Le voci della campagna

primo vere memoriaStamani lungo le interpoderali ascolto le voci del mio tempo e sento le voci del tempo andato.

Appena oltre le prime curve scompare il rumore del traffico, lasciando remote tracce sonore che svaniscono… a mano a mano che la campagna prende il sopravvento, la campagna ancora spoglia dell’inverno.

Interminati spazi di terra scura, erpicata e pronta per la semina, vigneti silenti in attesa dei germogli favoriti dalla potatura. Lontanissimo abbaiare d’un cane, dall’aia di un paese ancora nascosto oltre le file dei pioppi.

E mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, anzi vive, quando si andava con la mamma e la nonna a portar la merenda a papà e al nonno, in campagna, lungo le ceppaie di platani, ornielli e vincastri che estirpavano a forza di braccia, di piccone  e di mannaia, testardamente, lentamente, alzando gli sguardi verso il piccolo corteo che arrivava con i viveri.

Sentivo le vostre voci, stamani, papà Pietro e nonno Dante, poche parole, un cenno di ringraziamento per le due fiasche, una di acqua fresca e una di vino. E poi si tornava, io piccolino, forse quattr’anni, contento di aver portato da mangiare a da bere ai grandi.

M’è sembrato di udire le vostre voci da lontano da vicino dentro e fuori di me, presenti e assenti nello stesso tempo, contro le convinzioni di Aristotele.

Dove siete ora, care voci della mia prima infanzia? Dove?

Eppure so che da qualche parte state, vere come son vero io, solo un poco discoste da questo angolo dello spazio-tempo, ma non tantissimo, appena un lampo, un momento, un istante, ché quasi vi si intravede in una sinestesia improvvisa.

Quello che so è che siete dentro di me, con me da allora e fino alla fine del mio tempo, e oltre, care voci della mia infanzia e di questa grande campagna silenziosa, sotto il cielo attonito, in attesa di un’altra primavera.

Il saluto

RobertoCaro Roberto,

forse almeno trentasei anni son passati da quando il comune amico Eddi ci presentò passeggiando per la piazza del Paesone.

Ero venuto da Rivignano per parlare con voi di comuni problemi amministrativi, allora mi occupavo della cultura per il mio Comune. Voi due abitavate nel Paesone. “Roberto, questo è Roberto, e lui è Renato”. Io ero appena entrato nel sindacato e studiavo, come sempre.

Non sapevo nulla di te, solo che eri il capogruppo socialista in Consiglio comunale, né che fossi un geologo, né che fossi insegnante.

Da allora infiniti incontri, e tu sempre quello calmo, che non si arrabbiava mai, a differenza di me che, specie da giovane, ero non poco collerico e fumantino. Tuttalpiù, se eri contrariato, manifestavi il tuo disappunto con un sorriso triste. A volte ti ritenevo troppo arrendevole, quasi incapace di combattere, ma non era mai così: sapevi aspettare il momento più opportuno, per far valere le tue idee.

Ci siamo sentiti e visti molte volte nel rapidissimo triennio delle medie di Bea, dove tu eri il Signor Preside. ti ricordi il ciclo si seminari che mi avevi chiesto di tenere ai tuoi insegnanti sull’antropologia delle giovani menti? Ci venivi anche tu, con i tuoi colleghi e alcuni genitori, seduto al banco come un alunno.

Sei sempre stato umile, e vero. Anche quando è più difficile esserlo, come nelle prolusioni ufficiali dell’Università della Terza Età, di cui sei stato Presidente fino a quando te ne sei andato.

Ho saputo che eri da un’altra parte, ormai, da un messaggino veloce sul cell. E ho pensato a tante cose, a come ti avevo visto affrontare il drago, sempre silenzioso e sorridente, con quel fondo di malinconia che ti caratterizzava. So che andavi per le golene del Tagliamento nei silenzi, a guardare la misteriosa natura che tu amavi e conoscevi.

