Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Pietro e Giovanni, due vie buone per ri-orientarsi

ultima-cenaSimone, detto Pietro di Betsaida (Galilea), nacque verso la fine del I secolo a. C., e morì sotto l’imperatore Nerone a Roma. Uno dei dodici scelti da Gesù fin dal primo periodo della sua vita pubblica, è denominato nella tradizione cristiana universale come  “primo papa”, anche se su questo titolo vi son stati conflitti a non finire, prima con le chiese orientali (patriarcati di Gerusalemme, Alessandria, Antiochia e Costantinopoli), e dal XVI secolo con i Riformatori protestanti.  Fu un pescatore del lago di Tiberiade, originariamente Šim’ôn (שמעון, “colui che ascolta”, traslitterato in greco antico come Σίμων).

Appartenne al gruppo più amicale di Gesù, con Giovanni e Giacomo, fratelli pescatori figli di Zebedeo, presenti insieme nei momenti più rilevanti del rabbi di Nazaret, come la trasfigurazione sul monte Tabor e l’agonia. Lo difese nell’orto del Getsemani e andò con Giovanni fino alla casa di Caiafas, il sommo sacerdote, ma di lì fuggì impaurito, per cui chiese perdono piangente. Dopo la morte del Maestro Pietro venne riconosciuto come capo dei dodici e primo missionario del movimento ecclesiale cristiano.

Fu il primo a battezzare un pagano, il centurione romano Cornelio. Fu in disaccordo con Paolo di Tarso, su alcune questioni riguardanti giudei e pagani, definite comunque durante il primo Concilio di Gerusalemme (39 d. C. circa), con l’accettazione di una diversa modalità di accesso al cristianesimo da parte degli ebrei rispetto alle altre genti che vi si accostavano (i “gentili”). Fu vescovo ad Antiochia di Siria dal 34 al 64 d. C. circa, e continuò la sua predicazione fino a Roma dove morì fra il 64 e il 67. 

 

Giovanni, conterraneo di Simon Pietro nacque a Betsaida nel 10 circa d. C. e morì a Efeso verso la fine del I secolo, è stato scelto dal Maestro di Nazaret tra i primi apostoli, cui il fratello Giacomo. La tradizione lo identifica con l’autore del quarto vangelo. Come Pietro è partecipe dei maggiori eventi della vita di Gesù.

Giovanni è un nome usato nel Nuovo Testamento, escluso il vangelo attribuito… a Giovanni, e successivamente nella tradizione onomastica cristiana. in ebraico è יוחנן (Yehohanàn), letteralmente “YH fece grazia”, in greco Ιωάννης (Ioànnes) e in latino Ioànnes. Nel Nuovo Testamento è attribuito anche al Battista e al discepolo di Pietro, Marco (Giovanni Marco), cui è attribuito il vangelo più arcaico.

Una lettura molto importante, che riguarda Pietro e Giovanni, e la loro fede.

Gv 20, La tomba vuota

[1] Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. [2] Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». [3] Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. [4] Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. [5] Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. [6] Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, [7] e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. [8] Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. [9] Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. [10] I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.

Senza la fede nella veridicità di questo racconto, il cristianesimo non avrebbe ragion d’essere, come riconosce lo stesso Paolo (1Corinzi 15, 14). Essi credono e trasmettono la fede nel risorto, al di là di ogni documentazione storico-critica e documentale.

Perché ricordare qui Pietro e Giovanni come vie maestre, di questi tempi sgangherati e approssimativi, maleducati e noiosi? Mi sembrano due piste di riflessione interessanti.

Pietro è un uomo semplice e concreto, un uomo passionale e vero, capace di atti miserabili e di incommensurabile grandezza. E’ un uomo di semplice e fortissima fede. Forse che non c’è bisogno, oggi, di una fede-fiducia nell’uomo e nella sua capacità di crescere e di umanizzarsi ancora di più, nonostante le neuroscienze ci dicano quanto siano importanti i processi chimico-biologici che riguardano il nostro cervello, e che a volte possono far pensare che la nostra coscienza (come auto-consapevolezza) è più apparente che reale? (cf. G. Finkelstein, Emil du Bois-Reymond Neuroscience, Self and Society in Nineteenth Century Germany, Mit Press Cambridge – Mass – London)

