellula totipotente, come si dice: totipotente significa che da quella cellula potranno formarsi le cellule di tutti gli organi e la struttura che compongono il corpo umano.

Ciò potrebbe significare che la soppressione di un embrione o di un feto è equiparabile all’uccisione di un essere umano del tutto formato. ma si tratta di un tema controverso. Anzi del tema più controverso, perché è di carattere filosofico-morale

I metodi moderni di aborto fanno ricorso ai farmaci o alla chirurgia. Sebbene l’utilizzo dei farmaci possa funzionare anche nel secondo trimestre, la chirurgia ha un minor rischio di effetti collaterali. Quando consentito dalla legge locale, l’aborto è stato a lungo una delle procedure più sicure nel campo della medicina. Aborti non complicati non causano problemi mentali o fisici a lungo termine. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che sia disponibile, per tutte le donne, ricorrere ad aborti legali e sicuri. Ogni anno nel mondo si praticano circa 44 milioni di aborti indotti e poco meno della metà non sono eseguiti in modo sicuro. Ogni anno gli aborti svolti in contesti non sicuri causano 47 000 morti e 5 milioni di ricoveri ospedalieri.]

I tassi di aborto, che erano sensibilmente maggiori nei decenni precedenti al 2000, sono cambiati poco tra il 2003 e il 2008, grazie a una migliore educazione sulla pianificazione familiare e sulla contraccezione. Al 2008, il 40% delle donne di tutto il mondo aveva accesso all’aborto legale senza limitazioni legate al motivo. in questi ultimi anni questi dati sono peggiorati, per le donne, specialmente nelle nazioni e territori più poveri.

In epoche primitive l’aborto veniva utilizzato sia come strumento per limitare l’espansione delle famiglie sia per altri scopi e in genere non comportava alcuna sanzione per coloro che ricorrevano a tale pratica, mentre in epoca classica, il diritto greco non la includeva fra i reati solo se autorizzata dal capo famiglia. Nella Roma dei re vi era inoltre una lex regia, attribuibile a Numa Pompilio, secondo cui era fatto divieto di seppellire una donna incinta prima di aver estratto il nascituro dal grembo.

Nei tempi antichi gli aborti venivano tentati ricorrendo ad erbe medicinali, strumenti taglienti, pressione addominale o attraverso altri metodi tradizionali. L’aborto indotto ha una storia lunga e può essere fatto risalire a diverse civiltà, come la Cina sotto Shennong (c. 2700 a.C.), l’Antico Egitto con il papiro Ebers (c. 1550 a.C.) e l’impero Romano al tempo di Giovenale (c. 200 d.C.). Una delle prime note rappresentazioni artistiche dell’aborto è in un bassorilievo ad Angkor Wat (c. 1150) in Cambogia. Trovato in una serie di fregi che rappresentano il giudizio dopo la morte, raffigura la tecnica dell’aborto addominale.]

Alcuni studiosi e medici anti-aborto hanno suggerito che il giuramento di Ippocrate vietasse ai medici greci antichi di eseguire aborti; altri studiosi non sono d’accordo con questa interpretazione] ed evidenziano che nel Corpus Hippocraticum vi sono descrizioni di tecniche abortive. Il medico Scribonio Largo scrisse nel 43 d.C. che il giuramento di Ippocrate proibisce l’aborto, così come Sorano d’Efeso, anche se apparentemente non tutti i medici aderirono a questa visione. Secondo lo scritto Ginecologia di Sorano, datato tra il I e il II secolo d.C., una parte dei medici rifiutava le pratiche abortive come richiesto dal giuramento di Ippocrate; un’altra parte – che comprendeva lo stesso Sorano – era disposta a prescrivere gli aborti, ma solo per il bene della salute della madre.

Aristotele, nel suo trattato Politicaa (350 a.C.), condanna l’infanticidio come mezzo di controllo della popolazione, preferendo l’aborto per questo scopo, tuttavia con la restrizione “[che] deve essere praticato prima che si sviluppi la sensazione di vita, la linea tra l’aborto lecito e illecito sarà caratterizzata dal fatto di avere la sensazione di essere vivo“. Secondo la tradizione cristiana, anche alla luce della teoria dualistica dell’uomo di Platone espressa nel Fedone, l’aborto volontario era visto come un peccato molto grave in quanto voleva dire uccidere un essere munito non soltanto di un corpo anche di un’anima, manifestazione della creatività di Dio. Questa era la ragione per cui non venivano considerati per alcun motivo i diritti della donna o della famiglia di appartenenza, posti inevitabilmente in secondo piano rispetto al concetto secondo cui privare della vita un essere umano era una prerogativa di esclusivo appannaggio del divino.

Durante il Medioevo l’aborto volontario era considerato alla stessa stregua di un omicidio da una certa fase della gravidanza ovvero da quando il feto iniziava a muoversi nel grembo. Questo in quanto vi era la credenza che i movimenti fossero connessi all’infusione dell’anima nel corpo non ancora formato del nascituro. Nel cristianesimo, papa Sisto V (1585-1590) fu il primo papa a dichiarare che l’aborto è un omicidio indipendentemente dallo stadio della gravidanza; la Chiesa cattolica fu inizialmente divisa sulla questione e iniziò ad opporsi energicamente solo a partire dal XIX secolo. La tradizione islamica ha permesso l’aborto fino al momento in cui la dottrina ritiene che l’anima entri nel feto; diversi teologi musulmani hanno dato differenti interpretazioni per stabilire il giusto tempo, che vanno dal momento del concepimento a 40 giorni dopo il concepimento a 120 giorni dopo il concepimento o oltre. Tuttavia, l’aborto è in genere fortemente limitato o vietato nelle zone a maggioranza islamica come il Medio Oriente e il Nord Africa.

In Europa e Nord America, tecniche di aborto avanzate e sicure hanno iniziato ad essere disponibili dal XVII secolo. Tuttavia, la maggior parte dei medici sulle questioni sessuali ne impedì un’ampia espansione. Vi erano comunque alcuni medici che pubblicizzavano i loro servizi, fino a quando tale pratica non fu vietata, nel XIX secolo, sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito.Gruppi ecclesiali, così come i medici, sono stati molto influenti nei movimenti anti-aborto. Negli Stati Uniti, fino al 1930 circa l’aborto era considerato più pericoloso del parto, quando i miglioramenti nelle procedure resero tale pratica sicura. L’Unione Sovietica (1919), l’Islanda (1935) e la Svezia (1938) sono stati tra i primi paesi a legalizzare alcune, o tutte, le forme di aborto. Nel 1935, nella Germania nazista, fu approvata una legge che permetteva aborti per le donne ritenute “ereditariamente malate”, mentre a quelle considerate di razza tedesca era severamente proibito. Una evidente e grave forma di eugenetismo.

A partire dalla seconda metà del XX secolo, l’aborto è stato legalizzato nella maggior parte dei paesi. Un disegno di legge approvato dal legislatore statale di New York per legalizzare l’aborto è stato firmato dal governatore nelson Rockefeller nell’aprile 1970.

Statistiche

Vi sono due metodi comunemente utilizzati per misurare l’incidenzaa dell’aborto:

  • tasso di aborto – numero di aborti per 1 000 donne tra i 15 e i 44 anni di età;
  • percentuale di aborto – numero di aborti su 100 gravidanze note.

Nei paesi dove l’aborto è illegale o è accompagnato da una forte stigmatizzazione sociale, i dati non sono affidabili. Per questo motivo, le stime di incidenza dell’aborto devono essere effettuate con un’intrinseca incertezza.[

Il numero di aborti effettuati in tutto il mondo sembra essere rimasto stabile negli ultimi anni, con una stima di 41,6 milioni di aborti nel 2003 e 43,8 milioni nel 2008. Si ritiene che il tasso di aborto a livello mondiale sia del 28 per 1 000 donne, anche se vi è una differenza tra paesi sviluppati e in via di sviluppo i cui valori sono rispettivamente di 24 ‰ e 29 ‰. Lo stesso studio epidemiologico del 2012 ha indicato che nel 2008 la percentuale di aborto stimata di gravidanze conosciute era al 21% a livello mondiale, con il 26% nei paesi sviluppati e il 20% nei paesi più poveri.[

In media, l’incidenza dell’aborto risulta simile tra i paesi con leggi restrittive e quelli con maggiore libertà. Tuttavia, la presenza di leggi restrittive è correlata con un aumento della percentuale di aborti che vengono eseguiti in situazioni di scarsa sicurezza. Il tasso di aborti a rischio nei paesi in via di sviluppo è in parte attribuibile alla mancanza di accesso ai moderni contraccettivi; secondo il Guttmacher Institute, l’accesso globale ai contraccettivi si tradurrebbe in circa 14,5 milioni di aborti non sicuri in meno e 38.000 decessi in meno per la stessa causa ogni anno in tutto il mondo.

Il tasso di aborti indotti legali varia ampiamente in tutto il mondo. Secondo il rapporto del Guttmacher Institute, nel 2008, esso variava dal 7 per 1000 donne (in Germania e Svizzera) a 30 per 1000 donne (in Estonia) per i paesi in cui vi sono statistiche. La percentuale di gravidanze che si è conclusa con l’aborto indotto variava da circa il 10 % (in Israele, Paesi Bassi e Svizzera) al 30 % (in Estonia), anche se potrebbero esserci dei picchi al 36 % in Ungheria e Romania, le cui statistiche sono state tuttavia ritenute incomplete.[

Il tasso di aborto può anche essere espresso come il numero medio di aborti che una donna intraprende durante i suoi anni riproduttivi; in questo caso si parla di “tasso di aborto totale”.

L’aborto spontaneo

L’aborto spontaneo è molto più frequente di quanto comunemente si ritenga: i più recenti studi indicano che circa un terzo delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. In particolare, Lohstroh, Overstreet, e Stewart hanno rilevato che la somma degli aborti spontanei precoci, che avvengono prima della sesta settimana dall’ultima mestruazione, e degli aborti spontanei successivi alla sesta settimana, fornisce una percentuale totale di aborti spontanei del 35,5% su 100 fecondazioni rilevate. Altre ricerche confermano il fatto che il livello percentuale di abortività spontanea delle gravidanze, rilevate mediante i livelli ematici di hCG (gonadotropina corionica umana, ormone prodotto in gravidanza), oscilla tra il 31% e il 35,5%.] Il periodo a maggior rischio è il primo trimestre. Si parla di probabilità, di stima epidemiologica, visto che molte interruzioni spontanee di gravidanza passano inosservate, senza che assumano una dignità clinica.

L’aborto ripetuto (due casi di aborto) interessa il 3% delle coppie che cercano di avere figli. L’1% delle coppie ha avuto almeno tre casi di aborto consecutivi (aborto ricorrente). Nel 12% dei casi clinicamente riconosciuti la madre ha meno di 20 anni, nel 27% più di quaranta.

Ogni anno nel mondo si sviluppano circa 205/ 2010 milioni di gravidanze. Più di un terzo di esse sono indesiderate e circa un quinto finisce in un aborto indotto. La maggior parte degli aborti, infatti, risultano da gravidanze indesiderate. Nel Regno Unito, solo l’1%-2% degli aborti vengono eseguiti a causa di problemi genetici nel feto. Una gravidanza può essere intenzionalmente interrotta in diversi modi e la scelta dipende spesso dall’età gestazionale dell’embrione o del feto, che aumenta di dimensioni con il progredire della gravidanza. Alcune procedure specifiche possono essere scelte per via delle leggi in vigore, per la disponibilità locale o per la preferenza personale della donna.

Le ragioni per procurare aborti indotti sono tipicamente terapeutici o di scelta soggettiva. Un aborto è clinicamente indicato come un aborto terapeutico quando viene eseguito per salvare la vita della donna incinta; per prevenire danni alla sua salute fisica o psichica; per interrompere una gravidanza in cui vi è una forte probabilità che il bambino avrà un alto rischio di morbilità o mortalità; o per ridurre selettivamente il numero di feti in modo da ridurre i rischi per la salute associati con una gravidanza multipla. Un aborto è indicato come un aborto elettivo o volontario quando viene effettuata su richiesta della donna per ragioni non mediche. A volte vi è una certa confusione sul termine “elettivo”, poiché con “chirurgia elettiva” generalmente ci si riferisce a tutta la chirurgia programmata, sia clinicamente necessaria o meno.

Ragioni personali

Le ragioni per cui le donne hanno aborti sono diversi e variano in tutto il mondo.

Alcune delle ragioni più frequenti per cui si sceglie l’aborto, è quello di rinviare la gravidanza a un momento più adatto o per concentrare energie e risorse sui bambini già presenti. Spesso è la conseguenza del non potersi permettere un figlio, sia in termini di costi diretti o per la perdita di reddito, per la mancanza di sostegno da parte del padre, incapacità di permettersi altri figli, desiderio di fornire istruzione per i figli già esistenti, problemi di relazione con il partner, ritenersi troppo giovani per avere un figlio, la disoccupazione e di non essere disposte a crescere un bambino concepito a seguito di uno stupro o di un incesto.

Ragioni sociali

Alcuni aborti sono il risultato di pressioni sociali, come la preferenza per i bambini di un dato sesso, come nella Cina maoista, disapprovazione della maternità, stigmatizzazione delle persone con disabilità, insufficiente sostegno economico per le famiglie, mancanza di accesso o rifiuto di metodi contraccettivi o interventi verso il controllo demografico (come la politica del figlio unico (Cina). Questi fattori possono a volte portare ad un aborto obbligatorio o selettivo

Uno studio statunitense del 2002 ha concluso che circa la metà delle donne che hanno abortito, utilizzava una forma di contraccezione al momento in cui è rimasta incinta. È stato rilevato uno scorretto utilizzo da parte della metà di coloro che usano il preservativo e nei tre quarti quelli che utilizzano la pillola anticoncezionale. Il Guttmacher Institute stima che “la maggior parte degli aborti negli Stati Uniti sono ottenuti da donne appartenenti alle minoranze” perché esse “hanno tassi molto più elevati di gravidanze indesiderate“.

In risposta alle ragioni economiche che possono tradursi in pressioni sociali, i sistemi di previdenza sociale di alcuni Paesi prevedono un sussidio statale mensile a favore delle madri inoccupate o meno abbienti per ogni figlio minorenne naturale, adottivo o assegnato in affido dall’autorità. Ne sono un esempio l’assegno di natalità italiano, il Kindergeld tedesco e il Paje francese.

Salute materna e fetale

Un ulteriore motivo che può spingere ad eseguire un aborto è l’eventuale presenza di un rischio per la salute materna o fetale; ciò è citato come la ragione principale, in alcuni paesi, in oltre un terzo dei casi.

Il giudizio medico deve essere formulato tenendo conto di diversi fattori: fisici, emotivi, psicologici, familiari e anagrafici per il benessere della donna e del feto.[

Tra il 1962 e il 1965 vi fu un’epidemia di rosolia che causò la nascita di 15 000 bambini con gravi difetti. Nel 1967, l’American Medical Association ha sostenuto pubblicamente la liberalizzazione delle leggi sull’aborto. Un sondaggio del National Opinion Research Center effettuato nel 1965 ha mostrato che il 73% degli intervistati sosteneva l’aborto quando la vita delle madri era a rischio, il 57% quando erano presenti difetti nel nascituro e il 59% per le gravidanze derivanti da stupro o incesto.

Tumore

La probabilità di sviluppare un tumore durante la gravidanza è dello 0,02%-1% e, in molti casi, la presenza di una neoplasia nel corpo della madre porta alla considerazione dell’aborto al fine di proteggere la sua vita o per via del danno potenziale che può verificarsi al feto durante il trattamento antitumorale. Ciò è particolarmente vero nel caso di tumore al collo dell’utero che si verifica in 1 ogni 2 000-13 000 gravidanze e per la quale l’inizio del trattamento “non può coesistere con la conservazione della vita fetale (a meno che non si scelga la chemioterapia neoadiuvante).” Tumori cervicali in una fase molto precoce (stadio I e II bis) possono essere trattati con l’isterectomia radicale e la dissezione linfonodale pelvica, con la radioterapia o con entrambe, mentre le fasi successive sono trattati con la radioterapia. La chemioterapia può essere utilizzata contemporaneamente. Il trattamento del tumore alla mammella durante la gravidanza comporta anch’essa delle considerazioni sul feto, poiché la lumpectomia è sconsigliato in favore della mastectomia radicale, a meno che la gravidanza non sia al termine e che quindi permetta una terapia di follow up mediate radioterapia da somministrare dopo la nascita.

Anche il parto può mettere a rischio la vita della madre. Un parto vaginale può comportare la diffusione delle cellule neoplastiche nei vasi linfatici e quindi favorire lo sviluppo di metastasi, mentre il parto cesareo può causare un ritardo nell’inizio del trattamento non chirurgico.

Aborto spontaneo

L

Per aborto spontaneo si intende l’interruzione della gravidanza prima della 24ª settimana di gestazione]. La gravidanza si considera interrotta quando:

  • il battito cardiaco, precedentemente visualizzato risulta assente all’esame ecografico
  • l’esame ematico eseguito durante la prima fase della gravidanza, la bHCG, ha dei valori decrescenti in due prelievi successivi
  • la camera gestazionale non compare nonostante il test di gravidanza sia positivo (aborto in fase biochimica)
  • l’embrione non compare all’interno della camera gestazionale (uovo bianco)

Dopo il manifestarsi dell’aborto, la successiva espulsione del prodotto del concepimento può non essere immediata; nelle prime fasi più facilmente si manifesta una mestruazione con l’espulsione completa (aborto spontaneo completo), a volte persistono delle perdite o dei dolori o non è presente nessun sintomo ma al controllo sono presenti dei residui della gravidanza (aborto spontaneo incompleto); infine a volte anche se la gravidanza si è interrotta non intercorre la mestruazione (aborto ritenuto), in questo caso bisogna ricorre a un’aspirazione da parte del ginecologo. Quando l’aborto si manifesta dopo la 24ª settimana, si parla di morte endouterina fetale.

Una gravidanza che termina, dopo 24 settimane ma prima della 37ª settimana di gestazione, con la nascita di un bambino vivo è conosciuto come un “parto prematuro” o “nascita pretermine”, si parla invece di “nato a termine” dalla 37ª alla 42ª settimana. Un feto che muore prima del parto è definito “nato morto”. Le nascite premature e i nati morti non sono generalmente considerati aborti anche se l’utilizzo di questi termini a volte può sovrapporsi.[

Solo dal 30% al 50% dei concepimenti progredisce oltre al primo trimestre di gravidanza. La stragrande maggioranza di quelli che non progrediscono vengono persi prima che la donna ne sia a conoscenza, e molte gravidanze vengono perse prima che i medici siano in grado di rilevare la presenza dell’embrione. Tra il 15% e il 30% delle gravidanze conosciute termina con un aborto spontaneo clinicamente evidente, a seconda della età e della salute della donna. L’80% di questi aborti spontanei accade nel primo trimestre.

La causa più comune di aborto spontaneo durante il primo trimestre sono le anomalie cromosomiche dell’embrione o del feto, che rappresentano almeno il 50% dei casi. Altre cause comprendono la presenza di una malattia vascolare (come il lupus eritematosuso), il diabete, problemi ormonali, infezioni e anomalie dell’utero. L’avanzare dell’età materna e la storia di precedenti aborti spontanei nelle donne sono i due fattori principali associati ad un maggior rischio di aborto spontaneo. Un aborto spontaneo può anche essere causato da traumi accidentali o intenzionali da stress; causare un aborto spontaneo è considerato un aborto indotto e un feticidio.

Aborto farmacologico

L’aborto farmacologico (chiamato anche aborto chimico) è quello indotto dai abortivi. L’aborto farmacologico è diventato un metodo alternativo grazie alla disponibilità, fin dal 1970, di analoghi delle prostaglandine e dell’anti-progestinico mifespristone (noto anche come RU-486) nel 1980.

Durante il primo trimestre per l’aborto farmacologico viene comunemente utilizzato il mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina (misoprostolo o gemeprost) fino a 9 settimane di età gestazionale, mentre il metotrexato in combinazione con una prostaglandina analogica fino a 7 settimane di gestazione o un analogo della prostaglandina da solo. Combinazione di mifepristone e misoprostolo sono più efficaci in età gestazionali successive.[

Negli aborti precoci, fino alla 7ª settimana di gestazione, l’aborto farmacologico ottenuto mediante un regime di combinazione di mifepristone e misoprostol è considerato più efficace dell’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto), soprattutto quando la pratica clinica non comprende un’ispezione dettagliata del tessuto aspirato. Il mifepristone, seguito 24-48 ore dopo dal misoprostolo orale o vaginale risulta il 98% efficace fino alla 9ª settimana di gestazione. Se l’aborto farmacologico non riesce, è necessario ricorrere all’aborto chirurgico per completare la procedura.

Gli aborti farmacologici rappresentano la maggior parte degli aborti effettuati prima della 9ª settimana di gestazione in Gran Bretagna, in Francia, in Svizzera e nei paesi nordici. Negli Stati Uniti, la percentuale degli aborti farmacologici precoci è di gran lunga inferiore.

L’aborto farmacologico con mifepristone in combinazione con un analogo della prostaglandina è il metodo più frequentemente utilizzato durante il secondo trimestre di gravidanza in Canada, nella maggior parte dell’Europa, in Cina e in India, al contrario degli Stati Uniti, dove il 96% sono eseguite chirurgicamente mediante dilatazione ed evacuazione.

Dalla 15ª settimana di gestazione la suzione-aspirazione e l’aspirazione a vuoto sono i metodi chirurgici più utilizzati nei casi di aborto indotto. L’aspirazione manuale a vuoto (MVA) consiste nell’estrarre il feto o l’embrione, la e le membrane, mediante aspirazione utilizzando una siringa manuale, mentre l’aspirazione a vuoto elettrica (EVA) utilizza una pompa alimentata da elettricitàà. Queste tecniche differiscono nel meccanismo utilizzato per applicare il vuoto e possono essere utilizzate in modo precoce anche se è necessaria la dilatazione cervicale.

La MVA, nota anche come “mini-aspirazione” e “estrazione mestruale”, può essere usata anche durante una gravidanza molto precoce e non richiede la dilatazione della cervice. La dilatazione e raschiamento, il secondo metodo più comune per l’aborto chirurgico, è una procedura ginecologica normalmente eseguita per una varietà di ragioni, tra cui l’esame del rivestimento uterino per eventuali malignità, ricerca di sanguinamento anormale e aborto. Per raschiamento ci si riferisce alla pulizia delle pareti dell’utero con una curettee. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda questa procedura solo quando l’MVA non è disponibile.[

Dalla 15ª settimana di gestazione fino a circa la 26° è necessario utilizzare altre tecniche. La dilatazione con evacuazione consiste nell’aprire la cervicee dell’utero e nel successivo svuotamento mediante strumenti chirurgici e di aspirazione. Dopo la 16ª settimana, gli aborti possono anche essere eseguiti mediante dilatazione intatta ed estrazione, che richiede la decompressione chirurgica della testa del feto prima dell’evacuazione. Tale procedura è talvolta chiamata “aborto con nascita parziale” ed è stata bandita dal governo federale degli Stati Uniti.

Nel terzo trimestre di gravidanza l’aborto indotto può essere eseguito chirurgicamente mediante dilatazione intatta e estrazione o isterectomia. L’isterotomia è una procedura abortiva simile a un taglio cesareo, sebbene richieda un’incisione più piccola, e viene eseguita in anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Le procedure del primo trimestre possono generalmente essere eseguite in anestesia locale, mentre quelle eseguibili nel secondo trimestre di gravidanza possono richiedere una sedazione profonda o l’anestesia generale.

Aborto con induzione del travaglio

Nei paesi privi delle capacità mediche necessarie per eseguire la dilatazione e l’estrazione o dove vi è una preferenza da parte dei professionisti, l’aborto può essere indotto con l’induzione del travaglio e quindi inducendo la morte del feto, se necessario. Questo è talvolta chiamato “aborto spontaneo indotto”.

Pochi e limitati dati sono disponibili per confrontare questo metodo con la dilatazione ed estrazione. A differenza delle altre tecniche, l’induzione del travaglio dopo la 18ª settimana può essere complicata dal verificarsi di una breve sopravvivenza del feto, che può essere legalmente considerato come nato vivo. Per questo motivo, questa tecnica può comportare, in alcuni paesi, delle problematiche legali.

Altri metodi

Storicamente, una serie di erbe avevano la fama di possedere proprietà abortive e venivano utilizzate nella medicina popolare: il tanaceto, la mentuccia, l’actaea racemosa e l’ormai estinto silfio. L’uso delle erbe poteva causare gravi, anche letali, effetti collaterali, come l’insufficienza multiorgano e non è consigliato dai medici.

Talvolta l’aborto viene tentato procurando traumi all’addome. Ciò potrebbe portare a gravi lesioni interne, senza necessariamente riuscire a indurre l’aborto spontaneo. Nel sud est asiatico vi è un’antica tradizione di tentare l’aborto attraverso un forte massaggio addominale. Uno dei bassorilievi che decorano il tempio di Ankor Wat in Cambogia raffigura un demone che esegue un tale aborto su una donna che è stata inviata agli inferi.

Pericolosi metodi di aborto autoindotto registrati includono l’abuso di misoprostol e l’inserimento di strumenti non chirurgici, come aghi da maglia e appendiabiti, nell’utero. Questi metodi si vedono raramente nei paesi sviluppati, dove l’aborto chirurgico è legale e disponibile.

Sopravvivenza fetale

Anche se è molto raro, le donne che abortiscono dopo la 18ª settimana di gravidanza a volte danno vita a un feto che può sopravvivere per breve tempo (ciò si verifica in 1 caso su 250, dallo 0% al 13% o dallo 0% al 50%, a seconda del metodo e della settimana di gravidanza). Dopo 22 settimane la sopravvivenza a lungo termine è possibile.[

Se il personale medico osserva segni di vita, può essere necessario fornire assistenza: manovre di emergenza se il bambino presenta una buona possibilità di sopravvivere o altrimenti un trattamento palliativo. Al fine di evitare ciò, si consiglia, dopo la 20ª-21ª settimana di gestazione, di provvedere a una morte fetale indotta prima di procedere con l’interruzione di gravidanza.

Secondo Berlingieri, le tecniche disponibili nei primi anni ’90 consentivano la sopravvivenza del concepito a partire dalla ventesima settimana di gravidanza, in una piccola percentuale di casi. Nella maggior parte dei casi i bimbi nati prima della 28ª settimana presentano comunque almeno nel 50% dei casi disabilità neurosensoriali; è ragionevole pensare che fra quelli nati prima della 24ª settimana le percentuali siano ancora più elevate, per questo alcuni considerano accanimento terapeuticoo l’applicazione di tecniche di rianimazione in questi casi.

Una rewiew clinica pubblicata da Pediatrics, relativa alle linee-guida operative proposte dalle società scientifiche di pediatria e neonatologia di diversi paesi, evidenzia come il consenso clinico individui l’opportunità di un approccio terapeutico diversificato nelle scelte cliniche relative ai nati significativamente pretermine, tenendo in debito conto gli elevati rischi di disabilità permanente. Il consenso è orientato a una definizione della ragionevole utilità clinica dell’intervento terapeutico intensivistico per i nati pretermine post-25ª settimana; a una decisione caso per caso per i nati alla 23ª o 24ª settimana; per semplici cure palliative per i nati sotto la 22ª. Secondo i dati usati per la definizione del Consensus sull’assistenza ai nati pretermine estremi del 2002, l’American Academy of Pediatrics individua un tasso di mortalità tra il 70 e l’89% già per i nati alla 23ª settimana, e non riferisce come significativi i dati statistici di sopravvivenza per i nati dalla 22ª settimana o precedenti.

Sicurezza

I rischi per la salute in seguito ad un aborto dipendono dal fatto che la procedura venga eseguita in modo sicuro o meno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce aborti non sicuri quelli effettuati da persone non qualificate, con attrezzature pericolose o in strutture prive di norme igieniche. Gli aborti legali effettuati nel mondo sviluppato sono tra le procedure più sicure nel campo della medicina. Negli Stati Uniti il rischio di mortalità materna in seguito ad aborto è dello 0,7 per 100 000 procedure, rendendo l’aborto di circa 13 volte più sicuro per le donne rispetto al parto (8,8 morti materne ogni 100 000 nati vivi). Questo è equivalente al rischio di morte nel guidare un autoveicolo per circa 1200 km. Il rischio di mortalità aumenta all’aumentare dell’età gestazionale, ma rimane inferiore a quello del parto con una gestazione di almeno 21 settimane.]

L’aspirazione a vuoto, eseguita nel primo trimestre, è il metodo più sicuro di aborto chirurgico e può essere eseguito in un ambulatorio di assistenza primaria, in una clinica per aborti o in ospedale. Le complicanze sono rare e possono includere la perforazione uterina, infezioni pelviche e il mantenimento di prodotti del concepimento e ciò richiede una seconda procedura di aspirazione. Un trattamento antibiotico preventivo (con doxicilina o metronidazolo) viene generalmente somministrato prima dell’aborto elettivo, ritenendo che possa ridurre sostanzialmente il rischio di un’infezione uterina postoperatoria.] Le possibili complicazioni dopo l’aborto al secondo trimestre sono simili a quelli che possono accadere al primo trimestre e dipendono anche del metodo scelto.

C’è poca differenza in termini di sicurezza ed efficacia tra l’aborto farmacologico effettuato con un regime combinato di mifepristone e misoprostol e l’aborto chirurgico (aspirazione a vuoto) nelle procedure effettuate tra il primo trimestre e la 9ª settimana di gestazione. L’aborto farmacologico con il misoprostol prostaglandina analogico da solo è meno efficace e più doloroso.[

Alcuni presunti rischi sono promossi principalmente da gruppi anti-aborto, ma mancano di un supporto scientifico. Ad esempio, la correlazione tra l’aborto indotto e il tumore alla mammella è stata studiata ampiamente e i principali organi di medici e scientifici (tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’US National Cancer Institute, l’American Cancer Society, il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists e l’American Congress of Obstetricians and Gynecologists) hanno concluso che essa non esiste, anche se tale legame continua ad essere studiato e promosso dai gruppi anti-aborto.

Salute mentale

Non vi è alcuna relazione tra gli aborti indotti e problemi di salute mentale diversi da quelli che si verificano in seguito a qualsiasi gravidanza indesiderata. L’American Psychological Association ha concluso che l’aborto non è una minaccia per la salute mentale quando effettuato nel primo trimestre e le donne che ricorrono ad esso non hanno maggiori probabilità di avere problemi rispetto a quelle che portano a termine una gravidanza indesiderata. Alcuni studi hanno dimostrato effetti negativi sulla salute mentale nelle donne che scelgono di abortire dopo il primo trimestre a causa di anomalie fetali,  tuttavia sarebbero necessarie ricerche più rigorose per arrivare a una conclusione più certa. Alcuni effetti psicologici negativi sono stati denunciati da sostenitori anti-aborto come una condizione separata chiamata “sindrome post-aborto”, tuttavia essa non è riconosciuta da alcuna organizzazione medica o psicologica.[

Talvolta le donne che intendono interrompere la gravidanza ricorrono a metodi non sicuri, in particolare quando la disponibilità dell’aborto legale è limitata. Esse possono tentare metodi di auto-interruzione o affidarsi a persone prive della sufficiente formazione medica o a strutture non adeguate. Ciò può portare a gravi complicazioni, come l’aborto incompleto, la sepsi, emorragie e danni agli organi interni.

Gli aborti non sicuri sono una delle principali cause di lesioni e di morte tra le donne di tutto il mondo. Anche se i dati sono imprecisi, si stima che circa 20 milioni di aborti non sicuri vengano eseguiti ogni anno e il 97% di essi si verifica nei paesi in via di sviluppo. Si ritiene che tali pratiche portino a milioni di casi di complicazioni. Le stime della mortalità variano secondo la metodologia e variano da 37 000 a 70 000 negli ultimi dieci anni, le morti dovute ad aborti non sicuri rappresentano circa il 13% di tutte le morti materne. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che la mortalità sia tuttavia in calo dagli anni 1990. Per ridurre il numero di aborti non sicuri, le organizzazioni di sanità pubblica sostengono generalmente la legalizzazione dell’aborto, la formazione di personale medico e l’accesso ai servizi sanitari. Tuttavia la Dichiarazione di Dublino sulla Salute Materna, firmata nel 2012, nota che “il divieto dell’aborto non influisce in alcun modo con la disponibilità di cure ottimali per le donne in gravidanza“.[

La legalità o meno dell’aborto è un fattore importante per la sua sicurezza. I paesi che possiedono leggi restrittive hanno tassi significativamente più alti di aborti a rischio (e tassi complessivi di aborto maggiori) rispetto a quelli in cui l’aborto è legale e disponibile. Ad esempio, la legalizzazione avvenuta 1996 in Sudafrica ha avuto un impatto immediatamente positivo sulla frequenza delle complicanze legate all’aborto, con i decessi legati a questa pratica diminuiti di oltre il 90%. È stato stimato che l’incidenza degli aborti a rischio potrebbe essere ridotta fino al 75% (da 20 a 5 milioni all’anno) se fossero disponibili globalmente moderni servizi di pianificazione familiare e di salute materna.[

Solo il 40% delle donne di tutto il mondo può usufruire di aborti terapeutici e elettivi entro i limiti della gestazione, mentre un ulteriore 35% ha accesso all’aborto legale se soddisfano determinati criteri fisici, mentali o socioeconomici. Mentre raramente gli aborti sicuri comportano una mortalità, quelli non eseguiti in sicurezza provocano fino a 70 000 decessi e 5 milioni di disabilità all’anno. Le complicanze degli aborti a rischio rappresentano circa un ottavo delle morti materne in tutto il mondo, anche se questo dato varia da paese a paese. La sterilità conseguente ad un aborto non sicuro coinvolge circa 24 milioni di donne. Il tasso di aborti non sicuri è aumentato dal 44% al 49% tra il 1995 e il 2008.

L’aborto indotto è da lungo tempo fonte di notevoli dibattiti, polemiche e attivismo. L’idea di ciascun individuo per quanto riguarda le complesse questioni etiche, morali, filosofiche, biologiche e giuridiche che circondano tale pratica, è spesso legata al suo sistema di valori. Le opinioni sull’aborto possono essere descritte come una combinazione di credenze sui diritti del feto, sulla moralità, sul potere delle autorità governative nelle politiche pubbliche e credenze sui diritti e le responsabilità della donna che intraprende questa scelta. Anche l’etica religiosaa ha un forte influsso, sia sul parere personale che sul dibattito circa l’aborto.

Sia nel dibattito pubblico che in quello privato, gli argomenti presentati a favore o contro si concentrano sulla legalità dell’aborto e sulle eventuali leggi che lo possano limitare, nonché sulla liceità morale. La Dichiarazione dell’Associazione medica mondiale sull’aborto terapeutico nota che “le circostanze che portano gli interessi di una madre in conflitto con gli interessi del suo bambino non ancora nato, creano un dilemma e sollevano la questione se la gravidanza possa essere deliberatamente terminata o meno”. I dibattiti sull’aborto, in particolare relativi alle leggi, sono spesso guidati da gruppi che sostengono una di queste due posizioni. I gruppi anti-aborto che chiedono maggiori restrizioni legali, tra cui il divieto totale, il più delle volte si definiscono pro-life (“pro-vita”), mentre i gruppi per il diritto all’aborto e che quindi sono contro tali restrizioni, si definiscono pro-choice (“pro-scelta”). In generale, la posizione dei primi sostiene che un feto umano è una persona umana e con il diritto di vivere, considerando l’aborto moralmente come un omicidio. La posizione dei secondi sostiene che una donna possieda certi diritti riproduttivi, in particolare la scelta o meno di portare a termine una gravidanza.

Aborto selettivo del sesso

L’ecografia e l’amniocentesii permettono ai genitori di conoscere il sesso del nascituro prima del parto. Lo sviluppo di queste tecnologie ha portato agli aborti selettivi in base al sesso. È più frequente il ricorso all’aborto selettivo quando il feto è femmina.

In alcuni paesi, l’aborto selettivo del sesso è parzialmente responsabile delle disparità evidenti tra i tassi di nascita dei figli maschi e femmine. La preferenza per i figli maschi è diffusa in molte zone dell’Asia e l’aborto utilizzato per limitare le nascite femminili è praticato a Taiwan, in Corea del Sud, in India e in Cina. Questa deviazione dai tassi di natalità standard di maschi e femmine si verifica nonostante il fatto che il paese in questione abbia ufficialmente bandito l’aborto selettivo del sesso. In Cina, la preferenza tradizionale per il figlio maschio è stata aggravata dalla politica del figlio unico emanata nel 1979.]

Molti paesi hanno adottato misure legislative per ridurre l’incidenza dell’aborto selettivo per il sesso. In occasione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, nel 1994 oltre 180 stati membri hanno convenuto di eliminare “ogni forma di discriminazione nei confronti delle bambine e le cause della preferenza per il figlio maschio“. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNICEF, insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, hanno scoperto che le misure per ridurre l’accesso all’aborto sono molto meno efficaci nel ridurre gli aborti selettivi rispetto a misure volte a ridurre la disuguaglianza di genere.

Ritorsioni contro chi pratica l’aborto

Negli Stati Uniti, quattro medici che eseguivano aborti sono stati assassinati: David Gunn (1993), John Britton (1994), Barnett Slepian (1998) e George Tiller (2009). Inoltre, negli Stati Uniti e in Australia, sono stati assassinati altro personale presso le cliniche abortiste, tra cui addetti alla reception e le guardie di sicurezza. Ferimenti e tentati omicidi hanno avuto luogo negli Stati Uniti e in Canada. Si sono verificati centinaia di attentati, incendi, attacchi con l’acido, invasioni e episodi di vandalismo contro chi aveva a che fare con gli aborti. Tra gli autori più famosi di violenze anti-aborto Eric Rudolph e Paul Jennings Hill, la prima persona a essere giustiziata negli Stati Uniti per l’omicidio di un medico abortista.[

Alcuni paesi hanno promosso una protezione giuridica per l’accesso all’aborto. Queste leggi in genere cercano di proteggere le cliniche abortiste da ostruzionismo, atti di vandalismo, picchettaggi e altre azioni analoghe o per proteggere le donne e i dipendenti di tali centri da minacce e molestie.

Molto più frequente rispetto alla fisica vi è la pressione psicologica. Nel 2003, Chris Danze fondò organizzazioni pro-vita in tutto il Texas per impedire la costruzione di un centro di Planned Parenthood ad Austin. Le organizzazioni rilasciarono on-line informazioni personali su coloro che erano coinvolti con la costruzione, facendogli fino a 1200 telefonate al giorno e contattando le loro chiese. Alcuni manifestanti hanno fotografato le donne che si recavano nella clinica.

Usa, la Corte Suprema annulla la sentenza sul diritto all’aborto. I vescovi: giornata storica

I giudici aboliscono la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’interruzione di gravidanza in tutto il Paese. I singoli Stati ora liberi di applicare le loro leggi in materia. La Usccb plaude alla decisione: “Per quasi 50 anni, l’America ha applicato una legge ingiusta”. La Pontificia Accademia per la Vita: “Sviluppare scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche” (Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano).

In mezzo ad un’opinione pubblica frammentata, tra pareri politici divergenti e mentre i vescovi parlano di una “giornata storica”, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha abolito la sentenza Roe v. Wade con cui nel 1973 la stessa Corte aveva legalizzato l’aborto negli Usa. Ora quindi i singoli Stati saranno liberi di applicare le loro leggi in materia. “La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto”, si legge nella sentenza di 213 pagine, formulata da una Corte divisa con 6 voti favorevoli e 3 contrari. “L’aborto presenta una profonda questione morale. La Costituzione non proibisce ai cittadini di ciascuno stato di regolare o proibire l’aborto”. La decisione è stata presa nel caso “Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization”, in cui i giudici hanno confermato la legge del Mississippi che proibisce l’interruzione di gravidanza dopo 15 settimane. A fare ricorso era stata l’unica clinica rimasta nello Stato ad offrire l’aborto.

Leggi più restrittive

Su cinquanta Stati, 26 (tra cui Texas e Oklahoma) hanno leggi più restrittive in materia. Nove hanno dei limiti sull’aborto che precedono la sentenza “Roe v. Wade”, e che non sono ancora stati applicati ma che ora potrebbero diventare effettivi, mentre 13 hanno dei cosiddetti “divieti dormienti” che dovrebbero entrare in vigore immediatamente. Si tratta di Stati repubblicani che hanno approvato leggi stringenti sull’aborto legandole all’attesa decisione della Corte Suprema di oggi. In 30 giorni potranno vietare l’aborto, eccetto nei casi in cui la vita della madre è in pericolo.

Le dichiarazioni dei rappresentanti politici

La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti, tra la speaker della Camera negli Usa, la democratica Nancy Pelosi, da una parte, che parla di decisione “crudele e scandalosa” che mette in gioco i diritti delle donne, e Mike Pence, vicepresidente sotto la presidenza di Donald Trump, dall’altra, che ha affermato: “La vita ha vinto”. Il presidente Joe Biden, intervenuto in serata in conferenza stampa, ha commentato: “La Corte ha portato via un diritto costituzionale“. Il capo di Stato ha definito “un tragico errore” ribaltare la sentenza del ’73, che è frutto di una “ideologia estrema” dominante nella Corte suprema. La Casa Bianca, ha assicurato, si muove per garantire ampio accesso alla pillola e altri farmaci abortivi.

