intorno al mio tempo

passi nel tempoOgni tanto nella vita facciamo bilanci, specialmente quando si finisce di fare qualcosa, un lavoro, completando un progetto complesso e difficile. La fine del lavoro è talvolta perfino liberatoria, e dà il senso di un tempo che è passato nel farlo, e di una fatica spesa, sconosciuta agli altri.

Le storie umane prima o poi finiscono tutte, come insegna Qoèlet nel terzo capitolo, e io sono sempre stato un cultore delle historiarum fines, cioè dei confini di un tempo che ci si dà, dentro la sorte. In un altro mio libro ho scritto “Mi compiaccio di avere sempre anticipato l’obnubilamento della mia presenza, (…), del mio ingombro antropologico in ogni ambito.” (da Gente&Lavoro. La Fatica quotidiana e la passione di Speranza, 2013, p. 5)

Ovunque sono sempre stato con la cinta ai fianchi e il bastone in mano, pronto a partire, più ospite di tende che di case: in viaggio, in transito, precario, di passaggio, quasi intimidito da ogni profferta di stabilizzazione, effemeride sub specie aeternitatis. Spesso ho preferito la distanza e il silentium peregrinationis.

Ho considerato talora gradevole il distacco e l’allontanamento, creativo il ripensamento e il ritorno per altre e più secrete vie. Sempre per me più grata la diagonale, l’ipotenusa, piuttosto che i cateti o i lati perpendicolari, preferendo i gradi di un angolo acuto a quelli di un angolo ottuso: già questi due attributi, o accidenti metafisicamente rilevanti, dicono cose, dicono della mia vita.

Ciò non per lucrare sul tempo e sulle mie energie, ma per transitare lungo vie più tortuose e impervie, ricusando l’ovvio (ob-viam) e l’anodino sopravvivere nelle nicchie confortevoli offerte a piene mani dai cercatori di sudditi, di cui son pieni tutti gli ambienti sociali: fiducioso nella possibilità di trovare infinite strade, sentieri nascosti tra le ramaglie, come oggi risalendo il torrente di confine.

A pag. 6 del libro sopra citato scrivevo ancora “(…) Il destino mi ha accompagnato leggero dandomi un peso tale da non curvarmi, dandomi uno sguardo tale da non accecarmi, sempre grato alla mia genetica per la miopia, qualità atta a sfumare i contorni del reale, specialmente quando è sgradevole. Non bisogna esagerare con la vista e con l’udito, perché ci si potrebbe schifare del mondo, e a volte anche di se stessi. Se il tempo (che esiste, cari fisici del nostro tempo! esiste perché è la percezione soggettiva dello scorrimento dell’essere delle cose) mi ha segnato, come è naturale che sia, le mie rughe sono dissimulate come da una specie di sorriso lasciatomi in dono dallo scorrere degli anni, raro.

Ma va bene così: al mondo riso e pianto forse si equilibrano, e io ho portato un contributo moderato all’uno e all’altro.”

De consolatione Philosophiae, ovvero la consolazione della filosofia

renato piluttiEcheggio nel titolo la grande opera che Severino Boezio scrisse nel carcere teodoriciano ancora nel VI secolo.

Se un tempo la direzione spirituale delle persone era affidata a sacerdoti, frati e monache, come testimonia l’esperienza straordinaria di Caterina da Siena, o delle grandi badesse benedettine del Medioevo tedesco, come Gertrud der Grosse, Ildegard von Bingen, Beatrix van Tienen, e dai primi del ‘900 ha iniziato la sua irresistibile ascesa la psicologia clinica e la psicoterapia, vi sono indizi che oggi, accanto a queste tradizionali fonti del consiglio e dell’orientamento, se ne sta riproponendo una ancora più antica, quella della filosofia, o dell’ etica antropologica.

Vi è infatti la consapevolezza che si è di fronte ad una crisi gravissima di orientamento individuale ai valori, e di un’emergenza educazionale che è diventata drammaticamente ordinaria.

Da qualche anno anche in Italia (avendo attenzione per studiosi come Gerd Achenbach e Ran Lahav)  si sta sviluppando un modo nuovo d’intendere e vivere la filosofia, la Consulenza filosofica, una sorta di ritorno allo spirito delle origini socratiche, platoniche e aristoteliche: essa non si propone più come specifica disciplina accademica, e neppure come storia delle idee, di autori e correnti di pensiero. La consulenza come filosofia pratica è un porre in evidenza il pensiero logico e argomentativo, interrogando ed esaminando la vita quotidiana; si fonda sull’idea che la filosofia debba essere intesa come impostazione esistenziale, e non solo come insieme di conoscenze organizzate.

