Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

La solitudine cosmologica e il paradosso esistenziale

Val la pena vivere? Una domanda che certamente si fanno in tanti a questo mondo, esseri pensanti, e parlo di noi, homo sapiens. E se la sono fatta senza dubbio moltissimi anche in passato. Se la sono fatta certamente, mi permetto di pensare, anche suicidi come Socrate e Seneca, i quali di sicuro avrebbero preferito vivere ancora, evitando di suicidarsi per ordine dello stato, la democrazia ateniese e la tirannide imperiale neroniana, rispettivamente. Caro lettore, ti ripeto la domanda: val la pena vivere?

Che domanda!, potresti dirmi. Eppure penso che molti umani si facciano questa domanda, specialmente quando incontrano avversità importanti, malattie gravi, impoverimento disperante, mancanza di qualcosa di molto importante per la vita. E allora vi sono anche decisioni radicali. Oramai vanno in Svizzera a concludere la vita non pochi italiani con malattie gravi o terminali e anche persone che non desiderano semplicemente più vedere le albe e i tramonti. Senza far nomi, ricordo la scelta di un raffinato politico di sinistra che qualche anno fa prese la decisione. Mi rattristai non poco, perché avevo nel tempo letto ciò che scriveva e anche rapidamente conosciuto durante un convegno.

Non riesco quindi a dire se valga la pena vivere o no, Dovessi applicarmi a una risposta di carattere teologico cristiano, risponderei che sì, eccome vale la pena vivere, non solo perché la vita mia è unica, ma anche poiché non la possiedo, essendo proprietà divina.

Se scelgo la visione filosofica, dipende da quale scelgo: se la mia filosofia è un personalismo esistenziale risponderei ancora di sì, ché vale comunque la pena vivere; se invece la mia filosofia è di stampo scettico-stoico-nihilista, anche no, ma non è detto.

Sapendo che la vita umana ha un suo percorso e decorso e che, se non si muor giovani, si invecchia con tutte le notazioni del caso, si può anche avere paura dell’invecchiamento, del dolore, dell’indebolimento. Oppure si può accettare questi cambiamenti se si riesce ad avere una visione alta della vita e della sua complessità. La vita in generale ha un che di inesprimibile e quella umana in modo particolare, con la sua complessità e misteriosità.

La vita viene, la vita vince, non ti chiede il permesso se ti fa diventar zigote. Quando ci sei ci sei, e basta. E poi come essere umano entri nella storia del mondo, entri nell’ambito del diritto, dei diritti, ne sei soggetto. Quando hai l’uso di ragione divieni consapevole anche di avere dei doveri.

Poi il tempo fisico-cronologico passa, intervallato da momenti di kairòs, momenti del tempo interiore, opportuno. Cambi, ti fermi, riparti, ti ammali, guarisci. Provi paura e la superi, con il coraggio; a volte ti viene da fare il temerario, altre volte la tentazione è la vigliaccheria.

Incontri persone che ti sono inferiori, ma hanno più potere di te e ti viene da mandare tutto alla malora, ma poi resisti. Questa è la vita: mediazione tra l’essere e il poter essere, tra l’essere e il dover essere. Resisti perché non vale la pena rompersi la testa contro un muro, duro anche se sbrecciato, oppure di gomma, dove rimbalzi, o dove ti impantani. E’ meglio stare liberi, all’aria, respirando profondamente.

A quanto sappiamo fino ad ora, siamo soli nel cosmo, cioè nell’ordine delle cose, e il silenzio delle galassie ci circonda. Chissà se vi sono altre “intelligenze” là in giro, e perché dovremmo esser-ci solo noi, direbbe Heidegger? Infatti non c’è ragion sufficiente per pensarlo: più plausibile è che qualcuno vi sia là in giro. Non sono mancati indizi finora, di queste presenze, ma nessuno è stato finora confermato al di là di ogni ragionevole dubbio, per cui questo dubbio rimane.

Non so se mi piacerebbe ci fossero altre intelligenze al mondo, capaci di onomaturgia, cioè di inventare parole, concetti, idee. Parole d’autore, neologismi che nutrono una lessicologia rinnovantesi, estro e inventiva, che spesso mi intrigano: ho inventato anch’io qualche parola, e chissà se qualche abitante altro del kòsmos è in grado di fare altrettanto, magari con altri strumenti, come ipotizzano Nick Bostrom o Lovecraft nella sua mitologia dei Grandi Antichi.

La superbia e l’invidia del politico tra cene presunte e dintorni

Mi ha stupito, ma non più di tanto, il ridicolo atto di superbia dell’ex ministro Carlo Calenda che, dall’alto della sua autostima, ha invitato a cena Renzi, Gentiloni e Minniti, cioè i due capi dei governi PD appena passati più il ministro più brillante, per discutere, loro sì uomini molto importanti, del futuro del Partito democratico, da tempo in crisi di identità e di consensi.

In quattro come i tre più uno – moschettieri Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan (che sarebbe Calenda), o come Tex Willer (sempre lui, il calen di maggio) e i suoi tre pards, Kit Carson, Tiger Jack e Kit il figlio di Tex.

Ma come gli è venuto in mente di rendere pubblica una cosa del genere? Perché non li ha invitati a cena in privato e non ha evitato di informare l’universo mondo di tanto importante convivio. Infatti, chissenefrega di Calenda e dei suoi inviti a cena? E io che pensavo fosse intelligente, magari un po’ più di molti compagni di partito di vertice, ma no, è un montato come tanti altri.

All’ex ministro dello sviluppo economico ha risposto Nicola Zingaretti, famoso anche perché fratello del bravo attore Luca, checché lui ne dica, proponendo una cena con la cosiddetta “società civile”, cioè la gente “comune”: operai, studenti, disoccupati. Eccolo là: gente “comune”, perché lui non è “comune”. In Veneto, a meno di venti chilometri da casa mia, si dice “peso il tacòn del buso“, cioè peggio il rattoppo dello strappo sulla giacca riciclata del nonno in una famiglia povera, facente parte della “società civile”, o della gente comune.

Facciamo il punto: il PD è quella roba lì almeno al vertice, o sé putante tale: il segretario Martina neppur considerato. Gli altri un po’ più sotto, le Boschi e le Pinotti, l’Orlando e c., scomparsi. L’unico guardabile, se non altro per eleganza e stile è il colonnello Cuperlo, ma in tanta solitudine.

Stavo pensando a mettermi in gioco partecipando alla prossima stagione congressuale del partito di cui sopra, ma dovrei avere qualche garanzia che la nave dei mediocri e dei folli non mi faccia fuori subito, perché sai, mio gentile lettore, non vale niente contro le alleanze degli stupidi, ché contro queste perdi, perdi sempre. Son capaci, se non di batterti sul piano dialettico-qualitativo, di riempire il tuo nome di contumelie seppellendoti sotto una montagna di falsità nutrite di invidia.

