Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

“…gli immigrati forse non sanno che non debbono violentare” (terrificante frase pronunciata da una avvocatessa a Salerno)

Leggo stamattina questa incredibile frase pronunciata, sembra, dall’avvocato Carmen Di Genio del Comitato delle Pari opportunità di Salerno. E’ talmente assurda, stupida, illogica, cognitivamente improbabile che mi sono sentito di mettere quel “sembra”, poiché un essere umano, femmina, laureato in giurisprudenza, italiano, non dovrebbe poter pronunziarla, e neppure pensarla. Siamo al di là di ogni ordine naturale di ogni genere e specie del linguaggio umano. Siamo al belluino pre-morale che, guardando l’abbigliamento beige, sobrio ed elegante dell’avvocatessa, non mi sembra appartenerle. Ma al modello culturale radical chic oggi è tutto concesso.

Se la frase, così come pronunciata, stava dentro un contesto, come si dice, anche questo non la manleva della sua pericolosissima gravità di messaggio mediatizzato. E non serve che vada giù l’eroico Gasparri a protestare, basta togliere questa signora dal ruolo e farla blaterare in circoli privati, dove ci si allena ad approssimative discussione di antropologia culturale. Mi pare si tratti della stessa ideologia di quegli studiosi di tale disciplina, che confondono la plausibilità socio-antropologica dell’infibulazione come “cultura tribale” africana, con la sua ammissibilità sotto il profilo etico. E’ come dire che, siccome un fenomeno esiste avrà le sue “buone ragioni”, e morta là.

Non è così. Io non so che sottile ragionamento stesse svolgendo a Salerno l’avvocato Di Genio, ma so che per logica comunicativa e mero buon senso non si deve mai cedere a espressioni che lascino un minimo di ambiguità in tema di tutela della condizione umana. Può anche darsi che i “costumi naturali” machisti dell’homo africanus che ha inventato, con la complicità delle donne dominanti, la mutilazione dei genitali delle bambine, prevedano che il maschio stesso possa vantare un potere di predazione sulla femmina, qualunque e ovunque essa si trovi, ma questo non può essere ammesso neppure come ipotesi legata a un’ignoranza “naturale” dei diritti umani, che sono inviolabili, quell’avvocatessa potrebbe dire “secondo le conquiste della nostra etica e della nostra cultura”. Certo che sì, ma non basta. A chi violenta perché lo ritiene un suo diritto, come si è visto fare con facilità anche in Italia nell’ultimo periodo, e come è accaduto la notte del Capodanno di un paio di anni fa a Colonia, bisogna innanzitutto “fermare le mani” e gli altri organi interessati, in qualsiasi modo, anche con le cattivissime, poi giudicarlo e punirlo e, se non pentito e convinto di avere compiuto un’azione malvagia, ricacciarlo oltremare con un biglietto di sola andata. D’accordo presidenta Boldrini, o ha dei dubbi in proposito?

Stiamo vivendo un periodo di grande confusione culturale e morale, ma soprattutto, come ho scritto già più volte, di grande crisi cognitiva. E’ il pensiero che comunque domina l’agire umano, se non vogliamo scendere la scala evolutiva dell’ominazione percorsa in un paio di milioni di anni. Non si può che tornare al valore del pensiero, per migliaia di anni espressione profonda e misteriosa dell’organo che presiede primariamente all’evoluzione, il cervello. Nell’ultimo periodo troppo spazio è stato dato all’emozione sentimentaloide del “sentire”, a una sorta di “etica dell’emozione”, che spesso ha prevalso sulla ragione, rompendo la feconda endiadi che corrobora l’una con l’altro, la ragione con il sentimento. Complici i nuovi media, l’uomo contemporaneo ha lasciato spesso in un angolo la facoltà del pensare, sostituendolo con quella del mero “sentire”, che ha in comune anche con i cugini animali. L’eguale dignità tra tutti gli umani non deve fare dimenticare le irriducibili differenze tra i singoli e tra le culture, che non vanno rimosse, ma studiate, non per uniformarle a standard astratti, ma per renderle umanamente compatibili.

Per questo la frase di Di Genio, è intrinsecamente sbagliata e fuorviante, qualsiasi sia stato il contesto in cui è stata pronunziata.

“Lavoro” e “posto di lavoro” sono la stessa cosa?

Caro lettor del sabato,

qualcuno pensa che i due virgolettati del titolo siano sinonimi, ma non lo sono. Il concetto di “lavoro” si riferisce espressamente all’operare dell’uomo per acquisire materie prime, trasformarle e creare tutte le attività di servizio e di ricerca che rendono il lavoro stesso vendibile per la vita umana in generale e per creare reddito aziendale; il concetto di “posto di lavoro”, invece, si riferisce alla struttura organizzativa di un’azienda o di un ente, che prevede posizioni, ruoli, mansioni abbastanza precise.

Secondo una logica elementare dovrebbe essere il “lavoro” a creare le condizioni di un “posto di lavoro”, ma questo è vero soprattutto dove l’economia d’impresa è di tipo privatistico, e fa i conti ogni giorno con costi e ricavi, essendo obbligata a fare sì che i ricavi siano sempre maggiori dei costi, pena la fine certa dell’impresa stessa che non può essere sovvenzionata in deficit, anche se a volte questo è accaduto per ragioni di carattere occupazionale, con costi ingenti per la collettività.

Anche il lessico, il glossario che caratterizza il mondo dell’economia privata è diverso da quello che caratterizza l’ente pubblico. Nell’azienda privata, quando si intende descrivere i “posti di lavoro” tenendo conto delle linee gerarchiche, si parla di “organigramma”, che viene anche definito, stampato e reso ufficiale all’interno e verso clienti e fornitori, nonché per il sistema di qualità e di sicurezza del lavoro. Ma “organigramma” non significa imbalsamazione della struttura operativa, bensì sua delineazione dinamica, sempre modificabile.

