ex parte Dei

verso la Croda Rossa…o sub specie aeternitatis, in linguaggio “scolastico”, per dire che ogni cosa, ogni atto, ogni fatto, sotto il profilo dell’eternità o dal punto di vista di Dio, è-per-sempre.

L’eterno tema che affaticò Anassimandro e Aristotele, e fino a Nietzsche, passando per Agostino, Nicolò da Cusa, perfin Giovanni Pico conte di Mirandola, Giordano Bruno, Descartes, Spinoza, Leibniz e Kant.

Stamani è morto Winston, il criceto di Bea, vecchissimo, un vegliardo di quasi un anno e mezzo: secondo san Girolamo mia figlia lo ritroverà un giorno (eterno) nella visione beatifica, così come le persone che avrà conosciuto e gli animali. Non so se dare credito all’antico e polemicissimo padre, ma è suggestivo.

Come funziona ciò che accade? E’ proprio collocato in un tempo in qualche modo lineare, fisico, diciamo pure spazio-temporale, oppure ogni cosa appartiene coestensivamente all’àpeiron, all’infinito, in un poter-essere senza confini prestabiliti? E’, il nostro vivere, collocabile solamente in un processo di innumerevoli concause, dove l’agire soggettivo volontario è limitato dalla determinazione biologica e dalle circostanze, oppure fa parte di un lentissimo e caleidoscopico roteare che sembra senza fine?

Hanno forse ragione insieme, quasi in ossimoro sublime, Parmenide con il suo essere rotondo e perfetto, ed Eraclito, con il suo perenne divenire? Un essere che lancia continuamente il rotolare del tempo, ma in una circolarità che ricorda la curvatura dello spazio?

Per il momento possiamo ancora solo supporre, senza essere certi di nulla, pazientemente curiosi di ciò che ci supera infinitamente. Qualcuno può dire che sono domande oziose, ma ci sono, da qualche parte vengono, la mente le produce, come produce pure l’idea di Dio (Anselmo d’Aosta).

Non mi pare sia inutile anche ciò che lo sembra (cf. L’utilità dell’inutile di N. Ordine), quando viene dalla mente, quando è prodotto dal pensiero raziocinante o creativo, anche se lento e incerto nel suo procedere. Il pollice opponibile (ah il mio destro dolorante, ancora!) ci ha fatto poter produrre oggetti e sviluppare l’intelligenza, e ora siamo qui a farci le domande più inutili, e perciò stesso più umane. Solo l’uomo, tra gli animali, fa domande e cose inutili, ed è per questo che è quello che è.

Tra le cose inutili vi sono anche l’arte, la poesia e la musica: forse sono le più evidenti tracce di Dio.

fermarsi un po’

visioCaro lettore,

per la prima volta nella vita paziente ospedaliero, nulla di che, solo un non poco doloroso intervento alla mano destra, un giorno e mezzo di degenza, una notte semi insonne per il dolore, il letto troppo piccolo e i rumori degli altri umani nei corridoi e nella penombra.

Come una grande città l’ospedale respira, ansima, si lamenta e vive la sua vita normale, di lavoro, aspettative, stanchezza, routine, sublime tecnicalità, scienza e dubbi, ipotesi, cura, antidolorifici, lezioncine ex cathedra di infermiere esperte, gentili compagni di stanza (ciao Giancarlo da Vittorio Veneto), digiuni, fleboclisi, servizi in corridoio, letti semoventi di chi va e chi torna dalle sale operatorie. Io stesso, scarrozzato, preso in carico con professionale precisione, anestetizzato al plesso ascellare, operato per quella che poeticamente nel Nord Europa chiamano Vyking Syndrome, storico lascito etno-genetico longobardo (grazie dottor Matteo).

La mia sorpresa è quella di dovere, se non fermarmi, rallentare, fare meno cose, handicappato come sono alla mano destra. La sinistra è molto efficiente, ma i limiti sono lì a ricordarmi il mio, in generale. Anche Aristotele suggeriva di fermarsi, a un certo punto, anànke stènai. E, quando inizio a lamentarmi per la noia più che per il dolore fisico, allora mi viene in mente chi non può muoversi normalmente da sempre, anche persone a me molto vicine, che riescono a gioire in una vita passata anche oltre il mio limite di pochi giorni.

E mi vergogno un po’. Vedi, caro lettore, scrivo con la sinistra, più lentamente, e sono costretto (costretto?) a meditare… ma non è un pezzo del mio mestiere riflettere, meditare? Sì, ma ora è diverso, stando in un nuovo limite. Aveva ragione Jaspers, ogni situazione diversa segna un nuovo limite (grenz Situazion), un nuovo confine entro cui stare e con cui fare i conti. La sapienza della vita si alimenta delle situazioni limite, anche del mio piccolo limite attuale.