Questi sono persi in un luogo senza tempo e senza spazio.

Dall’altra parte, caro lettore, abbiamo le sublimi, si fa sempre per dire, intelligenze furbette di Salvini e Di Maio: questo secondo non sa neppure che cosa è la vergogna. Dopo ogni gaffe, riparte da capo, nel suo completino scuro, capello corto perfettamente tagliato ed eloquio arrogantemente impreciso. Il bimbo arrogante ora “pretende” che il ministro dell’economia prof. Giovanni Tria “trovi i soldi per gli Italiani“. Come? Magari rapinando banche?

Il primo ha più esperienza e la usa: non vi è argomento di cui non si interessi, lanciando campagne quotidiane sui social, capace ogni giorno di battute assai memorabili, come “molti nemici molto onore”, e altro d’ameno.

Ora i governativi sono al sessanta per cento dei consensi stimati, un più dieci in meno di quattro mesi, mentre tutti gli altri calano.

Cercano di tener la barra del vascello a dritta i ministri degli Esteri e dell’Economia, dove cerca di ingerirsi il prode ultraottantenne Savona. Il premier, o non so come chiamarlo, anzi sì, presidente del Consiglio dei ministri (ex art. 92 della Costituzione della Repubblica Italiana), non appare come solitamente appare -in metafisica- l’essere all’evidenza, forte di una debole voce qualsiasi, l’avvocato del popolo, novello Marat dallo studiato ciuffetto scuro in fronte.

Tornando a “sinistra” troviamo l’acronimo-sberleffo “L.E.U.”, che non sa che fare, ma non è un guaio perché non se ne accorge nessuno, o forse solo qualche nostalgico un poco disinformato.

A centro-destra, non posso non riconoscere un qualche merito, una qualche malinconica razionalità al vice di Berlusconi, l’Antonio vicepres del Parlamento europeo, e… udite udite, perfino allo stesso cavalier Silvio. Non l’avrei mai pensato. Accanto a questi abbiamo quel-che-resta del fascismo dolce della romanina, front woman speculare al partitino di sinistra sopra citato.

Mi perdoni il lettore questi ragionamenti intrisi di para-lombrosismi surrettizi, ma faccio fatica a evitarli, una fatica boia.

… che fare dell’ansia e di questo “benedetto” stress?

Insegnaci ad aver cura e a non curare/ insegnaci a starcene quieti”  (Thomas Stearns Eliot), si potrebbe iniziare così questa breve riflessione del grande poeta inglese su un termine oggi tanto usato e anche ab-usato.

L’ansia è come il rasoio di frate Guglielmo d’Occam, ma dannosa, solitamente non utile all’intelligenza come il metodo filosofico del francescano di Oxford. L’ansia taglia i dendriti che conducono ai neuroni depositari della memoria e danneggia lo studio e il lavoro. Lo studente ansioso fa fatica a studiare e perde le nozioni; al relatore ansioso succede la medesima cosa, così come al docente.

I manuali descrivono l’ansia come uno stato psichico dell’individuo cosciente, caratterizzato da forte apprensione, preoccupazione e anche paura. In questi casi la persona fa fatica a trovare un adattamento alla situazione e all’ambiente dove vive un’esperienza.

Chi si trova in questo stato prova a volte anche sensazioni fisiche negative come palpitazioni, dolori al petto e/o respiro corto, nausea, tremore interno, fino alle manifestazioni del panico. Può esistere come disturbo cerebrale primario, oppure può essere associata ad altri problemi medici, inclusi altri disturbi psichiatrici o conflitti interiori. Amigdala e ippocampo, che sono parti del sistema limbico pare siano molto coinvolti dalla sensazione dell’ansia, forse anche una reazione a situazioni che potrebbero risultare dannose e quindi da evitare.

Le dottrine e metodologie orientali dello yoga e del tai chi sono utili a rimediare all’ansia e allo stress, e funzionano anche come antinfiammatori. Lo stress può essere anche motivazionale, ed è lo stress buono, l’eustress (termine greco-anglo-latino), mentre il distress (etimologicamente analogo) è dannoso. E’ fuori discussione l’utilità di un certo stress (da stringo, strictus).

Si combatte l’ansia e lo stress anche con un corretto muoversi dell’inspirazione/ espirazione, confermato da decine di studi sullo stress sui sistemi immunitari, con positive conseguenze perfino a livello di DNA.

Oggi si lavora sulla cosiddetta mindfulness o consapevolezza, attenzione. Se vi è costanza in questo approccio vengono contrastati gli effetti della tensione, riduce le citochine infiammatorie e promuove i fattori positivi come il BDNF o brain derived neurotrophic factor.

Sembra anche che cantare riduca il cortisolo, ormone dello stress, e che perfino il tumore possa in qualche misura essere prevenuto e il criceto impazzito (cioè io stesso), guarito.

Un modo antico per combattere l’ansia è la riflessione, la capacità di usare la logica e la filosofia naturale e pratica, talché è possibile lavorare sugli stati ansiosi aiutando le persone ad aiutarsi, utilizzando le facoltà intellettive e il metodo dell’argomentazione. Ogni persona può trovare la strada della consapevolezza e distaccarsi da questo condizionamento psichico e morale molto pericoloso.

Parlo di questo argomento perché molto spesso vengo interrogato sul tema e non se ne parla mai troppo.

Jacques Prevert scriveva così: “Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio“.

Il racconto degli acciai inossidabili e della rosa varicosa (eh eh)

Donna Gabriella, tostissima imprenditrice furlana, mi ospita a cena con suo marito il dottor Livio, agronomo, capo di una piccola azienda metalmeccanica leader nella produzione e nella vendita worldwide di macchine agricole speciali.

Presenti sono e gradevoli anche i figli, diversamente disposti alla vita, tra lauree valorose come Eleonora e Beatrice, e una ricerca straordinaria del pensiero nel fiero Alberto, bello e riccioluto come un eroe romantico di Byron.

La cena procede e mi concedo finalmente perfino mezzo bicchiere di un potente vin rosso di Sardegna. E finalmente un primo e un secondo e crostini di formaggio pecorino spalmabile, anch’esso sardo. Racconti di esperienze differenti. Siamo lì dopo mezza giornata di colloqui e riflessioni in azienda.

Son trattato come un principe, come spesso accade nelle relazioni sincere, ai confini tra la professione e l’amicizia. La trasparenza è il collante della relazione. Bellissimo.

