Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Renzi, o della bulimia presenzialista

snoopyRenzi ha perso e ha vinto nello stesso tempo. Ha perso con il 41 per cento dei voti e ha vinto con la stessa percentuale, buona per il futuro politico suo e del PD. Ha sbagliato moltissimo, fin dalle prime battute della sua carriera nazionale, personalizzando ogni sua azione politica e amministrativa, utilizzando un linguaggio sbrigativo e volte brutale (si pensi all’inaccettabile concetto di rottamazione riferito a persone umane in politica), sminuendo il ruolo dei corpi sociali intermedi come sindacati e categorie professionali, pur criticabili per bolsaggine e inerzia, ma  ha fatto alcune cose buone che i suoi predecessori non avevano neppure abbozzato (trascuriamo gli inerti Monti e Letta), soprattutto Berlusconi, impossibilitato a muoversi dalla sua posizione di destra: intendo le misure economico sociali e del lavoro e alcune leggi civili.

Il giovane e presuntuoso fiorentino si è circondato fin dall’inizio di penose figurine nullapensanti e nulladicenti, alla Lotti, Boschi, Serracchiani, ha sbagliato nell’impostazione della campagna elettorale e anche nel discorso di commiato, prima intestandosi tutta e totalmente la campagna stessa, e poi attribuendosi ogni responsabilità nella sconfitta, con un borioso e falsamente eroico “Sono solo io ad avere perso, non voi“, rivolgendosi al 41% dell’elettorato che ha votato , tra cui io stesso, e manifestando un ego spropositato, al cui confronto il narcisismo furbingenuo di Berlusconi sembra all’acqua di rose.

Ora, stai calmo, Renzi, a datti una regolata, a partire dal linguaggio del corpo, dalla postura, dalla camminata, ché ognuno di noi non si sente inferiore a te, né tu sei superiore ad alcuno, antropologicamente, intendo.

E poi passiamo ai suoi competitor, che sono nettamente peggiori di lui, a partire da alcuni minoranza (in tutti e due i sensi) Dem, come Speranza, Gotor, lo stesso D’Alema, etc, o parvenu di evidente inettitudine come i 5S Di Battista, Crimi, Lombardi e via elencando, o il suo omonimo leghista, odiatore di professione, o il frustrato capogruppo di Forza Italia alla Camera, o la presidenta di questo consesso, o personaggi sopravvissuti di una sinistra capace di dire solo no, come i sellini di papi Vendola.

La politica continua, con i suoi vezzi e i suoi vizi, ben lontana dall’arte nobilissima, così come pensata e proposta da Aristotele e Montesquieu.

E io, pur essendone distante, ho bisogno di disintossicarmi, come da una indigestione di cibo avariato, che giunge quotidianamente dai mediocrissimi media e dai commenti insulsi dei più.

Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni, o dell’omnipotenza superba

superbiaPare che abbiano provocato o causato la morte di decine di persone, a Saronno, in Lombardia, nell’omertà dei più. Anche la madre e il marito di lei hanno ucciso. A che punto è la notte dell’anima, sentinella? Parafraso Isaia perché mi sembra siamo al limite inferiore dell’umanità, al pari dei killer nazisti e dei fanatici jihadisti e dei monaci assassini di Ipazia.

Pare lei dicesse che quei due dovessero essere puniti, e così l’avrebbe fatto lei. Perché no?

E ancora: fino a che, a quanto, erano determinati neurologicamente ad essere coloro che hanno fatto quello che hanno fatto, e fino a che, a quanto, sono stati liberi di farlo, potendo de-cidere se e come e cosa somministrare ai pazienti, o alle persone sane che poi sono morte?

Chiederanno i loro avvocati, dopo le prime ammissioni, l’infermità o la semi-infermità mentale? Ma se la responsabilità è personale come la mettiamo? Non si potrà dire che i due agivano sotto l’influsso della droga, anche se il dottor Cazzaniga si è dichiarato cocainomane, oppure plagiati o condizionati da qualche minaccia. Pare che i delitti contro i familiari della Taroni fossero anche dettati da interessi economici, per denaro si uccide, non riesco a non meravigliarmi.