Anche ora sei lì, in vista del grande fiume, dove ti abbiamo accompagnato in tanti. Peccato per alcune trombe tonitruanti che hanno voluto rompere un po’ troppo il silenzio della grande campagna dove vivevi e dove vivrai: l’omileta che confonde la scienza naturale con la filosofia, don “Prezzemolo”, che non manca mai alcuna occasione di presentarsi come indispensabile ingrediente, e basta, ché il tuo Sindaco ha detto le parole giuste.

Mane Deo, Roberto, nel tuo essenziale amèn. E che il Signôr a ti tegni dongje di lui, io soi sicûr.

L’esercizio intellettuale

esercizio intellettuale…è un’attività ascetica, non solum quia in greco antico “esercizio” dicesi àskesis, sed etiam quia è una specie di ginnastica interiore, che muove flussi elettro-chimici e quasi-liberi pensieri, formando re-azioni e creando snodi e nessi nuovi nella complessità cerebrale.

Non sempre in piena consapevolezza tutti si esercitano, perfino coloro che partecipano ai talk televisivi più vieti, perfino quelli che dialogano con sorrisostampato-D’Urso, con la Venier e la De Filippi (inserirei anche la Bignardi in questo novero di minus cogitantes), in ambienti dove si manifesta il massimo dell’abiezione mediatica.

Loro malgrado, costoro si vedono comunque sviluppare sinapsi e assoni nella rete neuronale, mentre la libertas minor, il libero arbitrio, è ridotto ai minimi termini dal condizionamento ambientale e dal potenziale psichico dato soggettivamente.

Vi è poi un livello intermedio di consapevolezza, quello del dibattito socio-politico e della cronaca: ivi si registrano i più macroscopici, vieti e inaccettabili processi para-logici, nei quali la ricerca o la proposizione della verità “localmente plausibile” non costituisce elemento dirimente, e neppure un’ipotesi di lavoro (intellettuale). Nel dibattito politico istituzionale e parlamentare gli interventi si caratterizzano in generale per ideologismo e ars inimicitiae (contrapposizione); in televisione (di meno per radio, dove funzionano altre dinamiche) la qualità della comunicazione e il valore discorsivo è bassissimo, a volte quasi inesistente.

Il processo mentale discorsivo si connette alle emozioni subendo i condizionamenti del medium, dove la coscienza di ciò che accade è spesso ridotta al minimo. In questo “ambiente spirituale” si svolge l’esercizio intellettuale: vi è da chiedersi in che modo, con quali conseguenze, prospettive, possibilità di accedere a più elevati livelli di cognitività e di consapevolezza, cioè di sapere riflesso, su cui il singolo e i suoi interlocutori possano esprimere un giudizio razionale, esso avvenga.

E se contribuisca all’evoluzione dell’umanizzazione del pensiero, delle opere e dei progetti per l’uomo stesso e la natura di cui fa parte. Su questo conviene conservare legittimi dubbi.

Pressapochismi e fraintendimenti

sbalorditoCaro lettore,

stamani conversando con un amico, lungo strade immerse nella malinconica foschia, si venne al tema: se l’etimologia conti o meno più dell’onomatopea. Posto che nella nascita e nello sviluppo dei linguaggi, quantomeno quelli di ceppo indoeuropeo, dal farsi, al fenicio, al greco, al latino e via dicendo, senza dubbio l’onomatopea venne ben  prima dell’etimologia, poiché i segni che fissarono suoni con significati condivisi crearono le basi per la successiva complessificazione verbologica e fraseologica, morfologica, semantica e infine retorica, una volta fondatasi una lingua su etimi condivisi, questi cominciarono ad avere ragione di ulteriori aggiunte sonore, anche se le parole continuarono a “nascere” e a vivere nell’uso, e anche a morire per desuetudine.

Un esempio che gli facevo: oramai sembra una battaglia persa darsi da fare affinché il termine “apocalisse” smetta di essere usato, specialmente da operatori dei media superficiali e pigri, come sinonimo di catastrofe (greco, distruzione), ecatombe (strage dei cento buoi), strage, disastro (qualcosa che avviene contro gli astri), perché “apocalisse”, dal verbo greco apokalùo, significa rivelazione. Così infatti la intese Giovanni quando diede quel titolo al suo libro escatologico e ultimo (ultimo anche della Bibbia). Il suo significato è, dunque, al contrario del suo utilizzo, positivo!