Con un linguaggio semplice la Consulenza filosofica cerca di valorizzare l’esperienza della persona nelle sue relazioni con il mondo e con gli altri,  perseguendo livelli sempre maggiori di consapevolezza ed equilibrio in un mondo dominato dall’incertezza e dalla  precarietà. La consulenza filosofica è un approccio di rischiaramento e di costruzione delle decisioni sulla propria esistenza. Si rivolge a tutti, senza che sia necessaria una conoscenza della disciplina, bastando un’apertura al dialogo interiore e con gli altri: tale disposizione intellettuale permette di illuminare i luoghi comuni, evidenziare gli stereotipi e ogni omologazione del pensiero soggettivo.

La filosofia pratica si distingue rigorosamente dalle psicoterapie: il consulente filosofico non è un medico psichiatra, né uno psicoterapeuta. Il filosofo consulente non “cura” nulla nel senso corrente del termine, ma discute, affronta problemi, esplora le ragioni delle parole dette e delle cose, cerca il senso delle azioni, prova a capire il valore dei gesti che compiamo. Il filosofo consulente non “aggiusta un organo difettoso”, non ha la pretesa di trovare il guasto, di sanare il difetto che rende la macchina inadeguata al suo servizio, ma ritiene che la qualità della vita possa migliorare mediante un percorso di messa in discussione delle proprie ragioni, dei valori, delle convinzioni, dei propri punti di riferimento soggettivi. Il filosofo consulente ha fiducia nella capacità delle persone di essere in grado di orientare la propria vita con più saggezza, rispetto e coerenza.

La consulenza filosofica non è una forma alternativa o sostitutiva delle psicoterapie, utilissime e a volte indispensabili, e si colloca fuori da una concorrenza professionale, come professione non “ordinistica”, come sta venendo chiarito dalla legislazione di merito ex art. 2229 e seguenti del Codice civile e L. 4/2013. Per logica e per atteggiamento si tratta di pratiche del tutto diverse rispetto alle psicoterapie. Queste ultime offrono un percorso profondo di analisi e cura del disagio centrata sull’interiorità della persona e sui suoi problemi. La filosofia offre una focalizzazione sul senso all’esistenza, mediante l’uso verbalizzato di una pratica logico-argomentativa, in una prospettiva di modifica e miglioramento delle relazioni intersoggettive e delle dimensioni cognitive, etiche ed antropologiche.

Se la psicologia è quell’insieme di conoscenze e di pratiche che ha per oggetto le funzioni psichiche, i processi mentali e le esperienze interiori e soggettive, sia coscienti sia inconsce (il pensiero pensante), la logica e l’etica sono, invece, quell’insieme di discorsi che si occupano del modo di pensare e di agire dell’uomo, cioè della persona inserita in un ambiente di relazioni, di azioni, di gesti, di comportamenti. La logica e l’etica si pongono il tema di cosa è meglio fare, di cosa è giusto o sbagliato, dei valori in base ai quali ognuno di noi agisce, sia che agisca bene, sia che agisca male.

Il paziente di uno psicoterapeuta si aspetta la cura, chiede di essere aiutato a esplorare la sua psiche, i suoi sentimenti, i suoi desideri, le sue emozioni, e si affida a un sapere che gli proviene da altri nella speranza che  in esso si trovi la soluzione del suo problema. L’ospite del filosofo consulente, invece, si aspetta il dialogo, il confronto, l’argomentazione razionale, e conserva la proprietà della decisione, della scelta e della responsabilità. L’ospite di un filosofo consulente si aspetta che le ragioni siano le cause delle azioni e quelle ragioni vuole comprendere, vuole interrogare, vuole rendere più solide oppure… cambiarle. Mestieri “confinanti”, professioni integrabili.

Altri, come Achenbach, anche in Italia si stanno muovendo, ad esempio l’Associazione italiana per la Consulenza filosofica Phronesis, di cui faccio parte.

Nessuno deve temere che questo nuovo ma antichissimo “mestiere” rubi spazi ad altri, perché gli spazi che occupa sono diversi da quelli della psicologia classica e clinica, con la quale comunque confina e dialoga, così come con le neuroscienze.

Certamente lo psicologo e il criminologo, consulenti di un giudice penale, usano un altro lessico per significare la presenza del libero arbitrio in un’azione delittuosa (reato). Si consideri, ad esempio, l’interminabile dibattito sul caso mediatizzato di Cogne, e molti altri più recenti.

E’ nell’ordinario quotidiano che questa prospettiva antichissima può essere utile. Si tratta di chiarire a un’altra persona il senso della vita, le falsificazioni e la verità delle cose. Nel disorientamento attuale è azione meritoria far riflettere sul tempo che passa e la volatilità dei beni, sulla transizione continua verso la maturità e la vecchiaia, sull’inutilità di puntare esclusivamente all’accumulazione individuale di ricchezze. La stessa accettazione del male e della morte fa parte di questo progetto. Consigliare sulla possibilità di trovare un equilibrio esistenziale può non essere banale, così come accettare il senso del limite e del transeunte. È un mestiere che insegna a evitare la chiacchiera vana.

