Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Tin Piernu, o delle Valli favolose

thTin Piernu da Tercimonte-Tarčmun (1922-1990), alle pendici del Matajur, Benecia, era Valentino Trinco, pronipote di mons. Ivan Trjnko, cultore insigne delle culture locali. Lo trovo in un libro meraviglioso, qui su nelle valli, in cerca di filosofie comuni e solitudini, nei limes estremi, là dove il cielo non ha confini. Adonde el cielo no tiene frontera.

Fotografo, falegname, muratore, elettricista, pittore, intagliatore, Tin Piernu. Uomo elegante, bello, olivastro, probabilmente di cromosomi turco-bosniaci, ché a fine ‘400 questi entrarono per il Passo Solarie e dilagarono per la pianura furlana. Fotografo delle genti slave delle Valli remote, volti rimasti nell’attimo eterno dello scatto e incisi sulla carta dai sali d’argento. Un libro memorabile edito dallo Študijski Center Nediža, il Centro Studi Natisone.

Luca Laureati ha curato la parte fotografica, Michela Predan, Roberto Del Grande, Alvaro Petricig e Andrea Schincariol hanno curato i testi. I racconti che accompagnano la raccolta sono di Pierina “Perina” Crucil Valentova, Maria Iellina Lieščakova, Gino Petricig Lieščaku, Giuseppe “Bepo” Massera Šturmin, Giuseppina “Bepca” Petricig Stefičjova, Pietro “Perin” Trinco; altre testimonianze sono di Severino Braidotti, Bernarda Gos Tamažova, Irma Martinig Ručkina, Maria Elvira Martinig Pačeikina, Antonia Massera Loškina, Ferruccio Mosena Tituz, Fabio Trinco e Ivo Trinco. Le traduzioni sono di Jadranka Križman.

Il bianco e nero non cede a nessun colore, ché quanto arrivarono i colori Tin Piernu smise di fotografare. Il tempo è fermato negli scatti come un momento eterno, che resta come presente da sempre in mente Dei.

Le Valli vivono nel racconto delle immagini calate nel tempo, nei piccoli paesi dai nomi slavi, Topoluove, Lieska, Srednja, Dolenji Tarbi, Čemur, Hlasta, Clodig, Stara Gora (Castel Monte della Madonna), Polava,Utana, Landar, Ažla, Bijača, Bizonta, Dolenje Bardo, Gorenje Bardo, Bročana, Kal, Čeplešišče, Černeče, Čarnica, Kjabaj, Ščigla, Seuze, Klenje, Klin, Kolieša, Kamunjar, Gorenja Kozca, Dolenja Kozca, Hostne, Kraj, Kras, Kravar, Hrastovije, Domejža, Dorboli, Dolenja Dreka, Arbeč, Gabruca, Gnjidovca, Velik Garmak, Gruobje, Jagnjed, Jelina, Jerebi, Laze, Lombaj, Marsieli, Mašere, Medveži, Dolenja Mersa, Mečana, Matajur, Dubenije, Oblica, Obuorča, Ošnje, Ošjak, Peternel, Platac, Klinci, Petjag, Pocera, Praponca, Pulerji, Ravne, Salamanti, Podutana, Špietar, Štuoblank, Sauodnja, Škrutovo, Seuce (Sv. Lienart), Skubina, Slapovik, Solarje, Sarženta, Podbarnas, Španjud, Špinjon, Tarčet, Trinko, Vodniak, Ušivca, Barnas, Zapotok, Zverinac, … e altre borgate perse nel verde delle faggete.

Case di pietra con i nomi degli avi, per restare, e viaggi a piedi a vendere manufatti di legno, rastrelli, cucchiai, scope, stampe, chincaglierie e oggetti d’uso quotidiano, come i cramârs di Carnia. Erano i guziravci… Fino agli anni ’50.

Le foto. Occhi stupiti di bambini e volti legnosi di vecchi, giovani donne seriose dallo zigomo forte e vecchie incanutite. Prime comunioni di bimbi in abiti rimodellati da cerimonie precedenti di fratelli, giacchette stazzonate, e abitini bianchi, per fanciulle stupite. I volti si susseguono senza indugio, pagina dopo pagina, anziani con baffi e cappello, uomini fatti in doppiopetto di grisaglia delle feste comandate, vecchie col fazzoletto in testa e la bocca coi bordi in giù come ferite non rimarginate, niente gioie nei giorni, orecchie a sventola e tagli approssimativi del capello, miseria nera, occhi sbarrati e sguardi anche furbeschi, sorride la Bepca a 25 anni, è tornata dalla Svizzera e già è sposa, eremiti come Štiefan Rusacu, ragazze col sorriso di speranza, ragazzi straniti e madri senza sguardi sul futuro.

E poi i mulini e le fontane, acque correnti di iridee dissolvenze, nelle terre di cui il Provveditore Veneto della Serenissima, Tommaso Lippomano, scriveva nel 1606 “[…] di sopra la Città [di Cividale] nella Schiavonia sono poste ville numero 37, le quali si trovano libere d’ogni altro aggravio […] perché hanno antico obbligo di custodire in occasioni di peste et di guerra li cinque passi, cioè di Puffaro, et Clabuzzar, di Luico, di Cliniz, et di San Nicolò, luoghi et strade di molta importanza […]. In tutto […] quel territorio sono habitati al numero di 9800. […]”. (M. Pascolini, Università di Udine, Fontane e abbeveratoi delle valli del Judrio e del Natisone, Ed. Unione Emigranti Sloveni del Friuli Venezia Giulia, 2013).

Sconvolge constatare la saggezza della Serenissima Repubblica e la speculare stolida insipienza della politica nostrana degli ultimi cent’anni (?), per nulla migliorata con la Repubblica nata dalla Resistenza. Desolante che non si comprenda come i presidi umani vadano tutelati anche con politiche fiscali di esenzione perfino totale, in certi territori come le Valli favolose.

L’acque mi consolano e mi ricordano da dove veniamo amnioticamente, aminoacidi concretati nell’embrione ancestrale, e mi cullano con lo scorrere della loro perennità.

Sicut Philosophia Perennis, Acquae sunt mihi.

