Ri-cordare è come dire “questo/a sono io”

essere qualcunoCaro lettor primaverile,

viaggiando stamani in bici verso la  Civitas Langobardorum, fidente nello sforzo rotondo della pedalata che conduce lontano, viene bene il pensiero, perché il moto corporeo favorisce il suo flusso, e anche i ricordi, recentissimi, meno recenti e quelli lontani nel tempo. E adunque la riflessione: il verbo ricordare rinvia al latino cor, cordis, cuore, mentre memorizzare rinvia a mens , mentis, e al greco mnemosyne, mente: sembra dunque che i ricordi transitino per il “cuore”, mentre la funzione della memoria sia della mente. Infatti, richiamare i ricordi non è come mandare a memoria qualcosa che, con il tempo, diventerà un ricordo. In realtà, la funzione della memoria e del ricordo è integrata a livello mentale.

Ciò che ricordiamo soggettivamente in qualche modo contribuisce in modo radicale a costituire il nostro “io”, perché ognuno di noi memorizza e poi ricorda le proprie esperienze, costruendo una biografia unica e irriducibile a qualsiasi altra: in altre parole la nostra memoria è una delle funzioni che ci permettono di dire “io sono”, e cartesianamente (o agostinianamente), ricordo-dunque-sono.

I neuro-scienziati ci stanno spiegando da tempo che il cervello lavora in maniera “integrata”, anche se vi sono specifiche aree preposte a delle funzioni e non ad altre.

Una di queste -tra le altre- è l’ippocampo, così chiamato perché assomiglia al cavalluccio marino: questo organo ci fa ricordare odori, volti, suoni, periodi della nostra vita e così via. Una èquipe di scienziati francesi ha sperimentato il trapianto di alcune cellule nell’ippocampo di topi inserendo stimolazioni piacevoli legati all’ambiente circostante: i topi si sono mossi come-se-ricordassero qualcosa di piacevole scegliendo di andare verso quei luoghi inseriti, durante il sonno, come piacevoli. Quei topi hanno ricordato qualcosa di fasullo, dunque.

Se la scienza è capace di questo si potrebbe pensare di intervenire anche sugli esseri umani sostituendo “pezzi” di memoria individuale con “pezzi” di altre memorie individuali? Se ciò fosse possibile, potrebbe essere anche lecito?

Eccoci di fronte a una delle tante domande che la filosofia morale e il diritto devono farsi nel caso in cui si tocchino questioni come questa. Pare di poter dire che la risposta è negativa, anche nel caso in cui, magari a “fin di bene”, si volesse sostituire memorie contenenti ricordi dolorosi o negativi, con ricordi gioiosi. Infatti, che soggetto umano sarebbe quello, cui si sottraesse la memoria della vita propria, delle esperienze, dei dolori e delle gioie veramente vissute?

Un prodotto artificiale, un artefatto a livello di coscienza, un soggetto ricondizionato e falso. Sarebbe un delitto contro la più condivisibile concezione di natura, come principio vivente, dato dalla sua propria ontogenetica e dallo sguardo posato sul mondo di un essere autoconsapevole.

Volo Barcellona-Düsseldorf o degli abissi della mente

Andreas LubitzAndreas Lubitz si è suicidato a 27 anni uccidendo anche 149 persone. Fatto agghiacciante, che ci interpella ancora una volta circa  gli abissi della mente umana, e che fa modificare di nuovo le regole di gestione degli aerei civili, già radicalmente cambiate dopo gli attentati del 11 settembre 2001 negli U.S.A..

E si riparla di selezione di quel tipo di personale, di test psico-attitudinali da somministrare periodicamente, del loro costo economico e organizzativo. Ogni volta che succede qualcosa di grave, c’è un ripensamento, com’è naturale che sia. Questo caso, imparando ancora come i paleolitici (scimmie non più nude di noi) per prove ed errori, le compagnie aeree dovranno riflettere su una più corretta relazione tra costi, efficienza e sicurezza, dando a quest’ultima il rilievo organizzativo ed etico che merita.

Inoltre, la riflessione si incentra anche sulla domanda “uomo”, come spiegava ieri il professor Cancrini, e sull’esigenza di porre sempre attenzione all’infinita variabilità e mutabilità-imprevedibilità della psiche umana, sviluppando attività dialogiche con le singole persone e con i gruppi. Viene da chiedersi se Germanwings (e anche le altre compagnie low cost e non) abbia in uso qualche metodologia per monitorare periodicamente lo stato d’animo dei piloti, che hanno in mano decine o centinaia di vite umane per ore.