La nota dei vescovi cattolici

Da parte sua, la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb) – che lo scorso anno si era divisa sul dibattito dell’accesso ai sacramenti per i politici cattolici che promuovessero politiche pro-choice – ha parlato di “un giorno storico nella vita del nostro Paese”. In una lunga e articolata dichiarazione firmata dal presidente, l’arcivescovo José H. Gomez di Los Angeles, e l’arcivescovo William E. Lori di Baltimora, presidente della Commissione per le attività a favore della vita dell’Usccb, si legge: “Per quasi cinquant’anni, l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha portato alla morte di decine di milioni di nascituri, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere”.

L’America è stata fondata sulla verità che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali, con il diritto, dato da Dio, alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”, sottolinea la nota dei vescovi. “Preghiamo che i nostri funzionari eletti promulghino leggi e politiche che promuovano e proteggano i più vulnerabili tra noi”.

Un’America post Roe

Il “primo pensiero”, scrivono ancora Gomez e Lori, è per “i piccoli a cui è stata tolta la vita dal 1973”, ma anche per “tutte le donne e gli uomini che hanno sofferto a causa dell’aborto”: “Come Chiesa, dobbiamo servire coloro che affrontano gravidanze difficili e circondarli di amore”. I vescovi ringraziano gli “innumerevoli americani comuni di ogni estrazione sociale” che in questi anni “hanno collaborato pacificamente per educare e persuadere i loro vicini sull’ingiustizia dell’aborto, per offrire assistenza e consulenza alle donne e per lavorare per alternative all’aborto, tra cui l’adozione, l’affido e politiche pubbliche che sostengono veramente le famiglie”. 

Il loro lavoro per la causa della vita riflette tutto ciò che di buono c’è nella nostra democrazia, e il movimento pro-vita merita di essere annoverato tra i grandi movimenti per il cambiamento sociale e i diritti civili della storia della nostra nazione”, scrivono nella nota. E aggiungono: “Ora è il momento di iniziare il lavoro di costruzione di un’America post-Roe. È il momento di sanare le ferite e di riparare le divisioni sociali; è il momento di una riflessione ragionata e di un dialogo civile, e di unirsi per costruire una società e un’economia che sostengano i matrimoni e le famiglie, e in cui ogni donna abbia il sostegno e le risorse di cui ha bisogno per mettere al mondo il proprio figlio con amore”.

L’Accademia per la Vita: la questione sfida il mondo intero

Queste stesse parole, sono riportate nel comunicato diffuso in serata dalla Pontificia Accademia per la Vita, in cui si legge: “Il fatto che un grande Paese con una lunga tradizione democratica abbia cambiato la sua posizione su questo tema sfida anche il mondo intero. Non è giusto che il problema venga accantonato senza un’adeguata considerazione complessiva. La protezione e la difesa della vita umana non è una questione che può rimanere confinata all’esercizio dei diritti individuali, ma è invece una questione di ampio significato sociale“.

Mons. Paglia: riflettere insieme sul tema della generatività

Dopo cinquant’anni, secondo l’Accademia vaticana “è importante riaprire un dibattito non ideologico sul posto che la tutela della vita ha in una società civile per chiedersi che tipo di convivenza e di società vogliamo costruire“. Nel concreto si tratta di sviluppare “scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche aprioristiche“, quindi “assicurare un’adeguata educazione sessuale, garantire un’assistenza sanitaria accessibile a tutti e predisporre misure legislative a tutela della famiglia e della maternità, superando le disuguaglianze esistenti“. Al contempo occorre “una solida assistenza alle madri, alle coppie e al nascituro che coinvolga tutta la comunità, favorendo la possibilità per le madri in difficoltà di portare avanti la gravidanza e di affidare il bambino a chi può garantirne la crescita“.

Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, “di fronte a una società occidentale che sta perdendo la passione per la vita, questo atto è un forte invito a riflettere insieme sul tema serio e urgente della generatività umana e delle condizioni che la rendono possibile; scegliendo la vita, si gioca la nostra responsabilità per il futuro dell’umanità“.

Gli statement di O’Malley e Cupich

In serata sono giunte anche le dichiarazioni dei cardinali Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, e Blase Cupich, arcivescovo di Chicago. O’Malley ha parlato di una decisione “profondamente significativa e incoraggiante“. “Il nostro continuo impegno nel sostenere la nostra posizione sulla protezione dei bambini non nati è coerente con la nostra difesa di questioni che riguardano la dignità di tutte le persone in tutte le fasi e in tutte le circostanze della vita“, ha chiarito il cardinale. “La Chiesa impiega questo principio di coerenza nell’affrontare le questioni razziali, la povertà e i diritti umani in generale. È una posizione che presenta un argomento morale come fondamento per la legge e la politica di protezione della vita umana“.

Cupich, da parte sua, accogliendo “con favore” la sentenza della Corte Suprema, ha ribadito in uno statement la convinzione della Chiesa cattolica “che ogni vita umana sia sacra, che ogni persona sia fatta a immagine e somiglianza di Dio e che quindi meriti riverenza e protezione“. “Questa convinzione è il motivo per cui la Chiesa cattolica è il più grande fornitore di servizi sociali del Paese, molti dei quali mirano a eliminare la povertà sistemica e l’insicurezza sanitaria che intrappolano le famiglie in un ciclo di disperazione e limitano le scelte autentiche“. “Questa sentenza – ha aggiunto il porporato – non è la fine di un percorso, ma piuttosto un nuovo inizio. Sottolinea la necessità di comprendere coloro che non sono d’accordo con noi e di inculcare un’etica del dialogo e della cooperazione. Cominciamo con l’esaminare la nostra coscienza nazionale, facendo il punto su quei luoghi oscuri nella nostra società e nei nostri cuori che si rivolgono alla violenza e negano l’umanità dei nostri fratelli e sorelle, e mettiamoci al lavoro per costruire il bene comune scegliendo la vita“.

Dopo questa discretamente ampia disamina storica e scientifica, e dopo avere citato alcune prese di posizione, poche parole mie personali sui profili morali dell’interruzione di gravidanza. Mi pare di poter affermare che, in ordine all’oggetto trattato, madre, embrione, feto, nascituro, si tratta di un complesso moralmente molto rilevante. Se dovessi invocare la dottrina teologico-metafisica classica, cui faccio riferimento sempre per trattare le questioni gravi dell’essere e del divenire, dovrei dire che, a partire dallo zigote, la prima cellula totipotente, già questa è intangibile da parte dell’uomo, poiché contiene l’uomo possibile, con tutte le sue caratteristiche e prerogative… ma se devo calarmi nella realtà effettuale dagli alti cieli della dottrina, non posso non ammettere che diventano prioritari anche altri aspetti.

In altre parole, considerato tutto l’excursus sopra richiamato, ritengo di poter dire con serenità d’animo che in Italia debba essere mantenuto tutto l’impianto della Legge 194, che è stata anche confermata da un referendum popolare or sono quarant’anni fa e oltre, e che la donna-madre debba sempre essere considerata al centro di ogni legislazione di questo merito e che possa e debba esprimere l’ultima istanza in tema, sia della tutela della maternità, sia della sua propria salute personale.

E spero che anche negli Usa vi sia una resipiscenza legislativa e giuridica per ridare questo “diritto di governo di sé” alla donna. Così anche in ogni parte del mondo.

“L’esilio dell’uomo è l’ignoranza, la sua patria è la conoscenza” (Onorio d’Autun)

Sant’Agostino in La Genesi alla lettera, IV capitolo, XV – 26, p. 692 Commenti alla genesi, Bompiani, collana Il Pensiero occidentale, Milano 2018, scrive: “Nimirum ergo, quia vitium est et in infirmitas animae ita suis operibus delectari, ut potius in eis quam in se requiescat ab eis, (…)”; trad. “Certamente, dunque, poiché per l’anima è un vizio e una debolezza il compiacersi delle proprie opere, così da riposarsi in esse anziché riposare in se stessa (…)”.

Non potevo trovare citazione migliore, forse, per riprendere il tema del rapporto tra conoscenza ed ignoranza, prodromo necessario, perché razionale, ad ogni discorso etico, in quanto sono convinto che la conoscenza “venga prima” dell’etica. Senza conoscenza non vi è etica, come sapere dell’uomo circa il giudizio sulle proprie azioni libere, nella misura razionale della libertà, beninteso. Che non è e non può essere mai absoluta, cioè sciolta da qualsiasi vincolo, come tali sono le norme positive, le circostanze e le soggettività.

La conoscenza, come sappiamo dall’esperienza personale e dagli studi umani si può acquisire in due modi: il primo è quello esperienziale, che dà evidenze, il secondo è quello della fiducia nello studio o nella testimonianza di altri, che, ad esempio, avendo viaggiato mi assicurano che la Nuova Zelanda esiste, oppure che il tempo fisico non è assoluto.

A volte, invece, in questi ultimi anni pervasi dalla mediatizzazione e dalla velocizzazione in tempo reale della comunicazione e dell’informazione, pare che la conoscenza non debba fondarsi sui due capisaldi sopra richiamati, ma possa “passare” impunemente senza filtri tramite il web dove ciascuno, dal ricercatore serio e credibile agli “scappati di casa” di un partito inflazionato e bisognoso di un sano dimagrimento. Il mio caro lettore comprende bene a quale partito (o movimento, come amano i suoi militanti definirsi) qui mi riferisco.

Si dice anche che “resiste al tempo ciò che fugge (frase di Seneca, mi pare), e che “per sentire di più hai bisogno di meno” (non so di chi sia, ma mi piace, perché può essere il manifesto della sobrietà e del senso del limite). Come possiamo utilizzare questi due detti nel nostro tema?

La penso in questo modo: se ciò-che-fugge resiste al tempo, l’oggetto-ente può essere… il tempo stesso, specialmente se lo si intende in termini di kairòs e non di krònos. Mi spiego: ça va sans dire (mi si passi un francesismo una tantum) il cambiamento interiore dello spirito e anche quello esteriore delle cose è correlato al movimento, allo sviluppo, all’incedere dei fatti e dei vettori causali, in ogni ambito della vita umana. E’ correlato ai processi decisionali individuali e collettivi, fermo restando tutto ciò che contribuisce al moto, il quale è indipendente dalla volontà umana, come lo sono i fenomeni naturali, i quali comunque possono e talora sono determinati, in tutto o in parte, dall’agire umano, come nel caso dell’ambiente e della crisi climatica.

Ecco: se non si ha la capacità, che i su citati personaggi politici e mediatici et alii simili non hanno, di discernimento dei ritmi e delle cause del cambiamento, non si può comprendere ciò-che-accade-che-fugge.

Vale a dire nientemeno che la realtà effettuale, sia essa la sostanza spinoziana o l’essere aristotelico.

Duole però che nel novero di coloro che creano disagio cognitivo vi siano, dispersi nel web, anche intellettuali di chiara fama, conquistata in anni di studio e di ricerca, i quali, allo scopo di semplificare spiegazioni e messaggi, non si peritano di eccedere in superficialità e approssimazione banalizzante.

Come altre volte, anche ora sarei tentato di fare qui nomi e cognomi, ma mi limito a citare le specializzazioni accademiche di costoro che ho in mente: si tratta di filosofi, psicologi, politologi, criminologi, storici, fisici, e soprattutto giornalisti…. quasi che il modello comunicazionale riesca, ed è così, ad appiattire ogni contributo di conoscenza che intendono proporre. Se i giornalisti, soprattutto nella versione del cronista da redazione, possono essere in qualche misura escusabili, perché debbono affrettarsi a dare-la-notizia, gli studiosi delle categorie sopra citate non hanno scuse per le loro banalizzazioni.

Un esempio: un noto psichiatra, super mediatizzato, senza ritenere opportuno citare le fonti socio-statistiche, si permette di dire che (secondo lui, sic!) la maggioranza dei genitori giovani, al giorno d’oggi, preparano gli zainetti di scuola ai figlioletti adolescenti. Ma da dove viene questa notizia. Caro lettore, sentito il tal dott. prof., ho fatto una mia piccola ricerca con dieci coppie di genitori papà e mamme di quattordicenni/ sedicenni, cioè ragazzi e ragazze che vanno a scuola dalla terza media alla seconda liceo. Ebbene, nessuna delle coppie genitoriali (in un caso si trattava di un genitore single) mi ha confermato quanto detto con enfasi dall’esimio (quantomeno per cachet ricevuto a ogni comparsata televisiva) per fama mediatica! E allora, come la mettiamo? A cosa serve irridere una generazione di genitori per scoprire qualcosa che non-è-vero, e scaraventarlo al pubblico dal video tv?

Altri, invece, della stessa categoria scientifica e professionale sono molto seri e comunicativi. Qui invece due nomi li propongo: Vittorino Andreoli e Raffaele Morelli.

Gli eventi politici di ieri propongono altre riflessioni in tema. Di Maio si stacca dai 5Stelle di cui e per cui è stato “tutto” e afferma che non è (più, perché prima lo era?) vero che 1 e uguale a 1. La follia di tale affermazione (1 uguale a 1) è stato lo slogan forte di quel movimento confuso e confusivo, fin dagli albori dei “vaffa” ululati per le italiche piazze dal teatrante genovese.

Ho scritto decine di volte e lo propongo nei miei corsi e nelle conferenze di antropologia filosofica, e qui noiosamente le ripeto, che i fondamenti dell’antropologia occidentale, attestano due cose:

a) circa la struttura di persona, sulla base della fisicità, dello psichismo e della spiritualità, si può dire che ogni essere umano è uguale a ogni altro e vale come l’altro e ha la medesima dignità di essere senziente-pensante-autocosciente, poiché ogni essere umano possiede i tre elementi che lo compongono;

b) circa la struttura di personalità, che è composta dalla genetica individuale, dall’ambiente in cui uno è cresciuto e dall’educazione ricevuta, si può dire che si produce, indefettibilmente, l’irriducibile differenza e l’unicità di ogni essere umano.

Ebbene, è dunque vero che ogni essere umano vale un altro, ma è altrettanto vero che… non è vero. Non si può mettere al posto di Draghi, Capo del Governo, già altissimo dirigente bancario fino alla presidenza della BCE, o al mio posto, figlio di operaio emigrante in cava di pietra in Germania, studente-operaio, poi dirigente socio-politico, capo del personale di una multinazionale tra le maggiori d’Italia, sei titoli accademici fra cui due Dottorati di ricerca, incarichi di docenza in atenei civili e pontifici, ventisei volumi pubblicati, attuale presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica (Phronesis), presidente di una decina di Organismi di Vigilanza del Codice etico aziendali, migliaia di articoli scritti, o al posto del signor Edoardo Roncadin, presidente di un pool di aziende che lo rende il maggior imprenditore del Nordest, 3500 dipendenti per quasi mezzo miliardo di fatturato annuo, partito a diciassette anni per le “Germanie” come apprendista gelataio… il primo essere umano che passa per strada, che comunque ha lo stesso valore umano e morale di Draghi, di Edoardo e mio.

Ovviamente, il mio attento e saggio lettore comprende bene lo spirito con il quale ho scritto le frasi precedenti, che sono prive di qualsiasi autocompiacimento celebrativo, perché sono semplicemente la realtà fattuale.

I 5Stelle per un decennio hanno sostenuto più o meno questo, facendo danni incommensurabili, perché – purtroppo – la base di massa degli esseri umani ha una dotazione cognitiva che la campana di Gauss ben rappresenta con la parte centrale della curva, che costituisce circa l’80% dell’intero, più o meno. Questo dato fa capire abbastanza bene anche le ragioni socio-culturali del risultato ottenuto dai 5S nel marzo del 2018, il 33% dei suffragi, e anche – oggidì – il livello qualitativo e culturale degli interventi radio-tv di molti degli ascoltatori, ad esempio di chi contatta La Zanzara su Radio 24 oppure Radio Sportiva, etc.

Quando viaggio ascolto talvolta queste trasmissioni per documentarmi sulla popolazione che si dà quasi ragion d’essere ascoltandosi e facendosi ascoltare dagli amici per radio.

Il Presidente del Consiglio dei ministri, il signor Edoardo e io stesso non abbiamo un valore umano superiore al primo che passa per strada, ma questi non può fare quello che fanno il Capo del Governo, Edoardo Roncadin e quello che faccio io stesso.

L’abbiamo scoperto solo ora, mio buon Di Maio? Mi ricordo quando era il maggior rappresentante della dottrina dell’1 vale 1 , assieme al suo allora compare di visite ai “gilet gialli” e ora, ciondolon ciondoloni, ondipericlitante fra la Moscova e l’Arbat (il cosìnomato Dibba da giornalisti compiacenti e piaggioni, u bellu guaglione2, direbbe lo spesso rancoroso, per comunicazione di notizia di prima mani, tranquilli!, Romano da Bologna, perché il primo bellu guaglione era Rutelli), di comicissima e ligure memoria. Meglio tardi che mai.

In ogni caso le riconosco il merito di avere agito per togliere spazio e potere al capo del suo ex gruppo, lasciandolo alla sua condizione di uomo politico posticcio, che per mostrarsi importante ha anche avuto bisogno di inventarsi una collaborazione fasulla con una Università newyorkese

Tutta salute per l’Italia, povera Patria mia.

Un delitto a Codroipo, l’omicidio di una donna e madre

Come i miei cari lettori sanno, mi occupo, tra altre attività accademiche e di consulenza etica aziendale, di relazioni intersoggettive nell’ambito della Consulenza filosofica individuale, anche come presidente dell’Associazione italiana per la consulenza filosofica Phronesis (in base alla Legge 4 del 2013 sulle professioni non ordinistiche), così chiarendo ciò che differenzia questa pratica dalle psicoterapie, pratica le cui prerogative sono le seguenti:

“La consulenza filosofica si realizza nel rapporto tra un filosofo consulente e un consultante o un gruppo di consultanti, affrontando le questioni importanti e  impegnative della vita, mediante l’indagine delle esperienze individuali. (omissis)

        La consulenza filosofica prende le mosse prevalentemente da questioni in vario modo problematiche portate dal consultante [questioni etiche, relazionali, esistenziali, relazionali, decisioni complesse, dubbi, revisioni progettuali, scelte, separazioni, lutti, cambiamenti, etc.]. Questo passaggio al consulere è esplicito e configura una variazione sostanziale rispetto ad un esercizio di pratica.

La consulenza filosofica:

  • opera sulle questioni proposte a partire dalla “messa in questione” interrogativa delle forme di pensiero, delle ragioni, dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo, e di quant’altro offerto allo sviluppo del dialogo;
  • riconduce il discorso del consultante ai suoi presupposti-concetti, principi e valori, in modo da far emergere la visione del mondo che essi costituiscono e le eventuali incoerenze e incongruenze con la vita;
  • a partire dal piano configurato dall’analisi dialogica e relativo alla visione del mondo del consultante, la consulenza filosofica rende possibili trasformazioni ed eventuali ampliamenti della visione del mondo del consultante
  • anche proponendo percorsi creativi, metaforici, immaginativi, aprendo scenari e prospettando alternative.

La consulenza filosofica ha il fine fondamentale di chiarire, arricchire, rendere più articolata e profonda la visione del mondo del consultante, sulla base del presupposto che discutere/discernere l’esperienza in modo chiaro, ricco, complesso e profondo sia condizione ottimale per orientarsi nel mondo.

        La consulenza filosofica riguarda l’esperienza di vita del consultante, cioè l’agire concreto in quanto connesso alle forme del pensiero.

        La consulenza filosofica pone i diversi interlocutori su un piano di parità e pari dignità, pur riconoscendo una diversità di ruolo;

        La consulenza filosofica richiede l’adesione esplicita e consapevole da parte del consultante.

        La consulenza filosofica non utilizza la filosofia in forma strumentale in vista di scopi propri di altri saperi, pratiche o discipline.

        La consulenza filosofica è contraddistinta da un generale atteggiamento di franchezza reciproca.

Nella consulenza filosofica nessun punto di vista viene accettato per via di autorità e tutte le argomentazioni, ivi comprese quelle prodotte dal filosofo, sono sottoposte al vaglio critico interno al dialogo.”

Come si può constatare si tratta di una metodica chiaramente distinguibile da altri interventi che concernano il rapporto tra pensiero e azione nell’uomo e quindi anche gli atti che questi può compiere.

L’omicidio di una donna e madre di Codroipo, come altri atti analoghi attesta come, più che la ricerca di particolari nevrosi, psico o sociopatie inerenti l’attore del crimine, che è il tipico percorso correntemente praticato, come si evince anche dai commenti dei testimoni, “ Chi lo avrebbe mai detto…. Erano così due brave persone… Come mai non ci si è accorti prima…” e via banalizzando, forse occorrerebbe prevedere l’apertura di sportelli di educazione etica e di chiarificazione sui valori esistenziali veri, progetti che potrebbero interessare le comunità locali e soprattutto le strutture amministrative del Comune, o religioso-comunitarie come la Parrocchia.

E dunque si tratta di un profondissimo tema e problema di cultura, nel quale la visione del mondo del maschio è ancora molto arretrata, prigioniera di una concezione patriarcale e arcaica dei rapporti d’affetto nella coppia. Nonostante la modernità abbia portato il comune sentire nella “cultura dei diritti” civili, sociali, del lavoro, etc., resta nel fondo dell’anima un sostrato che “permette” di pretendere, di possedere l’altro/ a, di non accettare l’autonomo esercizio della libertà individuale, che le leggi ora garantiscono, ma la psiche maschile, nel profondo, a volte non accetta.

Non dimentichiamo che le leggi civili e penali che distinguevano in gravità gli atti di infedeltà e l’omicidio se commessi da un uomo o da una donna, sgravando il maschio in modo radicale sono state in vigore fino a poco più di quaranta anni fa.

La psiche umana-maschile invece resta – per molti – nel passato.

Perciò, oltre al lavoro che possono fare e fanno i colleghi e le colleghe filosofi/ e pratici/ he, mi sono permesso di proporre qui luoghi e modalità di riflessione sui fondamenti delle vite umane, tutte, e dei valori che appartengono ad esse.

Certamente in una feconda alleanza collaborativa con psicologi, pedagogisti e psichiatri, occorrerebbe lavorare in team, sviluppando una indispensabile filiera di conoscenze sull’uomo, che nessuna specializzazione, di per sé, possiede in toto.

Il mito di Narciso

A corredo e documentazione scientifica del precedente post sullo stesso tema (o quasi), ho la grazia da parte dell’autrice, professoressa Anna Colaiacovo, carissima collega di Phronesis e valorosa docente di filosofia, di pubblicare questo saggio.

Nel mito, Narciso è un giovane bellissimo, che suscita passione negli altri, ma non è in grado di ricambiarli in alcun modo. Innamorato della propria immagine, muore perché non può congiungersi con essa.

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).

Innamorata di Narciso è la ninfa Eco che, punita da Era perché con le sue chiacchiere la distraeva dai tradimenti del marito, poteva ripetere soltanto le ultime parole pronunciate dall’altro. Eco si consuma d’amore per Narciso al punto che   di lei rimane solo… l’eco. Eco e Narciso si corrispondono: totalmente chiuso agli altri, Narciso ama la propria immagine riflessa nell’acqua. Non può farlo se non immergendosi in essa, e quindi morendo.  Completamente assorbita dall’altro, Eco non è più nessuno. 

I Greci proibivano all’uomo l’uso dello specchio, le donne ne avevano l’uso esclusivo. Perché?  Lo specchio rischiava di bloccare gli uomini in se stessi, mentre sappiamo bene che  nella Grecia antica spettava agli uomini occuparsi della sfera politico-sociale, aprirsi agli altri , mentre alle donne invece era riservata la casa e, in particolare, il gineceo. Le donne potevano uscire solo in particolari occasioni, durante le cerimonie religiose. Le donne avevano necessità dello specchio per prepararsi allo sguardo maschile, dovevano guardarsi prima di essere oggetto dello sguardo dell’uomo. La donna esiste come riflesso dell’altro ed Eco la rappresenta.

Narciso muore giovane. Alla sua nascita il vate Tiresia aveva previsto per lui una lunga vita, a una condizione però: Se non conoscerà se stesso. Il Conosci te stesso, quasi un paradigma della grecità, viene rovesciato. É paradossale che Narciso muoia per conoscersi, ma il punto è: per conoscere che cosa? Il riflesso di sé, l’essere nulla.

Lacan: Lo stadio dello specchio

Nel processo di costruzione dell’identità, lo stadio dello specchio (studiato da Lacan) è un passaggio fondamentale. L’essere umano, quando nasce, non è dotato, come gli animali, di istinti che  garantiscono l’adattamento al mondo esterno. La relazione con il mondo, tra l’ organismo e l’ambiente, è mediata dall’immaginario. Il bambino, tra i sei e i diciotto mesi,  di fronte a uno specchio, all’inizio cerca  di afferrare l’immagine che gli appare, come se si trattasse di un oggetto reale. Poi si rende conto che è un’immagine. Infine che è la sua immagine, diversa dalla madre che è con lui.  In una fase in cui  non ha ancora la padronanza del proprio corpo e si vive come frammentato, il piccolo acquista una prima consapevolezza di sè come un tutto unitario (la propria immagine unificata) attraverso lo sguardo dell’altro, perché è questo sguardo che conferma che è lui.

Ed ecco  allora  la pietra angolare dell’identità: Ho bisogno dell’altro per diventare me stesso. Ed è un processo cognitivo e affettivo insieme.

Ma chi sono io? Per dire IO abbiamo bisogno di raddoppiare noi stessi, abbiamo bisogno di un soggetto e di un oggetto: “Laddove mi vedo, non ci sono, dove ci sono, non mi vedo”. (Lacan)

Da un lato c’è un corpo-pulsionale, la grande ragione  del corpo (Nietzsche), dall’altro l’io immagine.

Ognuno di noi deve confrontarsi con questo doppio e con un’immagine di sè che è intima e nello stesso tempo estranea.

L’illusione narcisistica consiste nel tentativo (disperato) di far coincidere noi stessi con la nostra  immagine e nel non riconoscere all’altro da noi una realtà autonoma. Nel mito, infatti, Narciso, del tutto insensibile all’amore di Eco, muore perché sprofonda nell’acqua cercando di congiungersi  con la propria immagine.

Nel processo di costruzione dell’identità, la fase narcisistica è fondamentale, ma va superata attraverso lo sviluppo della capacità di entrare in relazione con l’altro. Occorre riconoscere che l’altro ha una vita separata dalla nostra, che non è semplicemente un oggetto preda del nostro narcisismo e non è neppure qualcuno in cui ci annulliamo completamente come avviene in un  film geniale come Zelig (1983) di W. Allen.

Una rappresentazione letteraria di Narciso

Il mito ci indica una strada che viene percorsa nella letteratura da altre figure che incarnano il narcisismo. Prima fra tutte: Don Giovanni (o Casanova). Sono  figure che attraggono molto, come accade spesso con i narcisi.

Chi è Don Giovanni?

Don Giovanni è invece fondamentalmente un seduttore. Il suo amore non è psichico ma sensuale, e l’amore sensuale secondo il suo concetto non è fedele, ma assolutamente privo di fede, non ama una ma tutte, vale a dire seduce tutte. Esso infatti è soltanto nel momento, ma il momento è concettualmente pensato come la somma dei momenti, e così abbiamo il seduttore”.[1]

Secondo Søren Kierkegaard, Don Giovanni è un esteta. L’etimologia della parola rinvia al termine greco “aistesis” che significa sensazione. L’esteta è colui che vive nell’immediatezza del desiderio,  Non sceglie mai, perché la scelta è quell’atto che porta al superamento dello stadio estetico e genera l’individualità e la personalità morale.

 Don Giovanni, nelle sue numerose varianti letterarie, conquista tante donne. Pensiamo alla lista che il servo Leporello esibisce nella famosa “aria del catalogo”, nel primo atto dell’opera di Mozart, su libretto di Da Ponte. É il desiderio ad avere un effetto seducente sulle donne anche se, poi, Don Giovanni utilizza la finzione e usa l’inganno per far sì che la realtà si pieghi ai suoi voleri. In realtà Don Giovanni, che è un camaleonte e diventa i personaggi che recita, coltiva l’illusione dell’onnipotenza e non conosce limiti; non può abbandonarsi al sentimento perché rischia di perdersi.

Narciso non consegna la propria immagine al confronto con l’altro. Caravaggio lo rappresenta mentre contempla la propria immagine nell’acqua, ed è un’immagine immersa nel buio; Don Giovanni non svela la propria identità: Donna folle! Indarno gridi: chi son io tu non saprai!, canta all’inizio del dramma giocoso di Mozart. Rivelarsi, infatti, andare autenticamente verso l’altro espone alla rottura del guscio narcisistico. E che cosa si nasconde dietro quel guscio? Il volto nascosto di narciso è, secondo Julia Kristeva[2], la depressione.

Chiariamo meglio questo punto. Nel momento in cui ognuno di noi si lascia andare all’amore si trova in una condizione di estrema vulnerabilità: ci si scopre indifesi, in balia dell’altro, esposti al rischio di fallimento e di sofferenza. Mantenerci aperti alle esperienze emotive, abbandonarsi alla fluidità del sentimento significa abbandonare tutte le corazze difensive e esporsi alla possibilità del tradimento e al dolore a esso connesso.

I narcisisti non sono disposti a correre questo rischio. Perché?

A un livello superficiale il narcisista si presenta come una persona dominante, sicura di sé, di successo.  In realtà è fondamentalmente un insicuro che non è in grado di affrontare la paura di doversi riconoscere e accettare come una persona inadeguata e vulnerabile e che, proprio per difendersi da questi sentimenti per lui inaccettabili, esprime una continua esaltazione di sé.

Attualità

La modernità liquida

Riprendiamo il discorso su Narciso volgendolo verso l’attualità. Possiamo dire che il tempo in cui viviamo educa al narcisismo, che è uno dei maggiori problemi dell’epoca contemporanea. Vediamo perché. L’età moderna inizia con il tramonto dell’ordine medievale, il rifiuto di ogni autorità trascendente e l’esaltazione dell’individualità. Individualità che significa libertà e responsabilità. Pensiamo a Cartesio, il padre della filosofia moderna. Parte dal dubbio, un dubbio che diventa radicale per arrivare poi alla prima certezza: cogito, ergo sum. La ragione si autolegittima, non ho bisogno di nessuno, neppure di Dio per affermarlo. L’io diventa consapevole della propria esistenza e della potenza della propria volontà. Siamo di fronte a un Io prometeico, con una profonda stima di sé, che in vari modi caratterizzerà i tempi moderni, in particolar modo l’illuminismo e lo sviluppo dell’economia politica. Prometeo come simbolo dell’orgoglio umano che con lo sviluppo della scienza e della tecnica infrange i limiti della natura per produrre progresso e ricchezza. 

La prima fase della modernità, quella solida, era fondata su istituzioni durevoli e stabili, su un controllo razionale dello spazio e del territorio, sulla negoziazione dei diritti. Dal punto di vista dell’individuo, era basata sulla fiducia: nelle proprie capacità (posso imparare a fare qualcosa), negli altri (ciò che ho appreso mi viene riconosciuto) e nelle istituzioni, nella loro stabilità (garantiranno che ciò che ho costruito nella mia vita varrà anche domani). Il pilastro di questo modello (secondo Bauman, endemicamente esposto al rischio di totalitarismo) era la razionalità, ovvero la fiducia nella capacità umana di conoscere e controllare, attraverso la scienza e la tecnica, il corso degli eventi e di indirizzarlo verso il progresso (considerato l’unico motore della storia).

L’esistenza di uno spazio pubblico, il luogo deputato alla discussione politica, testimoniava la presenza di una società civile in cui i cittadini potevano far sentire la propria voce e partecipare così allo sviluppo collettivo.

La società della modernità liquida, la nostra, è caratterizzata, invece, da una erosione della politica a scapito dell’economia: da leggi di mercato spietate e da istituzioni che non sono in grado di regolarne gli effetti (il mercato non persegue alcuna certezza, anzi prospera sull’incertezza). Oggi dominano la precarietà e la sfiducia (tutti lo sappiamo, basta guardarsi intorno) che Bauman ben rappresenta attraverso una metafora: “L’insicurezza odierna assomiglia alla sensazione che potrebbero provare i passeggeri di un aereo nello scoprire che la cabina di pilotaggio è vuota”.[3]

La sfiducia nella politica e nella possibilità di cambiare il mondo (poiché sappiamo che il vero potere, nell’età della globalizzazione, è extraterritoriale e fluttuante), ci porta ad affrontare i problemi individualmente e a ricercare la nostra autenticità in un altrove che può essere il cibo, lo shopping, il ballo…

Il consumatore ha preso il posto del cittadino e gli spazi pubblici sono diventati i luoghi in cui scegliamo che cosa acquistare o quelli in cui ci divertiamo.

La cultura del narcisismo

In questa situazione quali spazi di autonomia può avere l’individuo? E quali relazioni può stabilire con i suoi simili?

Se la precarietà è dappertutto e rende incerto il futuro, il problema non è più quello di avere forze sufficienti per raggiungere un obiettivo domani, ma nell’essere continuamente vigili sulle strade percorribili (opportunità?), oggi. Privo di riferimenti certi, l’individuo deve agire in tempi rapidi, sempre pronto al cambiamento, in un continuo calcolo di costi e benefici. Ed ecco allora che l’identità personale prende la forma di una continua sperimentazione.  Secondo Christopher Lasch “le identità di cui si va alla ricerca ai nostri giorni sono quelle che possono essere indossate e poi scartate come un abito”.[4]  Da un lato, rispetto al passato, abbiamo certamente margini di libertà e flessibilità più ampi, ma, dall’altro, siamo esposti al rischio continuo di cadere nell’ansia da prestazione, perché, sul piano concreto, le libertà sono limitate e il singolo viene lasciato completamente solo, a tal punto  che tende a percepire gli altri come ostacoli per la sua affermazione. Se l’autoaffermazione, però, non si realizza, l’individuo tende a colpevolizzarsi: non sono stato capace. Da qui il rischio della depressione.

In un mondo di esperienze frammentate, gli individui hanno in comune la tendenza ai rapporti discontinui, ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata, ma l’unico gestore dei legami – immaginate la rete di internet con i relativi nodi – rimane il creatore stesso che ne ha il controllo e che può cancellare l’altro in un istante. Naturalmente, però, tutti gli individui hanno le stesse possibilità e da qui nasce una grande insicurezza.

Le relazioni, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità, una limitazione delle libertà.

Nella modernità liquida il soggetto, estraneo alla vita pubblica, incapace di relazioni durevoli e di reale confronto con l’altro, tende a investire le proprie energie emotive nel culto di sé, del proprio corpo e della propria immagine. La libido è tutta concentrata su di sé e sottratta all’altro da sé.

Il selfie: narcisismo o bisogno di relazione?

Forse Steve Jobs non pensava, inserendo  sui suoi smartphone la fotocamera frontale, di dare avvio a comportamenti così compulsivi e diffusi come quelli che vediamo quotidianamente. Fotografarsi e condividere le foto sui social network è diventata, oggi,  una vera e propria mania.

Che cosa spinge persone di tutte le età a farsi un selfie  nelle condizioni e nei luoghi più impensati? Che senso ha  fotografarsi   durante un funerale (è accaduto anche questo!) o in una situazione talmente precaria da mettere a rischio la propria vita?  Certo, in questi comportamenti la componente narcisistica è molto forte, ma, accanto al bisogno di   rappresentazione di sé, c’è un’esigenza altrettanto forte di condivisione sociale. Convivono il  bisogno di specchiarsi e di testimoniare la propria presenza agli altri.

C’è, in definitiva, un problema di identità.

Nel tempo del  capitalismo avanzato, il potere, come ci ha insegnato Foucault,  non si presenta più in forma dispotica, ma entra nella vita e si insinua nei meccanismi e nei procedimenti emotivi quotidiani. Si sviluppa  all’interno di un fitto reticolo mobile e concreto di rapporti, si  trasforma in un potere seduttivo apparentemente innocuo rispetto al passato e  prende la forma di regole comportamentali interiorizzate dai singoli. Il potere agisce sugli individui attraverso le “pratiche”, perché ognuno di noi diventa quello che è attraverso  quello che fa ogni giorno, attraverso i luoghi che abita, i  gesti che compie, le relazioni che intreccia, i dispositivi che utilizza.

I dispositivi (cioè qualsiasi cosa abbia la capacità di determinare e orientare pensieri, gesti, comportamenti) con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci inducono ad agire in un determinato modo, influiscono sul funzionamento del nostro cervello e ci trasformano. I dispositivi informatici, ad esempio, stanno cambiando radicalmente  il nostro modo di vivere e il nostro modo di vivere il tempo, dal momento che non esiste   più  una netta  distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero. Il mercato ci richiede di essere sempre connessi e visibili ed è una richiesta che è ormai diventata una nostra esigenza.

Siamo soggettività che si pensano libere e che  in realtà rispondono “liberamente” all’applicazione dei poteri.

La pratica del selfie, in particolare, rivela molto del nostro tempo, di una fase storica in cui l’accessibilità e la condivisione sembrano diventate un “obbligo” e  il confine tra pubblico e privato sfuma sempre più. 

Ma rivela soprattutto molto di noi, del nostro  bisogno ossessivo di esserci – IO CI SONO! GUARDAMI- che alimenta il dubbio di non esserci, nell’attesa spasmodica di un like.

Prof.ssa Anna Colaiacovo


[1] S. Kierkegaard, Enten-Eller, a c. di A. Cortese, vol. I, Adelphi, Milano 1981, p.163

[2] J. Kristeva, Sole nero, Feltrinelli, Milano, 1988

[3] Z. Bauman, la solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2000, pag. 28

[4] C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 1985, pag.24

“Narciso”, il bel giovine del mito greco-latino, e i suoi attuali emuli nostrani: Berlusconi, Salvini, Conte (in ordine temporale di “successo” personale), e alcuni altri, anche non meno in vista dei tre citati (almeno in parte), di cui tratterò nel testo. Parliamo del narcisismo, e anche della sua deriva istrionica: un disturbo non banale della personalità

Prima di tutto, il mio lettore può chiedersi l’origine del “nome” (ma credo la conosca) di questo atteggiamento-comportamento verso la vita propria e quella degli altri, che ha indubbiamente anche una connotazione nevrotica, come vedremo più avanti, citando i testi scientifici e letterari più accreditati, ed esemplificandolo con la proposizione di tre persone, di tre “figure” politiche italiane del nostro tempo: Berlusconi, Salvini e Conte. Non trascurerò di citare anche un testo biblico che ha profondamente a che fare con Narciso, il Qoèlet, l’Ecclesiaste. Vedremo in quale modo.

Intanto parto dal mito di Narciso, così come è riportato dalla tradizione letteraria greco-latina.

Narciso (in greco antico: Νάρκισσος, Nárkissos) è un personaggio mitologico della tradizione greca. Si tratta di un ragazzo molto bello, molto attivo nella caccia. Il suo carattere, però, è disdegnoso verso gli altri fino a uno spregio un po’ crudele. Come sempre, se abbiamo presente i racconti dei grandi poemi epici, gli “Dei” sono gelosi degli uomini che hanno particolari doti, per cui, anche nei confronti di Narciso, non sopportandone la “popolarità”, possiamo dire con un’espressione moderna, lo puniscono con la morte, che è quasi – nei modi in cui è avvenuta – una morte auto-inflitta dalla sua vanità: Narciso si specchia in un corso d’acqua, si compiace della bella immagine che vede, perde l’equilibrio, cade in acqua e muore annegato. Vien da dire che quell’atletico ragazzo non sapeva nuotare…

Già a questo punto verrebbe da dire che l’autocompiacimento vanesio fa perdere l’equilibrio mentale, o no?

Vi sono varie versioni del mito: una si trova nei Papiri di Ossirinco ed èattribuita a tale Partenio; un’altra nelle Narrazioni di Conone, datata fra il 36 a. C. e il 17 d. C, mentre le più note sono la versione di Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi, e quella di Pausania, presente nella sua Guida o Periegesi della Grecia.

Si tratta di racconti di carattere morale, nei quali Narciso appare come un superbo insensibile, che perciò viene punito dagli dei, che gli rimproverano di non aver accettato nessun compagno, nemmeno Eros: un ammonimento ai giovani di quei tempi?

In dettaglio esaminiamo il mito greco: Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere dal… volerlo omosessualmente. Solo un giovane ragazzo, Aminia, non si dava per vinto, tanto che Narciso gli donò una spada perché si uccidesse. Aminia, obbedendo al volere di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, avendo prima invocato gli dei per ottenere una giusta vendetta, il cui compimento avvenne come sappiamo. Si tratta del racconto dell’immagine riflessa e dell’innamoramento (stupidissimo) di Narciso per se stesso e della sua mortale caduta in acqua.

Il racconto, però, nelle diverse narrazioni, ha due esiti finali: il primo è quello dell’annegamento, mentre il secondo racconta del suicidio con la spada da parte di Narciso, la stessa spada che aveva donato ad Aminia affinché si uccidesse. Dal sangue sparso di Narciso sarebbe nato dalla terra l’omonimo fiore.