Le foto sono nel mito senza tempo, come il nunc aeternum, momento istante attimo senza misura.

E le foto di Tin Piernu mi convocano a un appello che viene da lontanissimo, da avi sconosciuti di prima delle genealogie a me note, che risalgono al 1500 o giù di lì, dalle mie parti rivignanesi. E’ certo che le mie mani parlano di storie longobarde e l’incarnato di Oriente, passando certamente per le Valli fiabesche che ho vissuto due giorni e rivivrò, a Dio piacendo, quando altri giorni opportuni e il tempo giusto incontrerà il mio procedere nel tempo che viene, da sempre in attesa del passaggio, che è un andare errando o un errare andando. Forse un mattino…

Voci silenti di villaggi arcani

20160424_140853Dicono che ivi passarono i Turchi, e prima ancora i popoli dell’Est, gli Unni, gli Avari, Barbari con le barbe lunghe parlanti lingue gutturali. Dicunt. Narratur. Si dice, narrasi, a dìsin, par furlan.

Le Valli dell’Erbezzo, del Cosizza e dell’Alberone, frementi tributari del fiume smeraldino, della Città di Cesare.

Ero stamani per villaggi arcani, Valli dormienti e case silenziose, il bosco e la pietra, in fondo al mondo nostro, est est est della bella Patria, e sguardi verso il cielo nuvoloso.

E torna la parola… dopo tanto, quella del metro, vigilata a cogliere l’essenza, almeno spero.

Nella profondità vuota del tempo/ nascon vite, destini e sentimenti./ Il vento va e poi ritorna lento/ per valli antiche corse dagli armenti.// Ricordo volti antichi d’altre ere,/ di giorni e viaggi e sguardi sconfinati;/ ricordo cieli e lente primavere/ alti recinti, palizzate e prati.// Il vento va e poi ritorna ancora,/ senza requie pensieri si rifanno,/ un dolore rinasce nell’aurora.// Vince la vita come sempre al mondo:/ lo Spirito che soffia dove vuole,/ ti dona libertà anche se duole.”

Finisce qui per un rispetto docile all’assenza, al vento e al tempo silenziosi.

La politica e la morale

IMG-20160310-WA0000Se per Aristotele (e anche per me) la politica è la più elevata delle “arti” umane, si può dire che lo è proprio, non solo per la sua obiettiva complessità, ma anche perché ha a che fare con la dimensione etica, valoriale, di principi, dell’umana convivenza, quella che solitamente chiamiamo dimensione morale.

Politica e morale  sono assieme, assistite dal diritto, come scienza normativa. Nell’ordine dovremmo considerare: a) la morale o sapere etico, che fonda il diritto e ispira l’agire politico; b) il diritto che regolamenta, istruisce e sanziona in base alle regole che una determinata comunità si dà; c) la politica che opera costantemente per il  raggiungimento e la tutela del “bene comune”, che è collettivo e indivisibile.

Detto questo, è bene convenire su che cosa si dia per “sapere etico” o “morale”, e su che cosa lo si fondi. Nonostante oggi viviamo tempi di depauperamento e banalizzazione linguistico-espressiva, anzi soprattutto per questo, occorre rigorizzare i termini, come faccio senza stancarmi, a costo di sembrare un poco pedante al paziente lettore.

Etimologicamente, sia “etica”, sia “morale”, sono termini che rinviano, rispettivamente, al greco antico e al latino classico, e significano ambedue “usi e costumi”. Se il loro significato dovesse essere considerato solo in questa accezione originaria, significherebbero ben poco, ai nostri fini. Sta di fatto che l’accezione sviluppatasi nel tempo, nella cultura occidentale, ha dato loro un’accezione di valore legata al rispetto dell’uomo e delle sue prerogative. In altre parole si può dire che oggi “etica” significa -in generale- comportamento rispettoso verso gli altri, se non addirittura virtuoso. L’etica è un sapere serio e strutturato, non una serie di norme vagule e sentimentaloidi, buone per ogni circostanza o bisogna soggettiva, quasi a sostenere che ogni desiderio può diventare un diritto (vedi il tema delle adozioni in generale). Se si vuol dare un senso a questo sapere è necessario condividere i suoi valori fondativi, ad esempio il rispetto per tutti gli esseri umani, gli animali, la natura, secondo un criterio razionale, basato sull’autocoscienza umana, capace di contemperare la vita stessa degli esseri umani con l’ambiente naturale.

Che poi il dibattito sull’agire libero dell’uomo sia integrato dal tema dell’influenza bio-genetica è importante (cf. A. Raine, L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Mondadori Università, 2016), non può giustificare la violazione sistematica di un’etica rispettosa dell’uomo da molta parte dell’agire politico odierno. Non posso ammettere che molti protagonisti della politica siano determinati a essere disonesti, disinformati, superficiali e poco operativi perché la loro amigdala o l’intero sistema limbico è poco o per nulla connesso con i lobi prefrontali, e quindi in qualche modo sono necessitati ad essere come sono.

Il vituperato Lombroso aveva certo qualche ragione, peraltro confermata da recenti scoperte neuro-scientifiche, per cui non è peregrino parlare di neuro-etica e di neuro-criminologia, quando si analizzano comportamenti devianti o addirittura criminali. Ma, per la politica si possono usare questi termini? A mio parere sì, perché i comportamenti in politica, al giorno d’oggi, visto che non si usa più scannare i rivali perdenti come ai tempi della Guerra civile della Repubblica Romana tra Caio Mario e Lucio Cornelio Silla (1° sec. a. C.), sono hobbesianamente improntati ancora al mors tua vita mea, perché homo homini lupus (est).

La morale è spesso offesa e vilipesa dalla politica agente, che non si perita di evitare scontri e maldicenze, ai suoi meri fini di successo mediante la sopraffazione dell’altrui. Se non escono più dalle toghe i coltelli dei congiurati, se Bruto, Cassio e Casca vestono in giacca e jeans Trussardi, ciò non significa che la metafora delle pugnalate non valga tutt’ora.

Basta sentire la terminologia della lotta politica attuale, molto peggiorata rispetto a venti/ trenta anni fa, quando durante la poco lodata Prima Repubblica mai si sarebbe sentito dare del coglione a Saragat da parte di Almirante. Oggi invece, auspice un sistema mediatico involgarito e tronfio si sentono i vaffanculo e le citazioni di organi sessuali a mo’ di complimento.