A me sta insegnando un criterio di scelta: non posso fare tutto quello che mi prefiggo, nei tempi a volte un po’ presuntuosamente decisi “perché ce la faccio sempre, ce la posso fare ancora”. Non è così: la natura e il tempo sono più forti, la volontà si deve piegare, la mente deve accettare… questo rallentamento, che ri-definisce il tempo stesso, interiorizzandolo (noli foras ire, in teipsum redi, quia in interiore homine habitat veritas).

E allora benediciamo anche questo dolore.

 

Intorno al tempo

tramonto invernaleSe i fisici hanno tolto la variabile “t” dalle loro equazioni, da quando è stata accettata la dimensione spazio-temporale come quarta, oltre alle tre spaziali, non è detto che per la vita umana, oltre che per il senso comune, il tempo come concetto legato alla realtà, sia sparito.

Dal tempo come successione di “prima e di poi” aristotelico, al tempo assoluto di Newton (su cui Leibniz nutriva seri dubbi, perché questi riteneva essere il tempo un “rapporto tra eventi”, ma tra i due vi fu feroce competizione anche sul calcolo infinitesimale), fino alla nozione di relatività generale legata a Einstein e al matematico Hermann Minchowski ai primi del ’900, la nozione è cambiata radicalmente.

Forse solo Agostino (cf. Libro XI delle Confessiones, che parafraso liberamente: “Se non me lo chiedi so che cosa sia, se me lo chiedi, non so più”, e inoltre: del tempo si può solo dire che l’unico vero è il presente, poiché il passato si percepisce come presente del passato, cioè memoria, e il futuro, come presente del futuro, cioè speranza) si era avvicinato con un geniale atto intuitivo a una concezione che ancora oggi possiamo, sotto un certo profilo, ritenere plausibile.

Infatti, del tempo si stanno occupando da almeno trent’anni anche gli studiosi della mente (neuroscienziati e psicologi). Per queste ricerche il tempo non è solo: atto della mente, della ragione, della percezione, dell’intuizione, dei sensi, della memoria, della volontà, a-priori, innato, empirico, intuitivo, interno a tutte le interferenze possibili…, ma è anche qualcosa di presente fisicamente, elettro-chimicamente, biologicamente, psicologicamente.

L’uomo, che è anche bio-psico-macchina, lo percepisce: basti solo considerare il rapporto tra veglia e sonno, l’indispensabilità del sonno, il rapporto tra i due stati, proporzionato all’età anagrafica e controllato da precise aree del cervello, sia della parte corticale sia di quella limbica.

A me capita di svegliarmi molto presto, se vado a dormire presto, dopo circa cinque ore e mezza/ sei (quattro cicli circadiani), e so anche, senza guardare, che ora è, sbagliando al massimo di una ventina di minuti.

Che cosa significa? Vuol dire che in qualche modo ho il senso di un ciclo fisico-temporale che si è sviluppato e concluso, e se sono in salute, senza interferenze di alcun genere, colgo il tempo per l’autorisveglio.

Che meraviglia! Noi umani, (e certamente anche gli animali, in qualche modo), abbiamo il senso del tempo, lo sentiamo transitare dentro di noi, ci vediamo -nel suo scorrere- diversi, ci cogliamo nel processo della crescita e anche dell’invecchiamento, apprezziamo i suoi segni, il colore dei capelli che cambia, le rughe espressive che sorgono sul viso… con il tempo.

Avec le temp, cantava Leo Ferrè, una struggente ballata. Sì, col tempo, comprendiamo la bellezza del mondo e della vita, il valore delle relazioni umane, l’amore e le altre passioni che ci condizionano, anche se non le “ragioni” del male, sappiamo che c’è un tempo per ogni cosa, e anche uno per il congedo.

“Col tempo, sai, tutto avrà avuto una ragione”.

Renato Pilutti 2015

La libertà e l’idiozia

libertas maiorCaro lettor riflessivo,

ascolto stamani Massimo Bordin in “Stampa&Regime” di Radio Radicale, che cita l’articolessa di Stefano Rodotà sul gran quotidiano della sinistra radical chic in tema di libertà di espressione. L’insigne giurista afferma che “o la libertà è assoluta, o non è tale”, e che pertanto anche i distinguo di mons. Bregantini e la scenetta (del Papa in aereo) del “pugno” che darebbe a chi insultasse sua madre, sono inaccettabili, perché in qualche modo limitativi della “libertà” (anche di insultare sua madre).

Naturalmente il tema è ancora quello di Charlie Ebdo. Chiederei all’insigne giurista che cosa intende per “libertà assoluta”, e se questa possa darsi nella vita umana.