Per chi ama il genere posso consigliare di leggere l’ampia versione ovidiana nelle Metamorfosi, dove il poeta narra anche della nascita e della vita del bel giovane, quasi, come si dice oggi, costruendo un prequel.

Interessante il fatto che, nel compiersi della tragedia finale, dopo alcuni interventi dei massimi dèi olimpici, fu la volta di… Nemesi (eccola qua!), che condusse Narciso alla sua “giusta” fine di superbo e vanesio.

Il romantico funerale fu celebrato dalla ninfe Naiadi e Driadi, che cercarono il corpo per innalzarlo sul rogo, ma trovarono “solo” il fiore omonimo. Struggente! (non scherzo).

Vi è però una contraddizione in questo racconto, perché il poeta greco Pamphos, prima che il mito fosse molto diffuso, scrisse nei suoi versi che quando Persefone fu rapita da Ade, stava raccogliendo proprio dei narcisi.

Narciso come fonte di ispirazione artistica

Il mito di Narciso è stato una continua fonte d’ispirazione per gli artisti fino ad oggi, sia nella pittura, sia nella musica, oltre che in altre narrazioni. Caravaggio, Nicolas Poussin, William Turner e Salvador Dalì, tra altri.

La letteratura contemporanea si è rivolta al mito di Narciso con John Keats, e soprattutto, direi, nelle opere filosofiche e letterarie di André Gide con Il Trattato di Narciso, 1891, e Oscar Wilde, autore del celeberrimo Il ritratto di Dorian Grey. Né trascurabili sono alcuni personaggi “narcisiani” (e narcisisti) in Dostoevskij, come Jakov Petrovic Goljadkin ne Il sosia, 1846.

Anche Stendhal ne Il rosso e il nero (1830) propone nel personaggio di Mathilde un tipico carattere narcisista: dice difatti il principe Korasoff a Julien Sorel: “Guarda solo se stessa, invece di guardare voi, e così non vi conosce”.

In qualche modo, perfino Hermann Melville si riferisce al mito di Narciso nel suo romanzo Moby Dick, quando Ismaele spiega che il mito è la chiave di tutto, riferendosi alla questione se sia possibile ritrovare l’essenza della verità all’interno del mondo fisico.

In Italia troviamo Giovanni Pascoli: nei Poemi Conviviali egli dedica il poemetto I Gemelli a Narciso, traendo ispirazione dalla variante riportata da Pausania.

Per finire, cito anche Rainer Maria Rilke, che non trascura il tema del narcisismo in molte sue liriche, come fa anche Edgar Allan Poe… e Hermann Hesse (Narciso e Boccadoro), William Faulkner in Santuario, Paulo Coelho in L’alchimista… Pare proprio che Narciso sia pervasivo, a dir poco.

In Musica troviamo parecchie citazioni. Alcune: a Narciso è dedicato il secondo pezzo del trittico dei Miti op. 30 per violino e pianoforte, del compositore polacco Karol Szymanowski, License to Kill di Bob Dylan; il gruppo metal greco Septic Flesh ha inciso una canzone su Narciso (intitolata Narcissus) nel suo album Communion; il testo della canzone Reflection dei  Tool è parzialmente incentrato sul mito di Narciso; altre canzoni inerenti al mito sono: Narcissus di Alanis Morissette, The daffodil lament dei The Cranberries e Deep six di quel narciso di… Marilyn Manson.

In Italia troviamo: Narciso, tratta dall’album Pierrot Lunairee del gruppo omonimo, La lira di Narciso, tratta dall’album Bianco sporco dei Marlene Kuntz, Parole di burro tratta dall’album Stato di necessità di Carmen Consoli, Una storia d’amore e di vanità di Morgan (Da A ad A. Teoria delle catastrofi), La Cantata del Fiore di Nicola Piovani, et alii...

Un degno finale di queste citazioni può essere il seguente: Pink Narcissus (1971) è un film di James Bidgood sulle fantasie di un ragazzo dedito alla prostituzione maschile.

Il “narcisismo” in Psicologia

Nel 1898 Havelock Ellis, un sessuologo inglese, usa il termine narcissus-like in un suo studio sull’autoerotismo, riferendosi alla “masturbazione eccessiva”, quando la persona diventa il proprio unico oggetto sessuale, essendone soggetto. Soggetto e oggetto insieme.

Nel 1899, lo psicologo tedesco Paul Näche è il primo studioso ad utilizzare il termine “narcisismo” in uno studio sulle “perversioni” sessuali, per come erano ritenute allora.

Nel 1911, Otto Rank pubblica il primo scritto che possiamo definire “psicoanalitico” specificamente centrato sul narcisismo, collegandolo alla vanità e all’auto-ammirazione superba.

E veniamo al clou di queste ricerche: nel 1914 Sigmund Freud pubblica il saggio Introduzione al narcisismo, nel quale sviluppa il significato del termine, con i concetti di narcisismo primario e di narcisismo secondario o protratto.

Da qualche decennio il narcisismo è considerato un disturbo della personalità come amore esagerato di un soggetto umano verso la propria immagine e per se stesso. Alcuni testi:

A pag. 191 del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per la Medicina generale, edito da Masson in Milano nel 2004, poi aggiornato alcuni anni fa, ma senza sostanziali modifiche nei temi qui trattati, si leggono, all’interno del capitolo sui Disturbi di personalità, le seguenti considerazioni al punto F60.8:

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia (ecco!, ndr). Per esempio, il soggetto ha fantasie di successo o potere illimitati, crede di essere “speciale”, richiede eccessiva ammirazione, ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, sfrutta le relazioni interpersonali, invidia gli altri (suggerisco di considerare il significato etimologico-morale del gravissimo vizio dell’invidia, ndr), ed è arrogante.

Ed inoltre: I soggetti con Disturbo Narcisistico di Personalità chiedono con insistenza attenzione ed ammirazione, ed inizialmente possono anche idealizzare gli altri, per poi disprezzarli se sono “guardati dall’alto in basso” o delusi. Possono essere comuni anche la ricerca del “miglior” medico e il richiedere una particolare attenzione. Il soggetto può avere difficoltà ad accettare o ad adattarsi alla diagnosi di una condizione medica generale, che trova incompatibile con l’idea grandiosa ed onnipotente che ha di se stesso.

Nel capoverso F60.4, a pag. 190-191, troviamo un’altra specifica del Disturbo di Personalità, quello Istrionico, che spesso è correlato con quello narcisistico. Ne possiamo constatare la presenza in due dei tre personaggi qui citati: Berlusconi e Salvini.

Leggiamo: DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’. Un quadro pervasivo di emotività eccessiva e di ricerca di attenzione. Per esempio, il soggetto si sente a disagio quando non è al centro dell’attenzione, è inappropriatamente seduttivo da punto di vista sessuale, manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale, utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione, auto-drammatizza e considera le relazioni più intime di quanto lo siano realmente.

E inoltre: I soggetti affetti da Disturbo Istrionico di Personalità possono cercare di evitare o dimenticare sensazioni o idee “inaccettabili” o spiacevoli, come l’appuntamento con il medico ola gravità del loro stato di salute generale. Spesso si servono di manifestazioni emotive per controllare gli altri (per e. attirare l’attenzione, far prender agli altri la responsabilità della situazione, o fare in modo che gli altri “cambino argomento”).

Come si può notare, in tutti e due i casi esemplificati, si possono notare dei tratti di personalità molto specifici ed evidenti, presenti in molti soggetti, caro lettore, anche di tua e di mia conoscenza. Personalmente potrei fare un elenco di almeno una decina di persone narcisiste e/ o istrioniche da me sufficientemente conosciute, che talora occupano posizioni assai importanti nel mondo. Ovviamente, nell’ambito delle mie relazioni interpersonali.

E ciò vale per tutti gli esseri umani in tutte le nazioni e territori (capi di stato e di governo, capi politici e tribali), settori e ambienti (economia, finanza, scuola-università, chiese, ambiti militari, arte e spettacoli, etc.).

…e ora leggiamo un testo “classico” appartenente ai Libri sapienziali della

BIBBIA, nel Qoèlet (in ebraico קהלת, Qohelet, dal probabile pseudonimo dell’autore; in greco  Ἐκκλησιαστής, Ekklesiastès, “il radunante, il convocatore”; in latino Ecclesiastes o Qoelet),  scritto probabilmente nel III o IV sec. a . C.

Al I capitolo, possiamo leggere versi filosofici come i seguenti:

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
[4]Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
[5]Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
[7]Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.
[8]Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né mai l’orecchio è sazio di udire.
[9]Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è gia stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
[11]Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

Evito qui una disamina esegetico-teologica del glorioso brano biblico, perché il suo senso e il suo significato teorici e fattuali sono evidenti. Giova solo ricordare come, anche sulla base di questo scritto antichissimo, il narcisismo possa essere considerato come un sorta di sottospecie della vanità, così come questo vizio è un prodotto di un vizio maggiore l’orgoglio spirituale, parente stretto del vizio peggiore,che è la superbia, padre e madre di tutti i vizi. Mi pare non poco.

ECCO! e ora…

Alcuni “narcisi” italiani della politica

BERLUSCONI

Non è necessario spendersi molto su questo importante uomo dell’economia e della politica italiana dell’ultimo trentennio. Chiamato “sua emittenza”, si è occupato oltre che di edilizia (sulla tracce paterne), di comunicazione televisiva e di produzione cinematografica. Quasi trent’anni fa è “sceso in campo” in politica (come ama dire lui da sempre) e ha vinto spesso, diventato per tre volte capo del Governo, e continuando a governare – assieme a un paio di amici fidatissimi (Confalonieri e Galliani sopra tutti, e i figli “di primo letto”) – i suoi interessi economici. E’ diventato l’uomo del conflitto di interessi, e per la sinistra politica, salvo rari casi, non è stato ma “sdoganato”. Gravissimo errore di lettura della realtà fattuale.

E’ stato oggetto di molte attenzioni da parte delle Procure per i suoi non pochi “vizi” privati che lui ha tentato di far passare per “pubbliche virtù”. “Araba fenice”, è stato dato per morto in tre decenni almeno tre volte ed è “resuscitato”, si fa per dire. Anche oggi, nel 2022, una cospicua parte della politica liberal-conservatrice italiana non può fare a meno di lui.

Non aggiungo altro, se non sottolineare il fatto che tutto il suo agire è sempre stato caratterizzato da una sovraesposizione inaudita della sua persona, con una continua manifestazione teatrale di un istinto naturalmente istrionico ed egocentrico. Non serve dire altro.

SALVINI

Quest’uomo è un parvenù della politica localistica esplosa in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, sprovvisto, a differenza di Berlusconi, di ogni acclarata capacità di operare professionalmente in qualsivoglia settore lavorativo. Diplomato al liceo classico, non si è laureato e ha iniziato a fare politica a sinistra, nei centri sociali. Poi ha conosciuto altri due più o meno come lui, Bossi e Maroni (che comunque potrebbe fare l’avvocato e quindi è ben diverso da lui), e li ha soppiantati, avendo mostrato nei tempi kairologici giusti, la capacità di parlare al “popolo leghista”, che da meramente “Padano” lui ha saputo trasformare in “Nazionale”. Il suo merito, per dire, è stato quello di trovare i toni e i temi giusti per coalizzare legittime aspirazioni del “Popolo del Nord” attivo e produttivo, con la critica alla burocrazia “romana” e brussellense. Il suo “Lega – per Salvini” è riuscito a diventare anche il primo partito tra il ’19 e il ’21, salvo poi farsi superare dalla destra più vera, dalla non-amata Meloni.

La sua politica è riuscita ad andare d’accordo con tutti, perfino con i “grillini” da cui lo distanziavano molte prospettive, due governi, uno con e uno contro. E un terzo in compagnia di altri. Mica facile. Un elemento, però, lo ha obiettivamente avvicinato ai 5S: un populismo disordinato e contraddittorio, adatto, più che alla progettualità politica, alla ricerca del contrasto e dello sfascio sistematico del dibattito, con l’utilizzo di un linguaggio semplificato e banalizzante, con una postura non-verbale e para-verbale costantemente aggressiva e urlante. La Lega è ancora salva e salvata da altri dirigenti, di cui vanno apprezzati il senso civico e le capacità amministrative: parlo di Giorgetti, di Zaia e perfino di Fedriga. Grazie a Dio ve ne sono anche altri oltre a questi, nelle comunità locali, che in parte rimediano agli errori del cosiddetto, autodefinitosi “capitano”. E de che?

L’ultimo atto da “narciso” impenitente lo ha commesso in questi giorni con l’annunzio di un suo viaggio in Russia per parlare di pace con Putin. A che titolo? Lasciamo stare, ne ho già scritto qui.

Sotto il profilo della personalità, è proprio il narcisismo istrionico a costituirne la cifra comunicativa e anche morale. Come narciso-istrione, Salvini è un autentico campione.

CONTE (non-Antonio e non-Paolo, che nei loro campi sono eccellenti!).

Su Conte Giuseppe vorrei spendere solo due righe, ma non sono uno stenografo, oppure dovrei saper scrivere in ebraico. Mi accingo. Conte è un avvocato pugliese, di ufficio romano, che quattro anni fa è assurto agli onori di tutto. Dal nulla mediatico a capo del Governo. Sinceramente non ho mai capito neanche quanto “grillino” fosse o sia. Nulla lo apparenta al piglio terzomondista da barzelletta di un Dibattista, e neppure alla seriosità delle “grilline”, che imparano lezioncine a memoria per apparire politiche serie. Secondo me, Grillo lo stima molto poco, ma fa di necessità virtù, e lo tiene.

Se continua così, il prossimo anno il suo partito (posto che sia ancora suo) percepirà il giusto premio dall’elettorato illuso e deluso del 2018: dico il 15% per caritas patriae.

Ho già a sufficienza commentato in questo sito, il suo (per me) insopportabile timbro vocale, a di più la scarsissima capacità di argomentare riflessioni che siano, sia comprensibili, sia non banali, sia provviste di contenuti. E qui mi fermo.

Sotto il profilo del nostro tema, l’ex capo del Governo è uno di quei “narcisi” che non privilegiano l’istrionismo, perché prefierono la falsa modestia. E questi mi fanno ancora più nervoso degli altri. Sopporto meglio l’istrione di quanto non sopporti il falso modesto, della cui tipologia umana ho scritto recentemente in un altro articolo.

Finisco citando altri due, di differente natura hominis, mentis experientiaeque: Beppe Grillo e Matteo Renzi. Sul secondo mi limito a dire che, nonostante sia un valoroso (ehm) narcisista, ha una capacità politica di proposta di tutto rispetto, per cui si trova nell’elenco solo per questa caratteristica deleteria che in (buona) parte lo limita come persona e in efficacia politica.

Grillo, invece, ha contribuito a fare danni enormi all’Italia: basti pensare al reddito di cittadinanza, che è una misura costosa, inutile e demotivante sotto il profilo morale ed esistenziale. Potrei dire di più, ma l’articolo è già troppo lungo, e perciò qui mi fermo veramente, concedendomi un’ultimissima osservazione:

ove e quando il lemma italiano “successo”, per i citati “narcisi” riesca ad acquisire un’accezione più verbale e letterale che metaforica (socio-politico-economica relativa al potere acquisito), potrà iniziare un loro percorso individuale di rinascita (redenzione) morale.

E mi spiego: “successo” dovrebbe tornare ad essere ciò che in origine è, il PARTICIPIO PASSATO del verbo succedere.

Last but not least, utilizzo con il suo permesso un piccolo brano della professoressa Anna Colaiacovo, collega di Phronesis, che in un saggio sul narcisismo ha scritto:

Narciso deriva dal termine greco Nàrke, può essere tradotto con torpore (pensate a narcotico): Narciso è totalmente narcotizzato dalla propria immagine.   Il termine allude al sonno, ma anche alla morte (il narciso era un fiore molto utilizzato nei riti funebri).”

Bene, il rischio per i narcisi, anche per quelli su cui ho scritto sopra, è anche quello di un definitivo intorpidimento intellettuale. Contenti loro…

Armi e violenza: se e quanto l’abbondanza di armi può alimentare la violenza; quisquilie e pinzillachere: il fantomatico e narcisistico viaggio di Salvini a Mosca; Litizzetto, ignoranza e scorrettezza alla tv di Stato

Le ultime stragi in America (e non so neanche se si tratti delle ultime, mentre scrivo e pubblico il pezzo), quella di Uvalde nel Texas e quella di Tulsa in Oklaoma, attestano un fenomeno sociale più che drammatico, tragico. Senza avere la minima esitazione, ed è questo che appare dalle cronache, ragazzini appena maggiorenni imbracciano un fucile d’assalto appena acquistato, oppure già a disposizione in casa, e lo usano sparando all’impazzata verso bambini, ragazzi e insegnanti. E contro chiunque, solo considerando tempi recenti, da Columbine in poi. Parliamo di fatti che accadono negli Stati Uniti d’America, la Nazione con la maggiore economia, il più potente esercito e i maggiori centri di ricerca del mondo. Una grande Nazione democratica.

Gli Usa vantano 250 scarsi di storia, più o meno. Sono un popolo bambino.

Li caratterizza ancora, nel profondo, una sorta di pionierismo western, proprio come nei film hollywoodiani e in quelli di Sergio Leone. La possibilità di sparare, per il cittadino, è garantita dal Secondo emendamento alla Costituzione Federale del 1779, quella voluta e scritta da George Washington e Thomas Jefferson, che fu il redattore materiale del seguente testo:

«A well regulated militia being necessary to the security of a free state, the right of the people to keep and bear arms shall not be infringed«Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.»

Un altro aspetto di grande importanza culturale e socio-politica è la presenza di una sottesa cultura protestante, che è prevalente fin dalla fondazione dello Stato federale. Tra l’altro, si tratta di un “protestantesimo” di tipo calvinista, diffuso negli Usa in varie declinazioni, e quindi più sensibile all’individualismo, che smorza gli elementi comunitari intrinseci del Cristianesimo. In sostanza, per la cultura americana, chi merita vince, perché chi non vince, in qualche modo, avrebbe dei peccati da espiare, o comunque non merita (davanti a Dio). Quasi un karma a rovescio in versione occidentale. La ho scritta in modo grezzo e superficialmente teologico. Mi si perdoni la sciatteria teoretica.

In aggiunta agli aspetti culturali, in quella grande Nazione sono molto attive le lobby, come la NRA, National Rifle Association. Si tratta dunque di comprendere, anche senza condividere, la situazione che è costituita da diversi (e potenti) soggetti in campo.

In queste settimane le stragi sembrano non finire, e l’auspicio di regolamentare la vendita delle armi ai privati proviene da molti ambienti e arriva fino al Presidente che, di per sé, parrebbe voler far emanare una normativa in questo senso, ma anche lui deve fare in conti con la cultura politica che appartiene a tutte e due le grandi forze della Nazione, il Grand Old Party e i Democrats, che quasi pari sono, nel contesto americano. Che presidente sia Truman o Eisenhower, Kennedy o Nixon, Clinton o Bush 1 o 2, Obama o Trump, nulla cambia.

C’è molto, molto lavoro da fare, a partire dalla scuola, a partire da quelle scuole superiori che gli Americani chiamano “licei”, ma che licei non sono, almeno secondo i nostri standard, perché danno – in generale – una formazione umanistica scadente, licei – dunque – per modo di dire. Ai college più prestigiosi, e alle lauree vere, infine, solo i ricchi o almeno i benestanti possono accedere, i poveri no. Questa è la situazione americana, per cui occorrerà tempo e volontà politica per cambiare il sensus vitae di un grande popolo. La famosa American way of life è intrisa anche di questa cultura.

SALVINI. Salvini vuole convincere Putin a fare la pace e pertanto andrebbe volentieri a Mosca al Cremlino per formulare una proposta all’amico (suo) Vladimir. Subito ci si può chiedere: a che titolo? A titolo di capitan Narciso?

Ora pare che, proprio i suoi, i più intelligenti (Giorgetti, Zaia, Fedriga e altri), lo stiano fermando. Lui si definisce, more solito, un italiano-che-dà-un-contributo-alla-pace, in rappresentanza di tutti gli Italiani. Ebbene, NO, Salvini, lei non mi rappresenta. E altrettanto ritenga che la pensino decine di milioni di Italiani, certamente quelli che NON la votano, che sono, appunto, decine di milioni. Cala cala, capitan Trinchetto!

Un consiglio da cittadino-non-suo-elettore, ma patriota: stia al suo posto, e lasci fare a chi ha titolo giuridico-istituzionale per poterlo fare, cioè il Capo del Governo e il Ministro degli Esteri. Non penserà mica che la sua presenza possa essere efficace, quasi lei fosse papa Francesco, che peraltro lei spesso cita a sproposito. Lasci stare la Teologia morale, che non è pane per i suoi denti. Abbia, se non altro, buon senso.

LITIZZETTO. La Litizzetto Luciana, peraltro con una laurea in lettere, si è scagliata contro i cinque referendum sulla giustizia che si celebreranno domenica 12 giugno 2022.

Alla tv di Stato si è assistito a un suo comizio senza contraddittorio condito di scorrettezze e inesattezze gravi. Lei non può e non deve dire, pena che chi la ascolta, certamente più competente di quanto lei non pensi, che i referendum sono stati causati dal Parlamento, perché è vero proprio il suo contrario: sono stati generati dall’inerzia del Parlamento.

Nel merito, poi, che si debbano separare le carriere tra chi accusa e chi giudica è lapalissiano, che si debba contemperare il fondamentale diritto alla libertà dei cittadini con l’altrettanto importante diritto alla sicurezza, è fuori questione, e pertanto si debba limitare la carcerazione preventiva, che colpisce, per il 50%, degli innocenti. Provi lei solo a pensare di essere arrestata senza colpa.

Ma lei non è una liberale, o magari una socialista-liberale, lei è comunista, per cui della libertà (altrui) poco o nulla glien cale.

Come vedi, caro lettore, se conosci la mia posizione di socialista riformista (oggi privo e privato di un “contenitore politico”), puoi constatare che non ho mai problemi, non solo a criticare la destra, se ritengo lo meriti, ma anche, e altrettanto, la sinistra. Di un tipo di sinistra di cui non faccio né farò mai parte.

Se diciamo (idiotissimamente) “FEMMINI-CIDIO”, significando “uccisione di una donna (femmina)” allora, coerentemente, diciamo anche “MASCHI-CIDIO”, per “uccisione di un uomo (maschio)”! Oppure, ed è meglio, diciamo più correttamente in italiano, “OMI-CIDIO”, che non significa “uccisione di un uomo-maschio”, ma di un “essere umano” (maschio o femmina o trans che sia). Perdio! E: basta parlare genericamente di “morti sul lavoro” senza dire di più… caro lettore, leggi sotto, se vuoi…

Femminicidio e maschicidio sono due termini inutili: il primo è oramai in uso e abuso, il secondo è una mia proposta uguale e contraria per… contrastare la stupidità comunicativa di molti giornalisti e politici che ignorano quanto ho specificato nel titolo qui sopra, perché, nel caso accada il tristissimo fatto dell’uccisione di un “essere umano”, maschio o femmina o trans che sia, si tratta sempre di un “omicidio”. Mi rendo conto che ormai il mood (consentimi l’anglicismo, caro lettore!) invalso è quello e quasi quasi mi rassegno, ma non mi rassegno a contestarlo, nel mio piccolo, con qualsiasi mezzo lecito, così come combatto contro gli anglicismi inutili che sono entrati di forza nel parlato quotidiano in Italia. Punto.

Un’altra questione molto presente sui media è quella dei morti sul lavoro, sulla quale rimbomba una retorica insopportabile. Innanzitutto, richiamo ancora una volta i dati comparati tra la situazione attuale e quella di una trentina di anni fa, quando non vigevano ancora le buone leggi che sono state emanate almeno dal 1994 (intendo il Decreto Legislativo 626).

Nei primi anni ’90 in Italia purtroppo si registravano quasi duemila morti sul lavoro all’anno, con tre milioni di addetti in meno. Negli anni successivi, per merito della citata legislazione, ma anche della crescita di consapevolezza di aziende e lavoratori, quella drammatica cifra si è dimezzata, salvo poi ricrescere negli ultimi tre o quattro anni.

Per comprendere bene il triste fenomeno, però, è necessario “spacchettare” (uso un termine popolano) i luoghi, ambiti, categorie merceologiche, tipologie operative dove accadono questi fatti. Ebbene: quasi metà dei 1200 morti sul lavoro di ciascuno degli ultimi due anni è avvenuta per strada, dell’altra metà almeno il 60% avviene nei cantieri edili e delle grandi opere, in agricoltura e nelle attività boschive. Bisognerebbe dire dunque che l’attenzione dovrebbe essere soprattutto dedicata a quei settori, chiarendo bene che nell’enorme settore manifatturiero, che occupa la maggior parte dei lavoratori italiani, accade un numero molto basso di infortuni mortali, grazie a una cultura della sicurezza che negli ultimi decenni è cresciuta in tutti, lavoratori, sindacati e imprese.

Un’attenzione particolare, in questo momento storico, dovrebbe essere dedicata ai cantieri legati al superbonus 110% et similia.

Giulio Regeni. Anche questo tema, con tutta la sua drammaticità reale, è trattato con un surplus di retorica assai fastidiosa. Accanto a tutte le iniziative per ottenere di conoscere la verità dei fatti e la punizione dei responsabili, che sono degli assassini, e dei loro mandanti e coperture, non sarebbe male chiedersi anche se la scelta di andare a fare ricerca in un paese come l’Egitto attuale non dovrebbe essere meglio organizzata e tutelata, considerando anche le evidenti e gravi mancanze di assistenza a Giulio da parte dell’Università di Cambridge, in questo senso. D’altro canto, non si può non considerare l’irragionevolezza della pretesa di bloccare i rapporti politici e commerciali tra Italia ed Egitto. Un pur tristissimo e tragico fatto individuale non può bloccare tutto, anche perché interromperebbe anche le ulteriori possibilità di conoscere la verità e ottenere la punizione dei responsabili.

Sul D.d.L. Zan. Ma, Letta, occorre riproporre proprio in questo momento una legge che prevede il reato di opinione? per acquisire qualche migliaio di voti? Per salvaguardare la dignità di ogni forma-scelta di vita umana, non occorre mettere sotto la lente di ingrandimento ogni detto, parola, critica di chi non la pensa come il mainstream (altro anglicismo qui forse necessario), che peraltro è certamente di minoranza, democraticamente parlando. L’importante è che non la violi.

Ti faccio un esempio, caro lettore: Anna Falchi, che non credo sia stata o sia schiavizzata da nessun maschio, ha detto, a proposito dei supposti stalking-alpini di Rimini che a lei piace ricevere complimenti per le gambe di cui madre natura la ha dotata. Lo stalking è costituito da comportamenti molto diversi da un complimento maschilista, perché è persecuzione continua con ogni mezzo, senza parlare della violenza che, oltre ad essere una vergogna morale, è reato penale di notevole gravità. E, per chi è credente, peccato mortale. E’ evidente che est modus in rebus, ma non esageriamo, suvvia!

Altrimenti, soffochiamo pure tutte le emozioni espresse non sempre con un’eleganza… dannunziana o petrarchesca.

Oh Letta, NON E’ IL MOMENTO, non è il momento. Anche qui est modus et operandi tempus in rebus!

Ci fossero oggi tra noi un Leopardi o un Pasolini: gli intellettuali zoppicanti, e un Papa che resiste – abbastanza in solitudine – nella trincea contro l’ovvio e il “politicamente corretto”

Cosa dice il Papa a un cattolico Lgbt «che ha subito un rifiuto dalla Chiesa»? Francesco risponde: «Vorrei che lo riconoscessero non come ’il rifiuto della Chiesa’, ma piuttosto di ’persone nella Chiesa’. La Chiesa è madre e chiama insieme tutti i suoi figli. Prendiamo ad esempio la parabola degli invitati alla festa: ’i giusti, i peccatori, i ricchi e i poveri, etc’. (Matteo 22:1-15; Luca 14:15-24). Una Chiesa ’selettiva’, di ’sangue puro’, non è la Santa Madre Chiesa, ma piuttosto una setta».

Questa la risposta (scritta) di Bergoglio a tre domande del padre gesuita americano James Martin riguardanti i cattolici Lgbt. Nel 2013, a una domanda analoga ebbe a rispondere “Chi sono io per giudicare?”

Francesco rivolge spesso espressioni di apertura verso i diritti gay. Un altro esempio: lo scorso gennaio 2022 ebbe a dire ai genitori di ragazzi omosessuali: «Mai condannare un figlio». Ancora nel 2013 affermò: «Non si devono discriminare o emarginare queste persone, lo dice anche il Catechismo. Il problema per la Chiesa non è la tendenza. Sono fratelli. Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene».

Facciamoci aiutare da alcuni passi scritturistici, da Matteo 22, 1-15 e poi da Luca 14, 15-24.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,1-14

In quel tempo, Gesù riprese a parlare in parabole ai capi dei sacerdoti e agli anziani e disse: “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. E disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.

Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì.

Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti“.

Nel passo proposto, Matteo e Luca rappresentano il mondo e il contesto socio-politico del loro tempo. Nelle prime comunità cristiane vi era il grave problema della convivenza tra i giudei convertiti ed i pagani convertiti. I primi conservavano regole del Primo testamento che li vincolavano, mentre i secondi, i “convertiti”, no. I primi evitavano addirittura di condividere la tavola dei convivi con un pagano. Ricordiamo ad esempio il racconto là dove si narra che l’apostolo entro nella casa del centurione romano e pagano Cornelio, e perciò fu rimproverato (cf Atti 11, 3).

Anche nelle comunità di Luca e di Matteo accadeva altrettanto.

Il racconto propone la storia di un padrone che dà una gran festa alla quale invita persone di tutti i generi e categorie del popolo, ma non arriva nessuno. E allora il padrone manda a chiamare gli storpi, i ciechi e i poveri.

C’è ancora posto, però, e allora vengono invitati tutti, buoni e cattivi, senza distinzione morale. Leggiamo questo passo del Vangelo secondo Luca.

(14, 15-24): “(…) Gesù gli disse: Un uomo preparò una gran cena e invitò molti; e all’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, perché tutto è già pronto. Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi. Un altro disse: Ho preso moglie, e perciò non posso venire. Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: Va’ presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi. Poi il servo disse: Signore, si è fatto come hai comandato e c’è ancora posto. Il signore disse al servo: Va’ fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena.”

Che pensare di questo strano racconto? Sappiamo che spesso le parole di Gesù sono stranianti, inaspettate, sorprendenti per il comune sentire, sia del suo tempo, sia dei nostri tempi.

Gesù non è “ascrivibile” – mai – a una teoria socio-politica, così come molti amerebbero fare. Gesù non è politicamente “socialista” (secondo lo schema post Rivoluzione Francese), ma è “iper-socialista” secondo lo spirito di giustizia: ciò significa che il suo dire non fa parte della dottrina politica, ma del suo modo di essere-persona tra le persone, che non trascura mai, qualsiasi sia la persona. Zaccheo è un uomo ricco di Gerico (cf. Luca, 19), ma va a casa sua.

Tra la folla si accorge della prostituta e la considera, quando questa sta per essere messa a morte. La salva non con un atto politico o giuridico diretto, ma con la convocazione della coscienza degli astanti: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, e gli astanti, che recitano la parte dei fedeli ligi alla Legge, se ne vanno con la coda tra le gambe. Perché Gesù è capace di svelare i veri intendimenti di ciascuno, andando oltre le dichiarazioni, in buona o cattiva fede che siano.

Gesù “convoca” la nostra coscienza non badando al nostro stato sociale, al nostro reddito, alla nostra ISEE, egli convoca tutte le coscienze, di poveri e ricchi, di imbroglioni e virtuosi, di coraggiosi e tremebondi, senza badare alla etichetta che la società attribuisce a ciascuno, per cui la politica si adegua a un tanto.

Gesù non ha un elettorato cui rispondere, non soffre di contraddizioni in seno al popolo (cf Mao Ze Dong in diversi Discorsi al Partito, Pechino 1960), non deve preoccuparsi di maggiorane e minoranze, non è democratico e non è autocratico, non è monarchico né repubblicano, non è di destra né di sinistra.

Gesù è per l’uomo totale, per tutti gli esseri umani, maschi e femmine, di qualsiasi orientamento sessuale, che però non sia determinato dalla legge, ma da questa sia semplicemente tutelato.

E’ per questo che, quando constato che qualche buon cristiano, prete o laico che sia, non riesce a vedere questo universalismo assoluto dell’Uomo di Nazaret, del Rabbi itinerante, povero ma ricco, del Figlio di Dio-Trinità, mi inquieto, e non aderisco ai peana glorificatori di chi invece preferisce assegnare Gesù a una parte politica.

La scelta per i poveri è più ampia di quella che viene fraintesa come riferimento socio-economico, perché riguarda le povertà più grandi, cioè quelle dello spirito, abbondantemente presenti sia nei poveri sia nei ricchi.

Sulle sue tracce, nel mio piccolo, se posso do una mano a poveri e ricchi quando sono poveri nel profondo mistero della loro interiorità, perché tristi, sostanzialmente soli.

(Nel titolo ho citato Giacomo Leopardi e Pierpaolo Pasolini, perché li sento affini a questa visione del mondo)

La complessità nell’uomo: generosità e altruismo possono convivere con vanità e vittimismo

Ho conosciuto don Pierluigi Di Piazza mi pare nel 1988, quando nella mia vita precedente cominciavo ad occuparmi di immigrati. Ero segretario di un sindacato, e come tre confederazioni Cgil, Cisl e Uil, assieme alle Acli, istituimmo il Centro Solidarietà Immigrati, di cui poi storicamente il sacerdote fu il continuatore e leader carismatico, con il Centro Balducci di Zugliano.

La mia vita cambiò su altri versanti, per cui lo reincontrai su quello teologico e della comunicazione.

Ho letto quanto si è scritto in questi giorni su lui, e diverse cose non mi trovano d’accordo. Soprattutto alcuni interventi in memoriam, e in particolare quello di Vito Mancuso.

La Chiesa cattolica è il Popolo di Dio (cf. Lumen gentium 1), ed è, come la definiva con chiarissima spietatezza Agostino di Ippona, sancta et meretrix, perché è fatta di esseri umani, di papi, di vescovi e di presbiteri, ma soprattutto di popolo. Etimologicamente la chiesa è un’assemblea (ekklesìa, dal verbo greco kalèo, e dall’ebraico kahal) e quella “cattolica” è rivolta verso tutti (katà òlon, da cui “cattolico” vuol dire secondo-il-tutto).

Tra questi “tutti” vi sono santi e peccatori, mediocri e valorosi, virtuosi e viziosi. Di questi “tutti” hanno fatto parte anche papa Formoso del IX secolo, uomo di non specchiate virtù cristiane,i papi dei Conti di Tuscolo guidati nel X secolo dalla viziosa Marozia, intendo come Benedetto VIII, tale Teofilatto, o Sergio III, e anche, nei secoli XV e XVI papa Medici, Leone X, e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, che voleva un sepolcro degno di un gran re e perciò commissionò il Mosè a Michelangelo e a Raffaello le Stanze vaticane, tra altro (cupola e fabbrica di san Pietro). Papi corrotti e barattieri? Sì. Ma cristiani peccatori come mille e mille altri.

Attenzione: non vi sono solo i peccati più visibili e noti, come gli omicidi, le truffe e le ruberie, ma anche peccati sottili, come la vanità intrisa di vittimismo, tipo quella che traspare talora da ciò che scrivono alcuni che si sono affrettati a lodare il sacerdote scomparso. Due titoli, a parer mio intrisi di presunzione, tra altri, del sopra citato teologo Mancuso: “Io e Dio”, e “Dio e il suo destino”, che mi sembrano echeggiare scalfariane e ben poco umili pubblicazioni (ad e. “Intervista con Io”).

Non condivido pertanto la riflessione che propone Mancuso, là dove pare che la distinzione morale sia tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Il potere non è male in sé, ma per come viene usato, e quindi anche i vescovi (che sono dei supervisori apostolici: episkopòi, in greco) possono essere (non è detto che lo siano sempre) brave persone.

Sulla figura di Gesù il Cristo la visione teologica, esplicitata da don Di Piazza in molti suoi scritti (cito ad e. la rubrica sul Vangelo della domenica sul quotidiano Messaggero Veneto, da lui tenuta mi pare per un quindicennio circa), non ho mai trovato un discorso teologico che tenesse in conto i quattro secoli e i sette concili ecumenici che hanno trattato del Cristo, dal Concilio di Nicea del 325, convocato dall’imperatore Costantino. Ho sempre letto nei suoi scritti di un Gesù di Nazaret (il Gesù “storico”), senza che mai si facesse cenno alla persona di Cristo – Figlio di Dio – Messia – Seconda persona della SS. Trinità, da cui procede (secondo la Chiesa cattolica) lo Spirito Santo, oltre che dal Padre. Mai.

Se si vuole fare teologia cristiana in modo serio, non si può non parlare, almeno qualche volta, del lungo travaglio che ha riguardato la figura “teandrica” di Gesù Cristo. Fatto pacifico nel dibattito teologico, oltre che nei tempi tardo antichi dei sette concilii ecumenici citati, più recentemente almeno dai tempi di Reimarus e di Lessing a metà del XVII secolo.

Don Di Piazza ha anche scritto una autobiografia su richiesta degli amici. Io non lo farei mai, sapendo distinguere tra umiltà e modestia, laddove la prima è virtù e la seconda rischia spesso di apparire falsa.

Un’ultima cosa: so che il rito del Battesimo nella chiesa di Zugliano. almeno per un certo periodo, non rispettava la formula sacramentale canonica “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo“, ma si svolgeva con questa radicalmente differente dizione “Noi (sottinteso la comunità) ti battezziamo…”. Potrei commentare teologicamente l’assurdità inconcepibile di questo arbitrario cambiamento, ma mi limito a sottolinearne l’atto di superbia intrinseco. E di falsa modestia, implicita nel rifiutare il legittimo “Io”, che significa “ego sacerdos in persona Christi“, cambiandolo con un falsamente democratico e populista “Noi”. Grave.

Taccio di altri episodi di insubordinazione al Vescovo.

Mia suocera non fa parte del novero di intellettuali di cui ho trovato traccia negli encomi di cui qui scrivo, ma penso abbia una Fede cristiana pari a quella di coloro, come anche tante persone semplici, della cui pietà Paolo VI invitava tutti ad avere rispetto.

L’abbaiare alla luna, l’abbaiare di alcuni giornali come il travagliesco Fatto, e l’abbaiare alla Russia (di tale Stoltenberg, nomen omen), per contrastare, sbagliando, l’aggressione del fanatico-autoilludentesi-csar (“di tutte le Russie”)

L’immagine dei latrati della Nato verso la Russia, evocata (e attuata da Jens Stoltenberg, che non mi rappresenta) da papa Francesco in questi giorni, è potente. E opportuna. Così come è stata opportuna la smentita al segretario generale della Nato da parte del cancelliere Scholz (Macron consenziente).

Per nulla opportuni sono, di contro, i titoli travaglieschi de Il Fatto Quotidiano, che trasudano un compiacimento eticamente incomprensibile, oltre che maligno, per i problemi del mondo, quasi che il male diffuso possa dare maggior respiro alla sua lettura giornalistica. Una vergogna quotidiana per quel giornalaccio, di cui cito l’ultima stupidaggine: “Draghi solo” in una immagine con Salvini, Conte, Macron e anche Letta distanti da lui: un arbitrio concettuale e controfattuale, perché se Conte e Salvini sono anti-draghisti per gelosia, Letta e Macron la pensano come Draghi e viceversa, anche se si esprimono con parole diverse, in ruoli diversi, ma con i medesimi obiettivi: a) aiuto all’Ucraina, b) ogni sforzo diplomatico per ottenere prima una tregua e poi la pace.

I racconti e le favole sugli animali tramandano l’abbaiare alla luna dei coyotes della prateria, ma anche figure poetiche come quelle leopardiane (Il tramonto della luna) alla fine della sua vita, o felliniane (La voce della luna), alla fine del suo lavoro.

La metafora di papa Francesco sull’abbaiare della Nato verso la Russia è una metafora efficace. Non si comprende se non tramite una lettura di politica interna l’alzata verbale di Biden contro Putin, di cui non c’è bisogno di dire ogni giorno le sue caratteristiche di violenza antidemocratica e guerrafondaia.

Ma anche i vertici attuali della Nato si stanno rivelando improvvidi e scarsi sotto il profilo comunicazionale. Già ebbi modo di dolorosamente scherzare sul nome “paolino” di Stoltenberg qualche settimana fa, scherzo teologico che qui confermo. Sembra che alcuni capi dell’Occidente siano proprio stolti.

Come sempre, il dovere dell’onestà intellettuale impone di non essere manichei, cioè di non assegnare la patente di malvagità a un solo soggetto, ma di riconoscerla in ogni soggetto, nella misura razionale di un’analisi seria e competente. Che il leader della federazione russa sia il generatore assolutamente principale del male attuale è fuori dubbio, ma che questo male sia alimentato – nel tempo – anche da altri, è altrettanto fuori dubbio.