Parliamo dell’utilità del discorso, dell’etimologia e del rispetto della parola. Filologia e filosofia si connettono alla meccanica e all’economia, nei discorsi sul bene e sul male, sull’inesistenza metafisica del caso, il tutto corroborato da racconti, che sono il divertissement antropologico, più divertente ed efficace di ogni setting psicoterapeutico. Dostoevskij è più profondo, più vero e meno “fissato” di Freud. Racconto di quel corso di aggiornamento ai docenti da me svolto in un plesso scolastico di scuole medie inferiori e superiori dove ho proposto una sinossi tra struttura di persona  e struttura di personalità.

Fisicità, psichismo e spiritualità si connettono dicendo l’uguaglianza di ogni essere umano ad ogni altro, ipsum genusgenetica, ambiente e educazione declinano l’irriducibile differenza di ciascuno da ciascun altro, cosicché quegli insegnanti mi ringraziarono dicendo “Ora sappiamo come spiegare ai genitori che i loro pargoli hanno bisogno di essere seguiti meglio perché hanno un profitto insufficiente, pur non essendo meno dotati di altri ragazzi più volenterosi.” Alberto è attentissimo. Le due ragazze pure e Livio si diverte con Gabriella. A un certo punto lei racconta: “Pensate, una volta Livio, eravamo insieme da anni, eravamo in auto, si ferma davanti a una libreria, entra e poco dopo esce con un volume dal titolo Gli acciai inossidabili. Lo porta a casa e lo legge prioritariamente rispetto a ogni altra lettura.” Che lettura, mica un romanzo, mica piacevolezze, gli acciai inossidabili, e lo guarda. Lui traccheggia con un sorriso.

E continua a raccontare: “Ho perfino imparato l’acronimo A.I.S.I, vedendo le fatture di acquisto di acciaio, quando facevo l’impiegata nello studio commercialista, che significa American Iron and Steel Institute.

” Il mio controcanto è un racconto: “Ero direttore del personale nella più grande azienda friulana, che progetta e produce acciaierie chiavi in mano per tutto il mondo e partecipo a una riunione di ingegneri capi per parlare di selezione e di assunzioni di vari profili di personale, dopo aver trattato un argomento tecnologico che non mi riguardava. Viene fuori nella loro discussione il termine peritettico riferito a un tipo di acciaio. I colleghi ingegneri si guardano in faccia chiedendosi che cosa significasse il termine, che era -si vede- poco usato. Passa qualche secondo e dico -sommessamente- che forse può significare un acciaio che ha una cristallografia diversa nella parte esterna rispetto a quella interna. Mi guardano con occhi impietositi, visto che la mia formazione era ben diversa dalla loro. Ma uno di loro più accorto si dilegua e torna poco dopo con il dizionario tecnologico, dicendo che avevo ragione io. Mi guardano e spiego: certo che è così, infatti in greco la parola peritettico è composta dalla preposizione perì, che significa attorno come in perimetro, e da tetico, che deriva dal verbo tìthemi, cioè mettere, e infine: un qualcosa che sta tutt’intorno.”

Il potere del greco antico, padre e madre del linguaggio tecnico-scientifico in uso ancora oggi.

Alcuni secondi si silenzio e donna Gabriella -che è una narratrice nata- racconta che nessuno dei tre figli ha un tatuaggio, mentre una volte le capitò di vederne uno indimenticabile. Trovandosi in ospedale per un controllo a suo padre vede che si ricovera un signore germanico in età, in vacanza a Bibione, pieno di tatuaggi che pendevano dalla pinguedine da birra e per l’età. Lo accompagnava la moglie anch’essa non priva di tattoo, ma ve n’era uno assai curioso: su una gamba aveva tatuata una rosa di un rosso oramai sbiadito con un bel gambo che dalla caviglia si univa alla corolla del fiore: solo che il gambo era una… vena varicosa bluastra e in rilievo.

Ecco la fine dei tatuaggi, in ogni senso. Vedremo Icardi, Ibrahimovic, Materazzi, Nainggolan e molti altri tra trent’anni, se ci saremo. Non saranno bellissimi, commentiamo, e anche Alberto annuisce. Forse quei signori sono un poco stupidi.

E racconta del suo grande viaggio in New Zealand e in Nepal, e dei viaggi su pick up caricati con arnie di api, e dell’attraversamento della strada di un pinguino: “Ci siamo fermati e l’abbiamo raccolto, ma poi lui rompeva le palle e l’abbiamo buttato nell’oceano“. E ha ucciso un maiale quando lavorava in una fattoria, come me, dico, che da ragazzo ho fatto altrettanto con un fucile, perché l’attrezzo del norcino non funzionava. Riti di passaggio di diverse gioventù.

Mezzanotte suggerisce di ritirarci. Da tempo non ero a cena ospitato con tanta cordialità e amicizia, vivendo l’unica vita che ci è data, raccontandoci.

Buonanotte cari amici Gabriella, Livio, Eleonora, Alberto e Beatrice. Che Dio vi protegga.

Un bellissimo settembre

Questo settembre è pieno di cieli azzurri, come mi aspettavo, ed è il mese più bello, per me, insieme con maggio, poiché ha l’equilibrio delle temperature e della luce, tra notte e giorno, tra albe e tramonti. Se si è attenti si distingue all’alba anche l’aurora e il momento magico del dilucolo.

Un settembre bellissimo, anche se tutto lentamente cambia, o forse anche per questo. Cambia per tutti e anche per me. Vedevo che ottocento venti milioni di persone umane soffrono la fame nel mondo, e potrebbero essere nutrite se vi fosse l’equilibrio dei beni.

L’Italia litiga con l’Europa inutilmente. Tra una battuta greve di Salvini e una citazione al vetriolo di Moscovici, per cui “l’Italia è pericolosa“, verrebbe voglia di prendere a sberle gli uni e gli altri.

Noto nell’uomo sempre gli stessi difetti, sia che sia di destra, di centro o di sinistra, sia che sia laico o presbitero, sia che sia italiano o d’altra genia e nazione. I parenti sono come tutte le altre persone e io non sono particolarmente attaccato a loro. Anzi: ho due cugine che non vedo da decenni. E abitano a Udine, figlie di una sorella di mia mamma Luisa. Ho due cugini che vivono in Canada (sono ancora vivi, spero), cui ho scritto lettere e e-mail, ma non mi hanno risposto: figli del gemello della zia Anna citata due righe fa, lo zio Tony, simpatico e un poco birromane. Mancato anni fa e sepolto nella cittadina di Prince George, British Columbia, ai confini dell’Alaska.

Quando veniva in Italia mi raccontava delle battute di caccia all’alce. Una volta abbatté con i compagni d’avventura anche un Grizzly di cinquecento kili. La sua gioia era contagiosa.