Nell’ente pubblico, invece, si parla ancora di “pianta organica”, fatta di caselle da riempire di nomi di persone assunte solitamente per concorso. Nel pubblico, se la “casella” resta vuota per pensionamento o dimissioni (rarissime), bisogna riempirla, altrimenti il lavoro assegnato a quella “casella” non si fa, almeno per un po’ di tempo. Invece nell’azienda privata, se viene anche improvvisamente a mancare un lavoratore in una mansione, si cerca immediatamente di rimediare, cercando una figura di backup (sostituto) tra i dipendenti, operazione non difficilissima, perché le aziende moderne hanno di solito una matrice delle poli-competenze di tutti i collaboratori, e quindi la possibilità di sostituire chi manca inopinatamente con risorse interne già abbastanza formate o, in ogni caso, è in grado di provvedere a una rapida riqualificazione di personale particolarmente duttile e flessibile.

Ecco che  a questo punto comincia a delinearsi la differenza concettuale profonda tra “lavoro” e “posto di lavoro”, là dove il secondo presuppone sempre il primo, non viceversa. Il lavoro deve essere individuato come quantità e qualità del processo operativo, sia se si tratta di attività diretta (operaia, alla faccia di chi pensa che il lavoro manuale stia scomparendo), sia che si tratti di lavoro indiretto, impiegatizio, tecnico o di coordinamento di altre persone.

Quando i carabinieri negli anni ’80 scoprirono che nella sede centrale nazionale dell’Inps a Roma vi erano più cartellini, cedolini paga che posti di lavoro e quindi lavoro, si capì benissimo la non coincidenza dei tre concetti. Lì, con la complicità di direttori centrali e generali, si era creata una pastetta di connivenze che aveva portato la situazione ad essere così deforme, abnorme, truffaldina, sia nei confronti dello Stato, sia nei confronti dei cittadini utenti, lavoratori e pensionati. Si fece un repulisti, ma evidentemente non è bastato perché nei decenni successivi abbiamo assistito a fenomeni di tutti i colori, specialmente di assenteismo patologico e a imbrogli sguaiatamente evidenti, come la timbratura fasulla di cartellini presenza.

Chi pensa che il lavoro coincida con il posto di lavoro può essere tentato di imitare quei cattivi lavoratori del pubblico impiego che con il loro inqualificabile comportamento hanno rischiato di screditare la stragrande maggioranza dei tre milioni di colleghi che invece lavorano coscienziosamente.

In un’attività di direzione del personale nella più grande azienda friulana, la Danieli, dove ho operato a metà degli anni ’90, mi è capitato di porre fine a una vertenza onerosissima provocata da un dipendente infedele, che si assentava per gli affari suoi durante l’orario di lavoro, e l’aveva avuta vinta davanti al giudice, con un costo aziendale più che decennale che qui mi fa pena citare. Le prove della sua infedeltà non avevano convinto il giudice che aveva condannato l’azienda a retribuirlo comunque, non avendo l’azienda stessa accettato la reintegra del dipendente (7° livello metalmeccanico da 2 milioni e settecentomila lire nette al mese), ex art. 18 della Legge 300/70 Statuto dei diritti dei lavoratori. Posi fine a quella vergogna con una transazione tombale di non poco conto, dopo aver informato la Presidente dell’azienda. Mi turavo il naso mentre firmavo dall’avvocato il verbale di conciliazione. Mi vergognavo per l’imbroglio riuscito ai danni dell’azienda e di tutta la comunità di chi vi lavorava.

Due esempi che spiegano bene come il “posto di lavoro” deve sempre essere riferito a “lavoro” vero, non inventato, truffaldino o fasullo come in certi casi, perché allora non si tratta di un “posto di lavoro”, ma di inganno, infedeltà, slealtà verso gli altri e di tradimento dei più elementari sentimenti etici di giustizia.

La realtà delle cose non è mai pigra, e ogni giorno è unico lungo il cammino infinito della vita

Noi umani numeriamo, classifichiamo, mettiamo in ordine, abbiamo bisogno di tassonomie, categorie, classi, ordini, famiglie di viventi, minerali, tipi di economia, di sistemi politici, di modelli sociali, di dottrine religiose, etc…, così ci mettiamo tranquilli, per modo di dire, pensando di avere tutto, o quasi, sotto controllo. Riusciamo perfino a pensare, nella nostra ansia di standardizzazione, che sia possibile “ingegnerizzare” in qualche modo anche la gestione delle persone nelle strutture organizzative, come ad esempio le aziende. Ma non è così, perché alla fin fine ogni vicenda, ogni vita umana è unica e a sé stante, ogni cammino originale e irripetibile. Individuale (“Ognuno sta solo sul cuor della terra…, Salvatore Quasimodo”)

Le giornate che si vivono sono sempre, pur nell’elenco innumere, uniche e, una volta transitate, non si ripetono, se non per sommi capi, se non come cornice di consuetudini, di atti quotidiani, da quello del sonno a ciò che si fa in stato di veglia, alimentarsi, metabolizzare i cibi, lavorare, incontrare, staccarsi dagli altri, alternare compagnia e solitudine. Ogni giorno è unico lungo il cammino. Ogni giorno è un lungo cammino lungo il quale puoi incontrare il dolore tuo e quello degli altri, e poi anche la gioia, che a volta sta lì dentro il dolore, a questi alternandosi. Il cammino è sempre più importante della meta, perché quest’ultima altro non è se non una tappa di un percorso ulteriore che sempre ti aspetta.

Sto capendo sempre di più che l’alternarsi del dolore e della gioia è un itinerario di conoscenza e di consapevolezza, e alla fine è un itinerario della coscienza d’essere.

Di conoscenza perché finalmente riesci a trasformare la corsa, anche quella in bici, in un pellegrinaggio, che ti permette di osservare le persone, i luoghi, gli atteggiamenti, le miserie, le grandezze e le cadute dei tuoi simili, e quindi di com-prendere meglio tutto e capire, cioè prendere-dentro e penetrare le “verità locali”, cioè imperfette e transeunti, ma con barlumi di luce, e capire di più anche ciò che prima ti sfuggiva o appariva nebuloso e informe: linguaggi, espressioni, silenzi, più o meno fragorosi, assenze, lamentele, reazioni strane, e via andando per la strada che fai.

Di consapevolezza perché guardandoti allo specchio riconosci tratti che prima ti sfuggivano, difetti, umanità nascoste, debolezze e anche punti di forza inattesi e sconosciuti, e ti collochi diversamente nello scenario del tuo mondo e del mondo, riducendo la distanza tra ciò che pensavi dovessero essere e ciò che effettivamente sono. La consapevolezza fa maturare quel principio di realtà che ci ha insegnato Aristotele, e che qualche volta ci sfugge, per frettolosità o per pigrizia. La realtà delle cose non è mai pigra.