Giovanni è più teologo ed è uomo di ricerca e teoria, visione, illuminazione, discorso e intelligenza logica, argomentazione razionale e intuizione. Giovanni ci istruisce sull’esigenza di vivere nella luce della vita donata, nella meraviglia dei giorni che ci sono venuti incontro e futuri, nel tempo-non tempo che scorre e non scorre, perché contenuto nell’eterno. Giovanni ci abitua ad accettare la presenza del male nella natura, come limitazione e invito a essere umili, consapevolmente aperti al limite, alla miseria e alla gloria.

i miserabili

marketing-della-pauraNon è solo il titolo di un grande romanzo di Victor Hugo, di cui esistono varie versioni cinematografiche, ma anche un’apostrofe proporzionata del comportamento di molti, ultimo dei quali Salvini, che insulta il Presidente Ciampi appena deceduto. Un’altra: Salvini a Pontida ha detto che il suo papa è Benedetto XVI: il poveretto non sa che il papa è sempre quello regnante, non lo decide lui e perciò, volente o nolente il cultissimo politico, ora è Francesco.

Altri miserabili, fatto che mi addolora, pare siano alcuni dirigenti della Uil nazionale come Barbagallo, Angeletti, Bosco, etc. ora inquisiti per aver distratto soldi del sindacato spendendoli in una crociera ufficialmente destinata a una “riflessione strategica” (ah ah ah, visto il livello epistemologico dei soggetti) denominata “Progetto condiviso”. Mi addolora anche perché nella vita precedente ho fatto parte della famiglia sindacale dove ho conosciuto galantuomini e donne come Giorgio Benvenuto, Silvano Veronese, Vincenzo Mattina, Raffaele Grappone, Loris Zaffra, Rino Zulian, Renzo Fasiolo, Arno Teutsch, Franco Lago, Anna Marin, Nando Ceschia e via andando.

E ve ne sono altri ad libitum, in tutti i settori sociali, economici, comunicazionali, ecclesiali, politici, mass-mediologici, e chi ne ha ne metta, caratterizzati da due principi fondamentali, a volte intrecciati, a volte no: la stupidità e la malignità. Nel caso sindacale di cui sopra propendo per la prima causa generatrice, peraltro trattata in un post precedente, di gran lunga la più pericolosa per il prossimo. Invece, quando si tratta di malignità, solitamente chiamata cattiveria, non è molto difficile individuarla e combatterla con successo.

Crescere cambiando

genio_e_creativitaLe competenze si maturano operando, lavorando. Nell’attività pratica si attinge alle conoscenze teoriche acquisite a scuola e all’università, e si dà valore al lavoro arricchendolo con la propria personale capacità di interpretazione dei problemi posti e dei processi lavorativi che si fanno sempre più complessi.

Il lavoro come oggetto è tema centrale nella vita di ognuno di noi, mentre il suo sviluppo si attua mediante la soluzione di problemi, cioè di cose che ti costringono ad innovare, ad inventare, a non accontentarti dei vecchi percorsi.

La pratica del lavoro comporta anche dei rischi, il più pericoloso dei quali è l’assuefazione, l’automatismo, che induce pigrizia mentale e rallentamento intellettivo. L’eccesso di confidenza con lavorazioni che comportano l’uso di mezzi e strumenti elettrici e meccanici addirittura crea le condizioni di possibili infortuni. Occorre dunque sempre vigilare, accettando novità, ricercando l’innovazione e una sorta di discontinuità radicale nel proprio operare.

Per discontinuità non si intende il cambiamento fine a se stesso di un processo, di una metodologia o perfino di un lavoro, bensì un atteggiamento mentale, oserei dire addirittura spirituale, dell’anima, sapendo che ogni essere umano ha bisogno di rimettersi sempre in discussione -in qualche modo- in tutte le attività che svolge, ma anche negli approcci esistenziali e operativi. Il cambiamento è non solo un’esigenza pratica ma un’esigenza della vita stessa che si modifica ogni giorno.