Per duemilacinquecento anni il pensiero occidentale si è affaticato sul tema della libertà, senza venirne a capo in modo univoco, per cui suggerirei all’insigne giurista di dare una letta al dibattito, dove troverà, ad esempio, che anche Jean-Paul Sartre riteneva essere la libertà quasi una “condanna”, oltre che un valore, per gli esseri umani. “Condannati a essere liberi perché gettati nel mondo” (cf. Sartre&Heidegger).

L’esercizio della libertà non può essere assoluto, per almeno due gruppi di macro-ragioni: a) il limite umano soggettivo, che è fisico-biologico, antropologico da scimmione intelligente (cf. Boncinelli e Giorello), psicologico, e b) le condizioni esterne, congiunturali, fattuali. In altre parole non è possibile la “libertà ab-soluta” cioè sciolta da ogni condizionamento: non lo è de facto, checché ne dicano giuristi insigni e men insigni. La scienza del diritto ha forse bisogno di immergersi umilmente nelle scienze che studiano l’uomo.

Nel caso: l’enfasi posta dalla vicenda sulla libertà di espressione, dimentica che esiste anche il senso di opportunità, il senso della misura, il rischio della ripetizione e della stereotipia: a volte per essere sempre originali a tutti i costi si finisce per essere scontati. Non è in questione la libertà di espressione, la greca parresìa, ma l’intelligenza delle situazioni e la capacità di misurare l’esercizio della libertà con le esigenze di operare per un bene che vada oltre il proprio libero arbitrio (per libero che possa essere, vista la nostra natura animal-spirituale).

E dunque, piuttosto che declinare la libertà come “assoluta” e quasi un “fare-ciò-che-si-vuole”, la declinerei, sulle orme di un Tommaso d’Aquino, che non era a digiuno di una sana antropologia, come un “volere ciò che si fa”, dove il rapporto sistematico tra la facoltà di ragione e la facoltà volitiva si coniugano in un esercizio del pensiero logico-argomentativo, capace di dare risposte alle complesse istanze della vita individuale e della convivenza tra diversi.

Non è in questione il modello democratico di matrice occidentale, anche se non va imposto con gli F16 a nessuno, e neppure l’esigenza improcrastinabile di colpire i fanatici e i violenti sragionanti pazzi, che minacciano l’incolumità di singoli e popolazioni, ma la capacità di riflettere, ancora, su noi stessi come esseri umani “liberi”, e in che modo e misura lo siamo. Certo non-ab-solutamente.

Questo, secondo me, voleva significare il Papa con il suo gesto, la centralità di una libertas major (cf. Agostino), cioè responsabile, non riproporre cerchi sacrali di intangibilità delle religioni, che sono comunque espressioni dell’umano, secondo una particolare declinazione socio-antropologica e storica. Tutto lì.

Ah, per finire, un pensiero sulla sprovvedutezza e un po’ di idiozia: sono tornate le due sventatelle (stupidelle? sono state tre volte in Siria con una strana onlus non accreditata, e non hanno mai avvertito l’Ufficio preposto della Farnesina! Anche presuntuose?) Greta e Vanessa. Chissà se hanno capito qualcosa, e speriamo non siano costate più di tanto all’erario. E, ultima cosa: fossi stato nel Ministro degli Affari Esteri (della Repubblica Democratica del Popolo Italiano, quindi anche mia), l’Eccellenza Paolo Gentiloni,  avrei mandato ad accoglierle all’aeroporto un funzionario della Farnesina, su dai. E non me la racconti, oh Ministro, che abbiamo bisogno di ragazze come queste due: abbiamo, piuttosto, bisogno di ragazze più prudenti e meno sventate.

Peccato che i padri di queste due “eroine” non possano neanche sculacciarle di santa ragione, perché a rischio di un loro ricorso a “telefono rosa” (o azzurro, forse).

Il Presidente

il PresidenteCaro paziente lettore,

conosco abbastanza bene la biografia di Giorgio Napolitano, e la sua carriera politica, lunga, coerente, solida. Non serve che io qui mi trattenga sui dati, già ben noti ai più. Ne parlo esprimendo una mia opinione personale sviluppatasi nel tempo.

Quando c’era il PCI Napolitano non mi era molto simpatico, perché lo trovavo algido e distaccato; allora preferivo ascoltare e leggere personaggi come Ingrao, anche memore delle varie posizioni comuniste italiane al tempo dei fatti Ungheria del ’56. In quella occasione Napolitano si era pronunziato per la legittimità dell’intervento sovietico, e invece Ingrao l’aveva criticato. Quest’uomo, ininterrottamente in politica ad alto livello da più di sessant’anni, si è trovato a fare il parlamentare italiano ed europeo, il presidente della Camera dei deputati e, negli ultimi nove anni di note vicende, il Presidente della Repubblica. Se ne è andato ieri da Quirinale, con la moglie che sembrava precederlo con qualche impazienza, e compirà novant’anni tra qualche mese. Ha avuto dei meriti come Presidente in un periodo difficilissimo (dal quale, come un buon patriota, non ha disertato), che la storia si occuperà di riconoscere.