E’ chiaro che, stanti l’irriducibile unicità di ogni episodio e le leggi statistiche, è meglio non illudersi che sia possibile conseguire una sicurezza assoluta in quelle situazioni, ma certamente qualcosa non si sta facendo e si può fare.

Statistica, probabilità, caso, sono le parole che ci vengono in mente. Se la statistica è una disciplina scientifica dell’area matematica, e la probabilità è una sua dimensione, il caso è un tema prettamente filosofico, e pertanto molto più opinabile. Il matematico David Hand ha scritto un libro per mostrare che “il caso non esiste”, ma è solo probabile. E’ l’ambito concettuale delle frasi ipotetiche che iniziano con il “se” e sono seguite dal “non”: la storia riscritta. Es.: e se Mussolini non si fosse alleato con Hitler, sarebbe morto di vecchiaia? Oppure: se il comandante dell’Airbus320 Barcellona-Düsseldorf non fosse andato a fare pipì?

Noi non conosciamo il futuro, come insegna Agostino nel Libro XI delle Confessiones, ma in qualche modo possiamo contribuire a determinarlo, anche se non mai del tutto.

Nell’ambito qui trattato, sollecitati dal tragico evento, possiamo dire che l’uomo può intervenire preventivamente con regole più intelligenti e complete, con una selezione del personale più accurata, una formazione adeguata e un monitoraggio psico-morale più strutturato nel tempo. Il resto è nelle mani… del caso? Di Dio? Ma Dio non può volere il male, e pertanto la risposta corretta è: “il resto è nelle mani della libertà”.

E, se posso, questo caso fa anche riflettere su una certa ybris germanica, un superiority complex che questo doloroso evento ha indubbiamente messo alla prova, almeno nell’ambito aviatorio di Lufthansa. Ma vi è di più: se diamo uno sguardo alla tradizione culturale luteran-calvinista troviamo almeno tre termini che la dicono lunga sullo spirito di quella grande nazione, svelandone anche i tratti più oscuri e meno nobili. Vediamo quali:

Schedenfreude, cioè una sorta di piacere per le sventure altrui (il vizio dell’invidia in linguaggio teologico-morale); Fremdschæmen, cioè la vergogna che si prova nell’essere visti sbagliare da altri; Schreibtischæter, vale a dire il crimine da scrivania, quello banale (cf. la storia di Eichmann, così come l’ha raccontata Hannah Arendt ne La banalità del male).

Ogni nazione fa bene a guardare dentro se stessa (la Germania il suo a volte noioso e presuntuoso perfettismo, che può portare a chiudere gli occhi dopo avere “messo a posto i documenti”), così come ogni anima individuale.

altro non sono che cretini

cretini…quelli che inventano espressioni -poi avallate dai responsabili politici- caratterizzate da livelli di idiozia sorprendenti.

Alcuni esempi: il motto/logo Very&Bello per EXPO 2015, dei collaboratori del ministro Franceschini o di chi altri? Posso dire che è una cagata pazzesca?

In un bando di concorso del Comune di Roma per la selezione di un alto dirigente da 200.000 euro di R.A.L., si legge tra i requisiti “(…) inglese madrelingua e  bene italiano (…)”, aho (tottismo vernacolare),  sindaco Marino, ando stai? Duermes? E’ uno scherzo oppure chi l’ha pensata ritiene che sia una cosa intelligente? Non è uno scherzo purtroppo…

Altra perla dell’attuale amministrazione comunale romana: il logo “Rome&You“, ma siete impazziti? sono anglicismi da penosissimo inferiority complex, anche se li propongono insigni esperti di comunicazione.

Forse costoro non sanno che il mondo vuole l’Italia in italiano, perché l’Italia “si vende da sola”, e in quanto tale, cioè il luogo più ricco di storia e arte del mondo. L’Italia non ha bisogno di marchingegni tecno-linguistici falsamente sofisticati, basta il suo “volto” (che a volte è deturpato dai suoi stessi abitanti poco patrioti) a mostrare qualcosa  di assolutamente unico a chi vuole conoscerla.