Viviamo una fase di profondo decadimento intellettuale, prima ancora che morale; mi auguro che le generazioni giovani, e qualche documentata speranza di ciò io vivo, riavviino un percorso virtuoso dove la politica e la morale stiano insieme, l’una a supporto dell’altra.

Buona domenica, caro lettore.

Gli arroganti

20160419_125439Il paesaggio pedemontano stamani, per stemperare l’argomento.

Prepotenza, protervia, arroganza (Bobbio, 2005). Un climax in salita di vizi fino al vizio disdicevole, che caratterizza molti rapporti umani, in varie circostanze e momenti, diffusissimo.

Chi sono i prepotenti, che progressivamente diventano protervi e infine arroganti? Sono forse persone talora di scarsa intelligenza, o con una particolare aggressività verso gli altri? Certamente sì, ma non solo: tra costoro si trovano anche persone furbamente intelligenti o intelligentemente furbe (S. Agostino), provviste di una sorta di cinismo naturale, che nulla ha a che vedere con la scuola filosofica classica omonima (cf. Diogene di Sinope). Tra questi vi sono anche i provocatori emotivamente labili,  ma molto ingombranti e rumorosi che, prima ancora di ascoltare le ragioni altrui, inveiscono cercando di creare un pathos negativo e inducendo una specie di timore nel contesto interlocutorio. Gli astanti, se non hanno interesse o voglia di contraddire l’arrogante, stanno zitti, senza né annuire né disapprovare, in una situazione limbica poco edificante, ma comoda. Teniamo conto che spesso i contesti collettivi (stadio, manifestazione, corteo, etc.) riducono la soglia critica dell”uomo, rendendolo più stupido (Le Bon). I poveri di spirito, non nel senso evangelico del termine, sono numerosi tra gli arroganti, e di questa categoria costituiscono un forte nerbo, ma sono in cattiva compagnia di quegli altri (cf. supra), lucidamente determinati a governare le situazioni.

Mi è capitato anche stamani, in una notevole azienda furlana, a maggioranza di manodopera femminile. Per contenere un’immotivata aggressione verbale, mentre spiegavo una misura contrattuale molto positiva per i lavoratori, ho dovuto fare ricorso alle riserve della mia pazienza, non senza fatica. Alzando la voce per sovrastarmi, una persona ha sostenuto che “tutte” sono contrarie al nuovo accordo. Richiesta di spiegarmi il “tutte”, la persona ha dovuto ammettere che le “tutte” erano “tutte quelle con cui aveva parlato, cioè quattro o cinque” su un “tutte” che significa quattrocento, più o meno. Ecco che allora, se non avessi chiesto di specificare che cosa significasse il pronome di quantità da lei utilizzato, mi sarei fatto trascinare in una polemica sterile, insensata e perdente sotto il profilo argomentativo.

In questi casi, se si mantiene la calma e si prova a “scavare” sull’attendibilità dell’affermazione, si riesce a smontare il senso discorsivo e l’enfasi dell’interlocutore. Ma non è facile, perché verrebbe da reagire con foga illuminando la stupida aggressività di un’evidenza inconfutabile.

Un altro modo arrogante di porsi è quello politico. tra gli esempi, ieri ne abbiamo avuto esempi a iosa, soprattutto da parte di coloro che avendo perso il referendum sulle trivellazioni, affermavano l’insostenibile, cioè di “aver vinto”, perché loro, poveretti, avrebbero “lottato a mani nude” (cf. Scotto di Sel). Che “duolo” che mi fanno. Arrogante è anche la pretesa di sconvolgere le leggi elementari della logica, come affermare anche quando si è perso, di aver vinto, ma in un certo senso. Vale a dire: l’arrogante non perde mai, non ha mai torto, non sbaglia, è lungimirante, chiede ammirazione per ogni sua scelta, non tollera critiche e tantomeno dissenso. Spesso questo comportamento si accompagna al ruolo di comando, di malintesa e malaugurata leadership come pura posizione gerarchica. Quanti arroganti nel mondo militare, nella gerarchia economica, perfino nel mondo ecclesiale! A volte gli arroganti si vestono da agnelli, indossando la clamide della falsa modestia, tanto fastidiosa quanto evidente. La cifra del loro agire comunicativo (Habermas) è una certa melliflua untuosità (cf. il Vespa televisivo), oppure una piacioneria complice alla Fazio (sempre tv).

Arroganti sono anche certi musicanti, sé putanti geni a scapito dei loro compagni di band. Ne ho conosciuti alcuni, eponimi quasi, o idealtipi dell’arrogante (Max Weber), del genio incompreso, dell’artista sedicente unico, o giù di lì. Persone che di solito parlano a voce alta, soprattutto per ascoltare se stessi e ammirarsi sempre, da subito, continuamente, in faccia al mondo.

E altri, altri ancora, numerosi come i sassi di un ghiaione alpino, e duri come quelli.

Infine, oltre ad essere fastidiosi, gli arroganti sono anche sfigati, e non lo sanno. Infatti, siccome loro sono “esseri superiori”, non si stupiscono mai di nulla, perché tutto è già da loro stessi pre-visto, pre-giudicato, pre-imparato, pre-conizzato, etc., …e dunque gli manca la pre-condizione per stupirsi, loro non si stupiscono mai, nulla li meraviglia, perché tutto è scontato o sottoposto alla loro “lungimiranza”; senza stupore, senza meraviglia, senza alcun senso creaturale, essi vivono privati della gioia del thaumasmós (Aristotele), che rende bambini i grandi e filosofi i  bambini.

