Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Radicalità e radicalismo, irrazionalità e follia

manifiLa confusione lessicale in corso, come spesso sottolineo qui, rischia di fare molti danni. Due esempi: a) lo scivolamento semantico del concetto di “radicalità” sempre più verso “radicalismo” inteso come estremismo; b) altrettanto per quanto concerne il termine “irrazionalità”, oramai utilizzato quasi come sinonimo di follia o pazzia.

In realtà il termine “radicale” afferisce a “radice”, cioè origine originante, tant’è che si usa in matematica, e pure in logica filosofica e gnoseologia. Riflessione radicale significa riflessione sui principi primi della logica e della critica della conoscenza: se dico “io sono io e non posso essere non-io”, effettuo una riflessione radicale citando il principio di identità e di non-contraddizione, di matrice aristotelica. La filosofia della relazione contemporanea di un Buber o di un Lévinas potrebbe contestare questo asserto sostenendo che il mio “io” si configura solo nella relazione con un “tu”, che è un altro “io”, o che il mio “volto” si riconosce solo se si confronta con il “volto” di un altro, ma non importa, il principio di non-contraddizione resta valido.

Aggiungo: in storia delle dottrine politiche incontriamo il “radicalismo”, come “ala sinistra” del liberalismo in Francia e in Italia già a fine ‘800, e poi nel secondo dopoguerra del ‘900 in Italia, con Ernesto Rossi, Mario Pannunzio e soprattutto Marco Pannella, le cui idee e opere sono a tutti note, anche per il loro profetismo laico… e cristianissimo. Che oggi il “radicalismo” si riferisca prevalentemente a ogni forma di “radicalizzazione”, specie quella islamista e terroristica, è un fatto, ma è anche un impoverimento espressivo-lessicale, di cui essere consapevoli.

Per quanto riguarda il concetto di irrazionalità, anche qui stiamo assistendo a una sorta di deviazione nell’accezione corrente: se l’irrazionale, in filosofia (cf. Schopenhauer e Nietzsche, tra altri) come nelle varie letterature, afferisce essenzialmente al recupero della dimensione istintiva, “poetica”, intuitiva e induttiva, che permette una conoscenza del “reale” dal particolare all’universale, mediante un accesso alla dimensione creativa e fantastica, proprio per questo non significa “follia” o “pazzia”. Movimenti come il dadaismo, il surrealismo e il futurismo sono ormai del classici dell’irrazionalismo artistico e culturale, senza che ciò significhi alcunché di folle.

Ecco allora che dobbiamo sempre effettuare una riflessione radicale sui termini che usiamo, senza pedanteria, ma con il necessario rigore.

Tempi nuovi, curiosi, terribili e idioti

gnespaOgni giorno che viene sembra che porti un tempo nuovo, curioso, terribile e idiota. Non termina la eco di Dacca, che Nizza orrorifica, che Monaco stupisce nella tristezza di altre morti, e mentre scrivi eccone altri, bombardamenti di ospedali in Siria, colpi di machete in Germania, “femminicidi” ovunque, mentre la Boldrini premia chi adotta cani e gatti adulti.

Se la crescita industriale, mese su mese è dello 0,1 % invece che dello 0,2, i giornalisti strepitando ululano “crollo della produzione industriale”. Per me il sostantivo “crollo” significa “crollo”, cioè devastante catastrofe, stravolgimento delle strutture, come da etimologia greca di catastrofe, avete presente una casa che crolla?, non lo sbrecciarsi di un pezzo dell’intonaco, ma loro non lo sanno anche se sono quasi tutti laureati: infatti, lavorano per i “midia”, no?

E’ come se i “midia”, non si sa bene perché, godano nella sottolineatura delle negatività, e così facendo le promuovono, come insegna ogni psichiatra che si rispetti: l’effetto emulazione dell’azione mala è fortissima nei confronti dell’80% di idioti che si aggira per l’orbe terracqueo.

Le parole sono messe lì a caso, per schemi, per aliquote di banalità e di ripetitiva ovvietà.

Non so che fare, se non scrivere qui e parlare dove ho la parola, grazie a Dio in non poche occasioni, per smascherare la terribile minaccia dell’ignoranza colpevole, della cognizione approssimativa e pigra, del parlarsi addosso solo perché si ha l’apparato fonatorio.

I tempi che viviamo non sono più stupidi dei precedenti, ma subiscono l’effetto moltiplicatore dei “midia”, a partire dalla stronzissima pronunzia all’inglese di un termine latino, perché l’idiotaggine è nei dettagli linguistici, nelle espressioni trite e abusate, nell’assenza di approfondimento e di sguardo più alto e profondo. Come ci mancano persone come Alexander Langer, di questi tempi, o come Aldo Moro o Adriano Olivetti. Come ci mancano.

Mi manca anche Paolo VI, con i suoi dubbi e le sue ritrosie, le sue ansie e la sua bellissima prosa: caro lettore, leggi le sue meditazioni sulla morte, sono consolanti, le si trova sul web.

Mi manca il silenzio che fino a qualche anno fa era possibile cercare e trovare negli interstizi delle giornate, quando c’era un solo tg in bianco e nero e le notizie erano lette da signorine e signori alfabetizzati di un buon italiano. E le musiche degli annunzi e delle sigle non erano campionate, ansiogene, assillanti, erano quasi motivi di sinfonie. Me lo chiedo ancora: è perché sto invecchiando? o perché l’insopportabilità di questa situazione sta superando ogni decente limite?