Che cosa ispira questi pensatori a indulgere negli anglicismi più vieti? Non credo apriorismi concettuali, quanto una linea di marketing che trova nei decisori politici un’interlocuzione spesso incompetente o insipiens, come dicevano gli antichi. Nel titolo, sopra, sono più esplicito.

meditando su ciò che conta veramente

InuitCarissimo lettor serale,

basta ogni tanto un bicchiere di vino da sorseggiare lentamente, e un crostino. Lentamente, dopo aver letto che gli Inuit (gli Eschimesi), indiani delle terre fredde di Groenlandia e Canada, non hanno neppure una parola, un termine, per designare il concetto di “futuro”, ma tuttalpiù hanno “domani” e “dopodomani”, tanta è la loro visuale esistenziale. Essenziale. Non che per loro non esista “un” futuro, ma non è importante: loro fanno quello che devono, cacciare, accudire, difendersi dal vento e dalla neve ogni giorno. Agostiniani inconsapevoli.

In italiano e in tutte le lingue europee, latine, slave o germaniche che siano, il futuro è un tempo verbale, e in latino addirittura una struttura indicante un’azione che necessariamente accadrà, la frase perifrastica attiva.

Loro hanno invece una quarantina di modi per definire la neve e il vento: la neve ghiacciata, la neve umida, la neve che viene dal Nord, il vento dell’Est e quello che viene dalle grandi foreste…

Loro vivono nel freddo e si procurano cibo per una settimana al massimo, niente di più, niente accumulazione, niente paura di morir di fame  o sotto assedio, come abbiamo imparato e insegnato noi bianchi occidentali, civilizzati e culti.

Pare invece che gli Unni, secondo Ammiano Marcellino, non avessero l’idea del divino. Mi sembra quasi impossibile, perché tutti i popoli del mondo, in ogni tempo, hanno sviluppato un senso del “sacro”, cioè del diverso, separato, affascinante, tremendo, meraviglioso (cf. R. Otto, Das Heilige, 1927, tr. it. E. Bonaiuti), prodromo psicologico del religioso. Forse l’autore latino non attribuiva all’animismo, tipico delle steppe uralo-altaiche, di quei “barbari” una valenza sacrale o religiosa.

Così, davanti a un bicchiere in osteria, o raffinata enoteca, prezzi modici e qualità alta, Food&Wine, prima di rincasare, riconciliato con la vita e l’umore di giornata.

Ah, quanto poco basta per vivere un momento di pace perfetta, di amicizia con il mondo, salutando cordialmente chi non ti è mai stato simpatico (e non sai perché), e incroci all’improvviso, per strada.

Che cosa conta se non questo poco (che è) moltissimo, in definitiva solo il tuo sguardo sul mondo, non un giudizio pretenziosamente oggettivo, ma un’intuizione, un andare alla verità delle cose senza parametri e paraventi, e preconcetti e pregiudizi e bardature orpellate e barocchiche.

Poi esci e vedi uno spicchio di luna nel cielo.

La civiltà della parola

anni cinquantaEro piccolo e mio nonno Dante mi raccontava delle trincee sul Carso, di sangue, merda, sporcizia, barbe lunghe e pidocchiose, morti e feriti, e poi del Piave… e della vittoria con il proclama di Diaz. Me lo raccontava con il piglio epico del suo tempo, ma realistico e non oleografico come certe narrazioni risorgimentali dei sussidiari di storia patria.

Mio padre mi raccontava della campagna di Grecia e Albania, del colonnello tagliato in due da una granata, del suo duello alla baionetta con un greco, per cui io son qui che scrivo…, delle sue paure in terre ostili che l’Italia voleva dominare, ostili perché “patrie”, a loro volta, di popoli; e poi mi diceva dei fiumi di tutto il mondo e delle montagne e delle capitali. Nozioni e memoria e passione per imparare, introiettate per sempre.

Tutta la nostra infanzia nei ’50 è stata un racconto a molte voci, nelle osterie, nei cortili, in piazza, con il prete e il maestro, facendo sport e musica. Ogni occasione era buona per fermarsi e narrare le proprie vite o ciò che si era sentito da altri. Racconti, voci, parole.

C’era la radio e le prime televisioni: io andavo a casa del fornaio per vedere la “tv dei ragazzi”, con i telefilm in bianco e nero, come Ivanhoe, Robin Hood, Thierry La Fronde e Gianni e il magico Alverman o film paurosi come I Misteriani e Il pianeta proibito; e nell’osteria “da Lino” di fronte a casa mia, per vedere gli arrivi di tappa del Giro d’Italia, mentre alla radio si ascoltavano le Sinfonie di Beethoven, di domenica pomeriggio, con il commento di Mario La Broca.