Era Italia anche quella

L’INFINITO

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare. 

patriaCitare il conte Giacomo per parlare anche di Predappio e del mio viaggio verso l’Italia centrale per opere di misericordia spirituale e corporale, di carità intellettuale? Perché è Italia, mondo e spirito quella cantata dal Poeta, ed è altrettanto Italia quella che è stata governata per vent’anni da Benito, checché ne dicano gli antifascisti dell’ultim’ora, quelli che hanno fatto la Resistenza solo dopo il 28 aprile ’45. Perché l’infinito è parola del Sacro italiano, e di una Patria il cui nome di Patria oggi è negletto, sostituito quasi sempre dall’anodino termine “paese”.L’ultimo politico a nominare la “Patria”, che io ricordi, è stato il Presidente Ciampi. Forse perché il termine è stato blasfemizzato dal fascismo? E dunque non si può più usare perché memoria di periodi bui? Andiamo avanti, per favore! Ora e sempre “resistenza”, ma ai blocchi mentali.

Era quasi tutta l’Italia, lo si voglia o meno, quella del ventennio. Era Italia e anche con qualche qualità, se vogliamo studiare la storia senza essere anacronisticamente manichei. Tempo è passato, oltre settanta anni, ma il giudizio su quel periodo non si è ancora liberato, non si libra in una visione che, accanto alla severità di giudizio, comprenda anche una comprensione più ampia del suo senso, e del suo essere retaggio della nostra Nazione italiana e della sua storia.

Sono a Predappio, sulle colline forlivesi, e visito il cimitero dove è sepolto Benito Mussolini. La sorpresa è San Cassiano, romanico dell’anno 1000. La cripta ospita i sarcofagi di quasi tutta la famiglia, da Donna Rachele ai figli, Bruno, Vittorio, Romano, Anna Maria, il suo. Manca Edda Ciano, per ragioni tragiche. Non trovo nessuno e penso guardando i volti delle foto e i busti, e poi gli “ex voto” dei fedelissimi. Parlano di grandezza, di tradimento, di amor patrio, di storia che dirà la sua, infine. Storia d’Italia.

Vado anche alla Rocca delle Caminate nel silenzio sospeso dell’Appennino. Tornanti da ciclismo antico. Todi su in alto mi accompagna mentre traverso l’Umbria piena di colori verso l’antico borgo di Sangemini. Dormo nella residenza dei principi di Santacroce, ora albergo un poco demodè, e la sera ha colori turchese, tra palazzi di pietra bianca e vicoli silenziosi.

Il giorno dopo è di misericordia, visita carceraria. Lì il tempo sembra si sia fermato. Anche in quel luogo qualcosa dovrebbe muoversi nella testa di chi sembra aver accettato l’eternità umana della pena, là dove l’espiazione è senza fine, perché non si riesce a perdonare a  se stessi, e ad accettare l’imperfezione umana e dei regimi politici.

Nel frattempo apprendo le notizie del mondo, di terremoti, impeachment, referendum falliti perché stupidelli, vedo giovani colleghi cresciuti nel pensiero filosofico, Firenze, mi fermo a Bologna per un saluto amicale nella sera.

Dell’inadeguatezza

inadeguatezzaHo saputo che la regione Friuli Venezia Giulia ha nominato “garante per i detenuti” un signore che non mi sembra essere un giurista o un filosofo morale.

Non capisco se ciò è stato fatto per mettersi il cuore in pace, o per altre ragioni del politicamente corretto. Mi chiedo che tipo di competenze abbia quest’uomo per poter svolgere un compito come quello cui è stato nominato. Leggo che il “garante per i detenuti” deve avere precise caratteristiche e requisiti, …e, come si legge sul web:

Il Garante (o difensore civico o ombudsman) è un organo di garanzia che, in ambito penitenziario, ha funzioni di tutela delle persone private o limitate della libertà personale. Istituito per la prima volta in Svezia nel 1809 con il compito principale di sorvegliare l’applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali, nella seconda metà dell’Ottocento si è trasformato in un organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino contro ogni abuso. Oggi questa figura, con diverse denominazioni, funzioni e procedure di nomina, è presente in 23 paesi dell’Unione europea. In Italia non è ancora stata istituita la figura di un Garante nazionale per i diritti dei detenuti, ma esistono Garanti regionali, provinciali e comunali, le funzioni dei quali sono definite dai relativi atti istitutivi. I Garanti ricevono segnalazioni sul mancato rispetto della normativa penitenziaria, sui diritti dei detenuti eventualmente violati o parzialmente attuati e si rivolgono all’autorità competente per chiedere chiarimenti o spiegazioni, sollecitando gli adempimenti o le azioni necessarie. Il loro operato si differenzia pertanto nettamente, per natura e funzione, da quello degli organi di ispezione amministrativa interna e della stessa magistratura di sorveglianza. I Garanti possono effettuare colloqui con i detenuti e possono visitare gli istituti penitenziari senza autorizzazione, secondo quanto disposto dagli artt. 18 e 67 dell’ordinamento penitenziario tipo di no (novellati dalla legge n. 14/2009).”

Mi chiedo se il suddetto signore sia stato nominato perché ha avuto esperienza diretta del carcere e forse di qualche altra istituzione totale, o se per altre ragioni, magari perché vincitore di premi letterari o per altro che non conosco, forse equilibri tra politica e privato sociale, o in ragione di strane concezioni che perlopiù sfuggono alla logica argomentativa?

Non è un’eccezione, in questo tipo di nomine pubbliche, chi legge ricorda sicuramente altri esempi assai poco edificanti.

Nel privato è difficile, se non impossibile, di questi tempi, che ciò accada: per la precisione può ancora accadere in strutture economiche di tipo familiare, dove in qualche modo vige ancora, di fatto, qualche residuo di “familismo amorale”. Per esperienza e dati a me noti, particolarmente in auge nei settori a basso valore aggiunto e con presenza di fatturazione anche “a nero” come nel settore del legno-mobilio fino alla fine degli anni ’80. Poi, anche queste aziende si sono accorte che bisogna darsi una struttura e una cultura manageriale e, invece di metter mogli e figli a guida di aree e dipartimenti aziendali, gli hanno dato qualche prebenda a latere, perché non nuocessero al business aziendale. C’è anche un caso del genere  nel settore dell’industria calcistica, ai massimi livelli (in uno dei più gloriosi e amati club italiani), che lascio al gentil lettore indovinare quale sia.

Nel pubblico, invece, accade ancora.