Se la volontà di agire, secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino, ma anche secondo Patricia Churchland, una neuro biologa contemporanea, è una prerogativa di chi ha intelletto, per cui non può essere contro il fine proprio, che cosa è l’agire delittuoso? Da dove promana la volontà di uccidere? L’agire delittuoso è transeunte, cioè si rivolge a un oggetto, che può essere una persona, ma l’agire contro il proprio fine è anche immanente, cioè fa del male all’agente stesso. Fare del male fa male.

Come poteva il dottor Cazzaniga e la sua amata compagna pensare di agire secondo un fine facendo del male ad altri? Come gli ha funzionato e gli funziona la facoltà di apprezzamento delle cose, la vis aestimativa? I geometri studiano estimo per potere valutare il valore di un terreno, e il dottor Cazzaniga che criterio ha usato quando decideva di sopprimere qualcuno?

Chi gli ha suggerito di avere il diritto di comportarsi così? Qualcuno o qualcosa dentro di lui? Magari non un limite neuro-biologico, magari una limitazione della corteccia orbito-frontale, ma la superbia, il vizio della superbia, cioè il convincimento di poter decidere al di sopra di ogni principio morale condiviso.

Come si muove nella mente di quell’uomo il principio morale detto così: “Bonum appetendum, malum vitandum“? Forse che il bene diventa il proprio arbitrio e il male il suo contrario?

E’ malvagità, perfidia, cattiveria nel senso di auto-prigionia, la condizione mentale di quell’uomo e della sua donna?

Che fare in una situazione come questa, nel momento in cui gli inquirenti avranno chiarito responsabilità e veridicità delle azioni contestate? Qualcuno, ho sentito, dice, mettiamoli a muro e fuciliamoli. E poi? Rendiamo, così facendo, la vita ai morti? Questa è la controindicazione principale della pena di morte, la sua non-deterrenza, i suo non generare alcuna contrizione, alcun dolore per il dolore arrecato, ma solo dolore aggiuntivo.

E’ probabile che siamo ancora lungo il cammino, a perdita d’occhio, dell’ominizzazione. Forse è meglio riprendere a leggere il grande libro della nostra storia, la Bibbia, i tragici e i lirici greci, Dante e Shakespeare, Montale e Ratzinger.

Spesso il male di vivere ho incontrato/ …” (E. Montale)

Perché domenica è più saggio votare SI’

siCaro lettor gentile,

pazienterai se interloquisco ancora una volta con te in tema di referendum costituzionale, quello di domenica 4 dicembre.

Le cose sono  per un certo verso chiare, per un altro ingarbugliate, come capita spesso in Italia. Sono chiare in termini di semplificazione istituzionale e riduzione della burocrazia, mentre sono ingarbugliate per il percorso parlamentare che hanno avuto. Sotto questo profilo basti ricordare come nei vari passaggi alla Camera e al Senato anche molte forze che oggi spingono per il no, allora avevano votato a favore di questa riforma. Mi ricordo in proposito lo scarmigliato Brunetta, che allora era d’accordo e ora si è scatenato contro. Una contraddizione non spiegabile con la logica elementare, ma con le esigenze tattiche della lotta politica, che detta le più strane giravolte e i più disonesti e sgangherati trasformismi.

Al di là di questo, ciò che conta è che deve cambiare qualcosa in Italia, per cogliere -almeno in parte- il senso e il segno dei tempi complessi e molto confusi che viviamo. Ridurre la struttura parlamentare per la parte del senato è cosa buona,  anche se si poteva fare di meglio (ma l’ottimo è spesso nemico del buono),  così come abolire l’inutile e costoso Consiglio Nazionale per le Ricerche, carrozzone obsoleto e ricettacolo di scoppiati e riciclati.

Il tema non è, se non di risulta, il capo del Governo, ma l’Italia, il tema è se si riesce a mostrare una faccia un po’ diversa dalla solita, in bilico tra il piagnone  e l’autocelebrativo, ad esempio della Costituzione. Non abbiamo bisogno di fanfare, né di cilicio, ma di razionalità sana, capace di guardare negli occhi la realtà, in tutto il suo articolato dispiegarsi e darsi, nel quotidiano e nel tempo prossimo.

Voterò e invito a votare SI’ perché occorre anche a volte accontentarsi, che significa essere-contenti, se il sintagma funziona bene semanticamente, abbassando le ali delle pretese messianiche o di perfezioni sterili e da calende greche, che, come è noto non esistono. E su questo Renzi ha ragione di dire che, se non si fanno ora queste modifiche, le stesse rischiano di perdersi nei cassetti della smemoratezza, cui sono molto aduse le classi politicanti italiote.