Ricordo la nonna Catine (Caterina), mamma di mia madre, donna fortissima e sapiente. I primi principi morali me li ha impartiti lei, con i miei genitori: se una cosa non è tua e la trovi devi cercarne il padrone, non offendere gli altri, se puoi aiuta chi ha bisogno, prima o poi ma meglio prima dì le cose come sono, non avere paura se hai ragione ma non pretendere di avere sempre ragione… e altro, sembra un elenco di consigli filosofici antichi come l’intelligenza umana. Pareva conoscere Epicuro e Aristotele, il Buddha e san Tommaso, senza sapere che erano esistiti. Mio padre Pietro era della stessa tempra, meno presente quando ero bambino, perché emigrante in Germania, ma quando c’era si sentiva, e mi insegnava, come ho già ricordato altre volte, le capitali di ogni nazione del mondo, da Buenos Aires a Pechino, da Madrid a Mosca, dal Cairo a Città del Capo, da Canberra a Ottawa, da Brasilia a Caracas, dov’erano i fiumi e la loro lunghezza, dal Rio delle Amazzoni al Nilo al Congo e allo Zambesi, dal Mississippi al Murray, dal Volga allo Jenisej, dal Mekong allo Yang-tse-Kiang, dal Tago-Tejo al Reno al Danubio, per cui aveva una particolare passione, e i monti dei vari continenti e la loro altitudine, dall’Aconcagua al McKinley, all’Erebus al Kilimanjaro, dall’Everest al Bianco.

Quando gli chiedevano di me e come ero, lui rispondeva che un bambino o un ragazzo come me nasceva ogni due o trecento chilometri. Quello era il suo pensiero su di me. Ma a me non lo diceva, me lo riferivano. Così crescevo in tutti i mesi dell’anno e a settembre aspettavo di tornare a scuola, che mi piaceva moltissimo, curioso com’ero. Non vedevo l’ora di sentire le spiegazioni di storia e matematica, di fare un tema, di fare una passeggiata in campagna con il prof di scienze.

La mamma era silenziosa e stava sola con Pietro lontano per dieci mesi all’anno. Faceva iniezioni a mezzo paese, non chiedendo nulla a chi non poteva pagare il servizio, oppure bastavano due uova di gallina di cortile come compenso.

E gli amici di Rivignano? Sandro, Gianni, Agostino e le loro sorelle, a me molto care per motivi diversi, e poi Andrea, Luciano, Edi, un altro Gianni, due Franco, uno alto e uno basso, entrambi musicanti, e Beppe, Pericle, Bruno, ragazzi di basket. E poi altri e altri: mai avuto tanti amici nella mia vita. Ora sono a due, forse, o tre. E qualche bella partita di botte dalla quale non mi tiravo indietro. In un paio di occasioni ho portato l’altro a medicarsi da mia madre.

Poi sono emigrato in un paesone vicino, dove sto ancora, con i piedi nell’erba, finalmente, e gli alberi che circondano la grande casa affittata. Che bello essere in affitto, non possedendo immobili, precario come la vita umana. Non possedere se non le risorse economiche che permettono di vivere con dignità. Non mi mancano i soldini, né libri, né musica. Soldini che vengono dal lavoro e dal riconoscimento del valore acquisito in tanto studio e ancora lavoro. Nessuno ti regala nulla. Le mie sei pergamene accademiche sono in una scatola, ma il sapere è in me, sempre insufficiente, sempre ignorantemente curioso, come insegnava il grande ateniese condannato a morte perché avrebbe traviato i giovani. Ultimamente anche nel mio paesone mi hanno negato la presentazione di un libro importante di teologia-filosofica, apprezzato in giro per l’Italia, perché sarebbe scandaloso e fuorviante per i giovani. Meno male che il Comune non mi può ordinare di bere la cicuta.

Ecco a che cosa mi fa pensare questo bellissimo settembre che prelude a un ottobre diverso dai precedenti, per ragioni piacevoli, che qui non dico, in quanto l’outing sul web per me deve avere dei limiti. Non posso e non voglio mettere in piazza tutto, caro lettore, anche perché, nonostante la mia non banale esperienza umana, scopro ogni dì aspetti di chi conosco, che mi deludono, svelando piccinerie, gelosie e perfino invidia (gravissimo vizio che rende l’anima gialla, come spiega papa Francesco) che non sospettavo vi fossero,

E allora preferisco far silenzio su alcune cose, limitandomi a descrizioni un poco nostalgiche, ma non troppo, oppur liricheggianti. Così mi faccio meno male, in questo bellissimo settembre.

Far filosofia nell’educandato delle fanciulle povere in Firenze, esempio di gravissima discriminazione di genere e ancor più culturale, storicamente data i cui residui fenomenologici sono ancora presenti nella testa di molti maschi

Florentia è anche la capitale dei sovrani senza regno, coloro che filosofano, anzi che con-filosofano, come scrivo nel post precedente.

Il fine settimana di questa prima decade di settembre  è occupato intensivamente nei colloqui sabatini e nel laboratorio collettivo domenicale, mentre campane tutt’intorno chiamano alla Messa. Si fatica, ma si va avanti, incontrando le persone nella sala capitolare di un convento femminile del ‘500, oppure nel chiostro. Gli archi essenziali inquadrano pezzi di cielo oppure i camminamenti ampi che portano ai vari ambienti.

A Firenze, tra le infinitamente numerose opere d’arte e reperti storici, seguendo l’entusiasmante elenco di lavori supremi di bellezza, c’è il rischio di trascurare meravigliosi siti, considerati -perciò- minori.

Questo sito di via Faenza, si chiama il Fuligno, perché è stato fondato da una nobildonna proveniente dalla cittadina umbra, la Beata Angiolina contessa di Corbara. Nel tempo, dal ‘500 in poi, è stato convento di monache benedettine e agostiniane, fino all’arrivo delle Figlie della carità di Saint Vincent de-Paul a metà ‘800, educandato per le bambine e le ragazze povere, destinate a una vita in subordine del maschio di turno, padre o marito che fosse. Come molte donne musulmane, e anche nostrane, di oggi. Duole dirlo.

Nel convento vi sono opere d’arte di alto livello: su tutte, forse, Alessandro Allori e la sua Crocefissione e il crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano. In un’altra sala troviamo una dolcissima Annunciazione di Bicci di Lorenzo.

Per noi è interessante sfogliare i regolamenti che nel tempo si sono succeduti, per gestire questo luogo di raccolta di bimbe, ragazze e giovani donne. Chi le scriveva erano monaci e chi le applicava madri superiore e badesse.

Queste ragazze, prevalentemente dei ceti più poveri, non erano più interessate a tener casa, e stavano in serbanza per diventare monache, ecco un passaggio di uno di quei testi regolamentari. Le mendicanti erano addirittura pencole e pericolanti in senso morale, secondo la morale oppressiva e maschilista del tempo, in base alla quale le donne dovevano solo obbedire e basta. Un’altra categoria di donne che venivano accolte nell’Educandato era quello delle fanciulle fiorentine povere prive di genitori, orfane, o senza chi in qualche modo le sostenesse.