Oggi si leggono commenti, i più vari. Trascuro quelli di apprezzamento e lode, e mi soffermo su quelli critici, che non condivido. Sbrigo in due battute la pochezza analitica grillina, evoluzionisticamente paleolitica, e commento ciò che dice o scrive il centro-destra. Le critiche sono ingenerose per queste ragioni: Napolitano ha “battezzato” cinque governi: Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. I primi due su base elettorale, il terzo, il quarto e il quinto di iniziativa costituzionale presidenziale. Vorrei ricordare agli scribi di destra che il Presidente, anche se non ha “graziato” Berlusconi, in almeno tre occasioni lo ha aiutato, e non poco:

2010: il facilmente-dimenticabile-Fini si stacca dal centro-destra al Governo, mettendolo a repentaglio, e Napolitano contribuisce a creare una situazione temporale che permette al Silvio di recuperare voti sparsi per approvare la legge di stabilità.

2011: i mercati e lo spread tartassano l’Italia, i leader europei non si fidano del Governo italiano, il Presidente non scioglie le Camere e incarica il facilmente-dimenticabile-Monti di formare un Governo tecnico con il sostegno delle forze politiche principali, compreso l’allora Partito delle Libertà; Berlusconi, anche se non per molto, resta nella “maggioranza”.

2013/2014: elezioni politiche senza vincitori; fallimento dell’ingenuo tentativo di Bersani, affidamento dell’incarico al brav’uomo, ma un po’ insipido, Letta, che dura men che un anno, e arrivo del ciclone un po’ arrogante, Renzi. Patto del Nazareno, con la benedizione di Napolitano che, anche nel suo indirizzo di commiato, si raccomanda di tenere ampio e unitario il fronte politico per le riforme istituzionali.

Berlusconi sa tutto questo, ma i suoi giornali scrivono altro, evidentemente per il popolo lettore.

E adesso? Speriamo che si svolti anche per il Quirinale, non incastrandosi su veti incrociati e inutilmente sofisticati giochini, che sarebbero insopportabili per la realtà delle cose.

Se è vero che molte italiane  e italiani potrebbero fare bene il Presidente della Repubblica, cosa che credo anch’io, si faccia presto, e su le maniche della camicia!

Sopravvalutati e sopravvalutatori

sopravvalutatoCaro lettor serale,

La prima parte della vita è tutta un prendere/ la seconda parte della vita è tutto un lasciare“”, così il poeta Cesare Viviani.

La sapienza hindu propone una quadripartizione della vita umana: a) imparare, b) insegnare, c) stare nel bosco (la sapienza silenziosa), d) mendicare, perché tutto pian piano ci lascia.

Oggi nei miei paraggi ne sento un’altra, divertentissima: “Mi piace sbagliare le parole, inventare metatesi, calembour e imprecisioni, perché quando avrò l’Alzheimer, nessuno se ne accorgerà“.

Mi chiedo se ogni tanto pensano a questo coloro che si annoverano tra i primi o i secondi del titolo di questo pezzo, posto che i primi siano ancora in vita, perché a volte costoro son sopravvalutati loro malgrado.

Di solito i sopravvalutati, presenti in tutte le categorie sociali, non hanno molto spirito filosofico e men che meno senso dell’umorismo, ma son seriosi, compiti e compunti. Ve ne sono di notissimi a un ampio pubblico (scrittori come Faletti, Volo, Moccia, Corona, Dan Brown e innumerevoli pseudo-artistoidi di varia bestialità), e molti men noti. In questi ultimi giorni è riemerso un altro sopravvalutato: Cofferati. Questo signore, dopo essere stato segretario generale della Cgil, occupando un posto precedentemente rappresentato da ben altre personalità, sindaco (poco amato) di Bologna e deputato europeo, ora non sia rassegna a perdere le primarie di partito per la regione Liguria, battuto da una quarantenne (lui sostiene scorrettamente). Ora, stracciandosi le vesti, come un Caifa grottesco, se ne va dal PD: ponti d’oro, caro compagno.

Peraltro in Italia c’è uno strano vizietto, quello di costituire congreghe che si autosostentano, i cui appartenenti si citano vicendevolmente, e invecchiando si premiano, di solito eleggendo un intellettuale o un artista già morto a loro mèntore spirituale, cui dedicano, convegni, tavole rotonde, e… premi che poi attribuiscono a se stessi o ad amici vicini e lontani.

L’ultimo esempio è la pletora di cordogli più o meno sinceri in morte di Pino Daniele. Nauseante. E ora anche la retoricissima “Je suis Charlie” dopo i fatti orrendi di Parigi.