E veniamo a un altro caso, questo legato a un libro dell’ottima filosofa Nicla Vassallo (da me spesso lodata in questo sito) appena pubblicato presso Laterza: Il matrimonio omosessuale è contro natura: falso!. Primo problema: si tratta di intendersi sul concetto di natura, e allora non basterebbe lo spazio dell’intero web (faccio per dire). Poniamo pure che riusciamo a concordare su una accezione non rigida di natura, ma plurisenso, e per far ciò basterebbe la nozione tommasiana (cf. il saggio in tema del padre domenicano J. Nicolas) di natura come essenza, principio di moto e crescita, origine di un ente-che-è, complesso delle sue caratteristiche: in tal modo si potrebbe convenire sulla possibilità che la natura umana si declini in etero e omo-sessualità secondo due diverse disposizioni psico-biologiche.

Ciò che invece trovo inaccettabile, e mi meraviglia un po’, è la scelta, oso dire molto “giornalistica”, di usare il termine “matrimonio” per definire l’unione omosessuale. “Matrimonio” è un termine giuridicamente posto nella storia, fin dalle più antiche civiltà, e nel plesso latino, da cui deriva il termine, significa “ufficio della madre” (mater munus, quante volte l’ho scritto su questo sito, ahimè!). Possiamo convenire, dunque, sul fatto che la “natura” umana si possa declinare in più modi, e ci è anche noto come il “matrimonio” sia stato diversamente declinato nelle varie culture come la monogamia, la poligamia, la poliandria, oppure sia stato non previsto, specie in popolazioni isolate e di limitate dimensioni (tribù africane e sudamericane).

Ciò che non si può accettare è che il termine si usi in contesti di coppia dove l’ufficio della madre non c’è, se non proveniente (eventualmente) da precedenti storie feconde. Cosa costa usare termini come “unione”, “patto” et similia, invece di un termine auto-contradditorio? Lo chiedo all’autrice e anche al suo gentile commentatore Roberto Casati.

Se non vigiliamo sui significati delle parole che usiamo diamo inizio a un tourbillon semantico e cognitivo che non porta da nessuna parte, se non nel territorio dei danni intellettuali e morali.

La disonestà comunicativa

idiotiAscoltar ieri i critici a-prescindere dell’imperfetto, ma utile, Jobs act mi ha nauseato di più sul piano cognitivo che su quello politico. Al piccolo e saccente Di Maio (quanta polenta deve ancor mangiar per crescere un po’, e pensare che è dei migliori tra i suoi), che definiva un disastro la radicale modifica all’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, ha fatto impropriamente eco l’acutissima Boldrini, lì, sul terzo scranno d’Italia, catapultata per un imperscrutabile disegno divino (scherzo, dài), capace di elevare alti lai, con il profilo corrucciato (così diventa tanto bruttina) sui pericoli di “un uomo solo al comando”. Le consiglio di vedersi un dvd di storia del ciclismo quando la voce di Claudio Ferretti racconta il volo del grande airone sul Sestriere o sullo Stelvio. Quello era “… un uomo solo al comando, la maglia bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi“; di leggersi il libro di Hannah Arendt Le origini del totalitarismo, dove potrà evincere le differenze radicali esistenti tra dittatura di tipo moderno, come quelle nazista e comunista, ad esempio di Stalin e Pol Pot, (altra era quella dell’antica Roma, militare e temporanea), bonapartismo, cesarismo, sultanismo, peronismo, populismo, cui afferiscono esperienze antidemocratiche come quelle della Corea del Nord, di alcuni stati africani post-coloniali, sudamericani e arabi contemporanei. Cara Presidenta camerae, le sembra che Renzi echeggi Kim Il Sung o il suo inguardabile nipote? Andiamo! La verità l’è che i neuroni del fiorentino son assai più connessi dei suoi.