Nel privato, dove mi trovo ad operare, io stesso, di famiglia umilissima, posso dire per meriti, senza che ciò suoni vanagloria, come ben sa chi mi conosce, mi sono trovato e mi trovo ad occupare posizioni di rilievo in termini di potere direttamente esercitato, ovvero in posizioni nelle quali la moral suasion conta come la gerarchia, e talora di più, nei confronti delle strutture azionarie.

Mi chiedo come il “pubblico” possa permettersi ancora di operare come se conoscenze, competenze, meriti e adeguatezza personale non siano il combinato disposto necessario per assumere decisioni circa nomine, incarichi, affidamenti di ruoli di particolare delicatezza come quello citato più sopra. Dai.

Questa impostazione è chiaramente precondizione per il fallimento o per peggiori conseguenze, quali mancata efficienza ed efficacia, debolezza istituzionale e altro ancora…

Da ultimo: in morte alicuius si loda chiunque. Parlo di Casaleggio. Ora che non c’è più leggo e ascolto sperticate lodi, non solo dai suoi, ma anche da avversari politici, tanto non può più dare fastidio. Mi pare, invece, se ci capisco qualcosa, che quest’uomo, purtroppo mancato troppo giovane, non fosse quel genio della lampada o guru che si vuol far credere, anche se, sotto il profilo qualitativo, può anche spiccare nella miseria intellettuale e culturale dei politici odierni. Faccio un esempio: come si fa a dire, come pareva sostenere lui, che non ci sono i leader, e che il leader è il popolo! Ma quando mai? Chi sostiene questo non ha una minima consapevolezza della realtà, non conosce un accidenti degli studi sulla leadership e sul carisma di Max Weber e di altri autori, né ha alba della curva di Gauss. Non tutti possono essere leader, e soprattutto se folla, massa, collettivo, perché addirittura è il contrario: e questa è sono una sana antropologia dell’ABC.

Altro è invece il discorso della pari dignità, della rappresentanza democratica dei cittadini, della separazione dei poteri, che sono fuori questione. Casaleggio sosteneva l’insostenibile, e dunque, a meno che la sua affermazione circa la leadership del popolo non fosse una metafora o uno specchietto per allodole e altri volatili, il suo era un pensiero ingenuo e lui un leader mediocre e inadeguato, come i più dell’attuale stagione politica.

Discorsi, espressione, linguaggio senza ossigeno… e con

ah ah ahNon so se è perché sono stanco, o perché sto invecchiando, ma sopporto sempre meno discorsi insulsi e ripetitivi e cifre espressive banali o stereotipate. Non ce la faccio più, devo fuggire, oppure, se non posso fuggire, considero il tempo che mi permetterà di evitare certe frequentazioni, consolandomi un poco. Tra un paio di anni, o poco più, sarò in pensione e così potrò selezionarle meglio. Continuerò a lavorare perché faccio cose belle e interessanti, ma a certe condizioni, e non a tutte.

Poniamo che sia stanco e che stia anche invecchiando, non sono pure ipotesi, sono una lettura realistica della mia situazione attuale. Però, mi dicono, invecchio molto lentamente e non cognitivamente. Speriamo ben.

Ma non sono solo stanco e in età: effettivamente molti discorsi che mi tocca di ascoltare sono banali, stancanti e ripetitivi: spesso monografie autoreferenziali e inutili. L’ultima a un convegno dove ero co-relatore con un insigne studioso di psicologia sociale, capace di dichiarare che il più grande male delle relazioni interpersonali contemporanee è l’autoreferenzialità, salvo poi parlare per un’ora quasi solo di se stesso, della propria carriera e famiglia.

Oppure, più spesso, in contesti più attigui, dove il tema gastro-culinario è l’unico, o quasi.

Poi, in ambiti lavorativi, dove chi prende la parola la usa spesso essenzialmente perché ha l’apparto fonatorio ben funzionante, non per molte altre ragioni.

Sento discorsi che non sono discorsi, ma un blaterare a vanvera, tanto perché si deve dire qualcosa, ascolto espressioni approssimative e sgradevoli all’udito, e linguaggi sciapi e bolsamente stantii.

Sento argomenti che non sono tali, ma solo un dare aria alla bocca, ascolto lemmi e costrutti espressivi perfettamente illogici e quindi inutili, e modalità linguistiche ripetitive e sciocche.

Pur selezionando la tv, a volte non riesco a evitare affermazioni completamente infondate, approssimative e non documentate, titoli gridati enfaticamente solo per sopraffare sia pure un mero barlume riflessivo negli astanti.

Nei dialoghi quotidiani, nonostante mi trovi in contesti molto seri e impegnativi, non è raro dover fare uno sforzo quasi di decrittazione delle intenzioni espressive. E, in tutti questi ambiti manca, vorrei dire, quasi l’ossigeno.

Meno male che ve ne sono altri, anche di fatica domenicale, come il seminario mestrino di stamani, in Phronesis, con colleghi giovani in formazione e men giovani. Lì il linguaggio, i discorsi e l’espressione sono stati ricchi, variegati, e rispettosi di ogni posizione: nessuno ha bastonato il pensatore realista perché tale (come me ), o quello analitico, o l’ermeneutico, o l’hegeliano, o il fenomenologo, o il neo-platonico, perché tutti abbiamo cercato la cifra del dialogo tra diversi, discutendo della crisi generale e di come il filosofo pratico possa dare una mano alle persone, per comprendere le cose, il loro senso e la fatica della verità. Per migliorare le vite, accettando la gioia come passaggio, e il dolore allo stesso modo.

Ecco allora che il discorso, l’espressione e il linguaggio diventano luogo dove l’ossigeno spirituale abbonda, e gli esseri umani possono intessere il dialogo fondamentale del riconoscimento reciproco, nella relazione rispettosa e piena di attenzione, dove l’ideologia e i discorsi pigramente confezionati, i pre-giudizi e le convenzioni opportunistiche non trovano spazio.

Grazie a Dio, e all’umiltà dello studio, della ricerca e dell’ascolto.