Né, altrettanto, si deve mettere in dubbio, che gli ex Paesi del Patto di Varsavia che hanno aderito all’Unione europea e alla Nato, l’abbiano fatto in assoluta libertà ed esercizio democratico. Nessuno li ha obbligati a un tanto. Il fatto è, come sosteneva Enrico Berlinguer fin dal 1973, che Bulgari, Romeni, Cechi, Slovacchi, Ungheresi, (Lituani, Estoni, Lettoni non ancora formalmente) e Polacchi, vorrei dire anche Valacchi e Moldovi, si sentono più sicuri sotto l’ombrello della Nato, cari pagliarulo, e orsini vari (uso le minuscole in questi cognomi, perché sono diventati nomi di una specie umana).

Però una delle idiozie legate alla guerra è l’aver tagliato fuori per sanzioni anche gli atleti russi da tutte le manifestazioni internazionali. Non tagliare fuori gli sportivi russi potrebbe essere un piccolo contributo al dialogo, visto che questi ragazzi e ragazze non peggiorano di sicuro il clima fra i contendenti.

Si prenda ad esempio la collaborazione spaziale, che non è stata fermata all’improvviso, ma sta continuando pure se tra dubbi e difficoltà.

Sono indignato verso due esagerazioni: la prima è quella di chi pretende di interpretare il diritto del popolo ucraino, frapponendo difficoltà e inciampi a una possibile trattativa diplomatica; la seconda è quella di sostenere di fatto il criminoso tentativo del presidente della federazione russa di decidere del destino dell’Ucraina, e forse di altre nazioni.

I primi sono gli arroganti dell’Occidente del mainstream, che non sbaglia mai, e che può fare-qualsiasi-cosa, anche sulle ali dei cacciabombardieri; i secondi sono i re-interpretatori della storia, i falsificatori, i sostenitori del falso in tutta la sua evidenza (perché anche il falso è evidente quanto il vero, quando è certo): nostalgici del sovietismo e della sua doppiezza, autoritari di ogni genere e specie, antidemocratici incalliti, patriarca “di tutte le Russie” compreso. Privi di cultura antropologica e storica,

che, in modo significativo, manca – però – anche ai primi.

Mi chiedo quali studi, che formazione abbiano avuto Putin (lo so, legge e servizi segreti) e Biden (lo so, legge), ma anche i capi dell’Intelligence Usa e dei Servizi segreti russi. Sono però certo che non hanno alba dei fondamenti filosofici della filosofia greca e delle dottrine cristiane, solamente (queste ultime) orecchiate, il primo da un blando protestantesimo metodista, il secondo da un’ortodossia formalista e stantia. Niente filosofia, niente religione sana, democrazia prepotente e democratura autocratica.

Male, maggiore a oriente, ma a occidente non latita.

Informazione, fonti, analisi, opinioni, certezze, evidenze, verità

I sei termini sono anche sei concetti che hanno a che fare con la verità. Vediamo distinguendo bene. Aggiungo: nel rapporto dialettico fra certezza e verità, si deve aggiungere anche l’evidenza.

Che cosa intendo? Noi umani conosciamo razionalmente le cose in due modi, o per evidenza ovvero per comunicazione di notizia: a) l’evidenza è ciò-che-sta-davanti-a-me in modo ineluttabile; b) la comunicazione di notizia è un qualcosa di fededegno (se del caso), che mi viene detto, quando chi mi dice una cosa è credibile e la cosa stessa è credenda (gerundivo di necessità, vale a dire da credersi). L’esempio classico è quello che concerne il credere che esistano l’Australia, o il Borneo, o l’Antartide, anche se non ci si è mai stati: gli Occidentali seppero del continente australiano solo dopo i viaggi e le relative cronache del capitano James Cook, mentre invece noi del XXI secolo, anche se non siamo mai stati in Australia, sappiamo che esiste dai racconti degli emigranti e dai mezzi di comunicazione.

La linea filosofica aristotelico-agostiniano-tommasiana propone la coincidenza di verità tra la cosa e il pensiero (che la descrive) con l’espressione adaequatio intellectus et rei, che supera logicamente (a parer mio, ovviamente) due altre posizioni, quella materialista che recita adaequatio intellectus ad rem, e quella idealista, che recita adaequatio rei ad intellectum. I due grandi pensatori realisti ritengono che la realtà vera sia un adeguamento della cosa predicata al modo lessicale con il quale la si predica.

Cambiamo ambiente e tempi filosofici: proviamo a interpellare, ad esempio, un Emanuele Severino, che in tema di verità richiama Hegel così sintetizzando:

Ludwig Wittgenstein
  • dapprima il pensiero filosofico è affermazione immediata dell’identità di verità e certezza;
  • poi è affermazione dell’opposizione di verità e certezza;
  • e infine è il superamento di questa opposizione, ossia è l’affermazione mediata dell’identità di verità e certezza.

Secondo Hegel per certezza si intende ciò che è saputo, ciò che è pensato, vale a dire la nostra percezione delle cose: in quanto pensiero, la certezza è una determinazione soggettiva, uno stato del pensare. Per verità, invece, si intende ciò che è, le cose in sé: in quanto determinazione oggettiva, la verità è uno stato delle cose, è l’essere.

Anche Severino, assieme a Hegel, ammette, come i grandi realisti sopra citati, che il senso comune obbedisce al realismo: la filosofia realistica non è altro che la riflessione sulla corrispondenza diretta tra certezza e verità, corrispondenza che l’uomo comune, prescindendo da una visione filosofica, dà per scontata. Il realismo filosofico è dunque affermazione dell’identità immediata di verità e certezza, e il senso comune, poiché reputa ovvia e sottintesa tale identità, esprime un realismo ingenuo, ma ciò non significa che tale realismo sia solo… ingenuo

Scrive Emanuele Severino: “Il realismo – ingenuo o filosofico che sia – presuppone che il mondo in cui viviamo sia esterno alla nostra mente ed esista in sé: noi siamo convinti, allora, che le cose esistono a prescindere dalla percezione e dalla coscienza che ne abbiamo, cioè indipendentemente dal fatto che le pensiamo (“Non è il pensiero che crea la verità, esso solo la scopre: la verità esiste quindi in sé anche prima che sia scoperta”, dice Agostino). Non abbiamo dubbi, inoltre, sul fatto che, pur non conoscendo tutto del mondo, ciò che conosciamo appartiene effettivamente al mondo che osserviamo e sul quale riflettiamo: il «mondo è sì indipendente ed esterno alla nostra mente, ma si mostra alla nostra mente, ossia è conoscibile in certi suoi tratti» perciò è per noi ovvio «che la realtà, indipendente dalla mente e ad essa esterna, sia peraltro accessibile alla nostra conoscenza».

In prevalenza, la filosofia greca e quella medioevale erano filosofie realistiche, basate sugli stessi presupposti, sulle stesse convinzioni espresse, anche oggi, dal senso comune, dal modo di pensare ordinario, non filosofico. Sulla base dell’identificazione immediata tra certezza e verità, le filosofie antiche affermavano che il pensiero (certezza) può conoscere la realtà (verità): la ragione umana può, superata l’opinione ingannevole (doxa), essere illuminata dall’episteme e riconoscere il vero (aletheia). La realtà coincide con il contenuto del nostro pensiero, con l’idea che della realtà abbiamo; la certezza combacia quindi con la verità. Il mondo vero, cioè esistente in sé, è ciò che il pensiero pensa; la cosa percepita e pensata dall’uomo corrisponde alla cosa in sé.

Poi arriva Cartesio.

Cartesio si domanda: se è vero che la realtà in sé delle cose, l’essere del mondo, è indipendente dal nostro pensiero, allora come possiamo essere sicuri dell’identità di certezza e verità? Per primo, separa la certezza dalla verità, le pone in opposizione problematica e, in atteggiamento critico verso la tradizione realistica, ingenua e filosofica, si chiede: come essere sicuri che le cose pensate siano le cose stesse? Pur negando la corrispondenza immediata tra certezza e verità, però, non ne esclude la possibile affermazione mediata e, contro la negazione scettica di qualsiasi verità, riconosce una verità originaria da cui partire: cogito, ergo sum. Dubito di tutto, quindi penso perché, proprio nel rendermi conto che certezza e verità potrebbero non coincidere, verifico che il mio pensiero esiste e, assodato che penso, io esisto e quindi sono.

Conviene qui soffermarsi sul concetto di idea, e sulle differenti sfumature che lo caratterizzano nella prospettiva realistica e nella visione moderna.

Per il realismo, l’idea (il pensiero) è ciò con cui si conosce (id quo conoscitur), è una certa determinazione della realtà che alla realtà nulla aggiunge – per il senso comune, infatti, un’idea esiste solo nella nostra mente, non è realtà –, e tuttavia corrisponde direttamente, immediatamente alla realtà, alle cose che, fuori e indipendenti dal nostro pensiero, esistono in sé.

A partire da Cartesio, invece, e in generale per la filosofia moderna fino a Kant, l’idea è il contenuto immediato del pensiero, è ciò che è conosciuto (id quod conoscitur). Cioè a dire: la filosofia moderna afferma che l’uomo può conoscere solo la rappresentazione, il pensato, l’immagine soggettiva della realtà (per Cartesio, l’“essere oggettivo”), ciò che corrisponde – solo mediatamente – alla realtà in sé (l’“essere formale”). Le cose che stanno davanti e intorno a noi, le cose che costituiscono il nostro mondo, per la filosofia da Cartesio a Kant, sono pertanto tutte idee – e perciò le cose in sé costituiscono un problema –; e sono sempre idee, ma di tipo diverso, la realtà e l’idea (cosa non reale) in senso realistico.

Per la filosofia moderna il “mondo esterno” è la verità opposta alla certezza; per il senso comune il “mondo esterno” è il contenuto immediato della certezza. Ormai è chiaro che il “mondo esterno”, così inteso (inteso cioè come questo mondo che ci sta davanti), è interno alla coscienza, sì che il vero mondo esterno è ciò che sta al di là delle nostre rappresentazioni, e la cui struttura si pone dunque come un problema.

Quindi la scoperta di Kant era che, invece di esperire il mondo come esso realmente è là fuori, noi esperiamo la nostra versione personalmente elaborata di quello che si trova là fuori. Proprietà quali lo spazio, il tempo, la quantità, la causalità sono dentro di noi, non là fuori: noi le imponiamo alla realtà. Ma, allora, qual è la realtà pura, non elaborata? Che cos’è realmente là fuori, quell’entità grezza prima che sia elaborata da noi? Quella rimarrà sempre inconoscibile per noi, affermava Kant.

Per la filosofia antica, anche, ma non lo dà per scontato: i filosofi antichi riflettono sulla questione e la approfondiscono, ma arrivano alla stessa conclusione. Certezza e verità coincidono immediatamente.

Per la filosofia moderna, invece, certezza e verità sono in opposizione. Cartesio si accorge che non c’è modo di verificare la corrispondenza tra la nostra percezione della realtà e la realtà in sé, e il loro rapporto si rivela pertanto problematico. In breve, l’opposizione problematica tra certezza e verità non arriva ad annullare l’identità tra la nostra percezione delle cose (rappresentazione) e le cose in se stesse, ma ne smentisce l’immediatezza. Certezza e verità coincidono mediatamente.

Come per Aristotele e Cartesio, per Kant è indiscutibile che, indipendentemente dalla conoscenza dell’uomo, esista il regno delle cose in sé: «Anche il fenomenismo kantiano è dunque un realismo – ossia è affermazione che la res, la cosa, è indipendente ed esterna rispetto al conoscere». L’idealismo, però, si configura come superamento (“oltrepassamento”, dice Severino) del realismo, perché rileva che la “cosa in sé”, in quanto concetto, è concepita, cioè pensata e conosciuta, e dunque, proprio perché pensata e conosciuta, non può essere in sé. Il concetto di “cosa in sé” è perciò contraddittorio, e la cosa in sé congetturata da Kant è un assurdo: le cose in sé non esistono.

Quanto importanti sono queste riflessioni di questi tempi quando ci sentiamo raccontare ogni cosa e il suo contrario.

Quelli che concionano in tv e sul web sul Covid e sulla guerra portata dalla Russia in Ucraina dovrebbero almeno provare a pensare.

Un esempio: come potrebbero fare a dire il falso in pubblico i giornalisti filoputiniani se accettassero di ammettere che il rapporto tra realtà e verità è quello spiegato sopra, sia nella versione realista classica, laddove non vi è mediazione fra realtà fattuale e realtà pensata, ovvero laddove, come nella filosofia moderna da Descartes in poi, la mediazione del pensiero è l’elemento veritativo della realtà.

Hanno idea di questo processo persone presuntuosamente autoreferenziali come Orsini, Santoro e compagnia cantante?

Adaequatio intellectus et rei, adeguamento dell’intelletto e della cosa: se lo si ammette non si può transigere sul senso delle cose per come si sono svolte: la Russia ha aggredito l’Ucraina.

Nello stesso modo si può procedere se si analizzano le complesse vicende dei rapporti di potenza tra Usa, Russia, Europa, Cina e resto del mondo, per scoprire anche i tragici altarini dell’Occidente e del Dragone.

Di babbei e di criminali: idiozia, cretineria, stupidità o malvagità? Tutte e quattro, caratteristiche morali / comportamentali molto diffuse in varie situazioni: 1) i fatti di Braies, 2) come si racconta la guerra, 3) lo spettatore c.ne della Roubaix, 4) Isis, 5) Anpi, 6) i “premiati” di Bucha e, 7) il mainstream idiota dell’esclusione dai tornei dei tennisti russi

A volte mi prende una collera tremenda, per ragioni diverse. Ne elenco alcune, relative a fatti o comunicazioni di questi giorni.

Sul fatto di Braies. Oooh, almeno ora un Procuratore della Repubblica si è mosso, aprendo un fascicolo su quei due miserabili genitori che sono andati sul ghiaccio con il bimbo di tre mesi: spero che li condannino almeno a pagare il costo dei due elicotteri che si sono mossi per la loro idiozia: mi pare costino almeno 20.000 euro. E a approfondire l’adeguatezza delle patria e matria potestà.

Su alcune scelte editoriali di Rai24. La rubrica mattutina di chi sale e chi scende (chi è + e chi è -) è del tutto idiota: ad esempio, come si fa a dire che la coraggiosa presidente della Banca centrale russa Irina Nabiullina scende? Forse scende nella considerazione del dittator criminale, perché non gli dà ragione. E altre idiotaggini, quotidiane. Forse questi redattori dovrebbero chiarire a sé stessi se il positivo è ciò-che-è-logico-e-moralmente-lecito o se-è-legato-al-successo-o-meno di ciò che i citati protagonisti fanno. Ove valga questo principio, mi potrei aspettare che un giorno o l’altro mettano in positivo il generale Dvornikov et similes homines. Caro Lettore, controlla chi è costui, se vuoi…

Sui rapporti di certi inviati in Ucraina. Alcuni sono bravissimi come Piagnerelli, la Fernandes e la Tangherlini: sintetici, mai piagnoni, capaci di formulare ipotesi non cervellotiche, vista la situazione e l’abbondanza di notizie false di cui sono certamente ogni giorno destinatari. Poi ve ne sono alcuni che farebbero bene a chiedere di essere destinati dall’azienda Rai ad altro; di costoro non faccio nomi, descrivo solo un profilo: c’è uno che ogni volta in cui appare collegato sembra lì per caso, quasi annoiato, lento del proferire verbo e assai poco preciso. Insopportabile.

Sul far rivedere Al Bagdadi, anche se è morto da anni. Siccome l’Isis, o ciò che ne resta, si sta facendo vivo approfittando dello stato di guerra in giro, i nostri bravi redattori, non so se per pigrizia o per altre ragioni, quando parlano di questa struttura terroristica, rifanno vedere l’omelia di Mosul del 2014 di quel criminale, che grazie a Dio è crepato. Cari redattori di Rai24 non avete altre immagini meno inappropriate?

Sul premio agli assassini di Bucha da parte del criminale del Cremlino. Occorre dire e ridire più e più volte di questa orrenda premiazione? Non basta una o due volte, con le opportune critiche a corredo? No? (Sto riferendomi sempre ai redattori di cui sopra)

Delle contorsioni concettuali promulgate da Pagliarulo, presidente dell’Anpi. Sono socialista fin da bambino, turatiano e nenniano, ma mi chiedo se non serva oggi che una associazione come l’Anpi inizi a parlare con la contemporaneità in modo più adeguato, per evitare che ci si chieda: visto che i partigiani sono tutti morti, che senso possa avere… Delle contorsioni dialettiche di Conte dei 5S evito dire, per non citarlo troppo.

Sullo spettatore che fa cadere Lampaert alla Parigi-Roubaix della Pasqua scorsa. Sulle pietre della grande corsa, i corridori sono impegnati a non cadere, a respirare polvere per 50 sui 250 km della gara. Bene: c’è un grandissimo c.ne che se ne sta a braccia larghe sul ciglio e fa cadere il valoroso corridore belga, che fa una tremenda carambola per aria e poi atterra sul culo, senza rompersi il coccige (spero), si alza e riparte. Fossi stato in lui mi sarei alzato, sarei andato dallo spettatore, gli avrei rotto il naso con un pugno e poi mi sarei ritirato. Troppo buono Lampaert. Spero che qualche Procuratore, sempre impegnato a cercare anche reati insistenti, inquisisca quel c.ne.

I tennisti russi esclusi dai tornei in giro per il mondo, a partire da Wimbledon. Danil Medvedev e Andrej Rublev sono il numero due e il numero quattro del tennis mondiale, cioè atleti che possono vincere qualsiasi torneo ai massimi livelli. Sono russi e sono stati esclusi con decisione per me incomprensibile se non alla luce di un pensiero che non pare permettere di deflettere da una linea unica. Mettiamola così: se un ingegnere russo lavorasse a Londra dovrebbe perdere il lavoro? Evidentemente no, perché non è un oligarca filoputiniano. I due campioni si sono espressi contro la guerra in Ucraina ma non stanno quotidianamente militando con il loro dittatore. Non basta. Fuori. Sono contento che un bravo signore e un ex grande tennista italiano come Adriano Panatta la pensi come me e non come Malagò, che è il capo dello sport italiano.

E quante altre cose potrei citare, tra le quali la peggiore è il parlare a vanvera della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, come fanno diversi giornalai e anche docenti, oltre che molti scrittori casuali sul web, sine arte parteque. Ma andate a scopare il mare, che è l’unica attività che vi si confà.

Eresie e scomuniche

Le eresie sono delle scelte, dal verbo greco airèo: e dunque àiresis, che significa scelta, come sostantivo. Pertanto, ogni volta che facciamo una scelta siamo – formalmente – eretici rispetto alla scelta di un altro che invece, in democrazia, è libero di scegliere diversamente da noi; diversamente avviene se si sceglie in modo contrario alle scelte ufficiali in un sistema che impone con leggi, regole e relative sanzioni per chi violi le leggi stesse, come gli assolutismi di ogni genere, tempo e luogo, e le dittature moderne e contemporanee.

Alcuni primi esempi: eretici erano (?) i cristiani che nei primi secoli credevano o meno, a seconda di chi “vinceva” il dato concilio o sinodo, nella doppia natura di Gesù Cristo, oppure, in tempi a noi più vicini, cinque o quattrocento anni fa, quando frate Martin Lutero si staccò dal cattolicesimo romano e abolì la mediazione ecclesiastica tra i fedeli e Dio, proponendo, in sostituzione, sola Scriptura, sola Fides, sola Gratia (gratis data), cioè un rapporto diretto dell’uomo con la Divinità.

O, sempre per offrire qui una prima sintesi che approfondirò più avanti, quando nel 1956, Nikita Chruščëv , primo segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica denunziò i crimini di Stalin, e in questo modo fu “eretico” rispetto alla linea guida che per quarant’anni aveva caratterizzato il pensiero rivoluzionario di sinistra mondiale. Ma andiamo per gradi.

Nelle antichità cristiane, dopo secoli di confronti e conflitti teologici per stabilire i principi metafisici della SS. Trinità e la teandricità (divino-umanità o doppia natura umano-divina) di Cristo, colui che si poneva fuori dalla retta dottrina (orto-dossia, dal greco orthòs, cioè retto, e dòxa, dottrina) era dichiarato eretico e come tale trattato, e veniva scomunicato

Ci vollero diversi Concilii ecumenici per trovare una sintesi teologica sui due temi fondamentali e fondativi del Cristianesimo, sulla Persona di Cristo e sulla SS. Trinità. Nel frattempo, chi sosteneva una tesi, se vinceva un concilio scomunicava gli avversari, salvo poi essere scomunicato da costoro quando “vincevano” e quegli perdeva.

Il Concilio di Calcedonia del 451 riuscì in qualche modo a fermare i conflitti e a calmare gli animi con il cosiddetto Consensus christologicus… sulla persona e le due nature di Cristo, ma solo per un periodo, perché nei sei secoli seguenti, tra la cristianità orientale e quella romana- occidentale accadde di tutto, tra concilii e sinodi, fino al fatidico 1054, quando fra il legato del papa Umberto da Silva Candida e il patriarca bizantino Michele Cerulario, vi fu lo scambio di reciproche scomuniche scritte e depositate in specifici libelli nella basilica di Santa Sofia, con l’esplicita accusa di eresia. Eccoci!

Il tema dello scontro era ed è rimasto – di fatto fino a oggi – e vedremo più avanti quanto sia ancora importante, quello della SS. Trinità, per cui nell’oriente cristiano, da allora, anzi da molto prima, dal IV, V e VI secolo, dagli scontri il prete Ario e il patriarca Atanasio, e poi fra il patriarca alessandrino Cirillo e quello costantinopolitano Nestorio. E nel IX secolo fu la volta di Fozio, coltissimo patriarca di Bisanzio, per tre volte assurto al vertice della chiesa del’oriente e per tre volte accusato di eresia, scomunicato, sostituito e poi… reintegrato nelle sue funzioni patriarcali.

Mille anni fa o poco meno si separò l’oriente dall’occidente cristiano, non solo sull’accidente del pane azzimo eucaristico, scelto dall’occidente cristiano, ma soprattutto sulla questione trinitaria delle processione dello Spirito santo, che per gli occidentali procede dal Padre e (parimenti, ndr) dal Figlio “et de Patre Filioque procedit Spiritus sanctus“, non “per Filium“. Tutti i lettori sanno che si tratta dell’incipit fondamentale del Credo cristiano.

E siamo ancora qui a parlarne, addirittura distinguendo in queste settimane e mesi di guerra, fra gli ortodossi di Kijv e gli ortodossi di Mosca, tra Epifanij e Kirill.

Vediamo altri esempi.

1521, alla Dieta di Worms, Martin Luther, convocato dall’imperatore Carlo V per dar conto delle sue tesi esposte con il famoso testo di Wittenberg, con le quali di fatto sconfessava il modo-di-essere-cristiani propugnato dalla “Chiesa di Roma e del papa”. Frate Martin non cedette e fu condannato all’esilio. Protetto dal Principe Elettore Federico III di Sassonia, riuscì a continuare nella sua “eresia”, e a svilupparne la diffusione.

Nel frattempo Jean Cauvin, Calvino a Ginevra, e Ulrich Zwingli a Zurigo, facevano quasi altrettanto, cioè ereticando portavano su un altro sentiero, rispetto a Roma, intere popolazioni. Il prosieguo del luteranesimo e del calvinismo ha contribuito primariamente a costruire la cultura moderna anglosassone con le conseguenze che Max Weber ha ben descritto tre secoli dopo nel suo “Il Protestantesimo e lo spirito del capitalismo“.

L’acme di quello scontro tra Roma e la Germania fu la Guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa centrale dal 1618 al 1648, e finì con l’accordo detto della Pace di Westfalia, in base alla quale i popoli avrebbero seguìto la scelta religiosa dei loro principi, con il motto cuius regio eius religio , vale a dire:”di chi [è] il regno, di lui [sia] la religione”, Quella era la libertà intesa al modo europeo del tempo!

Eretici religiosi che cambiano la storia del mondo. Sono definibili “eretici” dunque Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone e soci?

O Jan Hus, finito sul rogo a Costanza un secolo prima, per aver professato quasi le stesse idee dei due grandi riformatori, che però morirono nel proprio letto?

Non possiamo dimenticare i grandi eretici italiani. Lo fu il frate domenicano Girolamo Savonarola, che si oppose alla chiesa di Leone X, papa Medici, che riuscì a liberarsi di lui quando il frate si espose con troppo fanatismo purificatore dei costumi in Firenze. Lo furono i frati domenicani Tommaso Campanella e Giordano Bruno: il primo scampò al rogo perché ebbe la capacità politica di tenersi buono un cardinale cui dedicava i suoi libri evangelico-comunisti come La città del sole, mentre il secondo, più filosoficamente coerente e rigoroso nel distinguere tra scienza e fede, finì sul rogo in Campo de’ Fiori a Roma, nel febbraio del 1600.

A fine ‘500 anche in Friuli vi fu un famoso caso di eresia, quello del mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella, detto Menocchio, che mori sul rogo, dopo avere molto insistito a fare l’eretico (il frate francescano che lo inquisiva non voleva proprio condannarlo), al modo di Giordano Bruno (in proposito si legga il libro, edito da Einaudi, dell’antropologo Carlo Ginzburg Il formaggio e i vermi). La dico così, per non dover entrare in dettagli che qui non ho tempo di proporre.

Ma il più famoso degli eretici, che rischiò veramente la condanna a morte fu Galileo Galilei. La scampò, anche lui in qualche modo “aiutato” da un cardinale intelligente, il gesuita Roberto Bellarmino, che gli consiglio di considerare i suoi scritti rivoluzionari come mere ipotesi, non come verità che contraddicevano direttamente la cosmologia biblica. Scrisse Galileo, a un certo punto, alla granduchessa Cristina di Lorena: “La Bibbia non insegna come vadia il cielo, ma come si vadia in Cielo“.

E, per attestare come quando l’uomo raggiunge il potere, qui ricordo l’eretico Calvino che, quando fu al potere a Ginevra, non esitò a far condannare Michele Servetus, medico e filosofo, che stava criticando la nuova teocrazia protestante instaurata. Come dire che quando gli eretici prendono il potere, trovano sempre – a loro volta – eretici da condannare.

La scomunica, nella storia, dopo l’accusa di eresia è stata sostanzialmente questo: essere cacciati fuori dalla comunità, dalla possibilità di comunicazione e di dialogo, di partecipazione alla vita collettiva, etc. E a volte peggio, come descritto in alcuni dei casi precedenti.

Un altro clamoroso esempio di accusa di eresia e conseguente scomunica fu quello del filosofo portoghese-ebreo-olandese Baruch Spinoza, di cui molti sanno l’importanza nella storia del pensiero umano. Ebbene: il 27 luglio 1656 ad Amsterdam il ventiquattrenne Baruch Spinoza, titolare di una ditta commerciale, viene convocato dai collegio dei rabbini nella sinagoga della città.

È stato accusato, su delazione di due suoi ex amici, di non credere nell’immortalità dell’anima individuale e di ritenere Dio un essere corporeo. Baruch (Benedictus), “Bento” per i familiari, alla richiesta di una formale abiura, che lo avrebbe completamente riabilitato, ribadisce integralmente le sue tesi in un discorso, purtroppo perduto, intitolato “Apologia”.

Come un nuovo Socrate Spinoza, detto dai suoi accusatori “l’uomo più empio del secolo”, riceve solenne scomunica (cḥerem). Il verdetto, durissimo, lo esclude per sempre dalla sua comunità, imponendo a ogni suo membro di interrompere qualunque rapporto con il condannato, a pena del medesimo trattamento.

Nell’isolamento più completo, odiato da tutti, ebreo rinnegato dalla sua gente, eretico temutissimo da tutta l’Europa cristiana, nel ristretto recinto di libero pensiero dell’Olanda dei lumi, Spinoza, uno dei filosofi più influenti della storia, porrà le basi ideologiche dello Stato moderno.

Un altro esempio, questo di carattere socio-politico, per chiarire ancora il tema qui proposto delle eresie e delle scomuniche.

Nikita Chruščëv , nel 1956, al XX Congresso del Pcus, in un documento prima secretato e nell’occasione esposto, criticò Stalin, cioè Iosif Vissarionovič Džugašvili, e le sue politiche, denunziandone il tradimento del marxismo più puro con la pratica del “culto della personalità”, che il dittatore georgiano aveva promosso fin dalla sua ascesa al potere assoluto verso la fine degli anni ’20, e la politica di distruzione politica e fisica di ogni dissenso, con quelle che sono state chiamate “purghe”, una tragicissima serie di accuse e conseguenti esecuzioni capitali di persone di altissimo profilo e meriti rivoluzionari come Nikolaj Bucharin, Zinoviev e Kamenev, fino all’ordinato omicidio di Lev Davidovich Trotskij, suo massimo contraltare rivoluzionario, eseguito da sicari stalinisti (Ramon Mercadèr etc., e chissà che non ci fosse nei paraggi anche qualche comunista italiano o italiana, friulo-giuliani? Non lo so, chissà…) a Ciudad de Mexico nel 1940. Oltre che di migliaia di “oppositori”, anche solo sospettati di non aderire alla linea del capo. In proposito una utile lettura può essere il libro del grande leader sloveno comunista Milovan Gilas “Conversazioni con Stalin“. E anche le note autobiografiche di Palmiro Togliatti, che con Stalin ebbe una lunga e pericolosa frequentazione.

Una lettura “stalinista” della vicenda la si può trovare nella “Storia del Pcus e dell’Unione Sovietica” della cultrice di questa disciplina storica, la dottoressa Adriana Chiaia (peraltro laureata in fisica), mancata da qualche anno, che ho avuto la ventura di conoscere. Questa simpaticissima studiosa, amava porre in nota nelle biografie che proponeva, se si trattava di un dirigente processato e fucilato negli anni dal ’35 al ’39 circa, la formulazione “deceduto nel...”, semplicemente. Quando le facevo notare che i decessi erano causati dalla fucilazione, mi rispondeva “Ovvio, si trattava di traditori della Patria“. Ecco, traditori rispetto alla visione staliniana e stalinista (della Chiaia), e qui siamo alla distorsione più patente della verità, un po’ come sta succedendo in questi giorni, se ascoltiamo le narrazioni di un Vladimir Solovev, che giustifica i missili nucleari a Kaliningrad ma non l’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia (che preferirei sia ritardata e di molto, per il momento), oppure di un Toni Capuozzo, o di Alessandro Orsini, che sostiene come “i bambini starebbero meglio sotto una dittatura che in una situazione di guerra“.

Nel rapporto del ’56, Chruščëv elencò numerose illegalità di Stalin, denunciò la sua violazione del principio leninista della guida collettiva, e fece i nomi di molti di coloro che erano stati irregolarmente processati e giustiziati prima della Seconda guerra mondiale. Si può dire che la relazione del Primo segretario, evitando di attribuire anche al Partito le responsabilità dei crimini, che invece intestò completamente a Stalin, non andò fino in fondo con la sua critica, perché avrebbe dovuto cogliere le contraddizioni intrinseche al modello marx-leninista, cosa che invece fu nelle corde e nelle azioni di Michail Gorbacev una quarantina di anni dopo, quando tramite un percorso di chiarimento, la glasnost, propose il cambiamento radicale del sistema in un senso progressivamente democratico, la perestrojka.

Bene, ora Putin, da quando ha dichiarato che la più grande tragedia del XX secolo è stata lo sfaldamento dell’URSS, cioè dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non vuol altro dire che il destino della Russia non può essere individuato se non nella sua tradizione autocratica, zarista e stalinista. Più asiatica che europea, ortodossa nel senso letterale del termine, verticistica, monarchiana

Ecco, dunque, che qui torna l’elemento teo-logico delle divisioni, contrasti e scontri dei primi secoli cristiani. L’oriente cristiano non accettò mai la “parità” fra le tre Persone della Santissima Trinità e fu perciò definito “monarchiano”, perché il Padre ha – dall’eternità – sempre maggiore dignità divina del Figlio e soprattutto dello Spirito Santo, Che, secondo loro, procede dal Padre attraverso il Figlio, e non dal Padre e dal Figlio, Che, a sua volta, è eternamente generato dal Padre. Putin, senza essere un teologo, ma non credo lo sia (scientificamente) neppure Kirill, è un “monarchiano”, per cui permane il conflitto millenario tra Costantinopoli, la Seconda Roma, e Roma, ora che il vertice ortodosso si è spostato a Mosca, non a caso chiamata con gusto tutto russo “Terza Roma”, come città che più di tutte, più di Roma e dell’attuale Istanbul, difenderebbe il Cristianesimo.

Per gli orientali quello che conta è il Padre, per il tramite del Cristo pantocratore (cioè “creatore del tutto” apò katabolès kòsmou, fin dalla fondazione del cosmo, come scrive Giovanni nell’Apocalisse), lo csar, il Primo segretario, il Presidente, tutti primi assoluti. Non primi-inter pares à là premier di tipo occidental-europeo, ma primi e basta, come Vladimir Vladimirovic Putin.

Anche questo è un racconto, che viene da molto lontano, nel tempo.

Se osserviamo la cina, dopo Mao-ze-dong, la vicenda comunista ha tentato delle riforme con Deng hsiao ping, confermate nel modello-Shangai, ma ora il bi-presidente (aspirante tri) signor Xi (non signor Ping, caro ministro Dimaio!), desidera il trono a vita. Vedremo. E chi non sta con lui, è un eretico e viene scomunicato. Come Navalny in Russia. Uguale.

E ora termino tra poche righe, altrimenti non mi fermo più.

Che dire del nostro occidente pasciuto e imbelle?

Che cosa direbbe Baruch Spinoza se avesse accesso al web e ai social di oggi? E anche Wittgenstein? Che cosa direbbe anche sant’Agostino di fronte a cristianesimi così declinati? O che direbbero san Basilio Magno, o san Gregorio di Nazianzo, o san Gregorio Palamàs, o san Benedetto da Norcia?

Ascolto l’Utrecht Te Deum di Georg Friedrich Haendel per ristorarmi lo spirito, che è esacerbato, e ha bisogno di pace.

La Via Crucis di papa Francesco

Venerdì Santo.

Il giorno del Sacrificio di Cristo sulla croce, il giorno dell’esecuzione capitale di quest’uomo, dell’Uomo-Dio secondo la nostra dottrina cristiana. La truce vicenda è raccontata nei quattro vangeli canonici secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni con toni e modi differenti, sui quali qui non mi soffermo. E’ ricordata da san Paolo nelle sue lettere alle varie città e territori che si andavano “cristianizzando”. E’ commentata da migliaia di autori: teologi, esegeti, biblisti, catechisti, scrittori e divulgatori di vario genere con libri e articoli, nel corso dei due millenni che ci separano da quell’evento. E’ ripresa da una lunga tradizione cinematografica di diverso valore teologico e artistico, dal discreto Re dei re, all’orrido The passion diretto da Mel Gibson, pretenziosamente “filologico”

La data di quel supplizio atroce, ma soprattutto la data di nascita di quell’uomo, hanno determinato il conteggio degli anni nei due millenni successivi per quasi tutta l’umanità. Anche l’Islam ne tiene conto, perché il 622 dopo Cristo, data del viaggio da La Mecca a Medinah di Mohamed (l’Egjra), da cui parte il conteggio del tempo cronologico dei muslim, si riferisce alla data cristiana della nascita di Gesù Cristo. Vi è solo una differenza nel calendario in ambito cristiano, che comunque considera le vicende di Cristo come centrali: nel mondo cattolico e riformato la data del Natale è condivisa il 25 dicembre, peraltro data simbolica, corrispondente alla ricorrenza mitraica del Sol Invictus, mentre nell’Oriente ortodosso, che ha mantenuto il calendario giuliano, non riconoscendo la riforma del calendario gregoriana, il Natale è spostato a gennaio di circa una dozzina di giorni. La Pasqua di una settimana.

Il Colosseo, fatto costruire dall’imperatore Flavio Vespasiano negli anni ’70 per celebrare le vittorie militari di suo figlio Tito proprio in Palestina, e per pascere il popolo che amava panem et circenses (un po’ come ai giorni nostri con il gioco del calcio), è il luogo eponimo del sacrificio e del dolore. E’ il monumento più visitato d’Italia e del mondo.

Ebbene, gli ultimi papi hanno deciso di celebrare la liturgia del Venerdì Santo proprio lì, con la processione e la recita delle quattordici stazioni dello Stabat mater dolorosa/ iuxta crucem lacrimosa/ dum pendebat Filius/ … (Stava la madre addolorata/ in lacrime presso la croce/ alla quale era appeso il Figlio/ …), scritta da frate Jacopone da Todi. E’ il simbolo del dolore umano di ogni tempo e luogo.

E’ la rievocazione del sacrificio di Cristo sulla croce, la pena capitale più atroce di quei tempi, eseguita sui peggiori criminali, perché i cittadini romani potevano avere l’onore di essere decapitati. Un colpo e via, senza (quasi) soffrire. Come accadde a san Paolo, che rivendicò il suo essere Civis Romanus presso il procuratore dell’Impero che lo aveva giudicato e condannato a morte in Roma verso il 65 d.C..

Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret (qui utilizzo il nome civico del Rabbi) fu condannato per sedizione politica e blasfemia, da un cinico funzionario dell’Impero tiberiano, Pontius Pilatus, militare e uomo di mondo di quei tempi e di tutti i tempi, che aveva lo jus capitis (il potere di condannare a morte) tra i suoi poteri e non aveva voglia di storie con il Sinedrio dei maggiorenti politico-religiosi di Gerusalemme e con il popolo che tumultuava in piazza, istigato dai capi.

Il valore teologico e morale di quella morte e di quel sacrificio è incommensurabile. Si dice nella buona teologia che la morte in croce di Cristo ha un valore talmente grande da “coprire” tutto il peccato del mondo, come recita l’Agnus Dei: Agnello di Dio, tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi“. Anche i Peccati attuali di Putin e dei suoi vilmente imbelli (paradossale, vero?) soci, ma anche quelli di Biden etc. Ma vi è una condizione diversa tra questi due peccatori attuali, evidente, che non ripeto. Non mi si urli che Biden non ha attaccato nessuno, perché lo so. Sto parlando di “Biden”, simbolicamente per dire dei peccati dell’Occidente, innumerevoli, nel tempo e nella storia. E che comunque non compensano né tantomeno “giustificano” l’attuale peccato di Putin.

Vi sono uomini di chiesa (o giù di lì) come don Ciotti, che reclamano il disarmo totale. In altre parole: se io cerco di parlare con te e tu mi punti un’arma contro e mi spari, io continuo, rantolando, a chiederti di parlare. Insensato.

L’analogia del sacrificio della Croce è un altro, non è quello di “porgere l’altra guancia”, come sostengono i pacifisti a prescindere dal comportamento di chi ti aggredisce. Il detto gesuano significa, per analogia metaforica (cari pacifisti-a-prescindere, sapete che cosa sono un’analogia, una metafora o un’allegoria? Sono “figure logico-retoriche”), che l’uomo offeso non deve vendicarsi, ma deve cercare di trovare un modo per accordarsi con l’altro, se è possibile.

Gesù ha anche detto di essere venuto a portare tra gli uomini non fiorellini di prato ma la spada (mia ermeneutica un po’ colorita), cioè contraddizione, per cui la buona teologia e un’etica semplicemente umana ammettono anche la legittima difesa, come atto moralmente lecito e perfino doveroso se si tratta di difendere familiari e persone deboli. L’Ucraina, proprio in base alla morale cristiana, ha il diritto di difendersi, anche con le armi, e pertanto è legittimo, per la morale cristiana stessa, aiutarla in ogni modo e anche militarmente (cf. mie citazioni in articoli precedenti di Tommaso d’Aquino in Summa Theologiae).

E ora, differentemente dall’opinione che avevo un paio di mesi fa, mi sembra non solo eticamente accettabile, ma anche razionale e previdente, che Finlandia e Svezia chiedano di essere inserire nel sistema di difesa della Nato, cari pacifisti-a-prescindere.

Ho scritto qui qualche giorno fa che il papa a volte in queste settimane ha fatto un po’ di confusione, ma ora mi pare che si sia chiarito. Il senso teologico, ma anche la simbologia relazionale e pedagogica, di far portare la Croce della Via crucis del Venerdì Santo a due famiglie, una russa e una ucraina, è teologicamente corretto, quasi segno e strumento sacramentale, perché anche per i Russi ora e in futuro c’è una Via crucis, una via della croce. Quando queste ostilità finiranno, quali conseguenze vi saranno anche per il Popolo russo, che in parte è disinformato e manipolato?

Le critiche ucraine a questa decisione di Francesco sono fuori luogo

In realtà la Via crucis ha a che fare con le vite di tutti, anche in Occidente, pur essendo cruentemente celebrata in queste settimana soprattutto in quella grande Nazione dell’Europa, che è l’Ucraina.

Qui taccio delle altre Via crucis in corso nel mondo, dallo Yemen a varie zone dell’Africa e del Vicino Oriente, per evitare il detto della compensazione esemplare tra mali diversi, perché tutti mali, sono.