In questo frangente la politica deve svestirsi dell’inutile allure da prima della classe, peraltro assai improbabile, e imparare qualcosa dalla pragmatica dell’agire nei settori più sani della nazione, ad esempio dall’economia reale, dalle aziende produttive di beni e servizi: in azienda non si può aspettare di agire alla perfezione, ma si agisce anche correndo il rischio di sbagliare, ammettendo l’errore e correggendolo, anzi, ritenendo l’errore un’opportunità, non una sfiga.

Che cos’è la politica che, in questo caso, seguendo il pensiero di “soloni” alla D’Alema o di scienziati politici come i 5S, ovvero di rancorosi militi come il su nominato forzista o il berciante Salvini, culto d’ignoranza incipiente, e di altri insignificanti (tipo Scotto di Sel), ritiene di dover essere perfetta, altrimenti non agisce, rispetto alle altre attività umane, che vivono errando e correggendosi, ma andando avanti?

Quanta presunzione alberga nei cuori di improbabili defensores della Costituzione repubblicana, improvvisamente repleti di aure costituenti e di anelanti paternità patrie?

Ma dài. Andate a nascondervi. Spero che domenica sera…

 

il miracolo dei giorni e la morte di Fidel

fidelEsiodo ha scritto Le Opere e i Giorni, per parlare dell’origine del mondo, così come queste antiche cose si narrano nel libro biblico della Genesi e nelle leggende mesopotamiche di Gilgamesh, e infine nei racconti cosmogonici delle grandi tradizioni religiose e filosofiche indo-cinesi, mentre noi scriviamo ogni giorno la nostra vita, dando per scontato che al giorno precedente seguirà il giorno successivo.

In attesa del volo per Ronchi da Roma, comodo per orario e cose da fare, finalmente, penso al miracolo dei giorni, perché ogni giorno che viene è mirum, meraviglioso, unico, non c’è mai stato, nessuno lo ha vissuto prima che venisse. E’ unico. Ed è vissuto in modo inimitabile, irriducibilmente soggettivo, da ciascun esser umano nel mondo. Ogni giorno è unico e unicamente vissuto. Ogni giorno son più di sette miliardi e oltre di giorni vissuti, individualmente, soggettivamente, personalmente.

Ecco, ringrazio Dio e la mia sorte che mi fa vivere i giorni, uno dopo l’altro, sapendo che il loro numero non è infinito, ma anche che posso aspettarne ancora molti… spero.

Andiamo a dormire senza pensare che l’alba prossima sarà un nuovo giorno, e che potrebbe anche non venire, per noi, come per molti certamente accade. Le vite singole finiscono e finiscono i giorni, anche se si può sperare nel giorno senza sera dell’eternità, chissà. Atto di fede e di speranza.

In uno di questi giorni, ieri, è morto Fidel Castro, come altre decine di migliaia di persone. Ma più noto. I suoi giorni terreni sono finiti dopo novanta anni. Sono stati più di trentamila, uno dietro l’altro e per due terzi di vita pubblica, politica, militare, rivoluzionaria.

Mario mi scrive che con la sua morte è veramente terminato il ventesimo secolo. Non lo so, sono modi di dire, schematismi giornalistici o di storici amanti delle tassonomie classificatrici. Chi può dire che il 1492, anno della “scoperta” dell’America, già scoperta duecento anni prima dai Vikinghi, è l’ultimo anno del Medio Evo e l’inizio della Modernità? Chi può dire che il Medio Evo inizia con la deposizione dell’ultimo imperatore di Roma Romolo Augustolo nel 472 d. C.? Chi può dire che la contemporaneità si può far decorrere dal 1789, anno di inizio della Rivoluzione Francese? E allora? Qualche storico parla del ‘900, cioè del XX secolo, come del secolo breve: 1914 inizio della Prima guerra mondiale – 1989 caduta del muro di Berlino. Modi di dire giornalistico- divulgative.

E allora, Fidel? Fidel Alejandro Castro Ruz è stato un’grand’uomo, anche se quel raffinato intellettuale di Trump lo definisce “crudele dittatore”. Proviamo a immaginare la Cuba degli anni ’50, quella di Batista e della mafia nordamericana, occorre spiegare? Ed è serio paragonare la Cuba di Castro con una sanità e una scuola eccellenti, pur nel comunismo di stato, regime dittatoriale a volte brutale, ora temperato dal tempo e da Raul, a Pol Pot come fa qualche giornale di destra? Non mi pare.