E procedendo: la Camusso, ecco secretaria dalla voce roca (perché non smette di fumare?) e intristente anche il pubblico più melanconico, mi può spiegare perché con i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti ora attivabile, le banche erogano i mutui a giovani assunti in tal modo? E’ proprio una cosa da poco, o da tanto? Lei conosce quei rudimenti di scienza economica (è pur sempre una ragioniera, no?) che attribuiscono un valore alla psicologia nelle scelte degli attori coinvolti? Ha presente la filiera economica che si attiva quando si mette insieme una famiglia purchessia? Sa che cos’è l’effetto alone di una positività condivisa? E mi fermo qui, perché le castronerie che le sento affermare mi farebbero replicare un po’ irrispettosamente, e ciò non va bene con una signora. Però, le suggerirei, almeno, cara ragioniera, di stare sul suo, quando parla, cioè di non evocare i maggiori principi etico-antropologici, messi giù in scaletta da qualche suo frettoloso collaboratore, perché non ci si improvvisa eticisti e filosofi. E’ lo stesso suggerimento che diedi dodici anni fa al perito chimico Cofferati, che presumeva altrettanto di sé confondendo i diritti fondamentali dell’uomo (vita, salute, casa, cultura e… per lui l’art. 18!) con il diritto positivo (appunto, l’articolo 18).

E veniamo alla cosiddetta “sinistra” (non so in che senso, e qui mi meraviglia la presenza dell’economista Fassina) PD e al poco controllato Presidento dell’Apulia, ma in poche parole, ché son già annoiato evocando i lor visi smunti: perché non la smettete di fare i Caifa? Sapete che potreste non avere i soldi per sostituire le vesti stracciate con tanta foga? Lasciate a miglior destino i vostri (poco) eroici furori. Abbiate pazienza. Neanche a me il capo del Governo suscita un empito di simpatia e ho molte riserve sulle qualità reali dei suoi collaboratori (per l’amor di Dio, vorrei vederli in gioco in un lavoro serio), ma Lippi ha vinto il mondiale del 2006 con la quinta o sesta squadra in lizza, perché ha fatto una grande operazione di coesione, di empatia, quasi di fusione degli intenti di ogni giocatore, da Materazzi (avete presente Materazzi, fo per dir) a Del Piero (fuoriclasse). E ha vinto. E oggi vincerà la squadra di Renzi, mettetevi il cuore in pace, ma nel frattempo riprende a vincere l’Italia, certo per diverse ragioni e fattori: già immagino i discorsi frustrati che farete tra un anno: il petrolio, la BCE, i mercati, i mega-trend. Zitti un po’.

E infine veniamo alla stampa e alle televisioni, la stampa (una certa) per i titoli falsificatori, e le tv perché fanno vedere da mesi sempre lo stesso filmato, specie sugli spostati sghembi ignorantissimi poveri illusi delle bandiere nere: sempre lo stesso assalto filmato come in teatro di posa, la stessa teoria di pick-up, le stesse facce patibolari (a proposito, provider e affini togliete il video dell’esecuzione dei ventuno copti in riva al mare, non serve, è inutile grand-guignol). Perché non la smettete, ché questi vivono al 50% della vostra pubblicità gratuita. vendete spazi, così? A chi, a masochisti? E la dipendente della Rai Giovanna Botteri, quando la smette di cantare le gesta dei su nominati, dando la sensazione con i suoi reportages che questi uomini mascherati comandino dalla Tunisia al Tauro?

Diciamo una preghiera perché il Padreterno rischiari la mente dei molti beoti che circolano indisturbati farfugliando idiozie.

 

Fermarsi ancora

disinformzioneMio gentil lettore,

per guarire la mano mi devo un po’ fermare, o almeno rallentare, come sapientemente dice il mio medico dottor Gianni. Il corpo vive, dorme, sogna, gioisce e soffre, e dà anche messaggi con febbre a 39, come ieri.