Ciò vale in tutti i campi: basti pensare alla valenza morale delle scelte in campo economico, lavoristico, aziendale. Questo tipo di conoscenza è fondamentale per chi deve decidere in azienda, ad esempio, su delle sanzioni, non potendole commisurare meccanicisticamente solo sull’eventuale gravità oggettiva del fatto contestato, ma soprattutto sulle intenzioni, sull’onestà intellettuale, e, in definitiva, sul senso morale dell’autore dell’azione contestata.

Oggi, il dover essere a ogni costo “qualcuno”, sta facendo dimenticare essenzialmente che ognuno è “persona”, con pari dignità rispetto agli altri, anche se diverso per ruolo e posizione sociale e lavorativa. La consulenza filosofica può avere, dunque, campi vastissimi di applicazione pratica ed eticamente fondata.

stupiditas perennis

stupiditas 2Karl Jaspers (1883-1969), filosofo e psichiatra tra i maggiori del ’900, ha intitolato una sua opera Philosophia perennis, quasi a significare l’impossibilità umana, e quindi di questo sapere generale, a dire la parola fine sulla ricerca delle risposte ai “perché” posti dalla stessa inquietudine (cf. anche in Agostino) e curiosità umane: le domande concernenti le grandi questioni del nostro essere-al-mondo, del male, del dolore, della morte, dell’ipotesi su Dio, del ruolo umano nel mondo, della nostra responsabilità morale e del libero arbitrio.

Jaspers non elude alcuna domanda, affrontando la miseria e la grandezza dell’umana condizione, senza paura degli abissi di tragicità rinvenibili in questa ricerca. Egli guarda negli occhi la scimmia nuda intelligente che siamo, spietatamente, e nel contempo con partecipazione.

Un’altra dimensione perenne è quella della violenza: sembra proprio che la crescita dei lobi prefrontali sia veramente lenta, per cui la parte limbica, istintuale del nostro cervello, sia fortemente presente nel “governo” delle azioni umane, tra le quali quelle violente sono molto numerose. Guerre, aggressioni, ferimenti, omicidi, così come sono riportati dalle cronache e non, continuano, indefettibilmente, al di là e nonostante le leggi promulgate, le perorazioni, l’educazione, la civilizzazione, la diplomazia, il dialogo e tutto quello che vogliamo di “razionale” applicato al comportamento umano.

Vi è però un’altra struttura psico-antropologica a non dare mai segni di crisi, ed è anche più desolante, quella della stupidità, anch’essa meritevole  dell’attributo perennis. vediamo un paio di esempi giornalistici: stamani leggo il titolone “Qui crolla tutto” sul Messaggero di Roma, e poi sul Giornale “L’Italia crolla su Renzi”, ipermetafore ispirate dal crollo di un pezzo di viadotto dell’autostrada Palermo-Catania e del soffitto nella scuola elementare di Ostuni.

“Qui”, che significa, un posto preciso? tutta l’Italia?

“crolla tutto”,  che significa, forse che “crolla proprio tutto”?

Mi si può dire che non capisco le metafore, le metonimie o le sineddochi, ma non credo.

Certamente i titoli sono specchietti per le allodole, fungendo da marmellata per gli incliti e gli incauti.

Capisco benissimo l’uso dell’iperbole metaforica e le esigenze commerciali dei sempre più in crisi quotidiani italiani (forse vien da chiedersi il perché… o no?).

Se comprendo bene le esigenze di chi deve giustificare in qualche modo il proprio stipendio imbrattando carta, sono anche libero di ritenere che quei titoli, proprio perché iperbolicamente posti, sono delle boiate pazzesche, idiozie sesquipedali, troiate informative? O mi sbaglio?

E, se la comunicazione ha le sue “esigenze”, si può dire che tutti questi signori, ma, direi questa “cultura” hanno bene poco a che vedere con un minimo di amor patrio, anzi, rappresentano un vergognoso e masochistico spirito di autoflagellazione, che non condivido. O forse non possiamo più avere il concetto di “patria”, perché il fascismo l’ha in qualche modo stravolto?

… ma, Pardon, caro lettore, piuttosto di leggere certe cose o di ascoltare l’irresistibilmente idiota politically correct di una Boldrini o di un Vendola, preferisco pestare una c. di cane.

“mondi”

manimondi…mondi in che senso “mondi”, magari nel senso di puliti? Guardare il mondo con tutti i sensi dobbiamo, con sinestesie continue e improvvise, creando mondi di sensibilità diverse, mondità continue (Heidegger).

Il mondo-terra è dove abitiamo, ma il concetto di “mondo” ricomprende anche tutto ciò che sta sulla terra e anche ciò che sta fuori, l’universo, o quello che è il tutto, anche quello sconosciuto come la materia oscura.

In latino locus mundus significa luogo pulito e visibile, ordinato, bello, concetto presente anche nel termine greco κόσμος (kósmos),  contrapposto al termine καος (kàos).