Quando la Vodafone sarà incriminata per i suoi spot offensivi della decenza e dell’intelligenza?

I mio è un brontolare sterile, o una denunzia fondata? Quando smetteremo di lamentarci, anche del molto che abbiamo? Quando sentirò un pubblico dipendente ammettere di essere un privilegiato rispetto ad altri lavoratori? Quando?

E mi dispiace non citare Primo Levi anteponendo al “Quando” il suo “Se non ora”, perché non la vedo bene.

La vita plurale, tra singolarità e altruità

plurale_singolareAnche se  si vive individualmente, singolarmente, la vita di ciascuno, irriducibilmente se stesso, è pur tuttavia plurale, perché in-relazione. In relazione con altri soggetti umani,  con gli ambienti e le cose.

Si è dentro il cosmo, dentro la natura, dentro la propria vita (si è la propria vita e la propria anima), si è in re-lazione con il tutto, anche se non mai totalmente.

Ciò che pensiamo e facciamo è sempre plurale nella singolarità del pensiero e dell’atto, e nel contempo sempre singolare nei suoi effetti necessariamente plurali (plurimi).

Non possiamo mai prescindere dall’altro da noi, dagli altri, con i quali con-dividiamo/ con-viviamo pezzi della nostra esistenza, che scorre accanto, in parte, dentro le esistenze altrui, per rapporti, contiguità, necessità, volontà soggettive ed esigenze oggettive. Incontriamo persone e ci scontriamo, litighiamo e ci rappacifichiamo, continuamente.

A volte facciamo finta di non capire, a volte non capiamo proprio, a volte non siamo capiti, e nemmeno compresi, anche senza essere capiti. Non sempre si capisce tutto ciò che si comprende.

A volte abbiamo bisogno di compagnia e a volte di silenzio e solitarietà. Io di più della media delle persone , penso, sia per carattere, sia perché talora sono invaso dall’altruità, a volte confusa con l’altruismo. Quest’ultimo, a volte, è una forma subdola di egoismo, e a volte anche di egocentrismo, se non di egolatria. Vi sono persone che vogliono “aiutarvi a tutti i costi”, anche a quello di seccarvi: l’importante è aiutarvi, sia quel che sia.

Certamente, a volte abbiamo bisogno di aiuto: l’anno scorso, quando ero paralitico per un’artroscopia mal fatta, ho avuto bisogno di molte persone, anche di essere accompagnato al lavoro in auto da un gentilissimo parente. Ho chiesto e mi è stato risposto, ho bussato e mi è stato aperto. Ho ringraziato e son grato per sempre a chi mi ha aiutato quando ho alzato il braccio con una piccola bandiera bianca per chiedere aiuto.

Non è facile trovare un equilibrio nella pluralità della vita, tra gli spazi che uniscono le persone e gli spazi che, invece, le distinguono, ancora prima di dividerle.

Sono convinto che in questa fase faticosamente ominizzante il conflitto inter-umano e le guerre siano inevitabili, come, tra i più, ha riconosciuto onestamente il capo del governo francese, Manuel Valls. Si tratta di non sprecare tempo ed energie in prediche scontate, altarini di fiori e di candele, ma di sviluppare la consapevolezza dell’inevitabilità del conflitto, e lavorare sulla crescita generale della conoscenza, della logica argomentante, dell’onestà dello scambio, di un’etica elementare, basilare, che si possa condividere anche con chi è profondamente diverso da noi.

E, se del caso (ed è il caso) difendendoci anche con una forza intelligente.

Sempre più sensibile, nervoso, insofferente…

Marco Aureliomio caro lettor,

sto diventando, invecchiando. Sensibile alle cose, al paesaggio, alla bellezza, ai fatti e ai misfatti. Vedo più profondo, partecipo delle cose come mai prima d’ora, contemplando dettagli, scaglie di senso, spicchi di verità, forse mai colti, prima. Ma pagando un prezzo di sofferenza maggiore di prima, quando le cose mi scivolavano via più velocemente.

Nervoso, perché mi parte per un nonnulla l’embolo e sbotto, scatto, impreco, non sopporto, mi rivolto contro chi mi dice stupidaggini, scontatezze e noia. Non ce la faccio più a sopportare per pazienza, l’ho persa, non ho più tempo, non ho più voglia. Il mio tempo è come il diamante grezzo, incalcolabile valore perché dentro la mia unica vita. Nessuno può permettersi di toglierti il diamante del tempo. Disponibile sempre ad aiutare chi mi sta vicino, ma non ad ascoltare tutto, a rispondere a tutto, anche alla pigra banalità del proferire verba, purchessiano. No, no, no.

Insofferente alle stupidaggini, alle frasi fatte, ai discorsi che cominciano con un “dicono…”, dicono cosa, cazzo, chi, su cosa, con che competenza, con che esperienza, chi parla? un sociologo di società? un medico di medicina? un filosofo di etica? un avvocato di diritto? un ingegnere della progettazione di un ponte? un giudice di processi? un politico di una norma legislativa? un biologo di un virus o di un batterio? un astronauta del cosmo vicino? un mistico di Dio? (non dico un teologo, per l’amor di Dio), un archeologo di un reperto straordinario? un linguista di un idioma remotissimo?  No un giornalista in tv, un conduttore di talk show, un vicino di casa, Tite da la Tete, il cognato del cugino  della suocera di mio zio, il parroco di un tempo, la sorella del droghiere dietro l’angolo, siore Nene oppure sior Pumpilio, il dentista di mio nonno, ma parlando di politica, e così via.