La coscienza d’essere è come il contenitore di tutto, è il senso di appartenenza (aziendalmente si chiama commitment, ed è indispensabile per la collaborazione tra colleghi) a un tutto che ti trascende da sempre e per sempre, finalmente.

Il tempo che scorre è esso stesso un contenitore del tutto, categoria trascendentale secondo Kant, ma è anche uno stato interiore nel quale si svolgono, si dipanano tutti gli eventi e le storie umane e del mondo, nella soggettività di ciascuno di noi, negli alti e bassi che accadono, nelle vicende che capitano.

E allora è vero che ogni giorno è unico lungo il cammino della vita, reiterando solo la cornice delle ventiquattro ore, ma colmando di significati e soprattutto di senso questo nostro essere-al-mondo, anche se, come scrive Heidegger, inconsapevolmente gettati-in-questo-mondo.

Consentanietà ed empatia per la gestione sana delle relazioni interpersonali

Empatia è termine derivante da un glossario psicologico contemporaneo largamente in uso. Deriva dal greco en-pathos, cioè sentire (e anche soffrire, nel senso di sop-portare) dentro insieme. Oramai parlare di empatia, da quando la vulgata psicologistica (non psicologica) è diventata patrimonio televisivo e del web, di esperti, o sé putanti tali e con buon cachèt annesso, ma più spesso di pericolosi improvvisatori in materia, è quasi come parlare in Italia della pasta al ragù. Scontato,  e perfin banale.

La consentaneità è invece un termine dal profilo più filosofico-giuridico-letterario, un poco desueto, che significa essere-d’accordo, contrattualizzare una convenzione, o meglio, creare le condizioni per stipulare un accordo. Si può dire che essa descrive la fase antecedente alla stesura e alla firma di un testo su cui si sia riusciti a trovare un minimo comun denominatore, tale da poter essere condiviso da due o più parti in causa.

I due termini non sono dunque strettamente sinonimi, sia pure in ambiti culturali e disciplinari diversi. Penso però che andrebbero collegati su un piano razionale, là dove l’empatia, dimensione emotiva per eccellenza, può fungere da approccio e primo “collante” del rapporto che si sta creando, ma senza esagerare ché, lo sappiamo, un eccesso di empatia può rivelarsi pericoloso, perché porta chi lo vive in questo modo a un’identificazione troppo forte con l’altra persona, interlocutore, cliente, fornitore o chiunque sia, e con i legittimi interessi di questi. In una trattativa di lavoro o commerciale, ma anche nella normale relazione inter-umana (inter-personale, inter-soggettiva), l’abbandonarsi all’empatia porta il dialogo su un binario unico, che ben presto si dirige verso un ponte sospeso sul nulla.

L’empatia deve essere commisurata alla situazione, e quindi vigilata con cura. A quel punto entra in campo la dimensione razionale della consentaneità, cioè del sentire-insieme, del con-sentire su un affare, su un progetto di lavoro… e magari anche di vita. Esagerare con l’empatia è ridurre il dialogo tra due persone, che sono due “interessi”, a mero colloquio buonista improduttivo, quantomeno per una delle due parti.

Come in ogni altra attività umana, sia di pensiero, sia d’azione (ah caro buon vecchio Mazzini!) si deve prevedere e attuare l’intervento di tutte e due le dimensioni spirituali e psichiche che denotano l’essere umano, quella del sentimento e quella della ragione (cf. J. Austen). Oggi molti studiosi parlano di intelligenza emotiva, e va bene lo stesso, perché si riassume nello stesso sintagma la doppia faccia della relazione, l’una delle quali non può prescindere dall’altra, pena, o la sua vanificazione pratica se si mette in campo la sola empatia, oppure l’incomprensione radicale se l’empatia manca.

Non possiamo mai pretendere di entrare in sintonia (syn-tònos, dal greco: con-lo-stesso-tono) con alcuno, se non ci spendiamo in qualche modo sul piano dell’energia emotiva, per poi passare all’analisi razionale delle cose da discutere e/ o da fare insieme. Nell’economia contemporanea la partnership e la comakership, richiedono questa lucidità di vedute, insieme con la pazienza e la perseveranza necessarie per la costruzione di una relazione di qualità, precondizione per ogni passo ulteriore nel segno della collaborazione di lavoro e anche nell’ambito degli affetti.

Un esempio pratico: in ragione di esperienze fatte e studi approfonditi sono ritenuto abbastanza esperto del fenomeno del mobbing, per cui vengo anche consultato da colleghi e uomini d’azienda, fenomeno presente da sempre in tutti gli ambiti e ora bene attestato e codificato anche negli ambiti lavorativi, aziendali e non  (si riscontra anche nella scuola, nella sanità, nell’esercito, nella chiesa…). Ebbene, per cercare di capire le origini del fenomeno in un dato contesto, ho sempre applicato la “ricetta” congiunta di empatiaconsentaneità. L’empatia mi è servita a creare fiducia e confidenza nelle persone che ritenevo indispensabile interpellare per indagare sul fenomeno e conoscerlo, e la consentaneità per condividere una soluzione razionale al problema che si sarebbe potuto porre, se non conosciuto, arginato e risolto.

Su questo tema e su altri di carattere relazionale non ci si può improvvisare, ma bisogna osservare le cose in maniera paziente, certosina, e perfin sofisticata, scoprendo i segnali più deboli, e poi studiare studiare studiare, fino a raggiungere una ragionevole certezza di conoscenza e quindi di intervento risolutivo.

Si potrebbero fare anche altri esempi, ma questo basti per dire ancora una volta come il bene dell’intelletto e le sue ragioni (cf. Pascal) vadano sempre coniugate con le ragioni del cuore.

Chi fu più crudele, Alessandro il Macedone, il presidente Truman o il generale Westmoreland?

Caro lettor mio,

qui non parlerò dei soliti Hitler e Stalin, Pol Pot o Hafez el Assad, tra molti altri dittatori e affini, oggettivamente crudelissimi e tali, ovviamente, anche secondo i racconti di riviste alla Focus o di programmi televisivi alla Voyager, che perseguono il “divulgatismo” culturale più vieto e fuorviante. Farò un confronto sintetico tra Alessandro il Grande, il presidente Harry Truman e  il generale U.S.A. William Westmoreland, comandante in capo delle forze americane nella prima fase kennedyan-johnsoniana della orrenda guerra del Vietnam, malefatta cosmica della democrazia occidentale del XX secolo, poi quasi pareggiata dal duo di dementi criminali Bush jr.&Blair con la seconda guerra del Golfo nei primi anni del terzo millennio.