Si può intendere come il tutto, ovvero come un qualcosa di parziale, storicamente dato, nel tempo, nei luoghi, nelle attività umane: mondo romano, mondo dell’economia e del lavoro o dell’arte, mondo della vendita e degli acquisti, mondo delle transazioni e mondo-di-mezzo, mondo della politica o della scuola… mondi.

Oppure, ancora, come mondi interiori, vastità spirituali, profondità della psiche (anima), orizzonti di senso e di interpretazione; differenze, diversità, cambi di direzione, in-venzioni (cioè trovate-scoperte) che penetrano mondi nuovi, come la teoria della relatività generale di Einstein.

Ci sono anche i mondi della creazione letteraria, delle grandi narrazioni, dell’epica e dei poemi, da Eschilo a Brecht, da Omero a Dante a Maiakovskij, da Petronio Arbitro a Dickens e Gadda, mondi viventi come i mondi della vita; realissimi come biografie storicamente attestate.

Ma, e qui l’avversativa ci sta tutta, vi sono anche i mondi della stupidità e dell’idiozia, di cui spesso ho dato conto in questo sito: proprio questo pomeriggio, vedendo in tv la mia amatissima Parigi-Roubaix (che tra un paio d’anni, a Dio piacendo, mi gusterò dal vivo), ho dovuto sopportare i commentatori. Uno, che di nome mi pare faccia Martinello, ex ciclista di mediocri glorie, ha affermato “Tal corridore (non ricordo chi, però uno forte) ha avuto dall’ammiraglia il nulla osta per andare all’arrivo”, ah benedett’uomo, di grazia, per quale arcana ragione si sarebbe trovato lì a rotolare sulle pietre del pavè, se non per accorciare la tortura della corsa finendola, come spiegava il grande Marco Pantani? E poi la perla, detta seriamente da tal Beppe Conti: “ha vinto Degenkolb perché il ciclismo è una scienza esatta”. Cosa? Il ciclismo, con tutte le sue variabili soggettive e ambientali, con tutte le sue imprevedibili evoluzioni, pericoli di cadute, improvvisa fine delle energie, differenze imponderabili nello svolgimento della corsa, improvvise accelerazioni e decelerazioni, sarebbe una “scienza esatta”? Ma questo signore sa che cosa si intende nella comune accezione per scienza esatta? Evidentemente no, perché fa parte del mondo degli stupidi.

creativi o creatori?

Madonna e Bambino di PieroCaro lettore,

viviamo tempi davver grami, ché siamo circondati da “creativi” -più o men acculturati- mentre mancano quasi del tutto, o sono ben nascosti, i creatori.

Quale la differenza, gentile viaggiatore? E’ ben radicale! Se penso a ser Filippo Brunelleschi e a un designer d’oggidì, ecco che mi viene bene il paragone.

Proviamo a pensare alla linea evolutiva della pittura italiana da Giotto a Caravaggio, cioè dall’umanizzazione della figura umana, fino all’impressionistico uso dei chiaroscuri: Giotto “muove” la rigidità dello stile duecentesco derivante dall’iconografia orientale (bizantina); Masaccio prosegue nella drammatizzazione del racconto pittorico (cf. Cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso terrestre, Cappella Brancacci al Carmine di Firenze); Piero della Francesca perfeziona fondamentali elementi di prospettiva; Michelangelo e Raffaello danno spessore insuperabile alle immagini; Tiziano e Tintoretto (sempre per tacere di altri grandissimi come Giovanni Bellini) muovono il tratto anticipando di quasi quattrocento anni gli impressionisti francesi, e infine Michelangelo Merisi in-venta (trova, e quindi crea) una sorta di “cinema” chiaroscurale imaginifico…

Che dire? Si tratta di creativi alla Oliviero Toscani (chiacchierone un po’ pretenzioso, anzichenò, fors’anche sopravvalutato da questa società sempre più preda degli stereotipi comunicazionali) oppure di “creatori”, cioè di persone speciali, in grado di individuare pertugi assolutamente nuovi nella conoscenza e nell’espressione umane?

Mi par che la dimanda sia retorica. E ciò vale in tutte le arti umane attuali. Abbiamo tanti creativi, o sé putantes et dicentes tali, autoreferenzialmente, e pochissimi (non me ne vien in mente uno, ora!) “creatori”.

O forse questi ultimi, più schivi, se ne stan discosti, all’infuori del clamore mediatico. Forse sono ricercatori della natura e dello spirito, forse stanno ascoltando ciò che si rivela lentamente a chi sa cogliere il sottile baluginio della verità abscondita delle cose.