Chi era “Jesus ben Joseph ben Nazaret”, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret, era durissimo con ipocriti (che definisce “sepolcri imbiancati”) e formalisti, e dolce con i bambini e con le prostitute? Forse un uomo un po’ strano per il mainstream odierno? Anche Putin dovrebbe rileggere questi due passi evangelici e meditare sul loro senso teologico e morale, e il patriarca Kirill, pure. Visto che tutti e due sono (si dicono) cristiani…

L’immagine di Gesù edulcorata da “santino” che ricordiamo dalla nostra infanzia, biondo, occhiceruleo con la barba fluente bipartita, non corrisponde per nulla al Gesù vero, quello che la ricerca storica, assai approfondita e sempre più ricca di particolari, sta rimandandoci da qualche decennio.

Innanzitutto Gesù di Nazaret era un ebreo, di etnia semita, e quindi simile alle genti che ancora popolano la Palestina: era un ebreo palestinese, e quindi quasi sicuramente con i capelli e la barba scuri e la pelle olivastra. Probabilmente non era di alta statura, ma nella media dei maschi del tempo.

Per capire che tipo di uomo era, non considerando qui i complessi aspetti teologici della sua natura, che ci porterebbero sul versante arduo della metafisica, leggiamo questi pochi versetti di un passo del Vangelo secondo Marco (13-16).

(omissis) Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Tra Gesù e i discepoli a volte c’è qualche, diremmo oggi, disallineamento, e il maestro si indigna, li rimprovera, li corregge, senza giri di parole edulcorate o “delicate”. Va al sodo, arrabbiandosi, perché pretende da uomini adulti una capacità di comprensione delle cose veramente importanti.

Gesù capisce bene la psicologia di quei bimbi, che sono uguali a quelli di oggi, pieni di vita e di energia. Va oltre il formalismo del rispetto umano, rimproverando i suoi, perché non manifestano la sensibilità che si deve avere per piccoli esseri umani che crescono.

Il verbo indignarsi [in greco aganakteō] descrive una situazione interiore di collera, un atteggiamento deciso, forte. Gesù va in collera con gli adulti, perché costoro hanno in mente solo la loro stessa modalità di guardare le cose del mondo, anche se sono padri, nonni e zii. Gesù non ha donne da rimproverare, ma solo uomini maschi. Mi viene da osservare ciò, che conferma la diversa capacità dei due sessi di comprendere la psiche dei bambini. Le mamme, le zie e le nonne non avrebbero rimproverato i bambini.

(Lasciate che i bambini vengano a me. Anche quelli di Bucha e di Mariupol!)

…nel senso, si può intendere, che i piccoli, essendo puri di cuore, possono comprendere meglio degli adulti l’ammaestramento del rabbi nazareno.

E aggiungo: il pensiero, la riflessione, il raziocinio dei “grandi”, a volte mal si concilia con l’intuizione dell’atto di fiducia, cioè di fede. Gesù non diffida dell’intelligenza umana, ma invita, implicitamente, a utilizzare anche gli altri sensi, quelli spirituali, per comprendere meglio i valori che la vita pone davanti agli occhi del copro, che a volte sono ciechi. Egli invita a usare di più gli “occhi dell’anima” o “del cuore”.

Nel Vangelo secondo Luca (18, 10-14), leggiamo quest’altra parabola:

« Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato »


A quei tempi i farisei erano un gruppo politico molto importante e popolare. Si potrebbe dire di “centro-sinistra”, perché il “centro-destra”, per modo di dire, era occupato dai Sadducei, religiosamente e socialmente più tiepidi, e rigorosamente attenti alla legge mosaica.

I pubblicani, invece, erano ebrei che collaboravano con l’amministrazione dell’Impero romano, riscuotendo a loro nome le tasse, e godevano di una fama pessima. Venivano ritenuti pubblici peccatori.

La parabola inizia con lo spiegare che nessuno può dirsi giusto solo perché osserva formalisticamente le leggi. Occorre altro.
Occorre essere convinti della correttezza morale delle leggi che si osservano.

Un esempio pratico connesso a queste, ore, giorni, settimane…

Le tv e il web, oltre alla immagini della guerra vergognosa, danno anche Putin che si propone come fedele cristiano. Candela accesa in mano va ad ascoltare il sodale patriarca Kirill che benedice ciò che sta facendo la grande Nazione governata da quell’uomo.

Il Presidente russo è come il fariseo di cui Gesù racconta la vicenda.
Formalisticamente sta con la “legge”, ma umanamente la viola.

Gesù rimprovererebbe duramente l’uomo che ritiene di essere nel giusto, ma non lo è, e gli chiederebbe conto dei suoi ordini che vanno contro i princìpi primi di una morale semplicemente umana.

Due leader – in modo diverso – un po’ confusi: il papa e Conte (Giuseppi), “leader” si dice, il primo per posizione oggettiva (è il “Papa”), il secondo tra virgolette, cioè secondo il “segno logico” delle virgolette, per modo di dire: “leader”, perché contrastato al suo interno da uno che è più “leader” di lui, Dimaio, e quindi non-leader

Papa Francesco è un po’ confuso sulla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina. Probabilmente è anche un problema linguistico: pensando lui in lingua spagnola, non riesce a cogliere le sfumature dell’italiano, per cui il suo linguaggio, il suo codice espressivo è a volte impreciso e quindi confuso. Secondo: ho l’impressione che la sua preparazione culturale sulla storia contemporanea e sulla storia dell’Europa sia un pochino carente. Attenzione, non sto “parlando male del papa”: sto solo cercando di individuare i limiti dei suoi ragionamenti, che poi gli suggeriscono errori di valutazione etico-politica, creando così problemi alla stessa diplomazia vaticana.

Mi spiego: a distanza di due o tre giorni, questi ultimi dei primi di aprile 2022, in sei o sette interventi, tutti ampiamente mediatizzati, gli sentiamo dire, quasi contemporaneamente: a) la guerra è colpa di tutti (più o meno), b) la guerra è sacrilega (ok, ma non si esprime su chi la ha scatenata, questa guerra), c) l’aumento degli armamenti è moralmente inaccettabile (dove lo mette, Francesco, il diritto alla legittima difesa, tema chiarito con autorevolezza alta da sant’Agostino e da Tommaso d’Aquino), d) si dice disponibile a fare tutto per la pace, ma che cosa è questo tutto? e) del patriarca Kirill dice che loro due hanno condiviso sulla necessità di fermare la guerra (mentre si sente ancora una volta il patriarca moscovita benedire le truppe russe)… e potrei continuare.

Francesco è confuso e, siccome è sovrano assoluto non solo della Città del Vaticano, ma anche, di fatto, della Chiesa cattolica (cioè universale), questa confusione può generare ulteriore confusione teologica e, ciò che è più grave, morale. Penso che qualcuno dovrebbe aiutarlo di più e meglio, soffermandosi con lui sul senso e sul significato delle espressioni – che lui usa – sulla guerra, in italiano, anche se l’italiano e il castellano sudamericano, che costituisce il suo sostrato linguistico, pur essendo due lingue neolatine molto simili e, nella verbologia, quasi identiche tramite la comune matrice latina, a volte non danno il medesimo senso e significato alle espressioni. Francesco pensa in spagnolo e parla in italiano: ciò non è banale e necessita di una interpretazione di ciò che il papa desidera dire, un po’ più sofisticata. Qualcuno lo dovrebbe aiutare, ripeto.

Un esempio tra centinaia che si possono proporre: in spagnolo l’aggettivo “rico”, cioè ricco, che si può utilizzare, ad esempio, per apprezzare un cibo assai succulento, ha un campo semantico che “allarga” il concetto di “ricchezza” degli ingredienti, dal significato di quantità (il “molto”) anche alla loro qualità (il “buono”) intrinseca.

Circa le affermazioni di Francesco sopra riportate, non posso non osservare criticamente la sua (volontaria?) ritrosia a citare la Russia e Putin come responsabili indubitabili dello scatenamento del conflitto armato (altro termine linguistico-letterario per dire guerra). Forse che lo fa per non ampliare la distanza esistente con la “teologia” del patriarca Kirill? Forse che lo fa per avere un ruolo più credibilmente pratico per favorire una mediazione con la Russia putiniana? Forse. Ma, vale la pena essere ambigui, sia per carenze linguistiche, sia per scelta “politica”, in una situazione oramai così tragica? Non riesco a crederci, per cui a mio pare il papa sbaglia. Per il momento.

Conte (Giuseppi): chi mi legge su questo blog e altrove, sa bene che non ho stima “tecnica” per questo politico, fin dal suo affacciarsi alla notorietà, dal nulla. Ammetto che vi sono aspetti di questa disistima che precedono il mio giudizio sulla qualità politica delle sue prese di posizione, come il timbro vocale (che mi dà fastidio, specie quando urla, come in questo ultimo periodo), come il look, a mio parere eccessivamente “leccato” (ciuffo troppo corvino?, pochette, e altre piccole cose ridondanti), come l’esibizione di una cultura politico-giuridica che non poche volte ha mostrato qualche zoppìa e imprecisione (non alla Di Maio, ma ancora meno accettabile perché proveniente da un signore che si vanta di una certa cultura, a differenza del citato parvenù), come la faticosità dell’eloquio, che non è scorrevole, ma sempre il risultato di una laboriosa (ed evidente) ricerca del termine più adatto, peraltro con scarsi risultati, e altro…

Se veniamo alla dimensione politica, l’uomo mostra ancora maggiori difficoltà: non essendo un grillino della prima ora, si vede a occhio la-fatica-che-fa-a-fare il grillino. In realtà Conte è un democristiano fuori tempo massimo, perché non ha l’allure, lo slancio e l’entusiasmo presuntuosamente sgangherato di un Dibattista (ebbene sì, anche l’allure, non importa se fa un pochino ridere), o l’occhio pulito di un Dimaio o della Raggi (oddio!).

Ora, essendo lui incazzato nero per essere stato sostituito, con la soddisfazione dei più, da una persona di uno spessore incomparabilmente maggiore del suo, Draghi, ma dovendo mostrarsi leale al governo di unità nazionale, pare non saper come fare per caratterizzarsi e diversificare la sua posizione da quella di Mario Draghi.

In aggiunta, oramai lo fa anche perché la campagna elettorale è iniziata da tempo, e durerà tutti i prossimi sedici mesi (non dimentichiamo che i 5S hanno accettato Draghi per non andare a votare subito, e così dimezzare seggi e stipendi, sapendo di non poter pretendere di raccattare più del 15/ 16% di suffragi, contro il 33% del 2018, e dunque la truppa si sarebbe scagliata contro lui e contro gli altri maggiorenti se si fosse andati a votare dopo il “Conte 2”).

Sul tema degli armamenti e dei relativi maggiori investimenti anche da parte dell’Italia, che dice di non vedere come Draghi, si è barcamenato e si barcamena come può, per non smentire l’appoggio al Governo, mentre non vota quanto il Governo propone in tema, o lo vota solo se il voto è “di fiducia”, per non farsi sbattere fuori dalla maggioranza. Incauto e miserello.

Potrei continuare su tutti e due ma mi fermo qui, sperando che almeno il primo trovi una maggiore lucidità, per l’importanza che può avere la sua persona e il suo ruolo al fine di far terminare la tragedia in corso.

Del secondo homo confuso men che un fico secco mi cale.

SHAME!!! Una GRANDE VERGOGNA: titoli e articoli su omicidi, guerra e pandemia

Non so più come esprimere la mia critica, lo sconcerto, il dissenso e perfino uno stupìto dispregio per molti titoli e articoli che si leggono sui giornali e sul web, che si ascoltano in tv e su quasi ogni medium (pronunzia mèdium, santoiddio!).

Grande rispetto e ammirazione, invece, esprimo per gli inviati speciali, che raccontano le cose umane, spesso le più orrende, rischiando la vita.

Degli omicidi: molti cronisti stanno raccontando l’omicidio e lo sfregio della signora Maltesi, definendola “porno attrice”, come se fosse indispensabile così qualificarla per il “diritto di cronaca” (infame, in questo caso), o piuttosto perché è più “sfizioso” (aggettivo abusato e noioso) scrivere dell’attività pomeridiana e notturna della donna, invece che dire con semplicità della sua condizione di giovane madre di una bambina.

Per i media, in genere, e ciò è squallido per non dire spregevole, quello che conta è soprattutto la vendibilità della notizia, non la sua essenzialità e verità. Vergogna!

Altro tema, più generale: quando i media riferiscono di un “femminicidio”, che – alla lettera – è un omicidio, (omi-cidio da homo caedere, vale a dire “uccidere un essere umano”), aggiungono subito che si è trattato di un delitto generato da una insopportabile (per l’assassino) gelosia, ma evitando accuratamente di focalizzarsi sull’assassino, oppure citandolo quasi solo en passant, come se
il focus morale e sostanziale dell’atto non sussistesse nell’omicida. Tra l’altro, se dovessimo accettare la dizione “femminicidio”, per coerenza linguistico-semantica, quando viene ammazzato un uomo-maschio, dovremmo prevedere e utilizzare il termine “maschicidio”. O no?

Un racconto mediatico eticamente accettabile dovrebbe invece sottolineare innanzitutto la malvagità dell’omicida, e l’eventuale ragione-causa del suo atto, magari una gelosia malata o altro. Attenzione: un caso del genere pone immediatamente il tema dell’insopprimibile e inesorabile responsabilità morale personale di chi ha ucciso, e, dopo una approfondita analisi del fatto, di una sanzione proporzionata, certa e rapida. Se si dovesse pretendere di “spiegare” (nel senso di dare ragione o causa di) un crimine, specialmente se efferato, con la malattia mentale, tutto il Diritto penale della cultura occidentale, dal Codice di Hammurabi ai giorni nostri, risulterebbe, sarebbe insensato.

Così funziona di questi tempi, ed è insopportabile che nel 2022 si possa riscontrare nel retro-pensiero di questi cronisti, quasi ancora fossero condizionati dalla teoria e prassi giuridica e dalla legislazione penale, che è stata cambiata in Italia solo nel 1981, la cultura (si fa per dire) del delitto d’onore, per il quale l’omicida prendeva sette o otto anni di condanna, spesso ridotti fattualmente alla metà. Non è il caso dell’orrendo delitto citato qui sopra, ma i narratori lo hanno trattato, in qualche modo, con gli stilemi socio-etico-linguistici di trenta/ quaranta anni fa.

C’è da essere furibondi e quasi increduli per il fatto che esistano ancora modi di concepire e raccontare questi crimini in modo da mettere alla berlina la vittima, mentre quasi si tacciono le responsabilità del suo carnefice.

Che ne dite cari giornalisti e titolisti? Mi sbaglio? Perché non modificate il vostro modo di raccontare queste tragedie? Non vi accorgete di quello che voi fate, e fate pensare?

Della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina.

Anche su questo tema partiamo dai titoli e dalle espressioni più usate: bombardamento a tappeto, rischio di guerra nucleare, stragi di centinaia, anzi di migliaia di persone, di cento o duecento bambini, con dati e numeri che appaiono scarsamente verificati nelle loro fonti. Penso questo, perché la medesima notizia viene data spesso in modo differente nello stesso articolo/ servizio/ giornale/ programma. Così non sai a chi prestare fede e finisci con non credere a nessuno.

Di recentissima fama mediatica, tale professor Orsini, della Luiss (quando nel sottopancia tvdel parlante si cita una università prestigiosa, in ragione della proprietà transitiva di base, il prestigio passa direttamente al soggetto lì presente), che ad osservarlo bene nel linguaggio para-verbale sembra depresso, i giornalisti Travaglio e Santoro, la docente Di Cesare, altri (pochini, per la verità, quasi nessuno (evangelicamente) puro di cuore, a differenza del povero compagno internazionalista Edi Ongaro morto nel Donbass mentre combatteva per la libertà del popolo russo, poverino), raccontano balle sesquipedali, facendo della realtà di fatto, strame.

Mi piacerebbe che frate Tommaso dei conti d’Aquino potesse oggi apostrofarli con il suo magistrale “Contra factum non valet argumentum” (contro un fatto non si dà argomentazione contraria), per zittirli una buona volta.

Altro tema: consideriamo la mediatica enfasi, assai generalizzata, sul tema lgbtq e diritti civili correlati. Esagerata, un mainstream falsamente vestito da rispetto per il diverso, ed è, invece, piuttosto, la proclamazione e l’esaltazione di un particolare modo di vivere. Non condivido l’enfasi, mentre sulla scelta individuale di sentirsi sessualmente a, b o c, ovviamente, nulla ho da dire. E comunque il sentirsi è discutibile, pur non ritenendo (più) alcuno di noi l’omosessualità essere una malattia o un peccato morale.

E qui ora scrivo una cosa politicamente scorrettissima, rischiando di attirarmi critiche e reprimende da parte di qualche anima bella: non sopporto più il profluvio di scene di sesso omosessuali filmate e trasmesse, provando per esse un mio schifo naturale insopprimibile, e neanche sopporto quelle di sesso etero, che sono ancora più abbondanti, perché quasi sempre inutili, ridondanti e, non raramente, volgari. Sono di mentalità arretrata? Può darsi. Chiedo solo di non essere continuamente obbligato a subirle, con il massimo rispetto per le scelte di ciascun altro.

Si faccia sesso come ci si sente, ma non me lo si sbatta in faccia, anche se posso spegnere o cambiare canale.

L’ultima cosa, ma non meno delle altre citate vergognosamente FALSA o scorretta! Proprio oggi leggo questo seguente titolo su un quotidiano nazionale, a proposito del Covid: “Ospedali pieni”. Ma come? Sono pieni, se le percentuali di occupazione dei posti letto sono, rispettivamente, del 12% per quanto concerne le terapie intensive e del 15% nei reparti ordinari? Da quando in qua il 12% e il 15% (anche sommati) sono uguali al 100% del tutto?

Ok, anche facendo venia sulla “metaforicità” dell’aggettivo “pieno”, e sul suo utilizzo markettaro, che cosa può pensare l’ascoltatore/ spettatore/ lettore di una così clamorosa balla?

Che pietà, oltre che vergogna per questi mestieranti, che sono, o intellettualmente disonesti, oppure tecnicamente ignoranti.

Tertium non datur.

Del tirannicidio: basi teoretiche, consonanze e contrasti fra le teologie cristiane, quella cattolica occidentale di fra’ Tommaso d’Aquino e quella ortodossa orientale dell’egùmeno Gregorio Palamàs; alcune considerazioni sul tema, dall’antichità al dibattito odierno

Il ridicolo equivoco interpretativo dei concetti proposti da Domenico Quirico su La Stampa di Torino – qualche giorno fa – sul tema del tirannicidio, derivante da una traduzione non so se volutamente scorretta o dalla volontà di cercare un casus belli per litigare con l’Italia, ha convinto l’ambasciatore russo in Italia a denunziare alla Procura di Roma una sorta di incitamento al delitto tramite stampa, quando invece, se il titolo del pezzo ha posto in maniera ipotetica la plausibilità di uccisione del presidente Putin per fermare la guerra di aggressione in Ucraina, il contenuto era chiarissimamente contrario a quella scelta violenta.

Perciò mi pare utile parlarne qui ampliando il discorso ai fondamenti del pensiero teologico e filosofico, sia orientale, sia occidentale.

Partiamo dal termine: tirannicidio deriva dal termine greco tyrànnos.

Pisistrato

Il termine “tiranno” è di origine greca e significa letteralmente “signore”; Erodoto nelle Storie usa il termine τύραννος (týrannos) (cf. Storie III, 80-82), che vuol dire “signore della città”. In seguito le cose cambiano, anche alla luce del pensiero platonico e aristotelico, che pongono la questione della legittimità del potere e della sua costituzione.

Tiranno è innanzitutto il termine attribuito a qualcuno che conquista il potere e poi lo mantiene in maniera egemonica, in qualche modo dispotica, autarchica, e a volte anche con modalità repressive e violente. Un altro termine pressoché equivalente è “dittatore”. Con il termine “tiranno” nell’antica Grecia dei secoli VII e VI avanti Cristo si definiva chi colui che si impadroniva del potere con modalità rivoluzionarie, opponendosi al sovrano o al politico in carica per tradizione o per elezione. Spesso il nuovo “capo” era sostenuto dal popolo, che soffriva per una gestione del potere precedente divenuta insopportabile.

Il tiranno, dunque, a quei tempi non era un usurpatore tout court, perché talora governava senza stravolgere sostanzialmente le leggi e le istituzioni preesistenti. Inoltre ricopriva personalmente e affidava a suoi fidi le maggiori magistrature, promuoveva lo sviluppo dei commerci, delle opere pubbliche e dell’agricoltura, generalmente nell’interesse del popolo sottomesso ed in contrapposizione ai privilegi dell’aristocrazia. I nomi dei più noti “tiranni” intesi in codesto senso: Policrate di Samo, Clistene di Sicione, Pisistrato di Atene e Dionisio di Siracusa, che chiamò perfino Platone per avere da lui consigli. Storia che non finì molto bene, forse perché i tiranni di tutte le epoche preferiscono gli yesmen, non persone di cultura libera e più vasta della loro. Anche oggi è così.

Si può dire che il tiranno moderno non assomiglia più di tanto a quei tipi di tiranno. L’accezione del termine è molto cambiata nei secoli.

La tirannide come categoria politica e forma di governo è stata trattata nella cultura occidentale, per la prima volta in maniera rigorosa, da Platone nel dialogo Repubblica.

Proprio con il pensiero di Platone e di Aristotele inizia una riflessione sulla tirannide e sulla sua legittimità, laddove il potere del tiranno sia acquisito senza la ricerca di un consenso tra i cittadini, e quindi di una sorta, oggi diremmo, patto costituzionale tra cittadini, ovvero, di contro, sia acquisito a seguito di un processo di corruttela e di scorretto acquisto di consensi.

La tirannide era ritenuta ad Atene un disvalore assoluto e generava paura nei più, timorosi di non avere più la possibilità di discutere dell’esercizio del potere politico, in rappresentanza degli interessi generali. Si tenga sempre presente che gli “interessi generali” di allora non si riferivano a un suffragio universale, bensì al diritto di una significativa… minoranza di capifamiglia possidenti: da questo novero erano esclusi meteci ed iloti, cioè i capifamiglia poveri del contado e le persone pervenute dall’esterno.

Molto interessante è il fatto che il personaggio “tiranno” era oggetto di molta attenzione da parte dei tragediografi, che con il teatro riuscivano a trattare un tema molto arduo e pericoloso per la stessa vita di chi lo trattava.

È proprio sulla scena teatrale infatti che la paura e il disprezzo per il tiranno vengono vissuti con immediatezza, è sulla scena che la tirannide appare sempre meno una soluzione politica e si trasforma in una dimensione umana, in una caratterizzazione di una figura etica e psicologica.

La critica alla figura del tiranno aveva lo scopo di evitare che un singolo cittadino avesse nelle sue mani tutto il potere, dispoticamente. Durante la Guerra del Peloponneso, scoppiata tra Ateniesi e Spartani, il grande Aristofane pronunzia la seguente frase: “Per cinquant’anni non ne ho mai sentito il nome (del tiranno, ndr) e ora va più del pesce conservato.”

Si pensi che l’accusa di tirannide fu formulata anche a Pericle, ed è tutto dire. Tucidide scrive di lui in questo modo: “Era una democrazia a parole, ma di fatto si trattava del potere del primo cittadino“. Erodoto propone una delle prime descrizioni della tirannide (cf. Tripolitikòs lògos ), nella quale si esprime elogiando la democrazia (ovviamente intesa secondo l’idea dei tempi, cf. supra),e criticando la tirannide. Ecco le sue parole: “Come d’altronde il potere di uno solo potrebbe essere cosa conveniente se gli è lecito fare ciò che vuole senza renderne conto? (…) Dai beni che ha a disposizione gli nasce la prepotenza, mentre l’invidia è connaturata all’uomo fin da principio.

Il tiranno di cui si parla è empio, sfrenato, diffidente e sospettoso, avido, molto simile alla figura che descriverà Platone ne La Repubblica qualche decennio dopo. E’ molto interessante la descrizione erodotea, perché mette in evidenza anche gli aspetti psicologici della “nascita” del tiranno, il quale può anche essere, di per sé, un uomo buono e virtuoso, ma, messo nelle condizioni di esercitare un potere inusitato e grandioso, può cambiare radicalmente diventando arrogante, prepotente, protervo fino all’esercizio della violenza come metodo di agire quotidiano.

Non si possono non riconoscere in questa descrizione i tratti psico-morali dei tiranni che abbiamo storicamente conosciuto nell’ultimo secolo, il XX. La disponibilità di ogni bene e di ogni potere produce in lui la prepotenza (hybris).

Platone, invece, va oltre. Egli vede nel tiranno l’esempio di un essere umano abbandonato dalla razionalità e quindi disponibile ad ogni sorta di eccesso e di agire negativo verso gli altri, i cittadini.

Inoltre, la rappresentazione del tiranno approfondisce anche altri aspetti di questa figura, che sono molto attuali! Si pensi al sentimento della paura, che non solo il tiranno provoca negli altri, ma che egli stesso prova, intuendo di poter in qualsiasi momento perdere la propria posizione ed essere abbattuto, anche perdendo la vita, magari ucciso da chi subisce la sua prepotenza, che può ordire complotti e congiure per liberarsi dal tiranno. Pisistrato e i suoi successori sono gli esempi eponimi della modalità di governo tirannica di quei decenni, in Grecia, una modalità che ha i tratti della tirannide autoreferenziale e finalizzata solo nel suo mantenimento, ma anche i tratti di una tirannide che potremmo definire paleo-populista, perché si opponeva all’aristocrazia dei “migliori” (àristoi) cittadini.

Forse che questo non echeggia qualcosa di contemporaneo? A me ricorda un pochino l’uno vale uno dei grillini, o il vociare scomposto del “salvinismo”. Lo scrivo neppure tanto sommessamente. Grillo (Conte no, perché troppo flaccido) e Bossi/ Salvini potrebbero anche assomigliare a controfigure del tiranno populista.

Aristotele nel V capitolo della Politica individuò tre tipi di tiranno:

  • il capopopolo o demagogo, che acquisisce il potere ergendosi a difensore degli umili; (un “salvini”?)
  • l’ex magistrato, che fonda il suo potere assoluto partendo da una base istituzionale; (un “di pietro”, meno male che non ce l’ha fatta)
  • il monarca o l’oligarca degenerato, che non sopprime ed anzi aumenta i privilegi dell’aristocrazia. (Putin, proprio lui!)

Aristotele ricorda che e prime due tipologie di tiranno furono molto diffuse nella Grecia continentale, mentre la terza invece, molto più rara, si sviluppò solo nelle città dell’Asia Minore, ad esempio i satrapi persiani e poi i diadochi di Alessandro il Grande.

Dimenticavo: nelle situazioni in cui nell’antica Grecia di discuteva di democrazia e tirannide, ebbe anche posto un concetto che cercava di descrivere una forma embrionale di democrazia: l’isonomia, cioè una forma di governo che potesse avvalersi di leggi equilibrate e giuste (ìsos nòmos).

Infine, solo per completare il lessico di questi temi ricordo un altro modo di dire una figura tirannica o dittatoriale, nella Grecia antica era autarca, dal greco àrkes, comando e àrkein, comandare.

GREGORIO PALAMAS

E ora vengo a Gregorio Palamàs (in greco Γρηγόριος Παλαμάς, Grigòrios Palamàs; 1296-1359), che è stato un monaco cristiano ortodosso, e in seguito arcivescovo.

Monaco del Monte Athos nella Penisola Calcidica, si può definire teologo e mistico, e fece carriera, diventando Arcivescovo di Tessalonica (che è la moderna Salonicco, come è noto ai miei lettori, ma non a diversi politici di alto ruolo e di basso livello).

L’esicasmo, cioè la “preghiera del cuore”, costituisce il fulcro della sua teologia mistica, che egli spiegò approfonditamente nell’opera Filocalia, titolo molto utilizzato tra i teologi dell’Oriente cristiano classico, a partire da Origene. E’ Venerato come santo dalla Chiesa ortodossa (nella cui liturgia la seconda domenica di Quaresima è appunto chiamata Domenica di Gregorio Palamàs), mentre è ricordato liturgicamente nella Chiesa Cattolica Melkita e e nelle Chiese Cattoliche Orientali di rito bizantino in comunione con Roma. La sua festa cade il 14 novembre.

Iniziò i suoi studi di retorica e di filosofia con Teodoro Melchita, manifestando ottime qualità che gli avrebbero potuto aprire una brillante carriera nel funzionariato imperiale (ecco che già qui si può osservare come nell’oriente cristiano si coltivavano i talenti adatti a sostenere il potere civile), ma lui non si sentiva portato, in quanto vedeva nella vita monastica l’ambiente spirituale che sentiva più affine alla sua anima di credente.

Si ritirò, dunque, sul Monte Athos sotto la guida spirituale dell’egumeno (priore) Teolepto, che lo introdusse alla “preghiera del cuore”, di cui l’esempio classico così suona: “Gesù, Figlio di Dio Onnipotente, abbi pietà di me, peccatore“, da ripetersi come le avemarie del rosario e come i novantanove nomi di Allah nell’Islam, in sequenza instancabile, come un mantra buddista. Legàmi sovra-religiosi indubbi.

Gregorio non si è mai ritenuto un pensatore, un filosofo o un teologo in senso accademico. Per lui la cultura ha una sua funzione ma la pratica cristiana e la visione di Dio è qualcosa di assolutamente superiore. Gregorio scrive nella Filocalia:

«È una conoscenza più alta di quella sulla natura, dell’astronomia e di tutta la filosofia attorno ad esse, non solo sapere Dio e che l’uomo conosca se stesso ed il proprio ordine ma pure che il nostro intelletto sappia la propria debolezza. […] Infatti l’intelletto che conosce la propria debolezza ha trovato anche da dove può giungere la salvezza, avvicinarsi alla luce della conoscenza ed assumere una sapienza vera, che non si dissolve con questo secolo.»

Commenta scrivendo che avrebbe potuto scrivere in modo retorico per stupire i suoi ascoltatori ma, invece, ha ritenuto opportuno evitarlo. Leggiamo ancora, dalla sua opera citata:

«La conoscenza della sapienza profana come potrà cacciare fuori dall’anima tutta la malvagità creata dall’ignoranza, se a far questo non basta neppure la conoscenza dell’insegnamento evangelico? […] Neppure la conoscenza del Dio che ha creato queste cose [il mondo visibile e quello invisibile], da sola non può giovare a nessuno. […] Vedi che la sola conoscenza, senza l’amore, non purifica affatto l’anima ma l’uccide. […] L’educazione profana serve alla conoscenza naturale, ma non può mai divenire spirituale, a meno che non accompagni la fede e l’amore di Dio, o meglio ancora, a meno che non sia rigenerata dall’amore e dalla grazia che vi si manifesta.»

Gregorio fu un grande estimatore di Dionigi l’Areopagita, filosofo e teologo neoplatonico, ma lui non lo scrisse mai, perché non voleva confondersi con i filosofi di professione (potremmo dire, sulle tracce di Agostino, che pure era debitore di Platone in molti concetti filosofico-teologici, come nel concetto di Dio come Bene in-sé), anche se si trattasse di quelli a lui più affini. Leggiamo ancora:

«[…] con la filosofia i conoscitori della natura e gli scrutatori delle stelle, che si vantano di sapere tutte le cose, non possono accorgersi di nessuna di quelle su elencate [le verità rivelate]. Essi ritennero che il sovrano dell’oscurità intellettuale [il demonio] e tutte le potenze ribelli sotto di lui fossero non solo superiori a loro stessi ma dèi. Li onorarono con dei templi, offrirono dei sacrifici ed assoggettarono se stessi ai loro rovinosissimi oracoli, dai quali ovviamente furono quasi sempre ingannati, attraverso sacerdoti senza sacralità e sudicie purificazioni che ispiravano un’abominevole presunzione, e profeti e profetesse che erravano il più lontano possibile dall’effettiva verità.»

Gregorio, in questo sulle tracce di Platone (ricordiamo gli agraphà dògmata del grande ateniese, cioè i non-scritti che avrebbero contenuto, anche secondo Aristotele, le idee più alte del Maestro), iniziò a comporre le sue opere quando ne fu costretto. Il suo pensiero si può trarre dagli scritti a difesa del modello di vita monastico e dalle pratiche spirituali dei monaci atòniti (del Monte Athos).

Palamàs, inizia a scrivere anche per contrastare le idee di un monaco-filosofo da poco giunto a Costantinopoli: Barlaam di Calabria.

Barlaam giunse a Costantinopoli apparentemente per motivi di fede, ritenendo che i greci avevano conservato una purezza cristiana persa dai latini. Uno dei suoi primi trattati, infatti, riguarda proprio la difesa di alcune posizioni di fede greche. Appena giunto nella capitale imperiale iniziò ad insegnare filosofia ricevendo attenzione e plauso di un’élite che stava riscoprendo i classici greci. Giunto alle sue orecchie che alcuni monaci facevano strane pratiche d’orazione nel Monte Athos, volle recarvisi per scoprire di cosa si trattava. Nell’Athos, probabilmente, ricevette una pessima spiegazione riguardo a tali pratiche e ne fu scandalizzato. Fece ritorno a Costantinopoli col fermo proposito di denunciare come demoniaco quanto aveva visto. Iniziò subito a diffondere le sue opinioni attirandosi l’attenzione di Palamàs.

Il santo dapprincipio fu mite e consigliò al suo interlocutore di limitarsi alla sola filosofia, tralasciando d’invadere un campo che non era di sua competenza. Barlaam non desistette e, con argomentazioni filosofiche, ripropose le medesime accuse in modo ancor più incisivo e convinto. Solo allora la polemica s’infiammò.

La polemica tra Barlaam e Palamàs ha un interesse che supera di molto il contrasto d’idee tra i due personaggi. Barlaam si può in un certo senso considerare un umanista, il rappresentante di una nuova sensibilità, di un modo nuovo d’osservare il mondo e le idee religiose. Come tale, egli dava un notevole peso alla filosofia neoplatonica (nella quale leggeva in modo particolare lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita). Barlaam traccia una netta distinzione tra il regno increato (Dio) e la mente umana in quanto tale. Egli formula una specie d’ “agnosticismo” per quanto riguarda la realtà divina in se stessa.

Ad esempio, siccome per lui, in definitiva, il regno di Dio è inaccessibile all’uomo, non ha senso alcuno il contrasto dogmatico tra Oriente ed Occidente sul Filioque nel campo della conoscenza secolare, pone Platone e Aristotele al più alto livello, al pari della Bibbia e dei Padri della Chiesa per la teologia. Per Barlaam è possibile «conoscere Dio solo attraverso il mondo creato mentre le affermazioni negative su Dio, espresse dallo Pseudo Dionigi, servono unicamente a determinare ciò che Dio non è». Barlaam pensava che, alla fine, lo studio e l’apprendimento fossero più importanti della preghiera e della contemplazionee. Coerentemente con ciò, riteneva una perdita di tempo sottratto allo studio lo stile di vita dei monaci atoniti, completamente incentrato sull’orazione esicasta, ossia su quella preghiera che, includendo particolari tecniche, era fatta nella quiete o “esichìa”.

Barlaam ridicolizzò i monaci esicasti definendoli “omphalompsychoi”, ossia persone che situavano la presenza dell’anima nell’ombelico. Barlaam si oppose agli esicasti, accusandoli d’essere messalianii e cioè di pretendere di vedere l’Essenza Divina con gli occhi del corpo, cosa negata persino da Platone.

Gregorio iniziò col difendere l’esicasmo e passò, in seguito, a ribadire che i profeti hanno un grado di conoscenza del divino che non si può minimamente paragonare a quello di un filosofo, giacché solo i profeti potevano realmente vederLo e sentirLo nel proprio cuore mentre il filosofo Lo poteva solo congetturare. Ciò che l’uomo poteva vedere di Dio non era il Dio in se stesso (la sua sostanza) ma i suoi effetti. Inoltre, l’uomo non può risalire a Dio dalla realtà creata poiché non vi è alcun paragone tra il creato e l’increato (il regno di Dio) (È qui la differente lettura che Palamas e la tradizione orientale hanno dello Pseudo-Dionigi). Non è possibile instaurare tra i due alcun genere d’analogia. Nonostante ciò l’uomo, per grazia, è in grado d’avere esperienza dell’increato e di entrare in comunione con Dio che gli si rivela. Nel sistema palamita è escluso alla radice l'”agnosticismo” barlaamita.

Nelle seguenti parole di Palamàs, in risposta a Barlaam, notiamo la sintesi di alcune sue posizioni che lo oppongono a Barlaam:

«Non è affatto utile né opportuno, anzi è invece fin troppo dannoso per tutti cercare nelle parole le cose superiori alle parole, gettare i misteri in pasto al popolo, affidare questi temi all’ascolto ed all’intendimento dei bambini, incitare i laici contro i monaci ed offrire motivi di non poca confusione alla Chiesa di Cristo.»

Queste parole mostrano la profonda differenza nella formazione dei due uomini: il primo, il filosofo Barlaam, aveva grande fiducia nella ragione, che poteva risalire a Dio dalle realtà create. Il secondo, Gregorio, ravvisava nella ragione dei limiti quando si trattava di parlare di Dio, dal momento che Egli è oltre tutto il concepibile e l’umanamente immaginabile. Il primo riteneva utile coinvolgere tutti, il secondo comprendeva che certi argomenti hanno bisogno di prudenza e di profonda formazione spirituale per essere abbordati. Il primo creava una distanza tra il mondo dei laici e quello dei monaci, quasi che questi ultimi fossero il retaggio di un’epoca oramai sorpassata. Il secondo non faceva alcuna differenza tra i due, dal momento che i monaci altro non sono che dei laici i quali vivono radicalmente le esigenze battesimali.

In merito alla questione della possibilità da parte dell’uomo di maturare la conoscenza del Dio trascendente e sostanzialmente inconoscibile, Gregorio distinse fra il conoscere Dio nella sua essenza (in greco ousia) e il conoscere Dio nelle sue “energie” (in greco energeiai), che si possono tradurre con “effetti”, “manifestazioni” o “attività”, per sgombrare il campo da equivoci che le moderne connotazioni esoteriche della parola “energie” possono addurre. Gregorio mantenne la convinzione che fosse impossibile conoscere Dio nella sua essenza (chi sia Dio in e per se stesso), ma mostrò la possibilità di conoscerlo nelle sue “energie” (conoscere che cosa Dio faccia e chi Egli sia in relazione alla creazione e all’uomo), dal momento che Dio si è rivelato nel Figlio suo. Nelle sue argomentazioni Gregorio si rifece ai Padri della Chiesa che lo precedettero, in particolare ai Padri Cappadocii al punto che, per alcuni, compie una geniale sintesi di tutto il pensiero patristico fino ad allora.

Le idee barlaamite furono definitivamente rigettate in due sinodi: uno del giugno e l’altro dell’agosto 1341, entrambi tenuti a Costantinopoli. In seguito alla sua condanna, il Calabro tornò in Italia, fu fatto vescovo di Gerace dal papa e, in seguito, ambasciatore papale a Costantinopoli per preparare un’unione tra la Chiesa greca e quella romana. Le trattative fallirono. Per breve tempo fu pure maestro di greco del Petrarca .

Il pensiero teologico di Gregorio Palamàs è intimamente connesso con l’esperienza cristiana e, quindi, con la mistica. La sua non è teoria o semplice filosofia né, tantomeno, un pensiero di matrice “neoplatonico” come sostengono alcuni. Tra il neoplatonismo e Palamàs c’è quasi un abisso. Palamàs è categorico: solo l’uomo spirituale può essere il trasmettitore di una tradizione spirituale che ha profondi legami con la tradizione dogmatica e ad essa rimanda costantemente. Un uomo che, sulla base della pura logica, presume di farlo conduce fuori strada. Costui viene definito “psichico”, ossia intellettuale. Gregorio ne ha chiara coscienza:

«Chi si fida dei propri ragionamenti e delle indagini compiute attraverso di essi, perché pensa di trovare tutta la verità con distinzioni, sillogismi ed analisi, non può né conoscere le esperienze dell’uomo spirituale né credere in esse. In effetti costui è psichico: ‘ma chi è psichico’, dice ‘non riceverà le manifestazioni dello Spirito’, né può farlo: quindi chi non le conosce e non vi crede, come potrà renderle conoscibili e credibili, confrontandosi con gli altri? Per questo se uno insegna sulla sobrietà senza esichìa, senza la sobrietà dell’intelletto e senza l’esperienza dei suoi effetti spirituali ed ineffabili, ma invece conformandosi ai propri ragionamenti e cercando in tutti i modi d’indagare con la parola il bene superiore alla parola, è chiaramente caduto in un’estrema follia e, nella sua sapienza, è davvero divenuto pazzo, in quanto ha scioccamente supposto di poter esaminare con una conoscenza naturale le manifestazioni che sono superiori alla natura e le profondità di Dio conosciute solo dallo Spirito.»