Dalle mie parti in Friuli non è diverso. Vi sono circoli chiusi di intellettuali o sé putanti tali che monopolizzano iniziative e finanziamenti dove, se sei con loro sei dentro, e sennò sei fuori (Pordenonelegge, Legger-mente, Vicino&Lontano, etc.). Vi sono poi cinque o sei intellettuali, quasi tutti defunti, che monopolizzano in Friuli l’attenzione di circoli e festival: Pasolini, padre David M. Turoldo, don Gilberto Pressacco, i poeti e scrittori Giacomini e Bartolini, e i neo-inseriti nell’elenco dei meritevoli di almeno un convegno o due, F. Marchetta e Agnul di Spere. Prima il cordoglio e poi la commemorazione, mai il lutto, mai il silenzio, la riflessione, l’attesa di un tempo giusto per la valutazione. Subito il convegno, subito la valutazione, a volte la sopravvalutazione, nonostante sappiamo che il tempo è l’unico giudice della validità delle opere umane. A questi frettolosi ricorderei che il sommo Kantor di Lipsia, J. S. Bach, era ritenuto dai suoi contemporanei solo un ottimo organista, e si dovette aspettare il romantico Mendelssohn per “scoprire” un poco la sua grandezza. Non è che sia meglio aspettare “un Mendelssohn” almeno per i piccoletti che celebriamo qui?

Ah, a proposito, il padre Cornelio Fabro da Flumignano, uno dei maggiori filosofi italiani del ’900, ai signori “soprav-valutatori”di cui sopra, è praticamente sconosciuto. Ma non mi meraviglio, perché la vulgata ignorantissima dei “politicamente corretti” di cui sopra, lo riteneva “di destra”: sarebbe come ritenere “di destra” Aristotele e Tommaso d’Aquino. I “politicamente corretti” trascurano chi non condivide il loro pensiero unico ed esercita la libera espressione del pensiero riflettente, non dando per buona a-priori la prima vulgata che passa.

Gli autori furlani sopra citati sono, per valore, a geometria variabile  (non paragoniamo Bartolini a Agnul di Spere, vero?), ma comunque adatti a una campagna semi-culturale, buona, non tanto per loro, che non ci sono più, ma essenzialmente per chi si bea nel rammemorarli vivendo, come la luna, di luce riflessa (posto che tutti i memorati emanino una vivida luce, e su questo conservo ragionevoli dubbi).

Percorsi e discorsi contro la stupidità e il terrore

AlexanderSi tratta sempre di itinerari, fisici e logici, a volte veloci e a volte lenti, a volte complessi e a volte semplicissimi, ma non per questo meno importanti, anzi. Talora la profondità va più d’accordo con la lentezza e con la ponderazione, che con la velocità furente della competizione per il successo o il potere: lentius, piuttosto che citius, come raccomandava il carissimo Alexander Langer.

In un mondo in cui la frettolosità, lo sguardo sfuggente, la semplificazione, la criptazione, l’acronimizzazione dei messaggi sta diffondendosi ovunque, darsi il tempo per dire le cose per esteso e con criterio, coniugando i verbi con il flusso del pensiero argomentante, oppure in folgoranti intuizioni; per camminare a passi lenti, auscultandosi interiormente (cf. Agostino), percependo il lavorio del nostro grande e complesso sistema cardio-circolatorio e polmonare, e ascoltando i suoni della natura tutt’intorno, è rigenerante fisicamente e risanante spiritualmente.

Aprendo “le nostre porte del sentire”.

Ho stamani questa esigenza, proprio dopo le tensioni dei giorni scorsi, e prima di inforcare la bici verso le nebbie mattutine di questa domenica di metà inverno. E mi aiuta il pensiero della persona sensibile che conobbi e ho sopra citato, pensiero tanto più utile oggi, di questi tempi disarticolati e confusi.

Con Alexander possiamo dialogare spiritualmente, visto che se n’è andato qualche tempo fa, e lui ci può aiutare a comprendere l’esigenza di… comprendere, senza pretendere di spiegare tutto. Filosoficamente, dialogicamente, ascoltando il pensiero dell’altro, se anche l’altro ascolta il nostro, esercitando la virtù di pazienza, senza deflettere un attimo dalla disponibilità, come insegnava il Maestro di Nazaret, con il suo pensiero spiazzante.

Oltre alle opzioni pratiche, quelle della politica e delle armi, pura applicazione del diritto di autodifesa dalle aggressioni, ammessa pacificamente tra le opzioni moralmente plausibili, vi è da lavorare sui percorsi e sui discorsi: sui percorsi, perché ogni individuo ne ha uno, magari sbagliato, e sui discorsi, poiché non vi è nulla di più umano.