Vischiosi e untuosi babbei

la origine del babbeoOgni giorno si sparla. Le notizie sono egemonizzate dalla negatività. I titoli dei giornali e dei tg sono urlati e stereotipati. Volti contriti e impegnati nel dire le solite notizie, al 99% no buone. Sembra quasi se ne compiacciano. Non so se preferire le femmine o i maschi, e nel dubbio cestino le une e gli altri. Non si capisce bene dove sia il capo e dove la coda della notizia e la gerarchia. Stamani sento di un signore che aveva una casa popolare, ma gli è stata sottratta inopinatamente da una famiglia che ne era sprovvista, e ora lui deve ricorrere alle autorità  per avere riscontro. Passeranno, ben che vada, almeno tre mesi, per entrare a casa sua. Questo, però, non è un babbeo: babbei sono i funzionari che non gli danno retta e conto immediatamente.

Vespa presenta il figlio di Riina per “diritto di informazione”, come arrogantemente bofonchia, dando così spazio a una cultura mafiosa intrinseca al modo del palinsesto. Il giornalista abruzzese è un campione di sottintesi untuosi e di vischiosità espressive. Eterno babbeo. Mentre l’ingombrante presidenta di Rai si degna di spiegare l’inspiegabile, o meglio il grottescamente improvvido, inadeguato, opportunistico modo di fare tv dell’immarcescibile viscidamente vecchio democristiano, neppur parente di Aldo Moro, che è il Vespa.

Renzi non mi ispira simpatia, ma i suoi detrattori son peggio di lui, sia a destra sia a sinistra, impegnati tutti solo a denigrare, criticare, malfamare, indagare per mettere a male, e così via sportivamente spargere nequizie e quisquillachere, direbbe Totò, abilissimo nelle crasi neologistiche.

La ex ministra Guidi si fa guidare da un inguardabile “moroso”, grasso di faccia e di appetiti. Che pena. Babbei, in qualche modo, ambo.

Andando di frasca in palo e viceversa, troviamo babbei a ogni crocicchio, dal vivo e mediatico. Altri babbei: i commentatori sportivi, gli opinionisti, i supporter, i portaborse, i facenti-parte-di-cordate, cioè coloro che si chiamano con il lemma aggettivale del loro capo: berlusconiani, renziani, dalemiani, salviniani, bersaniani, meloniani, uh uh uh che ridere. Ma come si fa a stare a questo mondo dipendendo da un altro anche nel proprio lemma identificativo? Occorre proprio appartenere per essere? Che essenza miserrima, chioserebbero Aristotele e il buon Tommaso dei conti d’Aquino! E, restando in metafisica classica, che tipo di ente si è, se si dipende in toto da un altro ente? Certamente non un ente sostanziale, ma un mero accidente, come la bianchezza di un muro dipinto di bianco. Non solido muro, ma tinta. Questi babbei altro non sono che enti accidentali.

Conversando amabilmente, il buon amico Francesco mi ha rivelato un dato a me sconosciuto: pare vi siano persone che, per mantenere l’allure di uno status socialmente elevato, o quantomeno rispettabile per la loro scala valoriale, morsi dalla crisi, non osino ammettere di non potersi più permettere le ferie e, per simularle, si chiudono in casa per l’intero periodo feriale comunicato ufficialmente in società, salvo poi venir sgamati dal postino o da chi raccoglie i rifiuti differenziati… Sogno o son desto? Questi sono un’altra specie di babbei che hanno bisogno, per esistere, di essere considerati dagli altri come persone di valore, meritevoli di rispetto, perché… “vanno in ferie”.

Altri furbi babbei sono quelli che partecipano a reality e isole dei famosi, mettendosi alla berlina di altri come loro, da soli. Costoro, inevitabilmente appartengono alla classificazione socio-cognitiva legata alla curva gaussiana, occupandone la parte sinistra.

E anche altro che mi verrà in mente proxime

Al di là del tempo

Delphine SeyrigVi sono momenti in cui si percepisce l’eternità, specialmente se si sta in ascolto delle cose, nel fondo dell’anima. Ed è una dimensione essenzialmente metafisica, come in certi quadri di Magritte o di De Chirico

Possono essere anche canzoni, o un film visto di primo mattino. E’ capitato stamani, che mi son messo a guardare, ripacificato con me stesso e con il mondo dalla dies dominica. Davano un classico del ’61, premiato a Venezia, con un Albertazzi forse trentenne, e Delphine Seyrig, algida e fulgente di distanza, una Audrey Hepburn all’ennesima potenza simbolica, persi in un grande parco e una residenza barocca, un albergo a Marienbad, nei loro sogni o supposti tali, film lentissimo e sfuggente, come una serie di istantanee infinita, in bianco e nero, di Alain Resnais. Ecco, il loro fluire nel racconto era senza tempo, immemore di un passato che ebbe o non ebbe realtà, o forse solo nei loro (o di lui/ lei) sogni; un essere/ non essere metafisico, e quindi escludente, parmenideo, oppure solo logico, e pertanto possibile: infatti se in metafisica non si dà il nulla, o il ni-ente (il non-ente e quindi non-essente), in logica il nulla si dà, come insegna Hegel, perché il reale è razionale e viceversa, e quindi l’essere è il nulla quando è negazione di sé-come-altro (e Sartre scrisse nel 1943 L’essere e il nulla). L’anno scorso a Marienbad. Se per Aristotele e Tommaso d’Aquino, Giorgio Albertazzi e la Seyrig si sono effettivamente incontrati l’anno precedente a Marienbad, in assoluto, e non solo per loro, è vero, ma solo in questo caso, mentre per Hegel è più importante e decisivo che possano averlo anche solo pensato. Infatti, in un certo senso il pensiero, l’immaginazione i sogni stessi sono realissimi, e quindi razionali, anche se talora non corrispondono alla realtà effettuale. Se accettiamo i due punti di vista filosofici, hanno ragione, sia Aristotele e Tommaso, sia Hegel. Il film di Resnais è più hegeliano che aristotelico-tomista, con un pizzico di Nietzsche, quando si pone il tema del ritorno… sui propri passi, del deja vu, della circolarità eterna del tempo.

Ieri, poi, nell’indugio impostomi dalla convalescenza biomeccanica di un arto, canzoni gucciniane, dove il vecchio professore di italiano più si rende consentaneo al mio sentire: ballate della sua arte mentr’era a metà circa del cammino: Amerigo e Cyrano. Almeno due passaggi…, di Amerigo gli ultimi quattro versi

“(…) Quand’io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio/ sprezzante con i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo/ e non capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio/ finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo.”