Nel capitolo 8 del regolamento dell’Educatorio, o Educandato, si legge “(…) le educande devono avere un contegno di buone figlie, professando sinceramente alle (suore) medesime pronta obbedienza e sottomissione, (…) e professeranno sempre il rispetto e la totale dipendenza al Sovrintendente, al Direttore spirituale e alla Superiora (…)”.

Nello Statuto dell’Educandato emanato nel 1888, sotto Crispi e re Umberto I, si legge all’articolo 1 “(…) tale Educatorio è istituito per la educazione cristiana e civile di fanciulle povere della città e preferibilmente orfane“. Al cap. 4 si legge “Al direttore spirituale è affidata la condotta morale di tutte le commoranti (…).” E al comma 7 è scritto “(…) il Direttore spirituale esaminerà tutti i libri che vorranno leggere le educande approvando quelli che riterrà adatti e rigettando gli altri“.

Al cap. 8, comma 7: “Parimenti senza una ascoltatrice si proibisce di parlare in qualunque parte dell’Educatorio con qualsivoglia persona (…)”.

Straordinario l’art. 3. “(…) Lo scopo è quello di istruire le alunne nella religione cattolica, nell’intero corso elementare, nella lingua francese e specialmente in ogni specie di lavori femminili per farne buone madri di famiglia, e renderle atte a sostenere uffici di Governanti, Guardarobe, Cameriere, Bambinaie, o distinte Operaie“. E basta: non si prevedeva che una donna potesse fare carriera. L’accesso all’università era quasi vietato anche alle figlie dei benestanti, conti o gran borghesi che fossero. La prima laureata italiana è di metà ‘600. Ancora nell’800 se una ragazza manifestava l’intenzione di studiare Teologia veniva dirottata a Filosofia, perché la Teologia era “roba da maschi”, troppo difficile ed elevata per le femmine.

Il Sacerdote direttore spirituale, ogni domenica “ha da tenere omelie edificanti alle signorine educande per ammaestrarle nei doveri morali e religiosi ed a risvegliare in esse gli affetti verso la famiglia e la patria.”

Il testo della dottoressa Francesca Maria Casini, autrice del volume Il Fuligno ieri e oggi è addirittura esaltante (si fa per dire), nella sua cultura discriminatoria. Leggiamo: “tutto il lavoro (…) si eseguisce dalle educande per assuefarle a compiere i doveri propri del loro sesso e della loro condizione.

E oggi? Che possiamo dire di oggi? Senza fare del vieto femminismo al maschile, si può dire che vi è molta strada da fare ancora, a partire dall’educazione familiare. A proposito in quei regolamenti si parlava sempre di educazione, ma non nel senso etimologico del termine (torre fuori, oggi diremmo, i talenti), e mai di acculturazione e formazione. Finché le mamme continueranno a educare in modo differenziato da un punto di vista della dignità della persona, maschi e femmine, non ne potremo uscire.

Ma oggi anche il padre è in crisi, e lo è da quasi mezzo secolo. Il discorso è complesso, terribile, affascinante. Non evitiamolo.

I filosofi sono dei sovrani senza regno

Che i filosofi siano dei sovrani va almeno spiegato, perché il fatto che un sovrano abbia o meno un regno è meno importante. L’amico allievo filosofo pratico di Phronesis Tommaso Nutarelli d’Etruria, nomen omen, mi allieta a Firenze con questo bell’aforisma, in questo luminoso settembre, che par quieto. Gli chiederò se il copyright è suo o meno, perché in Phronesis e facendo filosofia non si bara.

Il pensiero non possiede nulla se non se stesso, e per interposto soggetto, il pensante, il quale a sua volta non si possiede poiché della sua vita non è padrone. E dunque non c’è un regno. Il filosofo non regna, ma neppure vuole regnare. Filosofare non è mai possedere, ma aprire, spalancare porte interiori.

Vi sono persone che regnano non concependo altro valore che il loro regno, il loro possedimento, che desiderano sopra e prima di qualsiasi altro bene. Il filosofo è povero, ma povero in spirito, come insegna il Maestro di Nazaret tramite il suo discepolo Matteo [5, 1ss]. Spesso è povero anche materialmente, ma non è mai misero.

Le persone dai molti beni spesso non sono serene, perché temono di essere derubate. A volte addirittura non credono ai sentimenti di amicizia che li circondano, perché gli paiono avvolti di piaggeria opportunista. A me è capitato un paio di volte nella vita di avere molto o abbastanza potere, una volta quando ero direttore del personale della più grande azienda della mia regione, una multinazionale dell’acciaio, e ancora prima quando dirigevo una struttura socio-politica, in anni in cui questo contava. In quei due frangenti molti si avvicinavano a me ossequiosi e desiderosi di condividere anche solo un aperitivo. Io capivo abbastanza bene quando c’era strumentalità in quegli atteggiamenti e mi comportavo di conseguenza. Il mio potere li attraeva e io mi ritraevo, risultando così scontroso e spigoloso.

Oggi ho meno potere di allora, ma non ne sono privo, anche se ora è fatto essenzialmente di moral suasion verso decisori che spesso condividono le mie proposte.

E’ diminuita la canea dei clientes, pur non essendo svanita. Di buono c’è che la mia posizione nel mondo non è sostenuta da denari o beni in quantità, tant’è che vivo in affitto, per cui non devo temere che mi si avvicini per interesse materiale. Tutt’al più a me si potrebbero rubare libri e dischi musicali, di difficile redditività anche per un ricettatore specializzato.

Anche la mia possibilità di aiutare le persone a trovare lavoro si configura al di fuori di ogni elemento di pressione o raccomandazione, di privilegio o di ingiustizia, rimanendo nel novero degli atti conoscitivi e di esperienza. Conosco aziende e titolari, e con questi collaboro nella mia autonomia per cui posso proporre candidature all’assunzione, che spesso vanno a buon fine.

Il mio è una sorta di potere immateriale, intellettuale, e perfino spirituale, si può dire.

Il potere dei filosofi è che, se hanno di che vivere, non devono temere nulla, perché il loro regno non ha valore di scambio, ma solo d’uso come l’ossigeno dell’aria, direbbe forse il dottor Marx.

Il pensiero non si può vendere, anche se il mio pensiero può produrre attività vendibili, come la formazione, la consulenza, l’ascolto attivo, lo scrivere specialistico.

E dunque ha ragione Tommaso con il suo aforisma “I filosofi sono dei sovrani senza regno”, ma possiamo dire di più.

Ad esempio, che il regno è grande come il mondo, perché si può pensare il mondo, la natura e la bellezza, senza possederli in esclusiva.