Penso siano “creatori” i coraggiosi che credono nella possibilità umana di migliorare la vita dei propri simili salvaguardando gli equilibri naturali: costoro non han bisogno del chiasso mediatico o dell’esibizione, perché hanno uno psichismo eccellente, e sono incamminati lungo un percorso appassionante. La loro creazionalità si evidenzia negli sguardi, nel tono della voce, mi viene in mente Fabiola Gianotti. A voi qualcun altro?

la casa e la tenda

OrigeneCaro lettordell’angelo“,

l’Omelia 17 di Origene sul libro dei Numeri (cap. 24) inizia così:

“E’ ormai tempo di esaminare che cosa è detto in quel che segue: Quanto sono belle le tue case, Giacobbe, le tue tende, Israele! Come boschi ombrosi, come giardini lungo i fiumi, come le tende che il Signore ha piantato, come cedri presso le acque. E dopo la bella traduzione italiana di M. Simonetti, apprezziamo il poetico testo latino: Quam bonae domus tuae, Iacob, tabernacula tua, Israhel! Ut nemora umbrantia, ut paradisi super flumina, et sicut tabernacula quae fixit Dominus, sicut cedri iuxta aquas (Num 24, 5-6).”

Continua l’Alessandrino: “Quando (Balaam, inviato dal re di Moab Balak, ndr) dice belle le case di Giacobbe, non credo che lodi le loro dimore terrene, in quanto non consta esse siano state tali a confronto di quelle degli altri popoli. (…) la parentela non è secondo la carne e il sangue, ma secondo l’intelletto e l’anima, allora comprenderai quanto siano belle le case di Giacobbe, quanto siano belle le tende di Israele. Se poi ricercherai la differenza tra le case e le tende, tra Giacobbe e Israele, anche a tale proposito si deve fare una distinzione di questo genere.

La casa è qualcosa di fondato, stabile, esattamente delimitato; invece le tende sono le abitazioni di coloro che sono sempre in cammino, sempre in movimento e non trovano mai la fine del loro andare. Perciò intendiamo che qui Giacobbe impersoni coloro che sono perfetti in attività e opere; invece per Israele bisogna intendere quanti si sono dedicati allo studio della sapienza e della conoscenza. (…) Perciò la Scrittura di quanti sono incamminati sulla via della sapienza di Dio non loda le case -perché non sono arrivati alla fine- bensì ammira le tende, sotto le quali sono sempre in viaggio e, quanto più progrediscono, tanto più si allunga la via del progresso spirituale e si distende incommensurabilmente. (…)” (Il viaggio dell’anima, a cura di M. Simonetti, G. Bonfrate, P. Boitani, Fondazione Lorenzo Valla/ A. Mondadori Editore, Milano 2007, pp. 69-71)

Il lettore si può legittimamente domandare perché abbia voluto ripescare in questo silenzioso lunedì dell’Angelo un testo di quasi diciotto secoli or sono. Semplice: Origene, così come Agostino, i due grandi Greci e Tommaso d’Aquino, non finisce mai di stupirmi e quindi lo leggo, trovando sempre spunti validi per i nostri tempi e le nostre vite. La dimensione teologica, cioè l’esegesi e l’interpretazione del testo biblico di Numeri è pienamente in vista: essa dice come l’uomo di fede, l’anima credente in Dio (e anche nell’uomo) non debba fermarsi mai, convinto di avere raggiunto la propria meta, perché questa è sempre da conseguire, a mano a mano che si procede… Si aprono, infatti, nell’incedere dell’anima spirituale, ma anche della vita concreta, sempre nuovi spazi di comprensione delle cose, di accompagnamento dell’altro e di azioni da compiere. E allora non può bastare costruirsi una solida casa, che non si può spostare (almeno qui da noi, ché in America, popolo nomade, si può ancora fare), ma bisogna anche sapersi accontentare della tenda, mobile, più fragile ed esposta alle intemperie del tempo e agli imprevisti del cammino.

La casa serve per dirsi di avere fatto qualcosa sotto il profilo delle opere, è cosa buona, ma può anche non essere di proprietà, basta sia disponibile in affitto.

La tenda, invece, è necessaria per il viaggio, per la ricerca, per l’inquietudine umanissima che accompagna la vita.

Per procedere lungo il cammino infinito.

Il Dio-Unitrino, una traccia visibile per la vita dell’uomo

Certamente il dogTrinita di Masaccioma trinitario, caratterizzante la stessa fede cristiana, insieme con la dottrina delle nature umana e divina nel Cristo Gesù, pone non pochi problemi al credente sotto il profilo razionale.

I non credenti o i credenti in altre religioni non la considerano o la ritengono quasi una blasfemia nei confronti della nozione di unicità di Dio, come essere supremo. D’altra parte, se si ha un’idea di Dio corrispondente all’assolutezza, all’incondizionatezza e all’infinità, non si può che dare Dio nella sua perfetta e incontrovertibile unicità: un Dio che si condivide, nella tradizione monoteista, è pressoché una contraddizione in termini, un ossimoro teologico.

L’approccio all’elevatissima “questione trinitaria”, infatti, è correttamente annessa, non tanto alla riflessione razionale filosoficamente plausibile circa l’idea di Dio, quanto alla dimensione di fede teologale, cioè all’Atto di fede personale; all’io credo.