La discontinuità creativa è prima nel cuore e nella mente delle persone che nella normativa e nella contrattualistica, come condizione esistenziale per continuare nella crescita del singolo lavoratore. Non si deve temere di cambiare, e questo vale soprattutto per chi opera in regimi contrattuali più garantiti come il pubblico impiego, poiché il cambiamento è vitalità, rinnovamento … vita stessa. Senza il cambiamento c’è l’intorpidimento della mente e dei sensi, la caduta delle emozioni e della creatività. Non si cresce senza il dolore del parto o senza gemiti, dice la Sacra scrittura giudaico-cristiana. Occorre l’apnea dell’incertezza per riprendere il cammino, occorre lo stimolo di una certa insicurezza e perfino di un po’ di precarietà per andare avanti.

L’azienda potrebbe sembrare il luogo più distante da una pratica filosofica, ma non è così. Infatti nei luoghi di lavoro si danno quotidianamente innumerevoli momenti di comunicazione tra le persone, e spesso in forma dialogica tra due o più interlocutori a carattere prevalentemente argomentativo. Nessun lavoratore è tenuto a conoscere la filosofia come storia del pensiero, ma ognuno è tenuto a seguire la logica nell’argomentare le proprie ragioni. Ma ogni atto linguistico e dialogico è importante, specialmente nel cambiamento. È filosofico ogni approccio che concerna questioni etiche, relazionali, esistenziali, decisioni complesse, dubbi, revisioni progettuali. Ragionando si opera a partire dalla “messa in questione” interrogativa delle forme di pensiero, delle ragioni, dei vissuti, dei valori, delle visioni del mondo, e di quanto altro sia offerto allo sviluppo del dialogo, per verificarne le eventuali incoerenze e incongruenze reciproche. La filosofia praticabile anche in azienda ha il fine di chiarire e rendere più articolata e profonda la visione del mondo aziendale, con la discussione e il discernimento come precondizioni per orientarsi nelle decisioni.

Nelle vite dove non c’è cambiamento vi è il rischio grave di una regressione, di un intorpidimento cognitivo ed emotivo. Se un tanto è vero, in ogni caso qui non si propone un banale change management, ma una riflessione sul cambiamento individuale che richiede rischiaramento interiore e consapevolezza. La scontatezza di una situazione data per certa come un posto di lavoro, insieme con una certa sicurezza e tranquillitas animi contribuisce a decostruire le potenzialità dinamiche e la crescita della persona, teoricamente in-definite, favorendo un impoverimento complessivo della struttura di personalità. Le potenzialità sono esplorabili e attivabili come energie che dalla latenza passano all’attualità, solo se si danno situazioni di incertezza e di messa in questione di elementi consolidati, poiché tutto scorre nella vita e nelle operazioni umane: il cambiamento è sempre intrinseco, impercettibile, e a volte addirittura inconsapevole.

Momenti di discontinuità esperienziale sono importanti, e in alcune fasi storico-esistenziali individuali, indispensabili.

Il web e l’orgia degli stupidi

stupidity-doing-same-thing-over-button-0681Carlo Maria Cipolla, storico, è autore di un classico libro sulla stupidità, sintetizzato in un saggio breve, omonimo, disponibile sul web. Riporto qui  le cinque “regole” (della stupidità) da lui codificate.

1. Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi, 2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona. 3. Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. 4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore. 5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Lo stupido è più pericoloso del bandito.

Mi pare che l’analisi di Cipolla si adatti in modo adeguato a moltissimi utilizzatori del web e dei social, a partire da quelli che accusano lo strumento telematico delle loro nequizie stupidarie. Cercare per credere: si legge che per impedire casi come quelli della ragazza napoletana svergognata dalla pubblicazione di un video hard che la vede come involontaria protagonista e suicida per vergogna, pubblica e irresistibili, bisognerebbe censurare la rete. Possiamo dire invece che i divulgatori del video sono degli stupidi, e anche cretini e idioti? Credo non vi siano dubbi. Forse anche lei stessa, poverina, è stata un poco stupidina e imprudente anzichenò.

Se la colpa della tragedia fosse dei social e del web, sarebbe come dire che il pavimento è sporco perché la scopa non scopa bene, non perché chi la dovrebbe usare è pigro e sciatto.