Scrivo queste righe nella sera che scende su Firenze, a due passi dal centro, in via Faenza, nei pressi di un antico convento dove lavoriamo in questi due giorni. Ho sentito poco fa la campana grande della cattedrale, la terza o quarta chiesa del mondo per dimensioni, opera di Arnolfo di Cambio e di Giotto. Michelangelo e Raffaello son numi tutelari di questa capitale del mondo tra un paio d’altre, tutte in Italia. In questa Italia bistrattata da pennivendoli e politicanti da strapazzo, che quando prendon la parola urtano i visceri fin nei più profondi precordi, si può venire per scegliere candidati alla filosofia come scelta esistenziale e professionale. Sono contento: persone varie dai venticinque di una laurea appena conseguita ai sessantanove di una seniorità spiritosa e preziosa.

Caro lettor mio, mi puoi dire: “vai fin lì per questo?” Ebbene sì, che c’è di meglio di un sabato e una domenica ad ossigenare l’anima condividendo la comune natura umana, nel rispetto dell’altro come altro te stesso, cioè del tu come io e viceversa. Ti par poco?

E poi verrà la notte con gli ultimi rumori della città incomparabile, prima del sonno.

Derelitta, la “cultura” è il “nuovo nero” o il “nuovo ispanico”, perché ha la tuta arancione dei carcerati americani, e a volte sembra messa nel “miglio verde” dei dead men walking, ma non ce la faranno le Fedeli e affini. A volte la cultura declina o si ammorba o viene addirittura odiata, come accadde ottanta anni fa con l’emanazione delle infami leggi razziste contro gli Ebrei, a firma di Mussolini e di Vittorio Emanuele III, basta ascoltare l’attuale capo del Governo, il leader absconditus… per avere un esempio del violento e vergognoso attacco

La tuta arancione, come fossi prigioniero a Guantanamo, mi si attaglia, pare, come fossi un nero o un ispanico. Caro lettore, tu ti chiederai il perché, ed è l’argomento di questo post.

Me lo ha suggerito un valoroso tecnico elettronico che ho sentito a colloquio in un’evoluta azienda friulana, nicchia di idee, ancorché poco nota, l’amico Paolo.

Oggi la tuta arancione significa che chi rispetta la cultura, se ne nutre, la considera importante, la indossa, come fosse un derelitto, un nero negli anni trenta in Alabama o un ispanico nei quaranta o cinquanta nell’Ohio. Se sai qualcosa, soprattutto in senso socratico, come spiegavo un paio di post addietro, vieni attaccato dagli ingelositi o addirittura invidiosi, che ti guardano di mal occhio. Sei un derelitto.

Oggi il sapere è negletto, ridotto a pillole twitterabili. Odio le pillole di saggezza e mi verrebbe da sputare in faccia a chi -pensando di farmi un complimento- definisce in  questo modo i miei saggi di etica generale.

La cultura è coltivazione, è fatica del dissodare un terreno, che sono i neuroni, e poi usare l’erpice per rifinire i coltivi, o i pensieri.

Sono passati ottanta anni dalle leggi infami contro gli Ebrei Italiani emanate da un re d’Italia che meriterebbe per questo lo stesso epiteto, e altri per la sua vigliaccheria mostrata con la fuga a Brindisi, lasciando l’Italia senza guida. Di quei tempi il piccolo re Savoia avrebbe meritato la fucilazione per alto tradimento della Patria, e lo dico io che son contrario alla pena di morte.

Qualche giorno fa è mancato il professore Luca Cavalli Sforza che, al contrario di re e duce ha studiato e spiegato ben altro: che non esistono le razze e che gli esseri umani sono interfecondi e hanno tutti modalità emotive e sensibilità spirituali, e pertanto sono portatori dello stesso valore.

Partendo dallo studio del moscerino Drosophila e soprattutto sui batteri, ha in seguito scoperto diverse mappe genetiche umane dai  suoi primordi evolutivi, seguendone migrazioni, contro-migrazioni, spostamenti, scambi continui, adattamenti, per concludere che tutte queste mappe conducevano a una sola sorgente antropologica, quella africana. Se tutti gli uomini derivano dallo stesso ceppo, Cavalli Sforza, con il programma Human Genome Diversity Project fece ragionare la comunità scientifica (e non solo) sull’unicità genetica e culturale di ciascun essere umano, rendendo scientificamente desueto, quando non socialmente pericoloso, l’uso del termine “razza umana”. E’ stato non solo un ricercatore di prim’ordine ma anche un divulgatore scientifico di enorme talento.

La scienza è stata da lui proposta con rigore e umiltà, la stessa scienza che oggi spesso è negletta, la stessa scienza di Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Antonio Damasio, per tacer di altri valorosi. Una scienza rigorosa e democratica insieme, quella di cui i dimaio di turno non sanno che farsene.

E vada per un fuoricorso, come il viceprimoministroeministrodellosviluppoeconomicooedellavoro, auff, respiro, ma anche Conte, il premier invisibile, che una laurea ce l’ha, magari non illuminata da tutti i master millantati nel falso curriculum vitae di presentazione, anche lui, in odio -chissà fors’anche involontario-  al sapere o per insipienza oggi ha detto un’enorme sciocchezza, evitando di dire ciò che era necessario dire.

In odio al sapere o per insipienza.

La sciocchezza: intervistato da non-so-chi si è sperticato in lodi inusitate a dimaio, che non ha alcun merito, per la stipula dell’accordo Ilva, dimenticandosi di citare sindacati e impresa, che sono stati e sono i veri protagonisti, poveretto lui, non sa come funzionano le cose, l’avvocato degli italiani, ma va.

In odio al sapere o per insipienza.

 

Dicon sempre “questo paese”… e mai “l’Italia”, ché si vede -come nome- gli fa schifo

Ascolto con ben poco piacere le voci diversamente rauche da fumatrici di Anna Maria Furlan e Susanna Camusso, que hablan dei maximi sistemi, con competenze approssimative e discorsi che, si sente lontano un milio, son redatti da ghost writer trentenni, laureati, a differenza di lor due, anche se una laurea non è sinonimo di cultura, ma una sua assenza, salvo rare eccezioni (Giuseppe Di Vittorio e Pierre Carniti e qualcun altro di quell’ambiente) può mettere a repentaglio un sapere che deve intendersi sotteso, se si azzardano certi discorsi analitici o con qualche parvenza di epistemologia disciplinare. Non cito neanche il terzo pittoresco frequentatore della Uil’s University (ah ah ah!), che non so dove sia, né se esista veramente, se non nella spiritata e non spiritosa metafora dell’adombrato signore. Il fatto è che i discorsi costruiti puzzano di falso a un orecchio a malapena esercitato.