Non sopporto gli stereotipi, le banalizzazioni, i modi di dire perché-si- è-sempre-detto-così. Non ce la faccio più, ho esaurito il bonus per le futilità e le ovvietà su cui è bene stendere un velo di silenzio pietoso.

Lasciatemi stare in compagnia di Marco Aurelio (lo dico a quelli di cui sopra, non al mio gentilissimo lettore o lettrice).

La coscienza è un lusso?

magritteSembra veramente lo sia stata e lo sia ancora un lusso, avere una coscienza e ascoltarla, per modo di dire, in molti frangenti in questa storia umana piena di sangue, di imbrogli e truffe, piena di superficialità, ignoranza colpevole, manipolazioni intellettuali e ottusa noia, non ultimo fomite di delitti, anche se spesso sottovalutato.

E pensare che la coscienza dovrebbe essere Lex aeterna in rationali creatura, cioè la capacità di “sentire” dentro che un’azione è buona o mala, che un detto è onesto o falso, che un apprezzamento è giusto o ingiusto, e così andando.

La coscienza è una voce interiore che, se non è zittita dalla crudeltà e dal cinismo, indirizza e giudica le azioni umane libere, per quanto possibile.

Il Codice del re Caldeo Hammurapi risale al 19° secolo a. C. e il Decalogo biblico (Esodo e Deuteronomio) e il codice Levitico al 7°/10°: già in questi due testi legislativi riflettono un’etica umana rispettosa di certi limiti. La coscienza aveva cominciato a funzionare a livello normativo e socio-politico.

E’ chiaro che la “misura della coscienza” va contestualizzata e storicizzata, perché la nozione del valore da attribuire alle cose, agli atti e alla vita umana è cambiato nel tempo, in modo diacronico rispetto ai vari luoghi abitati del pianeta. In ogni caso una carrellata non sistematica su fatti orribili accaduti nel tempo è utile.

Torno molto indietro solo con due esempi: la strage di Tessalonica voluta dall’imperatore Teodosio nel 390, convocatore cristianissimo del Primo Concilio di Costantinopoli e la strage di ebrei e musulmani perpetrata da Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa il 15 luglio del 1099 a Gerusalemme. Poi si possono ricordare, tra le altre, le stragi degli Albigesi nel 1209 a Beziers (“Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, la frase di un capo crociato, l’Amaury, a un soldato dubbioso), la notte di San Bartolomeo tra il 23 e il 24 agosto 1572 in cui vennero sterminati migliaia di Ugonotti (protestanti); i roghi di Bruno e Serveto; il genocidio degli Armeni perpetrato dai Turchi nel 1915; la morte per fame di milioni di contadini e i fucilati per paranoia del capo, sotto Stalin; la Shoah voluta da Hitler, Himmler e Heydrich; il bombardamento tedesco di Coventry; quello alleato di Dresda e del quartiere di San Lorenzo a Roma, fino ai due supremi atti di terrorismo di ogni tempo, il volo dell’Enola Gay autorizzato dal presidente Truman su Hiroshima e poi dell’altro B29 su Nagasaki.

Dov’è la coscienza di Gheddafi che ordina Lokerbie e quella di Sarkozy che vuole Gheddafi morto e scatena l’inferno; dov’è la coscienza di Saddam Hussein che gasa i Curdi e quella di Bush “il demente” e Blair “l’idiota” che scatena un altro inferno. E quella di Bin Laden?

Dov’è la coscienza di Parolisi che ammazza a coltellate la moglie per? non si sa… e quella dell’ometto bergamasco che uccide una bimba per eiacularle sopra; dov’è la coscienza di Stasi che ammazza la fidanzata, e quella di Donato Bilancia che uccide diciassette donne; dov’è la coscienza di Leonarda Cianciulli che saponifica il prossimo; dov’è la coscienza di Chikatylo, e quella di Ted Bundy, o quella di Jeffrey Dahmer? E quella dei “soldati di Allah” che ammazzano a Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles e Nizza. Soldati di chi? Quanta ignoranza, fanatismo, arretratezza… si tratta forse della diacronia nell’ominizzazione. Recuperiamo, via!, non solo il dato sociologico, ma anche Lombroso.

Ora sento dire che l’assassino “islamista” di Nizza era depresso perché la moglie lo stava mollando, ma dài, il depresso si suicida, non ammazza, beati giornalisti e buonisti del c.zo! Paranoico, forse (cf. Manuale Medico Diagnostico IV).

Come facciamo a chiamare “danni collaterali” i bambini, donne, vecchi uccisi dai bombardieri americani, francesi o russi, solo perché erano nei dintorni un capo jihadista? E quella di Erdogan, democratico dittatore?

Dov’è la coscienza di Totò Riina e quella del giudice che condannava Enzo Tortora? Dov’è? L’ha mangiata il gatto?

E l’elenco potrebbe continuare sine die, anche se il buon Pinker ci spiega che la violenza è in declino. Speriamo, ma il declino sarà lento e molto lungo.

La baita degli angeli

  IL PEZZO SOTTOSTANTE SCRITTO PRIMA DI SAPERE DI NIZZA. ERO INCERTO SE PUBBLICARLO, MA TROVO GIUSTO CONTINUARE. LA VITA VINCE.

 

ALBERTOL’osteria di Polizza è nascosta dalla casa di pietra, mentre Alberto mi parla della sua lunga vita. La signora mi ha portato un bicchiere di rosso e biscotti con le mandorle, che intingo nel vino con gesto antico. Poi arriva un altro avventore che si siede con noi.