E’ un periodo duro, di dolori fisici (mano che guarisce lentissimamente, stress da impegni, problemi economici con tasse e contributi che faccio fatica a pagare, le “partite” Iva pare non abbiano dignità di lavoratori in Italia). Non c’è un “mercato del lavoro”, ma “mercati dei lavori” variopinto, caleidoscopico, differenziato, e in certi casi profondamente iniquo, ma qualcosa, sia pure lentissimamente, sta avvenendo, di non negativo. La prima avvisaglia di una minore in-equità è l’ormai lontanissimo decreto del primo Governo Prodi (1998) che abolì le pensioni baby del Pubblico impiego. Come si dice, modifiche in tempi biblici.

A proposito di lavoro e di evoluzione normativa, sabato 21 modererò presso la (bellissima) Biblioteca Civica di Codroipo una tavola rotonda dal titolo “Il Jobs act: tra Diritto al lavoro e Diritto del lavoro”, organizzato dal PD del Medio Friuli. Partecipanti: avv. Flaviano De Tina (lavorista), ing. Sergio Barel (AD di una Media azienda metalmeccanica, la Brovedani di San Vito al Tagliamento, che seguo da vent’anni, Flavio Vallan, della Segreteria della Cgil di Pordenone e Cristiano Shaurli, consigliere regionale. Per fare informatia e non il suo contrario.

Con Mario presto faremo un giretto in Umbria, e così andremo a dare uno sguardo a Todi e Spoleto (nel cui Duomo ci sono affreschi straordinari di fra Filippo Lippi). Che bella che è l’Italia caro lettore! E’ bella e unica come morfologia, arte, enogastronomia, e non ha bisogno di loghi come quello dell’Expo “Very Bello” (che stronzata), né come quello recentissimo di Roma “Rome&You”, pura idiozia proporzionata al potenziale dell’unico neurone di cui è provvisto il sindaco Marino, forse uno dei peggiori che l’Urbe meravigliosa abbia avuto, con il suo squittente predecessore. E qui mi sovvengono non solo personaggi come Augusto, Marco Aurelio, Traiano e Adriano (e perfino Diocleziano con il suo antico federalismo), ma anche consoli repubblicani come Bruto e Collatino, il dittatore per un mese Cincinnato, Marco Tullio, Virgilio e Lucio Anneo, e molti altri di quella grandissima storia (nostra). Il confronto è impari anche con i politici nazionali e internazionali. Ho sul comodino in questo periodo i Pensieri di Marco Aurelio e il De Consolatione Philosophiae di Manlio Anicio Severino Boezio, detenuto in attesa di esecuzione capitale nelle carceri di re Teoderico, che pensava di essere stato tradito dal grande filosofo. Una consolazione, per me.

Per il resto siamo travolti dalla disinformatia, di giornali e tv (basti considerare ciò che si scrive e si dice sulle “bandiere nere”). Caratteri cubitali per raccontare il falso, caterve di professionisti della comunicazione e dell’informazione che si guadagnano la pagnotta con la menzogna. Non ti faccio neanche esempi precisi, essendo tu, caro lettore, un attentissimo e critico osservatore.

A prest, mandi, Renato

Linee di “marketing”?

MKTCaro lettor del sabato,

duole dirlo, ma “piani di marketing” li fanno non solo le aziende, del cui lavoro sono parte essenziale, ma anche i sindacati, che forse dovrebbero basarsi su assunti un po’ diversi dalla mera ricerca del consenso. Sono qui al sud per cercare di salvare con i sindacati dei metalmeccanici più di cinquanta posti di lavoro. Non sto a dire i dettagli, e  basti questo: tra un accordo di solidarietà senza integrazione aziendale e una cassa integrazione unilaterale, i sindacati sembra preferiscano quest’ultima, ma non perché più favorevole ai lavoratori, ma perché più “vendibile” in assemblea. Non più dunque una forma di orientamento dei lavoratori, ma una pedissequa disposizione a compiacere gli egoismi delle persone già garantite dal tempo indeterminato e dall’ammortizzatore sociale.