E’ Pasqua e desidero parlarne, se pure non pretendendo di proporre qui un vero e proprio saggio teologico-sistematico o filosofico. Lo faccio per un’altra ragione: penso, infatti, che la dottrina della Trinità cristiana sia comprensibile anche sotto un profilo antropologico tutt’altro che cervellotico o di sofisticate elucubrazioni. Per arrivare a queste riflessioni, però, ritengo opportuno proporre alcune note storico-teologiche sul concetto dogmatico della Trinità, cioè del Dio-Unitrino della nostra Tradizione.

La Trinità è il primo dogma  delle chiese cristiane, la cattolica, le ortodosse e quelle riformate (luterana, calvinista, anglicana, etc.). Tale dottrina non viene comunque presentata in modo univoco all’interno del complesso delle chiese cristiane, essendovi delle differenze derivanti dalle antiche tradizioni plurime (qui elenco alcuni termini tecnici per la spiegazione dei quali invito il lettore interessato all’ausilio del web: arianesimo, nestorianesimo, docetismo, modalismo, sabellianesimo, monofisismo, gnosticismi vari, etc., termini teologici relati anche al tema della doppia natura della persona di Cristo Gesù). Vi sono inoltre alcuni movimenti settari di matrice cristiana come i Mormoni o i Testimoni di Jehova, che non ammettono la nozione trinitaria.

Il dogma è stato definito, potremmo dire, per successive approssimazioni, a partire dal primo Concilio di Nicea (325) convocato dall’imperatore Costantino, e successivamente, dopo il primo Concilio di Costantinopoli (381) nel Credo (o Simbolo apostolico) detto niceno-costantinopolitano: in quel testo si afferma per la prima volta nitidamente l’unicità di Dio (Padre) e la divinità di Gesù Cristo, figlio di Dio e Signore, con la feroce contrarietà del prete Ario (sostenitore della pura anche se speciale umanità di Gesù).

Il dogma trinitario concerne specificamente la natura divina della “Trinità” stessa, affermando l’unicità di Dio, semplice nella sua “sostanza” (divina), ma comune  a tre persone (o ipostasi) consustanziali, cioè, è in relazione alla natura divina: esso afferma che Dio è uno solo, che unica e assolutamente semplice è la sua “sostanza”, ma comune a tre “persone” (o “ipòstasi”) della stessa numerica sostanza (consustanziali) e distinte. Ciò non deve essere inteso, né come politeismo, né come modalismo, o espressione superficiale di aspetti distinti del divino.

In questa “relazione dinamica” nell’unica natura divina, Dio Padre è il creatore del cielo e della terra; il Figlio è eternamente generato dal Padre prima del tempo, e fatto uomo in Maria, Redentore del mondo; lo Spirito è l’amore divino inviato dal Padre e dal Figlio alle anime credenti per testimoniare le verità celesti.

Ora vediamo un po’ di storia e di etimologia del termine: esso deriva dal latino trinitas, trinitatis (a sua volta da trīnus = di tre, aggettivo distributivo di trēs, ‘tre’), ed è attestato per la prima volta da Tertulliano nel II secolo nel suo De pudicitia (XXI). Prima di lui Teofilo di Antiochia (II secolo), apologeta cristiano di lingua greca, utilizzò nel suo Apologia ad Autolycum (II,15) il termine analogo greco di τριας (triás).

Il termine “trinità” non è dunque antecedente al II secolo, ma il suo significato teologico, detto in modo diverso, si trova in tempi e testi assai più antichi, ad esempio nel Vangelo secondo Matteo (I sec.).

Vediamo il testo matteano (Mt 28, 16-20) «(…) πορευθέντες οὖν μαθητεύσατε πάντα τὰ ἔθνη, βαπτίζοντες αὐτοὺς εἰς τὸ ὄνομα τοῦ πατρὸς καὶ τοῦ υἱοῦ καὶ τοῦ ἁγίου πνεύματος », cioè «(…) Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».

Non potendo qui seguire tutta l’immensa discussione che ebbe luogo per tutti i primi cinque secoli cristiani, mi limiterei a citare colui che è forse il più appassionato cultore e studioso del dogma, sant’Agostino (cf, De Trinitate e altre opere), che cercò di chiarire il più possibile il concetto  di unica Sostanza divina in tre Persone. Agostino, per cercare di spiegare, ricorse a una analogia antropologica: nell’uomo si può distinguere la sua realtà corporale (esse), la sua intelligenza (nosse) e la sua volontà (velle). Se così è e Dio ha creato l’uomo a sua immagine (Genesi 1, 27), i tre aspetti indicati devono appartenere anche alla Divinità, in modo perfetto e divino, non imperfetto e umano: così Dio è Essere (Padre), Verità (Figlio) e Amore (Spirito Santo). Cioè essere-conoscere-volere (esse-nosse-velle), oppure memoria-intelletto-volontà (mens, sapientia e amor).