Ho incontrato Alberto nel cimitero di Gorenji Tarbji (Tribil Superiore), di ritorno da Duge, dalla Casa delle Rondini, uno sguardo e una parola “Tu non sei di qui”, “No, sono qui per il silenzio, vengo dalle pianure”. “Ti racconto, allora”.

Le parole dell’emigrante, segaligno minatore nei momenti della sera che viene. Siamo lì a camminare tra le lapidi, nomi sloveni e ricordi della truce guerra partigiana, perfino una lapide comune a ricordare i morti ammazzati. Dice Alberto: “Non si sapeva bene chi voleva che cosa, e prendevano le vacche dei contadini e i maiali e le galline su a Plataz e a Garmak, oppure a Hostne, e poi sparivano, ogni tanto si sapeva che uno era morto”. Alberto racconta. E anche della sua foto giovanissima, “avevo venti anni e tre giorni”, messa nella tomba di famiglia, “baita degli angeli”, la chiama lui, che sembra di un ragazzo morto di grisoù in miniera, e invece è rimasto sotto con altri tredici operai per trentadue ore, al buio. Era come morto e ha messo la foto, come se fosse morto. Qualcuno ogni tanto che passa di lì gli chiede “Ma chi è quel povero bel ragazzo morto?” e lui risponde, lui che è del ’35 e ha visto i partigiani, “Sono io” lasciando incredulo l’interlocutore, che scuote la testa e se ne va.

La sera tarda a venire a metà luglio nelle Valli favolose, e le parole scorrono, in pace. Poi mi ritiro a Casa Martina e chiudo fuori tutto il mondo. E scrivo e scrivo nella lenta sera che viene, ma lentamente passando tra i boschi e le cime arrotondate dei monti. Immagino la piramide del Monte Hum, salito un mese fa, oltre Tribil, verso il confine.

Prima di incontrare Alberto ero stato a Duge e volevo andare a Oblica, ma poi ho preferito tornare verso il cimitero dove l’ho incontrato, trovato, quasi mi aspettasse. In verità, secondo la mia convinzione sui nessi causali, “mi aspettava”, non so perché e in ragione di cosa, ma così è. Era stabilito ab aeterno dall’essere logico che governa il Tutto. Dio, che cerco continuamente, e a volte intravedo nella luce dell’alba o negli ultimi raggi del sole che cala giù oltre l’orizzonte. Luce pura, beatitudine senza fine.

Stanotte ho dormito nel silenzio che non trova parole e ho indugiato sognando spezzoni di improbabili, caleidoscopiche vicende. Andrò stamani al Sentiero della Memoria e della Pace per sentire dalle lontananze le voci dei soldati di cent’anni fa, che salivano furtivamente il crinale del Kolovrat, come avevano fatto mille anni prima gli Avari e cinquecento anni fa i Turco-Bosniaci, per dilagare nelle pianure, lasciando cromosomi corsari negli uteri delle donne prese. Eccomi qua, fors’anche con loro cromosomi, insieme con geni del nord, Goti e Langobardi. Alberto ha l’occhio grigiazzurro, ceruleo, come quello di mio padre, io scuri, ma è olivastro come me. Terra del Confine.

Il vento trascorre il suo canto tra gli alberi, come la brezza leggera del Primo Libro dei Re, dove Dio si manifesta nel silenzio, non nelle tempeste e nei terremoti. La Terra del Confine attende con pazienza il suo passaggio, sulle orme degli umani che ancora indugiano tra i sentieri e i borghi silenti.

Mi sembra di sentire il passo di Dio che passeggia tra gli alberi, come capitò ad Adamo, il “fatto di terra dove Dio stesso insufflò la vita”, mentre era nel giardino di Eden, a Est tra i quattro fiumi. Anche noi qui, Alberto e io, siamo tra i quattro fiumi, il Natisone, il Cosizza, l’Erbezzo e l’Alberone, mentre oltre il crinale scorre il nastro smeraldino dell’Isonzo, testimone di mille scorrerie, di mille battaglie, di cupi progetti di conquista e di liberanti abbandoni.

Ogni tanto campanili lontani come quello di San Volfango erto sul colle, mandano a distesa il suono delle campane a scandire il tempo e l’annunzio delle messe eterne, tante ma unica come il sacrificio dell’Uomo di Nazaret, il Figlio dell’Uomo (cf. Daniele e Marco), il Cristo fin dalla Fondazione del Mondo, (Giovanni, Apocalisse), co-creatore nella Sostanza unica di Dio. Alla faccia dei teologi che pretendono di capire tutto delle Scritture. Pochi preti girano per le Valli, ma la Presenza non manca.

Non so se Alberto è credente, ma non importa, vedo che crede nell’uomo, nella sua vita aspra, nella condivisione di un bicchiere di vino, nell’auspicio del mio ritorno e di un nuovo incontro, qui, nelle Valli favolose.

Il Sentiero della Pace, Pot Miru, mi ha accolto nella mattinata fresca. Ho visto le trincee e le feritoie da cui i “nostri” sparavano contro gli Austro-Ungarici, che erano nostri anche loro. Entro nei cunicoli dove stavano giovanissimi fanti, alpini, cento anni fa, erano dell’età di mia figlia, e morivano qui, di freddo, di dolore, di sangue e merda, di nostalgia. Scolaresche silenziose in visita per cercar di capire l’assurdo della morte data con violenza, per che cosa? Lo spieghi il general Cadorna.