Io sono anti-comunista e filo-comunitarista, perché il comunismo non apprezza l’individuo ma solo la massa, mentre il comunitarismo apprezza la solidarietà tra individui diversi che non diventano mai massa, restando sempre individui che collaborano, condividono, con-vivono. Questo avrei voluto spiegare pacatamente a Fidel, se avessi potuto incontrarlo. So che avrebbe dialogato volentieri, el comandante en jefe.

Che tu faccia buoni incontri, ora, Fidel.

Intellettualità e intellettualismo

siCaro lettor di tardo novembre,

le ultime elezioni americane, nelle quali ha vinto Trump sulla stra-favorita (secondo i media e i sondaggi) Rodham Clinton, mi hanno fatto riflettere su un sintagma: intellettualità/ intellettualismo. Ambedue le parole hanno in comune la radice “intelletto”, cioè la parola che significa, lasciando perdere la storia complicatissima delle sue accezioni antiche, medievali e moderne, la facoltà mentale atta al pensiero pensante, riflettente e giudicante. L’intelletto è una facoltà soft, altra cosa, ontologicamente, dall’organo che lo produce, il cervello, e anche -comunque- da facoltà correlate o in qualche modo derivate, quali la ragione, i sentimenti, le emozioni, le passioni e così via, coinvolgenti più in generale l’intera corporeità umana.

Anch’io, lo ammetto tranquillamente, tifando per la Clinton, ho peccato di intellettualismo e forse anche di cerebralismo e, in definitiva, di presunzione. Da un lato ho scambiato le mie inclinazioni di voto (virtuale) e il giudizio di merito sulle due persone, favorevole alla candidata, per una sorta di considerazione del tipo “la Clinton non potrà non prevalere“, ciò per ragioni legate alla maggiore cultura, esperienza, presentabilità di lei rispetto a Trump. Sbagliato: ho preso lucciole per lanterne, ripeto, ho peccato di intellettualismo, lo stesso che a volte rimprovero con toni a volte irridenti, ai professionisti del “politicamente corretto”, antipatici cultori dell’ovvio.

Bisogna dunque vigilare, devo vigilare anche sulle derive del mio pensiero, che a volte con troppa facilità scivola su ciò che appare come più probabile, oppure ovvio, in qualche modo ritenendolo anche più opportuno, giusto o necessario. In questi casi filosofeggio male, con troppa fretta e usando stereotipi, quasi gli stessi che rimprovero, perché li usano correntemente, le persone politically correct, à la Boldrini.

Ed è una lezione intellettuale per me, o addirittura di esercizio delle facoltà cognitive, utilissimo per evitare il rischio dell’assuefazione, della scontatezza, del sapere standardizzato. Una bella lezione “filosofica”, che insegna a non “accontentarsi” mai, a dubitare, a metter in questione le cose senza stancarsi, come ci viene raccontato nei Dialoghi platonici si muovesse dialogicamente Socrate, come ci insegnano più di recente Wittgenstein e Gadamer.

Ad esempio, ora mi sto esercitando a pensare a quali possano essere gli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo, ma non mi azzardo ad inforcare gli occhiali del veggente, come fanno molti giornalisti che, invece di raccontare ciò che è accaduto o sta accadendo, raccontano, a modo loro, i possibili scenari futuri o futuribili: se vince il no si dimette Renzi? si va a elezioni anticipate? che farà il Presidente della Repubblica? In un profluvio di noiosissimi wishful thinking, a seconda delle testate filo o anti-governative.

Penso che il difetto del mio pensiero nel caso americano sia stato quello di mescolare l’analisi filosofico-psicologica del voto, con i miei auspici, con la dimensione e la passione (se pur in questa fase assi flebile) politica: quest’ultima dimensione ha di fatto ottenebrato la lucidità del mio ragionamento, lo ha indebolito, quasi istupidito, cosicché oggi traggo un grande insegnamento,  metodologico e anche logico: quando si pensa, occorre decidere prima quali prospettive analitiche utilizzare, non confondendo mai i piani e gli strumenti come fltro di lettura delle situazioni e dei casi: se uso l’analisi socio-politico-economica è un conto, se quella filosofico-dialettica o linguistico-ermeneutica è un altro.