Gregorio Palamàs non ha fatto dei trattati sistematici di teologia, divisi per temi specifici. Quando si trovava davanti ad un problema urgente in cui era richiesta la sua risposta, componeva degli scritti. In questo modo, per risalire alla sua visione dell’uomo, all’antropologia, siamo costretti ad esaminare l’insieme dei suoi scritti. Per Palamàs, l’uomo è una realtà composta di realtà materiali (il corpo) e di realtà spirituali (l’anima e lo spirito). La sua antropologia è strettamente biblica e patristica. Tuttavia, egli quando mostra che l’uomo è fatto per Dio, indica precisamente che ogni sua parte e realtà possono deificarsi, corpo compreso. Palamàs afferma a tal proposito:

«Il piacere spirituale che dall’intelletto giunge al corpo, per nulla peggiorato per la comunione con il corpo, trasforma il corpo e lo rende spirituale, ed esso respinge i cattivi appetiti carnali e non abbassa più l’anima, ma si solleva con essa, fino al punto che l’uomo intero è Spirito, com’è descritto: ‘Colui che è dello Spirito è Spirito’. Ma tutto questo diventa chiaro solo nell’esperienza.»

L’uomo non può giungere a Dio con il pensiero razionale (la cosiddetta “dianoia”) ed è per questo che Palamas si oppone a Barlaam. Tuttavia, l’uomo può intuire la presenza divina con la parte più elevata della sua intelligenza intuitiva (il cosiddetto “nouss“). Il “nous” è una specie di “occhio spirituale” che dev’essere purificato per potersi accostare al divino, intravvederlo e goderne. Il “nous”, o intelletto spirituale, dopo essersi staccato da tutti i legami che lo ottenebrano (le passioni e gli attaccamenti mondani) viene calato nel cuore, ossia nella realtà più intima dell’uomo ed è lì che, nella grazia divina, viene deificato e risplende. La preghiera esicasta ha un ruolo importante in questa discesa del “nous” nel cuore. Risplendendo l’occhio interiore, anche tutto il corpo si trova nella luce. In questo senso i monaci esicasti interpretano il famoso versetto del salmo in cui il salmista dice: «E alla tua luce, vediamo la luce» (Sl 35,10).

«In contrasto con Barlaam, che cercava d’eliminare completamente la passionalità dell’anima [influsso neoplatonico], st. Gregorio Palamas non ha cercato l’annientamento di ciò che è legato al corpo (l’irascibile e il concupiscibile), ma, piuttosto, porlo al servizio del bene e dell’amore.»
(Staniloae Dumitru)

Il santo atonita ha un’antropologia particolarmente dinamica: ha un aspetto legato all’immagine di Cristo, nuovo uomo, e un aspetto trinitario. Riguardo a quest’ultimo, «alla luce della Rivelazione», la natura umana è «natura trinitaria dopo la suprema Trinità, poiché al di sopra di tutte, è fatta a sua immagine, composta da un intelletto (nous), dalla parola (lògos) e dallo spirito (pneuma)». Questo è l’ordine che deve conservare. È in questo che consiste la “bellezza” propria all’uomo preservata «attraverso la fede, la propensione e la disposizione a Lui».

L’antropologia palamita, riprendendo i percorsi classici ascetici dei padri del deserto, è animata da un profondo ottimismo, dal momento che all’uomo è data la possibilità d’essere ontologicamente dio, nella sua Grazia. Palamàs riporta, adattandolo ai suoi tempi, il famoso adagio di Atanasio d’Alessandria in base al quale «Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse dio».

Questo genere di antropologia ottimista non è molto condiviso in chi si muove con presupposti filosofico-tomistici (qui, infatti, non si parla di “nous”) ed è escluso nei presupposti del pensiero luterano (per i quali l’uomo può essere solo giustificato in quanto inguaribilmente peccatore e quindi distante da Dio).

Per Palamàs la storia della salvezza è un processo in continua realizzazione: Dio opera in ogni istante nel mondo attraverso le sue divine energie. Sono le divine energie che mantengono il mondo in vita, agiscono nell’uomo, lo convertono e lo attraggono a Dio. All’interno di questo quadro generale si situa la vita sacramentale: il fedele nel momento in cui assume i sacramenti (o misteri) partecipa in modo particolare a quelle divine energie che pervadono la realtà. La vita che Dio infonde attraverso l’azione sacramentale procede da Lui stesso e quindi è un atto increato: “Tutte le cose che ci sono state date e concesse in grazia da Dio – dice Gregorio – non sono pari, né ciascuna di esse è una creatura”.

Dio da’ realmente se stesso, non un suo effetto creato, punto che lo divide dalla visione aristotelico-tomista. Inoltre, il misticismo palamita non è sganciato dalla Chiesa, come se fosse un’attività individualistica ma fa parte della storia della salvezza stabilita da Dio nella Chiesa. Il centro di questa storia è Dio stesso che infonde le sue energie all’intero cosmo.

«[…] grazie alla partecipazione di questo pane divino [quello dell’eucaristia], non solo siamo attaccati, ma anche mescolati al corpo di Cristo, e diveniamo non solo un solo corpo, ma anche un solo spirito con Lui. Vedi che la smisurata grandezza dell’amore di Dio verso di noi interviene e si mostra attraverso la distribuzione di questo pane e di questo vino?.»
(Gregorio Palamàs)

Ma è bene sottolineare che, per lui, i sacramenti non sono e non saranno mai dei fini ma puri mezzi per giungere a Dio. L’asceta che non ha la possibilità di accedervi frequentemente, può comunque purificare se stesso attraverso le “lacrime di penitenza”. Palamàs esorta il suo popolo nei termini seguenti:

«Quindi, vi prego, non tralasciamo d’invocarLo con digiuni, preghiere, lacrime ed in tutti i modi, finché non ci si avvicini e ci guarisca.»
(Gregorio Palamàs, Omelia IX)
«Con un intenso dolore e pentimento e con le lacrime, vale a dire con il più drastico farmaco per l’espiazione “Dio non disprezzerà”, dice, “un cuore contrito ed umiliato”; e l’afflizione che piace a Dio attiva un pentimento senza pentimenti per la salvezza, e «colui che semina la sua preghiera nelle lacrime mieterà il perdono nella gioia.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XXVIII)

La sua teologia, dunque, pone un accento tutto particolare sul bisogno di purificazione dell’uomo, attività previa e contemporanea a tutto il resto. Una vita sacramentale che prescinda da queste basi finirebbe per rinnegare se stessa. Sembra, perciò, che Palamas conoscesse le critiche che, in tal senso, esprimeva san Simeonee il Nuovo teologo, proprio qualche secolo prima (XI sec.).

«Ogni prete, diacono e pure monaco, se partecipa alla grazia divina con tutte le condizioni previe stabilite dai Padri, allora è un autentico vescovo, anche se non fosse ancora fatto tale dagli uomini. Al contrario, chiunque non fosse iniziato alla vita spirituale, verrebbe falsamente ordinato, pure se la sua ordinazione lo stabilisse al di sopra degli altri, lo dirigesse e lo facesse comportare in modo arrogante.»

È solo considerando seriamente questa preminenza carismatica che siamo in grado di comprendere i termini apparentemente “anarchici” dell’ecclesiologia di Palamàs:

«Poiché, dunque, in Cristo Gesù non c’è né maschio né femmina, né greco né giudeo, ma tutti sono una cosa sola, secondo il divino Apostolo, “così in Lui non c’è né chi comanda, né chi è comandato”, ma tutti, per mezzo della sua grazia, siamo una sola cosa per la fede in Lui, e formiamo il solo corpo della sua Chiesa, avendo Lui come unica testa.»
(Gregorio Palamàs, Omelia XV)

Sempre la preminenza carismatica, che pone l’accento sull’esperienza, fa proclamare, ad esempio, la grazia sacramentale increata (mentre per il tomismo la grazia, pur soprannaturale, è definita “creata” coerentemente con i suoi presupposti filosofici)]. La Chiesa è veramente rappresentata da coloro che hanno esperito tale grazia.

È solo per questo, non per vana erudizione, che Gregorio ama citare le colonne della Chiesa: Dionigi Areopagita, Massimo il Confessore, Basilio Magno, Atanasio di Alessandria, Gregorio di Nissa e altri. Allora, scagliarsi contro i monaci (o ritenerli qualcosa di tutto sommato marginale o poco influente), per Gregorio, non è porsi contro un partito o una parte ma contro la Chiesa stessa poiché essi conservano, vivendolo, il deposito di fede di tutta la Chiesa. Il Tomo Sinodale di condanna a Barlaam, che risente dell’influsso gregoriano, dichiara significativamente:

«Se qualcun altro manifestasse di muovere contro i monaci una di quelle accuse dette o scritte da lui contro i monaci, “o meglio contro la Chiesa stessa”, o in generale di d’attacarli in tali questioni [sia] sottoposto alla stessa condanna […] anche lui sarà scomunicato e tagliato fuori dalla santa cattolica ed apostolica Chiesa di Cristo e dalla comunità ortodossa dei cristiani.»

La Chiesa, quale comunità dei santi divinizzati, rappresenta la garanzia del retto cammino. Gregorio afferma:

«Ho un nugolo di martiri insieme al quale sarò condotto all’incontro col Promesso; ho una squadra di giusti, coi quali otterrò la superiore resurrezione; farò parte della Chiesa con i confessori della fede; sarò nel numero dell’assemblea dei primogeniti; parteciperò di doni ed onori immortali.»
(Gregorio Palamàs)

La funzione sacerdotale, nella Chiesa, ha un ruolo medicinale. Il sacerdote, oltre ad amministrare le medicine della Grazia, ossia i sacramenti, dev’essere in grado di conoscere il cammino che porta a Dio, e precedere i fedeli in esso. In caso contrario, come affermerebbe pure Simeone il Nuovo Teologo, non trasmette il carisma apostolico.
Il suo ruolo non è, dunque, di puro insegnamento ma di testimonianza vivente.

«Nella sua omelia per il giorno di Pasqua, Gregorio Palamàs esorta ciascun cristiano, dopo aver partecipato alla divina liturgia domenicale, di cercare assiduamente qualcuno che, imitando gli apostoli, rinchiusi il giorno della crocefissione, viva per lo più isolato, nel silenzio con il Signore immerso nella preghiera esicasta e nella salmodia, conducendo una vita irreprensibile. Questo cristiano deve accostarsi a lui, entrare nella sua casetta come se fosse un luogo celeste pieno della potenza santificante dello Spirito Santo […] e interrogarlo su Dio e le cose divine imparandole con umiltà e richiedendo l’aiuto della sua preghiera”.»

Il concetto monastico e carismatico di Chiesa espresso da Palamas influisce fortemente ancor oggi nell’Oriente cristiano mentre l’Occidente esprime un concetto piuttosto istituzionale e legale.

E’ questo un dilemma etico/giuridico, che ci accompagna fin dall’antichità, col quale si sono cimentati filosofi ed artisti, laici e religiosi, massoni e gesuiti, santi e peccatori, rivoluzionari e lacchè del potere.

DEL TIRANNICIDIO

Da Luciano di Samosata a Cicerone, da S. Tommaso d’Acquino a Lorenzino dei Medici, dalla rivoluzione inglese a quella francese, da Mazzini ai regicidi anarchici, da Tolstoi alle rivoluzioni del XX secolo, e fino ai giorni nostri, non si è mai smesso di ragionare sul tirannicidio, questo gesto di extrema ratio del “diritto di resistenza”.

Ma il tirannicidio è giustificato oppure no ? E’ solo da comprendere o è anche da condividere ? E’ sempre da condannare o dipende dai casi ? Serve a qualcosa o è inutile, o addirittura controproducente ? E’ sufficiente essere eletto dal popolo sovrano per non essere un tiranno o è sufficiente non essere eletto per non diventarlo ?

La dottrina cattolica, ad esempio, distingue tra il “tiranno per usurpazione” (tyrannus in titula, cioè che ha preso il potere illegalmente) ed il “tiranno per oppressione” (tyrannus in regimine, cioè che abusa del potere che ha ricevuto legalmente).

Uno dei riferimenti più datati attribuito a Cicerone che oltre ad affermare che “chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade” dice anche che “Bellum est in eos qui Judiciis coerceri non possunt” ovvero “facciamo la guerra a coloro contro cui nulla può la legge” .

Ma il riferimento più esplicito sul vero significato del tirannicidio, uno dei testi che meglio spiega se sia lecito o meno uccidere un tiranno, o un dittatore, lo si trova nel Commento alle sentenze di Tommaso d’Aquino (cf. anche mio articolo del 3 marzo u.s.).

Ed è opportuno citare qui uno dei passi più significativi del testo, riferito all’oggetto del nostro approfondimento: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso ad una istanza superiore, costituisce una lode per colui che uccide il tiranno ”.

E quest’ultimo passaggio è spiegato così dal Prof. Aldo Vendemiati : “Se il tiranno è un feudatario, si può ricorrere all’imperatore per rimuoverlo. Ma se non esiste un imperatore, il tiranno va ucciso”.

Questo pensiero va ben oltre rispetto a ciò che scriveva il giurista e filosofo Ugo Grozio nel De Jure belli ac pacis : “Un re che si dichiara apertamente nemico del suo popolo, e che abdica così al suo potere, sia da combattere fino alla fine”.

Qualche anno prima Giovanni di Salisbury , ragionando sul diritto di tirannicidio, affermava che “non soltanto è permesso ma è anche equo e giusto uccidere i tiranni . . . e in quanto immagine di malvagità, il più delle volte va addirittura ucciso” potendosi sostenere il principio fondamentale della difesa sociale e che, per analogia, è “dunque possibile considerare come se fosse una legittima difesa personale ”.

Nel 1414 Claudio Fleury fa la “telecronaca” delle numerose sessioni di una Assemblea tenutasi in Francia a partire dal 30 Novembre, presso l’Università di Parigi, sugli scritti di Giovanni il Piccolo che citava tutti i casi di tirannicidio della Bibbia e sosteneva la tesi che “Ciascun tiranno deve e può essere lodevolmente e per merito ucciso da qualunque suo vassallo e suddito in qualunque forma ”.

E ancora: “E’ lecito a ciascun suddito senza niun mandato o comandamento, secondo la legge morale, naturale, e divina, di uccidere o far uccidere ogni tiranno . . . non solamente è lecito, ma è onorevole, meritorio parimente . . . ”

E sono citate dall’autore una serie di uccisioni a partire da quella di Lucifero a quella di Finees, figlio di Eleazaro, che uccise Zambri, di Giuditta che uccise Oloferne, di Joab che uccise Abner , e molte altre ancora.

Parole forti su questo argomento, sulla necessità di uccidere i tiranni, sono scritte dal gesuita Juan de Mariana nel 1599: “Riteniamo che si debbano tentare tutti i rimedi per rinsavirlo prima di giungere a un punto estremo e gravissimo. Ma se ogni speranza fosse oramai tolta e se fossero in pericolo la salute pubblica e la sanità della religione, chi sarà tanto povero di saggezza da non ammettere che sia lecito abbattere il tiranno con diritto, con le leggi e con le armi ?”

Ed infine non si può non citare quanto scrive Maximilien Robespierre : “Quali sono le leggi che la sostituiscono allora ? (ndr: la Costituzione) Quelle della natura, quella che è alla base della stessa società: la salvezza del popolo. Il diritto di punire il tiranno e quello di deporlo dal trono sono la stessa cosa . . . il processo al tiranno è l’insurrezione, il suo giudizio è la caduta della sua potenza, la sua pena quella che richiede la libertà del popolo”.

Ma è sorprendente ed inaspettato trovare, e leggere, quanto scritto in un documento relativamente recente, nella Costituzione conciliare del 1965 Gaudium et Spes : “Dove i cittadini sono oppressi da un’autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non ricusino di fare quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune e sia perciò lecito difendere i propri diritti contro gli abusi dell’autorità”. Autore: Paolo VI

Ma in una società complessa, di capitalismo avanzato, può esistere la figura del tiranno oppure il “potere” è spersonalizzato ed ogni membro della classe dirigente può essere subito rimpiazzato ?

Spesso il dibattito si è intrecciato e confuso con quello della lotta armata, la clandestinità, il terrorismo ma se teniamo distinti i due piani, come fece l’Alfieri , possiamo arrivare alla conclusione che, anche se talvolta può esistere una congiura, il tirannicidio, il più delle volte, è frutto di iniziative individuali ed occasionali; rientrano, invece, in una categoria “mista” gli attentati subiti da Luis Carrero Blanco nel 1973 e riuscito, da Anastasio Somoza Debayle nel 1980 e riuscito, da Augusto José Ramón Pinochet Ugarte nel 1985 e non riuscito.

Di solito il tirannicida va, o vorrebbe andare, a colpo sicuro, ammazza, o cerca di ammazzare, il tiranno o, al minimo, un suo strettissimo collaboratore.

Qualche anno fa il dibattito si è riacceso a proposito della “guerra preventiva” contro l’Iraq; qualcuno ha giustificato l’aggressione e l’invasione con la necessità di eliminare Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī ; tale interpretazione non è condivisibile perché il tirannicidio, oltre ad avere le caratteristiche sopra specificate, deve essere compiuto “dal basso”, da un suddito, dall’oppresso, comunque da una vittima del tiranno, da qualcuno che ha subito il suo potere.

Di solito si afferma che il “terrorista di oggi è lo statista di domani” .

Per l’impero britannico George Washington era un terrorista, per l’impero austro-ungarico terroristi erano i carbonari e la Giovine Italia, per gli occupanti tedeschi erano terroristi i partigiani, negli anni 1930-1940 Yitzhak Shamir, uno dei padri della patria israeliana, era un terrorista responsabile di attentati anti-arabi ed anti-britannici tra cui, nel novembre del 1944, l’omicidio del rappresentante inglese in Egitto Lord Walter Edward Guinness, barone Moyne.

Per buona parte della sua vita Nelson Mandela è stato definito “terrorista” anche da un leader di governo europeo come Margaret Thatcher.

Allo stesso modo si può dire che il regicida/tirannicida all’inizio viene considerato un “folle” ed un “criminale” per poi essere ricordato come martire, eroe e precursore dei tempi.

A partire dal VI secolo a.C., ad Atene, diverse statue di bronzo celebrarono il tirannicidio compiuto da Armodio e Aristogitone a danno del tiranno Ipparco.

Gaetano Bresci, autore dell’attentato a Umberto I° , è celebrato come eroe e vendicatore dei proletari e viene commemorato da una statua a Carrara .

Sferzante e pieno di tragico realismo è quanto scrive James Connolly : “Per le vie di Milano cento donne della classe operaia vengono uccise con la baionetta o a colpi di arma da fuoco, stringendo al seno i loro bimbi affamati mentre la buona società riserva loro un trafiletto di giornale. Una imperatrice è pugnalata in una strada di Ginevra e, apriti cielo, l’Umanità ne è sconvolta ! Sarà forse l’impietosa mano della storia a rovesciare la procedura dedicando a quell’olocausto di lavoratrici un intero capitolo in quanto martiri dell’umanità e confinando l’assassinio dell’imperatrice in una nota a piè pagina”?

Dissacrante e cinico può essere giudicato quanto scritto da Lenin : “In verità quanto accaduto al re del Portogallo è solo un incidente sul lavoro legato al mestiere di re . . . Da parte nostra ci limitiamo ad aggiungere che una sola cosa ci dispiace: che il movimento repubblicano in Portogallo non abbia regolato i conti con tutti gli avventurieri in modo sufficientemente aperto e deciso”.

E restano distanti e contraddittori i giudizi, la “memoria divisa”, sugli avvenimenti di Piazzale Loreto e sulle diverse versioni e ricostruzione dei fatti che ancora oggi, nonostante i numerosi studi effettuati, restano ancora parzialmente dubbi e nel mistero.

Ed oggi ?

Oggi non esiste più il nuovo principe ma il nuovo despota collettivo, la casta; l’attentato al tiranno di ieri è cosa molto meno complessa della lotta alla casta di oggi, anche perché questa non ha una sola testa, ma mille teste e come una piovra estende i suoi tentacoli in ogni strato della società.

Non basta il complotto o l’atto isolato, ci vuole una complessa opera collettiva, articolata e ben organizzata.

Molto altro si potrebbe scrivere e tanto si potrebbe dibattere su questo argomento, anche riferito alle più quotidiane vicende della nostra vita spicciola e professionale, ovviamente solo metaforicamente e non riferibili a re o tiranni; lo scopo di queste poche righe era quello di offrire lo spunto per ulteriori riflessioni personali anche nell’ambito delle proprie vicissitudini.

Quanto da me scritto in questo saggio non ha la pretesa di costituire un itinerario teorico di verità, ma certamente di documentata riflessione. Ciò mi permette di rispondere a una domanda che mi è stata fatta e che probabilmente può essere nel cuore implicitamente di qualche lettore: “Chi sono quelle persone che ho citato nei vari ruoli per dire, affermare, decidere, etc…?”

E’ semplice: (ha titolo di essere citato in una ricerca scientifia) chi variamente opera nella storia umana, le cui vicende vanno analizzate con acribia e precisione documentale e non ideologicamente. Se si parla di teologia non si può applicare lo statuto epistemologico dell’ateismo militante, proprio perché l’ateismo è una ideologia. Lo statuto epistemologico dell’agnosticismo, invece, non si scontra con l’onestà intellettuale della ricerca. L’ateismo professato con astio, sì.

Concludo: la dottrina cattolica prevede il tirannicidio con chiarezza, quella ortodossa, no. E Putin che cosa è? Un tiranno? Conclusione retorica a una domanda retorica.

Il possibile ruolo di papa Francesco per la pace: se accettasse l’invito di Zelensky di andare a Kijv, sarebbe al sicuro? Una visita del genere sarebbe opportuna, efficace?

Circa la sicurezza personale di papa Francesco se accettasse l’invito del presidente ucraino Zelensky di andare a Kijv mi sento di dire che, in generale, nessuno avrebbe interesse a fargli del male, neppure, per dire, i Ceceni amici di Putin. I Russi certamente, no. Potrebbe essere solo vittima dell’azione folle di un militare che, contravvenendo agli ordini, cercasse di colpirlo con un’arma molto potente, per dire un missile ipersonico lanciato dalla Bielorussia, magari. Pure illazioni: nessuno colpirebbe il papa. troppo esposta e importante a livello planetario è la sua figura, perché qualcuno possa osare farlo.

Invece, circa l’opportunità e l’efficacia di una sua visita a Kijv, mi sento di approfondire e di discutere il tema. Cercherò di riflettere su tutti e due questi concetti, separandoli.

L’opportunità: ebbene, questa è legata a una riflessione molto complessa. Innanzitutto bisogna pensare che, da un punto di vista cristiano, cattolico (e anche ortodosso) e quindi ecumenico, i Russi hanno la stessa dignità umana degli Ucraini e lo stesso diritto di essere salvaguardati come esseri umani.

Di contro, gli Ucraini, che in questa tragica vicenda, sono gli aggrediti, hanno, non solo il medesimo diritto di essere tutelati in generale, nella situazione, hanno anche il diritto primario di sopravvivere e di vivere.

Nel contesto, il patriarca Kirill e i rapporti con l’ortodossia sono uno degli elementi caratterizzanti della situazione in Russia. Sappiamo che storicamente questa declinazione cristiana è stata sempre, con una certa fluida facilità, in una posizione di supporto al potere politico, dallo zarismo classico di una Caterina Seconda fino allo stesso Vladimir Vladimirovich Putin.

Ciò deriva da una Teologia assolutamente verticale, molto diversa da quella cattolica, Teologia che prevede la possibilità spirituale della divinizzazione dell’uomo, la quale è rappresentata e quasi simboleggiata dalle persone poste agli apici della società, ancora una volta, come Putin, esempio iconico. Nella tradizione russo-orientale l’antropologia del capo, oltre che la storia e la normativa politico-amministrativa generali, sono molto diverse da quelle occidentali, che sono profondamente intrise dei valori della democrazia elettiva a suffragio universale; un esempio: mentre il presidente degli Stati Uniti d’America può rimanere in carica al massimo otto anni, che corrispondono a due mandati, di contro, Putin è al potere da ventidue.

L’efficacia: non possiamo dire con certezza alcunché. Una eventuale visita di Francesco a Kijv, innanzitutto deve fare i conti con il fatto di trovarsi fisicamente nel pieno del mondo ortodosso come capo assoluto dei cattolici del mondo. Non solo, dobbiamo precisare che il mondo religioso ortodosso ex sovietico (per capirci) è spaccato tra il patriarcato di Mosca rappresentato da Kirill, che non si distingue per autonomia dal potere politico, e l’autorità religiosa di Kijv nella persona del metropolita Epifanij. Fatto tutt’altro che secondario. Da ciò segue che, sotto il profilo dell’efficacia in ambito culturale e religioso di una visita di papa Francesco, restano in me forti perplessità, mentre invece l’efficacia politica di una vista di papa Francesco, potrebbe essere più significativa. In questa situazione, Francesco è percepito più come un “politico” di altissimo profilo morale, che come un capo religioso.

Voglio dirlo chiaramente: il prestigio del papato, almeno da una sessantina d’anni, cioè da Giovanni XXIII e dagli esiti del Concilio Ecumenico Vaticano secondo, il papato ha assunto una visibilità e un’efficacia morale e politica sempre più grande. Sulla matrice di questo giudizio si ricordino, tra non pochi altri, almeno due eventi/ situazioni: il primo, il ruolo di papa Roncalli nello scongiuramento di una impellente possibilità di guerra tra le grandi potenze di allora, al tempo della “crisi dei missili” di Cuba; il secondo, il ruolo di papa Wojtyla nell’implosione del comunismo sovietico, che Gorbacev accompagnò sul piano politico, fino allo scompaginamento totale di quel mondo.

Aggiungo comunque qui, subito, che tale scompaginamento, oggi, ex post e a ragion veduta, forse è stata un pochino troppo frettoloso e poco attento alle sensibilità e agli interessi dei Russi “centrali” e “orientali”, quelli di Mosca, di San Pietroburgo, di Kazan, di Irkutsk, di Novosibirsk, di Rostov sul Don etc. In parole semplici, discuterei a fondo il tema della “russicità” dei territori, dal confine polacco di Brest Litovsk agli Urali, che papa Wojtyla vedeva un tutt’uno con il resto dell’Europa (ricordiamo il suo motto che recitava “l’Europa va dall’Atlantico agli Urali”), mentre invece, non solo l’attuale Russia putiniana, ma più in generale la Russia storica, si ritiene qualcosa di più e di diverso rispetto all’essere considerata solo la grande e massiccia propaggine orientale dell’Europa, che finisce geograficamente con la catena lunghissima dei Monti Urali e a sud con i monti del Caucaso e delle nazioni ivi insistenti.

Starei molto attento alla dizione wojtyliana perché, a mio parere, è incompleta, e non tiene conto di quanto e come la Russia sia e si senta anche “asiatica”, e non solo per l’immensità dei dodici milioni di chilometri quadrati che costituiscono la Federazione Russa extra-europea.

Ciò che sto scrivendo non deve comunque far equivocare il senso del mio stesso scritto. Non sto intendendo neppure surrettiziamente che vi sia un qualche diritto della Russia per attaccare l’Ucraina. No e no.

Ora, la priorità assoluta è la fine delle battaglie, dei bombardamenti e degli scontri che hanno come fine immediato di provocare vittime. Evito discorsi di mera pietà umana, che è implicita nei miei ragionamenti, per concentrarmi su ciò che mi pare essenziale.

In contemporanea occorre che si attuino trattative serie e sincere tra le parti con l’aiuto di chi-conta, la Nato, la Cina, gli Usa e, perché no, Turchia e Israele, per ragioni diverse.

L’esito non può che essere la condivisione di un ordine concordato che rispetti le volontà dei singoli popoli e nazioni. La Russia non può e non deve pretendere di ri-creare la situazione ex sovietica, esplicitamente o implicitamente, perché la Storia non può e non deve “tornare indietro”. Le nazioni dell’ex Patto di Varsavia hanno liberamente deciso di essere-Europa, di aderire all’Unione e alla Nato. Su ciò, è cosa saggia non prevedere che l’Ucraina possa entrare nella Nato, essendo invece plausibile e accettabile (anche dalla Russia), nell’Unione Europea.

Tornando all’ipotetica visita a Kijv di papa Francesco, mi sento di dire che potrebbe essere utile, fermo restando che sotto il profilo moral-religioso sarebbe gestibile in nome di una comune fede cristiana, sulla quale anche il patriarca Kirilli dovrebbe trovarsi d’accordo.

Circa il tema degli armamenti, suggerirei di tenere in considerazione due articoli della nostra Costituzione repubblicana, l’articolo 11 che spiega con chiarezza la scelta dell’Italia di ripudiare la guerra come mezzo per risolvere le controversie tra le nazioni, e l’articolo 52, che dice con altrettanta chiarezza i termini del dovere di difendere la Patria da ogni attacco esterno.

La Patria Ucraina è stata attaccata e penso, ragionevolmente e per la proprietà etico-politica transitiva, che debba difendersi in questa fase anche con le armi. Aiutarla in questo senso è semplicemente interpretare coerentemente l’articolo 52 della nostra Costituzione.

Se papa Francesco sostiene che non bisogna aiutare militarmente l’Ucraina, a mio parere si sbaglia.

Di contro, se si riesce a garantire la sua sicurezza personale, papa Bergoglio vada pure a Kijv a portare la sua potente testimonianza e rappresentanza cristiana. Sotto questo profilo, Russi e Ucraini sono Figli di Dio allo stesso modo spirituale, per cui la dedicazione e l’affidamento – decisi da lui stesso – delle due amate Nazioni al cuore di Maria, la Theotokos (la Madre di Dio) degli Ortodossi, presente in mille e mille icone, è una decisione meravigliosa di preghiera e di testimonianza cristiana.

Tra vigliaccheria, ignoranza, disonestà intellettuale e “dissonanza cognitiva”

Il 22 marzo 2022 Volodymyr Zelensky ha parlato al Parlamento italiano e molti deputati e senatori non sono stati presenti, in aula, per svariate ragioni o motivi o cause. Un piccolo elenco di ragioni, motivi, cause, tre termini non sinonimici, più o meno credibili: covidizzati (quanti? boh), malati “normali” (quanti? boh), attività politiche sui territori (quanti? boh), scelta politica da “filoputiniani” ufficiosi (quanti? boh), “anime belle” (quante? boh) etc.

Per “leggere” bene i fenomeni osservati occorre distinguere rigorosamente il significato di “ragioni”, che stanno per elaborati/ costrutti decisionali legati alla riflessione razionale, mediante la logica argomentativa; il significato di “motivi”, che stanno per spinte emozionali interiori; il significato di “cause”, che è legato al meccanismo di generazione di effetti dati mediante cause date. A volte, anzi spesso, molti utilizzano il termine “motivi”, che è molto psicologistico, per dire anche “ragioni” o “cause”. Scorrettamente.

Leon Festinger

E poi anche vigliacchi tout court. Ovvero, ignoranti o disonesti intellettualmente, oppure dissonanti cognitivi, che non sopportano di avere un conflitto interiore, e quindi preferiscono evitare la riflessione del loro proprio io con il sé.

Ieri ad ascoltare Zelensky mancava un terzo del Parlamento italiano, per ragioni e tipologie umane come sopra riportate. Solo tre o quattro nomi tra i trecento disonorevolmente assenti: Boldrini, che era presente ma non aveva votato per gli aiuti in armi (oh anima bella!), non capendo che le armi servono per la difesa, anche se, intrinsecamente, possono anche offendere: non è che un fucile funziona solo se devo contrastare un altro che mi aggredisce con un fucile, funziona comunque. Lo capisce anche un bambino: questi qua , no, non capiscono. Fratoianni, e non so neppure perché io spenda energie e a citarlo. Il fascio-leghista Pillon e lo stalinista cinquestelluto Petrocelli. Poveri, ma non in ispirito, bensì in patrimonio cognitivo. Senza parlare di Salvini, che si è intortato sulle sue confuse contraddizioni anche all’estero (leggasi tafazzesco viaggio in Polonia), e ora fa il mite contro le armi, quali che siano e comunque usate. Fuori di testa, oppure peggio.

Proviamo a vedere se vi sono ipotesi psicologiche caratterizzanti, anche se solo in parte, questo tipo di mentalità e di scelte, che sono così discutibili, se non assurde e irresponsabili. Eticamente vergognose. Ipotizzerei il costrutto della Dissonanza cognitiva, concetto sintagmatico studiato da Leon Festinger poco più di una sessantina di anni fa (1957).

Leon Festiger, sociologo e psicologo americano del XX secolo è il primo studioso che propone il concetto di Dissonanza cognitiva, con il quale ha messo alle strette la precedente prevalente “scuola comportamentista” americana di Watson e Skinner.

Per Festiger, allievo di Kurt Lewin, lo schema “stimolo-risposta” era insufficiente per comprendere e anche determinare il comportamento umano. I suoi studi empirico-laboratoriali hanno costituito un notevole incremento degli studi di psicologia sociale, senza però dimenticare l’approccio indispensabile ai fenomeni, agli atti individuali liberi presenti nella vita reale.

La dissonanza cognitiva non è altro che una sensazione scaturita da un conflitto fra idee, convinzioni, valori e atteggiamento dell’individuo. In poche parole, consiste nel sostenere due o più pensieri o idee che risultano in contraddizione tra loro, generando disagio e tensione nel soggetto stesso, oltre che sconcerto nell’interlocutore.

Leggiamo sul web: Nel suo trattato intitolato “Teoria della dissonanza cognitiva”, Festinger parla proprio di questo meccanismo psicologico, tipico di noi umani, che oltre ad attivare idee e informazioni che possono intensificare la contraddizione, può anche cercare di ridurla e, come diceva l’autore, fare in modo che i conti tornino. Con il termine dissonanza cognitiva si intende una dissociazione mentale tra la realtà e il proprio comportamento, nel tentativo di giustificare le nostre abitudini o i nostri atteggiamenti contraddittori con atteggiamenti razionali privi di fondamento. In questo modo si mente a se stessi, senza provare dolore psichico o delusione morale.

E’ una forma di manipolazione della realtà. Il suo contrario è la consonanza cognitiva, che fa funzionare la nostra lettura della realtà, senza contraddizioni. Un esempio: se Putin aggredisce l’Ucraina, il dissonante cognitivo non riesce a parlare di aggressore, il nuovo csar (troppo onore, Putin!) e di aggredito, l’Ucraina. Sembra semplice, ma per chi “soffre” di dissonanza cognitiva non lo è.

Si tratta di vedere quanto disagio psicologico genera la dissonanza cognitiva, anzi, primariamente, se lo genera, perché vi sono persone che non soffrono della propria ignoranza, anzi, a volte se ne vantano. Costoro non sono presenti dentro il “principio di realtà”, poiché se ne stanno bellamente fuori, e pare non ne soffrano neppure.

Festinger ipotizzò tre modi per diminuire l’incongruenza psicologica:

  • Il pensiero incoerente viene modificato per renderlo più somigliante all’altro: ad esempio, quando dobbiamo risparmiare, ma dobbiamo comunque spendere dei soldi, adeguiamo una delle due intenzioni all’altra, anche se nella condizione reale non potremmo farlo.
  • Moltiplicare le giustificazioni a favore dell’atteggiamento incongruente, ammesse anche a livello sociale: ad esempio, se beviamo troppo, anche se siamo consapevoli che non fa bene, potremo sempre affermare che “il vino fa buon sangue”.
  • Diminuire la dissonanza tentando di lasciare meno contrasti fra le risposte contraddittorie: ad esempio, sappiamo che mangiare meno grassi è indubbiamente più salutare, ma se non riusciamo a farne a meno, possiamo giustificare la nostra risposta affermando che è “meglio vivere felici piuttosto che tristi a causa dei troppi sacrifici”.

La dissonanza cognitiva struttura l’autogiustificazione, riducendo ansia e tensione che sono ineliminabili del tutto, perché la realtà si ribella alla cattiva interpretazione.

Tale condizione mentale si alimenta con la bassa autostima, che spesso convive con l’arroganza e la pretesa di essere sempre nel giusto.

Dunque abbiamo un circolo vizioso del tipo studiato a fondo da Watzlavick: a) bassa autostima, b) presunzione di sapere, c) arroganza/ prepotenza, d) dissonanza cognitiva. Un bel loop, vero? Un loop adattissimo ad inventare sia menzogne gravi sia bugie lievi, perché chi ne è affetto non si accontenta della realtà, se non gli piace, ma pretende di cambiarle i connotati, per pacificare la propria interiorità e continuare ad occupare spazi intellettuali nelle relazioni umane.

Pare, di contro, che talora la dissonanza cognitiva possa anche aiutarci, quando siamo nell’incertezza della scelta, quando il consilium, cioè la riflessione, non è sufficiente per la electio, vale a dire la scelta, ma dobbiamo comunque scegliere a) o b), oppure quando si deve affrontare un grande dolore o una grande perdita. In questi casi la dissonanza ci aiuta ad attenuare lo stress, ma dopo un po’ è preferibile ri-guardare e riconsiderare la realtà per quello che essa è, senza crearcene un’altra a nostro uso e consumo.

Dissonanti cognitivi o semplicemente ignoranti, o disonesti, o vigliacchi, i 300 parlamentari mancanti ieri ad ascoltare Zelensky?

Il male dell’individualismo e le sue origini, la guerra e l’eterogenesi dei fini

René Descartes e il suo cogito ergo sum sono, per certi aspetti, il punto d’inizio dell’individualismo moderno. il “penso dunque sono” rappresenta un modo icastico di dire che il pensiero precede l’essere, nel senso che senza pensiero neppure l’essere può darsi.

Mi permetto – sommessamente, senza iattanza – di dissentire da tanto pensatore, in questo flusso logico-deduttivo.

Sulla linea di Aristotele e Tommaso d’Aquino ritengo, piuttosto, che l’essere (di tutte le cose) preceda il pensare, non fosse che perché il mondo esiste anche prescindendo da ognuno di noi, che potrebbe non-essere-mai-nato o essere già defunto.

Il grande francese mio omonimo (…mi onoro di condividerne il nome) potrebbe obiettare che “se io non-ci-sono, che il mondo ci sia o meno, non me ne cale, poiché, appunto, non posso conoscerlo“. A mia volta rispenderei che non possiamo considerarci unici centri del mondo e ragion sufficiente per proclamarne l’esistenza, perché ci sono, vivono, esistono anche gli… altri. O no?

Wilhelm Wundt

Prima di Descartes, frate Martin Luther aveva staccato il fedele cristiano dalla mediazione della chiesa, offrendogli la possibilità di una relazione diretta con Dio, attraverso la lettura personale delle Scritture, con l’Atto di fede e la richiesta della Grazia santificante individuale. Nella versione calvinista ciò è stato ulteriormente accentuato, poiché, secondo tale teologia l’individuo può meritare, con il suo impegno e la sua lotta, ogni bene. Su questa visione del mondo ha molto e ben scritto Max Weber nel suo fondamentale “Il Protestantesimo e lo Spirito del capitalismo“.

Queste linee di pensiero hanno caratterizzato molto la modernità è il soggettivismo insito in essa, fino a far sviluppare una torbidaegolatria, quella del “tutto intorno a te”, tristamente riportato perfino dagli spot pubblicitari

I dittatori sono esempi di individualismo egolatrico, così come lo sono, per dimensioni diverse, anche minimali, tutti i pericolosi ciarlatani settari che imperversano in America, intesa come Usa.

Sembra incredibile che loschi e improbabili figuri riescano a condizionare, manipolare, spaventare, fino a coartare la volontà individuale di individui e di gruppi di persone. Figuri che a volte nascondono le proprie tracce dietro ipotesi religiose o morali, ingannando chi riescono ad avvicinare, specialmente le persone più deboli e condizionabili.

I dittatori del XX secolo, e i loro accoliti principali hanno eretto a scienza di malvagità il loro egoismo e i vizi di prepotenza, arroganza e protervia, tutti figli della superbia scelta come linea guida delle loro azioni, indifferenti a ogni etica elementare del rispetto cui ha diritto ogni essere umano come persona.

Convinti di essere “speciali”, hanno costituito esempi mali per tutti coloro che si sono trovati in posizioni di potere e non hanno mai ritenuto che l’esercizio del potere assunto in posizioni di comando fosse un esercizio di servizio agli altri, non di mera ed egoistica autoaffermazione di sé stessi. Mi sto riferendo a tutti, proprio a tutti gli esseri umani che esercitano un potere, qualsivoglia e in qualsiasi settore della vita umana.

Lo stesso si può affermare dei dittatori attuali, dei dittatori senza controllo che governano al di fuori di ogni verifica democratica. Ve ne sono molti, nel mondo. Non è neppure necessario nominare quello più in evidenza in queste settimana, perché noto a tutti. Non merita la citazione del suo nome, poiché il nome rappresenta qualcosa di individuo, di unico, perfino di sacro. Chi opera come quest’uomo infanga il suo stesso nome, e anche la sua attribuzione di umanità. Ma vi sono anche altri egolatri, che non necessariamente fanno la guerra con le armi, ma con altri mezzi che possono obbligare e schiavizzare il prossimo o i cittadini, o interi popoli: si pensi ad esempio agli emiri del petrolio o a certi improbabili gallonati generali africani…

Il dolore della guerra, di questa guerra come di tutte le guerre, è tanto vero quanto inaccettabile, e in qualche modo sarà pagato, nel senso che un contrappasso e una nemesi sono nell’ordine delle cose.

Uno dei modi di questa nemesi sarà senza alcun dubbio l’eterogenesi dei fini che questo dittatore crudele pensa di poter conseguire. La nemesi è una sorta di “vendetta” della moralità e della giustizia.