Da un punto del Kolovrat si vede il mare verso sud-ovest, Tolmino in fondo alla valle, e Cividale. Il mare che accompagna i pensieri altrove, Tolmino verso il mondo Balcanico e le grandi pianure dove soffiano i venti aspri dell’Est, e Cividale, porta romana d’oriente e patria dei popoli barbuti venuti dal Nord. Il pensiero si perde e si ritrova, nell’eco dell’italiano accentato di Alberto, di ieri… della prossima volta.

Gratia vivendi et augendi gratus

20160416_093233Caro lettor,

son grato a chi mi ha instradato nella vita. A mio padre semplice e operoso, nozionista strano, in sproporzione con la quinta elementare che aveva frequentato. Mi ha fatto studiare lavorando, lui, quasi fosse un servo della gleba, nelle profonde boscosità della Germania, insegnando probità, e una sorta di candore, per così com’era. Gli son grato del tempo dedicato a me nei brevi inverni del ritorno a casa dalle  cave petrose d’Assia e di Wesfalia, quando mi disegnava con la memoria fantastiche distanze, capitali di nazioni arcane, lunghezze e nomi di fiumi e altitudini delle montagne più remote. Lo ringrazio anche perché non aveva ben capito quale era il mio lavoro e mi diceva: “Ma te ti pagano per parlare, trattare, discutere? Che mestiere fai?”

A mia madre, che non parlava mai di cose che non conosceva, non interrompeva i discorsi, non osava…

Ed è così che hanno creato spazi a me, che crescevo senza il timore di essere zittito, perché giovane, e un tratto di strada l’ho fatto proprio in ragione di quegli spazi a me dati, da loro due.

Ecco, sono stati pedagoghi naturali, ispirati da umiltà e buon senso, rispettosi della mia alterità, che non sapevano per nulla definire, come tale.

Se il ragazzo non ha questa libertà cresce conculcato, intimorito dai grandi, se questi pretendono di insegnargli a vivere, perché sono nati prima e loro sanno le cose, che invece il ragazzo ignora. Questi “grandi”, invece, ignorano che ognuno deve cercare la propria strada, con gli opportuni sostegni e indirizzi, e consigli (se richiesti, dopo una certa età). Ogni vita è un lavoro originale e unico, ogni esperienza vale nel suo darsi e farsi, evitando imitazioni pedisseque e copiature impigrite di altrui percorsi.

Non vi è al mondo un clone di ogni esperienza singola, ma solo esempi, che dicono qualcosa se non sono presentati come tali, ché altrimenti son prediche pedantescamente inutili, a danno dei giovani e di chi pretende di insegnar loro a vivere.

Io non ricordo un rimbrotto di mio padre a me, ma ricordo il suo occhio stanco di lavoratore, le sue tute lise, il suo sudore invernale mentre cavava ceppi e spaccava legna, e volevo imitarlo, e lo imitavo, perché già forte a quindici sedici anni. Non ricordo di lui paternali o sguardi delusi, anche se io tendevo a far-quel-che-volevo, senza sapere allora che libertà altro non è che volere-ciò-che-si-fa, non il suo -predetto- banalissimo contrario.

Di mia madre ricordo i silenzi, le perplessità silenti, la capacità di ascoltare la mia insofferenza, il mio grido di imberbe autonomia, un abbassar degli occhi, un dire “mi sembra che… forse sarebbe meglio…“. Nient’altro.

E io son qui a ricordare le due figure, umili, silenziosamente discoste, vera origine di tutta la mia vita, della varietà di intenti e di progetti, portati a buon fine per la fiducia e l’autostima che il loro “star-discosti” mi ha cresciuto.

E’ stato un po’ come nell’attività creazionistica di Dio-Cosmocratore, che si è come spostato per fare spazio al mondo, senza che ciò fosse per lui un arricchimento.

Anche loro si sono spostati, guardandosi bene dall’invadere il mio corso, e mi hanno così lasciato libero di diventare Atto di una Potenza che era in loro.

Mi spiace per chi, al contrario, ha avuto meno spazio, e conseguenze in proporzione, e auguro a chi legge di operare come chi mi ha fatto scoprire la bellezza originale della vita a questo mondo.

Le infinite strade

le infinite stradeUna panchina sotto i tigli incontro, venendo da infinite strade. Il vento è brezza leggera e i viandanti radi, biciclette solitarie e automobili ogni tanto. Cieli altissimi si sfrangiano verso l’orizzonte, a ogni confine. Vengo da infinite strade e vado verso altre contrade. Svolto a destra e a sinistra scomparendo alla vista di chiunque mi intraveda.

Infinite strade mi accolgono, nastri d’asfalto infuocati dall’estate, interpoderali silenziose e immerse nel contrasto verdazzurro del tempo di tarda primavera, viottoli che si inerpicano su scoscesi crinali di montagna, autostrade a perdita d’occhio da bruciare nel vento della corsa, verso mete lontane.