Infine, nell’ambito della relazione d’amore, il Padre corrisponde all’Amante, il Figlio all’Amato e lo Spirito all’Amore.  (cf. Agostino,  Confessiones, XIII, 11, 12).

E ora veniamo a  come poter declinare nella nostra vita concreta questa dottrina difficile e  sublime. Forse che anche nelle relazioni umane non funziona così? Non abbiamo anche noi, nella nostra esperienza la com-presenza di un “io”, di un “tu” che si declina -dal suo punto di vista- come un altro io, e di una relazione che si crea tra i due soggetti?

E dunque, potremmo anche vedere  e considerare la dinamica trinitaria come un superno archetipo della nostra umana esistenza, archetipo come relazione dinamica, che indica una strada, l’unica possibile di umanizzazione progressiva e paziente.

Anche il nostro incedere quotidiano, a ben vedere, è triadico, trinitario, con un ritmo progressivo e scandito dal passo e dal suo richiamo, che immediatamente richiede un altro passo a chiudere e riprendere, come nel valzer classico, come nella dialettica logica, dove questa domanda di procedere senza premura verso una sintesi, ma transitando per una prima tesi e poi  per la sua necessaria antitesi.

Certo la Trinità divina del Dio  è qualcosa di diverso, di irriducibile a ogni analogia umana, ma la nostra povera mente può comunque trovare il modo di abbeverarsi al suo mistero, se il mistero è, come dice la sua etimologia, ciò-che-si-svela-lentamente a chi cerca, e, sempre Agostino scriveva, riferendosi alla possibilità della fede: “non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato“. Quello che conta, nella nostra vita, è il cammino, la fatica del percorso, perché la meta è là in fondo, in quel baluginio confuso e luminoso, che ci attende.

Buona Pasqua del Signore ai miei gentili viandanti del web!

La consapevolezza

GINO…è,  tra le dimensioni dei viventi sensibili, ciò che di più caratterizza e distingue gli esseri umani dai “parenti” più stretti (i primati e gli altri animali superiori, che comunque non mancano di livelli propri di consapevolezza), così come ci spiegano la paleontologia, le neuroscienze e la psicologia, in quanto saperi necessariamente interdisciplinari.

Si può dire che si tratta della condizione animale-psichica per cui, percependo un qualcosa, si conosce questo qualcosa, ma non comprendendolo mai del tutto. Infatti, nell’agire cognitivo non ogni cosa, atto, fatto risultano (cartesianamente) chiari e distinti, ma solitamente abbisognano di un profondo lavoro interpretativo, ermeneutico. L’interpretazione, infatti, aiuta la consapevolezza a farsi comprensione e a rendere possibile anche, se pure entro certi limiti, la spiegazione a se stessi e agli altri.

Noi esseri umani abbiamo bisogno di riflettere e di confrontare interpretando, per passare dalla consapevolezza alla com-prensione delle cose. La consapevolezza procede dai sensi esterni all’elaborazione mentale delle sensazioni (percetti), fino alla loro traduzione intellettuale e concettuale che permette un’interpretazione della realtà.

Essa costituisce in qualche modo la nostra coscienza, intesa come capacità di autoriflessione (coscienza riflessa), di analisi dei propri atti volontari e delle loro conseguenze: ciò sempre nei limiti di un libero arbitrio che alcune “scuole” filosofiche e neuro-scientifiche stanno mettendo da tempo in questione.

Consapevolezza è dunque uno stare-in-guardia di fronte alla realtà, cercando di conoscere al massimo i vettori causali di ciò che accade, e accettando la non conoscenza di ciò che sfugge alla dimensione percettiva nostra, come soggetti individui.

Consapevolezza, autocoscienza e coscienza morale sono i tre gradi dell’umanizzazione che consentono di poter dire che si dà responsabilità nell’agire umano. In qualche modo e misura, ma di certo.

La falsa alternativa del “piuttosto che”

POETRYSono di uso corrente molti modi di dire stereotipati, liofilizzati, banalizzati, non-pensati, corrivi, anche perché mutuati da tv e web, dove si esprimono culti e incliti d’autore (giornalisti, conduttori, politici et universa pecora).

Uno di questi è l’uso improprio e talora sgangherato della congiunzione che dice un’ipotesi alternativa: il “piuttosto che”. Un esempio: se io voglio dire che preferisco una cosa a un’altra, come in questa frase “E’ meglio essere assunti con il contratto a tutele crescenti piuttosto che collaborare a progetto”, ivi è chiaro l’uso corretto ed efficace della congiunzione di alternativa; se invece voglio dire di volere visitare diverse città italiane durante una vacanza a ne faccio un elenco inserendo il “piuttosto che” tra nome e nome il risultato significante è perlomeno ambiguo, se non contradditorio (ma molti non se ne accorgono: ricordiamo che, etimologicamente, l’accorgersi è anche immediatamente un “correggersi, dal latino ad corrigendum). Anche qui un esempio: “Vorrei andare fino a Verona e poi proseguire per Mantova piuttosto che per Modena piuttosto che per Parma piuttosto che per Bologna piuttosto che per Firenze… ad libitum”. E’ evidente che il viandante vuole visitare tutte le città elencate, che dunque non sono in alternativa l’una con l’altra: ne consegue che la congiunzione corretta è proprio la semplicissima “e”, oppure il segno di interpunzione della “virgola”.