Cura dell’intellettualità, non intellettualismo e soprattutto non ideologismo, paraocchi pericolosissimo, se si vuol capire qualcosa. Lo scrivo prima di tutto per me, gentil lettore.

belle statuine, calzini irriverenti e sguardi profondi

calziniA volte, anzi molto spesso, mi capita di osservare come le persone posano il loro sguardo sul mondo, e ne scopro sempre di nuove. Osservo discretamente i miei simili, primati intelligenti (sic!), in ogni occasione e luogo, se ne ho le energie, ché a volte queste ultime latitano, come l’altra sera all’aeroporto di Bari, quando temevo di perdere la coincidenza a Fiumicino per Venezia, e la stanchezza mi ottenebrava i sensi esterni e anche quelli interni.

Guardavo e vedevo persone che gesticolavano su e giù per l’aerostazione, parlando al telefono con le cuffie, e sembravano matti. Mi chiedevo che mestiere facesse quel signore con gli occhiali e le sopracciglia folte, decidevo che era medico, e di un altro mi pareva fosse un agente di commercio, un terzo per me era un’ex ala forte di basket, e così via. Le femmine di aeroporto, invece, a meno che non siano inglesi sciattone in ferie, col calzino irriverente dentro la scarpa da ginnastica, o grosse mamme tedesche con contorno di putti e marito in proporzione, solitamente son sciantose che se la tirano, annoiatamente appoggiate ai bagagli, sguardi persi in pensieri irraggiungibili nel nulla del loro cervello.

Sguardi veramente profondi ne intercetto pochini. Anche nel quotidiano dipanarsi della vita.

Eppure la vita scorre in profondità, da quando siamo nati. Perché siamo nati? Ecco un primo quesito che è anche uno sguardo, buttato nella profondità dell’essere e poi dell’esistere. Non vedo molti sguardi gettati su questo tema, piuttosto vedo sguardi afoni, sbrecciati, intontoliti, come di meduse vestite da umani.

Consiglierei ai possessori di quegli sguardi di leggere un libro di E. M. Cioran, edito da Adelphi nel 1991, L’inconveniente di essere nati.

Sciammannati sciamano per le contrade e per le televisioni, i migliori dei quali portano calzini irriverenti. Edulcorati conduttori parlanti sopra eruttano dalle televisioni le loro litanie insulse e facce da cretini.

Scrive Cioran a p. 92 del libro suddetto: “Il problema della responsabilità avrebbe senso solo se fossimo stati consultati prima della nascita e avessimo consentito a essere proprio colui che siamo“.

Certo sarebbe comodo, così potrei inopinatamente, innocentemente anche se cautamente, ma inesorabilmente liberare il mondo dagli… chi volete quelli di sopra e quelli di sotto e di lato.

Invece, sarebbe bene effettuare una continua ricognizione, con sguardi profondi, come fari spietati (L. Molinis 2004, dalla prefazione al mio Il Senso delle Cose, ed. la bassa), che illuminano l’immensa scena del mondo e i suoi attori, più o meno attenti, più o meno presenti a se stessi, più o meno consapevoli di esser-ci (Heidegger).

Occorre almeno sfiorare il Tutto che siamo e ci circonda, senza tregua, anche quando si spegne e tace come la candela che finisce (Nirvana), e perfino l’universo o i multi-versi che siano. Occorre avere sguardi profondi, cosicché, malati di chiasso, possiamo rimediare con il silenzio chiaro all’apparire del rumoroso nulla.

A me restano dentro per sempre anche gli echi del turbine e della nebbia quieta che cala sui villaggi addormentati, mentre con l’amico girovago sulle tracce delle antiche iscrizioni glagolitiche nella domenica novembrina.

L’affidamento del “buon ladrone” (Luca 24, 35-43)

luca23In questa domenica novembrina la liturgia propone il vangelo secondo Luca al capitolo 23. Ecco il testo:

“35Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». 36Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: 37«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Il ‘buon ladrone’

39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».”

Gesù aveva il potere regale di perdonare, di offrire grazia a chi gliela chiedeva. Egli non giudicava, comprendeva, al contrario di molti uomini e donne dei nostri e di tutti i tempi.