I percorsi e i discorsi combattono alla radice la stupidità, che è da intendersi non tanto come deficienza cognitiva, ché molti “cattivi” sono molto intelligenti, ma come indisponibilità, appunto, a percorsi e discorsi da fare camminando insieme, oppure seduti attorno a un fuoco, d’inverno, ovvero davanti al mare o in cima a un’alta montagna.

Chi spara a chiunque è come chi semplifica, come chi arrogantemente arriva a conclusioni mentali e pratiche, senza aver prima per-corso tutto l’immenso itinerario, a volte in-finito del dis-corso (cf. P. Ricoeur e L. Pareyson).

Noi umani, scimmie nude auto-consapevoli, abbiamo bisogno di partire per un lungo viaggio, senza prefissarci una meta nel tempo, ma con uno stato del cuore.

“Umanità”, eros, angoscia e terrorismo

Caro lettormatite liberee,

dalla paleoantropologia e dalla biologia sappiamo di essere delle scimmie nude (D. Morris, E. Boncinelli, G. Giorello); la nostra autoconsapevolezza è frutto dell’evoluzione. E ciò non impedisce di credere anche alla creaturalità dell’essere umano e all’Autoralità divina.

Il motore degli atti umani, secondo Platone, è eros, desiderio di vita, curiosità, volontà auto-trascendente.

La condizione spirituale umana è però quella dell’angoscia di essere-gettati-nel-mondo, come spiegano Kierkegaard e Heidegger: l’angoscia non è ansiosa, non è nevrotica, ma è una condizione antropologica oggettiva.

Il nostro biologismo e il nostro psichismo si colgono nella diversità essenziale che ci contraddistingue dagli altri animali, anche se non sempre, come quando si perde il controllo delle feci e il sangue non costituisce ancora un tabù culturale, oltre che la consapevolezza di mettere a rischio la vita, perdendolo. Pare che, come “scimmie nude”, abbiamo impiegato decine di migliaia di anni a capire che le feci andavano deposte fuori dalla grotta in cui vivevamo, e anche sul sangue versato ci abbiamo capito poco per altrettanto tempo.

E allora, come possono accadere fatti come quello del Charlie Hebdo? La risposta non è solo univoca, perché la realtà è complessa e non mai spiegabile completamente, mentre per comprenderla è necessario impegnarsi intellettualmente, senza rinunziare alla propria storia, alla propria cultura, alle proprie sensibilità.

Dentro questa realtà vi sono anche azioni assurde, crudeli e folli come quella citata, parte del salto di qualità di una guerra “civile” mondiale, che è stato attuato con gli attentati degli ultimi due decenni. Certo, chiedersi che cosa avessero nella testa lì i fratelli Kouachi è legittimo e la risposta non è facile: arrivare a una follia crudele e fanatica del genere… dà da pensare.

Da un lato dobbiamo fermarci a riflettere sulla nostra natura, che è, molto semplificando, fondamentalmente ambigua, egoista e nello stesso tempo solidale, dall’altro essere capaci di fermare con la giusta durezza la follia terroristica, non solo utilizzando l’enorme superiorità militare delle forze che possono intervenire, ma anche facendo chiarezza sulle connivenze, le doppiezze, gli aiuti che provengono da talora sorridenti potentati. Riflettere sì, ma non discutendone come s’usa nei generalmente stupidi talk show, dove, in luogo degli esperti di omicidi familiari e affini (i noiosissimi Crepet-Matone-Bruzzone et universa pecora), ora compaiono gli “esperti di studi strategici”, presidenti di “istituti di ricerca” da loro stessi fondati e operanti con due stagisti e una segretaria.

Sul piano pratico, e riconoscendoci il libero arbitrio, occorre anche che l’Occidente la smetta di commettere i clamorosi errori degli ultimi decenni: guerra dell’Irak voluta da Bush e Blair, intervento in Libia, questione israelo-palestinese ancora in alto mare, occhi chiusi su situazioni insopportabili come quella nigeriana, etc..

Sotto un altro profilo bisogna lavorare sull’istruzione di base, sulla cultura e sulle condizioni di vita di miliardi di persone. L’orbe terracqueo è troppo piccolo per non trovare una misura per la convivenza, siccome non siamo ancora pronti per colonizzare altri pianeti.

Occorre  lavorare, a) nel quotidiano sui vari piani: della sicurezza, della collaborazione fra le intelligenze e le intelligence, della reazione militare, ma anche della cultura e della solidarietà, e b) alzando lo sguardo, per cogliere nell’insieme quello che sta succedendo all’umanità tutta, tappa evolutiva ancora molto arretrata.

E, come italiani ed europei, non temere di mettere al centro, senza arroganza, ma a giusta ragione, i valori nati dalla tradizione filosofica greco-latina, quella del dialogo e del diritto, e della fraternità e uguaglianza tra tutti gli uomini di matrice cristiana e ripresa dalla cultura migliore dell’illuminismo e del socialismo democratico, capaci nel tempo di dialogare con tutte le culture del mondo, compresa quella islamica. Occorre distinguere per comprendere, ragionare per non fare vincere la cieca emozione.