Quando le sento parlare, sempre con toni di saccenza e spesso accusatori verso interlocutori che dovrebbero imparare tutto o quasi da loro, mi capita di far spesso  una sorta di analisi strutturalista del discorso stesso. Ad esempio, ascoltando stamane Furlan al convegno di Area Dem, ho registrato il verbo “immaginare” per sei volte nei primi quattro minuti di parlato. La parola “lavoro” è stata da lei proferita almeno venti volte nei primi dieci minuti di parlato. Troppo, vero? Queste non conoscono i sinonimi di cui abbonda la lingua di “questo paese”, cioè l’Italiano. E neppure i loro ghost writer, parmi, desolatamente.

Non sanno dire “l’Italia” o non vogliono pronunziare il bel nome di Patria nostra? A volte usano la preposizione semplice “in” per sostenere un aggettivo determinativo, cioè “questo”, cui segue inesorabilmente “paese”. Meglio -e alquanto più onesto (ma lor nol sanno)-  sarebbe utilizzassero l’aggettivo desueto, ottocentesco, “codesto”, per distanziare ancor di più il loro sentiment dall’Italia, come concetto e lemma linguistico, valore etico e storico-politico, e perfin suono.  A volte hanno in uso l’articolo determinativo “il” per sostenere il termine “paese”, generica traduzione di country o di land, come a dire più o meno regione. Gli pesa o gli fa schifo citare il nome proprio della nostra terra, l’Italia? Vorrei vedere se magari gli piacerebbe di più Enotria o Trinacria o … qualche altro nome arcaico. Mi hanno da tempo stancato queste due fumatrici dall’eloquio ovvio, così come innumeri politici e giornalisti pigrerrimi. E i titolisti dell’ovvio.

Non pretendo dicano “la nostra Patria”, perché il loro generico sinistrismo linguistico le ha indefettibilmente portate a censurare il nome della terra dei padri, ma Italia potrebbe stare nel loro lessico. Oppure ora si deve abolire ogni cenno al nome perché Salvini ha coniato il furbo (e nulla più) slogan “prima gli Italiani”?

Se così fosse, miseria! Miseria nera.

Che fare dunque? Una battaglia, quasi come per il congiuntivo, attaccato da tutte le parti, e non per cattiva volontà, ma per pigra ignoranza o pigrizia ignorante, che son quasi sinonimi. Mi meraviglia il fatto che anche seriosi glotto-linguisti, di cui qui non faccio nomi, poiché spero in una loro resipiscenza, son spesso indulgenti nei confronti di chi usa l’indicativo in luogo del congiuntivo nelle frasi che lo richiedono per dar respiro al concetto e all’intenzione dell’agente. Danno ragione di tale indulgenza spiegando la dinamicità delle lingue, la loro quasi motilità storica, dicendo a volte: “Ma noi non parliamo mica l’italiano di Dante e Boccaccio, del Petrarca e di Machiavelli, e neppure di Leopardi, né quello di Giovanni Pascoli o del Vate D’Annunzio“. Non mi sembra una ragion sufficiente, direbbe il grande Leibniz.

E così non parmi accettabile senza lottare questa negligenza nel dire “l’Italia”, quando si cita questa terra benedetta -se vogliamo- dalla sorte, dalla deriva dei continenti che l’ha fatta così com’è, in medio aequoris Mediterranei.

Non accetterò mai, finché forza vitale avrò, né mi arrenderò non combattendo per questo fine. Ho scritto perfino al presidente Mattarella, al capo del governo e al segretario del mio partito, non ai due vice, troppo scarsi per capire il tema posto, e solo il più alto in grado mi ha risposto con garbo, tenendone anche conto nel suo dire successivo. Ecco che serve l’umile battaglia di ciascun di noi, se il fine è buono e la ragione è commessa con la natura delle cose (cf. G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 1820/ 21), come un intarsio artistico, come l’arredo dello studiolo del Signor duca Federigo di Montefeltro, nella splendida Urbino.

I discepoli

La parola discepolo deriva dal latino discipulus, allievo, che a sua volta deriva da discere, apprendere; si riferisce a chi studia o si rifà agli insegnamenti di un maestro. Ad esempio Paolo o Saulo di Tarso è stato discepolo di uno studioso del suo tempo, di nome Gam’liel; solo in un secondo tempo si è convertito al Cristianesimo.

Nella religione cristiana e in quella islamica per discepolo s’intende -rispettivamente- ciascuno degli apostoli e dei seguaci di Cristo, che predicarono i suoi insegnamenti, ovvero gli allievi di un maestro, un imam, un ayatollah, un muftì, un mullah, un ulema, etc.

Gesù scelse una settantina di discepoli per predicare i suoi insegnamenti secondo quanto si legge in Luca 10-1-20.

Nelle altre religioni non si parla espressamente di discepolo o di apprendista ma semplicemente di seguace del “santo”.

Diamo uno sguardo all’ambiente di Siddharta Gautama, il Buddha e ai suoi discepoli.

I Dieci discepoli principali (o Dieci grandi discepoli: in lingua cinese 十大弟子 shí dà dìzǐ; in lingua tibetana nyan-thos nye-‘khor bcu) sono l’elenco dei dieci principali discepoli del Buddha Śākyamuni, così come presentato in numerosi sūtra del Buddhismo Mahāyāna raccolti all’interno dei Canoni buddhisti cinese e tibetano.

L’elenco comprende i seguenti discepoli del Buddha:

Ānanda (in cinese 阿 Ānán, anche 阿難陀 Ānántuó; in tibetano Kun-dga’-bo)// Aniruddha (in cinese 阿那律 Ānàlǜ; in tibetano Ma-‘gags pa)// Kāšyapa (in cinese 迦葉 _Jiāyè; in tibetano ‘Od-srung)// Kātyāyana (in cinese 迦旃延 Jiāzhānyán; in tibetano Ka-tya’i bu-chen-po)// Maugdalyāyana (in cinese 目犍連 Mujianlian; in tibetano Mo’u-dga-la gyi bu)// Pūrṇa (in cinese 富樓那 Fùlóunà; in tibetano Gang-po)// Rāhula (in cinese 羅睺羅 Luóhuóluó; in tibetano sGra-can ‘dzin)// Šāriputra (in cinese 舍利弗 Shèlìfú; in tibetano Shā-ri’i bu)// Subhūti (in cinese 須菩提 Xūpútí; in tibetano Rab-‘byor)// Upāli (in cinese 優婆離 Yōupólí; in tibetano Nye-bar-‘khor).

Uno sguardo ai dodici apostoli di Gesù di Nazaret. I nomi sono questi: il primo, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo d’Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.

L’elenco dei discepoli, che comprende in parte anche gli apostoli, concerne i primi seguaci di Gesù Cristo come racconta il Vangelo secondo Luca 10.1-24, unico testo biblico a riportare che Gesù li aveva nominati e inviati in coppie in missione.