…mentre di Cyrano, quasi il finale

“(…) Venite gente vuota, facciamola finita,/ voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;/ se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito,/ guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito/ e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,/ che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,/ le verità cercate per terra, da maiali,/ tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;/ tornate a casa nani, levatevi davanti,/ per la mia rabbia enorme mi servono giganti./ Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco/ e al fin della licenza io non perdono e tocco,/ (…) 

Perché un film e due canzoni, in queste giornate di prima primavera?

Perché sono com-possibili, plurisenso, polisemie spirituali, metafore potenti del mio stare qui, in questo momento eterno, al mondo. Se del film riconosco la condivisione dell’eterno, nelle canzoni mi vien bene la rabbia costruente, la volontà di muovere gli enti immobili, la possibilità di creare destini nel tempo e nello spazio, che sono la stessa cosa.

Chi è Amerigo se non il nonno di mio padre, morto a trentotto anni dopo aver fatto stagioni in Baviera, portandosi dietro in fornace quattordicenni implumi, chi è se non mio padre stesso, scassatosi la vita sotto l’acqua nelle cave di pietra dell’Assia? Chi è Cyrano se non loro e millanta come loro e come me, almeno nello spirito, ché non ho dovuto seguirne le tracce alla lettera?

Quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio, finché non verrà il tempo… per rincontrarlo. E…

tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali, cari contemporanei che non credete a nulla, neanche di potere essere un poco co-autori del vostro stesso destino.

Al di là del tempo, e nonostante il tempo, credo che Amerigo, Cyrano, Fabio, Antonio, Pietro, Dante, Cesare e chi altri… e nomi di donna a partire da quello di chi mi ha messo al mondo, siano in attesa di rincontrarmi. E io pure, al di là del tempo e nonostante…

Il Mysterium mirum, sanctum, portentosum, tremendum et fascinans, cioè il “sacro”, c’entra con il… terrorismo islamista attuale?

—iottoru001p1

Sotto questo titolo, proporrei un’ipotesi di lettura della fenomenologia del Sacro, nel senso del “come il Sacro apparee si configura, in particolare nelle riflessioni e ricerche di Rudolf Otto, per cercare di scoprire se vi siano afferenze con un fenomeno che apparentemente sembra ai suoi antipodi, o comunque assolutamente estraneo, come il terrorismo attuale di matrice “islamista”.

—Mi riferirò al volume di R. Otto Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino, e la sua relazione al razionale, [Das Heilige. Über das Irrazionale in der Idee des Gottlichen und sein Verhaltnis zum Razionalem, Breslau 1917, II ed. rivista dall’autore nel 1936], trad. it. di Ernesto Bonaiuti, ed. Zanichelli, Bologna 1926, Feltrinelli, Milano 1966 e 1984. —Per concentrare l’attenzione sulla fenomenologia, saranno presi in considerazione, in particolare i capp. I – VII e XX.

—Innanzitutto, entrando nel merito, si tratta di chiarire brevemente l’etimologia e i campi semantici del termine “Sacro”, soprattutto delle aree linguistiche greco-latine e italiana. Lo ι̉ερός [forte, potente, vigoroso, sacro] e il sacer; l’α̉γιος e il sanctum, il sacro e il santo [come sancito, separato, etc.], il sacro e l’esecrando, il sacro e il pro-fano, ciò che sta di fronte al fanum, al tempio, Das Heilige, etc..

—Il sacro è aggettivo e sostantivo nel contempo, è una amplissima polisemia.

—Il senso comune della realtà prevede/contempla l’esperienza del sacro, che è, contrariamente all’opacità delle esperienze quotidiane, un’esperienza assoluta di realtà. R. Otto indaga l’essenza autonoma del fatto religioso sia sulla base dell’osservazione della coscienza religiosa individuale, sia circa l’imporsi oggettivo e irresistibile del suo manifestarsi come Esperienza assoluta dell’Essere.

—Per lui il manifestarsi del sacro è un “ritorno alle cose stesse” nella loro datità originaria, secondo i principi fenomenologici espressi da Husserl, cui il nostro faceva in parte riferimento. —Per Otto la religione comincia con se stessa, cosicché bisogna indagare su ciò che ne costituisce l’intima essenza, cioè la Categoria del Sacro.

—Senza il Sacro, dunque, non vi sarebbe religione: sacro e re-ligione, entrambi, infatti, hanno qualche attinenza semantica con la nozione di Separazione. Sacro come “recinto” che sta-di-fronte-al-tempio; religioso come un qualcosa che lega [Agostino] o che re-lega, separando.

—Religione, inoltre, è termine ampiamente polisemico. [Cf. dimensioni ed elementi teologico-metafisico-razionali ivi presenti, ed elementi e dimensioni a-razionali, ineffabili, incomprensibili, altrettanto presenti, anche se non spesso contemporaneamente, sempre per rapporto alla coscienza individuale].

—Ciò è chiamato da Otto Numinosum, il quale è extra-razionale ed extra-etico, e suscita un Sentimento creaturale, di dipendenza, un senso di debolezza di fronte ad una realtà indicibile e superiore: cf. Gn 18, 27 dove Abramo dice a JHWH: “[…] mi sono fatto forza di parlare con te, io, che sono terra e cenere”.

—Il Numinosum per Otto è composto da suoi peculiari momenti e dimensioni, come vedremo. Otto, comunque, completa la definizione così: il sacro è Mysterium tremendum et fascinans. —Vi è innanzitutto un rapporto fra Mysterium e Tremendum: senza il Tremendum il Mysterium è solo Mirum, non ancora Admirandum,

—Mysterium [cfr. etimologia dal verbo greco μύω, ειν,nascondo, nascondere, e del sanscrito muš,nascosto, occulto, segreto], perché genera meraviglia, stupore, incertezza, sbigottimento, … (Cf. Agostino, Confessiones, XI, 9, 1 “Quid est illud, quod interlucet mihi et percutit cor meum sine lesione! Et inhorresco, et inardesco. Inhorresco in quantum dissimilis ei sum. Inardesco, in quantum similis ei sum”), —spavento a causa di ciò che è Mirum, cioè completamente ALTRO [das Ganz anderes], ciò che stupisce, che desta meraviglia, che fa restare senza parole, che sconcerta, che è stupefacente. Ancora: è il greco θάτερον, l’hindu anyad, il latino alienum, o aliud valde. È tipico della mistica e delle teologie “negative” o apofatiche nelle quali il numinoso non si può dire con un discorso descrittivo-concettuale (sufismo, mistica renana del XIV secolo, buddismo, etc.).