E letture, i libri di scuola, qualche romanzo negli Oscar Mondadori (Pavese, Steinbeck più di Hemingway, qualche francese come Balzac, Dickens, molti russi come Turgenev, Gogol e Tolstoj, Dostoevskij sarebbe venuto più tardi), le superiori, il ’68, il racconto e la rivoluzione culturale, grandi speranze. La nostra era la civiltà della parola.

La generazione precedente, invece, aveva la parola ma non i libri.

Quella successiva e attuale ha quasi dimenticato la parola, intesa come espressione completa e relazionante: solo comunicazione digitale. Il parlato si è trasformato in criptoborbottii incomprensibili a chi non è della partita. Digitali nati, e Renzi che è il loro efficace antesignano, con i suoi twitteraggi quotidiani.

Oggi funziona così, ci si relaziona così, riuscendo a fermare la folle corsa comunicazionale solo in situazioni solenni, come una decisione familiare o un esame universitario

C’è da chiedersi che cosa stia succedendo, non solo a livello neuro-linguistico, ma a livello antropologico, che cosa stia cambiando, forse a un livello radicale, ma senza paura, solo con grande attenzione e capacità di ascolto: una sorta di obbedienza (nel senso latino di ob audire, cioè di stare-davanti-a-chi-parla) aggiornata ed empatica. Altro non vi è da fare.

Per la pace perpetua

Immanuel KantCiò che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme.

Alla fine dei giorni,/  il monte del tempio del Signore/  sarà eretto sulla cima dei monti/  e sarà più alto dei colli;/  ad esso affluiranno tutte le genti./  Verranno molti popoli e diranno:/  «Venite, saliamo sul monte del Signore,/  al tempio del Dio di Giacobbe,/  perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi/ sentieri»./  Poiché da Sion uscirà la legge/  e da Gerusalemme la parola del Signore./ Egli sarà giudice fra le genti/ e sarà arbitro fra molti popoli./ Forgeranno le loro spade in vomeri,/ le loro lance in falci;/ un popolo non alzerà più la spada/ contro un altro popolo,/ non si eserciteranno più nell’arte della guerra./ Casa di Giacobbe, vieni,/ camminiamo nella luce del Signore.

Più che mai questi tempi convulsi hanno bisogno di letture come Isaia 2, 1-5, per trarre dal testo di un sapiente antico ispirazione per un diverso agire umano. Isaia non immaginava egemonie e domini violenti, ma il sopraggiungere di molti popoli all’ascolto del Signore, unico possibile giudice e arbitro tra le sue creature fragili e imperfette. Sappiamo che la Bibbia è opera di molti autori che si sono succeduti in mille anni di storia della stesura dei testi. Nella Bibbia troviamo la violenza più estrema (cf. racconto di Elia e dei profeti di Baal, 1 Re 18, 39) e perorazioni come quella isaiana.

Anche nel Corano si trovano versetti coerenti con Isaia: “Allah non impone a nessun’anima al di là delle sue capacità. Quello che ognuno avrà guadagnato sarà a suo favore e ciò che avrà demeritato sarà a suo danno” (Sura 2, 286); e “Non c’è costrizione nella religione” (Sura 2, 256), e molte altre.

Venendo più vicino ai nostri tempi, Immanuel Kant scrisse nel 1795 Per la pace perpetua (Zum ewigen Frieden), un’opera di filosofia politica. Un’idea, quella del filosofo tedesco, per un possibile trattato di pace tra tutti i popoli e le nazioni della Terra, con il quale una comune concezione giuridica possa scongiurare il rischio della guerra: no a imposizioni di regimi ad altre nazioni (aaah Bush e Blair, che delitto il vostro!), no a eserciti permanenti, no a conquiste per ragioni economiche e conflitti per ragioni religiose, no a modifiche statuali per ereditarietà, permute, etc.. Un vademecum giuridico più che etico.  Kant non ritiene che la bontà possa pervadere il cuore degli uomini grazie a leggi migliori, ma che leggi migliori possano razionalmente convincere l’uomo a comportamenti meno aggressivi e più collaborativi. Kant è convinto che un certo afflato morale possa anche pervadere la politica, se le norme rispondono a un senso di giustizia generale, in questo echeggiando la dottrina in tema di Tommaso d’Aquino.