Questa guerra da lui voluta sta rinforzando l’Europa che, con tutti i suoi difetti, è il luogo dove si vive meglio al mondo, dove i diritti sono ragionevolmente rispettati e ogni cittadino può dire la sua senza temere di essere arrestato e portato in un luogo remoto.

Ciò però non deve farci dimenticare che molto vi è da cambiare anche da noi, nella politica e nella società, recuperando il pensiero critico attualmente un pochino in sonno, la cura e la bellezza della convivenza e della cultura vera che ha dialogato nel tempo con la natura, senza offenderla.

La guerra e il racconto

I racconti di guerra sono un antico genere letterario, dai tempi degli storici greci Senofonte, Erodoto e Tucidide, e di quelli latini come Tito Livio, Svetonio, Giulio Cesare (che narrò le sue proprie imprese militari) e Tacito, per citare solo i maggiori e più studiati fin dal liceo. Mi viene qui solo da ricordare il grande romanzo di Lev Tolstoj Guerra e Pace, che ricorda il fallito tentativo di Napoleone di impadronirsi della Grande Madre Russia, come la chiamano da due secoli e oltre zaristi, sovietici, putiniani e cristiani ortodossi. La posizione del Patriarca Kirill si comprende (senza in alcun modo giustificarla) anche da questo aspetto storico-culturale.

Tralascio tutto ciò che sta in mezzo per duemila anni e vengo al XX secolo, quando, dopo le due Guerre mondiali, se ne raccontarono gli eventi e le sorti.

Per quanto attiene alle guerre successive, tutte sanguinosissime, tutte non dichiarate, tutte informali e asimmetriche, da quella di Corea negli anni ’50 a quella del Vietnam nel decennio successivo, a quelle africane, asiatiche e sudamericane, per finire con le invasioni in nazioni europee dell’Armata rossa negli anni ’50/ ’60, e gli interventi Usa e Nato in Afganistan (già attaccato precedentemente dall’Unione Sovietica) negli anni 2000, in Irak, in Siria e in Libia (dove si manifestò la tragica insipienza politico-militare di due leader come il francese Sarkozy e il presidente Obama), nei Balcani insanguinati nell’ultimo decennio del secondo millennio, vi è solo da dire che le guerre non hanno mai smesso di insanguinare il mondo. Per tacere di quelle dimenticate o mai poste con chiarezza e costanza sotto i riflettori dei media, come le guerre/ stragi del Ruanda, della Somalia, del Sudan o dello Yemen.

Ora, la domanda che mi faccio è: come viene raccontata questa guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, per volere di Putin e della sua cricca (uso un termine del periodo sovietico, non a caso)?

Sento in giro molte analisi raccogliticce e disinformate/ disinformanti chi ne sa ancora meno del parlante a vanvera.

Chi, dopo avere brevemente deplorato, quasi per un obbligo morale, l’attacco militare dei Russi all’Ucraina, sente il bisogno di affrettarsi a dire che… “comunque nel Donbass da molti anni i cittadini russi sono angariati dagli ucraini, etc.”, forse non ha la benché minima nozione di ciò che realmente sta accadendo, perché anche se fossero vere le angherie di cui si parla, non c’è proporzione alcuna con ciò che sta facendo la Russia putiniana in Ucraina.

E questo dovrebbe bastare per non usare i due piatti della bilancia con gli stessi pesi, o quasi. Io non riesco più a discutere con persone che hanno questa posizione.

Leggo e ascolto “titoli” di articoli e servizi noncuranti della precisione nel racconto dei fatti e soprattutto noncuranti dell’effetto psico-morale sulle menti delle persone di narrazioni piene di un uso spropositato di aggettivi terrorizzanti. Rendo onore – di contro – a inviati in loco di varie testate, come Ilario Piagnerelli e Laura Tangherlini, persone coraggiose.

Che la guerra, le bombe, gli scoppi, i ferimenti, il sangue, la fame, il freddo creino terrore è fuori discussione, ma è sbagliato e sadomasochista “infierire” sugli ascoltatori/ lettori con particolari inutilmente raccapriccianti. Non è moralmente ammissibile fare ciò, e non è neppure utile alla correttezza e alla completezza dell’informazione. E’ come girare una lama in una ferita, invece di lenirla, perché ferita è, e va raccontata e possibilmente curata e guarita.

Osservo i giovani venti/ trentenni che sono confusi: cresciuti nella società dove tutto accade o sembra accadere in tempo reale, non si sono ancora ripresi dal disastro cognitivo ed etico della pandemia, che si prendono addosso lo spaventoso scenario della guerra. E sto parlando dei nostri giovani, che non andranno a combattere. Ci si figuri che cosa accade nelle menti e nei cuori dei loro coetanei ucraini, e anche dei militari di leva russi che sono mandati a combattere senza saperlo. E a morire.

Il ruolo e la responsabilità morale dei giornalisti è enorme. Tanto di cappello agli inviati in loco che non mollano, come chi sta in questi giorni a Kijv, a Karkijv, a Mariupol, e a chi attende a Odessa e a Lviv (Lvov, Lemberg, Leopoli: quattro nomi per un crogiolo d’immensa cultura europea!).

Non altrettanta gratitudine a chi redige titoli schiamazzanti di guerre nucleari, di guerre mondiali, di rischio atomico incombente, di bombardamenti a tappeto (costoro non hanno presente le due atomiche americane, la distruzione di Dresda da parte degli Alleati, e quella di Coventry da parte dei nazisti, l’uso del napalm in Vietnam… studiare, amici miei, studiare, prima di usare espressioni erratissime!), e via spaventando.

Questi scenari sono implausibili, non fosse altro perché Putin (o chi per esso), non potranno non fermarsi prima, pena la loro distruzione, perché si sono inimicati l’Occidente intero, che è molto più forte e attrezzato della Russia da sola, sotto ogni profilo, a partire da quello economico, che resta il più importante. Vi è la variabile-Cina, ma l’Impero del Sol levante, sempre quello che è da millenni, confuciano e taoista, sa che cosa fare per non interrompere la sua ambiziosa marcia sul mondo.

Ora, l’Occidente deve trovare un modo per dare garanzie alla Russia di non schiacciarla sugli Urali, con una Nato alle porte di casa, il dittatore del Cremlino deve avere una resipiscenza nell’accontentarsi di questo: una Ucraina sul modello austriaco-svizzero, neutrale, una tutela dei cittadini russi nel Donbass con opportune autonomie amministrative e culturali e, se si ritiene, la Crimea, come accesso al Mare meridionale (Nero e Mediterraneo), cui la Russia ha strategicamente bisogno di avere accesso.

Ogni grande nazione (che sia grande per territorio o deterrenza militare come la Turchia, o sia grande per ragioni etnico-culturali e militari come Israele) può avere un ruolo positivo, grandi madri d’Europa comprese, come la Germania, la Francia e l’Italia. Sperando che gli Usa stiano fermi con le mani, cioè non estraendo la Colt 45.

Russia vs Ucraina (e viceversa): una storia complicatissima da conoscere

Sul “prima”, cioè sulle vicende arcaiche della Russia ho già parlato quanto basta in precedenti articoli. Qui ricordo solo che, dopo l’arrivo di Cimmeri e Norreni, e quindi dei rematori Rus, il principe Vladimir di Kiev, già cristiano, allargò la sua Rus verso Mosca, mentre a Novgorod si attestava un altro principe, e Mosca doveva ancora assumere importanza primaria per le Russie.

Caterina II di Russia

Dello zarismo, pure, ho già scritto qualche giorno fa. Qui è utile solo ricordare che le dinastie, da Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, e poi con i Romanov, a partire da Pietro I e da Caterina II (che peraltro era una principessa tedesca), la monarchia imperiale allargò ulteriormente i domini moscoviti, ma sempre con un certo rispetto delle varie regioni e popoli. Non dimentichiamo che nel Tredicesimo secoli arrivarono in queste plaghe i Mongoli dell’Orda d’oro che nelle terre russe rimasero per oltre un secolo. Il loro retaggio rimase un pochino diffuso, soprattutto nel khanato di Crimea.

Nel 1917 la Rivoluzione Bolscevica fece cessare la dinastia zarista instaurando, metaforicamente, la dinastia leninian-staliniana, che durò fino a Gorbacev. Nel 1962 l’ukraino Kruscev “donò” la Crimea alla Repubblica socialista sovietica di Ukraina.

Nel 1991 finì il comunismo e si avviò un periodo confuso di democratizzazione “alla russa”, con Boris Eltsin.

E siamo a Putin, ben presto ammiratissimo dalle destre europee, che lo vedevano come vindice della tradizione dei “valori” popolari, contro la “deriva morale” dell’Occidente. Nel 2014 la Crimea russofona fu ri-acquisita motu proprio alla Russia da Putin. E’ di questi giorni la riproposizione mediatica ridicolmente penosa delle pregresse lodi a Putin da parte di Berlusconi e soprattutto di Salvini. Che figuraaa!

Lo sfaldamento dell’Unione Sovietica ha lasciato irrisolte alcune questioni fra Russia e Ucraina: la flotta sovietica del Mar Nero, la gestione delle testate nucleari dell’URSS colà presenti, le risorse minerarie del Donbass.

La presidenza ucraina di Kucma, dai primi anni 2000 è stata controversa e non priva di scandali e corruzione, al punto che il suo partito si rivolta e abbiamo la cosiddetta “rivolta arancione” nel 2004, con alla guida Julia Timoscenko (nazionalista europeista), del partito “Patria”.

Dal 2004 inizia un alternarsi di presidenza e di governi, tra quelli filorussi di Yanukovich e quelli filooccidentali di Yuschenko e Timoscenko

A un certo punto il gioco di fa duro, con l’avvelenamento di Yuscenko, accusato di nazismo, solita vecchia storia ancora attuale

Nel 2014, dopo alterne vicende, Yanukovich vince le elezioni e allora si scatena Piazza Maydan, con proteste tra le due fazioni , che si erano contrastate continuamente.

Nel 2008 era stato stipulato un accordo con l’Unione Europea per staccare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2014 Yanukovich fugge a est e poi in Russia, mentre in Crimea e a est nel Donbass scoppiano rivolte. Kiev dichiara l’ucraino come unica lingua

Il 13 marzo 2014 si celebra in Crimea un referendum, che a larga maggioranza è per l’adesione alla Russia. Altre rivolte accadono nel Donetsk e nel Luhansk (Donbass).

L’Ucraina reagisce e riconquista parte del Donbass (Mariupol), ma subito si scatena la controffensiva dei “ribelli” russofili.

Ed eccoci agli “Accordi di Minsk nel 2014 per soluzione mediata. Ancora a Minsk nel gennaio 2015 si aggiornano gli Accordi per raffreddare il conflitto a bassa intensità che nel frattempo continua nel Donbass.

In questi anni tutti ci si è dimenticati delle guerre a bassa intensità.

Ultime cose prima della guerra: nel 2019 Poroshenko è sostituito da Zelensky, attore teatrale e televisivo che in una sit com simula di fare il politico.

Una situazione complicatissima, dunque, dove la Federazione Russa si colloca su un versante nettamente oppositivo alla nuova Ucraina e alla Nato.

Non si può negare che il conflitto trasformatosi in guerra cruenta ha origini antiche ed ha origine in problemi irrisolti.

Vi sono i diritti dei due popoli, ma oggi, con chiarezza, vi è anche uno dei due che aggredisce e l’altro che è aggredito.

I due diritti sono i seguenti: a) non si deve schiacciare la Russia verso gli Urali; 2) l’Ucraina ha diritto di autodeterminare il proprio futuro.

Gli spazi per un accordo equilibrato ed equo ci sono, e non sto qui a ripetere quello che ormai tutti sanno. Ho solo da dire che la ragione deve tornare a prevalere sulle emozioni, come insegnava Aristotele, filosofi stoici come l’imperatore Marco Aurelio (cf. Pensieri), che ben conosceva il senso della guerra, e molti altri sapienti del nostro Occidente, e parimenti quelli dell’Oriente antico, come Lao Tzu, il cui adagio andrebbe studiato a memoria e introiettato, secondo il quale il miglior esito di un conflitto è quello di una saggia mediazione, tale da evitare il confronto fisico, che genera solo feriti, morti, fame, dolore e odio.

Dalle “signorine buonasera” degli anni ’60 ai conduttori di talk show, un continuo degrado

Non so se qualche mio caro lettore si ricorda di Marco Raviart, “lettore” di tg della Rai negli anni ’60. La sua voce era al livello di quelle dei migliori attori di prosa, come Arnoldo Foà, Alberto Lupo, Vittorio Gassman o Nando Gazzolo, che in questo novero era forse il fuoriclasse dell’arte del dire, la dizione, con quel timbro fermo e preciso nell’eloquio, e nel contempo pieno di echi virilmente fascinosi.

Si trovano senza problemi sul web interventi di Raviart, così come degli altri “lettori” dei telegiornali, ad e. di Piergiorgio Branzi, Sandro Paternostro, Ruggero Orlando, Demetrio Volcic, etc.

Confrontando le capacità professionali di questi antichi giornalisti con quelle degli attuali, questi ultimi fanno una figura barbina. Sarebbe interessante capirne la ragione. Mi verrebbe anche la tentazione di fare nomi e cognomi, ma evito, un po’ per evitare possibili guai e un po’ per caritas patriae.

In realtà, si possono notare errori nelle notizie, espressioni approssimative nel porgerle, l’uso di toni spesso inadeguati, urlati, oppure incongrui rispetto all’argomento trattato.

Un paio di esempi:

a) colei che sta conducendo attualmente Tg2Post, che va in onda ogni sera, dal lunedì fino a venerdì, alla fine del Tg2, non sempre utilizza espressioni corrette o sintesi in grado di semplificare senza banalizzare o allarmare; un esempio nell’esempio: parlare con leggerezza di “terza guerra mondiale”, quasi come fosse un’ipotesi ragionevolmente plausibile non va bene, perché io so che tale evenienza è quasi in assoluto implausibile, ma l’anziano/ a che ascolta, il bambino/ a potrebbero spaventarsi in modo esagerato e psicologicamente devastante. Ieri sera stessa, mi ha telefonato mia suocera, 91enne, spaventatissima, per chiedermi: “Renato, ma viene la guerra?”

Non va bene; altro esempio,

b) nell’ambito delle notizie e degli aggiornamenti sulla guerra in corso in Ucraina, come da modalità caratteristiche dell’annuncio di detti programmi, i modi, i testi e i toni degli annunci stessi, che riguardano una immane tragedia, sono molto simili a quelli dello spot promozionale di un dentifricio o di una linea di arredamento. Convivono, nello stile comunicativo dei giornalisti una eccessiva dose di sensazionalismo irrorato di scarsa cura lessicale. Mi pare che ciò sia inaccettabile, stonato, almeno per il mio orecchio e la mia sensibilità.

Possibile che nessuno dei dirigenti della Rai non si accorga di questo? Per quanto concerne il punto a), forse toccherebbe intervenire al presenzialista (o quasi) direttore del Tg2 Sangiuliano. Queste due cose le ho formalmente comunicate, con una telefonata e una e-mail, anche al citato sito Rai. Devo dire che qualcosa hanno fatto, o essendosi accorti di ciò che sto qui spiegando o, forse, anche della mia raccomandazione.

Torno al tema iniziale. E’ evidente che il degrado formale-professionale che sto denunziando, non dipende solamente dai gruppi dirigenti giornalistici della Rai, ma da ragioni o cause più ampie.

Si assiste indubbiamente a un degrado più generale del modo di parlare e di scrivere, registrando una progressiva banalizzazione/ semplificazione dei linguaggi, da un lato privilegiando i gerghi professionali, dall’altro impoverendo la platea delle scelte lessicali possibili, pur in presenza di una inesauribile ricchezza linguistico-espressiva della lingua italiana.

Condivido le tesi di quei linguisti che sottolineano la dinamicità delle lingue, che si formano nel tempo, anche mediante contaminazioni tra idiomi ed etimologie differenti, come è accaduto un migliaio di anni fa, con la formazione delle lingue romanze dal latino popolare, ma talora e in qualche caso si sta assistendo ad una esagerata acquisizione di espressioni “estere”, soprattutto dall’inglese, che potrebbero essere pacificamente evitate con l’uso delle equivalenti espressioni italiane. Un esempio: perché non dire “riunione breve”, invece di “flash meeting”, stesso numero di lettere, stessa “economia” energetica, stessa scorrevolezza ed efficacia.

Niente, si preferisce anche in questo caso l’inglese, perfino quando questo non è necessario come lo è nei colloqui interni nelle multinazionali che hanno stabilimenti in varie parti del mondo. Si vede che “fa figo”, e questo basta. Invece a me pare che faccia pietà.

Potrei continuare a lungo su questi argomenti, ma penso di avere già dato un’idea del mio pensiero critico, che qualcuno raggiungerà rendendolo pensoso.

Guerra e legittima difesa? Rispettivamente, Russia (Putin) e Ucraina

Leggo sulla stampa che, dando armi all’Ucraina, di fatto come Nazioni europee siamo in guerra con la Russia, anche se ciò non è vero. Da niuna parte, in nessuno scritto vedo citare il concetto di morale pratica di “legittima difesa”, che in ogni ordinamento etico-giuridico è prevista, fin dai testi legislativi archetipici, sia dell’Occidente sia dell’Oriente.

Per sintetizzare, interpello in tema la morale di Tommaso d’Aquino, che ne trattò diffusamente nella sua Summa Theologiae.

Innanzitutto Tommaso distingue gli atti umani tra “buoni o cattivi in rapporto alla ragione; poiché, […], il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (Summa Theologiae I-II, 18, 5, co.).

Già questa secca definizione ci può trovare un po’ spiazzati, spiazzati perché noi moderni abbiamo forse perso il senso di ciò che sia conforme e di ciò che sia non conforme e contrario alla ragione, e il senso e il significato del termine “ragione”. Tommaso ci potrebbe aiutare molto anche a rischiarare concettualmente il significato di “ragione”, che per lui (e dovrebbe essere così pure per noi) è la recta ratio agibilium, vale a dire il “retto pensiero intellettuale per agire cose eticamente fondate sul rispetto dell’uomo” (traduzione ad sensum).

Per valutare un atto umano secondo ragione, Tommaso ci aiuta in questo modo, proponendo tre elementi costitutivi di esso: a) l’oggetto dell’atto, b) il fine e c) le circostanze.

L’oggetto è l’atto concreto, visibile, “ragionevolmente” scelto mediante il proprio libero arbitrio. Però, tale atto è da valutare anche in relazione alle caratteristiche di chi lo compie, poiché altro è ciò che può compiere una persona di potere, altro è ciò che può fare una persona che non ha potere. Nel caso dell’agire di Putin tale riflessione è molto interessante.

Il fine si definisce con il-perché un soggetto compie un tale atto, ed è costituito da due intenzioni: a) l’intenzione prossima, che definisce la specie dell’oggetto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere il blocco immediato di un allargamento della NATO all’Ucraina, che peraltro non era all’ordine del giorno), e b) l’intenzione ulteriore, che invece stabilisce il fine decisivo proprio di un atto (nel caso della guerra all’Ucraina può essere l’intenzione di Putin di tentare di ristabilire i confini dell’influenza russa più o meno ai vecchi confini dell’URSS, non escludendo di riprendersi anche, del tutto o in parte, gli ex “Paesi satelliti”).

Ordinariamente, l’atto è più importante del fine, ma nell’intenzione (del cuore, direbbe Gesù di Nazaret) il fine è più importante dell’atto.

Le circostanze, per Tommaso d’Aquino, si possono suddividere in sette classi: chi, cosa, dove, con che mezzo, perché, come, quando. Vedi, caro lettore, come le 5 double W (who, which, what, when, where + how) dell’imperante, e per me fastidiosa, cultura aziendalistica inglese hanno antenati illustri! Aaah, cari guru dell’organizzazione aziendale, forse siete un pochino ignorantelli…, voi siete quelli per cui il termine “agile”, si pronunzia “agiail”. Incredibile dictu. Imbecille.

Le circostanze possono influire in tre modi sulla fondazione etica di un atto umano. Primo: alcune circostanze sono trascurabili, e perciò provocano conseguenze insignificanti per quanto concerne un giudizio morale sull’atto stesso. Secondo: alcune circostanze sono accidentali (o casuali, termine da prendere, però, con le pinze) sull’atto e rappresentano solo un indizio, che può essere di carattere aggravante o riducente.

Infine, terza ipotesi: possono sussistere delle circostanze molto importanti, al punto da modificare la natura stessa dell’atto.

Oltre a quanto sopra descritto, per ogni atto umano (la decisione guerresca di Putin), si devono considerare le conseguenze prodotte, a partire da quelle principali: nel caso della guerra in corso, morti uccisi, freddo, disagi di tutti i generi, ferimenti, dolore proporzionato alle condizioni di ciascuno, laddove i vecchi, i bambini e gli ammalati stanno peggio.

Gli effetti moralmente cattivi/ negativi di un atto sono da attribuire alla responsabilità dell’agente che lo compie (Putin), anche se non si può dire che l’agente stesso abbia precipuamente e primariamente voluto – come fine – uccidere vecchi, donne a bambini, ma tale effetto era tra le possibilità di un’azione militare, che non può mai essere, come si dice, con edulcorata e indecente retorica, “chirurgica”.

A questo punto, Tommaso, figlio del suo tempo, fa l’esempio di un Crociato che ammazza un nemico per difendere la Cristianità, e spiega come l’effetto dell’uccisione di un “infedele”, di per sé, moralmente negativo, non lo è primariamente e del tutto, perché il fine è quello di salvaguardare il bene maggiore, che per il Crociato è costituito dalla Cristianità. Per noi questo paragone, ovviamente, non regge, mentre per gli integralisti islamici regge ancora. Vedi, gentile lettore, come debba fare ancora molta strada la cultura giuridico morale di un certo islam!

Secondo la morale tommasiana, dunque, considerando il duplice effetto possibile di un’azione, uno buono e uno cattivo, si possono individuare quattro condizioni che rendono possono rendere un atto legittimo. In questo ci aiuta il filosofo domenicano Giovanni di San Tommaso (1589-1644):

  1. L’atto stesso è buono o quantomeno neutro, basta che non sia cattivo.
  2. L’effetto cattivo non è oggetto dell’intenzione.
  3. L’effetto buono non è prodotto tramite l’effetto cattivo.
  4. L’effetto buono è più importante dell’effetto cattivo.

Ovviamente, il frate domenicano si ispira al Doctor Angelicus, (magister multorum, etiamque mihi) che scrive:

«Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende di conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza. Tuttavia un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine. Se quindi uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita» (Summa Theologiae II-III, 64, 7, co.)

San Tommaso è lucidissimo, quando afferma che un’azione che abbia per fine la difesa della propria vita non sia per sé stessa illegittima, nemmeno nel caso in cui abbia come effetto l’uccisione dell’aggressore; ma questa azione può diventare illegittima per eccesso di reazione (quello che nel diritto penale contemporaneo si definisce come “eccesso colposo di legittima difesa”). Non esiste dunque una difesa illegittima (in linea di principio l’autodifesa è sempre legittima), ma una difesa sproporzionata.

Un esempio: le guerre americane nel Medioriente portate avanti dall’amministrazione Bush con quell’imbroglione menzognero di Tony Blair, e in seguito dall’amministrazione Obama, sono un fulgido (fo per dir) modo di difendersi, offendendo in maniera sproporzionata Nazioni e Popoli, in relazione al fine con il quale dichiaravano di voler proteggere il proprio paese (leggasi interessi economici).

Ora, se riferiamo, per analogia, questa lezione morale alle vicende della guerra di aggressione in corso da parte della Russia (di Putin) all’Ucraina, non si pone, caro Domenico Quirico, che scrivi su La Stampa, il tema di una guerra contro la Russia da parte dell’Occidente (Italia compresa), poiché invia armi all’Ucraina, ma il tema – di altissima e inconfutabile Legittimazione Morale – di una LEGITTIMA DIFESA.

Nella fotografia, e – diversamente – nei video, vi è una “sovrabbondanza ontologica” dell’essere

Nunc aeternum“, o l’ora eterna… si ferma nello scatto della foto. Ciò è fondamentale mentre guardiamo le immagini che ci arrivano dalla guerra. Come per quanto concerne ogni altra immagine di cui prendiamo visione.

Diverso è il discorso che possiamo fare se consideriamo le figure in movimento del cinema, dai tempi dei fratelli Lumiere, e ora dei video che tutti auto-produciamo con il cellulare e condividiamo con il… mondo.

Ma restiamo sul tema della foto.

L’espressione video, ma ferma come in uno scatto fotografico, di Gerasimov, generale comandante di Stato maggiore russo in ascolto di Putin, che annuncia l’alert nucleare, non è entusiasta delle parole che sta ascoltando, anzi, il volto, denotano una grave preoccupazione e anche sconcerto. Il Presidente lo sta sorprendendo di bruttissimo. Forse.

Il militare “parla” stando zitto e dice – senza proferir verbo – cose molto gravi, che sente, percepisce e avverte come possibili: una defaillance politico-militare-economico-finanziaria della sua Nazione.

Proviamo a riflettere su una foto, come per esempio quella del film chapliniano del “Monello”, o quella che rappresenta la morte di un miliziano lealista (cioè anti-franchista) nella Guerra di Spagna del 1936, di Robert Capa.

Chaplin sta seduto, apparentemente senza pensieri particolari, con il bimbo vicino. Guarda fisso davanti a sé, l’obiettivo, il fotografo, un altro soggetto umano od oggetto? Non sappiamo. Già questo ci fa capire come la mera rappresentazione di un uomo seduto, con bombetta in testa e le braccia conserte, in cravatta e giacca, etc., apre i confini del senso su un mistero. Il mistero, come ci insegna la Teologia filosofica è un “che-che-si-disvela-lentamente“, dal verbo greco myo, myein.

Charlot trasmette silente un senso di muta preoccupazione per il futuro suo e del bimbetto che gli siede accanto. Riflette sul fatto che sono poveri tutti e due, su ciò che potrà fare, su dove potrà andare, su dove fermarsi, su come sostentarsi, su come parlare con gli altri, su, su, sulle… infinite possibilità della vita.

Il miliziano colpito a morte, colto dall’obiettivo del fotografo americano, non rappresenta solo l’archetipo della morte violenta per un colpo d’arma da fuoco in guerra. Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, ungherese americano, nato a Budapest nel 1913 e morto a Tay Ninh nel 1954, appena quarantenne, coglie l’attimo nel quale una vita si spegne e un uomo entra nella dimensione nulla-vivente.

Cosa racconta lo scatto? Non solo l’assurdità della guerra come strumento per dirimere i contrasti tra gli esseri umani, ma tutto, del soldato morente: che è nato, ha vissuto, ha amato ed è stato amato, ha riso e pianto, si è arruolato, che è morto. Nel mezzo ci sono le persone a noi sconosciute, che ha incontrato nella sua vita, a partire dai suoi genitori, forse ha avuto fratelli e sorelle, certamente parenti, amici, maestri, uomini di chiesa, datori di lavoro, militari, commilitoni… e, accanto alla sua, possiamo immaginare le vite di tutti questi altri, di tutto il suo mondo, che da quell’attimo dovrà fare a meno di lui.

Ecco, ora proviamo a trasfondere queste riflessioni sul volto del generale Gerasimov, su quello di Zelenski, e anche su quello di Putin che, dicono in queste ore, ha un volto senza sguardo. Un modo di dire, senz’altro, una metafora per rappresentarlo in tutta la sua cruda e feroce freddezza umana, che appare. Appare. Che cosa vuol dire “apparire”? forse che appare cio-che-non-è, perché è pura apparenza, vale a dire “esteticità”, non àisthesis, che è la manifestazione dell’essere? Ma è poi vero che dentro di sé, Putin ha solo un vuoto pneumatico di umanità?

Certamente in lui, come si dice con pessima espressione, “al netto” di un’analisi psicologica che potrebbe rivelare nevrosi profonde e forse altro, vi sono anche pensieri ed emozioni. Forse le seconde, in questa fase, prevalgono sui primi; forse Putin è talmente preso dal suo “genio”, nel senso dello jinn musulmano, o del dàimon platonico, patriottico, di cui in queste ore/ giorni non riesce a liberarsi.

Le mie, è ovvio, sono pure elucubrazioni, perché non conosco Putin, come peraltro non lo conoscono tutti quelli che ne parlano sui giornali e sul web, ma penso che, sotto il profilo umano, etico-filosofico e infine anche pratico, che avrebbe bisogno di aiuto, di molto aiuto. Paradossalmente questo killer di bambini e di civili ha bisogno di aiuto.

In questi giorni mi chiedo dove sia il Patriarca di tutte le Russie, sua santità Kirill… perché, fosse lui come Francesco il papa cattolico, sarebbe al Cremlino a proporre una direzione spiritual-filosofica a Vladimir. L’ortodossia solitamente e storicamente si adegua al potere. Ma la Russia, pur avendo conosciuto perfino Rasputin (viene bene anche il giochino verbale Ras-Putin), ora non ha consiglieri spirituali. Può avere, però, consiglieri economici, del genere di Roman Abramovich. Questi si devono muovere.

E L’Europa? Eccola qua, la-bella-addormentata-sugli-euri! Avrei tante cose da dire su questo nostro continente ricco e stanco, che ora pare svegliarsi in un sussulto di dignità, da un diuturno torpore.

Ma se guardo in faccia Charles Michel, quello che negli incontri ufficiali ignora frau Ursula Von der Leyen (perché se non specifico di chi si tratta, nessuno associa il volto di Michel al suo nome) il pessimo tra i peggiori, mi vien da sperare ben poco.

Ecco, che cosa mi fa pensare la sovrabbondanza ontologica di una fotografia.

La guerra paranoica e la cecità occidentale

Non nego una riga di quanto ho scritto e qui pubblicato sulla Russia e la sua storia qualche giorno fa.

La grande porta di Kiev

Oggi, però, dopo che Putin (non cito la Russia come Nazione), come capo autocrate dello stato, ha ordinato un attacco militare all’Ucraina che pochissimi hanno saputo prevedere, scrivo qualcos’altro. E non mi limito ad aggiungere la mia flebile voce alla richiesta di fermare le operazioni e di tornare a saggia trattativa. Provo intanto a parlare di Putin, guardandolo in faccia attraverso i video che arrivano ogni momento.

L’uomo appare furibondo, determinato nella sua sicurezza militare, ma solo. Solo. Anche se lo assistono militari e il volto vecchio di Lavrov. E qualche altra nazione, grande o piccola, anche se molto ambiguamente. Penso ai ventenni di Kazan e di Irkutsk obbligati a combattere contro ventenni di Lviv e di Karkiv, per decisioni che li sovrastano, perché non vi sono luoghi dove discutere, o Dume in grado di mettere in mora l’uomo del KGB.

Zelenski mostra coraggio e determinazione, e così appare anche la verità psicologica di un uomo messo in una situazione-limite (Jaspers), anche se è un ex comico.

L’Occidente, come a tempi dell’11 settembre, ha mostrato anche in questo caso la sua pasciuta nonchalance. E non mi metto a proporre dei “se” l’Occidente, “se” gli USA… Fare discorsi di politica e di storia attuale con i “se” è sempre inutile se non controproducente. Ma qualcosa s’ha da dire.

Perché i Paesi Nato non hanno smesso di incoraggiare l’Ucraina a un’adesione, sapendo che la Russia non lo può sopportare? E c’è qualcuno che osa farlo ancora in queste drammatiche ore! La Nato ha strutture militari importanti nei Paesi baltici: sarebbe come se la Russia li avesse a Guadalajara o a Ciudad Juarez, nel Messico settentrionale. Non ci ricordiamo dei missili russi a Cuba, 1962, quando forse solo l’intervento di papa Giovanni XXIII evitò al mondo qualcosa di irreparabile?

Putin non sembra meno determinato del Kruscev di quegli anni, con l’aggravante che la sua persona sembra meno in-controllo di quel capo comunista. Non voglio fare diagnosi a distanza, ma l’uomo non pare lucido nel gestire un potere che appare incontrastabile, in Russia.

E il popolo russo? Tutto il popolo, intendo. Intanto non dimentichiamo che il suo reddito pro capite è analogo a quello del popolo bulgaro, e il racconto di una Russia accerchiata prevale, in quelle contrade.

In estremo Oriente, la Cina pare sonnecchiare, ma ha in mente di fare altrettanto con Taiwan. Chi la fermerebbe? La flotta americana del Pacifico, quella che sconfisse i giapponesi 77 anni fa? Non credo. Se si leggono attentamente i testi dei recenti accordi politici stipulati fra Xi e Putin, si può osservare, accanto a uno scetticismo radicale nei confronti del sistema democratico parlamentare, una pessimistica e disincantata visione hobbesiana della politica, là dove il popolo affida totalmente il potere al gruppo di oligarchi che lo assume, in qualsiasi modo, senza alcuna possibilità di metterlo in questione.

Noi Occidentali non siamo disponibili a “morire per Kiev” e si capisce. Vogliamo finalmente studiare a fondo la storia, la politica e le paure delle nazioni grandi e piccole che si collocano ai confini della… storia? La Russia è la più grande di queste nazioni, ed è abitata da uomini e donne come noi.

Ovviamente non mi metto qui a fare il diplomatico senza titoli, ma resto sul ragionamento.

Questa situazione echeggia in chi possiede anche solo nozioni sommarie di storia contemporanea, due esempi contrapposti: il primo ricorda la questione dei Sudeti, pochi anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, quando le potenze occidentali non opposero alcunché alle pretese di Hitler su quei territori; la ragione/ scusa era la medesima di Putin, quella di proteggere i molti Tedeschi abitanti quella regione boema; il secondo, invece, può rinviare alla questione altoatesina o sudtirolese, che concernette la nostra Italia del secondo dopoguerra: allora, l’immensa saggezza di De Gasperi permise di evitare una possibile guerra civile di confine fra Austria e Italia, con il riconoscimento alle popolazioni tedescofone di tutti i diritti relativi alla loro cultura, modello scolastico e anche, in parte amministrativo. Da decenni, dopo il periodo delle bombe nei tralicci, a Bolzano, a Merano, a Vipiteno… si vive in un’Italia dove si parla tedesco e l’italiano non è obbligatorio, ma convive con la maschia lingua gotica.

Anche i Russi sono presenti variamente negli stati che si sono formati dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica: perché non è possibile imitare la saggezza del democristiano De Gasperi?

Ancora una volta i contendenti non si dividono (non si devono dividere) tra buoni e cattivi. Certo che i cattivi in questa fase sono i Russi e i buoni gli Ucraini e con questi siamo buoni noi Occidentali. Ma non è così.

Noi e loro abbiamo bisogno di risorse, di energia per vivere nelle nostre case e per far funzionare le nostre fabbriche. Nel nome di una comune presenza sul Pianeta e di una comune “humanitas”.

Putin ha trascinato la Russia in un’avventura dalla quale uscirà, speriamo presto (ma senza che noi ne godiamo), molto male. Dopo questa guerra che non durerà a lungo, la Russia non deve diventare un conglomerato di paria a livello internazionale.

E la Nato? L’Alleanza atlantica è stata istituita quando iniziò la “Guerra fredda” per difendere l’Occidente da Stalin, che si era già incamerato mezza Europa. E’ ancora il caso che sia gestita come settant’anni fa con un segretario generale i cui compiti nessuno capisce? Stoltenberg, chi è costui? Mi verrebbe da scherzare, con san Paolo, sul suo nome.

Ancora una volta, sul tema, noto l’inadeguatezza dei discorsi che fanno i nostri politici, tra i quali vi è chi non riesce a parlare chiaro, perché imbozzolato nel populismo (Salvini), e chi tuona (mi verrebbe da ridere se non parlassimo di una tragedia) roboanti proclami anti-russi, come Letta. Poca roba. Largamente insufficiente alla bisogna.

Mentre seguiamo quello che succede, anche se con un senso di impotenza, proviamo a studiare di più ciò che sta producendo questa fase tragica. La ragione e la cultura aiutano sempre.

Ferdinandus Ceschiae familiae, ex temporibus actis de medio saeculo misuratis memoria, Stellinianos juvaniles Fescenninos atque gaudiosas Festivitates domesticas – ipso facto – hic mihi nobisque narrat

TE LO DO IO IL FESTINO

Nei rari momenti di abbandono, quando il mio assiduo cogitare rallenta il passo, un tronco encefalico nodoso quanto un pino loricato, fa affiorare in me bagliori di inquietante consapevolezza. Sono trascorsi anni dal sospirato diploma al Liceo Stellini e l’odore delle rare pizzette da contendersi a suon di gomitate nell’angolo della bidelleria,  può dirsi ormai dissolto, come il ricordo del soffuso sciabordio della roggia, che il Regio lambiva tra i concitati ditirambi e l’ossessivo tamburellare della Venerina.

il da noi (da tutti i citati e da mia figlia Beatrice che ivi fu allieva decenni dopo di noi)
amatissimo Regio Liceo Ginnasio “Jacopo Stellini” di Udine

Il grande Vigevani ha raggiunto altri lidi non prima però, congedandomi, di avere fatto di me un dirigente imponderabile. Secondo i canoni del buon intendere dovrei sentirmi appagato, quanto uno scuoiatore di muli o un venditore di scorze candite, da sempre ritenuti solidi emblemi di successo e di entusiasmo, mascolino e propositivo.

Dovrei lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte e prendere il mare al largo, dove i totani brulicano, in una ridda frenetica di braccia, tentacoli e ventose. Ma nulla di tutto questo accade. Un grande peso sembra trattenermi, quasi premessa annunciata di un possibile conflitto interiore a lungo rimandato. Ad evitare devastanti smottamenti cerebrali in un equilibrio già provato da tanto confliggere, assume la forma di disadorne domande. “Nando – inizia subdolamente – non è che stai esagerando con questi racconti stelliniani ? Non è che stai proiettando al cielo il potenziale siderale della Sezione F nel campo della cultura? Capisco che la sua incidenza sia mostruosa, ma tutto quello studio furibondo, quel materno piegarsi sui libri, quella dedizione totale ai principi scolastici rinunciando a tutto il resto, non è forse eccessivo ? Possibile che nelle pieghe di un crudele immolarsi sull’altare del sapere, non ci fosse mai un attimo di respiro, un segmento diafano e incidentale per coltivare attimi di frivolezza? Possibile?” Questa voce, per quanto gentile e garbata, dovevo tacitarla se volevo continuare a leggere “Soldino” “Tiramolla” e “Il grande Bleck” senza perdere il filo.

Cercare note leggere laddove non sembrano esserci, in un pentagramma affollato solo di sinfonie vibrate ed irraggiungibili, non è certamente facile. Inaspettatamente tuttavia, poco per volta, agendo a guisa di un succhiello per il formaggio, emergevano profumi e sapori  pudicamente celati da tempo. Ectoplasmi vaganti, amalgami lattiginosi da medium squinternati, via via prendevano contorni sempre più distinti, sempre più prossimi ad abissi di intensa vacuità, di futile e spregiudicata leggerezza, di vuoto, spinto ai limiti dell’impossibile…

I FESTINI ! Ma certo, come avevo fatto a dimenticarli ??!!! Riti pseudo-pagani, salvifici dimenar di fianchi, saltellanti e grufolanti contorsioni in un esplodere colorato di ormonale gaiezza. Ecco cos’ erano ! Il perimetro permissivista di questa deroga era dettato da costanti fisse: quelli fuori Udine erano esclusi per via dei pullman (attenti solo agli orari di studio), mentre quelli veramente ricchi, sia di Udine che di fuori, prediligevano i Mocambo Club, i locali di lusso dove quasi tutto era consentito se non proprio dovuto. Io ed altri malcapitati fluttuavamo nel mezzo, favoriti dall’essere urbani ma non avvantaggiati da munifiche cornucopie. Le coordinate per questo limbo euforico erano grosso modo queste. Ci si presentava al domicilio eletto (quasi sempre di proprietà donzellesca) doverosamente agghindati secondo il conclamato genere di appartenenza. Eleganti e leggiadre le ragazze, tendenti al buttero noi ragazzi, tanto per l’abbigliamento che per il linguaggio. Sapevamo che la parte femminile della nostra classe prediligeva di gran lunga il macho adulto, non certo i diciassettenni. A nulla serviva tingersi le basette di bianco come Stewart Granger in “Le miniere di re Salomone” oppure mettere una ponderosa zucchina in tasca, come suggeriva scaltramente Checco.

E neppure vantare relazioni amorose con ignare amazzoni di altri istituti, consentiva di acquisire punti e fascino. Andavamo bene per fare delle prove, neppure tanto libere. Le madri delle donzelle ospitanti quando percepivano che qualche audace buontempone spegneva le luci durante i balli lenti (quelli languidi e galeotti) , si precipitavano per le scale come tigri, con fari aggiuntivi così luminosi da far sembrare la sala una spiaggia in pieno ferragosto. Il pass per essere accolti in questi templi del divertimento puro consisteva nel portare al festino l’ultimo 45 giri, quello talmente fresco da aver messo in imbarazzo persino i rivenditori del negozio di Via Vittorio Veneto. Colà potevi degustare l’esordio dei “Village people” spinti chissà perché ad elettrizzare palcoscenici già impropriamente affollati, oppure farti rapire dalle note di “Fernando” degli Abba CadAbba, amore limpido per un nome ricercatissimo ed intrigante.