Niente, si vuole strafare con un inutile e faticoso “piuttosto che” (e pensare che la natura -di suo- è economica!), piuttosto che (!) utilizzare la congiunzione più semplice.

Un’altra espressione bolsa, per me già insopportabile anche se molto recente, di uso comune oramai è “tanta roba”, per dire che una realtà è complessa, o importante, o fondamentale, o molto forte e competitiva. Mi è capitato in questi giorni che un conoscente commentasse il mio profilo LinkedIn con  detta espressione, suscitandomi un moto di fastidio. Non so chi l’abbia lanciata, è probabile che si tratti di “autori vari”, forse dell’ambito sportivo, che si sono copiati alimentando la pigrizia caratterizzante chi deve cercare di descrivere per mestiere molte cose al giorno, e allora dire “tanta roba” è assai sintetico e, secondo costoro, “figo” ed efficace. Ma dai.

Potrei continuare, ma per ora lascio perdere: per me si tratta quasi di una missione che porto avanti da anni, magari a spizzichi e bocconi, quella di smascherare la pigrizia e la sciatteria espressive, offesa, non solo alla nostra bellissima lingua, ma anche  e soprattutto a chi ascolta con rispetto le idee e le parole altrui.

Ri-cordare è come dire “questo/a sono io”

essere qualcunoCaro lettor primaverile,

viaggiando stamani in bici verso la  Civitas Langobardorum, fidente nello sforzo rotondo della pedalata che conduce lontano, viene bene il pensiero, perché il moto corporeo favorisce il suo flusso, e anche i ricordi, recentissimi, meno recenti e quelli lontani nel tempo. E adunque la riflessione: il verbo ricordare rinvia al latino cor, cordis, cuore, mentre memorizzare rinvia a mens , mentis, e al greco mnemosyne, mente: sembra dunque che i ricordi transitino per il “cuore”, mentre la funzione della memoria sia della mente. Infatti, richiamare i ricordi non è come mandare a memoria qualcosa che, con il tempo, diventerà un ricordo. In realtà, la funzione della memoria e del ricordo è integrata a livello mentale e corporeo.

Ciò che ricordiamo soggettivamente in qualche modo contribuisce in modo radicale a costituire il nostro “io”, perché ognuno di noi memorizza e poi ricorda le proprie esperienze, costruendo una biografia unica e irriducibile a qualsiasi altra: in altre parole la nostra memoria è una delle funzioni che ci permettono di dire “io sono”, e cartesianamente (o agostinianamente), ricordo-dunque-sono.

I neuro-scienziati ci stanno spiegando da tempo che il cervello lavora in maniera “integrata”, anche se vi sono specifiche aree preposte a delle funzioni e non ad altre.

Una di queste -tra le altre- è l’ippocampo, così chiamato perché assomiglia al cavalluccio marino: questo organo ci fa ricordare odori, volti, suoni, periodi della nostra vita e così via. Una èquipe di scienziati francesi ha sperimentato il trapianto di alcune cellule nell’ippocampo di topi inserendo stimolazioni piacevoli legati all’ambiente circostante: i topi si sono mossi come-se-ricordassero qualcosa di piacevole scegliendo di andare verso quei luoghi inseriti, durante il sonno, come piacevoli. Quei topi hanno ricordato qualcosa di fasullo, dunque.

Se la scienza è capace di questo si potrebbe pensare di intervenire anche sugli esseri umani sostituendo “pezzi” di memoria individuale con “pezzi” di altre memorie individuali? Se ciò fosse possibile, potrebbe essere anche lecito?

Eccoci di fronte a una delle tante domande che la filosofia morale e il diritto devono farsi nel caso in cui si tocchino questioni come questa. Pare di poter dire che la risposta è negativa, anche nel caso in cui, magari a “fin di bene”, si volesse sostituire memorie contenenti ricordi dolorosi o negativi, con ricordi gioiosi. Infatti, che soggetto umano sarebbe quello, cui si sottraesse la memoria della vita propria, delle esperienze, dei dolori e delle gioie veramente vissute?

Un prodotto artificiale, un artefatto a livello di coscienza, un soggetto ricondizionato e falso. Sarebbe un delitto contro la più condivisibile concezione di natura, come principio vivente, dato dalla sua propria ontogenetica e dallo sguardo posato sul mondo di un essere autoconsapevole.

Sul Filo di Sofia