Circa la possibile evoluzione neuro-etica degli umani siamo in osservazione.

E’ possibile, dunque, una pace perpetua, proprio nel momento in cui si vive un numero abnorme di conflitti, che sono di origine economica, religiosa, culturale?

Insistere con il dialogo, con la paziente opera di acculturazione, con la divisione più giusta dei beni, e anche con una vigilanza armata, dove queste piste non sono mature, è il modo migliore di leggere Isaia, le Sure coraniche e il grande uomo di Königsberg.

L’essenza e l’essenziale

essenzaL’essere, l’essenza e l’ente sono i concetti principali dell’ontologia classica. Se si può dire che l’essere “è ciò per cui l’ente è”, l’essenza (in greco τί ᾖν εἶναι, ti en einai, in latino essentia), significa “ciò per cui l’ente è ciò che è, e non altro”. Infine, l’ente è ciò che è-

Un altro termine greco per dire essenza è “οὐσία” (participio presente femminile del verbo εἶναι essere). Cicerone traduce tale termine con essentia; Severino Boezio traduce “οὐσία”
- come essentia in Contra Eutychen (dove traduce “ousiôsis” con subsistentia e “hupostasis” con substantia)
- mentre invece nella traduzione delle Categorie di Aristotele traduce “οὐσία” con substantia.

L’essenza è dunque il sostrato di ciò che realmente è, mentre ciò che non appartiene a questo fondamento, come un colore per una parete, si deve chiamare accidente, in quanto contingente, perché può essere modificato.

Pertanto, la caratteristica permanente, cioè la sostanza o essenza o natura dell’uomo (scimmia nuda) è di “animale razionale”. Tutto ciò nella visione che si dice aristotelico-tommasiana.

Ma Giovanni Duns Scoto la pensa diversamente: per lui non si danno forma (essenza) e materia, potenza e atto, come due momenti del movimento della realtà, ma un solo momento e movimento, l’ecceità (haecceitas), così spiegando: “Per individuazione o unità numerica o singolarità intendo non certo l’unità indeterminata, secondo cui qualunque cosa entro la specie vien detta numericamente una, ma l’unità determinata come questa (signatum ut hanc)…” (D. Scoto, Opus oxoniense, II, distinctio 3, Questioni 2-4), cioè una concreta individuale differenza ultima che permette di distinguere una cosa dall’altra per cui ogni essere individuale è unico e originale.

L’haecceitas è: “(…) la causa, non della singolarità in genere, ma di questa singolarità nella sua particolare determinazione, cioè in quanto è proprio questa (haec determinate).” (cit.).

Per dire che, se deriva dall’essenza,  l’essenziale innanzitutto non è il non-superfluo, ma non perciò è il sovrabbondante o l’inutile, il giocattolo ambito di cui non si può fare a meno, salvo dimenticarlo dopo un giorno di giochi, come fanno i bambini e i collezionisti ricchi.

L‘essenziale è ciò che ha importanza, perché è un fondamento, una sostanza, una base, una struttura portante, un qualcosa che veramente conta per la vita delle persone, non uno sfizio, uno scherzo, un giochino, una presa in giro, una cosa di cui si può fare a meno.

L’essenziale sta nell’essere delle cose come una rete nervosa capace di tenere-insieme il tutto e di confinare al di fuori la ridondanza e la noia che ne consegue.

L’essenziale è ciò che dobbiamo ricercare perché ha a che fare con la dimensione gioiosa dell’equilibrio esistenziale, come unica dimensione plausibile di una certa felicità.

spoliazione come ritorno all’essenziale

kenosisSpoliazione in greco si dice kènosis,  letteralmente “svuotamento” o “svuotarsi”.

Il termine è teologico e mistico, essenzialmente cristiano, ma non privo di sfumature semantiche presenti anche in altre dottrine religiose. In greco antico κένωσις, kénōsis,  deriva dal sostantivo κενός, kenós, che significa “vuoto”.

Nella Lettera ai Filippesi Paolo scrisse: “Cristo svuotò se stesso (ἐκένωσε, ekénōse)” (Fil 2, 7, Cf. Bibbia di Gerusalemme), utilizzando il verbo κενόω, kenóō, che, appunto, significa “svuotare”, o “spogliare”.