Chi popola la rete di insulti anonimi è irrimediabilmente stupido, come chi crede di essere furbo perché agli altri le cose vanno male. Proviamo a pensare alla nostra esperienza, quante volte ci siamo imbattuti in persone di quel tipo?

La solita domanda: che fare? Non rinunciare mai a denunziare casi del genere, e a investire energie nello svelamento di idiozie comportamentali, ma di più, nella consapevolezza di una difficoltà radicale nell’uso della logica del concreto, vale a dire la capacità razionale di pensare in modo naturale, elementare, conseguentemente deduttivo e argomentante, lavorare su questo tema ovunque, nel piccolo di ognuno.

Si è persa di vista la nozione radicale di bene/ male, come giudizio sulla qualità morale dell’agire umano libero, ma ciò sembra dipendere sempre più dal venir meno del pensiero pensante.

L’etica trova la sua fonte nella dimensione logico-razionale che, se viene a mancare produce mostri. Il sonno della ragione genera… mostri.

Ragione e ideologia

operai-fabbricaDa tempo qui e altrove vado sostenendo che da anni vi è una grave crisi, o decadimento reale, della capacità logica e del suo uso nelle nostre società e nei vari ambienti, di lavoro, sociale, familiare, comunicativo etc.

Ciò dipende da vari fattori, tra i quali la falsificazione mass-mediologica, la frettolosità, la pigrizia, l’esigenza introiettata da molti di essere efficienti, non con la chiarezza espositiva, ma con la capacità di “mostrarsi sul pezzo”, sempre, anche a costo di svarioni sesquipedali, e quindi di errori logici e pratici.

E poi vi è l’ideologia, che prevale spesso, per sua natura militante, sulla logica e le norme deduttivo-argomentative della buona ragione. Un esempio di ieri, quando sono stato testimone di un degli effetti più devastatori di questa crisi-decadimento.

In un luogo dell’Italia meridionale trattavo una cassa integrazione guadagni ordinaria di dimensioni molto ridotte: tredici settimane con riduzione di sedici ore di lavoro alla settimana; effetti sul salario un meno 7/8 per cento, per un tempo limitato e recupero di un terzo delle ore lavorabili di libertà personale.

Dopo aver spiegato che si tratta di una misura-polmone per chiudere un anno a bassi volumi e l’impegno aziendale di rilanciare l’attività con nuovi prodotti, avendo anche cambiato e ringiovanito il management locale,  confermato l’aumento dell’indennità mensa e il premio forfettario, la controparte sindacale ha iniziato una arzigogolata discussione sulla credibilità dell’azienda, usando anche termini ai limiti dell’insulto come “ridicolo”, “inaffidabile”, “false promesse”, quando la direzione aziendale garantisce da ventuno anni un presidio industriale in loco che ha sempre dato lavoro a non meno di cinquanta persone e sopportato deficit di bilancio, perdite e investimenti.

Bene, costoro non hanno firmato il verbale di accordo  previsto dalla normativa e hanno invece firmato un verbale di mancato accordo. Ora dovranno spiegare ai lavoratori che non hanno firmato l’accordo, ma che l’azienda, in base alle norme vigenti, procederà comunque con pieno diritto.

Che logica è sottesa a questo comportamento? Quali argomentazioni sosterranno la posizione sindacale? Che sillogismo aristotelico sceglieranno per mostrare le loro ragioni? Non mi so rispondere, se non che la logica del concreto, in questo caso, ha ceduto totalmente il passo al pre-giudizio ideologico, cioè al sospetto che l’azienda imbrogli.

Tra l’altro, ho notato una non completa convergenza di opinioni tra i sindacalisti, là dove i rappresentanti interni erano più propensi a un accordo e i segretari territoriali no. Lasciamo stare.

Da dove riprendiamo? Dalla stanchezza della proprietà-direzione di sostenere uno stabilimento che non guadagna, anzi perde, da anni?

Da una resipiscenza della parte sindacale che riprende a ragionare con la logica e non con la vendicatività (rispetto a cosa?) ideologica?

A metà novembre vedremo se il bene dell’intelletto ha ripreso a funzionare, ove sia presente.