Ricordi di presenze condivise sulla panchina, di un tempo. Voci. Non mai spente, ma oramai ridotte alla loro eco, nell’anima della memoria. Perché la memoria ha un’anima, un senso che si ricostruisce ogni volta che la richiami. il pensiero libero si muove lungo itinerari sempre nuovi e sorprendenti. Incontro persone che si chiedono la ragione del dolore, dell’invecchiamento, della perdita, del declino: rispondo che non vi sono ragioni esplicative a tutte le domande, ma che le cose stanno anche così, e basta. E basta un nulla per cambiare una vita, magari per qualche tempo: una protesi non bene inserita, un’arteriola lasciata aperta, ché il sangue fluisca fuori nello spazio esterno ad impoverire l’emoglobina del paziente, che può anche morirne. Basta poco, anche se poi l’istinto di tener duro la vita e il movimento, vince. La vita vince che quando finisce, poiché la morte è solo il “nome del transito”, essendo priva di essenza in quanto tale.

Ma forse vi sono anche delle ragioni, nelle infinite strade intrise di dolore e di gioia, proprio in forza dell’alternanza tra gli stati psico-morali, che contribuiscono a formare la nostra capacità di sopportazione, la nostra pazienza, costitutiva del coraggio per affrontare la paura.

E anche se gioia e dolore fossero solo la manifestazione della natura che fa il suo corso anafettivo e crudamente insensibile all’umana valutazione, non importa, ché anche così la coscienza riflessa degli umani sa dare nomi e cognomi alle cose, materiali e spirituali, e alle loro connessioni, come càpita ogni giorno.

Gli ottantaquattro miliardi di neuroni di cui siamo dotati, con le non quantificabili sinapsi di collegamento, sono in grado di assisterci quasi in ogni momento, per comprendere ciò che accade, oppure per accettare di non riuscire a capire del tutto, ma avviando una riflessione, una ricerca, un approfondimento dei fatti che ci sfuggono.

excelsiorLe infinite strade sono anche quelle della scelta morale, delle scelte politiche, dell’accoglimento o meno dell’altro: ogni momento pone una scelta, un giudizio, una valutazione, un sì o un no da dire o da rendere effettivo. Le infinite strade sono nel tempo-spazio del nostro essere-nel-mondo, del nostro sapere-di-esser-ci, dello stato evolutivo e della nostra speranza.

Nel presente si incrociano le infinite strade della nostra vita con quella degli altri, con tutti i vettori causali che troviamo o incontriamo (il verbo encontrar, in castigliano), mentre il futuro si perde nella sua concettosità teorica, nell’inesistenza attuale, nella sperabilità pericolosa dell’illusione. Il passato è costitutivo, è corpo ogni tanto ri-fatto, è flusso di cellule e pensieri riposti da ricostruire ogni volta.

La vita mia si è dipanata per infinite strade e la memoria visiva non mi aiuta: io ricordo nomi e date, più difficilmente volti, che a volte ricompaiono, dal nulla della mia dimenticanza o smemoratezza selettiva. “Sono la sorella di Franco”, mi dice una signora accanto al marito sorridente, di cui ricordo la voce ma non le circostanze del precedente remoto incontro. E di quale Franco, mi chiedo io… Conosco diversi “Franco”. Non li ricordo tutti, mentre invece loro sì, mi ricordano, quei due “la sorella di Franco e il marito”.

Disattenzione la mia? Forse il limite quantitativo che definisce i contorni di ogni conoscenza, di ogni esperienza umanizzante e ominizzante. Abbiamo paura del diverso che viene da infinite strade, temiamo per la nostra incolumità e la nostra vita futura, perché abbiamo bisogno di spazi aperti, di respiro, di profumo, di senso. Ciò che non comprendiamo ci appare insensato, così come certe strade che si perdono nella penombra della sera e o nella nebbia incipiente di tarde sere novembrine.

Il tempo e lo spazio, unica dimensione anche se percepita duale, ci contengono, ma fino a un certo punto. A volte preferiamo dis-correre di sogni segreti, ma con noi stessi, senza condividere, restando silenziosi lungo le infinite strade.

La vergogna dei cretini

TonyBlairMy dear reader,

Tony Blair, nonostante gli esiti lenti e faticosi della Commissione Chilcot, che ha stabilito l’assurdità della guerra irakena del 2003, continua a dire che “un mondo senza Saddam Hussein è un mondo migliore”. Ma si rende conto di quello che è successo dopo in Mesopotamia, il cretino, intendo Tony Blair, vergogna mondiale per il socialismo democratico e per l’intelligenza dell’homo sapiens. Meglio senza Saddam e con il “califfo” nero? Tra Sykes-Picot, Blair e Bush jr. una bella conventicola di pericolosi decisori.

Di seguito uno stralcio della relazione elaborata dalla Commissione presieduta da Sir John Chilcot, voluta dal Premier britannico del 2009 Gordon Brown, da cui si evince, più elegantemente, la conferma di quanto sopra:

“(…) The cause for war was deficient. The report found that in the run-up to the war, peaceful diplomatic options to avoid instability and WMD proliferation had not been exhausted, and that the war was therefore “not a last resort”. Intervention might have become necessary later, but in March 2003 Saddam Hussein did not pose an immediate threat and the majority of the UN Security Council supported the continuation of UN weapons inspections and monitoring. The report cleared the Prime Minister Office of influencing the Irak Dossier (the “Dodgy Dossier”), which contained the claim that Iraq possessed the ability to launch WMD within 45 minutes, and instead laid the blame for the weaknesses in its evidence on the Joint Intelligence Committe. However, he did find that references to this intelligence in government reports were over-certain and did not adequately stress uncertainties and nuance. (…)” E allora, “compagno” (per modo di dire) Blair?

Gli stronzoidi di San Benedetto del Tronto, che hanno aggredito due bengalesi e li hanno picchiati a sangue perché non sapevano il vangelo cristiano, parodia demente della tragedia di Dacca. Si vede che il web contribuisce talora ad alimentare la deficienza mentale. Cretini, vergognatevi!