Qualche giorno fa un signore, forse attento lettore di Focus e spettatore del millantatore Giacobbo di Voyager, “mi informava” che Alessandro, dopo l’uccisione nel 336 a.C. del padre Filippo II re di Macedonia, per assicurarsi la successione e realizzare il suo sogno di “conquistare il mondo”, fece uccidere parenti e affini, e quindi lo giudicava di una crudeltà inenarrabile. A quel punto gli ho chiesto che cosa pensasse della crudeltà di Westmoreland che usava il napalm sui villaggi contadini della nazione vietnamita e i B52 sulle città, che scaricavano bombe da due tonnellate da quota diecimila metri dal suolo, e sotto, laggiù, molte inermi persone, oltre ai guerriglieri Vietcong, morivano, non davanti a un gladio sguainato o per una freccia, ma schiacciati come pantegane, uomini, donne, vecchi e bambini. O era più crudele Alessandro quando inseguiva e uccideva i Persiani di Dario III già battuti al fiume Granico, a Isso o a Gaugamela?

O che cosa pensasse degli Alleati che bombardarono Dresda, o di Hitler, ah no lui, perché quello è già il cattivissimo, che attuò lo sterminio degli ebrei e distrusse Coventry, o del presidente Truman che scaricò due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (massimo atto terroristico di ogni tempo). Chi più crudele? Alessandro, Truman o Westmoreland?

Il fatto è che vedere un campo di battaglia dell’antichità, come può essere stata Canne dopo lo scontro tra Annibale e i consoli romani Emilio Paolo e Terenzio Varrone sarebbe stata una cosa, mentre osservare il fungo atomico di Hiroshima dal B29 Enola Gay che -dopo lo sgancio- si allontana rapidamente, è un’altra: nel secondo caso il colonnello Tibbets non ha visto morti, feriti, bruciati, dissolti, mentre nel primo caso il valloncello di Canne era pieno di corpi dilaniati e la terra intrisa di sangue di almeno cinquantamila soldati uccisi dei due eserciti. Era crudele Annibale o il console Varrone, era crudele il colonnello Paul Tibbets?

L’errore del mio interlocutore sta nella visione anacronistica del giudizio morale. Se per noi cittadini del ventunesimo secolo infliggere la morte a un essere umano in qualsiasi modo, anche con la pena di morte, è inaccettabile, per il tempi di Alessandro non era così, poiché il valore di una singola vita umana era diverso dal valore che le attribuiamo noi. E’ stato il Maestro di Nazaret a spiegare all’uomo che ogni creatura, ogni anima, ha la stessa dignità incommensurabile di chi è stato “fatto a sua immagine” (Genesi 1, 27), ri-leggendo in termini umanissimi e davvero “nuovi” la crudelissima Bibbia, anzi il Primo Testamento dei Patriarchi. Dal lieto messaggio evangelico, in mezzo a mille contraddizioni, si è sviluppata l’idea del valore della vita umana, peraltro per quasi duemila anni proprio non curata dalla chiesa, anzi dalle chiese cristiane e dalle altre grandi religioni. Fu il pensiero laico settecentesco a riprendere illuministicamente questo valore, con il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (1764), mentre la chiesa di Roma continuò a tagliare teste (vero “santità” san Pio IX?) fino al 1870 (Agatino Bellomo).

Tommaso d’Aquino, sulla crudeltà in ambito bellico, scrive (Summa Theologiae, II II, q.20, 1 ad 3):

La guerra è giusta se ripara un’ingiustizia. Ma deve essere fatta con retta intenzione, con carità.

Si richiede che l’intenzione di chi combatte sia retta: e cioè che si miri a promuovere il bene e ad evitare il male. Ecco perciò quanto scrive S. Agostino: «Presso i veri adoratori di Dio son pacifiche anche le guerre, le quali non si fanno per cupidigia o per crudeltà, ma per amore della pace, ossia per reprimere i malvagi e per soccorrere i buoni». Infatti può capitare che, pur essendo giusta la causa e legittima l’autorità di chi dichiara la guerra, tuttavia la guerra sia resa illecita da una cattiva intenzione. Dice perciò S. Agostino: «La brama di nuocere, la crudeltà nel vendicarsi, lo sdegno implacabile, la ferocia nel guerreggiare, la smania di sopraffare, e altre cose del genere sono giustamente riprovate nella guerra».”

Riassumendo, la crudeltà è una specie di indifferenza alla sofferenza e al dolore altrui a volte confinante con il sadismo, cioè al piacere di infliggere questo male. Non sempre è quasi sinonimo di violenza, perché può configurarsi anche come mancato soccorso di una persona in pericolo. Rappresenta comunque sempre una manifestazione di pretesa superiorità di un individuo umano su un altro.

Forse è il caso di considerare altri tipi di crudeltà, quella dei serial killer. Che cosa accomuna l’elegante Ted Bundy al “mostro di Rostov” Chikatilo, all’uccisore di prostitute Donato Bilancia, al cannibale di Milwaukee Jeffrey Dahmer, a Landru, a John Wayne Gacy, alla contessa sanguinaria Erzsébet Bàthory, alla saponificatrice di Correggio Leonarda Cianciulli, ai fratelli Savi, se non la crudeltà assoluta, anche se in parte -come sostengono molti neuro-scienziati- connotata da tratti di follia. O quella degli orrendi macellai dell’Isis e affini, cui non intendo dedicare neppure una virgola in più.

E dunque la crudeltà umana appartiene a tutta la storia, ma va vista nella situazione data, nel momento storico, nell’etica creduta e nella filosofia del diritto del tempo esaminato. Quanto al suo essere un sentimento individuale deve essere esplorata dalla psicologia e dai saperi antropologici e filosofici.

In definitiva, non si può paragonare Alessandro il Grande a Hitler o al colonnello Tibbets, perché colti nel loro agire individuale in tempi e situazioni assolutamente diversi, nonché caratterizzato da intenzioni e giudizi soggettivi sugli esseri umani radicalmente differenti, ad esempio, sicuramente folli e crudelissimi nel caporale Adolfo.