Nella storia umana molti sono stati i giudici, re, dittatori, sceicchi ed emiri, principi e duchi, vescovi conti e cardinali ad ergersi nel ruolo di magistrato decisore nel bene e nel male su tante vicende e vite umane. La qualità morale di costoro non è stata sempre contraddistinta da elevatezza, acume, magnanimità e sapienza, anzi, molto spesso si sono fatti forti del ruolo proprio per decidere, ovvero dell’appoggio di potentati superiori, per definire sentenze improntate alla sopraffazione e all’abominio. Il gentile lettore non necessita di un elenco, ché le principali vicende storiche ben conosce. In tutti gli ambiti, ambienti, regioni del mondo e tempi della storia si è consumata l’ingiustizia del giudizio umano. Con l’eccezione del re Salomone e di non molti altri, tra i quali i più grandi imperatori romani come Traiano, Adriano e Marco Aurelio.

Anche oggi in Italia: carcerazioni preventive per il 30% dei ristretti in prigione, lentezza e ritardi esasperanti nei vari gradi di giudizio, sia civile, sia penale, dimenticanze amministrative di condizioni personali, cura insufficiente della salute di coloro che vivono in ristretti orizzonti. Ne ho esperienza perché mi occupo di alcuni.

E dunque, quale la lezione di sapienza longanime, anche collocata nel fluire normale della vita terrena, anche non considerando la trascendenza teologale del dialogo tra Gesù e il “buon ladrone”, ossimora sintesi dell’umano, composto inestricabile di bene e di male, di virtù e peccato? il “buon ladrone”. Come può essere definito “buono” un “ladrone”? Forse che anche in un “ladrone” vi può essere un virgulto di bontà? Domande retoriche, ché sì, eccome vi può essere, magari nascosto agli esseri umani distratti, ai giudici di sorveglianza, ai politici dediti (faccio per dire) al tema della giustizia, ai giornalisti che pontificano dall’alto di una spesso forcaiola presupponenza, come Travaglio, a un’opinione pubblica confusa dal profluvio di notizie che insensatamente piovono, come acque limacciose, dal web e dalle tv.

Persone abbandonate dentro le quattro mura blindate, alla faccia dell’articolo 27 della Costituzione repubblicana, che molti scribi e farisei odierni proclamano intoccabile, senza preoccuparsi di realizzarne le parti ancora inattuate, e da quasi settanta anni! Gli stessi, o giù di lì, che voteranno no il 4 dicembre prossimo.

Leggiamo insieme Luca 23, 35-43 in questi giorni incerti e confusi, per un rischiaramento delle nostre anime, delle nostre menti, dei nostri cuori.

Voterò SI’ il 4 dicembre, nonostante Renzi

pulciniCaro lettore,

a me Renzi non è mai piaciuto e non piace, né come parla, né come si muove, né come tratta gli avversari politici esterni e soprattutto gli interni, né come sbeffeggia le strutture sociali (sindacati e corporazioni varie pur pieni di difetti e spesso obsolescenti), non mi piace il suo linguaggio del corpo e anche la sua faccia; forse è mal consigliato, certamente è troppo presuntuoso per ascoltare consigli che non siano già idee sue, mentre altre idee e consigli lo aiuterebbero a sbagliare di meno.

Aborro l’orrendo verbo “rottamare” da lui inteso verso persone umane, mentre sarebbe correttamente in uso per macchine e autoveicoli vecchi e laceri.

Non mangerei con lui neanche una pizza,  e forse faticherei a condividere anche un aperitivo.

Non mi piacciono neppure i suoi fedelissimi, a partire dalla nulladicente presidenta del Friuli Venezia Giulia Serracchiani, che lei definisce, parlandone, FVG.

Per contro, mangerei volentieri una pizza con Bersani e anche con Berlusconi, non certo con Salvini e Grillo.  Per me il Renzi più importante d’Italia è l’autore di un ottimo manuale di Filologia Romanza, il professor Lorenzo.

Tanto è.

Ciò nonostante il 4 dicembre prossimo voterò SI’ al referendum costituzionale, ma per ragioni che nulla hanno a che vedere con il premier Renzi, la sua carriera, il suo destino politico.

Voterò SI’ per Amor patrio, perché questa nostra splendida Nazione ha bisogno di scrollarsi di dosso le ragnatele di un’inerzia ancestrale, anche se la riforma di cui diciamo è imperfetta, lacunosa, mal scritta, come sostengono sapienti e men sapienti in materia. Non sono un costituzionalista, ma ho abbastanza competenze storiche e socio-politiche, e competenze etiche profonde, per dire che nihil humanum perfectum e quindi intangibile, anche la Costituzione “più bella del mondo” (attenzione alle esagerazioni!).