E comunque mai rassegnarsi alla pigrizia intellettuale e al buonismo qualunquista, presente in molti ambiti socio-politici italiani, in persone singole, laici e presbiteri, e operare la giusta reazione anche armata, quando serve, agli avvenimenti che accadono.

Mantenendo sempre accesa la fiamma della soglia e dell’intelligenza critica.

Caro fumatore…

danni del fumo… ma sol nel senso del convenevole/ a te mi volgo con sentimento/ contando un po’ sulla resipiscenza/ che alberga muta in ogni esperienza./ Anche se soffri di sado-masochismo/ spera di potere un giorno capire/ che il piacer atteso dai tuoi gangli interiori/ t’inganna ognora come un miraggio./ Tu pensi d’essere libero e vitale,/ ma il governo è in mano alla tua biologia/ ai nessi oscuri dell’elettrochimica/ che determinano la falsa nozione che vivi…

(oltre alla puzza che crei e alla sporcizia che lasci per strada: ho appena raccolto una scatola vuota di cicche, immagin cammello e su scritto “Il fumo uccide”, e “Il fumo ostruisce le tue arterie”, e Premium Quality e Monopolio fiscale con numeri e sigle, tristissimo! E ora la butto).

Danni del fumo

Di seguito un po’ di informazioni scientifiche aggiornate, a risciacquo della tua mente intorpidita:

“Il fumo che origina dalla combustione incompleta del tabacco e della carta che lo avvolge è costituito da almeno 4.000 sostanze. Tra queste: sostanze irritanti, catrame, monossido di carbonio, nicotina.

NOTA BENE: I filtri riducono la quantità di queste sostanze che arriva nelle vie respiratorie, ma NON le eliminano.

Tra le sostanze irritanti presenti nel fumo: acido cianidrico, acroleina, formaldeide, ammoniaca. Causano danni immediati alla mucosa delle vie respiratorie. L’azione irritante provoca inoltre tosse, eccesso di muco, bronchite cronica, enfisema.

Il catrame, facente parte della componente corpuscolata del fumo, comprende diverse sostanze, tra cui le più note sono benzopirene e idrocarburi aromatici è dimostrato che queste sostanze sono cancerogene!

Danni del fumoIl catrame, inoltre, irrita le vie respiratorie, ingiallisce i denti, contribuisce all’alito cattivo e alla sensazione di amaro in bocca.

Il monossido di carbonio si lega all’emoglobina, riducendo la sua capacità di trasportare l’ossigeno. Questo comporta un minore nutrimento per i tessuti.

La nicotina è un alcaloide naturale, presente nel tabacco in una percentuale che va dal 2 all’8%. La nicotina contenuta in una sigaretta non è molto tossica ma dà dipendenza!Quando arriva ai polmoni essa passa nel sangue e arriva al cervello in pochi secondi. La nicotina stimola la liberazione di dopamina nel SNC e di adrenalina nel surrene. L’effetto è eccitatorio sia a livello della mente che del corpo. Poco dopo, però, subentra un effetto deprimente che spinge a fumare ancora per provare di nuovo gli effetti positivi. Con ciò si spiega la dipendenza, il cui grado si misura valutando questi parametri:

difficoltà di smetterne l’uso; frequenza delle recidive; percentuale di soggetti dipendenti; “valore” attribuito al fumo, malgrado l’evidenza dei danni.

Oltre alla dipendenza farmacologica da nicotina, nel fumatore si crea anche una dipendenza psicologica. Quando si smette di fumare si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza, caratterizzata da:

irritabilità, collera,  ansia; voglia irrefrenabile di fumare; difficoltà di concentrazione; insonnia.

La nicotina è considerata una droga a tutti gli effetti. Dall’inizio degli anni 90 il contenuto di nicotina delle sigarette è regolamentato e non può superare un certo numero di mg.

Danni del fumo

La gravità dei danni dipende da questi parametri

Età di inizio e numero di anni di fumo; Numero di sigarette giornaliere; Modo di fumare (inalazioni più o meno profonde)

Danni all’apparato respiratorio: irritazione, aumento del muco,  bronchite acuta, poi cronica, enfisema polmonare

Aumenta inoltre l’incidenza di infezioni delle vie respiratorie ed asma.