Il testo (2, 5-11)

(…) 5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 7 ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

Nella teologia cristiana, appunto, Cristo Gesù si svuota della sua divinità incarnandosi come uomo, e ubbidendo al Padre fino alla morte di croce. Analogamente, l’anima credente si deve svuotare della propria volontà (egocentrismo) che può essere propensa al male e al peccato, facendosi spazio per la volontà divina, che opera per mezzo della Grazia.

Ora come non mai l’uomo ha bisogno di questa kenosis, per scalfire e abbattere la sua arrogante e violenta sicumera.

Giovanni della Croce raccontò il suo “svuotamento” ne “La notte oscura dell’anima” come momento angoscioso e disperato, ma foriero di conversione e liberazione, fino a una sorta di imitatio Christi.

Francesco d’Assisi si è spogliato dei suoi abiti in pubblico e davanti al vescovo, per significare la rinunzia a tutti beni terreni.

Nell’oriente cristiano troviamo la preghiera del cuore, o della spoliazione, che recita: “Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore“. E’ il riconoscimento di un essere creaturale, limitato, debole e fragile, bisognoso di com-passione e di dialogo…

Troviamo una sorta di kenosis fors’anche nella tradizione buddista, con il concetto di “vacuità” presente nel “Nirvana”.

La spoliazione della propria arroganza e autoreferenzialità, dunque, altro non è che una ricerca, o un ritorno all’essenziale, a ciò che veramente conta nella vita: la verità del proprio sé nel rapporto con gli altri, che non diventano mai oggetti, essendo degli “io”, proprio come ognuno di noi, non di più e non di meno, ciascuno con la sua irriducibile unicità e dignità.

Uguali in valore e differenti come manifestazione dell’umano.

oltre andare

il destino…mi chiedevano oggi se ho (possiedo) una casa, come l’80% degli abitanti del Nordest italico, no, sono in affitto ho risposto, e preferisco così “essere in strada”, non nel senso di non avere un tetto, ma nel senso di peregrinus, itinerans, e anche precarius, con lo sguardo al futuro che viene, al domani, senza perdere attenzione per i passi di oggi, guardandomi i piedi avanzanti lungo il cammino, e il paesaggio cangiante…

in affitto si sta come insegna la Bibbia (estote parati), in piedi con la cinta ai fianchi e il bordone nella destra, la bisaccia sul tavolo con pane e carne secca, ché l’acqua si trova per strada, come il popolo che partiva dall’Egitto (tutti cerchiamo “un altro Egitto”: così cantava il nipote del capitano De Gregori), e la tenda è meglio della casa, perché quella prepara spiritualmente al viaggio…

sono da sempre paratus, con lo sguardo curioso sul mondo e su ciò che i giorni venturi mi presentano, che non conosco e attendo senza ansia…

la nuova casa è in un vicolo chiuso, cosicché per andare via da lì avrò sempre una sola uscita, a sinistra, ma allo stop due sensi e poi infinite strade mi aspetteranno…

inesorabili cose si muovono, oppure son lì lungo la via che percorro e non so quali, circostanze frutto di enne concause creano il de-stino (faber est suae quisque fortunae, cioè ciascuno è autore del proprio destino; la locuzione è presente nella seconda delle due epistulae ad Caesarem senem:/ de re pubblica -De rep., 1, 1, 2- attribuite a Sallustio, ma di autenticità molto discussa, e non è improbabile vederle citate come opere dello Pseudo Sallustio), ovvero una cum voluntate mea, quae libera esse puto (fino a un punto che non conosco, e neppure i neuro-scienziati posson dire di conoscere)…

non sono uno stoico classico, né un agostiniano pessimista, né luterano, né spinoziano, per pensare a un destino pre-stabilito da una necessità incontrovertibile rispetto alla contingenza (terza prova metafisica tommasiana dell’esistenza di Dio, effettivamente un poco fragile)…

il destino mio (e quello di ciascuno), come dice Emanuele Severino, è nel groviglio di vettori causali in atto, com-presenti ed eterni, come tutto-ciò-che-accade sub specie aeternitatis, ovvero in mente Dei

ogni nostro atto, ogni atto che ac-cade nel mondo è eterno, là dove stanno gli essenti eterni, in un luogo-spazio-tempo puntuale e definitivo, neppur Dio può impedirlo ex-post, solo averlo pensato prima, può…

e non è che ciò limiti la Sua onnipotenza, ché questa è contenuta nella volontà infinita ed accogliente della libertà donataci da quando siamo auto-consapevoli da Lui stesso, Padre buono…

anche i morti e gli assassini di Tunisi di ieri sono parte di questo infinito incrocio di vettori (se i turisti di Torino non… e se… e se), ma così è accaduto e altro accadrà, prima che anche queste vicende svoltino verso altri lidi fattuali, e la tremenda barbarica manifestazione della ferinità umana si trasformi in pacata riflessione…

e allora, adunque e quindi, che ci si aspetta dal futuro, dal destino, in questa peregrinante ricerca, in questa inquietudine  periclitante e spesso avara di gioie e di conferme?