Voterò SI’, perché bisogna dare un segnale di cambiamento della parte pubblica all’economia privata, alle imprese, ai lavoratori, che hanno bisogno di verità, di stabilità, di sobrietà e di snellezza delle procedure burocratiche del lavoro.

Voterò SI’ per mandare a casa almeno una parte di politici nullafacenti.

Voterò SI’, perché oggi lo farebbero anche Piero Calamandrei, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e Benedetto Croce, padri severi della Costituzione repubblicana, ma pieni di senso della storia.

Voterò SI’ per dare un segnale alle altre nazioni, e ai grandi soggetti economici e industriali di tutto il mondo.

Voterò SI’ per smascherare i conservatori e gli opportunisti di tutte le risme, generi e specie, di destra, di centro e di sinistra, che fino a prima di Renzi volevano più o meno le stesse cose di questo SI’, avendolo votato più volte in parlamento negli ultimi venti mesi, e ora dicono no non certo per amor di Patria, o per serie ragioni politiche, ma miseramente solo in odio a Renzi. Miseramente.

SI’ dunque, e andiamo avanti.

Un galantuomo, il compagno Piero

con-piero-zanfagniniCaro lettore,

nella mia oramai non breve vita ho conosciuto molte persone, e ne ho incontrate moltissime, di tutti i generi e specie intellettuali e morali. Ho incontrato persone che gettano volentieri una lattina bevuta dall’auto in corsa, e le ho scartate, dopo avere visto che erano incorreggibili; ho incontrato gente superficiale e pigramente adagiata nel già detto, nel già pensato, nel già sentito, e ho cercato di perdere con queste persone meno tempo possibile, dopo aver provato a proporre qualcosa di meno futile; ho incontrato persone viscide che mi si sono allontanate, sponte loro, anguillescamente;  ho incontrato spocchiosi autoreferenziali, attenti solo al proprium, fosse potere sugli altri, accumulazione di denaro, o un dominio di qualche genere e, dopo avere tentato di dialogare con loro per condividere insieme qualche valore, mi sono dileguato; ho incontrato persone incapaci di ammettere i propri limiti e anche qualche errore, “professioniste” eccezionali nell’incolpare gli altri di ogni pur piccola nequizia e talora di nefandezze, e non ho neppure tentato qualcosa, perché consapevole della pericolosità oggettiva dell’idealtipo; ma ho anche incontrato brave persone, con cui ho condiviso molto della mia vita e della mia crescita. Posso dire che questo tipo di persone è stato prevalente nei pressi della mia vita, a partire da coloro che mi hanno sopportato e mi sopportano, volendomi bene, cioè volendo il mio bene, anche più del loro.

Eletto sindaco nel 1989, primo socialista dopo quaranta anni di democratici cristiani, Piero Zanfagnini tre anni dopo ricevette un avviso di garanzia per supposte tangenti. Si dimise seduta stante e affrontò il processo, nel quale fu riconosciuta la sua assoluta estraneità ai fatti contestati e prosciolto. Non tornò più in politica, per fare di nuovo l’avvocato a tempo pieno, e il presidente dell’associazione “Amici di don Emilio De Roia”, eroico e umile prete friulano.

Ecco, tra le persone perbene, ho conosciuto Zanfagnini, ai tempi in cui ero segretario del sindacato. Avemmo molte occasioni di incontro, convegni e seminari condivisi, riflessioni politiche, rispetto reciproco. Quando lo chiamavo per qualche iniziativa, non faceva mai mancare una partecipazione attenta e informata, paziente, umile e dialogica. Elegante di una sottile ironia, che a molti sfuggiva.

Era un uomo diverso dagli altri politici, anche compagni di partito, era garbato, cordiale e riservato, discretamente curioso delle novità, sembrava fuori dal tempo di quegli anni ’80 affluenti e “da bere”. Socialista come me, e per nulla bisognoso di aggettivazioni di appartenenza, come andava di moda allora (e anche ora): craxiano, lombardiano, demichelisiano, demitiano, e altro di inutile. Anch’io. Lo apprezzavo anche per questo.

Che nostalgia per un uomo del genere, così distinto e distante dalla stragrande maggioranza dei politici attuali!

Mandi Piero.