Per questo sconsiglierei -per la cultura personale e la maturazione di un sapere etico certamente soggettivo ma ben documentato- di leggere riviste alla Focus e di seguire trasmissioni tromboneggianti come quelle del puerilmente minaccioso Giacobbo. Amen.

Come il sole riflesso sulla superficie cangiante del mare

A pagina 203 del suo ponderoso volume Platone 2.0, La rinascita della filosofia come palestra di vita, edito quest’anno da Mimesis, il mio amico Giorgio Giacometti, filosofo (posso dire?) neo-platonico contemporaneo, e studioso di Schelling, propone questa bellissima frase-verso, che riporto qui sopra nel titolo, a un suo interlocutore ospite di sedute di filosofia pratica. Si tratta di un piccolo industriale disorientato che ha confuso, o con-fuso per tutta la vita azienda e famiglia, facendo della seconda, in sintesi, una parte della prima: famiglia e azienda quasi indistinguibili, per cui sono nati problemi, incomprensioni, crisi, separazioni. La meravigliosa immagine del mare riflette uno stato delle cose, una condizione abbastanza comune nella vita personale e familiare degli esseri umani, specialmente di questi tempi sconvolti e disarticolati, che la cronaca ci fa pensare come i peggiori di ogni altro tempo, e invece è vero il contrario… forse.

La “superficie cangiante del mare“, quasi di montaliana memoria (cf. “Meriggiare pallido e assorto (…) osservare tra frondi il palpitare/ lontano di scaglie di mare …”), rappresenta con la metafora “scaglie” l’immagine dell’indefinibile mutazione e andirivieni delle onde sulla superficie della sconfinata distesa d’acqua di un mare o addirittura di un oceano, immisurabili e imprendibili, come le gocce della pioggia, come i raggi del sole e il mulinìo del vento novembrino.

Cangiante è  termine aulico per cambiante, quest’ultimo participio presente sgradevole all’udito, mentre la sua versione “alta” fa tanto lemma poetico e, come spesso capita, poietico, cioè costruttore di un qualcosa, e forse distruttore d’altro. Cambiare, oggi si deve cambiare, in organizzazione aziendale vi è la teoria del change management, della gestione snella (lean), efficace, della leadership situazionale, dove anche gli organigrammi possono venire scon-volti da un’idea nuova, più brillante ed efficace della linea guida precedente. Solo che in azienda e in economia il cambiamento produce disorientamenti momentanei, modifiche organizzative e un “dolore” personale controllato, o comunque controllabile, soprattutto nel caso di una perdita di posizione o del posto di lavoro stesso: in altri contesti, invece, il cambiamento può essere più doloroso perché più legato ai sentimenti e alle emozioni. Nelle vite individuali a volte càpita questa fluidità sofferente, questo scorrere delle cose, che dipende solo in parte dalle volontà singole. Secondo il pensiero di Baruch Spinoza e anche di un mio amico ristretto in vinculis, “tutto si tiene”, cioè accade, anche inopinatamente, anche contro le convenzioni, le leggi, i contratti, perché più forte, più potente, in definitiva, più umano.

Si pensi all’innamoramento e a tutto ciò che gli è connesso. Scaglie di mare, cangianti scaglie di mare. Onde, increspature del grande oceano della vita, come nel film di Andreij Tarkovskij, Solaris, dove c’è un “oceano che pensa” o, direbbe sant’Agostino, un “pensiero come oceano“. E io dico che il pensiero è più grande di ogni oceano, perché è il dialogo dell’anima con se stessa (Platone), flusso dell’immenso, ché in una frazione infinitesima di secondo arriva fino ai confini dell’universo a quattordici miliardi di anni luce.

E, in questo turbinare della vita, dove sta la morale ordinaria? dove le convenienze? dove i convenevoli? Non al centro, ma a lato, con il rispetto dovuto. Più forte è la vita, che vince sempre come nelle musiche di Haendel, ascolto ora il Dettinger Te Deum, nel pomeriggio settembrino, mentre la luce dell’autunno veniente taglia di traverso i rami dell’ulivo e la siepe di bosso che divide da un prato il mio giardino.

Il mio sguardo si perde verso le alte cime degli alberi del parco delle Risorgive, in attesa che venga l’ora del bicchiere di vino con big Mario, all’osteria dell’angolo qui vicino, per darci il tempo di racconti e di memorie, tra silenzi che scendono tra le parole. Tutte preziose, tutte pesate dall’esperienza, a volte dure, ma mai volgari, comprensive e settarie nello stesso tempo, ché l’incazzarsi è sano come ogni segno di vita, sempre che sia ben diretto, e non ingiusto a colpire anime innocenti, che sono anime salve.

Oh voci del coro potente, o trombe, ottoni dal suono di cristallo, ascoltate il canto dell’anima mia.

el caballero andante

soy yo, sono io, e l’espressione può essere considerata sia in friulano sia in spagnolo, perché si pronuncia allo stesso modo, e ci sono solo le ypsilon a rendere diverse le parole. Il sintagma è cervantesco, ché il grande Miguel l’ha usato spesso para el ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha (Alonso Quijano) che andava eroicamente per le terre di Spagna a render giustizia a uomini e donzelle, in un racconto epico e picaresco.

Ognuno di noi è un cavaliere, più o meno consapevole, che se ne va nel mondo, anche se magari non a salvar donzelle, bensì a cercare ogni giorno la propria strada, il sentiero da percorrere, affrontando la propria fatica, i dolori e le gioie.

E così andando fa incontri, con un tal Sancho Panza che fedelmente lo segue e lo serve, e con una miriade di altri umani e non-umani, castelli, animali, contrade, cieli diversi e corsi d’acqua, boschi e distese di campi coltivati a perdita d’occhio, montagne inaccessibili e dolci colline all’orizzonte. Si ferma e riparte, entrando in città e villaggi, uscendone di primo mattino, senza nostalgia, rivolto all’altrove, e così ogni giorno, settimana, mese, anno… Lui va, el caballero andante. Va anche senza sapere precisamente dove il suo incedere e la sorte lo porteranno ogni giorno, muovendosi dall’alba al tramonto, instancabile. Io, tu, noi andiamo.