Fashion marketing management (o della cultura del nulla)

vito_volterraPrima di ridere a crepapelle aspettate che vi dica di che cosa si tratta nel titolo: è una facoltà universitaria privata di Firenze cui è iscritta la neo-eletta miss Italia, ragazzona di 1,77, sul biondo, occhi verdi, etc etc etc. Superiori a indirizzo scientifico, non so di cosa. E’ chiara la ragione del declino del pensiero argomentante e della logica critica giudicante, chiarissimo! Oggi si fanno superiori sperimentali a pacchi e poi ci “laurea” in fashion marketing management, su testi di Twiggy e Coco Chanel, o delle valentissime sorelle Fontana, o di Donatella Versace, magari per diventare fashion blogger, ovvero un grado più del cane.

Non continuo perché scivolerei verso il turpiloquio. Piuttosto recupero il pensiero del grande matematico Vito Volterra, che sosteneva, come umilmente anch’io faccio da decenni, l’unicità della cultura nelle sue declinazioni, umanistica e scientifica, essendoci “umanesimo” nella ricerca scientifica, con le domande sulle ragioni del “come-funziona” una cosa, e “scientificità” nella ricerca umanistica: il “perché” delle cose unifica fisica e diritto, filosofia e medicina, matematica e glottologia…

Vediamo meglio il pensiero di Volterra. Fondatore  primo presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche fin dal 1923, e successivamente licenziato dal regime fascista cui era contrario, Volterra si è battuto sempre per l’unità dei saperi, superando la distinzione un poco “gentiliana” tra umanesimo e scienze. Volterra riteneva che la distinzione tra i due amplissimi campi non stesse negli aspetti disciplinari, bensì nell’approccio epistemologico: in altre parole egli riteneva di poter definire scientifica una disciplina umanistica, come ad esempio lo studio delle strutture linguistiche romanze, e di poter in ogni caso definire umanistica anche la ricerca sull’origine o inizio dell’ominizzazione, poiché nel primo caso si tratta comunque di un sapere strutturato e metodico, e nel secondo di una domanda di merito su una questione legata all’uomo e alla sua storia, nella sua interezza.

Tutto è umanesimo e tutto è scienza, se si vuole ricercare seriamente. E allora, vengo al tema delle scelte e degli ordinamenti scolastici. Fino a qualche decennio fa era possibile accedere a tutte le facoltà universitarie, che però non erano frammentate in miriadi di dipartimenti come oggi, solo con il diploma di maturità classica. Ora invece è possibile iscriversi ovunque all’università, avendo fatto qualsiasi quinquennio di superiori. Si incontrano, di conseguenza, ottimi ragionieri che son diventati dottori in economia, ottimi periti che son diventati ingegneri, ma anche periti che si sono laureati in lettere e le insegnano, senza avere alba minima di latino e di greco, forti solo degli esametti obbligatori di un latinetto edulcorato comunque previsti negli anni accademici. Ohilà! Che insegnanti abbiamo?

Poi abbiamo persone “esperte in risorse umane” che hanno fatto perito turistico e poi relazioni internazionali, ohibò! E poi ragionieri che hanno studiato giurisprudenza e non sanno un latinismo giuridico, diritto romano mal digerito, forse, senza latino, avvocati? ma dai!

E così via, una congerie di saltabeccanti percorsi formativi, in un delirio di ex facoltà, ex indirizzi, ex dottorati, una miriade di master ripetitivi e costosi, progettati più per dare ore da fare a docenti abbastanza scarichi, che a perfezionare discipline accademiche.

Non mi sembra che sia una strada prudente e saggia, e piuttosto, invece di continuare a moltiplicare quanto sopra, magari rendendo gli studi sempre più frammentati e generici, perché non riconsiderare una storia e un patrimonio unico, come quello che ancora abbiamo in Italia, il liceo classico, dove si studia il latino, il greco, la filosofia, la matematica, la logica e l’argomentazione critica. E’ semplice tutto ciò, anche se faticoso e complesso da affrontare. Chiedo troppo, io che vengo dalla periferia contadina operaia e che son stato criticato quando scelsi questa scuola, che ancora costituisce la base di tutti i sudati saperi portati a casa dopo? Chi crede di essere Renato, figlio del minatore, che va al classico? sentiva borbottare mia madre.