Beatles e  Rolling avevano prodotto un salto vertiginoso non solo musicale, ma letterario. Il nostro inglese scolastico, talora raccogliticcio, si cimentava coraggiosamente in traduzioni magistrali e interpretazioni d’acchito liricamente encomiabili. “Yummi Yummi Yummi” degli Ohio Express era dato come napoletano autentico, mentre “Monday Monday” dei Mama’s & Papa’s era attribuito a coralità afro-carniche del Settecento. Dopo avvilenti “Binario triste e solitario” e “Papaveri e papere” erano venuti “Bittore ti voglio barlare mendre dibingi un aldare”; “Ancora una volta ho rimasto solo”; “ Cameriere lascia stare, camminare io so“, e addirittura (horribile auditu) “Ho soffrito per te”. Che robeeeee ! Altroché traumi infantili! Non c’è da meravigliarsi se la gioventù di allora, sottoposta a cotanto beccheggio si muoveva scomposta,  inseguendo le ali di balene notturne, magari alle note di scarpe birmane e di nerissimi oboe.

In Sezione F, senza ritegno alcuno Alberto aveva scelto  come sigla “Frank 84”, in onore del principe Maurizio Vandelli, mentre Enrico vantava il primato assoluto dei Rokes di Shel Shapiro, quello alto due metri e che dietro “Tu non puoi sempre vincere” seminava tentennamenti ideologici e sconfortanti abbandoni.

L’amico Durigon discettava dei Bipinazos, un complesso greco che forse solo lui aveva ascoltato, ma era così puntigliosamente competente che io gli credevo, senza remore e contrappunti.

Maila straparlava di Mal, dei suoi occhioni incantatori e della sua mascella volitiva.

Renato come sempre provava a mettermi sulla retta via in quel di Rivignano. Maneggiando centinaia di LP, dopo gli Animals o i Moody Blues, si arrischiava a propormi i madrigali del Monteverdi, ottenendo regolarmente da me fissità inquietanti da lobotomizzato.

Daniela studiava con serietà tutte le nuove uscite italiane o straniere, a qualunque genere appartenessero (fu lei a proporre per prima “E’ l’amore” di uno che sembrava un tucano e rispondeva al nome di Franco Battiato).

In questo tourbillon frenetico ed auto-propulsivo a me bastava “Foxy lady” del vecchio Jimi Hendrix, per dibattermi come Laocoonte e i serpenti, ma senza ombra alcuna di serpenti. Forse per l’effetto di sonorità inguaribilmente psichedeliche in uno di questi “festini” accadde un episodio imbarazzante, che mi fece arrossire non poco.  

Era l’anno 1969. Compiva gli anni Enrico e ci aveva invitati a casa sua, in Viale Tricesimo, affiancato dai giovani fratelli e dalle giovani sorelle. I compagni di classe si presentarono con i loro classici 45 giri mentre io, contravvenendo alle convenzioni, portai all’amico una cravatta da Carnaby Street, dai colori scombinati e peccaminosamente improbabili. Credo che Enrico non l’abbia mai indossata, ad evitare l’arresto per oscenità in luogo pubblico. Tra gli invitati alcune persone che non conoscevo. “Mi verranno presentate – pensai – magari più tardi”. Non conoscevo la lingua friulana e questo mi sarebbe stato fatale. Giovanni, il fratello di Enrico, continuava ad aggirarsi tra le coppie danzanti, con un elmetto della Wehrmacht graziosamente arresosi al flower power.

Farneticando accentazioni puntute in finto francese, lui ed Enrico, a un certo punto, indicandomi una ragazza grassottella ancora seduta, mi suggerirono : “Fai il cavaliere Nando, invita tu a ballare Pantiane”. La proposta mi parve   ragionevole. Mi avvicinai, accennai un inchino compito e sussurrai con la voce più suadente che mi era possibile mettere insieme : “Posso ballare con te Pantiane?”. Quella strabuzza gli occhioni, si alza di scatto e mi assesta il più cocente sberlone della mia vita. Grande sorpresa tra i ragazzi presenti, ad eccezione dei due fratelli che sembravano presi da tarantolate convulsioni, al punto che scontrando la fronte producevano più volte un suono di campana, rigorosamente Wehrmacht, senza curarsene più di tanto. La ragazza se n’era andata furibonda e a me, per tanto tempo era rimasta una domanda disarmante : “Perché l’ha fatto? Non intendeva forse ballare o non le piaceva il pezzo?

Aaaah puar pipinot.

Nando CESCHIA (testo calorosamente approvato dall’amministratore, assai divertito)

“Servi di scena”: Abubakhar Ogondo Yeye, un uomo indecente… anzi tre, il secondo è Charles Michel, e il terzo è il “president-ore” della Bielorussia Lukascenko, in questi giorni di guerra alla porta delle nostre case,

indecenti per maleducazione e inqualificabile sessismo. Un nero musulmano, e due europei cristiani.

il bianco maleducato e recidivo

Il primo è il ministro degli esteri dell’Uganda, il secondo, il belga Michel, ha sopportato che Erdogan non facesse accomodare Ursula von der Leyen. Ospite maschio in poltrona, ospite femmina sul divano.

In questi giorni, invece, sempre alla presenza dell’ineffabile Michel che neanche un baffo ha mosso per far notare al politico africano che c’era lì con loro anche la Presidente della Commissione europea, e del Presidente francese Macron, il citato politico ugandese ha a malapena degnato di uno sguardo la signora, solo perché glielo ha fatto notare quasi con veemenza Macron. Sessismo, machismo, maleducazione, di tutto un po’?

Di Lukascenko, president-ore della Belarus, non occorre dir altro che segue Putin come un fedele cagnolino.

Andiamo più a fondo.

Nella tradizione teatrale e anche in un film, dal titolo omonimo, il servo di scena non vive una vita propria, perché trasferisce costantemente se stesso, i suoi sogni, le sue aspirazioni, la sua personalità intera, nel suo “padrone e signore”, vive di luce riflessa e protegge e difende gelosamente il padrone, perché così facendo difende e protegge se stesso.

Non che i tre personaggi di cui sopra siano propriamente “servi di scena”, ma possono esserlo di fatto, e soprattutto negli effetti. Un esempio: se Erdogan non mantenesse l’impegno di tenere chiuso lo stretto del Bosforo alle navi da guerra russe, come in questi giorni sta promettendo, si mostrerebbe un vero “servo di scena” di Putin, pur facendo parte la Turchia della Nato. Di Michel meglio non dire, per non infierire. Vi sono persone che giungono ad alte cariche per ragioni quasi incomprensibili dal sapere comune concesso dai media.

Perché ne parlo qui? Mi sembra utile, proprio in questo momento pericoloso, ricordare il rischio del “servo di scena”. Persone poste in funzioni e ruoli importantissimi sono servi di scena, perché hanno rinunziato, o forse non possono (nel senso che non hanno i mezzi psico-morali cognitivi e volitivi), a gestire un flusso di detti e di atti in autonomia, perché dipendono da un “padrone”. Che a volte è tale anche dei loro flussi di pensiero.

I “servi di scena” sono presenti su tutti gli scenari umani. Io ne conosco parecchi. Il tema è che molti di loro sono inconsapevoli. Potrei fare nomi e cognomi di persone che lavorano in aziende dove ho ruoli di vigilanza etica. Ovviamente non lo farò. Non provo neanche a farglielo notare, o meglio, con qualcuno cerco di verificarne la consapevolezza (di esserlo), che è già qualcosa.

Mi chiedo quanti “servi di scena” circondino Putin, come è accaduto negli ambienti di ogni autocrate, nel corso della storia. Ecco: essere “servi di scena” è un dato psicologico, ma forse anche antropologico, e lo scrivo in senso non lombrosiano… ché non potrei farlo.

Questi “servi di scena”, sia che siano nell’entourage di Putin, sia che si collochino nei dintorni di una uomo di potere economico, non sono affidabili, né sono disponibili, solitamente, a mettersi in discussione. Fanno finta di ascoltare e sono addirittura impazienti, se qualcuno gli fa notare che le cose potrebbero essere anche diverse, non capisco bene se perché sono convinti che il loro padrone abbia sempre ragione, o perché non ce la fanno proprio, cognitivamente. Forse per tutte e due le ragioni in un dannosissimo combinato disposto.

Sarebbe importante che questi “servi di scena” fossero messi nelle condizioni di pensare alla loro umiliante condizione. Nel mio piccolo, sto cercando di contribuire all’aumento dell’auto-consapevolezza, almeno nei casi meno disperati.

Avanti, con forza e coraggio.

Dal principe Vladimir di Kiev a Vladimir Vladimirovich Putin di San Pietroburgo: lo “spirito” della Santa Madre Russia cristiana: vizi e virtù di una grande Nazione, ragioni e torti dello csar (zar) attuale

Gli Americani e Biden, tra questi il primo, nonché tutti gli studenti dei ridicoli licei americani, nulla sanno di Costantino-Cirillo e Metodio, del Principato di Kiev, e del principe Vladimir, che non è Putin, perché risale al X secolo dopo Cristo. Negli USA queste cose le sanno solo (forse) alcuni professori di antichità cristiane e bizantine.

Cirillo e Metodio, fratelli, erano due monaci basiliani che portarono il cristianesimo di Costantinopoli, in parte d’accordo con la chiesa di Roma, nella immensa “slavitudine” nel IX secolo d. Cristo. Inventarono lo slavo ecclesiastico antico, che divenne la terza lingua della chiesa universale, oltre al greco e al latino.

Il principe Vladimir Monomacos governava Kiev nel XI secolo, lui coltissimo, sviluppò il cristianesimo ortodosso sempre più largamente, dall’attuale Ucraina verso la Russia centrale.

Altro grande capo russo fu Aleksandr Jaroslavič Nevskij, che fu principe di Novgorod e di Vladimir nel XIII secolo, famosissimo per le sue epiche gesta militari, è considerato forse il massimo eroe nazionale.

Ivan IV Vasil’evic detto il Terribile, fu il primo csar (cioè il cesare) di tutte le Rus, nel XVI secolo, principe per diritto divino, secondo la tradizione autocratica che si stava formando, e che è durata fino a ora, attraverso gli zar, Vladimir Ilich Ulianov, cioè Lenin, Josip Vissarionovic Dgusasvilij, cioè Stalin, Nikita Kruscev, Leonid Breznev, Yuri Andropov, Konstantin Cernienko, Michail Gorbacev e Boris Eltsin. Vladimir Putin è l’ultimo di questa tradizione millenaria.

Pietro I Romanov volle fondare sulla Neva una grande capitale, che prese il suo nome, Pietroburgo, o San Pietroburgo, poi Pietrogrado, dal 1917 Leningrado, e infine, una venticinquina di anni fa, sindaco Anatoly Sobciak, riprese il suo nome imperiale di San Pietroburgo. Pietro il Grande chiamò per renderla magnificente i migliori architetti italiani dei primi del Settecento, il Quarenghi, il Rossi, il Rastrelli e il Fioravanti, che la fecero la più bella città “italiana” fuori dall’Italia. E San Pietroburgo, che suggerisco a ogni lettore di visitare, dove si respira proprio un’aria di bellezza, è una delle più belle città del mondo, affacciata sul Golfo di Finlandia, porta d’Europa a Nord, quando a luglio non viene mai buio, di notte.

Nicola II Romanov, l’ultimo csar, venne fucilato nel 1918 dai bolscevichi a Ekaterinburg assieme alla zarina Alexandra e alle quattro figlie. Così fu la fine dello zarismo, e l’inizio del comunismo sovietico. La Russia diventava Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’URSS.

Lenin, Stalin e l’URSS comandarono dal 1917 al 1990, più o meno, quando, prima Gorbacev, e poi Eltsin liquidarono l’enorme conglomerato statuale dell’Unione Sovietica, che non riuscì a realizzare il paradiso (marxiano) in terra, ma fu fondamentale per sconfiggere Hitler, fatto che nessuno che sia sano di mente può e deve dimenticare. Che il comunismo sovietico abbia anche fatto morire milioni di kulaki e di ipotetici nemici del popolo, dalle Solovki alla Kalima, dall’ovest bielorusso a Vladivostok, alla Lubianka per ordine di Berija e di Stalin e altro di orrendo, è fuori di dubbio, ma la storia russa non è tutta qui.

Il comunismo, ad esempio, non ha sconfitto il cristianesimo, che dopo la fine dell’URSS è tornato fiorente come ai tempi degli zar.

Ora siamo nel Terzo millennio e da trent’anni il grande impero dei Soviet è crollato. Gli stati satelliti europei, liberati da quello che era stato indubbiamente un giogo, e parlo della Germania Est, che è stata formalmente annessa (si studi almeno un po’ di diritto internazionale per capire il verbo che qui ho utilizzato) a quella Federale, della Polonia, della Cecoslovacchia, dei tre paesi baltici, della Romania, della Bulgaria, dell’Ungheria, etc. hanno scelto di associarsi alla Nato per poi entrare nell’Unione Europea, e su questo Putin ha torto, quando dice che queste nazioni sono state inserite nella Nato per forza e non per libera adesione.

La Russia da trent’anni a oggi ha cominciato a sentirsi scoperta sul fianco occidentale, e il suo presidente autocrate ha iniziato a lavorare militarmente per riavere spazi di controllo, e dunque la ripresa di controllo della Crimea e di alcuni stati caucasici, come l’Ossezia e la Transnistria.

Circa poi la “russicità” dell’Ucraina, si può pacificamente convenire che essa non è un elemento fasullo o implausibile, perché l’Ucraina, repubblica socialista aderente all’Unione Sovietica per volontà di Lenin nel 1922, appartiene alla pluralità culturale, storica e religiosa delle “Rus”, che sono più d’una, pur se diverse tra loro.

Anni fa girai in auto tutta la Russia Europea con l’amico Roberto. Partimmo da Rivignano il 1 agosto e tornammo il 30. Era il 1980. Il 2, quando vi fu la strage di Bologna eravamo a Cracovia e sapemmo dell’attentato al confine di Brest Litovsk, tra Polonia e URSS. Pensammo molto male. Solo a Minsk riuscimmo a parlare con l’Italia e mia mamma Luigia mi raccontò degli 85 morti della stazione di Bologna. Le tappe: Vienna, Cracovia, Varsavia, Minsk, Smolensk, Mosca, Novgorod, Leningrado (così si chiamava allora), Turku e Helsinki in Finlandia, Stockolm, Copenhagen, Hannover, l’ultima notte, Rivignano. 8300 chilometri in tutto con una Renault 4 blu, di Roberto, quella da 1100 cc, più “potente” (figuriamoci) della 800 cc, che non ci ha mai tradito, salvo l’intasamento del carburatore in Finlandia. Andammo a casa di ragazzi russi, trovando nelle donne di casa, mamme e nonne (le babuske) una affettuosa cordialità, e “fermammo”, da buoni ragazzotti “Taliani” ragazze russe, belle e intelligenti, a Minsk e a Leningrado. Il viaggio più grande e intenso della mia vita, più “grande” di quelli, numerosi, fatti nelle Americhe per lavoro, in Argentina e negli USA.

Qualche anno fa invece fui in Ucraina, sul fiume Dniepr, a Dnieprpetrovsk, in visita a un’acciaieria per proporre un percorso di formazione.

Ora, siamo tutti d’accordo che le ultime decisioni di Putin sono pericolose (parlo del riconoscimento delle “repubbliche” di Lugansk e di Donetsk), per cui è indispensabile che lui fermi i tank e i Sukoj bisonici lì dove stanno, ma l’Occidente, USA in testa, devono ri-studiare o studiare ex novo la storia che io ho qui proposto in sintesi estrema, per comprendere il senso profondo dell’attuale situazione e delle decisioni fin qui prese dal Cremlino, per assumere, a loro volta, le decisioni più opportune e intelligenti.

E non dimentichiamoci che il gioco degli scacchi (qui si comprenda la similitudine) è un passatempo nazionale, coltivato nelle lunghissime e fredde serate della Grande Madre Russia.

AGGIORNAMENTO

Confermo la mia analisi, ma spero come tutte le persone ragionevoli, che le armi tacciano e si torni a parlare costruttivamente tra le parti.

L’Italia è anche “Sofia Goggia”?

Mi pare che la metafora del titolo sia chiarissima. Sento da quando ho l’uso di ragione che l’Italia è piccola, sfigata, inconsistente, inaffidabile, perfino traditrice degli impegni presi. E altro, a volte di osceno. Poi, molto presto, mi sono accorto che si trattava di fole, di omissioni, di falsificazioni, di menzogne, nella massima parte.

Epperò questo è un vizio che ritorna. Basta che vi sia qualche inconveniente che qualche giornalista inventa letteralmente che le cose non vanno, che “Draghi si eclissa sull’Ucraina”, per dire che non se ne occupa, e cose del genere. Mentre è vero il contrario. Vi sono giornali e giornalisti che vivono di interpretazioni “fantasiose” se non di artate menzogne, e potrei fare dei nomi e dei titoli, che dirò in privato a chi mi legge e vuole conoscere la mia opinione. Cito solo un nome, perché mi scappa “di penna”, Travaglio, tormentosamente omen.

Non che l’Italia, nelle sue numerose articolazioni sociali, economiche, politiche, territoriali e storiche, non sia a volte anche una “nazione” contraddittoria, ma non è mai “tutta lì”. Ricordo la copertina di un numero degli anni ’80 del prestigioso giornale tedesco “Der Spiegel”, che rappresentava lo “stivale” geografico italiano con sopra un piatto di “spageti” e una P38 sul piatto, per significare Italia-uguale-mafia.

Il fatto è che i Tedeschi sono storicamente combattuti tra un duplice sentimento verso noi Italiani, quello dell’invidia e di una sconfinata ammirazione verso un popolo e una terra unici e inimitabili per moltissime ragioni, ed era il sentimento che provavano il grande Goethe e Freud tra tanti altri, e quello della disistima per certe scelte politico-militari, come quelle del 1915 (l’Italia passa dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa) e quella del 1943 (l’Italia, dopo l’arresto di Mussolini, passa dai tedeschi agli Alleati).

Vorrei parafrasare l’ebraico “amèn, amèn”, cioè “in verità” (vi dico), con il quale iniziano diversi lòghia (greco, discorsi) di Gesù di Nazaret, così come riportano diversi evangelisti, per dire che l’Italia e gli Italiani sono una terra e un popolo fatto di terre e di popoli, vari e ricchissimi di differenze, anche radicali, anche contraddittorie, anche difficilmente comprensibili.

Che cosa accomuna antropologicamente e culturalmente un sudtirolese di Merano e un abitante di Misterbianco, il primo tedescofono e austriaco, il secondo siculo arabizzante? Entrambi italiani, entrambi esseri umani, strutture personali di pari dignità… chi lo può negare? ma, sotto il profilo dell’approccio alla vita, ai valori, alle priorità delle scelte etc., siamo di fronte a due “costrutti” psichici diversissimi. In Italia, nell’Italia che ha le spiagge del Salento e montagne che sfiorano i cinquemila metri, nell’Italia dove stava la capitale del mondo, Roma, e dove risiede il massimo capo spirituale del pianeta, nell’Italia dove sono presenti oltre il cinquanta per cento delle opere artistiche di tutto il mondo…

Continuo: nell’Italia che produce e rappresenta i beni per collocarsi al sesto posto nel mondo, nell’Italia che ha la seconda struttura industriale d’Europa e la prima nel settore manifatturiero. Potrei continuare ma mi fermo, perché potrei continuare con la primazia assoluta nell’arte, senza che elenchi l’incommensurabile patrimonio noto a chiunque e di dimensioni e qualità senza confronti. Ne propongo uno solo: si paragoni la coppia di grandi paesaggisti inglesi William Turner e John Constable, con l’interminabile elenco di artisti italiani che va da Giotto a Canova e De Chirico, passando per Piero della Francesca, Masaccio, il Beato Angelico, Andrea Mantegna, Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Donatello, Raffaello, Caravaggio… Basta così, perché taccio di Dante, di Galileo…

Avevo uno zio inglese, spocchioso e sprezzante come il Churchill della guerra contro i Boeri che, quando gli proponevo questo confronto, grazie a Dio si zittiva. Certamente, aggiungevo talvolta, i Beatles, i Rolling Stones, i Cream e i Pink Floyd sono incomparabilmente superiori a Rita Pavone, Massimo Ranieri (il cui vero nome è Giovanni Calone) e Gianni Morandi, ma nella musica classica gli Inglesi hanno dovuto anglicizzare Georg (diventato George, per loro) Friedrich Haendel per poter vantare un musicista che reggesse il confronto con i sommi Tedeschi (Bach, Beethoven, Mozart, Wagner, etc.) e anche con i grandi Italiani, da Claudio Monteverdi, Arcangelo Corelli, Alessandro Scarlatti e Giovanni Gabrieli fino a Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi.

A questo punto, possiamo allora dire senza tema di essere tacciati di vanità o di autoesaltazione, che l’Italia-è-anche-Sofia-Goggia, campionessa assoluta, anche se forse un po’ talvolta autoreferenziale in qualche tono della voce e dei concetti che esprime? Piccolissimo difetto tra immense qualità morali, atletiche e sportive.

Amiamola questa Italia, e smettiamola di autodenigrarci: questo mio invito va soprattutto a chi vive e lavora nei media e alla politica, spesso così inadeguata, nei suoi rappresentanti, ai valori grandiosi che esprime la nostra Patria.

E chiamiamola, una buona volta: PATRIA! Perdio. Un’esortazione che rivolgo, dopo averlo fatto per lettera, che lui ritenne di riscontrare gentilmente, anche al Presidente della Repubblica.

La “libertà” è un “andare oltre” camminando (possibilmente) sicuri nel quotidiano, con rispetto della… “giustizia”, ma, di contro, ancora una volta solo l’equità, o “epichèia”, permette di declinare umanamente il sintagma correlato “giusta-libertà” o “libera-giustizia”, perché una libertà senza un’equa giustizia è umanamente insensata

Chi mi conosce sa che la frase per me più rappresentativa del concettovaloresuggestione di “Libertà” è questa: “LIBERTA’-E’-VOLERE-CIO’-CHE-SI-FA“, non “Fare-ciò-che-si-vuole“.

Il verbo decisivo della mia tesi è “volere”, perché presuppone un esercizio, quello della volontà, che a sua volta deve essere messa in moto dall’intelligenza, cioè dalla capacità di leggere-dentro le cose, gli eventi, e di de-cidere (scegliere tra “a”, “b”, “c”, etc.) ciò che è meglio secondo la scalarità morale-pratica seguente: l’utile, l’opportuno, il necessario nelle relazioni inter-umane e inter-soggettice, e nei rapporti economici.

Il “fare” viene dopo, in quanto è subalterno al volere-intelligente.

Si può ben capire come questo flusso logico, anzi sillogistico, può creare problemi a chi ritiene che la libertà sia una specie di esercizio operativo privo di vincoli.

Libertà è anche il confine e il limite della giustizia, che a sua volta deve essere declinata nell’equità. Una giustizia senza equità è ingiusta, anche perché non-è-libera, per chi viene angariato dalla libertà altrui. Si pensi alla libertà assoluta d’impresa e di dominio sui lavoratori che vigeva nel XIX secolo e fino a oltre metà del XX, da parte dei “capitani d’industria”.

Però, anche la giustizia ottenuta con l’egualitarismo, si pensi al punto unico di contingenza concordato tra Sindacati (Luciano Lama in primis) e Confindustria (Gianni Agnelli, il Presidente) in Italia a metà degli anni ’70 del secolo scorso. Tale decisione legislative generò, in meno di un decennio, un’ingiustizia morale nelle retribuzioni, poiché il peso del salario legato al costo della vita, aumentato vertiginosamente tra il 1975 e il 1985, condizionò tre quarti degli interi stipendi e salari. Un esempio pratico: nei primi anni ’80 si potevano registrare salari di 650/ 700.000 lire per un apprendista, e di 800.000 lire per un lavoratore specializzato, le cui cifre si raggiungevano con due addendi di cui uno era identico, le circa 500.000 lire della contingenza, mentre l’altro addendo era professionale: risulta evidente il diverso e – soprattutto – moralmente ingiusto peso dei due addendi nella costituzione dell’intera retribuzione.

Anche chi non è “del mestiere” può intuire come il giustizialismo insito nelle conseguenze di quella operazione politico-sindacale, non poteva costituire “giustizia”, in quanto il risultato non era equo.

Infatti: EQUITA‘ è RICONOSCERE, NON SOLO IL DOVUTO A CIASCUNO SECONDO I BISOGNI, MA ANCHE SECONDO IL MERITO INDIVIDUALE.

Mi spiego: se la giustizia si esprime nel mero egualitarismo, non tiene conto del soggetto, perché viola una libertà, che potrebbe e dovrebbe essere sussunta in “una” equità. Il tema è filosofico-morale, più che giuridico o sindacale.

Che cosa è dunque l’unicuique suum… attesa una giusta attenzione per il suum?

E’ un elemento “composto” da almeno due componenti: a) una componente di giustizia distributiva, che tiene conto delle esigenze di base della persona, in quanto valore, b) una componente di giustizia commutativa, nel senso che il committente, l’azienda, l’imprenditore, tiene conto del valore professionale soggettivo del lavoratore, che è – per ragioni e definizione antropologiche, direi – assolutamente (chi mi conosce sa bene che uso con ponderata misura questo avverbio di modo) e irriducibilmente unico per caratteristiche individuali-personali, di potenziale, di competenze e di vissuto.

In questo senso l’epichèia aristotelica introduce una possibilità di risposta a ciò che possa intendersi per libertà-giusta ovvero per giustizia-libera.

Queste riflessioni possono risultare fondamentali per riflettere sui tempi attuali, covidizzati, che pongono problemi inusitati alla prova del dialogo inter-soggettivo.

Possiamo cercare di superare la diatriba “manichea” vax/ no vax utilizzando il modello sopra proposto? A mio parere sì, e mi spiego, o cerco di farlo.

Se il confronto tra le due posizioni generalmente conflittuali avviene mediante l’accettazione dei nuovi paradigmi qui proposti, può darsi che la dimensione psicologica del conflitto a-dialogico possa venire progressivamente meno…

In realtà, anche questo conflitto dicotomico, manicheo, incapace di dialogo, potrebbe rendersi possibile, se i toni, i modi, i fondamenti logici dei sostenitori delle due posizioni riuscissero a declinarsi con rispetto reciproco e la pazienza necessaria per ogni tempo dell’ascolto e del dire.

Una libertà nella sicurezza potrebbe costituire il nesso civico di un obiettivo condiviso, laddove, se la libertà è concepita nella modalità sopra proposta, cioè di un “volere-ciò-che-si-fa”, la sicurezza può darsi nel convenire sulla sua priorità tra le diverse posizioni, anche se significasse una parziale rinunzia al libero arbitrio individuale, pure se inteso nei limiti relazionali qui proposti.

In altre parole, dovremmo riuscire a concordare su una libertà-in-relazione, su una giustizia-secondo-equità e su una sicurezza reciproca e collettiva come fine condiviso.

La politica come arte del “governo della città”, dall’antica Grecia ai nostri giorni, da Pericle di Atene all’evanescente cosiddetto “avvocato del popolo” Conte, e ai suoi travagliosi o travagliati (che dir si voglia) supporter, anziché no fegatosi e infelici

La pòlis era la città nell’antica Grecia e nei territori influenzati dalla cultura ellenistica, e la politica era, ed è rimasta, la teoria e la prassi del governo-della-città.

La politica è un’arte, Aristotele sosteneva che fosse la più alta nell’ambito dell’agire umano. Platone riteneva che il governo della pòlis dovesse essere affidato ai filosofi, perché più saggi e sapienti rispetto agli altri, artigiani o soldati che fossero. La politica, storicamente, è stata sempre un’attività richiedente qualità e conoscenze vaste e consolidate, in ogni tempo e luogo.

Pertanto, ragionando con la mentalità nostra, nella situazione odierna, chiedendomi se la proposta di Platone fosse oggi utilmente applicabile, resterei molto scettico, proprio per la conoscenza diretta che ho dei filosofi di oggi. Ovviamente di alcuni di essi, ma in un numero sufficiente per ritenere che non sia proprio il caso di “obbedire” a Platone.

Al governo devono dedicarsi persone che hanno dimestichezza con le esigenze sociali, dell’economia, della sanità, della formazione, non solamente della filosofia: piuttosto, la filosofia dovrebbe informare della sua modalità sapienziale e conoscitiva delle “cose dell’uomo” soprattutto la dimensione etica dell’agire politico, che è individuale e sociale nel contempo.

In particolare, la Filosofia morale dovrebbe sempre ispirare la Politica e il Diritto.

Certamente i filosofi della politica, à là Norberto Bobbio o Pietro Scoppola, sono indispensabili per suggerire il fare una buona politica, ma non gli farei governare un’azienda o un ente locale, sia d’accordo o meno su ciò un ex sindaco come Cacciari.

Un amministratore deve avere senso della concretezza, della praticità, dell’efficacia, pur dovendosi ispirare a valori, princìpi e virtù morali.

Si pensi che oggi, e fino alle nuove elezioni politiche (sperabilmente nel 2023), il partito di maggioranza relativa è una forza che sostiene come fondamento teorico-pratico, l’assurdo, insensato e pericoloso principio teorico-pratico dell’uno- che-vale-uno, in quanto nessuno potrebbe a giusta ragione ergersi a maestro o capo in luogo di altri, ovvero, per meglio dire, ciascuno, indifferentemente, quale sia la sua preparazione ed esperienza, potrebbe fare il leader in qualsivoglia situazione o temperie. Pazzesco!

Ora, se è vero che tale affermazione, cioè di uno-che-vale-uno, può avere senso se si pensa alla dignità di ogni persona, qualsiasi sia il suo stato personale, economico, sociale, etc., è estremamente folle applicarla all’agire concreto, all’assunzione o all’attribuzione di responsabilità, alla programmazione e alla gestione di grandi progetti politico-economici che richiedono un utilizzo intelligente e competente di risorse, conoscenze tecnico-organizzative e abilità gestionali di prim’ordine.

Solo a guardare il desolante e desolato panorama dei votanti-Mattarella di qualche giorno fa, vien da dire che l’abbiamo scampata bella a superare i cosiddetti governi guidati dall’avvocato del popolo (bum!).

Ciò che annoia al punto da intorpidire di stanchezza la mente è la permanenza di commenti e affezioni ai sopra citati.

Ma andiamo oltre, perché il su nominato “presidente” del Movimento 5S è stato nientificato da un tribunale civile in questi giorni, e ciò è per me un regalo di compleanno che si aggiunge a una sconfitta dell’Atalanta (che NON E’ una dea!) dell’antipatico Gasperini, sconfitta che spero si reiteri prossimamente. Due regali che valgono come una raccolta delle sinfonie di Beethoven dirette da von Karajan.

Restiamo sulla destituzione per legge del supposto “presidente” dei 5S Conte. Lui, pronto a sottolineare di essere avvocato (mi pare imprudentemente, stante la situazione), sostiene che la sua leadership non può essere abbattuta da carte bollate, perché essa si basa sui valori e sui princìpi. Ebbene, sì, caro avvocato, la sua leadership può essere resa nulla da una sentenza.

Un consiglio: se ne faccia una ragion giuridica, ma ancora prima una ragion logica, e politica, se ci arriva. E altrettanto rifletta, se vuole (gli sarebbe utile, penso, perché non so quanta audience ottenga ancora con questi modi aggressivi e insultanti, che usa sempre con tutti, come se lui fosse il maestro di vita e di pensiero, per eccellenza), il suo maggior supporto, cioè il direttore di un quotidiano, che non nomino, per pura noia e per fastidio insuperabile.

I tanti “pirla” della politica, i leader “babbalei” (una lezione retorica di “babbei”) dei partiti, le élite di inetti immeritatamente e scandalosamente troppo ben pagati, alla fine ce l’hanno fatta (a eleggere il Presidente della Repubblica), approfittando anche della pazienza “giobbesca” di un Popolo intero

Non ho parole diverse per un titolo, per esprimere la mia costante delusione con un giudizio negativo che continua da anni, da parte mia, sulla politica italiana e sugli uomini che la rappresentano ai più alti livelli.

Potrei fare una analisi dettagliata delle figure, ma la eviterò, salvo qualche citazione nominativa, che proprio mi… scappa dalle dita delle mani, restando su un giudizio generale.

Parto dai linguaggi, con degli esempi: “lavoro per, cerco un accordo, dialogo, incontro…” e via farfugliando generiche espressioni che nulla dicono, nulla producono, per nulla convincono. Su questo faccio, intanto, un nome, quello di Salvini, perché è il più esposto in questo bailamme mediocre. Suo malgrado, rappresenta questa mediocrità, ma gli altri non sono meglio di lui. Ne aggiungo un altro, quella di Meloni che ardisce affermare che l’Italia si trova in una “grave crisi economica”, cosa non vera, poiché è vero l’esatto contrario. Si vede che Meloni vive su un asteroide dal quale nulla si vede della Terra. Per equanimità ne aggiungo due appartenenti all’altra parte politica: innanzitutto Conte, il trumpiano “Giuseppi”, che ora ama leticar (aulico per “litigare”) con Di Maio, perché forse non sa fare altro, e lo fa con arrogante albagia, stile comunicativo che mi risulta evidente sotto la superficie della sua dandistica elegantia; e poi Provenzano, del PD (vice di Letta-il-giovine), un pochino sfortunato, sia nel cognome sia, mi pare, nella vis rationis et loquendi.

Vorrei dire, quasi “lombrosianamente”, basta guardarli/ e in faccia, o vederli camminare seguiti dallo stuolo di lacché e servitori, e inseguiti dai gelatoni dei cronisti e dai fotografi.

Sto parlando della elezione del Presidente della Repubblica. Osservo in particolare i cosiddetti “grandi elettori”, e mi chiedo, perché “grandi”? Perché sono pochi rispetto ai 47/ 48 milioni di elettori aventi diritto nel suffragio universale in Italia? O “grandi”, perché sarebbero “grandi persone”. Neanche rispondo a questa dimanda (non è un refuso, è lezione aulica, per mio divertimento) retorica, se non… BUM!

La famosa gggente non è lì, in mezzo a chi tira a campare per arrivare a quella specie di pensione che è garantita a chi fa almeno “quasi” una legislatura. Io faccio parte della gggente, ma non cambierei la mia situazione con l’ultimo “razzi” del Parlamento. Basta confronti. La gggente vera non può tirare a campare come quelli/ e, ma deve la-vo-ra-re, veramente, quotidianamente, indefessamente, instancabilmente, coerentemente, fedelmente, senza requie, fino (forse) a una pensione, o pensioncina, nella stragrande maggioranza dei casi.

…e hanno ri-eletto Mattarella Sergio. Io volevo che rispettassero la sua volontà, non l’hanno fatto perché non ci sono riusciti, incapaci.

E Mattarella ha accettato, perché non poteva fare altrimenti, vista la situazione, a lui ben nota da non poco tempo. A ragion veduta, è stato meglio così, perché sarebbe potuto andar peggio, se qualche irresponsabile dichiarato (Salvini) o qualche presuntuoso sprovveduto (Conte) avesse vinto la partita con un suo proprio azzardo.

Si è rischiato che fosse eletta una persona non adeguata al ruolo, a mio parere. In questo caso magari una donna, che già ricopre un ruolo importantissimo, o qualche altro/ a. Spero che tocchi a una donna per merito personale, non per genere, la prossima volta.

Ora si lasci lavorare il Governo che, con tutti i suoi limiti ed errori, è – leibnizianamente – il migliore dei governi possibili in questo momento storico.

Ma la politica vive una crisi la più grave dal dopoguerra, per la mediocrità dei suoi protagonisti e per la disaffezione della gggente, che è generata essenzialmente dalla mediocrità sopra richiamata, oltre che da altri fattori socio-culturali già qui ampiamente da me trattati nel tempo.

Lavoriamo ora, ognuno sul proprio, e per il proprio dovere.

La vita di Lorenzo

…è finita a diciotto anni, su questa terra. Finita nel dolore più grande dei suoi cari e nello sconfortato sconcerto delle persone che lo hanno conosciuto, sia a scuola sia nell’azienda dove svolgeva il suo tirocinio.

Il Friuli è terra di grandi lavoratori, storicamente. Di emigranti e di imprenditori. Il Friuli è una terra accogliente, nella sua durezza caratteriale di fondo. La nostra gente è abituata da millenni a essere visitata e percorsa da popoli in movimento e da potenze conquistatrici. E’ ancora oggi poco conosciuta anche a Roma. Capita che nel 2022 qualcuno in Italia (sentito da me), non sappia che Udine non si trova in montagna, e che il nome di questa terra sia sovente travisato nella pronunzia dell’accento: Frìuli, in vece di Friùli.

Queste due piccole cose danno la cifra di come l’estremo Nordest italiano sia poco conosciuto in Patria, e quindi si comprenda con difficoltà ciò che vi accade. Non sto dicendo che solo qui succedono infortuni mortali di giovanissimi, ma che lo spirito con il quale si lavora è molto diverso dal resto dell’Italia. E ciò affermando, non intendo dire che nelle altre regioni italiane il lavoro non sia sentito in tutta la sua importanza vitale, tutt’altro.

Qui da noi, però, il lavoro ha assunto, nel corso dei secoli, quasi una sorta di sacralità di tipo religioso. Addirittura nei modi e nel linguaggio della comunicazione inter-soggettiva. In Friuli è più facile sentirsi chiedere “che cosa fai?” piuttosto che “come stai?”, nella lingua madre storica, il Friulano, in così: “ce fastu?, espressione, peraltro, identica alla medesima in romeno, sia nella forma sia nel significato letterale.

Il che-cosa-si-fa è il come-si-sta, intrinsecamente, implicitamente, ontologicamente, filosoficamente!

Se in certe linee di pensiero l’essere coincide con il pensare (cf. Hegel, Heidegger…), qui pare che l’essere coincida con il fare. Esagero, ma solo per dare un po’ il senso del carattere profondo, nostrano.

Non voglio lasciarti ritenere, gentile lettore d’altre regioni e nazioni, che il Friulano non pensa, ma opera senza pensare, ma che il fare è essenziale, che il guardar fare è immorale, inaccettabile, inattuale, impossibile, se si vuole meritarsi la dignità di esseri umani, che vivono in un consorzio per la vita del quale si sono condivise le regole di ingaggio esistenziale e sociale.

In Friuli, quando ci sono eventi drammatici o disgrazie, del genere delle alluvioni (1966 e in altri anni, numerose), dei terremoti (1976, solo per citarne uno) o inondazioni da cataclismi di dighe mal progettate (1963), non si sente dire spesso (anzi quasi mai): “ma lo Stato dov’é?” E perorazioni consimili.

Qui, prima ci si chiede come intervenire, come operare immediatamente, come soccorrere, e poi si chiede aiuto allo Stato.

Ricordo per i non-Friulani e per i giovani nati dopo il 1976, che l’arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, quando la catastrofe di quel tragico terremoto colpì mezzo milione di abitanti, disfece 100.000 case, causò 1000 morti, 10.000 feriti e 200.000 profughi, pregò in questo modo: “Oh Signore, aiutaci a ricostruire prima le fabbriche, poi le case, e poi le chiese“. E così fu, esemplarmente.

Le lacrime furono tante, ma di più nel segreto di ciascuno.

Altrove, a fronte di casi analoghi, l’atteggiamento delle persone fu diverso, e non dico in quale senso, poiché è intuibile, tra queste mie righe.

Ora, il lettore potrebbe chiedersi che cosa c’entri questo ricordo con la morte tragica di Lorenzo… direttamente, nulla. Certo, ma fa pensare alla dimensione etica del lavoro per un popolo che lo ha sempre avuto e trovato a fatica, nei secoli, addirittura nei millenni, e perciò lo ritiene prezioso come un’espressione fondamentale dello stesso essere “umani”.

Il valore del lavoro, per Lorenzo e la sua famiglia era ed è questo. Pertanto, ancora a maggior ragione occorre indefettibilmente rispettare le regole, osservare le condizioni del lavoro per renderle sempre più sicure, valutando i rischi con razionalità e precisione, mettendo i giovani e tutti i lavoratori nelle condizioni di non subire la casualità della disgrazia, perché la casualità non esiste. Ovviamente, qui non mi riferisco ai movimenti delle micro particelle studiate dalla fisica teorica (Heisenberg, etc.)

Chi lo desidera, può cercare in questo sito la riflessione logica che mi ha convinto sull’inesistenza del caso e, invece, sull’esistenza e sulla tragica efficacia delle cause e delle con-cause. Causalità, non casualità: una metatesi della “u” cambia la lettura degli eventi delle vite in questo mondo.

“Gelosia” vs., oppure “invidia”? “Invidia” vs., ovvero “gelosia?”

Molti confondono e usano indifferentemente gelosia al posto di invidia e il contrario, ignorando o trascurando che non sono sinonimi. Vediamone l’etimologia e le accezioni.

L’ Invidia dal latino in-vidère, è un vizio gravissimo, secondo gli antichi Padri della Chiesa Giovanni Cassiano, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno, tra diversi altri, forse il secondo più grave dei sette, p