Il vento della Sierra a volte gli fa compagnia verso sera, consigliandogli di cercare un rifugio, una locanda dove fermarsi a riposare, dove impastoiare Ronzinante e la cavalcatura asinina di Sancho. Insieme hanno imparato a viaggiare, supportandosi e sopportandosi (tanto, è la stessa cosa), ascoltando e comprendendo anche gli umori delle due fedeli bestie che li accompagnano per le strade e nei perigli d’ogni dì che viene e che passa.

Don Quijote osserva in lontananza l’orizzonte, scruta le nuvole e gli slarghi di cielo sereno che si alternano, mentre animali bradi si stagliano sul crinale delle basse colline inaridite. Di tanto in tanto i due viandanti si scambiano qualche parola, nell’essenzialità dei discorsi. Il silenzio fa loro buona compagnia per lunghi tratti del tortuoso cammino, che scavalca vallate profonde e pianure ondulate, incontrando corsi d’acqua e fontanili, stagni e laghetti, dove le anatre selvatiche e uccelli di passo trovano ristoro e cibo.

Il senso del viaggio non sempre è presente nelle loro menti, perché a volte le domande che ci si fa vivendo non hanno proprio risposte. Le risposte sono i pensieri che vengono, gli atti compiuti. El caballero andante

« Viveva, or non è molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un hidalgo di quelli che hanno lance nella rastrelliera, scudi antichi, magro ronzino e cane da caccia. »
« Toccava i cinquant’anni; forte di corporatura, asciutto di corpo, e di viso; si alzava di buon mattino, ed era amico della caccia […] Negli intervalli di tempo nei quali era in ozio (ch’eran la maggior parte dell’anno), si applicava alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione così spiegata e così grande compiacenza, che obliò quasi interamente l’esercizio della caccia ed anche l’amministrazione delle cose domestiche. »

 

Lui ama Aldonza Lorenzo, che nella sua fantasia diventa la nobile dama Dulcinea del Toboso. E si batte contro dei frati che pensava fossero rapitori di una dama biscaglina, e contro un gregge di pecore e contro i mulini a vento. In una zuffa dove comunque prevale, viene anche picchiato al punto che gli saltano due denti: il che gli farà dire:

« Se mai quei signori volessero sapere chi è stato il valoroso che li ha ridotti a quel modo, vossignoria dirà che è il famoso Don Chisciotte della Mancia, il quale con altro nome si chiama il Cavaliere dalla Trista Figura. »

 

Trista nel senso di severa, tutta compresa delle cose da fare nella vita, dei doveri di un gentiluomo che non può mai deflettere, mai transigere a qualsiasi costo.

Per la sua sepoltura furono composti molti epitaffi tra i quali quello di Sansone Carrasco:

 

Giace qui l’hidalgo forte
che i più forti superò,
e che pure nella morte
la sua vita trionfò.

Fu del mondo, ad ogni tratto,
lo spavento e la paura;
fu per lui la gran ventura
morir savio e viver matto.

 

Meglio forse la vita di Alonso Chisciano, che visse da matto ma fu veramente, che tante vite gettate nel nulla dell’avere possedendo oggetti  e non la libertà.

L’aquila, il lupo e… altri animali

Quando mi installarono il primo indirizzo e-mail circa vent’anni fa, Marco mi chiese il nome dell’account e in un nanosecondo dissi “eagle”, aquila, ché da sempre era l’animale cui mi con-sentivo, perché vola alto e lontano, perché è solitaria e poggia le sue zampe e costruisce i suoi nidi su sporgenze rocciose impervie e all’uomo inaccessibili. Il becco adunco e lo sguardo la rendono dolcemente grifagna, un po’ come mi sento io. Dolcemente grifagno di volto, malinconico e auto-trascendente, e a volte criceto impazzito. Ché io mi son mosso in questi anni un po’ come il piccolo roditore gradito in tante case, forse troppo, ma non insensatamente. Ora è forse preferibile seguire le tracce e l’esempio dell’aquila e del lupo.

Il lupo. Il lupo vive in branco e “fa squadra” assai meglio degli esseri umani, uccide solo cosa e come gli serve per mangiare, non di più, non di meno, è sobrio e razionale nella sua istintualità, resistente e prodigo nel suo agire con e per i compagni di branco, lungimirante e determinato nella caccia e nella protezione del gruppo.

Aquila e lupo, vi ammiro, come ammiro le api e le formiche che lavorano indefessamente, le prime per loro stesse e anche… per noi, le seconde per loro stesse e anche per la terra, e quindi anche per noi, ossigenandola e traforandola.

L’aquila abita le nostre montagne dal Colovrat al Cavallo, nessun anfratto le è sconosciuto. Ricordo il racconto dell’aquila nel romanzo di Italo, quello della sua vita di allevatore di mufloni sul Monte Pala, quasi trent’anni fa. Italo aveva visto l’aquila planare possente nella radura a prendersi un pezzo di capriolo già ucciso, da portare su su verso la cima di uno dei monti della fascia prealpina, forse il Raut o il Cornaget, o forse il Resettum. Montagne che in parte si affacciano alla pianura, in parte nascondono i loro spalti tra valli poco frequentate, intatte, silenti, eloquenti come i ruscelli che sgorgano dalle rocce primitive della loro potenza. E l’ho vista, l’aquila anche sul nostro sommo Coglians, volteggiare a tremila metri ad ampi cerchi concentrici e poi scomparire dietro la cresta della Chianevate possente.

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Il lupo no, non l’ho mai incontrato, mentre la lince e lo sciacallo sì, non l’orso meritevole di rispetto, ché lui gira per i nostri boschi montani in cerca di vita, dalle Valli favolose del fiume smeraldino alla Carnia profonda, trasmigrando dalle foreste immense della grande Slavia. Occhi furtivi e attenti guatano le ombre del bosco, e può essere lui, molto più forte di te, che ti osserva camminare e ti evita, ti evita l’imbarazzo dell’incontro.

Non cerco questi temibili animali della foresta, so che ci sono e son contento stiano nei luoghi che sono stati creati per loro, ispirandomi con la loro misura, con la loro riservatezza animale, così ammirabile rispetto a certi comportamenti umani.

Dell’aquila non temo la forza, perché orientata ad altro, non ad aggredirmi, anche perché forse “sente” nel suo modo misterioso d’essere, che apparteniamo allo stesso essere e all’essere stesso, che non sono la medesima cosa.