Le aziende e i brand ideano e rinnovan i “piani di marketing” adattandoli alle caratteristiche e alle tendenze dei mercati di riferimento, usufruendo di ricerche socio-economiche di settore e sviluppando adeguatamente la funzione R&D (Research&Development), ma le aziende non vendono “coscienza”, anche se a volte applicano meritoriamente Codici Etici. Le aziende, eventualmente, sollecitano consapevolezza nei consumi, mostrando al pubblico la qualità dei loro prodotti e dei loro servizi.

Un “brand” socio-politico come il sindacato, specialmente il sindacato confederale italiano, così ricco di storia politica e di afflato morale, così fondamentale in certi cruciali passaggi storici nazionali (basti pensare agli anni ’60/’80 del secolo scorso, su cui altro non serve dire), dovrebbe potere e saper dire altro dalla mera rappresentazione degli interessi, a volte solo miopemente apparenti, dei “lavoratori” i quali, specie se sono occupati, non hanno sempre ragione, e spesso hanno torto. Un torto che sa di corporativismo, di difesismo ad oltranza del qui e ora, e anche dei propri piccoli privilegi maturati a partire dalla sacrosanta stagione dei “diritti”.

Mi chiedo fino a che punto, alla fine, questa politica di mera rappresentanza dell’esistente possa pagare, vista la velocità con la quale cambia il mondo e l’economia in particolare, visto il costante afflusso di giovani molto scolarizzati sul mercato dei lavoro, i quali faranno molta fatica a sentirsi tutelati da chi mostra cuore e coraggio quasi solamente per chi ha già un lavoro.

Ciò che sta rapidamente avvenendo richiede una capacità di cambiamento di paradigmi riflessivi e progettuali che non so se sono alla portata cognitiva e culturale dei gruppi dirigenti sindacali attuali. Lo dico in particolare alla Cgil: non si tratta di “svendere” un patrimonio ideale, si tratta di ammettere l’esigenza di un cambiamento radicale nell’approccio ai temi economici e occupazionali, che oggi sono dimensionati sul globale e sulla capacità di innovazione creativa, e conseguentemente richiedono regole “positive” adeguate a nuove scansioni temporali esistenziali e lavorative.

La scarpa di Pajetta

giancarlo pajettaCaro lettor gentile,

quando si assiste alle confuse bagarre di Monte Citorio, ci si chiede che testa abbiano i parlamentari litiganti come ossessi o come squadristi, neanche fossero popolani in una jacquerie del tredicesimo secolo: urla, gesti scomposti, spintoni reciproci, lanci di documenti, esposizione di cartelli o di altri oggetti, corpo a corpo con i commessi, insulti agli avversari (nemici?) e a chi dirige il dibattito (?). Una vergogna. Non consola ricordare passate performance di animosi politici della prima Repubblica (la scarpa sbattuta sul banco e scagliata nell’emiciclo da Giancarlo Pajetta, ad esempio), né episodi più recenti (i cappi di corda esposti dalla Lega nei “gloriosi” anni ’90). Ogni volta sono scene penose, rinnovando un malcostume violento e ignorante.

Chi sono questi figuri, eletti dal Popolo Italiano, che litigano senza civiltà, ottenebrati dall’ira e fors’anche alla ricerca di una ribalta mediatica?

Non so, però, se il peggio sia il venire alle mani, i contatti fisici, le urla e i gesti minacciosi, ovvero certi discorsi, certi interventi davanti al microfono. A volte mi soffermo, viaggiando, ad ascoltare le cronache radiofoniche dei lavori parlamentari. Di solito, dopo un minuto o due di ascolto, cambio canale, perché l’eloquio, il tono (a volte anche il timbro e l’inflessione vocale), i contenuti e la qualità oratoria, sono insopportabili, anche per il più indulgente degli ascoltatori.

Partiamo dal tono: nonostante vi sia l’amplificazione, quasi tutti tendono ad assumere l’atteggiamento del comiziante, o del laico omileta, che deve convincere della propria posizione “colleghi riottosi e disinformati”. Il tono è declamatorio, ex cathedra, censorio, spesso minaccioso. Quanto siamo lontani dalle magistrali lezioni ciceroniane e agostiniane del “docêre, delectâre, flectere” (insegnare convincendo piacevolmente)! Numerosissimi parlamentari parlano come buzzurri in una fiera, non come persone politicamente responsabili.