Cretineria giornalistica e politica: la biologa Ilaria Capua è stata prosciolta da ogni accusa di aver manipolato e messo sul mercato dei virus; era stata crocifissa dalla stampa (L’Espresso in primis, dal 2014). Ora qualcuno si scuserà con lei che è fuggita in America, come una perseguitata? Magari anche Piercamillo Davigo dell’Associazione Nazionale Magistrati? Oppure si può quasi uccidere l’anima di una persona e poi far finta di nulla? Ascoltiamola: “Mi sento sfregiata. Come se mi avessero buttato addosso l’acido. E certe ferite non se ne vanno…». Ventisei mesi dopo esser stata sbattuta in prima pagina da l’Espresso sotto il titolo «Trafficanti di virus», dove veniva additata tra i protagonisti di un’inchiesta sui business infami sulla pelle di persone innocenti, Ilaria Capua, fino a due anni fa un vanto della scienza italiana, ha appena ricevuto la notizia che il giudice per l’udienza preliminare di Verona l’ha prosciolta «perché il fatto non sussiste». No, non voleva diffondere il virus per fare soldi dall’offerta di un vaccino. Un verdetto giunto al termine di un’indagine partita da Roma e spacchettata un po’ qua un po’ là per finire, a Verona, tra le mani del pm Maria Beatrice Zanotti.

Il fascistone razzista che ha ucciso Emanuel, fuggito dai Boko Haram con la moglie dalla Nigeria. Dal web: “Chimiary é stremata, distrutta, inconsolabile. Qui nel reparto rianimazione dell’ospedale, le stanno proponendo la donazione degli organi di Emmanuel, per dare la vita, magari, a quattro nostri connazionali… Lui, Emmanuel, che era scampato agli orrori di Boko Haram nella sua Nigeria; con lei, la sua amata compagna, era sopravvissuto alla traversata del deserto, alle indicibili violenze della Libia, alla tragica lotteria della traversata del mare. Da noi si aspettava finalmente umanità, protezione ed asilo. A Fermo, nella mia “tranquilla” provincia, ha invece incontrato la barbarie razzista (…) L’hanno ammazzato di botte dopo averlo provocato, paragonandolo ad una scimmia (…)». Con un post drammatico pubblicato su Facebook (che in poche ore è stato diffuso centinaia di volte sl web), Massimo Rossi, ex presidente della provincia di Ascoli Piceno, ha raccontato la storia di Emmanuel Chidi Namdi, 36enne nigeriano morto dopo una violenta colluttazione con un italiano (ultrà, razzista, ndr) avvenuta a Fermo, nelle Marche il 5 luglio .”

Ma questi, diversamente cretini, provano un poco di vergogna, sentimento salvifico per l’anima, o no?

Intellettuali, vanità, concretezza e stupiderie criminali

TacitoGli intellettuali “politicamente corretti”, gramscianamente organici al potere odierno, sono piuttosto pericolosi, e nei casi migliori pure un poco ingenui, perché offrono visioni del mondo basate su una logica e una moralità spesso astratta, formalista, e perciò  incapace di dialogare con la realtà concreta. Della categoria fanno parte giuristi, scrittori, giornalisti, presbiteri e teologi. E altri di categorie diverse, comunque ascrivibili a una intellettualità conosciuta e influente. Nomi esemplificativi? Saviano (per lui tutto è riconducibile a un Governo non abbastanza di sinistra e antimafia), Fazio (per lui bisogna sempre ammiccare con critiche al Governo in carica, tanto non si rischia nulla), Rodotà (per lui la Costituzione della repubblica Italiana è il Decalogo, cioè l’Intangibile), Mancuso (per lui il Vecchio Testamento e il Nuovo sono inconciliabili e così si propone -cosetta di poco conto, no?- di rifondare la Teologia fondamentale cristiana), Di Piazza (per lui bisogna essere comprensivi con tutti, e – magari severamente- perfino con assassini sorridenti, perché è sempre colpa della società se qualcuno delinque , e dunque nessuno è libero, luteranesimo incipiente, spinozismo inconsapevole).

Ora, che (cf. Saviano) molto spesso i governi di destra, centro e sinistra abbiano meritato dure critiche sul piano dell’etica sociale è fuori di dubbio, ma non si deve fare d’ogni erba un fascio; che (cf. Fazio) la critica, la satira e l’umorismo siano salutari è fuori di dubbio, ma non quando sono un sorriso “ti prendo per il culo” continuo, pur se forse ciò è anche per un prognatismo scarso (mento sfuggente); che (cf. Rodotà) la Costituzione della repubblica Italiana sia un monumento democratico è certissimo ma, come ogni opera umana, è da migliorare e aggiornare nel tempo; che (cf. Mancuso) le Scritture vadano interpretate oltre il loro letteralismo storico è necessario, ma non a senso unico, laddove si pretende di ridefinire addirittura la complessa nozione del “divino”; che (cf. Di Piazza) sia importante studiare e rimediare alle ingiustizie sociali è inconfutabile, ma non evitando di attribuire responsabilità precise ai singoli che commettono reati o peccati, che dire si voglia. Altrimenti, per tutti costoro, siccome tutto dipenderebbe dal potere, inteso come un Leviatano onnicomprensivo, e non come una dimensione antropologica concreta, nessuno è libero e dunque nessuno è colpevole, annichilando in questo modo l’etica e il diritto degli ultimi quattromila anni. Forse mai come in questi tempi negli ultimi duecent’anni gli intellettuali sono stati così succubi del potere e corrivi delle mode.