Un ragazzo è. Solo un ragazzo, esattamente come il figlio del medico e dell’avvocato di Udine. Esattamente.

L’omp l’è ca, o ai fa ce co hai podut par chist mont e par chel altri, Signor, si sin intinduz, amen.

Il riflesso della società nella politica (e viceversa)

bierce-cinicoC’è un aspro e un po’ sbilenco dibattito sul tema: se la società civile sia migliore della classe politica attuale o se vi sia una corrispondenza sociologica e quasi logico-matematica tra i due ambiti, sotto il profilo della qualità morale.

Di solito le “anime belle” propendono per un giudizio positivo o perlomeno indulgente verso la società civile, che “sarebbe angariata” e talora tradita dalla politica, solitamente covo di disonesti e malversatori.

Ma è proprio così? Oggi anche i 5S stanno capendo che tra il moralismo spicciol-popolano del primo Grillo e l’amministrazione della cosa pubblica vi è un divario logico e pratico immenso.

E’ probabile, invece, che vi sia più o meno una corrispondenza biunivoca tra società e politica, in Italia e anche altrove: che, cioè, la qualità politica dipenda anche dai vizi sociali, e perfino etno-antropologici, e che la società tragga spesso cattivi esempi dalla politica.

Un esempio: se diventa invalsa l’abitudine a parcheggiare in seconda fila, specialmente in qualche territorio della nazione, forse che lo stesso automobilista esiterebbe a rubacchiare, avendone la possibilità? Se il senso morale di una persona dipende dalla possibilità di trarre comunque dei vantaggi personali da un certo agire, e non da principi etici di giustizia e rispetto dei beni comuni e altrui, ben introiettati, chi gli impedisce di aggravare la portata delle proprie azioni, quando ne abbia la possibilità?

Certamente che essere cinici e scettici à la Zenone di Cizio o à la Pirrone di Elide è utile e sano, e perfino dubitare che la pallina del biliardo sia la causa del movimento dell’altra pallina colpita, piuttosto che solo l’occasione, cioè a dire un fatto che accade dopo un’azione non ne sia diretta conseguenza, o effetto di una causa, à la Hume, è buona cosa, anzi prudente, ma non basta.

Il nostro cinismo-scetticismo non può arrendersi di fronte all’evidenza della mediocrità così diffusa, in una rassegnazione stanca anche di stupirsi, ma deve essere motore di vitalità esistenziale, di meraviglia e di emozione sana per la bellezza della trasparenza, della lealtà, dell’onestà, del rispetto per la verità di ogni cosa e per la gentilezza sincera del tratto, della buona relazione, del disinteresse e perfino, perché no?, un poco ingenuo.

Non troppe volpi in giro, e neanche galline, ma anche qualche falco capace di volare alto e leggero, oltre le nebbia ottobrina.

Precarietas

Precario

Caro lettor mio,

ancora scrissi di precarietà, e altrove ne parlai, cercando il valore in ciò che appare solitamente come un suo contrario. Infatti, imbrattacarte (giornalisti) di ogni risma e politicanti  vari son sempre lì a stracciarsi le vesti per la “precarizzazione” del lavoro, delle condizioni sociali e via andando. In realtà, questi signori, con l’aggiunta di una pletora di giuristi e ben-pensanti politically correct, forse non ricordano il progresso formidabile dei diritti sociali in Italia, e del diritto del lavoro negli ultimi cinquanta anni, dalla legge 604 del 1966 che introdusse il divieto di licenziamento nelle aziende con almeno 36 dipendenti, se non per giusta causa o giustificato motivo, diritto ampliato alle aziende con almeno 16 dipendenti dallo Statuto dei Diritti dei lavoratori (L. 300) del 1970.  Fino al 1966 era possibile licenziare un padre di famiglia dal venerdì al lunedì con un cenno della mano, sia in un’azienda artigiana, sia alla Fiat. E altri legittimi diritti conquistati, negli anni successivi, anche al femminile: parità di trattamento, lavoratrici madri, etc.