Passiamo ai contenuti: quasi mai l’oratore riconosce dei meriti di razionalità nelle posizioni dell’avversario politico; piuttosto tende a forzare le interpretazioni, così seguendo (inconsapevolmente ut in pluribus) i consigli degli antichi sofisti combattuti da Platone, i filodossi amanti della mera opinione, anche se deformata, e disinteressati alla ricerca comune della verità. Nei discorsi parlamentari raramente si rinviene una legittima parte critica (destruens), accompagnata, però, da una parte propositiva (construens) che sia capace di recuperare quanto ci può essere di buono anche nella proposta di un avversario politico.

La divisione è radicale, polare, è fatta di aut-aut, quasi mai di et-et, sapendo che nessuno ha mai ragione del tutto. Per questo aborro da sempre una militanza acritica, un’osservanza pedissequa alla linea, anche quando questa è palesemente irragionevole, o chiusa ad ogni possibilità di modifica.

La qualità oratoria, infine, soffre delle magagne di cui sopra: è infatti impossibile imbastire un discorso accettabile anche da chi non la pensa allo stesso modo, se uso un tono apodittico, cattedratico, pesantemente retorico, e se non ammetto vi possano essere ragionevoli motivi di dissenso nell’altro. Di suo, se la qualità del dire è scarsa, bolsamente ripetitiva e povera di concetti, oppure confusa nell’enfasi declamatoria del dicente, costituisce un’aggravante, che rende incapaci di ragionare e discutere con il dovuto rispetto, anche con chi la pensa diversamente.

Un altro genere di insopportabili parlanti è quello dei “recitatori di libro stampato”, quelli e quelle che “mai un refuso”, talmente abili nel rispondere con il nulla alla scontatezza delle domande, o nel politically correct delle affermazioni, da diventare quasi una species anthropologica, riconoscibile di primo acchito e prevedibile perfin nelle espressioni che devono ancora esser proferite.

Last, si osserva in molti abitanti temporanei di quelle nobili sale, un livello culturale, dialogico ed espressivo desolante. Nomi non ne faccio, anche se mi piacerebbe, lasciando al lettore il sottile dispiacere dell’auto-documentazione.

L’in-equità

beniIl Papa parla a Expo iniziando con un quasi neo-logismo, ma è solo una vocale a differenziare il consueto “iniquità” da “in-equità”, dove inserisco il trattino per evidenziare la differenza formale e la negazione del significato etimologico di “equità” causata dal prefisso “in”.

In-equità dà più il senso di un qualcosa di sbagliato, di “ingiusto”, appunto, di iniquo in quanto “non-equo”, che fa differenza tra gli umani.

Nel suo discorso di saluto agli studiosi partecipanti al workshop di presentazione di EXPO 2015, Francesco afferma: “Non è possibile non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole“. E: “qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto“.

Riprendo dal web alcune altre parole. Egli innanzitutto richiama due valori primari: la dignità della persona umana e il bene comune, ma non come mere dichiarazioni d’intenti, bensì in quanto linee guida dell’agire politico, custodia e non sfruttamento insensato della Madre Terra, ricordando un detto contadino ascoltato molti anni addietro: “Dio perdona sempre, le offese, gli abusi; Dio sempre perdona. Gli uomini perdonano a volte. La terra non perdona mai!”. “La terra, che è madre per tutti chiede rispetto e non violenza o peggio ancora arroganza da padroni“. “Dobbiamo riportarla ai nostri figli migliorata, custodita, perché è stato un prestito che loro hanno fatto a noi“, ha aggiunto. “La terra è generosa e non fa mancare nulla a chi la custodisce“.

Che cosa si può aggiungere alla chiarezza di tali parole?