Il “politicamente corretto” è una tabe del pensiero, una pigrizia manifesta, un fomite di perbenismo e stupidità intellettualistica. Per non offendere nessuno, si offendono tutti, con definizioni logicamente imperdonabili. Le conosciamo: “allettato” per “paziente”, “diversamente abile” per “portatore di handicap”, “genitore 1 e genitore 2 ” per “padre e madre”,  “sposi”, per “marito e moglie”, “afroamericano” per “nero” o “negro”, “non vedente” per “cieco”, “non udente” per “sordo”, “non parlante” per “muto”, “gender” per “sesso” e, direi: “pensante politicamente corretto” per “pensante”.  Un anno fa quando avevo le grucce per un’artroscopia mal riuscita, mi definivo paralitico, come quelli che nel Vangelo vanno dal Maestro per essere guariti.

Dire che si è d’accordo sul motto “Verità per Giulio Regeni” è sacrosanto, ma anche che ciò non significa inimicizia per il grande popolo egiziano e attenzione per le difficoltà attuali di quel governo, insidiato dall’interno, in una regione turbolenta e difficilissima. Non c’è solo la “verità per Giulio Regeni”, e l’esecrazione per la barbarie del suo assassinio, ma anche la “verità su tutto il contesto” che ha generato quella tragedia. Politicamente scorretto, presidenta Boldrini? Bene, politicamente scorretto, ma intelligente nel senso proprio del termine.

Dare la colpa alla Scuola di Francoforte e ai suoi emuli mi sembra superficiale, così come darli alla Massoneria internazionale o alla New Age. La  crisi è quella del pensiero argomentante, cavolo, forse troppo faticoso per i tempi in cui viviamo, tempi di mediatizzazione e automazione!

E ora, chiariamo un poco che cosa si intende per logica formale, così diversa dalla logica del concreto. La logica formale è quella che può accettare conclusioni insopportabili al comune buon senso, anche se inattaccabili sul piano deduttivo, a meno di non segnalare incongruenze di appartenenza categoriale o di classe logica. Un esempio: a) gli uccelli cantano, b) Baglioni canta, c) Baglioni è un uccello. E’ evidente che Baglioni non è un uccello, perché lo sappiamo per evidenza, ma la logica formale no, non lo sa.

Un altro esempio con la medesima struttura del precedente, ma che invece sta in piedi perfettamente, perché modalità formale di logica del concreto: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero. Questo sillogismo è valido perché propone due premesse immediatamente plausibili (a e b) e la conclusione(c)  appare così, necessaria e inconfutabile.

Passiamo alla stupideria pericolosa. Vodafone propone di nuovo uno spot indecente come ai tempi di Megan Gale del “tutto intorno a te“. Allora il “tutto intorno a te” era proferito da una appariscente signorina australiana, che stizzava di sicuro eroticamente gli adolescenti del tempo, facendogli però, nel contempo, credere che tutto il mondo girava attorno a loro: un messaggio pedagogicamente devastante. Lo spot attuale rappresenta un signore magro e bruttino, che prima crede di essere atteso dalla bella sulla spiaggia e poi, superato da un tizio aitante e veloce, resta delusissimo, fermo sulle gambine a soffrire per niente. Dov’è la stupideria nel videoclip commerciale? Nella stonatura estetica, più grave ancora di quella etica, che prende in giro una persona più debole e meno bella, nell’insulto implicito inferto al personaggio meno prestante, perché “meno prestante”, quindi più lento (“Sei lentissimooo“, il refrain musicale echeggia una bella canzone della minore delle Bertè), perché è un idiotissimo messaggio circa la necessità di essere sempre belli e vincenti, altrimenti si è preda di una (colpevole?) sfigatezza. Ecco: su uno spot così scandalosamente anti-educativo, mi piacerebbe vedere gli strali degli intellettuali politicamente corretti!

Gli assassini di Dacca sono annoiati e stupidi, anche se ricchi e scolarizzati. Siamo d’accordo don Di Piazza? Che programma pedagogico prepareresti per loro, se fossero rimasti in vita, o per loro emuli certamente in via di martirizzazione, purtroppo. Perché la malattia cognitivo-morale è in corso di questi tempi, come un’epidemia di spagnola, amplificata dai media e dalla stupideria diffusa nella politica dei “grandi” e dei padroni del petrolio, ambigui custodi di Scritture antiche da interpretare con l’acribia dell’esegesi storico-critica e della “fusione degli orizzonti”. Io farei studiare in tutte le scuole teologiche Origene e Gadamer, i Sufi e Mosè Maimonide e, ebbene sì, Spinoza e Kant. E poi, che l’Atto di fede agisca pure nella mente e nel cuore delle persone, ma di persone abituate a pensare con la propria testa, non con quella di reclutatori e di manipolatori astuti e vigliacchi.

Ah. l’ultima: a San Benedetto del Tronto un gruppo di ragazzoidi italiani ha picchiato due bengalesi perché non sapevano i versetti del Vangelo! Oltre a chiedermi se i ragazzoidi italiani lo sapessero, che dire se non che questi ultimi sono dei sesquipedali cretini, poveri beoti decerebrati,  da frustare sulla pubblica piazza, per ebetudine e stupidità intrinseca e insuperabile? Sì o no, oh signori “politicamente corretti” di tutte le risme?

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