Forse è meglio attendersi nulla o, meglio, il nulla di ciò che si desidera (ah, derivante da sidera, dagli astri, dunque, l’astrologia torna sempre in campo!), cosicché ogni cosa che arriverà, sotto forma di dono, sarà una piccola o men piccola gioia, in un flusso perennemente aperto di possibilità, in una dimensione dove l’essere stesso e il nostro esistere (ex-sistere) individuale si incontreranno condividendo la rispettiva sostanza-verità, senza illudere il soggetto (noi stessi) che la felicità sia una dimensione raggiungibile oltre l’equilibrio tra gioia e dolore in questa breve/ lunga vita, in questo miracolo di luce.

La misericordia contro la stupidità

lo JobelFrancesco papa continua nel suo lavoro rapido di desclerotizzazione della Chiesa e di sveglia intellettuale erga omnes.

Ora, sulle orme di Benedetto XVI che ha rinunziato per fargli spazio, non esita a dire a una televisione messicana che il suo compito, e la sua restante vita non dureranno tanto. E giù illazioni, talk show, chiacchiere banali e mortali (per le menti prive di soglia critica). Ha semplicemente detto ciò che, ragionevolmente, può pensare un uomo, un maschio di quasi settantanove anni. Ricordo ai chiacchieroni che la vita media dell’uomo-maschio in occidente è di circa  ottant’anni, e che trent’anni fa era di settanta, e che cinquant’anni fa era di meno di sessanta. Contenti, chiacchieroni illatori?

E annunzia un Giubileo straordinario a partire dal 8 dicembre di quest’anno. Staremo a vedere e sentire che cosa succederà quando il corno giubilare emetterà il suo suono.

Ma anche sul Giubileo si sprecano commenti, pochi sul versante etico-religioso, come si dovrebbe, e moltissimi sul versante logistico-economico, del tipo “Il Giubileo porterà 25 milioni di visitatori a Roma, dobbiamo essere pronti ad accoglierli e a incassare i relativi 10/12 miliardi di euro connessi a questo movimento.” E mi fa anche piacere che l’accortezza gesuita muova l’economia in un anno di grandi speranze. Infine, in questa canea di razionalisti si distingue, come sempre, per acume dialettico, il sindaco di Roma Marino.

Qui voglio parlare d’altro. Innanzitutto un richiamo storico-religioso su ciò che è un “giubileo”. Solo per info.

Dal web con mie implementazioni al testo:

Il Giubileo è l’anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati. È anche l’anno della solidarietà, della speranza e della penitenza sacramentale. Il Giubileo, detto anche Anno Santo, può essere ordinario e straordinario. Il primo è legato a scadenze prestabilite, mentre il secondo viene indetto in occasione di qualche avvenimento di particolare importanza e la sua durata varia da pochi giorni ad un anno. La consuetudine di indire Giubilei straordinari risale al XVI secolo, e gli ultimi Anni Santi straordinari del XX secolo sono stati quelli del 1933, indetto da Pio XI per il diciannovesimo centenario della redenzione, e del 1983, indetto da Giovanni Paolo II per i 1950 anni della Redenzione.