Nel Pubblico Impiego, invece, tutto è continuato su un piano di eccessivi garantismi, che solo ora si riesce un poco a scalfire, in nome di una maggiore equità del diritto tra i veri settori e mercati del lavoro.

In quarant’anni si è parlato giustamente di diritti conculcati e da conquistare, tralasciando un poco il discorso sui doveri, che pareva ai più esser scontato. Ma non è così, perché nell’umano nulla è scontato, ma ogni cosa deve essere ripresa, ricordata, rimessa in circolo.

Ora qualcosa è cambiato, ma la cultura introiettata molto spesso non accetta questo cambiamento. Vi sono persone che chiedono solo che cosa gli è garantito, o che cosa viene offerto, prima ancora di chiedere di che lavoro si tratta. Vi sono persone che, se gli offri un’opportunità, ti chiedono quanti dipendenti e che fatturato ha quell’azienda, perché se no… Se no che cosa?

E darsi da fare per aumentare il mercato e il fatturato di quell’azienda che offre l’opportunità? No? Sempre qualcun altro deve occuparsi di offrire garanzie, sinecure, certezze?

No? La maledetta precarietà.

Forse che è proprio la fonte e l’origine della creatività e del progresso sano, proprio ciò che ti costringe a inginocchiarti di fronte al tuo limite, per superarlo e andare avanti? La precarietà è una condizione di preghiera, una condizione psicologica, una condizione-limite che ti costringe a non dare per scontato nulla, ma a ritenere che tutto è dono, tutto è per-dono, quindi dono reiterato, nella semplice condizione della propria grandiosa piccolezza e dell’impegno responsabile, paziente e quotidiano.

Batteri, insetti e animali “superiori”, o della symphonialitas di Ildegarda

genesisOgni tanto vien da sorridere al pensiero di come ci auto-percepiamo nella natura. Secondo Genesi1, ubbidendo senz’altro a Dio, abbiamo dato i nomi agli altri esseri viventi, in particolare agli animali, ma poi ci siamo montati la testa.

27Dio creò l’uomo a sua immagine;/ a immagine di Dio lo creò;/ maschio e femmina li creò./ 28Dio li benedisse e disse loro:/ «Siate fecondi e moltiplicatevi,/ riempite la terra;/ soggiogatela e dominate/ sui pesci del mare/ e sugli uccelli del cielo/ e su ogni essere vivente,/ che striscia sulla terra».

Dio parla e ordina con benevolenza, e noi ci siamo montati la testa, pensando di essere “padroni” assoluti di ciò su cui ci è stato consegnato un mandato. La traduzione dall’ebraico in greco e in latino del verbo “soggiogare” non ha  alcuna accezione legata alla tirannia, ma solo alla responsabilità: significa “guidare”, esprimere una “leadership”; se lo scrittore biblico avesse conosciuto l’inglese avrebbe usato questa formidabile polisemia contemporanea: leadership. Dio non ci ha demandato il potere, ma ci ha affidato un compito e un impegno.

Ecco: quando noi non ci saremo più, qui sul pianeta azzurro, batteri e insetti, che sono molto più vitali di noi umani, e qualche mammifero molto resistente e fertile, come i roditori, ci saranno ancora.

Suggerisco al mio cortese lettor domenicale, come cura spirituale contro le gravi malattie della vanagloria e della superbia, di spendere trentanove euri per un libro bellissimo: Visioni (Scivias, anagramma probabile di Scito Dei vias, cioè Conoscete le vie di Dio, a cura di Anna Maria Sciacca, prefazione di Enrico dal Covolo, Edizioni Castelvecchi, Roma 2016) dell’abbadessa benedettina Ildegarda di Bingen (1147-1179), morta poco più che trentenne, capace di contrastare il papa e anche Federico Barbarossa, se del caso. Nel volume anche sue ricerche di erboristeria e di farmacopea del suo tempo medievale. Luce tra le tante di un periodo tutt’altro che oscuro.

Un passaggio a tema etico: “Signore, dammi per tua forza il dono del fuoco, che in me estingua la passione della perversità, per bere con giusti sospiri all’acqua della fonte viva, che mi faccia godere della vita eterna, io che sono cenere e polvere, che guarda più alle opere delle tenebre che a quelle della luce.”