Nella cristianità occidentale si tende a riferirsi a essi come discepoli, nella cristianità orientale come apostoli. Secondo l’originale greco, un apostolo è mandato in missione, un inviato, dal verbo greco apostèllein, cioè inviare, e un discepolo è uno studente; in ogni caso, le due tradizioni divergono sull’accezione della parola apostolo.

Nella Chiesa ortodossa, il 4 gennaio ricorre la festività dedicata ai settanta discepoli, chiamata Sinassi dei settanta apostoli. A ognuno dei settanta, inoltre, è riservata una commemorazione individuale nell’arco dell’anno liturgico.

Ippolito di Roma era un discepolo di Ireneo di Lione, a sua volta discepolo di Policarpo di Smirne, a sua volta di Giovanni evangelista: ecco una modalità di discepolato.

 

L’elenco dei settanta

Giacomo il Giusto, vescovo di Gerusalemme// Cleofa, vescovo di Gerusalemme// Mattia, apostolo// Taddeo di Edessa// Anania, vescovo di Damasco// Stefano protomartire// Filippo l’Evangelista// Procoro, vescovo di Nicomedia// Nicanore// Timne, vescovo di Bostra// Parmena, vescovo di Soli// Nicola, vescovo di Samaria// Barnaba, apostolo e vescovo di Milano// Marco, evangelista e vescovo di Alessandria// Luca, evangelista// Sila, vescovo di Corinto// Silvano, vescovo di Tessalonica// Crescente// Epeneto, vescovo di Cartagine// Andronico, vescovo di Pannonia// Ampliato, vescovo di Varna// Urbano, vescovo di Macedonia// Stachis, vescovo di Bisanzio// Barnaba, vescovo di Eraclea// Figello, vescovo di Efeso// Ermogene, vescovo di Efeso// Dema di Tessalonica// Apelle, vescovo di Smirne// Aristobulo, vescovo di Britannia// Narcisso, vescovo di Atene// Erodione, vescovo di Patrasso// Agabo il profeta// Rufo, vescovo di Tebe// Asincrito, vescovo di Ircania// Flegonte, vescovo di Maratona// Ermes, vescovo di Dalmatia// Patrobulo, vescovo di Pozzuoli// Herma, vescovo di Filippi// Lino, vescovo di Roma// Caio, vescovo di Efeso// Filologo, vescovo di Sinope// Olympas, martire a Roma// Rhodion, martire a Roma (forse lo stesso di Erodione di Patrasso)// Lucio, vescovo di Laodicea// Giasone, vescovo di Tarso// Sosipatro, vescovo di Iconio// Terzio, vescovo di Iconio// Erasto, vescovo di Panea// Quarto, vescovo di Berito// Apollo, vescovo di Corinto// Cefa// Sostene, vescovo di Colofone// Tichico, vescovo di Colofone// Epafrodito, vescovo di Andriace// Cesare, vescovo di Durazzo// Marco, cugino di Barnaba, vescovo di Apollonia// Giuseppe Barsabba, detto Giusto, vescovo di Eleuteropoli// Artema, vescovo di Listra// Clemente, vescovo di Sardica// Onesiforo, vescovo di Corone// Tichico, vescovo di Calcedonia// Carpo, vescovo di Berito// Evodio, vescovo di Antiochia// Aristarco, vescovo di Apamea// Marco, detto anche Giovanni, vescovo di Bibliopoli// Zena, vescovo di Diospoli// Filemone, vescovo di Gaza// Aristarco// Pudes// Trofimo.

La tradizione ortodossa si basa sull’esistenza di un resoconto di Doroteo, vescovo di Tiro, del III secolo; la versione pervenuta ai giorni nostri è dell’VIII secolo. Secondo i redattori della Catholic Encyclopedia, «queste liste sono sfortunatamente prive di valore». Secondo Eusebio di Cesarea, all’epoca della nascita del Cristianesimo non esisteva alcun elenco, e nella sua Storia Ecclesiastica riporta tra i settanta solo Barnaba, Sostene, Cefa, Mattia, Taddeo e Giacomo, fratello del Signore.

Nel mondo greco troviamo Socrate, che passeggiava con diversi allievi, tra i quali nientemeno che Platone. Platone fondò l’Accademia, una scuola filosofica cui si accedeva solo a patto di frequentare previamente, sulle tracce dell’insegnamento di Pitagora, perlomeno per un biennio una scuola di matematica, algebra e geometria, che lui riteneva scienze propedeutiche a ogni filosofeggiare. Alla guida della Scuola lasciò Speusippo, e non Aristotele, che era stato con lui quasi un ventennio. Dal Liceo aristotelico, dedicato ad Apollo, luogo deputato per i seguaci/ discepoli del grande di Stagira, partivano i passeggiatori pensanti, i peripatetici, il cui nome derivava da un luogo di Atene detto Peripato. Tra questi vi era  Teofrasto, successore di Aristotele alla guida della Scuola, e Andronico di Rodi, colui che raccolse gli scritti del Maestro, i quali ebbero poi alterne e pericolose vicende, fino al Medioevo.

Altri pensatori greci che amavano condividere con i giovani le loro ricerche sono: Epicuro, con il suo Giardino di allievi. Bella metafora, vero? E poi Zenone di Cizico, il maestro cinico, e Pirrone di Elide, lo scettico.

Nel mondo cristiano il monachesimo ha favorito il discepolato, soprattutto a partire dalla proposta regolamentare di san Basilio di Cesarea, di sant’Agostino, che aveva diversi amici/ discepoli, come Possidio, il suo biografo. In seguito troviamo san Benedetto, che elaborò e applicò una Regola molto adatta a favorire la crescita spirituale e intellettuale dei giovani monaci. Cito anche gli ordini mendicanti del XIII secolo, di san Francesco e di san Domenico e infine santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce, fondatori del movimento carmelitano. Non dimentichiamo sant’Ignazio di Loyola, con il suo esercito “gesuita”, fedele al papa e alla chiesa “perinde ac cadaver“.

E io nel mio piccolo, senza far nomi, ché sarebbe scelta indelicata, posso dire di aver avuto nei decenni in cui ho studiato e lavorato insieme alcune decine di allievi o discepoli, tra cui ne ricordo nove in particolare, che attualmente hanno dai ventidue ai quarantasette anni, passando per i ventisei, i ventisette, i ventotto, i trenta, i trentuno, i quarantadue e i quarantaquattro, perché mi sono i più cari. Ognuno di loro, se mi leggerà, probabilmente si riconoscerà in questi cenni. E spero che sia lieto/ a nel riconoscersi.

Allievi/ discepoli con ciascuno dei quali, di volta in volta, son stato e sono discepolo anch’io.

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