Le origini del Giubileo risalgono all’Antico Testamento. Infatti la parola “giubileo” deriva da Jubilaeum che a sua volta deriva dalle tre parole ebraiche Jobel (ariete), Jobil (richiamo) e Jobal (remissione). Nel capitolo XXV del Levitico, infatti, il popolo ebraico viene incoraggiato a far suonare il corno (Jobel) ogni quarantanove anni per richiamare (Jobil) la gente di tutto il paese, dichiarando santo il cinquantesimo anno e proclamando la remissione (Jobal) di tutti gli abitanti. Infatti secondo l’Antico Testamento il Giubileo portava con sé la liberazione generale da una condizione di miseria, sofferenza ed emarginazione. Così la legge stabiliva che nell’anno giubilare non si lavorasse nei campi, che tutte le case acquistate dopo l’ultimo Giubileo tornassero senza indennizzo al primo proprietario e che gli schiavi fossero liberati. Gesù trasformò i precetti dell’anno giubilare in una grande prospettiva ideale, in cui l’emancipazione, il perdono e l’inizio di un anno di grazia di Dio assumevano un nuovo significato. Un sabato infatti Gesù spiegò che era lui il Messia di cui si parla in un passo di Isaia, e che quel giorno prendeva inizio la salvezza e la “pienezza del tempo”. Così oggi il Giubileo fa riferimento alla missione di Cristo e a quanti lo seguono. In questo modo il Cristianesimo ha trasmesso al Giubileo ebraico un significato più pieno e più profondo. Questo infatti è un perdono generale, un’indulgenza aperta a tutti, che il Papa concede sotto determinate condizioni ai fedeli. È quindi fondato sul valore delle indulgenze e sul potere che la Chiesa ha di elargirle.

Il Giubileo cristiano nasce nel Medio Evo, nel 1300 con il politicissimo e cinico papa Bonifacio VIII (dei principi Caetani) e affonda le sue radici, sia nella tradizione religiosa e culturale giudeo-cristiana, sia in un contesto storico-religioso e teologico-peculiare centrato sulle idee e sulla prassi del pellegrinaggio  e della penitenza.

In tutto sono stati celebrati 26 Giubilei, e questo del 2015 è il ventisettesimo.”

Utilmente il filosofo Massarenti oggi sul Sole24Ore della domenica si sofferma in tema, sostenendo che la stupidità è peggio del male. Come son d’accordo! Da sempre, come sanno i miei ventuno followers, lo sostengo e ne do ragione su questo sito. Vediamo come procede il ragionamento.

Lo stato di fatto è che la stupidità, specie quando è confusa con la pigrizia del pensiero, non si accorge di nulla: il rimbambimento quotidiano effuso dai media e recepito da molte menti disattente o condizionabili, le imbonisce e le ottunde. Le abitua a ogni orrore, perfino a quello del bambino che spara alla nuca di un uomo adulto.

Opportunamente si cita il pastore luterano Dietrich Bonhöffer (fatto impiccare da Hitler il 9 aprile del 1945 a Flossenburg), che pregava così: “Signore, ridonami la libertà e fa che io possa sempre vivere in modo da poter assumere la responsabilità (dei miei pensieri e delle mie azioni, ndr) di fronte a te e di fronte agli uomini“.

Suggerisco al lettore di tenere in considerazione la prossima pubblicazione presso Piemme di una sua raccolta di scritti, omelie, riflessioni filosofico-religiose dal titolo “La fragilità del male“, dove Bonhöffer spiega come la stupidità sia più pericolosa del male, proprio perché quella è sorda e cieca e… normale, mentre questi (il male), in sé, può essere smascherato e sconfitto: dice il pastore luterano che “il male porta sempre in sé il seme della sua dissoluzione e lascia sempre un senso di malessere dentro l’uomo“, mentre, la stupidità è subdola, perché nasce dal normale fluire degli eventi, si trasforma in consuetudine conformista e infine diventa se stessa: addormentamento spirituale e morale della coscienza.

Il titolo del volume echeggia altri due titoli, che andrebbero visti insieme: La banalità del male di Hannah Arendt (quanto “normale” era Adolf Eichmann nel pianificare logisticamente lo sterminio!), e La fragilità del bene, di Martha Nussbaum, recentemente ospite in Friuli.

Il  male è dunque fragile, mentre la stupidità richiede consapevolezza soggettiva (Massarenti), ed è ciò che propone Francesco con il Giubileo 2015, per smascherare il male e la stupidità. Leggiamo ancora un passo di Bonhöffer: “(…) Ogni forte manifestazione di potenza esteriore, sia di carattere politico sia di carattere religioso, investe sulla stupidità di gran parte degli uomini, e produce una privazione dell’indipendenza interiore dell’individuo, sopraffatto dall’impressione che su di lui esercita la manifestazione di potenza“.

Caro lettor mio, facciamo insieme un esercizio, un’ascesi: chiediamoci quante volte incontriamo la stupidità tra-vestita di arroganza, protervia e prepotenza, e come reagiamo ad essa. E’ già un passo sulla strada della misericorde consapevolezza del nostro limite, ma anche della nostra grandezza.

Sul Filo di Sofia