—Vi è poi il Tremendum, che fa tremare, [ma non è la paura naturale], che genera timore reverenziale, e può partire dal demoniaco, ma anche dalle potenze della natura [ad es. cratofanie litiche], o da un mix fantastico-letterario [il gorgo del Maelstrœm in E.A. Poe, le saghe mitologiche di H.P. Lovecraft, J.R.R. Tolkien, etc.], e infine portare ad un senso di estrema debolezza soggettiva di fronte al Sacro, che è tremendum, che si manifesta… (Cf. nel Dies irae, IX – XIII sec. vari e Tommaso da Celano, il “Rex tremendae majestatis ), e come Maiestas, energia super-umana. Il Tremendum si trova nella Bibbia come emat Jahwè, cioè “terrore di Dio”, nel δείμα πανικόν, “la paura del divino” e nell’ ο̉ργή Θεού, cioè l’”ira del dio” dei greci. Provoca la sensazione dell’annichilimento e della debolezza di fronte al mistero assoluto…

e il Fascinans, affascinante, ma che attira spaventando, o spaventa attirando, intrecciandosi con il tremendum, e può portare anche all’estasi/beatitudine [sia nelle concezioni mistico-religiose occidentali sia in quelle orientali]. Un altro aspetto riferito alla dimensione del fascinans è la sua funzione apotropaica [α̉ποτρέπειν], cioè dell’ammansimento del divino. (Cf. Ibidem, pp. 46 – 47: Inno di Bernard di Cluny, Dante, Canto XXXIII Paradiso, Divina Commedia, G. Leopardi, I canti, idillio “L’infinito”, 1819, etc..; il nihil dei mistici cristiani medievali, il sūniam, cioè “il vuoto”, e il sūniata, cioè “la vacuità” dei mistici buddisti. Cfr. R. Otto, Il Sacro, cit., pp. 40 – 41: gli Inni del Numinoso).

—Vi è, infine, il Portentosum, cioè ciò che è superiore per potenza inimmaginabile.

—Otto introduce poi anche la categoria del Sanctum, che si oppone al contaminato, e concerne essenzialmente il divino cristiano.

—Le espressioni di questo SACRO-SANTO sono: il culto, la preghiera comunitaria, la celebrazione del rito, ma anche il terrificante, il sublime, il misterioso, le espressioni artistiche, specialmente musicali, etc..

—Per Otto l’esperienza del sacro si manifesta alla coscienza, anch’esso termine plurivoco e polisemico, cui vanno attribuiti vari significati: a) quello comune come consapevolezza di sé, autocoscienza, etc., b) quello filosofico ed etico come un conoscersi e un giudicarsi, e più estesamente come “centro etico” della persona.

—Ma nell’autore tedesco la nozione resta non chiarita fino in fondo, poiché egli propone una specie di “schema del religioso” che inquadra l’incontro fra ragione e irrazionalità, senza approfondire molto oltre. —A Otto va riconosciuto, comunque, il grande merito di avere approfondito la complessità e l’interdisciplinarietà della categoria del Sacro.

—Ora, se abbiamo esplorato il concetto di “sacro”, prima di procedere oltre, occorre definire in estrema sintesi termini di …

– “religioso”, inteso come appartenente a un sistema storicamente dato di dottrina religiosa e,

-“teologale”, come concetto di riferimento a una fede individuale in una credenza religiosa.

Si può dire dunque che i tre termini, senz’altro contigui, non possono in alcun modo essere utilizzati come sinonimi, ma come termini correlati anche in relazione a quanto scriverò.

Perché questa lunga digressione sul Sacro? Vorrei introdurre un’ipotesi di lettura del terrorismo nihilista attuale anche utilizzando la categoria del “sacro”, altrimenti rischio di perdere, almeno in parte, il bandolo della comprensione possibile del fenomeno, che va certamente analizzato sotto i vari profili sociologico, politologico, economico, culturale e religioso, ma a mio parere anche sotto questo specifico profilo filosofico-teologico.

Chi sono questi ragazzi, che noi giudichiamo folli o dis-perati? Cioè senza speranza? Senza senso? Insensati? No, troppo facile (caro papa Francesco), queste azioni hanno un senso, anche se abominevoli: hanno il senso di rispondere a una frustrazione “mortale”, a un retroterra povero o addirittura inesistente, a stati d’animo di vendetta per una precomprensione del rapporto tra islam e resto-del-mondo definita come rapporto tra “fedeli” e “infedeli” da convertire, con le buone o con le cattive. Che poi questi assassini siano reclutati tra marginali e delinquenti cambia poco o nulla. Anche Vallanzasca, nella sua “follia omicida”, cercava di smarcarsi dalla quotidiana normalità, con la rapina e l’omicidio. Diventava “qualcuno” uccidendo e rapinando. Anche Provenzano, mentre ordinava omicidi, pregava Padre Pio da Pietrelcina. Gli “inchini” dei Santi nelle processioni meridionali altro non sono che un aggancio del “sacro” alla cultura mafiosa, al familismo amorale eretto a sistema. Infatti, queste “famiglie” di assassini assomigliano in maniera impressionante alle ‘ndrine calabresi e alle famiglie di Scampia che inveiscono contro la Polizia quando questa opera arresti dei loro cari, come a Moelenbek, più o meno.

Il “sacro” è lo spazio “recintato” della bellezza che stupisce, della manifestazione assoluta dell’essere, e perfino dell’abominio crudelissimo e sanguinoso, quando collegato a una dimensione religiosa e di fede connotata dalla paura, dal risentimento e dalla vendetta.

Questo è stupefacente, ma non peregrino, caro lettore!

« Older posts

© 2016 Renato Pilutti

Theme by Anders NorenUp ↑