Attendo il tempo di poter frequentare di nuovo i sentieri del lupo, e di alzare lo sguardo agli immensi spazi che ospitano il volo del grande rapace.

Peraltro ho un nome “ri-natus”, cioè colui che rinasce, messomi in autonomia da Pietro, mio padre, che contravvenne agli accordi presi con Luigia, mia madre, di chiamarmi Marco. E io sono ri-nato più volte nella mia vita o, come dice l’Arrigo del calcio, ho amato molto le ri-partenze, che mi sono finora sempre riuscite. Ho scritto qui e altrove che mi piacciono gli start up, le in-venzioni, il trovare e far partire cose sempre nuove, lasciando poi ad altri la gestione dell’ordinario, che richiede pazienza e manutenzione. Io ho pazienza, ma quella che aiuta a sopportare le avversità e anche il dolore, pare, non quella della ripetitività quotidiana.

La mia è una pazienza inquieta, come il cuore di sant’Agostino, che non trova pace se non in Lui, ma come tutti noi esseri umani, peraltro. E, secondo san Girolamo, come anche le api e le formiche, l’orso e lo sciacallo, la lince e il grande cervo che bramisce, l’aquila e il lupo. Nella vita che viene per tutte le creature, per le quali “laudato sii, mi Signore”.

assenze e assenteismi

I concetti e i termini linguistici del titolo derivano dalla struttura verbologica latina del verbo essere, sum, sono, cosicché ab-sum significa sono da, cioè sono distante, non sono qui, sono assente. Essere assenti non è un male-in-sé, anche perché non si può essere presenti ovunque dove si sta di solito, o altrove, e neppure nello stesso momento, come insegnava sapientemente Aristotele. Non si può essere e non-essere nello stesso momento e nello stesso luogo (o in altri).

La filosofia occidentale ha studiato il tema dell’essere da oltre duemila cinquecento anni, e anche della sua assenza, cioè il non-essere. Al di fuori dei miei doveri di lavoro e d’altro, liberamente assunti, a me è sempre piaciuto essere-assente, non enfatizzando mai la mia presenza, e a volte andarmene, magari da convivi troppo lunghi, o da posizioni di lavoro, nel pieno delle mie prerogative, cosicché ho lasciato spesso profumo di rimpianto e anche un po’ di nostalgia in chi rimaneva lì. Ho sempre rifuggito le pesantezze dello stare-lì-per-forza, per mancanza di alternative, o per rassegnazione altrui, soprattutto nelle varie attività che ho svolto, lasciando le quali ho mantenuto rapporti veri, buoni, leggeri.

Infatti, a volte l’assenza è benefica, positiva, ri-costruente. E’ bello mancare, fare silenzio, non apparire, anche se si è da qualche parte. Anche Parmenide di Elea potrebbe essere d’accordo, e dare quasi ragione al suo fiero “avversario” Eraclito di Samo,  se intendiamo l’essere come una sorta di costante dinamica di ogni cosa e di tutte le cose e persone, un sostrato indefettibile ed eterno, ma non statico, una specie di eterno divenire, come l’acqua che scorre sotto un ponte fermo, fatta di molecole sempre diverse, ma comunque composte di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno. Gustavo Bontadini e il suo allievo, il padre domenicano Giuseppe Barzaghi, cui sono gratissimo, perché è stato uno dei miei maestri di metafisica, sostengono l’apparire e lo scomparire dell’essere come una specie di oscillazione all’evidenza o all’inevidenza della percezione umana, non come scomparsa dell’essere. Emanuele Severino è convinto dell’eternità degli enti che assumono l’essere apparendo, ma forse sarebbe meglio parlare di immortalità, nel senso che vi è un momento in cui appaiono, come questo mio atto di scrivere ciò che sto scrivendo, e questo atto diventa immortale… quantomeno ex parte Dei, vel sub specie aeternitatis: dal punto di visto di Dio ciò che appare all’essere non può mai venire meno, neanche se lo volesse Lui stesso. Un limite alla sua onnipotenza? no, il rispetto della creazione da parte sua. L’atto dell’aver scritto questo pezzo è ineliminabile, non solo dal web (chissà?), ma dal mondo e dal tempo. Che meraviglia poter introdurre il tema delle assenze e poi degli assenteismi partendo da così “in alto”!

De l’assenza si può dire anche molto altro, ma ora voglio dire qualcosa di una sorta di sua deformazione, cioè degli “assenteismi”, sotto il profilo etico, giuridico, socio-politico, contrattuale, sindacale e dell’organizzazione aziendale.

Nella legislazione specifica e nei contratti di lavoro vi sono diversi istituti vincolanti le parti in causa, datore di lavoro e dipendente, le quali -una volta convenuto il contratto, ad esempio di assunzione- si sottopongono a regole universali. Infatti, il contratto di lavoro dipendente, sia esso di natura pubblica oppure privatistica, prevede, da un lato che l’azienda o l’ente offrano al dipendente un lavoro in una specifica mansione e diano un orario di svolgimento dell’attività affidata da mantenere quotidianamente, a tempo pieno o parziale che sia; dall’altro che il lavoratore si impegni a effettuare il lavoro nell’orario giornaliero previsto e sia puntuale e costante nella sua prestazione.

Accade però che vi siano impedimenti a questa regola e possono essere di due tipi: uno da parte dell’impresa, magari una riduzione del lavoro, una crisi, e in questo caso si può ricorrere agli ammortizzatori sociali, per garantire la continuità del rapporto di lavoro e un certo reddito al dipendente; l’altro da parte del lavoratore, che può ammalarsi, può incorrere in un infortunio, sul lavoro e o in itinere, può avere bisogno di permessi per ragioni personali o familiari. La normativa generale e aziendale per la gestione di questi tre casi è molto chiara e vincolante.

Ecco, quando accadono fenomeni di assenza che, per numerosità e tipologia creano perplessità e dubbi circa la veridicità delle causali, sorge un problema, e si comincia a parlare di assenteismo, fenomeno non raro, anzi, nel mondo del lavoro italiano. Si tratta di una patologia comportamentale, che ha risvolti etici, giuridici, contrattuali, sindacali e di organizzazione del lavoro. Se un’azienda o un ente pubblico si è strutturata con un determinato organico, su quell’organico fa conto ogni giorno, cosicché ogni assenza può creare seri problemi di quantità/ qualità della produzione o dei servizi.