Donaldo Tromba e il declino dei radical chic

radical-chicL’elezione di Donald Trump, o che dir Donaldo Tromba (più o meno), alla Casa Bianca mi ha sorpreso, come moltissime persone che conosco, ma l’ho metabolizzata quasi in giornata, provando a immaginare il sostrato vero della sua vittoria. Ora si sprecheranno analisi su analisi, dove sapientissimi (o supposti tali) politologi e giornalisti si sforzeranno di trovare ragioni alla sconfitta della “favoritissima” Hillary Rodham. Anch’io pensavo che questa potente signora americana avrebbe vinto, ma mi rugava in fondo all’anima un qualche pensiero diverso.

La cosa per noi un po’ strana è che Trump ha vinto prendendo meno voti popolari (56.600.00 contro 56.800.000) della sua rivale, ma conquistando molti più “grandi elettori”, per una certa qual distorsione del sistema elettorale, mi par di tipo oligarchico.

Fossi stato cittadino elettore negli USA avrei votato per lei, ma con qualche riserva dovuta anche al suo essere di sinistra, ma borghesemente, e facente parte di una dinasty, quasi come la famosa sit-com, o come i Kennedy e i Bush. In ogni caso per capire i veri sentimenti di una nazione bisogna viverci, e non basarsi solo sui reportage giornalistici, a volte scritti comodamente in poltrona ergonomica sull’aero o da casa.

A me pare di poter dire che sono varie le ragioni della vittoria di Trump: dalla preoccupazione delle classi medie impoverite dalla crisi post Lehmann Brothers, alla progressiva disoccupazione dei blue collars bianchi (la workin’ class non si riconosce più da tempo nelle indicazioni sindacali verso il partito democratico), alla multiculturalità, alle migrazioni che preoccupano le fasce più deboli della società, ai legami forti dei Clinton con il sistema finanziario, etc., ma ce n’è una che mi sta più a cuore, e che da tempo sta disturbando il senso comune e l’intelligenza: quella che ha a che fare con la sinistra radical chic, quel progressismo salottiero e ricco che ama occuparsi prevalentemente di diritti civili, trascurando ormai da decenni i diritti sociali, quelli che da due secoli hanno riguardato la vita e la morte della classe operaia e comunque dei lavoratori in generale.

Occuparsi di tematiche gay, se non gender, di cannabis libera e magari di eutanasia è diventata quasi l’occupazione principale delle sinistre occidentali, specialmente quelle sofisticate, e allora abbiamo riviste come Micromega, intellettuali come Flores D’Arcais (Paolo) o Saviano (intellettuale per modo di dire), conduttori televisivi alla Fazio, rappresentanti delle istituzioni come la Boldrini, tutti un po’ emuli della famosa Camilla Cederna che, negli anni ’60, stufatasi dei salotti della Milano bene, si era innamorata degli anarchici ingiustamente inquisiti per piazza Fontana, sfregiando con i suoi articoli galantuomini come il commissario Calabresi.

E poi i cachemire televisivi di Fausto Bertinotti, con la sua “evve”, e intellettualismi dilettanteschi da perito industriale.

Donaldo Tromba, dal parrucchino (?) giallo mais che sia, ha dato un calcio nelle palle a tutto questo. Ora, personaggi improbabili come Salvini e Grillo cercano apparentamenti risibili con quest’uomo, che presto farà il presidente degli Stati Uniti d’America con uno staff di tutto rispetto e sarà ricevuto ovunque nei modi opportuni e proporzionati al suo status di capo della nazione più influente del mondo d’oggi, non sapendo neppure chi sono i  grillo-salvini che si credono suoi cugini primi.

Ho scritto a un paio di amici di sinistra che si lamentavano della sua elezione “ma voi siete democratici solo quando vengono eletti i nostri?”, e quindi a fasi alterne?

Risposte imbarazzate.

E finisco dicendo che, quello che in grande è accaduto in America, accade anche nel piccolo dei nostri paesi che rinnovano i consigli comunali rieleggendo i sindaci.

Se la presunzione e la spocchia prevalgono sull’umiltà e l’intelligenza, lo spazio per i “Donaldi” si amplierà sempre di più.

Se la cultura di sinistra non uscirà da questa troppo lunga impasse che la rende autoreferenziale e oggettivamente conservativa, non ha speranza, perché forse dovrà perfino cambiare nome.

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