E un altro, a tema teologico, sulla Trinità: “La luce senza origine, cui nulla manca, è il Padre. La forma d’uomo di color zaffiro, senza macchia d’imperfezione, invidia e iniquità, indica il Figlio… Tutta questa luce, ardente d’un fuoco dolcissimo, privo di ogni forma di arida e tenebrosa mortalità, rappresenta lo Spirito Santo, grazie al quale l’Unigenito di Dio fu concepito secondo la carne… Lo Spirito infonde nel mondo la luce del vero splendore.”

Una lettura per politici e bykers, per scalatori del nulla e professori di qualcosa, per ruffiani e prostitute del marketing mediatico, per incliti e culti, per euforici e disforici, per depressi ed entusiasti, per medici e giudici, per giornalisti e pornografi dell’informazione, per profittatori e simoniaci, per cinici ed eroi, per villani e cortigiani, per ogni essere umano, per me e per te che leggi in questa domenica di fine estate.

Girotondo intorno al mondo

Sergio Endrigo e Claudia…è una poesia di Paul Fort, musicata cinquant’anni fa da Sergio Endrigo. La trovi su YouTube, ascoltala gentile lettore. Potrebbe essere l’inno della gioventù di tutto il mondo, proprio oggi, proprio oggi.

Se tutte le ragazze/ Le ragazze del mondo/ Si dessero la mano/ Si dessero la mano/ Allora ci sarebbe un girotondo/ Intorno al mondo/ Intorno al mondo 

E se tutti i ragazzi/ I ragazzi del mondo/ Volessero una volta/ Diventare marinai/ Allora si farebbe un grande ponte/ Con tante barche/ Intorno al mare 

E se tutta la gente/ Si desse una mano/ Se il mondo finalmente/ Si desse una mano/ allora ci sarebbe un girotondo/ Intorno al mondo/ Intorno al mondo

Adesso sì, adesso che tu vai lontano, il mio pensiero ti seguirà, sarò con te, dove andrai. Così, altri versi del malinconico ironico uomo di Pola. Tu partirai per altri mondi, ti perderai fra gente e strade sconosciute, il mio pensiero ti seguirà, sarò con te, dove sei.

Il pensiero ormai pieno di tempo si muove come animula vagula, blandula, in quest’età che ho.

E’ tempo di parlare con calma pronunziando bene le parole, rispettandole, nella loro musica, nel loro significato, nel loro peso, nel loro valore.

E’ tempo di essere contenti di quello che si ha, di guardare ogni altro umano senza gelosia, che anch’egli respira, vive, soffre, gode, cresce e muore.

E’ tempo di cambiare lo sguardo verso il mondo, di smettere di scrivere cazzate su facebook et similia. Peccato che questo mio blog non è molto gettonato tra i facebookisti, che come scriveva Umberto Eco (peraltro molto sopra valutato), sono rappresentati da una maggioranza di cretini cui Zuckerberg ha dato voce. Peccato, o graziaddio, non lo so. Quando vedo qualche volto di costoro, o di motari-bikers di qualche genere, mi prende un attacco di lombrosite acuta, sindrome material-positivista un poco in disuso, ma, secondo me, da recuperare, almeno in parte.

E’ tempo, anzi è passato, ma è tempo di ascoltare, non solo di udire, è tempo di vedere, non solo di guardare. Venite e vedete, diceva il Maestro.

Lo scrivo anche per i giovani jihadisti dis-isperati, lo scrivo per i giovani ignoranti e per i vecchi presuntuosi, lo dico per le donne che si odiano e che si danneggiano sul lavoro, lo dico per i politici freddi come sardine congelate, lo dico per i giornalisti stereotipati, lo dico per certi magistrati arroganti e per i professori complessati, lo dico per i “cacciatori di teste” (no, non i Daiachi) approssimativi e per i preti pieni di se stessi.

Lo dico per me, quando mi dimentico di quanto ho scritto sopra. Pover’uomo, io come persona, sempre perso in infinite strade, con lo sguardo colmo di meraviglia.

Come mio padre. Perso e ritrovato in infinite strade, preferibilmente fuori dalla scena di questo mondo.

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