Danni del fumo a cuore e circolo

Il fumo fa aumentare la pressione arteriosa, accelera l’aterosclerosi, ostacolando la circolazione del sangue nei vasi e aumentando il rischio di infarto e di ictus.
I problemi circolatori causati dal fumo possono determinare impotenza nell’uomo; declino mentale; invecchiamento precoce della pelle

Il fumo aumenta il rischio di molti tipi di tumore; a rischio sono prima di tutto le vie respiratorie in quanto direttamente esposte al fumo. Nei fumatori il carcinoma polmonare ha una frequenza 20 volte superiore a quella riscontrata nei non fumatori. Alto è anche il rischio di tumore al rene e alla vescica, in quanto le sostanze cancerogene del tabacco sono eliminate attraverso i reni e ristagnano con l’urina nella vescica. Associato all’alcol, il fumo aumenta il rischio di tumori dell’esofago, del colon e del fegato.

Danni specifici del fumo nelle donne

è maggiore il rischio di tumori dell’utero. La menopausa è anticipata ed è più alto il rischio di osteoporosi. Il fumo diminuisce la fecondità ed aumenta il rischio di aborti, parti prematuri, neonati sottopeso e morti premature. La nicotina ha inoltre la capacità di inserirsi nel latte materno.

Il fumo in gravidanza può causare un ritardo di crescita, di sviluppo mentale e polmonare del bambino.

Altri danni del fumo:

Il fumo riduce notevolmente le prestazioni atletiche, aumenta lo stress ossidativo, aumenta il rischio di gengiviti ed incrementa l’incidenza di ulcere gastro-duodenali.

Il fumo passivo è quello inalato involontariamente dalle persone che vivono o lavorano a contatto con fumatori.

Il fumo di tabacco è uno dei più pericolosi fattori inquinanti dell’aria in ambienti confinati e costituisce un rischio concreto per la salute dei non fumatori.

Causa riduzione della funzionalità respiratoria e una maggiore incidenza di tumore al polmone.
Nei figli di fumatori si riscontra una più alta incidenza di bronchiti, polmoniti e crisi asmatiche.”

BASTA COSI’ O RINCARIAMO LA DOSE? 

Fuochi epifanici e bigottismo culturaloide

fuochi epifaniciCaro lettor epifanico,

d’antiche storie e da contrade remote viene il racconto dei fuochi epifanici. Un affidabile sito web così lì commenta:

Il fascino misterioso della dodicesima notte, quella dell’Epifania, ultima del periodo natalizio, ha da sempre avvinto ed incantato le genti d’Europa assieme a quelle del Mediterraneo e del vicino Oriente e a questa notte è legato il folcrore nelle sue tradizioni ed espressioni più remote. Si dividono però queste in due distinti filoni: uno chiassoso, burlesco e saturnale basato su una baldoria che è già carnevalesca; l’altro ritualistico, ieratico, a mezzo fra il magico e il sacro che sa di antichissime liturgie e odora ancora di Avvento e di Natale. I fuochi epifanici del Friuli, i “Pignarûi”, “Fogoròns”, “Foghèras” o “Palavins” appartengono a questa seconda corrente, ma nella loro solenne semplicità risultano, a differenza di altre tradizioni natalizie dell’Europa centro-settentrionale, scevri “di diavoli goffi e di bizzarre streghe” (G. Carducci, da Il Comune rustico, scritto durante un soggiorno del Poeta ad Arta Terme, n.d.r.), fedeli ad una ritualità trimillenaria che fu indubbiamente, ed anche profondamente, celtica, ma le cui origini si perdono nella notte dei tempi.”

Bene, questo in sintesi il quadro antropologico-culturale dei fuochi epifanici, la cui tradizione appartiene alle nostre genti, e non a decisori autoritari e improvvisati. In tutto il Friuli, in pianura, sulle colline, sulle montagne carniche e del tarvisiano, questo pomeriggio si accendono fuochi, e persino sul Tagliamento. Le antiche usanze mantiche degli àuspici e degli arùspici presenti in tutto il Mediterraneo, nelle culture mesopotamiche, egizie e greco-latine, confermano questa tradizione che, se non ha alcunché di originariamente “cristiano”, come altre festività e ricorrenze, fin dai primi decenni e secoli dopo Cristo, hanno cominciato a fare parte della “nuova tradizione” religiosa e popolare cristiana: basti pensare alla coincidenza del “Natale cristiano” con la festa ben più antica della tradizione mitraica del “Sol invictus” del 25 dicembre. Senza che ciò scandalizzasse alcuno.

Anche a Codroipo, la romana Quadruvium, per altro paesone un po’ senz’anima, vi era questa tradizione, nella cura della quale era impegnata tutta la comunità locale, Parrocchia compresa. Ricordo infatti il ruolo paesan-popolare dell’arciprete mons.  Copolutti… e ora, mi dicono… un suo successore ha cassato il Fogoròn perché sarebbe estraneo alla cultura cristiana. Non so se sia vero, ma se lo è mi sembra un’idiozia cui porre rimedio, magari con un seminario ad hoc, per il quale son disponibile.

Sul Filo di Sofia