In Italia se ne parla da tempo e non sempre a proposito, anche nei talk televisivi, invalsa cattiva abitudine patria. Nelle aziende più avvedute si è già da tempo avviata una contrattualistica che premia la costanza, la fedeltà, la lealtà all’impresa con sistemi premianti atti a riconoscere questi meriti, ma non basta, perché in molti luoghi di lavoro e, duole dirlo, di più negli impieghi pubblici, vi sono persone che non hanno presente il tema della presenza al lavoro come un dovere vincolante, liberamente assunto all’atto dell’assunzione (cf. Kant: devo perché devo, perché è giusto), e coerente con il principio di lealtà da rispettare verso il datore e i colleghi di lavoro.

Attesto quanto scrivo citando i più recenti dati socio-statistici forniti dall’ INPS: nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori privati dell’5% contro un tasso medio ponderato di assenteismo nei settori pubblici del 11%; un altro esempio tra i molti dati forniti: sempre nell’ultimo anno abbiamo avuto un tasso medio ponderato di assenteismo nei posti di lavoro pubblici e privati del Nordest del 9%, contro 13% nelle isole.

Come si può commentare questo benchmark? Ipotizzando una maggiore morbilità e incidentalità in certi settori di lavoro e zone dell’Italia, o con altre ragioni di ordine culturale ed etico? Non mi sembra peregrino approfondire la ricerca delle cause originanti questa diversa tipologia di fenomeni e di comportamenti.

Forse il tema è sempre quello educativo: occorre partire dalla scuola dell’obbligo spiegando che l’Italia non è più la nazione unificata dalle truppe di Garibaldi e del sanguinario generale Cialdini, ma una grande nazione moderna che vive in un mondo globalizzato e complesso, e che le aziende non sono più dei moloch ottocenteschi, ma luoghi dove si produce reddito e benessere per molti, se non per tutti. Capire questo è già molto, a partire dal profilo cognitivo ed espressivo. Un esempio: smetterla di chiamare mediaticamente “furbetti” quelli che imbrogliano con i badge della rilevazione presenze, chiamandoli semplicemente stupidi, idioti, masochisti, così come sono da rimuovere i dirigenti che chiudono su questi fenomeni tutti e due gli occhi, e i politici che li supportano. Et de quo satis.

Ulissidi cerchiamo

Il paradigma di Ulisse è più consono all’esperienza umana, come sua inarrivabile metafora. Più del mio amatissimo Tour de France, perché il percorso marino dell’itacense non era definito in tappe, e le onde che l’avrebbero portato da Circe, da Calipso o alla terra dei Feaci, incerte, perigliose e innumerevoli. Se le strade del Tour si snodano lungo campagne ondulate, come in Borgogna, tra i vigneti dei Vosgi e del Massiccio Centrale, o tra gli ardui tornanti del Tourmalet (a proposito, questo nome pirenaico echeggia quasi una tortura, un tormento…), e anche le mie di ciclista, le vie del mare sono incerte, indefinite, sconfinate, spesso minacciose, e dunque, come la vita umana è il viaggio di Ulisse, ché -come in quella- tutto può accadere.

E tutto accade, di prevedibile e imprevedibile. Per questo nella tradizione storica abbiamo tutta la congerie di attività e persone che si sono occupate di scrutare il futuro, attraverso gli astri, la direzione del fumo dei fuochi, il volo degli uccelli, i visceri degli animali. Astrologi, àuguri, aruspici, maghi, sciamani, sibille, pizie, profeti, e ora futurologi. Ma soprattutto ogni essere umano, nella sua consapevolezza di essere al mondo, o come direbbe Heidegger, di esser-ci, si è sempre chiesto del proprio tempo futuro, constatando il decorso delle vite degli altri, a partire da quella dei propri genitori.

Nell’elenco di visionari fatto sopra vi è però una tipologia che si discosta, si differenzia in maniera radicale dagli altri scrutatori di futuro, quella dei profeti, o nebijm, in ebraico. Profeta è parola greca che significa, dalla preposizione pro (davanti) e dal verbo femì (dire), colui-che-dice-davanti-a- un-altro-che-ascolta. Il profeta non è colui che predice il futuro, ma colui che parla chiaro davanti a chiunque, soprattutto se questi è un re (cf. Natan vs Davide, nei libri biblici Samuele 2, Re 1 e Cronache). Natan è colui che rimprovera il re Davide per aver mandato a sicura morte un suo ufficiale, l’hittita  Uria, per poter avere come sposa la moglie di questi Betsabea. Tempi tribali. Poi il gran re compone il Salmo 51 accompagnandosi con la cetra, il Miserere, abbi pietà di me, Signore. Il salmo del pentimento. Ma lo stesso Natan, anni dopo, suggerisce all’all’ormai anziano re patriarca di designare suo successore Salomone, avuto da Betsabea, in luogo del primogenito Adonia. Quasi che il peccato di Davide sia stato segnato come parte di un destino più grande, che comprendeva il magnifico regno di Salomone, sapiente e giusto, famoso in tutto il Vicino Oriente antico.

Ognuno di noi vorrebbe sapere quello che gli riserva il futuro, ma non è possibile. Quello che si può fare è avere dei comportamenti personali che in qualche modo hanno una rilevanza per il futuro: tenersi da conto con il cibo e con l’igiene, monitorare il proprio corpo e la propria mente. Avere attenzione per tutte le cose e gli ambienti che interferiscono con la propria vita, selezionandoli con discernimento. Fin qui si può e si deve agire, perché il resto lo fa la nostra filogenesi, la nostra genetica, che le scienze umane e mediche sono sempre più in grado di esplorare, soprattutto per curare e addirittura prevenire malattie di tutti i generi.

Un’altra componente che ci fa “ulissidi” consapevoli è la capacità raziocinante e la volontà, che sono le due facoltà tipicamente umane in grado di darci tutte le informazioni e suggerire gli atti opportuni per una buona vita.

Come Ulisse siamo sempre alla ricerca di noi stessi e dell’isola non trovata, magari già apparsa sotto il palmo del nostro naso. Nessun luogo è lontano, caro amico che leggi, come nessun cuore è lontano da te.

Dai dunque vele al vento e governa il timone, ché il tempo è propizio e l’alba vicina.

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