Forse basta solo ricordare che il principio di equità deve governare la virtù di giustizia (l’unicuique suum di Aristotele e Tommaso d’Aquino), perché esso non impone di dare a tutti nello stesso modo e misura, ma secondo le necessità. Le necessità sono il metro di misura di ciò che si deve ricevere per vivere, ma anche la misura di ciò che si deve dare, come contributo personale di fatica e impegno, per aiutare a vivere anche i nostri simili, in concerto con noi stessi.

Siamo tutti antropologicamente uguali, ma non identici, anzi irriducibilmente unici, ed è per questo che l’equità è la medicina contro l’egualitarismo astratto che livella chi è diverso, senza rendere il dovuto ai più deboli.

Le dottrine egualitarie hanno fallito perché prive di una sana antropologia, mentre le buone pratiche “equitarie” si pongono come elemento di riequilibrio di ciò che è ingiusto. Questa dottrina supera il modello greco classico, e assorbe la migliore lezione della morale evangelica cristiana (cf  san Paolo, Lettera ai Galati 3, 28: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù“.

Gli “inutili”

inutiliL’unico senatore di Scelta Civica rimasto, purtroppo a vita, con il loden o senza, un ultra-sopravvalutato;

i consiglieri comunali di Agrigento e di Bari che fanno 30 commissioni al mese percependo 72 euro lordi a riunione; eccellenza Ministro Alfano, te ne sei accorto?

L’Onu che minaccia sanzioni ai “ribelli” dello Yemen, l’Onu di cui l’attuale presidente della Camera era funzionario, anch’essa qui in elenco, comunque;

l’ex ministro degli esteri italiano (del capo del Governo in loden), conte Terzi di Santagata, che ha permesso alla Enrica Lexie di attraccare al porto di Kochi e quindi ha fatto arrestare dagli Indiani Latorre e Girone, e ora spiega come si dovrebbe fare per liberarli: stesse zitto!

I giornalisti che parlano di “figlia di due madri”, quando si tratta della sostituzione nell’ovocita della madre della parte mitocondriale, probabile veicolo di malattie genetiche, con mitocondri sani appartenenti all’ovocita di un’altra donna. Casomai si tratta di un tema di etica della vita umana, da trattare con delicatezza e competenza: e dunque, o i giornalisti di cui trattasi conoscono la metafisica, o sono superficiali e ignoranti;

i sindaci e i politici e i giornalisti che parlano e scrivono di “matrimoni gay”, non sapendo di usare un’espressione insensata (dicesi, infatti “unioni”), invece di occuparsi di cose serie: lavoro, sanità, scuola, ambiente;

Oliviero Toscani che parla dei Veneti come uno zoticone da bar sport, e analogamente Paolo Villaggio, che scrisse altrettanto dei Friulani: si vede che l’età che avanza, in alcuni, fa gravi danni;

Civati (ma anche bindicuperlovendolafittoechedirsivoglia), ora che il Nazareno è defunto (ma neanche per idea), potrebbe cambiare mestiere;

quelli che hanno osannato Tsipras non capendo una mazza di economia reale; Tsipras, invece non è inutile, perché è una zeppa per Schauble e Weidman: vuolsi un equilibrio onde evitare il progressivo imperio teutonico;

quelli che vivono al di sopra delle loro possibilità, cioè una parte dei Greci e molti Italiani, e cittadini di altre nobili nazioni: tutti costoro, ma soprattutto i loro rappresentanti politici, devono sapere che bisogna dividere meglio le risorse di questo piccolo pianeta tra tutte le scimmie nude, più o meno intelligenti che siano;

Camusso e Barbagallo (chi?), non Landini che capisce molto di più le cose;

i condottieri arroganti di tutte le risme e situazioni, sia che siano padroni, sia che siano servi di padroni;

i preti che imitano i laici (non nel senso paolino del termine) e i laici che imitano i preti;

i manettari di tutti i tipi, soprattutto se “di sinistra”, perché antropologicamente convinti di essere sempre dalla parte giusta: io, di sinistra, so fin da quando ero bambino che non è così, perché l’uomo è difettoso, ovunque militi. Chi pensa che non sia così è un po’ militonto;

ad libitum

Sul Filo di Sofia